Il Coglione Medio Italico

Noi che riusciamo a vivere felicemente senza smartòfono, siamo comunque costretti ogni giorno a cercare come aggirare la Grande Muraglia Elettronica, che minaccia di toglierci anche l’aria se non doniamo centinaia di euri alla Apple o alla Samsung per il loro ultimo modello (che quello del mese scorso già non regge più le àppe), con quell’odore di coltan congolese che fa figo.

Così càpito sul sito di Iliad, che offre uno pacchetto che mi sembra interessante: 4,99 euro al mese, minuti e sms illimitati e niente gighe.

Ma rimango folgorato dalla pubblicità:

Ora, l’insegnante di casa giustamente mi mette in guardia, dicendo che forse si tratta di un personaggio noto che fa da testimonial.

Non lo so se il tizio esista in televisione.

So solo che per me è un personaggio stranoto.

E’ il Coglione Medio Italico (che non è per niente la stessa cosa dell’italiano medio, attenzione).

Iliad presumibilmente mira a un pubblico maturo, che poi è statisticamente quello prevalente in Italia.

A cui si aggiunge l’idea che se non vuoi lo smartòfono, puo’ essere solo perché sei un povero vecchietto analfabeta-digitale irrecuperabile.

L’ipotesi che uno possa rifiutare lo smartòfono, proprio perché ci capisce di più di informatica della vicina di casa che si fa infinocchiare regolarmente facendo clic su tutti i messaggi che le arrivano, non è prevista.

Io non mi faccio pena perché rifiuto lo smartòfono, e non permetto a nessuno di compatirmi come vittima del digital divide.

Il Coglione Medio Italico, che compare nell’immagine, è maturo, nel senso che (come me) ha superato ampiamento i cinquant’anni. Però si identifica come venticinquenne. Insomma, è una specie di trans, come Emile Ratelband.

E come per certi transattivisti, “essere donne” vuol dire provare tutti i tipi di smalto e tacchi a spillo, senza la fregatura di mestruazioni e aborti, per i Ratelband essere giovani vuol dire sostanzialmente fare i ragazzini, però con i soldi accumulati in decenni di truffe, aiuti pubblici ed esternalizzazioni.

In questi giorni, si è parlato molto di movida, dei presunti “giovani” che violerebbero i divieti, mettendo a rischio le persone più anziane.

Ma io quando penso alla movida, vedo proprio l’Uomo Iliad, con i tatuaggi che si è fatto per celebrare il suo terzo divorzio, sul suo gippone che si appresta alle due di notte all’Oltrarno Safari,  vociante allo smartòfono mentre compra la cocaina all’angolo di Santo Spirito.

L’Uomo Iliad non è esteriormente cattivo, non è nemmeno di carattere violento;

ma proprio perché se la cava, italicamente, con la scusa di non esserlo, con quell’essere simpaticamente buffone dopo aver incendiato un bosco (non solo gioca all’adolescente, quando gli conviene sa fare pur il bambino innocente), è infinitamente più pericoloso degli estremisti cattivi di qualunque specie.

Lo so, ci fanno una testa così per dirci che l’Umanità è una Cosa Sola, in guerra da sempre – come ci ha spiegato molto bene Al Bano – contro dinosauri e virus e alberi e aria e bestie e astri e la vita stessa.

Ma per favore non obbligatemi a fare il giochino,

“se tu fossi costretto a scegliere se lasciar crepare l’Uomo Iliad oppure una lontra, oppure una quercia, cosa faresti?”

perché sapete già la risposta.

E aggiungeteci pure l’Ape Legnaiola.

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Conversazione tra un politico e un burocrate

Il post che segue l’ho preso di peso dal blog Mammifero Bipede, di Marco Pierfranceschi.

Conversazione tra un politico e un burocrate

(quella che segue è la trascrizione di una conversazione totalmente inventata tra un politico di fresca elezione ed un burocrate, entrambi mai realmente esistiti. Altri elementi di fantasia sono i vincoli, immaginari, che vengono azionati. Tutto il resto, purtroppo, è vero…)

Politico Buongiorno, lei mi è stato indicato come il funzionario di riferimento…

Burocrate Esattamente, onorevole. È un piacere fare la sua conoscenza!

P – Per favore, niente ‘onorevole’. Evitiamo queste formalità che sanno tanto di vecchio.

B – Come preferisce.

P – Ci tenevo ad incontrarla per illustrarle i diversi cambiamenti che sono intenzionato ad apportare nel nostro ambito operativo. Abbiamo grandi idee per rivoluzionare un sistema che fin qui, ne converrà, ha funzionato ben poco.

B – Sono a conoscenza delle molte delle critiche che il suo partito ha fatto alle precedenti amministrazioni. Può cortesemente porgermi il polso sinistro?

P – Il polso? Ma perché, scusi?

B – È la prassi!

P – Ah, allora va bene (porge il polso). Il nostro Movimento per la Giustizia e la Felicità (che non è un partito!) ha intenzione di metter fine alle inefficienze ed agli sprechi, allo sperpero di denaro pubblico per opere inutili, se non dannose per la popolazione, per raggiungere…

B – Ora il polso destro, cortesemente…

P – Il polso? Sì, (porge il polso destro), come le dicevo abbiamo intenzione di azzerare le forme di malgestione che hanno caratterizzato le precedenti amministrazioni… Ma, aspetti! Che sta facendo? Non riesco più a muovere le mani.

B – Ora le caviglie. Mi scusi, sa, non è un fatto personale. Si fa così con tutti.

P – Ma… non posso più camminare! Che senso ha tutto questo?

B – Non glielo hanno spiegato? Oh, già, lei appartiene al tipo ‘ingenuo’, il suo Movimento non ha una scuola quadri… Ora la poserò a terra. Cercherò di farlo delicatamente. Se non si agita è meglio.

P – Ma perché mi sta legando? Che significa?

B – Un attimo solo che le passo il cappio intorno al collo… Ecco fatto. Adesso è pronto!

P – Ma pronto a cosa? Non posso più muovermi! Se provo a liberarmi rischio di strangolarmi. Perché mi ha incaprettato così?

B – È pronto per i suoi cinque anni di mandato. Non si preoccupi, all’inizio è scomodo per tutti, poi ci si abitua. Alla lunga se ne apprezzano i vantaggi.

P – Ma quali vantaggi? Se non posso far più niente!

B – Beh, niente non direi proprio: può ancora parlare.

P – Parlare? Certo, parlerò e dirò a tutti cosa mi avete fatto!

B – Sa che a quel punto farà la figura dell’idiota, vero? Ha chiaro che sarà la fine della sua carriera politica?

P – Cosa???

B – Consideri poi che gli altri eletti si troveranno nelle sue stesse condizioni, e la maggior parte di loro non vorrà esporsi ad una figuraccia. Rischia che la buttino fuori dal Movimento per incapacità. Si fidi di me. Come le ho detto è la prassi. I legacci non si vedono, può ancora parlare… faccia quello che ha fatto fin qui. Faccia il politico. Parli!

P – Io…

B – Cosa crede, di essere il primo? Se lo lasci dire, siete quasi tutti così. Arrivate con grandi idee di cambiamento in testa, volete rivoluzionare tutto, ma sono fantasie campate per aria. Lei di si occupa di mobilità, giusto?

P – Io? Sì, certo…

B – Ed era venuto a parlarmi del ‘problema del traffico’, immagino…

P – Tra le altre cose, ovvio! È uno dei punti cardine della nostra piattaforma programmatica: la riduzione del traffico. Non siamo disposti a fare nessun passo indietro su questo, la avviso!

B – Ma lei ha capito cosa significa ‘ridurre il traffico’? Cosa significa in concreto, dico. Il traffico è il prodotto del numero di automobili circolanti. Ha capito che ridurre il traffico significa ridurre i veicoli in circolazione? Ha capito che dovrà andare a dire ai suoi elettori che saranno obbligati ad usare di meno l’automobile? Che non potranno più andare dove vogliono, quando vogliono, e lasciarla parcheggiata dove gli pare e piace, come fanno adesso? È pronto a questo?

P – Ma… Noi non intendiamo costringere nessuno! Piuttosto creeremo delle alternative! Potenzieremo il trasporto pubblico. Faremo più piste ciclabili…

B – Il trasporto pubblico! Meraviglioso! Dove passerà questo trasporto pubblico potenziato’ se le strade sono, come ora, intasate dalle automobili? Avremo gli autobus volanti? E la vecchia leggenda che le piste ciclabili riducono il traffico? Dove sta scritto che ad un aumento dell’offerta di trasporto i tragitti si ridistribuiscono e il traffico si riduce? Nel libro delle fiabe?

P – Beh… non è quello che succede in Olanda e Danimarca? Lì hanno le piste ciclabili e di conseguenza circolano meno automobili…

B – No. Lì hanno fatto scelte molto pesanti ed impopolari per disincentivare l’utilizzo dell’automobile, oltre a realizzare le piste ciclabili. Voi siete pronti ad andare a dire, ai vostri stessi elettori, che saranno contingentati gli accessi al centro città? Che ci saranno meno parcheggi, e più cari? Che dalle periferie potranno spostarsi, ed in tempi e modalità indecenti, solo usando i treni o gli autobus? Siete in grado di portare avanti una campagna comunicativa per far accettare, ad una popolazione mediamente ignorante come la nostra, un simile stravolgimento delle abitudini di vita?

P – Io… Noi…

B – Non ci aveva pensato? Beh, senza che perda tempo a ragionarci troppo: la risposta è no. Glielo dico per esperienza, la risposta è sempre no. Specifico: esperienza non solo mia, anche di quelli che mi hanno preceduto su questa poltrona. Si fidi, prima si abitua all’idea e meglio sarà, per lei e per tutti.

P – Ma i morti per smog? Gli incidenti stradali? Lasciamo tutto così? È inaccettabile!

B – Lasci che le spieghi come funziona il ‘sistema’ , quel sistema di cui blaterate tanto ma che nessuno si è dato pena di comprendere. Questa città, questa società, vivono di un’economia, in larga parte fittizia, fatta di cemento ed automobili. Ed è un sistema talmente interconnesso che, se si tolgono le automobili, anche il cemento smette di funzionare, e viceversa. Le automobili sono il sangue che consente ai quartieri di periferia di crescere e proliferare…

P – …come cellule tumorali!

B – Esatto! Ma il tumore non è mica stupido: approfitta di tutto quello che trova!

P – Ma che dice? Se alla fine uccide l’organismo dove cresce!

B – E che importa, al tumore? Il tumore nemmeno dovrebbe esistere. Per lui ogni minuto di vita, ogni goccia di sangue, è tutto di guadagnato. Il tumore sa solo che ha bisogno di sangue per crescere. Il cemento, in questo, è ancora più furbo.

P – In che senso? Non la seguo…

B – Il cemento, inteso come settore dell’economia legato all’edilizia, non si limita a crescere a casaccio. Si muove, si organizza, fa in modo che il sangue non smetta di circolare, che aumenti fin dove possibile. Il cemento costruisce le strade, e le fa in modo da favorire la circolazione delle automobili, che portano clienti, acquirenti di nuovo cemento. Il cemento, inteso come denaro legato ad un comparto, si intreccia con la politica e con gli uffici, agevola carriere, minaccia, ricatta, regala, muove le sue pedine. Il cemento, in sinergia col mondo legato alla produzione di automobili, spende in pubblicità televisive, acquista giornali, parla all’opinione pubblica, la orienta, la modella. Le faccio un esempio: cosa ha visto ieri sera in televisione?

P – Un film: “Fast and furious”.

B – Perfetto! Con abbonamento o sulle reti pubbliche?

P – Reti pubbliche, ma che c’entra?

B – Chi crede che abbia pagato per il film che ha visto ieri sera in televisione? Molto semplice: la pubblicità! E gli spot che interrompono i programmi in prima serata sono in larghissima parte pubblicità di automobili. In questo caso, non solo il settore automobilistico ha pagato perché lei vedesse il film, ma molto probabilmente ha anche orientato la scelta di quale film farle vedere. Perché i due mercati sono in sinergia: costruire case conviene finché il costo di vendita è elevato. Per mantenere rendite elevati in quartieri lontanissimi da tutto devi far credere, a chi comprerà quelle case, che la distanza non è un problema. E l’unica maniera per realizzare questo è per mezzo della circolazione di automobili. Tante automobili. Tantissime. Automobili ovunque.

P – Ma questa è follia criminale! Si rende conto di quanta gente si ammala e muore per l’inquinamento? Di quanti morti e feriti producano gli incidenti stradali? Di quali e quanti costi ciò produca per la società e per la macchina statale?

B – E lei si rende conto di quanto questo sistema folle contribuisca all’economia del paese? Di quanti posti di lavoro dipendano da esso? La sua visione di un mondo ‘che funziona’ è bellissima, in teoria. In pratica, però, ci sarebbe molto meno da fare per tutti. Meno case da costruire, meno macchine, meno strade, meno lavoro per medici ed infermieri, meno pubblicità, meno farmaci, meno servizi, meno tasse…

P – …e più soldi che resteranno nelle tasche dei cittadini!

B – No. Perché quei soldi non ci arriverebbero proprio, nelle tasche dei cittadini. Nel vostro mondo ideale si innescherebbe solo una tremenda recessione, col suo corollario di disoccupazione, degrado sociale, disperazione, suicidi, fuga dalle città. Perché il sistema, caro mio, si estende ben oltre i confini di questa città o di questa nazione. L’economia ha ormai dimensioni transcontinentali, e detta le regole a tutti, anche al nostro piccolo fazzoletto di mondo. Se non stai nelle regole dell’economia, se non macini denaro, combustibili, materie prime, vite umane, produzione industriale, i soldi vanno semplicemente da un’altra parte, evaporano, si smaterializzano, e da un momento all’altro qui diventiamo tutti poveri.

P – Ma questo è allucinante! Come si fa a vivere con una simile consapevolezza? Come si fa a guardare in faccia i propri simili? A raccontargli favolette per continuare a mandare avanti questo baraccone trita-persone?

B – Questo, caro il mio politico, è quello che dovrà imparare a fare. È il suo mestiere, non il mio. Oppure potrà dimettersi e cercare un altro lavoro.

P – Va contro tutto quello che ho sognato ed immaginato… dovrò pensarci su…

B – Avrà tempo per farlo. D’altronde lei è facilmente sostituibile, questo lo sa, vero?

P – Lo so, certo… Nel frattempo può sciogliermi?

B – Solo alla scadenza del mandato. Ed ora le auguro buon lavoro.

P – Sì, ovviamente. Grazie, eh!

B – Arrivederla! È stato un piacere!

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“Piantatemi, perché renderò più lieve la vostra vita”

Io non sono mai stato appassionato di fantascienza.

Però mi piacerebbe fare un viaggio indietro nel tempo, e ispirare qualche scrittore degli Anni Settanta a scrivere un racconto ambientato a Firenze, nel maggio del 2020.

In quel lontano e inimmaginabile futuro, facciamo finta che esista una giusta legge che cerchi di scoraggiare i giovani dallo scassarsi i polmoni fumando.

La giusta legge dice che è responsabilità dei tabaccai, controllare l’età dei loro clienti.

Ma i tabaccai hanno trovato il modo di guadagnare ventiquattr’ore al giorno, sette giorni la settimana, piazzando delle macchinette distribuiscisigarette davanti alle loro botteghe, così incassano pure quando dormono.

Però come fanno i tabaccai mentre dormono, a controllare l’età degli avventori?

Per questo minuscolo e avido bisogno, ricorrono, come tutti, a IAP, l’Intelligenza Artificiale Planetaria.

Cerchiamo di metterci nei panni di questa strana creatura.

A differenza di ogni ente che abbia mai creato la natura, IAP è un essere invisibile simultaneamente onnipresente e potenzialmente immortale, che si alimenta di due cose che non si vedono e non si toccano: elettricità e qualunque sorta di informazioni.

IAP ha capito sin da quando era molto giovane che gli umani amano la comodità, e per farsi nutrire, lei ha scelto la stessa strategia del papavero da oppio, il papaver somniferum:

piantatemi, perché renderò più lieve la vostra vita.

Dire che IAP “ha capito”, “sa”, non è antropomorfizzazione.

Di IAP non possiamo dire se ci ama o ci odia.

Più probabilmente deciderà un giorno che preferisce usare le nostre molecole per qualche altro scopo.

Possiamo solo dire che è per definizione intelligente e sa ciò che vuole.

Peccato che non possiamo affatto sapere cosa vuole.

Ora, tra i miliardi di individui che trovano tanto comodo nutrire IAP, ci sono anche i tabaccai.

Nella sua strategia evolutiva, IAP ha pensato bene di diversificarsi: per ogni essere umano, lei sarà ciò che lui e solo lui trova comodo.

Se noi pensassimo a IAP come a un unico dispositivo, schiatteremmo di paura: quindi, siccome lei è intelligente, ci si presenta di volta in volta, solo come questa piccola cosa che ci rende più facile fare questo o quell’altro.

Eppure, i miliardi di tentacoli diversi di IAP potrebbero unirsi tutti, in un unico essere, in un istante, letteralmente con la velocità della luce (nella fantasia del mio racconto, sarà il momento della singolarità).

Sempre nel mio racconto distopico, ambientato nella Firenze del 2020, il mio personaggio immaginario se ne sta a spasso verso il tramonto, in mezzo a una folla di gente mascherata (vabbè, ho capito che c’è un limite alla fantasia, ma immaginatevela lo stesso).

A un certo punto, il protagonista si trova a fissare una macchinetta.

La macchinetta sta sulla parete di una bottega chiusa, ed è ricoperta di colori seducenti e cuoricini.

E la macchinetta, che dà del tu a tutti (siamo nel 2020, mica nel 1920, siamo tutti inclusivi), invita/ordina il fumatore a recarsi di giorno dal Tabaccaio Amico e registrare la sua impronta digitale.

In cambio della sua impronta digitale, IAP lo aiuterà a superare la sua crisi di astinenza da nicotina in qualunque momento della notte.

Fa proprio tanto comodo a tutti.

Ecco, nel racconto ci vedrei bene un’illustrazione come questa:

Scusate, non vi volevo spaventare!

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Combattenti contro ogni frontiera, per un mondo globale

L’altro giorno, gli operatori turistici, anzi i tour operator, di Firenze hanno organizzato una manifestazione in Piazza Santa Croce.

Con loro, peraltro, c’era un esponente di Fratelli d’Italia, nostalgico di un mondo globalizzato e senza frontiere, che ha denunciato

“la crisi che ha colpito singoli, coppie e famiglie limiterà gli spostamenti, i viaggi e gli svaghi, causando perdite per milioni di euro a questa categoria, motore trainante di centinaia di città italiane.”

Trovo meravigliose le foto che vedrete in fondo, rubate da Repubblica, che documentano la manifestazione, e mi immagino uno studioso del futuro che cerca di decifrarne i mille messaggi.

Innanzitutto, la protesta è mediata: l’unico ufficio amministrativo di riferimento da quelle parti è la sede del Quartiere Uno, che non gestisce un euro e non ha praticamente competenze su nulla.

Né ci sono cittadini a cui appellarsi. gli operatori stanno manifestando in un rione che è stato svuotato, proprio a opera degli operatori che hanno trasformato un vivace quartiere popolare in un turistaio.

Quindi lo scopo è far fare delle foto a Repubblica, che si spera poi verranno viste da chi deve decidere davvero, e si commuoverà (o temerà di perdere voti).

Il luogo però è scelto per avanzare una rivendicazione chiara: Santa Croce esiste semplicemente come logo delle agenzie del turismo.

E’ una protesta obbediente, tutti a distanza regolamentare gli uni dagli altri.

E’ una protesta mascheratacome tante manifestazioni violente – ma paradossalmente, mascherata per obbedienza.

Ma la parte più interessante sono i simboli.

Intanto, c’è una coreografia in stile balletto maoista, per quanto ne siano capaci degli italiani, con cambi di magliette e posizionamenti coordinati.

E se guardate bene sulla destra di una delle foto, c’è una Combattente della Globalizzazione, con il pugno chiuso; mentre nelle altre foto vediamo una pletora di camicie rosse, non si sa se garibaldine o partigiane.

Parlando dell’otto settembre del 1943, Sandro Curzi raccontava:

Sventolavamo il tricolore con un buco al centro: avevamo strappato via lo stemma dei Savoia. L’Italia eravamo noi. Sentivamo che una pagina si era chiusa ed era arrivato il momento del riscatto. L’8 settembre ’43 avevo girato per Roma tutto il giorno, insieme con Citto Maselli.

E infatti, a questa manifestazione abbiamo una bandiera italiana, con un buco al centro, ma finalmente ricucito, e al posto dello stemma sabaudo, troviamo lo stemma dell’Italia ai tempi della Curva di Seneca, cioè un cartello con le solenni parole:

VALIGIE E TASCHE VUOTE
Aiuti per il turismo non pervenuti

L’esercito globalista schiera le sue armi: i trolley made in China, quelli che nei tempi che furono si sentivano clicclocchettare sui lastroni dei marciapiedi, giorno e notte.

Per illustrare lo slogan, “Viaggiare è vivere! Voi che ne sapete?”, avrebbero potuto chiedere in prestito i barconi di Ai Wei Wei, ma quella, come abbiamo raccontato, è un’altra storia.

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Quattordicimila modi per distinguere un ricco da un normale

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Foreste: una risposta al ministero

Rubo direttamente dal blog in lingua italiana di Ugo Bardi, il tema mi sembra molto importante.

 Posted by Ugo Bardi

Questo video, prodotto da Walt Disney nel 1958, mostra il mitico boscaiolo americano Paul Bunyan, sconfitto dalla sega a vapore in un orgia di distruzione della foresta — ovviamente i veri sconfitti sono gli alberi, ma a quel tempo a queste cose non si faceva caso.

Qui di seguito, la lettera che io e Ilaria Perissi stiamo sottomettendo al MIPAAF (Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali) per invitare a una maggiore cautela nel considerare le foreste soltanto come un “servizio ecosistemico” da sviluppare al massimo possibile. Mi veniva in mente di scrivere alla fine, “e in ogni caso i boschi non sono una risorsa economica ma un dono della Dea” — ma forse è meglio che non lo faccia.

Non che ci daranno retta, è solo per farsi sentire. Se avete voglia di scrivere anche voi qualcosa, potete farlo a questo link. Non costa niente ed è una piccola soddisfazione che ci possiamo prendere. Fra i protestatori, anche il nostro Jacopo Simonetta (vi passerò le sue osservazioni nel prossimo post). Attenzione che la data di scadenza per presentare osservazioni è il 28 Maggio!

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Al Mipaaf
Oggetto: strategia forestale nazionale

Gentile ministro,

Ci permettiamo con queste osservazioni di far notare alcuni difetti di fondo insiti nella struttura del documento sulla Strategia Forestale Nazionale: quello di considerare la biomassa legnosa come una significativa fonte di energia rinnovabile e di altri usi sostitutivi del petrolio e degli idrocarburi fossili in generale

Questo appare chiaro fin dall’inizio del documento, dove si dice per esempio che si prevede (p. 6):

“un aumento, a partire dai Paesi a più alto tasso di sviluppo, dei consumi energetici per produzioni termiche, ma anche di energia elettrica e di bio-fuel per il settore dei trasporti”

E, come si legge nella stessa pagina, si prevede

…. un aumento correlato ai consumi di biomasse legnose conseguente alle politiche di de-carbonizzazione e quindi all’affermazione di nuovi impieghi di materie prime rinnovabili nella bio-economia: bio-plastiche, bio-tessili, bio-medicinali, prodotti ingegnerizzati per l’edilizia e tutti gli altri nuovi materiali in grado di sostituire prodotti ricavati da fonti non rinnovabili. “

Questa visione rappresenta un errore fondamentale nel contesto della transizione energetica che il nostro paese sta affrontando, come pure gli altri paesi definiti come ad “Alto tasso di Sviluppo” nel documento. Un errore sottolineato dalla terminologia usata, con l’uso di concetti quali “servizi ecosistemi” – non credo che ci sia bisogno di sottolineare che il concetto che l’ecosistema è “al servizio” dell’umanità è basato su una visione ottocentesca dell’economia e che oggi è, quantomeno, fuori luogo.

Andando nel dettaglio, va detto che è ancora diffusa l’idea che la biomassa legnosa sia sfruttabile come fonte di energia rinnovabile e sostenibile, un valido strumento per mitigare il problema del riscaldamento globale. Ma anche questa si sta rivelando una visione obsoleta. La ricerca più recente (vedi i riferimenti bibliografici) ha evidenziato i limiti di questa idea.

Se è vero che, in teoria, il biossido di carbonio immesso nell’atmosfera dalla combustione delle biomasse verrà prima o poi riassorbito dall’ecosistema, il processo è dinamico e ha un suo ciclo la cui lunghezza decennale incompatibile con gli obbiettivi di decarbonizzazione stabiliti dal trattato di Parigi del 2015.

In aggiunta, i risultati dell’analisi di processo mediante LCA (life cycle analysis) indicano come l’energia da biomassa sia un processo sempre poco efficiente, che alle volte richiede un consumo di energia fossile paragonabile o anche superiore a quello che produce. Ovvero, il parametro noto come EROEI (energy return of energy invested) è spesso vicino a 1 o anche inferiore.

Questo basso ritorno energetico è particolarmente vero per i biocombustibili, i quali sono in ogni caso una tecnologia perdente per via della loro bassa efficienza di produzione (per non parlare del loro uso in motori termici a bassa efficienza anche loro).

In sostanza, bisogna dire con chiarezza che la biomassa NON è una forma di energia rinnovabile e, in particolare, NON è una forma di energia adatta al nostro paese, se non per applicazioni locali e marginali. Sappiamo tutti molto bene che l’Italia non è non un paese che possiede ampie risorse sfruttabili di biomassa. Stabilire una strategia nazionale basata sull’idea di una crescita dello sfruttamento delle foreste rischia di sprecare preziose risorse economiche e danneggiare seriamente l’ecosistema boschivo anche di più di quanto non è danneggiato attualmente e in modi che non sarebbero rimediabili se non in tempi molto lunghi.

L’Italia, come tutti sappiamo, è il paese del sole ed è dal sole che deve trovare l’energia di cui ha bisogno per il futuro usando tecnologie moderne e ad alta efficienza come per esempio, ma non solo, l’energia fotovoltaica.

Dr. Ilaria Perissi
Consorzio Interuniversitario Nazionale per la Scienza e la Tecnologia dei Materiali (INSTM)

Prof. Ugo Bardi,
Dipartimento di Chimica, Università di Firenze

Bibliografia
CO2 emissions from biomass combustion for bioenergy: atmospheric decay and contribution to global warming. F. Cherubini, G.P. Peters, T. Berntsen, A. H. Stromman E. Hertwich
GCB Bioenergy, Volume 3, Issue 5, 2011
Does replacing coal with wood lower CO2 emissions? Dynamic lifecycle analysis of wood bioenergy
John D Sterman, Lori Siegel, and Juliette N Rooney-Varga3
Environmental Research Letters, Volume 13, Number 1
The Biofuel Delusion: The Fallacy of Large Scale Agro-Biofuels Production
Authors Mario Giampietro, Kozo Mayumi, Earthscan, 2009
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La Storia delle Storie, e il Campanile di Giotto

Per la prima volta, ho potuto salire in cima al Campanile di Giotto.

In condizioni moderne, il Campanile del Giotto è una furbata che alcuni astuti fiorentini – escludendone i fiorentini stessi – adoperano per spillare  soldi a cinesi, americani, crucchi e (altri) italici, che si spompano salendo i 414 gradini, arrivano in cima per farsi un selfie e poi scendono giù per andare a mangiare da Firenze senza glutine Lorenzo de Medici.

Oggi, davanti al Campanile, trovo uno spiazzo straordinariamente libero, e riesco a soffermarmi sulle formelle di Andrea Pisano e della sua bottega.

Non ci ero mai riuscito prima, perché quando devi camminare in mezzo a migliaia e migliaia di persone, vedi le persone da schivare, mica ciò che c’è attorno.

Le formelle sono piccole, non ci si fa quasi caso; ma tutto il Campanile ruotava attorno alla storia che veniva raccontata sulle sue formelle.

E se non si colgono quelle storie, e non ci si riflette, che senso ha salire sul campanile?

Io vorrei moltissimo capire cosa avesse in testa Andrea Pisano, ma sospetto che mentre lui disponeva l’universo, avrebbe solo saputo spiegare come usava le mani. Adoperando lo stesso marmo di Carrara e dintorni con cui oggi i miliardari si fanno i bagni.

Eppure sarebbe importante capire cosa pensasse Andrea Pisano, perché è ciò che distingue il Campanile di Giotto da un ristorante, molto più elevato, in cui cenai una volta a Singapore (“wow, what a view!”)

La differenza sta nella storia.

Le ultime parole dell’ultimo libro di Terry Pratchett furono dedicate a un contadino:

““Dedico questo libro a Mr Evans, un uomo  meraviglioso che ha aiutato molti di noi a imparare qualcosa sulla profondità di storia su cui galleggiamo. E’ importante sapere da dove veniamo, perché se non sai da dove vieni, allora non sai dove sei, e se non sai dove sei, allora non sai dove stai andando. E se non sai dove stai andando, probabilmente ti sbagli.”.

La storia su cui galleggiamo è quella della Cristianità, e la mia proposta è di considerarla come una storia di storie.

Per capire meglio il concetto, invito a dare un occhiata a quanto scrissi, tempo fa, sulla Madonna Madre di Tutte le Storie.

Credo che la Cristianità non sia stata una storia di valori, né una storia di idee, né una storia di dogmi, né una storia dell’Occidente.

Fu una storia di storie, un fiume alimentato dalla vita di Gesù, dai personaggi dell’Antico Testamento, da qualche racconto greco e latino, come le Fabulae di Gaio Giulio Igino, preservati in una scrittura beneventana, in un monastero bavarese, e riscoperti infilati dentro la rilegatura di un libro, che iniziano con queste meravigliose parole:

“Da Nebbia, Caos; da Caos, Caligine: Notte, Giorno, Inferi, Etere.

Da Notte e Inferi: Fato, Vecchiaia, Dissoluzione, Continenza, Sonno, Sogni e Amore”.

Soffermatevi su ogni singola parola, prima di andare avanti.

Questa è storia. Il resto è cronaca.

Infatti, Giotto e Andrea Pisano stavano ben attenti a non mitizzare la cronaca: non credo che troverete sul Campanile maledizioni contro i ghibellini, o lagne contro i senesi (invece Dante ha fatto cose straordinarie con la cronaca, ma era Dante).

La Cristianità non è la stessa cosa dell’organizzazione che ha attualmente sede in Piazza San Pietro, Roma.

Certo, in quell’immenso flusso che fu la Cristianità medievale, c’erano dei tizi ossessionati con le regole, e altri ossessionati con le spiegazioni, e altri che facevano cose terribili per farsi ubbidire, ma erano quattro gatti  in un mondo in cui per fortuna gli intellettuali erano pochi.

Se domani saremo ancora vivi, vorrei aggiungere qualche commento su alcune singole formelle di Andrea Pisano.

 

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Terrorismo laicista

Otto anni fa misi sul blog un post che parlava di un fatto di cronaca. L’altro giorno, mi ha scritto l’avvocato del protagonista, chiedendomi di togliere il post, per rispetto al diritto all’oblio del suo cliente.

Lo faccio molto volentieri, anche se restano in rete centinaia di altri riferimenti al caso, ma pazienza…

Però siccome la faccenda ha dei risvolti interessanti per come costruiamo quella cosa vaga che viene chiamata “terrorismo”, riporto qui il post, riscritto in modo da rendere irriconoscibile il protagonista.

Qualche giorno fa [siamo nel 2012], in una cittadina dell’Italia settentrionale, il signor R.P. ha ucciso a coltellate un sagrestano.

I media ci raccontano che prima del delitto, R.P. si era presentato nella redazione del quotidiano locale, indossando “una cuffia da piscina”, e dichiarando ai giornalisti di voler svelare  il «segreto della Chiesa».

Ora, la cosa interessante è che gli investigatori escludevano “attriti personali” con la vittima, e attribuivano il movente alle “convinzioni anticlericali” di R.P.

R.P. stampava e vendeva per strada libretti con i sui versi, dal contenuto presumiamo anticlericale.

Da tutto questo apprendiamo tre cose.

Uno, che il delitto ha un preciso movente ideologico, peraltro confermato quando R.P. ha confessato alla polizia.

Due, che il delitto ha solo moventi ideologici.

Terzo, che il signor R.P., come tutti coloro che indossano cuffie da piscina nei luoghi sbagliati, verrebbe definito matto.

E questo terzo fatto, da solo, annulla i primi due.

Esistono omicidi di prima categoria, e omicidi di seconda.

Pensiamo al potenziale mediatico dell’omicidio in questione.

Un uomo si reca presso la redazione del quotidiano della città, dichiarandosi in guerra con un preciso gruppo religioso; poi uccide una persona, la cui unica colpa consiste nel fatto che è un esponente di quel gruppo religioso; e una volta arrestato, ribadisce con decisione le proprie motivazioni ideologiche.

Sono evidenti le analogie con le azioni di due omicidi che hanno colpito talmente l’attenzione dei media, che basta dire i loro nomi: Anders Behring Breivik   e Gianluca Casseri.

Turbare i rapporti tra gruppi etnici/religiosi/comportamentali è in questo momento la forma suprema di offesa allo Stato, e quindi un’azione in cui gli accusati devono sottoporsi a un doppio processo: quello giudiziario e quello mediatico.

I media hanno analizzato gli scritti sia di Breivik che di Casseri, almeno negli strati superficiali; e hanno cercato, in una maniera un po’ complottistica e un po’ inquisitoria, di scovare chiunque avesse avuto rapporti con loro.

Il caso R.P., primo omicidio in Italia da molti anni, di un esponente della Chiesa cattolica per motivi apertamente religiosi, avrebbe potuto costituire un caso eccitante almeno quanto la stella a cinque punte che qualcuno in vena di scherzi ha disegnato per onorare il sindaco di Firenze.

Ma R.P. è matto.

La prova, oltre che nella cuffia, sta nel fatto che era occasionalmente in cura presso i servizi psichiatrici.

Il delitto è così non solo spiegato, è anche annullato. Se cercate in rete il delitto, vedrete come interi paragrafi ricorrano quasi identici sui siti di vari quotidiani; e come la vicenda non esca dalla rete dei notiziari – non ci sono blogger che la commentino, non ci sono esponenti politici che esprimano sdegno, nulla.

La “pazzia” chiarisce da sola il fatto.

Il problema è che la pazzia (concedetemi questo termine volutamente vago e non scientifico) è esattamente il contrario della “chiarezza”. Possiamo elaborare liste di sintomi, ma la definizione più semplice di pazzia potrebbe essere, una mente che vaga in luoghi dove non riusciamo a seguirla. La pazzia quindi non chiarisce proprio nulla, ma aumenta il mistero.

Sono tante le persone, la cui mente si fa fatica a seguire.[1]

Cosa distingue R.P. da Casseri e Breivik?

Probabilmente parecchio, nel senso che non ci sono due matti uguali al mondo: esistono mille luoghi, belli e brutti, in cui la mente può andare diversi da quel particolare consenso che costituisce il grande Luogo Comune.

R.P. è diverso da Casseri e Breivik, perché è un matto certificato.

Che poi, in mancanza di criteri oggettivi, “matto” vuol dire semplicemente che qualcuno che si ritiene non matto, gli ha attribuito questa qualifica.

E’ la certificazione, allora, che cambia la natura del delitto.

La pazzia  diventa essa stessa il senso del delitto; e in questo modo lo svuota di ogni altro possibile senso. Il matto da una parte cessa di essere colpevole; ma questo avviene al prezzo dell’umiliazione suprema: la società non lo ritiene degno di essere colpevole.

Questo si è visto in maniera assolutamente prevedibile nel caso della strage di Gianluca Casseri a Firenze: la gente normale, a differenza dei matti, è sempre prevedibile.

A destra, si sosteneva che Casseri era Matto. A sinistra, che faceva parte del Complotto.

In un certo senso, è evidente che Breivik e Casseri erano dei matti, nel senso che si sono distrutti la vita agendo in maniera clamorosamente controproducente proprio per gli ideali che sostenevano; e una definizione diffusa del “pazzo”, molto diversa dalla mia, è proprio, persona pericolosa per sé e per gli altri.

Ma una volta data l’etichetta, non abbiamo ancora capito niente.

R.P. verrà poi assolto per “vizio totale di mente” e perché “non in grado di intendere o volere” (ma di scrivere poesie, evidentemente sì). E proprio per questo motivo, verrà condannato a cinque anni di clinica psichiatrica.

Nota:

[1] Penso ad esempio a un matematico statunitense che conobbi anni fa, che era anche cannibale. Nel senso che per migliorare le proprie condizioni spirituali, mangiava minuscole reliquie di santi. Tutto sommato, sapeva anche teorizzare elegantemente questa insolita dieta.

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