In Santo Spirito

L’altro ieri, c’è stata la benedizione delle bandiere dei Bianchi, in Santo Spirito.

Tamburi battenti e sguardi sospesi nell’aria. L’immensa porta centrale aperta, e sulle tenebre delle colonne ideate dal Brunelleschi, si delineano le luci del pomeriggio.

La chiesa è piena, pienissima, e con mia grande sorpresa, una fila lunghissima di gente a fare la comunione.

Poi emerge la statua di Santa Rita da Cascia, e mi dicono che è stato un po’ un colpo di mano dell’abile Priore, che coglie al volo l’occasione di una chiesa stracolma e braccia forti, per portare in processione la Santa per il rione tra gli sguardi stralunati dei turisti.

Ieri sono tornato in Santo Spirito, perché c’è una storia importante: nell’Ottocento una grandissima parte dei conventi italiani sono diventati orrende caserme del nuovo Stato. E’ successo anche al convento dei frati agostiniani annesso alla Basilica di Santo Spirito, luogo di enorme bellezza e storia.

Qualche anno fa, è comparsa dal nulla una sorridente ragazzina marocchina, che a 27 anni è diventata vicepresidente nazionale di CNA Turismo e socia unica di una decina di ditte con sede in Calabria; le ditte calabresi hanno preso sede in Via de’ Serragli 8 a Firenze, curiosamente lo stesso indirizzo da cui ha fatto carriera un piccolo venditore di pubblicità del Corriere Fiorentino, che – sopraffatto dalla noia – si è comprato quindici palazzi storici nel centro di Firenze, e tutta la nostra storia è iniziata combattendo contro di lui.

La sorridente fanciulla è stata l‘unica persona a presentarsi a un’asta poco pubblicizzata del Ministero della Difesa, per trasformare uno dei più grandi monumenti della nostra città in un ameno luogo per pensionati molto benestanti, contro un pagamento allo stesso Ministero che possiamo definire non esoso.

Poi succede che qualcuno all’ultimo momento, ad alto livello, si oppone. E si muove anche Eike Schmidt, l’ex-direttore degli Uffizi, l’improbabile candidato perdente della Destra a Sindaco di Firenze.

Un’amica mi invita a incontrarlo, e così vado in Santo Spirito.

Mentre aspetto, mi siedo su una panchina, dove c’è un ragazzo, direi meno di trent’anni, dallo sguardo intenso.

“Di dove sei?”

“Di Firenze, e tu?”

“Sono messicano!”,

che semplifica un po’ il concetto.

“Hai dei figli?”

“Sì”

“Quanti anni hanno?”

“Sedici e venti”

E allora mi guarda con intensi occhi scuri, e mi dice con disperata urgenza,

“corri, corri da loro! In questo momento hanno bisogno di te! In questa città tu non sai quanti ragazze si vendono facendo sesso per poter avere una striscia di cocaina!

Vedi, ci si scontra con i babbi, ma è esattamente questa l’età in cui noi ne abbiamo più bisogno! Tu potresti essere mio padre! Ecco, bisogna saper prendere i colpi per volersi bene…

Ti posso prendere a pugni?”

“Ma certo”,

dico

“Allora, fai forza sulla spalla sinistra, perché colpirò forte!”

E mi guarda fisso negli occhi mentre prepara il pugno, che poi cala sulla mia spalla.

“Puoi colpire ancora più forte!”

E colpisce ancora e ancora, e mentre un totale sconosciuto mi prende a pugni colgo per un istante la bellezza e la tragedia della sua persona. Poi dice,

“Adesso colpiscimi tu!”

E gli do un pugno forte sulla spalla.

“Davvero, sei una persona buona… potresti essere mi’ babbo.”

E svela il braccio.

“Mi hanno accoltellato qui, è stato un italiano… Un marocchino invece mi ha spaccato una bottiglia in testa, invece. Abbracciami!”

Lo abbraccio.

“No, più forte, un abbraccio vero!”

E ci sciogliamo in lacrime, stretti sulla piazza davanti alla Basilica di Santo Spirito.

Eike Schmidt diventa per me quasi una nota a piè di pagina, comunque è alto, ironico e rigido, e si è fatto fotografare con un’incredibile famiglia penso di pakistani, di quelli con la mamma dai veli coloratissimi:

Passo poi al Conad, a fare la spesa.

E incrocio una persona che non vedevo da dieci anni. Invecchiato come quando si vive una vita dura, ma gli occhi sono sempre ridenti.

Gigi.

E’ un uomo dallo sguardo ironico, di quelli che ti danno il senso che dietro ogni senso, ce ne possa un altro, che è la ricchezza del Meridione.

Viene da Scampia, un luogo che mi ha sempre descritto come pieno di speranza, dove tante persone cercano di fare cose interessanti.

Con Gigi, avevo pensato di lanciare un gemellaggio provocatorio, Oltrarno-Scampia.

Gigi l’ho conosciuto che era uscito da poco dal carcere, con il suo accento napoletano. Dormiva sui treni alla stazione, ma aveva sempre idee, sogni, la possibilità di fare qualcosa…

Guardava Piazza Tasso come la guardo io, sognando cosa ci poteva crescere, cosa ci si potesse fare…

Gigi ha il piede fasciato, e mi racconta che guidava un camion in montagna, si è trovato improvvisamente davanti un branco di adolescenti, e si è spaccato il piede premendo sul freno.

“Ma meglio che mi sia fatto male al piede, che se avessi fatto male a quei ragazzi, non dormirei più!”


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Come funziona l’Italia

Lo so che pensate che io sia fissato con un piccolo angolo del mondo che si attraversa in quindici minuti a piedi, che chiameremo l’Oltrarno. Ma quando si conosce bene un territorio, si scoprono a volte cose che valgono per tutti, a partire da voi. E’ quello che chiamo l’oltrarnometro.

Allora, lo Stato prende i soldi un po’ dalle nostre tasche e un po’ rendendoci tutti debitori, e poi li spende.

Lo stato italiano ogni anno spende circa 800 miliardi di euro.

Adesso applichiamo l’oltrarnometro su due specifiche spese: il diavolo, come sempre si nasconde nei dettagli.

Nel nostro giardino, ci sono oggi due edifici: uno è la Sala Polivalente, l’altro il Centro Giovani.

SALA POLIVALENTE:

Semplificando una storia lunga, l’architetto Mario Pittalis del Comune di Firenze ha speso circa 222.000 euro per trasformare, in tempi brevissimi, un rudere in un luogo dove abbiamo oggi una piccola ludoteca, una stanza degli attrezzi, quattro bagni funzionanti, una stanzina fasciatoio per le mamme, un deposito, un ufficio e una sala dall’acustica straordinaria, dove possiamo organizzare conferenze, concerti e molte altre cose. Il tutto perfettamente climatizzato, con riscaldamento e raffreddamento. Solo che lo spazio è costruito talmente bene, che abbiamo relativamente poco bisogno di climatizzare.

CENTRO GIOVANI:

Una vecchia serra, dove d’inverno fa troppo freddo e d’estate fa troppo caldo.

Per cui giustamente, hanno pensato di climatizzare l’area. Sono calati quindi dall’alto tre apparecchi giganteschi, ciascuno delle dimensioni di un Suv. Costo totale 307.000 euro. I lavori avrebbero dovuto iniziare nel dicembre del 2022 e finire entro “120 giorni naturali e consecutivi”. Sono iniziati a gennaio del 2023 e continuano senza alcuna conclusione prevedibile, con conseguente chiusura del Centro Giovani, che svolge un lavoro prezioso con adolescenti nell’età più critica.

Ora, io non sono per nulla un esperto di edilizia pubblica. Ma che in uno spazio comparabile, il solo impianto di climatizzazione costi di più della creazione di uno spazio straordinario, climatizzazione compresa, non mi torna.

Magari mi sbaglio, ma la cosa che noto di più è che nessuno ci ha chiesto prima il nostro parere. Nessuno ha chiesto il parere a quelli che utilizzeranno lo spazio, e che conoscono il posto.

Ne ho parlato con un architetto straordinario, di cui non posso dire il nome. Quando gli ho detto il costo dell’impianto di climatizzazione del Centro Giovani, mi ha tranquillizzato dicendo, “sicuramente ti sei sbagliato, non è semplicemente possibile”.

Poi ho fatto la foto del cartello dei lavori e gliel’ho mandato:

La foto non è il massimo, ma si capisce “sostituzione impianto climatizzazione”; “307,358.27 euro”; “data consegna lavori 15/12/2022“; “durata dei lavori 120 giorni naturali e consecutivi”.

Il cartellone parla anche di 11,850 euro di “oneri di sicurezza”, che sembra pure poca roba, finché non dai un’occhiata all’unico cartello di sicurezza visibile in tutto il cantiere:

Da questo, nascono alcune riflessioni sugli 800 miliardi che lo Stato italiano ogni anno spende.

Facciamo un calcolo del tutto immaginario, senza alcuna base dimostrabile: immaginiamo per gioco che su 222.000 euro per costruire lo Spazio Polivalente, la climatizzazione sarà costata un quinto delle spese totale, diciamo 50.000 euro. Bene, hanno speso sei volte di più solo per climatizzare uno spazio analogo.

Adesso fantastichiamo, sempre per gioco ma anche per aprirci un orizzonte inatteso: se si potesse ridurre da sei a uno, tutte le spese di questo tipo…

Sarebbe bastato che gli assessori che ci hanno convocati per raccontarci trionfanti che avevano investito questi soldi per noi (grazie, quanto siete generosi!), ci avessero convocati qualche mese prima per chiedere a chi vive sul posto, cosa ne pensa della spesa che stanno per fare per noi.

La democrazia non consiste nel reciproco massacro di aspiranti candidati a pochi scranni in Comune o in Parlamento. Consiste nell’ascoltare i diretti interessati. Nessuno di noi ci capisce di climatizzazione, ma di fronte a uno spreco del genere, forse tra i mille contatti che abbiamo, avremmo potuto trovare come risparmiare centinaia di migliaia di euro, se solo ci avessero interpellati.

C’è poi un altro aspetto, che riguarda i “120 giorni naturali e consecutivi” scaduti oltre un anno fa.

L’Architetto mi racconta una barzelletta.

Un architetto italiano va a trovare il suo collega tedesco. Bellissima villa, in mezzo a una natura incontaminata.

Solo che a poche centinaia di metri, c’è un’enorme e rumorosa autostrada.

Il tedesco dice all’italiano:

“E’ grazie all’autostrada, che ho la villa!”

Qualche anno dopo, l’italiano invita il tedesco a casa sua.

Bellissima villa, in mezzo a una natura incontaminata.

Il tedesco si affaccia sul balcone, e davanti c’è invece una natura veramente incontaminata, lo sguardo si estende su infiniti chilometri di boschi.

Chiede al collega italiano:

Ma come hai fatto?”

“E’ proprio perché non c’è l’autostrada, che ho la villa!”

Non è immediatamente intuitivo, ma quando l’avrete decifrata, capirete tutte le Grandi Opere Inutili e Imposte su cui si basa lo spreco pubblico italiano.

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Soldi!

L’altro giorno, la nostra commercialista volontaria ci ha presentato il bilancio del nostro Giardino.

Tra le entrate dell’anno spiccano 1.224,83 euro dal Cinque per Mille. Leggo che un contribuente che ha un reddito di 20.000 euro dà circa 24 euro, per cui se i redditi fossero tutti uguali, farebbe una cinquantina di contribuenti che a giugno ci pensano.

Comunque se vi sta simpatico qualcosa del mondo che abbiamo costruito siete, spero, in tempo per darci il 5×1000 a:

Codice Fiscale 94226290487

(Associazione Giardino dell’Ardiglione APS-ETS)

Poi se lo date a qualcun altro, tanto meglio, vuol dire che avete a cuore qualcosa!

Ah, io IL 5X1000 non lo posso dare, essendo forfettario.

Se contribuite, non sperate in grandi cose: c’è da pagare l’assicurazione, un corso antincendio, il buon Marco che pulisce i bagni, un piccolo contributo a una matta che corre ad aprire il giardino per tutti quelli che vogliono celebrare compleanni, roba del genere, non salviamo vite in Africa. Ma magari permettiamo a piccole persone di vivere un’esperienza di vita straordinaria.

Disclaimer: il mio interesse materiale in questo sta nel fatto che io nel 2019 ho prestato 700 euro all’Associazione, e non mi sono mai tornati indietro. Ma temo che non glieli chiederò mai, nemmeno se in tanti le date il 5×1000.

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Di rioni e di ragni

“Ma Aracne, malgrado fosse nata da famiglia
umile e nell’umile Ipepe abitasse, con la sua maestria
s’era fatta un gran nome nelle città della Lidia.
Per ammirare la meraviglia dei suoi lavori, avvenne
che le ninfe del Timolo lasciassero i loro vigneti
e che quelle del Pactolo lasciassero le loro acque.
E non solo era un piacere ammirare i tessuti finiti,
ma la loro creazione, tanta era la grazia del suo lavoro.”

Ovidio, Le Metamorfosi

Siamo nell’Altro Rione di Firenze, lungo il Mugnone, tra le donne tessitrici che se ne prendono cura: le Curandaie, appunto. Che quando le ho scoperte, ho avuto la prova che non siamo soli. E il bello è che sono diversissime da noi.

Marianna la incontro la prima volta, che sta dipingendo farfalle su stoffa.

Indica il mio amico e con lucida certezza mi ingiunge, “lo voglio conoscere, presentamelo!

Il mio amico ha cinque secoli di storia alle spalle, di cui ottant’anni tutti suoi, e tutti questi anni fervono di entusiasmo quasi infantile. Giannozzo è seminatore di mondi, è contadino affascinato dai germogli e dalle anse dei fiumi e dall’infinita varietà della gente.

Marianna fa a Giannozzo,

“Lo sai che io faccio equitazione? E quando vado a cavallo, piccino, lui mi capisce e io capisco lui. Poi faccio gli acquerelli, e non sai quanto mi commuove la bellezza, mi vengono le lacrime. Io voglio diventare maestra di equitazione, far capire la distanza che ci deve essere tra un cavallo e un altro…Ecco ti faccio vedere la foto del mio cavallo!”

E sul telefonino, si vede lei su di un cavallo tutto bianco.

Mi rendo conto che Marianna è un po’ strana. Cerco di capire in cosa risieda questa stranezza. Non è nell’aspetto fisico; né nel linguaggio; né nella capacità di comunicare, Marianna comunica con occhi, parole, gesti, ironia.

Eppure sento che Marianna non è come noi.

Marianna è come vorremmo essere, vive la vita con una gioia e a una profondità che nessuna persona normale riuscirebbe a raggiungere. E se non ci fosse un Rione di Curandaie attorno a lei, i normali se la mangerebbero in un sol boccone.

Sono certo che la sua malattia deve avere un nome scientifico. Ce l’hanno tutte le malattie, no?

Saltiamo al nostro di Rione, il nostro fiume non è il piccolo Mugnone, è il grande Arno.

Sul Lungarno Santarosa, c’è un giardino, con le panchine.

E sulla prima panchina c’è sempre una donna nera, che ci si è costruita un mondo, fatto di teli e borse e qualche libro e che ha un gran vocione con cui ogni tanto la sento declamare in inglese versetti della Bibbia. Alla faccia del decoro urbano.

Io quando vedo gente così mi nascondo sempre, perché sono fragile, però sbircio e spio e vorrei capire, e ho paura dell’incontro tra la mia miseria e il loro bisogno.

Ieri vicino a lei c’era un uomo alto, nero anche lui, con una camicia bianca molto pulita, davanti a un telo.

Un quadro, dove tra sfumature di grigio, c’erano dei cuori abbozzati, e qualche piuma vera di piccione.

Guardo, e lui attacca subito discorso, e mi racconta che il quadro lo sta completando pian piano, e che vuole fare capire come contro la guerra, l’unica cosa che ci può salvare è il cuore, e mi parla di ciò che prova per l’Ucraina e per Gaza. E inizia a descrivermi il resto del quadro, che ancora non esiste, ma che già esiste dentro la sua mente.

Pesco in tasca e trovo la bellezza di ottanta centesimi di euro, gli dico, “non ti offendi?” e lui non si offende.

A questo punto, mi aggancia lei, la Donna della Panchina cui sfuggo. In inglese, mi chiede chi sono e da dove vengo, e le chiedo come si chiama.

Mi dice un nome lungo, una cosa tipo Kikiriku, che riesco a ripetere per una volta e poi mi dimentico, “ma mi chiamano Fatima“.

Sulle guance ha quattro cicatrici tribali.

“Io vengo dalla Danimarca, ma sono nata in Nigeria. E non posso più tornare in Danimarca.”

“Perché non puoi tornare in Danimarca?”

“Non lo so”.

“E perché vivi su questa panchina?”

Non voglio vivere in un’istituzione.”

“Vuoi essere libera?”

“No, è che ho paura di ammalarmi, tra troppa gente”.

Voglio tornare a trovare l’artista e vedere come procedono i suoi sogni e la sua guerra alle guerre, e vorrei capire anche i sogni di Fatima che non è Fatima che viene e non viene dalla Danimarca.

Però mi rendo conto che attorno a Marianna le donne-ragno hanno tessuto un rione, attorno a Fatima e al pittore di cuori, non c’è nessuno.

Come si fa a tornare a mani vuote, non con ottanta centesimi di euro, ma con la possibilità di guardarsi alla pari negli occhi e creare un Rione insieme?

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La festa del Rione del Drago Verde

Festa di Primavera, che ricorda insieme una nascita e una morte.

La nascita fu il 7 di maggio del 2013, quando entrammo con le chiavi nel Giardino alle spalle della Chiesa del Carmine, costruendo qualcosa di incredibilmente piccolo e forte.

La morte fu quella, il 6 di maggio di due anni fa, di Casadei Sincero, l’ultimo degli uomini del Mondo Antico.

A organizzare il tutto, alla fine, è la Francesca, che ho conosciuto quando facevo la fila al Penny Market, e vedevo la gente che si piegava dal ridere a mano a mano che si avvicinava alla cassa, che c’era lei che raccontava storie su storie mentre distribuiva scontrini.

Sì, la Francesca è proprio come nella foto, anche se lo so che sembra poco plausibile:

Il sole splende, le foglie sui rami sono verdissime, e una donna mi chiede cosa sia quell’albero così particolare, e le racconto del tasso – che come dice la Laura, “è l’anima del giardino, lo so che sembriamo grulli a dirlo, ma è così!” Non siamo grulli, se siamo quasi l’unico faro di vita condivisa rimasto nel centro di Firenze, è certo che sia grazie al tasso.

Nel rione sfrattato e svuotato, c’è ancora tanta gente, e ci sono tanti bambini, mamme che allattano, babbi che portano i figlioli in spalla, palloni lanciati non si sa da dove che ti prendono in testa.

E’ il giorno in cui ci troviamo tutti o quasi.

A partire dalla Gelateria la Carraia sul ponte, che ci ha regalato un carretto intero, e dalla Trattoria I’Raddi (luogo di tanti raduni sediziosi) che ci regala lasagne e pappa al pomodoro. Che Firenze ha da sempre questa dimensione delle botteghe, fonti di vita, di svendita e di rinascita.

Ci sono i Bianchi di Santo Spirito, che hanno aperto una palestra accanto alla chiesa del Carmine. E mi viene in mente Giannozzo Pucci: in gran parte, il Calcio Storico è figlio suo, ma Giannozzo sognava di estenderlo a tutta la città, trasformando ogni periferia in un rione vivo, con gonfaloni e racconti propri.

"Con il cartoncino e la scatola dei colori, il Re era felice e trascorse tutta la mattinata a disegnare uniformi e blasoni per le varie municipalità di Londra. Gli davano pensieri profondi e non trascurabili; ne avvertiva tutta la responsabilità." 
GK Chesterton, Il Napoleone di Notting Hill

I Bianchi di Santo Spirito

Giannozzo ha creato anche il mercato detto della Fierucola, con sede principale in Piazza Santo Spirito: l’altro giorno, lui mi raccontava di come era nato.

Giannozzo aveva conosciuto uno studioso - se ben ricordo di Prato - che si occupava di Hildegard von Bingen, la grande mistica medievale, e che gli aveva permesso di sfogliare i manoscritti originali. Mentre parlavano di lei, lo studioso gli raccontava di un mercato di contadini in Alsazia, e Giannozzo si entusiasmò e riuscì a realizzarne uno anche a Firenze.

Poi c’è la Ronda della Carità e della Solidarietà, che è un mondo messo in piedi da Paolo Coccheri, uomo di teatro e mistico, creatore della Scuola di Alta Barbonologia (purtroppo le immagini nel link sono andate perdute temo per sempre). Al nostro giardino, abbiamo salvato la biblioteca di libri di Paolo. La Ronda di notte va in giro a portare coperte e cibo ai clochard, e in buona parte è fatta essa stessa di disastrati che hanno trovato nuova vita, come il gigante Leonardo, agronomo, che da noi cura l’orto.

Prossimo tavolo, ci sono Eriko, cantante lirica giapponese, e Silvia, educatrice nata nelle Marche, che hanno creato insieme un modo di avvicinare alla musica i bambini piccoli, attraverso il Giocomusica.

Avanti ancora, c’è Montaonda, che si occupa di api:

“Dal 2011 la casa editrice cerca di diffondere una cultura in cui l’uomo non si veda come un dominatore ma un soggetto consapevole di essere uno dei tantissimi presenti sulla Terra.
Cerca di pubblicare libri utili, favorevoli alla decrescita e a una vita serena e soddisfacente.”

Un altro tavolo e c’è Diego, nato in Colombia e neo-babbo, che si dedica a ricostruire i sedici gonfaloni di Firenze (quattro Quartieri, ogni quartiere ha quattro Gonfaloni, ci sta, no?), e ha tirato fuori i simboli di ciascuno, per farne un torneo di calcio.

Poi c’è la Comunità di Sant’Egidio che da noi organizza la Scuola di Pace, e gli Angeli della Città che danno da mangiare a 900 famiglie senza arte né parte.

C’è Salvina delle Donne Ganze, che ha raccolto le donne del Rione, e racconta concitata di come cercano di capire insieme come allevare i figlioli e far mille mestieri.

E ci sono quelli che hanno organizzato il Gruppo di Acquisto Solidale (GAS) di San Frediano, e hanno organizzato un progetto per riscoprire la storia orale del nostro rione, a partire da Libertario, che di anni ne ha 102 e vive in Via del Leone.

Poi ci sono i ragazzi dell’Avamposto delle Cinque Punte, comparsi improvvisamente in Borgo San Frediano, in un fondo del Trecento che hanno decorato con strani oggetti, che sognano, il loro mondo è quello sospeso tra medievalerie e il virtuale: il fantasy. Hanno costruito spade (si spera non di acciaio), con cui fan giocare i figlioli:

Dietro di loro, quelli del Covile, con la loro grafia molto riconoscibile e che riassume tante resistenze, a partire da Blake e Ruskin. Quelli del Covile hanno introdotto in Italia il pensiero eretico di Jacques Camatte. Stefano mi confida un pensiero fondamentale:

“Basta con l’essere sempre contro, dobbiamo costruire qualcosa!”

E poi, i Giovani Accademia Mediterranea, laureati in filosofia che stanno cercando di riproporre l’Accademia platonica, attraverso un progetto chiamato mens sana in corpore sano, dove i ragazzi delle scuole superiori vengono coinvolti in progetti (PCTO, già alternanza scuola lavoro) in cui si impara insieme, sui tatami nel nostro Centro Polivalente, a sostenere sul piano mens le proprie tesi, e sul piano corpus, a battersi senza violenza.

Poi c’è l’amica di Ratafià, circondata da un allegro stuolo di bimbi che dipingono borse di tanti colori.

Quelli dell’Arcobaleno avevano altri impegni oggi, ma ci hanno lasciato una locandina che nessuno leggerà, su un servizio fondamentale, di consulenza legale, per tutta la gente sprovveduta, che si trova improvvisamente di fronte un abisso di problemi.

Passa un gruppo di donne pakistane velate, e poi anche il parroco.

Infine (e scusatemi se mi sono dimenticato di qualcuno) c’è una banda che suona musiche meridionali, l’Amistade Sud Sound Project.

E dietro l’abside del Carmine, sentiamo risuonare:

“A lu suono de grancascia
viva lu populo bascio.
A lu suono de tamburrielli
so’ risurte li puverielli.
A lu suono de campane
viva viva li pupulane.
A lu suono de viuline
morte alli giacubbine.”

Chi guida la banda, si candida per il consiglio di Quartiere con la Sinistra, contro PD e Destra. La cosa interessante è che a uno dei tavoli che ho menzionato sopra, c’è qualcuno che si candiderà invece proprio con il PD; a passeggio per il giardino c’è l’aspirante candidato a sindaco della lista civica, RiBella Firenze; mentre a raccogliere i tesseramenti alla nostra Associazione, siamo in tre:

io, un’amica che si è candidata al Quartiere con Fratelli d’Italia, e un amico che proviene dal Partito Comunista e poi è passato al Partito Democratico.

Dopo cinque minuti, iniziano animatamente a pensare insieme a cosa serve al Quartiere, trovandosi d’accordo su praticamente tutto.

La partitica, che divide in parti, si fonda in sostanza sulla negazione dell’altro. Cosa inevitabile in un sistema che ci vede come individui isolati di fronte a istituzioni.

Ma quando si va oltre, si mette in comune, allora la politica nasce dall’amare la nostra gente e i nostri luoghi, la nostra polis. Spezzando l’isolamento, ciò che divide resta, ma diventa meno importante di ciò che unisce.

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Un bicchiere d’acqua… mentre le tenebre avanzano

Noi, il Male lo immaginiamo sempre dal volto umano: un cattivo da odiare.

Ma il Male vero è oltre l’umano. Ed è anche profondamente banale.

Samir lavora come dipendente in un locale dove vado spesso, perché fanno delle pita di falafel e altre orientalierie.

Samir è nato in Siria, la moglie è nata in Messico, il loro figlio è nato a Firenze.

La pita è straordinaria (lo sanno tutti quelli che ho invitato a Firenze), e infatti il locale è sempre pieno di turisti e di studenti delle 45 università statunitensi che mandano i figlioli più benestanti a farsi qualche mese di ozio e di alcol libero nella Culla del Rinascimento.

Samir viveva con la sua famiglia con in un piccolo appartamento di proprietà della Compagnia, che dal Dugento assiste, soccorre e salva i Bisognosi.

Fino a pochi decenni fa, quelli della Compagnia giravano vestiti con la Buffa, un saio nero e un cappuccio uguale per tutti, che faceva sparire il censo.

In un mondo che come ci narrava Graeber, è fondato sul debito

chi veniva salvato, non poteva sapere chi lo aveva salvato;

ma per rendere ancora più radicale lo sdebitamento, quelli della Compagnia, quando entravano nella casa di qualcuno, si facevano dare un bicchiere d’acqua.

In questo modo, per secoli, i membri segreti della Compagnia – spesso gli aristocratici più importanti della città – trovavano il modo di non creare debiti.

Questa è la straordinaria possibilità di Firenze.

Invece, nel mondo della burocrazia contemporanea, è proprio la Compagnia ad avere i debiti. E per spianarli, fanno come quasi tutti i padroni di casa di Firenze. Caccian di casa Samir e famiglia, e affittano la sua casa ai turisti.

Samir saluta e moglie e figlio, e lo ospita un amico, che per fortuna abita vicino alla falaffeleria.

Ma un giorno arriva lo sfratto anche per l’amico, perché tra due sfigati e cento turisti, la scelta del padrone è inevitabile.

Samir ha trovato un luogo dove dormire, fuori città, che spero che costi meno del suo stipendio.

Mentre sorridendo mi prepara la pita, gli chiedo,

“Ma tua moglie e i figli?”

“Sì, mi mancano tanto…”

“Ma dove sono?”

“Son dovuti andare in Messico”.

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E speriamo che non piova!

Stiamo organizzando in questi giorni la festa del Giardino detto Nidiaci/Ardiglione, che da undici anni è qualcosa di unico a Firenze: uno spazio nel pieno centro storico, gestito da chi vive nel rione, rapportandosi alla pari con le istituzioni, attualmente con un patto per l’amministrazione condivisa, tra noi e il Comune.

Da quando i Savoia, i fascisti e i loro successori di ogni colore governano sull’Italia, esistono lo Stato e il Privato. E anche se siete le famiglie che vivono in un rione, siete pur sempre Privati, e lo Stato è pur sempre un funzionario con il timbro in mano che ti Concede qualcosa.

Qualche anno fa, un professore dell’università di Trento, Gregorio Arena, si accorse che c’era stata una modifica nella Costituzione, che introduceva il principio di sussidiarietà. Al comma 4, l’articolo 118 recita oggi così:

“Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà.”

A quanto si vocifera, questo articolo è stato introdotto per dare un po’ di soldi pubblici alle attività di Comunione e Liberazione (sussidiarietà infatti è un termine di provenienza cattolica, che quando lo sentono, molti di sinistra si lanciano in ateistici esorcismi).

Ma il diritto è una cosa strana: una volta introdotto questo principio nella Costituzione, ci resta, al di là del motivo contingente.

E la Costituzione è al di sopra di ogni altra legge: da quel momento, tutti i funzionari con il timbro in mano hanno il dovere di “favorire” le iniziative che i cittadini si inventano creativamente, non nel proprio interesse ma nell'”interesse generale“.

Di Gregorio Arena, ho sempre apprezzato il sorriso: il più grande rivoluzionario che mi sia stato concesso di conoscere dal vivo, che non distrugge e non odia nessuno, che dialoga con tutti, ma ha colto un cavillo che mette sossopra l’Italia.

Ora, noi gestiamo questo spazio antico nell’interesse generale.

Solo che pochissimi funzionari hanno capito la portata dell’articolo 118, e quindi siamo noi – una ragazza rinnegata dai suoi perché voleva studiare e diventata educatrice e oggi è mamma, il calciante de’ Bianchi cui i Rossi spaccarono una clavicola, un messicano traduttore di manuali tecnici, un’ex-cassiera del Penny Market diplomata al Liceo Artistico, per citare solo qualche nome – a dover spiegare a gente che ha vinto concorsi in diritto amministrativo come stanno le cose.

E il bello è che abbiamo ragione.

Un giorno avevamo combinato un disastro, riempiendo una stanza di roba che non ci doveva stare. E proprio nel momento meno opportuno, calò su di noi una funzionaria del Comune molto arrabbiata.

Avevamo torto, e io e la Laura ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo fatto un lavoro immane, per rimettere tutto in ordine.

Da quel momento abbiamo creato un vincolo profondo proprio con la funzionaria arrabbiata: perché stava dalla parte delle regole, lei capì che alla fine avevamo ragione noi. In quel momento, con questa bella persona, abbiamo sentito che si poteva fare un ponte tra due mondi, superando tante approssimazioni.

Gestire questo spazio alle spalle della Chiesa del Carmine dove le guide ci dicono “è nato il Rinascimento“, non è certo facile; ma in tutti questi anni, abbiamo dimostrato che è possibile.

Si tratta ogni giorno di trovare soluzioni nuove a problemi che si dicono insolubili; di stabilire un rapporto di fiducia radicale, tra persone molto diverse tra di loro, spesso irascibili (toscanacci!), capaci tutte di sbagliare, e dove alla fine tutti i rischi si caricano sulle spalle del povero responsabile legale che ha il coraggio di fidarsi di un branco di improvvisati incompetenti che si stanno lanciando in uno degli esperimenti più azzardati d’Italia.

Ecco, domenica 5 maggio, faremo la festa del Giardino, che per noi deve essere la festa di tutto il nostro rione: a forza di coinvolgere gente che fa cose belle, abbiamo coinvolto ventuno, boh, come si dice, realtà.

Dal giovane babbo colombiano con la bimba piccola che si è lanciato alla riscoperta dei sedici gonfaloni di Firenze; alla Valentina che dipinge stoffe; alla maestra di yoga; ai filosofi che insegnano ai liceali a combattersi senza odio, con la ragione e con il corpo; ai ragazzi che si travestono da cavalieri medievali; alla Carla che dà da mangiare a 900 famiglie di disperati; al laboratorio che permette agli artigiani di condividere strumenti; al milanese diventato allevatore di api tra i monti toscani; a chi raccoglie le storie degli anziani del nostro rione, a partire da Libertario, anni 102; ai musicisti che suonano pizzica e taranta; a Gianluca che in una chiesa abbandonata fa volare in aria acrobati; alla Ronda che gira di notte, portando coperte e cibo ai tanti che a Firenze dormono per strada. E tanti altri.

C’è la gelateria, e i ristoratori, e i bottegai di San Frediano.

E speriamo che non piova!

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Democrazia fiorentina e un albero antico

Tra poco, a Firenze, si vota.

Metà degli italiani vota contro la Destra e l’altra metà vota contro la Sinistra.

Più o meno in qualunque settore, per forza di cose, Destra e Sinistra fanno cose molto simili, per cui entrambi devono fare un gran lavoro spulciando Facebook e le cronache per trovare qualche motivo per disprezzare o temere l’altra parte.

Ora, lo statuto del PD fiorentino prevede che per la candidatura a sindaco si facciano le primarie.

Solo che se si fossero fatte le primarie, tutti sapevano che Cecilia Del Re, già assessora con molte deleghe al Comune, e con un record di preferenze alle precedenti elezioni comunali avrebbe vinto. Non per particolari agganci, ma perché è una persona che aveva la rara dote di ascoltare, e di risolvere tanti piccoli problemi.

Ma il nostro sindaco aveva già deciso di fare l’europarlamentare da grande e che il suo posto a Firenze doveva assumerlo una signora di indubbia lealtà.

Quindi si è fatta un’assemblea dei circoli del PD.

Immaginatevi una sala piena – un po’ meno di 200 delegati, più stampa, curiosi e il sottoscritto (“ciao, come mai qui, non pensavo che fossi del partito?“).

Firenze è un villaggio, per cui giravano già tante voci; ma ufficialmente è la prima volta che i delegati vengono informati di cosa vuole fare la direzione del Partito.

Il segretario cittadino del Partito prende il microfono, e in circa dieci minuti, legge un documento in cui annuncia in un colpo solo:

  • la coalizione che si presenterà alle elezioni (cioè il Partito Unico più satelliti)
  • il rifiuto di svolgere le primarie
  • il nome della candidata a sindaca (la signora, appunto, di indubbia lealtà).

Le spiegazioni vengono ridotte al minimo, comunque si intuisce che la giustificazione è che le primarie sarebbero state divisive e di fronte al Pericolo Nero che Incombe, bisogna restare uniti e zitti.

Ai convenuti viene permesso di fare interventi di cinque minuti a testa, poi si voterà in un’unica votazione su tutte e tre le decisioni insieme.

Segue un dibattito, in cui una decina di persone si esprimono libere e inascoltate, e poi si annuncia il voto.

Vengono distribuiti cartellini gialli ai delegati, e gli attivisti del Partito Unico si piazzano in punti strategici.

“Chi vota contro?”

Si alzano un po’ di bandierine.

Chi vota a favore?”

Si alza una selva di bandierine.

Il bello è che quando qualcuno ha chiesto dopo di avere il testo su cui si era votato, gli è stato risposto che era riservato, ma che poteva eventualmente chiedere un accesso agli atti. Insomma, la decisione è vincolante, ma segreta.

L’amico e vicino di casa Tomaso Montanari ha proposto successivamente un fronte unico, tra l’opposizione di sinistra, Cecilia Del Re e il Movimento Cinque Stelle.

Un fronte molto vario, ma con una prospettiva interessante: a Firenze tanta gente a sinistra non sopporta più il Partito Unico; la Destra conta poco, se non come malumore verso il Partito Unico.

Il fronte unito avrebbe potuto arrivare al ballottaggio; e al ballottaggio, avrebbe potuto prendere tanti voti dal PD, ma anche da chi votava a Destra solo per fare dispetto al PD.

E per un attimo si è potuto sperare in una grande città europea, dove diventasse possibile sperimentare qualcosa di veramente innovativo, e dove trovassero spazio tante realtà di cittadini attivi.

La Sinistra ha fatto fallire il progetto, decidendo di correre da sola e quindi di relegarsi da sola all’opposizione; il Movimento Cinque Stelle pare che abbia deciso di allearsi con il Partito Unico.

Cecilia Del Re a questo punto ha deciso di annunciare la sua candidatura a sindaca proprio nel nostro Giardino, e sul motivo di questa scelta, vi racconto una storia che conoscono in pochi.

C’era una volta Salvatore Leggiero, un gentiluomo di Napoli che si era stancato di vendere pubblicità per un piccolo quotidiano fiorentino, e aveva deciso di cambiare mestiere comprandosi quindici palazzi storici di Firenze.

Oggi il gentiluomo, dopo un breve periodo agli arresti domiciliari, campa a Dubai vendendo palazzi nel Metaverso contro Bitcoin.

Nove anni fa voleva ottenere dal Comune il cambio di destinazione del palazzo che aveva sottratto ai bambini di San Frediano, e trasformare un pezzo di giardino in cui giocavano, in posti auto a 50.000 euro l’uno.

Per cui aveva promesso una piccola somma per costruire una ludoteca in un angolo del giardino. Chiedeva pure che venisse intitolato a lui, e al Comune erano contentissimi di riportare tutto questo come vittoria.

Lo raccontai ai tempi in cui facevamo cortei e proteste e andavamo continuamente in Comune a farci sentire, ma nessuno ci ascoltava: proprio dove il gentiluomo voleva far costruire la sua ludoteca viveva da due secoli un grande, oscuro albero di tasso, taxus baccata, dall’aria malinconica che si allargava tra misteriosi resti di basamenti di statue.

Allora scrissi un testo con una citazione di Jehanne Mehta che colpisce oggi come allora:

“Incappucciata dal silenzio di secoli
nell’oscuro crepuscolo di aghi, inascoltata,
la presenza del tasso,
perle di verde ombroso
intrecciate nel tessuto collinoso della terra,
ha dormito un apparente sonno di familiarità”

Interpellammo infine anche Cecilia Del Re, giovanissima, neoeletta, le facemmo una proposta alternativa, ci ascoltò, agì.

E così ancora oggi il Tasso sta in piedi, tanto che cinque anni fa, seppellimmo lì l’ultima gatta del Giardino.

Non abbiamo invitato noi Cecilia.

La nostra Associazione resta fuori da ogni competizione elettorale, è stata lei a scegliere di ripartire dal nostro Tasso.

O il Tasso a scegliere lei?

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