L’impero globale dei tecnoverdi

Paul Kingsnorth su Unherd ha scritto un saggio che ha un titolo e un sottotitolo fuorvianti: Eco-fascism is our future. The Green movement will become an all-consuming empire.

All’inizio temevo di dovermi sorbire il solito rancoroso polpettone che dice che i mangiacarote stanno per impedirci di usare i Suv.

Invece, Kingsnorth fa un ragionamento molto più profondo sul disastro ambientale che abbiamo davanti, sulla manipolazione della retorica ambientalista in senso totalizzante e transumanista, e infine sulla vanità anche di queste presunte soluzioni.

Per cui mi sono permesso di dare all’articolo un altro titolo.

Ecco una traduzione del suo articolo fatta con DeepL e una minima revisione.

I terms & conditions di Unherd non dicono nulla in merito a traduzioni, comunque se ci fosse qualche problema, toglieremo l’articolo.

L’impero globale dei Tecnoverdi

I numeri c’erano, e tutti potevano vedere cosa stava arrivando: almeno dieci miliardi di anime umane entro la fine del secolo. Tutti a chiedere a gran voce cibo, acqua, spazio e i trionfanti benefici dell’onnipresente “economia globale”, in cui le potenze occidentali avevano gabbato, minacciato o attirato il resto del mondo fin dagli albori dell’età degli imperi.

Ora questa economia comprendeva tutto, ovunque e tutti sulla Terra.

Non c’era scampo, anche sulle cime più alte o nelle foreste più profonde, dai suoi prodotti, dalla sua visione del mondo o dalla sua connettività 15G. L’intero pianeta, dagli alberi di mogano agli impiegati, era ora una “risorsa”, da guardare e totalizzare per la necessaria e benefica crescita della macchina globale.

Quella crescita, naturalmente, è arrivata con alcuni effetti collaterali: un clima che cambia, lastre di ghiaccio che crollano, distruzione di massa degli ecosistemi, la distruzione delle foreste e il più alto tasso di estinzione in sessanta milioni di anni; per non parlare della crescente polarizzazione sociale e della massiccia disuguaglianza economica.

Tutti sapevano di tutto questo fin dalla fine del ventesimo secolo, ma tutti presumevano, o speravano, che qualcun altro l’avrebbe risolto. Il World Economic Forum ci si stava impegnando, dopo tutto, e Bono e quella ragazza svedese, e quegli strambi che si vestivano da dinosauri o altro e si incatenavano ai ponti. Questo genere di cose faceva parte dell’arredamento da così tanto tempo che la gente non ci faceva quasi più caso.

Ma non funzionava: tutto stava andando nella direzione sbagliata da quando il rapporto I limiti alla crescita aveva correttamente previsto, nel 1972, ciò che stava arrivando.

Negli anni 2020 era scomodamente ovvio che le previsioni del rapporto – derise o ignorate all’epoca dai grandi e dai buoni – si erano rivelate sorprendentemente accurate.

La crescita vertiginosa del consumo globale aveva portato a un aumento della domanda di risorse, che si stavano esaurendo man mano che le basi terrestri e gli ecosistemi venivano degradati dall’uso umano, portando a un aumento dei prezzi, a conflitti sociali e politici, al collasso degli ecosistemi e a un incombente collasso della civiltà. I Limiti alla crescita aveva identificato il periodo tra il 2008 e il 2030 come il punto in cui il collasso avrebbe iniziato a mordere, con una crescita in stallo, instabilità climatica, aumento dei tassi di mortalità e disordini sociali come prova del superamento. Così si era dimostrato.

Anche gli apostoli più impegnati del Progresso e dello Sviluppo potevano vedere la scritta sul muro. Bisognava fare qualcosa di radicale. I verdi della vecchia scuola che, in risposta a I Limiti alla crescita, avevano predicato cose da sogno come la “decrescita”, la vita semplice, l’agricoltura biologica o la raccolta di cime d’ortica, non avevano un messaggio vendibile in un mondo di domanda, con consumatori occidentalizzati che insistevano sul loro diritto alla connettività WiFi a basso costo.

Tutti erano stufi di essere assillati da gente del genere, comunque. Gli ambientalisti più adulti – quelli in giacca e cravatta che scrivevano documenti politici sulla deplorevole ma realistica necessità dell’energia nucleare e della geoingegneria – lo sapevano molto bene. Le soluzioni dovevano essere grandi, coraggiose e globali.

Alla fine, mentre gli incendi, le siccità, lo scioglimento dei ghiacci e i crolli delle catene di approvvigionamento aumentavano, si presentava una scelta dura: un piano ambizioso per salvare la Terra, o un crollo nella barbarie.

Questo è stato il modo in cui i media lo hanno venduto, comunque, e poiché era stato a lungo anticipato, a nessuno importava molto. Eravamo tutti bloccati nella macchina ormai, dopo tutto: tutti dipendenti dalla sua generosità per mangiare, dormire e lavorare. Più le cose peggioravano – e stavano peggiorando velocemente – più c’era voglia di un’azione coraggiosa, assertiva, su scala planetaria. E dopo la pandemia del Covid-19, tutti si erano abituati a obbedire alle autorità e a sottoporsi al controllo dei comportamenti, per evitare un disastro di massa.

E così, l’impero globale è arrivato, in gran parte in orario.

Le multinazionali, le ONG benestanti, gli stati e i blocchi regionali, con al seguito uno stuolo di media e intellettuali, hanno consolidato il loro Nuovo Reset Verde, o come lo chiamano oggi, con una facilità impeccabile. Il nuovo mondo sarebbe stato progressista, inclusivo, aperto, sostenibile, gender-neutral e, soprattutto, intensamente redditizio.

L’assimilazione continua di qualsiasi ecosistema, cultura, prospettiva e stile di vita in conflitto con il progresso sarebbe stata attuata in modo da garantire la neutralità del carbonio. La macchina globale sostenibile – intelligente, interconnessa, perpetuamente monitorata, sempre attiva – comprenderebbe tutto e tutti, producendo benefici a cascata per tutti. Il sogno occidentale a lungo sostenuto sarebbe stato finalmente realizzato: il mondo sarebbe diventato uno. Un mercato, un insieme di valori, un modo di vivere, un modo di vedere.

Quando alcuni ambientalisti si sono resi conto a chi avevano venduto l’anima, era troppo tardi. Ma quale sarebbe stata, in ogni caso, l’alternativa? La folla del piccolo è bello, con i loro maglioni profumati di patchouli e i loro discorsi anni Settanta su limiti e sovranità, era stata cancellata come eco-fascista molto tempo fa, esiliata in lontane piccole fattorie e cooperative edilizie con le loro copie ben ditate di La convivialità e altri tomi ingialliti di uomini bianchi morti. Ora che un vero e proprio eco-fascismo era all’orizzonte – una fusione globale del potere statale e aziendale alla ricerca di un progresso che avrebbe fatto piangere Mussolini come un nonno orgoglioso – non c’era nulla che potesse ostacolarlo.

A differenza degli imperi precedenti, questo sapeva come presentarsi: con parchi eolici piuttosto che navi da guerra, immagini di bambini sorridenti piuttosto che plotoni di soldati. Usava un linguaggio ecologico e inclusivo mentre racchiudeva la terra, incanalava la ricchezza verso l’alto e rivestiva i paesaggi selvaggi con tecnologie rinnovabili fatte di metalli delle terre rare (una necessità spiacevole, ma temporanea: l’estrazione sostenibile degli asteroidi era ben avviata). Ma era curioso come la ricchezza e il potere sembrassero rimanere principalmente nelle stesse mani; strano anche che l’eco-crisi non sembrasse mai andare via, per quanto molti miliardari e ONG tentassero nuove brillanti soluzioni tecnologiche. Infatti, più l’impero stringeva, più tutto sembrava scivolare via dalla sua presa. Era quasi come se le tecno-soluzioni stesse fossero il problema.

Col tempo, accadde l’inevitabile: la vecchia trappola del progresso si chiuse come una venere acchiappamosche che digerisce pazientemente le sue vittime.

Le modifiche genetiche e le “soluzioni” nanotecnologiche sono andate male, poiché i sistemi imperscrutabili della Terra si sono rifiutati di comportarsi come i modelli informatici avevano previsto. Lo scarico in massa di limatura di ferro nell’oceano non ha sequestrato tanto carbonio quanto sperato, ma ha portato a un crollo inaspettato del numero di balene. Le tecnologie di oscuramento del sole finanziate da Bill Gates erano riuscite ad abbassare la temperatura del pianeta, ma i cicli di feedback che si sono attivati l’hanno abbassata molto più del previsto, portando al collasso dei raccolti di massa e alla carestia, che a sua volta ha causato rivolte in tutto il mondo. I primi anni 2040 videro mezza Africa sopravvivere per diversi mesi mangiando solo sciami di locuste, mentre i migliori della Silicon Valley mangiavano hamburger di insetti sostenibili nelle loro ridotte della Nuova Zelanda.

Fattorie a torre, super maiali, eco-droni, semina di nuvole, riflettori spaziali: tutto è stato provato, ma la traiettoria non è cambiata. I limiti della Terra si rifiutavano di spostarsi. Per l’Occidente faustiano, “salvare il mondo” era stato solo un altro mezzo per cercare di controllarlo, ma Gaia, come Dio, non si sarebbe fatta prendere in giro. La vita continuava, ma la civiltà, sempre più spesso, no. Le città cadevano, le acque si alzavano, i deserti si estendevano. Jeff, Mark, Richard ed Elon andarono in orbita terrestre bassa su razzi separati, tutti sostenendo di esserci arrivati per primi, ma il loro impianto di congelamento delle teste nel deserto di Sonora subì un tragico episodio di scongelamento quando la fattoria solare precedentemente conosciuta come Kansas fu messa fuori uso da un’eruzione solare anomala.

Alla fine del XXI secolo i pozzi di petrolio stavano lentamente esaurendosi, i metalli delle terre rare erano esauriti, e lo sconfinato futuro rinnovabile delle auto elettriche e dell’energia verde senza limiti era stato archiviato e dimenticato come un’imbarazzante cotta adolescenziale. Le miniere di asteroidi non sono mai uscite dal tavolo da disegno. La popolazione ha raggiunto il picco e ha iniziato a scendere, insieme alla conta degli spermatozoi. I sobborghi e gli oceani si sono lentamente svuotati, e il balbettio di Internet è diventato così velenoso che persino Mumsnet è arrivato con un avviso di pericolo. Tutti si dicevano che il progresso sarebbe avvenuto correttamente se solo quella gente non fosse stata al comando.

Più di tutto, una grande delusione sembrava diffondersi come una macchia d’inchiostro attraverso i resti dell’Occidente, man mano che ci si rendeva conto che non ci sarebbe stato un epilogo spettacolare. Non c’era nessuna rivoluzione e nessuna restaurazione; niente Star Trek, ma neanche Matrix. Non c’erano soldati robot da combattere e nessuno stava costruendo una Morte Nera.

Il meglio che si poteva fare a questo punto della curva discendente del capitalismo industriale era una piccola e misera astronave costruita da un esaltato venditore di libri, che poteva stare su nello spazio per tre minuti. La fine del mondo, si scoprì, era meno simile a Terminator e più simile a un prequel di Star Wars: aspetti per anni in attesa, e poi è solo una delusione.

In altre parole, fu la storia come al solito, mentre l’ultimo grandioso progetto umano ha affrontato un lungo e macinante declino. L’apocalisse, alla fine, si era rivelata essere… noiosa. Ma forse questo non avrebbe dovuto sorprendere. La parola Apokalypsis, nell’originale greco, significava semplicemente svelare, o rivelare. In un’apocalisse, viene esposto qualcosa che tutti noi dobbiamo vedere, ma che ci rifiutiamo di guardare. Quello che abbiamo visto, mentre le nostre illusioni crollavano, era che non avevamo mai avuto davvero il controllo. Avevamo frainteso il mondo e il nostro posto in esso. Ci eravamo arrivati come conquistatori, cafoni, abusatori, piuttosto che come amanti o amici – così ossessionati dall’orbitare intorno alla Terra che avevamo dimenticato di guardare cosa stavamo orbitando.

L’umanità moderna aveva voltato le spalle al creatore e alla creazione, ma la nostra ribellione, come previsto da tempo, era fallita. Ora l’orizzonte post-apocalittico apparteneva a coloro che l’avevano sempre saputo: ai monaci, agli eremiti, alle ancelle e alle tribù della foresta; ai lavoratori ai margini, che miglioravano costantemente le vite umane e non umane senza alcun desiderio di gridarlo forte. Alle piccole nazioni e agli abitanti dei margini, ai tranquilli e ai non ambiziosi. Ai lombrichi e ai timidi porcospini, alle piante che succhiavano e agli uccelli sempre in movimento, che foraggiavano le rovine dell’ultimo impero caduto. A coloro che si erano separati, e che avevano generato piuttosto che prosciugare la piscina finita della vita.

Nel XXIII secolo, alcuni di coloro che ancora ricordavano bene ciò che era successo (era difficile mettere insieme i fatti, dato che tutto ciò che aveva valore era stato immagazzinato nell’ormai obsoleto “Internet”) notarono con una certa ironia che la società che era cresciuta dalle macerie dell’era delle macchine assomigliava curiosamente a quella proposta da quei primi eco-fanatici: basata sulla terra, a bassa tecnologia, centrata sulla comunità, incentrata su una storia religiosa e altamente sospettosa di qualsiasi pretesa grandiosa.

Gran parte dell’Inghilterra ora assomigliava al quattordicesimo secolo, solo con radio CB e migliori lavori dentistici. In America, gli Amish avevano comprato la maggior parte di quello che una volta era stato lo stato di New York, e i resti della cultura hippie autocostruita del nord-ovest del Pacifico avevano iniziato a restaurare i deserti creati dalle megalopoli del 2070. Le pale delle turbine eoliche giganti erano state piegate in vomeri. I miti avevano – dopo una lunghissima deviazione – finalmente ereditato la Terra.

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Una firma, per favore!

Sapete cosa pensiamo di certe macchine raccattafirme, come Avaaz, con cui ci siamo ampiamente divertiti in passato.

Meglio Change.org, che si limita a far girare le petizioni di altri, e infatti vi invito a firmarne una per difendere il Parco della Sterpaia.

Un mio amico, militante del PD (e prima del PCI) mi informa che il Comune di Piombino, guidato dalla Destra, sta per autorizzare la costruzione di un intero villaggio turistico all’interno di un’area protetta.

Invito a questo punto i lettori che tifano Sinistra di interrompere la lettura e correre a firmare la petizione.

Fatto? Bravi!

Il problema è che la vita reale, in particolare in Toscana, non si lascia sempre incasellare.

Intanto, un altro mio amico – sempre decisamente di Sinistra – mi ha raccontato un paio di anni fa perché Piombino è di Destra. Non mi ricordo i dettagli, ma più o meno andava così.

Piombino è un Comune in cui PCI prima e PD poi prendevano da sempre oltre il 60%.

Ma negli ultimi anni, il PD locale ha favorito la svendita a speculatori toscani e internazionali del sistema produttivo locale, e ciliegina sulla torta, ha pure trattato male i cacciatori.

E così i piombinesi hanno votato per degli sconosciuti, che avevano il solo pregio di essere descritti come mostri dal PD.

Il sindaco attuale, di Fratelli d’Italia, dice che la scelta di costruire il villaggio turistico in area protetta l’aveva presa la precedente amministrazione. E sembra che non conti balle, perché il PD locale tace su tutta la vicenda.

Allora il mio amico ex-comunista e gli ambientalisti toscani trovano una sponda in un consigliere regionale che si impegna a salvare il Parco. E che appartiene allo stesso partito del sindaco attuale di Piombino.

Quindi a questo punto anche i lettori che tifano Destra possono andare a firmare!

Source : https://www.change.org/p/regione-toscana-salvaguardiamo-il-parco-della-sterpaia-piombino

Salvaguardiamo il Parco della Sterpaia (Piombino)

Patrizia Cecchi ha lanciato questa petizione e l’ha diretta a Presidente Regione Toscana e a 2 altri/altre

Il Parco della Sterpaia, situato a sud del Comune di Piombino, è una risorsa di elevato valore paesaggistico oltre che simbolo per eccellenza della lotta all’abusivismo per i noti interventi negli anni ’90 (cfr. Il libro “Dall’abusivismo al parco. Storia del bosco della Sterpaia a Piombino, 2000).

I Comuni di Piombino e Campiglia, con una variante del piano strutturale intercomunale approvata nell’aprile 2021, mettono a rischio questa risorsa prevedendo la realizzazione di un intervento urbanistico nel contesto del parco con la realizzazione di un villaggio turistico ricettivo con servizi balneari collegati.

Il Piano Paesaggistico Regionale tuttavia non prevede insediamenti turistici nel Parco.

Si chiede quindi l’intervento regionale per evitare che la vicenda del Parco della Sterpaia, simbolo del buon governo e della lotta all’abusivismo, venga svilita e perché si intervenga sulle amministrazioni comunali affinché le stesse recedano da una posizione così improvvida e dannosa per un ambiente del tutto peculiare e decisamente naturale e dedichino il loro impegno ad individuare strategie e azioni strutturali capaci di valorizzare questa risorsa pubblica a vantaggio di tutti.

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Cittadini e istituzioni (3)

E’ caccia nazionale all’untore, a partire dalle locandine che vedo nelle edicole:

“NARDELLA:

PIU RESTRIZIONI PER CHI NON SI VACCINA”

Oppure:

“Intervistato da RaiNews, Matteo Renzi ha rilasciato le seguenti dichiarazioni: “Green Pass? Son favorevole. In zona rossa ci vada chi non si è vaccinato. Sarebbe assurdo bloccare di nuovo tutto a causa dei No Vax”.

Così chiamo il mio amico untore e no vax involontario, per sapere come si prepara al suo futuro da prigioniero in casa.

Riassumo la vicenda:

Mario Rossi, nome di (poca) fantasia, prenota devotamente sul sito della Regione Toscana la prima dose di vaccino per il 13 maggio, ma per errore scrive sul proprio calendario 13 giugno; e si accorge dell’errore solo all’inizio di giugno, troppo tardi ovviamente per disdire.

A quel punto:

(1) telefona al numero verde della Regione, che gli dice di cambiare la prenotazione sul sito della Regione;

(2) prova a cambiare la prenotazione, che però essendo scaduta, non è più modificabile;

(3) richiama il numero verde, che gli dice che c’è un baco sul sito e di riprovare tra un paio di giorni;

(4) prova dopo un paio di giorni, senza esito, per lo stesso motivo di cui al punto (2);

(5) richiama il numero verde, ma cade la linea;

(6) scrive alla mail del Help Desk (se le parole sono in inglese, fregatura ci cova) che gli risponde gentilmente dicendogli di non preoccuparsi se il suo referto arriva in ritardo;

(7) chiama il medico di base, che dice che non saprebbe proprio come aiutarlo, però gli suggerisce di aspettare che ci sia un Open Day (inglese di nuovo!) dove vaccinano tutti come capita, però dice anche che i vaccini stanno finendo per cui probabilmente non se ne faranno più.

Mario Rossi mi racconta che ieri ha preso due ore libere sul lavoro, ed è

(8) andato alla Asl per chiedere consiglio.

Si mette in fila all’ingresso, con davanti un omone con la maglietta della Security e un nigeriano che chiede l’elemosina e cerca di rendersi utile a tutti.

“Cosa vuole?” abbaia quello della Security.

“Devo chiedere un’informazione sulle vaccinazioni…”

“No, qui nessuno sa niente di vaccinazioni, vada sul sito della Regione!”

“Guardi, è una cosa molto complicata, devo chiedere qui…”

“Vabbene, passi!” Il nigeriano agita il braccio per indicargli il via libera.

Mario Rossi va dalla signora che dispensa informazioni, e le spiega in dettaglio la sua vicenda.

La signora lo rassicura subito:

“Quasi sicuramente lei non sarà multato, e non dovrà nemmeno pagare gli interessi di mora!”

La signora lo invita a chiamare il Numero Verde, ovviamente lo stesso che Mario ha chiamato varie volte.

Come alternativa, gli dice di andare alla Regione. “No, non di persona, bisogna telefonare!”

Infine, gli suggerisce di andare al Hub (ancora anglicisimo) del Mandela Forum, dove si fanno le vaccinazioni, e vedersela direttamente con loro.

Mario Rossi ringrazia profusamente.

Siccome il suo giorno libero è il sabato, e lui abita all’altro capo della città,

(9) chiama il Mandela Forum, per chiedere quale sia il loro orario il sabato.

Un centralinista gli chiede per che ora ha la prenotazione.

“No, perché…”

“Ah allora ha disdetto, rifaccia la prenotazione sul sito della Regione”

“Ma sabato c’è qualcuno fisicamente presente al Mandela Forum?”

“Lei deve prenotare prima.”

“Ma se io passo sabato direttamente, trovo qualcuno?”

“Le prenotazioni si accettano giorno per giorno, lei chiami sabato mattina”.

Sabato Mario Rossi ce la farà, o sarà cacciato per sempre dai supermercati, dai treni, dal posto di lavoro, e magari anche dagli ospedali e dai cimiteri?

Alla prossima puntata!

P.S. La moglie di Mario Rossi si è vaccinata subito, ma non sa come si fa a ottenere il Green Pass (inglese ancora!) che ne certifichi la purezza di sangue: oggi l’ha chiesto anche al suo dentista, che in fondo è un medico pure lui, ma lui non aveva idea.

Qualcuno dice che ti arriva con la posta elettronica, ma la signora Rossi non ha trovato nulla, nemmeno nello spam.

Quindi Mario Rossi sabato chiederà anche chiarimenti su questo, sempre che non lo buttino fuori prima.

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C’è un eufemismo per ogni cosa…

La Bulky Soft è una ditta toscanissima, a dispetto del nome.

La sua sede legale si trova in un viale di Firenze dedicato a Spartaco Lavagnini, sindacalista socialista assassinato dai fascisti nel 1921; e ha sede operativa a Capannori, in un pezzo di cemento dedicato a un certo Cav. Lav. Mario Carrara, proprio all’angolo di un altro pezzo di cemento chiamato Via dei Paracadutisti.

Il Cav. Lav. produceva, come tanti nel suo distretto, carta.

E la carta, soprattutto da quando la gente usa gli smartòfoni invece dei libri, serve soprattutto a una sola cosa.

Ciò che la Bulky Soft chiama

LUXURY HYGIENE SOLUTIONS

Sul loro sito campeggia questa immagine – l’eterno Lui aiuta l’eterna Lei a trovare la liberazione fisica nel gabinetto più alto del mondo?

Comunque, la Bulky Soft ci insegna qualcosa di fondamentale, che va molto oltre le questioni fisiologiche di cui questa azienda si occupa.

Basta usare quattro parole in croce in inglese, per trasformare la merda in oro.

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Cittadini e istituzioni (2)

Un post che serve più che altro per dare nuovi appigli ai commentatori, visto che non ho un attimo per scrivere qualcosa di più serio…

Vi ricordate del mio amico che si è accorto troppo tardi di aver sbagliato a trascrivere nell’agenda la data della vaccinazione che aveva prenotato?

Dopo aver chiamato per tre volte vari numeri verdi, ha scritto una mail, ricevendo una risposta alquanto bizzarra.

Oggi mi racconta che ha telefonato al suo medico di base, per chiedere aiuto.

Il medico ha risposto così:

“Eh, non saprei proprio cosa dirle… in effetti non vedo via di uscita, non c’è nulla che possa fare io.

Potrebbe vedere se c’è un’altra Open Day senza prenotazione per le vaccinazioni…

No, non so se il fatto che abbia perso una vaccinazione, la renda ineleggibile per l’Open Day…

Come fare a sapere se c’è un’Open Day?

Guardi tutti i giorni sui giornali, ma non so se ne faranno più, i vaccini cominciano a scarseggiare.”

Ora, nel Cinquecento, da profano, non avrei avuto gli strumenti per capire se avesse più ragione la medicina ufficiale di allora o Paracelso; e allo stesso modo, da laureato in lingue orientali, non mi permetto di dire se abbia ragione il rappresentante della Pfizer o il suo critico.

Però trovo interessante come lo stesso sistema:

minacci di privarti di quasi tutti i tuoi diritti se non ti vaccini,

ma non ti permetta di vaccinarti se hai sbagliato a scrivere una data nell’agenda, o se sei arrivato in ritardo all’appuntamento perché c’era troppo traffico, o se quel giorno hai preso l’autobus 32a invece del 32b.

Sospetto che ci siano centinaia di migliaia di persone in Italia in questa condizione.

Diranno giustamente che la colpa è di chi ha fatto lo sbaglio.

Però avevo sempre sentito che lo scopo della vaccinazione di massa fosse di impedire la diffusione del Covid, non un premio ai più ubbidienti.

Invece, almeno in Toscana, le misure repressive che si minacciano in Italia (e in questi giorni pare si attuino in Francia) non servono per impedire la diffusione del Covid: servono per punire chi non si è vaccinato.

Comunque chi proprio non volesse vaccinarsi può consolarsi – la vaccinazione in Italia non solo è ancora facoltativa, è addirittura in certi casi impossibile.

A proposito dei problemi che ha un laureato in lingue orientali a orientarsi, ecco un testo che mi girano, che dice che:

  1. In uno studio, un vaccino ha protetto il 99,95% di quelli a cui è stato somministrato.
  2. un placebo ha protetto il 99,07%.
  3. Il vaccino quindi può vantarsi legittimamente di essere il 95% più efficace del placebo.

Come sempre in questi casi, noi laureati in lingue orientali non abbiamo accesso ai dati originali, e anche se lo avessimo, non ci capiremmo niente.

Ma trovo affascinante che si possa fare una critica che non sembra fare una grinza a un dato statistico che non sembra fare una grinza.

Ovviamente anche la critica lascia il tempo che trova, perché ci potrebbero essere chissà quante altre obiezioni da sollevarle.

E’ un labirinto senza fine, da cui si esce solo con la fede: Tizio crede che la Pfizer abbia ragione perché dietro ha molti camici bianchi, Caio invece crede che le multinazionali pensino solo ai soldi.

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La base logistica di tutto quanto

Gli anarchici tendono a scrivere in maniera ridondante e sovraccarica, ma spesso ci azzeccano più degli altri.

Il Rovescio è un sito che ha questi difetti, ma anche questi pregi, entrambi in abbondanza.

Visitandolo stamattina, sono rimasto colpito da un articolo sulla questione della logistica.

Inizia con una tirata teorico-emotiva, arriva al sodo dopo molti paragrafi, ma il sodo è decisivo, e lo riporto in fondo a questo articolo.

Si parla di quello che sta succedendo nel settore della Logistica, cioè del sistema di circolazione delle merci su cui si fonda tutto il resto.

Pensate a tutto il circo che orienta le scelte politiche delle persone.

Se sappiamo che qualcuno ha dato della pescivendola alla Meloni, se sappiamo che c’è un trans che dice che è sensibile alle offese, se un ghanese clandestino ha molestato una ragazzina, se sappiamo che Alessandra Mussolini si è messa in posa arcobaleno su Instagram per dire che “l’amore viene prima di tutto“…

bene, tutto questo scemenzaio esiste perché usiamo dispositivi che anonimi ci portano entro 24 ore a casa, Covid o non Covid – scintillanti meraviglie che si lasciano dietro una traccia di scorie dal Congo alla Cina. Ed è solo l’ultima tappa di un flusso di distruzione tenuto in piedi grazie a migliaia e migliaia di satelliti che vegliano su ogni passaggio.

Il pianeta intero, in questi anni, cielo e terra, è stato ristrutturato in funzione della Logistica, come ci ricorda un interessante rapporto di Recommon:

“In un report precedente, How infrastructure is shaping the World (Come le infrastrutture danno forma al mondo), Counter Balance ha inteso sondare gli interessi politico-economici alla base dei “mega corridoi” infrastrutturali: le reti transcontinentali su strada, rotaia, aria e mare costruite per servire sistemi di consegna just-in-time, e per consentire l’estrazione di risorse minerarie ed altre materie prime in zone sempre più sperdute, con grandi costi socio-ambientali.

Questi corridoi, concludeva il rapporto, sono un tentativo cosciente di “riorganizzare la geografia economica” in funzione del capitale. Per arrivare ad una “gestione integrata dei corridoi”, per esempio, questi vengono trasformati in zone di libero scambio in cui progressivamente si abbattono tasse, controlli sui confini, burocrazia ed altre barriere “erette dall’uomo” che, citando la Banca Mondiale, “aumentano le distanze” rallentando il trasporto delle merci.

Anche i diritti dei lavoratori e i salari vengono erosi, poiché l’agenda dei corridoi genera sacche di lavoro sottopagato “agglomerando” gli individui in zone economiche “a grappolo.”

Grazie alla logistica, al supermercato possiamo sempre trovare il passato di pomodoro a un prezzo che in teoria non permetterebbe alcun margine al produttore, e quindi possiamo essere certi che sia stato prodotto utilizzando truffe, devastando l’ambiente e violando ogni possibile norma sulla sicurezza o sui diritti dei lavoratori.

Gli operatori della logistica sono in massima parte stranieri, ma non fanno notizia come fa invece il calciatore miliardario preso in giro con “battute razziste” da tifosi semiproletari.

Nessuno si sogna di essere inclusivo verso il camionista marocchino o il rider senegalese. E infatti il loro problema non è il pregiudizio contro “il diverso credo religioso o colore della pelle“. Il loro problema è intrinseco al ruolo che svolgono nella megamacchina.

La logistica si presta male alla mediatizzazione: i “padroni” sono ditte che appaiono e scompaiono spesso dietro fallimenti truffaldini, non scrivono scemenze su Facebook che si possano ritorcere contro di loro; e i loro lavoratori hanno troppo da fare per pensare pure a fare gli influencer.

Il termine “fascismo”, usato dagli intellettuali, significa all’incirca qualunque cosa non piaccia personalmente a loro.

Ma il fascismo reale, in Italia, nel 1919, è nato come organizzazione di picchiatori armati che reprimevano fisicamente le lotte operaie e dei mezzadri, con l’applauso di un vasto ceto medio e urbano che vedeva ricomparire sulle bancarelle i prodotti della campagna a prezzi abbordabili.

E anche con la comprensibile complicità di molti braccianti che si arruolavano nelle squadre per fargliela pagare ai (relativamente) fortunati mezzadri.

Ora, i padroni delle terre toscane del Novecento non erano sadici pieni di pregiudizi che si divertivano a far picchiare i contadini.

Semplicemente, i padroni dovevano modernizzare la produzione per adeguarla alla concorrenza internazionale, già allora intensa.

Ma i mezzadri si rifiutavano di condividere i costi di tale modernizzazione, visto che non avevano alcuna certezza di poter restare nei loro poderi.

Quindi, giù botte e olio di ricino.

Oggi, il lavoro umano è in grandissima parte stato spostato sulla logistica. Dice il rapporto di Recommon:

“Ormai non sono più soltanto gli operai della catena di montaggio ad essere considerati produttori: anche camionisti, portuali e consumatori, visto che i dati relativi alle attività di consumo quotidiane sono diventate merci sempre più ambite.”

Normalmente, quando un lavoratore diventa esigente, si chiude la fabbrica e la si sposta in Bangladesh.

Ma la logistica per sua natura, non si può spostare, perché è ciò che permette lo spostamento di tutto il resto.

Ci sarà una furiosa corsa alla sostituzione dell’uomo con droni e veicoli senza guidatore controllati dall’Intelligenza Artificiale, ma nel frattempo c’è ancora bisogno del camionista che deve arrivare al deposito esattamente in tempo per consegnare il pacco all’omino in bici che suona al mio campanello.

E siccome il cliente esige consegne sempre più veloci e puntuali per prodotti sempre più economici,

la pressione ricade necessariamente sull’ambiente in primo luogo (a parte i trasporti, i comuni italiani ovunque stanno autorizzando la costruzione di capannoni in cambio di oneri di urbanizzazione),

e sul lavoratore in secondo luogo.

L’Italia è “invasa” da immigrati, perché solo lavoratori sfruttati fino in fondo permettono di mantenere in crescita il Pil e tenere prezzi impossibilmente bassi (così bassi, ma su questa la Destra “identitaria” tace, da distruggere l’economia contadina italiana, salvo le rete agroindustriali).

Ecco che riemergono bande armate, che picchiano chi si oppone.

Bande armate, alcune regolarmente registrate presso la Camera di Commercio, che non fanno “saluti romani”, ma picchiano direttamente, senza che nessuno chieda che vengano messe al bando.

Bande i cui militanti sono probabilmente quasi tutti stranieri anche loro; come è certamente il caso di quelle cinesi citate dal Rovescio.

Comunque ecco a voi la cronaca del Rovescio: fate la tara al linguaggio, perché i fatti sono più o meno quelli.

Il primo febbraio la celere di Piacenza carica un picchetto davanti alla TNT/Fedex. Il pretesto è che alle 22:00 c’è il coprifuoco e quindi non si può manifestare. Gli operai scacciano gli sbirri a sassate, il picchetto va avanti ad oltranza tanto che gli infami della CGIL locale organizzano pure delle manifestazioni davanti alla questura per chiedere di poter entrare a lavorare, dato che la parte violenta degli operai non glielo permetterebbe. Si espongono i vertici del sindacato di regime per affermare di aver parlato con la TNT/Fedex e di assicurare che il sito locale non sarebbe stato chiuso.

Infami che vengono presto accontentati: il 10 marzo scatta una operazione repressiva con trenta indagati, due arresti, cinque divieti di dimora, sei avvisi di revoca del permesso di soggiorno (se sei un immigrato e scioperi, te ne torni a casa tua!), 13mila e 200 euro di multa. Operazione di plastica chiarezza in tempi di Unità Nazionale: i decreti Speranza (repressione sanitaria, coprifuoco) e i decreti Salvini (deportazione per gli stranieri che scioperano) Uniti per la Nazione, in guerra contro gli sfruttati. La Fedex approfitta della mazzata per chiudere il polo di Piacenza, in barba alle assicurazioni su ciò che solo pochi giorni prima i loro servi in CGIL promettevano essere impossibile.

Ne nascono scioperi in tutta Italia, i siti della TNT/Fedex bloccati a singhiozzo per tre mesi. Si scatena però anche una violentissima repressione, portata avanti a tutti i livelli. Se dovessimo usare la stessa ratio che muove i teoremi delle procure contro di noi, si dovrebbe affermare che c’è una evidente regia, un comitato esecutivo dietro la multiforme azione di polizia (le cariche, i fogli di via da Milano per chi partecipa ai blocchi) e le squadracce di picchiatori professionisti (aggressioni con spranghe, bastoni, spray al peperoncino, pistole taser) della SKP di Milano, l’agenzia di bodyguard e investigazioni private usata sempre più spesso dai padroni della logistica per mazzolare gli scioperanti.

Ma le violenze vanno avanti ben oltre la Fedex e la stessa logistica. A Prato, gli operai tessili in sciopero contro le condizioni schiavistiche imposte loro dalla mafia cinese che produce materie prime per le multinazionali della moda, vengono ripetutamente attaccati, presi a mattonate, a pistolettate, investiti… e di nuovo (stessa regia? stesso comitato esecutivo?) caricati dalla polizia.

Da ultimo, venerdì 18 giugno, davanti ai cancelli del magazzino LIDL di Biandrate, in provincia di Novara, tre operai vengono investiti, nel tentativo di bloccare l’uscita delle merci, da un camionista che al contrario quel presidio lo vuole sfondare. Adil Belakhdim, 37 anni, sindacalista e referente novarese di SI Cobas, muore sul colpo.

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Cittadini e istituzioni

Un amico mi gira questa sua corrispondenza con il “Sistema di prenotazione online di Regione Toscana per l’effettuazione del vaccino anti COVID-19“.

Qualunque cosa possiate pensare del sempre mutevole mondo dei vaccini sperimentali anti-Covid, credo che i lettori la troveranno divertente (Mario Rossi è un nome di fantasia).

a supporto.covid@regione.toscana.it

Scrivo per chiedere un’informazione riguardo alla vaccinazione anti-Covid.

Avevo prenotato il vaccino a inizio maggio.

Nel mio calendario, ho sbagliato a scrivere la data (ho scritto 13 giugno invece di 13 maggio) per cui ho perso l’appuntamento per la prima dose.

Adesso è arrivato un messaggio che mi chiama per la seconda dose (per il 24/06).

Quando ho telefonato al numero verde per avere informazioni su come fare, mi hanno detto di andare semplicemente su “Modifica prenotazione” sul sito https://prenotavaccino.sanita.toscana.it. Ho fatto così, ma essendo già passata la data, non c’era più alcuna prenotazione da cambiare.

Quando ho chiamato di nuovo è stato quasi impossibile capire perché si sentivano innumerevoli operatori che rispondevano contemporaneamente a diverse richieste ad alta voce, ma mi hanno detto che il sito aveva un baco e di pazientare un giorno o due, che avrei potuto modificare la prenotazione.

La situazione è rimasta immutata, e così oggi ho provato a richiamare il numero verde per la terza volta, ma la linea è caduta.

Cosa dovrei fare?

Mario Rossi

Il mio amico ha ricevuto una celere risposta via mail, indirizzata proprio a lui, come si capisce dall’esordio:

Buongiorno Mario Rossi,

Le è stato assegnato il Ticket n° 20210622xxxxxx
Il tuo test potrebbe essere ancora in lavorazione nei nostri laboratori.
Se invece sono trascorse più di 48 ore dall’esecuzione dell’esame, segnalacelo tramite l’apposito FORM on line dopo aver fatto ACCEDI all’indirizzo https://referticovid.sanita.toscana.it/.
La segnalazione inserita sul FORM verrà inviata direttamente all’Azienda Sanitaria o al laboratorio analisi dove hai effettuato il test o tampone in modo che possano verificare lo stato di avanzamento.

Grazie per aver utilizzato il nostro servizio.


Help Desk Supporto Covid
Numero Verde: 055 4385520
mail:  supporto.covid@regione.toscana.it
Orario Servizio di Help Desk: lunedì-venerdì ore 9:00 – 18:00

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Nuove frontiere della bioetica

Tempo fa, parlammo qui di un esperimento condotto su alcuni topi per teleguidarne il cervello tramite smartphone.

La prometeica creatività umana non conosce limiti.

Mi segnalano un articolo di Marina Terragni su Feministpost, dove apprendiamo di un esperimento condotto da due scienziati dell’università di Shanghai, Rongjia Zhang e Yuhuan Liu, in campo di PMA (procreazione medicalmente assistita).

L’articolo scientifico, non ancora sottoposto a peer review, lo potete leggere su Biorxiv.

La Terragni riassume così l’essenza dell’esperimento:

A che cosa può servire prendere un topo maschio e un topo femmina, attaccarli chirurgicamente come gemelli siamesi –parabiosi-, collegare i due sistemi circolatori per fare correre il sangue della femmina nel maschio, castrare il maschio, trapiantare un utero nel suo corpo, ingravidare artificialmente la femmina, inserire embrioni anche nell’utero del topo maschio e condurre le due gravidanze fino a parto cesareo di entrambi?

Di sicuro non serve all’obiettivo fare partorire i topi maschi o agnelli maschi o buoi o esemplari maschi di altri mammiferi. Serve invece a sperimentare -con grande sofferenza di queste creature- la possibilità di gravidanza maschile umana.”

E qui c’è una digressione cruciale, che riguarda la bioetica, tema che abbiamo già trattato in passato: i bioeticisti, nella fantasia comune, sarebbero delle brave persone che vegliano affinché non rinasca il dottor Mengele, e nei laboratori si facciano solo cose buone.

Il problema è che sono proprio quelli che possiedono i laboratori, che pagano i bioeticisti (se vi interessa diventare ricchi facendo di mestiere il Ditino Imperatore, qui potete leggere alcune utili dritte).

Marina Terragni cita un articolo del Journal of Medical Ethics – manca il link alla fonte, ma con un po’ di ricerca risalgo a un articolo del 2019, dal surreale titolo “Uterus transplantation in women who are genetically XY”. L’articolo si può scaricare per la modica cifra di 34 dollari, comunque il brano citato dalla Terragni lo potete leggere nell’originale inglese in questo post di Evolutionnews.

Ecco il pezzo del Journal of Medical Ethics citato dalla Terragni:

“Dal punto di vista della giustizia esiste l’imperativo morale di garantire un accesso equo all’UTx [trapianto uterino]. Gli argomenti contro la fornitura di UTx a donne geneticamente XY [transgender] che non siano correlati alla sicurezza e all’efficacia dovrebbero essere valutati attentamente per affrontare la potenziale discriminazione contro le donne geneticamente XY intese come gruppo sociale.

Il ragionamento è notevole, perché fonda eticamente una mostruosità.

Si parte dall’affermazione verbale: alcuni maschi biologici “sono” donne. Non si sentono donne, lo “sono“.

E le donne hanno tutte un “diritto” alla gravidanza.

Pertanto, diventa un imperativo morale garantire l’accesso al trapianto uterino anche a quei maschi biologici che se lo possono permettere economicamente: al momento il costo di un trapianto si aggira attorno ai 74,564 euro, senza contare ovviamente la remunerazione della venditrice.

Ecco come il Rela Institute in India propone i propri servizi commerciali:

Insomma, all’affitto dell’utero si affianca ormai la vendita. Certo, teoricamente la legge indiana vieta la vendita di organi, ma questo divieto viene facilmente aggirato.

Il trapianto uterino per ora è riservato alle sole “donne XX”, ma l’esperimento sui due topi è un significativo passo, come dicono, in avanti, sulla realizzazione di questo dovere etico.

La Terragni si chiede:

“Resta da capire in che modo e con quali dispositivi si potrebbe realizzare questa trasfusione continuativa di sangue femminile in un corpo maschile.

Trasfusioni quotidiane? Vampirizzazioni? Commercio di sangue? Le donne bisognose potranno pensare di farsi mettere incinte per poter vendere il proprio sangue gravido surrogato, oltre agli ovociti e all’utero?”

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