21 marzo

Per il 21 marzo, stiamo organizzando un evento molto particolare.

Allora, un paio di anni fa, come racconto qui, trovai per caso in rete gli Acta Sanctorum Hiberniae, scritto in latino ai tempi della Guerra dei Trent’Anni. Che comprendeva anche la Vita Sancti Fridiani, cioè la vita proprio del santo irlandese da cui prende il nome il nostro rione.

Si offrì subito per tradurre il testo per la prima volta in italiano, uno dei più attivi commentatori di questo blog, che per l’occasione si autodefinì

“Andrea Di Vita, fisico agnostico, impiegato metalmeccanico, classicista lucreziano a tempo perso e devoto del Beato Orwell e di San Federico Nietzsche. Ama la fantascienza, il cinema di una volta e la buona tavola.”

Ne è nato un libro. Con qualche nota introduttiva, il testo in italiano e anche in inglese della Vita, e le illustrazioni di tre artisti, ecumenicamente uno statunitense (Daniel Zalla), una russa (Tatiana Popova) e un iraniano (Amirhossein Yaghoobi).

Agnostici o no, il luogo ovvio in cui presentare il libro è nella chiesa dedicata al Santo, anzi nell’immenso edificio adiacente, bellissimo e sconosciuto agli stessi fiorentini, del Seminario Arcivescovile dove un tempo c’erano cinquecento studenti e oggi credo una dozzina.

Una curiosità: avevamo messo i nomi e cognomi di tutti i relatori, poi è intervenuto l‘Ufficio Design (sic!) del Comune per darci questo incomprensibile ordine:

“in vista del prossimo Referendum, è necessario eliminare il nome del Presidente del Q[uartiere] 1 e lasciare indicata soltanto la carica.”

Nulla da ridire, invece, sui nomi dei consiglieri comunali in fondo alla locandina.

Se ci siete da queste parti quel giorno, veniteci a trovare (e vi svelerò a voce il nome del Presidente del Quartiere).

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Iran e dintorni (1)

L’Iran è un paese che mi interessa da una vita, e ho anche dato qualche esame all’università di iranistica – lingua, letteratura, religione, storia…

Purtroppo, attorno a me, vedo solo tifoserie. Che, badate bene, non sono mai a favore, sono solo sempre contro.

Il problema della tifoseria è che ci esilia dalla storia: ci autoinduciamo a credere che se solo si riesce a sterminare il cattivo, prevarrà il bene.

La storia però esiste. E la “storia”, l’immenso insieme della passioni umane e dei loro effetti, sta travolgendo tutto, a una velocità sempre maggiore. Non sono i buoni o i cattivi che fanno la storia, ma la storia che li evoca.

Il saccheggio britannico dell’Iran ha generato un cattivo furbo, il primo Shah, e un cattivo imbecille, suo figlio. Ma al di là del carattere dei due, è stata la storia a fare sopratutto del secondo un massacratore su scala industriale.

E’ un meccanismo che ho imparato in Egitto.

Dove persone che in Italia, sarebbero state dei semplici politici di provincia, sono stati tiranni. Dove sotto il rais Hosni Mubarak dal faccione sorridente di pugile, innumerevoli migliaia di egiziani sparivano nel nulla, “andavano dietro il muro”, si diceva, e i boia impiccavano senza pausa quel poco che i torturatori lasciavano a loro. Poi la rivolta del 2011, un momento di pausa forse con i Fratelli Musulmani, e poi ricomincia, con il colpo di stato del 2013 – il massacro di oltre mille persone in una mattinata, nella piazza dedicata alla santa poeta sufi, Rābiʼa al-ʼAdawiyya, la schiava i cui genitori erano morti di fame:

In una mano porto la torcia,
nell’altra un secchio d’acqua:
con questa incendierò il Paradiso
e con quello spegnerò le fiamme dell’Inferno
perché i viandanti verso Dio possano strappare i veli
e vedere la vera meta.”

Della strage di quel giorno, in Italia, ce ne siamo accorti in pochissimi, perché non c’era nessuno interessato a parlarne: solo qualche anno dopo ci fu Giulio Regeni che potè condividere una disavventura subita ormai da centinaia di migliaia di egiziani, e abbiamo scoperto che in Egitto non ci sono solo piramidi.

Con questo non intendo incolpare nessuno: nel paese in cui, come mi dicevano tutti, non c’è futuro – maa fiish mustaqbal, o si governa così, o si finisce sotto uno che governa così.

L’Iran ovviamente è diverso dall’Egitto, a partire dalla religione. In Egitto, la sistematica soppressione della religiosità tradizionale da parte di sunniti educati in Arabia Saudita ha creato un immaginario completamente diverso da quello mistico-visionario-eretico dell’Iran. Non a caso l’Isis aveva come primo nemico lo sciismo, che – come mi raccontavano in Egitto – il giudeo Ibn Saba’ avrebbe inventato per insinuare l’idolatria nell’Islam, minando così l’essenza del monoteismo.

Un’antipatia spesso reciprocata: quando in Afghanistan, un gruppo di attiviste haraccolto le testimonianze di tante donne comuni che subivano le dure leggi misogine dei sunnitissimi Taliban, il primo paese dove hanno potuto pubblicarle è stato l’Iran.

L’Iran, da un sistema in cui i contadini vivevano in servitù e dove tutte le risorse petrolifere finivano in mani estere, è diventato uno stato relativamente forte, che ha potuto formare un vasto ceto borghese con fin troppi laureati attorno a una metropoli ecologicamente insostenibile e prossima al collasso. E dove un astuto barcamenarsi della classe dirigente tra le varie potenze, ha permesso di cavarsela, in buona parte.

Ma quello iraniano è pur sempre un regime che è lo stesso da mezzo secolo, e mi ricordo anni fa di un commerciante di Verona che da un giorno all’altro fece sparire dalla vetrina la propria foto con Andreotti, nei giorni in cui gente che magari una settimana prima avrebbero fatto di tutto per farsi vedere a fianco del potente, tiravano monetine a Craxi. Insomma, non mi sorprende affatto pensare che tanti in Iran siano stanchi della cricca che vince sempre tutti gli appalti ed esclude gli altri: il potere logora sempre.

E poi a differenza dell’Egitto, l’Iran è un paese multietnico, dove l’unico collante che tiene insieme tutto è la religione.

Non sono frustrate solo le tante minoranze etniche, ma anche una maggioranza cui non è permesso esprimersi come dominatori: “i persiani si sentono un po’ come i tedeschi o gli ungheresi, nell’impero austroungarico. Chi pensa che “il regime ci impedisce di essere padroni a casa nostra“, si esalta facilmente ascoltando il pretendente shah che invoca la soppressione militare dei kurdi. A cui si associa una diffusa ideologia “ariana” tra la borghesia illuminata, che parla della rinascita di un antico impero preislamico, soffocato dai predoni semiti incarnatisi oggi negli ayatollah.

Ma la vera differenza con l’Egitto, è che l’Egitto non ha nulla, e l’Iran ha il petrolio. Per cui una frustata in Iran interessa molto di più di mille in Egitto.

E lì passiamo alla parte veramente importante della storia.

(Continua…)

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Un giardino volante

Stamattina, il Corriere Fiorentino dedica un bell’articolo e un video a quello che succede domenica nel nostro Giardino.

Firenze, un glicine di stoffa e 19 mila nomi: sono i bambini palestinesi uccisi a Gaza. «Non numeri ma persone»

di Ivana Zuliani

Al giardino dei Nidiaci il lavoro degli insegnanti e degli alunni della media Machiavelli

ardiglione firenze

La prima impressione, vedendo da lontano questa lunga striscia di pezzi di stoffa appesi che ricordano un glicine, è la bellezza. Poi arriva la vertigine, leggendo i nomi scritti sopra e scoprendone il significato: «Suleimann 12», «Yahya 11», «Nour 3» e tutti gli altri.

Sono 19.104 e sventolano tra gli alberi del giardino dell’Ardiglione. Ogni striscia porta il nome e l’età di un bambino tra zero e sedici anni di Gaza che non c’è più. A scriverli, con un inchiostro indelebile, sono stati altri bambini: quelli che vivono nel quartiere dell’Oltrarno, giocano nell’area verde del rione e frequentano la scuola media Machiavelli.

L’idea è nata da alcuni insegnanti della scuola, ma poi si è estesa e hanno aderito tutte le classi della media: i docenti hanno parlato di conflitti e di Gaza in aula, poi, perché di quei discorsi non rimanessero solo echi lontani, per le vacanze di Natale hanno dato a ciascun studente un kit con venticinque pezzi di stoffa, tagliati da vecchi lenzuoli, un pennarello e un elenco di venticinque minorenni morti nella Striscia di Gaza, tra gli oltre diciannovemila che fanno parte della lista ufficiale dei minori deceduti registrata dall’anagrafe palestinese.

«Non sono numeri, ma persone con un nome. Con questa iniziativa volevamo restituire loro, in qualche modo, l’identità di bambini. Non è solo un’idea per commemorarli, ma anche un segno di speranza per fa sì che i bambini siano davvero intoccabili» dicono i professori. «Molte famiglie ci hanno ringraziato per questa iniziativa», che ha dato modo di riflettere non solo a scuola ma anche a casa. I docenti hanno poi chiesto alle famiglie se volessero donare l’installazione al giardino dell’Ardiglione (i Nidiaci), che tutti nel quartiere conoscono e che hanno frequentato almeno una volta. Sono state organizzate anche due giornate al giardino, dalla mattina alla sera, a cui hanno partecipato i giovani cittadini del rione, che hanno preparato ulteriori ritagli di stoffa con i nomi. Ne è nato un lavoro collettivo che ha coinvolto la scuola e tutto il quartiere, un’installazione contro l’indifferenza che richiama i versi del poeta palestinese Refaat Alareer «If must die… let it be a tale (“Se devo morire… lascia che sia una storia”)».

Nella poesia l’autore chiede per ricordarlo di realizzare un aquilone bianco con un pezzo di stoffa e una corda lunga cosicché un bambino, da qualche parte a Gaza veda l’aquilone «volare in alto sopra e pensi per un momento che ci sia un angelo lì». Versi che hanno ispirato l’idea delle strisce di stoffa da appendere in un luogo simbolo per i bambini dell’Oltrarno. Le 19.104 strisce sono così state appese a fili, una accanto all’altra, tra gli alberi e l’edificio del Centro Giovani a formare una specie di tunnel della memoria, che sorprende e fa riflettere chi entra nel giardino. L’installazione (con il patrocinio del Quartiere1) sarà inaugurata il 22 febbraio alle 15. 

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Firenze rossa?

Un commentatore mi ha suscitato un sacco di riflessioni, definendo Firenze una città rossa:

credo che Miguel sia l’unico in Italia a pensare Firenze non come una città rossa”

Rossi per me sono i comuni in cui mezzadri bestemmiatori smadonnavano contro il latifondista mentre giocavano a carte.

O dove folle di operai uscivano dalla fabbrica al fischio della sirena, parlando tra di loro del prossimo sciopero, e guardando in cagnesco il crumiro.

Firenze al contrario ha sempre succhiato il sangue dei contadini (le città in fondo sono le zecche del pianeta); e se c’era qualche operaio, non contava più del bronzista che insegnò all’allora sedicenne Lamberto (oggi 92 anni ma sta sempre in bottega) l’essenza dell’arte: “ricordati, non prostituirti mai!”

Che all’incirca è la stessa filosofia di Dimitri, artigiano di borse, che mentre si toglie lentamente la pipa dalla bocca, mi dice, “io con i clienti voglio storie d’amore, non di sesso!” E siccome non accetta orologi, alla porta mette un cartello, “forse ci sono ma non ho voglia di rispondere”.

Sulla scalinata della scuola media, un anziano mi apostrofa:

“oh quand’ero ragazzo, qui noi si cantava, ‘Vincere e vincere e vinceremo!” e si prende una lunga pausa… “ma erano tutte bischerate!

Il che spiega abbondantemente perché Firenze, da città fascistissima, sia diventata antifascista; e anche perché abbia avuto una storia straordinariamente pacifica, rispetto al resto dell’Europa.

Scendo dalla Villa del Palmerino, dove in una stanzina c’è un affresco quattrocentesco della Fonte della Giovinezza;

dove è vissuta Vernon Lee, descritta tutta insieme come esoterista, razionalista, femminista, visionaria, pacifista, mistica e lesbica;

dove Lola Costa, pittrice, è morta a 102 anni, e faceva il tè per tutti, per i “suoi” contadini e per gli aristocratici della città. Da una parte, lei dipingeva, e i contadini certo faticavano; ma è anche vero che lei non faceva differenza dentro di sé. Ed è storia di storie, perché io conosco Federica la nipote di Lola, la nonna conosceva Vernon Lee che aveva parlato con Emilio Santarelli che ha creato il nostro giardino, e che aveva conosciuto da piccolo la Contessa di Albany, morosa dell’Alfieri.

Firenze è città aristocratica e bottegaia, fatta di mille meschinità e astuzie, di calcoli spietati, che però là dove tutti si conoscono, tutti sanno che l’amicizia e il rispetto reciproco costruiti nei pettegolezzi si misurano negli anni, e a volte nei secoli.

Ho un amico dal meraviglioso nome di Roberto Budini Gattai, discendente dai Pazzi sterminati dai Medici, già consigliere di Rifondazione Comunista e inquilino del palazzo Budini Gattai, dove da sempre si lascia aperta la finestra da cui una donna molti secoli fa si affacciava sperando che il marito tornasse dalla guerra.

Roberto ha coinvolto un gruppo di storiche famiglie fiorentine in una proposta per l’ex Ogr, un enorme spazio a Firenze, che è stato acquistato per una cifra ridicola da una finanziaria lussemburghese, la Ginkgo 3 di Edmond de Rothschild. Sustainable Urban Regeneration, che già fa venire il voltastomaco.

Sono due visioni del mondo, inconciliabili: usare uno spazio fiorentino per mandare un mucchio di quattrini in Lussemburgo, o fare di uno spazio un luogo dove possa nascere un quartiere, dove le persone che ci vivono possono ritrovarsi?

Non entro nei dettagli, ma credo che sia interessante lo schieramento, perché permette di capire davvero come è fatta Firenze.

Da una parte il Partito Unico, fusione complessa di quelli che furono il PCI e la DC, con tante ottime persone, ma che al dunque appoggia la finanziaria lussemburghese nei suoi progetti for profit e che sghignazza sui nobili nemici del progresso;

dall’altra parte il 15% di fiorentini che abbiamo votato per due liste purtroppo divise di sinistra; una notevole schiera di famiglie aristocratiche fiorentine; e anche buona parte della destra politica, almeno per fare dispetto al Partito Unico. Per fortuna la Destra qui è talmente inesistente, che ha dovuto appoggiarsi a un massiccio e squadrato tedesco, che sulle cose fondamentali, non ha fatto scelte brutte.

Anni fa, un venditore di enciclopedie napoletano apparentemente senza titoli né aristocratici né di studio a parte un’amicizia con Marcello dell’Utri, si comprò quindici palazzi storici a Firenze. Ne fu così contento, da pubblicare su Youtube un video (poi ritirato) intitolato “Vita da ricchi”, dove si faceva vedere mentre veniva portato con un elicottero privato sul Grand Canyon. E quando il Comune in mano al Partito Unico gli concesse qualcosa che non avrebbe dovuto concedergli, lui pubblicò una foto di se stesso, mentre stappava in piscina una bottiglia di Dom Perignon.

Ecco, se nasci ricco, non hai questo bisogno patologico di far vedere che non sei un pezzente. Sei già abbastanza in alto da non provare un piacere morboso a schiacciare qualcun altro sotto i tuoi piedi. Casomai, devi guardarti dai tuoi fratelli... che saltano addosso in coro al fratello idealista per scippargli l’eredità a furia di avvocati (e penso con dolore a diverse persone belle in questa situazione).

In questa città si sono sviluppati in otto secoli, un mondo di aristocratici e un mondo di gente d’arte – artisti o bottegai, fate voi – in intima comunione, perché la balia comunque allattava il signore, e l’orafo poteva entrare a palazzo, e l’aristocratico stesso era in fondo un bottegaio arricchito che aveva fatto mettere al bando i Grandi dei suoi tempi.ù

Poi spiegatemi, cosa c’entra il rosso.

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Remigriamoli… ma tutti!

Stamattina esco di casa, e trovo la strada bloccata da due grandi mezzi dei vigili del fuoco e vari veicoli della polizia metropolitana, nonché della polizia nazionale.

Mi dicono che c’è stato un incendio in un appartamento, al terzo piano.

Penso a qualche cuoca maldestra, e invece…

In quel portoncino, so che ci sono tanti pakistani. Tutti giovani, tutti maschi. Gentilissimi, per quel quasi nulla con cui interagiscono con il resto del mondo.

Come faranno tanti pakistani a pagare l’affitto in un rione ormai in mano ai Bedenbrecfas, dove la maggioranza delle persone che passano ormai hanno i capelli biondi e urlano in americanese?

Nella mia esperienza, i padroni di casa da noi si dividono in due categorie: il 90% di furbi che affittano spazi ai prezzi adatti a un imprenditore della Silicon Valley che quel giorno ha voglia di fare l’Epstein; ma anche il 10% di gente che ti guarda in faccia e dice, “no, ho preferito affittare a un prezzo ragionevole a una persona che aveva bisogno”. Esistono, grazie a Dio.

Per cui non mi permetto di giudicare il padrone di casa; fatto sta, che ha affittato un appartamentino a un pakistano. Il quale ha subaffittato a una decina di pakistani.

Che non hanno dato fuoco alla casa perché volevano distruggere la civiltà occidentale partendo dalla città di Oriana Fallaci.

Hanno dato fuoco alla casa, perché sono esplose le batterie delle loro bici elettriche.

Al terzo piano, perché se le bici le lasci per strada, qui, te le fregano subito (spoiler, no i ladri non sono pakistani).

Ma perché i ragazzotti pakistani dall’aria mite hanno le bici elettriche e noi cristiani no?

Perché per campare, devono correre. Devono correre più veloce della App che ordina loro di caricare-andarecontromano-consegnare-ricaricare in tempi umanamente impossibili.

E quindi ovunque incroci questi delinquenti extracomunitari che violano le leggi sulla velocità per strada, correndo contromano, e mentre guidano la bici, stanno pure a guardare lo smarfo invece della strada, e poi danno pure fuoco alle case della Città di Dante…

Da remigrarli tutti, certo, come chiede Casa Pound.

D’accordo. Ma solo dopo aver messo in galera i padroni delle multinazionali che li mandano. E a quelli, agli investitori, si stendono tappeti di velluto…

https://corrierefiorentino.corriere.it/notizie/cronaca/26_febbraio_09/firenze-incendio-in-3-mini-appartamenti-di-borgo-san-frediano-in-cui-vivevano-dalle-6-alle-10-persone-in-nero-7a0ac34e-3041-480f-a6ca-065749f20xlk.shtml

Firenze, incendio in 3 mini appartamenti di Borgo San Frediano: ci vivevano 10 rider in nero

09 feb 2026

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Facciamo progressi!

Un interessante dialogo nei commenti a questo blog con Francesco, che con ironia esprime bene quella che chiamerei la narrazione neoliberale.

Riporto qui la sequenza della nostra discussione.

Francesco innanzitutto dice,

““Qui si ama scordare che i posti di lavoro degli operai occidentali non sono semplicemente morti, sono diventati i posti di lavoro di operai in tutto il mondo”

Ovviamente ha in parte ragione, la realtà ha infinite sfumature; siccome siamo tra commenti veloci, gli rispondo:

“Cioè se io emigro in Namibia, ritrovo lavoro come traduttore?”

E lui risponde a sua volta con un brano profondo, che merita una risposta che vada oltre la battuta:

“Oh dai, non più che se emigrando in Germania cerchi un lavoro come produttore di ferri di cavallo o di catene per schiavi.

O di telai a mano. O di tela e cordami per navi a vela. O di ruote e finimenti per carrozze. O di tiranti per aerei a elica. O di archi per andare a caccia di mammuth.

Il progresso tecnologico è un dato di fatto, anche se a Tolkien non piaceva per nulla. E precede il capitalismo.”

Io non uso mai il termine “progresso“, che subito stronca qualunque discussione, perché è buono per definizione.

Ma se usiamo altre parole, sono d’accordo sul punto di partenza: nella storia umana, lo sviluppo di tecniche per estrarre più risorse più velocemente, trasformandole in prodotti e scarti, e poi entrambi in rifiuti, a costi sempre minori, è un dato di fatto.

Quindi è vero che c’è stato un momento di picco (diciamo fino agli anni Settanta) in cui questo perfezionamento, mentre aboliva alcuni posti di lavoro ne creava in numero ancora maggiore; il figlio del maniscalco in miseria diventava un operaio alla catena di montaggio, e guadagnava pure di più.

Però siamo sinceri: l’operaio ha un costo pazzesco.

Pagandogli lo stipendio, l’Investitore deve mantenere l’operaio e la sua famiglia, compresi bimbetti neonati che non fanno un tubo di redditizio. Più il proprietario che gli affitta casa. Più magari la pensioncina a Rimini che ospita tutta la famiglia d’estate.

Oltre a pagargli lo stipendio, il povero Investitore – tra contributi e tasse – deve mantenere gli inutili figlioli dell’operaio per vent’anni dalla scuola materna all’università. E la cosa assurda è che deve pure mantenere l’Operaio anche nei due momenti in cui non opera: la malattia e anni e anni di pensione. Che più si spende per curare le malattie, più durano gli anni di pensione.

Da qui si capisce perché le organizzazioni di consulenza imprenditoriale, come la McKinsey, abbiano insegnato che il più grande progresso tecnologico consiste nell’usare l’umano solo nel momento in cui serve; e ridurre il più possibile tali momenti.

Se io fossi cresciuto negli anni Cinquanta, avrei visto migliaia di contadini calare dal paese giù nella fabbrica di città, buttando via – come è davvero successo – opere straordinarie di abilità manuali, tra mobili e attrezzi, per dispetto alla fame nera del passato.

Oggi cosa vedo, guardandomi attorno?

Gli operai in Italia si sa che fine hanno fatto.

Alcuni giovani si costruiscono ancora mestieri come il magistrato o l’avvocato: abbiamo ancora per un po’ un tabù culturale sulla loro sostituzione. Come quelli che cinquant’anni fa esaltavano l’insegnamento del greco nel liceo classico, sento tante voci dire, “eh, ma il tocco umano del giudice è un’altra cosa!” Lo dicevano anche del traduttore…

Però seriamente, pensiamo che un fallibile umano che non si ricorda dove ha lasciato gli occhiali, possa capire più correttamente le (forse) 250.000 leggi in vigore in Italia e la loro interazione… di un unico, invisibile essere elettronico onnisciente, oltretutto gratuito, fornito da un’azienda nelle Isole Cayman che in cambio si accontenta di sapere tutti i segreti dei condannati e degli assolti d’Italia?

I mestieri artigianali poi sono quasi tutti scomparsi, assieme a Valter che faceva i lampioni che ora producono le fabbriche in Cina, e non sono stati sostituiti.

Restano in parte i mestieri artigiani corporei: il parrucchiere, l’idraulico, il cuoco, la prostituta, che mi sembrano gli unici che abbiano davanti qualche decennio di speranza.

Il mondo che possiamo definire velocemente “elettronico” ha per un po’ prodotto un’esplosione di mestieri precari, dal grafico alle signore dei call center.

Se seguiamo il progresso, diventiamo tecnici informatici, quindi!

Certo, solo che non è un mestiere a lungo termine. Nel 1925, nei soli Stati Uniti, hanno licenziato 123.941 informatici; e nel primo mese del 2026, già 24.818. Non poteva essere diverso nel mestiere la cui funzione principale è rendere inutili tutti gli altri mestieri.

Oggi l’amica disoccupata fa le locandine del nostro giardino con Chat Gpt; lei resta disoccupata con due figlioli, ma le locandine sono carine davvero.

Sono diversi mesi che la bella voce femminile che ogni giorno da un numero diverso cerca di spacciarmi qualcosa per conto di Tim è chiaramente fatta con l’intelligenza artificiale, non è nemmeno registrata. Un notevole miglioramento fonetico sulle signore dall’accento albanese che cercavano di intortarmi fino a un paio di anni fa.

Il progresso fa espandere di colpo immensi nuovi orizzonti imprenditoriali – su questo i neoliberali hanno ragione. E portano sicuramente con sé un po’ di lavoro.

La nettacamere è indispensabile per l’immensa macchina planetaria del turismo. Ma deve essere retribuita solo quando serve:

““Tre euro netti per pulire una stanza che viene venduta a 800 euro a notte”. Laura è una cameriera ai piani di un hotel a quattro stelle di Milano. Una delle tante lavoratrici in appalto che reggono il sistema del turismo di una città che da oggi si prepara a vivere il grande evento delle Olimpiadi invernali. “Ogni giorno attacco alle 8.30 – racconta al Fatto.it la sua collega Irene – ci consegnano un foglio dove devi fare 12 camere in 6 ore. Ma se tu non riesci a fare le tue 6 ore sei pagato per le camere che fai, dunque è come se fossimo pagati a camera, non a ore”. Quanto si porta a casa al mese? “Dipende, ma in media sui 800-900 euro”. E come si fa a vivere con quelle cifre a Milano: “In tante vivono fuori, se no ci si arrangia, questo è il mondo del turismo”.

800-900 euro?

Per fortuna, adesso la 1x Home Robots, di Palo Alto, sta lanciando Neo Robot, la Nettacamere automatica che sa fare tutto tranne che lamentarsi con il Fatto Quotidiano.

Per ora costa ancora 499 dollari al mese: già meno di quello che prendono Laura e Irene, ma si può sperare che i prezzi calino presto. E probabilmente è anche più simpatica, infatti il sito ci dice:

“Poni domande a NEO e avrai accesso immediato alla conoscenza, all’intelligenza personalizzata e anche a una battuta”.

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“Il capitalismo funziona!”

Immaginiamo un tipico messicano del Gonfalone del Drago Verde di Firenze, dandogli il nome banale di Miguel Martínez.

Martínez fa il traduttore e si fa pagare 0.06 euro a carattere che batte sulla tastiera.

Cala un’App, che costa 0,00 euro a carattere e a essere sinceri, funziona benissimo.

La stessa App contemporaneamente estrae da noi miliardi di dati e di segreti e fattacci personali, che trasforma magicamente in miliardi di dollari, anzi nel più grande cumulo di miliardi della storia umana; ma non ce ne accorgiamo minimamente, perché in termini puramente monetari, “è tutto gratis“. E’ fantastico: confidandogli i nostri innamoramenti, noi compriamo lo yacht da 500 milioni di dollari per Jeff Bezos, e poi lo ringraziamo pure.

La gente comprensibilmente preferisce l’App a Martínez.

A partire da Martínez stesso, che se deve tradurre un articolo di The Guardian da mettere sul blog, preferisce fare clic che passare mezz’ora a tradurre. Che poi, visto che è diventato disoccupato, una mezz’ora ce l’avrebbe a disposizione, è solo pigrizia…

Risultato, Martínez non ha più i soldi per comprare il pane dal fornaio.

Per fortuna il pane al supermercato costa la metà di quello che costa dal fornaio, grazie a un sistema che riduce a praticamente a zero quanto va a quello che chiamiamo ancora il “contadino”. Il contadino sopravvive però grazie ai fondi europei pagati con le nostre tasse. Fondi che il contadino usa nella maniera che esige il supermercato per fare felice Martínez, cioè per fare grandi distese nutrite a diserbanti e insetticidi e coltivate da trattoroni e immigrati clandestini.

Ma se un giorno decideranno di togliere i soldi al contadino, ci sono sempre immense piantagioni coltivate con i droni, in Brasile o qualche altro luogo del genere. Che un drone costa sempre meno di un bracciante nigeriano.

Per cui il fornaio chiude, ma Martínez non è un fornaio e la cosa francamente gli interessa il giusto. Tanto lui c’ha pure la casa di proprietà, mentre attorno a lui tutti quelli in affitto vengono cacciati dagli ufficiali giudiziari, per farne bedenbrecfas che mandano soldi a una società californiana, ma la cosa funziona: se Martínez volesse dormire una notte a Padova o a Pechino, gli basterà fare clic per trovare alloggio.

La finanziaria delle Isole Cayman che possiede il supermercato che vende il pane a Martínez ha ancora il problema ovviamente di dover pagare lo stipendio – e pure le ferie e le malattie – a qualche commesso, per cui chiede alla McKinsey come fare.

L’esperto suggerisce di tagliare ancora usando i rider pakistani che corrono contromano in bici elettriche truccate per soddisfare l’App che li manda.

E così Martínez, che non è un fornaio, non è un commesso, è ancora più felice: paga meno ancora, e ha pure il servizio a domicilio come i signori di una volta.

I rider sono decisamente un progresso sui commessi.

Ma costano sempre qualche centesimo al Martínez, per cui la tappa successiva sono i counter.

Che almeno dalle immagini, sono luoghi in cui donne bellissime incontrano giovani uomini appetibili:

Invece di portare il pacco proprio a casa, me lo portano a un punto vicino casa.

Che voi direte è un regresso, il povero Martínez deve camminare venti metri ogni volta che arriva un pacco, ma invece di un rider che si fa pagare tante ore per portare cento pacchi, arriva un furgone che li scarica tutti insieme in pochi minuti al counter. E così Martínez risparmia ancora. Win win!

In un primo momento, tutto questo processo ha aumentato in modo incredibile il lato piacevole della vita (lavorare in un ufficio con l’aria condizionata anziché in miniera, trovare banane somale a poco prezzo al supermercato, ecc. ecc.), e così siamo arrivati all’equazione capitalismo=democrazia”.

Costanzo Preve aveva colto con una battuta geniale i tre pilastri del sistema che il capitalismo pochi decenni fa produceva:

Una CULTURA di SINISTRA

Un’AMMINISTRAZIONE di CENTRO

Un’ECONOMIA di DESTRA

Firenze, insomma.

Solo che il processo è velocissimo – il mondo di Costanzo Preve, morto appena nel 2013, è un altro pianeta rispetto a quello in cui viviamo noi.

Il processo porta necessariamente in fondo, proprio perché ha dietro di sé la forza di tutti i Martínez del mondo cui fa tanto comodo. Solo che l’essenza del processo è la trasformazione a velocità sempre maggiore di risorse in prodotti e scarti, e poi di prodotti in rifiuti.

E di passaggio allo stesso tempo della ricchezza in sempre meno mani.

A un certo punto, ci troviamo con risorse sempre meno accessibili, sempre più rifiuti (tipo un cucchiaino di microplastiche nel cervello di ciascuno di noi) e una decina di miliardari che hanno più soldi di tutto il resto dell’umanità messa insieme.

I fattori sono innumerevoli, ma per la grande maggioranza, la coperta si è fatta corta, almeno nel cosiddetto Occidente: dopo la Crescita, è iniziata la Decrescita, che non è il simpatico progetto di piccoli contadini del Chianti, ma l’esito reale, tangibile e inevitabile del processo.

Quando la coperta si fa corta, chi è più forte, la tira a sé, e saltano due dei tre pilastri di Preve. Da quando bisognava stare attenti a non usare il pronome sbagliato per maschi biologici che si credevano donne, si passa di colpa a tempi in cui è lecito e anzi divertente ammazzare diciottomila bambini a Gaza perché la coperta è nostra.

Tempo fa, il presidente della superpotenza economico-nucleare che si chiama Stati Uniti, disse una grande verità:

Sometimes you need a dictator!”

Cosa che ha suscitato il solito scandalo impotente che segue ogni esternazione dello speculatore immobiliare che deve tutto al bisnonno immigrato che ebbe lo spirito d’impresa di aprire un bordello per cercatori d’oro nel Klondike.

Ora, l’inglese è un po’ ambiguo. Se con quel you si riferisce proprio a me, io di un dittatore non ne ho bisogno di sicuro.

Ma la cosa cambia, se traduciamo con l’impersonale “si”: “si ha bisogno, c’è bisogno, di un dittatore”.

Questi tempi impongono un dittatore.

Il dittatore Trump aveva un amico profeta, il geniale Jeffrey Epstein, che sta ai tempi che ci attendono, come Voltaire stava ai suoi.

Mentre noi ancora credevamo alla pace e alla democrazia, Epstein già capiva che il futuro che funziona sarebbe stato un unico, immenso stupro.

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Un invito alla privacy

Allora, un modo concreto di dare una mano a questo blog, che aiuta anche voi.

Come sapete, esistono i supermiliardari della rete, per i quali lavoriamo giorno e spesso anche notte gratis regalando loro tutto ciò che di più intimo abbiamo, e poi vengono a dire che sono loro che ci regalano qualcosa…

Esiste una bella eccezione, che è Proton Mail, infatti la mail che utilizzo di solito (anche se non compare qui) è proprio di Proton Mail:

“I provider di posta elettronica più diffusi, come Gmail, Outlook e Yahoo, scansionano il contenuto delle tue e-mail e utilizzano il tuo indirizzo e-mail per creare un profilo dettagliato su di te e trarre profitto dai tuoi dati.

La crittografia end-to-end e la crittografia zero-access di Proton Mail garantiscono che solo tu possa vedere le tue e-mail. Nemmeno Proton può visualizzare il contenuto delle tue e-mail e dei tuoi allegati.

I tracker delle e-mail comunicano ai mittenti e agli inserzionisti cosa leggi e su cosa clicchi, e possono seguirti ovunque sul web.

Proton Mail ti protegge da queste spie digitali e impedisce alle aziende di monitorarti.”

Io uso Proton Mail da anni. Già la versione gratuita ti offre parecchio spazio, comunque per usufruire di tutti i servizi di Proton (Drive, calendario e tante altre cose) oggi uso la versione a pagamento (3.99 € al mese) e non me ne pento.

Adesso c’è un’opportunità che permette a voi di provare per due settimane tutti i servizi di Proton Mail gratuitamente.

Se volete restare sul piano gratuito (occhio a disdire in tempo con la carta di credito!), avrete comunque un’ottima mail a prova della morbosa curiosità di Bezos, con parecchio spazio.

Se invece volete passare alla versione a pagamento, io riceverò 20 euro di crediti sul mio conto Proton, potrò risparmiare quindi cinque mesi…

Per provare, potete aprire una mail su Proton seguendo questo link, che è quello mio personale di referrer:

https://pr.tn/ref/DVRFDQNJ

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