Local Futures per i fiorentini!

Domani giovedì 7 alle 20, L0cal Futures all’Odeon!

Se siete di Firenze, conoscete sicuramente l’Odeon, grandiosa opera architettonica del primo Novecento e anche ultimo cinema storico a conduzione familiare, nonché – grazie proprio alla conduttrice, Gloria Germani – una sorta di agorà filosofica per chi non si ritrova nel mondo come ce lo presentano.

Dopo la catastrofe Covid, la conduttrice si è trovata a scegliere se vendere il tutto a speculatori internazionali, o cercare qualcuno che la aiutasse a tenere vivo l’Odeon: ha trovato un editore fiorentino, che ci farà anche una libreria e inevitabilmente anche qualche attività di ristoro.

Una parte della borghesia fiorentina ha storto il naso, ma non credo che abbia ben chiara l’alternativa.

Che è l’ottocentesco Teatro Comunale, venduto sottocosto qualche anno fa dal Comune a una cordata misteriosa in cui spiccava l’eterno babbo di Renzi, poi rivenduto con profitto (per la cordata, non per il Comune) alla Cassa Depositi e Prestiti e infine alla multinazionale Hines che l’ha raso al suolo, anzi ha fatto una buca diversi piani sotto il suolo.

Comunque domani alle 20, l’Odeon ospita l’anteprima italiana di un documentario molto importante, chi viene mi scriva in privato!

 (cinque euri per entrare, ma mi sembra il minimo sia per aiutare la documentarista, sia per salvare l'Odeon).

LOCALIZZAZIONE – LA RIVOLUZIONE SILENZIOSA

Giovedì 7 Luglio (alle ore 20), in anteprima italiana, arriva all’Odeon LOCALIZZAZIONE: LA RIVOLUZIONE SILENZIOSA, il nuovo film documentario diretto da Helena Norberg-Hodge (acclamata autrice del best-seller mondiale e del film L’economia della felicità) e prodotto dalla sua organizzazione no-profit Local Futures.

In tutto il mondo sta emergendo una rivoluzione silenziosa. Lontano dagli schermi dei media mainstream, viene messa in discussione la rozza narrativa, che ha dominato il pensiero economico per secoli, secondo cui “più grande è sempre meglio”. Proprio mentre le persone lavorano per proteggere e ripristinare le loro economie locali, le loro comunità e il mondo naturale, vi sono innumerevoli iniziative di diversa natura che stanno mostrando un nuovo percorso per l’umanità. È un percorso che mira a localizzare piuttosto che globalizzare, che collega piuttosto che separare e ci mostra che gli esseri umani non devono per forza essere il problema: noi possiamo essere la soluzione. Il film vede la partecipazione di celebri artisti  ed  intellettuali di tutto il mondo, tra cui Noam Chomsky, Vandana Shiva, Helena Norberg-Hodge, Naomi Klein, Russell Brand, Jane Goodall e Gabor Maté. Il film è una chiamata all’azione tempestiva e convincente.

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Google, il Garante della Privacy e un invito a scrivere a Beppe Grillo

Qualche giorno fa, pubblicai qui un articolo sul pronunciamento del Garante della Privacy sull’illegalità del trasferimento di dati verso gli USA da parte di Google Analytics.

E invitai i lettori a scrivere ai siti fuori norma, cioè che utilizzano Google Analytics.

Avevo segnalato anche un sistema un po’ complesso e incerto per capire come scoprire se un sito lo utilizza.

Da allora ho scoperto un metodo molto più semplice e sicuro.

Su Chrome (che normalmente non uso, tanto che me lo sono dovuto installare apposta) ho messo un’estensione chiamata Google Tag Assistant Legacy, che fa vedere tutto ciò che “di Google” c’è su un sito, in maniera dettagliata: e ho mandato dei gentili messaggi di avvertimento a vari siti, dove Google Tag Assistant indicava specificamente la presenza di “Google Analytics”.

Ho trovato però che molti siti hanno Gtag, uno strumento che permette di raccogliere tutti i servizi Google.

Spesso, l’estensione suggerisce di aggiungere Google Analytics al sito, come ad esempio fa il blog di Beppe Grillo:

I siti così sono fuori norma o no?

Ho scritto a un esperto, che mi ha risposto:

dal punto di vista normativo la questione è piuttosto semplice:

se un sito integra chiamate verso un qualsiasi servizio di Google (Google Analytics, Google Tag Manager, Google Font, Google Maps, Google Cloud…) viola il GDPR, come chiarito dalla sentenza Schrems II;

il Garante Italiano, interrogato su Google Analytics per uno specifico sito Web, ha semplicemente ribadito il concetto espresso dalla Corte di Giustizia Europea con tale Sentenza.

E naturalmente 1 si applica non solo a Google (mica ce l’abbiamo solo con Google noi! 😇) ma a qualsiasi servizio di qualsiasi azienda statunitense che comporti un trasferimento di dati in chiaro

La norma che viene violata è il GDPR e sappiamo che viene violata perché l’ha stabilito una volta per tutte la sentenza Schrems II.”

Quindi, sì. Il blog di Beppe Grillo è fuori norma, e gli si può scrivere tranquillamente a web@beppegrillo.it. E ovviamente a tutti gli altri che riuscite a identificare…

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Di cipressi, rasoi e tamburi

Una coppia.

Lui dall’aria distaccata e ironica, lei che dà un’impressione di grande energia.

Lei si versa il prosecco, e inizia a parlare con un inglese di cui si gode ogni suono.

“Questa è l’ora magica, e mi piace guardare quei cipressi. Li ho contati, sono centottantacinque, e li ha piantati ad uno ad uno sua nonna. Prima, su questa collina di Firenze, non ce n’era uno di cipressi.”

Confermo, ho visto anche le foto delle colline sotto Fiesole cent’anni fa, cave brulle di pietra serena prima che arrivassero gli inglesi.

Io sono nata ottantaquattro anni fa nei Caraibi, avevo quattro nonni.

Uno ebreo polacco; una indiana; uno africano; una polacca cristiana. Erano tutti in fuga da qualcosa.

Un giorno di settantanove anni fa, il nonno ebreo ci chiama e ci dice, se non conoscete Shakespeare, non capirete nulla della vita!

E prese un rasoio di quelli che usavano allora, praticamente un coltello a scatto, e iniziò a farsi la barba davanti a noi. Poi si tagliò di proposito, si toccò il sangue con le mani e gridò con le parole di Lady Macbeth:

“Out, damned spot! out, I say!”

Per questo, ho passato trent’anni a fare la regista di opere di Shakespeare.”

Un altro sorso di prosecco.

“Dovevo fare la regia di un’opera teatrale di Wole Soyinka in Inghilterra, e lui mi disse che per capirla, dovevo visitare la Nigeria.

Io e lui eravamo all’università di Ibadan. Mi riceve il rettore e mi porta alla facoltà di musica, dove mi accoglie il direttore, un uomo piccolo piccolo. Mi porta nell’aula dove si insegna tamburo. Con i suoi allievi schierati davanti con i loro strumenti.

In silenzio, l’omino si piega e si piega ancora, poi resta fermo. Si alza lentamente e nell’attimo in cui si è raddrizzato, iniziano a suonare i tamburi.

Ma non ha nulla a che fare con i tamburi che conosciamo noi: suonano con dieci dita, come se fosse un pianoforte, e ogni dito crea suoni diversi.

Alla fine, silenzio.

Poi l’omino dice, “era il tuo nome”.

“I was truly gobsmacked.

Quando mi vedono in Africa, mi prendono per una di loro dall’aspetto, ma in realtà sono occidentale, e a differenza degli africani, noi ci chiediamo sempre, “cosa significa?”

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Google: Garante privacy stop all’uso degli Analytics Dati trasferiti negli Usa senza adeguate garanzie

Aggiornamento importante: qui si descrive un modo più semplice per arrivare a capire se un sito è fuorilegge o no.

Due giorni fa – ma ne sono accorto solo stamattina – leggo la splendida notizia che si vede nel titolo: Google Analytics è fuorilegge in Italia, perché viola il GDPR.

Il Garante parla chiaro:

“Il sito web che utilizza il servizio Google Analytics (GA), senza le garanzie previste dal Regolamento Ue, viola la normativa sulla protezione dei dati perché trasferisce negli Stati Uniti, Paese privo di un adeguato livello di protezione, i dati degli utenti.”

“Il Garante ha evidenziato, in particolare, la possibilità, per le Autorità governative e le agenzie di intelligence statunitensi, di accedere ai dati personali trasferiti senza le dovute garanzie, rilevando al riguardo che, alla luce delle indicazioni fornite dall’EDPB (Raccomandazione n. 1/2020 del 18 giugno 2021), le misure che integrano gli strumenti di trasferimento adottate da Google non garantiscono, allo stato, un livello adeguato di protezione dei dati personali degli utenti.”

Poche settimane fa, è partita l’iniziativa Monitora-PA, che con una PEC ha invitato tutti i siti della Pubblica Amministrazione d’Italia a cessare di utilizzare Google Analytics; evidentemente Monitora-PA ha colpito nel segno.

Il 22 giugno sera, Monitora-PA ha mandato un secondo giro di PEC alle amministrazioni che continuavano a usare Google Analytics; la decisione del Garante, che però riguarda tutti i siti d’Italia, risale alla mattina dopo.

Ovviamente, ci sono molti motivi per togliere Google Analytics dai propri siti web.

Personalmente ho pensato di fare una piccola cosa, imitatemi se volete…

Sui siti italiani che visito:

1) controllo se utilizzano Google Analytics

2) se lo fanno, mando una mail, da semplice utente, per segnalare la violazione di quanto disposto dal Garante della Privacy.

Un esempio concreto.

Andate su https://partitodemocratico.fi.it/.

Fate clic con il tasto destro su un punto qualunque della pagina e poi scegliete View Page Source (credo che in italiano sia qualcosa come, Visualizza sorgente pagina).

Vi si aprirà una schermata con tanta roba strana.

Cercate UA-

Se il Partito Unico è rispettoso dei diritti dei visitatori e ligio alle direttive europee, non troverete nulla.

Se invece se ne sbatte, troverete UA- seguito da una serie di numeri, come qui:

 This site uses the Google Analytics by MonsterInsights plugin v8.5.0 - Using Analytics tracking - https://www.monsterinsights.com/ 
							="//www.googletagmanager.com/gtag/js?id=UA-xxxxxx"  data-cfasync="false" data-wpfc-render="false" type="text/javascript" async>

Per par condicio, potete divertirvi a controllare https://legaonline.it/ (“Bastano pochi minuti per iscriverti alla Lega, direttamente dal tuo PC o smartphone!”) e vedere se per caso i nostri sovranisti vendono i tuoi dati allo straniero (e pure a gratis, da farlocchi insomma).

Vedete se trovate una cosa tipo questa:

"957cce89a3293708636d31d1-text/javascript" data-category="functional" src="https://www.googletagmanager.com/gtag/js?id=UA-135697192-2"

Questo metodo molto semplice non dà falsi positivi, ma può dare falsi negativi. Quindi prima di dire che tutto va bene, potete provare il metodo “definitivo” che suggerisce questo sito.

Tutto questo deve essere solo un inizio, un modo un po’ giocoso per cominciare ad affrontare un immenso problema.

Ad esempio, grazie alla DaD, nove scuole italiane su dieci regalano i dati dei loro studenti e insegnanti alle multinazionali statunitensi:

https://altreconomia.it/la-scuola-italiana-al-mercato-dei-dati/

https://zenodo.org/record/6439508

http://www.tesio.it/2022/05/01/A_Scuola_da_Google.html

Aggiornamento:

Giacomo Tesio, uno dei promotori dell’iniziativa Monitora-PA, mi scrive un’importante precisazione:

● il secondo giro di PEC è partito il 4 giugno, invitando le PA ad interrompere il trasferimento illecito entro 15 giorni: http://monitora-pa.it/2022/06/04/4155-nuove-PEC.mp4
● il 22 giugno abbiamo scritto una segnalazione al garante con l’elenco delle 3230 PA che non l’avevano interrotto al 21 giugno (data in cui abbiamo eseguito l’osservatorio): http://monitora-pa.it/2022/06/22/segnalazione-al-garante.html
● il 23 giugno il Garante ha pubblicato il suo comunicato a riguardo: https://www.garanteprivacy.it/home/docweb/-/docweb-display/docweb/9782874

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Florence, Firenze, Fiorenza

Di solito traduco, rare volte insegno inglese.

Lo faccio con poche persone, scelte.

Da traduttore, esercito uno dei più antichi mestieri del mondo, dove il godimento del cliente è ciò che mi permette alla fine di andare a fare la spesa.

L’anglobale ha un ruolo criminale nel mondo, come sistema di scambio universale delle merci.

Dicono tanti italiani, è una lingua facile e quindi stupida. O lo sarebbe, se non avessero pure deliberatamente scelto di metterci come unico scoglio un’ortografia insensata.

Il ruolo dell’anglobale è analogo, non al latino medievale, ma al fiorino che ha reso possibile gli scambi che hanno portato a tutto ciò che viviamo oggi.

Però l’inglese ha anche una sottile capacità di perversione del linguaggio e delle menti, che non è stupida, anzi poche altre lingue riescono a generare tanto male.

Cutting edge, fremium, deadnaming, actioning, gender affirming surgery, carbon neutral, bottom line e infiniti altri delitti. Lascio che mi penetrino già tutti i giorni per campare, non voglio avvelenare ulteriormente un mondo già morente.

Però a volte colgo l’esistenza di italiani in grado di percepire qualcos’altro.

Non importa che capiscano “bene” o no quello che ci presentano come lingua inglese, l’importante è che capiscano.

Con loro, parlo di Dick Gaughan, scozzese, che ci ricordò che la prima colonia dell’impero britannico fu l’Inghilterra.

La lingua inglese è stata la prima colonia dell’anglobale.

L’altro giorno, ho fatto una lezione incentrata su Jehanne Mehta, che ho conosciuto perché ha scritto una raccolta di versi sui tassi, i nostri sacri e silenziosi alberi velenosi e scuri. Per una taxus baccata, in piccolo, abbiamo cambiato un frammento della storia del nostro rione.

Prendo per voi un solo verso di Jehanne Mehta, dal prologo a Heart of Yew. Che foneticamente, può essere tanto, “cuore di tasso”, quanto “il tuo cuore”.

Sono tre righe intraducibili:

“this spring about to uncoil,
all at once in ripples,
out of bole and bough”

Intraducibili, perché abbiamo un unico, antichissimo monosillabo, spring, che ha il senso di energia che improvvisamente sgorga fuori (quindici sillabe, in italiano).

monosillabi - un-coil è un monosillabo più la sua negazione, ripple lascia con il dubbio, se la elle sia una sillaba a sè, atona, o un pezzo del monosillabo, a-bout è certamente un monosillabo con un prefisso. Ma è facile fare monosillabi quando si hanno tanti suoni a disposizione.

Spring è la molla, quindi, “pronta a svolgersi”, uncoil, il contrario di colligere, di essere rannicchiato tutte insieme come il feto nel grembo.

Spring è la sorgente, che sgorga in ripples, le piccole increspature sull’acqua.

Spring è la primavera, che emerge dal tronco e dai rami dell’albero.

L'inglese è una lingua farmaco, che avvelena e guarisce.

Un quattordicenne altissimo mi racconta invece del suo maestro, che è dei nostri sanfredianini.

Il Maestro, che credo vada sui settanta, gli ha insegnato il karate.

Il maestro del Maestro ha molti più anni, ma quando si mette alla prova, vola.

Il Maestro ha raccontato ai ragazzi del dumilaevventi, che lui ha iniziato a lavorare a dieci anni.

Poi per una vita ha fatto un mestiere da bottegaio fiorentino: il tassista.

Il quattordicenne ascolta e si guarda attorno, e mi racconta di aver visto un bimbo dell’asilo, che quando la sua mamma gli chiedeva di tenergli per un momento una borsa, rispondeva tutto stizzito, NO! E pensa al Maestro…

Jehanne Mehta è England, il Maestro è Firenze.

Ho appena finito di leggere un romanzo su Firenze, dell’amico inglese Paul Cudenec, The Fakir of Florence.

Paul Cudenec scrive sotto la sigla della quercia d’inverno, The Winter Oak.

Siamo querce, ma in questa torrida estate, è profondo inverno, ci teniamo dentro le foglie del futuro

Magari un giorno vi racconto della trama di questo bizzarro e affascinante racconto su Firenze, ma credo che colga l’essenziale: la Firenze rinascimentale è stata insieme una straordinaria visione del mondo, e un sistema criminale di arricchimento personale.

Ma in fondo, non è stato anche il destino della lingua inglese?

E allora intuisco vagamente, una sorta di guerra di liberazione parallela, tra Firenze e Florence. Che faccia fiorire Fiorenza.

E proprio oggi sono andato al Palmerino. Ad ammirare, tra l’altro, le colline sotto Fiesole, che un secolo e passa fa erano tutte cave brulle, e che gli inglesi hanno trasformato in foreste di cipressi.

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L’Artigiana che Fa Come Vuole

Nel caldo afoso di questi giorni, entro nel vicolo storto, e quasi sotto l’arco se ne sta fuori dalla sua bottega l’Artigiana che Fa Come Vuole.

Vive, assieme al marito, nella piccola bottega, una stanzetta umida al piano terra, da quando non possono più pagarsi l’affitto di una casa.

Insieme. ormai da decenni, creano anelli, braccialetti, collane, orecchini.

Lui, che ha mani incredibili ma pochissime parole, su un tappetino a Bologna, vendeva molti anni fa le sue creazioni, e incontrò la splendida studentessa nordica, un po’ feroce… Vissero a lungo tra i monti, ebbero una figlia il cui cuore, dicono, fu rovinato per sempre dal vaccino per il Covid, e che oggi se ne sta nel Bhutan…

Le mani sono soprattutto di lui, ma la forza sta in lei, e le figure sono di donne, femmine, madri possenti.

Lei mi fissa con i suoi occhi colore del Baltico e mi parla nel suo italiano perfetto da aristocratica inglese.

“Sai che adesso mangiamo una sola volta al giorno?”

“Sei vegetariana, vera?”

“Sì, e stiamo benissimo così, perché tutto dipende dalla qualità di cosa mangi.

Ti ricordi quando mi diagnosticarono un tumore mortale all’utero?”

Sento una delicata enfasi ironica sull’aggettivo.

“Certo, ma quando è stato?”

“Dieci anni fa. Allora parlai con un primario dell’ospedale di L., che mi disse che per ogni tumore all’utero che diagnosticano, i medici prendono 24.000 euro.

E mi disse due cose:

‘Innanzitutto, quando un medico ti fa una diagnosi così, fagli le corna e mandalo a farinculo.

Secondo, mangiate un solo pasto al giorno'”.

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Sessanta Hiroshima, ma non preoccupatevi per le radiazioni

L’altro ieri, in piazza Santa Maria Novella, ho sentito Francesco Cappello raccontare la storia dei rigassificatori. Credendo che le sparasse un po’ troppo grosse, sono andato a controllare. No, le cose stanno proprio come dice lui.

Una mia premessa:

Nell'essenziale, gli europei sono ricchi, perché sono i migliori aggeggioni del mondo.

Ma non hanno risorse: quelle le devono prendere con le buone o le cattive, al resto del mondo, altrimenti collassano. 

L'impero olandese, quello britannico, quello francese, il fascismo, il nazismo e l'Unione Europea, a diversi gradi di gentilezza e diplomazia, hanno tutti funzionato così.

Fino a pochi mesi fa, l'Europa alimentava la sua fiorente economia con il gas russo. Poi ha deciso di sanzionare la Russia, con l'obiettivo di chiudere del tutto i rubinetti, azione in cui i russi stanno anticipando l'Europa, pare. 

La principale alternativa al gas russo è il gas liquefatto e rigassificato.

Negli Stati Uniti ti raffreddano 600 metri cubi di gas fino a trasformarli in un metro cubo di liquido, li caricano su una nave gigantesca che attraversa l’oceano, e vicino alle coste del paese compratore, li riscaldano in appositi rigassificatori, per trasformarli in gas che poi viene inserito nei normali tubi dell’acquirente.

Il gas liquido, per essere tale, deve trovarsi a -161 gradi, che è più freddo dei campi da sci di Dubai.

C’è già un rigassificatore galleggiante (tecnicamente una Offshore FSRU, Floating Storage Regassification Unit) da noi, una nave lunga 300 metri (come tre campi di calcio) e alta 50.

Si trova ancorato a 22 chilometri al largo del porto di Livorno, e con un’area di interdizione totale, del raggio di 3,7 chilometri, attorno alla nave stessa.

Precauzioni dovute: se dovesse succedere la minima cosa all’impianto di raffreddamento, l’acqua del mare – immensamente più calda – farebbe esplodere la nave. Francesco Cappello, che credo insegni fisica, ha fatto “qualche conticino”: il contenuto energetico a pieno carico del rigassificatore di Livorno è “pari a più di 50 bombe di Hiroshima“.

Tranquilli, senza radioattività, solo il botto.

Adesso il ministro e impiegato di fabbricanti d’armi, Roberto Cingolani, di cui abbiamo parlato varie volte, ha deciso, d’accordo con il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, di piazzare un rigassificatore ancora più grosso direttamente dentro il porto di Piombino.

Cappello calcola che la nuova nave avrà un valore di sessanta Hiroshima.

Proiezione sul porto di Piombino delle aree di protezione attorno al rigassificatore di Livorno

Siccome i piombinesi sono chiamati a salvare le libertà dell’Occidente, è interessante riflettere su cosa la vicenda ci dice a proposito.

La nave si chiama Golar Tundra, e apparteneva alla Golar LNG, che ha sede a Bermuda, però ci viene detto vagamente essere una ditta “norvegese“.

E in effetti il CEO della Golar LNG, il signor Karl-Fredrik Staubo, ha un’aria decisamente ariana:

Staubo ha venduto la Golar Tundra per 350 milioni di euro allo Snam.

E scopro che lo Snam è una fusione tra la Cassa Depositi e Prestiti (cioè lo Stato italiano) e una ditta il cui proprietario è… lo Stato cinese.

La Golar Tundra “naviga attualmente sotto bandiera della Marshall Island” , per cui quando non ci sarà più Piombino, l’Italia almeno saprà che paese bombardare per vendicarsi.

Piombino, va ricordato, è uno dei comuni operai storicamente più “rosso” d’Italia: alle ultime elezioni, i due terzi dei piombinesi ha votato per un sindaco di Destra, per merito esclusivo della Sinistra e delle speculazioni e alleanze economiche dei suoi politici.

Adesso Cingolani ordina il sacrificio supremo a Piombino:

“Piombino può dire di aver fatto un’operazione per l’Italia che non ha fatto nessun altro e per questo dovrà avere compensazioni adeguate […].

Senza questa soluzione dovevo staccare la luce e chiudere le fabbriche all’Italia.”

Per fortuna, in Italia – forse specie nel sud della Toscana – quelli che chiedono a te di sacrificarti per loro in cambio di una medaglia non risultano molto credibili.

E infatti la popolazione è scesa compatta in piazza (e con le barche anche in mare), a prescindere da orientamente partitici, per respingere l’elezione a Città Kamikaze d’Italia.

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Anche tu, sbirro volontario per i padroni?

Nella premessa, ricordiamo brevemente che cos’è la Alexa di Amazon.

Nel seguito, vediamo in azione la Mozilla Foundation, che un tempo era un covo di nerd coraggiosi e pronti a denunciare i monopoli informatici. E che oggi invita i suoi amici a diventare sbirri volontari per conto dei padroni, in nome, come vedremo, dell’inclusione.

Credo che dica più o meno tutto ciò che ci sia da dire sul ruolo dei Progressisti dei nostri tempi.

Amazon è una Persona Giuridica che in Europa riesce a far fuori chiunque, anche perché la sua sede lussemburghese non paga tasse, a differenza della cartolaia Costanza di Via Sant’Agostino.

Amazon è una società quotata in borsa, i cui principali azionisti – Blackrock e Vanguard – sono i principali azionisti di praticamente qualunque altra cosa al mondo. Eccovi un piccolo assaggio:

  • la Apple, la Microsoft, Alphabet (Google), Meta (Facebook);
  • i circuiti finanziari e bancari come Visa e Morgan Chase;
  • la Exxon e tutte le principali imprese di energia del mondo;
  • la Pfizer con tutto ciò che implica;
  • la PepsiCola e la CocaCola e la Disney…

Queste finanziarie non detengono necessariamente percentuali molto grandi delle azioni, ma sono sempre abbastanza da essere decisive in società dal capitale molto frazionato. E quindi gli stessi due o tre fondi di investimento coordinano tutte queste società, dentro un unico quadro strategico, e hanno quindi gli stessi interessi anche tra di loro.

Il capitalismo occidentale ha già realizzato il monopolio pressoché totale.

Amazon ha anche fisicamente in mano una quantità inimmaginabile di dati (cioè l’immagine speculare delle nostre vite), nei server della Amazon Web Services, che, come abbiamo già scritto

“tra l’altro ospita il Cloud della marina militare americana. Amazon ha riciclato ben 25.000 militari americani come tecnici, che si fanno chiamare gli Amazon Warriors; e ha firmato un accordo con l’esercito inglese per fare altrettanto: il neofeudalismo implica infatti la fusione tra ciò che un tempo chiamavamo pubblico e privato.

Ora, questa rete finanziaria-energetica-informatica-militare, operando sotto la sigla Amazon, ha partorito un dispositivo, Echo, il cui software ha il simpatico nome di Alexa: l’accattivante robottino capace, ci assicura la pubblicità, anche di raccontare barzellette e di seguire ogni nostro capriccio (ma non dice le parolacce).

Alexa è cloud based, cioè ascolta e osserva i suoi acquirenti e manda tutto ciò che riceve a una “nuvola”: e cioè ad Amazon, e Amazon dice ad Alexa come divertire i clienti.

Ora, Amazon dice che di Amazon ti puoi fidare, e se fai clic su questo e quest’altro, non ti manderà mai la pubblicità del whisky solo perché ordini ad Alexa di versartene in continuazione.

In realtà, quello della pubblicità mirata è un falso problema.

Uno, perché i dati dei clienti comunque li ha Amazon e puoi solo fidarti di loro.

E sperare che nessun hacker penetri mai le loro difese; che i 25.000 militari americani che ci lavorino siano fedeli esclusivamente alla ditta e non allo Stato; che quando cambiano le leggi o la proprietà non cambierà nulla.

Due, perché a mano a mano che il mondo scricchiola, viviamo e vivremo sempre più emergenze, e nell’emergenza la normalità salta. E se i governi dovessero ordinare ad Amazon di segnalare chiunque starnutisca in casa, o chiunque abbia un accento russo?

Sono tutte considerazioni abbastanza ovvie.

Bene, ieri mi arriva un messaggio della Mozilla Foundation, la madre del browser che (ancora) uso, Firefox. E fino a pochi anni fa, una bella risorsa di indipendenza informatica.

La Mozilla Foundation ha recentemente licenziato 250 dipendenti, e subito dopo firmato un accordo con Google, che le darà mezzo miliardo di dollari l’anno.

La Mozilla Foundation attuale incarna bene l’archetipo della sinistra liberal: da qualche anno, i messaggi che mandano ripetono sempre di più un messaggio che potremmo riassumere così:

“Noi, persone comuni, non dobbiamo avere paura di dirgliene quattro a quel vigliacco di Zuckerberg! Troppa gente soffre perché legge cose preoccupanti su Facebook! Esigiamo che Zuckerberg censuri tutto! Che i suoi algoritmi scovino e stronchino ovunque i Disinformatori!”

E se la gente osa autorganizzarsi al di fuori dell’acquario di Facebook, come i pionieri di Internet, Mozilla chiede che si censuri anche lì.

Questa volta, la Mozilla Foundation ha superato ogni limite finora noto di asservimento.

Però guardate con che elegante formulazione liberal-inclusivo lo fanno, e come l’invito a lavorare gratis per Amazon viene presentato con la frase, Move over, Alexa, all’incirca “Spòstati, Alexa che arriviamo noi, la ‘Voce Comune’!”

“Dagli assistenti virtuali ai traduttori vocali in tempo reale, l’attivazione vocale sta diventando la norma – c‘è solo un problema.

Per funzionare bene per tutti, questa tecnologia ha bisogno di dati provenienti da una serie di voci, che la maggior parte delle grandi aziende non è motivata a raccogliere.

Ciò significa che alcune voci – come quelle delle donne, delle persone di colore, degli utenti di una seconda lingua e di quelli con accenti regionali – semplicemente non vengono ascoltate.

Il nostro progetto Common Voice sta cambiando questa situazione.

Quasi 500.000 persone da tutto il mondo hanno prestato la loro voce per aiutare a costruire un software che funzioni per tutti, ma potremmo migliorarlo ancora di più se avessimo la tua.

Siamo in missione per rendere la tecnologia ad attivazione vocale accessibile a tutti, e per farlo abbiamo bisogno della tua voce.

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