Votiamo per tutti!

Domani, si vota. Per le europee, e da noi per il Comune e il Quartiere.

Sulle europee, un unico criterio: votare per chi è contro la Guerra.

Per quanto riguarda Comune e Quartiere, vorrei proporre un approccio insolito.

Credo che la cosa più importante domani non sia far fuori chi ci sta antipatico; ma riflettere su chi ci troveremo dopo, nei vari schieramenti, al Comune e al Quartiere.

Sarebbe bello avere diverse persone con cui si possa dialogare sui temi che ci interessano; e sarebbe bene che anche chi sta all’opposizione, non si metta di traverso.

Ognuno di noi sceglie di votare per motivi molto complessi, per cui NON vi chiedo di votare come voto io.

Se proprio ci tenete a votare come me, io voto: Sindaca Cecilia Del Re; al Comune, Marco Tognetti e Fiamma Petrovich; al Quartiere 1, Alessandra Gasperini e Giacomo Gonnelli. 

Marco è una persona con cui abbiamo lavorato sulla questione dei Rioni  e ci siamo capiti subito, Fiamma aveva la bellissima libreria Tatatà in Via del Campuccio, Alessandra è tra le persone che hanno creato il nostro Giardino, e Giacomo… non ne so nulla, ma me ne ha parlato bene Alessandra, e quando si indicano le preferenze, si possono mettere un uomo e una donna.

Se volete votare per la Sinistra Progetto Comune, e abitate nel Quartiere Uno, sarebbe bello se venisse eletto al Consiglio di quartiere Antonio Mereu, musicista di Amistade Sud Sound Project, che ha fatto tante cose assieme a noi; e assieme a lui, potete votare (per lei, anche al Comune e non solo al Quartiere) per  Valentina Sarlo.

Se al contrario, volete votare per il Centrodestra, ci sono due donne legate al nostro rione: per il Comune, Cristiana Bossi (nella lista civica Eike Schmidt Sindaco) e Silvia Pedoni che ha scelto di candidarsi solo per il Quartiere. Cristiana ha una lunga storia come ragazza di Fioretta Mazzei, Silvia ha fatto tanto con il Comitato Tutela Borgo San Frediano, e sono sicuro che entrambe metterebbero sempre il Rione sopra gli interessi di partiti (di cui nessuna delle due ha la tessera).

Nel PD, ci sono Renzo Pampaloni e Angela Scaglione al Comune e Francesco Cecchi al Quartiere 1, che condividono molte cose su cui siamo d’accordo.

Poi immagino che ci siano ottime persone anche in altri schieramenti, ma non posso conoscerle tutte!

Per una volta, votiamo per e non solo contro.

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Libri,dolori e rinoceronti

Sotto casa, mi dicono, qualcuno ha lasciato degli scatoloni pieni di libri.

“Saranno tutti romanzi, ma do un’occhiata lo stesso”.

Scendo giù alla buona.

Sono quattro scatole tutte pronte per il camion tritacarte.

Altroché romanzi…

Storie della rivoluzione russa, trattati di antropologia, tante cose sulla Cina, testi di linguistica, un testo più interessante dell’altro. Ci deve essere l’intera biblioteca Einaudi. Un vecchio comunista, dei migliori, degli anni Settanta.

Immagino che suo nipote abbia buttato tutto questo ciarpame per fare posto a un bedenbrecfas senza il brecfas, dove arriva il peruviano-in-nero il giorno dopo a cambiare le lenzuola. Ma non lo so.

Mentre saccheggio la biblioteca, mi si avvicina un signore, italiano, sui sessant’anni.

“Sono il marito della …” e mi dice un nome e cognome, italiani, che mi sfuggono.

“Non mi ricordo…”

E lui scoppia a piangere. Gli dico che sono sceso per vedere i libri, senza portarmi dietro soldi, e lui piange ancora più forte,

“sì, era quello, volevo chiedere…”

“Raccontami di te”,

gli dico.

“No, cercherò tre euro…”, e le lacrime continuano a scendere. “Mi vergogno tanto!”

Gli stringo la mano e lui scompare.

Ieri, a venti metri da lì, avevo incontrato la Tracey.

Che è un po’ un mistero, perché parla un British perfetto, vive in Svizzera ed è cittadina israeliana, ma mi racconta che ha appena scolpito qui a Firenze un rinoceronte, e adesso si trova nella galleria delle meraviglie della nostra amica in Via de’ Fossi.

Mi presenta sua madre, e mi dice, “ha tante cose in comune con te!”, e scopro che in effetti nemmeno lei ha lo smarfo; ma proprio come me, ha un indirizzo protonmail.com.

In quel momento si avvicina un ragazzo senegalese, con gli occhi di fuori, che chiede qualcosa. Gli metto in mano cinquanta centesimi, e me li stringe senza ringraziare, e guarda ancora qualcosa di molto lontano: lui non piange, è andato oltre.

E noi ci guardiamo tutti e tre, e ci chiediamo, cosa siano gli abissi che ancora non abbiamo vissuto.

Ma stasera, devo decidere se leggere, Perché il Vietnam resiste, L’imbroglio ecologico, L’enigma della scrittura micenea, Le società segrete in Cina, L’uomo a una dimensione, La distruzione della natura in Italia.

Quest’ultimo, anno 1975.

Cosa mi consigliate?

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Firenze, Florence e il Rione dell’Unicorno

Firenze è una scissione tra la propria storia, diventata merce per l’industria turistica planetaria, e i cittadini (nativi o no, poco importa) che quella storia l’hanno costruita, per poi venirne insieme prostituiti e scacciati.

Vicino a noi, ci sono la Chiesa e l’annesso convento di San Paolino.

Il convento fu preso in mano dallo Stato nell’Ottocento, e come tante cose di Stato, qualche anno fa la maggior parte è diventata un mega albergo in mano a un’azienda tedesca:

Il divertimento serio inizia quando alla reception vi chiederanno se volete alloggiare al Paradiso o all’Inferno, in quanto, in ali separate, le camere sono allestite in modo completamente diverso tra i due mondi. Anche se il Paradiso può risultare più allettante, parafrasando Mark Twain, è all’inferno che ve la spasserete sicuramente di più. Iniziando dall’ascensore che, invece dei piani, segna i gironi danteschi.”

Ascoltate l’anglobale creatività con cui si presentano:

Per un caso storico, però, una parte del convento è ancora in mano ai frati carmelitani Scalzi. Ora, il nome è un po’ esagerato, vi assicuro che portano i sandali:

L’Ordine fu fondato da Santa Teresa di Avila, quella che il Bernini ritrasse nella straordinaria estasi:

L’altro giorno, l’ultimo frate molto anziano che ci viveva tutto solo è stato ricoverato per un malore: è il destino che incombe su tutto l’immenso patrimonio della Chiesa.

Quando pensiamo ai “beni della Chiesa”, ci immaginiamo un proprietario privato che possiede tante cose.

Invece, quelli che chiamiamo i beni della Chiesa, che oggi hanno mille proprietari diversi, sono un tesoro immenso messo insieme da innumerevoli generazioni di cittadini attivi, che vi hanno riversato tutto ciò che di più bello potevano creare. Lo spazio dedicato al Santo Condiviso, dove si riuniva la Compagnia che suddivideva il pane tra le vedove, era più bello e grande di tutti gli spazi privati.

I “Beni della Chiesa” sono beni della comunità (“ekklesia” in fondo cos’altro vuol dire?). Ma come fare perché ridiventino tali, senza perdere la loro natura?

Qualche settimana fa, ci è stata presentata una proposta per fare qualcosa in questo senso nella chiesa/convento di San Paolino.

Una coppia di giovani statunitensi, innamorata della spiritualità carmelitana, ha messo in piedi la Pneuma Foundation, che ha proposto all’Ordine dei Carmelitani di farci da una parte, una “bottega” per artisti appassionati di antichità, rinascimento e barocco; dall’altra, un centro civico per il Rione dell’Unicorno. Dove ci si possa riunire, cercare soluzioni insieme per i tanti problemi, fare attività e incontri, rimettere insieme le generazioni.

Di cose che piovono dall’alto su Firenze, ne conosciamo anche troppe, ma non dobbiamo dimenticare una cosa importante: Firenze è anche Florence, il mondo di tanti anglofoni che si sono innamorati della città.

Florence da sola è terreno di saccheggio; Firenze da sola son bottegai che approfittano del saccheggio a discapito dei propri concittadini. Dobbiamo ricomporre.

Una proposta come quella della Pneuma Foundation permette, in piccolo, di rimettere insieme i quattro pezzi di Firenze:

i luoghi, che a Firenze hanno quasi sempre un rimando religioso;

le arti e le botteghe;

gli innamorati-di-Firenze, gli anglo;

ma anche i cittadini che ci vivono, e che creano davvero questa città.

Nel tempo di fare una passeggiata, i nostri amici di Via Palazzuolo hanno ottenuto l’adesione al progetto di tante persone e botteghe.

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Terra di Canaan

Riporto qui, modificato, un testo che ho scritto qualche mese fa, con la speranza di accantonare per un attimo i fatti spiccioli e di cronaca, e cogliere il quadro generale di quello che chiamano il “conflitto israelo-palestinese”.

Mi conforta il fatto che in centinaia di commenti di opposte tendenze, nessuno mi sembra abbia criticato proprio questo quadro generale.

Usiamo l’antico nome Canaan per definire la terra tra il Libano e l’Egitto. Così non facciamo inalberare né gli israeliani né i palestinesi.

Il Canaan è grande più o meno come la Sicilia.

Tutta l’area è sotto il controllo, diretto o indiretto, di uno Stato chiamato Israele. Per la “Legge Fondamentale” del 2018, Israele è lo “Stato Nazione del Popolo Ebraico“.

La popolazione complessiva di Canaan consiste attualmente in oltre 7 milioni di “ebrei” e oltre 8 milioni di “palestinesi”.

Dei palestinesi, circa 2,6 milioni godono di diritti civili simili a quelli degli ebrei, essendo cittadini dello Stato d’Israele.

Nel 1948, lo Stato d’Israele ha consegnato a un ente privato, il Fondo Nazionale Ebraico, tutte le terre dei “proprietari assenteisti”, cioè dei palestinesi che erano stati espulsi. Il Fondo Nazionale Ebraico, per statuto, può vendere o affittare solo a persone di etnia ebraica.

Nel luglio del 2023, il parlamento israeliano ha passato una legge che permette ai comitati di amministrazione delle “città-comunità” di decidere chi può viverci, permettendo così l’esclusione dei palestinesi.

Un palestinese può diventare ebreo, come un “marocchino” può diventare “italiano”? No. Per “diventare ebrei” occorre una certificazione di conversione religiosa, che viene automaticamente respinta nel caso dei palestinesi.

La maggioranza dei palestinesi, invece, che non ha la cittadinanza israeliana, sono stati sottoposti prima a una ventina di anni di occupazione militare senza diritti civili.

Poi è stata istituita qualcosa che si chiama Autorità nazionale palestinese nel 1999: una costellazione di circa 165 “enclave” sparse in varie parti della Palestina. Con i confini studiati perché le risorse fondamentali – acqua e terra coltivabile – fossero in mano israeliana.

Guardate attentamente questa mappa:

I puntini e le macchie in rosso sono i luoghi in cui nascono, crescono e invecchiano i palestinesi senza diritti civili e senza diritto di libero movimento, nemmeno tra un puntino e l’altro.

La somma di questi 165 puntini, molti dei quali di appena 2 chilometri quadrati, è pari all’incirca all’area della provincia di Siracusa. Tutto ciò che non è in rosso su questa mappa è sotto diretto controllo israeliano, e ospita anche le famose “colonie”.

Circa il 10% della popolazione ebraica di tutto Canaan vive nelle “colonie”. Si tratta infatti dell’area simbolicamente più importante per gli ebrei, in quanto nucleo degli antichi regni di Giuda e Israele – rinunciarvi sarebbe come se l’Italia rinunciasse a Roma e al Lazio.

La più nota enclave è la Striscia di Gaza, con 2,3 milioni di abitanti in uno spazio pari a quello della provincia di Prato, e che subisce un ulteriore blocco da 16 anni per terra, mare e aria.

In questa situazione, cosa succede?

Abbiamo oltre 15 milioni di persone in un piccolo spazio.

Troppo poco per ritagliarne due stati veri: certo, esistono al mondo microstati di successo, come San Marino o Monaco, ma le condizioni sono ben diverse. E nemmeno Monaco è diviso in 165 enclave o ha 5,5 milioni di abitanti.

Quindi la famosa soluzione di due popoli due stati non è semplicemente realizzabile. Uno Stato in quelle condizioni è impossibile, e gli israeliani comprensibilmente non hanno voglia di cedere la metà del territorio alla (altra) metà della popolazione.

Di “due stati e due popoli” si parla da trent’anni, e non è un caso che non si è mai realizzato, anzi quei palestinesi che ci hanno creduto, hanno solo visto sparire giorno per giorno le loro terre e non migliorare mai la loro situazione.

La soluzione alla “europea” – diritti uguali per tutti a prescindere dalla provenienza etnico-religiosa – non è realizzabile, perché negherebbe lo scopo stesso per cui è nato Israele, e anche quello per cui i suoi abitanti attuali o i loro antenati sono emigrati lì.

La deportazione fisica degli arabi in Egitto o in Giordania è difficile per motivi di relazioni internazionali.

Quindi praticamente l’unica soluzione sembra quella effettivamente applicata: rinchiudere la grande maggioranza dei non ebrei in luoghi dove possono essere privati dei loro diritti civili, senza risorse proprie ma venendo nutriti in buona parte a spese della comunità internazionale.

E’ facile criticarla, ma non è affatto dovuta a qualche presunta cattiveria da parte dei suoi artefici. Che sono state generazioni di funzionari e di politici, di vario orientamento politico e – immagino – varia bontà o malvagità di animo.

Questa logica è tecnica, e non ha nulla a che fare con un presunto “odio atavico tra i popoli”.

Il problema è che per funzionare, questa soluzione richiede la piena accettazione della propria subordinazione da parte dei palestinesi e la certezza che non vi sia via di uscita.

In mancanza di tale accettazione, è inevitabile che gli enclavizzati periodicamente esplodano.

Vengono puniti in maniera memorabile ogni volta, e a breve termine funziona. Che ci piaccia o no, avere la famiglia sterminata, la casa distrutta e magari finire su una sedia a rotella a vita è quella che si chiama una lezione efficace. La volutamente vistosa violenza che Israele sta infliggendo a Gaza in questo periodo, per quanto a breve termine possa danneggiarne la reputazione, a lungo termine dovrebbe riuscire a ottenere proprio questo.

Ma lì sorge un nuovo problema: il velocissimo ricambio generazionale – a Gaza, il 45% della popolazione ha meno di 15 anni. Questo significa che in pochi anni, vengono fuori nuovi giovani, che non hanno memoria della memorabile punizione, e quindi rischiano tutto di nuovo.

Riflettere su queste piccole ovvietà, che probabilmente tutti già sanno, sembra a prima vista scoraggiante: abbiamo un ciclo di violenza e un problema senza apparente soluzione.

Ma fuggire dalla reale difficoltà di un problema cercando false soluzioni – “condanniamo questo! ammazziamo quello! diamogli una lezione e vedrete che…!” può solo peggiorare il problema.

Anche perché alla fine, tutti i problemi si risolvono, di solito tramutandosi in altri completamente diversi e magari peggiori.

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In Santo Spirito

L’altro ieri, c’è stata la benedizione delle bandiere dei Bianchi, in Santo Spirito.

Tamburi battenti e sguardi sospesi nell’aria. L’immensa porta centrale aperta, e sulle tenebre delle colonne ideate dal Brunelleschi, si delineano le luci del pomeriggio.

La chiesa è piena, pienissima, e con mia grande sorpresa, una fila lunghissima di gente a fare la comunione.

Poi emerge la statua di Santa Rita da Cascia, e mi dicono che è stato un po’ un colpo di mano dell’abile Priore, che coglie al volo l’occasione di una chiesa stracolma e braccia forti, per portare in processione la Santa per il rione tra gli sguardi stralunati dei turisti.

Ieri sono tornato in Santo Spirito, perché c’è una storia importante: nell’Ottocento una grandissima parte dei conventi italiani sono diventati orrende caserme del nuovo Stato. E’ successo anche al convento dei frati agostiniani annesso alla Basilica di Santo Spirito, luogo di enorme bellezza e storia.

Qualche anno fa, è comparsa dal nulla una sorridente ragazzina marocchina, che a 27 anni è diventata vicepresidente nazionale di CNA Turismo e socia unica di una decina di ditte con sede in Calabria; le ditte calabresi hanno preso sede in Via de’ Serragli 8 a Firenze, curiosamente lo stesso indirizzo da cui ha fatto carriera un piccolo venditore di pubblicità del Corriere Fiorentino, che – sopraffatto dalla noia – si è comprato quindici palazzi storici nel centro di Firenze, e tutta la nostra storia è iniziata combattendo contro di lui.

La sorridente fanciulla è stata l‘unica persona a presentarsi a un’asta poco pubblicizzata del Ministero della Difesa, per trasformare uno dei più grandi monumenti della nostra città in un ameno luogo per pensionati molto benestanti, contro un pagamento allo stesso Ministero che possiamo definire non esoso.

Poi succede che qualcuno all’ultimo momento, ad alto livello, si oppone. E si muove anche Eike Schmidt, l’ex-direttore degli Uffizi, l’improbabile candidato perdente della Destra a Sindaco di Firenze.

Un’amica mi invita a incontrarlo, e così vado in Santo Spirito.

Mentre aspetto, mi siedo su una panchina, dove c’è un ragazzo, direi meno di trent’anni, dallo sguardo intenso.

“Di dove sei?”

“Di Firenze, e tu?”

“Sono messicano!”,

che semplifica un po’ il concetto.

“Hai dei figli?”

“Sì”

“Quanti anni hanno?”

“Sedici e venti”

E allora mi guarda con intensi occhi scuri, e mi dice con disperata urgenza,

“corri, corri da loro! In questo momento hanno bisogno di te! In questa città tu non sai quanti ragazze si vendono facendo sesso per poter avere una striscia di cocaina!

Vedi, ci si scontra con i babbi, ma è esattamente questa l’età in cui noi ne abbiamo più bisogno! Tu potresti essere mio padre! Ecco, bisogna saper prendere i colpi per volersi bene…

Ti posso prendere a pugni?”

“Ma certo”,

dico

“Allora, fai forza sulla spalla sinistra, perché colpirò forte!”

E mi guarda fisso negli occhi mentre prepara il pugno, che poi cala sulla mia spalla.

“Puoi colpire ancora più forte!”

E colpisce ancora e ancora, e mentre un totale sconosciuto mi prende a pugni colgo per un istante la bellezza e la tragedia della sua persona. Poi dice,

“Adesso colpiscimi tu!”

E gli do un pugno forte sulla spalla.

“Davvero, sei una persona buona… potresti essere mi’ babbo.”

E svela il braccio.

“Mi hanno accoltellato qui, è stato un italiano… Un marocchino invece mi ha spaccato una bottiglia in testa, invece. Abbracciami!”

Lo abbraccio.

“No, più forte, un abbraccio vero!”

E ci sciogliamo in lacrime, stretti sulla piazza davanti alla Basilica di Santo Spirito.

Eike Schmidt diventa per me quasi una nota a piè di pagina, comunque è alto, ironico e rigido, e si è fatto fotografare con un’incredibile famiglia penso di pakistani, di quelli con la mamma dai veli coloratissimi:

Passo poi al Conad, a fare la spesa.

E incrocio una persona che non vedevo da dieci anni. Invecchiato come quando si vive una vita dura, ma gli occhi sono sempre ridenti.

Gigi.

E’ un uomo dallo sguardo ironico, di quelli che ti danno il senso che dietro ogni senso, ce ne possa un altro, che è la ricchezza del Meridione.

Viene da Scampia, un luogo che mi ha sempre descritto come pieno di speranza, dove tante persone cercano di fare cose interessanti.

Con Gigi, avevo pensato di lanciare un gemellaggio provocatorio, Oltrarno-Scampia.

Gigi l’ho conosciuto che era uscito da poco dal carcere, con il suo accento napoletano. Dormiva sui treni alla stazione, ma aveva sempre idee, sogni, la possibilità di fare qualcosa…

Guardava Piazza Tasso come la guardo io, sognando cosa ci poteva crescere, cosa ci si potesse fare…

Gigi ha il piede fasciato, e mi racconta che guidava un camion in montagna, si è trovato improvvisamente davanti un branco di adolescenti, e si è spaccato il piede premendo sul freno.

“Ma meglio che mi sia fatto male al piede, che se avessi fatto male a quei ragazzi, non dormirei più!”


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Come funziona l’Italia

Lo so che pensate che io sia fissato con un piccolo angolo del mondo che si attraversa in quindici minuti a piedi, che chiameremo l’Oltrarno. Ma quando si conosce bene un territorio, si scoprono a volte cose che valgono per tutti, a partire da voi. E’ quello che chiamo l’oltrarnometro.

Allora, lo Stato prende i soldi un po’ dalle nostre tasche e un po’ rendendoci tutti debitori, e poi li spende.

Lo stato italiano ogni anno spende circa 800 miliardi di euro.

Adesso applichiamo l’oltrarnometro su due specifiche spese: il diavolo, come sempre si nasconde nei dettagli.

Nel nostro giardino, ci sono oggi due edifici: uno è la Sala Polivalente, l’altro il Centro Giovani.

SALA POLIVALENTE:

Semplificando una storia lunga, l’architetto Mario Pittalis del Comune di Firenze ha speso circa 222.000 euro per trasformare, in tempi brevissimi, un rudere in un luogo dove abbiamo oggi una piccola ludoteca, una stanza degli attrezzi, quattro bagni funzionanti, una stanzina fasciatoio per le mamme, un deposito, un ufficio e una sala dall’acustica straordinaria, dove possiamo organizzare conferenze, concerti e molte altre cose. Il tutto perfettamente climatizzato, con riscaldamento e raffreddamento. Solo che lo spazio è costruito talmente bene, che abbiamo relativamente poco bisogno di climatizzare.

CENTRO GIOVANI:

Una vecchia serra, dove d’inverno fa troppo freddo e d’estate fa troppo caldo.

Per cui giustamente, hanno pensato di climatizzare l’area. Sono calati quindi dall’alto tre apparecchi giganteschi, ciascuno delle dimensioni di un Suv. Costo totale 307.000 euro. I lavori avrebbero dovuto iniziare nel dicembre del 2022 e finire entro “120 giorni naturali e consecutivi”. Sono iniziati a gennaio del 2023 e continuano senza alcuna conclusione prevedibile, con conseguente chiusura del Centro Giovani, che svolge un lavoro prezioso con adolescenti nell’età più critica.

Ora, io non sono per nulla un esperto di edilizia pubblica. Ma che in uno spazio comparabile, il solo impianto di climatizzazione costi di più della creazione di uno spazio straordinario, climatizzazione compresa, non mi torna.

Magari mi sbaglio, ma la cosa che noto di più è che nessuno ci ha chiesto prima il nostro parere. Nessuno ha chiesto il parere a quelli che utilizzeranno lo spazio, e che conoscono il posto.

Ne ho parlato con un architetto straordinario, di cui non posso dire il nome. Quando gli ho detto il costo dell’impianto di climatizzazione del Centro Giovani, mi ha tranquillizzato dicendo, “sicuramente ti sei sbagliato, non è semplicemente possibile”.

Poi ho fatto la foto del cartello dei lavori e gliel’ho mandato:

La foto non è il massimo, ma si capisce “sostituzione impianto climatizzazione”; “307,358.27 euro”; “data consegna lavori 15/12/2022“; “durata dei lavori 120 giorni naturali e consecutivi”.

Il cartellone parla anche di 11,850 euro di “oneri di sicurezza”, che sembra pure poca roba, finché non dai un’occhiata all’unico cartello di sicurezza visibile in tutto il cantiere:

Da questo, nascono alcune riflessioni sugli 800 miliardi che lo Stato italiano ogni anno spende.

Facciamo un calcolo del tutto immaginario, senza alcuna base dimostrabile: immaginiamo per gioco che su 222.000 euro per costruire lo Spazio Polivalente, la climatizzazione sarà costata un quinto delle spese totale, diciamo 50.000 euro. Bene, hanno speso sei volte di più solo per climatizzare uno spazio analogo.

Adesso fantastichiamo, sempre per gioco ma anche per aprirci un orizzonte inatteso: se si potesse ridurre da sei a uno, tutte le spese di questo tipo…

Sarebbe bastato che gli assessori che ci hanno convocati per raccontarci trionfanti che avevano investito questi soldi per noi (grazie, quanto siete generosi!), ci avessero convocati qualche mese prima per chiedere a chi vive sul posto, cosa ne pensa della spesa che stanno per fare per noi.

La democrazia non consiste nel reciproco massacro di aspiranti candidati a pochi scranni in Comune o in Parlamento. Consiste nell’ascoltare i diretti interessati. Nessuno di noi ci capisce di climatizzazione, ma di fronte a uno spreco del genere, forse tra i mille contatti che abbiamo, avremmo potuto trovare come risparmiare centinaia di migliaia di euro, se solo ci avessero interpellati.

C’è poi un altro aspetto, che riguarda i “120 giorni naturali e consecutivi” scaduti oltre un anno fa.

L’Architetto mi racconta una barzelletta.

Un architetto italiano va a trovare il suo collega tedesco. Bellissima villa, in mezzo a una natura incontaminata.

Solo che a poche centinaia di metri, c’è un’enorme e rumorosa autostrada.

Il tedesco dice all’italiano:

“E’ grazie all’autostrada, che ho la villa!”

Qualche anno dopo, l’italiano invita il tedesco a casa sua.

Bellissima villa, in mezzo a una natura incontaminata.

Il tedesco si affaccia sul balcone, e davanti c’è invece una natura veramente incontaminata, lo sguardo si estende su infiniti chilometri di boschi.

Chiede al collega italiano:

Ma come hai fatto?”

“E’ proprio perché non c’è l’autostrada, che ho la villa!”

Non è immediatamente intuitivo, ma quando l’avrete decifrata, capirete tutte le Grandi Opere Inutili e Imposte su cui si basa lo spreco pubblico italiano.

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Soldi!

L’altro giorno, la nostra commercialista volontaria ci ha presentato il bilancio del nostro Giardino.

Tra le entrate dell’anno spiccano 1.224,83 euro dal Cinque per Mille. Leggo che un contribuente che ha un reddito di 20.000 euro dà circa 24 euro, per cui se i redditi fossero tutti uguali, farebbe una cinquantina di contribuenti che a giugno ci pensano.

Comunque se vi sta simpatico qualcosa del mondo che abbiamo costruito siete, spero, in tempo per darci il 5×1000 a:

Codice Fiscale 94226290487

(Associazione Giardino dell’Ardiglione APS-ETS)

Poi se lo date a qualcun altro, tanto meglio, vuol dire che avete a cuore qualcosa!

Ah, io IL 5X1000 non lo posso dare, essendo forfettario.

Se contribuite, non sperate in grandi cose: c’è da pagare l’assicurazione, un corso antincendio, il buon Marco che pulisce i bagni, un piccolo contributo a una matta che corre ad aprire il giardino per tutti quelli che vogliono celebrare compleanni, roba del genere, non salviamo vite in Africa. Ma magari permettiamo a piccole persone di vivere un’esperienza di vita straordinaria.

Disclaimer: il mio interesse materiale in questo sta nel fatto che io nel 2019 ho prestato 700 euro all’Associazione, e non mi sono mai tornati indietro. Ma temo che non glieli chiederò mai, nemmeno se in tanti le date il 5×1000.

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Di rioni e di ragni

“Ma Aracne, malgrado fosse nata da famiglia
umile e nell’umile Ipepe abitasse, con la sua maestria
s’era fatta un gran nome nelle città della Lidia.
Per ammirare la meraviglia dei suoi lavori, avvenne
che le ninfe del Timolo lasciassero i loro vigneti
e che quelle del Pactolo lasciassero le loro acque.
E non solo era un piacere ammirare i tessuti finiti,
ma la loro creazione, tanta era la grazia del suo lavoro.”

Ovidio, Le Metamorfosi

Siamo nell’Altro Rione di Firenze, lungo il Mugnone, tra le donne tessitrici che se ne prendono cura: le Curandaie, appunto. Che quando le ho scoperte, ho avuto la prova che non siamo soli. E il bello è che sono diversissime da noi.

Marianna la incontro la prima volta, che sta dipingendo farfalle su stoffa.

Indica il mio amico e con lucida certezza mi ingiunge, “lo voglio conoscere, presentamelo!

Il mio amico ha cinque secoli di storia alle spalle, di cui ottant’anni tutti suoi, e tutti questi anni fervono di entusiasmo quasi infantile. Giannozzo è seminatore di mondi, è contadino affascinato dai germogli e dalle anse dei fiumi e dall’infinita varietà della gente.

Marianna fa a Giannozzo,

“Lo sai che io faccio equitazione? E quando vado a cavallo, piccino, lui mi capisce e io capisco lui. Poi faccio gli acquerelli, e non sai quanto mi commuove la bellezza, mi vengono le lacrime. Io voglio diventare maestra di equitazione, far capire la distanza che ci deve essere tra un cavallo e un altro…Ecco ti faccio vedere la foto del mio cavallo!”

E sul telefonino, si vede lei su di un cavallo tutto bianco.

Mi rendo conto che Marianna è un po’ strana. Cerco di capire in cosa risieda questa stranezza. Non è nell’aspetto fisico; né nel linguaggio; né nella capacità di comunicare, Marianna comunica con occhi, parole, gesti, ironia.

Eppure sento che Marianna non è come noi.

Marianna è come vorremmo essere, vive la vita con una gioia e a una profondità che nessuna persona normale riuscirebbe a raggiungere. E se non ci fosse un Rione di Curandaie attorno a lei, i normali se la mangerebbero in un sol boccone.

Sono certo che la sua malattia deve avere un nome scientifico. Ce l’hanno tutte le malattie, no?

Saltiamo al nostro di Rione, il nostro fiume non è il piccolo Mugnone, è il grande Arno.

Sul Lungarno Santarosa, c’è un giardino, con le panchine.

E sulla prima panchina c’è sempre una donna nera, che ci si è costruita un mondo, fatto di teli e borse e qualche libro e che ha un gran vocione con cui ogni tanto la sento declamare in inglese versetti della Bibbia. Alla faccia del decoro urbano.

Io quando vedo gente così mi nascondo sempre, perché sono fragile, però sbircio e spio e vorrei capire, e ho paura dell’incontro tra la mia miseria e il loro bisogno.

Ieri vicino a lei c’era un uomo alto, nero anche lui, con una camicia bianca molto pulita, davanti a un telo.

Un quadro, dove tra sfumature di grigio, c’erano dei cuori abbozzati, e qualche piuma vera di piccione.

Guardo, e lui attacca subito discorso, e mi racconta che il quadro lo sta completando pian piano, e che vuole fare capire come contro la guerra, l’unica cosa che ci può salvare è il cuore, e mi parla di ciò che prova per l’Ucraina e per Gaza. E inizia a descrivermi il resto del quadro, che ancora non esiste, ma che già esiste dentro la sua mente.

Pesco in tasca e trovo la bellezza di ottanta centesimi di euro, gli dico, “non ti offendi?” e lui non si offende.

A questo punto, mi aggancia lei, la Donna della Panchina cui sfuggo. In inglese, mi chiede chi sono e da dove vengo, e le chiedo come si chiama.

Mi dice un nome lungo, una cosa tipo Kikiriku, che riesco a ripetere per una volta e poi mi dimentico, “ma mi chiamano Fatima“.

Sulle guance ha quattro cicatrici tribali.

“Io vengo dalla Danimarca, ma sono nata in Nigeria. E non posso più tornare in Danimarca.”

“Perché non puoi tornare in Danimarca?”

“Non lo so”.

“E perché vivi su questa panchina?”

Non voglio vivere in un’istituzione.”

“Vuoi essere libera?”

“No, è che ho paura di ammalarmi, tra troppa gente”.

Voglio tornare a trovare l’artista e vedere come procedono i suoi sogni e la sua guerra alle guerre, e vorrei capire anche i sogni di Fatima che non è Fatima che viene e non viene dalla Danimarca.

Però mi rendo conto che attorno a Marianna le donne-ragno hanno tessuto un rione, attorno a Fatima e al pittore di cuori, non c’è nessuno.

Come si fa a tornare a mani vuote, non con ottanta centesimi di euro, ma con la possibilità di guardarsi alla pari negli occhi e creare un Rione insieme?

Pubblicato in esperienze di Miguel Martinez, Firenze, migrazioni, resistere sul territorio | Contrassegnato , , , , , , | 28 commenti