Il Processo

Cos’è il Processo che stiamo vivendo?

Parlavo con l’amico Roberto M., nato in Maremma, insegnante di scienze in pensione.

Suo padre faceva il buttero, poi ha iniziato a cavalcare i trattori. Quando è nato Roberto, non c’era né acqua potabile, né corrente elettrica in casa.

Mio suocero invece è nato nel 1940, e la mamma l’hanno portata a partorire a San Sepolcro, quindici chilometri a valle, su di una treggia.

A Siracusa ho conosciuto uno che era stato carrettiere, e mi raccontava di come partiva il corteo dei trasportatori. In testa quello che cantava meglio, sul cavallo con i pennacchi. Attraversavano di notte i villaggi, e sotto i carretti c’era una lanterna che proiettava sulle pareti delle case i raggi delle ruote. Il capo carovana cantava una strofa, e gli altri dietro un ritornello; poi un’altra strofa…

Tutti abbiamo storie così: io che vivo nel 2025, ho conosciuto gente che non viveva tanto diversamente da come si viveva nell’Età del Ferro, o nel Neolitico.

Pensiamo per ora solo alla velocità e l’immensità del Processo.

Inanzitutto c’è il crollo della biodiversità in terra, sul mare e nel cielo.

poi c’è il cambiamento radicale del rapporto degli esseri umani con il mondo, con i corpi che li circondano, con lo spazio e infine con gli altri esseri umani;

c’è l’improvvisa comparsa dell‘intelligenza artificiale che sta portando a una mutazione nel modo in cui usiamo il cervello, e di conseguenza nella maniera in cui le cellule del cervello si strutturano;

c’è l’abolizione di ogni forma di lavoro diverso da quello del rider o della prostituta;

e c’è la penetrazione profonda e irreversibile nel corpo e nel cervello degli umani, di cui la macchinetta per i sogni lucidi è solo un piccolo esempio pittoresco.

Questo Processo nasce da un’idea che un tempo si chiamava Progresso. Come dice l’amico Stefano Isola, il progresso si presenta come

“un processo storico necessario ed irreversibile in cui l’umanità sarebbe chiamata ad evolvere ampliando incessantemente le sue basi produttive e trasformando il mondo al fine di soddisfare i propri desideri e, appunto, soggiogare la natura.

Questo Processo implica un passaggio dalla qualità – la diversità infinita della vita – alla quantità, cioè agli algoritmi e al denaro che diventano misura di ogni cosa.

Alla faccia di quelli che parlano di “materialismo”, si tratta del passaggio dalle cose che possiamo toccare e vedere, a qualcosa di puramente astratto: dal solido, alla polvere, e dalla polvere alla pura astrazione. Al posto delle cose vive, i pixel identici e intercambiabili tra di loro e immateriali.

Negli sconvolgenti versi ritmati della Dies Irae, del tredicesimo secolo, si diceva che il secolo – lo spazio tempo – si dissolve in scintille e cenere, “solvet saeclum in favilla”.

Questo Processo passa dall’Umano come l’abbiamo conosciuto, a qualcos’altro, che possiamo chiamare il Transumano.

Questo Processo non è lineare, ma è in costante accelerazione. “Esponenziale” è una parola di cui si abusa spesso, ma in questo caso è più o meno esatta. Ogni due giorni, leggo, viene generata e archiviata una massa di dati e informazioni pari a quella generata dalla nascita dell’uomo fino al 2016.

Che pensiate al numero di foto scattate, o al numero di traduttori in crisi a causa dell’intelligenza artificiale, l’andamento è più o meno questo:

Questo Processo è unitario. La scomparsa delle lucciole è la stessa cosa del blackout dovuto all’eccesso di aria condizionata nel centro di Firenze, o al fatto che il ragazzino invece di studiare chiede a ChatGpt di fargli il compito in classe.

Questo Processo è imprevedibile.

Una volta, c’era l’idea del laboratorio. Il piccolo spazio preciso e chiuso, dove se faccio questo, o succede questo, o succede quello, e se esplode tutto, pazienza, non esce dalle pareti blindate dove sto sperimentando.

Oggi si sperimenta qualunque cosa sul mondo intero, e poi si cerca di cavalcare la tigre.

Questo vuol dire che non esiste più futuro, si naviga a vista.

Senza futuro, non esiste più la possibilità di un progetto politico di alcuni tipo.

Di fronte al Processo, ognuno prenda la posizione che si sente profondamente dentro. E quindi il culmine del “progresso razionale” è la perdita di ogni ragione.

Per molti, la prospettiva è esaltante. Come i paracadutisti che si lanciano dall’aereo cantando l’Inno della Folgore:

Cuori d’acciaio all’erta il cielo è una pedana, tra poco nell’offerta noi piomberemo giù, pugnali e bombe a mano, viatico di morte, e l’ansia della sorte non sentiremo più! Aggancia la fune di vincolo, spalanca nel vento la botola, assumi la forma di un angelo e via pel tuo nuovo destin!

Che ha un suo fascino anche per me, solo che nel fondo, non sono un folgorato transumanista.

Mi sento dell’Altra Parte, quella della Gatta Piccola che a occhi spalancati mi richiama tutta agitata e con voce profonda, per portarmi in dono un calzino che ho appena steso ad asciugare. Forse pensa di donarmi un topo morto, non lo so, ma c’è un’urgenza nel dirmi qualcosa, che somiglia a quella del vecchio Walter, l’ultimo fabbro sfrattato dell’Oltrarno, che cerca ancora una forgia dove fare cose belle.

Solo attenzione, la Gatta e il Fabbro sono in qualche modo anche loro parte del Processo, che è dentro noi tutti: il Processo che trasforma incessantemente il mondo, ammazzando topi e forgiando lampioni con il fuoco di Prometeo. Noi che siamo dalla parte della Vita dobbiamo tenere in conto che la Vita è anche questo.

Se in qualche modo ci fa intimamente orrore l’abisso che abbiamo davanti – l’annientamento della Vita – ci viene voglia di reagire, di fare qualcosa.

L’estate scorsa, noi che abbiamo in orrore l’annientamento della Vita, ci siamo trovati per tre giorni a riflettere, insieme alle lucciole che uscivano fuori al buio, e che molti non avevano mai visto in vita loro.

Grazie a Leonardo di Schio, mi è venuto un filone di pensieri.

Di solito, noi viventi siamo abituati a fare qualcosa contro un nemico. Più o meno, qualcuno che possiamo odiare, prendere a cazzotti. Un cattivo.

Invece, il nostro nemico è dentro di noi.

Al bagno del casolare in cui ci siamo riuniti, ho trovato questo cartello, messo da una splendida e storica femminista:

Immaginatevi questo testo, letto da due prospettive diverse. La prima, quella di un mondo chiuso che tendeva a togliere ogni spazio a una ragazzina nata, poniamo, cent’anni fa. A negarle il suo potenziale, e a segnarne il destino. E’ un manifesto meraviglioso…

Ma riguardate questo testo, dalla prospettiva della pubblicità attuale. Ogni singola frase potrebbe essere un pezzo di merce che ti spaccia una multinazionale.

Quello che chiamiamo “il capitalismo”, alla fine, deve fare il miracolo di trasformare dieci in undici, cioè di cavare dal nulla un guadagno, una ricchezza che prima non c’era.

Ecco perché il capitalismo deve incessantemente cercare qualcosa di nuovo. Nel 1848, dico nel 1848, quando non c’erano nemmeno i telefoni o le automobili o la luce elettrica, il trentenne visionario Marx, laureato in filosofia, colse il Processo:

“Le antichissime industrie nazionali sono state distrutte, e ancora adesso vengono distrutte ogni giorno. Vengono soppiantate da industrie nuove, la cui introduzione diventa questione di vita o di morte per tutte le nazioni civili, da industrie che non lavorano più soltanto le materie prime del luogo, ma delle zone più remote, e i cui prodotti non vengono consumati solo dal paese stesso, ma anche in tutte le parti del mondo. Ai vecchi bisogni, soddisfatti con i prodotti del paese, subentrano bisogni nuovi, che per essere soddisfatti esigono i prodotti dei paesi e dei climi più lontani.”

Guardiamo le frasi nel manifesto appeso al bagno, da VIAGGIA SPESSO a VIVI IL TUO SOGNO. INDOSSA LA TUA PASSIONE.

Lì cogliamo tutta la vera forza del Processo. Che si fonda sulla Saligia: Superbia, Avarizia, Lussuria, Invidia, Gola, Ira, Accidie. Ciò che gli economisti chiamano, mercato.

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L’Iran, unə Marchesə Monarcofemministə e Lucifero a quota 200 mln nel mattone

“Anche l’8 marzo per le transfemministe di Non una di meno esistono donne di serie a e donne di serie b.”

E’ quanto denuncia, scandalizzatə, unə giornalistə del Giornale, tale Francesco Giubilei, che a quanto pare si dedica soprattutto a stalkerare (giornalisticamente) l’eurodeputata Salis, e per questo lui “è stato inserito da “Forbes” tra i 100 giovani under 30 più influenti d’Italia.”

A scanso di equivoci, Francesco Giubilei non si sta lamentando di essere statə trattatə come donnə di serie B; si sta lamentando per conto terzi:

“Al corteo organizzato oggi pomeriggio a Roma contro la guerra e il governo Meloni è stato allontanato un gruppo di iraniane che volevano partecipare per ricordare le donne uccise dal regime.”

Dunque, c’è un “corteo contro la guerra” a cui avrebbe deciso di partecipare a tutti i costi un gruppo di “donne iraniane” che ha colto il momento per agitare bandiere di una monarchia caduta mezzo secolo fa ed esaltare un attacco militare partito una settimana prima… e si sarebbe preso dei fischi (nessuna violenza comunque).

Ma la cosa che colpisce sono i nomi dellə donnə “di serie B”, che “Il Giornale” intervista: Mario Filippo Brambilla di Carpiano e Francesco Di Bartolomei.

Un bellissimo esempio di identità fluida intergender e interculturale. Pare che il nome vero sia MarioFilippo, tutto attaccato e con la F maiuscola (poi troviamo anche con la “f” minuscola, Mariofilippo), ma si sa che i giornalisti sono malpagati e possono facilmente sbagliare, e soprattutto non devono rendere conto a nessuno.

MarioFilippo/Mariofilippo Brambilla di Carpiano (di seguito MF) è presidente dell’Assocazione Italia-Iran; e Francesco di Bartolomei è il suo “referente romano”.

MF è profondamente intersezionale. Sfida infatti con coraggio anche i pregiudizi di classe, come ci rivela Il Blog del Marchese. Che intervistando MF fa vedere lo sguardo forte di unə donnə iranianə che non ha paura a togliersi il hijab mentre sfida le transfemministe:

Il Blog del Marchese coglie l’essenza di MF:

““L’accessorio che non dovrebbe mai mancare nel guardaroba di un uomo è il papillon dello smoking da annodare a mano.”

Questa frase ci svela molto sulla personalità del Nostro intervistato”

Vediamo smentire subito un luogo comune che vedrebbe nel cognome Brambilla il prototipo del milanese arricchito e ignorante:

“La sua famiglia discende da un ramo dei Brambilla, proprietari terrieri di Carpiano e Pairana alle porte di Milano, di nobiltà di origine asburgica […] Nel 1911 Enrico Brambilla fonda il Gruppo Brambilla che comprenderà la Società di costruzioni, un cotonificio e l’industria chimica che diverrà il fiore all’occhiello del gruppo per via della produzione di concimi chimici per l’agricoltura, realizzata negli stabilimenti di Milano e di Verrres, ai quali si aggiunse la produzione di ossigeno, azoto e solfato ammonico.”

Non sappiamo se l’elio dei palloncini sia stato prodotto dalla Ditta Brambilla, comunque MF si sente così

Come tante altrə donnə iranianə, MF ha conosciuto anche l’esilio:

“MarioFilippo nasce in Liguria, ma come spesso accade capita solo di nascerci in un posto ma si vive la propria vita in un altro. Così come per MarioFilippo che ha trascorso parte della sua infanzia ed adolescenza a Milano per poi studiare a Ginevra dove ha conseguito il master degree in Business Administration. Terminati gli studi, dopo una parentesi nell’attività di famiglia, ha lavorato presso una banca d’affari, prima in Svizzera e poi nel Principato di Monaco.”

MF decide a un certo punto di dedicarsi al Terzo Mondo.

“All’inizio del 2009 ha vissuto per un periodo a Teheran quale componente di una delegazione imprenditoriale italiana che aveva come mission l’incremento dei rapporti economici bilaterali tra Italia e Iran.”

Mentre negoziava affari con l’attuale governo dell’Iran, qualcosa deve avergli fatto venire l’idea di far fuori i propri interlocutori.

Improvvvisamente, infatti, il nostro passa dal Blog del Marchese al Team dell’Imperatore. Sul Giornale Diplomatico, leggiamo un articolo che parla di Emanuele Filiberto di Savoia Reza Pahlevi, e improvvisamente veniamo a sapere che

Nel suo team c’è anche l’italiano prof. Mariofilippo Brambilla di Carpiano, 39 anni, suo uomo di fiducia. Imprenditore, attivista politico e analista con un particolare focus sul Medio Oriente, è direttore del Dipartimento di Storia delle Relazioni Internazionali all’Unimeier Università di Medicina Integrata Economia e Ricerca”

Di fronte a tutto questo, lə referentə romanə rischia di perdere di visibilità: Francesco Di Bartolomei, presidente dell’Associazione Trump Italia.

“Saggista storico si e’ occupato spesso di tematiche legate alla Casa Savoia e al mondo militare italiano”, Di Bartolomei ha scritto un interessante saggio su “Le millenarie radici cristiane di Casa Savoia“, che effettivamente precedono di molti secoli il sottufficiale caucasico Reza Pahlavi della Brigata Cosacca addestrata dai russi, che nel 1921 fece un colpo di stato, battendo per qualche mese Benito Mussolini.

L’Associazione Italia-Iran ha come “Responsabile Rapporti con le Imprese” Giovanmatteo Lucifero di Aprigliano.

Lo so che qualcuno si spaventerà per il cognome.

Ma ci sarà anche qualcuno che si spaventerà per il mestiere, di Imprenditore Immobiliare, del nostro Lucifero.

Anche qui a Firenze, la Liberazione dall’Iran procede vittoriosa…

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Che c… ti guardi?

Mentre attraverso Piazza del Carmine, che si chiama così per i frati palestinesi che Simon Stock l’inglese che visse in un tronco d’albero portò qui…

sento una voce di donna…

profonda, roca, dolente, rabbiosa, intensa.

Urla qualcosa in quella che mi sembra una lingua slava.

Mi avvicino…

Lei è giovane, vestita di nero, ha un’aria molto normale, mi fissa e mi grida in perfetto italiano,

“Che c… ti guardi?”

E poi passa a urlare al mondo, questa volta in italiano, colgo la parola, prostituta.

Mi allontano, come tutti i vigliacchi che non hanno il coraggio di comunicare davvero.

Solo dopo, quando è troppo tardi, so quello che avrei voluto dirle.

“Tu hai una voce straordinaria, sei una poeta vera.

Non parli recitando, parli vivendo.

Forse parli solo della tua storia, ma ognuno di noi di storie, ne ha una sola, e sento che stai parlando del mondo intero, stai dicendo quello che pochi osano dire.

Chi fa teatro, spettacolo, canto, poesia, letteratura, vorrebbe essere come te, ma tra la loro visione e la sua manifestazione, ci sono mille ostacoli che falsificano.

Tu non hai bisogno di palco o di biglietto o di profilo per esserci”.

Farid al-Din al-Attar, droghiere di Nishapur, come tanti artigiani di San Frediano se ne stava nella sua bottega a mescolare le sue merci (عَطَّاْر è l’uomo dell”Itr, del profumo e delle sostanze curative).

Entra un divaneh دیوانه, un clochard invasato con una ciotola, a chiedergli la carità, ma il bottegaio che di problemi ne ha tanti, non se lo fila.

“Dimmi, come morirai?” gli chiede il clochard.

“Proprio come te”.

“Ma sai morire come me?”, gli chiede il clochard.

“Ma certo”, risponde distratto il droghiere, mentre sistema lo scaffale.

Il clochard si sdraia, si mette la ciotola di legno sotto la testa,

dice, Dio,

e muore.

Come Passepartout, ma almeno con lui ho potuto parlare.

Con lei, la poeta di Piazza del Carmine, no, non ho potuto, o forse non ho voluto.

Stavo sistemando le merci sugli scaffali.

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Trump: l’uomo giusto al posto giusto

Siccome sento spesso parlare male dell’attuale presidente degli Stati Uniti, considerato da molti un povero matto, voglio dire due cose un po’ provocatorie in sua difesa.

La prima è che è l’uomo giusto, al posto giusto e al momento giusto.

La seconda è che è il primo presidente statunitense veramente ambientalista.

Nelle varie campagne elettorali, presidenziale e parlamentari, del 2024, i miliardari statunitensi – gente non scema per definizione – hanno investito ben 17 miliardi di dollari per comprarsi i politici che prenderanno le decisioni che permetteranno a quegli investitori di guadagnare molte volte la stessa cifra.

Le imprese che gestiscono la finanza, il complesso militare-industriale, l’energia, la speculazione immobiliare, l’intelligenza artificiale e dintorni, dopo essersi consultati con i massimi esperti mondiali, hanno deciso che Trump era l’uomo giusto, e non sono certo io a potermi permettere di dire il contrario.

Trump quindi è l’uomo giusto, al posto giusto. Ma anche al momento giusto, perché serviva un presidente ambientalista.

E qui so di giocare un po’ con la parola – per ambientalista, intendo semplicemente uno che agisce tenendo in conto l’ambiente. Cosa che si può fare in diversi modi.

Immaginatevi un villaggio dove il pozzo inizia a prosciugarsi. I contadini che non se ne accorgono, credendo che si possa avere la moglie ubriaca e la botte piena, faranno una fine facile da prevedere.

Ma quelli accorti?

Ogni contadino può mettersi d’accordo con gli altri per prelevare tutti meno acqua; oppure può continuare come prima, prendendo a bastonate chiunque si avvicini al pozzo, se è abbastanza forte. Moriranno tutti gli altri, ma lui potrà continuare ad annaffiare i suoi campi come se non ci fosse un domani.

Il primo tipo di ambientalismo – quello che riduce, riusa, ricicla – è quello degli amici del Movimento Decrescita Felice, attualmente diretto dalla dottoressa Margherita Forgione, di mestiere psicoterapeuta.

Il secondo tipo di ambientalismo è quello di Donald Trump, di mestiere presidente degli Stati Uniti d’America.

Il signor Trump è un po’ più noto nel mondo della dottoressa Forgione, e ci sarà un motivo.

Nafeez Ahmed, un autore con profonde conoscenze e brillanti intuizioni, riassume bene la situazione del sistema statunitense in questo momento:

In vari libri,

“Descrivo come le civiltà, come tutti i sistemi adattativi complessi, attraversino un ciclo di vita ecologico caratterizzato da crescita, conservazione, rilascio (collasso) e riorganizzazione. Quando un sistema entra nella fase finale di conservazione, diventa rigido, sovraccarico e dipendente da flussi energetici sempre più costosi per mantenere la propria complessità. Diversi sottosistemi iniziano a fallire contemporaneamente. E le élite del sistema, invece di adattarsi, raddoppiano proprio quelle strategie che lo stanno distruggendo.

Queste sono le condizioni di squilibrio alla base del quadro del cambiamento di fase planetario: quando la complessità di un sistema supera la sua base energetica, quando il suo modello organizzativo non è più in grado di gestire la realtà che deve affrontare e quando il divario tra l’immagine di sé e la realtà materiale diventa incolmabile. L’espansione in questa fase non risolve la crisi, ma la accelera.”

E’ vero, a lungo andare, ovviamente, anche il contadino che pur di continuare a consumare sempre più acqua, elimina i propri rivali, si troverà il pozzo prosciugato, e Nafeez Ahmed coglie perfettamente dove ci porterà la strategia di chi ha pagato la vittoria di Trump.

Ma bisogna considerare l’investment horizon: per le imprese, quello a lungo termine non arriva oltre i dieci anni. E chi ha investito in Trump ha calcolato che tra dieci anni, sarà molto più ricco di oggi. E se tra undici anni non ci sarà più vita sul pianeta Terra, chi ha i soldi potrà sempre andare su Marte.

E’ facile fare paragoni tra Adolf Hitler e Donald Trump: l’idea nazista di Lebensraum somiglia molto alla “Dottrina Donroe” predicata dal Ministro della Guerra Hegseth:

““Trump ha disegnato una nuova mappa strategica dalla Groenliandia al Golfo d’America – noi chiamiamo questa mappa la Greater North America.

Tutte le nazioni sovrane a nord dell’equatore non fanno parte del sud globale, fanno parte del perimetro di sicurezza in questo grande distretto”.

Personalmente, evito di mettere in parallelo Trump e Hitler. Non solo perché Hitler non si tingeva i capelli, ma soprattutto perché Hitler era il capo di stato di un paese sconfitto in guerra, senza colonie e con poche risorse, che si è inimicato l’Impero Inglese, quello francese, l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti, aveva carri armati e non bombe atomiche, e aveva una moneta svalutata e disprezzata, non quella con cui si fanno tutti gli affari del mondo.

Se Trump oggi rivendicasse per qualche motivo la striscia di Danzica, il primo ministro inglese gli presterebbe le basi per bombardare la Polonia, e l’Italia farebbe una legge che punisce il filopolonismo.

Nafeez Ahmed coglie però l’elemento scatenante, che ha reso necessaria la trasformazione del sistema statunitense – il picco della produzione petrolifera nel 2025, con un declino lento ma irreversibile previsto dalla US Energy Information Administration.

Il sabotaggio del condotto che portava il gas russo in Europa aveva permesso agli Stati Uniti di saccheggiare le ricchezze dell’Europa per rendere di nuovo redditizio la catastrofica ricerca dello shale oil; poi c’è stata la rapina del petrolio del Venezuela, che però pone seri problemi qualitativi; mentre il petrolio iraniano costituisce l’ultimo vero bottino possibile.

Alla catastrofe incombente, il giocatore d’azzardo rimedia indebitandosi per cifre che non potrà mai pagare: il Fondo Monetario Internazionale prevede per il 2028, un debito pari al 100% del PIL globale.

Questa tabella ci insegna che una guerra mondiale ti permette di colpo di raddoppiare la tua ricchezza, anzi – grazie al debito – di essere più ricco di tutta la ricchezza realmente esistente; e ci stiamo avvicinando a un momento simile. Sono ricchezze basate sulla fede, che facciamo finta che esista: il debito è decisamente non materialista.

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“Senza pietà” Parole nuove per un mondo nuovo

Ieri mi sono reso conto davvero di essere nato in un altro mondo.

Dove dietro discorsi in superficie divergenti, c’era una Grande Narrazione , data per scontata: c’è un Noi, che è l’umanità (come nella frase ridicola, ma sentita tante volte, “noi siamo andati sulla Luna”).

L’umanità stava progredendo, grazie alla ricerca e all’inventiva, e ogni volta che sorgeva un problema, si sarebbe trovata la soluzione.

La guerra era finita con il suicidio di Hitler: non solo quella guerra, proprio la Guerra.

Certo, siccome rimanevano un po’ di cattivi all’antica, in Sicilia o in Afghanistan, ci volevano sempre poliziotti ed eserciti, ma proprio per garantire la pace e la coesistenza. E così ogni tanto il Segretario della Difesa degli Stati Uniti andava sorridendo in televisione ad annunciare che stava proteggendo la democrazia e la pace e i diritti delle donne da qualche parte nel mondo, per renderci tutti ancora più progrediti.

Alla testa di questo Mondo che Progrediva, c’era infatti il paese più creativo e libero e forte del pianeta, che proteggeva il nostro futuro.

Le divisioni ideologiche nascevano su queste premesse condivise. Si poteva discutere su come progredire pacificamente nella maniera più veloce: tassare di più per avere più asili nido pubblici, o tassare di meno perché gli asili privati sono ancora meglio?

Questa Grande Narrazione è finita per sempre.

L’altro giorno, il segretario della Guerra degli Stati Uniti ha fatto un discorso straordinario, che qualche anno fa sarebbe stato inimmaginabile, perché si fonda su un’altra Grande Narrazione, completamente diversa.

A molti anziani occidentali, sembreranno le parole di un pazzo, che è un modo comodo per dire, “basta cambiare la persona, e tutto tornerà come prima”.

No. Il Segretario della Guerra degli Stati Uniti è lì perché è stato voluto dai più potenti usurai, mercanti d’armi, manipolatori di intelligenze artificiali del mondo. Che saranno matti, ma certamente non sono scemi. E intuiscono il futuro molto meglio di noi.

Traduco un articolo uscito su Antiwar.com, che riporta questo discorso spartiacque.

“Durante una funzione al Pentagono, Hegseth prega affinché si scateni la violenza contro coloro che «non meritano pietà”»

Il capo delle forze armate statunitensi ha anche pregato affinché le «anime malvagie» subiscano la «dannazione eterna»

di Dave DeCamp | 26 marzo 2026 alle 16:46 ET

Mercoledì il Segretario alla Guerra degli Stati Uniti Pete Hegseth ha tenuto una “funzione religiosa” al Pentagono, dove ha pregato affinché Dio infligga violenza a “coloro che non meritano pietà” e affinché le “anime malvagie” siano consegnate alla “dannazione eterna”, mentre il capo della guerra statunitense continua a dipingere la guerra statunitense-israeliana contro l’Iran come una guerra sancita da Dio.

Hegseth ha affermato che la preghiera che ha recitato era stata pronunciata da un cappellano militare statunitense alle truppe prima dell’attacco del 3 gennaio contro il Venezuela per rapire il presidente venezuelano Nicolas Maduro.

«Spezza il bastone dell’oppressore, vanifica i piani malvagi e spezza i denti degli empi. Con il soffio della tua ira, fa’ perire il male. Lascia che i loro tori vadano al macello, poiché è giunto il loro giorno, il tempo della loro punizione. Riversa la tua ira su coloro che tramano cose vane e spazzali via come pula al vento. Concedi a questa task force obiettivi chiari e giusti per la violenza», ha detto Hegseth.

Ha continuato: «Fa’ che ogni proiettile colpisca il bersaglio contro i nemici della giustizia e della nostra grande nazione. Dona loro saggezza in ogni decisione, resistenza per la prova che li attende, unità indissolubile e violenza travolgente nell’azione contro coloro che non meritano alcuna pietà. Preserva le loro vite, rafforza la loro determinazione e fa’ che la giustizia sia eseguita rapidamente e senza rimorsi, affinché il male possa essere respinto e le anime malvagie consegnate alla dannazione eterna preparata per loro».

Hegseth, un sionista cristiano e autore di un libro intitolato “American Crusade”, ha spesso invocato Dio durante i suoi briefing sulla guerra in Iran, attirandosi le critiche del cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, il più alto dignitario cattolico in Terra Santa.

«L’abuso e la manipolazione del nome di Dio per giustificare questa e qualsiasi altra guerra è il peccato più grave che possiamo commettere in questo momento», ha detto Pizzaballa la scorsa settimana quando gli è stato chiesto del comportamento di Hegseth. «La guerra è innanzitutto politica e ha interessi molto materiali, come la maggior parte delle guerre. Dobbiamo fare tutto il possibile per non lasciare spazio a questo linguaggio pseudo-religioso, che non parla di Dio, ma di noi stessi».

Pizzaballa ha aggiunto che se «Dio è presente in questa guerra, Egli è tra coloro che stanno morendo, che stanno soffrendo, che provano dolore, che sono oppressi in vari modi, in tutto il Medio Oriente».

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21 marzo

Per il 21 marzo, stiamo organizzando un evento molto particolare.

Allora, un paio di anni fa, come racconto qui, trovai per caso in rete gli Acta Sanctorum Hiberniae, scritto in latino ai tempi della Guerra dei Trent’Anni. Che comprendeva anche la Vita Sancti Fridiani, cioè la vita proprio del santo irlandese da cui prende il nome il nostro rione.

Si offrì subito per tradurre il testo per la prima volta in italiano, uno dei più attivi commentatori di questo blog, che per l’occasione si autodefinì

“Andrea Di Vita, fisico agnostico, impiegato metalmeccanico, classicista lucreziano a tempo perso e devoto del Beato Orwell e di San Federico Nietzsche. Ama la fantascienza, il cinema di una volta e la buona tavola.”

Ne è nato un libro. Con qualche nota introduttiva, il testo in italiano e anche in inglese della Vita, e le illustrazioni di tre artisti, ecumenicamente uno statunitense (Daniel Zalla), una russa (Tatiana Popova) e un iraniano (Amirhossein Yaghoobi).

Agnostici o no, il luogo ovvio in cui presentare il libro è nella chiesa dedicata al Santo, anzi nell’immenso edificio adiacente, bellissimo e sconosciuto agli stessi fiorentini, del Seminario Arcivescovile dove un tempo c’erano cinquecento studenti e oggi credo una dozzina.

Una curiosità: avevamo messo i nomi e cognomi di tutti i relatori, poi è intervenuto l‘Ufficio Design (sic!) del Comune per darci questo incomprensibile ordine:

“in vista del prossimo Referendum, è necessario eliminare il nome del Presidente del Q[uartiere] 1 e lasciare indicata soltanto la carica.”

Nulla da ridire, invece, sui nomi dei consiglieri comunali in fondo alla locandina.

Se ci siete da queste parti quel giorno, veniteci a trovare (e vi svelerò a voce il nome del Presidente del Quartiere).

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Iran e dintorni (1)

L’Iran è un paese che mi interessa da una vita, e ho anche dato qualche esame all’università di iranistica – lingua, letteratura, religione, storia…

Purtroppo, attorno a me, vedo solo tifoserie. Che, badate bene, non sono mai a favore, sono solo sempre contro.

Il problema della tifoseria è che ci esilia dalla storia: ci autoinduciamo a credere che se solo si riesce a sterminare il cattivo, prevarrà il bene.

La storia però esiste. E la “storia”, l’immenso insieme della passioni umane e dei loro effetti, sta travolgendo tutto, a una velocità sempre maggiore. Non sono i buoni o i cattivi che fanno la storia, ma la storia che li evoca.

Il saccheggio britannico dell’Iran ha generato un cattivo furbo, il primo Shah, e un cattivo imbecille, suo figlio. Ma al di là del carattere dei due, è stata la storia a fare sopratutto del secondo un massacratore su scala industriale.

E’ un meccanismo che ho imparato in Egitto.

Dove persone che in Italia, sarebbero state dei semplici politici di provincia, sono stati tiranni. Dove sotto il rais Hosni Mubarak dal faccione sorridente di pugile, innumerevoli migliaia di egiziani sparivano nel nulla, “andavano dietro il muro”, si diceva, e i boia impiccavano senza pausa quel poco che i torturatori lasciavano a loro. Poi la rivolta del 2011, un momento di pausa forse con i Fratelli Musulmani, e poi ricomincia, con il colpo di stato del 2013 – il massacro di oltre mille persone in una mattinata, nella piazza dedicata alla santa poeta sufi, Rābiʼa al-ʼAdawiyya, la schiava i cui genitori erano morti di fame:

In una mano porto la torcia,
nell’altra un secchio d’acqua:
con questa incendierò il Paradiso
e con quello spegnerò le fiamme dell’Inferno
perché i viandanti verso Dio possano strappare i veli
e vedere la vera meta.”

Della strage di quel giorno, in Italia, ce ne siamo accorti in pochissimi, perché non c’era nessuno interessato a parlarne: solo qualche anno dopo ci fu Giulio Regeni che potè condividere una disavventura subita ormai da centinaia di migliaia di egiziani, e abbiamo scoperto che in Egitto non ci sono solo piramidi.

Con questo non intendo incolpare nessuno: nel paese in cui, come mi dicevano tutti, non c’è futuro – maa fiish mustaqbal, o si governa così, o si finisce sotto uno che governa così.

L’Iran ovviamente è diverso dall’Egitto, a partire dalla religione. In Egitto, la sistematica soppressione della religiosità tradizionale da parte di sunniti educati in Arabia Saudita ha creato un immaginario completamente diverso da quello mistico-visionario-eretico dell’Iran. Non a caso l’Isis aveva come primo nemico lo sciismo, che – come mi raccontavano in Egitto – il giudeo Ibn Saba’ avrebbe inventato per insinuare l’idolatria nell’Islam, minando così l’essenza del monoteismo.

Un’antipatia spesso reciprocata: quando in Afghanistan, un gruppo di attiviste haraccolto le testimonianze di tante donne comuni che subivano le dure leggi misogine dei sunnitissimi Taliban, il primo paese dove hanno potuto pubblicarle è stato l’Iran.

L’Iran, da un sistema in cui i contadini vivevano in servitù e dove tutte le risorse petrolifere finivano in mani estere, è diventato uno stato relativamente forte, che ha potuto formare un vasto ceto borghese con fin troppi laureati attorno a una metropoli ecologicamente insostenibile e prossima al collasso. E dove un astuto barcamenarsi della classe dirigente tra le varie potenze, ha permesso di cavarsela, in buona parte.

Ma quello iraniano è pur sempre un regime che è lo stesso da mezzo secolo, e mi ricordo anni fa di un commerciante di Verona che da un giorno all’altro fece sparire dalla vetrina la propria foto con Andreotti, nei giorni in cui gente che magari una settimana prima avrebbero fatto di tutto per farsi vedere a fianco del potente, tiravano monetine a Craxi. Insomma, non mi sorprende affatto pensare che tanti in Iran siano stanchi della cricca che vince sempre tutti gli appalti ed esclude gli altri: il potere logora sempre.

E poi a differenza dell’Egitto, l’Iran è un paese multietnico, dove l’unico collante che tiene insieme tutto è la religione.

Non sono frustrate solo le tante minoranze etniche, ma anche una maggioranza cui non è permesso esprimersi come dominatori: “i persiani si sentono un po’ come i tedeschi o gli ungheresi, nell’impero austroungarico. Chi pensa che “il regime ci impedisce di essere padroni a casa nostra“, si esalta facilmente ascoltando il pretendente shah che invoca la soppressione militare dei kurdi. A cui si associa una diffusa ideologia “ariana” tra la borghesia illuminata, che parla della rinascita di un antico impero preislamico, soffocato dai predoni semiti incarnatisi oggi negli ayatollah.

Ma la vera differenza con l’Egitto, è che l’Egitto non ha nulla, e l’Iran ha il petrolio. Per cui una frustata in Iran interessa molto di più di mille in Egitto.

E lì passiamo alla parte veramente importante della storia.

(Continua…)

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Un giardino volante

Stamattina, il Corriere Fiorentino dedica un bell’articolo e un video a quello che succede domenica nel nostro Giardino.

Firenze, un glicine di stoffa e 19 mila nomi: sono i bambini palestinesi uccisi a Gaza. «Non numeri ma persone»

di Ivana Zuliani

Al giardino dei Nidiaci il lavoro degli insegnanti e degli alunni della media Machiavelli

ardiglione firenze

La prima impressione, vedendo da lontano questa lunga striscia di pezzi di stoffa appesi che ricordano un glicine, è la bellezza. Poi arriva la vertigine, leggendo i nomi scritti sopra e scoprendone il significato: «Suleimann 12», «Yahya 11», «Nour 3» e tutti gli altri.

Sono 19.104 e sventolano tra gli alberi del giardino dell’Ardiglione. Ogni striscia porta il nome e l’età di un bambino tra zero e sedici anni di Gaza che non c’è più. A scriverli, con un inchiostro indelebile, sono stati altri bambini: quelli che vivono nel quartiere dell’Oltrarno, giocano nell’area verde del rione e frequentano la scuola media Machiavelli.

L’idea è nata da alcuni insegnanti della scuola, ma poi si è estesa e hanno aderito tutte le classi della media: i docenti hanno parlato di conflitti e di Gaza in aula, poi, perché di quei discorsi non rimanessero solo echi lontani, per le vacanze di Natale hanno dato a ciascun studente un kit con venticinque pezzi di stoffa, tagliati da vecchi lenzuoli, un pennarello e un elenco di venticinque minorenni morti nella Striscia di Gaza, tra gli oltre diciannovemila che fanno parte della lista ufficiale dei minori deceduti registrata dall’anagrafe palestinese.

«Non sono numeri, ma persone con un nome. Con questa iniziativa volevamo restituire loro, in qualche modo, l’identità di bambini. Non è solo un’idea per commemorarli, ma anche un segno di speranza per fa sì che i bambini siano davvero intoccabili» dicono i professori. «Molte famiglie ci hanno ringraziato per questa iniziativa», che ha dato modo di riflettere non solo a scuola ma anche a casa. I docenti hanno poi chiesto alle famiglie se volessero donare l’installazione al giardino dell’Ardiglione (i Nidiaci), che tutti nel quartiere conoscono e che hanno frequentato almeno una volta. Sono state organizzate anche due giornate al giardino, dalla mattina alla sera, a cui hanno partecipato i giovani cittadini del rione, che hanno preparato ulteriori ritagli di stoffa con i nomi. Ne è nato un lavoro collettivo che ha coinvolto la scuola e tutto il quartiere, un’installazione contro l’indifferenza che richiama i versi del poeta palestinese Refaat Alareer «If must die… let it be a tale (“Se devo morire… lascia che sia una storia”)».

Nella poesia l’autore chiede per ricordarlo di realizzare un aquilone bianco con un pezzo di stoffa e una corda lunga cosicché un bambino, da qualche parte a Gaza veda l’aquilone «volare in alto sopra e pensi per un momento che ci sia un angelo lì». Versi che hanno ispirato l’idea delle strisce di stoffa da appendere in un luogo simbolo per i bambini dell’Oltrarno. Le 19.104 strisce sono così state appese a fili, una accanto all’altra, tra gli alberi e l’edificio del Centro Giovani a formare una specie di tunnel della memoria, che sorprende e fa riflettere chi entra nel giardino. L’installazione (con il patrocinio del Quartiere1) sarà inaugurata il 22 febbraio alle 15. 

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