Cala Finanza, il valore di quello che è successo

Ripubblico per intero quanto scrive SOS Cala Finanza sul sito di Change.org.

Che le poche volte che i buoni vincono, è bene fare festa.

Cala Finanza, il valore di quello che è successo.

SOS Cala FinanzaItalia

3 lug 2026

La bandiera dei Quattro Mori sventola su Cala Finanza. Non è soltanto un simbolo: è il segno di una vittoria della nostra comunità, della difesa del territorio e dell’identità della Sardegna.  Abbiamo impedito che scelte politiche, locali e nazionali, mettessero a rischio uno dei luoghi più preziosi della nostra terra, compromettendone il valore naturale, storico e identitario.

Condividiamo la lucida e approfondita analisi dell’Avvocato Michele Zuddas, che ringraziamo. Vi invitiamo a leggerla fino all’ultima riga, perché aiuta a comprendere la portata di ciò che è accaduto e il valore di ciò che insieme siamo riusciti a fare. 

Quella di Cala Finanza non è stata una battaglia qualsiasi. È la dimostrazione che, quando una comunità si unisce con determinazione, competenza e amore per la propria terra, può cambiare il corso degli eventi.

Oggi possiamo essere orgogliosi del risultato raggiunto. Ma non possiamo abbassare la guardia. La tutela della Sardegna, del suo paesaggio, della sua storia e della sua identità richiederà ancora impegno, coraggio e partecipazione.

Cala Finanza ci ha insegnato una cosa: la nostra terra si difende. Sempre

OLTRE IL FATTO: CALA FINANZA E LA VITTORIA DI UN POPOLO CONTRO IL COLONIALISMO AMMINISTRATIVO

La vicenda di Cala Finanza, se raccontata soltanto attraverso la cronaca, finisce inevitabilmente per essere comprese a metà. Limitarsi a registrare il ritiro dell’autorizzazione unica da parte del Governo significherebbe fermarsi all’ultimo fotogramma di una storia assai più complessa, quasi che quel provvedimento fosse nato da un improvviso ripensamento istituzionale o da una tardiva presa di coscienza ambientale.

Nulla di tutto questo.

Le istituzioni, nella quasi totalità dei casi, non arretrano perché mutano convinzioni; arretrano quando il costo politico del perseverare diventa superiore al beneficio che speravano di ottenere. Ed è esattamente ciò che è accaduto a Cala Finanza.

Non è stato il potere a correggere spontaneamente se stesso; è stato un popolo organizzato, determinato e capace di leggere i meccanismi del potere a costringerlo a fare un passo indietro.

Questa precisazione non è una questione di orgoglio, ma di verità politica.

Il rischio che oggi si corre è quello di assistere all’ennesima operazione di riscrittura della realtà, nella quale gli stessi soggetti istituzionali che avevano consentito al procedimento di svilupparsi tentano ora di accreditarsi come protagonisti della sua conclusione. È una dinamica quasi fisiologica: quando un progetto suscita consenso, molti ne rivendicano la paternità; quando invece incontra la resistenza di una comunità e diventa politicamente insostenibile, nessuno sembra ricordare di averne accompagnato il cammino.

Eppure il diritto, a differenza della politica, conserva memoria. Gli atti amministrativi rimangono. Le deliberazioni rimangono. Le sequenze procedimentali rimangono. Ed è proprio leggendo quella sequenza che emerge il dato forse più importante dell’intera vicenda.

L’autorizzazione unica governativa non è stata un fulmine caduto su un territorio inerme. Essa si è inserita dentro un percorso amministrativo reso possibile da scelte precedenti, tra le quali assume un rilievo decisivo la deliberazione del Comune di Loiri Porto San Paolo. È inutile girare attorno a questo dato. Senza quel presupposto amministrativo il procedimento non avrebbe potuto svilupparsi nelle forme che abbiamo conosciuto.

Il successivo ritiro della deliberazione comunale, che ha inevitabilmente inciso sulla tenuta complessiva dell’autorizzazione unica, dimostra proprio quanto quella scelta iniziale fosse centrale nell’economia dell’intero procedimento. Per questo motivo sarebbe una rappresentazione profondamente fuorviante sostenere che da una parte vi fosse un Comune impegnato a difendere il territorio e dall’altra uno Stato intenzionato a sacrificarlo. Gli atti raccontano qualcosa di diverso. Raccontano una convergenza funzionale, forse non necessariamente frutto di un disegno unitario, ma certamente capace di produrre un identico risultato.
Cala Finanza smette di essere una vicenda locale e diventa una straordinaria lezione sul funzionamento del potere contemporaneo. Per troppo tempo abbiamo immaginato il colonialismo come un fenomeno riconducibile esclusivamente all’imposizione esterna, al comando esercitato da un centro politico su una periferia privata della propria autonomia. Ma il colonialismo del XXI secolo è molto più sofisticato. Esso non ha più bisogno di imporre continuamente la propria volontà contro quella dei territori; preferisce costruire condizioni affinché siano gli stessi livelli istituzionali periferici a rendere praticabili decisioni che altrove sono state pensate.

 È un meccanismo infinitamente più efficace, perché dissolve le responsabilità, distribuisce il potere lungo una catena amministrativa apparentemente neutrale e consente a ciascun soggetto coinvolto di sostenere, al momento opportuno, di avere semplicemente svolto il proprio ruolo.

È in questa apparente neutralità che si consuma la forma più insidiosa della subordinazione politica. Le istituzioni locali finiscono progressivamente per interiorizzare una determinata idea di sviluppo, fino a considerarla naturale, inevitabile, persino desiderabile. Così il linguaggio dell’investitore diventa il linguaggio dell’amministratore, il lessico della rendita sostituisce quello della pianificazione, la valorizzazione economica prende lentamente il posto della tutela del territorio e la funzione politica dell’ente locale si trasforma, quasi senza che nessuno se ne accorga, in quella di facilitatore di interessi che trovano altrove il proprio centro decisionale. Non occorrono pressioni esplicite né imposizioni plateali. Basta che tutti condividano lo stesso paradigma culturale. È questo il tratto più moderno del colonialismo amministrativo: esso non conquista soltanto i territori, ma prima ancora conquista il modo in cui le classi dirigenti imparano a guardare quei territori.

Per questa ragione sarebbe riduttivo limitare la critica al Governo. Certamente il Governo porta una responsabilità evidente nell’adozione dell’autorizzazione unica, ma sarebbe un grave errore politico fermarsi lì, perché significherebbe assolvere proprio quel livello istituzionale che ha reso concretamente possibile il procedimento. Le istituzioni locali non sono state semplici spettatrici di un potere esercitato dall’alto; hanno svolto una funzione essenziale nella costruzione della cornice amministrativa entro cui quel potere ha potuto manifestarsi. Dire questo non significa alimentare polemiche sterili, ma riaffermare un principio fondamentale di ogni democrazia matura: chi esercita funzioni pubbliche deve assumersi la responsabilità politica degli effetti prodotti dai propri atti. Diversamente, l’autonomia locale si ridurrebbe a un privilegio quando si tratta di rivendicare competenze e a un comodo rifugio quando invece occorre rispondere delle conseguenze delle proprie decisioni.

La straordinaria forza della mobilitazione popolare è consistita proprio nell’avere intuito questa duplice natura del problema. Se il conflitto fosse stato indirizzato esclusivamente contro Roma, probabilmente avrebbe prodotto una protesta simbolica destinata a esaurirsi nel tempo. Se, al contrario, si fosse limitato a contestare il Comune, avrebbe ignorato il livello decisionale nazionale che rendeva concretamente possibile il progetto.

La mobilitazione, invece, ha colpito simultaneamente entrambi i livelli istituzionali, comprendendo che il procedimento era il risultato di una concatenazione di atti e che interrompere quella concatenazione significava rendere instabile l’intera costruzione giuridica. È stata una scelta di straordinaria maturità politica, perché ha dimostrato come una comunità possa leggere le dinamiche del potere con maggiore lucidità di molte classi dirigenti.


Questa è forse la lezione più importante di Cala Finanza. La politica, troppo spesso, ha continuato a considerare i cittadini come destinatari di decisioni già prese, da informare a procedimento concluso o, nel migliore dei casi, da consultare quando ogni margine di reale incidenza era ormai svanito. A Cala Finanza è accaduto l’opposto. La comunità ha smesso di essere oggetto del procedimento ed è diventata soggetto della decisione politica.

È questa trasformazione ad avere modificato gli equilibri. Quando un popolo comprende che il diritto amministrativo non è una materia riservata agli specialisti ma uno degli strumenti attraverso i quali si decide il destino di un territorio, allora il procedimento cessa di essere un fascicolo custodito negli uffici e diventa terreno di partecipazione democratica.

Vi è poi un ulteriore elemento che merita di essere sottolineato, perché racconta qualcosa di profondamente incoraggiante sulla maturazione civile della società sarda. Ogni grande movimento popolare attraversa inevitabilmente tensioni interne, differenze di impostazione, errori di valutazione. Anche la mobilitazione di Cala Finanza non ne è stata immune. Si è assistito al tentativo, politicamente poco lungimirante, di diffidare i partiti dal partecipare alla manifestazione, quasi che la presenza di soggetti politici potesse contaminare la purezza della protesta. Si è perfino evocato il rischio che la mobilitazione degenerasse in episodi di violenza, spostando il centro del discorso dalla violenza esercitata sul territorio alla presunta pericolosità di chi quel territorio intendeva difenderlo. Sono stati errori, gravi. 

Eppure la parte più bella di questa vicenda consiste proprio nel fatto che il popolo sardo ha saputo andare oltre quelle ingenuità. Ha dimostrato una maturità politica superiore alle divisioni che rischiavano di attraversarlo, comprendendo che una battaglia di tale portata non appartiene a una sigla, a un’associazione, a un comitato o a una particolare appartenenza ideologica. Appartiene alla comunità che decide di difendere il proprio territorio. Le lotte popolari non crescono restringendo il campo della partecipazione, ma ampliandolo. Non vincono selezionando chi può stare in piazza, ma costruendo una coscienza collettiva capace di unire culture politiche differenti attorno a un principio comune. Ed è precisamente questo che è accaduto. La Sardegna, ancora una volta, si è dimostrata politicamente più avanzata di una parte di coloro che pretendevano di interpretarne la volontà.

Forse è proprio questo il motivo per cui Cala Finanza lascia un’eredità che va ben oltre il destino di un singolo progetto. Essa ci ricorda che nessuna procedura amministrativa è davvero neutrale quando riguarda il rapporto fra una comunità e la propria terra; che nessuna autonomia speciale conserva significato se gli enti chiamati a esercitarla finiscono per assumere come inevitabili le logiche di sviluppo elaborate altrove; che nessun popolo può considerarsi realmente libero se delega integralmente ad altri il compito di vigilare sul proprio territorio.

La difesa della Sardegna non passa soltanto attraverso i tribunali, le norme urbanistiche o le autorizzazioni amministrative, passa anzitutto attraverso una coscienza politica collettiva capace di riconoscere che il paesaggio non è una merce, che il territorio non è una piattaforma finanziaria e che l’autonomia non consiste nell’amministrare decisioni prese da altri, ma nel possedere il coraggio di impedirle quando risultano incompatibili con l’interesse della comunità.


Per questo Cala Finanza non rappresenta semplicemente il ritiro di un’autorizzazione unica, rappresenta la dimostrazione che anche il più sofisticato meccanismo di potere, quando incontra una comunità consapevole, organizzata e culturalmente preparata, può essere incrinato. E forse è proprio questa la ragione per cui tale vittoria assume un valore che supera i confini di quella splendida insenatura gallurese.

Essa restituisce ai sardi una consapevolezza che troppo spesso è stata loro negata: quella di non essere semplici spettatori delle trasformazioni della propria terra, ma i legittimi protagonisti del suo destino. Quando questa consapevolezza si radica nella coscienza di un popolo, nessuna autorizzazione amministrativa, per quanto formalmente impeccabile, può considerarsi davvero al sicuro.
Avvocato Michele Zuddas Qui l’articolo 

Grazie ancora a tutte le sostenitrici e sostenitori. 

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A volte si può vincere!

Quando succedono cose brutte, è naturale che le persone buone ci stiano male. Ad esempio, quando scoprono l’esistenza della parola glamping.

E quando di cose brutte, ne succedono tutti i giorni, le persone buone tendono a stare male sempre. E quando si sta male sempre, le persone buonte tendono a diventare rancorose, sospettose, antipatiche e pure un po’ cattive.

Per cui è bene dare sempre la priorità alle buone notizie.

E ce ne sono. Come questa: una delle Due Isole è salva. Adesso mettiamocela tutta per l’Altra Isola – Sazan.

Glamping di lusso davanti a Tavolara: il governo revoca autorizzazione

Dipartimento per il Sud frena il progetto a Cala Finanza. Ieri decine centinaia di manifestanti contro il progetto, della società italo brasiliana Tavolara Bay srl, del gruppo Jhsf, per la realizzazione del beach club a cinque stelle

02/07/2026

Niente più zona economica speciale a Cala Finanza: il progetto di installazione di un glamping da parte della società Tavolara Bay sul promontorio della località costiera nel nord est dell’isola, a Loiri Porto San Paolo, non ha più le autorizzazioni del governo.

Il Dipartimento per il Sud di palazzo Chigi ha disposto la revoca dell’Autorizzazione del 6 febbraio 2026, che aveva acconsentito al progetto. “La revoca è stata adottata proprio in ragione della sopravvenuta revoca, da parte del nostro Consiglio Comunale, della delibera di indirizzo n. 50 del 25 novembre 2025” dice il sindaco Francesco Lai.

La manifestazione a Cala Finanza

La manifestazione a Cala Finanza (ansa)

La protesta dei cittadini

Lo scorso 30 giugno, in una seduta del consiglio comunale di Loiri Porto San Paolo con un unico punto all’ordine del giorno, il sindaco Lai aveva illustrato la motivazione della richiesta ai consiglieri di revocare in autotutela la delibera fatta nel novembre del 2025.

A due giorni di distanza, e dopo la massiccia partecipazione alla manifestazione di ieri di cittadini e gruppi di attivisti proprio a Cala Finanza, arriva oggi lo stop da Roma. Uno stop che riguarda l’unico progetto presentato, quello del glamping, mentre – come ha anche specificato la Regione – non è mai stata presentata alcuna istanza su un resort che la società Italo brasiliana Tavolara Bay srl, che fa capo al gruppo Jhsf, avrebbe in progetto di realizzare in quell’area.

“È una vittoria del principio di leale collaborazione tra istituzioni. È la dimostrazione che quando un Comune esercita con serietà e rigore le proprie prerogative, lo Stato sa ascoltare. E sa correggersi”, ha dichiarato Lai.

“Si conferma ciò che la Regione sostiene fin dall’inizio. – ha dichiarato Francesco Spanedda, assessore regionale degli Enti Locali, Finanze e Urbanistica – La questione non era essere favorevoli o contrari agli investimenti, ma il rispetto delle regole e delle competenze istituzionali. La pianificazione urbanistica non è un passaggio formale e le procedure straordinarie non possono trasformarsi in scorciatoie”.

Non mancano le critiche al suo operato e a quello della giunta regionale. “Il Campo Largo prova a riscrivere la realtà su Cala Finanza. Prima approvano atti politici che cambiano il quadro urbanistico, poi, quando i cittadini si ribellano e il caso esplode, si prova a scaricare ogni responsabilità sul Governo nazionale”, attacca la consigliera regionale di fratelli d’Italia Cristina Usai. 

Decine di bandiere dei quattro mori sventolano nello spiazzo dei parcheggi di Cala Finanza, sulla costa nord orientale sarda, a Loiri Porto San Paolo, in Gallura durante il sit-in contro il progetto della società italo brasiliana Tavolara Bay srl, che fa capo al gruppo Jhsf, di realizzare un beach club a cinque stelle con Villa Joy al centro, 1 luglio 2026.

Decine di bandiere dei quattro mori sventolano nello spiazzo dei parcheggi di Cala Finanza, sulla costa nord orientale sarda, a Loiri Porto San Paolo, in Gallura durante il sit-in contro il progetto della società italo brasiliana Tavolara Bay srl, che fa capo al gruppo Jhsf, di realizzare un beach club a cinque stelle con Villa Joy al centro, 1 luglio 2026. (Ansa)

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Tu sei in carcere

Tu sei in carcere.

In attesa di un processo che non arriva mai, perché scarseggiano i magistrati.

D’estate fa un caldo boia, e d’inverno un freddo cane.

Il cibo è pessimo, ma pare che l’anno prossimo pare che sarà peggio perché i fondi sono stati deviati per comprare armi.

Siete in cinque in una cella pensata per due.

E uno dei cinque russa.

Questo carcere ha una particolarità: si può votare per cambiare le cose. Quando il sistema è più o meno uninominale, la gente vota per chi vuole una cosa, contro chi ne vuole un’altra.

Normalmente si mette a fuoco quindi un solo tema, che diventa centrale. E attorno a cui si formano due schieramenti contrappoti.

Ad esempio, i poli opposti possono essere, pane o bombe?

Il Candidato A dice, “signori carcerati, qui ci sono i maltesi che da un giorno all’altro ci possono attaccare, quindi meglio stringere la cintura che finire nella fossa!

Il Candidato B dice, “signori carcerati, può darsi che i maltesi ci attacchino, ma è più sicuro che la fame faccia male!”

Ma il tema centrale potrebbe essere qualunque altro.

Ad esempio, arriva il Candidato A e dice,

“chi russa manca di rispetto per tutti! Non condivide i nostri Valori! Va chiuso nello scantinato buio del carcere, quello dove ci stanno i topi!”

Ora, parecchia gente lo capisce. Il tizio che russa nella cella da cinque, con l’afa e la fame, è la goccia che fa traboccare il vaso. E soprattutto è umano, a differenza dei misteriosi motivi per cui mancano i magistrati, e le cose umane, noi umani le capiamo subito. E poi quattro su cinque non russano, o comunque dormono mentre russano e non se ne accorgono, per cui nessuno si identifica con il Russatore.

Il Candidato A dice quello che pensavamo tutti del Russatore, ma non avevamo il coraggio di dirlo, apre un nuovo orizzonte di libertà, che in carcere ci sta sempre bene.

Anche il Candidato B però si trova la campagna elettorale servita su un piatto d’argento.

Non deve fare ragionamenti complessi sulla probabilità che i maltesi ci attacchino, o sui concorsi a magistrato: gli basta dire che il Candidato A è uno schifoso egoista, che odia i poveri russatori. “Russare non è una colpa!

Ora, i carcerati sono sull’orlo di esplodere, per tutto l’insieme della situazione. Che culmina simbolicamente nella tortura di restare svegli ad ascoltare il Russatore. Almeno il Candidato A propone di cambiare qualcosa, eliminando il Russatore.

E il Candidato B, opponendosi all’unica proposta di cambiamento, assume su di sé, involontariamente, il ruolo di quello che vuole mantenere l’oppressione generale:

“non perseguitate i russatori” si traduce per i carcerati in, “viva i processi che non arrivano mai, vive le celle in cui si deve stare in cinque, viva il cibo che fa schifo”.

E’ il Candidato B quindi che porta al trionfo del Candidato A, dal momento in cui accetta come tema di contrapposizione quello scelto dal Candidato A.

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Non c’è più Laicità!

La signora Anna Maria Cisint è eurodeputata, e già sindaca di Monfalcone.

Una città che ospita un’eccellenza del Made in Italy, anzi un player mondiale, le officine di Fincantieri. Made in Italy non solo si dice in una lingua che non è l’italiano, ma si fa con braccia non italiane. Infatti, il segreto di tanto success ce lo rivela Gianni Barbacetto. La Fincantieri ha tagliato del 75% la manodopera diretta, creando una rete di subappalti che ha ridotto il costo del lavoro del 50 per cento. 1600 lavoratori nei cantieri sono dipendenti Fincantieri,

“Gli altri, spiega il segretario provinciale della Cgil Thomas Casotto,
“lavorano per 400 ditte che spesso applicano condizioni di lavoro semilegali o del tutto illegali: precariato, minacce, ricatti, caporalato; e paga ‘globale’ (che cioè mette insieme e forfetizza ferie, straordinari, malattia, tredicesima, tfr, permessi, infortuni: di fatto azzerandoli). È successo anche che il ‘padrone’ consegni una busta paga di 1.500 euro e poi pretenda di andare con il dipendente al bancomat, facendosi restituire 500 euro in contanti”.

Non sorprenda quindi che nei cantieri lavorino operai di 67 paesi diversi, tra cui spiccano 7.076 bengalesi. Che faticano e rischiano la vita, ma non votano e non saprebbero come spiegarsi a un avvocato.

Ora, il partito di Anna Maria Cisint si trova al governo, e recentemente, proprio quel governo ha autorizzato l’ingresso di 500mila lavoratori extracomunitari per il triennio 2026-28. Circa metà per per “lavoro subordinato non stagionale e autonomo” e metà per “lavoro stagionale nei settori agricolo e turistico” (come funzioni in pratica è un’altra storia).

Il governo sostenuto da Anna Maria Cisint li definisce:

“manodopera indispensabile al sistema economico e produttivo nazionale e altrimenti non reperibile”.

Questo in un paese con 2 milioni e 452 mila disoccupati e 13 milioni e 246mila inoccupati in età lavorativa.

Senza bengalesi, niente global leadership di Monfalcone. Ora, la storia ci insegna che quando sei in un paese lontano a fare una vita di cacca, i piccoli rituali ti salvano – gli irlandesi a New York che si trovavano a cantare le loro canzoni, o i terroni italici con la festa del Patrono.

Festa (italiana) di Sant’Antonio a Boston

E la signora Cisint ha dedicato la sua vita a far stare male la gente che fatica in fondo anche per lei. I bengalesi dopo lavoro hanno piacere di sedersi in piazza e chiacchierare con gli amici? La sindaca ha fatto togliere le panchine.

Le donne vogliono farsi un bagno a mare nei loro costumoni un po’ buffi? Ecco che la sindaca vieta di entrare in acqua vestite. Se ne stessero a casa, allora… solo che la signora Cisint ha pensato bene di far alzare la soglia di reddito minimo per avere una casa popolare, in modo da escludere gli immigrati.

I musulmani hanno due centri culturali, dove si permettono anche di pregare? Ecco che la Cisint vieta la stessa preghiera perché non sarebbe prevista nella destinazione d’uso.

Uscita da Monfalcone, i suoi orizzonti vessatori si allargano. A Mestre c’è un giardino pubblico, dove i “musulmani” (non è dato sapere di quale etnia) sono soliti pregare. Evidentemente non hanno i soldi per affitare un locale per farsi una moschea. E posso immaginarmi perché: Mestre fa parte del comune di Venezia, che come overtourism è messo peggio di Firenze.

A Firenze, l’intera industria degli Airbnb non si reggerebbe senza i peruviani che lavorando in nero corrono in bici a cambiare le lenzuola e buttare i rifiuti. Ma siccome gli appartamenti sono presi appunto da Airbnb, i peruviani non hanno dove dormire loro stessi.

Una mattina, i musulmani che vanno a pregare trovano l’angolo del giardino in cui di solito pregano occupato da due ragazze in bikini che dicono che vogliono prendere il sole. Come sia andata, non lo sapremo mai, ma pare che l’imam abbia chiesto loro di lasciare il posto il tempo di dire la preghiera.

Sono tredici anni che partecipo all’autogestione di un giardino pubblico, e conosco benissimo la situazione: arrivano i ragazzi della scuola media che vogliono fare la partita nel campetto, e si lamentano che è occupato dai bambini piccoli; arrivano quelli che ci vogliono fare yoga, e si lamentano perché gli arrivano le pallonate in testa; e se ci sono quelli che fanno pugilato, non ci possono stare anche quelli che fanno yoga. Sono cose che si negoziano.

Ma la notizia arriva alla Cisint che dall’alto del suo smartphone sull’aereo per Bruxelles dice la sua, sul fatto che in un angolino di un giardino, la “manodopera indispensabile al sistema economico e produttivo nazionale” faccia una cosa sua:

“Questo è quello che sta accadendo in tutta Europa e in Italia. La conquista, il governo e la sostituzione sono i loro obiettivi: un vero e proprio golpe contro lo Stato di diritto”

E’ affascinante la chiosa dell’articolo che ne parla, non si capisce se sia della giornalista o dell’eurodeputata:

“Permettere che le consuetudini religiose di una comunità arrivino a limitare le libertà individuali altrui significa abdicare al principio di legalità e alla difesa dei valori occidentali. In gioco c’è ben più di un parco pubblico.”

Questa è stata la tesi centrale del laicismo più odioso. Come quelli che vorrebbero vietare la processione in onore della Santa Patrona perché ostacola il traffico.

Qui potete aderire, ad esempio, alla campagna dell’UAAR – Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti – per vietare che il suono delle campane limiti la libertà di dormire del cittadino laico, solo perché lo richiedono le consuetudini religiose di una comunità. Ma non ci risulta che l’UAAR abbia ancora cercato di vietare agli scout cattolici di dire una preghiera nella loro sede, perché non previsto dalla destinazione d’uso (non ci risulta, ma non suggeriteglielo!).

Non a caso, un intervento della Cisint si intitola, “La minaccia di Allah“: che è il nome che anche i cristiani arabi usano per chiamare Dio.

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Domani con gli albanesi

Se siete a Firenze, domani in Piazza della Signoria alle 19.30, ci sarà un presidio della comunità albanese.

Intanto, la consigliera comunale Cecilia Del Re di Firenze Democratica ha depositata una mozione che sarà votata in Consiglio Comunale.

Riporto qui il testo del suo comunicato:

Del Re (Firenze Democratica): “Solidarietà alla comunità albanese in protesta per la tutela delle aree naturali costiere dell’Albania”

“La difesa degli ecosistemi naturali non può essere mai solo una battaglia locale”

Data: 26 Giugno 2026

Consiglio comunalecapogruppo firenze democratica

Queste le dichiarazioni della capogruppo di Firenze Democratica:

“Come gruppo consiliare, abbiamo depositato nei giorni scorsi una mozione per esprimere solidarietà al popolo albanese a fronte delle loro legittime preoccupazioni per la tutela delle aree naturali costiere dell’Albania.

Anche la comunità albanese di Firenze sta seguendo con grande apprensione ciò che accade nel proprio Paese d’origine. La difesa degli ecosistemi naturali non può d’altronde essere mai una battaglia solo locale, ma riguarda tutti noi. 

Per questo, con il nostro atto, chiediamo che il Comune di Firenze esprima la propria solidarietà e si unisca all’appello delle istituzioni europee per la tutela delle aree protette e per processi decisionali trasparenti e partecipati”, dichiara la consigliera comunale Cecilia Del Re. 

In particolare, la mozione richiama le preoccupazioni espresse dalla società civile albanese riguardo al maxi‑progetto turistico da 1,4 miliardi di euro che interessa l’isola di Sazan e la laguna protetta di Vjosa‑Narta, uno degli ecosistemi più rilevanti del Mediterraneo.
Con le proteste in atto, rappresentate simbolicamente dal fenicottero rosa, la comunità albanese chiede maggiore trasparenza nei processi decisionali e il rispetto degli standard ambientali europei.

Nel testo della mozione si richiamano le serie preoccupazioni già espresse anche dalla Commissione Europea, che ha avvertito il governo di Tirana sui rischi di violazione degli standard UE, con possibili ripercussioni sul percorso di adesione dell’Albania; i dubbi sollevati sulla trasparenza delle recenti modifiche legislative albanesi in materia di aree protette e investimenti strategici, attualmente oggetto di indagine da parte della SPAK, l’organismo indipendente anticorruzione; la risoluzione del Parlamento europeo del 17 giugno 2026, che chiede l’abrogazione delle norme che indeboliscono la tutela delle aree protette e una moratoria immediata su nuove autorizzazioni e costruzioni.

“Saremo presenti poi il 27 giugno al nuovo presidio indetto dalla comunità albanese in Piazza della Signoria, per testimoniare il proprio sostegno e ribadire l’importanza della tutela degli ecosistemi e della trasparenza democratica”, conclude infine la consigliera capogruppo di Firenze Democratica.”

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Due isole

Volevo incontrare gli albanesi che in questi giorni stanno organizzando le proteste anche qui; ma una mia amica mi informa che quasi tutti sono già partiti per Tirana, come migliaia e migliaia di altri albanesi da tutta Europa. “Sono ore decisive!”, mi dice.

La più grande protesta della storia albanese, incredibilmente pacifica, nasce da un fatto che dovremmo sentire tutti vicino: il genero del Presidente degli Stati Uniti decide di comprarsi a poco prezzo l’isola di Sazan (già italiana), una delle ultime oasi naturali del Mediterraneo, per cementificarlo e farci un villaggio turistico. E il governo albanese lo accontenta.

Il 17 giugno, il Parlamento Europeo ha approvato il rapporto della Commissione Europea sull’Albania. Nel testo finale del Parlamento Europeo, tre articoli – il 47, 48 e 49 del punto H – fanno riferimento a questa vicenda, con una condanna esplicita, su questo punto, delle scelte del governo albanese (sotto, il testo ufficiale italiano dei tre articoli).

Ora, la mia amica albanese mi gira la notizia di quello che sta succedendo a Tavolara. Dimensioni quasi identiche a Sazan. Sazan ha il fenicottero; a Tavolara vive oltre la metà della popolazione mondiale di un uccello meno appariscente, la berta minore mediterranea o puffinus yelkouan.

Mentre tanti italiani si indignano per i troppi immigrati, arriva un extracomunitario, un certo José Auriemo Neto, che vive in Uruguay, ma ha la ditta JHSF Capital con sede in Brasile, e dice, “l’Isola la voglio!” E lancia il progetto Tavolara Bay:

“…sul promontorio di Cala Finanza, nel territorio di Loiri Porto San Paolo, provincia di Sassari: la costruzione di una struttura ricettiva di lusso, preludio a un progetto che prevede un hotel a cinque stelle, decine di ville, ristoranti, un porto turistico, un eliporto e un campo da golf. Il tutto affacciato sull’Area Marina Protetta di Tavolara-Punta Coda Cavallo, istituita nel 1997 e sottoposta a molteplici livelli di tutela ambientale, in una zona dove il Piano Paesaggistico Regionale sardo vieta qualsiasi edificazione entro trecento metri dalla battigia.”

Il Comune dice un mezzo sì, che poi ritira.

La Regione dice no.

La Sovrintendenza dice no.

La Provincia Nord Est Gallura dice no.

Il Ministero della Cultura dice no.

Il Corpo Forestale dice no.

200.000 persone dicono no, con una petizione pubblica.

Ma proprio mentre il povero extracomunitario viene dichiarato illegale, ecco che arrivano i Sovranisti e lo salvano.

“il 9 febbraio 2026 la Struttura di missione ZES [Zona Economica Speciale] ha rilasciato l’autorizzazione unica. Regione, Corpo Forestale e Ministero della Cultura hanno chiesto l’annullamento in autotutela, ottenendo la sospensione dell’efficacia dell’atto. Il 4 giugno il Consiglio dei ministri ha rigettato tutte le opposizioni, riattivando l’autorizzazione. […]

Il meccanismo è la ZES Unica per il Mezzogiorno, istituita con il decreto-legge 124 del 2023, che consente alla Struttura di missione di rilasciare un’autorizzazione unica sostitutiva di tutti i titoli abilitativi.”

Sarà la prassi, ma almeno nel Comunicato Stampa ufficiale non c’è una virgola di motivazione del rigetto approvato il 4 giugno.

Viene subito in mente la legge albanese sugli “investimenti strategici”, che ha permesso il furto dell’isola di Sazan. E che viene citata nella versione finale, approvata dal Parlamento Europeo, del rapporto della Commissione sull’Albania. Da leggere e applicare su entrambe le sponde dell’Adriatico.

Dal testo del Rapporto del Parlamento Europeo sull’Albania, articoli H 47, 48 e 49:

“47. deplora profondamente il fatto che la normativa dell’Albania del 2015 in materia di investimenti strategici sia stata prorogata, alla luce delle relative disposizioni che consentono procedure di autorizzazione accelerate e un controllo ambientale ridotto, che rischiano di incidere negativamente sulle aree protette e su altre zone sensibili dal punto di vista ambientale; chiede l’abrogazione delle modifiche apportate nel 2024 alla legge sulle aree protette, che consentono lo sviluppo di infrastrutture turistiche su larga scala all’interno delle aree protette e il trasferimento di competenze chiave in materia di governance e processo decisionale al consiglio nazionale del territorio, indebolendo in tal modo il controllo ambientale;

48. osserva con profonda preoccupazione che gli attuali sviluppi nell’area protetta di Vjosa-Narta dimostrano le conseguenze pratiche di tali modifiche legislative e i rischi che ne derivano per le aree di riconosciuto valore ecologico; segue da vicino le proteste
pacifiche di massa in corso a tale riguardo; invita le autorità albanesi a istituire immediatamente una moratoria su tutte le nuove procedure di autorizzazione, i lavori di costruzione e gli interventi di sviluppo nelle zone protette finché le disposizioni incompatibili contenute nella legge sulle aree protette modificata non saranno state abrogate, sulla base di una richiesta di lunga data della Commissione e del Parlamento e in linea con i parametri di chiusura del capitolo 27, e finché non sarà garantito il pieno rispetto delle norme dell’UE in materia di protezione della natura; sottolinea che qualsiasi progetto in tale ambito deve essere sottoposto a valutazioni d’impatto ambientale esaustive pienamente in linea con le norme dell’UE, compreso un processo trasparente di partecipazione pubblica che includa le comunità locali, gli scienziati e la società civile;

49. sottolinea il fatto che la Commissione ha messo in guardia l’Albania contro il compimento di azioni che potrebbero incidere sul suo percorso di adesione all’UE, nel contesto delle proteste nazionali in corso contro un progetto edilizio di lusso su larga scala che minaccia un’area protetta di conservazione della fauna selvatica che ospita fenicotteri, foche e siti di nidificazione delle tartarughe; condivide, a questo proposito, le critiche della Commissione e ricorda che l’allineamento alle norme ambientali dell’UE, tra cui la direttiva Uccelli e la direttiva Habitat, è un presupposto per l’adesione all’UE.”

    Shqipëria nuk është në shitje!

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    Per la Pace. Contro l’Ariofobia

    Mi arriva da un anonimo molto Moderato questo appello, nei segni dei tempi. A ognuno la sua opinione.

    Scriviamo nel solco di una lunga tradizione liberale che nasce non a caso in Occidente, grazie alla fusione del Genio Religioso ebraico con il Genio Razziale Ariano.

    Dobbiamo avere il coraggio civile di distinguere tra la legittima critica allo Stato Tedesco e l’Ariofobia.

    Quando il terrorista Hershel Grzynspan il 7 ottobre, pardon il 7 novembre, del 1938, uccise a sangue freddo un diplomatico tedesco colpevole solo di fare il proprio dovere, noi come tutte le persone civili e occidentali, abbiamo compreso lo stato d’animo del popolo tedesco, che vive sotto la costante minaccia dell’Est, dai mongoli al Regime Russo. Ma non abbiamo esitato a dire che certe reazioni tedesche potevano essere eccessive, e che avrebbero danneggiato il buon nome della Germania.

    Allo stesso modo, ci siamo espressi in maniera netta sulla mancata emissione di un francobollo commemorativo in onore di Federico Barbarossa.

    Un conto però è la legittima critica al governo di Adolf Hitler – ricordiamo, democraticamente eletto al contrario del Tirannico Regime Russo; un conto ben diverso, è l’Ariofobia, che deve essere fuorilegge. Anche quando si maschera astutamente dietro la presunta critica al governo di Adolf Hitler.

    L’Ariofobia, nella scientifica definizione degli esperti dell’Università di Berlino, consiste in un odio irrazionale per chiunque abbia in sé il Dna della Razza Ariana, e ha due elementi che lo rendono subito riconoscibile:

    • la negazione del Diritto del popolo tedesco a una Patria che si estenda da Königsberg a Bolzano, da Strasburgo a Breslavia
    • L‘apologia del terrorismo ariofobico. Ricordiamo che nei paesi che circondano e minacciano la Germania, ogni anno si festeggiano ancora date come il 25 aprile, che celebra il massacro – da parte di terroristi italiani ma al soldo del Regime Russo – di giovani colpevoli solo di essere tedeschi: sono temi su cui la giustizia deve intervenire in maniera inesorabile.

    Comprendiamo che ci sono ferite storiche, ma riteniamo che possono essere sanate con la pacifica convivenza.

    Per questo, sosteniamo da sempre la soluzione dei Due Stati per Due Popoli: l’Europa agli Ariani, il Medio Oriente agli Ebrei.

    Moderati per la Convivenza tra i Popoli

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    Papa Leone XIV ci benedice

    Allora, c’è il nostro Rione, quello del Drago Verde, parrocchia di San Frediano.

    Al cuore del nostro Rione, c’è il Giardino, detto Nidiaci o Ardiglione. Nello stesso isolato della Cappella Brancacci.

    Tredici anni fa, abbiamo salvato il Giardino da uno speculatore immobiliare, trasformandolo in un Bene Comune.

    Poi accanto c’è la Scuola Media (“secondaria di primo grado”) dove il 23 maggio abbiamo partecipato a organizzare una grande festa per i cent’anni della scuola, e nella cui palestra abbiamo aperto un corso di arti aeree, dove la gente vola.

    Alcuni insegnanti della Scuola Media hanno fatto fare un’installazione straordinaria nel Giardino. Come abbiamo raccontato qui, circa 20.000 strisce fatte con pezzi di lenzuola bianche, ogni striscia con il nome di un bambino assassinato a Gaza. Anche loro, volano.

    Cosimo è un ragazzo che fa la Terza Media e ha parecchio spirito di iniziativa.

    E così ha preso e scritto al Papa e al Presidente della Repubblica questa lettera:

    “Firenze, 6 marzo 2026

    Caro Papa e Caro Presidente della Repubblica,

    Mi chiamo Cosimo, ho 13 anni e frequento la Scuola Media Machiavelli di Firenze.

    Vi scrivo perché spesso ricordate i bambini di guerra: anche noi abbiamo cercato di farlo. Prima di Natale, la nostra Professoressa di Matematica ci ha proposto di ricordare i 19.104 bambini, tra gli 0 e i 16 anni, uccisi a Gaza negli ultimi mesi. Abbiamo letto i versi della poesia If I Must Die di Rafaat Alareer e poi abbiamo iniziato a scrivere nome ed età di ogni bambino su strisce di lenzuola bianche, ispirandoci ad un’istallazione bresciana. Ci sono voluti giorni, abbiamo continuato con i nostri genitori, nonni e gli abitanti del quartiere: il nostro laboratorio all’aperto è stato il Giardino dell’Ardiglione, quello dove giochiamo, corriamo, suoniamo, festeggiamo i nostri compleanni, da quando siamo piccoli. Un luogo nato per i bambini: ed è lì che ora un grosso “glicine” di stoffa fa muovere in cielo il nome di chi non c’è più.

    Abbiamo strappato le lenzuola, scritto i nomi, annodato le strisce su fili. Tutti insieme, ascoltando la musica, chiacchierando, era come se questi bambini fossero con noi, finalmente liberi nel nostro giardino.

    Il 22 febbraio c’è stata l’inaugurazione, ma nel frattempo la lista si è allungata, ora i nomi sono 22.638 e sabato 15 marzo ci riuniremo di nuovo al giardino, muniti di pennarello indelebile, per continuare a ricordarli.

    Vorrei invitarvi ad unirvi a noi: so che siete molto impegnati, ma io due pennarelli, per voi, li metto da parte.

    Continuate a difendere i bambini e la pace!

    Cosimo”

    Passa un po’ di tempo, e Cosimo riceve questo messaggio, che stamattina possiamo rendere pubblico:

    Che dire, non ce l’aspettavamo. I ventimila, forse sì.

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