Sotto i campanili, di stranieri non ce n’è

Lunghissimo, scusate, ma il mio compleanno è vicino, se qualcuno volesse farmi felice e ha tempo e voglia, segua semplicemente i vari link in questo post… non per me, ma per il campanile

Ogni cittadina e ogni rione d’Italia ha un campanile, verso cui s’è fedeli. E più gli s’è fedeli, più si prendono in giro i campanili degli altri, ma in fondo è uno scherzo.

Perché la meraviglia delle mille italie, sta in ciò che si costruisce sotto ogni campanile, fregandosene delle cose che si fanno nei paesi che gli italiani masochisti chiamano Normali.

I nostri campanili son ben tre, e ogni campana ha un suono diverso.

C’è quella possente di San Frediano, dove si fanno i funerali ai nostri morti:

Il G, figlio della storia, aveva un gran focolare antico in casa, e il suo babbo aveva costruito un tavolo con i resti della distruzione delle case di mille anni al Ponte Vecchio…

portava a spasso il cane, e negli stessi giorni in cui nasceva il suo nipote, l’ha ammazzato sotto il Torrino, una ragazzina di sedici anni con il motorino, e noi si pianse per lui, ma un po’ anche per chi l’aveva ucciso.

La Ghita Vogel, l’ebrea immensamente ricca che scelse di diventare una cattolica immensamente povera,

o Passepartout che fu trovato tra l’alloro e le spezie,

o magari Roberto, il cui cadavere nessuno voleva,

oppure il Garga che di funerali ne ebbe due.

Solo che San Frediano, oltre alla campana, ha anche il suono misterioso dell’acqua.

C’è poi la campana più piccola del Carmine.

E infine c’è quella lontana di Santo Spirito.

Sotto i nostri campanili oggi...

Davanti al portone della scuola media Machiavelli, un signore fissa il cancello. E mi dice,

“questa era la mi’ scuola, allora si chiamava la Mazzini. Io ho ottantaquattro anni... Ero troppo piccolo per essere un Balilla, ma si correva lo stesso cantando…”

e intona, con una bella voce

“Vincere! Vincere! Vincere!
E vinceremo in terra, in cielo, in mare!”

ma eran tutte bischerate!

e ride; che, con tutto il mito che ci hanno costruito attorno amici e nemici, alla fine, dice quanto c’era da dire sul fascismo.

Gli chiedo se conosce Alessandro, che da bambino faceva la sentinella per quelli di San Frediano, arrampicandosi sul vespasiano di Piazza de’ Nerli, per avvisare quando stavano per arrivare quelli de’ Camaldoli, per iniziare la sassaiola.

Alessandro s’è costruito in casa un plastico di tutto il Rione, com’era prima che aprissero il Ponte Vespucci.

Davanti al Conad, trovo:

il ragazzo senegalese con il suo bottino di robe inutili, e gli regalo il catalogo di una mostra, in cui una pittrice americana lo ha dipinto, e lui non lo sapeva…

poi ci sono tre persone attorno a due carrelli della spesa:

Uno de’ Bianchi di Santo Spirito, il giohino dove si rischiano le costole,

una donna del Giardino,

e un’altra che invece è venuta per conto di quelli della strada dell’armaioli, dove nelle vetrine vedi armature del Cinquecento e vecchie pistole e quadri dell’Ottocento, e dentro ci sono persone molto gentili che son diventate ricche, perché i lanzichenecchi venivan da mezza Europa per rivender loro il bottino di cento città.

I tre fermano chi entra al piccolo supermercato, chiedendo di donare qualcosa per la crescente massa di disastrati del nostro rione.

Poi partono con i carrelli carichi, e li portano al Giardino che la gente del Rione gestisce da sette lunghi anni.

Dove scopriamo che più cose belle si fanno, meno s’è legali, ma nessuno osa cacciare un rione intero dal proprio rione. Anche perché non siamo nessuno schieramento, siamo la gente stessa, in tutta la sua varietà.

Passano i vigili a osservare sospettosi il cancello del Giardino, e ci avvertono subito quello con la barba lunga che fa le borse di cuoio a mano, e quella che restaura le ceramiche dei Della Robbia, e così grazie a cento occhi puntati dalle finestre, dalla nobildonna alla domestica etiope, quando ci chiamano accorriamo.

Gente che non è massa, ciascuno è un individuo spesso parecchio strano e nemmeno sempre simpatico, a conoscerlo bene.

Al Giardino, i carrelli li portano in uno spazio coperto, d’incerta legalità, tenuto però in perfetto ordine, dove una donna distribuisce montagne di cibo a centotrenta famiglie, le più fragili del rione – in buona parte straniere, ma non solo. C’è anche, per dire, l’italiana che lavorava in chissa quale sottappalto, per un noto museo, che si è ammalata di Covid e non sa come pagare l’affitto.

E allora noi si raccolgono anche i soldi per pagarle l’affitto, e ci si mette attorno a un tavolo a chiederci come lo giustificheremo se arriverà un’ispettore della Finanza.

Immaginiamo il Servitore dello Stato Eterno, Sabaudo, Fascista e Democratico, che ci chiede:

“Ma voi dite che non avete scopo di lucro, però pagate pure l’affitto di casa ai vostri amici?”

Poi ci sono i bambini stranieri che si sono trovati improvvisamente nel regime di coprifuoco, con il babbo che se è fortunato, lavora tutto il giorno, e la mamma che in italiano sa dire “ciao!”, e le maestre delle scuole si sono appellate a noi.

Allora il Campanile s’è radunato: la maestra nel tempo libero, la ragazza che lavorava con un’università americana che l’han licenziata, la sedicenne che sa farsi rispettare dai dodicenni, e nonostante i divieti e le mascherine e il freddo, hanno organizzato una scuola pomeridiana.

Che se il lavoro davvero utile venisse retribuito, meriterebbero quindici euro lordi, come tutti.

Poi una mamma, che è anche vigilessa, s’è accorta che i genitori stranieri non capiscono come si fa a iscrivere i figlioli a scuola.

Allora ci siamo fatti regalare un computer, e faremo un punto nel Giardino dove organizzeremo le iscrizioni.

Quando dico “stranieri” dovete capire, che sotto il Campanile, in realtà di stranieri, non ce n’è.

Se sei all’ombra del Campanile, anche se sei nato all’altro capo del mondo o hai la pelle blu, ma non ci fai la guerra, sei de’ nostri.

I veri stranieri sono gli speculatori, quelli che vedono case con otto secoli di vita e di storia come se fossero una merce.

Il corteo di qualche anno fa per sfidare gli speculatori, i costumi li ideò la cameriera di un localino

La L. mi racconta che proprio oggi la Guardia di Finanza è arrivata nel suo locale, e hanno cominciato a massacrarla di domande sull’autoconsumo, perché il suo ristorante,

“che io cammino co’ le gambe mie, ho miha bisogno di appe e di accordi co’ l’alberghi che mi portino i turisti”

aveva un inspiegabile buco creato da tutte le volte che avevano fatto le pentolate di pappa e pomodoro e dato da mangiare a gratis alla gente del Campanile (e se non lo dite alle guardie, qualche volta hanno fatto mangiare un pranzo intero di quelli buoni anche a me, senza chiedermi il conto).

Ora, c’è un problema.

Noi che come associazione gestivamo sempre poco più di mille euro l’anno, ci troviamo tra le mani somme ben maggiori, perché quando, in questa tragedia, qualcuno vuole donare qualcosa, sa che solo noi sappiamo chi ha davvero bisogno, perché sotto il Campanile, conosciamo le storie di tutti.

Su tutto ciò presiede la Vale, che ha tre figlioli dai nomi fiorentini, due gatti e un cane grande e grosso, ma porta sempre a spasso anche una cagnetta piccola a tre zampe che la fornaia zolfina ha salvato dalla morte in una discarica sul Vesuvio.

La vita della vita, delle piante, del Giardino dipende dal babbo della Vale, Sincero di nome e di fatto, di cui vi ho già parlato:

“Lo sai perché questa terra rende tanto? Guarda le fragole, che ho piantato a settembre e son già grosse!

E’ che dietro al Carmine, dove hanno pregato tanto, le preghiere rendono fertile la terra! Per questo, da quando sono qui, ho smesso di bestemmiare, e una volta ne dicevo tante!”

Ora, io nel Rione ho la reputazione di quello bravo a scrivere roba che tiene lontane le guardie – statuti, verbali, contratti, patti, atti.

Ma quelli meno burocrati di me che vivono tutto questo e con cui ho seppellito la gatta Nerina, e poi l’Ultima Gatta,

e che rischiano ogni giorno in prima persona, e che per l’entusiasmo e la rabbia, m’interrompono per raccontare dei loro babbi e nonni, e per parlar male della quarantena, e narrare storie sugli alberi e sui vicini e su Cosimo Secondo, e che dicono,

“non son stata riportata dalla piena!”,

e mentre scrivo un documento da presentare all’assessore sempre sorridente che poi ci prenderà in giro, dicono che loro ai politici darebbero invece volentieri du’ schiaffi ne’ volto….

E’ lì che so di essere Campanilista.

Che si può essere campanilisti anche se si nasce in Messico come me o come Ouida in Inghilterra, ma si vive nel Gonfalone del Drago Verde, tra la Scala, il Nicchio e la Sferza, di qua dall’Unicorno e il Leon Nero.

Tanto su tutti noi mortali, veglia eterna la stessa falce di Luna.

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Regime, passato o prossimo?

Non so esattamente come interpretare questa immagine della consegna del documenti di impeachment del presidente degli Stati Uniti.

Però ha un suo fascino, parola non casuale.

In alto, la perentoria affermazione IN GOD WE TRUST.

Al centro, l’immensa bandiera degli Stati Uniti.

A entrambi i lati, due giganteschi fasci littori.

Poi noterete a sinistra un’aquila che con i suoi artigli domina il globo terracqueo.

Davanti tre figure umane, che respirano attraverso le immancabili mascherine.

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La censura arriva per tutti

Doveva succedere…

Riprendiamo dal sito del Manifesto.

L’articolo è interessante da leggere nei dettagli.

Sul Manifesto, quello originale di Marx e di Engels, non ci sono selfie, e non solo per mancanza di mezzi tecnologici. Anzi, c’è hate speech e istigazione alla violenza a profusione:

Le armi con cui la borghesia ha abbattuto il feudalesimo si rivolgono ora contro la borghesia stessa.

Ma la borghesia non ha soltanto fabbricato le armi che le recano la morte; essa ha anche creato gli uomini che useranno quelle armi – i moderni operai, i proletari.

Non ce la faccio ad abbonarmi pure al Manifesto, ma a questo punto invito almeno chi ne frequenta regolarmente il sito, a farlo.

Editoriale

Google rimuove senza preavviso la app del manifesto dal Play Store

Piattaforme. La storica app del manifesto proibita su Android: improvvisamente dobbiamo dimostrare che è la app di un giornale

Matteo Bartocci

Edizione del 14.01.2021

Pubblicato 13.1.2021, 20:43

All’improvviso, a poche ore dalla partenza della campagna abbonamenti, scopriamo quasi per caso che la storica app del manifesto è sparita dal Google Play Store.

I lettori ci scrivono preoccupati e un po’ arrabbiati, pensano che il problema sia nostro. Nel frattempo Renzi si appresta a far cadere il governo e la Camera Usa vota l’impeachment a Donald Trump.

Proviamo a sentire gli sviluppatori e a controllare sulle caselle email amministrative. Dopo qualche minuto e un giro di telefonate, scopriamo un po’ nel panico che anche noi, nel nostro piccolo, siamo finiti nel mirino di Big G.

Il gigante di Mountain View ci chiede di dimostrare che siamo davvero una app di news, che produciamo contenuti originali, scritti da giornalisti, che abbiamo un sito web, che rispettiamo la privacy, che non facciamo refusi (ahia!), etc.

Iniziamo a cercare tra le varie schermate della Developer Console, una più demenziale dell’altra, e iniziamo a compilare 6 questionari che sembrano scritti da un funzionario dell’impero austroungarico.

Dopo ANNI che siamo sullo Store e da mezzo secolo in edicola, Google ci chiede di dimostrare:

  1. se siamo la app di un giornale (la gerenza è sia embeddata nella app che qui sul sito)
  2. se rispettiamo la privacy (pochi sono più scrupolosi di noi, che non tracciamo né profiliamo)
  3. se la nostra app fornisce contenuti a pagamento (lo fa di default, è accessibile solo agli abbonati e Google prende circa il 40% dell’abbonamento da diversi anni)
  4. se pubblichiamo annunci pubblicitari (no, non lo facciamo ma è questo un motivo valido per cancellare un giornale?)
  5. se pubblichiamo contenuti non adatti ai minori (un giornale non è un porno, comunque nel dubbio autodichiariamo che siamo adatti a un pubblico dai 13 anni in su. Google ci risponde classificandoci subito come un prodotto “non adatto alla famiglia” senza ulteriori spiegazioni).

Ma non basta. Google ci chiede anche:

  1. un abbonamento omaggio per verificare effettivamente il contenuto delle nostre edizioni digitali con tanto di istruzioni di login (Google che chiede l’abbonamento omaggio al manifesto ci fa abbastanza ridere)
  2. ci spedisce a un ente di valutazione dei contenuti denominato IARC (mai sentito prima, almeno da noi)

Al termine della compilazione di questi assurdi questionari compaiono delle confortanti spunte verdi. Ma il problema rimane.

Google ci riscrive comunicando che saremo ancora al bando a causa di questa “Policy Issue”: “Apps without an IARC content rating are not permitted on Google Play”.

Finché lo IARC non trarrà le sue conclusioni siamo cancellati dallo Store. Risolviamo anche questa ma la app resta in revisione.

Non si sa cosa stia avvenendo. Eppure la app è pubblica da anni e i commenti degli utenti e degli abbonati sono sempre stati super-positivi (a proposito, non ve lo abbiamo mai detto: Grazie!)

Ci scusiamo con gli abbonati ma è veramente un problema indipendente dalle nostre volontà.

Vi terremo aggiornati.

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I Fiduciosi e i Diffidenti

Su Internazionale, mi segnalano un articolo, firmato Wu Ming 1, Come nasce una teoria del complotto e come affrontarla.

Racconta del mondo dei complottisti americani credenti di QAnon, e descrive, senza cadere in eccessi demonizzanti, le loro credenze: la fede in un misterioso Q che su Internet svelerebbe a puntate i complotti orditi da una setta satanista, e l’eroica lotta contro la setta, condotta dietro le quinte del più improbabile di tutti i supereroi dopo Superciuk, lo speculatore immobiliare Donald Trump.[1]

Poi Wu Ming 1 ci rivela che il grande Q potrebbe essere la reincarnazione troll di un personaggio inventato da quattro scrittori bolognesi di sinistra nel 1999 per dimostrare quanto sia facile far credere a complotti: troppo bello per essere vero, ma ci voglio credere. [2]

Sento però che in questo articolo manca però qualcosa di fondamentale, che dovrebbe essere alla base di ogni discorso sul “complottismo”. [3]

Tutti tendiamo a “dividere in due l’umanità”, e quando lo facciamo, cambia la prospettive: i mondi di chi divide le persone tra “credenti e atei”, tra “padroni e proletari”, tra “rom e gagè” o tra “consumatori compulsivi e risparmiatori” sono molto diversi.

Una distinzione che io utilizzo è tra Diffidenti e Fiduciosi.

Parto citando l’opinionista inglese Oliver Kamm, che dice che l’ipotesi del Grande Reset

per quelli che vedono chi decide le politiche mondiali [global policymakers] come essenzialmente malintenzionati e con secondi fini [malign and scheming] invece che fondamentalmente benintenzionati, è stato un segno che tutta l’esperienza del lockdown era stata progettata da lungo tempo”.

I primi, li possiamo chiamare appunto i Diffidenti, i secondi i Fiduciosi. Noi da che parte stiamo?

Ogni parola che usa Kamm è importante.

I policymaker sono tutti quelli che hanno il potere reale di decidere, che siano politici, imprenditori, figure mediatiche, tecnici al posto giusto.

Sono milioni di persone (ce ne sono anche in Oltrarno), ma ognuno ha un proprio posto nella gerarchia. In linea di massima, i politici sono i più visibili, ma i meno importanti, perché sono troppo esposti, hanno mandato breve, devono affidarsi ai tecnici e devono affidarsi in genere ai soldi degli altri.[4]

I policymaker competono tra di loro, ma da servo di scena votato al segreto, so che preferiscono di solito mettersi d’accordo dietro le quinte.

Chiamiamo tutti questi i Potenti, nel semplicemente senso di chi può.

I Potenti sono globali, in un mondo interconnesso nulla sfugge agli effetti delle loro decisioni; e siccome tutti cercano di appropriarsi di risorse sempre maggiori, l’effetto è anche ambientale.[5]

Sono malintenzionati?

Non lo so. Però, la lotta per il potere tende, con mille sfumature, a premiare chi colpisce per primo, chi mente meglio, chi seduce di più. E chi è disposto a correre rischi più grossi. Gengis Khan sarebbe un potente oggi, come ieri.

Ma ci saranno persone che pensano che la concorrenza selezioni invece non i migliori, ma i più buoni, per cui lasciamo perdere se sono buoni o cattivi.

I Potenti sono scheming?

“Scheming” è un aggettivo che indica insieme l’astuzia, la capacità di fare progetti a lungo termine, tenere d’occhio le opportunità, saper mentire o sviare il discorso quando conviene, insomma di avere un fine e cercare in tutti i modi di realizzarlo.

Immaginatevi una finanziaria che ti chiede di affidarle i tuoi risparmi. Ti dice,

“non possiamo rivelare dove li investiremo, perché se qualcun altro se ne accorge, ci fregherà sui tempi; ma sappi che nel nostro giro, abbiamo dei Potenti tali che il guadagno è sicuro, purché si mantenga il segreto”.

E tu, che non sei un complottista fessacchiotto, ma una persona furba, ci metti i soldi, perché sai che è vero.

Ecco, alla faccia di tutti gli anticomplottisti, finanziarie del genere esistono: si chiamano, in inglese, special purpose acquisition companies o SPAC, popolarmente blank check companies, “società di assegni in bianco”. [4]

Esempio, la Pine Island Acquisition Corp., costituita il 21 agosto scorso negli Stati Uniti, che si presenta così:

“Crediamo che con le nostre entrature [access], rete ed esperienza, siamo ben posizionati per sfruttare le attuali e future opportunità nelle industrie aerospaziale, della difesa e dei servizi governativi”.

Sei giorni dopo la prima quotazione in borsa della Pine Island, il futuro presidente Biden ha annunciato che due “consulenti” della Pine Island diventeranno rispettivamente Segretario di Stato (Antony Blinken) e Segretario alla Difesa (Lloyd Austin), mentre Avril Haines, impiegato di una ditta di Blinken legata anch’essa alla Pine Island, dirigerà i servizi segreti.

Allora, un Fiducioso immaginerà che questi signori rinunceranno a qualunque attività negli interessi dei propri investitori: insomma, come scrive Kamm, siano sostanzialmente benintenzionati.

Un Diffidente immaginerà che cercheranno di creare “nuovi pericoli” di ogni sorta, che richiederanno nuovi appalti e nuovi investimenti.

Allora, molto semplicemente…

Se tu credi che i Potenti siano fondalmente benintenzionati, dirai,

“il principale nemico contro cui dovrebbero vigilare polizia e servizi segreti del mondo è un tizio che si mette le corna di bisonte in testa e dice che nei sotterranei di una pizzeria di Washington, che non ha sotterranei, si fanno sacrifici umani; perché uno così mette a rischio il serio lavoro per il progresso dell’umanità di imprenditori, politici, opinionisti e tecnoscienziati.”

Se tu pensi che i Potenti siano un po’ malign e molto scheming, dirai invece che

“un’immensa rete tra interessi sta consumando la biosfera, a mano a mano che esaurisce nuove risorse ci porta verso un regime di controllo totale,la trasformazione degli esseri viventi, la macchinizzazione di ogni vivente; e tutto questo viene enormemente accelerato da uno stato di emergenza globale.” [6]

Il conflitto tra questi due approcci mi sembra quello fondamentale, il resto sono storie.

Ma, siccome la gente vive di storie, non mi sorprende che molti Fiduciosi rivivano lo sbarco in Normandia a ogni misura emergenziale nuova, ogni arresto di un estremista, ogni matto psichiatrizzato, ogni nuovo tecnogadget; e viceversa, che molti Diffidenti fantastichino di rettili sotto forma umana, sacrifici satanici e altre amenità.

Anche se i media esagerano la percentuale, confondendo deliberatamente ad esempio chi crede che il Covid venga “diffuso apposta dalle antenne 5G” con chi informa che esistono molti studi sulla pericolosità per la salute delle radiazioni non-ionizzanti. E quando ogni posizione critica viene messa nello stesso calderone, e quel calderone viene criminalizzato, è facile che ci si confonda.

Io confesso di essere tra i Diffidenti, e mi dispiace vedere, con tanti nemici veri a disposizione, come molti Diffidenti facciano la guerra ai mulini a vento.

Ma siccome io non sono un mulino a vento, i mulinofobi non sono per me il problema principale.

Note:

[1] Wu Ming nota una cosa importante, citando quanto scrive sul New York Times una certa Michelle Goldberg: QAnon ridurrebbe

“la dissonanza cognitiva causata dal divario fra Trump come lo immaginano i suoi fedeli seguaci e Trump com’è nella realtà (…). Non ti metti a fantasticare che il tuo leader sia un genio nascosto se non ti rendi conto che agli occhi di molti sembra tutt’altro. Non ti serve una storia esoterica su come segretamente la tua parte stia vincendo, se sta vincendo davvero”.

[2] Da Colombo e Vespucci, l’Italia fa la storia dell’America. Pensiamo anche a quel bellissimo complotto inafferrabile secondo cui sarebbe stato Matteo Renzi ad abbattere Trump.

[3] Wu Ming 1 tocca anche molti altri temi, tra cui un’indovinata divagazione sulla ricaduta italiana del tema del “complotto satanista”, che condivido in larga parte.

L’autore invece non coglie la differenza radicale tra complottismo americano, ennesima riproduzione di un immaginario biblico-apocalittico, e i vari complottismi storici europei. E non si rende conto che i neo-complottismi europei sono tutti nati come traduzioni su Internet di creazioni americane, e non hanno affatto la stessa incisività.

[4] Roberto Saviano, in Gomorra, sottolinea il ruolo cruciale dei ragionieri della Camorra, senza i quali l’istituzione non potrebbe esistere, e che durano molto più dei pittoreschi boss di turno.

[5] Attenzione, dico gli effetti. Anche quelli assolutamente non desiderati dai Potenti, non sono ovviamente infallibili.

[6] Wu Ming si pone, per dire, dalla parte delle forze dell’ordine, già dal titolo, “come nasce una teoria del complotto, e come affrontarla“. Ammette però che

“I complotti sono sempre esistiti, esistono ed esisteranno. Un complotto consiste semplicemente in più persone che si mettono d’accordo in segreto per agire contro qualcun altro. Nel codice penale esistono i reati associativi, che sono reati di complotto.

Di solito i veri complotti politici: a) hanno un fine preciso; b) coinvolgono un numero di attori limitato; c) sono messi in pratica in modo imperfetto, perché la realtà è imperfetta; d) finiscono una volta scoperti e denunciati, cosa che solitamente avviene dopo un periodo piuttosto breve, anche se gli effetti possono persistere a lungo; e) sono inseriti nel loro contesto storico e inseparabilmente legati a esso.”

Insomma, tipo, “secondo me, la Meloni sotto sotto sta lavorando con Berlusconi per far fuori Salvini”.

Wu Ming 1 evidentemente non vuole riconoscere l’esistenza di grandi reti, di interazioni di interessi e tecnologie, spesso alla luce del sole o comunque perfettamente legali, che sono molto più interessanti e preoccupanti. Ma non è compito per i tutori dell’ordine sbirciare nel palazzo che stanno difendendo.

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Un precedente che sigilla il nostro futuro

Ho scritto velocemente, e con le mie limitate competenze, segnalatemi per favore eventuali errori

Stanotte, a mezzanotte, cambia la storia.

Ieri, abbiamo parlato del modo di produzione informatico.

Cioè di come un pugno di aziende abbia spalancato un nuovo continente da saccheggiare: quello dei dati, dove la specie umana quasi intera lavora come manodopera gratuita, ventiquattro ore al giorno, sette giorni la settimana.

I neofeudatari hanno un’unica preoccupazione: la possibilità che possano insorgere concorrenti.

Non è facile, perché chi vuoi che possa consegnare più velocemente di Amazon? Chi vuoi che ti possa trovare più contatti di WhatsApp, di cui si parlava ieri?

Però non si sa mai…

In questi mesi, è nato Parler.

Non può concorrere con i Neofeudatari sul numero di foto di gattini o sulla qualità delle barzellette, però offre qualcosa che gli altri non hanno, e questa è la base di ogni normale concorrenza:

“Parler ritiene che le persone abbiano diritto alla sicurezza, alla privacy e alla libertà di espressione. Tutti i dati personali sono mantenuti riservati e mai venduti a terzi. Le nostre linee guida comunitarie si basano su un precedente legale equo e giusto, e sono applicate da una giuria comunitaria.”

Sono vietati solo contenuti illegali e l’istigazione alla violenza.

Se i Neofeudatari offrissero altrettanto, le loro miniere cesserebbero di funzionare.

Ora, sicurezza, privacy, libertà di espressione e non venire trasformati in merce e venduti sono cose che interessano solo a una nicchia dell’umanità.

Infatti, la maggior parte dei frequentatori di Parler sono americani, e molti di questi sono di varie sfumature di destra, e il social medium è finanziato da una miliardaria che non nasconde le sue simpatie per il Partito Repubblicano.

Però, è un precedente troppo rischioso da permettere.

Il Senato degli Stati Uniti è un luogo dove gli eletti avevano appena votato all’unamità il Consolidated Appropriations Act, 5,593 pagine che nessuno ha mai letto, con cui si riversa un fiume di 2300 miliardi di dollari su cose che vanno dalle Forze Spaziali al governo del Nepal, da un nuovo sottomarino a un regalo di 600 dollari una tantum agli americani poveri.

L’altro giorno, come sapete, un pittoresco gruppo di signori, guidati da un sedicente sciamano con le corna di bisonte, è entrato nel Luogo Sacro, e uno di loro si è anche fatto un selfie seduto sulla poltrona della presidente del Senato.

Questo evento ha dato l’occasione ai Neofeudatari di intervenire, rivelando tutto il loro potere, e il fatto che sanno collaborare alla perfezione al minimo rischio.

Amazon non è solo il fattorino sottopagato che porta i regali di Natale. E’ anche Amazon Web Services, che tra l’altro ospita il Cloud della marina militare americana. Amazon ha riciclato ben 25.000 militari americani come tecnici, che si fanno chiamare gli Amazon Warriors; e ha firmato un accordo con l’esercito inglese per fare altrettanto: il neofeudalismo implica infatti la fusione tra ciò che un tempo chiamavamo pubblico e privato.[1]

Parler è ospitato fisicamente su questi server.

Da mezzanotte, Amazon sospenderà fisicamente Parler, che deve trovarsi un server altrove.

Il generale inglese Sir Chris Deverell firma l’accordo con Gavin Jackson, UK Managing Director at AWS.

Un miliardo di persone usa gli iphone della Apple.

Apple ieri ha dato tempo a Parler fino a stasera a mezzanotte per introdurre regole ferree di censura, altrimenti Parler non sarà più accessibile sugli iphone della Apple.

Parler ha replicato, chiedendosi cosa dovrebbe succedere se la Apple fosse responsabile di ogni comunicazione illegale che dovesse avvenire su un telefono della Apple…

Terzo, interviene Google.

Che non è solo un motore di ricerca, è anche Google Apps Store, che fornisce le app per tre miliardi di dispositivi Android.

Da mezzanotte, il concorrente sparirà anche da lì.

Un precedente che sigilla il nostro futuro.

Nota:

L’integrazione di AWS con il dispositivo militare americano è un vanto per Amazon:

In un mondo in cui i dati vengono prodotti e gestiti a velocità e quantità senza precedenti, la necessità di metodi efficaci per memorizzare, analizzare e interpretare questi dati in modo sicuro è oggi più importante che mai. Poiché le agenzie del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti (DoD) e dell’Intelligence Community si rivolgono all’adozione del cloud, sono in grado di avvicinare le nuove capacità al vantaggio tattico e di accelerare la loro trasformazione digitale. Le agenzie possono efficacemente sfruttare queste nuove tecnologie come l’intelligenza artificiale (AI), l’apprendimento automatico (ML) e l’analisi dei dati per liberare tempo e risorse per i combattenti di guerra e gli analisti per concentrarsi sui compiti critici della missione.

In Amazon Web Service (AWS), abbiamo l’esperienza e l’impegno per far progredire il DoD e le missioni di sicurezza nazionale. Come azienda, abbiamo cercato e sviluppato tecnologie di trasformazione, come l’IA, il quantistico e l’apprendimento profondo. La nostra passione per l’invenzione non significa solo che perseguiamo incessantemente le innovazioni tecnologiche, ma che cerchiamo anche modi innovativi per applicare e rendere operative tali tecnologie nel mondo reale per i nostri clienti.

Il nostro obiettivo è di assicurarci che i nostri combattenti abbiano accesso alla piattaforma cloud più matura disponibile. E abbiamo mobilitato l’innovazione commerciale per soddisfare le esigenze della comunità di sicurezza nazionale al ritmo più veloce con requisiti integrati nella nostra infrastruttura per soddisfare le esigenze della missione unica della comunità. Indipendentemente dalla sfida, dal problema o dalla missione, iniziamo sempre prima con il cliente e lavoriamo a ritroso.

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Zuckerberg invita a passare a Telegram

Tempo fa abbiamo ripreso qui la tesi della sociologa Daniela Danna sul modo di produzione informatico.

Il capitalismo divora e distrugge le risorse, sempre più velocemente. Quindi deve trovarne sempre di nuove.

Oggi trova come nuova risorsa tutti i dati del mondo, di qualunque tipo; e trasforma l’intera specie umana in lavoratori che producono questi dati.

Alcuni anni fa, Brian Acton vendette Whatsapp a Facebook, con un contratto che blindava l’applicazione: end-to-end encryption e niente pubblicità.

Facebook ha lasciato crescere questa apparentemente inutile appendice, finché non è diventata il mezzo fondamentale di comunicazione dell’intera specie umana.

A quel punto…

La storia non mi riguarda, visto che non ho né Facebook né Whatsapp, se volete mi potete trovare sul mio Nokia senza geolocalizzazione, con un sms o una chiamata; o sul computer fisso con una mail o con Telegram. Ah, e mi trovate in piazza quando volete, anche se piove.

So che il modo migliore per smettere di fumare è non aver mai cominciato, comunque se siete già lavoratori non retribuiti della miniera dei dati, potete approfittare di questa novità per applicare le raccomandazioni del sito Delete Facebook.

L’articolo che segue è tratto dal sito tuttoandroid.net.

WhatsApp al bivio: condividete i dati con Facebook o cancellate l’account [Aggiornata]

Era il 2014 quando Facebook investì 19 miliardi di dollari per acquisire WhatsApp, già all’epoca la principale applicazione di messaggistica istantanea presente sul mercato. Gli utenti in quel momento erano circa 500 milioni e in quasi sette anni sono quadruplicati, arrivando all’impressionante cifra di due miliardi.

Le origini

All’epoca dell’acquisizione i due fondatori, Jan Koum e Brian Acton, avevano rassicurato gli utenti, affermando che la privacy era scritta nel DNA dell’applicazione e che nessun dato, oltre al numero di telefono, sarebbe stato chiesto agli utenti, né tantomeno archiviato sui server dell’applicazione.

Facebook però ha cercato nel tempo vari modi per riuscire a monetizzare dall’applicazione, sfruttare le centinaia di milioni di utenti, a partire dal 2016 quando è iniziata la condivisione dei dati di WhatsApp con il colosso dei social network. All’epoca agli utenti era concessa la possibilità di disabilitare la connessione tramite una semplice impostazione guidata, ma le cose sono radicalmente cambiate.

Un paio di anni fa uno dei fondatori aveva ricordato che le cose non erano andate esattamente secondo quanto preventivato, ammettendo di aver venduto la privacy dei propri utenti per denaro, sostenendo di dover convivere con la cosa ogni giorno della sua vita.

Cosa cambia

Come vi abbiamo riportato solo qualche giorno fa, WhatsApp ha cambiato le policy legate alla privacy. I nuovi termini costringono l’utente a condividere i propri dati non solo con Facebook ma anche con produttori associati di terze parti, come Onavo o CrowdTangle, compagnie dedita all’analisi dei dati, oltre che con Facebook Payments.

In particolare verranno condivisi il nome del profilo e la relativa immagine, l’indirizzo IP utilizzato per la connessione, il numero di telefono e la lista di contatti, i log dell’applicazione e i messaggi di stato.

Il tutto è chiaramente specificato nei nuovi termini di utilizzo e nell’informativa sulla privacy che possono essere consultate direttamente all’interno dell’applicazione. Come recitano le nuove condizioni, che entreranno in vigore a partire dal prossimo 8 febbraio, le informazioni condivise saranno utilizzate per migliorare l’offerta dei servizi di Facebook e dei propri partner.

Perché WhatsApp cambia?

Dopo sette anni Facebook ritiene che sia giunto il momento di monetizzare con WhatsApp, grazie a una immensa base utenti che difficilmente abbandoneranno l’app anche se le cose dovessero cambiare. Facebook vuole trasformare WhatsApp in un servizio di e-commerce, come testimoniano i primi testi che sono in corso in India.

Grazie ai dati raccolti Facebook, e i suoi partner commerciali, potranno offrirvi annunci pubblicitari mirati, e questa volta non sarà possibile rifiutare lo scambio. O accettate di condividere i vostri dati, ricevendo in cambio dei suggerimenti che potrebbero essere di vostro gradimento, o vi cercate una alternativa.

La scelta, che potrebbe sembrare pericolosa, arriva nel momento migliore, con WhatsApp che è troppo radicata nella nostra cultura perché sia possibile pensare di abbandonarla. Quante volte avete pensato di passare alla concorrenza (Telegram o Signal, giusto per citare i competitor più famosi) ma avete abbandonato l’idea perché tutti i vostri contatti hanno continuato a utilizzare WhatsApp?

Se però tenete davvero alla vostra privacy e potete permettervi di abbandonare WhatsApp, questo è il momento per farlo? In questi giorni infatti visualizzerete la schermata visibile a inizio paragrafo, che per il momento può essere nascosta, ma che entro l’8 febbraio dovrà essere presa in considerazione: accettate le nuove politiche di gestione della privacy di Facebook o cancellate l’account. Non ci sono vie di mezzo.

[Aggiornamento]

Con una nota diffusa da un portavoce di WhatsApp, la compagnia spiega che le modifiche ai termini di servizio non riguarderanno gli utenti europei, protetti dal GDPR, il regolamento europeo sulla protezione dei dati personali.

La conferma arriva anche da Niamh Sweeny, Director of Policy for WhatsApp EMEA, in un tweet:

Oggi, Facebook non usa le informazioni del tuo account WhatsApp per migliorare le tue esperienze con i prodotti Facebook. Qualora in futuro decidessimo di condividere tali dati con le aziende di Facebook per questo scopo, lo faremo solo dopo aver raggiunto un accordo con la commissione per la protezione dei dati irlandese.

Per il momento dunque è scongiurato il pericolo di vedere i propri dati personali condivisi con Facebook, ma non è escluso che la società stia già lavorando per trovare un accordo che le permetta di farlo in un prossimo futuro.(+)

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Showman, Shaman, Yeoman

Tutto il mondo ormai conosce Jake Angeli, lo spettacolare showman, il Matto del Senato, detto in Italia “il vichingo” (in realtà, è vestito da sciamano nativo americano e su questo torneremo).

Il commentatore Moi ci segnala una video-intervista con questo signore, che risale a qualche mese fa, e che fa riflettere (si trova in fondo a questo post).

Angeli parla in un inglese corretto e chiaro (con tanto di congiuntivo nella frase whether it be), ma credo che le sue affermazioni risulterebbero semplicemente incomprensibili a un europeo: i più spocchiosi tra gli europei amano brandire la parola delirante in questi casi.

Ora, io ho una doppia fortuna: quella di essere in parte americano, e soprattutto di essere stato un discepolo di Roberto Giammanco.

Giammanco a sua volta fu discepolo diretto, a Francoforte, di Theodor Adorno, che aveva rotto con le rigide certezze dei marxisti e degli stalinisti. Venuto con una borsa Fullbright negli Stati Uniti, Roberto aveva subito ricevuto istruzioni gentili ma ferme di stare lontano dai neri; uno dei motivi per cui divenne amico di Malcolm X, la cui opera e personalità fece conoscere per primo in Italia.

Giammanco aveva la rarissima dote di cercare di ascoltare e capire, che è cosa ovviamente diversissima da condividere.

Angeli è molto matto, ma non è per nulla scemo. Però per capirlo, ci vogliono chiavi che in Italia non esistono.

L’Italia è un paese storico; gli USA un paese religioso. Una religiosità che si esprime in mille modi, anche attraverso l’ateismo dichiarato o l’Islam nero.

La Religione Americana ha due varianti, tecnicamente chiamate postmillennarismo e premillennarismo. Che si riferiscono al Regno Millennario di Gesù in Terra, non al lontano Paradiso.

Le due varianti non sono due religioni: sono la stessa, ma vista da due lati opposti.

Per i Post, l’America è l’inizio del Regno, costruire l’America permette di redimere il mondo.

E’ l’America futurista che apre i porti giapponesi a cannonate, democratizza gli iracheni con le caramelle e le bombe, impone i suoi supermercati e prodotti al pianeta intero che poi sorveglia dall’alto con satelliti e droni, scopre inventa soldati bionici, inventa nuovi pronomi e nuovi gender, auto senza pilota e robot immortali.

Come dice l’inno dell’aeronautica militare americana:

“Minds of men fashioned a crate of thunder,
Sent it high into the blue;
Hands of men blasted the world asunder”

“Menti umane forgiarono una cassa di tuono,
la inviarono in alto in cielo;
mani d’uomo fecero esplodere il mondo, spaccandolo in due”

Insomma, l’America che gli europei amano o odiano, ma capiscono.

Là dove i Post vedono l’uomo che realizza l’opera divina, i Pre vedono un’opera satanica.

Non a caso, Angeli inizia il proprio discorso attacando le Banche Centrali, e qui c’è una lunga storia.

Nel 1913, fu infatti istituita la Federal Reserve, che fu vista come il punto di rottura con l’America mitica degli yeomen: gli artigiani e contadini, uomini liberi padroni del proprio tempo, del proprio lavoro e della propria terra.

In quegli anni, erano cresciuti, il Federal Government, che si era subito lanciato nella guerra di Cuba e delle Filippine, e gli immensi monopoli privati, con l’organizzazione dittatoriale e scientifica del lavoro, il reclutamento di milioni di anonimi lavoratori stranieri, l’agricoltura industriale; e questo apparato tecnocratico e inumano aveva bisogno di una superbanca.

Simbolicamente, alla testa di questa guerra ai contadini e agli artigiani, si ponevano i Rockefeller, che finanziavano con fondi inesauribili le chiese “ottimiste” e le missioni estere, portando alla rivolta dei cosiddetti fundamentalists, che fisseranno nel mito il ruolo malefico della famiglia dei petrolieri, della Banca Centrale e del Federal Government.

Come nella Bibbia, il Male si presenta dentro un racconto, una storia.

E sempre come nella Bibbia, si tratta di storie che esistono così, senza praticamente bisogno di prova: ecco che Angeli ci propina il fantastico mito di QANON, dove c’è tutto – la Banca Centrale, il controllo statale/privante, che però si fonde con il culto pedofilo, perché la Bibbia ci insegna che l’adorazione dei falsi dèi richiede sempre sacrifici.

E sullo sfondo, c’è sempre una guerra, che è quasi perduta, ma in cui trionferà alla fine il più improbabile dei supererori, l’archetipico hustler, Donald Trump: Angeli ci spiega che Trump è il prescelto, proprio perché conosce intimamente il mondo del male, ma si è rifiutato di farsi cooptare.

Eppure, questo racconto parabiblico non lo fa un cristiano; lo fa un eco-sciamano nativo americano. E a questo punto spero che anche il più ottuso dei lettori europei si ponga qualche domanda: ma questi non erano appassionati di fracking e nemici di Greta?

Il Trump vero ha sicuramente messo l’autosufficienza energetica statunitense al primo posto, nella sua visione di una rinascita di un’industria nazionale, e bisogna essere (appunto) matti per ignorarlo.

Ma nelle teste degli yeomen, la natura occupa uno spazio immaginario enorme, e non da adesso – accanto a tutti i boscaioli indifferenti che abbattevano gli alberi per farne le balloon frame homes che in pochi anni avrebbero occupato il paese, c’è sempre stato un boscaiolo poeta, un naturalista, un Thoreau o un Kaczynski o una Rachel Carson: una sensibilità che esiste almeno dal 1705, quando  Robert Beverley pubblico History and Present State of Virginia, dove contrastò la vita degli Indiani d’America alla “società libertina, corrotta e vana” che aveva reso “depravata e schiava la restante parte dell’umanità.”

Infatti, per costoro, i nativi americani sono i custodi della natura e dei valori: non a caso famiglie che un secolo fa si sarebbero seppellite dalla vergogna al sospetto di avere one drop di sangue nero, raccontavano di avere antenati Cherokee (anche la mia, poi ho scoperto che era normale…), o addirittura di essere stati iniziati in qualche tribù indiana; e oltre cento anni fa, il presidente degli Stati Uniti volle la famosa moneta da dieci dollari:

Angeli probabilmente è semplicemente uno dei tanti bianchi che si appropriano di simboli e rituali dei nativi americani, ma se lo fa, un motivo ci deve essere. E il suo immaginario, sotto quest’aspetto, è praticamente identico a quello delle sorelle di Appalachia Rising, che in Italia verrebbero considerate “di Sinistra”.[1]

In questo caos immaginale, resto colpito leggendo gli intensi post su Twitter di Ashli Babbit, la giovane militare morta nel Senato. E’ pienamente dentro la stessa narrazione di Angeli; e riprende spesso, con approvazione, post di Mike Pompeo.

Ora Mike Pompeo a modo suo è uno dei più chiari rappesentanti dell’altro filone della religione americana, come abbiamo avuto modo di notare qui.

Si può morire, in perfetta innocenza, per un falso dio.

Nota:

Tra i commenti al video di Angeli, leggo:

STATEMENT FROM THE NATIVE AMERICAN ASSOCIATION OF SHAMANS: “This person does not represent or is associated with any indigenous tribes in the lower 48 states of America. Except maybe Cherokees. He may be one of their band. We do not endorse or recognize this individual, his views, his beliefs, his conspiracy theories, or antlers. Any association with individuals like these from any enrolled tribal member will result in the immediate surrender of blood quantum, powwow passes, fry bread privileges, or snagging rights. Thank you and may Creator bless you in your colonization.”

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Il matto, la risata, l’Impero

Stavo leggendo qualche dato sparso, tipo,

nel 2020, 368 omicidi in tutta Italia, 769 – oltre il doppio – nella sola città di Chicago; oppure

81,000 morti accertati per overdose in tutti gli USA nello stesso periodo (all’incirca, la popolazione di Varese).

Guardo le immagini che vengono dal Senato degli Stati Uniti, e mi viene subito in mente il racconto autobiografico dello studente americano, Charles Godfrey Leland, a Parigi nel 1848, che raccontava di come si trovava sulle barricate a baciare una ragazza, e momenti dopo, negli uffici saccheggiati di un ministro francese, a brindare. I giovani americani sono incontestabilmente esuberanti.

In quel momento ho letto questo saggio di Rhyd Wildermuth.

Wildermuth, che abbiamo già presentato qui, è un americano piuttosto originale, che abita attualmente in Bretagna, e – a differenza degli italiani che ne chiacchierano – sa cos’è l’America.

Traduco fool con “matto”, ma ha un campo semantico ricco, che va da “cretino” a “giullare”.

L’Impero e il Matto

scritto il 7 gennaio 2021 da Rhyd Wildermuth

“Oh cazzo,” mi ha scritto mia sorella ieri sera.

“Cosa c’è che non va?” Ho risposto al messaggio. È stata in visita in America con la sua famiglia, ha fatto ritardare il suo volo di ritorno in Lussemburgo a causa dei test COVID-19 ora richiesti per entrare in Olanda dagli Stati Uniti, dove il suo volo di ritorno è diretto. Temevo che fosse stata positiva.

“I sostenitori di Trump a Washington”, ha risposto con un messaggio.

Così ho fatto una ricerca attraverso le mie solite fonti di notizie, tutte europee, nessuna delle quali aveva informazioni al riguardo. È una cosa che si impara abbastanza in fretta vivendo in Europa dopo essere vissuto negli Stati Uniti: i servizi giornalistici qui non hanno la stessa urgenza di sapere tutto sull’America che gli americani pensano di avere.

Non ho trovato nulla, poi ho tirato fuori a malincuore i siti americani e mi sono messo a ridere. E proprio allora il mio migliore amico, che è un responsabile dei servizi di emergenza a Washington, mi ha mandato un messaggio. Il suo testo sembrava serio, ma potevo anche sentire il suo divertimento dietro le parole.

L’evento è ormai abbastanza noto: diverse migliaia di persone hanno protestato e preso d’assalto il Campidoglio mentre era in sessione. Secondo le notizie che ho letto, quattro persone sono state uccise dalla polizia, anche se molti altri hanno sottolineato che le proteste precedenti di BLM e di altri sono state accolte con molta più presenza delle forze d’ordine.

Ci sono molte cose che si possono dire su questo evento, ma voglio parlare soprattutto del motivo per cui stavo ridendo. Quella risata non era a sostegno dell’insurrezione fallita, né per deridere il loro tentativo, ma piuttosto per la pura e primordiale assurdità della situazione.

Il Campidoglio di Washington D.C. è letteralmente il cuore dell’Impero. Al suo interno, centinaia di persone si incontrano e prendono decisioni che segnano il destino di gran parte del resto del mondo, non solo dei circa 300 milioni di americani direttamente interessati dalle loro leggi. Per qualsiasi americano, a prescindere dalla sua inclinazione politica, il Campidoglio è un edificio impenetrabile, che possiede un potere quasi mistico, divino, di essere assolutamente inviolabile.

Infatti, fino a ieri, l’edificio del Campidoglio non è stato violato, almeno sin dal terzo anno della guerra del 1812, quando l’esercito britannico lo incendiò. Nessun altro grande Stato nazionale può dire una cosa del genere, il che naturalmente non fa altro che aggiungere al peculiare eccezionalismo che abita la percezione di ogni americano.

Ma ieri è successo, ed è soprattutto per questo che ho riso. Ieri, l’illusione dell’impenetrabilità, la mentalità del “non può accadere qui” e la falsa convinzione che il governo degli Stati Uniti sia in qualche modo onnipotente, a differenza di ogni altro stato nazionale del mondo, sono state tutte infrante da un gruppo di persone che potrebbero essere meglio descritte come Matti.

Qui intendo Matto in senso archetipico, la figura che svela le illusioni del potere, il bambino che indica l’imperatore è nudo.

Anche la figura che marcia coraggiosamente e ciecamente in una crociata impossibile, perché ovviamente non è stato un colpo di stato ma un carnevale. Gente vestita con abiti ridicoli che indossano bandiere americane come pittura di guerra sulla pelle è riuscita nella sua rabbia caotica, nelle sue ridicole pretese, e quasi ctonica ergriffenheit a interrompere la più “sacra” camera del potere del mondo, profanandone la sacralità come un dono per il resto di noi.

Sia chiaro: la “sinistra” non è mai riuscita a smascherare il potere come questi Matti hanno appena fatto. Lo dico come qualcuno che si è recato a Washington per protestare contro l’inaugurazione di Trump quattro anni fa. Non siamo arrivati da nessuna parte vicino al Campidoglio, né ci eravamo mai sognati di farlo, e mentre incolpiamo la massiccia presenza della polizia per un tale fallimento, questo non ha senso. Non credo che l’abbiamo mai voluto veramente, perché cosa avremmo fatto dopo?

Ecco perché solo i matti possono davvero smascherare il potere. Non pensano al futuro, e quindi non temono il loro inevitabile fallimento. Inoltre, a differenza della “sinistra” o di Black Lives Matter o di qualsiasi altra protesta che consideriamo legittima, non hanno implorato di essere ascoltati o supplicato di essere riconosciuti.

La risposta della polizia alla folla iniziale è stata fiacca, sì, ma questo ha meno a che fare con teorie complottistiche sulla complicità tra lo Stato e i movimenti di destra, e più con il semplice fatto che la folla è arrivata sventolando i simboli stessi dell’Impero.

Nel 2017 anarchici e femministe sono venuti vestiti di nero e “cappelli da figa”, a giugno i manifestanti di Black Lives Matter sono venuti di nuovo vestiti di nero con i pugni alzati. Questafolla è praticamente entrando ballando il valzer perché si abbinava all’arredamento.

La maggior parte lo ha fatto, comunque. Molto è stato detto anche di una figura in particolare, lo sciamano autodefinito Jake Angeli, che sfilava in giro con corna, pelliccia e tatuaggi celtici e pagani sul petto muscoloso e senza camicia.

Tutti i resoconti sull’uomo suggeriscono che sia un po’ fuori di testa (è un sostenitore di QAnon, ma è stato presente anche a sostegno di eventi anti-cambiamento climatico), ma questo lo indica ancora di più come il Matto che recita un ruolo in qualcosa di molto più grande di lui.

Qui non possiamo fare a meno di notare che assaltare il Campidoglio dell’Impero vestito da barbari ricorda un certo altro Impero preso d’assalto dai barbari.

Roma, quell’altro impenetrabile centro di potere, cadde prima dall’interno e poi finalmente dall’esterno. Gli invasori germanici, in gran parte essi stessi ufficialmente parte dell’Impero, a cui era stata data la cittadinanza per mantenerli civili, alla fine rovesciarono Roma una volta che un numero sufficiente delle sue istituzioni era marcito dall’interno.

Anche l’America è in putrefazione, sta crollando su se stessa per decenni, mentre i suoi cittadini chiedono a gran voce più pane e giochi da circo. I cancelli ora si sono indeboliti, qui si erge ora un Divino Matto, che tiene in mano la bandiera dell’Impero ma si veste come la fine dell’Impero.

Come possiamo tutti noi non ridere di un momento simile?

Qualcosa di molto più grande di tutti i nostri sogni politici ha agito e si è manifestato, un momento baccanico o dionisiaco, assurdo e rozzo e sboccato come il migliore dei Matti per ricordarci nulla – nemmeno l’Impero – dura per sempre.

E anche se in realtà nulla è cambiato e la folla si è limitata a vagare per i corridoi scattando selfie e sedendosi su sedie di gente potente, il resto di noi ha visto cadere il velo, la mistica dell’invulnerabilità che si dissipa attraverso i venti strani che seguono i matti, ed è finalmente impossibile ignorare che l’America è sempre stata la barzelletta più ridicola di tutte.

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