Nel 2011 – ben prima del 7 ottobre 2023 che si inventa come “inizio di tutto” – un poeta di Gaza, il cui nome viene trascritto anglicamente come Refaat Alareer, scrisse un poema breve e semplice, in arabo classico, إذا كان لا بدّ أن أموت , “se io devo morire…”
“Se io devo morire, tu devi vivere per raccontare la mia storia, per vendere le mie cose, per comprare un pezzo di stoffa e qualche cordicella,
(che sia bianca con una lunga coda)
così che un bambino, da qualche parte a Gaza, guardando il cielo negli occhi, aspettando suo padre che se n’è andato in un incendio – senza dire addio a nessuno, nemmeno alla sua carne nemmeno a se stesso – veda l’aquilone, il mio aquilone che hai costruito, volare in alto e pensi per un attimo che ci sia un angelo che riporta l’amore
Se devo morire che porti speranza che sia una favola”
Refaat Alareer dovette morire, il 6 dicembre del 2023, quando i conquistatori ammazzarono con un colpo dal cielo, lui, e visto che c’erano, suo fratello, sua sorella e quattro nipoti piccoli.
Oggi, nel nostro Giardino, con i figlioli della scuola media Machiavelli, sotto la cupola della Basilica di Santa Maria del Carmine che tante ne ha viste, abbiamo realizzato in piccolo, le ultime volontà del poeta assassinato.
Non possiamo raccontare la storia di tutti gli sterminati di Gaza, solo quella dei bambini, diciamo dagli zero ai quindici anni.
Ci sono 12.000 nomi di bambine e di bambini, scritti in lettere latine, ma messi alla araba.
Cioè il nome, quello del padre, del nonno e quello del bisnonno, senza cognome: un arabo che si fa i documenti in Italia mette di solito come “cognome” il nome del bisnonno.
Ma uno di loro si chiama solo طفل , “bambino”, numero 228.
Mentre la mamma Giulia strappa con maestria le lenzuola, i figlioli iniziano a scrivere i nomi. Solo il primissimo nome.
Io mi offro per scrivere in lettere arabe, i nomi che riesco a riconoscere.
Mohammed, Fatima, Nur, Mahmoud… e poi il bellissimo Muhannad, che la prima volta che l’ho incontrato anni fa, pensavo fosse un errore per Muhammad.
Ricordiamo che gli arabi che conquistarono in pochi anni mezzo mondo, avevano avuto la rivelazione divina, a loro dire, per un solo motivo: erano analfabeti, erano la popolazione più ignorante del mondo: e proprio per questo possedevano la lingua perfetta, quella che Dio scelse per dettare, tramite l’arcangelo Gabriele, il Corano.
E quindi il mondo islamico coglieva la superiorità degli altri, in altre cose, come una prova della verità del Corano. Ecco che Hind, la mitica India, era patria della perfezione insieme matematica e artigiana, e infatti i numeri che noi chiamiamo “arabi”, gli arabi stessi modestamente li chiamano “indiani”.
Muhannad vuol dire proprio, fatto all’indiana, noi diremmo, a regola d’arte.
Io scrivo questi nomi, per quelli che capisco… Msk o Nghm non mi significano niente, ma c’è la bambina Nur, la luce, tre anni… Maryam come la madre vergine del profeta Isa (sarà stata poco più grande delle bimbette delle medie) che tenera tacque con il bimbo in mano davanti a chi la accusava, e il bimbetto appena nato parlò… Zamzam come le acque primordiali… Sabr, due anni, che è la pazienza..
Un paio di anni fa, mi arrabbiai moltissimo con una piccola donna, curva, con il hijab in testa, che evidentemente faceva le pulizie per qualche sfruttatore proprietario di B&B del nostro condominio, perché buttava i rifiuti nel luogo sbagliato…
mi sono sentito un mostro dopo…
e poi un giorno ho incontrato di nuovo lei, e le ho chiesto scusa, e le ho detto , al-sabru min al-Llahi wa l’ajlu min al-Shaytan, “la pazienza viene da Dio e la fretta viene da Satana”. E lei mi rispose, che davvero è così.
E mentre scrivo in arabo, mi fermo ogni tanto per parlare con il figliolo che mi chiede se l’arabo sia difficile, o con la mamma che racconta di come ha scoperto il nostro Giardino, o con il Calciante di Parte Bianca, e con gli insegnanti e i babbi e tutti gli esseri umani che hanno reso possibile la vita di questo luogo.
E ciascuno di loro è una storia, come lo sono i bambini che stiamo commemorando.
E tra i morti e i vivi, mi vien quasi da piangere, tra lutto e gioia.
Nel 1871, lo scrittore, poeta, visionario John Ruskin fondò la Guild of Saint George, per ricordare all'Inghilterra che un Impero per quanto ricco, non poteva essere felice se il suolo e le acque erano avvelenate e milioni vivevano in miseria.
"Puntò su tre aspetti principali della vita inglese che avevano bisogno di sostegno e miglioramento: l'educazione artistica; l'artigianato; e l'economia rurale. Sperava di promuovere la comprensione e l'apprezzamento della buona arte, incoraggiare l'artigianato al posto della produzione di massa, e ravvivare ciò che oggi chiameremmo agricoltura e orticoltura sostenibili".
Stamattina leggo che la Guild ha pubblicato sul suo sito un mio articolo. Che se avete voglia di leggere un testo in inglese, è un buon manifesto di quello che vogliamo essere.
Miguel Martinez lives in the Oltrarno district of Florence, famous for its (dying) arts and crafts. He and others have been working for ten years on a series of community projects, which he considers very Ruskinian in spirit, putting together radical local democracy, tradition and care for place. He describes it as being something very “political” in the sense of the community, the “polis”, but completely outside party politics. Behind the Carmine church, where Masaccio and Lippi worked, he and others run a community garden. Now they’re working on a project to turn the abandoned church of San Carlo dei Barnabiti into a community centre too, focusing on local history (which he points out is not the same as the bigger history of Florence), arts and crafts. After he got in touch with the Guild, we invited Miguel to write about these projects for us; he would be delighted to hear from any Companions eager to know more (more…).
In tutto l’Occidente (cosiddetto), ci sono più o meno due poli politici, uno di Sinistra o progressista, e uno di Destra o conservatore.
Il primo polo fa discorsi di voler cambiare le cose e innovare; il secondo di restare fedele alle buone vecchie usanze.
Ora, sappiamo che le innovazioni aumentano comunque, a una velocità inconcepibile.
Alzi la mano chi è conservatore davvero, e pronto a fare sei figlioli, tutti da picchiare che le botte fan bene; uno solo l’Erede, una da sposare con la dote, due da mandare in seminario e due in convento; e a fare a meno dell’iPhone, anzi del cellulare tout court, anzi della tv a colori… e le vacanze estive a passarle preparando la processione del Santo.
A ragion di logica, gli ultimi conservatori veri dovrebbero essersi estinti circa mezzo secolo fa.
Eppure i partiti conservatori stanno crescendo in gran parte dell’Occidente, anzi più “sorpassano a destra”, più voti prendono.
“Sospeso tra l’appartenenza a un luogo e la minaccia costante di esserne espulso“.
E’ una definizione oggettiva della condizione interiore della maggior parte del ceto medio almeno nei paesi dell’Europa meridionale oggi – un fatto, non una presa di posizione.
Ma sei ci pensiamo, questa frase esprime molto bene la nota prevalente dietro tutta la retorica dei movimenti e partiti di Destra in Occidente oggi.
Ora se le organizzazioni di Destra sono riuscite ad agganciarsi a qualcosa di così più profondo e reale, si capisce facilmente perché stanno avendo tanto successo elettorale.
Il sociologo Luca Ricolfi, nelsuo libro La mutazione, distingue in Italia tre categorie fondamentali, in base a come immaginano il proprio futuro – la garanzia, il rischio e l’esclusione. I sondaggi (ai tempi delle elezioni che hanno incoronato la Meloni) hanno dimostrato che chi si sentiva al sicuro, votava prevalentemente Centrosinistra; chi si sentiva escluso votava 5Stelle (per via del reddito di cittadinanza); chi si sentiva a rischio votava nettamente a Destra.
Mi immagino un elettore medio di Destra, il piccolo proprietario di un negozio sull’orlo del fallimento, che non ha mai imparato una lingua straniera, e vede il suo quartiere che si disumanizza giorno per giorno.
Ha ragione da vendere, la sua alienazione è reale; anzi, è meglio lui che almeno se ne rende conto, di tanti che fanno finta di vivere nel migliore dei mondi possibili.
L’equivoco sta tutto nel capire la causa dell’alienazione.
La persona a rischio non si lascia abbindolare dalle spiegazioni ottimistiche e mainstream,
“crisi momentanea, andrà tutto bene, difendiamo l’Europa dell’inclusione, basta con le fake news dei populisti, viva il PNRR e le mascherine e abbiamo bisogno del sangue dei vostri figli per l’Ucraina.”
La persona a rischio ascolta piuttosto un vociare intenso, che almeno riconosce il disastro. E che glielo spiega lì per lì, con esempi umani.
Non sei padrone a casa tua, perché
a Padova un professore ha bofonchiato per il presepe nell’ingresso della scuola elementare,
a Milano c’è una strada con più kebabbari che pizzaioli,
un imam che lavora in un garage a Bari ha detto che chi non crede al Corano non va in Paradiso,
ci sono degli studenti Erasmus al loro terzo giro per l’Europa pagato dai contribuenti stanno facendo un corso sull’uso corretto dei pronomi e vogliono əbələrə lə vəcələ
c’è una ragazzina autistica svedese Pro-Pal che per colpa sua l’assessore alla mobilità ha deciso che io mi devo fare l’auto nuova…
Casi che mi sono inventato solo per pigrizia, avrei potuto trovarne a centinaia con un po’ di ricerca… si diffondono perché i nostri presunti conservatori stanno attaccati dalla mattina alla sera a Facebook e Whatsapp che ritengono utili strumenti assolutamente neutrali.
Per le persone a rischio, schiacciati tra i garantiti e gli esclusi, questi casi sono perfetti, perché propongono nemici tanto in alto quanto in basso: i professoroni mantenuti con le nostre tasse che hanno potuto chiəcchiərərə invece di lavorare da una parte, dall’altra la feccia di delinquenti di paesi lontani che dal basso ci minaccia tutti i giorni. E ovviamente una mezza ragione c’è sempre, ci sono professoroni con il ditino imparatore, e ci sono marocchini furbi e cattivi: in fondo, siamo tutti umani, purtroppo.
Ognuna di queste storielle mette in moto la Macchina del Moto Perpetuo a Energia Avversaria – l’imam cui stanno antipatici gli “idolatri” mette in moto quello cui stanno antipatici i “tagliagole jihadisti”, e quello a sua volta mette in moto quello cui stanno antipatici i “razzisti“, e quello a sua volta mette in moto quello cui stanno antipatici i “comunisti amici dei terroristi islamici pro-Pal”.
La reciproca giustificazione delle parti impedisce a entrambe di cercare le vere ragioni dell’alienazione.
Un piccolo esempio: le biciclette elettriche a pedalata assistita sono bloccati per non superare i 30 km orari.
Ma i rider (pakistani quasi tutti) che portano cibo a domicilio, per stare dietro all’algoritmo che li manda, devono andare molto più veloci. E quindi c’è tutta un’industria per sbloccare le bici, che arrivano anche a 100 chilometri orari. Insomma, un furbetto pakistano potrebbe davvero mandare in coma una persona a noi carissima. Rimandiamoli al paese loro, e la mia amica resuscita!
Ma così non ci rendiamo conto del meccanismo, che prevede rischi legali per i rider, rischi fisici per i passanti, ma profitti ad aziende come Deliveroo.
Che solo se andiamo a cercare, scopriamo che Deliveroo è una meraviglia di inclusività al di sopra dei gretti nazionalismi– fondata da un cinese a Londra e poi comprata da Door Dash creato a Palo Alto in California da un altro cinese…
Nel 2017, vi fu una causa class action contro Door Dash perché trattava i suoi dipendenti come “professionisti autonomi”. Door Dash negoziò un accordo con cui versava la miseria di 130 dollari a ogni lavoratore truffato; ma anche 28 milioni di dollari agli avvocati (non sappiamo quanto a testa, ma sospettiamo di più).
Totale 100 milioni di dollari, che sembrano una bella cifra.
Finché non scopriamo che il proprietario di Door Dash, l’anno prima, si era fatto assegnare uno stipendio di 413 milioni di dollari.
Il peruviano che pulisce in nero dieci case occupate in regola dalla finanziaria con sede nelle Isole Cayman, però tarda a pagare l’affitto al padrone di casa italiana che manda i carabinieri a sfrattarlo, e diventa occupante abusivo: ecco che l’Uomo Comune sceglie come nemico gli sfrattati, perché si sente più padroncino di una casetta magari per il figlio che si deve sposare, che immigrato senza arte né parte.
Spesso non per cattiveria, ma semplicemente perché nessuno gli indica chi ha veramente trasformato i cittadini in turisti a casa loro.
Non si tratta esclusivamente di turismo, ma di un intero sistema fondato sulla relazione tra solitudini, precarietà e grandi movimenti finanziari.
E non è facile spiegarlo.
I veri delinquenti sono cosmopoliti di ogni razza e non hanno nemmeno quelle belle motivazioni terribili che ispirano e spaventano: non lo hanno fatto perché “odiano la nostra cultura”, lo hanno fatto perché ci hanno guadagnato montagne di soldi, trasformando esseri umani e luoghi veri in miniere da cui estrarre denaro, e gettandoci da parte, come i minatori gettano da parte gli scarti da lavorazione.
Qualche mese fa, un nostro amico, Marco Toti, ci ha inviato questo suo testo su un argomento assolutamente fondamentale: il carcere, che assieme alle fogne, è l’elemento indispensabile per rendere linde le nostre case. Avevo promesso di pubblicarlo diverso tempo fa, mi sono semplicemente dimenticato e chiedo scusa: mi impegno quest’anno a essere più puntuale! Miguel Martinez
Marco Toti, nato a Roma nel 1976, si occupa di mistica comparata e di storia intellettuale del '900, sulle quali ha pubblicato tre monografie e decine di articoli scientifici. Dottore di ricerca in storia delle religioni, attualmente insegna materie letterarie nelle scuole secondarie.
http://independent.academia.edu/MarcoToti
“Beati noi che siamo stati salvati”. Carcere e ideologia neocapitalistica: note a margine di un’esperienza didattica ed umana
“’Giustizia’, c’è scritto sul portone,
Ma chi ci crede è proprio un minchione”
Agli amici detenuti
“Noi a volte pensiamo ciò che loro a volte fanno”: questa frase mi è come rimbombata in testa al mio ingresso in carcere come docente di lettere, nel settembre 2023. Al tempo, come quasi tutti “fuori”, ancora dividevo moralisticamente gli uomini in “buoni” e “cattivi”; questi ultimi stavano giustamente “dentro”. Il problema non era tanto come ci stessero, ma si riduceva alla certezza che molti che stavano “fuori” dovessero essere ristretti. La mia esperienza in carcere mi ha aiutato a rivedere ciò che pensavo, immaginosamente, degli “altri” per eccellenza: i detenuti.
Che cosa fa sì che noi ci limitiamo a pensare ciò che i detenuti fanno? L’ambiente, l’educazione ricevuta, certe tendenze soggettive che da potenziali diventano attuali, ma anche la “fatalità”, e quel “margine” che sempre sfugge all’indagine scientifica. Lascia sgomenti il solo pensiero che, a volte, ad un attimo di sconsideratezza succeda una esistenza di pene gravose (“one moment of madness, one lifetime of sadness”), messe in moto proprio da quel semplice, singolo atto (che però raramente è “casuale”).
Scelsi Rebibbia come possibilità con cui conciliare l’insegnamento e, in qualche modo, una sorta di modesta “ricerca sul campo”, essendo da sempre interessato alle cosiddette “marginalità”, spesso più significative delle esperienze di vita ordinarie in quanto più “radicali”: l’”eccentricità”, a volte, implica una maggiore “profondità”. In questo caso, si è trattato di una marginalità paradossalmente prossima, immersa nel tessuto urbano e tuttavia del tutto misconosciuta, oltre che conoscibile solo tramite una “full immersion” (la mia, in realtà, pur essendo durata nove mesi, non ha ovviamente comportato l’ingresso nelle “sezioni”). Ho scoperto ciò che al tempo stesso è banale e “nascosto” agli occhi dell’”uomo della strada”: oltre quelle alte, minacciose mura, ci sono persone come noi; e là c’è, veramente, un altro mondo, caratterizzato da sue regole non scritte — su tutte, il “rispetto”, vocabolo tanto spesso pronunciato quanto vago e riconducibile ad un “campo semantico” che si apprende solo vivendo nella strada e, poi, in carcere) e da una propria coerente, spietata logica interna, talora smussata da una certa solidarietà generale e da lampi di inaspettata umanità.
Si potrebbe dire che, in carcere, usi tramandati “oralmente” abbiano preminenza rispetto al “regolamento” scritto (ma spesso “sfuggente”). Per quanto riguarda la mia esperienza, posso dire che in carcere c’è poca scuola: anche se il carcere è una scuola – e certamente “autentica”! -, sebbene non delle più “accoglienti”. Il più delle volte, la lezione si riduce ad un ascolto impotente dei problemi dei detenuti, che non sono né pochi né poco rilevanti (a volte, ritengo, strutturali per volontà istituzionale). Il docente, allora, si trasforma in psicologo, assistente sociale, sociologo, finanche improvvisato etnologo (il detenuto è certamente un “altro”, che può essere studiato senza che ciò implichi la sua reificazione); talora, dopo qualche mese di lezione, diviene addirittura amico cui confidare problemi e patemi.
Anzitutto, il carcere mi è parso da subito un luogo innaturale, sottilmente angoscioso, surreale1 (ma non irreale); di più, il prodotto di un occhio inflessibile, che tutto controlla e sorveglia: in ultima analisi, una sorta di proiezione moralistico-manichea della Weltanschauung neocapitalistica (“capitalismo di sorveglianza”). Il penitenziario come sistema è un incubo neoborghese, razionalista, che riproduce in vitro la dialettica servo-padrone; si potrebbe affermare persino che il carcere sveli compiutamente e pienamente i meccanismi vigenti nella società contemporanea, rendendoli evidenti (sebbene nascosti alla maggioranza dei cittadini). Il carcere è si un grande business, ma, ancor di più, costituisce – oltre che un “gioco” e, ancor più, un esperimento di ingegneria sociale — una istituzione simbolica di potere2, ove il “padrone” non è banalmente il carceriere – “prigioniero che imprigiona prigionieri”3, come le gabbie più grandi ne contengono altre, più piccole -, ma la burocrazia senza volto né nome (magari alleggerita da alcuni slogan, parole d’ordine e pratiche di ambito psicologico): che avrebbe certamente mandato all’inferno, razionalmente e legalmente, il buon ladrone.
Il carcere, che mette a nudo il prigioniero (talora anche fisicamente!) alienandolo in un io che non esiste4 e spesso abbandonandolo a se stesso, esposto ad ogni possibile arbitrio da parte dell’istituzione, costituisce quindi la proiezione pubblica – al tempo stesso patente ma invisibile, quasi impensabile, dall’esterno — dell’universo ideologico borghese (privato, o legalizzato); esso ne esplicita in particolare la dimensione “arcaica”, primitiva e “sospesa”, come “ibernata”5 nel tempo (e nello spazio): vi è quindi un rapporto di somiglianza tra carcere e mondo esterno6, che restano tuttavia, per quanto possibile, universi non comunicanti per necessità “istituzionale”7 (il sistema “a compartimenti stagni” costituisce un carattere classico della burocrazia). D’altra parte, in entrambi i casi l’atomizzazione costituisce la condizione necessaria per la reificazione: solo se si è soli, privi di relazioni “strutturate”, si può essere ridotti a un numero ed utilizzati come cose. Una tale spoliazione forzata dell’io, sempre apocalittica nel suo senso etimologico, potrebbe anche essere salvifica; tuttavia, per lo più, risulta distruttiva (proprio perché artificialmente coatta su persone non pronte per un tale regime di vita): partecipando al suo processo di “cosificazione”, il detenuto nega se stesso come persona per sopravvivere come cosa, numero, mero ingranaggio di un meccanismo impersonale8; d’altronde, tutte le imitazioni di istituzioni animate da un fine sovrannaturale risultano coazioni meccaniche.
Qui correrebbe l’obbligo, se questo fosse un lavoro “scientifico” ed “originale”, di sviluppare comparazioni tra la vita monastica e quella dei detenuti9: un ristretto, dopo che durante una lezione avevo parlato dei tre voti monastici (povertà, obbedienza, castità), mi fece notare che essi sono rinvenibili, pure per costrizione, anche nella vita dei detenuti. Il carcere come cenobio forzato, terribile luogo di una salvezza (non richiesta!) già in questo mondo (nel 1873, il convento di Santa Maria Regina Coeli alla Lungara fu confiscato alle monache carmelitane per essere trasformato in prigione)10? O come limbo, “notte oscura”, ovvero persino immagine del purgatorio? Difficile a dirsi, anche se, in relazione all’istituzione carceraria, suggestioni e motivi tratti dal cattolicesimo non mancano. Ad ogni modo, si può pensare al passaggio dall’egemonia cattolica (disciplina dell’ascesi monastica) a quella protestante (disciplina del lavoro) con riferimento alla nascita del carcere moderno; d’altro canto, non c’è dubbio che “il crimine e l’ascesi conducono alla cella”.
Noi siamo abituati all’istituzione carceraria come necessità morale e giuridica, e quindi tendiamo a non metterla in dubbio, evitando di storicizzarla11; tuttavia, essa è storicamente determinata – il carcere “moderno”, non più unicamente istituto di “custodia preventiva” ma luogo di espiazione di una pena, nasce verso il XVII secolo, e si sviluppa con la progressiva abolizione delle pene corporali e, poi, della pena di morte –, e quindi in teoria reversibile: anche se questa reversione sarebbe oggi molto problematica, in primo luogo perché difficilmente pensabile. In realtà, l’istituzione carceraria moderna si fonda su una ideologia che considera uomo e lavoro in modo astratto ed utilitaristico, in linea con i canoni dell’illuminismo e poi della rivoluzione industriale, identificando la pena con la privazione della libertà per un tempo determinato, proporzionale al reato commesso (ed evolvendo dal lavoro “riabilitativo” al puro e semplice controllo terroristico delle attività del detenuto)12. Il principio della retribuzione si realizza “nello stadio del processo economico in cui la ‘forma di equivalente’ e il ‘principio dello scambio’ diventano dominanti, cioè nella società capitalistica”, ove “la pena del carcere – come privazione di un quantum di libertà — diviene la pena per eccellenza”, e “l’idea di retribuzione per equivalente trova così nella pena carceraria la sua massima realizzazione, proprio in quanto la libertà impedita (temporalmente) è in grado di rappresentare la forma più semplice ed assoluta di ‘valore di scambio’ (leggi: valore del lavoro salariato)”13; e ciò non fa altro che confermare il legame strettissimo tra sistema carcerario e “capitalismo di sorveglianza”: per abbattere il primo, si dovrebbe eliminare il secondo (vaste programme!). Senonché, il carcere, e con esso tutte le principali strutture “disciplinari”, è stato interiorizzato come luogo della giusta (ma invisibile!) pena del reo, che in teoria tende al suo recupero facendolo consapevole del crimine commesso, cui viene opposto l’”autocontrollo” borghese (si pensi alle buone maniere, che N. Elias ha inteso come espressione della “civilizzazione”14). Nella fase della sua nascita, il carcere moderno ha ricoperto la funzione di “una sorta di struttura di mediazione tra un’economia capitalistica emergente e il disciplinamento della vita metropolitana quotidiana”15; esso ha quindi adattato modelli già presenti nella società del tempo, tra cui quello della “disciplina” a fini produttivi16 (valore-lavoro calcolato secondo il tempo), per cui, in specie nella società capitalistica del 1700, ad una libertà/eguaglianza formali si giustappone una disciplina (ed una sorveglianza) reale17: “nella pena carceraria […] ritroviamo, quindi, riflessa la contraddizione centrale dell’universo borghese: la forma giuridica generale che garantisce un sistema di diritti egualitari viene neutralizzata da uno spesso reticolato di poteri non egualitari”18. Verrebbe anche da pensare che l’umanitarismo borghese sia una dottrina dei “buoni sentimenti” essenzialmente funzionale al disciplinamento dei detenuti (ma non solo), a fini evidentemente utilitaristici (produttivi o “istituzionalizzanti”).
D’altra parte, sarebbe fin troppo facile dimostrare che il principio del “recupero” del prigioniero, cui tenderebbe la pena, è una menzogna bella e buona, con cui il sistema (e il cittadino “onesto”) copre la propria cattiva coscienza, facendo volteggiare nell’aria parole d’ordine tanto retoriche quanto emotivamente efficaci. Non si dimentichi che, spesso, ciò che nelle società moderne è affermato ai quattro venti è negato all’atto dell’applicazione del principio.
Gli stessi meccanismi “teorici” inerenti al sistema carcerario — ad esempio colpa-pena/castigo-espiazione, riparazione, “pentimento” etc. — sono fortemente debitori del cattolicesimo. Dal lessico morale cattolico il diritto ha tratto molte categorie a tutt’oggi utilizzate, anche se la indistinzione tra custodia e reclusione è occorsa funzionalmente all’espansione del capitalismo e del razionalismo scientifico19. Questo è un punto cruciale: il carcere moderno come luogo di “restrizione” in cui si sconta una pena, dunque, sarebbe il prodotto “sovrastrutturale” di una precisa ideologia, quella borghese-capitalistica20, non scevra da intersezioni con la morale cattolica post-tridentina. Questa ideologia proietta nella realtà le sue sovrastrutture-maschere, tra le quali la prigione come luogo di punizione: una istituzione artificiosamente “totale”21 e, allo stesso tempo, un significativo “survival”/caricatura delle società dispotiche, che mostra “quanto di autoritario c’è ancora nella struttura del mondo esterno”22.
In prigione, la vita diviene una iperbole di squilibri: in essa ogni evento (interno o esterno), ogni fatto, anche minimo, ogni attesa acquistano un significato ed una frequenza esponenzialmente potenziati, spesso in maniera insopportabile (da cui il largo uso degli psicofarmaci, e la triste ricorrenza dei suicidi, tentati o riusciti). Fa molta tristezza, in un tale ambiente, toccare con mano quante vite sono state gettate alle ortiche: rendersene conto, in prima persona, deve essere terribile (pur potendo costituire l’incipit di una “redenzione”). Come i cimiteri non sono stati fatti tanto per i morti, come le aule di giustizia non sono state realizzate tanto per chi è giudicato, così il carcere, mi pare, non è stato ideato tanto per i delinquenti (“qui non ci sono tanti delinquenti, ma molti fessi che si sono fatti beccare”), quanto per noi, per farci stare beatamente tranquilli, titillando la nostra “falsa coscienza”. Vi è sempre da considerare che tutti gli atti degli uomini sono, almeno in parte, interessati: anche nella più sublime manifestazione di generosità, c’è almeno una punta di “ego”.
In generale, i detenuti — io ho avuto collaboratori di giustizia e condannati in via definitiva per reati “comuni”, il più delle volte connessi alla droga — sono molto rispettosi e umani. Non mi vergogno certo a dire che mi sono affezionato, essendone ricambiato, ad alcuni di loro. Ovviamente, spesso i ristretti sono interessati a migliorare la loro condizione: ma chi di noi non lo è? Molti si danno da fare, ma il lavoro è scarso, essendo Rebibbia sovraffollata. Il resto della giornata lo passano per lo più guardando la tv, giocando a carte, seguendo corsi di varia natura o, in qualche caso emblematico, a rievocare un passato talora mitizzato. Alcuni restano in branda, anche se ciò di solito non è ben visto. Altri scrivono, talvolta con una lucidità spietata, sulla propria condizione e sulle proprie colpe.
Sofferenza – amplificata esponenzialmente a causa dell’impotenza rispetto sia a ciò che sta “dentro” che, a volte anche di più, a ciò che sta “fuori” – e noia sono i problemi maggiori del carcerato (la prigione rimane un luogo violento, ma non più di quanto ci si potrebbe aspettare: qui si dilatano, in ragione del contesto e delle circostanze, fatti e problemi che esistono anche fuori. Colpisce inoltre come, in un luogo dove non è di certo ordinario l’apprezzamento per i magistrati, viga una legge ferrea ai danni di “infami”, molestatori, stupratori e pedofili). Una certa quota di sofferenza sarebbe evitabile se le condizioni di vita dei prigionieri fossero migliori: dal punto di vista degli spazi, della “privacy” e delle cure mediche, almeno a Rebibbia, esse sono molto problematiche. Non sono pochi i suicidi e le morti che si potrebbero scongiurare, se le cure – insieme all’ambiente generale — fossero adeguate.
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Un uomo, accusato forse ingiustamente per uno scippo, entrò in carcere come scippatore ed uscì rapinatore, per aver frequentato in cella un ladro provetto. Il carcere, per come è pensato e realizzato, produce, paradossalmente ma sistematicamente, criminalità23, follia, angoscia. Abbiamo abolito la pena di morte e le pene corporali, ma non la tortura e le pene psicologicamente ed arbitrariamente inflitti (e l’effetto boomerang!).
Della galera si parla tanto, ma si tratta in buona parte di chiacchiere a vuoto; le persone comuni, poi, quasi sempre non sanno nulla dell'”istituzione”, e parlano spesso senza cognizione di causa né umana pietà. Quasi sempre non si fa nulla in merito: i carcerati spesso non votano, e tutelarli non è mai stato à la page. Eppure, dovrebbe essere interesse dello Stato agire, per evitare le famose “recidive”, che risultano in percentuali altissime. D’altra parte, chi assume, fuori, un detenuto che ha scontato la sua pena? Senza lavoro, disorientati, senza soldi né appoggi familiari o amicali, si ricade per lo più inevitabilmente nella “coazione a ripetere” il reato, che a un certo punto diviene quasi una “seconda natura”, fatta di desiderio di trasgressione, bisogno di sfogo e rivolta, brama di denaro e mera necessità24: altrimenti, la riacquistata libertà si farà latrice di un’angoscia spesso letale.
La droga è il primo problema: distrugge vite e induce molti, per procurarsela, a delinquere. Per non parlare dei soldi che si guadagnano trafficandola: un mio studente, l’ultima ruota del carro di un’associazione dedita allo spaccio, mi ha detto che, “lavorando” solo la domenica, guadagnava 1200 euro! Se si riuscisse, per assurdo, a eliminare la droga (ma soprattutto l’alienazione, che è una evasione da se stessi e che spinge a drogarsi), moltissimi reati scomparirebbero nel nulla da cui provengono.
Diverse sono le motivazioni di chi è un “delinquente abituale”. Una volta, un rapinatore non pentito mi ha confessato che il crimine per lui è come una droga (mentre per altri, come si è visto, è la droga a costituire il “movente” del crimine, ed è sempre la droga a “trasformare” l’individuo in un delinquente): nelle 24-48 ore in cui egli “fiuta” che la polizia gli è alle calcagna, non riesce a fermarsi, firmando la sua stessa condanna (torna il peccato più grave, quello di tracotanza). Evidentemente era affascinato dalla sfida con l’autorità, anche (soprattutto?) quando si tratta di una partita persa. “Perché?”, gli ho domandato? “Perché siamo matti”, mi ha risposto.
Una volta un altro detenuto mi ha detto: rinchiudere una persona in una gabbia è un delitto contro la dignità umana (spesso anche i cortili deputati all’”aria” non sono altro che grandi gabbie di cemento). Il carcere in sé costituisce allora una violazione dei cdd. “diritti umani”. In effetti, non è facile dar torto al detenuto in questione (al “Nuovo Complesso” di Rebibbia stanno in sei in una cella di 18 mq, con nello stesso ambiente, adiacenti, WC e cucina!). D’altra parte, secondo alcuni “carcere” viene dall’aramaico “carcar” (“tumulare”): dalla etimologia scopriamo quindi molto più che dalle declamazioni retoriche ed ipocrite, in bella vista proprio perché contraddette dalla realtà. I detenuti, in ultima analisi, sono veramente dei “sepolti vivi”, che espiano una punizione senza che nessuno, tra i “liberi”, li veda25. L’autorità diviene così una rappresentazione fantasmatica, cui sia i ristretti “istituzionalizzati” che i “buoni cittadini” offrono la dovuta riverenza (mentre i pochi non rincitrulliti dalla propaganda istituzionale non hanno la forza di organizzarsi politicamente); essa produce altre rappresentazioni, principi che generano labirinti di norme inaccessibili se non a una ristretta cerchia di tecnici (burocrati di Stato, magistrati, avvocati specialisti in questo campo e con afflati umanitari): norme che spesso non sono né conosciute né osservate, ma solo declamate nelle occasioni “ufficiali” (con meccanismi di manipolazione di massa che ricordano gli slogan pubblicitari).
Il carcere, come il mondo “di fuori”, non è più quello di una volta. Esso ha risentito, in forma a volte ancora più visibile, dei mutamenti profondi che hanno investito la società degli ultimi decenni. Ad esempio, i vincoli di solidarietà, un tempo ferrei, si sono oggi allentati, anche a causa del numero sempre maggiore di detenuti immigrati, che ha trasformato la popolazione ristretta da un insieme più o meno “omogeneo” ad una entità più complessa, divisa e sfuggente. Nonostante ciò, l’ex sindaco di Roma G. Alemanno, arrestato l’ultimo giorno del 2024, ha affermato che il carcere costituisce “un’intensa esperienza comunitaria” – difficilmente comunicabile a chi non vi è stato — nell’ambito della quale i compagni di cella condividono tutto (cibo, lavoro, emozioni, ricordi): un comunitarismo realizzato nel contesto di una esperienza coatta e di margine (come possono esserlo, da un altro punto di vista, le comuni), “a metà strada tra il campeggio e la caverna”: ed è proprio la natura comunitaria dell’esperienza carceraria – non certo la burocrazia statale — che permetterebbe di concretizzare quella “rieducazione” del detenuto intesa come fine dall’art. 27 della Costituzione (oggi in crisi)26. In tal modo, in un certo senso si riproducono in carcere quei vincoli comunitari che, nel frattempo, sono stati pesantemente depotenziati nel mondo “libero”27.
Ad ogni modo, in carcere ho imparato, tra le altre cose, che “delinquente” e “cattivo” non sono sinonimi, nella vita reale. A volte, i detenuti mi sono sembrati bambini28 (anche per le loro “immaginose” sparate e per il loro codice basato sull’omertà). Inoltre, fare veramente i conti con se stessi implica ed induce un certo grado di onestà: nei colloqui che ho avuto con loro, quasi nessuno si è dichiarato innocente. Ma, in fondo in fondo, chi di noi lo è del tutto?
MARCO TOTI
1 Non solo per le architetture tutte sviluppate in orizzontale, i colori, le procedure da seguire ed altri dettagli in parte noti, ma anche per i discorsi paradossali dei detenuti sulla criminalità (che non sarebbe più quella di una volta!).
2 M. Foucault, autore del classico Sorvegliare e punire (Parigi 1975, per la prima volta tradotto in italiano l’anno successivo), ha distinto tra pena pubblica (destinata al corpo e visibile) e pena privata, invisibile e destinata all’”anima”. La prima, concepita per lo più come punizione “compensatoria”, sarebbe inerente ad un universo ideologico religioso, premoderno; la seconda, intesa come “redenzione” laica, sarebbe nata nell’ambito degli antecedenti storici del carcere moderno, le cdd. case di correzione: l’antecedente “remoto” del carcere moderno sarebbero quindi le bridewells, utilizzate a partire dalla seconda metà del XVI secolo in Inghilterra per i bambini senzatetto e per la punizione delle “donne problematiche”. L’attività di una sorveglianza virtualmente ininterrotta è ben espressa nel “carcere ideale”, il Panopticon di J. Bentham, del 1791, ove i detenuti, che non possono distinguerla in quanto “oscurata”, possono essere continuamente osservati dalla torre di guardia. Con ciò si è passati da una violenza esplicita inflitta ai corpi ad un forse più subdolo soft power “psicologico”. Infine, il detenuto è per l’appunto “ristretto” e “disciplinato” come corpo nello spazio (sulla falsariga dell’esercito) e come anima nel tempo (al modo dei conventi); in particolare, i corpi sono macchine da “efficientare” nelle scuole, nelle fabbriche, negli ospedali, nei monasteri, in famiglia, nelle stesse carceri. In democrazia, il regime “libertario” che ne risulta sarebbe possibile poiché i diritti civili sarebbero concessi nel contesto di una ubiqua educazione all’”autocontrollo” (ossia, per l’appunto, propria di una società “disciplinare”).
3 A. Ricci-G. Salierno, Il carcere in Italia. Inchiesta sui carcerati, i carcerieri e l’ideologia carceraria, Torino 1971, p. 274.
4 “[…] sono un bambino al quale è necessario spiegare tutto”, dice un carcerato di sé, immaginandosi libero (A. Ricci-G. Salierno, op. cit., p. 283).
5 “’Il linguaggio esterno’ si è arricchito di nuovi termini e di espressioni che non comprendiamo. Il nostro si è fossilizzato su vecchie espressioni e involgarito dall’intercalare dei vari ‘cazzo’, ‘in culo’, e via dicendo” (A. Ricci-G. Salierno, op. cit., p. 283). Lo stesso discorso vale per certi gesti, tanto antichi da apparire anacronistici, adoperati dai carcerati più anziani (e di più lungo corso in galera).
6 A. Ricci-G. Salierno, op. cit., pp. 279-280. Questo rapporto è ben visibile nell’ambito della sessualità: in carcere, da necessità il sesso diviene ossessione, quindi mezzo di sfruttamento ed infine “rito”: “l’80 per cento […] o inculano o si fanno inculare” (ibidem, p. 209). Sulla libertà fittizia caratteristica dell’universo ideologico borghese, dentro e fuori dal carcere, v. ibidem, p. 438.
7 “La prigione crolla se crei un collegamento tra il mondo esterno e il mondo interno. Il tesoro vero da salvare nelle carceri è l’isolamento” (parole di un detenuto riportate in A. Ricci-G. Salierno, op. cit., p. 234 [corsivi nostri]). Ciò illustra bene come, compatibilmente con il carattere della società, nel carcere moderno la pena, al di là di arbitrii spesso reali, è più “astratta” rispetto alla “materialità” delle tradizionali pene corporali; ed essa risulta quantificata in un tempo che si vorrebbe proporzionato al reato commesso. Tuttavia, la tortura non costituisce solo una pratica che offende il corpo (ed anzi, le torture più raffinate sono psicologiche).
8 A. Ricci-G. Salierno, op. cit., p. 259. “Dopo questi anni di esilio, io già temo di non ritrovare più me stesso”, afferma un carcerato (A. Ricci-G. Salierno, op. cit, p. 283).
9 Il carcere romano di Regina Coeli era in origine un convento.
10 Ricordiamo che San Giuseppe Cafasso, vissuto a Torino nel XIX secolo, fu soprannominato “il prete della forca”, in quanto accompagnava fino al patibolo i condannati a morte, dopo averli indotti alla riconciliazione con Dio.
11 L’idea della segregazione come espiazione è ripresa dalla vita monastica, ed è usata dapprima come pena canonica per i chierici e per i regolari; d’altra parte, il mantenimento di molte persone in strutture comuni era impensabile, e comunque non praticabile, in epoca preindustriale (ringrazio il dott. R. Turrini Vita per queste informazioni). In ambito cattolico, è con l’istituzione dell’Inquisizione ecclesiastica che fu introdotto il carcere a vita come strumento di espiazione della pena. Sulle origini del carcere moderno, in prospettiva marxista, è indispensabile D. Melossi-M. Paravini, Carcere e fabbrica. Alle origini del sistema penitenziario, Bologna 20184, variamente citato oltre, che significativamente affermano a p. 144 n. 200: “La connessione tra isolamento, concezione penitenziale o spirituale, come si diceva, della pena e follia, è così sintetizzata dal Marx de La sacra famiglia: ‘[…] Per l’uomo, per il quale il mondo sensibile diventa una semplice idea, le semplici idee si trasformano per contro in esseri sensibili. […] Dentro al suo spirito si crea un mondo di fantasmi palpabili, sensibili. È questo il mistero di tutte le visioni religiose; è questa nello stesso tempo la forma universale della follia’”. A parte la forzata analogia tra religione e follia, riteniamo che tale processo psicologico, certamente esacerbato in carcere, sia fondamentalmente proprio del mondo moderno.
14 N. Elias, Il processo di civilizzazione, tr. it. Bologna 1982-1983.
15 D. Melossi-M. Pavarini, op. cit., p. 12. Il nesso tra penalità e capitalismo è evidente in specie tra i quaccheri (ibidem, p. 35 n. 9); inoltre, “il terreno della criminalità […] è quello privilegiato su cui avviene lo scontro di classe” (ibidem, p. 126).
16Ibidem, pp. 19 e 21. “La stessa ‘invenzione’ del capitalismo prese forma nell’invenzione della casa di lavoro”, avvenuta fin dalla seconda metà del 1500 in Inghilterra (sulle workhouses quali antecedenti del carcere moderno si può vedere ibidem, pp. 69-75); il principio di costruzione del già menzionato Panopticon, progettato da J. Bentham alla fine del XVIII secolo quale “casa di ispezione”, viene poi esteso “a ciascuna sorta di stabilimento ove persone di condizione assai diversa debbano essere sottoposte a sorveglianza”, ossia carceri, fabbriche, case di lavoro, ospizi per poveri, manifatture, ospedali per folli, lazzaretti, ospedali e scuole” (ibidem, p. 20), cioè istituzioni “disciplinari” e tendenzialmente “totali”. Che la concentrazione forzata di malati, proletari, studenti e marginali (tutte categorie “deboli”) in un luogo preciso sia un’immagine concreta – anche se parziale — della massificazione moderna?
17Ibidem, pp. 25-26 (Foucault). V. anche ibidem, pp. 124-126.
22 A. Ricci-G. Salierno, op. cit., pp. 234-235. L’autoritarismo borghese è una degenerazione del legittimo principio di autorità.
23 Questa connessione strutturale tra carcere e criminalità “in uscita” serve a giustificare l’apparato repressivo, la cui funzione tacita è quella di salvaguardare l’”ordine”, ossia l’ideologia dominante (A. Ricci-G. Salierno, op. cit., p. 277). Tale salvaguardia costituisce una delle rappresentazioni più efficaci del sistema: non è tanto importante infatti contenere la criminalità entro limiti fisiologici, quanto rappresentare il potere che l’apparato statale sembra avere su di essa (soprattutto per mezzo dell’apparato massmediatico). La rappresentazione, ovviamente, è finalizzata alla perpetuazione dell’ordine vigente.
24 In questo senso, senza che si annulli il principio della responsabilità personale — senza però dimenticare che per molti il crimine è una professione e il carcere un rischio, come negli scambi di borsa! –, bisognerebbe sempre tener presente il contesto sociale di provenienza del detenuto (e di quello in cui il detenuto si reinserirà, eventualmente, dopo la sua scarcerazione). Sui problemi materiali e psicologici di chi esce v. A. Ricci-G. Salierno, op. cit., pp. 285-306 (“l’angoscia è quando tu non sai dove appoggiarti” [p. 296]). Per chi esce e non ha supporti esterni “rimane o la fuga, o la carriera di delinquente, o il suicidio. […] la fuga può essere intesa appunto come suicidio” (p. 301). Significativo quanto afferma un ex detenuto: “Ora sono un delinquente!” (all’uscita dal carcere; all’ingresso, egli dice, non aveva contatti con la malavita).
25 Su tale problema v. S. Ferraro, La pena visibile o della fine del carcere, Soveria Mannelli (Cz) 2013.
26https://www.barbadillo.it/120510-rebibbia-calling-alemanno-una-intensa-esperienza-comunitaria/. Teniamo a ricordare come da un lato il modello comunitarista non sia facilmente adattabile a contesti nazionali di una certa estensione e popolazione, dall’altro come sia auspicabile una indagine approfondita sulla “comunità” quale luogo elettivo di realizzazione della persona (anche nel suo essere un “tramite” fondamentale tra questa e lo Stato).
27 Si pensi alla “visione del mondo” dei totalitarismi novecenteschi, che non a caso utilizzarono, tra le parole individuanti il modo di concepire i rapporti umani e politici, termini quali “camerata” e “compagno”. Ciò manca, significativamente, nel liberalismo.
28 “[…] la caratteristica tipica di un prigioniero è la regressione a livello infantile” (A. Ricci-G. Salierno, op. cit., p. 279). Di particolare interesse è la “fantasmatizzazione dell’autorità”, operata spesso dal carcerato, in una sorta di conflitto di odio-amore che può ricalcare il rapporto col padre-ombra (sul tema v. anche ibidem, p. 283 e supra, n. 4). Un giorno un detenuto, osservando i libri che portavo con me per la lezione, mi chiese: “professore, ma lei li sa tutti a memoria questi libri?”.
“Voglio ogni casa, che sia abitata E più nessuno dorma per strada Come un cane a mendicare Perché non ha più dove andare Come una bestia trattato a sputi E mai nessuno, nessuno lo aiuti.
Diridindindin, Diridindin…
Voglio una casa per i ragazzi, che non sanno mai dove incontrarsi e per i vecchi, case capienti che possano vivere con i parenti case non care, per le famiglie e che ci nascano figli e figlie”
Lucilla Galeazzi, Voglio una casa
La casa è il luogo sicuro il cui tetto ci ripara da ogni tempesta. E’ un punto fermo, immobile appunto.
Ad Atene, Di Siena è riuscito a infilarsi in un convegno di investitori, dove si sente dire che “la nuova costruzione va pensata come un generatore permanente di valore, non un semplice contenitore abitativo“. E ci si lamenta che purtroppo quelli che chiamiamo “immobili” siano appunto immobili, non cambino di mano velocemente come le azioni in borsa.
Questo è il genio del Mago Nero: saper trasformare una cosa vissuta, viva e vera, in un’astrazione. Con la sua bacchetta, il luogo da abitare, si trasforma in asset.
La storia la raccontò già colui che tutto aveva capito, l‘incredibile Ovidio:
“Bacco invitò Mida a scegliersi un premio: facoltà lusinghiera, ma pericolosa, perché il re non se ne avvalse con saggezza, dicendo: «Fa’ che tutto quello che tocco col mio corpo si converta in oro fulvo».
Lieto, godendo a suo danno, se ne andò via l’eroe di Frigia e prese a toccare ogni cosa per saggiare la parola data. Quasi non credendo a se stesso, staccò dal ramo di un basso leccio una frasca verdeggiante, e quella diventò d’oro.
[…]
Ma, ahimè, ora, come tocca i doni di Cerere con la mano, quei doni diventano rigidi; se poi avidamente cerca di lacerare coi denti una vivanda, appena l’addenta una lamina d’oro ricopre la pietanza”
In Turisti a casa nostra, Di Siena ci offre un’idea molto precisa dell’impatto del welfare surrogatosulla città (Atene, Firenze…):
“Il percorso è opaco, ma la destinazione è chiara: dietro ogni casa liberata [dai suoi abitanti] c’è quasi sempre la produzione di un nuovo asset turistico.
Attorno alla casa-asset, poi si sviluppa un intero ecosistema che ne condivide la logica: convertire spazi e persone in flussi monetizzabili a breve termine. La conseguenza è che l’intera economia urbana si riconfigura: non solo ristoranti, ma anche dark kitchens, logistica last-mile, micromobilità a noleggio, food delivery, depositi bagagli, lavanderie a gettone. Servizi funzionali alle esigenze di una popolazione temporanea compsta da turisti e nomadi digitali. La città smette di essere organismo di riproduzione sociale (scuole, ospedali, quartieri come comunità stabili) e diventa infrastruttura orientata al ricambio rapido e costante (check-in, drop-off, pick-up). Una città che non coltiva più la stabilità e l’identità, ma vende se stessa per monetizzare la fugacità del soggiorno breve. Da luogo della collettività a città-merce popolata da non residenti.
In questa mutazione perversa, il cittadino a metà che tenta di resistere al processo diventa un paradosso vivente: lavora per mantenerla attrattiva ma ne subisce le conseguenze come consumatore. Ogni aumento dei prezzi, ogni nuova apertura per turisti lo spinge un passo più in là, verso una periferia fisica e simbolica. Trasformandolo in un ospite temporaneo del suo stesso quartiere, un turista a domicilio.
Sospeso tra l’appartenenza a un luogo e la minaccia costante di esserne espulso“.
Dove lui introduce il concetto di welfare surrogato. Mi guardo attorno, e vedo che è esattamente il meccanismo che mi circonda. Direte, abiti a Firenze, ma in tutta Italia, nei primi nove mesi del 2025, ci sarebbero passati, a dire della ministra Santanchè, la bellezza di 224,8 milioni di stranieri, senza calcolare quindi il turismo interno. I turisti restano una media di 3,6 notti, per cui si può immaginare quanto finiscono per capirci del paese che visitano, ma questa è un’altra storia.
Il concetto di welfare surrogato permette di superare la diatriba tra chi sottolinea solo una cosa – “il turismo porta i soldi” – tappandosi le orecchie davanti all’altra cosa, “il turismo porta gli sfratti (e tanto altro)”. E’ ovvio che il turismo di soldi ne porta tanti; ma bisogna vedere in che contesto e cosa implica.
Ma ascoltiamo Di Siena:
“Per welfare surrogato intendo:
un dispositivo di governance socio-economica che sostituisce, de facto, lo Stato sociale tradizionale nelle città dell’Europa mediterranea attraverso flussi fiscali, para-fiscali e occupazionali generati dall’economia turistica: tasse di soggiorno, locazioni brevi, concessioni, accordi con gli operatori,entrate e redditi da lavoro – autonomo e subordinato – prevenienti dalla filiera.
In Grecia, Italia, Spagna, Portogallo queste risorse vengono utilizzate per assorbire disoccupazione in lavori precari, stagionali e non sindacalizzati; a finanziare i servizi pubblici locali; ad alleggerire gli ammortizzatori sociali sulle casse pubbliche; sollevare lo Stato dal dovere di garantire la piena occupazione e, in ultima analisi, a trasformare in rendita l’impoverimento generalizzato della società, mantenendo il conflitto sociale entro limiti compatibili con l’ordine neoliberista”.
Per Natale, un amico mi ha regalato un libro che invito tutti a leggere: Turisti a casa nostra. Tra le macerie invisibili del neoliberismo urbano, di Antonio Di Siena.
Parla di quello che sta succedendo nella dimenticatissima Grecia, per poi parlare di tutto il Sud Europa – Portogallo, Spagna e Italia compresi.
Tutti ricordano la grande crisi greca attorno al 2010, con un referendum che respinge le condizioni capestro imposte dall’UE per un prestito, referendum poi respinto a sua volta dal governo: si è passati poi a permettere i licenziamenti senza motivazioni, a tagliare le pensioni e a sospendere le contrattazioni collettive.
In particolare, si è imposto di far pagare la crisi delle banche ai debitori – i milioni di greci che prima della crisi avevano fatto un mutuo per la casa o per far studiare i figli: da quicentinaia di migliaia di case private messe all’asta online. Con le banche che facevano di tutto quindi per impedire la restituzione dei debiti.
Case poi riciclate nell’industria internazionale degli affitti brevi. Ad Atene oggi,
“gli host mono annuncio, il piccolo proprietario che affitta la casa della nonna, generano appena il 15-20% del mercato short term rental. Tutto il resto è appannaggio di società immobiliari, gestori multipli e property manager”.
Per inciso, a Firenze il 69,7% degli annunci è attualmente gestito da host imprenditoriali con tante proprietà.
Il libro racconta tante storie di questi giorni ad Atene. Che sono le storie di tutta l’Europa meridionale, in cui tutti noi ci riconosciamo.
Antonio Di Siena ci presenta anche una tesi fondamentale, quello del welfare surrogato, che però merita un post a parte.
“L’ America era allora, per me i G.I. di Roosvelt, la quinta armata, l’ America era Atlantide, l’ America era il cuore, era il destino, l’ America era Life, sorrisi e denti bianchi su patinata, l’ America era il mondo sognante e misterioso di Paperino.”
Solo, voglio dire, che ho un enorme problema quando gli italiani dicono di condividere i valori di quello che chiamano “l’America”.
Sull’altra sponda dell’Arno, opera un gruppo geniale di zingari ben vestiti, che fanno il gioco delle tre carte. Appena si avvicina un americano, riescono incredibilmente a incantarlo e fargli svanire i soldi, facendogli balenare fantasie di arricchimento.
Poco lontano c’è Borgo Ognissanti, dove dominavano i cambiavalute Vespucci, uno dei quali avrebbe scritto delle lettere, o forse non le ha scritte lui, in cui raccontava di viaggi che avrebbe fatto, o forse non le ha fatte, nel nuovo continente.
Ma comunque ha dato il nome a quel non-paese che uno speculatore immobiliare discendente di un proprietario di bordelli per cercatori d’oro, sta cercando oggi di fare great again.
Ciò che sbagliano a chiamare America (ma è solo una frazione di quello che va dal fondo dell’Argentina alla cima del Canada) è una grossa parte di me, assieme al Rione del Drago Verde del Quartiere di Santo Spirito, sulla sponda dell’Arno opposta a quella dei Vespucci.
Joseph Smith fondò la religione americana quintessenziale, quella dei Mormoni: scoprì che l’America era letteralmente la Terra Promessa di Dio.
“Quando aveva quattordici anni, raccontò in seguito, Dio gli apparve un giorno in una colonna di luce nel bosco (e, come ricordò ancora più tardi, anche Gesù). Dio gli disse che i suoi peccati erano stati perdonati e che le chiese esistenti avevano frainteso il cristianesimo. Tre anni dopo, a diciassette anni, più o meno nel periodo in cui divenne un cacciatore di tesori magici freelance, stava pregando a casa e vide un angelo fluttuare sopra il pavimento, di nuovo in una colonna di luce. L’angelo si chiamava Moroni, un nome che non compare nella Bibbia.
Moroni gli disse che la parte finora sconosciuta della Bibbia, il cui testo era inciso in geroglifici egizi su tavole d’oro, era stata sepolta quattordici secoli prima a quattro miglia a sud della casa degli Smith, insieme a due antiche pietre veggenti con cui Joseph sarebbe stato in grado di tradurla. Moroni lasciò la casa attraverso «un condotto aperto direttamente verso il cielo», ma poi tornò immediatamente e ripeté tutto ciò che aveva detto in precedenza, aggiungendo questa volta — giusto, scusate, un’altra cosa — che l’Apocalisse era imminente. L’angelo tornò in cielo, ma poco dopo tornò una terza volta, ripetendo ancora una volta tutto ciò che aveva detto, e poi il giorno dopo riapparve e ripeté ancora una volta tutto.” (da Kurt Andersen, Fantasyland, How America Went Haywire).
Tutte queste cose le avevo dentro di me, ma ci è voluto un fiorentino per farmele cogliere razionalmente: Roberto Giammanco, persona meravigliosa che trascorse la maggior parte della sua vita cercando di capirci qualcosa, da quando all’università nel sud degli Stati Uniti, il rettore convocò il giovane neoprofessore italiano, per dirgli con gentilezza che non doveva dare troppa confidenza ai negri; a quando divenne amico di Malcolm X; ai lunghi mesi passati con quelli che in Appalachia dimostravano la loro fede pregando con serpenti velenosi in mano: Roberto sapeva ascoltare tutti.
Roberto mi ha insegnato una cosa fondamentale: è possibile cogliere i meccanismi tremendi del mondo, senza per questo mai sputare sentenze sui singoli individui coinvolti nel grande tritarcarne/commedia.
Penso a Jack che conobbi da ragazzi, lettore hippy di Kerouac che era andato in autostop da un capo all’altro del continente inseguendo immaginari da Lsd, diventato seminarista cattolico tradizionalista all’Angelicum di Roma, che quando avevo diciott’anni mi portò a passare una settimana nell’incredibile mondo della base militare statunitense a Napoli, dove incontrai una tenente dell’esercito americano, che leggeva e traduceva qualunque iscrizione in latino in un attimo, ma non sapeva chi era stato Benito Mussolini.
Jack aveva un amico seminarista muscoloso appena appena sbarcato dagli Stati Uniti, che mi chiese dove erano soliti ritrovarsi gli omosessuali a Roma, che lui campava facendosi rimorchiare e poi rapinandoli. E c’era un altro seminarista americano che mangiava reliquie di santi, scientificamente la via più sicura per diventare santo anche lui.
O James, alto due metri e dieci e tatuato dal collo alla punta dei piedi, sposato con una donna queer che ha (lei) un’amante italiana che sta insegnando a tutti e due l’italiano e lui afferma di essere un puro indiano Cherokee mentre costruisce palazzi tra le colline americane.
O Joseph D. che mi attaccò un giorno discorso per strada, uomo terra terra e affarista che mi indicò in cielo una nuvola a forma di XP e mi disse che quella nuvola lo seguiva ovunque perché lui era predestinato a essere la guida della cristianità.
O quel tale di cui non non ricordo il nome, che in Piazza Indipendenza a Roma predicava il Vangelo agli italiani senza sapere una parola d’italiano, e quando gli chiesi di cosa campava, mi disse come se fosse la cosa più banale del mondo, “non lo so, ogni sera Dio mi mette in tasca i soldi che mi servono per vivere”.
Ma penso anche alla mia prozia Anna che viveva con la sua compagna Bessie. Le due giovani amanti campavano suonando per strada un organetto italiano con una scimmia. E Bessie all’inizio del Novecento andò in Tailandia, ed entrò nella corte del Re, che le donò cinque figure di bronzo che quando Bessie morì, Anna ci regalò, e poi furono rubate a mia madre da una badante messicana.
Anna che amava le donne aveva sposato lo zio Edgar, che si innamorava dei suoi allievi maschi di pianoforte, e successe qualcosa che non sapremo mai, per cui lui ebbe un incidente in macchina, e l’assicurazione un secolo fa gli pagò una terapia psicanalitica della scuola di Sigmund Freud, un signore mitteleuropeo sbarcato a New York e accolto con sua grande sorpresa come un Messia.
Di Aunt Anna, ho un solo ricordo, ero molto piccolo, a Cleveland, ci affacciammo da una grande finestra sopra un banale viale alberato, lei mi indicò gli alberi, e mi disse, “riesci a vedere gli elfi tra le foglie?”
Ecco, questo per me è l’America, nel mio sangue, nelle mie storie, anche in quella di mia madre – donna ribelle e libera che settant’anni fa rinunciò alla cittadinanza statunitense, per prendere quella messicana. Riuscite a immaginare una scelta più americana?
Non un paese, ma uno stato d’animo, un’avventura, il mondo di Astronaut Farmer, il contadino che aveva deciso di andare nello spazio sul razzo autocostruito chiamato, non a caso, The Dreamer, e ci riuscì pure.
Kurt Andersen, in Fantasyland, coglie l’essenziale:
“Il nostro è stato il primo Paese mai progettato e creato dal nulla, il primo Paese scritto come un racconto epico, proprio nel momento in cui Shakespeare e Cervantes stavano inventando la narrativa moderna. I primi inglesi nel Nuovo Mondo immaginavano se stessi come personaggi eroici e intraprendenti in avventure emozionanti. Erano estremisti che si auto-romanzavano, che avevano abbandonato tutto ciò che conoscevano per le loro convinzioni ardenti, le loro speranze e i loro sogni irrealizzabili, le loro fantasie che desideravano fossero vere.”
Una convergenza di fattori, tra cui l’idea protestante che bastasse la sola fede per salvarci (o arrivando a tempi moderni, per fare di una donna un uomo, o per cambiare il clima del mondo con la geoingegneria – where there’s a will, there’s a way!). Il Nuovo Continente, dicevano i colonizzatori, era un “vast and empty chaos”, il nulla su cui l’Umano Eletto poteva imporsi. Il sionismo non l’hanno inventato gli ebrei…
Se vogliamo cogliere un unico elemento alla base dell’immaginario americano, è nell’idea del non ancora – la vita non è nel passato, non è nel presente, è nel futuro! Ma il futuro esiste solo nella nostra immaginazione: ecco che la realtà concreta, il materiale, scompare di fronte al mentale – il sogno è più vero della realtà.
Ecco perché della Bibbia, gli statunitensi si sono sempre occupati del libro che i cattolici avevano messo in quarantena: l’Apocalisse, Revelations… il fondatore delle prime colonie disse,
“Mentre iniziano a svolgersi gli Ultimi Giorni, questa potrebbe essere davvero la Città, la nuova Gerusalemme, che inizia a manifestarsi”.
Sto lottando con me stesso, per interpretare tutto questo.
Da una parte, io sono con il Gonfalone del Drago Verde, con il Messico, con le Genti Antiche che resistono a tutti questi matti distruttori…
Noi diamo un’importanza assurda ai conflitti nello spazio – tipo tra destra e sinistra.
Ma c’è anche un conflitto tra i tre tempi – passato, presente e futuro (dove sappiamo che l’unico che esiste realmente, il presente, è il meno afferrabile).
Io so che mio suocero è nato in un villaggio appenninico dove l’unica differenza con il Neolitico era la presenza di alcuni semplici attrezzi di ferro, e lui che a differenza di me ha ancora i capelli neri, sta vivendo l’epoca dell’abolizione dell’umano.
Lui si ricorda ancora del Calzolaio Indaco…
Settant’anni fa, c’era il calzolaio di nome Indaco (siamo in Toscana!), che arrivava nel paesino degli Appennini, e veniva ospitato nelle case per diversi giorni, per fare le scarpe per alcuni, e per aggiustare quelle degli altri.
A New York, in questi giorni, la campagna Pick your baby– “scegli il tuo bambino” – espone cartelli in tutte le fermate della metropolitana invitando gli aspiranti genitori a comprarsi il bambino in vitro con i geni migliori scelti dagli esperti.
Ora, gli italiani sanno litigare in modo meraviglioso sul passato; ma non hanno mai idee sul futuro.
E qui mi sento anche molto americano. Perché una volta che si inizia a sognare futuri, questi possono anche recuperare passati.
Siamo tutti americani… cioè confusi esuli nel mondo, sradicati… siamo mortali… sappiamo che il passato non c’è più, il presente ci sfugge tra le dita, il futuro però possiamo fantasticarcelo come vogliamo.
Ecco che ci voleva un americano come Thoreau, un secolo e mezzo e oltre fa, a immaginare qualcosa che uscisse dal sistema industriale. L’americanissimo sudafricano Musk va su Marte, John Muir americanissimo nato in Scozia, inventò la prima protezione di aree naturali.
L’alieniazione americana, è in fondo l’esilio che viviamo tutti, fragilissimi mortali, la ricerca di un altrove che dia senso alla nostra esistenza.
Voglio condividere con voi una cosa americanissima, a partire dallo sfondo medievale che si vede nel video, che svela tutto l’esilio sottostante, che è l’esilio tuo e mio e di tutte le persone a cui vogliamo bene, e la nostra fragile mortalità.
Ma chi, meglio dell’esule, sa cogliere il mondo?
Mio nonno andò tra i monti dell’Appalachia e raccolse canti antichi, tra cui sicuramente c’era sicuramente Long Time Traveling, “in viaggio da tanto tempo”.
Che qui lo canta una ragazza di quei monti, Leah di Appalachia Rising di cui ho già parlato qui qualche anno fa.
La canzone che canta Leah è antica, come si coglie anche dalla lingua, che è insieme radicalmente americana e locale, e arcaica, con forme ormai scomparse nell’inglese.
Ma noi americani sappiamo anche viaggiare indietro nel tempo, come Buffy Sainte-Marie. Sappiamo mettere radice, essere radice. E forse abbiamo un segreto per trasformarci in radice per chi è molto più antico di noi. E infatti, la cantante ha scelto come sfondo un castello irlandese, dove raccontare il viaggio più avventuroso di tutti, che faremo tutti, che siamo fiorentini o amerihani:
Da tanto che sono in viaggio qua giù. Da tanto che sono in viaggio lontano da casa. Da tanto viaggio, per far posare questo corpo. Addio, voi sfuggenti gioie della terra, le vostre sorgenti di gioia si sono prosciugate. La mia anima ora cerca un’altra dimora, un’altr casa, un mondo più luminoso in alto. il tuo cuore è stato visto ardere, e questo significa che ci incontreremo di nuovo. Voi, anime in lutto, innalzate gli cochi e vivete per amore le vostre vite. Da tanto che sono in viaggio qua giù. Da tanto che sono in viaggio lontano da casa. Da tanto viaggio, per far posare questo corpo Che possiate stare bene, amici, la cui cura ha per tanto tempo impegnato il mio amore, ora scambio il vostro caro abbraccio per una terra che non conosco.
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