La Guerra, sola sanificazione del mondo

Proprio mentre si pensava che i Nostri stessero vincendo…

Immagine cortesia di The Proud Holobiont

… ecco che il Nemico contrattacca e finalmente svela il suo vero obiettivo:

Ma non abbiate paura, per salvare il futuro presidente arrivano milioni di nuove reclute, grazie a questo video, che merita di essere guardato fino in fondo (fare clic sul link per vederlo),

Quello che viene ammazzato, precisiamo è un drago, non un draghi.

Giuro che non è una satira.

Vincere! Vincere! Vincere!
E vinceremo in terra, in cielo, in mare!
È la parola d’ordine
d’una suprema volontà!
Vincere! Vincere! Vincere!
Ad ogni costo, nessun ci fermerà!
I cuori ch’esultano,
son pronti a obbedir,
son pronti lo giurano:
o vincere o morir!

Pubblicato in Cialtroni e gente strana, giornalisti cialtroni, mundus imaginalis | Contrassegnato , , , , , , | 27 commenti

Come Love, Carolling Along in Me

Ecco, questo è il mio Natale, nonostante tutto.

Vorrei presentarvi una poesia/canzone del grande Sydney Carter, Come Love Carolling, che però già dal titolo è intraducibile.

Carol è una parola inglese, che significava all’inizio, una danza in cerchio, poi è passata a signficare cantare in coro un inno di Natale, andando di casa in casa. E’ quindi sia un movimento che un suono che un rito che un atto comunitario.

Deriva dal francese, carole, che a sua volta forse deriva dal latino choraula, che scivola giù nei secoli dal greco, con il senso di danzare al suono del flauto.

Aggiungiamo l’avverbio, along, che dà l’idea sia di accompagnamento, che di prolungamento nel tempo, e capirete perché l’inglese, contrariamente a quanto pensano i manager, sia un tesoro senza fondo.

Carol lo traduco qui banalmente come “danzare”.

Altri piccolo dettaglio – si parla del maker del mondo, non del creator, che in inglese suonerebbe molto più astratto.

Preferisco non incorporare un video di Youtube su questo blog, potete ascoltare la canzone attraverso questo link, nella versione dell’Albion Christmas Band.

Vieni, amore, che danzi dentro di me !
Vieni, amore, che danzi dentro di me !
In ogni momento, ovunque io sia,
Porto dentro di me il fattore del mondo.


Sollevo e amo te che non sei me,
Benché il tuo corpo sia il mio sangue e le mie ossa,
Mi meraviglio del fattore che può essere
Prima che io sia, eppure un mio figlio.

Ti sollevo e ti porto a Betlemme,
ti sollevo e ti porto in Galilea.
Ti porterò ovunque io sia,
Porto in me il fattore del mondo.

Nel principio eri lì, lo so,
E tu mi porterai ovunque io vada.
Ti porterò ovunque io sia,
Porto in me il fattore del mondo .

Come, love, carolling along in me !
Come, love, carolling along in me!
All the while, wherever I may be.
I carry the maker of the world in me.

Lifting and loving you that I am not,
Though your body is my bone and blood,
I wonder at the maker who can be
Before I am and yet a child of me.

Come, love, carolling along in me !
Come, love, carolling along in me!
All the while, wherever I may be.
I carry the maker of the world in me.


I lift and I carry you to Bethlehem,
I lift and I carry you to Galilee.
I’ll carry you wherever I may be,
I carry the maker of the world in me.

In the beginning you were there, I know,
And you will carry me wherever I go.
I’ll carry you wherever I may be,
I carry the maker of the world in me.

Come, love, carolling along in me !
Come, love, carolling along in me!
All the while, wherever I may be.
I carry the maker of the world in me.

Frank Cadogan Cowper, Our Lady of the Fruits

Pubblicato in mundus imaginalis | Contrassegnato , , , | 188 commenti

La nostra terra

E’ autunno profondo.

Apro il cancello del giardino, c’è Sincero, di nome e di fatto.

Muratore in pensione, saggio, profeta, cura il nostro giardino senza essere retribuito, senza essere fermato, e mi fa…

“Foglie, quante foglie…”

Sono settimane che lui le ammucchia, per nutrire la vita di lombrichi.

Poi mi fa, quasi fosse meno importante…

“Ho visto la luce accesa stamattina nella stanzina in fondo!”

“E mi son chiesto perché, son andato a vedere… qualcuno stanotte ci è entrato!”

Insieme scopriamo che qualche misterioso personaggio, di cui identifichiamo le orme fangose, è entrato nel giardino di notte, e ha rubato un telefonino.

Poi Sincero si mette sull’ingresso, e mi parla della fisarmonica.

Lui è nato proprio al confine, tra Toscana ed Emilia, insù verso la Marecchia.

Con voce possente e sguardo estasiato, alza le braccia al cielo:

“Io suono la fisarmonica, e mi trombo la mi’ moglie!

E mentre me la trombo, canto,

Romagna mia, Romagna in fiore

Tu sei la stella, tu sei l’amore

Quando ti penso, vorrei tornare

Dalla mia bella, al casolare!

Pubblicato in esperienze di Miguel Martinez, Il clan dei fiorentini, Italia | Contrassegnato , , , | 25 commenti

Arte pandemica

E’ Natale, e i nostri pensieri diventano più cattivi.

Questa è la pubblicità di EGOpro Social Distancing (ripetete piano), una creazione della ditta fiorentina A.M.E (Advanced Microwave Engineering), che si dedica a creare un “ambiente intelligente”.

Qui vediamo due piccoli umani, vestiti all’ultima moda, che indossano la vibration tag che avverte quando uno minaccia la bolla prossemica dell’altro:

Ma ci sono anche molte altre utili idee-regalo, come la EGO Club Plus, che è così intelligente che non ha bisogno nemmeno di un telecomando per aprire i cancelli:

E adesso un momento di riflessione religiosa.

Pubblicato in Censura e controllo globale, ciberdominio | Contrassegnato , , , , , | 136 commenti

Scienza, boschi, orsi e nuvole

Ieri sera al tramonto, un gran freddo, le nuvole rosse scure a ovest. E la luna mezza, sopra i cipressi neri a destra, che si stagliano contro il fuoco del sole morente.

Sotto Bellosguardo, quel muretto silenzioso dove a volte cammina un gatto nero, e a sinistra puoi vedere la neve sui monti, e sotto la città con sopra la vecchia nemica, Fiesole…

Saliamo verso Martignolle, e Marco mi recita i versi del poeta folle, Dino Campana:

Al giardino spettrale al lauro muto

De le verdi ghirlande

A la terra autunnale

Un ultimo saluto!

Camminando tra i muri silenziosi che nascondono i segreti di una città occulta, arriviamo alla villa dell’antica famiglia.

Da un capo della grande sala, ci guarda Abramo in un quadro settecentesco, mentre si appresta a sacrificare Isacco; dall’altro capo, ci guarda in ritratto l’avo della famiglia, e ha la stessa barba e lo stesso sguardo (e fede) di Abramo. E tra i due, la menorà, sulla credenza di legno che porta incisa la data MDCXXXVII.

Ci siamo riuniti per ascoltare Anastasija Makarieva, capelli neri, occhi azzurri a mandorla e zigomi alti, dell’Istituto di Fisica Nucleare di San Pietroburgo. Un ente erede di quell’altra metà del mondo, che non solo riusciva a costruire dal nulla bombe atomiche sovietiche, ma esplorava mondi sconosciuti agli occidentali.

Anastasija (con l’accento sulla “i”) non si occupa affatto di bombe atomiche, ma di boschi.

Tutti abbiamo sentito parlare dei boschi dell’Amazzonia, ma non si parla mai di quelli forse ancora più grandi che vanno dal Baltico al Pacifico.

Ora, da laureato in lingue orientali che fa fatica a distinguere un frassino da un olmo, che non ha preso appunti, e va a memoria, provo a raccontarvi, eventuali scemenze sono solo mie…

Si dice che stiamo vivendo un’immensa crisi ambientale, legata alle emissioni di CO2 con relativo riscaldamento globale; e che bisogna ridurre quindi tali emissioni.

Che ha però un sottinteso enorme: se il problema è troppo CO2, riduciamo il CO2 anche al costo di una strage, fine del problema. La guerra contro il cambiamento climatico è tutto lì.

Gli scienziati di San Pietroburgo non negano affatto la questione delle emissioni, ma dicono che c’è un altro fattore, che forse è anche più importante, che ci sta portando verso la catastrofe climatica.

Se esiste la vita, esiste perché esiste la biosfera; e la biosfera è intimamente legata a qualcosa che i russi chiamano la pompa biotica.

Gli alberi sono macchine in apparenza straordinariamente incompetenti: disperdono il 90% (cito a memoria) dell’acqua che assorbono nell’atmosfera.

Ma gli alberi della costa colgono la poca acqua che il mare manda sulla terra; solo loro, grazie all’evapotraspirazione, riescono a far salire ciò che per sua natura scende. Emettendo non solo acqua, ma anche altre sostanze che permettono all’acqua di condensarsi, formano le nuvole, e attraverso vari meccanismi molto complessi – che si affiancano a quelli noti alla meteorologia – creano i venti, che portano l’umidità all’interno.

E permettono quindi la vita nei continenti, e generano i fiumi.

Quindi, la vita sulla terra dipende dal mondo dei boschi.

Ma non basta piantare milioni di alberi a caso, come vorrebbero fare i tecnoverdi.

Anastasija ci racconta degli abeti, piantati in massa all’inizio del Novecento, in Boemia, che oggi sono stati infestati e distrutti in poco tempo dai parassiti, perché non esiste alcuna varietà; del problema degli alberi coevi – la pompa biotica funziona davvero solo quando c’è l’insieme di alberi di tante generazioni, con tutto l’ecosistema circostante.

E un artista americano che ci ascolta racconta di un suo amico, che per ricreare un bosco, prese con grande lentezza l’humus di un bosco ancora intatto, con tutta la sua varietà.

Siberia e Amazzonia sono i due poli forestali del mondo, nella loro immensa diversità.

Ma per qualche motivo, la Siberia che stanno svendendo alle multinazionali dell’industria del legname, non sembra interessare a nessuno.

“Sono stata solo due volte in Siberia”,

ammette Anastasija.

“Ma ogni anno io e il mio compagno ci accampiamo in una tenda, sulla costa del Mare Bianco.

Una volta abbiamo visto un orso. Da molto lontano… allora ci siamo avvicinati.

Ce lo siamo trovati davanti, e allora ho sentito dentro di me, quello che l’orso pensava dentro la sua testa: era arrivata la fine!

Ha guardato un’ultima volta il mare, poi si è girato, cercando di far vedere il meno che potesse del suo profilo. E poi improvvisamente, ha raccolto tutte le sue forze, ed è scappato nel bosco!”

E ci regala la foto del gufo, visto su un albero molto, molto a nord, con cui apriamo questa storia.

Pubblicato in ambiente, Collasso, Il clan dei fiorentini, mundus imaginalis | Contrassegnato , , , , , , | 92 commenti

La Buona Novella, la Cattiva Notizia

E’ la sera del 24 dicembre, vi hanno convocati urgentemente per un censimento, la signora è pure incinta, e a ogni citofono che bussate, nessuno risponde perché il Centro Storico di Firenze è stato ormai abbandonato dai residenti.

Poi trovate questa porta aperta: non è una stalla, ma almeno è il Rivoli Boutique Hotel.

Tiratevi su la mascherina, presentate il Cloropass, e chiedete la Deluxe Family Room per la modifica cifra di 364 euro a notte.

Magari potete anche prenotare una water birth nella piscina:

Essendo periodo di Natale, il Rivoli Boutique Hotel ha pensato di allestire ben trenta presepi (visita compresa nei 364 euro). Alcuni sono anche bellini, ma c’è altro dietro.

Infatti la General Manager dell’albergo spiega quale sarebbe il Messaggio del Natale:

“In tutti [questi presepi] c’è ben chiaro il messaggio del Natale, che invita ognuno ad avere sempre presenti i drammi vissuti per costruire un futuro di maggiore consapevolezza e speranza”.

In pratica, la Buona Novella viene equiparata alla Cattiva Notizia.

C’è il Presepe Covid:

C’è il Presepe Migranti che Annegano a Lampedusa (no, non vi preoccupate, non ci sono migranti veri in giro):

Per non farvi mancare niente, c’è pure il Presepe dedicato al Papa mentre sorridendo si chiude alle spalle l’ultima chiesa della cristianità:

E il Presepe dedicato al fratello del Papa, quello impiegato dalla Coca Cola, con i cartelli di Production e Shipping e i rider di Amazon pronti a partire:

Poi per dare il botto finale di allegria, c’è il Ponte Morandi di Genova a ricordare che anche il cemento armato prima o poi mette i capelli grigi:

Insomma, il Rivoli Boutique Hotel ha tutto quello che serve per farvi sentire dentro un telegiornale anche la notte di Natale.

Solo che a questo punto, mentre gli ospiti contemplano devoti le Vittime e i Vittimi e Babbo Natale, arriva un comunicato del Comitato Ricordo Vittime Ponte Morandi.

Che chiaramente hanno ben più diritto a dirsi vittime, dei proprietari del Rivoli Boutique Hotel.

E si dichiarano, comprensibilmente allibiti.

Il Rivoli Boutique Hotel quindi fa sparire di corsa il Ponte Morandi, lasciandoci con barconari e incovidati, che evidentemente non protestano.

Pubblicato in Cialtroni e gente strana, Il clan dei fiorentini, imprenditori, mundus imaginalis, società dello spettacolo | Contrassegnato , , , , , | 297 commenti

Medioevo, modernità e corpi femminili

Si discuteva tra i commenti di un articolo di Olimpia Capitano, dal titolo un po’ pesante, 5 dicembre: caccia alla streghe. Violenze per 5 secoli fondate sul mito costruito per rafforzare il patriarcato (e le gerarchie del capitalismo).

L’articolo prende spunto dalle tesi della sociologa Silvia Federici, espresse tra l’altro in un libro famoso, Il grande Calibano. Storia del corpo sociale ribelle nella prima fase del capitale. Che confesso di non aver ancora letto (lo potete scaricare a questo link).

Per la Federici, la modernità implica la trasformazione del corpo – con tutte le sue implicazioni vitali – in macchina produttiva. Una riflessione che va in senso contrario a tutta la fuffa dell’autoelogio progressista cui siamo stati sottoposti sin dall’infanzia.

Bisognerebbe avere una cultura storica pari alla sua per poter accertare se oggettivamente tutti gli indizi che lei raccoglie abbiano il senso che attribuisce loro.

Ma dal mondo della vita siamo passati all’età dell’acciaio, per arrivare all’età della plastica attuale: e il passaggio dalla vita all’acciaio è stato certamente almeno simile a ciò che racconta la Federici.

Condivido con voi quanto ne scrive l’amica Daniela Danna, che nel proprio curriculum si autodefinisce così:

Ricercatore confermato in Sociologia generale (SPS 07) presso il Dipartimento di storia, società e studi sull’uomo dell’Università del Salento. Sospesa dall’1.12.21 al 30.5.2022 per grave insubordinazione, ovvero aver lasciato i propri studenti, fermi e distanziati ai banchi, liberi di scegliere se coprirsi la bocca con un pezzo di stoffa/plastica o no.

Trovo importanti brani del libro della Federici, che Daniela cita nell’articolo.

In fondo, sappiamo che un “altro mondo è possibile”, solo perché è già esistito.

Il grande Calibano, apparso nel 1984 e il cui sottotitolo è Storia del corpo sociale ribelle nella prima fase del capitale, è una lettura obbligata per comprendere noi stess* nell’epoca capitalistica in cui viviamo.

Mette in prospettiva il nostro modo di vivere profondamente individualistico, ossessionato dal lavoro e timoroso del piacere confrontandolo non con un “altro mondo possibile” ancora tutto da inventare, ma con quello che era lo stile di vita delle epoche precapitalistiche, in particolare del tanto vituperato medioevo.

Il sessocidio della caccia alle streghe, la distruzione della conoscenza dei mezzi anticoncezionali, la feroce persecuzione dell’aborto, l’alienazione ed estraneità nel rapporto tra individuo e proprio corpo sono alcuni dei peggioramenti della vita sociale e individuale nel passaggio dal “mondo del valore d’uso” a quello del valore di scambio. Come scrivono le autrici:

“L’individuo medioevale, con le sue caratteristiche psicologiche e fisiche, – l’attaccamento/distacco per la vita, la sua conoscenza e accettazione della morte, una disponibilità al gioco che lo fa apparire ai nostri occhi infantile, delle barriere emotive meno spesse delle nostre, un atteggiamento più immediato e manifesto nei confronti della violenza, ecc. – muore nei tanti sudari del nuovo modo di produzione.

Muore nei laboratori della manifattura, per una giornata sempre più gonfia di pluslavoro all’ombra di un tempo ormai meccanizzato, all’interno di uno spazio sempre più violentemente predeterminato, dietro gli steccati delle enclosures, sotto la sferza delle crisi e del rialzo dei prezzi, col marchio del vagabondo, del criminale, del povero. 

Muore anche tra le fiamme dei roghi, nella macchinizzazione del corpo, sotto il dominio della ragione, nella distruzione della magia, dentro le museruole e le cinture di castità, nello sviluppo della prostituzione, negli editti contro le amiche, nelle leggi contro le danze e le feste, nell’emergere della privacy, dietro la nascita dell’infanzia, di fronte al decollo dell’autorità paterna, nel labirinto del self-control” (pagg. 7-8).

La trasformazione dei corpi in macchine per la produzione è documentata con sezioni sui bambini, sulle buone maniere, sulla struttura delle abitazioni, sui mille modi in cui l’individuo è stato progressivamente isolato, nel tentativo di dare vita all’homo oeconomicus che agisce in modo puramente razionale (almeno così crede…). Scopriamo che i legami sociali erano molto più forti, che il sesso non era tabuizzato, che le donne erano molto più rispettate, mentre la caccia alla streghe ha segnato il cambiamento di regime e l’affermarsi dell’accumulazione del capitale come scopo sociale a cui tutto subordinare allora in Europa come oggi in Africa, come scrive Federici nell’introduzione a Caliban and the witch e sull’International Journal of Women’s Studies dell’ottobre 2008 (http://www.bridgew.edu/soas/ jiws/Oct08/Federici.pdf). Con il passaggio al capitalismo:

“Tanto per l’uomo che per la donna il corpo è posto come non valore, come la macchina naturale per eccellenza. Nei confronti del corpo femminile inoltre vi è la determinazione da parte del capitale di farlo lavorare a pieno ritmo anche per quello che concerne la produzione della nuova forza-lavoro. Lo sviluppo della popolazione si fonda sul funzionamento dell’utero come macchina che si può mettere in moto anche ad insaputa e contro la volontà della donna” (pag. 8).


L’attenzione alla magia e al paranormale è l’unica sbavatura personalmente non condivisibile, che si riconnette ai percorsi di ricerca anche di altri storici-filosofi come Giorgio Galli e Luciano Parinetto.

Pubblicato in ambiente, Collasso, mundus imaginalis, riflessioni sul dominio, Storia, imperi e domini | Contrassegnato , , , , , , , , | 446 commenti

La guerra e i funghi

Come sanno ormai anche i proprietari di fuoristrada, è in corso un pericoloso cambiamento climatico, strettamente legato alle emissioni di CO2 nell’atmosfera.

Finché il Covid non li ha rimandati tutti a scambiarsi messaggi su Whatsapp, qualche milione di giovani ha protestato per le strade del mondo al grido,

“Fate qualcosa!”

Non ne fate una colpa a nessuno, la nostra specie è così: l'ultima manifestazione per il clima a cui ho assistito, pioveva, era il Black Friday, e mentre una decina di attivisti megafonavano in Piazza della Repubblica, qualche migliaio di ragazzi che avevano fatto forca a scuola sono entrati nel negozio della Apple per vedere l'ultimo modello di smartofono

Le buone intenzioni sono indubbie, e infatti l’Inferno, essendone lastricato, gode di modernissime infrastrutture.

Fare qualcosa significa fare la Guerra, la Guerra significa immense quantità di soldi pubblici versati in tasche private in condizioni di controllo minimo (“che stai a cincischiare, è un’emergenza!“).

I più entusiasti statalisti, appassionati di novità rivoluzionarie, sono da sempre i grandi capitalisti.

Una serie di proposte riguarda la geoingegneria, con soluzioni creative quanto la bomba su Hiroshima.

Ad esempio, visto che il bianco riflette, rendiamo più candido il mondo abbattendo tutti i boschi nelle zone nevose, oppure riempiamo i campi di grano modificato geneticamente per renderlo albino.

Un’altra proposta consiste nell’oscurare letteralmente il cielo, riempiendo l’atmosfera di particelle di anidride solforosa sparate con i cannoni o lanciate da aerei militari.

Progetti lontani per ora dal realizzarsi, ma che rivelano un atteggiamento mentale che si riconosce subito.

Ora, esiste già un dispositivo in grado di affrontare la questione delle emissioni di CO2: anzi lo ha risolto eoni fa, trasformando completamente l’atmosfera in cui viviamo.

Si chiama rete fungina micorrizica, funziona da mezzo miliardo di anni, assorbe ogni anno tanto CO2 quanto ne producono gli Stati Uniti e non costa nulla.

Ne parla un bell’articolo di Toby Kiers e Merlin Sheldrake su The Guardian.

Confesso una cosa: anche se a scuola ci hanno insegnato che i funghi sono un regno a parte, io almeno quando sento natura penso a un alberello dalle foglie tutte verdi.

Con magari sotto qualche piccolo funghetto colorato.

Invece, i funghi non sono piante e non sono nemmeno verdi, e vivono quasi totalmente sottoterra, per cui li ignoriamo totalmente. Non sono sicuro che mi ricorderò domani il termine rete fungina micorrizica, che indica l’intima associazione tra funghi (mykos) e le radici delle piante, da cui dipende praticamente tutto.

Quindi apprendo a bocca aperta che nei dieci centimetri superiori del suolo, questa rete è lunga quanto la metà della nostra galassia. E assorbe incessantemente carbonio, nutrendo l’intero sistema di vita dell’unico pianeta nell’universo in cui sappiamo esserci (per ora) vita.

Il nostro pianeta sembra molto grande, ma la vita dipende dal suolo, e il suolo è una crosta sottilissima, e di cui non sappiamo quasi nulla.

La rete fungina micorrizica al microscopio

Tranne che lo stesso tecnosistema che si propone di bombardare il cielo lo sta avvelenando con pesticidi, fertilizzanti e fungicidi, lo sta cementificando, sta eliminando le innumerevoli varietà di piante che interagiscono con la rete fungina.

E se salta la rete fungina micorrizica, tutto ciò che vi cresce sopra è destinato a finire male, compresi OGM superproduttivi o foreste di alberi-soldatino rigorosamente identici piantati a milioni.

La maggior parte dei suoli del mondo è oggi profondamente degradato; e il rilascio dello 0,1% del carbonio immagazzinato dal suolo europeo equivale alle emissioni di cento milioni di automobili.

A quel punto comprendiamo che è assurdo bombardare il cielo e annientare i boschi siberiani, o al contrario piantare un trilione di alberi, come propone quacuno; è assurdo anche pensare di affrontare la questione partendo dalla sola riduzione delle emissioni delle auto.

E’ assurda tutta la logica della Guerra.

Riprendo qui una cosa che raccontai in un altro contesto.

Mi viene in mente un giorno, nelle campagne vicino a Siracusa, che c’era un pastore che faceva la ricotta.

Che è una faccenda lunga e complessa; e un uomo di città cercò di aiutarlo.

Allora il pastore gli disse,

“lassa u munnu com’è.”

Pubblicato in ambiente, Collasso | Contrassegnato , , , , , , | 73 commenti