Il noi reale e il Noi Surreale

La Guerra ha ovviamente due poli: Noi e Loro.

Meno ovvio è il fatto che anche “noi” ha due poli.

Da una parte il noi reale, con le minuscole, il noi della vita vissuta.

Un contadino del Sud, anno 1915, aveva una serie di noi reali: la famiglia prossima e quella allargata, altri contadini, il santo patrono, forse anche il circolo anarchico, ad esempio.

Sul noi reale lo Stato impose il Noi Surreale: ad esempio, il “nostro” sacro confine è il Brennero.

Del confine del Brennero si può in verità affermare che sia stato tracciato dall’infallibile mano di Dio”. A pronunciare queste parole fu Benito Mussolini. Era il 6 febbraio del 1926.

Per il Noi Surreale, loStato ordina al contadino di dare la propria vita come la darebbe per il suo noi reale, per i suoi stessi figli.

Lo scarto tra il noi reale il Noi Surreale sta negli 870.000 soldati italiani denunciati per diserzione nella Prima Guerra Mondiale.

Però, più viviamo una vita astratta, con relazioni diffuse ma per questo poco profonde, e più siamo alfabetizzati, più diventa forte il Noi Surreale.

Rupert Brooke, 1887-1915, fu il poeta del Noi Surreale: inglese, molto bello, sincero, coltissimo, si arruolò appena iniziò la guerra, e annunciò

“Se dovessi morire, pensate solo questo di me: C’è qualche angolo di un campo straniero che sarà per sempre Inghilterra”

A uccidere Rupert Brooke fu una sepsi insinuatagli da un‘anonima zanzara nemica. Il poeta morì sull’isola greca di Skyros, mentre si apprestava a partecipare alla strage intercontinentale di Gallipoli.

Su Skyros, lo hanno commemorato così, senza mutande ma anche senza bandiera britannica:

Ogni Stato, o costellazione di Stati, produce un proprio Noi Surreale.

Finché siamo sotto incantesimo, il Noi Surreale ci sembra ovvio.

Appena passa però il suo momento, il Noi Surreale si svela nella sua menzogna.

Nudo come il povero Rupert Brooke.

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Parabellum

Mi segnalano uno scritto dal titolo orwelliano-futurista, “Se vogliamo la pace, dobbiamo prepararci alla guerra“. Curiosamente, è esattamente il titolo che volevo dare al post di oggi.

L’articolo esalta la Guerra Buona (quella che dobbiamo fare perché, avete indovinato, siamo contro la guerra che vogliono fare i cattivi), non dimenticando però di ricordarci che la guerra crea anche ricchezza:

“Dobbiamo quindi essere pronti a difenderci e passare a una modalità di “economia di guerra“. È giunto il momento di assumerci la responsabilità della nostra propria sicurezza. Non possiamo più contare sugli altri o essere in balia dei cicli elettorali negli Stati Uniti o altrove.

Il nostro obiettivo dovrebbe essere di raddoppiare entro il 2030 i nostri acquisti [di prodotti militari] dall’industria europea, così da garantire una maggiore prevedibilità alle nostre imprese. Contratti pluriennali le incentiveranno inoltre ad aumentare la loro capacità di produzione. In questo modo sarà rafforzata la nostra industria della difesa, migliorata la nostra preparazione alla difesa e si creeranno inoltre posti di lavoro e crescita in tutta l’UE.”

Lo prendo per uno sfogo di un estremista che si è svegliato male, probabilmente Giuliano Ferrara.

Poi controllo meglio, e scopro che l’autore è Charles Michel, Grande Ufficiale dell’Ordine di Leopoldo, Cavaliere di Prima Classe dell’Ordine di Yaroslav il Saggio, ma soprattutto Presidente del Consiglio Europeo.

Si vis pacem, para bellum, “se vuoi la pace prepara la guerra”, è il motto di tutti coloro che hanno lanciato stragi negli ultimi secoli.

6 ottobre 1939, davanti al Reichstag, Adolf Hitler, reduce da una visita alla Varsavia appena liberata, proclamava, come Charles Michel, l’importanza di essere “pronti a difenderci”:

“”Uno stato di non meno di 36 milioni di abitanti ha preso le armi contro di noi. Le loro armi erano potenti, e la sicurezza che avevano nella propria capacità di schiacciare la Germania non conosceva limiti”.

Si vis pacem, para bellum è una versione ipocrita della frase più veritiera di Cicerone, Si pace frui volumus, bellum gerendum est, “se vogliamo godere della pace, dobbiamo fare la guerra”, vincerla e imporre la pace che fa comodo a noi.

Aprile 1900, in Germania l’ingegnere Georg Luger deposita il marchio Parabellum per i prodotti dell’omonima ditta, registrando innanzitutto la pistola autocaricante Borchardt C93.

Georg Luger tintinnante di medaglie

Il vero inventore dell’oggetto era stato un certo Hugo Borchardt, tedesco aggeggione emigrato sedicenne negli Stati Uniti, che negli anni decisivi aveva lavorato uno dopo l’altro, per la Colt, la Winchester e la Sharps Rifle Co: nulla di più globale dell’uccisione.

Samuel Colt aveva inventato la prima arma da fuoco a ripetizione, che non richiedeva come quelle precedenti mezzo minuto per essere ricaricato: ha reso così possibile la più grande e veloce e devastante conquista territoriale della storia umana, quella del West.

E Parabellum si chiama ancora il proiettile “standardizzato a norme NATO”.

In questa immagine vediamo l’Occidente riunito, con Luger, Parabellum e Winchester, “The Gun that Won the West”:

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“L’improvviso oltraggio al Lussemburgo”

Esistono Guerre Giuste e Guerre Sbagliate.

Come abbiamo detto, le prime sono quelle in cui ci si dà la zappa sui piedi da soli, le seconde sono quelle in cui la zappa la si dà sui piedi degli altri.

Però esiste anche un terzo tipo di guerra, la Guerra Buona, al singolare, e per capire perché deve essere singolare, bisogna farsi un giretto dentro la mente umana.

Tutti sono d’accordo che le Guerre sono Male e la Pace è Bene.

Il giorno in cui accese la più famosa guerra di tutti i tempi, il cancelliere tedesco, Adolf Hitler, disse:

“Ho anche cercato di risolvere il problema di Danzica, del Corridoio, ecc. proponendo una discussione pacifica… Nei miei colloqui con gli statisti polacchi ho discusso le idee che conoscete… non c’è nulla di più modesto e leale di queste proposte… Queste proposte sono state rifiutate.

Non solo si è risposto prima con la mobilitazione, ma con l’aumento del terrore e delle pressioni contro i nostri compatrioti tedeschi… La Polonia non era disposta a risolvere la questione del Corridoio in modo ragionevole… Ho fatto un ultimo sforzo per accettare una proposta di mediazione… Se il Governo tedesco e la sua Guida sopportassero pazientemente un simile trattamento la Germania meriterebbe solo di scomparire dalla scena politica. Ma mi si giudica a torto se il mio amore per la pace e la mia pazienza vengono scambiati per debolezza o addirittura per viltà.”

A questo punto, al paziente Adolf Hitler, amante della pace, non rimase altra scelta che lanciarsi nella Guerra Giusta.

La cosa carina è che Adolf Hitler ha usato quasi le stesse parole che aveva usato il socialista inglese Herbert G. Wells, nel 1914, nel suo libro, The War to End War, un titolo che da solo dice tutto quello che stiamo cercando di dire qui:

“Fu il nostro trattato con il Belgio e l’improvviso oltraggio al Lussemburgo che ci hanno precipitati in questo conclitto. Nessuna Potenza al mondo avrebbe più rispettato la nostra Bandiera o accettato la nostra parola nazionale d’onore se non avessimo combattuto”.

Nel 1914, il Lussemburgo aveva circa 260 mila abitanti, nella Prima guerra mondiale scatenata, almeno secondo Wells per difenderne l’onore, sono morti ammazzati in circa 40 milioni. Però la Bandiera con la maiuscola se l’è cavata, in effetti…

George Bush, qualche decennio dopo Wells e Hitler, ordinò l’attacco all’Iraq con queste parole:

“Concittadini, i pericoli per il nostro Paese e per il mondo saranno superati. Supereremo questo momento di pericolo e porteremo avanti l’opera di pace. Difenderemo la nostra libertà. Porteremo la libertà agli altri e prevarremo.

Che Dio benedica il nostro Paese e tutti coloro che lo difendono.”

Insomma, la Guerra è Male, e su questo sono d’accordo Hitler, Wells, Bush, Biden, la Meloni, Putin e l’Isis.

Ma proprio perché Loro vogliono la guerra, cioè il Male, la Nostra guerra è il Bene perché difende la Pace.

Siccome tutte le guerre ai tempi nostri sono sempre condotte da tutte le parti per farla finita con le guerre, ne conseguono due cose.

Che ogni singola guerra è buona.

E quindi, chi è contro la guerra, chiamiamolo il Disertore, è sempre cattivo.

E’ un vigliacco, innanzitutto, come quello che sente una donna che urla “aiuto” e si tappa le orecchie.

Poi sta pugnalando alle spalle i Buoni che stanno facendo la Guerra perché amano la Pace.

Se uno indebolisce il fronte dei Buoni, rafforza automaticamente il fronte dei Cattivi: quindi è un Cattivo Attivo, un agente nemico.

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Guerre sbagliate, guerre giuste e guerre buone

Abbiamo detto che le guerre si dividono in Guerre Sbagliate e Guerre Giuste.

Le prime sono quelle in cui ci si dà la zappa sui piedi da soli, le seconde sono quelle in cui la zappa la si dà sui piedi degli altri.

Qualcuno ha obiettato che questo criterio sarebbe un po’ amorale, perché non ci dice quali siano le guerre buone e quelle cattive. Infatti, quando pensiamo a una guerra, la prima cosa che ci viene in mente sono propri i buoni da proteggere e i cattivi da ammazzare.

In realtà, tutte le guerre, giuste o sbagliate che siano, sono sempre anche Buone, almeno oggi.

Non sono come le sane guerre di una volta: grazie a un matrimonio combinato, un re ereditava una contea, qualcuno gli contestava l’acquisto. Così il re pagava un po’ di secondo-trito-quartogeniti senza arte né parte, per assicurargli la nuova proprietà.

I mercenari avevano un lato poetico, che esprimevano negli incredibili costumi colorati che indossavano; ma erano anche gente pratica, guardavano quante donzelle ci fossero da stuprare e se la paga fosse migliore di quella che offriva il nemico. Per il resto, era una scommessa, mica una causa buona:

“Das Leben ist ein Würfelspiel.
Wir würfeln alle Tage.
Dem einen bringt das Schicksal viel,
Dem and’ren Müh’ und Plage.”

La vita è una partita a dadi, ci giochiamo ogni giorno. A uno la sorte porta tanto, all’altro fatica e guai

Ma con Napoleone il massacro è diventato di massa, e non c’erano più abbastanza vergini e soldi per tutti.

Per cui chi voleva uccidere la gente a centinaia di migliaia, ha dovuto distribuire anche Buone Coscienze, che costano quanto lo stipendio di un giornalista.

Un ragazzino fa morire di una morte atroce un altro ragazzino, ma lo fa a fin di bene. Più ammazza, più è buono.

Stuprare non fa più parte ufficialmente dello stipendio, ma se crepa, il ragazzino può sempre sperare in un‘avventura con Lei, la Victoire nelle guerre giuste:

Inaugurazione del monumento alla Vittoria, Bielle-en-Ossau, Francia

Al posto dei soldi che i lanzechenecchi speravano di portarsi a casa, tutti i soldati dei nostri tempi hanno regalata in partenza una Buona Causa.

Combattere per…

il diritto dei tedeschissimi abitanti di Danzica di ritornare tra le braccia della Patria

difendere la nostra Polonia dall’eterno invasore crucco

sostenere la lontana Polonia e la sacralità dei suoi confini

ricacciare nella steppa la Barbarie Russobolscevica che da sempre cerca di distruggere l’Occidente

difendere la millennaria russa dall’eterno invasore crucco e diffondere insieme l’uguaglianza tra gli uomini

cacciare gli intrusi statunitensi dal Pacifico

punire i giapponesi che hanno bombardato una nostra base nel Pacifico

Magari oggi non riusciamo più a capire tutte le cause che hanno fatto sì che degli adolescenti si sentissero buoni e utili per qualche esaltante mese.

Ma stiamo tranquilli, in futuro non capiranno molte cause che oggi chiamiamo buone.

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Sette vite

La prima vita è di Paolo.

Avrà settant’anni, lo incontro al tramonto, nel nostro Giardino.

Parla in modo raffinato, voce gentile e appena ironica, e mi fa subito simpatia.

“E’ la prima volta che capito qui… ma mi chiedo, avete per caso uno spazio coperto?

Io non ho alcun reddito, dormo all’Albergo Popolare, ma di giorno, vedete, io vado alla Biblioteca Thouar… ho trovato un angolo tranquillo, mi metto lì e tiro fuori la mia tastierina e le cuffie, e compongo musica, senza disturbare nessuno. Solo che adesso stanno facendo i lavori in biblioteca, non ci posso più andare…

Sei messicano? Mia sorella andò in Argentina per studiare il tango!

Che musica creo? Io sono vecchio, i miei maestri sono i Beatles e Jimmi Hendrix”

La seconda vita è di una coppia luminosa di quasi ottantenni, che da decenni, di notte, fanno comparire cibo e coperte per quelli che dormono per strada (compreso quello che diceva, “io preferisco dormire per strada, perché all’Albergo Popolare c’è gente troppo schifosa“).

La figlia della coppia luminosa è musicista, il compagno della figlia si occupa di teatro. E lui una sera la massacra a colpa di pentolate, le spacca le costole, la sta per strangolare, e lei trova la forza di fissarlo negli occhi, lui caccia un urlo e scompare e il giorno dopo lui si suicida lanciandosi da un ponte.

Lei ieri è andata a fare un concerto, vi serve una musicista classica?

La terza vita la incontro all’autostazione di Bologna.

Lui tiene in mano una lattina di birra, lei è tutta piegata e spinge un carretto.

Al mondo, lui urla, con tutte le sibillanti emiloromagnole,

“Io pago le tasse, e con le mie tasse pagano la guerra in Ucraina! Romano Prodi non lo avrebbe mai fatto!”

E siccome io sono una calamita vivente, dopo aver passato decine e decine di persone, lui torna di me, e mi dice,

“Sono Paganelli Romano, ho cinquasette anni e Prodi mi fece trovare lavoro! Prodi non avrebbe mai speso i nostri soldi in missili per la guerra, lei è d’accordo? Ma lei da dove viene?”

“Sono messicano”

“Che onore! Io mi sono vaccinato tre volte per il Covid – questa è solo la seconda birra che bevo oggi – e mi sono cascati tutti i denti! Il mio medico dice che è per il vaccino! Lei è di Firenze? Mio zio Paganelli Lino lavorò per la principessa Strozzi, di Firenze!”

Ci stringiamo forte la mano e trovo bellissimo il suo sguardo, sento che nella sua follia, è un amico vero.

La quarta vita, me la raccontano quasi a caso, un ragazzo figlio unico della profonda Sicilia che andò a studiare giurisprudenza a Bologna, avrebbe potuto studiare anche a Palermo.

Una sera i genitori telefonano, lui non risponde, risponde il compagno di stanza, “gli ho bussato, ma non lo vogliamo disturbare”, e i genitori presi da una strana intuizione, insistono, ma niente… quando la polizia sfondò la porta, lo trovano morto d’eroina.

La quinta vita, non c’è più nemmeno quella, è di un ragazzino di diciannove anni, figlio di una mamma immigrata semplice e coraggiosa, che ha fatto ciò che poteva… l’hanno ammazzato l’altra notte a coltellate qui a Firenze, per qualche orrenda inutile sciocchezza, che avrà distrutto anche le vite degli assassini.

La sesta vita la incontro sul Ponte…

La zingara del Kosovo, anni e anni che ci incrociamo con la sua pelle scura di indiana, anni fa mi raccontava che erano in diciassette a vivere tutti in un unico appartamento scampato non si sa come agli speculatori.

Sul ponte dedicato ad Amerigo Vespucci, la zingara mi racconta che ha tre figlioli,e il marito l’ha mollato, e mi chiede, se posso trovarle lavoro, qualunque lavoro.

“Ma io spero solo in Dio, perché in Lui ci credo!”

Appena nato il suo bimbetto, dissi, ما شأالله

che vuol dire, “è quello che Dio ha voluto”, e così nessuno può sospettare invidie…

e stasera, anche lei mi dice, mashaa’Allah come è bella!, guardando mia figlia, e penso a lei, ai suoi tre figlioli, a come senza soldi deve pagare settecento euro di affitto, e alla sua splendida fede che è l’unica arma che ha.

La settima vita è la mia, e io mi chiedo, cosa può fare per tutta questa piccola gente,

e poi magari anche questa settima vita avrebbe profondamente bisogno di qualcosa, solo che non ho il tempo per chiedermi, di cosa.

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Esistono guerre giuste, altroché!

Io sono contrario a tutte le guerre, ma questo è un difetto mio.

Le guerre a cui io sono contrario si dividono in due tipi: le guerre sbagliate e le guerre giuste.

1940, ascolti alla radio la voce del Duce che annuncia “l’ora delle decisioni irrevocabili è arrivata!”

Poi un figlio lo perdi in Africa, un altro in Russia, gli statunitensi ti bombardano casa e tuo fratello finisce deportato in Germania.

Ecco, era proprio una guerra sbagliata, non ci piove.

Purtroppo da allora in Italia la parola guerra si porta dietro una cattiva nomea spesso immeritata.

Prendiamo invece la guerra statunitense in Afghanistan, 2001-2021.

Che è stata una guerra giusta, e vi spiego il perché.

La guerra sarebbe “costata” quattro trilioni di dollari, che è un po’ più del PIL della Germania. E sarebbe pure una guerra “persa”, nel senso che oggi il paese è governato dagli eredi di quelli che l’esercito USA cercò di cacciare nel 2001.

Una guerra sbagliata, dunque?

Noterete che ho messo “costata” tra virgolette.

Il verbo ha almeno due significati: la battaglia di Stalingrado costò (senza virgolette) la vita a forse tre milioni di esseri umani. C’era un bel ragazzo, e ora non c’è più!

Ma “costare”, quando parliamo di soldi, vuol dire che ogni dollaro speso da Tizio, è un dollaro guadagnato da Caio.

Cioè la sola guerra dell’Afghanistan ha immesso nell’economia degli Stati Uniti – certo, in vent’anni – quanto tutta la superpotenza industriale tedesca riesce a smuovere in un anno.

Bene, ma i soldi li avranno pure tolti da qualche parte, chiederete, e qui viene il bello.

Li hanno tolti ai contribuenti?

No, il presidente Bush ha ridotto dell’8% le tasse che dovevano pagare i più ricchi.

I soldi vengono dal debito pubblico.

A prima vista fa impressione, sono 31,4 trilioni di dollari, tutto il PIL degli USA supera di poco i 20 trilioni.

Ma a pensarci, il debito pubblico da una parte arricchisce gli statunitensi che ci investono; dall’altra è garantito dal fatto che 7,4 trilioni sono acquistati dalle banche centrali di mezzo mondo, perché quasi tutti gli scambi internazionali avvengono in dollari, e i dollari li investono lì.

Quindi quei quattro trilioni li hanno inventati dal nulla.

Non sono soldi usciti dalle tasche dei cittadini; ma l’invenzione è garantita a proprio rischio e pericolo da tutti gli Stati più ricchi del mondo. Certo, in teoria i debiti si pagano e pure con gli interessi, e infatti si mormora qualcosa a proposito di problemi che potrebbero sorgere attorno al 2048… Ma con quattro bombe, si sistema anche questo.

Per cui va ascritto a merito degli Stati Uniti di aver realizzato un vero miracolo economico.

Quindi, esattamente al contrario della guerra di Mussolini, la guerra statunitense in Afghanistan (ci limitiamo a guardare quella) ha garantito per vent’anni l’aumento della ricchezza, che ci dicono sarebbe il primo dovere di qualunque governo.

Direte, avranno arricchito gli industriali delle armi.

Sicuramente.

Ma come sapete, gli armaioli statunitensi hanno diffuso le loro fabbriche in ogni stato degli Stati Uniti, in modo da assicurarsi che ovunque gli eletti al Congresso e al Senato si devono confrontare, da una parte con aziende che pagano le loro campagne elettorali; ma dall’altra, come elettori, con gli operai dei bombifìci, con le loro mogli, con gli insegnanti delle scuole dei loro bambini. Un circolo virtuoso, che garantisce la prosperità degli armaioli, dei lavoratori e degli eletti e guerre senza fine.

Già sento una vocina lagnosa che parla di costi umani.

L’Unione Sovietica perse 26,6 milioni di vite in meno di quattro anni di guerra, 1941-1945.

Gli Stati Uniti, in vent’anni, hanno perso in Afghanistan 2,448 soldati.

Un centinaio l’anno.

I mercenari statunitensi, i contractor, morti furono di più, 3,846, ma penso che siamo tutti d’accordo che era gente che se l’era andata a cercare.

Oltre a questi sono morti centinaia di migliaia di indigeni, ma quello è un problema loro.

Dispiace per i soldati morti, certo, ma negli stessi vent’anni sono morti circa ottocentomila statunitensi in incidenti automobilistici.

I quattro trilioni di “costi” di guerra sono in realtà costituiti per metà dai benefici per i veterani. Che dopo essersi guadagnati uno stipendio invidiabile in qualche remota parte del mondo, avranno cose che lo statunitense medio manco si sogna: l‘assistenza medica assicurata, gli studi universitari pagati e persino la sepoltura. Una scalata sociale straordinaria per tanti immigrati.

Aggiungiamo a tutto questo l’immenso investimento nella ricerca che ha accompagnato la guerra: innumerevoli miliardi di soldi pubblici investiti per dirottare a scopi militari le ricerche universitarie, certo;

ma poi gli imprenditori fanno i soldi due volte, la prima con la guerra, la seconda con te.

Quando accendi il tuo smarfo, pensa con gratitudine che senza guerra, staresti ancora lì ad attaccarti al telefono.

La guerra statunitense contro l’Afghanistan è stata, forse, la guerra più giusta della storia.

Poi certo, qualche mamma afghana la può pensare diversamente, e qualche statunitense ci può scattare una bella foto, e la bella foto può entrare nel mondo di Google e rendere ancora più bello il tutto.

Però dai, una conciata così, quanto avrà contribuito al Progresso?

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Ramadaan mubaarak

La Luna l’altra notte s’è fatta vedere timida in cielo.

Se una persona affidabile l’ha vista, e l’ha raccontata a quelli che erano attorno, vuol dire che è iniziato il Ramadan.

O ramaDaan con la D maiuscola dove non l’aspettereste, per indicare un suono che ci vuole amore e pazienza scoprire che esiste dentro tutti noi se solo lo sappiamo creare, e il coraggio di insistere per un attimo sul prolungaare la vocaale ultima.

ramaDati-l’arDu, رَمضَت الأَرْضُ, la terra stessa si è riscaldata;

il tempo in cui i piedi nudi sentono ardere il suolo sotto di loro;

ramaDati-l-fiSaal رَمِضَتِ الفِصَالُ i giovani cammelli appena svezzati, sentivano il calore del sole emergere imprevisto dal terreno….

lo so cosa obietterete, ma il lessicografo medievale non sapeva che i cammelli appena nascono posano le loro zampe per terra? Ma voi lo sapevate che con due parole in arabo e un articolino insinuato in mezzo, si possono dire quattordici delle nostre?

RamaDaan, dicono che abbia questo nome ardente ed estivo, per un cambiamento di calendario: a un certo punto, avrebbe indicato solo una delle Dodici Lune, e le lune sono pigre e non sanno star dietro al sole, e così la stagione che brucia le zampe dei cammelli appena svezzati, può capitare pure a gennaio.

Così abbiamo vissuto digiuni di RamaDaan che faceva fresco e i giorni erano corti, e la sera si poteva mangiare tutti insieme;

e digiuni di RamaDaan paurosi sotto il sole, che c’era chi non solo non beveva un sorso d’acqua, ma sputava pure per strada pur di non ingoiare saliva.

Ramadan è una luna di sfida con se stessi.

Ramadan è il momento in cui tutti i nodi vengono al pettine.

Ramadan è quell’attimo – dato dalla congiunzione di tramonto e di luna – in cui il tram che percorre tutta Iskandariyyah – la lunghissima città fondata da un eroe greco dalla brevissima vita diventato il “signore dei due corni” ed entrato nel mito di tanti mondi… Alessandria d’Egitto...

quell’attimo in cui i tram divisi in tre carrozze (una riservata sempre e solo alle donne e se un uomo ci sale lo buttano fuori) si ferma, perché si sente il cantillare del mu’addhin

mu’addhin, quello che convoca tutti, idealmente è cieco, perché avendo perso gli occhi, coglie meglio di tutto il suono primordiale, e Dio non è un Corpo, non è Uomo né Donna, ma Suono

e i passeggeri scendono lungo i binari

su ogni carrozza, c’è un bigliettaio, che grida, fakka! fakka! e batte le monetine contro i pali, che vuol dire, “datemi spiccioli che non ho resti!”

Se il bigliettaio è cristiano te lo sparo in faccia, perché ha tatuato in fronte e sul polso il crocifisso

Se è musulmano ha una scatola di cartone (qualche orrendo prodotto cinese da riciclare) che si tiene accanto…

Il tram si ferma, ovunque sia.

Lungo le rotaie, i passeggeri scendono, ascoltando i megafoni che annunciano il Momento da cento e cento minareti

E il controllore stende il suo pezzo di cartonaccio cinese, e diventa il tappeto di preghiera.

Tra i grattacieli, le rotaie e l’erba, indovina la direzione della Mecca, e compie quei gesti che hanno compiuto milioni e miliardi di esseri umani prima di lui.

Che tra poco si spezza il digiuno, ma c’è un delicatissimo momento di dolore: رَمِضْتُ لَهُ , ramiDtu lahu, di lui mi sono ramaddato, si è sofferto.

E la Luna di Ramadan si trasforma da Digiuno in Festa. Inftti, da estraneo, io il Ramadan lo vedo come festa.

Si vede la Luna e non si sputa più per terra, si condivide con i Compagni il cibo cotto dalle Madri, e l’Astinenza diventa tutti i dolci della Luna più straordinarie tra tutte le Dodici, e tutto l’immenso affetto e tenerezza delle Madri Musulmani.

madri massacrate madri spesso mutilate madri sterminate madri che si chiamano umm con la emme prolungata, le ummahaat,

come la Magda che sapeva tutte le storie delle donne del Profeta, la Magda non ancora madre, che mi raccontava di come si affacciava dalla finestra e vedeva i poveri e si commoveva

In quel suono originale, che l’Arcangelo trasmise all’orfano, il marito disoccupato della mercantessa Khadija, il profeta che parlava sempre di uomini e di donne alla pari:

“Dio nostro, copri le mancanze dei musulmani e delle musulmane, dei credenti e delle credenti, e fa’ vivere tra di loro i morti”

Quello strano, strano fondatore cantillante di mondi, in quei luoghi così lontani, comunque ci tenne sempre a ricordare la nostra dualità, con quella rima sonora tra desinenze maschili e femminili.

Ramadan è Mubaarak, che i lessicografi ci spiegano è una parola legata alla maniera particolare in cui i camelli si abbassano.

Abbassano per terra prima le zampe anteriori e poi quelle posteriori, solo che questa radice, brk, assume altri e altri significati, che riguardano imprevedibilmente l’abbondanza di ogni bene, e la presenza di molti uccelli presso acque abbondanti.

Una notte, ad Alessandria, a Ramadan, ascoltai il suono più straordinario che io abbia mai sentito in tutta la mia vita, una voce invocante che si muoveva e scorreva innalzandosi e abbassandosi come nessuna voce umana che io avessi mai sentito prima.

Da allora, o da quando mi trovai a nove anni ad Algeri a vivere la violenza e la dolcezza di quel mondo, o da quando iniziai a tredici anni a studiare l’alfabeto arabo, ringrazio l’Unico Dio e gli innumerevoli dèi, di non appartenere a un mondo solo.

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Intervista con Satana

Ogni tanto, a forza di dialogare con tutti, uno si dimentica che comunque, sì, esiste il Male Assoluto.

Oggi, su Il Foglio, un’intervista davvero metafisica con Satana in persona.

Fatevi il segno della croce, e poi leggete.

Il Foglio 7 marzo 2024

L’industria bellica europea è in salute, ma serve qualcosa di più

L’UE VUOLE I PRIVATI A BORDO NEL SETTORE DELIA DIFESA, IL PROBLEMA SONO LE NORME SULLA SOSTENIBILITÀ. PARLA KLECHA

Milano. L’Unione europea sta mettendo a punto una strategia per supportare l’industria della Difesa, ma, anche in considerazione della resistenza di alcuni paesi a utilizzare risorse pubbliche comuni, è uno sforzo che dovrà essere coadiuvato da capitali privati che mai come adesso sono poco propensi a investire nel settore bellico in nome della sostenibilità sociale e ambientale. Insomma, il mantra del politicamente corretto potrebbe ostacolare l’emancipazione militare dell’Europa?

“Temo di sì e rischiamo di trovarci di fronte allo stesso paradosso della transizione energetica quando i fondi d’investimento hanno cominciato a escludere dai propri acquisti le società che producono petrolio e carbone quando è chiaro che ne abbiamo ancora bisogno”,

dice al Foglio Stéphane Klecha, banchiere d’affari francese, fondatore e socio della KlechaeC, che da trent’anni segue a livello europeo lo sviluppo del settore It.

Eppure, le società degli armamenti stanno attraversando un momento d’oro, come si vede dalla forte crescita dei valori sui mercati azionari: nell’ultimo anno l’italiana Leonardo ha guadagnato oltre il 90 per cento, la tedesca Rheinmetal l’80 per cento, la francese Safran il 46 per cento e sempre nello stesso periodo la paneuropea Airbus è salita del 30 per cento e la britannica Bae Systems del 50 per cento.

E osservando l’andamento storico degli indici di Borsa del settore a livello mondiale si verifica facilmente che dall’invasione Russa dell’Ucraina in poi c’è stata un’inversione di tendenza tra Europa e Stati Uniti.

Insomma, l’industria bellica del vecchio continente sembra scoppiare di salute.

Bisogna distinguere gli ambiti”, prosegue Klecha, “Quello che sta succedendo è che le grandi compagnie europee stanno beneficiando dei maggiori stanziamenti dei singoli stati per la spesa militare e delle aspettative per un maggiore impegno dell’Unione europea nella costruzione di una difesa comune, mentre le concorrenti americane stanno risentendo dello stallo politico sul debito pubblico che crea incertezza sui finanziamenti alla difesa. L’inversione di tendenza si spiega così, fermo restando che la spesa militare americana, in termini assoluti, è più di tre volte superiore a quella europea, dieci volte superiore a quella russa e più del doppio di quella cinese. Ma al di là di questo, penso che bisognerebbe preoccuparsi di più del fatto che se vogliamo davvero un’Europa meno dipendente dall’America per la propria difesa, occorre che si creino anche condizioni di mercato favorevoli“.

E non ci sono, secondo lei?

Forse non tutti comprendono che le aziende del settore bellico sono come tutte le altre, cioè hanno bisogno di investimenti che ne sostengano lo sviluppo, soprattutto per l’innovazione e la ricerca nelle tecnologie militari, terreno sul quale si gioca la competizione tra stati e tra aree geografiche. Gli stati sono committenti di forniture e fino a oggi l’Europa si è rifornita molto Oltreoceano. Ora, la strategia della Commissione europea vorrebbe concentrare il 40 per cento degli acquisti da noi, ma questo presuppone un’adeguata crescita di tutto il comparto, che comprende realtà di medie e piccole dimensioni che dipendono dal sostegno bancario e finanziario. Molto spesso, queste imprese sono penalizzate perché non rientrano nei criteri di sostenibilità, quelli che tecnicamente si chiamano Esg“.

In effetti, uno studio di Deutsche bank dimostra che il 21 per cento dei fondi d’investimento europei esclude il business degli armamenti da quelli che ritengono “investibili”, mentre negli Stati Uniti solo poco più dell’1 per cento della stessa tipologia di operatori si regola allo stesso modo. E’ una scelta che riflette un approccio ideologico molto diffuso soprattutto nei paesi nord europei e scandinavi, che, secondo Klecha, potrebbe portare alla perdita della capacità di alcuni operatori di fornire i propri servizi soprattutto considerando l’interdipendenza nelle catene di forniture.

Eppure, uno studio del Parlamento europeo dimostra che la maggiore collaborazione dei paesi europei nella difesa potrebbe fare risparmiare tra 24,5 e 75,5 miliardi all’anno nella spesa militare, che a livello aggregato è di circa 245 miliardi (ultimo dato 2022). Dunque, la strada è tracciata, come dimostra anche il piano presentato dalla Commissione europea martedì.

Una riunione della Klecha

“Più che un piano, mi è parso uno statement politico, una presa di coscienza che qualcosa va fatto – conclude – E’ un importante passo in avanti ma l’obiettivo a cui, secondo me, bisognerebbe tendere è la creazione di una top list di fornitori europei su cui concentrare tutti e non solo una parte degli acquisti di armamenti e tecnologie. Solo così si costruirebbe una leadership militare dell’Europa in cui l’Italia avrebbe sicuramente un ruolo di primo piano”.

In effetti, nella classifica dei primi 100 produttori di armi al mondo, stilata dallo Stockholm international peace research institute, un organismo indipendente, la prima azienda europea che figura (al tredicesimo posto) è Leonardo, che si piazza dopo i colossi americani, cinesi e russi, ma prima dei campioni francesi e tedeschi. Anche se il suo fiore all’occhiello è considerato ormai il Gcap, il programma per progettare un caccia di sesta generazione sviluppato in partnership con Gran Bretagna e Giappone.

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