Come si diventa novaxxe, senza farsi la Seconda Terza Dose

Chiedo scusa a tutti, intanto: non voglio assillarvi ancora una volta con storie legate a una delle innumerevoli pandemie che accompagnano la vivenza, sin dai tempi dei primi protozoi.

Insomma, parlare di pandemia è come parlare di respirare o di mangiare.

Però questa è carina…

Una mia amica insegnante.

Molto ligia, si è fatta vaccinare subito, ottenendo così un grimpasse di nove mesi, che – all’incirca come l’immacolata concezione – va da una bella giornata di marzo e scade il 12 dicembre.

Il 12 ottobre, la mia amica approfitta della prima occasione per farsi la terza dose.

E’ così contenta e sicura di aver fatto la cosa giusta, che si dimentica di far registrare il vaccino al banchino dove lo segnano nel sistema informatico.

E così entra automaticamente tra gli UNTORI. Quelli che RUBANO IL LETTO ai moribondi. Quelli da FUCILARE.

Chiede cosa deve fare, e le rispondono, non si preoccupi, c’è un piccolo disguido telematico…

E così fa passare un mese e passa, prima di entrare in panico.

Quando si è fatta vaccinare, la mia amica una prova ce l’avrebbe avuta, un foglietto in mano al medico…

Si mette a indagare, e scopre che i documenti cartacei sono stati trasferiti in massa a  un’ASL – dove sicuramente c’è il foglietto che dimostra la ligità della mia amica.

E così lei bombarda l’ASL di richieste (virtuali e a distanza, che se vai sul posto chiamano i carabinieri), ma giustamente nessuno le risponde.

Infatti, in tempi virtuali, le carte di qualche milione di vaccinati sono conservate per mummificazione, mica per documentazione; e non si può pensare seriamente  che per salvare la mia amica, qualche risorsa umana debba bruciare dieci giorni di lavoro, a spese dei contribuenti, solo per scovare il foglietto che dimostra che la mia amica disattenta appartiene agli eletti e non ai dannati.

Per cui dall’alba del 13 dicembre, sarà sospesa dall’insegnamento e non potrà salire nemmeno sui mezzi pubblici. Non potrà nemmeno entrare nel meraviglioso Museo della Simbologia Massonica, dove porto tutti i miei amici (oltre a esibire i’ Grimpasse, per entrare, è buona consuetudine grattare la pancia al commovente cane nero Gana).

Ammenoché la mia amica non faccia finta di niente e si faccia una Seconda Terza Dose al volo, come le suggerisce il suo medico; ma proprio perché alla potenza del vaccino ci crede profondamente, crede anche che una doppia terza dose l’ammazzerà.

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L’acquasantiera automatica 4.0

Silenzioso, adattabile e (dubitavate?), sostenibile…

E soprattutto SENZA CONTATTO.

Holy Drop: l’acquasantiera automatica 4.0

IL DISPENSER DI ACQUA SANTA UNISCE
DESIGN minimalista E TECNOLOGIA MODERNA

Discreto con linee sobrie e per questo così speciale. Un design degno di un ambiente sacro, funzionale ed esclusivo allo stesso tempo. Un vivo desiderio di volersi aggrappare al ricordo del proprio battesimo, al rito dell’acqua santa, che è molto più di una vecchia abitudine.

Realizzato a mano con materiali di alta qualità. 100% Alto Adige – ideato, sviluppato e prodotto nella terra delle Dolomiti. Adattabile e facile da usare. Alimentato a batteria e sostenibile. Tecnologia innovativa e sviluppata. Con l’indispensabile compito: poter vivere la visita in chiesa con la massima sicurezza igienica, potersi benedire come in passato e senza indugi.

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La vita

Segnalo questo straordinario video di Jan van Ijken, un fotografo olandese.

E’ semplicemente lo sviluppo di una salamandra, da unica cellula ad animale che nuota libero, in tutta la sua complessità.

Sei minuti per cogliere la Vita.

L’incredibile altro rispetto alla tecnosfera.

https://invidio.xamh.de/embed/7Q9VyHJ1l2Q

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La scuola illegale

Riprendo tale e quale un articolo apparso quasi un anno fa, ma sempre attuale, sul grande sito, Etica Digitale.

2020: Odissea nello spaccio (di dati)

2020_scuola_remoto

Nove mesi fa, quando iniziò la pandemia e ci trovammo tutti reclusi in casa, Etica Digitale scrisse un articolo in collaborazione con LeAlternative parlando di strumenti etici per lavoro e scuola da remoto, consci del fatto che in questo periodo le persone si sarebbero trovate a passare gran parte della giornata davanti al computer. Al tempo erano già molte le università e le aziende che avevano adottato strumenti come Zoom, Microsoft Teams o Google Meet, tutti non rispettosi della privacy – Zoom in testa mentre veniva travolto da uno scandalo dopo l’altro.

A maggio, proprio all’apice di questi scandali, documentammo una segnalazione ricevuta riguardante il CISIA – l’organo che si occupa di gran parte dei test d’ingresso universitari – e di come stesse preparando i suoi test per l’appunto su Zoom, richiedendo velocità di connessione che non tutti possono permettersi o che, semplicemente, non possono fisicamente raggiungere a causa di infrastrutture vecchie e fatiscenti, se non spesso completamente mancanti. Ricordiamo infatti che l’obbligo di connessione, tanto meno in banda larga, non è ancora scritto nella nostra Costituzione.

Infine, a luglio, le segnalazioni si moltiplicarono, passando dall’Accademia di Brera sino a La Sapienza di Roma, dacché decidemmo di ritrarre in toto la situazione italiana. Anche allora, come agli inizi di marzo, studenti e insegnanti furono costretti a scegliere tra il diritto allo studio e quello alla privacy, dove paradossalmente l’unica preside che ascoltò il Garante e che si rifiutò di usare la suite Google fu linciata sia a livello mediatico che legalmente dai genitori degli alunni, come dall’assessore all’istruzione comunale. E proprio da quel luglio vogliamo riprendere la narrazione.

Qualche giorno prima dell’ultimo articolo, il professore Angelo Raffaele Meo inviò una lettera aperta alla Ministra dell’Istruzione Azzolina, richiedendo di adottare software liberi nella Pubblica Amministrazione al posto di quelli proprietari. Un software libero è un programma che, tra le sue proprietà, dice da cima a fondo come funziona perché l’accesso al suo codice è – per l’appunto – libero. Se raccoglie dati, lo sapremo. Se è scritto bene, lo sapremo. E via dicendo. Al contrario, programmi come Microsoft Teams celano il loro funzionamento e raccolgono un quantitativo immane di dati non necessari, che usano per tramutare in profitto. Un’ulteriore richiesta del professore fu quella di utilizzare formati standard per i documenti, ovvero che un documento debba poter essere aperto da più programmi senza ostacoli di alcuna natura: questo è fondamentale per garantire la libertà agli individui di scegliere il programma che preferiscono senza avere problemi di incompatibilità. Altra mancanza dei prodotti Microsoft, al fine di rendere i propri utenti dipendenti dai loro strumenti – in primis Windows.

La lettera, neanche a dirlo, è caduta nel vuoto: negli stessi giorni infatti la Ministra Azzolina aveva ultimato il passaggio di 30mila caselle della scuola a Microsoft Teams, vendendola come un’azione positiva perché “avrete una casella molto più capiente” con “la possibilità di utilizzare tutto il set di ulteriori applicazioni previste dalla Suite Office 365, in particolare per quanto riguarda la collaborazione tra uffici”. In altre parole, il ministero si stava complimentando di aver reso l’ecosistema scolastico ancora più dipendente da un monopolio informatico, noto per mercificare i comportamenti delle persone (in questo caso del personale scolastico).
Accurata l’osservazione di Wikimedia Italia, che fece notare come la Germania dall’anno scorso avesse rimosso la sopracitata Suite Office 365 di Microsoft dalla Pubblica Amministrazione optando per strumenti liberi, mentre noi, con un anno in ritardo affondavamo ulteriormente nella sua rete.

Sempre a luglio risale l’imposizione di strumenti Microsoft a Bolzano. Quello che all’apparenza può sembrare “solo” l’ennesimo declino dettato da un’arretratezza culturale e una visione aziendale della scuola è in verità molto peggio: per quindici anni infatti, Bolzano è stata città d’avanguardia del software libero grazie ai ragazzi del progetto FUSS (Free Upgrade for a digitally Sustainable School, Sistema Libero per una Scuola digitalmente Sostenibile). Il FUSS forniva agli studenti della provincia di Bolzano (e ad altri due licei italiani: uno a Jesolo e uno a Firenze) degli strumenti liberi e indipendenti da qualsivoglia azienda, ma dopo 15 anni l’assessore provinciale alla scuola e cultura italiana ha optato a ottobre 2019 per passare a Microsoft. A poco sono servite le proteste del consigliere Diego Nicolini, che fece notare come la città, oltre ad aver mantenuto la sua indipendenza, aveva risparmiato quasi €2.000.000 grazie al FUSS: “Questo investimento ha creato una ricchezza per la nostra Provincia che rimane al territorio e ai cittadini. Se questi soldi si fossero spesi acquistando delle licenze non avremmo prodotto valore per il nostro territorio”. Inutili anche le parole del Ministro dell’Innovazione Paola Pisano che lo ritenne un “esempio da seguire e non da terminare”. Passato qualche mese, e qualche altro tentativo del consigliere Nicolini che tirò in ballo anche la capacità del software libero di ridurre rifiuti tecnologici e di diminuire le diseguaglianze tra situazioni economiche differenti, lo schiaffo finale: ad aprile, a un mese dalla pandemia, nonché quando strumenti come quelli del FUSS erano più che mai richiesti, l’assessorato alla cultura di lingua italiana ne recise le gambe decidendo di chiudere definitivamente il progetto. Se non fosse stato per l’iniziativa Repubblica Digitale che ha tenuto in vita il FUSS facendolo entrare in Commissione Europea, a quest’ora il progetto non esisterebbe più.

In questi mesi, più docenti hanno manifestato il proprio dissenso verso la posizione della scuola, a partire dalla professoressa di filosofia dell’Università di Pisa Maria Chiara Pievatolo sino al docente di matematica Walter Vannini, più conosciuto per il suo podcast DataKnightmare. Prima di comprendere le loro critiche però, bisogna chiudere in un ultimo atto il mese di luglio: la sentenza Schrems II.

Schrems II

Con la sentenza Schrems II del 16 luglio 2020, la Corte di Giustizia Europea dichiara l’illiceità dei trasferimenti di dati negli Stati Uniti. In poche parole, la sentenza dice che si possono trasferire dati in paesi fuori dall’Unione solo e soltanto se quei paesi garantiscono una protezione dei dati equivalente alla nostra (il GDPR). Questo esclude gli Stati Uniti, in quanto alcune loro leggi permettono alle agenzie governative di accedere ai dati senza un mandato del giudice, rendendo la sorveglianza di massa una realtà. Come conseguenza, tutte le soluzioni giuridiche per trasferire dati negli USA sono, ad oggi, illegittime in assenza di misure di garanzia ulteriori. Tra le altre, è stato invalidato il Privacy Shield, ovvero l’accordo che escludeva gli Stati Uniti dal normale trattamento dei dati e che permetteva all’azienda statunitense di Tizio di importare dati senza porsi particolari problemi. Per quanto riguarda le misure di garanzie ulteriori, sono possibili, ma ad oggi è molto complesso, dal punto di vista giuridico, individuare in modo preciso quali siano e, dal punto di vista tecnico, implementarle. Quindi, è bene diffidare di tutti i trasferimenti di dati verso gli USA.

Cosa cambia quindi per la scuola italiana? Cambia che – in forza del GDPR – le scuole devono essere in grado di dimostrare la sicurezza dei dati degli studenti e molte big tech (Google in primis, ma anche Microsoft) hanno sede legale e processano dati negli USA, dove è molto difficile, se non impossibile, assicurare un livello di sicurezza equivalente a quello europeo. Nonostante queste aziende abbiano delle sedi anche in paesi come l’Irlanda e i dati vengano inviati in queste ultime, è responsabilità della scuola assicurarsi che queste sedi non li rigirino poi in America. Operazioni simili, per intenderci, non vengono fatte neanche dalle grandi aziende; pensare che una scuola possa farle è oltre i limiti dell’assurdo. Detto in parole povere, le scuole che utilizzano questi strumenti stanno infrangendo la legge. Ovvero, pressoché tutta Italia.

Ad agosto la docente Pievatolo sottolineò come, ad un mese dalla sentenza, il Ministero dell’Istruzione continuasse a suggerire Microsoft e Google come strumenti per la didattica, senza il benché minimo accenno a piattaforme libere (come BigBlueButton). Ad oggi, quattro mesi dalla sua denuncia, la situazione è rimasta invariata.

È di ottobre invece la lettera aperta di Vannini indirizzata ai presidi, che ribadisce ancora una volta come non sia legale utilizzare certi strumenti e che far premere a qualche genitore “Acconsento” non li esuli in automatico da ogni responsabilità (né renda lo strumento legale come per magia). Vannini fa anche di più: in quanto esponente certificato del GDPR, aggiunge un file che qualsiasi genitore può compilare e inviare ai presidi. In sintesi, il file obbliga la scuola a chiarire il perché vengano utilizzate piattaforme USA non in linea con le leggi europee, pena un risarcimento in caso di mancata risposta. Di queste risposte ne abbiamo ottenute un paio (per motivi di privacy ed eventuali ritorsioni sugli alunni, abbiamo omesso i nomi).

La prima è di una scuola superiore di Padova dove il preside, oltre che a prendersi gioco dell’alunno in questione per aver dimenticato di compilare un punto, è convinto che la sede in Irlanda di Google li renda immuni al GDPR. La seconda è dell’Università di Milano, dove pensano la stessa cosa ma per quanto riguarda Zoom e Microsoft. Quest’ultimi aggiungono inoltre che “vista la natura dei dati che transita nelle piattaforme DAD, il rischio per i diritti e le libertà degli interessati è veramente basso per non dire inesistente” e che il Ministero non abbia dato linee precise perché “il tema è più che altro politico”.

A rincarare la dose ci pensa poi il Ministero dell’Istruzione che, a dicembre, ha inviato una circolare a tutte le scuole superiori italiane. La circolare ricorda come le assemblee di istituto siano un diritto e uno strumento fondamentale per il confronto tra i ragazzi, e che per garantirle in un periodo fragile come questo, provvederà a fornire licenze Microsoft Teams dove poterle svolgere.

Si potrebbe affermare a questo punto che del diritto alla privacy alle scuole e istituzioni associate non importi assolutamente nulla. Eppure, una ragazza di 13 anni è stata sospesa proprio per aver leso la privacy dei suoi compagni. Succede alla scuola media Nievo di Torino, dove Eva – questo il nome della ragazza – aveva deciso di protestare contro la DaD seguendo le lezioni davanti all’entrata della scuola. Supponendo che il motivo sia stato la possibilità che i passanti potessero vedere i suoi compagni tramite il tablet, esponendoli a occhi indiscreti, la scuola dimentica un dettaglio importante: che sta usando Google.

Infine, dato che gli scandali di Zoom non si sono placati, di recente è stato trovato uno scambio di documenti tra dirigenti cinesi e americani dell’azienda, dove i primi chiedevano ai secondi di censurare le manifestazioni del 4 giugno in Piazza Tian An Men 1989, pena la rimozione del servizio dalla Cina. Al quale i secondi non si sono opposti. È paradossale come un’azienda che mette i suoi scrupoli economici davanti ai diritti degli esseri umani sia la stessa utilizzata da un istituto di Padova per parlare proprio di diritti umani. E sempre a Padova, c’è chi, non accontentandosi del solo uso di Zoom, decide anche di pubblicare le proclamazioni di laurea su YouTube: succede al dipartimento di matematica Tullio Levi-Civita, che carica il video (guardalo proteggendo la tua privacy) e fa dirette su un’altra piattaforma non a norma di legge, incurante di condannare i laureandi a rimanere per sempre impressi sulla rete, con nome e cognome in chiaro.

Incontro per i diritti umani in un istituto di Padova, organizzato su Zoom. L’azienda ha dimostrato di lasciar correre certi argomenti in Cina pur di far soldi
Conclusione

Siamo davanti ad una scuola che, incurante di un diritto, forza le persone a prostituirsi per l’azienda col nome più scintillante in nome di un po’ di spazio in più nelle caselle mail – alle quali l’azienda può avere accesso. Una scuola che non solo permane nell’immobilismo più stantio da decenni, bensì che si occupa anche di tranciare accuratamente quelle gemme che da anni si impegnavano a farla fiorire. Scuola che, nonostante sia scritto nero su bianco che certe cose non si possono fare, se ne scrolla le spalle e, avvolgendosi in una spirale di parole, confida nella speranza che nessuno le capisca davvero, o che a nessuno importi. Un Ministero che per garantire un diritto, ne sacrifica un altro. E poco importa se non può farlo. Una scuola che sospende un’alunna per aver protestato pacificamente contro un sistema che la tiene lontana dai suoi compagni, ma che al tempo stesso acclama Greta per le proteste sul clima. Un paese di vecchi fatto per vecchi, al quale dell’istruzione non importa assolutamente nulla, benché meno della privacy, perlomeno non se queste non garantiscano qualche voto e titolo in più. Le fughe di cervelli, i tagli, il disinteresse generale: tutto questo provoca rabbia, certo, ma è paura quella che dovrebbe generare. Un paese senza cultura è un paese senza passato e di conseguenza senza identità. E quando queste cose miste all’istruzione vengono meno, gli spettri della storia tornano a regnare. Finché le politiche sull’istruzione saranno dettate da semplice utilitarismo perché “l’azienda X è più comoda” e faranno finta che le alternative non esistano – soprattutto senza degnarle di mezzo fondo o, come il portale del Ministero, senza nominarle affatto – la situazione non potrà che peggiorare. Certo, di tanto in tanto cambierà il paese per il quale battere, poco importa poi se non tiene in considerazione i diritti umani, ma il succo sarà sempre lo stesso.

Le persone al potere stanno giocando sulla pelle di chi rappresenta il loro stesso futuro, pensando che sporcarsi la bocca con paroloni come “rivoluzione digitale” possa cambiare magicamente le cose. Ne è un esempio la Senatrice Mantovani che di recente, ospite alla conferenza annuale di LibreItalia, ha sciorinato termini tecnici per autocomplimentarsi dell’app IO e dell’aumento di identità sociali. Quello che però ha omesso è che l’app IO è stata rilasciata senza essere in linea col GDPR (ironico, considerando che all’uscita di Immuni erano tutti paranoici nonostante rispettasse davvero la privacy, ma se si parla di un bonus da 150€ per pagare col bancomat e l’app invia dati fuori dall’Europa va tutto bene) e che le identità cartacee stanno scadendo e venendo sostituite obbligatoriamente da più di cinque anni da quelle elettroniche (i cui provider hanno protocolli non più sicuri in quanto vecchi o completamente assenti). Il tutto poi senza rispondere alle domande del pubblico, perché di fretta. Per quanto queste figure istituzionali – siano esse ministri o presidi – facciano finta di niente, la verità è che ci sarà da piangere quando il Garante inizierà ad obbligare le scuole a passare a strumenti idonei. Perché in quasi un anno nessuno si è davvero mosso per potenziare le infrastrutture, educare al digitale o prendersi quei 5 minuti per spiegare cosa sia il software libero e perché sia fondamentale per i diritti delle persone. Nessuno ha parlato di alternative come il FUSS o la più recente iorestoacasa.work che, grazie alla collaborazione di più associazioni in Italia, ha messo in piedi server ad accesso gratuito che utilizzano per l’appunto software libero.

La situazione è allarmante e sembra che ogni giorno ci si impegni per renderla peggiore. L’apprendimento, che nella sua vera natura dovrebbe essere disinteressato, è invece in mano a compagnie che mirano esclusivamente al profitto. Chi si ribella viene sbeffeggiato, ignorato o punito, e gli incontri per mettere in discussione un tal sistema sono ridotti a una nicchia ignorata che riesce comunque a diventare palco di autopacche sulla spalla del politico di turno, senza il benché minimo confronto.
È ora che lo Stato e chi per esso si prenda le proprie responsabilità, senza far firmare circolari inutili ai genitori per farli acconsentire sul nulla. È ora che lo Stato, così affezionato al risparmio della spesa pubblica, realizzi che questi strumenti liberi fanno vincere entrambi: le proprie tasche, e la sfera privata di chi apprende. È ora che studenti ed insegnanti si organizzino insieme per far valere i propri diritti, che capiscano di non essere soli, che associazioni come Privacy Network esistono e che già da tempo affrontano queste battaglie tramite le loro conoscenze legali. È ora di capire che c’è una differenza tra lo scegliere di usare Instagram nel proprio privato, ed essere obbligati a usare Teams nell’ambito pubblico. È ora, insomma, di rifiutarsi di essere merce che rappresenta l’ultima ruota del carro, e di ricordarsi di essere persone. È ora, ora, di dire basta.

L’articolo è stato aggiornato in data 18/01/21, aggiungendo le scuole fuori Bolzano di cui si occupa il FUSS, correggendo chi ha interrotto il loro operato (l’assessore, non il sindaco), e illustrando meglio nel secondo paragrafo di Schrems II perché le scuole non stanno rispettando il GDPR


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Le due Questioni, i pisseri e i visionari

La prima questione in assoluto è quella ambientale.

La questione ambientale, nell’essenza, è straordinariamente semplice.

Una sola specie di esseri viventi usa energia per consumare risorse che si rinnovano solo in tempi lunghissimi, per farne sempre più prodotti, che sempre più velocemente si trasformano in rifiuti.

L’esito di questo semplicissimo fatto è invece quanto di più complesso possa esistere. Talmente complesso da essere totalmente imprevedibile e quindi impossibile, in sostanza, da affrontare “facendo qualcosa“: sappiamo solo che ci conduce sempre più velocemente verso la catastrofe.

La seconda questione, inseparabile dalla prima, è quella cibernetica.

Cioè le tecnologie con cui, per evitare la catastrofe ma continuare a fare le stesse cose che ci portano alla catastrofe, si cerca di controllare la totalità del tutto. E che finirà in tempi relativamente brevi per imporre qualcosa che non era in programma, cioè la “singolarità“, e con essa, se la catastrofe ambientale paradossalmente non ci salva, la fine dell’umanità.

E’ qui che nascono una serie di questioni urgenti per il futuro di tutti gli esseri viventi, e anche in tempi brevi.

Su questi temi, a grandi linee, l’umanità si divide tra i pisseri e i visionari.

Questione ambientale, cioè fine della vita…

I pisseri affrontano la questione ambientale dicendo che si risolve tutto compensando le emissioni di CO2 e che i governi ci stanno pensando. Magari un po’ in ritardo, poveretti, ma è colpa di pochi cattivi.

Questione cibernetica, cioè fine dell’umanità…

I pisseri dicono che la questione cibernetica, boh, non è nemmeno una questione, fa tanto comodo ricevere la pubblicità su Google e poi, noi proprio perché siamo pisseri, non abbiamo niente da nascondere

Sulla questione cibernetica, ci sono delle belle menti che lanciano l’allarme, almeno a partire da Lewis Mumford, senza che molti abbiano prestato ascolto.

Chi si accorge oggi della questione cibernetica è quindi in genere una persona qualunque, che non passa il tempo a farsi grandi teorie politiche, che si trova davanti casa un’antenna misteriosa, o una persona armata di smartphone che imperiosamente esige di scandire il suo grimpasse

Tra i visionari, fiorisce, come è normale, un mondo quasi medievale di leggende per spiegarsi queste cose. E queste creative leggende vengono immediatamente prese d’assalto dagli anticomplottisti.

Il primo a ironizzarci sul mondo immaginale dei visionari sono io, che dico,

“ma potevi evitare di prenderti uno smartphone, e di avere Whatsapp, il resto viene dopo?”

E loro ti rispondono,

“eh, ma allora non ci avevo pensato, adesso mi ribello perché mi obbligano!”

Ora i visionari vedranno confusamente, confonderanno fantasmi e mezze verità; ma i loro critici, tanto più colti di loro, non vogliono proprio vedere.

Infatti, a pensarla, in sostanza, proprio come i visionari, sono quelli che ci vogliono introdurre nel mondo cibernetico.

Quello che state per vedere, è un video della Telecom cinese, che spiega attraverso un raccontino morale a cosa serve effettivamente il 5G. Oltre a far arrivare un centesimo di secondo prima il tuo like a un video su Tik Tok.

All’inizio vi sembrerà un film distopico di trent’anni fa, ma per orientarvi il cattivo è il personaggio che appena alcuni fa sarebbe stato il buono, e il supereroe per pisseri è quello con gli occhiali smart, come si dice.

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La guerra civile

Per fare una guerra civile, ci vogliono armamenti più o meno alla pari, e questi chiaramente mancano.

Ma ci vuole anche uno stato d’animo che vede in quello che non la pensa come te un criminale, un venduto o un imbecille.

E questo c’è tutto, e per una questione completamente nuova, qualcosa a cui un paio di ann fa, non si pensava nemmeno.

Mentre mi raccontano di famiglie che si separano, di amicizie decennali che finiscono da un giorno all’altro, di gente che rinuncia al posto di lavoro, un’artigiana mi scrive perentoria:

“cosa rispondi sul ricatto vaccinale con una sostanza sconosciuta organizzata dalla mafia dei mondialisti e imposto con il green pass?”

Che a pensarci, è una di quelle domande che contengono già la risposta obbligata.

Poi sul fronte opposto, leggo le dichiarazioni di tale Roberto Dipiazza:

“Spingeremo perché sia stabilito che il peso di eventuali nuove restrizioni gravi solo su coloro che non sono vaccinati, perché sono disertori. Se questa è una guerra, in una guerra c’è chi ha paura, non combatte, viene messo al muro e fucilato. Qui non fuciliamo nessuno, ma il peso di eventuali nuove restrizioni deve gravare esclusivamente su questi disertori, che mettono a rischio la salute di tutti. La pazienza è finita“.

Ora, Roberto Dipiazza non è un artigiano.

E’ proprietario, scopro, di un supermercato che

“grazie al suo successo imprenditoriale riceverà la Medaglia d’oro per la più alta produttività imprenditoriale a metro quadrato in Italia”

Ma soprattutto è sindaco (di destra) di Trieste.

Quando l’atmosfera è questa, riflettere sul serio diventa faticoso e ti espone all’aggressività di entrambi gli schieramenti.

E lì avviene un meccanismo fatale: su mille cose che fanno o dicono i nostri avversari, si prendono in considerazione solo le peggiori; e questo diventa la prova oggettiva della validità dei nostri pregiudizi, che poi applichiamo a tutti i nostri avversari.

Ma a pensarci, odiarsi tra bipedi (“criminali” e “disertori”) è molto umano.

Mentre il conflitto attorno al Covid – per quanto confuso, surreale, folcloristico, drammatizzato con folli complotti – è così intenso, perché nasce dall’angoscia che gli esseri umani provano per l’annientamento dell’umano.

E poi scopro che c’è qualcuno che riesce a cogliere proprio questo, in un interessantissimo saggi sul sito Il Rovescio, che apre con una citazione di Günther Anders:

Le azioni più disumane sono oggi azioni senza uomini.

E’ un saggio lungo, ma fondamentale e scritto in modo chiaro e non gergale.

E tocca una quantità enorme di temi.

Come sempre, non è necessario accogliere o respingere in blocco; ma certo mette in moto il cervello.

Trieste, novembre 2021

Pubblicato in ambiente, ciberdominio, Covid, esperienze di Miguel Martinez | Contrassegnato , , , , | 339 commenti

Gli Amish e il Covid

Gli Amish statunitensi li conosco indirettamente dalla mia infanzia – mio zio, avvocato, si trovò a difendere il loro diritto a essere diversi senza rompere le scatole a nessuno in alcuni importanti casi, anche davanti alla Corte Suprema.

E infatti, nella società più Inclusiva di Tutti i Tempi, dove puoi tatuarti come vuoi e andare a letto con chi vuoi a patto che non sgarri di un secondo sul lavoro, se cerchi anche di vivere in modo diverso, finisci spesso e volentieri in tribunale.

Mi segnalano un’interessante intervista che riguarda il rapporto degli Amish con la pandemia Covid.

Tenete presente che l’intervistatrice, Sharyl Attkisson è una nota giornalista investigativa, a quanto pare scettica nei confronti dei vaccini, per cui nell’intervista tira un po’ l’acqua al suo mulino. Senza dimostrare molto, infatti dal punto di vista epidemiologico dice una cosa plausibile, ma anche piuttosto vaga:

“Una cosa è chiara: non ci sono prove che ci siano più morti tra gli Amish che nei posti che si chiudono strettamente – alcuni sostengono che qui ce ne siano stati di meno. Questo senza mascherine, senza stare a casa o prendere altre misure significative.”

Però, come un articolo che abbiamo pubblicato qui sulla comunità ebraica ultraortodossa dei Satmar di New York, è un testo affascinante e commovente dal punto di vista antropologico.

Il Covid degli Amish

Contea di Lancaster, Pennsylvania: migliaia di famiglie conducono una vita ampiamente separata dall’America moderna.

Gli Amish sono un gruppo cristiano che enfatizza la virtuosità rispetto alla superficialità. Di solito non guidano, non usano l’elettricità e non hanno la televisione. E durante l’epidemia di Covid-19, sono diventati soggetti di un massiccio esperimento sociale e medico.

Sharyl: Quindi, si può dire che c’è stato un approccio completamente diverso in questa comunità quando è scoppiato il coronavirus rispetto a molti altri posti?

Calvin Lapp: Assolutamente.

Calvin Lapp è un mennonita amish.

Lapp: Ci sono tre cose che non piacciono agli Amish. Il governo – non vogliono essere coinvolti nel governo, non amano il sistema educativo pubblico – non mandano i loro figli a scuola, e non amano nemmeno il sistema sanitario. Ci fregano. Queste sono tre cose contro le quali ci sembra di combattere continuamente. Bene, queste tre cose sono tutte parte di ciò che è il Covid.

Dopo un breve arresto l’anno scorso, gli Amish hanno scelto un percorso unico che ha portato Covid-19 a sfondare a gran velocità tra di loro. E’ iniziato con un’importante festa religiosa a maggio.

Lapp: Quando fanno la comunione, scaricano il loro vino in una tazza e a turno bevono da quella tazza. Quindi, si va avanti per tutta la fila, e tutti bevono da quella tazza, se una persona ha il coronavirus, il resto della chiesa sta per prendere il coronavirus. La prima volta che sono tornati in chiesa, tutti avevano preso il coronavirus.

Lapp dice che non stavano negando il coronavirus, lo stavano affrontando a testa alta.

Lapp: È una cosa peggiore smettere di lavorare che morire. Lavorare è più importante che morire. Ma chiudere e dire che non possiamo andare in chiesa, non possiamo riunirci con la famiglia, non possiamo vedere i nostri vecchi in ospedale, dobbiamo smettere di lavorare? Sta andando completamente contro tutto ciò in cui crediamo. State cambiando completamente la nostra cultura per cercare di agire come volevano che facessimo l’anno scorso, e noi non lo faremo.

Steve Nolt è uno studioso della cultura Amish e Mennonita, e Mennonita lui stesso. Sta studiando le pubblicazioni di notizie Amish per analizzare le tendenze di tutta la comunità.

Sharyl: Quindi, stai dicendo che, a partire da circa maggio del 2020, le cose sono tornate alla normalità nella comunità Amish?

Steve Nolt: Per la maggior parte, sì, verso la metà di maggio, è una specie di ritorno ad un comportamento tipico.

Questo significava anche evitare gli ospedali.

Nolt: So di alcuni casi in cui gli Amish si rifiutavano di andare in ospedale, anche quando erano molto malati, perché se ci andavano, non avrebbero potuto avere visite. Ed era più importante essere malati, anche molto malati a casa e avere la possibilità di avere delle persone intorno a sé che andare in ospedale ed essere isolati.

Poi, lo scorso marzo, una notizia straordinaria. Gli Amish della contea di Lancaster sono stati segnalati come la prima comunità a raggiungere l'”immunità di gregge”, il che significa che una gran parte della popolazione è stata infettata dal Covid-19 ed è diventata immune.

Alcuni esterni sono scettici, e le prove solide sono difficili da trovare.

Nolt: Anche coloro che credevano di avere il Covid tendevano a non fare il test. Il loro approccio tendeva ad essere: “Sono malato. So di essere malato. Non ho bisogno che qualcun altro mi dica che sono malato”. O la preoccupazione che se avessero avuto un test positivo, sarebbe stato chiesto loro di limitare drasticamente quello che stavano facendo in un modo che potrebbe essere scomodo per loro. Quindi, non abbiamo quel numero di test.

Lapp: Non volevamo che i numeri salissero, perché poi avrebbero chiuso di più le cose. Qual è il vantaggio di fare un test?

Una cosa è chiara: non ci sono prove che ci siano più morti tra gli Amish che nei posti che si chiudono strettamente – alcuni sostengono che qui ce ne siano stati di meno. Questo senza mascherine, senza stare a casa o prendere altre misure significative.

Sharyl: La maggior parte della comunità, almeno gli adulti, ha preso il vaccino Covid-19?

Nolt: Di nuovo, non abbiamo dati su questo, ma penso che sia abbastanza chiaro che in termini percentuali, relativamente pochi lo hanno fatto.

Lapp: Oh, siamo contenti che tutti gli inglesi abbiano fatto il vaccino Covid. È fantastico. Perché ora non dobbiamo indossare una maschera, possiamo fare quello che vogliamo. Quindi buon per voi. Grazie. Lo apprezziamo. Noi? No, non prenderemo i vaccini. Certo che no. Abbiamo tutti il Covid, quindi perché dovremmo prendere un vaccino?

Rimanendo aperti, gli Amish qui hanno ottenuto un risultato tangibile nel 2020 che pochi altri possono vantare.

Lapp: Abbiamo questa battuta: quando tutti gli altri hanno iniziato a camminare, noi abbiamo iniziato a correre. Abbiamo fatto più soldi nell’ultimo anno di quanti ne abbiamo mai fatti. È stato il nostro miglior anno di sempre.

Gli Amish hanno davvero trovato una formula magica? Loro dicono di sì. E non si preoccupano di chi ne dubita.

Lapp: Sì, tutti gli Amish sanno che abbiamo l’immunità di gregge. Certo che abbiamo l’immunità di gregge! L’intera chiesa ha preso il coronavirus. Sappiamo di avere il coronavirus. Pensiamo di essere più intelligenti di tutti. Non dovremmo vantarci, ma pensiamo di aver fatto la cosa giusta.

Sharyl (alla telecamera): Nolt, lo studioso, sta pubblicando un articolo sulla risposta sociale degli Amish ai mandati del governo e al Covid-19.

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Il bucato sporco della Toscana

Oggi ci ritroviamo con la banda clandestina dei toscanisti.

C’è quello che viene dal vecchio PCI, con giacca e cravatta, ottant’anni e uno splendido sorriso, e ci racconta di quando metteva in guardia Pio La Torre, e poi gli hanno sparato;

c’è il vivaista di Pistoia, che si è trovato le piante avvelenate;

la lucida vigilessa dagli incredibili capelli africani che mi ha aperto gli occhi su tante cose;

e altra gente terragna, che da anni e anni si batte per piccole storie, che conoscono alla perfezione, al contrario degli ideologi.

Questa volta, ci vogliamo occupare di una vicenda che abbiamo riassunto qui nella frase, Dove cazzo sta Ledo?

Cioè la storia del Distretto di Eccellenza delle Concerie Toscane di Santa Croce, dove il Partito Unico e l’Opposizione sono la stessa cosa, e hanno preso la stessa quantità di soldi dagli operatori del posto.

In particolare, ci interessa lo sversamento da parte della locale filiale della ndrangheta di 24.000 tonnellate di veleni cancerogeni, peggio dell’amianto, nei campi toscani, spacciati per fertilizzanti, che hanno fatto diventare il granoturco tutto blu: almeno non ci hanno fatto il greenwashing.

Mi dicono che le leggi toscane sono talmente imprenditorfriendly, che ci son ditte venete che hanno aperto apposta filiali da noi per buttarci i loro rifiuti.

Allora racconto la storia della mia amica Vernon Lee (lo so, è morta decenni prima che nascessi io, ma siamo amici lo stesso).

Un secolo e qualche decennio fa, c’erano gli sbucaltatori di allora, e gli animi progressivi, e gli speculatori immobiliari, che volevano modernizzare una gran parte di Firenze: viali dritti e funzionali ed igienici e razionali, al posto delle viuzze storte.

Allora Vernon Lee e alcuni inglesi innamorati della Toscana, comprarono una pagina intera su The Times, in cui dissero semplicemente agli aspiranti turisti che non valeva più la pena venire a Firenze perché la stavano per distruggere, e di andare invece a Siena.

In quattro e quattr’otto, i bottegai e i nobili che comandavano allora come oggi sul Comune di Firenze cambiarono idea.

Se questa città non è stata distrutta (e i bottegai possono ancora farci i soldi), dovete ringraziare questa straordinaria donna, che si meriterebbe molte più statue dei personaggi risorgimentali che fanno da portapiccioni nelle nostre piazze.

Così oggi abbiamo deciso che qualunque cosa scriviamo, lo metteremo sia in italiano sia in inglese.

Persino i cartelli nelle manifestazioni.

Perché se scrivi una cosa solo in italiano, riconosci l’autorità dello Stato Nazione Italia.

Poi perché gli anglofoni hanno dato tanto, ma tanto a questa città, e meritano di essere ascoltati.

On Bellosguardo, when the year was young,
We wandered, seeking for the daffodil
And dark anemone, whose purples fill
The peasant’s plot, between the corn-shoots sprung.”

E infine, è da sette anni che mi sento ribollire dentro la sprezzante frase di odio di Matteo Renzi contro chiunque ami il luogo in cui vive:

“Io mi vergogno di andare a parlare delle interconnessioni tra Francia e Spagna, dell’accordo Gazprom o di South Stream, quando potrei raddoppiare la percentuale del petrolio e del gas in Italia e dare lavoro a 40 mila persone e non lo si fa per paura delle reazioni di tre, quattro comitatini.

Se fai un presidio con i cartelli solo in italiano, sei un comitatino, da sputarci addosso.

Se metti gli stessi cartelli in inglese…

….ce lo spiega, preoccupato, Paolo, il comunista in cravatta:

“diranno che vuoi diffamare la Toscana! Gli albergatori saranno terrorizzati! Li avrete tutti contro!”

I panni sporchi si lavano in casa, e siccome nessuno si lamenta, restano sporchi.

Everybody, come and see Tuscany’s dirty laundry!

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