I tre ceti

Incontro al semaforo una mia amica, una trentina di anni.

E’ una persona di cui mi fido molto, perché è rigorosa e precisa. Laureata in psicologia, ha creato attività artistiche in Italia, in Messico, negli Stati Uniti…

Mi dice in pochi minuti,

“Ho l’angoscia di pensare ogni giorno che riesco a guadagnare 400 euro al mese; tra qualche anno perderò casa… e allora?”

Mezz’ora dopo, si sfoga con me quella che fino a un anno fa era una mia datrice di lavoro, proprietaria di un’agenzia di traduzioni, e anche di una bella casa in centro a Firenze. Divorziata, comunque sua figlia ha potuto studiare scienze politiche in una prestigiosa università all’estero.

“Adesso non ci sono più traduzioni… mi sono informata, tra tredici anni potrò andare in pensione con 800 euro al mese… sto vendendo casa…”

Due tra mille storie che sento in questi mesi, che provo a riassumere c0sì.

Non esistono più né classe operaiaborghesia.

Tutta la cultura scolastica e televisiva dei decenni passati forgiò un ceto maggioritario che, qualunque lavoro facesse concretamente, credeva nel progresso, in un futuro migliore per i nostri figli. Il Ceto Medio, insomma, chiunque con almeno un diploma di scuola superiore.

Poi se la giocavano se questo futuro sarebbe stato ancora migliore con più mercato, oppure con più Stato, ma era una disputa quasi secondaria, rispetto all’idea che bisognava investire nel futuro, sotto forma di tasse o facendo studiare i figlioli in qualche ganza università privata.

Oggi sappiamo che il futuro sarà non solo peggiore del presente, ma sarà anche imprevedibile, per cui non sappiamo come ripararcene. Stanno licenziando in massa perché ormai inutili gli informatici, che hanno creato l’intelligenza artificiale stessa… vale la pena, a 18 anni, scegliere di fare informatica all’università?

Questo è il disagio radicale che ci circonda, e che porta al collasso di consensi in tutto l’Occidente verso i governanti.

Ora, oltre a questo immenso ceto medio al collasso, generalizzando al massimo, esistono altri due ceti.

Il primo è numericamente molto piccolo, ma concentra ricchezze sempre maggiori. Sono tutti quelli che hanno saputo trarre profitto dalla crisi globale… spacciando armi, investendo milioni e ricavando miliardi, sbucaltando montagne, consumando per l’intelligenza artificiale più energia che per mantenere città intere, e creando bed and breakfast anziché case. Sono i Nuovi Feudatari.

Il secondo è il Lumpenproletariat, come lo chiamava Marx. L’immenso e crescente mondo degli sfigati, spesso ma non sempre, calati da luoghi lontani.

La maggior parte degli sfigati, come la maggior parte di tutti gli esseri umani, non sono cattivi.

Alcuni sfigati invece, cattivi lo sono davvero.

E comunque, il bisogno fa di necessità virtù: meglio spacciare o rubare, che morire di fame.

Ora, immaginiamo il punto più basso del Ceto Medio: la figlia del dipendente comunale, che fa a intermittenza la barista e torna ogni notte alle due a casa, rischiando la vita, o almeno il telefono.

Non rischia certo per mano dei Nuovi Feudatari, rischia per mano/manaccia di qualcuno del Lumpenproletariat. E lo stesso vale per la piccola bottega che tra tasse e concorrenza di Amazon che la parola “tasse” non sa cosa vuol dire, rischia già di chiudere, ma dove arriva la sera un tizio che parla male l’italiano con un coltello a chiedere l’incasso.

A questo punto, tutti i singoli esseri umani che compongono il Ceto Medio si trovano davanti a un bivio: quale nemico prioritario scegliere, i Nuovi Feudatari o il Lumpenproletariat?

E’ lì che nel cosiddetto “Occidente” esplode la “Destra”.

Che ovunque adopera un doppio linguaggio.

Da una parte dice la verità. Cioè che il nemico dell’Umanità è la “globalizzazione”, sono i “poteri forti”. Persino lo speculatore immobiliare Trump è arrivato al governo sfruttando queste verità e prendendosela con il Deep State.

Dall’altra parte, però, la Destra esercita tutta l’energia reale, solo contro il Lumpenproletariat. E ovviamente ha buone ragioni quando prende di mira il “Ragioniere“, lo spacciatore marocchino di crac dall’aria molto seria e normale che vediamo in Via Palazzuolo, che fa soldi distruggendo vite. Se una ronda gli spaccasse il cranio (ma non succederà), non griderei al razzismo…

Solo che poi estendono la guerra a tutto il mondo delle piccole persone che cercano di sopravvivere, al badante peruviano della mia anziana amica che mi saluta tutte le volte che ci incrociamo ha ancora gli occhi brillanti… a Maurice il senegalese che fa security con un assurdo giubotto antiproiettile al Conad, allo stesso Conad dove lavora un ragazzo siriano cattolico arrivato in Italia per fare il seminarista…

Quando i ragazzi di Casa Pound indossano la maglietta, FIRENZE AI FIORENTINI, pensano solo al Ragioniere.

Ma non pensano al miliardario argentino Eurnekian che è proprietario dell’aeroporto di Firenze, o al suo presidente Marco Carrai, presidente della fondazione che a Firenze cura i bambini malati e anche console onorario del paese che di bambini ne ha appena ammazzati ventimila…

Marco Carrai è di Greve in Chianti, mica è fiorentino!

Due non fiorentini che in maniera legalissima (i soldi per pagarsi gli esperti e gli avvocati ce li hanno, a differenza del Ragioniere) stanno per distruggere per sempre l’ultimo parco naturale della nostra città.

I ragazzi di Casa Pound non pensano alle multinazionali straniere che speculando sul turismo, hanno privato una generazione di fiorentini della possibilità di trovare casa, e quindi di un futuro.

Eppure da una frase come Firenze ai fiorentini, potrebbe nascere il seme di un modo diverso di vedere le cose. Purtroppo, non succederà, e quei ragazzi che ho visto con l’aria umana e innocente che indossavano le camicie nere con quella frase, difficilmente ci rifletteranno. Non per cattiveria, ma perché nella vita scegliamo quasi sempre la via più facile.


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La tragica meraviglia di essere umani

L’amico è nato in Uruguay, da bambino i suoi sono sfuggiti alla dittatura, rifugiandosi in Italia, e hanno trovato accoglienza in un antico convento di frati.

L’amico ha creato un’opera tremenda e meravigliosa, 20.000 e passa striscioline di lenzuola, ciascuna con il nome di un bambino di Gaza morto assassinato.

Sotto le strisce, un amico israeliano porta strumenti musicali in un buffo carretto, e li condivide con i bambini del giardino.

Un’amica che per odio verso il Partito Unico è diventata di Destra, mi porta in Piazza Santa Maria Novella, a vedere la manifestazione per la Sicurezza.

Ci ritrovo, inaspettate, due sorelle artigiane che fanno meraviglie di stoffa e vivono la vita con un’energia che mi commuove sempre, e mi hanno fatto scoprire Astra Codex, un mondo di ricami astrologici;

c’è una donna buffa che porta a spasso una piccola cagnetta molto energica e tutta a chiazze, e c’è uno che porta in giro una cagna enorme e molto paziente che dalla sua enorme mole saluta il minuscolo cospecifico.

E la mia amica di Destra si commuove, e mi dice che la morte della persona cui voleva più bene al mondo, la nonna, la sta portando a voler riversare il suo amore su un animale, e pensa a un cane (occhio che non abbài troppo! le dico).

Nelle manifestazioni di sinistra, ci sono sempre tanti gruppi buffi di organizzati, riconoscibili perché ci sono più bandiere del gruppetto che gruppettari.

Anche qui, c’è un gruppo di organizzati, solo che quest’isola è una sola e piccola: saranno in venti con quindici grandi bandiere tricolori, e lo striscione con la tartaruga di Casa Pound.

Sono tutti ragazzi e ragazze sui diciassette anni, visi ingenui e che fanno una simpatia istintiva. Camicie nere con la scritta FIRENZE AI FIORENTINI, e mi fa sorridere, perché la mia amica non è per nulla fiorentina, è nata in un paesino delle Marche.

Stamattina, avevamo fissato un appuntamento con una donna che è tra i politici più noti di Firenze, ovviamente del Partito Unico. Per parlarle di un nostro progetto.

Non vi dico chi è (no, non è la sindaca), solo che con i politici ti aspetti che ti mollino subito, e invece ci ha tenuti per due ore. E invece di parlare del progetto, ci ha portati a esplorare le meraviglie nascoste di un palazzo storico di Firenze, i turisti l’avranno presa per una guida un po’ esaltata.

Lei ci ha raccontato di quello che provava a rapportarsi con ogni affresco e ogni statua di quel luogo, ci ha parlato dell’energia che lei ne traeva la notte quando tutti erano andati via, e ci ha narrato storia su storia dei Medici e degli alchimisti e dei filosofi che avevano reso Firenze universale, e di tutto il senso che ne aveva tratto.

La fermo per raccontarle dell’esame più bello – e dove ho preso il voto più basso, credo 26 – che ho dato all’Università, laureandomi in lingue orientali. Era un esame di Storia della filosofia islamica, la docente era Paola Carusi, laureata in chimica. Sulla storia dell’Alchìmia (ci teneva all’accento sulla prima “i”) araba.

Andando a dormire, vado a riflettere sul senso di tutti i nostri conflitti e le nostre identità.

Di tutte le orrende certezze con cui classifichiamo e condanniamo gli altri umani, per ogni motivo e il suo contrario.

La tragica meraviglia di Essere Umani.

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Lo sguardo di Maryam

Ogni tanto, c’è un’immagine che mette in moto mondi interi.

Dal Libano un brevissimo video, di una mamma – Jana, 24 anni – e della sua bambina – Maryam, 2 anni.

Al di là del velo della mamma, è in qualche modo l’espressione suprema della normalità come ce la siamo immaginata fino a pochissimi anni fa, con un’umanità profonda e un tocco di kitsch borghese, pensate a quante centinaia di milioni di video analoghi ci siano.

Il culmine del Mondo che è appena stato, prima di quello che il cancelliere tedesco chiama, Zeitenwende, la mutazione dei tempi e la fine dell’era, certo un po’ noiosa, della pace, del progresso, del rispetto, del miglioramento…

Le due femmine dei video infatti hanno subìto in pieno lo Zeitenwende.

Sono state uccise durante il “cessate il fuoco”, dall’esercito dell’unico paese al mondo che una legge italiana vieta di criticare, e siccome ho molto da fare, non mi posso permettere di finire in carcere adesso, per cui non vi dico quale esercito sia.

"Io nego il diritto all'esistenza della Repubblica Cecoslovacca, forza, arrestatemi!"

Due arabe in meno, e magari grazie ai soldi che girano grazie agli armamenti che hanno stroncato le loro vite, qualche altro bambino in un paese produttore di armi avrà per Natale una nuova playstation e sorriderà proprio come Maryam, sarà la reincarnazione della Vita in lei.

Ma mi colpisce qualcosa che va oltre il dato di cronaca.

Sono gli occhi della bambina Maryam – sento fortissimo ciò che tutti noi avremmo potuto essere.

Compresi quelli che l’hanno uccisa, che quando avevano quell’età, avevano anche loro quegli occhi.

Sono occhi grandi, in proporzione alla testa, come è fisiologico; ma è come se gli occhi che colgono il mondo fossero in quel momento molto più grandi dei nostri. E contenessero una saggezza, che perdiamo crescendo. Ma non solo, anche un’ironia, che sorride di tutte le nostre follie.

E’ una cosa che mi disse una volta mio figlio… che quando era molto piccolo, aveva tutto l’universo davanti, poi pian piano il mondo gli si è ristretto, andando a scuola, e poi crescendo… e mi disse che la vecchiaia è il mondo più ristretto e piccolo di tutti…

Cento e passa anni fa, un altro figliolo, maschio questa volta, capitato in un’altra Grande Causa.

Non ne vediamo gli occhi, aveva qualche anno più di Maryam; e a differenza di Maryam ha potuto anche viaggiare – una nave dagli Stati Uniti, come me forse avrà visto i pesci volanti nell’Atlantico.

Una trincea in Francia, una carica.

E poi solo una notifica formale ai genitori, che queste foto sono emerse decenni dopo perché non sono belle a vedersi.

Che poi Maryam è sempre Lei…

Mar la goccia, Yam il mare… oppure l’egizio, merit, l’amata; oppure marah, l’amarezza… la stella maris, o la stilla maris… non sapremo mai da dove viene il nome di Maria madre mare amara amata disarmata.

Nel 1556, un medico tedesco dalla lunga barba pubblicò un testo, Frische teutsche Liedlein, che conteneva una canzone che riassume il futuro che ci attende, dopo lo Zeitenwende.

E’ la preghiera elementare di chi deve campare uccidendo, finché non verrà ucciso.

“Amata Signora della fredda fonte
concedi a noi poveri mercenari un caldo sole
che non ci congeliamo.
Che nell’osteria possiamo entrare
con la borsa piena
e uscirne con la borsa vuota”.

(nel video c’è anche una aggiunta dei primi del Novecento, che ommettiamo di tradurre)

Maryam, il ragazzo americano sul filo spinato, il mercenario nell’osteria, il diciottenne israeliano con un’arma in mano e troppi bambini davanti… Non ci sono giudizi, è solo la Vitamorte.

Ma su una cosa vorrei poter decidere, anche sapendo che il loro potere è infinitamente più grande del nostro.

Nelle parole di Reinhard Mey, cantautore tedesco.

“No, i miei figli non li darò

Penso che sia meglio scrivervi per tempo
E dirvi già oggi, una volta per tutte, che non ci sto
Non c’è bisogno che mi mostriate lunghe liste
Per capire che anch’io ho due figli
Li amo entrambi, questo voglio dirvi
Più della mia vita, più della vista
E loro non porteranno armi
No, i miei figli non li darò
No, i miei figli non li darò

Ho il rispetto per la vita
Per ogni creatura come valore supremo
Ho la misericordia e il perdono
E ovunque fosse possibile, ho insegnato ad amare
Ora non li rovinerete con l’odio
Nessun obiettivo e nessun onore, nessun dovere
Vale la pena uccidere e morire per questo
No, i miei figli non li darò
No, i miei figli non li darò

Di certo non per voi la loro madre
Li ha messi al mondo tra le doglie
Non per voi e non come carne da cannone
Non per voi ho trascorso tante notti febbrili
Disperata in piedi accanto al lettino
Raffreddando un faccino ardente
Finché, sfiniti, abbiamo trovato riposo
No, i miei figli non li darò
No, i miei figli non li darò

Non marceranno in fila indiana
Non resisteranno, non combatteranno fino all’ultimo
Non moriranno congelati in un campo dimenticato da Dio
Mentre voi vi accomodate su morbidi cuscini
Proteggere i bambini da ogni pericolo
È il mio maledetto dovere di padre
E questo significa anche tenerli al riparo da voi
No, i miei figli non li darò
No, i miei figli non li darò

Insegnerò loro la disobbedienza
La resistenza e l’indomabilità
A ribellarsi contro ogni ordine
E a non inchinarsi davanti all’autorità
Insegnerò loro a seguire la propria strada
Di fronte a nessuno spauracchio, nessun giudizio universale
Di fronte a nessuno, se non a se stessi, a stare dritti
No, i miei figli non li darò
No, i miei figli non li darò

E piuttosto fuggirò con loro
Che lasciare che li rendiate vostri servi
Piuttosto andrò con loro in terra straniera
In povertà e come ladri nella notte
Abbiamo solo questa breve vita
Lo giuro e ve lo dico dritto in faccia
Non si sacrificheranno per la vostra follia
No, i miei figli non li darò
No, i miei figli non li darò”

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La Fruttivendola in Pensione e i Comitati

Vedo che il mio articolo di ieri è stato ripreso da quel bellissimo sito/avventura che è Comune-info.

Ci sono stati anche diversi commenti sul mio blog, che mi hanno fatto riflettere.

Stiamo parlando di cose che sicuramente riguardano quasi tutte le persone che conoscete. Tipo, le buche per strada.

Una fruttivendola in pensione segnala una buca. Un esempio estremo; magari poteva anche essere un ingegnere in pensione.

Semplicemente, si tratta di una persona che nota per prima, qualcosa che non va, prende il telefono e chiama. Una cosa che fanno in pochi, perché migliaia di persone sono inciampate in quella buca e non hanno pensato, facciamo qualcosa.

Lei rappresenta in quel momento il 90% dei normali cittadini, ma è anche vero che il 90% del 90% di solito sta zitto.

Non ve la voglia mitizzare: magari la Fruttivendola lo fa solo perché è una di quelle persone antipatiche che c’ha sempre da ridire su tutto, insomma è toscana. E non è detto che ci capisca di niente, al di là della buca.

La Fruttivendola si trova davanti un mondo, su tre strati: il Funzionario, il Resto del Mondo e il Politico. E cercherò nei prossimi post di approfondire tutti i ruoli.

Il Funzionario riceve la notizia della Buca.

Il Funzionario può essere un’ottima persona: ne ho conosciuti di straordinari. Ma per poter agire, deve agire secondo il Manuale.

Sfoglia il Manuale (ironizzo, in realtà si tratta di una giungla di normative spesso contraddittorie) che dice,

“Buca? Catrame!”

In effetti, se copri la Buca con il Catrame, la Buca scompare, fine del problema.

Il Catrame lo deve mettere però qualcuno, e lì nascono i veri problemi: che ditta scegliere, come fare l’appalto, come fare i pagamenti, farci la firma elettronica in formato .p7m (ci metto anche il timestamp, e se me lo dimentico sono passibile di qualcosa?) come non incidere sull’equilibrio di bilancio, dove trovare lo Stanziamento Buche, come evitare ricorsi da parte degli appaltatori esclusi… un incubo insomma.

Comunque arriva la ditta di Torre Annunziata

(caso vero, mi ricordo la splendida sensazione mentre una ditta appunto di Torre Annunziata stava facendo i lavori sul nostro giardino, di sentire qualcuno che parlava in un napoletano bellissimo, antico e ricco, e di girarmi, e vedere che l’oratore era senegalese)

La Ditta mette il Catrame, il fondo stradale si livella, il problema è risolto.

Però una settimana dopo che è passata la ditta di Torre Annunziata, la Fruttivendola inciampa di nuovo in una buca nello stesso posto.

E siccome è toscana e antipatica, fa un post su Facebook dove dice peste e corna della sindaca che secondo lei farebbe apposta le buche, e che Firenze è peggio della Nigeria per colpa della suddetta sindaca.

Però la Fruttivendola ha ragione su una cosa, la buca c’è.

A questo punto, la Fruttivendola fa un Comitato. Il Comitato è un raggruppamento di persone che segnalano qualcosa di brutto, su cui hanno quasi sempre ragione: la buca in effetti c’è.

Però, il Comitato agisce al negativo: ha un problema, e chiede alle Istituzioni di risolverglielo; e se le Istituzioni non glielo risolvono, si arrabbia.

Umanamente molto comprensibile, ma c’è un particolare importante: se sei solo contro, e se ti aspetti sempre che sia qualcun altro che faccia le cose, e non ami e non vuoi qualcosa, ci metti molta rabbia, ma poco amore. E dove metti poco amore, metti anche pochi soldi (in fondo sono Loro, quelli delle Istituzioni, che li devono mettere, no?).

Che non sono solo i dindi, sono anche i momenti felici in cui investiamo la nostra vita in qualcosa di bello, immaginandoci qualcosa di positivo da costruire: c’è un universo di differenza tra la rabbia per la buca e il sogno di una bella strada vissuta.

Quindi i Comitati sono poveri per definizione. E i poveri, altrettanto per definizione, non contano nulla, e vengono spazzati via.

Per questo, un Comitato può avere ragione davanti al mondo e davanti a Dio.

Ma perde quasi sempre.

Al di là della buca, rattrista il fatto che tante belle persone finiscano nell’intimo dolore della frustrazione, della negatività che nega negatività, del vedere solo la Buca, e arrabbiarsi sempre di più.

Bene, mi chiederete, facile criticare chi protesta per la Buca, e che vuoi un mondo tutto bucherellato?

Ne parleremo dopo, qui ho parlato solo di chi si lamenta per la Buca. Dobbiamo riflettere poi su chi dovrebbe riparare le buche. I mondi dei Funzionari e dei Politici. E se forse esiste un altro modo di vivere questi rapporti.


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La scienza, chi ce l’ha?

Ieri torno a casa, insolitamente, quasi all’una di notte. Dopo l’assemblea di quartiere, iniziata alle nove di sera.

Questa volta, c’è una sala piena, è il popolo dei Comitati, ce ne sono ben sedici. C’è il Presidente del Quartiere a cui sono affezionato, c’è anche l’Assessore alla Mobilità, che abita nel nostro rione e ha l’ingrato compito di gestire l’impossibile.

I temi sono due – il Vigile di Quartiere e la Ztl: temi piccoli e locali, ma a un certo punto mi rendo conto che hanno implicazioni universali, riguardano l’essenza stessa della società in cui viviamo.

Nove anni fa, un funzionario del Comune, Marco Lensi, aveva messo in pratica il “vigile di quartiere“, un esperimento che fu poi stroncato dall’alto. Non vi annoio con i dettagli, ma il Vigile di Quartiere doveva vegliare sulla qualità della vita, girando a piedi un quartiere che conosceva bene, facendosi segnalare tutte le problematiche, aiutando i cittadini che conosceva di persona a risolverle.

La funzione della polizia municipale non è quella di garantire la sicurezza, di combattere la delinquenza: sono competenze dello Stato. Ma il Comune di Firenze, incalzato dal panico securitario della Destra, sta cercando sempre di più a usare i vigili come cacciatori di spacciatori. Ieri ho sentito addirittura parlare di vigili cinofili, che non credo che dovrebbero fare le multe ai padroni dei cani che non raccolgono le cacche.

Il secondo punto all’ordine del giorno, o della notte, era la ZTL. Con i residenti che segnalavano i mille buchi attraverso cui innumerevoli auto potevano penetrare in ogni momento, togliendo i posti macchina ai residenti, che quindi non potevano permettersi mai di uscire di casa la sera, perché al ritorno avrebbero trovato ogni angolo occupato da automobilisti di fuori venuti per godersi la movida in centro. Certi di non venire mai multati.

I cittadini che intervengono sono toscani, e quindi parlano con foga, ironia, aneddoti: sanno raccontare molto bene ciò che vivono realmente. Ed essendo toscani, sono anche provocatori più del necessario, verso l’assessore e il presidente del Quartiere, che subiscono pazientemente tre ore di critiche.

Alla fine, l’Assessore risponde. E in sostanza dice,

“ascoltiamo voi dei Comitati, ma ascoltiamo anche tanti altri, e decidiamo noi. E quando decidiamo, qualcuno ci mette la firma. E se lo fa, vuol dire che si è informato e sa come stanno le cose, perché se no sa che finirà in galera”.

In quel momento, colgo l’essenza della dialettica tra Cittadini Attivi e Istituzioni.

I Cittadini Attivi hanno il diritto di lamentarsi, di sfogarsi, di esprimere la loro vita emotiva.

Le Istituzioni hanno dalla loro, invece, la Ragione. Hanno gli esperti e la Scienza. E quindi vincono sempre contro i Cittadini Attivi. Metti una fruttivendola in pensione che parla delle buche nella strada sotto casa sua, contro un funzionario che in quella strada non ci è mai passato, ma è laureato in ingegneria.

Eppure ci sarebbe una soluzione rivoluzionaria, che mi immaginò tempo fa un amico, ricercatore universitario in Architettura.

In breve: l’Università, secondo la cosiddetta Legge Gelmini ha tre “missioni”. Insegnamento, ricerca, e

“generare impatto sociale, culturale ed economico, trasformando la conoscenza accademica in benefici concreti per la società”.

Ora, immaginiamo che l’Università istituisca un centro di prossimità attiva, a disposizione della cittadinanza, nel nostro quartiere.

Per dire…

Un cittadino nota una buca nella strada, e chiama il Comune.

Il Comune manda la ditta sotto-appaltata con sede a Napoli, che ricopre la buca con catrame

(non ho mai capito come facciano le ditte con sede a Napoli a vincere sempre gli appalti, ma dove fanno dormire gli operai nella città dove nemmeno chi ci è nato riesce a pagarsi casa?)

Problema risolto, burocrazia sistemata.

Poi un mese dopo, sbuca un’altra buca…

Invece, immaginiamo un centro di prossimità attiva.

La fruttivendola in pensione racconta della buca.

Un ricercatore di chimica spiega, scienza alla mano, che la colata di catrame non è la soluzione.

E chiama uno studente di ingegneria, che dice che il problema è il carico di mezzi troppo pesanti che passano tutto il giorno su un antico fondo stradale. E lì chiamano il professore di archeologia, che dice che in effetti quella strada ha ottocento anni.

E quindi tocca deviare il traffico dei mezzi pesanti, e lo studente di urbanistica ci fa la tesi su dove mandare i camion (toscano singolare: i’ccàmio, plurale, i hàmi). E quando il funzionario del Comune dice, “eh ma non si può”, arriva lo studente di Legge che ci fa la tesi da 110 e lode per dire, “rilàssati,si può!”

Il Centro di Prossimità Attiva non darà sempre ragione alla fruttivendola, spesso avrà torto marcio anche lei.

Ma ci sarà la separazione dei poteri: chi ha in mano il governo non avrà anche il monopolio della scienza.

Tra Cittadini Attivi e Istituzioni ci sarà un terzo neutrale.

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Il Processo

Cos’è il Processo che stiamo vivendo?

Parlavo con l’amico Roberto M., nato in Maremma, insegnante di scienze in pensione.

Suo padre faceva il buttero, poi ha iniziato a cavalcare i trattori. Quando è nato Roberto, non c’era né acqua potabile, né corrente elettrica in casa.

Mio suocero invece è nato nel 1940, e la mamma l’hanno portata a partorire a San Sepolcro, quindici chilometri a valle, su di una treggia.

A Siracusa ho conosciuto uno che era stato carrettiere, e mi raccontava di come partiva il corteo dei trasportatori. In testa quello che cantava meglio, sul cavallo con i pennacchi. Attraversavano di notte i villaggi, e sotto i carretti c’era una lanterna che proiettava sulle pareti delle case i raggi delle ruote. Il capo carovana cantava una strofa, e gli altri dietro un ritornello; poi un’altra strofa…

Tutti abbiamo storie così: io che vivo nel 2025, ho conosciuto gente che non viveva tanto diversamente da come si viveva nell’Età del Ferro, o nel Neolitico.

Pensiamo per ora solo alla velocità e l’immensità del Processo.

Inanzitutto c’è il crollo della biodiversità in terra, sul mare e nel cielo.

poi c’è il cambiamento radicale del rapporto degli esseri umani con il mondo, con i corpi che li circondano, con lo spazio e infine con gli altri esseri umani;

c’è l’improvvisa comparsa dell‘intelligenza artificiale che sta portando a una mutazione nel modo in cui usiamo il cervello, e di conseguenza nella maniera in cui le cellule del cervello si strutturano;

c’è l’abolizione di ogni forma di lavoro diverso da quello del rider o della prostituta;

e c’è la penetrazione profonda e irreversibile nel corpo e nel cervello degli umani, di cui la macchinetta per i sogni lucidi è solo un piccolo esempio pittoresco.

Questo Processo nasce da un’idea che un tempo si chiamava Progresso. Come dice l’amico Stefano Isola, il progresso si presenta come

“un processo storico necessario ed irreversibile in cui l’umanità sarebbe chiamata ad evolvere ampliando incessantemente le sue basi produttive e trasformando il mondo al fine di soddisfare i propri desideri e, appunto, soggiogare la natura.

Questo Processo implica un passaggio dalla qualità – la diversità infinita della vita – alla quantità, cioè agli algoritmi e al denaro che diventano misura di ogni cosa.

Alla faccia di quelli che parlano di “materialismo”, si tratta del passaggio dalle cose che possiamo toccare e vedere, a qualcosa di puramente astratto: dal solido, alla polvere, e dalla polvere alla pura astrazione. Al posto delle cose vive, i pixel identici e intercambiabili tra di loro e immateriali.

Negli sconvolgenti versi ritmati della Dies Irae, del tredicesimo secolo, si diceva che il secolo – lo spazio tempo – si dissolve in scintille e cenere, “solvet saeclum in favilla”.

Questo Processo passa dall’Umano come l’abbiamo conosciuto, a qualcos’altro, che possiamo chiamare il Transumano.

Questo Processo non è lineare, ma è in costante accelerazione. “Esponenziale” è una parola di cui si abusa spesso, ma in questo caso è più o meno esatta. Ogni due giorni, leggo, viene generata e archiviata una massa di dati e informazioni pari a quella generata dalla nascita dell’uomo fino al 2016.

Che pensiate al numero di foto scattate, o al numero di traduttori in crisi a causa dell’intelligenza artificiale, l’andamento è più o meno questo:

Questo Processo è unitario. La scomparsa delle lucciole è la stessa cosa del blackout dovuto all’eccesso di aria condizionata nel centro di Firenze, o al fatto che il ragazzino invece di studiare chiede a ChatGpt di fargli il compito in classe.

Questo Processo è imprevedibile.

Una volta, c’era l’idea del laboratorio. Il piccolo spazio preciso e chiuso, dove se faccio questo, o succede questo, o succede quello, e se esplode tutto, pazienza, non esce dalle pareti blindate dove sto sperimentando.

Oggi si sperimenta qualunque cosa sul mondo intero, e poi si cerca di cavalcare la tigre.

Questo vuol dire che non esiste più futuro, si naviga a vista.

Senza futuro, non esiste più la possibilità di un progetto politico di alcuni tipo.

Di fronte al Processo, ognuno prenda la posizione che si sente profondamente dentro. E quindi il culmine del “progresso razionale” è la perdita di ogni ragione.

Per molti, la prospettiva è esaltante. Come i paracadutisti che si lanciano dall’aereo cantando l’Inno della Folgore:

Cuori d’acciaio all’erta il cielo è una pedana, tra poco nell’offerta noi piomberemo giù, pugnali e bombe a mano, viatico di morte, e l’ansia della sorte non sentiremo più! Aggancia la fune di vincolo, spalanca nel vento la botola, assumi la forma di un angelo e via pel tuo nuovo destin!

Che ha un suo fascino anche per me, solo che nel fondo, non sono un folgorato transumanista.

Mi sento dell’Altra Parte, quella della Gatta Piccola che a occhi spalancati mi richiama tutta agitata e con voce profonda, per portarmi in dono un calzino che ho appena steso ad asciugare. Forse pensa di donarmi un topo morto, non lo so, ma c’è un’urgenza nel dirmi qualcosa, che somiglia a quella del vecchio Walter, l’ultimo fabbro sfrattato dell’Oltrarno, che cerca ancora una forgia dove fare cose belle.

Solo attenzione, la Gatta e il Fabbro sono in qualche modo anche loro parte del Processo, che è dentro noi tutti: il Processo che trasforma incessantemente il mondo, ammazzando topi e forgiando lampioni con il fuoco di Prometeo. Noi che siamo dalla parte della Vita dobbiamo tenere in conto che la Vita è anche questo.

Se in qualche modo ci fa intimamente orrore l’abisso che abbiamo davanti – l’annientamento della Vita – ci viene voglia di reagire, di fare qualcosa.

L’estate scorsa, noi che abbiamo in orrore l’annientamento della Vita, ci siamo trovati per tre giorni a riflettere, insieme alle lucciole che uscivano fuori al buio, e che molti non avevano mai visto in vita loro.

Grazie a Leonardo di Schio, mi è venuto un filone di pensieri.

Di solito, noi viventi siamo abituati a fare qualcosa contro un nemico. Più o meno, qualcuno che possiamo odiare, prendere a cazzotti. Un cattivo.

Invece, il nostro nemico è dentro di noi.

Al bagno del casolare in cui ci siamo riuniti, ho trovato questo cartello, messo da una splendida e storica femminista:

Immaginatevi questo testo, letto da due prospettive diverse. La prima, quella di un mondo chiuso che tendeva a togliere ogni spazio a una ragazzina nata, poniamo, cent’anni fa. A negarle il suo potenziale, e a segnarne il destino. E’ un manifesto meraviglioso…

Ma riguardate questo testo, dalla prospettiva della pubblicità attuale. Ogni singola frase potrebbe essere un pezzo di merce che ti spaccia una multinazionale.

Quello che chiamiamo “il capitalismo”, alla fine, deve fare il miracolo di trasformare dieci in undici, cioè di cavare dal nulla un guadagno, una ricchezza che prima non c’era.

Ecco perché il capitalismo deve incessantemente cercare qualcosa di nuovo. Nel 1848, dico nel 1848, quando non c’erano nemmeno i telefoni o le automobili o la luce elettrica, il trentenne visionario Marx, laureato in filosofia, colse il Processo:

“Le antichissime industrie nazionali sono state distrutte, e ancora adesso vengono distrutte ogni giorno. Vengono soppiantate da industrie nuove, la cui introduzione diventa questione di vita o di morte per tutte le nazioni civili, da industrie che non lavorano più soltanto le materie prime del luogo, ma delle zone più remote, e i cui prodotti non vengono consumati solo dal paese stesso, ma anche in tutte le parti del mondo. Ai vecchi bisogni, soddisfatti con i prodotti del paese, subentrano bisogni nuovi, che per essere soddisfatti esigono i prodotti dei paesi e dei climi più lontani.”

Guardiamo le frasi nel manifesto appeso al bagno, da VIAGGIA SPESSO a VIVI IL TUO SOGNO. INDOSSA LA TUA PASSIONE.

Lì cogliamo tutta la vera forza del Processo. Che si fonda sulla Saligia: Superbia, Avarizia, Lussuria, Invidia, Gola, Ira, Accidie. Ciò che gli economisti chiamano, mercato.

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L’Iran, unə Marchesə Monarcofemministə e Lucifero a quota 200 mln nel mattone

“Anche l’8 marzo per le transfemministe di Non una di meno esistono donne di serie a e donne di serie b.”

E’ quanto denuncia, scandalizzatə, unə giornalistə del Giornale, tale Francesco Giubilei, che a quanto pare si dedica soprattutto a stalkerare (giornalisticamente) l’eurodeputata Salis, e per questo lui “è stato inserito da “Forbes” tra i 100 giovani under 30 più influenti d’Italia.”

A scanso di equivoci, Francesco Giubilei non si sta lamentando di essere statə trattatə come donnə di serie B; si sta lamentando per conto terzi:

“Al corteo organizzato oggi pomeriggio a Roma contro la guerra e il governo Meloni è stato allontanato un gruppo di iraniane che volevano partecipare per ricordare le donne uccise dal regime.”

Dunque, c’è un “corteo contro la guerra” a cui avrebbe deciso di partecipare a tutti i costi un gruppo di “donne iraniane” che ha colto il momento per agitare bandiere di una monarchia caduta mezzo secolo fa ed esaltare un attacco militare partito una settimana prima… e si sarebbe preso dei fischi (nessuna violenza comunque).

Ma la cosa che colpisce sono i nomi dellə donnə “di serie B”, che “Il Giornale” intervista: Mario Filippo Brambilla di Carpiano e Francesco Di Bartolomei.

Un bellissimo esempio di identità fluida intergender e interculturale. Pare che il nome vero sia MarioFilippo, tutto attaccato e con la F maiuscola (poi troviamo anche con la “f” minuscola, Mariofilippo), ma si sa che i giornalisti sono malpagati e possono facilmente sbagliare, e soprattutto non devono rendere conto a nessuno.

MarioFilippo/Mariofilippo Brambilla di Carpiano (di seguito MF) è presidente dell’Assocazione Italia-Iran; e Francesco di Bartolomei è il suo “referente romano”.

MF è profondamente intersezionale. Sfida infatti con coraggio anche i pregiudizi di classe, come ci rivela Il Blog del Marchese. Che intervistando MF fa vedere lo sguardo forte di unə donnə iranianə che non ha paura a togliersi il hijab mentre sfida le transfemministe:

Il Blog del Marchese coglie l’essenza di MF:

““L’accessorio che non dovrebbe mai mancare nel guardaroba di un uomo è il papillon dello smoking da annodare a mano.”

Questa frase ci svela molto sulla personalità del Nostro intervistato”

Vediamo smentire subito un luogo comune che vedrebbe nel cognome Brambilla il prototipo del milanese arricchito e ignorante:

“La sua famiglia discende da un ramo dei Brambilla, proprietari terrieri di Carpiano e Pairana alle porte di Milano, di nobiltà di origine asburgica […] Nel 1911 Enrico Brambilla fonda il Gruppo Brambilla che comprenderà la Società di costruzioni, un cotonificio e l’industria chimica che diverrà il fiore all’occhiello del gruppo per via della produzione di concimi chimici per l’agricoltura, realizzata negli stabilimenti di Milano e di Verrres, ai quali si aggiunse la produzione di ossigeno, azoto e solfato ammonico.”

Non sappiamo se l’elio dei palloncini sia stato prodotto dalla Ditta Brambilla, comunque MF si sente così

Come tante altrə donnə iranianə, MF ha conosciuto anche l’esilio:

“MarioFilippo nasce in Liguria, ma come spesso accade capita solo di nascerci in un posto ma si vive la propria vita in un altro. Così come per MarioFilippo che ha trascorso parte della sua infanzia ed adolescenza a Milano per poi studiare a Ginevra dove ha conseguito il master degree in Business Administration. Terminati gli studi, dopo una parentesi nell’attività di famiglia, ha lavorato presso una banca d’affari, prima in Svizzera e poi nel Principato di Monaco.”

MF decide a un certo punto di dedicarsi al Terzo Mondo.

“All’inizio del 2009 ha vissuto per un periodo a Teheran quale componente di una delegazione imprenditoriale italiana che aveva come mission l’incremento dei rapporti economici bilaterali tra Italia e Iran.”

Mentre negoziava affari con l’attuale governo dell’Iran, qualcosa deve avergli fatto venire l’idea di far fuori i propri interlocutori.

Improvvvisamente, infatti, il nostro passa dal Blog del Marchese al Team dell’Imperatore. Sul Giornale Diplomatico, leggiamo un articolo che parla di Emanuele Filiberto di Savoia Reza Pahlevi, e improvvisamente veniamo a sapere che

Nel suo team c’è anche l’italiano prof. Mariofilippo Brambilla di Carpiano, 39 anni, suo uomo di fiducia. Imprenditore, attivista politico e analista con un particolare focus sul Medio Oriente, è direttore del Dipartimento di Storia delle Relazioni Internazionali all’Unimeier Università di Medicina Integrata Economia e Ricerca”

Di fronte a tutto questo, lə referentə romanə rischia di perdere di visibilità: Francesco Di Bartolomei, presidente dell’Associazione Trump Italia.

“Saggista storico si e’ occupato spesso di tematiche legate alla Casa Savoia e al mondo militare italiano”, Di Bartolomei ha scritto un interessante saggio su “Le millenarie radici cristiane di Casa Savoia“, che effettivamente precedono di molti secoli il sottufficiale caucasico Reza Pahlavi della Brigata Cosacca addestrata dai russi, che nel 1921 fece un colpo di stato, battendo per qualche mese Benito Mussolini.

L’Associazione Italia-Iran ha come “Responsabile Rapporti con le Imprese” Giovanmatteo Lucifero di Aprigliano.

Lo so che qualcuno si spaventerà per il cognome.

Ma ci sarà anche qualcuno che si spaventerà per il mestiere, di Imprenditore Immobiliare, del nostro Lucifero.

Anche qui a Firenze, la Liberazione dall’Iran procede vittoriosa…

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Che c… ti guardi?

Mentre attraverso Piazza del Carmine, che si chiama così per i frati palestinesi che Simon Stock l’inglese che visse in un tronco d’albero portò qui…

sento una voce di donna…

profonda, roca, dolente, rabbiosa, intensa.

Urla qualcosa in quella che mi sembra una lingua slava.

Mi avvicino…

Lei è giovane, vestita di nero, ha un’aria molto normale, mi fissa e mi grida in perfetto italiano,

“Che c… ti guardi?”

E poi passa a urlare al mondo, questa volta in italiano, colgo la parola, prostituta.

Mi allontano, come tutti i vigliacchi che non hanno il coraggio di comunicare davvero.

Solo dopo, quando è troppo tardi, so quello che avrei voluto dirle.

“Tu hai una voce straordinaria, sei una poeta vera.

Non parli recitando, parli vivendo.

Forse parli solo della tua storia, ma ognuno di noi di storie, ne ha una sola, e sento che stai parlando del mondo intero, stai dicendo quello che pochi osano dire.

Chi fa teatro, spettacolo, canto, poesia, letteratura, vorrebbe essere come te, ma tra la loro visione e la sua manifestazione, ci sono mille ostacoli che falsificano.

Tu non hai bisogno di palco o di biglietto o di profilo per esserci”.

Farid al-Din al-Attar, droghiere di Nishapur, come tanti artigiani di San Frediano se ne stava nella sua bottega a mescolare le sue merci (عَطَّاْر è l’uomo dell”Itr, del profumo e delle sostanze curative).

Entra un divaneh دیوانه, un clochard invasato con una ciotola, a chiedergli la carità, ma il bottegaio che di problemi ne ha tanti, non se lo fila.

“Dimmi, come morirai?” gli chiede il clochard.

“Proprio come te”.

“Ma sai morire come me?”, gli chiede il clochard.

“Ma certo”, risponde distratto il droghiere, mentre sistema lo scaffale.

Il clochard si sdraia, si mette la ciotola di legno sotto la testa,

dice, Dio,

e muore.

Come Passepartout, ma almeno con lui ho potuto parlare.

Con lei, la poeta di Piazza del Carmine, no, non ho potuto, o forse non ho voluto.

Stavo sistemando le merci sugli scaffali.

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