10.162 siti della Pubblica Amministrazione violano il GDPR

Google Fonts è un font di caratteri che si adatta al visitatore per la migliore leggibilità.

Da quello che capisco io, viene quindi usato da moltissimi amministratori di siti, in una di due versioni:

1) te lo scarichi da solo e lo installi sul tuo sito, ma non hai aggiornamenti vari ed è lento

2) ti colleghi direttamente al server di Google, è veloce e sempre aggiornato, ma contiene una “salsina segreta” che trasmette i dati di chi visita il sito proprio al server (e il bello è che la loro privacy policy non te lo dice chiaramente)

Il Garante per la Privacy tedesco (ma il GDPR è europeo, quindi vale anche per l’Italia) ha quindi stabilito che la versione “collegata” (la 2) di Google Fonts è illegale.

Per cui gli amici di Monitora-PA hanno mandato 10.162 PEC di amichevole avvertimento a quei siti della Pubblica Amministrazione che utilizzano la versione 2 di Google Fonts.

Consiglio di mettere l’add-on uBlock Origin sui vostri browser, che non solo blocca le intrusioni indesiderate, ma ti offre anche un utile elenco di chi ci sta provando a fare la manomorta.

Tra l'altro, uno studio ipotizza un risparmio economico/ambientale di circa 1,8 miliardi di dollari per gli utenti: regalare i fatti nostri ai ciucciadati ha un costo reale.

Ad esempio, se andate su www.­repubblica.it, vedrete emergere dalle tenebre:

repubblica.it
www.repubblica.it
akamaiedge.net
e2066.b.akamaiedge.net
cdn.iubenda.com
e8333.g.akamaiedge.net
cdns.eu1.gigya.com
chartbeat.com
static.chartbeat.com
d1uknbmq9xnqc1.cloudfront.net
scripts.kataweb.it
di6s0qdtsvm7m.cloudfront.net
eulogin.gedi.it
facebook.net
connect.facebook.net
fbcdn.net
scontent.xx.fbcdn.net
connect.facebook.net
gedi.it
eulogin.gedi.it
gedistatic.it
www.gedistatic.it
gigya.com
cdns.eu1.gigya.com
google.com
apis.google.com
imrworldwide.com
cdn-gl.imrworldwide.com
iubenda.com
cdn.iubenda.com
www.iubenda.com
kataweb.it
oasjs.kataweb.it
scripts.kataweb.it
opecloud.com
gedi.tagger.opecloud.com
repstatic.it
www.repstatic.it

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Come il capitalismo uccise il West

Posso presentarvi la recensione di un libro che non ho ancora letto, di un autore, Bernard DeVoto, che non conoscevo? Un autore, scopro, di padre cattolico italiano, madre mormona dello Utah, esule ovunque.

Mi ha colpito la sensibilità del recensore, James Pogue, che da anche-americano sento molto vicina.

James Pogue è anche autore di Chosen Country: A Rebellion in the West, un libro dedicato a una di quelle bizzarre milizie americane che credono sul serio alla libertà.

Preso da Unherd.com, un sito sempre ricco di spunti a volte condivisibili, a volte no, ma mai noiosi.

Traduzione con DeepL, con relativi pregi e difetti.


Il capitalismo ha ucciso il West americano

di James Pogue

Ho passato molto tempo a sentirmi dire di leggere Bernard DeVoto prima di riuscire a farlo. Le persone che lo amavano spesso sembravano sorprese che non avessi già letto le sue storie. C’è un tipo di persona molto specifico che tende a leggere questi libri, e in generale si può dire che io sia uno di loro.

Le etichette improvvisate che queste persone si danno hanno spesso una nota implicita di autocompiacimento: “4Runner Environmentalists”, “Green-necks” o “literary Westerners”. I termini denotano un mix di tendenze culturali e politiche che attraversano alcune delle grandi divisioni dell’America. Tendono a essere favorevoli alle armi ma anche alle normative ambientali, ad avere una profonda fede nell’esperimento americano ma anche una profonda consapevolezza dei suoi difetti, a diffidare sia del grande governo sia delle grandi aziende e, soprattutto, a odiare il potere gemello del governo e delle imprese, che è la forza che più di tutte plasma l’Occidente come lo conosciamo.

DeVoto è il sommo sacerdote di questa setta. Nato nel 1897 a Ogden, nello Utah, ha trascorso la maggior parte della sua età adulta sulla costa orientale, scrivendo per Harper’s, insegnando a Harvard e occupando una tenue terra di mezzo nelle guerre politiche del suo tempo: è stato definito fascista sulle pagine di The Nation e del Daily Worker, e comunista dall’Associazione degli allevatori del Wyoming.

Era un cacciatore e un amante della vita all’aria aperta, ma anche un uomo urbano e smaccatamente sofisticato. Il suo monumentale saggio su Harper’s del 1947, “The West Against Itself”, è forse il pezzo più significativo della storia del movimento ambientalista americano. Ha smascherato e bloccato quasi da solo un vasto piano di svendita di centinaia di milioni di acri di terra pubblica. Inoltre, elaborò la tesi di DeVoto che vedeva l’Ovest come una “provincia saccheggiata”, una storia raccontata nel recente This America of Ours di Nate Schweber, una prima biografia di DeVoto attesa da tempo.

“Egli descrisse come la ricchezza delle risorse naturali dell’Ovest fosse stata sistematicamente dirottata verso l’Est”, scrive Schweber, a proposito del primo uso di questo termine da parte di DeVoto. “E come, contrariamente al mito popolare, furono i coloni del West che impararono a lavorare insieme a fermare la liquidazione”.

Questo è l’aspetto difficile e illuminante della lettura di DeVoto oggi, perché in tutti i suoi scritti egli si oppone all’idea che i coloni e i piccoli lavoratori del West siano stati i motori del genocidio e della spoliazione che si sono abbattuti sulla regione al loro seguito. Secondo DeVoto, queste persone erano agenti morali complicati e spesso vittime esse stesse, invischiate in una macchina di capitale e governo che, nel XX secolo, aveva creato un sistema occidentale definito da “capitalismo laissez-faire con socialismo, diritti di proprietà senza responsabilità, investimenti ma non regolamentazione”. Si trattava di un’immagine del corporativismo che oggi colora ogni singola parte della vita americana e che DeVoto vedeva emergere nella sua prima chiara forma nella protezione governativa delle potenti industrie estrattive del Mountain West.

Il resoconto più inquietante, toccante e ricco di DeVoto su come siamo arrivati a questo punto si trova in Across the Wide Missouri, la sua storia del commercio di pellicce sulle Montagne Rocciose, premiata con il Pulitzer nel 1947. Mi ci sono voluti diversi tentativi per riuscire a finire il libro. È lungo, frustrante e a volte confuso, difficile da seguire e da mettere giù una volta che si è entrati nel suo flusso.

È facile capire perché il libro sia oggi in gran parte dimenticato. Si legge come una storia nella vecchia tradizione americana di Francis Parkman o di William H. Prescott, con una prosa densa e di alta dizione, e con l’implicita aspettativa che il lettore conosca una serie di personaggi – John Jacob Astor, Jim Bridger – che potevano essere familiari agli americani nel 1947, ma che oggi lo sono molto meno.

Si snoda inoltre in un insieme confuso di narrazioni personali intrecciate, raccontando la storia di tutti, da un nobile scozzese ribelle che trovò la sua vocazione nel West alla leggendaria e bellissima missionaria Narcissa Whitman, una delle prime due donne bianche di cui si ha notizia ad aver attraversato le Montagne Rocciose, e che finì per vivere una vita così brutale e tragica che è sconvolgente che nessuno ne abbia ancora fatto un film.

Across the Wide Missouri è così complesso e iterativo che tentare di descriverne la “trama” è un’impresa da pazzi. Ma il libro prende forma attorno al conflitto tra l’American Fur Company di Astor e la Rocky Mountain Fur Company di Bridger, per la ricchezza di pellicce che cominciava ad affluire dai torrenti e dalle valli dell’interno West. Questo commercio fu la prima grande industria estrattiva dell’Ovest americano e fu il motore dell’esplorazione della regione. E in questa storia si può vedere l’intero futuro funesto della regione e, in qualche misura, dell’America.

I cacciatori di pellicce, sulla cui manodopera si basava l’industria, vivevano una delle vite più difficili che si siano mai viste, e quasi nessuno di loro guadagnava molto. Erano sempre uomini duri, spesso crudeli. Ma erano anche gioiosi, e le parti migliori del libro sono costituite da una serie di racconti dei rendez-vous annuali estivi, quando i trapper e le tribù native si riunivano in un’atmosfera di ubriachezza per commerciare, fare festa, fare sesso e sposarsi (il matrimonio tra bianchi e nativi era la struttura sociale che definiva il commercio di montagna), e caricare le provviste per l’inverno.

L’immagine che ne deriva è molto diversa da quella che si ha oggi della storia occidentale, che si concentra sui bianchi come agenti del genocidio e del “colonialismo”. DeVoto è invece interessato al breve periodo in cui i bianchi che giunsero nel West lo fecero senza un obiettivo di conquista o addirittura di insediamento. “Possiamo ritenere che sia stato detto abbastanza sulla liberazione e la dissolutezza del rendez-vous estivo?”, scrive a proposito di uno degli ultimi raduni di questo tipo.

“I trapper hanno bevuto tante pinte di alcol come mai a cinque dollari la pinta, hanno cantato tante canzoni, hanno fatto tante corse di cavalli, hanno comprato tante squaw…. Il Rendezvous era il Natale dei montanari, la fiera della contea, la festa del raccolto e il carnevale degli schiavi incoronati di Saturno, quest’anno come sempre”.

Ma non era destinato a durare. La rabbiosa concorrenza tra le compagnie di pellicce fece sì che i trapper si indebitassero e che le scorte di pellicce di castoro si esaurissero. E portò le tribù tra cui vivevano e commerciavano a un sistema di dipendenza dai manufatti e dall’alcol che le compagnie offrivano in cambio delle pellicce. L’epidemia di vaiolo del 1837 fu trasportata lungo il fiume Missouri su una nave di rifornimento dell’American Fur Company, e l’epidemia che ne seguì uccise il 90% di alcune delle tribù con cui i trapper erano più intimi e amichevoli, come i Mandan, e quasi altrettante tra le tribù che temevano e combattevano, come i Piedi Neri. Distruggendo la struttura di mercato da cui dipendeva la libera cultura dei trapper, e distruggendo le popolazioni native, pose le basi per la conquista e il saccheggio estrattivo del West da parte dei coloni che sarebbe avvenuto in seguito.

La forza duratura di DeVoto, che lo rende oggi vitale e non poco sovversivo, sta nella sua capacità di raccontare la storia della nascita della macchina estrattiva occidentale senza ammettere facili colpevoli:

“Questa narrazione non sarà sospettata di ammirare l’etica commerciale della Compagnia”, scrive, “ma deve protestare contro la tendenza degli storici del XX secolo a giudicare gli anni Trenta dell’Ottocento nella storia americana, con idee di cui gli anni Trenta dell’Ottocento non avevano mai sentito parlare, che non avrebbero capito, e che producono confusione o assurdità quando vengono loro imposte oggi”.

Per chiunque abbia la tenacia e il tempo di finirlo, Across the Wide Missouri finisce per essere quasi inesorabilmente gratificante e inesorabilmente oscuro: un ritratto di un momento in una parte dell’America che solo poche centinaia di americani hanno vissuto e di cui pochissimi americani oggi sanno molto, ma che più di ogni altro ha plasmato la nostra idea di una frontiera occidentale libera. Il libro comprende sia i trapper che i nativi che parteciparono al commercio di pellicce dell’Ovest nel contesto di un sistema che

“convertì la proprietà, manipolò il credito e spogliò la provincia saccheggiata al solo scopo di incanalare verso est qualsiasi ricchezza l’Ovest potesse produrre”.

Lo scopo di DeVoto non era quello di assolvere i trapper dalla loro complicità in un sistema che finì per distruggere il libero West che essi abitavano e amavano, ma di mostrare come i motori del capitale e del commercio li cooptarono in quella distruzione, contro i loro stessi desideri e interessi. DeVoto riconosceva e addirittura enfatizzava la violenza tra i trapper e le tribù native durante l’epoca del commercio delle pellicce. Ma egli intendeva questa violenza, che causò molte faide personali e sanguinose ma poche carneficine all’ingrosso, come qualcosa di diverso da ciò che sarebbe accaduto in seguito: “la violenza meno assassina [e più diretta dallo Stato] che era una condizione della società bianca nel West”.

Questo era il regime estrattivo creato dallo Stato contro il quale DeVoto ha passato la sua carriera a inveire, ed è la forza che ha portato tanti americani negli ultimi anni a concludere che la colonizzazione del West è un’unica storia di atti malvagi commessi da uomini malvagi. Ma c’è un’altra storia, quella della strana realtà intermedia rappresentata dall’epoca del commercio delle pellicce, che non è stata quasi più raccontata dopo la difficile, fastidiosa e brillante opera magna di DeVoto.

“Questa narrazione richiama l’attenzione sul fatto che i giudizi storici devono essere periferici o inani”, scriveva DeVoto, anticipando in modo inaspettato i dibattiti storico-politici del nostro tempo, “finché non sono stati fatti i preliminari della dichiarazione storica”. E ora si sente libero di tornare al suo lavoro”. Possiamo solo sperare che oggi emergano altri storici di questo tipo.

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“Che disegno, in questo stampo di cuori!”

Improvvisamente, il cielo si fa scuro, e verso Arcetri, si vedono i lampi.

Cade giù la pioggia, e tra i tuoni di Ferragosto ascolto le parole di Mevlana Rumi, vissuto qualche decennio prima di Dante.

Come sapete, qui cerchiamo di evitare di dare spazio ai pirati californiani, per cui invece di incorporare un video, vi invito a vedere/ascoltare a questo link:

https://yewtu.be/embed/g5QMPh8ov_w

Trovo un video, sottotitolato in inglese, che va benissimo, manca solo il contributo fondamentale della calligrafia: la poesia persiana è visione oltre che suono.

Cerco comunque di presentarvi qualcosa di più fedele all’originale, con le mie scarse competenze, sapendo soltanto che la poesia persiana può essere tradotta in infiniti modi diversi, e nessuno sarà come l’originale.

Zehì è un termine che indica meraviglia. ‘eshq è l’amor iliscus, vitigno, di cui abbiamo parlato a lungo qui anni fa. Garm, caldo, detto tra indoeurofoni, è il familiare warm inglese, come bàr è fero e bear. Traduco, Xodà come “Dio”, ma è interessante perché è un termine preislamico, con valenze che non sono le stesse di Allàh.

E quando vedete la coppia, Na dàmi-st na zanjir, per quanto i sostantivi possano sembrare strani, riconoscerete subito il latino, nec… est, nec…

Il persiano ha due suoni molto diversi che vengono resi come "a", uno dei quali somiglia all'inglese "man", l'altro all'inglese "law". Quest'ultimo lo trascrivo per semplicità come "à", ma nella poesia spesso viene spesso pronunciata come "au".
La "c" è come in "ciao"; la "x" è come la "ch" tedesca, l'unico suono ostico è la gutturale trascritta qui come "q".


زهی عشق زهی عشق که ما راست خدایا
چه نغز است و چه خوب است و چه زیباست خدایا

Zehi ‘eshq zehi ‘eshq ke mà rà’st xodàya

ce naqz ast ce naqz ast u ce zibà’st xodàya

Meraviglia l’amore meraviglia l’amore che ci è toccato, o Dio

come è delicato, buono e bello, o Dio


چه گرمیم چه گرمیم از این عشق چو خورشید
چه پنهان و چه پنهان و چه پیداست خدایا

Ce garmim ce garmim az in ‘eshq cu xorshid

ce penhàn u ce penhàn u ce pedàya’st xodàya

Come siamo riscaldati, come siamo riscaldati, da questo amore che è come il sole

come è nascosto come è nascosto, come è palese, o Dio


زهی ماه زهی ماه زهی باده همراه
که جان را و جهان را بیاراست خدایا

zehi màh zehi màh zehi bàde hamràh

ke jàn rà u jahàn rà biyàrast, xodàya

Meraviglia la luna meraviglia la luna che va insieme al vino

che l’anima e il mondo accompagna, o Dio


زهی شور زهی شور که انگیخته عالم
زهی کار زهی بار که آنجاست خدایا

Zehi shur zehi shur ke angixte ‘àlam

zehi kàr zehi bàr ke ànjàst, xodàya

Meraviglia la passione meraviglia la passione che istiga il mondo

Meraviglia l’opera meraviglia meraviglia il peso da portare lì, o Dio


فروریخت فروریخت شهنشاه سواران
زهی گرد زهی گرد که برخاست خدایا

furu-rixt furu-rixt shahanshàh sovàràn

zehi gard zehi gard ke bar xàst, xodàya

E’ caduto è caduto il Re dei Re, dal suo cavallo

Meraviglia la polvere meraviglia la polvere che ha sollevato, o Dio.

[qui mi fido della traduzione che compare nel video, perché non sento ciò che leggo]


فتادیم فتادیم بدان سان که نخیزیم
ندانیم ندانیم چه غوغاست خدایا

Fotàdim, fotàdim bedàn sàn ke naxizim

nadànim nadànim ce qoqà’st, xodàya


Cadiamo, cadiamo, tanto che fatichiamo a rialzarci

non sappiamo, non sappiamo che disordine che c’è, o Dio

[molto più bella la traduzione nel video, non conosciamo questo complesso caotico disegno]


ز هر کوی ز هر کوی یکی دود دگرگون
دگربار دگربار چه سوداست خدایا

ze har kuy ze har kuy yeki dud degargun

degarbàr degarbàr ce sodàst, xodàya

Da ogni vicolo da ogni vicolo una fumosa metamorfosi

di nuovo, di nuovo, cos’è questa tenebra, o Dio


نه دامی است نه زنجیر همه بسته چراییم
چه بند است چه زنجیر که برپاست خدایا

Na dàmi’st na zanjir hame bastè ceràyim

ce banda’st, ce zanjir ke bar pà’st, xodàya

Non vi è trappola né catena perché allora siamo legati?

quale vincolo, quale catena ci lega il piede, o Dio?

چه نقشيست چه نقشيست در اين تابه دل ها

غريبست غريبست ز بالاست خدايا

ce naqshid ce naqshid dar in tàbe’ye del-hà

qaribast qaribast ze bàlà’st, xodàya

Che disegno, che disegno in questo stampo di cuori

E’ strano, è strano, viene dall’alto, o Dio

خموشيد خموشيد که تا فاش نگرديد

که اغيار گرفتست چپ و راست خدايا

xamoshid xamoshid ke tà fàsh na-gardid

ke aqyàr gereftast cap u rà’st, xodàya

Tacete, tacete, non rivelate il vostro segreto

che a sinistra e destra vi sono stranieri, o Dio.

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Annaffiatori clandestini fiorentini

Segnalo un articolo dell’ottimo Ugo Bardi uscito oggi sul Fatto Quotidiano sul tema dell’ordinanza ammazzaverde emessa dal Comune di Firenze.

Nella parte essenziale, l’ordinanza dice che il Sindaco:

ORDINA
fino al 30 settembre 2022, agli utenti di tipo domestico di Publiacqua S.p.A., è fatto divieto assoluto, su tutto il territorio comunale, di utilizzare l’acqua potabile proveniente dall’acquedotto per scopi diversi da quelli igienici e domestici ed in particolare è vietato utilizzare acqua potabile fornita dal pubblico acquedotto per:
l’innaffiamento di giardini, prati ed orti;
 il lavaggio di cortili e piazzali e garage;
 il lavaggio domestico di veicoli a motore;
 il riempimento di vasche da giardino, fontane ornamentali e simili, anche se dotate di impianto di ricircolo dell’acqua.

L’altro ieri, telefono alla Polizia Ambientale del Comune di Firenze (Viale A. Guidoni, 158, tel. n. 055 328 3683, se volete provare anche voi), con una domanda molto semplice.

“Buongiorno, io non ho né un giardino né un orto, ho alcune piante sulla terrazza, tra cui piantine di pomodori e di erbe aromatiche per consumo domestico.

Vorrei sapere se, in base all’ordinanza ORD/2022/00157 del 28/07/2022, posso annaffiarle o le devo lasciare morire?

L’addetta della Polizia Ambientale mi dice che il Regolamento della Regione Toscana approvato con D.P.G.R. n. 29/R del 26 maggio 2008 “Disposizioni per la riduzione e l’ottimizzazione dei consumi di acqua erogata a terzi dal Gestore del Servizio Idrico Integrato” vieta solo

l’utilizzo dell’acqua potabile erogata da pubblico acquedotto per:
· irrigare orti e giardini con superficie superiore a 500 m2
· innaffiare e irrigare superfici adibite ad attività sportive;
· alimentare impianti di climatizzazione ed impianti di qualsiasi altro tipo;
· riempire piscine ad uso privato

e che quindi non c’è problema, non ho un “orto con superficie superiore a 500 m2”.

Le faccio presente che l’ordinanza del sindaco di Firenze è molto più restrittiva del regolamento della Regione Toscana, e parla di “divieto assoluto” di utilizzo dell’acqua pubblica per “scopi diversi da quelli igienici e domestici”.

A questo punto mi dice che la questione non è di competenza della Polizia Ambientale, e mi invita a telefonare al Reparto Quartiere 1 Zona Centrale, Via delle Terme, 2, tel. n. 055 2616057, per competenza di zona.

Telefono stamattina al numero che la signora mi ha gentilmente dato.

Mi risponde una voce maschile, a cui pongo la stessa domanda.

Mi dice che la questione è di competenza della Polizia Ambientale di Viale Guidoni, e che devo chiamare loro.

Gli spiego che sono proprio loro che hanno detto che la competenza è invece sua.

Mi dice che gli sembra strano, poi mi legge il brano dell’ordinanza che riporto sopra.

Gli chiedo,

“sì, l’ordinanza l’ho letta anch’io. Ma voglio sapere se posso o no annaffiare i vasi che ho sulla terrazza, che non sono un giardino, un prato o un orto”.

Mi risponde, dicendo,

“l’ordinanza mi sembra molto chiara”.

“Cioè secondo lei io posso annaffiare le piante sulla mia terrazza, o le devo lasciar morire?”

“l’ordinanza mi sembra molto chiara.”

“Ma scusi, se lei mi vede annaffiare le piante sulla mia terrazza, lei mi multa o no?”

“L’ordinanza mi sembra molto chiara. Comunque io devo rispondere adesso a richieste per permessi.”

“Io cosa devo fare? Posso chiederle una risposta sì o no, e chiederle il suo nome?”

“La saluto, buongiorno”.

“Buongiorno”.

Stamattina ho provato quattro o cinque volte a richiamare la Polizia Ambientale, nell’orario indicato sul sito del Comune, ma non risponde.

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Annaffiatori in clandestinità

Nella città in cui un burocrate ha appena ordinato di far morire gli esseri viventi che sostengono la biosfera perché colpevoli addirittura di consumare acqua, a differenza delle piscine e degli autolavaggi che non si toccano perché ci son di mezzo i soldi…

Uno, vengo a sapere solo adesso che tempo fa scopersero una miracolosa sorgente di acqua pura, che il nostro sindaco definì una “voragine senza futuro” perché ostacolava la costruzione di un enorme albergo privato eufemisticamente denominato Student Hotel (proprio oggi sono passato davanti all’immane scempio di cantiere).

“In questi giorni di siccità, in cui in tanti comuni italiani si stanno attivando autobotti, in cui ai cittadini di Firenze è proibito anche innaffiare dei pomodori (ma non lavare l’auto all’autolavaggio) è ancora più deprimente passare da Viale Belfiore, dove si era formato questo lago accidentale di acqua di falda pulitissima, e vedere al suo posto gru, cemento, e cartelli entusiasti che annunciano il prossimo Student Hotel. E’ triste pensare alle migliaia di metri cubi d’acqua che sono state drenate via durante settimane, anzi mesi, e gettate nelle fogne, perché quella era “una voragine senza futuro” (parole testuali del sindaco Dario Nardella).”

Non è sorprendente… a un centinaio di metri dal Duomo, un amico annaffia il suo giardino con acqua di pozzo che i tecnici hanno trovato più pura di quella delle reti pubbliche.

Due, lo scorso maggio, sindaco, assessora all’ambiente e Fondazione Cassa di Risparmio (che è quella che nel bene e nel male tiene in piedi la città e il suo Partito Unico), si vantarono dell’impresa dei Giardini Verticali, che presumo non si potranno più annaffiare dall’inizio di agosto alla fine di settembre.

E che quindi, essendo assetati di acqua, moriranno.

Ecco cosa dicevano allora politici e funzionari bancari:

“Investire nel verde urbano significa investire nel futuro della città e nella salute della sua comunità a cominciare dai più piccoli.

I fiori e il verde sono infatti fondamentali per la biodiversità e per le api, e oggi i bambini hanno dimostrato di esserne consapevoli.

Ganzo, amano le api! Api disegnate, presumo, così, alla maniera dei grandi quando decidono come comprarsi i cuori dei bimbetti e rivenderseli:

Ecco le parole che scrissero allora:

Le pareti verdi hanno un grande valore e un importante significato non solo estetico, ma anche ambientale.

“La Fondazione CR Firenze è impegnata in numerosi programmi che vedono l’ambiente come protagonista, nella convenzione che è a partire dall’ educazione che possiamo cambiare il destino del nostro territorio. Un destino che deve guardare in primo luogo alla sostenibilità ambientale. La lotta ai cambiamenti climatici non può passare in secondo piano in questo momento storico perché investire nel verde urbano significa investire nel futuro della città e nella salute della sua comunità”.

Tre.

Una nostra amica dice tutto quello c’è da dire:

‘Noi innaffiamo. Ci facciamo una doccia in meno e dividiamo il nostro fabbisogno idrico giornaliero con gli esseri viventi che abbiamo l’onore di curare personalmente. In qualche modo, ci siamo scelti. E se, per questo, rischio multe o arresti, fate pure: eccomi!’

Annaffiatori clandestini!

Nota. Preciso che non ho nulla contro i singoli politici che si trovano costretti a recitare questi ruoli, e non penso che “se vincessero gli altri”, farebbero diversamente.

Come non ho nulla contro i funzionari costretti anche loro a recitare questi ruoli.

Sulla banalità del male, aveva già detto tutto Fabrizio De Andrè:

“se fossi stato al vostro posto…
ma al vostro posto non ci sono stare.”

Sto solo al posto di quello che deve decidere se far morire, per un ordine in cui non credo, ciò che dona la vita a tutti noi.

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L’acqua e il funzionario

Mentre un familiare mi racconta della sua giornata in piscina, leggo questo post di Carlo Cuppini che trovo talmente sconvolgente, nel contenuto, da meritare di essere ripreso per intero qui.

Una foto perfetta dell’amministrazione, della politica, del rapporto con l’ambiente.

La terra devastata

Lo riferisco con riluttanza, con un certo sgomento.

Questa mattina mi sono attaccato al telefono per avere delucidazioni sull’ordinanza che vieta, tra le altre cose, di annaffiare orti e giardini a Firenze fino al 30 settembre (vedi post precedente “Declinazioni provinciali dello Stato etico“).

L’impiegato della Direzione Ambiente che mi ha risposto mi ha detto che non sapeva niente e mi ha dato il diretto di un dirigente. Quello, appena ha capito che volevo parlare dell’ordinanza 157, mi ha stoppato e mi ha dato il numero della persona che ha scritto il documento (non farò il nome, perché lo scopo di questo post non è fare gogne mediatiche).

L’ho chiamata, mi ha risposto, abbiamo avuto una lunga e cordiale conversazione. Io non ho fatto polemiche: non volevo affermare le mie ragioni, volevo capire le sue, e per questo volevo che si sentisse a suo agio, che si sentisse compresa.

Le ho chiesto prima di tutto se l’ordinanza avesse delle omissioni, dei sottintesi, delle deroghe non espresse. Risposta: quello che c’è scritto è.

Le ho chiesto se quindi avrei dovuto lasciare seccare le mie piante di pomodori. Risposta: sì, a meno di ingegnarsi (attingere acqua a una fonte, ricavarla da un pozzo…).

Le ho chiesto del prato. Risposta: anche quello, da far seccare.

Le ho chiesto se, oltre ai pomodori e al prato, dovrei lasciar morire anche gli alberi e le piante che si trovano nel mio giardino. Risposta: eh, bisogna ingegnarsi.

Le ho chiesto se il Comune di Firenze è cosciente che questa ordinanza condanna alla distruzione migliaia di piante e alberi nel territorio comunale; le ho chiesto a che genere di idea “green” corrisponda questa strategia. Risposta: sì, certo, ne siamo coscienti, ma qualcosa bisogna sacrificare. È meglio sacrificare i suoi pomodori che un’attività produttiva, no?

Le ho chiesto se dunque la mia famiglia deve davvero rinunciare alle quattro piante di pomodori che soddisfano interamente il nostro fabbisogno fino a ottobre. Risposta: Sì, è meglio che lei perda i suoi pomodori, tanto può comprarli al supermercato, piuttosto che togliere l’acqua a un autolavaggio, che poi entra in ballo un discorso di occupazione, di sindacati…

Le ho chiesto se il territorio di Firenze sta vivendo davvero una crisi idrica così drammatica da preferire la distruzione del verde, degli alberi, delle piante. Risposta: In realtà no, l’invaso di Bilancino è ancora pieno per l’80% [più o meno come l’anno scorso, e l’anno prima, e l’anno prima ancora in questo periodo – nota mia]; ma ci sono state pressioni: l’autorità idrica ha mandato la richiesta di fare ordinanze contro lo spreco dell’acqua il 3 giugno; molti sindaci le hanno fatte subito; noi siamo gli ultimi, abbiamo rimandato, perché si sa che è una misura impopolare, ma alle riunioni era tutto un dire “perché noi l’abbiamo fatta e Firenze no?”. Alla fine abbiamo dovuto farla anche noi.

Le ho chiesto se la distruzione del verde riguarderà anche i produttori. Risposta: no, le attività produttive non possono essere toccate, neanche l’autolavaggio, per l’appunto. L’ordinanza riguarda solo le utenze domestiche.

Le ho chiesto del verde pubblico. Risposta: eh, anche noi abbiamo dovuto decidere. Ci siamo messi intorno a un tavolo e abbiamo fatto una lista: questo prato lo salviamo, quest’altro lo lasciamo seccare. Pensando anche agli investimenti fatti: se un prato era stato piantato qualche mese prima non si poteva far seccare. Facciamo tanti investimenti per il verde…

Le ho chiesto se aveva presente la differenza tra far seccare un prato o un’aiuola, che poi ripianti i semi e dopo tre settimane sono uguali a prima, e far morire un albero di cinque o dieci anni, con tutte le sue relazioni complesse con l’ecosistema. Risposta: Eh, bisogna che uno si ingegni.

Le ho chiesto se queste decisioni non siano in contraddizione con la norma che impedisce di abbattere un albero che si trovi nel proprio giardino senza un apposito permesso e senza che sia prevista la sua sostituzione. Risposta elusiva.

Le ho chiesto se per caso l’ordinanza sia stata fatta con la convinzione che tanto verrà ignorata da moltissime persone e non farà grossi danni. Risposta: Le norme vanno rispettate; ma poi basta vedere quanti cartelli di divieto di sosta ci sono, e quante macchine parcheggiate…

Le ho chiesto come potrei ignorare questa norma se avessi un vicino litigioso e incattivito nei miei confronti, che non vede l’ora di avere un pretesto per mettermi nei guai e che chiamerebbe immediatamente la municipale vedendomi con la sistola in mano. Risposta: be’, sì, del resto le norme sono fatte per essere rispettate, non per essere eluse.

Ho chiesto se quindi il Comune sia cosciente del fatto che con questa ordinanza – salvo ribellione in massa – trasformerà la città di Firenze in un deserto nel giro di tre mesi, con relativo aumento della temperatura, distruzione dell’ecosistema, della catena alimentare, della biodiversità. Risposta: Anche se in questo momento noi non siamo in emergenza, localmente, qualcosa bisogna pur fare.

La conversazione è stata davvero pacata e piacevole. Nessuna provocazione, polemica o protesta da parte mia. Non volevo prendermela con la dottoressa XY: volevo capire. Volevo ascoltare la voce dell’ultimo anello della catena che rappresenta la follia al potere. E in questo sono stato accontentato: era una persona del tutto normale.

Normali e perbene sono le persone che negli ultimi due anni e mezzo hanno varato, votato, apprezzato, rispettato – senza mai osare fare un rilievo critico – i i provvedimenti che stanno alla base di questa deriva irrazionale, dispotica, punitiva e totalitaria, ormai talmente diffusa nella mentalità comune da essere diventata invisibile, completamente disciolta, e quindi inarginabile e incommentabile. Infatti sono andato in internet e non ho trovato un solo articolo o commento critico verso questa norma (che si ritrova quasi identica in molti Comuni dal Nord al Sud della Penisola). Neanche uno. 

Davvero non avevate capito che i “noi consentiamo / noi non consentiamo” avrebbero portato dritto a questo? Adesso è dura tornare indietro. E non so neanche quanti vorrebbero farlo.

Io penso agli orti che in questo momento si stanno seccando. Agli animali, che, di conseguenza, stanno morendo. Penso agli alberelli che stanno morendo. Penso all’invaso di Bilancino che oggi contiene 58 milioni di metri cubi d’acqua, pronti per essere utilizzati. Penso a quanta acqua serve per produrre un chilo di carne o un hamburger. A quanta ne viene divorata dal digitale (guardare un film in streaming costa 400 litri d’acqua, ci diceva nel 2016 l’Imperial College – io ne uso 40 al giorno per irrigare i miei 30 metri di orto-giardino). Penso agli sciacquoni con un solo tasto che scaricano 10 litri d’acqua per sciacquare via una pipì. Mi chiedo perché non siano stati semplicemente vietati, e sostituiti da tempo con finanziamenti pubblici al 100%. Penso alle mie piante, che danno da mangiare a me e ai miei figli, alle lucertole, alle lumache e agli insetti, che in questo momento “dovrebbero” stare morendo.

Penso che adesso è abbastanza fresco per uscire e dare una bella annaffiata, senza il rischio che l’acqua evapori in pochi istanti. Anche le tartarughe ne saranno contente, e anche il discreto popolo degli insetti. L’alveare, incastonato nel buco tra le pietre del muro davanti alla casa, brulica di api. E pensare che stiamo solo a un chilometro da Porta Romana.

E mi chiedo infine: c’è un avvocato, un giurista, un magistrato, disposto a dire che, semplicemente, questa follia non si può fare, perché una follia del genere – a livello giuridico e politico – ha la stessa non-legittimità, non-giustificazione, non-necessità, non-plausibilità, non-proporzione di altre follie ancora più gravi (già viste, e che saremo destinati a vedere)?

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Spirits of Shade

Venerdi mattina, suonano alla porta.

Sono arrivati i libri di Jehanne Mehta, con tanto di sovrattassa perché arrivano dall’Inghilterra.

Jehanne Mehta l’avevo scoperta anni fa, perché aveva dedicato tutto un ciclo di poesie a quella meraviglia tenebrosa e rarissima che è l‘albero del tasso, yew tree, e noi avevamo un tasso da difendere nel nostro giardino.

Sono molto di parte come sapete: per me, l’Inghilterra è stata la prima vittima della più criminale impresa della storia, l’Impero britannico; e per questo, se il secondo è il mio nemico ultimo, il primo è la patria dei miei suoni.

L’inglese è l’ambiguità estrema: è tutto quello schifo che sapete, ma appena sotto, c’è qualcosa che va dritto all’essenza della nostra essenza, più di qualunque altra lingua che io conosca.

Corruptio optimi, pessima.

E Jehanne Mehta è per me la Maestra ultima di tutta la bellezza, il dolore, l’alterità che l’inglese nasconde dal britannese.

Sto per partire per un convegno di gente che si dichiara, come Don Chisciotte, contro le tecnoscienze.

Scrivo un messaggio al sito di Jehanne Mehta, certo che non mi risponderà mai.

Mi carico lo zaino, e ci metto dentro i suoi libretti.

Sono piccoli, con fragili disegni incollati che rischiano di rovinarsi come le ali di una farfalla.

Sul bus, leggo le sue poesie e le sue canzoni lentamente, lentamente, per paura che mi sfugga anche una sola parola.

Si tratta spesso di storie enigmatiche, personali, mai spiegate; però una dopo l’altra, vedo la mia vita. E ogni tanto, inizio a piangere.

A Bologna mi accoglie la nuova amica che ci porterà al raduno più sovversivo dei nostri tempi.

Insegnante, aria gentile e normale, racconta della sua adolescenza da militante del Manifesto, delle tre riunioni al giorno quando andava al liceo, del suo compagno autonomo latitante (“erano tutti latitanti allora“), delle fantasie di rivoluzione, del femminismo, di come è riuscita a evitare di farsi inoculare grazie a un medico che a rischio del proprio posto, ha certificato che non poteva essere sottoposta ai prodotti della Pfizer, del suo cane vecchio di vent’anni.

Erano decenni che lei non agiva, se non su chat femministe. E ora si lanciava di nuovo nella vita.

Ovunque in Padania, lungo il fiume morente, le torri delle antenne che ci tengono connessi.

Per strada, proprio alla mostruosa stazione mediopadana del TAV, raccogliamo un’altra donna, con una gran cartella di disegni con cui lei dipinge i tempi tremendi in cui stiamo entrando. Anarchica da una vita, coglie con una battuta i nostri tempi, “non mi sorprendo più di niente”.

Tra vigneti e noccioleti, appena dietro la chiesa, c’è la Casa.

Un cuoco bergamasco muscoloso e barbuto che crea una cucina vegana incredibilmente saporita.

E un’esplosione di riflessioni, su quello che ci sta piombando addosso.

In venti, dieci anni, stiamo vivendo cambiamenti millennari, e quasi nessuno se ne rende conto. Risento le parole di Jehanne:

We have come to the end of matter.
It's entropy, or fly, now,
or hive off into our heads,
and stick them in the sand.

Siamo arrivati alla fine della materia.
Adesso è, entropia oppure volar via,
oppure far branco delle nostre teste,
ficcarle nella sabbia.

Alcune idee che sento saranno surreali, ma mai quanto quello che sta realmente succedendo:

credi alle scie chimiche? Magari!, ci aspettano cose ben più incredibili

Ad aver messo in piedi tutta questa minuscola, fragile resistenza, senza pretese di controllo, un uomo e una donna che sembrano come le ali di un’ape.

Hanno vissuto la vita con una coerenza mai vantata, data per scontata, che noi ci sogniamo, come gli eremiti dei tempi antichi.

Lei, l’ultima persona che conosco che non abbia alcun telefono mobile. E ha gli occhi che Jehanne Mehta descrive in una poesia che racconta chi sa quale dimenticato episodio della sua vita:

Her eyes were a brilliance,
a kindling blue,
like scilla, speedwell,
sky fire,
a gaze ablaze with passion,
before her tongue
could name it.

I suoi occhi erano una luminosità,
un azzurro che accende fuochi,
come la scilla, come la veronica,
fuoco di cielo,
uno sguardo acceso di passione,
prima ancora che la sua lingua
la potesse nominare.

Sono gli ultimi occhi in grado di dare fuoco al mondo.

Non vi sto a raccontare dell’incontro, uno dei meno fotografati del decennio.

Voglio solo dirvi che pensavo alla Storia infinita, quando si deve ricostruire un mondo intero, in tutte le sue contraddizioni e varietà, contro l’annullamento.

Anarchici, comunisti, cattolici che resistono da duemila anni, l’infermiera che si vanta di essere “pura come un giglio” per non aver mai subito un vaccino covid, donne che aiutano donne a far nascere bambini fuori dall’ospedale, il meccanico che svela come le grandi aziende annientano i piccoli lavoratori, la mia sorella lesbica e marxista e sorridente, la massoterapeuta che è vissuta in Messico, contadini che aspettano la pioggia, l’egittologo gay che demolisce a frecciate tutte le assurde costruzioni alfabetiche dell’ellegibitiquaquaquismo, lettori di Guénon, ma tutti disponibili ad ascoltare.

Gli scimpanzè del futuro, tra i cyborg.

Un giovane intenso, di una cultura straordinaria, che dal cinema è passato alla filologia bizantina a forza di ricercare le radici antiche del nostro mondo, ci racconta con entusiasmo di un libro che aveva letto, che svela gli inganni dei nostri tempi.

Mi prometto di segnare titolo e nome, ma poi me ne dimentico.

Appena partiamo, veniamo fermati dai carabinieri. Negli infiniti registri dei dominanti, resteranno nell’elenco nazionale dei sovversivi, un traduttore messicano, un’insegnante di scuola media e una signora che dopo dieci anni di lavoro con una multinazionale aveva mollato per motivi etici.

Riprendo il bus verso casa, rileggendo i libretti di Jehanne Mehta.

Flixbus, Bologna-Firenze, euro 3.99, aria condizionata, più veloce del treno che costa dieci volte di più. A bordo sei passeggeri, nessuno con la mascherina. L'autista che ci scuoia il cu-erre  è uno slavo alto due metri, che non parla una parola d'italiano: quando scendiamo sa solo dire, "Firensa!"
misteri dell'economia, e la sensazione di aver commesso io qualche violazione, che non so quale sia...

Nel caldo notturno soffocante, arrivo a casa.

Accendo il computer (ricordate che io viaggio con il Nokia che era in dotazione ai soldati francesi alla battaglia di Waterloo), apro la posta.

E trovo che mi ha risposto proprio Jehanne Mehta.

Volo tra i cieli…

Jehanne dice di essere una signora ormai anziana, ottantunenne, e mi consiglia di leggere un libro che ci può salvare dagli inganni correnti.

Ora, il libro è esattamente quello di cui mi ero scordato autore e titolo:

'The Psychology of Totalitarianism' by Mattias Desmet

Jehanne mi invita ad ascoltare The Spirits of Shade, che lei recita sul suo sito, e racconta il senso di tutte le nostre resistenze.

Ecco, lo trovo qui.

We will hold midwinter at bay 
always awake
ever alert
with hearts of fire
blood aroused
in protest for the truth you hide
behind these vast grey cloaks of lies
and secret woven shadows
Truth is a flame we guard through the dark
a candle hidden deep and secure 
from the electric reach of those who serve
the sticky coils of control and fear.

Terrremo a bada il profondo inverno
sempre svegli
sempre attenti
con cuori di fuoco
sangue risvegliato
protestando per la verità che voi nascondete
dietro queste grandi vesti grigie di menzogna
e ombre tessute in segreto
La verità è una fiamma che custodiamo nel buio
una candela nascosta, profonda e sicura,
dalla portata elettrica di coloro che
sono asserviti alle untuose spirali del controllo e della paura. 

Ci ammazzeranno tutti, ma è una meraviglia essere ancora vivi, e tra vivi.

La T., che è inglese, ma è anche svizzera, ma anche israeliana, ma è essenzialmente siciliana, mi racconta che il suo cane, l’ha preso quando vivevo nel deserto palestinese, dai beduini. E con le sue mani, ha forgiato una testa di Zeus, e mi racconta di cosa significano per lei gli dei.

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Una calda campagna elettorale sui Grandi Temi

Abbiamo appena scoperto la nuova app di Meta, Tomorrow Is Today, il cui algoritmo prevede le notizie con un margine di tre mesi di anticipo.

Ne siamo rimasti entusiasti, e vi presentiamo già alcune delle notizie più significative dalla prossima campagna elettorale.

“Firma come il Duce!” E’ vergogna in Calabria

La drammatica denuncia corre sui social: Maurizio Musumeci, consigliere comunale dei Fratelli d’Italia a Mingherlito Calabro, 423 abitanti, firma abitualmente con due ‘emme’ che somigliano come una goccia d’acqua a quella con cui si firmava Mussolini.

In un editoriale intitolato, “La M che fa traboccare il vaso”, Repubblica sfida la Meloni a cambiare la prima lettera del proprio cognome, se vuole rompere davvero con il passato che non passa.

Tat-Toot Girl dalla sua piattaforma con undici milioni di seguaci, invita la catena Essetorta a non esporre più il suo brand name sui prodotti calabresi:

“Se x calabresx convivono con l’0motransfobia, con il hatred per x diversx, non meritano il mio love!” conferma l’influencer.

Greta ordina, il PD dichiara guerra alle auto private

Lo intuivamo, ma adesso ne abbiamo le prove.

Da troppo tempo il gioco era ovvio – il finto ‘riscaldamento globale’ (ma ieri a Cuzco in Perù faceva quasi due gradi in meno della temperatura media in questa stagione) è uno strumento per colpire gli italiani che lavorano con vessazioni sempre maggiori.

Adesso quelli che vogliono Letta al governo hanno gettato la maschera.

Ieri, obbedendo evidentemente a un ordine diretto di Greta Thunberg, Gianni Pissero, consigliere comunale del PD di Pescaiolo Livornese, ha scritto nero su bianco sul proprio profilo Facebook: “al parcheggio qui d’estate non si trova mai posto con tutti questi SUV dei turisti. Io li tasserei come si deve!

Da Hollywood parte l’iniziativa “Stop Hatred Now!” per salvare l’Italia

Dall’America, duecento VIP hanno scelto Hollywood come luogo-simbolo per un’iniziativa che cerca di salvare la democrazia in Italia e impedire il ritorno del fascismo.

Nel caso di vittoria di Ms Meloni, i divi dello spettacolo si impegnano a non far più approdare i loro yacht o jet privati in Italia: “never park where there is hatred!” annunciano.

Rissa in Piazza San Benedetto: i comunicati dei partiti

In seguito alla rissa avvenuta ieri tra uno spacciatore gambiano e un protettore nigeriano, sono usciti subito due comunicati stampi.

Matteo Mediocri, consigliere della Lega:

“Ieri in Piazza San Benedetto, in pieno giorno, un passante è stato violentemente aggredito da una ‘risorsa boldriniana’, un magnaccia nigeriano che noi manteniamo con i nostri soldi. Se Letta vince, la nostra bella città sarà travolta dal degrado e dalla violenza.”

Matteo Progressini, consigliere del PD:

“Ieri in Piazza San Benedetto, in pieno giorno, un passante è stato violentemente aggredito solo per il colore della sua pelle. Ecco cosa succede a sdoganare quotidianamente la cultura del fascismo e dell’odio. Non permettiamo alla Meloni di far ritornare i tempi più bui.”

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