“Io sono un campione”: la costruzione di un immaginario maschile

Gli eserciti dei grandi Stati Nazione sono stati costruiti sul modello sacrificale.

Il giovane eroe anonimo  dice addio alla coraggiosa fidanzata, perché sa che il proprio sangue è necessario per salvare tutta la comunità.

Nello spazio tra il dovere e la riluttanza, nel canto nostalgico di Lili Marlene o di Bella Ciao, nasce la condizione dell’eroe europeo.

Oggi, un unico paese conduce guerre in tutto il mondo: gli Stati Uniti.

Non sono però mai stati uno Stato Nazione, nessuno li minaccia e l’ideologia nazionale è notoriamente individualista.

Di conseguenza, i meccanismi che gli Stati Uniti adoperano per reclutare soldati sono molto diversi da quelli che conoscevano i nostri nonni.

Il trucco consiste nel trasformare la realtà dell’obbedienza militare in illusione di totale libertà.

Pensiamo alla campagna, Yo Soy El Army, che mira a reclutare immigrati latinos, particolarmente sensibili in questo momento a causa della crisi economica.

La campagna è organizzata dalla Latino Sports & Entertainment Marketing (LSE), un’azienda di San Diego il cui nome è tutto un programma.

Il fondatore, tale Anthony Eros, si occupa da molti anni di “marketing etnico”, un tema che qui conosciamo bene.

Il signor Eros manda in giro per i quartieri ispanici e davanti agli stadi dei grossi Hummer (sì, quelli della General Motors), debitamente colorati e ben diversi da quelli realmente usati in Iraq, con tanto di sistema sonoro ad alto volume e una batteria di schermi TV, mentre i militari regalano magliette colorate a chi è disposto a farsi arruolare.

Per il mercato nero, invece, i Hummer giravano accompagnati da canestri da basket attaccate direttamente al veicolo.

L’Aeronautica ha superato la LSE, preparando una schiera di enormi “RAPTOR SUV”, con sedili di cuoio, schermi TV al plasma da 42 pollici e altre diavolerie, su cui gli entusiasti adolescenti potevano salire per pregustare il proprio futuro in Afghanistan.[1]

L’esercito si presenta così come una doppia realizzazione per giovani dalle scarse opportunità: tecnologica e psicologica.

Da una parte, la possibilità di accedere finalmente e direttamente al mondo dei videogiochi – che ricordiamo sono in gran parte un sottoprodotto del dispositivo militare – e dei motori.

Dall’altra, la possibilità di diventare un campione, una figura ben diversa da quella dell’eroe: la pura volontà che trionfa sulla materia carnale, producendo una macchina di potenziale fisico da far invidia a culturisti e pugili.

E la possibilità di esercitare liberamente la violenza. Non contro l’Invasore o lo Straniero Incombente, come nelle vecchie fantasie europee, ma contro il nemico astratto, quello che il caso pone davanti a tutta la potenza psicotronica del protagonista della Warrior Song.

Dove non esiste né dovere né riluttanza, esiste la pura volontà imprenditoriale: il soldato cammina sui cadaveri, come il manager cammina sui carboni ardenti, perché volere è potere.

E non esiste una nazione, ma solo una squadra, che potrebbe essere tanto militare quanto sportiva o manageriale.

E’ il mondo descritto in un terribile video della cantante Mari Boine, di cui abbiamo già parlato qui.

E’ evidente, almeno a noi, che la libertà totale così promessa è una finzione: si è liberi di andare molto velocemente nella direzione indicata da altri.

Ma lavora su elementi profondi della psiche umana, in particolare maschile. Che certamente venivano sfruttati anche nel dispositivo dell’Età dell’Acciaio, ma qui vivono da soli, senza essere più ancorati a ideali, patrie, collettività o doveri.[2]

Sarebbe interessante capire come tutto questo si intersechi con un vasto immaginario maschile nuovo, che spazia dalle arti marziali ai corsi per dirigenti d’azienda, dai miti della delinquenza organizzata agli ordini neotemplari.

Tutto comunque spiegato in questo video. Tanto più interessante, perché del tutto artificiale: è opera della Guardia Nazionale della California e promette che chi è interessato ad arruolarsi sarà immediatamente contattato.

Non è quindi un canto attorno al fuoco nato spontaneamente, ma un manifesto costruito intenzionalmente.

Chi sono io?
Io sono un campione
conquisterò ciò che non è stato conquistato
la sconfitta non farà parte del mio credo
crederò in ciò di cui altri hanno dubitato
mi sforzerò sempre per sostenere il prestigio l’onore e il rispetto della mia squadra
ho addestrato la mia mente e il mio corpo seguirà

Chi sono io?
Io sono un campione
Riconosco che i miei avversari non si aspettano che io vinca
ma io non mi arrenderò mai la debolezza non si troverà nel mio cuore
guarderò ai miei camerati e a coloro che mi hanno portato in questo mondo e a coloro che mi hanno addestrato
e trarrò la mia forza da loro

Chi sono io?
Io sono un campione

Partirò volentieri per il campo di battaglia
e mi muoverò e mi darò da fare e farò tutto ciò che posso
e raggiungerò il mio campo di battaglia con qualunque mezzo a disposizione

E quando ci arriverò ci arriverò con violenza
strapperò il cuore dal mio nemico e lo getterò sanguinante a terra
perché lui non mi può fermare

Chi sono io?
Io sono un campione

Al mio fianco ho dei camerati
camerati che assieme a me ne hanno visti di tutti i colori
attraverso il sacrificio, il sangue, il sudore, le lacrime

Non li lascerò mai cadere
non li abbandonerò mai e non mi lascerò dietro un nemico
perché il nostro avversario non conosce il mio cuore

Chi sono io?
Io sono un campione

Nessuno mi negherà
nessuno mi definirà
e nessuno mi dirà che e cosa sono e posso essere
il credere [3] cambierà il mio mondo
ha mosso i continenti ha mosso i paesi e ha messo l’uomo sulla Luna
e mi porterà attraverso questa battaglia

Chi sono io?
Io sono un campione

La sconfitta, la ritirata, non fanno parte del mio vocabolario
non capisco quei termini
non capisco quando le cose si mettono male
non capisco gli errori, ma capisco questo
capisco la vittoria e capisco il non arrendersi mai
per quanto le cose possano mettersi male
il mio cuore e la mia mente porteranno il mio corpo quando le mie gambe saranno troppo deboli

Chi sono io?
Io sono un campione

Oggi sarà quel giorno
non domani, non la prossima settimana, ma subito  e qui
nella tua casa

Chi sono io?
Io sono un campione

La storia si ricorderà di me.

Nota:

[1] Nick Turse, The Complex. How the Military Invades Our Daily Lives, pp. 142 ss.

[2] Il reclutamente femminile richiede meno fantasia: quello militare è quasi l’unico posto fisso garantito, con tanto di assistenza medica, nell’intero sistema economico statunitense; e offre un ambiente di lavoro meno concorrenziale – e per questo paradossalmente meno aggressivo – di tanti altri.

[3] Traduciamo così la parola chiave “belief”, che non riguarda alcuna fede religiosa, ma la pura potenza mentale.
,

Print Friendly
This entry was posted in mundus imaginalis, riflessioni sul dominio, società dello spettacolo, USA and tagged , , , , , , , , , , , , , , , , . Bookmark the permalink.

34 Responses to “Io sono un campione”: la costruzione di un immaginario maschile

  1. PinoMamet says:

    Noto che da un po’ di tempo negli USA la tendenza della “retorica per le masse” è quella di chiamare i militari “warriors”.
    Ho sempre pensato che fosse un trucco retorico di basso livello per galvanizzare gli arruolandi, ma devo ricredermi sull’accuratezza tecnica del termine: almeno a livello psicologico, almeno certi reparti, spingono in effetti per creare una figura nettamente diversa dal vecchio “soldier”.

    Il “soldato” riceve sì il soldo; ma di fatto la parola “soldato”, nelle lingue che la prevedono che sono poi le lingue europee, fa pensare al giovane o meno giovane coscritto che parte per la guerra di malavoglia, e che, lasciato a sè stesso, familiarizzerebbe volentieri col coscritto con “la divisa di un altro colore”, o si trasformerebbe anche nel “déserteur” di due note canzoni.

    Invece per il “guerriero” la guerra dovrebbe essere quasi una missione o uno stile di vita.
    A proposito di arti marziali:
    il corpo dei Marines statunitense ha elaborato da qualche anno un suo sistema di autodifesa-arte marziale.
    Fino a qui niente di strano; lo strano è che ha adottato un sistema di “cinture colorate” che sono veri e propri gradi paralleli a quelli militari, e che vengono davvero indossate sull’uniforme da combattimento (ovviamente non hanno colori troppo vistosi) in modo che si sappia subito il livello di “guerrierità” del marines che si ha di fronte…

  2. Kattivik says:

    Dritti in bocca alla droga, alla violenza, alla depressione ed al suicidio, i più fortunati eliminati dalla gloriosa “Partisanka”, speriamo che ci caschino in pochi.
    Chi escogita questi mezzi dovrebbe essere processato per crimini contro l’umanità.
    Kattivik

  3. Tortuga says:

    Come al solito un gran bel lavoro anche questo scritto, occasione per conoscere ancora un altro vecchio post, altrettanto agghiacciante, sul “marketing etnico”.

    I miei occhi già vedono il mondo sotto la prospettiva dell’uomo-cannibale o dell’uomo-vampiro … sicché mi intristisco sempre di più.

  4. PinoMamet says:

    Guardicchiato adesso il videoclip.
    La musica celticheggiante e in effetti trascinante di violino è presa dalla colonna sonora dell’Ultimo dei Mohicani, quello con Daniel Day Lewis, dove stava sotto la scena di scontro finale tra indiani buoni e indiani cattivi.

  5. Nella foto non vedo neanche un albero, contro tanti vegetali.
    Segno che non c’è bisogno del Medioriente per sperimentare il deserto.

  6. Ritvan says:

    —Oggi, un unico paese conduce guerre in tutto il mondo: gli Stati Uniti. Miguel Martinez—
    Ehmmmm…dal sito PeaceReporter, non esattamente un fan dei Biekissimi Gringos:-)
    http://it.peacereporter.net/conflitti/9/1

    “Nel mondo (nel 2011-ndr.) sono in corso 31 conflitti:
    MEDIO ORIENTE
    1. Iraq 140.000 morti dal 2003 (+4.000)
    2. Israele-Palestina 7.100 morti dal 2000 (+100)
    3. Turchia (Kurdistan) 45.000 morti dal 1984
    4. Yemen (Sciiti) 16.000 morti dal 2004
    5. Yemen (Tribali) 300 morti dal 2010
    6. Yemen (Secessionisti) 200 dal 2009

    ASIA
    7. Afghanistan 61.000 morti dal 2001 (+10.000)
    8. Pakistan (Pashtunistan) 31.000 dal 2004 (+5.000)
    9. Pakistan (Balucistan) 1.800 morti dal 2004 (+350)
    10. India (Kashmir) 68.000 morti dal 1989 (+400)
    11. India (Assam) 52.000 morti dal 1979 (+300)
    12. India (Naxaliti) 13.000 morti dal 1980 (+1.200)
    13. Birmania (Karen) 30.000 morti dal 1988
    14. Thailandia-Cambogia 20 morti dal 2008
    15. Thailandia (Pattani) 4.200 morti dal 2004 (+700)
    16. Filippine (Npa) 41.000 morti dal 1969 (+350)
    17. Filippine (Mindanao) 71.000 morti dal 1984
    18. Coree 200 morti dal 1953 (+50)

    AFRICA
    19. Somalia 10.500 morti dal 2006 (+3.000)
    20. Etiopia (Ogaden) 4.000 morti dal 1994
    21. R.D.Congo (Kivu) 6.000 morti dal 2004
    22. Uganda 100.000 morti dal 1987
    23. Sudan (Darfur) 300.000 morti dal 2003
    24. Sudan (Sud) 400 morti dal 2011
    25. Rep.Centrafricana 2.000 morti dal 2003
    26. Ciad 2.000 morti dal 2005
    27. Nigeria (Delta) 15.000 morti dal 1994
    28. Algeria 200.000 morti dal 1992

    EUROPA
    29. Russia (Nord Caucaso) 50 mila morti dal 1999 (+1.000)

    AMERICA LATINA
    30. Colombia 300.250 morti dal 1964
    31. Messico (Narcos) 32.000 morti dal 2006 (+12.500) ”

    Miguel, dici che anche p.es. in Cecenia o in Etiopia ci sia lo zampino del biekissimo Zio Sam?:-):-)

    • Peucezio says:

      Ritvan, stai sostenendo che ognuno dei paesi che hai elencato (o della maggior parte di essi), conduce guerre in tutto il mondo?

      • Ritvan says:

        —-Ritvan, stai sostenendo che ognuno dei paesi che hai elencato (o della maggior parte di essi), conduce guerre in tutto il mondo? Peucezio—-
        No, ti copincollo la risposta che ho dato IERI alla stessa obiezione di Miguel e che tu evidentemente non hai visto:
        1. E’ vero che gli USA conducono guerre “in tutto il mondo”.
        2. Però – come dimostrano i dati che ho incollato – la stragrande maggioranza delle sullodate “guerre in tutto il mondo” non è condotta dagli USA…(…)….
        3. NON E’ VERO che gli USA siano “l’unico paese (che) conduce guerre in tutto il mondo”: Francia (in Libia, ti dice qualcosa?), GB e perfino l’Italia – che, però parla pudicamente di “operazioni di pace”:-) – partecipano anch’esse.

  7. Per Ritvan

    Ah, ecco, non sapevo che i Naxaliti conducessero guerre in tutto il mondo.

    Nemmeno uno dei conflitti citati è una guerra tra eserciti, anche se in alcuni conflitti ci sono eserciti da una parte (come in Messico o in Cecenia).

    Qui si parlava di eserciti e della retorica del loro arruolamento.

    Poi i tuoi amici di Peacereporter sottostimano i morti in Messico, e temo che i morti negli altri conflitti siano incalcolabili.

    • Ritvan says:

      —Per Ritvan. Ah, ecco, non sapevo che i Naxaliti conducessero guerre in tutto il mondo. Miguel Martinez—
      Bella battutina, complimenti!:-). Allora te lo spiego a fumetti:-):
      1. E’ vero che gli USA conducono guerre “in tutto il mondo”.
      2. Però – come dimostrano i dati che ho incollato – la stragrande maggioranza delle sullodate “guerre in tutto il mondo” non è condotta dagli USA…oppure, per ritornare alla tua sullodata carinissima:-) battutina, anche dietro i Naxaliti ci sarebbe lo zampino dei biekissimi USA?:-)
      3. NON E’ VERO che gli USA siano “l’unico paese (che) conduce guerre in tutto il mondo”: Francia (in Libia, ti dice qualcosa?), GB e perfino l’Italia – che, però parla pudicamente di “operazioni di pace”:-) – partecipano anch’esse.

      —Nemmeno uno dei conflitti citati è una guerra tra eserciti, —
      Ah, non sapevo che il “gioco” per “guerra” intendesse SOLO quella fra eserciti…allora dici che i Tuoi Cari Resistenti (afghani, irakeni e quant’altro) non sono altro che dei volgarissimi BANDITEN?:-)

      —anche se in alcuni conflitti ci sono eserciti da una parte (come in Messico o in Cecenia).—
      Ma com’è umaaaaano lei!:-)

      —Qui si parlava di eserciti e della retorica del loro arruolamento.—
      No, “qui” – ovvero nella tua frase da me citata – si parlava di GUERRE NEL MONDO. Però, visto che il Padrone Di Casa:-) qui sei tu, puoi tranquillamente “incriminarmi” di OT, giudicarmi e poi condannarmi alla pena che ti piacerà:-)

      —-Poi i tuoi amici di Peacereporter—
      Non sono “miei”: se il “criterio d’amicizia” è l’usanofobia credo che siano piuttosto “amici tuoi”….

      — sottostimano i morti in Messico,—
      Non intendevo inoltrarmi in contabilità macabra. Ho copiato così com’era scritto e solo per evidenziare l’esistenza di tantissimi conflitti nel mondo in cui gli USA non c’entrano. Dici che avrei dovuto cancellare, come superflue, le cifre dei morti? Si poteva fare, ma sai, io sono piuttosto pigro…:-)

      — e temo che i morti negli altri conflitti siano incalcolabili.—
      Sissì, soprattutto quelli in Iraq, secondo i Pregevoli Conti Altamente Scientifici:-) di medici saddamiti che vanno di casa in casa a chiedere “quanti cuggini ti hanno ammazzato gli amerikani?”:-)…a proposito che fine ha fatto lo stratosferico conto una volta in bella mostra su questo blog?

      • Francesco says:

        che fine ha fatto lo stratosferico conto una volta in bella mostra su questo blog?

        rispondo da viceMiguel non autorizzato: quando la stima ha superato la popolazione di tutto il Medio Oriente, è stato eliminato con discrezione ….

        :(

        • Ritvan says:

          @ Francesco
          :-) :-) :-)

          P.S. Come seconda ipotesi: magari i Cari Resistenti Irakeni hanno smesso di pagare per lo spazio “pubblicitario” sul blog, cribbio!:-)

  8. Per Kattivik

    “Dritti in bocca alla droga, alla violenza, alla depressione ed al suicidio”

    L’esercito statunitense non è un pessimo posto di lavoro, se non capiti in prima linea in Afghanistan o in Iraq.

    Finché c’è guerra, c’è lavoro, e ci sarà guerra finché esisterà il complesso militare industriale, quindi si tratta di uno dei lavori più sicuri negli Stati Uniti.

    L’ambiente è certo meno violento di quello in cui sono cresciuti tanti soldati; le famiglie vivono con loro, e possono contare su una casa, magari per un anno in Germania e per un anno in Italia, ma poco importa: vivono in un mondo molto igienico e sigillato a ogni influenza esterna, con scuole, ospedali e quant’altro.

    Poi c’è un incredibile, demenziale spreco di materiali, che permette a tanti di arrotondare dedicandosi a ogni forma di contrabbando con gli indigeni, dalle sigarette ai puntatori laser. E con la soddisfazione morale di non fare nulla di male.

    I dimenticati bianchi poveri, i neri, gli indiani d’America, gli ispanici nell’esercito non trovano la realizzazione come “campioni”, ma certamente vivono una vita più dignitosa di quella che capiterebbe loro nella vita “normale”.

    Ci sarà una certa concorrenza per la promozione, ma nulla di paragonabile al massacro che avviene nelle ditte “normali”.

    • PinoMamet says:

      Angolo dell’immaginario:
      sempre per la teoria italicamente italiota che “tutto il mondo è paese”, e “sotto sotto siamo tutti uguali”…

      l’industria cinematografica USA, che va d’amore e d’accordo con quella militare connazionale, ha fatto balenare perlomeno dagli anni Cinquanta l’idea di Esercito e Marina non solo come “matrice di eroi”, ma anche, visto che non tutti abbiamo la stoffa dell’eroe o l’aspirazione del campione, come habitat ragionevole e simpatico di fancazzisti/piccoli truffatori/lavativi…

      http://www.youtube.com/watch?v=A9WmyApnev4

  9. nic says:

    Noi Siamo i Campioni:

    Ho saldato il mio debito ripetutamente,
    ho scontato la mia pena,
    ma non ho commesso alcun crimine
    e di grossi errori ne ho commessi pochi.
    Ho avuto la mia manciata di sabbia
    tirata in faccia ma ce l’ho fatta.
    Noi siamo i campioni amici miei
    e continueremo a combattere fino alla fine,
    noi siamo i campioni noi siamo i campioni
    e non c’è tempo per i perdenti
    perché noi siamo i campioni del mondo.
    Sono stato molto applaudito
    mi avete chiamato più volte alla ribalta.
    Mi avete portato fama e fortuna
    con tutto quanto ne consegue,
    vi ringrazio tutti, ma non è stato tutto rose e fiori,
    non è stato un viaggio di piacere.
    Lo considero una sfida
    di fronte all’intera razza umana e non la perderò
    ho bisogno di andare avanti, e avanti, e avanti
    Noi siamo i campioni amici miei
    e continueremo a combattere fino alla fine,
    noi siamo i campioni noi siamo i campioni
    e non c’è tempo per i perdenti
    perché noi siamo i campioni del mondo.

    Sorprendenti le affinità tra l’inno dei rudi guerrieri maschioni californiani (Grrr….) e quello delle reginette baffute del pop britannico, no?

    E l’hummer tuneato con il tipo con il cappellino che per giunta si fa chiamare Anthony EROS!!! La Guardia Nazionale della California, di San Francisco, sicuro….

    Miguel suvvia siamo seri, più che di “immaginario maschile nuovo”, peno che si tratti semplicemente di un grave e vecchio problema di omosessualità repressa. :-)

    “Somos Locas, somos rosas, somos todas mariposas”

    • PinoMamet says:

      Interessante (e poi non pensavo di essere così avanzato! :D so’ soddisfazioni)

      un pezzo dell’addestramento c’è quasi uguale nel film (comico) Men in Black, il primo…
      chissà chi ha ispirato chi!

  10. Z. says:

    Miguel,

    dici che, “come sappiamo”, i videogiochi sono in gran parte un sottoprodotto del dispositivo militare…

    Forse gli altri lo sanno, ma io decisamente no! Che intendi esattamente?

    Z.

    • Francesco says:

      mi associo alla domanda

      voglio dire, credevo che Pacman fosse innocente!

      anche se il mio videogame preferito è Red Storm Raising, tratta dal libro di Tom Clancy e in cui comando un sottomarino d’attacco usano

  11. Guido says:

    Giustamente l’articolo evidenzia come il soldato dell’epoca cibernetica non sia paragonabile al militare dell’era degli stati-nazione e dell’acciaio; la cosa è ancor più vera in un ambito che non ha conosciuto le vicissitudini europee e che si è da sempre connotato quale manifestazione dell’ideologia darwinian-liberista. Come tanti film western ci insegnano, nell’immaginario yankee prevale l’individuo che si fa strada con la sua sola forza tra le insidie della natura (ostile come può esserlo il deserto o la foresta selvaggia, popolati da fiere selvatiche e indiani assassini), in competizione con altri individui mossi dal medesimo fine. Tra questi individui può vigere solamente il legame familistico su base contingente e locale, mitigato da “valori” veicolati da una religiosità vetero-testamentaria il cui comandamento principale è dato dalla legge del taglione.
    Sto semplificando molto, ovviamente.

    Se volessimo tratteggiare maggiormente la psicologia del moderno soldato isolerei alcune frasi significative del messaggio-manifesto:

    “ho addestrato la mia mente e il mio corpo seguirà”
    “io non mi arrenderò mai la debolezza non si troverà nel mio cuore”
    “raggiungerò il mio campo di battaglia con qualunque mezzo a disposizione
    E quando ci arriverò ci arriverò con violenza
    strapperò il cuore dal mio nemico e lo getterò sanguinante a terra
    perché lui non mi può fermare”
    “La sconfitta, la ritirata, non fanno parte del mio vocabolario
    non capisco quei termini
    non capisco quando le cose si mettono male
    non capisco gli errori, ma capisco questo
    capisco la vittoria e capisco il non arrendersi mai
    per quanto le cose possano mettersi male
    il mio cuore e la mia mente porteranno il mio corpo quando le mie gambe saranno troppo deboli”

    Chi parla non è umano, o almeno aspira a non esserlo. Il messaggio rende esplicito il compiacimento nichilista di chi ha compiuto un enorme passo avanti nel farsi macchina spietata, governata da cibernetici automatismi.
    La macchina, non potendo avere debolezze umane, non può riservare ai nemici degli USA altro trattamento che non sia quello di “annichilirli”.
    Quando si parla di cuore e mente si allude all’hardware di un cyborg: se il corpo e le gambe dovessero rivelarsi deboli si ricorrerà a nuovi modelli di supporti maggiormente performativi.

    “La storia si ricorderà di me.”
    Se esisterà ancora qualcuno in grado di ricordare, ciò verrà fatto per aggiornare un archivio storico delle imprese criminali che un popolo di illusi, obnubilati dal proprio indiscutibile stile di vita, ha potuto perpetrare solo in virtù di una brutale superiorità militare.

    Sull’omosessualità repressa nell’immaginario machista ci sarebbero tante interessanti considerazioni da fare. Nell’immaginario che rinchiude la donna in presunte qualità “naturali” “femminili”, il mondo “vero” è quello fuori dal focolare domestico e porta i pantaloni. E una società di maschi non può fare altro che covare forti e inconfessate pulsioni omosessuali.
    Ma queste considerazioni potrebbero risultare fuorvianti se parliamo di macchine. Per questo preferirei concentrarmi sul fascino che esercita il divenire-macchina, i cui illustri antecedenti potremmo far risalire a una certa sfumatura dell’illuminismo ben descritta nelle opere di De Sade.

    • nic says:

      “Chi parla non è umano, o almeno aspira a non esserlo”.
      Chi parla è umanissimo: è un’adolescente checca frustrata con forti pulsioni sadomasochiste.

  12. Francesco says:

    1) puoi approfondire quale è la “cultura” o “tradizione” di cui sono portatori i ceti che si arruolano negli USA? il sistema attuale dura fin dalla fine della guerra del Vietnam e quindi è stato digerito ed elaborato

    2) rallenterei sull’individualismo, il motto dei Marines è “non lasciare nessuno indietro” (fonte: NCIS). Mi pare che le forze armate si propongano come “community” a cui aderire

    ciao

    PS a quando qualche post sul Medio Oriente? mica è affondato come Atlantide!

  13. Per Z

    “dici che, “come sappiamo”, i videogiochi sono in gran parte un sottoprodotto del dispositivo militare…

    Forse gli altri lo sanno, ma io decisamente no! Che intendi esattamente?”

    tempo tiranno… uno dei centomila temi cui vorrei dedicare un post, nel libro che cito nel post, The Complex, c’è un capitolo proprio sul tema: non essendo io un amante dei videogiochi, pensavo che fossero conoscenze di dominio comune.

  14. Per Francesco

    “puoi approfondire quale è la “cultura” o “tradizione” di cui sono portatori i ceti che si arruolano negli USA?”

    Sono sostanzialmente tre – i redneck, ancora oggi in solida maggioranza nell’esercito; i neri (che però sono meno militarizzati di quanto si penserebbe), gli ispanici. Forse i più militarizzati di tutti sono i nativi americani, ma non sono tanto numerosi.

    • Francesco says:

      scusa, ho sbagliato a porre la domanda

      sono interessato a capire quale posto ha la vita militare nella cultura di questi gruppi, visto che è un elemento importante della vita materiale

      grazie

  15. Per Francesco

    “Mi pare che le forze armate si propongano come “community” a cui aderire”

    Certamente. Ma non sono un’estensione della “community” nazionale: non sono un “popolo in armi” – paradossalmente, lo sono di più i civili.

    • Francesco says:

      so che non ami guardare la TV ma sta andando in onda un telefilm che pone questo problema

      si chiama “the last resort” e ha per protagonista il comandante di un sottomarino lanciamissili nucleari. quando riceve l’ordine di bombardare il Pakistan, invece di obbedire subito chiede conferma e in cambio subisce un attacco da un altro sottomarino USA

      allora scappa e si impossessa di un’isoletta terzomondiale

      il punto del telefilm è “chi è il traditore?” e quale è la comunità di riferimento (anzi, quale tra l’equipaggio del sottomarino e il governo ha tradito la Costituzione)

      ciao

  16. Per Guido

    ” Il messaggio rende esplicito il compiacimento nichilista di chi ha compiuto un enorme passo avanti nel farsi macchina spietata, governata da cibernetici automatismi.”

    Esatto. Forse sta qui il segreto di questo tipo particolare di scuola maschile, che si mostra in parallelo con quella della Jeune-Fille.

    Ti consiglio di guardare il video di Mari Boine che segnalo nel post, se non lo hai già fatto.

  17. Per Francesco

    “sono interessato a capire quale posto ha la vita militare nella cultura di questi gruppi, visto che è un elemento importante della vita materiale”

    Bella domanda… a intuito, e magari sbagliando tutto:

    1) tanto, per i redneck

    2) una questione conflittuale per i neri

    3) la possibilità di campare per gli ispanici

    4) tanto, per i nativi americani

  18. Z. says:

    Miguel,

    io invece sono, e da sempre, un grosso amante di videogiochi (anche nel senso della stazza).

    Tuttavia non ho mai letto una simile teoria, neppure da parte di chi si è occupato in lungo e in largo dell’argomento – come Pedercini di Molleindustria, per capirsi. Non sono certo che si tratti di conoscenze così diffuse, insomma, anche perché credo che per molti italiani i videogiochi siano semplicemente “quelle brutte diavolerie americane che fanno diventare agitati i bambini”.

    Così ho provato a cercare qualcosa sul libro che hai citato, sperando di trovare qualcosa al riguardo, ma sul capitolo dedicato all’argomento in questione tutti i siti web che ho trovato se la cavano con meno di una riga.

    Se e quando avrai tempo e voglia, facci sapere!

    Z.

    PS: Temo non c’entri molto, ma parlando di esercito e videogames mi è venuta subito in mente quella tizia che anni fa mi disse che a suo figlio aveva proibito i videogiochi perché istigano alla violenza. Era una buona signora, o quanto meno con me è sempre stata gentile. Forse per questo non si offese (troppo) neanche in quell’occasione, quando le chiesi se secondo lei c’era un nesso col fatto che io ero obiettore di coscienza e suo figlio militare di carriera.

    • Z. says:

      …no, non era lei ad averglieli proibiti. Era a lui che non piacevano, con gran sollievo dei genitori. Giusto per dare a Cesare quel che è di Cesare :D

  19. daouda says:

    Dovresti leggerti questo libro di monsignor Francesco Spadafora : “Collettivismo ed individualismo nell’antico testamento” , così , giusto per farla finita con questa illusoria contrapposizione.

  20. izzaldin says:

    appena eletto, Obama ha ringraziato il suo vice Joe Biden definendolo “happy warrior”…
    saluti,
    izzaldin

    • Francesco says:

      dargli del “caro imbecille” pareva brutto :)

      da filo-Rep, punto molto sulle prossime elezioni, quando i Dem non avranno un candidato :D

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>