La disputa di Alice e Babbo Natale (ancora)

Riprendo tale e quale una cosa scritta qui ben quattordici anni fa…

Babbo Natale, il golem buono e trasversale del consumo natalizio, è una figura demoniaca dei nostri tempi, che contribuisce alla deformazione e al pervertimento di solito irrimediabile delle più giovani generazioni.Se si osa dire questa banale verità, si viene accusati di voler privare tali giovani generazioni della magia dell’infanzia.

Vorrei proprio sapere cosa avrebbe di magico questa sorta di facchino per conto della GD (Grande Distribuzione), la cui magia consiste nel far comparire merci; cosa avrebbe di magico la sua fabbrica di giocattoli dove non si sciopera mai; o il suo costume indossato per le vie commerciali da decine o centinaia di replicanti immigrati e precari.

Babbo Natale porta addosso poi il segno più chiaro dell’artificialità: il moralismo. Creatura imposta dai genitori ai figli, che aiutano a stilare le famigerate Lettere a Babbo Natale, la sua funzione più evidente è quella ricattatoria Babbo Natale arriverà solo se ti comporti bene.[1]

Se mi è lecita una nota personale – la mia grande fortuna è di essere cresciuto con una visione opposta, che rivendico fieramente.

Sapevo da sempre che il Babbo Natale di cui si parlava (a quei tempi relativamente poco) era una truffa. Invece, la mia magia veniva dai libri di Lewis Carroll, Alice’s Adventures in Wonderland e Through the Looking Glass and what Alice Found There.

Dico “libri”, e ne cito i titoli in inglese, perché si tratta per me sempre e solo di libri in lingua inglese. So che ne traggono film e fumetti e gadget e quant’altro da oltre un secolo, so che l’Industria del Bambino Felice ne ha estratto miliardi da far spendere in cocaina ai propri dirigenti; ma grazie a Dio, non ho mai avuto contatti diretti con nulla di tutto ciò.

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Babbo Natale è un’imposizione dei genitori ai figli, e dell’intero sistema sociale ai genitori. Babbo Natale è disciplina ricattatoria. E la sua unica mission (per usare l’aziendalese, che non è l’inglese) consiste nella mediazione di merci.

Lewis Carroll fu l’esatto contrario.

“Il perché di questo libro non può e non deve essere spiegato a parole. Le persone per cui la mente di un bambino è un libro sigillato e che non vedono nulla di divino nel sorriso di un bambino leggerebbero invano tali parole; mentre chiunque abbia amato un bambino, non ha bisogno di parole. Perché lui avrà conosciuto la awe che cade su qualcuno che si trovi in presenza di uno spirito uscito fresco dalle mani di Dio, su cui non è ancora caduta alcuna ombra di peccato, e solo il tocco più esterno dell’ombra del lutto; avrà sentito l’amaro contrasto tra l’egoismo che guasta le sue migliori azioni e la vita che è solo amore che trabocca. Perché penso che il primo atteggiamento di un bambino verso il mondo consista in un semplice amore verso tutte gli esseri viventi. E avrà appreso che la migliore opera che un uomo possa compiere sia quando agisce solo per amore, senza pensare alla fama o al guadagno o a un premio terrestre”.[2]

Non si tratta affatto di un esercizio di retorica.

Prima di tutto, Alice non nasce per fama o guadagno, ma effettivamente per amore, grazie anche – ovviamente – alla violenza di un sistema sociale che con la fatica dei contadini e degli operai poteva permettere a un timidissimo epilettico di vivere come matematico. Come la stessa violenza ha permesso che esistesse, per la prima volta, una vera e propria infanzia con cui quel matematico potesse comunicare.

L’amore è quindi la condizione fondamentale dell‘autenticità – e nel racconto di Babbo Natale non si trova traccia, né dell’uno né dell’altra.

Lewis Carroll non fu certamente un sovversivo politico; eppure la sua opera sottintende un’idea davvero rivoluzionaria, possibile solo grazie alla natura indefinita della religione anglicana: la verità si trova dentro lo “spirito uscito fresco dalle mani di Dio”. L’anima non proviene dal peccato, da cui la deve guarire la correzione sociale; piuttosto, per Carroll, l’anima si guasta, tra lutto, peccato ed egoismo, nel corso della vita.

“Still she haunts me, phantomwise.
Alice moving under skies
Never seen by waking eyes.”

Chi invece è in grado di ascoltare ciò che vive dentro il bambino, è sopraffatto da ciò che Lewis Carroll chiama con quella meravigliosa e intraducibile parola inglese che è ‘awe’ – una parola che lascia, letteralmente, a bocca spalancata.

La morale implica distinzione: questo si può fare, questo no… invece, l’atteggiamento primario di un bambino consiste nel “semplice amore verso tutte gli esseri viventi“. Questo rifiuto di operare una distinzione è quindi amorale (non immorale); e tutta l’opera di Lewis Carroll è infatti assolutamente amorale. Non pretende di insegnare nulla, non indica esempi né positivi né scellerati.

Ma scorre con l’amore radicale che c’è nel bambino, nei suoi punti di vista imprevisti, arricchito solo dall’ironia e dal dominio del linguaggio dell’adulto.

Nella storia di Babbo Natale, sono i grandi magazzini che parlano, con la complicità dei genitori.

Nella storia di Alice, è Alice che parla, racconta, si perde, si addormenta, si risveglia e ride, si tira su le maniche e con bright eager eyes, raccoglie eccitata le piante profumate che crescono nel fiume.

“What mattered it to her just then that the rushes had begun to fade, and to lose all their scent and beauty, from the very moment she picked them? Even real scented rushes, you know, last only a very little while – and these, being dream-rushes, melted away almost like snow, as they lay in heaps at her feet – but Alice hardly noticed this, there were so many other curious things to think about”.

Note:

[1] Ci deve essere un motivo, poi, per cui i genitori preferiscono scaricare sul Grande Distributore Automatico Rennamunito le complessità psicologiche implicite nello scambio di regali, invece di vivere speranza, gratitudine, felicità e disappunto insieme.

Lewis Carroll (Charles L. Dodgson), The Complete Illustrated Lewis Carroll, with an introduction by Alexander Woollcott, Wordsworth Editions, 1996, Ware, UK, p. 7.

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Piccole storie di molti mondi

Come sapete i miei dèi sono altri e soprattutto tanti, ma la mia parrocchia è quella di San Frediano, e la mia gente è (anche) questa.

Al mercatino di beneficenza della parrocchia, porto due angioletti messicani, molto kitsch e cicciottelli, in terracotta, che una donna nella Grande Metropoli mi aveva regalato.

Nel Messico dal cielo grigio di febbraio, il meccanico filosofo indio, pagano e cattolico tradizionalista, mi aveva narrato un quadro straordinario, di come proprio in quei luoghi, si compivano i sacrifici umani. 

Parlava di quei palazzoni moderni, come se sotto riuscisse a vedere quell'altro mondo, tanto più tragicamente umano, in cui a colpi di coltelli di ossidiana, si cercava con il fuoco e con il sangue di ovviare la fine del mondo.

E ha anche funzionato, finché non sono comparse sull'orizzonte le caravelle della catastrofe.

“Ve li regalo per il mercato, sono angeli messicani!”

La volontaria della parrocchia mi ringrazia.

Ma c’è un signore ,molto anziano seduto in un angolo, che dice forte:

“e chi ha mai visto angeli in Messico?”

“Perché?”

“Perché i gesuiti vietarono subito di rappresentarli: hai visto come in Messico ci sono solo i retablos, con tanto sole? Ma non si devono vedere gli angeli, perché sono ambigui, ci pensi gli angeli quanto sono ambigui!

Vietarono anche di rappresentare la Madonna, che poteva sembrare una dea, a parte la Madonna di Guadalupe, che l’indio si ritrovò disegnato sul grembiule!”

“Conosce il Messico?” E’ così anziano che gli do del “lei”, pronome che riservo solo ai miei peggiori nemici.

“Certo… Ma in Messico sono cattivi. Sono mondi di violenza, lì è solo con il coltello che ottieni qualcosa, finché non ti ammazzano.

Devi scendere fino a Costa Rica, stranamente lì sono gentili.

Ma poi anche in Panama, scendi in Colombia tra i Narcos, non trovi pace nemmeno nella Terra del Fuoco!”

In quel momento entra un giovane con i capelli stranamente agghindati, segni in fronte e vestito strano.

E l’Anziano dice:

“Oh tu sei un Hare Krishna, ma quanto sei brutto!”

“Veramente la mia mamma diceva sempre che son bello!”

“Oh voi avete le vacche brahma, dalle grandi corna, che infilzano la gente!”

E l’Hare Krishna risponde…

“E’ vero, uno di noi è morto così, ma si impara! E oggi capiamo come star dietro alle mucche. E noi siamo felici!”

E per un attimo, in questo scontro tra toscani, provo quella cosa straordinaria che doveva essere l’ottava rima.

Dove due persone improvvisavano le opposte tesi: come il Padrone e l’Operaio.

Cioè pensate cosa voleva dire…

gente con la terza elementare se andava bene, che si sfidava a sostenere fino in fondo una tesi, non solo argomentandola, ma sapendola anche rappresentare, improvvisando, in canto e metrico e rima, e tenendo in considerazione gli argomenti avversi, e sapendo di dovervi rispondere. E senza bisogno di censurare la tesi radicalmente opposta.

Nel retrobettega, una volontaria della parrocchia mi dice, “qui s’eran visti protestanti e musulmani, ma un arecrisna non c’era mai capitato prima!”

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Per una scuola non in mano alle multinazionali dell’informatica

Invito tutti a partecipare a un interessante seminario (online, ma come vedrete, non su Zoom e affini!) per parlare della questione centrale del controllo delle informazioni e delle comunicazioni nelle scuole.

Il seminario è organizzato dal sindacato USB (Unione Sindacale di Base).

Chi fosse interessato si dovrebbe iscrivere subito, andando sul link che compare in fondo al testo.

LIBERO INSEGNAMENTO ED INNOVAZIONE TECNOLOGICO-
DIDATTICA: UN BINOMIO POSSIBILE?



ONLINE – SABATO 17 e DOMENICA 18 DICEMBRE 2022

La digitalizzazione a tappe forzate della scuola prevista dal PNRR e attuata attraverso i successivi PNSD e Piano Scuola 4.0 sta impattando in maniera rilevante sulla libertà d’insegnamento, soprattutto negli ITI e nei professionali, ma anche nei licei e nella primaria.

Cosa dicono al riguardo il quadro normativo europeo e italiano? Ci sono esempi virtuosi da cui prendere ispirazione?

Ne parleremo insieme a relatrici e relatori che provengono dal mondo
della scuola (primaria e secondaria, docenti, genitori, tecnici e
dirigenti) e dal mondo della ricerca al servizio della Pubblica
Amministrazione, con un approccio il più possibile scientifico e scevro
dalla propaganda che spesso informa i congressi a tema “digitale”.


SABATO 17 – DALLE 15.00 ALLE 19.00

Interventi a cura di: Cosimo Scarinzi, Marco Meotto, Stefano Borroni
Barale, Giacomo Tesio, Paolo Dongilli, Vito Baglio e altri.

DOMENICA 18 – DALLE 10:00 ALLE 13:30

Interventi a cura di Angelo R. Meo, Marco Ciurcina, Michela Piretto,
Giulia Bertelli e altri.

12:30 Tavola rotonda conclusiva su “proposte concrete per la
realizzazione dei progetti PNRR”

SEI UN DIRIGENTE che vuole informazioni sul quadro normativo legato al PNRR e al digitale, ossia la legislazione relativa ai dati (GDPR), alla trasparenza nella Pubblica Amministrazione (FOIA), all’amministrazione digitale (CAD)?

SEI UN DOCENTE che vuole capire come la “rivoluzione digitale” a tappe
forzate impatterà sul tuo lavoro negli anni a venire e cosa puoi fare
nella tua scuola per preservare la libertà d’insegnamento al dipanarsi
di questi cambiamenti?

SEI UN GENITORE che vuole capire cosa sta succedendo nella scuola che frequenta tuo figlio, e cosa sia tutto questo parlare di innovazione e tecnologia da parte degli “esperti”?

SEI UN TECNICO e vuoi capire quali sono le opportunità che il PNRR crea
per il tuo lavoro e come fare a mettoere le tue competenze al servizio della scuola pubblica e plurale?

ISCRIVITI ATTRAVERSO IL SOTTOSTANTE LINK.

IN QUESTO MODO POTREMO GARANTIRE UNA CONNESSIONE DI QUALITÀ ADEGUATA ALLA PARTECIPAZIONE DI TUTTE E TUTTI.

SEGUIRÀ A BREVE PROGRAMMA DETTAGLIATO CON ABSTRACT DEGLI INTERVENTI.


https://framaforms.org/seminario-liberta-innovazione-1670611023

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Lucertole, Barbie, volpe volanti e formelle

Siamo in una pizzeria un po’ anomala, perché si mangia molto bene, è sabato sera e siamo gli unici clienti, a parte le consegne a quelli che vazzappano il proprietario.

La Ragazza dai capelli rossi, di cui non esistono foto e che ci tiene a essere del segno del Capricorno, non mangia carne e non si è punta per i’Covidde, e che crea suoni che incantano (il suo cane, che mi raspa sul maglione, si chiama in onore della moglie di Montale), racconta.

“Avevo cinque anni, e una bambola Barbie.

E c’era questa ragazzina, della mia stessa età.

Le chiesi,

‘Anche tu hai una bambola Barbie?’

‘Sì!’

‘Questi sono i vestiti che le metto!’ e li tiro fuori.

E lei tirò fuori degli strani vestiti scintillanti per la sua di Barbie.

‘Da dove vengono?’

E la cinquenne racconta…

‘Io prendo le lucertole, le ammazzo, le sviscero, stacco le pelli e le metto sulla mia Barbie!’

Allora io racconto del giorno che mi sono laureato.

“Ho partecipato attivamente a un omicidio.

Sono andato a Venezia, da solo, con il treno.

E ho presentato la mia tesi sul Tempio di Gerusalemme.

Ho preso 110 e lode.

Sono tornato sempre da solo con il treno, con un temporale estivo.

A un certo punto il treno si è fermato di colpo.

Una donna si era suicidata gettandosi sotto di noi. E nel mio piccolo, ho contribuito a ucciderla anch’io. Solo che mi dispiace, non aver mai saputo chi fosse”.

L’Americano racconta di quando era a Boston, e vide un tale che si lanciava sotto i binari di un treno che scorreva in alto, e tutti i frammenti di una vita caddero sanguinanti addosso a uno sventurato ciclista che passava proprio in quel momento per il sottopasso ferrovario.

Allora racconto io, del mio amico

“Aveva quattordici anni e passeggiava per una strada di Livorno, quando in quel preciso momento, un ragioniere decise di suicidarsi e si lanciò in testa al mio amico.

Che si risvegliò dal coma molto tempo dopo, e da allora legge e scrive con straordinaria correttezza diciassette lingue. Ma se apre bocca, le pronuncia solo ed esclusivamente con la gamma fonetica del livornese.

Ha tradotto anche i versi di De Andrè in scozzese…”

Allora l’Amico Massone che è senza smarfo come me, e che prima ci aveva incantati raccontandoci per un’ora intera la Bibbia all’incontrario come non la racconta nessuno, alla faccia di giudei, cristiani, sionisti e musulmani,

alla fiorentina, ci cita il midrash che spiega, finalmente in maniera credibile, perché Noè maledisse i'su figliolo Cam
Noè nella formella di Nicola Pisano sul nostro Campanile, embriaho co’ i hoglioni di fori. Coleo è un prestito linguistico etrusco alla lingua latina, e come tutti i prestiti, andrebbe restituito

e il Massone ci parla dei suoi serpenti.

Il primo era pitone, lungo cinque metri, che lui per girare un video, doveva far attraversare i binari di una stazioncina vicino a Livorno. E quando lo prese in mano, si accorse di tutta la sua bellezza.

Ma più di ogni cosa, lui si è affezionato a certi serpentelli bianchi e rossi.

E mentre lo ascolto, ricordo…

…. di quando uno strano pittore greco, giocavamo a carte, mi scagliò sul braccio un pitone, dicendomi, “non ti preoccupare, ha mangiato un criceto un mese fa”, e ho sentito la sua strana gelida vita, vera quanto la mia, stringermisi addosso…

Poi a presentare altri serpenti all’Amico Massone, fu un suo amico zoologo.

Che prima di dedicare la sua vita alle volpi volanti, aveva deciso di fuggire dal mondo, imbarcandosi su un peschereccio malesiano, a caccia di gamberi.

“Attese di trovarsi in pieno mare, poi tirò fuori dalla tasca tutti i biglietti da visita che il suo babbo gli aveva dato, con tutti i nomi di coloro che potevano raccomandarlo a qualcosa, e li lanciò ad uno ad uno nel mare.

Aveva come compagno di cabina un marinaio malesiano, che mangiava sempre cipolle, per cui il fiato gli puzzava in modo straordinario. E ogni notte, addormentarsi con quell’odore fu una sofferenza terribile.

Un giorno, erano sulla tolda a dividere i pochi gamberi dai tantissimi pesci inutili, e ributtare questi ultimi in mare.

Un pesce con gli aculei velenosi era rimasto però attaccato al soffitto, e cadde sulla schiena del marinaio dal fiato puzzolente.

Il marinaio morì due giorni dopo tra sofferenze atroci.

E il mio amico mi disse, ma quanto si dormiva bene senza quella puzza di cipolla!”

Il cuoco che ha un udito incredibile, mentre inforna le pizze per quelli che le hanno ordinate via vazzappe ascolta, a volte commenta e a volte tace.

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No all’espansione dell’aeroporto di Firenze

Vengo a sapere solo adesso, purtroppo non potrò esserci, avendo un altro impegno importante per oggi…

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“Il trionfo della macchina da guerra”

JRR Tolkien l’ho scoperto per caso, sugli scaffali di una biblioteca, prima ancora che venisse tradotto in italiano, e me lo sono letto in tre o quattro giorni e notti senza fermarmi.

Il resto della mia vita è una nota a margine, a matita, che si cancella come niente.

Capirete perché ci resto male, quando Tolkien viene ogni tanto tirato in ballo nelle chiacchiere politiche italiane, di solito da giornalisti che sono in ogni loro fibra, il contrario di ciò che fu Tolkien.

Tolkien fa parte di un filone culturale inglese, che parte da Blake e passa per Ruskin e Morris, e si sviluppò tra gli inkling (meraviglioso gioco di parole, il termine significa sia “intuizione” che “piccoli inchiostratori”) di Oxford.

Il maestro di Tolkien, Morris, fu il padre ideologico della “Sinistra” inglese assai più di Marx. E nel mondo anglosassone Tolkien appassionò soprattutto quel vasto e confuso mondo di giovani che seguivano il rock psichedelico il folk, scoprivano la permacoltura o si appassionavano del mondo dei nativi americani – tutta gente che in Italia sarebbe stata etichettata come fricchettoni di Sinistra.

Anzi, conosco molti italiani di Destra per cui anarchici, capelloni, ecologisti, animalisti, cultori della natura sono peggio dei comunisti, che almeno avevano uno Stato e un Esercito come si deve, anche se non avevano i carabinieri col pennacchio.

Le Sinistre italiane antiche però sono nate legate al mito delle tecnoscienze salvifiche;

le Sinistre italiane moderne oggi rincorrono il tecnostato onnisciente che manda tutti i bimbetti a scuola mentre smartifica le città in simbiosi con la multinazionale americana: ecco, Tolkien, in questo senso, non era per nulla di “Sinistra”.

Ma in Italia, “se non sei di Sinistra, sei di Destra“.

E’ sano e comprensibile che alcuni giovani sognatori degli anni Settanta e dopo, frequentatori di un mondo assolutamente marginale, siano diventati appassionati di Tolkien. Tolkien parla direttamente all’anima, e per fortuna un’anima ce l’abbiamo tutti, o quasi.

Tra questi appassionati di Tolkien, leggo, c’era la signora Giorgia Meloni. Che avrà un’anima anche lei (un cristiano direbbe, ci vuole un’anima anche per andare all’inferno).

Però poi si cresce e si deve decidere da che parte stare.

Giorgia Meloni ha scelto di mandare missili in guerra, di imporci le centrali nucleari, di sconquassare i monti con il TAV Lione-Torino, di far approdare il rigassificatore americano sulle nostre coste e tante altre cose. Tipo sterminare i fenicotteri della nostra Piana per farci l’aeroporto intercontinentale della Confindustria.

Se la Meloni ci fa o c’è, non lo sappiamo.

Però ci ricorda Teofilo di Adana, che quando gli tolsero l’incarico di arcidiacono, andò a firmare con il proprio sangue un patto con il diavolo pur di riavere il posto.

Teofilo di Adana incontra Mario Draghi
Auguriamo alla Meloni di pentirsi come poi fece Teofilo, dopo settanta giorni di digiuno, e come lui di morire letteralmente  dalla felicità di essere stata perdonata. Le faremo un altarino in casa.

Su Tolkien vi presento un breve articolo dello scrittore inglese Zachary Hardman, che credo spieghi perché dovremmo lasciar fuori Tolkien dai discorsi sulla Destra italiana.

Tolkien e l’ambientalismo

L’autore de Il Signore degli Anelli dispera del mondo moderno

2 ottobre 2022

Dalla pubblicazione de Il Signore degli Anelli di JRR Tolkien nel 1954, gli studiosi hanno analizzato gli strati di significato simbolico del libro, concentrandosi sulla fede cattolica romana del suo autore e sui temi della resurrezione e della redenzione. Di rilevanza duratura è anche la difesa del mondo naturale e la critica di Tolkien a ciò che nelle sue lettere chiamava “la macchina”.

Questa critica emerse nella giovinezza di Tolkien, come egli stesso racconta nella prefazione a Il Signore degli Anelli. Nato in Sudafrica nel 1892, da bambino si trasferì nelle Midlands Occidentali, dove vide la campagna bucolica “distrutta in modo squallido” dall’espansione verso sud di Birmingham. Il suo senso di perdita fu aggravato dalla morte della madre, dopo la quale si trasferì nel tumulto del centro della città per continuare la sua educazione. Nel 1915, dopo aver completato gli studi a Oxford, dove sviluppò il suo amore per le lingue, Tolkien combatté nella Prima guerra mondiale. Prestò servizio nella battaglia della Somme e fu testimone in prima persona della brutalità della guerra moderna meccanizzata. Tornò in Inghilterra, colpito dalla febbre di trincea, con “tutti i suoi amici più cari tranne uno” uccisi. Ripresosi in un letto d’ospedale, riversò i suoi sentimenti nella narrativa. 

La caduta di Gondolin è il resoconto dell’ascesa e della caduta di una città idealizzata in una terra fantastica e pre-moderna. Il suo popolo, che vive in armonia con la natura, viene sconfitto da un esercito meccanizzato, creato dal malvagio Morgoth “dal fuoco e dalla fiamma“. Il trionfo di questa macchina da guerra sulla bellezza naturale è la tragedia originale di Tolkien da cui scaturisce il resto della sua “mitopoiesi”.

Questi temi riemergono ne Il Signore degli Anelli, il capolavoro di Tolkien, che iniziò a scrivere nel 1937. Gli abitanti della Terra di Mezzo – quelli che stanno dalla parte del bene – vivono in armonia con la natura. Gli Hobbit, gli improbabili eroi del libro, vivono nell’idilliaca Contea e hanno la passione per il giardinaggio. Fanno uso di attrezzi, ma non utilizzano macchine più complicate di un mulino ad acqua.

Le forze del male, al contrario, usano macchine per piegare il mondo alla loro volontà. L’Unico Anello, forgiato dal successore di Morgoth, Sauron, è una tecnologia avanzata che gli dà il dominio sugli altri. Il mago corrotto Saruman, invece, ha una “mente di metallo e ruote” e saccheggia l’antica foresta di Fangorn per alimentare la sua macchina da guerra. La sua roccaforte, Isengard, si trasforma in un oscuro mulino satanico [NdT: “Satanic mills”, citazione non a caso di Blake, ne abbiamo già parlato qui]

La distruzione dell’anello e la sconfitta di Sauron sono il trionfo del mondo naturale su quello industriale. La vittoria è precipitata dalla rivolta stessa di Fangorn: gli alberi attaccano e inondano Isengard. Anche allora, è la macchina da guerra di Saruman che gli Hobbit devono sconfiggere nella conclusione del libro. Mentre egli si è appena insediato come dittatore nella Contea, gli Hobbit lo spodestano e iniziano a restaurare la loro idilliaca casa.

Tolkien era sospettoso nei confronti dell’allegoria, ma queste scene sono analoghe ai suoi sentimenti nei confronti della Seconda guerra mondiale, che infuriava mentre lui scriveva. Nella sua sistematizzazione delle uccisioni, aveva lasciato “una sola cosa trionfare: le macchine”. Da convinto conservatore, si orienta invece “sempre più verso l’anarchismo”. [A staunch conservative, he leaned “more and more towards Anarchy”]. Disperando della modernità, si identificava come un hobbit “in tutto e per tutto, tranne che per le dimensioni”, traendo piacere da “giardini, alberi e terreni agricoli non meccanizzati”.

Tolkien avrebbe potuto essere liquidato come un eccentrico di Oxford, ma negli anni Sessanta il suo amore per la natura si inserì in una nuova coscienza ecologica. Per la controcultura, sorta in Inghilterra sulle ali del folk revival, i mondi fantastici di Tolkien offrivano un’alternativa radicale al capitalismo. Personaggi come Donovan e Vashti Bunyan costruirono comunità utopiche, aspirando a una vita da Hobbit. Il festival estivo, che li supera, rimane un tentativo di ritorno alla Contea.

Glow worms show the path we have to tread
Dreamers, we should be asleep in bed
Moving slowly through the springtime air
Holding moments in the depth of care

Vashti Bunyan

A mezzo secolo di distanza, la popolarità di Tolkien non è diminuita. Ma è sicuramente la sua difesa del mondo naturale che è più rilevante per i nostri tempi: un’epoca di ansia per la nostra alienazione dalla natura. La campagna inglese, così amata da Tolkien, è degradata e impoverita. Il cambiamento climatico è un problema così vasto ed esistenziale che può essere comprensibile solo a livello di mito.

Come il suo collega mitografo, Joseph Campbell, Tolkien credeva nel potere del mito di illuminare la “verità eterna” dell’esperienza umana. Lontano dall’evasione letteraria, la creazione di miti di Tolkien è un tentativo di creare nuovi miti per il mondo moderno, in modo da poterlo comprendere meglio. Per Tolkien, uno dei nostri “desideri primordiali” è la “connessione con gli altri esseri viventi”, simboleggiata nella sua opera dal lato del bene. Attraverso il mito, cerca di avvicinarci a questa connessione.

Se fosse vivo oggi, Tolkien non sarebbe sorpreso di quanto siamo caduti in basso.

Cattolico devoto, il mito che ha interiorizzato maggiormente è la storia cristiana della Caduta: la cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden, che ha portato il peccato e la corruzione nel mondo naturale. Per Tolkien, finché cercheremo di imitare Dio attraverso la creazione di macchine, “non solo falliremo”, ma creeremo “un nuovo e orribile male”.

Solo il mito può risvegliarci dalla nostra distruzione della natura e avvicinarci al nostro Creatore.

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Vita comune in Olanda (2)

Alla prima parte

Quando ero in Egitto, un pittore (che mi confidò in segreto, per lui Dio era amore, ma non poteva dirlo in pubblico) mi raccontò di come il profeta Muhammad avrebbe detto,

اطلبوا العلم ولو في الصين

“Cercate la sapienza, fosse pure in Cina”

Ci sono un sacco di cose da dire contro l’Olanda, a partire dai bidoni di caffè e dai panini al formaggio e al prosciutto, che sono l’apice della cucina locale.

I nostri amici di Grenoble ne parlano, a ragione, così:

“Siamo partiti per fare un’inchiesta sul paese dell’artificializzione – esso stesso artificiale – altrimenti detto i Paesi Bassi. Un paese vago e mobile, che arriva fino all’Artois, quasi fin alla Picardie, e lancia i suoi tentacoli nel mondo intero.

Ogni volta che si scava sotto gli Stati Uniti e il Regno Uniti, si esumano le Province Unite: la prima repubblica (borghese) d’Europa, la prima rivoluzione agricola, la prima industria, la “nazione capitalista per eccellenza” (Marx), un impero commerciale e marittimo globale, dalle Americhe all’Africa del sud, dalle Antille all’Indonesia”.

Lo sputo di terra, per la maggior parte sotto il livello del mare, che chiamano giustamente Paesi Bassi è la quindicesima economia del mondo, ed è il secondo esportatore mondiale di prodotti agricoli dopo gli Stati Uniti. E succhiano pure il sangue del continente offrendo un paradiso fiscale alle ditte europee e non.

Per cui hanno sicuramente un sacco di soldi da investire.

Però l’Italia investe nel devastare le proprie montagne per ospitarci le Olimpiadi invernali, mentre l’Olanda investe anche nel promuovere iniziative cittadine.

E lo fa perché questa monarchia è una repubblica da quattro secoli.

Mi spiegano che la maggior parte delle scuole non sono statali.

“Cioè sono private?”

“No, ci sono le scuole private a pagamento, ma sono poche. Le scuole le fanno le famiglie, decidono come farle entro certe regole generali, poi lo Stato paga i costi. Ma qui da noi i vigili del fuoco sono tutti volontari, e anche la polizia è fatta in gran parte di volontari”.

I potenti mezzi dell’asilo nido olandese

Quando lo racconto a un’amica italiana insegnante, lei ricorda,

“sono andata in Olanda per un progetto, e c’era questa scuola elementare stranissima, piena di mamme musulmane velate che facevano le pulizie e lavoravano in cucina!”

Infatti, il comunitarismo olandese non è limitato all’etnia degli autoctoni.

Siamo in periferia di Amsterdam, nell’Indische Buurt: il buurt è l’unità minima, il rione se vogliamo. E la parola indische ci ricorda che, come diceva Malcolm X, the chickens come home to roost.

L’Olanda è un’idrovora che introietta umanità da tutto il mondo, nelle sterminate case operaie delle periferie, con i loro bei mattoni rossi e neri.

Ma anche lì vedi una casa che al marciapiede si presenta così:

Il Meevart è il cuore del buurt.

Un gruppo di residenti del rione (a quanto pare tutti provenienti da famiglie di migranti) ha sollevato ciò che chiamano Uitdaagrecht o “Right to Challenge”, riconosciuto da un gran numero di comuni olandesi: il diritto della comunità locale di proporre un progetto alternativo di utilizzo di un servizio pubblico, e il dovere dell’istituzione pubblica di ascoltare.

E così da undici anni il centro, frequentato da qualcosa come 5000 dei 22.000 residenti del rione, con una settantina di volontari (e due stipendiati, uno per la gestione amministrativa e uno per le pulizie), organizza una quantità impressionante di attività, mantenendosi con l’affitto di alcuni spazi e con fondi del Comune.

Il Meevart ha anche una propria valuta complementare, il Makkie, che si guadagna lavorando come volontario nel centro, e che si può spendere sia nel centro stesso, sia in una rete di 300 negozi rionali.

Ora, la valuta complementare è un elemento importante, perché è l’unico modo per riconoscere l’immensa mole di lavoro reale che fanno le persone per curare i luoghi in cui vivono, e fare in modo che questo lavoro reale venga riconosciuto localmente.

Chiediamo al coreano che cura l’amministrazione e al ragazzo nero con i dreadlock che cura il ristorante come si organizzano.

“Applichiamo la sociocrazia“.

E qui improvvisamente capisco qualcosa dell’Olanda: il pragmatismo utopico.

La sociocrazia non l’ha inventata un poeta o un accademico, l’ha inventata un ingegenere elettrotecnico, ex-militare e proprietario di una fiorente ditta di prodotti elettrotecnici, per far funzionare meglio la sua azienda.

Tutti vengono coinvolti nella gestione, in circoli che si occupano di temi specifici (nel Meevart, può essere il teatro, oppure le attività per i bambini) e che devono sempre arrivare all’unanimità nelle decisioni; poi ogni circolo manda due rappresentanti a un circolo centrale più alto, dove ci deve essere di nuovo unanimità. E dove possono assistere anche i rappresentanti delle istituzioni pubbliche.

Carnivoro olandese

Continua…

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Vita comune in Olanda (1)

Una decina di anni fa, rimasi incastrato nelle vicende di un giardino a Firenze, che con una bachetta magica, abbiamo salvato dall’avidità del privato e dalla camicia di forza del pubblico, per farne una terza cosa – uno spazio curato dalla comunità locale, che se ne occupa nell’interesse generale, ma anche definendone le regole di gestione.

In Italia si tende a dire che si tratta di un “bene comune“, un common in inglese, ma in realtà quello che conta è l’azione, che lo storico Peter Linebaugh ha chiamato commoning.

Il commoning sarebbe una cosa normalissima, ma lo Stato giacobino italiano ha esteso il concetto di monopolio della violenza al monopolio su ogni decisione: come disse una volta un gentiluomo dell’ufficio urbanistica del Comune di Firenze,

“ci avete votati per cinque anni, adesso decidiamo noi”.

Quando abbiamo iniziato, i funzionari italiani avevano un quadro molto chiaro:

  • esiste il Pubblico (in pratica l’insieme dei funzionari e degli eletti) ed esiste il Privato, cioè individui che fanno i propri interessi alla faccia del prossimo.
  • il Pubblico può vendere o affittare o “concedere” alcuni tipi di spazi pubblici ai Privati, a condizioni di non rimetterci: che può anche significare che se un funzionario “concede” l’uso gratuito di uno spazio pubblico a un gruppo di “privati” che vogliono curarlo, vivrà poi nel terrore che la Corte dei Conti scopra che avrebbe dovuto affittarlo invece a Gucci per farci una sfilata di moda.
  • per il resto, il cittadino può sempre attendere le elezioni e votare, fine.

Negli ultimi anni, molto è cambiato in Italia, grazie a Labsus, il laboratorio della sussidiarietà, che opera con gentilezza per far applicare, lentamente e partendo dalle istituzioni locali, le parole dell’articolo 118 della Costituzione:

“Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà.”

Dove i cittadini non sono più “privati” che si fanno gli interessi propri, ma persone che collaborano all'”interesse generale“, quindi hanno gli stessi scopi delle istituzioni.

Tre anni fa, capitammo in Olanda, e scoprimmo un mondo.

Presi dall’entusiasmo, una sera in un ristorante in Transilvania, abbiamo quindi deciso di proporre un progetto europeo sul tema del Commoning, che è stato approvato, con nostra immensa sorpresa.

Il punto fondamentale per noi era questo: andare in giro per l’Europa e vedere in che modo si affrontano gli innumerevoli ostacoli che una comunità si trova davanti, quando cerca di praticare il commoning. E trasformare questo in soluzioni pratiche, sia per le istituzioni che per i commoner.

La settimana scorsa, ci siamo ritrovati in Olanda per studiare dal vivo ciò che fanno.

Digressione: siamo andati in Olanda in aereo, a spese dell'ambiente e del contribuente europeo. 

Sul tema ambiente, solo gli dèi celesti sapranno fare il conto tra il danno certo all'aria e il potenziale beneficio alle comunità.

Sul tema contribuente europeo, come sapete qui non siamo nazionalisti, non abbiamo nulla contro il concetto in astratto di Europa, anche quando non ci piacciono molte delle sue politiche.

Temo però che gran parte dei progetti europei sia fuffa, fatta per riversare una quantità complessivamente notevole di denaro sui precari della generazione Erasmus, che dopo aver viaggiato devono compilare una gran profusione di moduli. E diffido moltissimo dei progetti ambientali europei, ma sarebbe un altro discorso.

Però in questo caso, spero che stiamo riuscendo a costruire davvero qualcosa. Vediamo...

(continua…)

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