La Sistemica Civilizzazione della Piana di Firenze e del Congo (2)

Parlavamo del Parco della Piana e del Congo… Lo spunto ci era venuto da questo articolo, che presentiamo tradotto dal sito Resilience, e che aggiunge un tocco importante.

Ricordiamo che la Città usa energia per prendere vita, trasformarla in merce morta e ributtarla fuori sotto forma di rifiuti. E il Congo è veramente il “fuori” dell’intera civiltà moderna, finché ne resterà qualcosa.

Ma ecco una cosa per nulla intuitiva: ai nostri rifiuti, si aggiunge oggi la compensazione dei rifiuti.

Sapete che la questione ambientale è stata ridotta ormai esclusivamente a una delle inevitabili conseguenze del ciclo, che è l’aumento delle emissioni di CO2.

Qualcuno ha stimato (non so con quanta attendibilità) che per compensare il CO2 rilasciato dai consumi di una famiglia media italiana (a vita, credo), bisognerebbe piantare 160 alberi.

Quindi, per mantenere gli stessi livelli di consumo, il sistema finanziario-statale del mondo ricco intende piantare tanti alberi da qualche parte, che a questo punto, a pensarci, diventano parte del sistema globale dei rifiuti.

Ecco che nasce il trucco della REDD+ (Reduction of Emissions from Deforestation & Forest Degradation), un progetto implementato dalla WWF e finanziato dalla Banca Mondiale e dai principali stati industrializzati.

E che prevede anche la creazione di riserve naturali senza presenza umana.

Gli esiti del nostro ecologismo li spiega bene questo articolo di Resilience (traduzione DeepL).


Il popolo della foresta: Vita e morte sotto la rivoluzione verde

da Resilience.org

Uno dei miti più antichi impressi nella mente delle persone moderne è l’immagine della foresta selvaggia e vergine. Gli alberi contorti, nodosi e densi, completi di felci antiche, cervi silenziosi e macchie di luce solare attraverso le fessure nel baldacchino.

In questa visione non ci sono persone, e questa è una caratteristica sorprendente di ciò che intendiamo per ‘wilderness’.

Abbiamo deciso che gli esseri umani non sono più una parte naturale del mondo selvaggio. Sfortunatamente, queste idee hanno conseguenze nel mondo reale per quelle persone rimaste che chiamano le foreste pluviali e i boschi le loro case.

Circa 1.000 culture indigene e tribali vivono nelle foreste di tutto il mondo, una popolazione vicina ai 50 milioni di persone, compresi i Desana della Colombia, i Kuku-Yalanji dell’Australia e i Pigmei dell’Africa centrale e del Congo. Questa è una storia su quei popoli delle foreste congolesi, su come il loro unico modo di vivere è minacciato proprio dalle persone che dovrebbero difenderli e su come le foreste pluviali in realtà prosperano quando gli esseri umani si adattano a un diverso modo di vivere.

La Repubblica Democratica del Congo deve essere tra le più grandi tragedie della modernità. Quasi nessuno sa che la “Grande Guerra Africana”, combattuta tra il 1998 e il 2003, ha visto 5,4 milioni di morti e altri 2 milioni di sfollati.

Pochi riescono a cogliere la sconcertante complessità dei gruppi armati, delle relazioni etniche e politiche tra il Congo e il Rwanda o la pura e semplice portata del conflitto, che al suo apice ha visto morire 1000 civili ogni giorno. Eppure questo è anche un paese di una bellezza sbalorditiva, un santuario dei più grandi livelli di diversità delle specie in Africa. È la patria del gorilla di montagna, del bonobo, del rinoceronte bianco, dell’elefante di foresta e dell’okapi. Circa il 60% del paese è ricoperto di foreste, molte delle quali sono minacciate dal disboscamento e dall’espansione dell’agricoltura di sussistenza.

I pigmei congolesi vivono qui fin dalla media età della pietra, eredi di un modo di vivere vecchio di oltre 100.000 anni. Una nota sui nomi – il termine pigmeo è considerato da alcuni offensivo e i diversi popoli raggruppati sotto questo titolo preferiscono chiamarsi con le loro identità etniche. Questi includono gli Aka, i Baka, i Twa e i Mbuti. I pigmei congolesi sono raggruppati sotto il Mbuti – gli Asua, gli Efe e i Sua. In generale, tutti questi si riferiscono ai foraggieri dell’Africa centrale che hanno ereditato adattamenti fisici alla vita nella foresta pluviale, compresa l’altezza ridotta e la statura.

I Mbuti sono cacciatori, trapper e foraggieri, usano reti e archi per guidare e catturare gli animali della foresta. Raccolgono centinaia di tipi di piante, cortecce, frutti e radici e sono particolarmente ossessionati dall’arrampicarsi sugli alberi per trovare il miele selvatico, senza badare alle punture delle api.

Per molti versi la loro è un’idilliaca immagine antidiluviana di spensierati cacciatori-raccoglitori, che spendono solo l’energia necessaria per trovare cibo e costruire rifugi, preferendo passare la vita a ballare, ridere e perfezionare la loro antica tradizione musicale polifonica. Naturalmente, questa è una visione edenica e la realtà delle loro vite è molto più complessa e molto più tragica, ma vale la pena sottolineare il ruolo ambientale chiave che svolgono come amministratori e abitanti delle foreste. I Mbuti sono stati nelle foreste congolesi per decine di millenni, vivendo entro la capacità di carico della terra e sviluppando sofisticati sistemi di conoscenza ecologica, basati sulla loro intima familiarità con i ritmi e i cambiamenti della fauna e delle piante.

Nonostante altri gruppi di cacciatori-raccoglitori si facciano strada attraverso grandi mandrie di megafauna, i Mbuti possono vivere accanto a elefanti, rinoceronti e okapi senza distruggerne il numero.

Nonostante questo, i Mbuti e altri popoli pigmei sono stati attaccati e sfrattati dalle loro foreste per decenni. Negli anni ’80, il governo del Congo ha venduto enormi aree della foresta di Kahuzi Biega a compagnie minerarie e di disboscamento, allontanando con la forza il popolo Batwa e facendolo sprofondare nella povertà. Ancora oggi, molti dei loro discendenti vivono in baracche sul ciglio della strada, e a loro viene rifiutata l’assistenza dello Stato, l’assistenza sanitaria e persino il diritto al lavoro. Molti sono fuggiti di nuovo nelle foreste.

Accanto alle compagnie minerarie e di disboscamento, gli enti di beneficenza per la conservazione hanno preso di mira le popolazioni Baka per lo sfratto. In particolare il World Wildlife Fund (WWF) ha fatto pressione per convertire il Messok Dja, un’area particolarmente biodiversa di foresta pluviale nella Repubblica del Congo, in un parco nazionale, privo di presenza umana. Questo atto aggressivo di disboscamento è radicato nell’idea che un’area “selvaggia” non dovrebbe contenere alcuna persona, rendendo così gli abitanti originali delle foreste come intrusi, invasori e profanatori della “Natura”. L’associazione Survival – un’organizzazione dedicata ai diritti degli indigeni e delle tribù – ha condotto una campagna affinché il WWF fermi le sue attività. In particolare Survival ha documentato con successo numerosi abusi commessi dai ranger del parco, le cui attività sono finanziate dal WWF e da altri:

"nonostante il fatto che Messok Dja non sia ancora ufficialmente un parco nazionale, i ranger hanno seminato il terrore tra i Baka della regione. I ranger hanno rubato i beni dei Baka, bruciato i loro accampamenti e i loro vestiti e li hanno anche colpiti e torturati. Se i Baka vengono trovati a cacciare piccoli animali per nutrire le loro famiglie, vengono arrestati e picchiati".

Al di fuori della foresta, i Baka e altri popoli pigmei affrontano una diffusa ostilità e discriminazione da parte della maggioranza della popolazione Bantu. Molti sono ridotti in schiavitù, a volte per generazioni, e sono visti come animali domestici o della foresta. La situazione non è migliore nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), dove gli interminabili cicli di violenza hanno visto gli abusi più scioccanti contro le popolazioni Mbuti. Anche nelle zone più pacifiche, i ranger del parco molestano e maltrattano regolarmente i cacciatori e gli abitanti dei villaggi Mbuti, tagliando illegalmente gli alberi per il carbone o sparando agli animali per la carne. In alcuni luoghi il popolo Batwa ha formato delle milizie, spesso armate con poco più di asce e frecce, per difendersi dalle incursioni degli schiavi del vicino popolo Luba.

Gli eventi peggiori per il popolo Mbuti negli ultimi anni sono iniziati durante il genocidio ruandese, dove i paramilitari Hutu Interahamwe hanno ucciso oltre 10.000 Pigmei e ne hanno cacciati altri 10.000 dal paese, molti dei quali sono fuggiti nelle foreste della RDC. Più tardi, tra il 2002 e il 2003, una campagna sistematica di sterminio fu condotta contro i Bambuti della provincia del Nord Kivu della RDC. Il Movimento per la Liberazione del Congo ha intrapreso una missione, soprannominata Effacer le tableau – ‘pulire la lavagna’, che li ha visti uccidere oltre 60.000 Pigmei. In parte questo è stato motivato dalla convinzione che i Bambuti sono subumani, la cui carne possiede poteri magici per curare l’AIDS e altre malattie. Molte delle vittime furono anche uccise, scambiate e mangiate come carne di animali selvatici. Il cannibalismo contro i popoli pigmei è stato riportato durante le guerre civili congolesi, con quasi tutte le parti coinvolte nell’atto.

Non sorprende che sotto queste pressioni, i Mbuti e altri gruppi siano stati sfollati, disgregati e dispersi in tutta l’Africa centrale. In parte questa è sempre stata l’intenzione di queste campagne, perché la regione del Congo non è una zona isolata del mondo moderno, ma una parte integrante dell’economia materiale della modernità avanzata. In particolare l’Africa centrale è stata maledetta con un’abbondanza di metalli e minerali preziosi e importanti, tra cui: stagno, rame, oro, tantalio, diamanti, litio e, soprattutto, oltre il 70% del cobalto del mondo. La spinta intensiva per i veicoli elettrici (EV) da parte dell’UE e degli Stati Uniti ha visto i prezzi dei componenti delle batterie salire alle stelle. Il cobalto in particolare ha raggiunto i 100.000 dollari per tonnellata nel 2018. Anche il tantalio è molto apprezzato, in quanto elemento cruciale per quasi tutta l’elettronica avanzata e si trova in un minerale naturale chiamato coltan. Il coltan è diventato sinonimo di schiavitù, lavoro minorile, condizioni minerarie pericolose e violenza. Quasi tutti gli attori degli infiniti conflitti nella RDC sono stati coinvolti nell’estrazione illegale e nel contrabbando di coltan sul mercato mondiale, compreso l’esercito ruandese, che ha creato una società di comodo per lavorare il minerale ottenuto oltre il confine. I minatori, lontani dalle fonti di cibo, si rivolgono al bushmeat, specialmente ai grandi primati come i gorilla. Si stima che 3-5 milioni di tonnellate di bushmeat siano raccolte ogni anno nella RDC, sottolineando il ruolo centrale che il consumo elettronico moderno ha sugli ecosistemi più fragili. In questo mix tossico di violenti signori della guerra, estrazione di minerali, disboscamento, caccia al bushmeat e genoicidi, il popolo Mbuti ha lottato per mantenere il suo stile di vita. Le loro donne e i loro bambini finiscono a pestare i pezzi di minerale, respirando le polveri di metallo, finiscono come prostitute e schiavi, sopravvivendo ai margini di una società già disperata.

Nella mitologia Mbuti, il loro pantheon di divinità si intreccia direttamente con la vita della foresta pluviale. Il dio Tore è il Maestro degli animali e li fornisce al popolo. Si nasconde negli arcobaleni o nelle tempeste e a volte appare come un leopardo ai giovani che si sottopongono a riti di iniziazione nel profondo degli alberi. Il dio della caccia è Khonvoum, che brandisce un arco fatto di due serpenti e assicura il sorgere del sole ogni mattina. Altri animali appaiono come messaggeri, come il camaleonte o il nano che si traveste da rettile. Queste sono le credenze culturali di un popolo che è diventato umano nella foresta pluviale, adattato fino all’osso ai suoi tempi e alle sue stagioni. Fanno parte dell’ecosistema, tanto quanto il gorilla o il maiale della foresta. I loro tabù riconoscono il male di cacciare nelle zone di nascita di un animale, o l’importanza di non mettere mai trappole vicino all’acqua dolce. Infrangerli si traduce in un ostracismo metafisico conosciuto come ‘muzombo’, una sorta di morte spirituale e talvolta accompagnato dall’esilio fisico dal villaggio. Per quanto la loro voce abbia contato qualcosa sotto il diluvio di orrore che la modernità ha scatenato su di loro, vogliono essere lasciati in pace, cacciare e pescare nelle loro foreste, vivere vicino ai loro antenati e crescere i loro figli in pace e sicurezza. L’espansione del “New Deal verde” e l’aumento delle tecnologie industriali “rinnovabili” possono essere la campana a morto per questo popolo arcaico e pacifico. Non fraintendete, queste iniziative verdi – veicoli elettrici, turbine eoliche, batterie solari – stanno attivamente distruggendo le ultime roccaforti di biodiversità rimaste sul pianeta. I progetti futuri sulla RDC includono vaste dighe idroelettriche e agricoltura intensiva, spogliando gli ultimi rifugi del mondo. Ora, più che mai, i Mbuti e gli altri popoli pigmei hanno bisogno della nostra solidarietà, un atto che può essere semplice come non comprare il prossimo iPhone.

Teaser photo credit: I Bayaka nella riserva Dzanga Sangha Ndoki. Di JMGRACIA100 – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=52373514

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La Sistemica Civilizzazione della Piana di Firenze e del Congo (1)

Il colonialismo è una cosa molto semplice, la cui essenza viene mistificata dai narcisismi postmoderni sul white privilege.

Come ho già avuto occasione di raccontare, qualche anno fa passammo una notte nel Parco della Piana di Firenze, e lì davanti alla tenda, guardando le stelle, ho capito qualcosa che finora avevo solo letto confusamente sui libri.

Il Parco della Piana sono i due puntini verde acceso su questa mappa – il rosso è il cementificato, il resto sono campi agricoli, lotti industriali, ville private e simili, ai margini monti e boschi:

La vita è vita, e incredibilmente in quest’area con i suoi minuscoli laghi

sono state rilevate 76 specie particolarmente protette. Di queste, 50 risultano essere di interesse comunitario, e 57 di interesse regionale. 31 specie rientrano in entrambe le categorie.”

Il problema è che la Città (in origine lo spazietto nell’angolo occupato dal selfie di un allegro turista americano) non ha risorse proprie: deve prenderle dal territorio attorno.

La Città usa energia per prendere vita, trasformarla in merce morta e ributtarla fuori sotto forma di rifiuti.

Non è un dramma fino a quando tocca aspettare al dazio i contadini che arrivano con grossi carri trainati dai buoi.

Abbiamo già riportato qui la straordinaria immagine diffusa dall’architetto americano Steve Mouzon, che mette a confronto – in scala – proprio la Firenze dentro le mura (gran parte della quale però anticamente era costituita da orti) e uno svincolo stradale qualunque ad Atlanta, nella Georgia statunitense:

Il guaio infatti è quando arrivano i trasporti moderni: a quel punto, non solo il contado, ma il mondo intero diventano terreno di saccheggio per la città.

E alla fine, come si vede nella mappa all’inizio di questo articolo, rimane appena una piccola isoletta di vita.

La città di Firenze però ha bisogno anche di quella.

Oggi, non serve più il grano, che arriva magari dal Canada: la vita che deve succhiare da quel puntino verde è quella di milioni di turisti, da imbutare in un progettato aeroporto intercontinentale e trasformare in merce.

Più merce entra, più rifiuti escono – nella Piana, dovevano farci un gigantesco inceneritore (in forse, sia sempre lodata la salvifica complessità della burocrazia italiana).

La Piana del mondo si chiama Congo, solo lì non puoi piantarci la tenda e tornare a casa con l’autobus 57: quello che vi succede è ovviamente peggio, ma non è sostanzialmente diverso.

Nell’Ottocento, il Belgio – e soprattutto la città di Bruxelles – visse prospero e felice sotto il lungo regno di Leopoldo II: sotto di lui, e con suo attivo interessamento, fu introdotta la scuola laica e obbligatoria, tolti i finanziamenti alle scuole della Chiesa, legalizzati i sindacati operai, messo fuorilegge il lavoro infantile e introdotto il suffragio maschile universale.

Leopoldo era noto come il “Re Costruttore“, perché con fondi personali edificò musei, gallerie d’arte, stazioni ferroviarie e molto altro e alla propria morte, donò generosamente i propri immensi averi allo Stato belga.

Tutto ciò grazie a un’azienda personale, una sorta di ONG dei tempi andati, costituita allo scopo umanitario di “migliorare le condizioni” dei nativi del lontanissimo Congo, tra l’altro abolendo la schiavitù assai diffusa da quelle parti.

Il primo obiettivo era di portare la civiltà alle terres vacantes, le vaste aree incolte. Che essendo inutili al progresso umano, diventavano automaticamente proprietà della proto-ONG.

Coniugando Modernità e Profitto, la reale azienda si autofinanziava (lautamente, ma succede anche con certe ONG oggi) rendendo finalmente utili i pachidermi locali, trasformati in avorio; e poi soprattutto la gomma naturale.

Un veterinario scozzese, John Boyd Dunlop, aveva da poco inventato un copriruote solido di gomma per il triciclo del suo figliolo; e l’invenzione divenne subito un elemento essenziale della nascente industria automobilistica.

Senza gomma congolese (e poi malesiana, la globalizzazione non conosceva frontiere nemmeno allora), niente mondo veicolare come lo conosciamo oggi.

Gli indigeni furono strappati alle loro oziose abitudini, e messi al servizio della Mobilità Universale, con quote scientificamente programmate, cosa che portò alla morte di svariati milioni di loro (con l’indispensabile aiuto di tanti volenterosi complici locali).

Leopoldo II probabilmente avrebbe alzato le ciglia all’idea di far sposare la propria figlia a un nero congolese; ma non avrebbe nemmeno approvato un matrimonio con chiunque non fosse almeno un conte.

Re Leopoldo non era sistemicamente razzista. Era sistemicamente civilizzato.

Fatto conto di tutte le diversissime circostanze, Leopoldo II si comportò verso il Congo semplicemente come si comporterebbe oggi qualunque sindaco di Firenze, di qualunque partito, verso le terres vacantes della Piana.

Non è cattiveria, è storia.

E infatti, come vedremo dal prossimo articolo, il Congo è ancora oggi la Piana del Pianeta.

Alla seconda parte

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“Il Secondo Principio vale anche dopo la Rivoluzione”

Questo blog è notoriamente il migliore del mondo, non per la qualità degli articoli, ma per la qualità dei commenti, che tendono ad avere una vita tutta loro.

A volte emergono non solo riflessioni intelligenti, ma anche testi abbastanza ben scritti da meritare di diventare post.

Ieri Andrea Di Vita ha scritto una riflessione, che ripubblico qui con il suo permesso. Non sono d’accordo per nulla con le sue conclusioni, e cercherò magari in un altro post di risondere, ma c’è molto su cui riflettere.

I commenti costituiscono un incessante dialogo. E infatti qui Andrea sta rispondendo a un altro commentatore, che sostiene che le energie rinnovabili non sono compatibili con un sistema di distribuzione centralizzata; e conclude dicendo che

“Il motivo per cui non ci si vuole staccare da questo modello centralizzato è legato a posizioni di potere a cui non si vuole rinunciare”.

il Secondo Principio della Termodinamica vale anche dopo la Rivoluzione

di Andrea Di Vita

“posizioni di potere a cui non si vuole rinunciare”

Questo è precisamente il tipo di ragionamento pseudomarxista che fa la rovina della sinistra in generale e della sinistra ‘verde’ in particolare.

Di fronte a un problema ci si inventa una oscura volontà malvagia che lo causerebbe sotto lo schermo di spiegazioni tecnico-scientifiche, come se queste ultime non potessero avere una validità oggettiva indipendentemente dalle opinioni politiche (cosa questa che Marx non avrebbe detto neanche sotto tortura).

A questo modo la difficoltà della soluzione del problema non ha più radici oggettive, ma politiche, e come tali rimuovibili con un cambiamento politico. Basta voler fare la rivoluzione, in soldoni, e i problemi legati all’intrinsecamente scarsa efficienze delle non centralizzabili energie rinnovabili svaniscono come neve al sole. In forma più sofisticata è lo stesso atteggiamento di quelli che dicono (e ne conosco tanti) che se non si è fatta la fusione fredda è perché i “Poteri Forti” hanno boicottato e ridicolizzato la cosa, e perché “Non Ce Lo Dicono” com’è che si ottiene energia inesauribile dal palladio e all’acqua. Come trama di un fumetto (l’ottimo Martin Mystère ci ha dedicato una puntata) va benissimo, come spiegazione dei fatti meno.

Quando poi una persona competente spiega che sono tutte fesserie, allora la si considera più o meno apertamente di essere (inconsapevolmente o meno) succube dei “Poteri Forti”. E il bello è che chi ragiona così si considera in tutta sincerità competente, informato, progressista e illuminato, e non si rende conto di ripetere gli stessi slogan totalitari delle Brigate Rosse (“lo Stato delle Multinazionali”) debitamente sbugiardati anche in “1984”:

‘Non ci sarà più scienza, Winston. Devi liberarti di quelle idee stantie sulle leggi di natura. Se il Partito lo vuole, potrei librarmi qui a mezz’aria davanti ai tuoi occhi. Hai mai visto i fossili che testimoniano l’esistenza di una realtà esterna a Oceania? Naturalmente no. I biologi del diciannovesimo secolo li inventaron.”

Il punto è che la realtà e il metodo scientifico che consente di investigarla vengono prima dell’ideologia, non dopo. Non si può negare il Secondo Principio della termodinamica perché a formularlo furono professori altoborghesi della Germania guglielmina che opprimeva la classe operaia. E la scienza non è né borghese, né proletaria. né ariana né giudea.

In un applicazione tragica del modo di agire totalitario, l Grande Balzo in Avanti, furono realizzati milioni di piccoli altoforni per produrre acciaio su scala locale (“piccolo è bello”) allo scopo di decentralizzare la produzione industriale e bloccare alla radice quel processo di formazione delle élites tecnico-amministrative che si dichiarava soffocassero il progresso della Rivoluzione (“bombardate il quartier generale”).

Il risultato fu catastrofico.

La verità è che il Secondo Principio vale anche dopo la Rivoluzione. E il Secondo Principio detta che qualunque ciclo termodinamico (come quello su cui si basano anche gli altoforni) ha un’efficienza massima, insuperabile, che è sempre inferiore a uno (gli sprechi sono inevitabili anche nel migliore degli impianti) e che cresce all’aumentare della differenza fra temperatura massima e temperatura minima cui il ciclo si trova a operare.

La temperatura più bassa è quella ambiente, e ci si può far poco (anche se in effetti in Siberia i turbogas funzionano meglio che in Congo). Possiamo agire sulla temperatura più alta. Se la temperatura massima è troppo bassa, in particolare, l’efficienza rimane bassa, cioè la quantità di lavoro che si deve fare per far funzionare il ciclo diventa vicina alla quantità di lavoro utile che si riesce ad estrarre dal ciclo.

Quello che i “verdi” non sanno o non vogliono sapere è che non serve a niente che la fonte originaria di energia sia rinnovabile e gratuita, se per sfruttarla devo spendere una quantità di lavoro utile vicina alla quantità di lavoro utile che riesco a ricavarne. Se a parità di energia prodotta desidero impattare poco sull’ambiente devo spendere poco lavoro per ottenere quella energia, quindi devo avere un’efficienza la più alta possibile.

Allora si possono fare due cose. La prima è decidere di produrre meno energia. Con una popolazione mondiale in crescita e un livello di consumi pro capite pure in crescita. è difficile. La seconda è quella di cercare di produrre la stessa quantità di energia con efficienza più alta, il che vuol dire con temperature massime più alte.

Per essere raggiunte, però, alte temperature richiedono elevate concentrazioni di energia; e siccome una volta concentrata l’energia si diffonde sempre prima o poi nell’ambiente (un’altra conseguenza del Secondo Principio) l’unico modo per avere alte concentrazioni di energia è di centralizzare la produzione di energia il più possibile,

Non a caso una fonte decentralizzata di energia che sia in grado di produrre continuativamente un quantitativo di energia significativo ai fini del consumo di una società moderna, che sia in grado di operare autonomamente (cioè senza doversi appoggiare periodicamente ad altre fonti, meno “pulite”) e senza richiedere uno spropositato uso di risorse naturali quelle sì non rinnovabili (come il litio delle batterie per l’accumulo di elettricità) semplicemente non esiste.

Diamo un poco di numeri. Dal sito

si legge che l’eolico e il nucleare da fissione producono la stessa quantità di grammi di CO2 per KWh prodotto (inclusi i consumi richiesti dall’installazione, ecc.) battendo solare e geotermico, distanziando il metano e (di gran lunga) il carbone.

Però l’eolico non funziona ventiquattr’ore al giorno…

[Andrea cita di nuovo l’altro commentatore:

“Per quanto mi riguarda io userei l’energia elettrica per pochissime applicazioni, tipo illuminazione, alimentazione di apparecchi elettronici di semplice fattura e sistemi per conservare gli alimenti.

Lo so, è un modo di ragionare drastico”.]

Non a sufficienza. Con una popolazione di sette miliardi, se ammettiamo che tutti debbano disporre della stessa quantità di potenza elettrica anche le “pochissime applicazioni” sono verosimilmente sufficienti a saturare la produzione di elettricità globale. Il guaio è che buona parte di tale produzione non va a consumi domestici quali quelli inclusi nelle “pochissime applicazioni” ma a consumi industriali che sono (qui, lo ammetto, cito a memoria) all’incirca cinque volte quelli domestici. Teniamo anche conto che già oggi l’industria in tutto il mondo Occidentale, sotto la spinta della concorrenza ancor più che sotto la spinta di stringenti politiche ambientali, cerca soluzioni produttive che consumino meno energia possibile.

Persino in Cina, dove buona parte dell’apparato industriale è controllato dallo Stato. la politica ufficiale del governo centrale spinge sul pedale del metano per ridurre lo spaventoso inquinamento da carbone – carbone che invece è tacitamente preferito dagli amministratori locali perché immediatamente disponibile e riduce facilmente così il rischio dei black-out che li sputtana davanti alla popolazione. Ditte italiane che forniscono turbogas ai Cinesi si sono trovate a installare la turbina senza che ci fosse il metano per farla andare, perché non era ancora stato terminato il metanodotto. (Solo che per mantenere l’altissimo livello di crescita economica che garantisce il consenso al governo si finanziano immense speculazioni immobiliari che producono milioni di appartamenti che nessuno vorrà comprare, con grattacieli tirati su in sei mesi -ti lascio immaginare come- coi muratori che vengono dalle campagne a lavorare su impalcature di bambù alte decine di metri. Ti lascio immaginare l’impatto sull’ambiente).

E’ vero che le trionfali statistiche staliniane non garantivano il reale miglioramento delle condizioni di vita del sovietico medio, perché l’acciaio non si mangia. Però è vero che non esiste possibilità di sfamare sette miliardi di individui (e magari di lavare i loro panni e asciugare i loro capelli e illuminare le loro case) senza una titanica produzione di elettricità: e non per i loro consumi, ma per far andare le macchine che consentono loro di consumare quello che consumano.

Vi sono paesi oggi che pur avendo mantenuto a a livelli severamente bassi, vicini a quelli che immagini, i consumi domestici dei loro abitanti non vedono una sfrenata corsa a maggiori consumi individuali? Va di moda citare il Bhutan, che però è troppo minuscolo per fare testo (sarebbe come citare il Costa Rica per dimostrare che l’Italia può fare a meno delle forze armate).

Altri esempi che mi vengono in mente, e che infatti rappresentano col Bhutan mete di moda del cosiddetto ‘turismo alternativo’, e che hanno una popolazione di decine di milioni di abitanti sono la Birmania e la Corea del Nord. Non precisamente un modello di “democrazia dal basso”, “partecipazione comunitaria”, “decrescita felice” o qualunque altro slogan che vada per la maggiore.

Davvero, non vedo alternative. O crolla la popolazione coi metodi descritti da Malthus o si va in fretta nella direzione di un ritorno massiccio al nucleare (prima da fissione, poi da fusione) con un intermezzo alimentato a metano con qualche spruzzatina di rinnovabili per tener buoni i Verdi.

E’ questione di gusti: io preferisco la seconda alternativa.

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Dalla parte dei capillari

Oggi ho portato un’amica azera, che fa l’architetta di giardini e un’infinità di altre cose, in giro per San Frediano.

Con molta grinta, sta imparando l’italiano, nei corsi gratuiti che abbiamo organizzato al Giardino, dove si trova insieme alle mamme marocchine i cui mariti hanno perso il lavoro e a un pittore irlandese.

Noi si voleva regalare la merenda per il giorno della mamma, ma è Ramadan (e c’è anche il tredicenne che non beve un sorso d’acqua tutto il giorno), e allora ci siamo limitati a regalare fiori di carta.

Questa volta ci siamo fermati da Dimitri, quello con la pipa che nell’Ardiglione fa le borse, e tra gli odori della sua bottega, inizia a parlare.

“Io sono dalla parte dei capillari, non delle arterie…perché i capillari portano la vita in tutte le parti del corpo. Se succede qualcosa ai capillari, non servono certo le arterie.

Son nato a San Niccolò, che allora era un rione capillare.

Le piccole cose sono quelle che contano davvero.”

Gli chiedo come va il lavoro.

“A me va bene… sto lavorando molto di meno, perché non riesco a produrre se non ho qualcuno che mi chiede qualcosa, non potrei fare borse senza conoscere l’acquirente.”

Poi indica delle borse appese al muro.

Queste sono borse vegetali… no, non sono fatte con i vegetali, son di cuoio!

Dovreste vedere come nasce il cuoio… un mucchio di pelli che arrivano dal macello, sangue e pezzi di carne da una parte, peli dall’altra, e un odore, un odore di morte, è importante sentirlo.

La concia trasforma tutto questo in vita, è qualcosa che va contro tutti i processi che conosciamo; trasforma scarti in qualcosa di bello.”

La mia amica gli mostra un portafogli di cuoio, con le cuciture che si stanno disfacendo, e gli chiede se lui glielo può aggiustare.

“Semplice, lo butti e ne compri un altro!

Sì, lo so, è roba di qualità, non lo nego. Non dico nemmeno che sia fatto male – è un cuoio molto delicato e leggero, le cuciture sono state fatte per essere il più possibile invisibili… Ma vedi, è come le persone belle, che spesso sono anche fragili. Quelle più brutte lo sono di meno.

Vuoi ripararlo da sola? Ti insegno io come si fa. Gratuitamente, ovviamente!

Io insegno gratuitamente o a pagamento.

A pagamento se vuoi imparare un mestiere, ma se vuoi imparare come si aggiusta una borsa, mezz’ora del mio tempo te lo regalo volentieri!”

Usciamo e passiamo dal bronzista, con cui c’è un rapporto di scambio di vita, in tante piccole cose, da quindici anni.

Non è l’orrendo baratto degli economisti, è semplicemente sapere, io ci sono e tu ci sei.

C’è Duccio, il figliolo, e Lamberto il babbo, che è sempre grande, grosse, ridente.

Calcolate che Lamberto cominciò in quella stessa bottega, aiutando il suo Maestro a nascondere dalle SS gli stampi, che volevano sequestrare per fonderli. E calcolate voi quanti anni deve avere.

“Ho fatto un patto coi’Diavolo!”

Lamberto a tredici anni ha iniziato a tenere un diario, e gliel’ha pubblicato, tutto scritto a mano in una grafia perfetta, un altro mio amico, che appartiene a una famiglia che dal Trecento abita in un palazzo che porta il nome della famiglia e che sta in una via che porta il nome della famiglia, e che ha regalato a Firenze la Fierucola.

Vedo una foto in bianco e nero sulla parete della bottega:

“Sì, è il Maestro, morì nel 1965, un anno prima dell’Alluvione, se no sarebbe morto l’anno dopo per il dispiacere”.

Sul banco, Lamberto tiene un gran quadro, che riproduce la Gorgona di Caravaggio, e mi spiega come ha fatto la cornice, avvitando da dietro ogni singolo pezzo di bronzo, e mi fa notare i castoni di giada e come somigliano allo sfondo.

Mi racconta della donna che l’ha dipinto, e mi fa vedere un altro quadro di lei, una perfetta riproduzione della Dama con l’ermellino

ma adesso non dipinge più, è troppo anziana, non ci vede abbastanza”.

Ecco, il concetto di identità è così semplice:

la nostra patria, le nostre radici, sono nel luogo minuscolo, capillare, di cui ci assumiamo la responsabilità.

Il resto sono chiacchiere, inganno o arterie.

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Cartolina dal vuoto

Uno dei miei autori preferiti è Darren Allen, che descrive così le proprie competenze:

Scrivo, come forse avrete scoperto, sull’amore incondizionato, la morte, le origini della civiltà, gli orrori del lavoro, i piccoli dei, il paradiso, la filosofia, la verità della politica, il genere, la ‘malattia’ mentale e la signorina genio. Faccio anche infografiche, fumetti, sovvertimenti e piccole guide a tutto, molte delle quali potete trovare qui. Non ha alcuna qualifica per scrivere di tutto questo.

e il proprio curriculum lavorativo:

Ho lavorato in cementifici russi, in occupazioni anarchiche spagnole, in licei giapponesi, in scuole militari del Qatar, in compagnie petrolifere sudanesi e in buchi di merda sauditi, e ho strigliato cavalli, impersonato preti e venduto teste rimpicciolite, ma è nell’evitare il lavoro, per venticinque anni, che ho davvero avuto successo.

Ho appena ordinato il suo ultimo libro, Self and Unself. The Meaning of Everything.

Senza dimenticare la rivista Belly Up, da lui scritto e illustrato sotto il nome, Expressive Egg.

Eccovi un breve scritto di Darren Allen…

Cartolina dal vuoto

di Darren Allen

Ciao a tutti,

Qui la morte. Ho solo pensato di ricordarvi che sono qui, perché alcuni di voi potrebbero averlo dimenticato, e so che alcuni di voi mi stanno dando il benservito. Non fa davvero bene a nessuno di noi due.

Cosa è successo tra noi? Non è sempre stato così. C’è stato un tempo in cui vivevamo insieme, in cui mi raffiguravi mentre camminavo con te attraverso la tua vita, anche ballando, ma lentamente mi hai spinto fuori dal quadro, fino a farmi arrivare solo alla fine, aleggiando sul tuo letto di morte e timbrandoti il cartellino alla fine del tuo turno.

Ah! ‘Letto di morte’… come se ce ne fosse solo uno!

Sì, in questi giorni mi trovi morboso, deprimente. Non hai mai tempo per le tenebre ora; eppure so che sai che sono qui. So quando senti uno strano dolore al petto, quando la tua vecchia mamma non chiama per qualche giorno (non è da lei!), quando guardi oltre il bordo di un precipizio, quando perdi la tua sciarpa preferita, quando leggi che gli orsi polari stanno deperendo e la grande barriera corallina si sta estinguendo e oddio il futuro – so allora che puoi sentirmi… ma come sei veloce a respingermi!

Anch’io ho dei sentimenti, sai! Morboso! Deprimente! Non mi chiami ‘morboso’ e ‘deprimente’ quando sei inebriato di gioia, danzando selvaggiamente, sul punto di un fenomenale, incredibile orgasmo, quando sprofondi nelle profondità di un sonno senza sogni, quando la tua mente va in frantumi di fronte alla spettacolare maestosità naturale o quando un’opera d’arte dolorosamente, nostalgicamente, bella ti ferma e ti fa piangere. Oh no! È stato qualcun altro ad ucciderti allora, vero?

Sì, ti ha ucciso – non vedi? In quei momenti di chiarezza, e di liberazione, e di mista intimità con il momento presente che tu – l’ordinario pensare, volere, preoccuparsi dell’io che ti porti dietro tutto il giorno – muore?

E chi altro, chiedo, potrebbe ucciderti se non io?

Guarda, per favore, non aver paura – lo so, lo so, l’obliterazione totale, la fine del mondo, l’annientamento di tutto ciò che ti è caro, tutti i tuoi valori, ricordi, possedimenti e posizione di valore nel mondo andati per sempre, sì, lo so che ti dà i brividi. So che ti fa aggrappare al conosciuto, allinearti con chiunque dica che ti proteggerà, fare cose terribili per tenere lontana la paura. Lo farei anch’io se fossi mortale. E non sto dicendo che non sia doloroso lasciarmi entrare completamente nella tua vita, certo che lo è – ma prima o poi non avrai scelta, e più aspetti, peggio è.

Quindi dai, fammi entrare. Sono seduto accanto a te anche adesso; alla deriva nello spazio tra le cose, passeggiando lentamente tra la folla e suonando la mia grancassa nella biblioteca. Sono dietro le celebrità, mi dimeno sulla passerella, ballo con i giovani più freschi e sexy e rido a crepapelle a tutte le cerimonie di premiazione. Ho imbandito una tavola per te, in mezzo ai tuoi nemici, e il mio bastone e la mia bacchetta sono qui per confortarti; nei momenti più sorprendenti. Colpito da una critica stranamente ingiusta di un collega? Occasione persa per una micro-catastrofe da restarci male? Nient’altro che escrementi artistici provenienti dal tuo pennello? Non riesci a smettere di preoccuparti-volere-preoccuparti-volere? In un grande stato di “non è giuuuusto, non mi piace” o “è così offensivo!”?

Lasciati andare e lasciami entrare.

Sono sorprendentemente bravo a risolvere anche i problemi di relazione, se entrambi riconoscerete che sono qui e se sarete un po’ più onesti su di me collettivamente, non spazzandomi via dalla vista nel momento in cui appaio in carne ed ossa (per così dire), non mettendo su quella faccia ‘seria e rispettosa’ che fate quando appaio nella conversazione (vi vedo, sapete), non facendo finta che non esista o che nulla muoia (Cosa? È morto? Pensavate che sarebbe vissuto per sempre, vero?)…

Se mi affrontate posso portare una strana gioia nelle vostre vite, fare meraviglie per il vecchio ‘sentirsi-noi’ – il senso di unione che avete dimenticato da molto, molto tempo. E non crederete a quale pace posso portare, quale fiducia, quali glorie di ispirazione creativa. Più o meno tutto quello che il tuo cuore desidera, in effetti.

Comunque, devo andare – c’è sempre qualcuno da uccidere, lo sai – ma non sono mai lontano.

Non essere un estraneo!

Tutto il mio amore,

Morte

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La hustler che si credeva una spia

It is a striking coincidence that ‘‘American’’ ends with ‘‘I can.’’

Napoleon Hill, How to Sell Your Way Through Life, 1939

Forse avrete sentito di un video pubblicitario della CIA, preso subito in giro dalle destre americane per il fatto che usa i più insopportabili luoghi comuni dell’attuale sinistra: nel video, infatti, si presenta un’agente che si dichiara “Latina cisgender” con tanto di maglietta con il pugno chiuso, che si oppone al “patriarcato”.

Sono andato a vedere il video, e vedo che dice molto di più di quanto si possa ricavare dalla pigra lettura di Destra vs Sinistra.

Mettiamo (almeno per un attimo!) da parte il tifo di squadra, e pensiamo a un’altra dicotomia: Europa/Stati Uniti.

Il monologo della signora riassume tutta l’ideologia americana; e come diceva Costanzo Preve, l’America è innanzitutto un’ideologia.

La prima cosa che colpisce è la sua titanica presunzione. In Italia, le riderebbero dietro pure i polli.

Ma se lo studio pubblicitario cui la CIA ha commissionato il video ha deciso di far vedere un personaggio del genere, è perché tocca la corda fondamentale della psiche americana.

L’americano archetipico è letteralmente self-made, autoprodotto, parto della propria volontà di esistere, di vincere e di convincere.

Il punto in cui la salvezza per sola fede di Lutero incontra il hustler che fa il gioco delle tre carte.

Esatto: la nostra Agente Segreta esibisce la stessa arroganza esistenziale che ha mandato alla Casa Bianca Donald Trump.

L’ideologia americana è essenzialmente la fede nei propri superpoteri, l’autoconvincimento di essere amico personale di Dio, o meglio ancora, di essere Dio.

Io, se credo abbastanza in me stesso…

…posso forgiare autostrade, inventare nuovi mercati, venderti terreni su Marte, annientare paesi interi con le mie bombe e ricrearli con i miei aiuti, essere del gender che decido io… tanto è tutto dentro di me, è tutto un sogno – il sogno americano, appunto. Che fa della patria del consumismo il paese meno materialista del mondo.

Però l’individuo da solo normalmente crepa.

Ecco che nasce il bisogno di appartenere a un gruppo ben definito e classificato: una chiesa, una loggia massonica o paramassonica, una gang, una fraternity e poi a una razza di qualche tipo, in grado di strappare concessioni, pagare avvocati e minacciare.

Da lì un bisogno frenetico di autodefinire in quale nicchia, quota, community, si fa finta di inserirsi: la nostra, la cui pelle non verrebbe nemmeno notata in Italia, è a Woman of Color, e pure intersezionale. E ha pure ben due sindromi.

Però, visto il mestiere da duri che sta vendendo, deve anche respingere subito i sospetti di vittimismo che questa autoproclamata “identità” comporta.

Da mezzo americano, resto colpito da come il paese del capitalismo individualista sia quello in cui parole d’ordine che in Europa suonano di estrema sinistra abbiano in pochissimi anni conquistato le università, i media e le elite spettacolari e intellettuali. E persino le grandi corporation.

Jamie Dimon, CEO di JP Morgan, si mette nella posa di Bank Black Lives Matter davanti alla cassaforte di una delle sue banche (dimenticandosi di chiamare almeno la donna delle pulizie nera perché fosse inclusa nella foto)

Grazie alla nostra agente della CIA, diventa tutto chiaro: gli Stati Uniti vivono di idee importate dall’Europa, ma totalmente stravolte e americanizzate, fino a perdere completamente il loro senso originario.

Il metodismo, il positivismo, la psicanalisi e oggi il postmodernismo francese sono diventati tutti culti indigeni di massa, soluzioni universali a tutti i problemi, certezze con parole magiche da declamare ritualmente.

E possono applicarsi ovunque, anche nella CIA.

Ecco il video e sotto la traduzione in italiano delle parole dell’Agente.

Quando avevo 17 anni, ho citato How It Feels to Be Colored Me di Zora Neale Hurston nel mio saggio di domanda per il college. La frase che mi parlava diceva semplicemente: “Non sono tragicamente di colore. Non c’è dolore incatenato nella mia anima, né in agguato dietro i miei occhi. Non mi dispiace affatto”.

A 17 anni, non avevo idea di cosa la vita mi avrebbe portato, ma il sentimento di Zora articolava così meravigliosamente come mi sentivo come figlia di immigrati, come mi sentivo allora e adesso. Niente di me era o è tragico. Sono fatta perfettamente. Posso parlare in modo eloquente di complesse questioni legali e in inglese e allo stesso tempo cantare (titolo della canzone) in spagnolo. Posso cambiare un pannolino con una mano e consolare un bambino che piange con l’altra.

Sono una donna di colore. Sono una mamma. Sono una Millennial cis-gendered a cui è stato diagnosticato un disturbo d’ansia generalizzato. Sono intersezionale, ma la mia esistenza non è un esercizio di spunta delle caselle. Sono un proclama che cammina, una donna la cui inflessione non si alza alla fine delle sue frasi, suggerendo che stia facendo una domanda.

Non sono entrata di straforo nella CIA. Il mio impiego non è stato e non è il risultato di un colpo di fortuna o di una furbata. Mi sono guadagnata il mio modo di entrare, e mi sono guadagnata la mia strada nei ranghi di questa organizzazione. Sono istruita, qualificata e competente. E a volte faccio fatica. Faccio fatica a sentirmi come se potessi fare di più, essere di più per i miei due figli, e faccio fatica a lasciare l’ufficio quando sento che c’è molto altro da fare.

Lottavo con la Sindrome dell’Impostura, ma a 36 anni, mi rifiuto di interiorizzare idee fuorvianti e patriarcali di ciò che una donna può o dovrebbe essere. Sono stanca di sentirmi come se dovessi scusarmi per lo spazio che occupo piuttosto che inebriare le persone con il mio sforzo, la mia genialità. Sono orgogliosa di me, punto e basta.

I miei genitori hanno lasciato tutto quello che sapevano e amavano per espormi alle opportunità che non hanno mai avuto. Grazie a loro, oggi sono qui, orgogliosa di essere una latina di prima generazione e ufficiale della CIA. Io sono me stessa senza chiedere scusa a nessuno e voglio che tu sia te stesso senza chiedere scusa a nessuno, chiunque tu sia. Conoscete il vostro valore. Comanda il tuo spazio. Mija, tu vali.

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La Maddalena, il vento, la morte e il silenzio

Un intenso vento freddo che piega i cipressi, e torniamo a vedere la Certosa, sul Monte Acuto.

Sto leggendo in questi giorni Miguel Benasayag, Cinque lezioni di complessità, che è un libretto da intellettualone francese adottivo: affermazioni assiomatiche una dopo l’altra, impossibili da verificare perché non c’è mai un esempio concreto, ma che lo stesso ti fanno nascere un sacco di idee.

Resto affascinato, anche se non del tutto convinto, da un concetto: che il modo in cui le persone, in diverse epoche, vedono il mondo, cambi non solo le persone, ma anche il mondo stesso.

Ci devo riflettere, ma provo a pensare al mondo dei certosini, che fuggivano il mondo in un’epoca in cui persino i re di quel mondo avevano meno comodità dell’ultimo carcerato di Sollicciano oggi.

I certosini erano eccezionali, ma non strani: proprio il mondo li ammirava.

Magari pochi avevano il coraggio di imitarli, ma non c’erano dubbi: i frati contemplativi valevano di più – in ordine ascendente – dei mercanti, dei cavalieri, dei re, dei preti, ma anche dei frati impegnati in qualche apostolato…

E allora i chiassosi, rissosi, lussuriosi, invidiosi, intriganti, avidi umani della Firenze del Trecento cosa consideravano un modello?

I certosini cercavano luoghi selvatici, che loro chiamavano deserti.

Alla Certosa, ogni frate aveva una propria cella. Che non era scomoda: era una casetta più che discreta. Quindi non cercavano la sofferenza, che a modo suo ci sarebbe ancora quasi comprensibile: cercavano il silenzio.

Il cibo (e il vino) venivano consegnati dai fratelli laici attraverso una finestrella, congegnata in modo che chi lo portava non potesse essere visto.

Ogni cella aveva una vasca per raccogliere l’acqua piovana e un piccolo orto, e i muri furono disegnati in modo tale che nessun fratello potesse mai vedere l’altro.

Alla mezzanotte, in un mondo senza elettricità, si alzavano per pregare (il giorno di allora iniziava con la notte).

“Pregare” vuol dire cantare, quindi qualcosa di molto lontano dal parlare. E qui ci sarebbe da aprire un capitolo su quanto fosse diversa la liturgia di allora, ma chiudiamolo subito.

Pregavano/cantavano insieme ai fratelli per tre lunghe ore: nella cappella, ci sono dei fori per terra e nel soffitto, che accedono a una cassa armonica inesplorata, come quella di un violino.

promemoria… la prossima volta, dobbiamo andarci con la nostra cantante lirica

Si dormiva, poi si pregava insieme di nuovo al sorgere del sole.

Si pregava insieme di nuovo la sera, e si andava a dormire verso il tramonto.

Una volta la settimana, ci si trovava insieme per un pranzo comune in silenzio – come sempre, vegetariano; per il colloquio, in cui i frati potevano parlare tra di loro. E si faceva persino una passeggiata.

Alla fine di una vita intera passata così, si moriva.

Nell’immenso cortile, vedo delle lapidi tombali, dedicate a ricordare, con i soliti toni eccessivi da lapicida fiorentino, le virtù di questa o di quella persona.

Ma quelle sono solo le tombe dei benefattori, di quelli che ritenevano un onore poter contribuire a un tipo di vita più valida della loro.

Le tombe dei certosini sono tutt’altra cosa.

Sassi grigi incorniciano dei rettangoli.

Dentro ogni rettangolo, un frate è stato sepolto, senza bara, in un sudario.

Sulla fossa, si piantava un’anonima croce di legno, che presto deperiva.

E’ primavera, e ci sono le margherite sulle tombe e nel cielo, fischiano i rondoni.

Accanto alla chiesa in cui cantavano, una sacrestia, dedicata a un unico tema: accanto alla grande teca carica di reliquie, una serie di affreschi che ricordano che il destino della Chiesa è sempre la persecuzione.

Lo rappresentarono, nel Cinquecento, con un parallelo che non conoscevo.

In alto, un affresco raffigura la strage degli Innocenti: la persecuzione inizia prima della Crocifissione. E lì c’è una madre primordiale che affonda ferocemente i suoi denti nel braccio di un soldato di Erode.

Sotto, raffigurazioni macabre delle torture inflitte dagli sgherri di Enrico Ottavo d’Inghilterra ai fedeli cattolici: è la prima volta che vedo rappresentato così un evento contemporaneo all’artista.

Pensieri confusi… su come la legittimazione provenga sempre dal sangue e dalla morte, fonte unica della vita.

Strano che una Chiesa allora trionfante si vedesse come agnello sacrificale, mentre la Chiesa morente di oggi non ci pensi.

Nella Sala del Capitolo, c’è un gran dipinto della Crocifissione.

Ci sono sempre loro, le Tre Marie: Maria la Madonna Madre di Storie, Maria Maddalena e Maria Tutte le Altre (in cui convergono storia su storia).

Ora, sappiamo tutti che le donne a quei tempi non potevano, eccetera…

Però se in cima al mondo morale, non c’erano i re o i guerrieri o i ricchi, ma i silenziosi, che non potevano nemmeno loro, non è così strano vedere che ai piedi di Gesù ci fossero solo donne.

Lungo il Legno della Croce

(il figlio di Adamo, Seth, si era fatto dare un piccolo seme dell’Albero del Bene e del Male e da lì nacquero tutti gli Alberi delle Storie)

cola il sangue.

Scende giù, fino all’inframondo, il Mictlān, si diceva in Messico.

Dove si trovano i due teschi, quello di Adamo e quello di Eva, alla pari.

Il sangue li bagna, e loro diventano, un pochino, Dio, che a pensarci lo dicevano anche gli antichi messicani.

E infatti, mia madre aveva un crocifisso di legno fatto da qualche artigiano indio, tutto colorato, che raffigurava la stessa scena che si vede alla Certosa, sebbene in tutt’altro stile (alla base, mi sembra che ci fosse un solo teschio).

In mezzo c’è lei, la Maddalena, dai capelli selvaggi e liberi, che abbraccia legno e sangue.

Maddalena l’hanno confusa con tutte – anche con Maria l’Egiziana che da ragazzina l’avevano mandata a battere -, ma proprio perché è confusa, Maddalena riunisce tutte le nostre vite.

Allora mi viene in mente la Maddalena più intensa di tutte, quella piccolina che Donatello settantenne ricavò da un pioppo bianco.

Il vento intenso fa sbattere finestre, in alto un gabbiano tutto illuminato dal sole si lancia verso il Chianti, e attorno verde su verde, e per un attimo, solo un attimo, riesco a sentire che sono possibili molti altri mondi.

Però a patto che accolgano anche la morte e il silenzio.


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La Tabella Pantone delle Razze

Il mese scorso, raccontavo di come, sopraffatto dall’orrore di consumare e buttare spazzolini da denti fatti di plastica non riciclabile, ordinai un ecospazzolino, legno e bambù.

Lo spazzolino mi arrivò il giorno dopo, in una busta dove c’erano segnate tutte le tappe che aveva fatto per arrivarmi in ventiquattr’ore dalla Cina.

Se racconti una storia del genere, sei sicuro di farti massacrare da destra (“ecosnob che disprezzi gli spazzolini che ci salvano dalle carie!”) e da sinistra (“ecco, appena si trova l’alternativa, ci sputi sopra!“).

Gli spazzolini di plastica saranno di destra e quelli di bambù saranno di sinistra, ma dietro c’è il fatto che sono entrambi parte di un sistema che ci sta portando alla distruzione. E bisogna avere il coraggio di denunciare entrambi.

Considerazioni analoghe sulla questione della “razza” negli Stati Uniti.

Il sistema statunitense, nato nel saccheggio più veloce e violento dell’intera storia umana, ha creato profonde fratture tra bianchi poveri e neri ancora più poveri.

Ha provocato meccanismi da cui è difficile che si possa uscire in un mondo in cui per gli ignoranti esistono solo lavori estremamente precari o la delinquenza, con la tragica distruzione, tra i neri, della stessa famiglia; e dove l’urbanistica dell’automobile ha creato mondi isolati e paranoici (da entrambe le parti), con pessimi servizi per chi abita nel quartiere sbagliato.

E’ un problema quando i bianchi muoiono di oppioidi, ed è un problema quando i neri muoiono di obesità e sparatorie; ed è un problema quando entrambi riescono ad attribuire i loro guai solo all’altro.

Eppure entrambi i mondi riescono a volte ad autorganizzarsi, in modi che non piacciono per nulla ai politicamente corretti dei nostri tempi, ma che funzionano: gang che non sono solo delinquenza ma anche embrioni di comunità, gente che si butta nel fiume, sette paraislamiche, survivalist e prepper, strani movimenti che non si fondano sul vittimismo, ma sulla fierezza di potersela cavare: l’America apocalittica e premillennarista.

Ora, i bianchi poveri sono in massima parte di confusa e dimenticata origine scozzese/nordirlandese, spesso discendenti della semischiavitù degli indentured servants, quelli che i latifondisti hanno cacciato dalle loro terre perché preferivano manodopera schiava facilmente identificabile per la pelle.

Per sbaglio questi bianchi poveri condividono un generico grado di melanina con persone di solito di tutt’altra ascendenza, che sono i bianchi ricchi, abitanti di un pianeta in cui i neri sono praticamente inesistenti.

I Bianchi Ricchi hanno pochi problemi con i neri, per lo stesso motivo per cui i milanesi non devono proteggere le loro dispense delle incursioni degli orsi polari, anzi possono anche coccolarli… da lontano.

Non so se esiste una soluzione, ma certo puntare tutto sulla percentuale di melanina nella pelle non può dare frutti buoni.

La signora Robin DiAngelo è autrice di un libro, che finora le ha fruttato circa 2 milioni di dollari, che parte sfondando una porta aperta – più si sta in alto nella società, meno è probabile che si abbia un trisavolo schiavo – per portare il lettore alla tesi che ogni bianco è colpevole della propria pelle, perché gode degli stessi privilegi dei Rockefeller (anche la DiAngelo, ovviamente, ma il mondo protestante esalta da sempre i peccatori pentiti).

Per portare questo messaggio, l’Università del Wisconsin l’ha invitata a parlare per qualche minuto al Diversity Forum dell’ateneo.

Accanto a lei, come altra relatrice c’era la signora Austin Channing Brown.

La signora DiAngelo ha ricevuto 12.750 dollari per dire la sua e ha questa tonalità di melanina:

La signora Austin Channing Brown, ha questo aspetto, questo grado di melanina e questo misto molto americano di kitsch, ossessione razziale e violenza:

A dimostrazione che la Razza Conta, la signora Austin ha preso solo 7,500 dollari per il suo tempo.

Un tempo che possiamo presumere prezioso quanto quello della DiAngelo, quello mio, quello del bianco che vive in un trailer home o quello di una donna delle pulizie messicana.

Una fonte, sicuramente di destra ma che sa far di conto (“se vuoi sapere cosa fa la mano destra, chiedi a quella sinistra, e viceversa”), fa i seguenti calcoli su quanto la DiAngelo, proprietaria di tre case, dal valore complessivo di 1,5 milioni di dollari, guadagni dalla Confesssione dei propri Peccati:

“Mentre ha sicuramente guadagnato oltre $2 milioni dal suo libro, è nel giro delle conferenze che la Robin DiAngelo fa la grana. Una delle agenzie per conferenzieri che la rappresenta ha detto al Free Beacon che un discorso-chiave di 60-90 minuti costerebbe $30,000, un workshop di due ore $35,000 e un evento di una mezza giornata, $40,000.

[…] I clienti della DiAngelo, secondo il suo sito web, vanno da Amazon e la Bill & Melinda Gates Foundation a Unilever e l’YMCA. La DiAngelo farebbe pagare fino a $15,000 per ogni seduta —ad esempio, un intervento nel marzo del 2019, costò all’Università del Kentucky $12,000, e per una telefonata chiede una tariffa di $5 al minuto. Eventi virtuali recenti costano fino a $175 a ticket. Gli eventi privati, da otto a dieci, dove la DiAngelo interviene ogni mese, le rendono probabilmente almeno $1,5 milioni l’anno.”

Comunque qualche nero riesce, in piccolo, a imitarla.

Il signor Ibram X. Kendi, che ha le melanine come la Channing Brown, ma i gameti da maschio, prende fino a 20.000 dollari per parlare a un’università o una scuola.

Senza contare i guadagni legati al suo libro rieducativo, How to Be an Antiracist, noto per le illustrazioni con cui invita i razzisti a “confessare” il loro intimo e inestirpabile peccato originale:

Anche la Goldman Sachs, dove il 96,8% dei dirigenti sono bianchi, impiega i servizi della signora DiAngelo: già nel 2005, il 65% delle principali aziende americane sottoponeva i loro dipendenti alla diversity training, con una spesa stimata, nel lontano 2003, in otto miliardi di dollari, ma che è esplosa negli ultimi due anni.

Il sito The Tablet, che si occupa sostanzialmente di questioni ebraiche negli Stati Uniti, ma ha spesso informazioni interessanti, racconta delle attività di Pollyanna, un’azienda che ha tra i suoi clienti le 75 scuole più snob degli Stati Uniti.

Pollyanna si fa pagare 1,750 dollari l’ora “to incorporate racial literacy content in the classroom”, facendo innanzitutto in modo che ogni bambino acquisti una profonda coscienza della propria razza dermica:

“Il Racial Literacy Curriculum inizi all’asilo, con bambini di 5 e 6 anni che usano le Tabelle di Colore Pantone per misurare il colore della loro pelle per poter iniziare a vedere se stessi e gli altri attraversi il colore della pelle. “Riconoscere e catalogare il colore è una competenza fondamentale per le prime classi, e sarà la base per discutere del colore della pelle nelle lezioni successive.”

(su questo brano, ci sarebbero mille cose da commentare, mi limito al bambino di cinque anni, di nome Miguel Martinez, che deve scegliere se “identificarsi” come Latino, Latina, o Latinx, per formare perbene la sua “racial identity”).

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