Il problema

Di Lierre Keith, abbiamo già parlato qui, citando il suo Mito vegetariano.

Trovo affascinante Lierre Keith per la lucidità con cui pensa fino in fondo, guardando in faccia la realtà senza esitare, al contrario di quasi tutti noi.

E’ radicale, proprio nel senso che va alla radice, senza essere minimamente fanatica: infatti, il suo linguaggio è sempre chiaro, universale, non si riscalda mai dietro confortanti frasi fatte. Ed è meravigliosamente lontana dalla melma tecnosentimentale che oggi si spaccia per “ecologia”.

Io non so se sono d’accordo con ciò che scrive la Keith (e certamente Vandana Shiva, che cito spesso non lo sarebbe); ma credo che non sia facile confutarlo. E ci porta comunque sul livello dei veri problemi, cui sfuggiamo nascondendoci dietro sciocchezze.

Probabilmente qualche lettore non si prenderà nemmeno la briga di confutare la narrazione della Keith: dirà semplicemente, “e allora, questa qui cosa propone?”

E’ uno dei trucchi più vecchi che usiamo per sfuggire alla realtà: ti dico che c’è un leone che sti sta per sbranare, e siccome l’idea non ti piace per niente, rispondi, “e allora, cosa proponi di fare?”. Non lo so, ma sapere che c’è un leone in agguato è comunque un’utile informazione perché tu inizia a cercare una soluzione, se c’è.

Lierre Keith


Il problema

Questo è un estratto dal libro Bright Green Lies, pp. 1-7

Di LIERRE KEITH

“Una volta che la nostra tecnica autoritaria consolida i suoi poteri, con l’aiuto delle sue nuove forme di controllo di massa, la sua panoplia di tranquillanti e sedativi e afrodisiaci, potrebbe la democrazia in qualsiasi forma sopravvivere? Questa domanda è assurda: La vita stessa non sopravviverà, tranne ciò che viene incanalato attraverso il collettivo meccanico. “1
LEWIS MUMFORD

C’è così poco tempo e ancor meno speranza qui, in mezzo alla rovina, alla fine del mondo.

Ogni bioma è a brandelli. La carne verde delle foreste è stata spogliata fino a diventare sabbia. La parola acqua è stata svuotata di significato; il fiume Athabasca ormai è essenzialmente uno sversamento tossico pianificato, che trasuda dalla ferita aperta delle sabbie bituminose di Alberta. Quando gli uccelli ci volano sopra, cadono morti per il veleno. Nessuno ci crede quando lo diciamo, ma è vero.

I monti Appalachi vengono fatti a pezzi, la loro densa vita di foreste decidue, comprese le loro comunità umane, ridotte a un problema di smaltimento chiamato “overburden”, una parola che dovrebbe essere considerata un discorso d’odio: le creature viventi – allori di montagna, piccoli di tordo, nipoti di qualcuno – non sono oggetti da gettare nei burroni. Se non c’è poesia dopo Auschwitz, non c’è grammatica dopo la rimozione delle montagne.

Come sopra, così sotto.

Le barriere coralline si stanno sgretolando sotto l’assalto acido del carbonio.

E le praterie del mondo sono state tagliate a fette, letteralmente, con lame d’acciaio alimentate dal combustibile fossile. La fame di quelle lame sarebbe infinita se non fosse che il pianeta è una sfera delimitata: Non ci sono più continenti da mangiare.

Ogni anno la fattoria media americana usa l’equivalente energetico di tre o quattro tonnellate di TNT per acro. E il petrolio brucia così facilmente, una volta che ogni possibilità di culture autosufficienti è stata distrutta. La memoria stessa della natura è sparita, metafrastica ormai, qualcosa tra la preistoria e una favola.

Tutto ciò che rimane è il carbonio, che si accumula in un incubo da cui l’alba non ci salverà. Il cambiamento climatico è scivolato nel caos climatico, che è diventato un sussurrato olocausto climatico. Almeno gli umani sussurrano. E gli animali? Durante la siccità del Texas del 2011, i cervi hanno abbandonato i loro cerbiatti per mancanza di latte. Questo non è un dolore che sussurra.

Per gli esseri viventi come le anatre labrador, i rinoceronti di Giava e le farfalle blu Xerces, c’è il lungo silenzio dell’estinzione.

Abbiamo molti numeri. Ci mantengono sani di mente, fornendo una sorta di conforto da forca contro il sadismo intransigente del potere: sappiamo che il mondo viene assassinato, nonostante la negazione di massa. I numeri sono reali. I numeri non mentono.

Le specie si riducono, le loro estinzioni si gonfiano, e tutti i loro nomi sono altre parole per parenti: bisonti, lupi, furetti dai piedi neri.

Davanti a me (Lierre) c’è il testo di un discorso che ho fatto. La versione originale contiene questa frase: “Oggi si sono estinte altre 120 specie”. Il 120 è barrato di netto, con 150 scritto sopra. Ma anche il 150 è cancellato, e sopra c’è scritto 180. Il 180 a sua volta ha lasciato il posto al 200. Guardo questa progressione con una sorta di stupore malato. Come fa la mia piccola e ordinata calligrafia a contenere questo orrore? I numeri continuano ad accumularsi, non ho più spazio a margine, e la vita non ha più tempo.

Dodicimila anni fa è iniziata la guerra contro la terra.

In nove luoghi,2 gli uomini cominciarono a distruggere il mondo con l’agricoltura. Capite cos’è l’agricoltura: In parole povere, si prende un pezzo di terra, si elimina ogni essere vivente – in definitiva, fino ai batteri – e poi lo si pianta per uso umano. Non vi ingannate: l’agricoltura è una pulizia biotica. Questa non è l’agricoltura in una brutta giornata, o l’agricoltura fatta male. Questo è ciò che l’agricoltura è in realtà: l’estirpazione delle comunità viventi per una monocoltura per e degli umani.

C’erano forse cinque milioni di esseri umani che vivevano sulla terra il giorno in cui tutto questo è iniziato – da questo giorno alla fine del mondo, appunto – e ora ce ne sono ben oltre sette miliardi. La fine è scritta nel principio. Come sottolinea lo studioso di scienze della terra e dello spazio David R. Montgomery, le società agricole “durano da 800 a 2.000 anni… finché il suolo non cede”.3

Il combustibile fossile è stato un grande acceleratore sia dell’estirpazione che della monocoltura – la popolazione umana è quadruplicata sotto l’ondata di surplus creata dalla rivoluzione verde – ma può essere solo temporaneo. Le quantità finite hanno la brutta abitudine di esaurirsi. Il nome per questa diminuzione è drawdown [ndt, tipicamente quando si prendono soldi da un conto, o acqua da una riserva e il livello si abbassa] e l’agricoltura è in sostanza un lento dissanguamento del suolo, delle specie, dei biomi, e infine del processo della vita stessa.

L’evoluzione dei vertebrati si è fermata per mancanza di habitat, con l’habitat preso con la forza e mantenuto con la forza: il solo Iowa usa l’equivalente energetico di 4.000 bombe di Nagasaki ogni anno. L’agricoltura è l’originale politica della terra bruciata, ed è per questo che sia l’autore e permacultore Toby Hemenway che lo scrittore ambientale Richard Manning hanno scritto la stessa frase: “L’agricoltura sostenibile è un ossimoro”. Per citare a lungo Manning:

“Nessun biologo, o chiunque altro, potrebbe progettare un sistema di regolamenti che renda l’agricoltura sostenibile. L’agricoltura sostenibile è un ossimoro. Si basa principalmente su un sistema innaturale di erbe annuali coltivate in una monocultura, un sistema che la natura non sostiene e nemmeno riconosce come un sistema naturale. Noi lo sosteniamo con aratri, prodotti petrolchimici, recinzioni e sussidi, perché non c’è altro modo per sostenerlo”.4

L’agricoltura è ciò che crea il modello umano chiamato civiltà.

La civiltà non è la stessa cosa della cultura – tutti gli esseri umani creano la cultura, che può essere definita come i costumi, le credenze, le arti, la cucina, l’organizzazione sociale e i modi di conoscere e di relazionarsi tra loro, con la terra e con il divino all’interno di uno specifico gruppo di persone.

La civiltà è uno specifico modo di vivere: persone che vivono in città, con città definite come persone che vivono in un numero abbastanza grande da richiedere l’importazione di risorse. Ciò significa che hanno bisogno di più di quanto la terra possa dare.

Cibo, acqua ed energia devono venire da qualche altra parte.

Da quel punto in poi, non importa quali valori amabili e pacifici la gente abbia nel cuore. La società dipende dall’imperialismo e dal genocidio perché nessuno rinuncia volentieri alla sua terra, alla sua acqua, ai suoi alberi. Ma poiché la città ha esaurito i suoi, deve andare a prenderli da qualche altra parte. Questi sono gli ultimi 10.000 anni in poche frasi. Ancora e ancora e ancora, lo schema è lo stesso. C’è un centro di potere gonfiato circondato da colonie conquistate, da cui il centro estrae ciò che vuole, finché alla fine crolla. Gli orrori congiunti di militarismo e schiavitù iniziano con l’agricoltura.

Le società agricole finiscono per essere militarizzate – e lo fanno sempre – per tre ragioni.

Primo, l’agricoltura crea un surplus, e se può essere immagazzinato, può essere rubato, quindi il surplus deve essere protetto. Le persone che fanno questo si chiamano soldati.

Secondo, il prelievo inerente a questa attività significa che gli agricoltori avranno sempre bisogno di più terra, più suolo e più risorse. Hanno bisogno di un’intera classe di persone il cui lavoro è la guerra, il cui lavoro è prendere terra e risorse con la forza – l’agricoltura lo rende possibile e inevitabile.

In terzo luogo, l’agricoltura è un lavoro massacrante. Per avere del tempo libero, c’è bisogno di schiavi. Nel 1800, quando è iniziata l’era dei combustibili fossili, tre quarti delle persone su questo pianeta vivevano in condizioni di schiavitù, servitù o servitù della gleba.5 La forza è l’unico modo per ottenere e mantenere schiave così tante persone. L’abbiamo in gran parte dimenticato perché abbiamo usato macchine – che a loro volta usano combustibili fossili – per fare quel lavoro al posto degli schiavi. La simbiosi tra tecnologia e cultura è ciò che lo storico, sociologo e filosofo della tecnologia Lewis Mumford (1895-1990) ha chiamato una tecnica [technic]. Un ambiente sociale crea tecnologie specifiche che a loro volta danno forma alla cultura. Mumford scrive:

“[Una] nuova configurazione di invenzione tecnica, osservazione scientifica e controllo politico centralizzato … ha dato origine al peculiare modo di vita che ora possiamo identificare, senza elogio, come civiltà … La nuova tecnologia autoritaria non era limitata dall’usanza del villaggio o dal sentimento umano: le sue imprese erculee di organizzazione meccanica poggiavano su una spietata coercizione fisica, lavoro forzato e schiavitù, che ha portato all’esistenza di macchine che erano capaci di esercitare migliaia di cavalli-energia secoli prima che i cavalli fossero imbrigliati o le ruote inventate. Questa tecnica centralizzata … ha creato complesse macchine umane composte da parti specializzate, standardizzate, sostituibili e interdipendenti: l’esercito del lavoro, l’esercito militare, la burocrazia. Questi eserciti del lavoro e gli eserciti militari hanno innalzato il tetto della realizzazione umana: il primo nella costruzione di massa, il secondo nella distruzione di massa, entrambi su una scala fino ad allora inconcepibile”.6

La tecnologia è tutt’altro che neutrale o passiva nei suoi effetti: I vomeri richiedono eserciti di schiavi per farli funzionare e soldati per proteggerli. La tecnica che è la civiltà ha richiesto armi di conquista fin dall’inizio. Scrive Richard Manning, “l’agricoltura è stata diffusa tramite il genocidio”.7

La distruzione dell’Europa di Cro-Magnon – la cultura che ci ha lasciato in eredità Lascaux, una collezione di pitture rupestri nel sud-ovest della Francia – ha richiesto ai contadini-soldati del Vicino Oriente forse 300 anni per essere portata a termine. L’unica cosa scambiata tra le due culture era la violenza. “Tutti questi manufatti sono armi”, scrive l’archeologo T. Douglas Price con i suoi colleghi, “e non c’è ragione di credere che siano stati scambiati in modo non violento”.8

Le armi sono strumenti che le civiltà fanno perché la civiltà stessa è una guerra. La sua attività materiale più elementare è una guerra contro il mondo vivente, e man mano che la vita viene distrutta, la guerra deve diffondersi. La diffusione non è solo geografica, sebbene sia inevitabile e catastrofica, trasformando le comunità biotiche in colonie sventrate e i popoli sovrani in schiavi. La civiltà penetra anche la cultura, perché le armi non sono solo una tecnologia: nessuno strumento lo è mai. Le tecnologie contengono la forza trasmutativa di una tecnica, creando una serie senza soluzione di continuità di istituzioni sociali e ideologie corrispondenti. Queste ideologie saranno autoritarie o democratiche, gerarchiche o egualitarie. Le tecniche non sono mai neutre. O, come scrive il pioniere dell’ecopsicologia Chellis Glendinning con poca eloquenza, “Tutte le tecnologie sono politiche”.9

Sources:

  1. Lewis Mumford, “Authoritarian and Democratic Technics,” Technology and Culture 5, no. 1 (Winter, 1964).
  2. Esiste un certo dibattito su quanti luoghi abbiano sviluppato l’agricoltura e la civiltà. La migliore ipotesi attuale sembra essere nove: la Mezzaluna Fertile; il subcontinente indiano; i bacini dei fiumi Yangtze e Giallo; gli altipiani della Nuova Guinea; il Messico centrale; il Sud America settentrionale; l’Africa sub-sahariana; e il Nord America orientale.
  3. David R. Montgomery, Dirt: The Erosion of Civilizations (Berkeley, CA: University of California Press, 2007), 236.
  4. Richard Manning, Rewilding the West: Restoration in a Prairie Landscape (Berkeley: University of California Press, 2009), 185.
  5. Adam Hochschild, Bury the Chains: Prophets and Rebels in the Fight to Free an Empire’s Slaves (Boston: Mariner Books, 2006), 2.
  6. Mumford op cit (Winter, 1964), 3.
  7. Richard Manning, Against the Grain: How Agriculture Has Hijacked Civilization (New York: North Point Press, 2004), 45.
  8. T. Douglas Price, Anne Birgitte Gebauer, and Lawrence H. Keeley, “The Spread of Farming into Europe North of the Alps,” in Douglas T. Price and Anne Brigitte Gebauer, Last Hunters, First Farmers (Santa Fe: School of American Research Press, 1995).
  9. Chellis Glendinning, “Notes toward a Neo-Luddite Manifesto,” Utne Reader, March- April 1990, 50.
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Alpi Apuane

“I Nani non narrano alcuna storia; ma così come fu il fondamento della loro ricchezza, mithril fu anche la causa della loro distruzione: scavarono troppo avidamente e troppo in profondità, disturbando ciò da cui fuggivano, il Flagello di Durin.”

J.R.R. Tolkien, Il signore degli anelli

Le gambe dolenti, di ritorno da due giorni sulle Alpi Apuane.

In cima alla Pània della Croce, passo dopo passo tra sassi aguzzi

pania, dicono, sia un frammento sopravvissuto della lingua dei Liguri

intravediamo i mufloni sfuggenti, e sul sentiero le fatte dei lupi cariche di peli di cinghiale,

“Dear little animal, dark-eyed and small
Caring for your fur with pointed paws
This hawk of truth is swift and flies with a still cry
A small sweet meat to the eyes of night”

a guardare,

ma che cosa pazzesca sono i nostri occhi

nell’aria limpidissima che fa vedere contorni di una nettezza che in città non esistono, c’è proprio qualcosa che lascia confusi i nostri occhi urbani,

VEDIAMO

l’isola d’Elba,

il Lago di Massaciuccoli (Massaciuccoli è l’acqua più profonda che c’è. E’ piena di cadaveri)

l’Arno che diventa mare

la Capraia

la Gorgona con i suoi carcerati

ancora oltre, la Corsica

un’immensa nave crociera minacciosa davanti alla Spezia

il golfo di Lerici, e Montemarcello massacrato dalle bombe americane

l’isola della Palmaria

“è grande quanto il marmo che estraggono ogni anno dalle Apuane”

il bosco del Fato Nero, e anche lì sono storie su storie

la roccia dove uccisero il Nonno

“dei ragazzi di Viareggio gli regalarano una grande conchiglia, e lui ne fece uno strumento con cui chiamava i soccorsi in montagna, per suonarlo, non dovevi soffiare, dovevi farci una sorta di pernacchia.

Il Nonno accompagnò un americano su per i monti, e un tedesco li vide, e lo uccise – e poi si rese conto che il Nonno era quello con cui aveva mangiato qualche giorno prima, e scoppiò a piangere”

la Garfagnana, distesa paese dopo paese (e ogni paese una storia)

l’Emilia dove passano i morbidi monti degli Appennini

sono vecchi, hanno trecento milioni di anni, le nostre Apuane ne hanno soltanto sessanta milioni e sono ancora aguzze”

l’avida Lucca dei barattieri, tutta stretta tra le sue mura

poi più vicino, Pisa

e vicinissimo il Procinto che è una roccia che sembra impossibile da scalare, con quelli che dicono fossero i suoi figlioli ai piedi

e colline morbide verso l’Uomo Morto e la Donna Dormiente

“mi ricordo, non da qui… sembrava avere i capelli tutti stesi, e anche le tette!”

La Comunanza di Levigliani che dal Settecento fa legge a sé

l’Antro della Corchia che è un’intero monte cavo di fiumi e grotte così immense, che quando ci sei dentro…

«E, Legolas, quando le fiaccole sono accese e gli Uomini camminano sui pavimenti sabbiosi sotto cupole echeggianti, ah!

Legolas, allora gemme e cristalli e filoni di minerali preziosi scintillano sulle pareti lucide; e la luce risplende attraverso marmi ondulati simili a conchiglie, luminosi come le vive mani di Dama Galadriel.

Vi sono colonne di bianco, di zafferano e di rosa-alba, Legolas, plasmate e modellate in forme di sogno; sorgono da pavimenti di mille colori per avvinghiarsi agli scintillanti soffitti: ali, corde, tende fini e trasparenti come nuvole ghiacciate; lance, bandiere, pinnacoli di palazzi pensili! Laghi tranquilli riflettono la loro immagine; un mondo sfavillante si affaccia dagli scuri stagni coperti di limpido vetro”

Una ferita sul monte di fronte, la cava abbandonata dove con tre fili di ferro intrecciati tagliavano, un centimetro l’ora, il marmo…

millennio dopo millennio, piccoli esseri cercano luce, hanno fame, vivono ciascuno qualcosa che non capiremo mai, muoiono, le loro conchiglie vengono schiacciate, si trasformano, diventano marmo

polvere nei polmoni per i più fortunati, schiacciati dai massi gli altri, mentre li facevano scendere giù per le vie di lizza, con i fori che ancora si vedono dove piantavano i legni per reggere le corde.

“Son salito una volta per la via di lizza, ma è molto pericolosa…”

E penso, a scenderla con un immenso blocco di marmo, e non per fare un’escursione, ma per tutta una vita…

E poi guardo oltre, e vedo un’intera montagna decapitata, i proprietari hanno esagerato un po’ troppo, ci vorranno appena cinquanta milioni di anni per riparare al danno che hanno fatto

“Sì, lo so, stai pensando al palazzo di Saddam Hussein fatto con il marmo di Carrara…

ma solo il tre percento del marmo qui serve per scopi artistici, tutto il resto diventa CaCo3, carbonato di calcio…

lo trovi nei dentrifici, ad assorbire l’olio nelle gare di motociclismo, nelle piscine, nel vino adulterato, a rendere più morbida la vernice, a far la carta bianca bianca….”

Le Alpi Apuane sono un parco regionale.

Un parco regionale che ospita 180 cave attive, di cui 95 sopra Carrara. Da cui hanno estratto più marmo negli ultimi trent’anni che in tutto il tempo che ci separa dalle statue dell’antica Roma.

Tanto amore e tanto odio quanto un giardino, tanto odio e tanto amore quanto gli antichi molluschi, tanto odio e tanto amore quanto il cielo, la montagna e la terra.

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Ci vediamo a Samarcanda!

A Trieste, un corteo (secondo la stessa stampa mainstream) partecipato da 15.000 persone, è stato seguito pochi giorni dopo dalle cariche della polizia, con idranti e manganellate contro manifestanti pacifici.

H0 tanti amici che hanno certezze assolute su tutta la vicenda:

Tesi Uno:

gli scienziati e il governo hanno ragione perché hanno studiato e perché sono stati scelti dalla maggioranza, i pochi egoisti che hanno paura di una punturina vanno spazzati via senza se e senza ma

Tesi Due:

Tutta questa vicenda è una montatura per imporci una Dittatura Sanitaria, cui occorre resistere al prezzo delle amicizie, dei rapporti familiari, del posto di lavoro, della libertà e se occorre, della vita

Ma sento che c’è qualcos’altro che sfugge in tutta la vicenda.

Oggi leggo che il microbiologo Crisanti ha detto una serie di ovvietà, che però a pensarci cambiano tutto il quadro.

L’immunità conferita dal vaccino calerà rapidamente, per cui occorre la terza dosa, ma occorre anche

” tenere il punto su misure di protezione individuale come le mascherine e sul green pass.”

Le persone come Crisanti occupano lo spazio sociologico un tempo occupato dal clero, e capisco quelli che ragionano come i mezzadri toscani di una volta:

“Se i’malvestito cerca di convincerti di qualcosa, stai sicuro che ti piglia in giro!”

Io invece non contesto minimamente la competenza di Crisanti, o le singole sue affermazioni.

Mi colpisce piuttosto il ragionamento generale.

1) si impone un anno e mezzo di locdaun

2) poi per uscire da 1) si impongono due dosi di vaccino, e si distrugge la vita a chi (a torto o a ragione) non le accetta: “ma per farla finita con questo incubo, è un prezzo che vale la pena da pagare”

3) però poi si ricorda il banale fatto che 2) non funziona più di tanto, e bisogna fare una terza dose,

4) ma nemmeno questo basta e quindi bisogna ritornare sostanzialmente a 1), e non si uscirà mai da questa situazione, perché i virus si evolvono: Darwin, che non sapeva nemmeno dell’esistenza di questi animaletti a pescepalla peduncolato, aveva già capito questo piccolo particolare che sfugge ai nostri politici

5) il tutto senza nemmeno considerare che ci saranno altre epidemie, con altri virus, contro cui tutto ciò che si è fatto finora non sarà particolarmente efficace: The Guardian ci racconta di almeno altri otto virus tosti che si stanno preparando negli allevamenti intensivi di animali disgraziati, pronti per fare amicizia con noi.

Invece di accusare il clero di mentire, come fanno spesso i vaccinoscettici o i no Green Pass, il problema – come con tutti gli oracoli – sta forse nelle domande che poniamo loro.

Se chiediamo,

“La mascherina rallenta o diffonde la diffusione del Covid?”

sospetto che quando ti rispondono, “fìdati, serve!” abbiano sostanzialmente ragione.

Cosa risponderà l’oracolo, invece , se chiediamo

“cosa succederà tra dieci, vent’anni, dopo aver obbligato per legge l’intera specie umana, per anni, a riempirsi i polmoni di microplastiche che non ne usciranno mai più?”

Certo, quando/se/forse dovremo affrontare centinaia di milioni di tumori ai polmoni imposti ai non fumatori, i decisori attuali saranno tutti in pensione o passati ad altri compiti.

Ma le guerre sono tutte così: chi chiedeva, è giusto o no punire il governo serbo che ha protetto l’assassino dell’Arciduca? ha posto una domanda sensata, a modo suo.

Peccato che non ha messo in conto la rivoluzione russa o l’invenzione dell’iprite o la nascita del fascismo o la seconda guerra mondiale o la bomba su Hiroshima…

Il clero/oracolo ci incita a fare la guerra ai virus e di vincerla.

Che è un po’ come fare la guerra del giorno contro la notte, o la guerra della nuca contro la fronte.

Come andrà a finire ce lo racconta Roberto Vecchioni.

All’inizio, la Delusione della Vita senza Altro, che sta alla base stessa del sistema consumista:

Ridere, ridere, ridere ancora,
Ora la guerra paura non fa,
brucian le divise nel fuoco la sera,
brucia nella gola vino a sazietà,
musica di tamburelli fino all’aurora…

Poi, improvvisamente, compare ciò che mette in crisi l’intera civiltà:

il soldato che tutta la notte ballò
vide tra la folla quella nera signora,
vide che cercava lui e si spaventò.

Quello che fino a un istante prima, era hybris, si trasforma in panico:

“Salvami, salvami, grande sovrano, fammi fuggire, fuggire di qua,
alla parata lei mi stava vicino,
e mi guardava con malignità”


“Dategli, dategli un animale,
figlio del lampo, degno di un re,
presto, più presto perché possa scappare,
dategli la bestia più veloce che c’è

“corri cavallo, corri ti prego
fino a Samarcanda io ti guiderò,
non ti fermare, vola ti prego
corri come il vento che mi salverò
oh oh cavallo, oh, oh cavallo, oh oh cavallo, oh oh, cavallo, oh oh”

Ma dove lo porta la bestia più veloce che c’è, quella che può permetterci di fingere che vita e morte non siano una cosa sola?

Fiumi poi campi, poi l’alba era viola,
bianche le torri che infine toccò,
ma c’era su la porta quella nera signora
stanco di fuggire la sua testa chinò:
“Eri fra la gente nella capitale,
so che mi guardavi con malignità, son scappato in mezzo ai grilli e alle cicale,
son scappato via ma ti ritrovo qua!”

E poi la scoperta decisiva: che la morte non ti guardava con malignità, era solo un po’ sorpresa e divertita da come cercavi di sfuggire all’insfuggibile:

“Sbagli, t’inganni, ti sbagli soldato
io non ti guardavo con malignità,
era solamente uno sguardo stupito,
cosa ci facevi l’altro ieri là?
T’aspettavo qui per oggi a Samarcanda
eri lontanissimo due giorni fa,
ho temuto che per ascoltar la banda
non facessi in tempo ad arrivare qua.

Non è poi così lontana Samarcanda,
corri cavallo, corri di là…
ho cantato insieme a te tutta la notte
corri come il vento che ci arriverà
oh oh cavallo, oh, oh cavallo, oh oh cavallo, oh oh cavallo oh oh

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Vie di fuga (4)

Alla prima parte

Una nota al volo.

La grande maggioranza della specie umana si scambia messaggi su Whatsapp, un canale che è totalmente nelle mani di un cittadino americano, proprietario di una ditta con sede negli Stati Uniti, che ti chiede il numero di telefono e anche se (forse) non legge i tuoi messaggi, traccia tutti i tuoi contatti e movimenti.

Esistono tre alternative (che io sappia).

Telegram, che è certamente molto più sicuro di Whatsapp, e mi dicono (non avendo termini di confronto non posso dire) funzioni anche meglio di Whatsapp.

Il problema è che appartiene a un tizio russo che abita a Dubai e che ti chiede anche lui il tuo numero di telefono. Sempre meglio dare un po’ di dati a un russo e un po’ a un americano invece che tutti a uno solo, però non è il massimo.

Signal, che dovrebbe essere accessibile solo sullo smartofono, e quindi non posso dire nulla.

E poi c’è Session.

Che è decentralizzato, passa attraverso una serie di router che non permettono di localizzare chi lo usa, è criptato dal mittente al destinatario, e non devi mai dare nessun dato a nessuno.

E’ semplice da usare, ha un’interfaccia un po’ spartana che non guasta, e c’è un vasto gruppo di volontari che lavora continuamente per migliorarlo: puoi mandare messaggi di testo, allegati e messaggi vocali e fare gruppi chiusi o aperti. Insomma, tutto quello che serve anche per le cose più pratiche della vita.

Purtroppo non esiste ancora, che io sappia, un manuale per dummies, per cui vi spiego cosa ho fatto io, scusandomi subito per il linguaggio poco professionale. Ma se anche le persone normali e poco competenti come me non iniziano a ribellarsi, resteremo tutti schiavi.

Le cose buone funzionano se raggiungono una massa critica, quindi invito tutti a seguire questi semplici passi:

  • Scaricare il programma, scegliendolo secondo il vostro dispositivo.
  • Il programma, al posto del numero di telefono che usano altri dispositivi, genera un lungo codice alfanumerico (Session ID) che potete far girare a chiunque;
  • e una sequenza di parole in inglese (Recovery Phrase) che funzionano in pratica da password, permettendoti di far ripartire Session da altri dispositivi o in caso di problemi.
  • Vi potete anche inventare un nome (io uso Hansken, come la nostra elefantessa), ma è solo per sfizio, il nome non è riservato e ci potrebbero essere anche altri con lo stesso nome; e posso, credo, anche cambiarlo.
  • Vi si apre una finestra di dialogo, che se volete potete proteggere con una password (da non confondere con la recovery phrase).
  • Siccome sono una capra informatica, ci ho messo un po’ a capire come funziona, quindi ecco un fotogramma dello schermo.
  • Digitate sul fumetto nella colonna a sinistra, e vi si apre questa schermata:
  • Dove c’è scritto Enter Session ID or ONS Name, inserite la Session ID della persona con cui volete corrispondere (non vi preoccupate per ora dell’ONS Name).
  • Premete il tasto Next.
  • Scrivete il messaggio nel campo in basso, potete aggiungere allegati, messaggio vocale e una quantità di faccine idiote, poi premete la freccia e mandate.

Per permettere ai volenterosi di sperimentare, ecco la mia Session ID:

05dbbeb9fbb38ccf07afdf35bad14193c1c186a32228c1c50a9ef0a640a1e87a64

E c’ho pure il QR!

Per accertarmi della vostra identità (e mandarvi poi a vita pubblicità, sorvegliare tutti i vostri movimenti, sapere a che ora andate a dormire e cosa mangiate per colazione), potete accompagnare il vostro primo messaggio su Session con un messaggio alla mia mail, che trovate qui in alto.

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Un uomo libero

“quanti uomini vogliono davvero essere liberi?”

chiedeva tra i commenti Francesco.

Ieri mattina, ho incontrato un uomo che voleva essere libero, mentre bloccava tutta la fila alla cassa del Penny Market.

Vestiti un po’ logori, capelli bianchi lunghi legati a crocchio e una barba bianca degna di Babbo Natale.

Ma restai colpito dalla sua postura eretta e la fierezza dello sguardo.

Pagò la commessa in innumerevoli monetine da pochi centesimi alla volta, raccolte presumo elemosinando.

La commessa disse,

“sono nove euro e settantatre centesimi, manca ancora…”

lui rispose ad altissima voce,

“No lei dice el falso, son diez euros!”

Dietro di lui c’erano due embriahoni della piazza, che aspettavano di pagare e bersi le loro birre, e quindi solidarizzavano in pieno con la mite commessa, che si mise a ricontare i centesimi (inutile dire che nella conta, aveva ragione lei).

Finalmente l’Uomo Libero pagò tutto, inveendo, gli embriahoni riuscirono a portarsi via le loro birrette, e arrivò il mio turno…

Ma proprio mentre mi accingevo a pagare, l’Uomo Libero ritornò, furibondo, agitando lo scontrino:

“Signora, mira! Aqui son tre mozzarellas, io he comprato quatro! Dove è mi mozzarella? Io chiamo su jefe, lei ha preso la mozzarella!”

La mite cassiera sospirò, e gli disse,

“vada a prendere una mozzarella al bancone”

“No, yo voglio mia mozzarella! Adonde lo ha posta?”

Allora la cassiera prese un euro e qualcosa, il prezzo della mozzarella mancante, e glieli diede, e lui si degnò di accettare.

Uscito dal Penny Market, mi ritrovo al semaforo l’Uomo Libero, che cammina fiero verso nord con due enormi cani al guinzaglio e la sua busta della spesa.

Sulla spalle, porta la casa: uno zaino con arrotolato un sacco a pelo, molto ordinato.

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” La tua soddisfazione è il nostro must”

Negli ultimi decenni, gli stracciaroli di Prato, furbi come pochi, hanno pensato di fregare i propri lavoratori italiani delocalizzando in Cina. I cinesi, pazienti, hanno imparato il mestiere, e si sono trasferiti in massa a Prato, oggi la seconda città per popolazione cinese d’Europa dopo Parigi.

La cosa curiosa è che se giri per il centro di Prato, non vedi nemmeno un cinese.

Stanno infatti tutti a lavorare in una zona dal poetico nome di Macrolotto.

“Il Distretto del Macrolotto è il cuore pulsante dell’abbigliamento all’ingrosso Made in Italy e il centro tessile più grande di tutta Europa.”

Dove si erge ad esempio la Texprint, con logo direttamente in ideogramma cinese:

La Texprint sostanzialmente stampa magliette e tute sportive, ma ha anche prodotto mascherine con fondi pubblici:

I nostri prodotti sono il frutto di attente ricerche fra le ultime tendenze… Abbiamo un team specializzato e attento alle mode del momento…

La filosofia. L’offerta della Stamperia Texprint rispecchia ogni vostra richiesta. Affidaci la tua idea e riceverai Creatività, Professionalità e Qualità. La tua soddisfazione è il nostro must.

I lavoratori sono in massima parte pakistani e bengalesi, con qualche senegalese.

Da molti mesi, una parte di loro protesta perché costretti a un orario un po’ particolare: dodici ore al giorno, sette giorni la settimana.

Appena hanno iniziato a protestare, sono stati licenziati; i licenziati hanno continuato a protestare, con l’aiuto del sindacato SiCobas, con picchetti davanti alla fabbrica durati sette mesi.

Chi non ha protestato, ha invece imparato la lezione e tace.

Una volta un operaio (nemmeno iscritto al sindacato) è stato fatto oggetto di lancio di acido; a giugno un gruppo di cinesi armati di bastoni ha sistemato un picchetto davanti alla fabbrica, come si vede in un video.

A fine giugno, il Consiglio di Stato ha certificato, nei riguardi della Texprint, «la sussistenza di tentativi d’infiltrazione mafiosa tendenti a condizionare le scelte e gli indirizzi della società». In particolare la decisione è stata presa dai magistrati «alla luce della presenza di soggetti pubblicamente considerati ai vertici dell’impresa ed aventi legami con elementi di spicco della criminalità organizzata».

A settembre, il presidio dei licenziati in sciopero della fame davanti al Comune è stato sciolto e i manifestanti denunciati.

Ieri, tre licenziati sono tornati al lavoro, grazie a una sentenza del tribunale. Gli altri licenziati hanno fatto un picchetto davanti a Dreamland, un nome e un programma, un negozio di Prato che vende i prodotti della Texprint.

Questa volta è arrivato un gruppo di cinesi vestiti di nero e armati di mazze, come si vede in questo video, che hanno pestato perbenino i manifestanti, prendendoli, come si vede a calci quando cadevano a terra.

Giusto per capire come funzionano le Success story del Made in Italy.

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Fedeli agli insegnamenti dei Cinque Maestri

Qualche settimana fa, sono andato qui:

Metto subito in chiaro una cosa: di solito sono più interessato a come la gente sostiene le cause in cui crede, che al contenuto delle cause stesse.

E capisco che possa essere un problema, quando c’è una comunità umana come quella marxista-leninista (ML) dove ognuno percepisce se stesso come una piccola e fragile nullità, che esiste solo per la causa: la loro rivista, Il Bolscevico, ha come primo titolo:

“Occorre la totale dedizione al Partito e alla causa da parte dei massimi dirigenti del PMLI”.

In sala, ci sono un’ottantina di persone: a grande maggioranza maschi, ma le donne sono molto attive.

Colgo due fasce di età – una maggioranza attorno ai sessant’anni, una minoranza attorno ai venticinque. Magari mi sbaglio, ma credo che molti di loro siano operai, o piccoli impiegati: non è certo un mondo da radical-chic.

E quasi tutti indossano vistose magliette con falce e martello e il ritratto di Mao.

Oggi può sembrare strano, ma in fondo il Novecento europeo è stato in gran parte una guerra tra camicie. Che fanno svanire l’individuo di fronte alla causa, anche con l’ausilio di colori emotivamente carichi.

Mi accolgono con molta gentilezza: credo che di sconosciuti in sala fossimo non più di tre o quattro – uno del servizio d’ordine mi cerca una sedia, mi dà un’affettuosa pacca sulle spalle, una signora mi chiede se sono di qualche Partito, e se non lo sono, possiamo condurre comunque delle lotte insieme.

Mao è stato accusato di aver provocato, con una dozzina di “campagne”,

Almeno 40 milioni di morti e forse 80 milioni o più. Questo include le morti di cui era direttamente responsabile e le morti risultanti da politiche disastrose che si rifiutò di cambiare.”

Viviamo in un’epoca in cui tutto (e il contrario di tutto) viene trasformato in statistica. Ma a prescindere dalla veridicità di quei calcoli, che non sapremo mai, sarebbe interessante chiedersi – nel paese più popoloso del mondo, durante il secolo più turbolento della storia umana – quanti sarebbero stati i morti se avessero prevalse altre politiche.

Ma è ovvio che i militanti del PMLI non sono qui per celebrare le colpe, bensì i meriti di Mao: è importante ricordare che quando qualcuno commemora un personaggio storico, ne commemora sempre la propria, positiva visione, e credo che sia un diritto che vada rispettato.

Al palco si alternano una donna dalla voce forte e chiara, una decina di delegati che fanno discorsi molto brevi e poi il Segretario Generale Giovanni Scuderi.

In quasi tre ore, la sala applaude decine e decine di volte, ma non vola una battuta.

Ci rifletto. A prima vista, è una facile accusa da lanciare contro dei fanatici: è il succo del Nome della rosa di Umberto Eco, ad esempio.

Ma nulla toglie che in altri momenti, queste persone sappiano ridere e scherzare: è in questo momento che non si può.

Mi viene un’espressione che forse non piacerà ai nostri ML, ma che spiega molte cose – siamo in un momento sacro.

L’umorismo infatti ha uno straordinario potere corrosivo, proprio perché sembra del tutto innocuo.

Ma a un certo punto, l’umorismo annienta facilmente qualunque causa – al polo opposto degli ML, abbiamo il Nostro Sindaco.

Qui lo vediamo all’ennesima inaugurazione di fontanello o di targa stradale, che dovrebbe essere in un certo senso un momento sacro, ma che finisce per diventare un momento ridicolo:

Quindi, le nostre Compagne e Compagni fanno bene a vivere l loro momento sacro in un modo serio, che viene scandito da tutto un linguaggio particolare.

Che sembra oggi extraterrestre, ma non c’è in fondo tutta questa differenza tra i nostri ML di oggi, e i comunisti spagnoli o tedeschi degli anni Trenta.

E quando si sente questo linguaggio, che proviene da persone vere, fa un effetto molto diverso da quando si legge.

Probabilmente io non sono in grado di rendere correttamente il senso dei loro discorsi: l’acustica non era delle migliori, e nemmeno lo è la mia memoria.

E in mancanza di trincee per segnalare il fronte di guerra, sono solo le parole a distinguere chi sta di qua e chi sta di là della barricata, come dicono.

Per cui spero che mi perdoneranno qualche errore.

Innanzitutto, contano gli scambi di ringraziamenti e di complimenti.

Che iniziano con le lodi dell’abnegazione e del coraggio del Comitato Centrale, ma poi salgono in alto: la biografia del Compagno Segretario Generale occupa almeno un quarto d’ora.

La compagna che lo presenta racconta che Scuderi nasce militante cattolico (e qui noto la maniera positiva con cui gli ML guardano a certi ambienti religiosi, “come diceva il compagno Mao, dai sassi non nasce nulla, ma da un uovo sì!”), poi smaschera trotzkisti e revisionisti infiltrati nel movimento ML, conduce epiche lotte per difendere e trasmettere l’Insegnamento dei Cinque Maestri (Marx, Engels, Lenin, Stalin e Mao).

Scudieri viene eletto per acclamazione per ben quattro volte segretario generale, “all’ultima volta i compagni si alzano in piedi per dodici minuti di applausi – e a sentirlo raccontare la sala esplode in una sorta di meta-applauso.

Il Compagno Segretario Generale ha scritto tutte le Parole d’Ordine del Partito, e all’età di quasi novant’anni continua a studiare, seguendo il Faro del Marxismo Leninismo Pensiero di Mao, e i Compagni Messicani per primi lo hanno riconosciuto come un Maestro di Marxismo Leninismo degno dei Cinque Maestri.

La compagna racconta di come quando la rivista Il Bolscevico non poteva più uscire per mancanza di fondi, il Compagno Segretario Generale ha venduto la propria casa per finanziarla, “un esempio vivente di coerenza marxista leninista”.

La compagna legge un messaggio di un gruppo statunitense, che riconosce Scuderi come Maestro, proclama che il suo “rosso pensiero” si erge alto sull’orizzonte, e che lui è la guida del proletariato italiano.

E’ un modo di parlare di qualcuno insolito ai tempi nostri, quando tutti nuotano nudi in un acquario sotto gli occhi di tutti gli altri: sia che si critichi, sia che si esalti qualcuno, si parla quasi sempre solo delle sue piccolezze. Salvini è buono perché ha un debole per la pizza; Salvini è cattivo perché il suo manager apprezza la cocaina e i ragazzini.

Io invece nella modalità del PMLI ci trovo un senso, che ricorda tutta la storia del bolscevismo: da una parte, il militante è anonimo, come l’asino che porta le reliquie dei santi. Ma quando il suo anonimato diventa perfetto, cessa di essere asino, e diventa santo. Non per ciò che è umanamente, ma come esempio, immagine…

Il Compagno Segretario Generale si alza, occhiali e capelli grigi, una voce intensa, e tra gli applausi inizia a parlare di Mao. “Sarà una versione abbreviata, il discorso originale è di 64 cartelle” (non è una battuta, è un’informazione).

Il tema è la lotta al Revisionismo, il tradimento del marxismo-leninismo che porta al compromesso con il capitalismo.

E racconta di come il PMLI già nel 1977 ruppe i rapporti con il Partito Comunista Cinese, a differenza – e lo dice senza mezzi termini – degli altri partiti comunisti che si sono venduti alla “dittatura borghese e fascista” che oggi governerebbe quel paese; attacca Manlio Dinucci, associandolo (se ben ricordo) ai trotzkisti; ricorda di come Cossutta (e quindi il suo discepolo Marco Rizzo) prendeva soldi dai revisionisti del Cremlino.

E soprattutto smonta i due padri del revisionismo italiano, Palmiro Togliatti e Antonio Gramsci. Sono ragionamenti interessanti, fatti da una persona lucida e colta, e spero di leggerli quando le 64 cartelle saranno disponibili.

Poi, certo, la fedeltà ai Maestri ha un prezzo: l’attenzione incessante a ogni possibile deviazione, la cura attentissima alle parole e la paura di venire meno.

Gli ML sono antropologicamente qualcosa di molto raro oggi: sono dei combattenti.

Il comunismo è un sogno di unità dell’umanità, ma all’unità si arriva soltanto con la vittoria di una parte di un’umanità radicalmente divisa sull’altra parte.

La vittoria è la conclusione di una guerra. E per combattere una guerra, bisogna essere disposti a sacrificare tutto, anche la vita.

Ora, non è facile colpire i grandi nemici. Per cui per ora, occorre soprattutto vegliare sui piccoli nemici: che come in ogni guerra, sono le spie e i traditori, che si riconoscono dai piccoli dettagli.

Alla fine, colgo un invito a studiare, studiare e studiare!, a scalare vette che non sono mai state scalate!, a restare fedeli in ogni momento della propria vita, in ogni circostanza, all’insegnamento dei Cinque Maestri.

Tutti si alzano in piedi, pugno chiuso e grido – “Viva Marx Viva Engels Viva Lenin Viva Stalin Viva Mao!“, e un gioioso e intenso coro dell’Internazionale, seguito dall’Inno del Partito:

Noi siamo il Partito del proletariato
rosse fiammanti, rosse le bandiere
falce e martello effige di Mao
splende il Sole rosso del PMLI.

Infiamma i cuori e chiama alla lotta
l’Italia unita, rossa e socialista
vieni con noi, uniam la classe
rivoluzione allor trionferà.

Noi siamo il Partito della riscossa
abbasso i servi della borghesia
revisionisti e riformisti
nostro Sole rosso li spazzerà via.

Noi siamo il Partito della riscossa
al nemico mai, mai ci piegheremo
abbiam fiducia, abbiam coraggio
socialismo alfine noi conquisteremo.

Noi siamo il Partito della vittoria
giovani venite il futuro è nostro
trasformeremo il mondo e noi stessi
nostro Sole rosso c’illuminerà.

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Matteo Salvini è morto!

Mi segnalano che su Wikipedia, voce morti nel 2021, si lamenta la scomparsa, ieri a un’ora e per motivi imprecisati, di un certo Matteo Salvini, nato nel 1973, personaggio comico noto per le sue frequentazioni di discoteche e di personaggi del demimonde della prostituzione e della droga.

Ricordiamo, non troppo commossi, una delle sue ultime affermazioni:

“dal mio punto di vista, più si viaggia meglio è. Più opportunità di lavoro di business e di spostamento veloce in aereo, in macchina, in treno o in nave ci sono, e meglio è”

Precisiamo (e giuriamo davvero) che la scoperta della voce su Wikipedia è avvenuta per puro caso.

Per quando lo risusciteranno (per un po’, tanto comunque muore, come tutti), ecco la pagina salvata su Archive.org.

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