Zingari, campi e resilienza

Ascoltando il dibattito sulla minaccia di Salvini di mettere ordine nel misterioso mondo dei “campi Rom”, a parte qualche risata sulla sua presunzione, mi sono venute in mente alcune riflessioni.

Definiamo i termini: a me la parola rom, come viene usata non piace. Significa semplicemente, “maschio sposato”, non esistendo – giustamente – alcun termine per definire l’insieme di quei “maschi sposati”, delle loro mogli e figlioli, i cui avi venivano dalla lontana India (cosa di cui loro non hanno ovviamente coscienza, se non in qualche caso di “tradizione inventata”).

Dire “Rom” dà la falsa idea che esista un “popolo Rom”, una “nazione Rom” magari, secondo la fatale scia dei nazionalismi ottocenteschi.

Si dice Rom per non dire Zingaro, che sarebbe offensivo, perché indica un antipatico lavativo probabilmente ladro.

Ma se proprio Salvini usa il termine Rom, vuol dire che anche quel termine ormai significa antipatico lavativo probabilmente ladro, per cui tanto vale usare la parola zingaro, che almeno ha un tocco di romantico.

Ora, precisiamo che quando dico zingaro, non intendo chiunque abbia un lontano avo che era un fuoricasta del nordest  indiano verso l’anno Mille: nella scuola elementare del quartiere, nessuno tranne me e qualche romeno si rende conto che la bravissima bambina romena dalla pelle scura, e la sua mamma che fa la donna delle pulizie (cui le famiglie affidano le chiavi di casa senza esitare) è una zingara.

Qui per zingari intendo soltanto quelli che abitano nei Campi e nei Paracampi. Dove per paracampi, intendo quelle case popolari in cui gli abitanti “zingari” ricostruiscono in brevissimo tempo più o meno la stessa struttura sociale.

Mentre per “italiani” intendo tutto il dispositivo culturale/legale/valoriale che possiamo associare alla “legalità”, al “progresso”, ai “diritti”, ecc. ecc.

Ora, definiti in questo modo capriccioso e impreciso i termini, guardiamo la cosa per la prima volta dal punto di vista degli zingari, e non solo da quello degli italiani:

Per gli zingari, vivere da italiani sarebbe suicida.

Ogni giorno, gli zingari vedono come sarebbero ridotti, se vivessero da italiani.

Basta infatti guardare i clochard.

I clochard non hanno affetti, non hanno sostegno, hanno solo l’alcol e crepano presto.

Gli zingari stanno incomparabilmente meglio, perché hanno una rete di rapporti tessuti attraverso i matrimoni, con una gerarchia del Padre Padrone e della Matriarca, che si regge sulla possibilità di disporre a suon di risate e di botte, di figlie e nuore, per mendicare, andare in sposa, allevare bambini, pulire tappeti e dedicarsi ad altri compiti utili, finché non diventeranno anche loro matriarche.

Mendicare permette di interagire in maniera complessa con il mondo esterno: da una parte prendendone risorse, dall’altra creando comunque un muro. La zingara che ti chiede soldi suscita reazioni molto complesse, perché sai che sta abusando del tuo senso di pietà, allo stesso tempo sai che ti fa sentire in colpa.

Questo muro viene rafforzato anche dalla scelta a prima vista sorprendente di abbigliarsi in maniera clamorosamente riconoscibile, come ha sottolineato Ugo Bardi anni fa, in un post che non riesco più a ritrovare.

In fondo erano riconoscibili anche i mestieri che offrivano qualche forma di scambio (calderai, venditori di cavalli, leggere la fortuna, fare musica, fare gli orsari).

Mendicare permette di ridistribuire risorse e fatica in modo ragionevole. Mentre lavorare – in senso “italiano” – significa che uno su venti che dovesse trovare lavoro, dovrebbe mantenere venti parenti. Per cui non è che si sia terribilmente tentati, almeno finché la Famiglia veglia: poi ne conosco, di zingari che hanno mollato per strada moglie e figli per andare a fare l’operaio e godersi la pazza vita da VIP di Individui Liberati e Moderni, facendosi post su Facebook, per ostentare l’ebbrezza di essere stati assunti in qualche fabbrica.

E’ fondamentale poi un sottofondo di ostilità esterna, che permette di rafforzare la solidarietà interna. Mai ideologica o nazionalista, semplicemente la certezza che il poliziotto o l’assistente sociale sono persone pericolose, che per pura cattiveria ti possono fare del male, e quindi è meglio fidarsi delle persone che si conoscono.

A questo punto subentra un altro meccanismo eccezionale: quello che erroneamente chiamiamo “nomadismo“, ma non ha nulla a che fare con il nomadismo delle steppe o dei deserti.

Quando gli zingari iniziano a pesare un po’ troppo, tolgono il disturbo. Che tra l’altro è il modo migliore per evitare rancori e violenza, a cui si affianca il brillante rifiuto del passato, l’idea che i parenti morti – invece di essere avi da divinizzare – siano vampiri.

Ecco che è naturale anche sfuggire a tutto il dispositivo di schedatura che caratterizza la modernità.

La prima volta che ho sentito degli zingari abruzzesi parlare nella loro lingua, sono rimasto folgorato: senza scrivere nulla, rifiutando ogni tentazione di “storia”, con un bell’accento da terroni, parlavano una lingua il cui parente più vicino è l’Urdu.

E la lingua, totalmente orale, non è solo un veicolo di segretezza, è anche l’elemento fondante della maniera in cui si immagina il mondo: almeno fino all’arrivo di Facebook, nulla minaccia di più di scioglierla, della scuola. E quindi non sorprende che per molti, la scuola sia più fonte di preoccupazione che di speranza.

Ponendoci per un momento fuori dai giudizi, ci sarà pure un motivo per cui un sistema sociale di questo tipo resiste da mille anni fuori dall’India (e magari da millenni nella stessa India), permettendo a chi altrimenti sarebbe già morto da secoli di prosperare e diffondersi ovunque.

Un sistema che non ha bisogno di libri, di bandiere, di religioni, di re, di costituzioni, di parlamenti, di magistrati, di conti, di banche…

… e che è sopravvissuto a tutti i libri, le bandiere, le religioni, i re, le costituzioni, i parlamenti, i magistrati, i conti e le banche.

Esiste vita al di fuori del vostro mondo.

 

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157 risposte a Zingari, campi e resilienza

  1. Francesco scrive:

    Sì ma fa abbastanza schifo da non farmi dormire la notte (e chissenefrega diranno tutti).

    E non campa di sola mendicità ma anche di attività illegali ancora più fastidiose. E rischiose.

    Stavo pensando a te l’altro giorno, sul serio, che per un genitore gagè ridotto a vivere come gli zingari, che vengano gli assistenti sociali a salvare i figli portandoli via sarebbe una preghiera, non un incubo.

    Anche le termiti campano felici da svariati millenni ma non vorrei fare quella vita.

    Ciao

    F un pò stranito

    • Miguel Martinez scrive:

      Per Francesco

      “che per un genitore gagè ridotto a vivere come gli zingari, che vengano gli assistenti sociali a salvare i figli portandoli via sarebbe una preghiera, non un incubo.”

      Certo, perché un genitore gagiò ridotto a vivere come gli zingari, sicuramente NON ha una famiglia, uno zingaro sì. E’ questa la radicale differenza.

      • Francesco scrive:

        Veramente una delle prime cose da cui salvare i figli sarebbe quella famiglia!

        Anche se non essendo zingaro non potrei avere una famiglia zingara, naturalmente. Ma diciamo che non credo neppure gli zingari se la meritino, una cosa come quella che hai descritto tu.

        Ah, “gente meravigliosa, folle, intensa, malvagia, tenera, assassina,” temo che questa parte ai miei occhi valga zero. E dopo aver fatto il massimo sforzo per crederti. E’ forse che io sono rovinato troppo dentro dalla borghesitudine e vedo iniziare l’umano dove quella gente finisce.

        Ciao

        F sempre più stranito

        • PinoMamet scrive:

          Va bene che non tutti i gusti sono al limone, però, Francè, se ci fai caso, l’opposto di meravigliosa, folle, intensa, malvagia, tenera, assassina, è:
          schifosa, assennata, sciapa, dura, benevola, vittima di assassinio.

          Insomma, da una parte Caino, dall’altra Abele.

          Io ovviamente sto con Caino! come tutte le persone di buon gusto 😉

          • Francesco scrive:

            io invece sto dalla parte di Abele, figura del Cristo eccetera eccetera

            e pure innocente, che è sempre meglio

            ciao

        • roberto scrive:

          deo dire che Miguel racconta a volte delle storie di famiglia zingara così terribili che mi viene da dar ragione a francesco

          • Miguel Martinez scrive:

            Per roberto

            “deo dire che Miguel racconta a volte delle storie di famiglia zingara così terribili che mi viene da dar ragione a francesco”

            Ciò che rende significativi gli zingari per noi, è che ci pongono in maniera tangibile e diretta davanti a quanto sappiamo accettare concretamente la diversità, senza arroganza e senza pretesa di disporne o di giudicare.

            Non è sempre facile nemmeno per me, ovviamente. Ma siccome gli zingari non hanno un “paese dove io li manderei a fare gli zingari!”, devono farlo qui. E questo ci pone molti importanti interrogativi.

            Tra l’altro su questo, i Moi sfondano porte aperte.

            Semplificando:

            – gli zingari vendono le figlie quattordicenni in matrimonio, se non lo facessero, il loro intero sistema di vita crollerebbe e non ci sarebbero più zingari (altro che “rischio schedatura”, sarebbe il genocidio). Questo è un semplice dato, antropologico, di fatto (ripeto, semplifico per far capire il ragionamento, i casi singoli sono spesso più complessi).

            – a te progressista buonista di sinistra (come direbbe Moi) va bene una cosa del genere?

            A questo punto, il “progressista buonista di sinistra” deve scegliere.

            1) Può accettare i fatti, e qui si aprono due scelte:

            1a) mettersi d’accordo con Moi/Salvini per chiedere che gli assistenti sociali rubino i bambini zingari e facciano loro il lavaggio del cervello e che non esistano più zingari;

            1b) dire, è la vita, esiste la diversità, ci sarà pure un motivo, il mondo è bello perché è vario, io non sono padrone della verità, voi vendete le figlie e noi buttiamo le bombe e distruggiamo i mari, a lungo andare vedremo chi ha fatto più danni

            2) negare la realtà e dire al Moi di turno, “schifoso razzista che insulti gli zingari dicendo che vendono le figlie quattordicenni! Vergogna!”

            La seconda scelta è molto più facile, ma onestamente concede regolarmente la vittoria ai Moi.

            Che magari i fatti li esagerano, non si rendono conto di tutti i fattori coinvolti, vogliono solo segnare punti contro la sinistra. non gliene frega niente della quattordicenne zingara… ma in sostanza hanno ragione.

            • Francesco scrive:

              beh, beh, beh

              facciamo un pò di democristiani … proviamo con piccole modifiche NELLA cultura zingara

              iniziamo a sposare le figlie a 15-16 anni invece che a 14? non è moltissimo ma aiuta

              e magari nel frattempo queste figliole le si lascia andare a scuola? rassicurando che non torneranno disonorate solo perchè c’è dei maschi a scuola?

              e magari questa cosa della dote la conduciamo in direzione simbolica, togliendo un pò di zeri in fondo alla cifra?

              che magari alla fine abbiamo umanizzato ‘sta schifezza di roba senza aver proprio fatto tabula rasa? e se invece la cultura zingara non sopravvive, forse che forse non ne valeva granchè la pena che sopravvivesse?

              F il piccolo andreottiano

            • Francesco scrive:

              >>> quanto sappiamo accettare concretamente la diversità, senza arroganza e senza pretesa di disporne o di giudicare.

              NIENTE. ci mancherebbe solo un simile atto di menefreghismo ed egoismo! sarebbe una vera vergogna anche solo pensarlo!

              😉

          • PinoMamet scrive:

            Essendo io abbastanza cinico e stronzo, avendo una famiglia sufficientemente disastrata con necessario credito criminale, essendo spesso (Mauricius lo sa 😉 ) dalla parte di quelli che buttano le bombe e inquinano i mari, avendo avuto dei meravigliosi vicini di casa zingari romeni (ora poco lontano c’è un’altra famiglia, con una madre bellissima che sembra una ragazzina e tipo quindicimila bambini silenziosissimi, che credo siano zingari anche loro, e si differenziano notevolmente dai tre bambini simpatici e rumorisissimi della coppia palermitana vicina) e per ultimo, anche di importanza, avendo serissimi sospetti sull’origine zingara di una bisnonna;

            credo di essere abbastanza rappresentato dall’opinone 1b.

          • roberto scrive:

            Miguel,

            quando fai una lista di soluzioni con numerini, c’è *sempre” almeno una soluzione in più
            🙂

            seriamente, scrivi
            “gli zingari vendono le figlie quattordicenni in matrimonio”

            ora, io ritengo che nessuno dovrebbe essere venduto come schiavo, né torturato o ucciso, né obbligato a sposarsi.

            se queste cose succedono in qualche paese lontano, la cosa mi ripugna, ma pazienza, ammetto volentieri che i gusti sono gusti ed i miei non debbano prevalere su quelli altrui.

            se la cosa invece succede in italia, che è un posto in cui la società si è sviluppata in modo tale che la maggioranza ritiene ripugnati quei comportamenti, allora direi che “vendere le figlie 14enni in matrimonio” non si fa, e se questo vuol dire far crollare il modo di vita di chi vende e compra minorenni, beh, pazienza.
            d’altronde combattere il traffico di droga ha come effetto quello di far crollare il mondo di chi vive grazie al traffico di droga. senza sacrifici umani, varie culture sono radicalmente cambiate, eppure il mondo continua a girare e l’umanità a prosperare.

            io mi ricordo un racconto bello e terribile che hai scritto su come hai aiutato (in un modo che non esito a definire eroico) una persona a scappare da una situazione del genere. ti sei preoccupato della fine del mondo di chi schiavizzava quella persona? no. e hai fatto strabene, non bene!

            • Miguel Martinez scrive:

              Per roberto

              “se la cosa invece succede in italia, che è un posto in cui la società si è sviluppata in modo tale che la maggioranza ritiene ripugnati quei comportamenti, allora direi che “vendere le figlie 14enni in matrimonio” non si fa, e se questo vuol dire far crollare il modo di vita di chi vende e compra minorenni, beh, pazienza.”

              ti faccio sommessamente notare che questo è esattamente quanto ha detto Salvini:

              http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2018/06/18/salvini-chiesto-dossier-rom-faremo-un-censimento-_2da6cb00-d00c-4539-93a7-8c3715c3790d.html

              “Non è nostra intenzione schedare o prendere le impronte digitali a nessuno, nostro obiettivo è una ricognizione della situazione dei campi rom. Intendiamo tutelare prima di tutto migliaia di bambini ai quali non è permesso frequentare la scuola regolarmente perché si preferisce introdurli alla delinquenza”. E sottolinea: “vogliamo anche controllare come vengono spesi i milioni di euro che arrivano dai fondi europei”.

              • Francesco scrive:

                ma con Salvini quello che dice è un problema solo metà delle volte, l’altra metà il problema è che mente!

                🙂

              • roberto scrive:

                io dico
                non devi vendere schiavi

                salvini dice
                facciamoiua ricognizione dei campi e vediamo come vengono spesi i fondi europei

                in che senso diciamo la stessa cosa?
                (in sé la questione non mi preoccupa, perfino salvini può azzeccarne una ogni tanto)

              • Miguel Martinez scrive:

                “in che senso diciamo la stessa cosa?”

                Salvini:

                “Intendiamo tutelare prima di tutto migliaia di bambini ai quali non è permesso frequentare la scuola regolarmente perché si preferisce introdurli alla delinquenza”

                “Schiavi” secondo me è un termine errato. Stiamo parlando di familiari, non di estranei; familiari con i quali esistono forti legami, anche quando sono segnati dalla violenza. Che poi è anche educazione alla durezza della vita reale.

                La figlia che viene ceduta a un’altra famiglia permette intanto di accantonare una somma che serve al figlio maschio per offrire una grande festa, in cui il fatto di sprecare soldi, quasi di bruciarli, è importante, e accresce quindi il prestigio di tutta la famiglia.

                Poi ci sono i bambini che vengono affidati da una famiglia a un’altra, per i motivi più vari, e che certo vengono trattati in maniera molto più dura, ma la chiave sta sempre nel rapporto tra le famiglie.

              • paniscus scrive:

                Comunque, almeno qua a Firenze, saranno almeno 17-18 anni che non vedo nemmeno un caso di bambino zingaro che se ne va a zonzo da solo chiedendo l’elemosina o facendo l’apprendista delinquente invece di andare a scuola.

                A chiedere l’elemosina sono sempre tutti adulti, o adolescenti già al di fuori dell’obbligo scolastico.

                La presenza di bambini si limita in qualche caso, effettivamente, a bambini molto piccoli in braccio alle madri, ma appunto bambini piccoli, ancora lontanissimi dall’età dell’obbligo scolastico, e quasi sempre ancora allattati al seno (per cui è normale che la madre preferisca portarseli dietro e attaccarli alla tetta quando ne hanno bisogno, piuttosto che lasciarli alla suocera che ne segue altri due o tre in contemporanea, e che li lascia piangere in culla senza intervenire, o li calma con un beverone di latte artificiale mal diluito).

                E se (invece che ciondolare per strada al seguito della madre, o al campo al seguito della nonna), andassero al nido o alla materna del comune… beh, allora ci sarebbero gli ulteriori strilli apocalittici sul fatto che “rubano il posto all’asilo ai figli degli italiani onesti”.

              • Francesco scrive:

                cara Prof

                per una volta posso associarmi a lei: non ne posso più di quelli che “prima gli italiani”.

                col cazzo, “prima i bisognosi” e gli altri pedalare.

              • Miguel Martinez scrive:

                Per Francesco

                “col cazzo, “prima i bisognosi” e gli altri pedalare.”

                Non è semplice.

                Prima i ciechi, i matti conclamati, i malati d’Alzheimer, i bambini di tre anni, d’accordo.

                Il problema sorge quando inizi a porre un limite tra chi “riceve” e chi “pedala”, un po’ al di sopra di questo.

                Pensiamo all’Albergo Popolare, che ha – se ben ricordo – posto per un centinaio di persone (il numero preciso non me lo ricordo, ma l’ordine è quello).

                Ora, poniamo che a Firenze ci siano cinquemila persone senza casa, di cui duemila stranieri (cifre che invento in base a vaghi ricordi). E di quei tremila italiani, qualcuno ha qualche parente che lo fa dormire in cantina, un altro ha un mezzo lavoretto che lo mette nella categoria privilegiata degli “stipendiati che pedalano”. E così restano mille italiani e duemila stranieri, a contendersi i cento posti letto.

                Condivido la posizione di Francesco, ma non c’è nulla di più naturale che gli italiani bisognosi reagiscano.

              • Z. scrive:

                Da noi, a lamentarsi dei troppi immigrati all’asilo (non “figli di immigrati”: immigrati, tout court) sono stati quellidisinistra che hanno voluto un referendum – nullo – contro gli asili privati.

                In nome dell’inclusione di tutti/ae/a.

              • roberto scrive:

                “almeno qua a Firenze […]
                A chiedere l’elemosina sono sempre tutti adulti, o adolescenti già al di fuori dell’obbligo scolastico.”

                dovresti provare a prendere la metropolitana a roma….ma anche a Bologna l’ultima volta che ci sono stato (aprile dello scorso anno), i gruppetti di 12-13-14enni erano sempre lì

            • Miguel Martinez scrive:

              Per roberto

              “io mi ricordo un racconto bello e terribile che hai scritto su come hai aiutato ”

              Grazie 🙂

              Vent’anni dopo, ho le idee molto meno chiare. Ecco perché parlo di “Paracampi”, cioè della maniera in cui si riformano le strutture zingare, anche in situazioni apparentemente più igieniche. Ho visto maschi con un lavoro in fabbrica che abbandonavano mogli con una caterva di figli, ho visto altri operai che sembravano brava gente darsi le sprangate, ho visto tutto un mondo di violenze domestiche che in altri contesti farebbero paura; e ho visto anche persone (che con il resto del mondo sono inappuntabili) vivere in diciassette dentro una casa.

              Insomma, non è una vita semplice, con soluzioni facili.

              Però attenzione a dire, “se la cosa invece succede in italia”, perché apre tutta una serie di domande: è necessario che gli zingari, solo perché non hanno (per fortuna) un loro Stato, debbano vivere sotto il controllo della maggioranza degli abitanti del paese in cui si trovano? E’ una domanda aperta, cui non ho una risposta precisa.

          • roberto scrive:

            “voi vendete le figlie e noi buttiamo le bombe e distruggiamo i mari, a lungo andare vedremo chi ha fatto più danni”

            di tutto questo è l’argomento più debole in assoluto.
            due mali non si elidono a vicenda ma si sommano, e non ho mai buttato bombe (esito anche sulla mia partecipazione alla distruzione dei mari)

            • Francesco scrive:

              la tesi di Miguel credo sia che ci sono società a ridottissimo impatto ambientale, anche se un pò scomode da viverci dentro

              mentre per lui la nostra società, comoda o meno che sia, è velocissimevolmente in rotta di collisione coi limiti fisici al consumo di risorse

            • Z. scrive:

              Robè, questo non è nemmeno un argomento.

              E’ come dire che stuprare uomini donne e bambini non è così grave, perché a ben vedere ne ammazza di più una bomba atomica.

              Con tutto il rispetto, è una bischerata bella e buona.

    • Miguel Martinez scrive:

      Per Francesco

      “Sì ma fa abbastanza schifo da non farmi dormire la notte”

      Io onestamente sono scappato, dopo averci passato il Natale, da un campo Rom, per colpa del gabinetto.

      Che era una gran casolare abbandonato e totalmente buio.

      Chiedo dove sia il cesso, e mi guardano un po’ confusi, poi mi dicono, “ma dove vuoi, no?”

      Devo dire che dopo ho ospitato a casa mia dieci ospiti dello stesso campo, e hanno tenuto tutto maniacalmente pulito, per cui certe questioni sono davvero difficili da decifrare.

      Un po’ me ne vergogno, perché c’era della gente meravigliosa, folle, intensa, malvagia, tenera, assassina, come se ne incontra solo nei romanzi.

      • Peucezio scrive:

        Se vogliamo le funzioni fisiologiche sono il meno, alla peggio uno si porta delle salviette… E’ la doccia che è amara in tali condizioni.

        Comunque mi conforta che persino tu hai questo tipo di problemi.
        Un mio amico prete (modernista, infatti non sono mai stato a una sua messa, ma ci ceno volentieri insieme) mi raccontava di come nell’Africa orientale (non in guerra: sarebbe un centenario; per turismo) si era dovuto fare la doccia con la bottiglietta d’acqua minerale. Ecco, io non ci riuscirei, il che mi preclude tante esperienze interessantissime, ahimè 🙁

  2. Val scrive:

    Quello dei Rom/Zingari come paradigma simbolico di un altro mondo possibile è suggestivo e forse anche essenziale rispetto a un destino produci-consuma-crepa (e fatti schedare da Google). Ma ha per l’appunto una funzione paradigmatica e simbolica, utile a rammentare la possibilità di un’alternativa, forse a trovare dialetticamente una sintesi, non altro. Almeno questa è la mia sensazione dal di fuori. La natura parassitaria dello stile di vita zingaro – credo si possa tranquillamente definire in questi termini – implica l’esistenza di qualcuno che lavori e produca surplus. Perlatro è una natura parassitaria che veniva percepita come tale anche quattro o cinquecento anni fa, cioè in era preindustriale e pre omologazione globale, per quel che ne so. Quindi tutto sommato anche la nostra borghesuccia way of life, che consiste nello svegliarci tutte le mattine a andare a lavorare, spesso sotto padrone, qualche pregio ce l’avrà anche lei.

    • Val scrive:

      P.S. da quel poco che ho conosciuto per esperienza diretta della vita dei campi rom direi che i giovani adolescenti non sono molto al riparo dall’influenza del consumismo gagè. Anzi mi sono sembrati mille volte più vulnerabili: il loro scopo di vita sembrava fosse quello di possedere un paio di Nike Air ultimo modello.

      • Miguel Martinez scrive:

        Per Val

        ” da quel poco che ho conosciuto per esperienza diretta della vita dei campi rom direi che i giovani adolescenti non sono molto al riparo dall’influenza del consumismo gagè”

        Anzi, direi che sono totalmente succubi, non riesco a immaginare un ambiente più succube/o della televisione perennemente accesa, di telenovele e di fissazioni con automobili e affini.

        E’ un fatto che mi ha sempre colpito, perché è controintuivo, e mi ha fatto anche ridimensionare le mie idee sullo strapotere dei media (le mie esperienze con i Rom risalgono a prima della diffusione di massa di internet, anche se i Rom ovviamente furono ovunque i primi ad adottare i telefonini).

        La scuola riesce a distruggere la cultura Rom, Mediaset no.

        • Z. scrive:

          Perché Mediaset dovrebbe?

        • Francesco scrive:

          “La scuola riesce a distruggere la cultura Rom, Mediaset no.”

          ops, non è che stai cogliendo il positivo della scuola e il negativo della TV?

          • Peucezio scrive:

            In compenso però la scuola non è riuscita a dsitruggere la nostra di cultura (con buona pace di Pino), mentre la tivvù sì.

            Ma non basterebbe chiuderle tutte e due, come voleva fare Pasolini, così salveremmo due culture in una botta sola?

            • Francesco scrive:

              mi tengo la scuola e la sua cultura, se permetti

              al massimo chiudiamo Mediaset

              😀

            • Z. scrive:

              Da notare che quelli che vogliono chiudere la scuola la vogliono chiudere sempre per gli altri.

              Un po’ come se io dicessi: aboliamo la ricchezza. Per voi. Io ricco, voi poveri nonché miei servi 😀

              • Peucezio scrive:

                Non è vero.
                Se io avessi avuto un precettore privato oggi saprei più cose e mi sarei divertito di più.

              • Z. scrive:

                Visto? Tu ricco, gli altri poveri!

                E se essere ricchi non serve per avere un precettore, sei precettato per precettarmi 😛

              • Peucezio scrive:

                Ma no, diciamo che sarei per il precettore per le persone con inclinazione alla cultura.
                Gli altri si romperebbero subito le palle ed è giusto siano assecondati in questo.

    • Miguel Martinez scrive:

      Per Val

      ” La natura parassitaria dello stile di vita zingaro – credo si possa tranquillamente definire in questi termini – implica l’esistenza di qualcuno che lavori e produca surplus.”

      Concordo.

      Non credo che gli “zingari siano liberi e felici”, anzi credo che sia spesso un mondo tragico, e anche tremendamente vincolato – mi sembra che il concetto di “libertà” non esista nemmeno.

      E certamente è “parassitario” lo stile di vita zingaro; anche se non è nulla a confronto, che so, del parassitismo di uno speculatore immobiliare.

      Il problema nel parlare di queste cose è che finisci subito nel gioco degli opposti schieramenti.

      Invito a rileggere questo:

      http://kelebeklerblog.com/2011/03/25/rolf-bauerdick-la-madonna-i-rom-e-noi/

      a guardare le foto di Bauerdick:

      http://rolfbauerdick.de/fotografie/gypsy-passion

      e soprattutto invito chi conosce il tedesco a leggere l’ultimo libro di Bauerdick, „Zigeuner: Begegnungen mit einem ungeliebten Volk“, che riassume una vita di incontri con gli zingari, affettuosi, tragici, catastrofici. Un’opera d’amore, ironia, umanità e sensibilità che ovviamente gli è valso l’odio eterno dei politicamente corretti, già offesi dal fatto che lui usi il termine “Zigeuner”, fregandosene di ciò che è politicamente corretto.

    • Peucezio scrive:

      Val,
      non servono altri mondi possibili, bastano alternative individuali.
      L’esistenza degli zingari non implica una possibile salvezza per il mondo gagiò (proprio per la complementarità simbiotica di cui parlavi), ma sì per alcuni individui: nessuno vieta a me, te o Miguel di farci zingari e vivere con loro. E neanche, cosa ancor più facile, ma non banale neanche quella, di interagirci senza rinnegare il nostro sitle di vita, ma traendo da loro quello che ci può dare l’esperienza del contatto con loro.
      Per inciso, io non l’ho mai fatto, ma conosco gente che l’ha fatto (la seconda cosa, non la prima, che non credo però sia impossibile).

      • Miguel Martinez scrive:

        Per Peucezio

        Aggiungo la mia massima stima per le donne che hanno fatto scelte durissime per uscire dalla vita zingara. Sarebbe bello, in un mondo meno manicheo, capire dentro ciascuno di loro cosa c’è di entrambi i mondi.

        Ah, una zingara dimenticata della storia è stata una brillante scrittrice, la moglie di Thomas Carlyle, donna dotata anche di un notevole senso dell’umorismo (che penso sia una delle migliori virtù degli zingari).

        • Francesco scrive:

          Mig

          puoi fare qualche esempio di scelte durissime a paragone di restare nella vita zingara?

          da come la racconti faccio fatica a pensare qualcosa di peggio di quella vita lì, per una donna

          ciao

          • Miguel Martinez scrive:

            Per Francesco

            “puoi fare qualche esempio di scelte durissime a paragone di restare nella vita zingara?”

            Alla stazione, ci dorme sui suoi cartoni, la famiglia di zingari, mamma, babbo e figlioli.

            Sul cartone vicino, ci dorme l’italiano, dimenticato da tutti.

            E senza amore, si vive male.

            “I remember growing up like it was only yesterday
            Mom and Daddy tried best to guide me on my way
            But the hard times and the liquor drove the easy love away
            And only love I knew about was hard love”

            • Z. scrive:

              Non è che la vita sia un’alternativa binaria tra essere senzatetto ed essere zingari, Miguel 🙂

            • Francesco scrive:

              quindi, Mig, la scelta di uscita dalla zingaritudine consiste nel dormire da soli sui cartoni? cioè far gli zingari da soli?

              e io che pensavo al rifiuti di sposarsi a 15 anni e alla ricerca di una vita autonoma nel mondo degli altri

              che al 99.4% non dormono sui cartoni

    • Miguel Martinez scrive:

      Ancora per Val

      “Quello dei Rom/Zingari come paradigma simbolico di un altro mondo possibile”

      E’ interessante questa ricerca dell’altro mondo possibile per tutti.

      Io dico solo che esiste vita fuori dal vostro mondo: gli zingari, i cavallucci marini, le rondini, i monaci zen, e mille altri esseri.

      “Voi” siete solo uno dei mondi possibili, sono possibili moltissimi mondi.

      Quello degli zingari, ad esempio, che non fa per me. Non fa proprio per me, non vorrei assolutamente vivere quella vita.

      E quello dell’Oltrarno, che fa per me, ma non è detto che faccia per gli zingari o per i milanesi.

      • PinoMamet scrive:

        Io non sono voi!

        (vale anche per gli altri)

        • Z. scrive:

          Adoro quando mi date del voi!

        • Miguel Martinez scrive:

          Per Pino Mamet

          “Io non sono voi!”

          Io mi diverto da matti a usare l’Insulto Ultimo: VOI!

          Provo tutto il godimento del bambino che dice cacca cacca cacca.

          • PinoMamet scrive:

            😀

          • Z. scrive:

            Uso di rado questo aggettivo, ma stavolta sì: geniale!

          • Miguel Martinez scrive:

            sull’aggettivo “vostro”… è interessante riflettere sui propri propositi retorici.

            Il punto è che le persone usano l’aggettivo “nostro” per indicare la realtà ai loro occhi prevalente, che siano favorevoli o contrari (“i nostri valori non si discutono”, “i nostri politici sono tutti corrotti”, “la nostra società si fonda sullo spreco”, “la nostra società si fonda sul rispetto per la donna”).

            Ora, è interessante vedere cosa succede quando si usa l’aggettivo inverso, “vostro”. Poteva anche essere “loro”, e sarebbe stato più corretto, ma anche meno efficace. Chi sia il “voi” in questione è ovviamente vago, ma permette a ognuno di specchiarsi e chiedersi se è riferito a lui/lei. Per questo colpisce.

          • PinoMamet scrive:

            Però a dire il vero a me sono sempre stati altrettanto antipatici quelli che dicono “noi” e “nostro”.

            “Noi”, “la nostra cultura”, ma peggio di tutto “le nostre tradizioni” e poi lo schifo assoluto, “noialtri”.
            “Noi” a chi??

            • Peucezio scrive:

              Eppure non sarebbe male una lingua senza il pronome “io”, in cui cioè i confini individuali non fossero ben percepiti.

            • Peucezio scrive:

              Ma, Pino, spiegami,
              ti dà fastidio il “noi” inclusivo o esclusivo? O il plurale majestatis? 🙂

            • PinoMamet scrive:

              Il “noi” inclusivo.
              Il noi inclusivo è uno dei più grossi mali dell’umanità.
              Ho scelto di essere ebreo proprio per sfuggire al noi inclusivo
              (esagero eh?).

              Fossi nato in Israele, avrei scelto di essere shintoista, forse.

              • Francesco scrive:

                io mi sento rinato, da quando ho scoperto il “noi inclusivo”

                che ho capito solo ora chiamarsi in quel modo!

                🙂

            • Peucezio scrive:

              Ma sta a te interpretarlo come tale.
              Se io dico “nostro”, tu sei libero di chiamarti fuori o meno, senza dare per scontata a priori l’interpretazione inclusiva.
              Comunque non capisco questo ideologizzare un dato di fatto. Sei maschio e non l’hai scelto. Sei nato quando sei nato e non l’hai scelto. E così mille altre cose, compreso i tuoi genitori, il tuo contesto culturale ed etnico, ecc. ecc.
              Se io volessi farmi zingaro, ammesso sia fattibile, non lo farei per reazione, perché mi sento oppresso dal fatto che i gagé vogliono a tutti i costi considerarmi uno di loro, ma solo perché il modo di vivere gagiò non mi garba e quello zingaro sì.
              Non capirò mai questa mania di sentirsi oppressi: è l’altra faccia dell’identitarismo simbolico e ostentato, quello che fa sì che una ragazza che parla e gesticola come qualunque ragazza milanese, fin nella mimica facciale e nelle più sottili sfumature dell’espressività, poi si metta il velo perché i suoi genitori sono nati in Marocco.
              Ognuno di noi è quello che è, ha una sua storia, partecipa di una serie di caratteristiche di quelli in mezzo a cui è cresciuto e ha vissuto e in parte se ne distingue.

              Fammi capire: ci sono così tanti scintoisti in Emilia? Non facevi prima a farti scintoista direttamente? 🙂

              • Miguel Martinez scrive:

                Per Peucezio

                “Non capirò mai questa mania di sentirsi oppressi:”

                Ma infatti gli zingari sono fuoricasta: l’oppressione è sempre interna alle caste. Ecco perché il marxismo (e in genere la visione europea della società) non ha un posto per gli zingari.

              • PinoMamet scrive:

                Mmmh sì, direi che in Emilia ci sono parecchi shintoisti (non scherzo tanto…)

                Ma soprattutto, ti dirò, non ho capito praticamente niente del tuo intervento.
                Boh.

                Non mi piace essere messo dentro un gruppo a forza:
                “a noi piace questo, quindi diamo per scontato che piaccia anche a te”.

                Lo ho sempre trovato odioso, anche perché in effetti non mi sono mai piaciute la maggior parte delle cose che piacciono ai “noi” di qua:

                non per reazione ma proprio perché non mi piacciono

                (come i formaggi e i salumi: non mi sono mai piaciuti fin dallo svezzamento, chiedere a mia madre per conferma).

                Credo che ognuno di noi abbia un set di robe, per così dire, di partenza, che molti chiamano col termine bruttissimo di “radici”, come se fossimo piante.

                Ma non siamo piante: oltre alle nostre “radici” (che nel mio caso sono, per esempio: odiare i formaggi, in una zona nota per la loro produzione) possiamo anche scegliere.

                La maggior parte dei famosi “italiani” (che son sempre gli altri 😉 ) a me pare sia quasi spaventata, sicuramente inorridita, all’idea di scegliere.

              • Peucezio scrive:

                D’accordo, ma non capisco però dove finisce l’ideologico e dove inizial il concreto in tutto ciò.
                Cioè se ciò che ti dà fastidio sono i formaggi in sé o il fatto che la gente dia per scontato che, siccome sei nato e cresciuto lì come loro, debbano piacerti.
                Cioè se ti danno fastidio le cose o il fatto che diventino bandiere.

              • Peucezio scrive:

                Mi spiego meglio.
                Io ammetto di essere uno che dell’identità fa una bandiera, fin nel nickname che uso qui e in mille altre cose, in forme a volte estreme.
                Però questo non m’impedisce affatto di cogliere i limiti umani e morali che comporta il vivere dentro la società italiana (anche se l’unica esperienza di vita che ho fatto all’estero non è stata delle più appaganti, ma era pur sempre un paese latino e dal retaggio cattolico), quanto cioè sia limitante il fatto che la gente sia così poco libera, così ossessionata dall’immagine sociale, da una serie di convenzioni e regole.
                Vado a spanne, conoscendo poco l’estero, ma, insomma, altrove in un bar non c’è niente di male ad attaccare discorso con una ragazza sconosciuta e neanche a fare quattro chiacchiere col tizio al bancone che beve la birra come te. Il concetto è: mi va di farlo, non faccio male a nessuno, se la tipa non ci sta lascioperdere, quindi posso farlo.
                In Italia una cosa così è impossibile, perché i comportamenti non sono in funzione dell’appagamento di desideri personali, ma dell’adesione a dei modelli sociali qualificanti, che non contemplano un comportamento del genere.
                Cioè un italiano non è un signore che agisce e vive, ma un signore che deve fare bella figura. Anzi (molto peggio), evitare di fare brutta figura (quindi non è un meccanismo positivo, ma negativo, di pura limitazione; l’italiano infatti è proprio uno che agisce poco, con poco spirito d’iniziativa, che ha una gamma di comportamenti limitatissima, soprattutto le donne, per le quali questo meccanismo è totalizzante e assoluto, fin nelle loro fibre più profonde).

                Ultimamente riflettevo anche con amici sul luogo comune dell’italiano flessibile e del germanico rigoroso e rispettoso delle regole e su come tale luogo comune sia totalmente da capovolgere. L’italiano, l’italiano, specialmente del sud, è fiscale, rimpicoglioni, pignoli, eccepisce sempre, per principio. Ogni volta che vado a Bari in biblioteca, abituato a Milano, è un trauma, per la quantità di firme che devo mettere persino per respirare.
                A Milano entro, esco, prendo un libro dallo scaffale e me lo fotocopio e nessuno mi caga il cazzo, anzi, se chiedo aiuto alle impiegate, mi supportano.
                A Bari già quando entro mi danno un foglio, non sia mai poi tiro fuori il cell. per fotografare una pagina, arriva l’impiegata come un carabiniere dandomi due moduli da riempire. Poi per uscire devo firmare il foglio, altrimenti teoricamente sono prigioniero lì.
                Non vi parlo della Svizzera, dove i bandi pubblici funzionano per approssimazione, sono da interpretare secondo consuetudine (in Italia arriverebbero milioni di ricorsi).

                Rispetto a tutto questo mondo italico irto di ostacoli, regole e limitazioni io mi sento in distonia profondissima (poi non è detto che la libertà estera non abbia contropartite molto serie), ma ciò non toglie nulla alla mia identità d’italiano e pugliese, che è un dato di fatto, come è un dato di fatto il sentirmi insofferente a queste regole oppressive.

              • PinoMamet scrive:

                “Cioè un italiano non è un signore che agisce e vive, ma un signore che deve fare bella figura. Anzi (molto peggio), evitare di fare brutta figura”

                Verissimo.

              • Francesco scrive:

                fino a un pò di tempo fa

                oggi vale anche l’italiano che l’importante è essere noti, pazienza se sei Corona

  3. Peucezio scrive:

    Miguel,
    bellissimo post.

    Una domanda che mi frulla da qualche giorno: sai dirmi qualcosa sugli zingari toscani? Intendo quelli da generazioni. Sono rom o sinti? Che varietà parlano? E’ documentata? Tu la mastichi?

  4. Peucezio scrive:

    A proposito: il miglior lavoro di sintesi sulla romanì:
    https://www.amazon.it/Romani-Linguistic-Introduction-Yaron-Matras/dp/0521023300
    Ne ho ordinata una copia.

    • PinoMamet scrive:

      Ricordami di insultarti la prossima volta che fingi di non leggere l’inglese 😉

      • roberto scrive:

        aspé,
        intervengo a difesa di peucezio che ha sempre detto di saper leggere dei complicatissimi manuali di linguistica ma che non sa come si dice gelato (icecream FYI)

        😀

        • Peucezio scrive:

          Comunque anche coi testi di linguistica faccio fatica, mica leggo fluido.

          • Z. scrive:

            Se poi c’è scritto GELATO è un guaio, ti blocchi immantinente!

            • Peucezio scrive:

              Esatto! 🙂
              Per fortuna non capita, perché nei testi di dialettologia in genere si fa riferimento a termini della vita del mondo preindustriale, in cui il gelato sostantivo non c’era.

              • Francesco scrive:

                sì che c’era! in Sicilia mi hanno mostrato una specie di pozzo molto grande, in cui tenevano la neve per tutto l’anno e fungeva da ghiacciaia e permetteva, tra le altre cose, di fare il gelato!

                vero?

              • Peucezio scrive:

                Verissimo, anche in Puglia c’erano.
                Ma non era il gelato, era tipo la grattata o grattamarianna e altre cose simili.

              • PinoMamet scrive:

                Mmm mia madre si ricorda di quando era piccolissima e c’era un gelataio ambulante…
                e la stessa figura mi sembra di ritrovarla in alcune illustrazioni di Sto, Corriere dei Piccoli, cose così… mooolto più vecchie.

                Davvero il gelato non credo che sia questa grande novità; non in Italia, dove immagino (suppongo, ma non credo di sbagliare troppo) che se ne possano trovare le prime testimonianze nei banchetti rinascimentali.

                In altri paesi europei, mi sa che a lungo il gelato è stata una cosa “italiana”
                (e infatti gli americani e gli inglesi sanno che il gelato “buono” è ancora quello italiano aritgianale, e a volte si stupiscono della sua superiorità sul prodotto industriale).

                Ultimamente ci sono due o tre catene che dicono di essere artigianali e se la tirano un sacco (buone però), e da me anche alcuni artigianali veri che se la tirano ancora di più.

                Uno è carissimo, pare di andare dal gioielliere, li mortacci sua.

  5. Miguel Martinez scrive:

    Da Bauerdick

    (immagini giustamente protette da copyright, se si lamenta la tolgo subito, intanto andate sul suo sito http://rolfbauerdick.de/fotografie/gypsy-passion)

  6. mirkhond scrive:

    “Ogni giorno, gli zingari vedono come sarebbero ridotti, se vivessero da italiani.

    Basta infatti guardare i clochard.

    I clochard non hanno affetti, non hanno sostegno, hanno solo l’alcol e crepano presto.

    Gli zingari stanno incomparabilmente meglio, perché hanno una rete di rapporti tessuti attraverso i matrimoni, con una gerarchia”

    E’ tipico delle società tribali della società preindustriale, l’affrontare insieme le avversità della vita, in un mondo che non conosce la pensione e il progresso tecnologico.
    Mentre nelle società moderne la tribù famigliare si sfascia e prevale l’individualismo con al massimo la famiglia nucleare.
    Da qui i più deboli, i più fragili, vengono abbandonati a loro stessi, se non ci sono i servizi sociali o se sono inefficienti.

    • Francesco scrive:

      sì Duca ma il rovescio della medaglia lo hai citato tu più volte, con una struttura familiare rigidissima, oppressiva, soffocante, che lasciava amplissimi spazi alla pura e semplice prepotenza

      • mirkhond scrive:

        Francesco

        Non tutti sono forti per affrontare la vita da soli.
        Senza sostegno e senza amore muoiono.

        • Francesco scrive:

          Non dirlo a me!

          è una vita che cerco di convincere mia moglie a darmi sostegno e amore e lei a rispondermi di tirarmi giù di dosso!

          PS ma sono serio, scusa la battuta, sono serissimo

  7. roberto scrive:

    Miguel

    “schiavi” (continuo qui)

    ho ritrovato un post che mi aveva molto colpito
    http://kelebeklerblog.com/2012/01/13/teresa-cambia-casa/
    (ma non trovo più il racconto della fuga dalla ex jugoslavia)

    ok, schiavo non è tecnicamente la parola migliore. ma senza prendermi alla lettera, ti sembra molto “salviniano” se dico che picchiare la moglie e ridurla in stato di semiservitù non è una cosa bella e che non verserò una lacrima se scompare una cultura che considera questi comportamenti come normali?

    probabilmente la differenza tra me e salvini è che salvini si preoccupa solo delle mogli zingare e solo in chiave “buttiamoli tutti fuori”. invece a me il tizio che picchia la moglie fa schifo a prescindere da razza, religione e cultura

    • Miguel Martinez scrive:

      Per roberto

      “invece a me il tizio che picchia la moglie fa schifo a prescindere da razza, religione e cultura”

      calcola che è la mamma che l’ha educato così

      • roberto scrive:

        male

        ad un certo punto la spirale si dovrà pur spezzare, o no?

        • Miguel Martinez scrive:

          Per roberto

          “ad un certo punto la spirale si dovrà pur spezzare, o no?”

          prova però a riflettere sulla questione della durata. Senza giudizi su “quale società ci piace di più” (è sempre facile vincere uno a zero scrivendo, quando di fronte si ha una cultura orale), ma semplicemente pensando a quale sistema sia più efficace, in termini di sopravvivenza, in tempi difficili e in una fase economica non di esplosiva crescita.

          • roberto scrive:

            ok, però tu parti dall’assunto che è un bene la sopravvivenza di ogni società e che quindi l’efficacia (intesa come capacità si sopravvivenza della società) sia in sé una cosa positiva?

            non sono convinto della cosa.
            non parlo ovviamente delle singole persone. sono contento che esistano i messicani, ma sono anche contento che non si facciano più sacrifici umani. come sono contento che ci siano ancora i romani o gli americani, ma allo stesso tempo non mi dispiace che una società basata sulla schiavitù sia scomparsa.

            è per questo che faccio fatica a rispondere alla tua domanda. o meglio, direi “si, sono probabilmente più efficaci di altri, ma ciò detto anche la macchina è più efficace del cavallo”

            • Miguel Martinez scrive:

              Per roberto

              “ok, però tu parti dall’assunto che è un bene la sopravvivenza di ogni società e che quindi l’efficacia (intesa come capacità si sopravvivenza della società) sia in sé una cosa positiva?”

              Capisco la tua obiezione, che ovviamente è sensata. E non credo alle culture come astrazioni, fuori dalla storia.

              Ed è la prima che i sostenitori della gloria spagnola scagliano contro gli esaltatori del Messico Precolombiano Vittima dell’Inquisizione e del Colonialismo.

              Un dibattito in cui penso che entrambi abbiano ragione.

              Direi che molto è legato alle circostanze.

              La macchina è davvero più efficace del cavallo,su questo non ci piove. Ma richiede acciaio (e miniere e minatori e trasportatori di acciaio) e benzina (e raffinerie, e miliardari sauditi, ed enormi navi che solcano il mare, e basi militari).

              Il cavallo richiede un po’ di biada.

              Per questo penso che il giudizio su zingari (sempre intesi culturalmente) come su cavalli, dipende molto da quanto pensiamo possa continuare a reggere un sistema energivoro come il nostro. E quindi non dipende esattamente da cosa pensiamo degli zingari o dei cavalli.

              • Miguel Martinez scrive:

                Quello che invece sento che sia un bene, è una cosa incredibilmente difficile da trasmettere, che mai avrei capito senza un attimo di vita con gli zingari.

                Provo a spiegarla così: chi ha sempre avuto un autista, non sa cosa sia camminare.

                Chi ha sempre e solo vissuto rapporti scritti e pensieri scolastici, non sa cosa sia l’oralità.

                Camminare non è “come” muovere di tanto in tanto il dito sulla tastiera.

                Oralità non è “come” chiacchierare di tanto in tanto.

                Ma è molto difficile da spiegare a chi vive totalmente dentro un sistema scritto di regole: non a caso, alla base della modernità, c’è lo “Stato Nazione” con la sua lingua scritta e scolarizzata.

            • Peucezio scrive:

              Roberto,
              però si cade sempre nel solito paradosso di chiunque neghi il relativismo.
              Cioè uno zingaro ti dice: “a me fa schifo una cultura in cui un marito non può neanche pestare la moglie e spero che sparisca quanto prima”. Magari non ricorrerebbe ad astrazioni come “cultura”, ma il concetto è quello: per lui i gagè hanno costumi strani e criticabili.

              Chi ha ragione?
              Tu dirai: “io”.
              Ma è una questione in sé indecidibile: ognuno è convinto di avere ragione e non c’è un terzo al di sopra dei due cui fare riferimento, perché qualunque terzo sarebbe automaticamente ascrivibile a uno dei due modelli.

              • PinoMamet scrive:

                Non so.
                Io non mi metto a discutere di modelli, che non mi interessano tanto: può darsi che abbia ragione tu e siano solo questi due, non discuto.

                Però, boh, quando sento qualcuno che difende lo schiavismo, o battere la moglie, o idee simili, ho sempre l’impressione che anche lui (per tradizionale e “indigeno” che sia) sappia benissimo che sta difendendo una porcata.

                Una porcata che gli fa comodo, che gli piace, che trova comoda e alla quale è affezionato: ma comunque una porcata.

                Ho sentito un’intervista a un brahmino indù (un morto di fame anche lui, in fondo) che difendeva il sistema delle caste.
                Nei suoi arrampicamenti sugli specchi, nel suo arroccarsi nella tradizione scritta, nel finto disprezzo, nel ripetere opinioni evidentemente preconfezionate a pappagallo rifiutandosi di discuterle, insomma, in tutto quanto tradiva un certo disagio, un imbarazzo piuttosto evidente, quello di chi sa che sta difendendo un’idea sbagliata, ma pensa di doverlo fare comunque.

              • Miguel Martinez scrive:

                Per Peucezio

                “Cioè uno zingaro ti dice: “a me fa schifo una cultura in cui un marito non può neanche pestare la moglie e spero che sparisca quanto prima”.

                Prova ad oralizzare ancora di più.

                Tipo, “nella mia famiglia si fa così, voi fate come vi pare, ma non mandate gli assistenti sociali a rubarci i figli, che poi magari se li mangiano o chissà cosa”.

              • Roberto scrive:

                La differenza è che io ho ragione e che picchiare la moglie fa oggettivamente schifo.

                Poi ci saranno 1000 altre cose per le quali è meno facile dire “fa oggettivamente schifo”, ma immagino che siano più o meno tutte cose che la società in cui viviamo più o meno tollera

              • Z. scrive:

                Roberto,

                — La differenza è che io ho ragione e che picchiare la moglie fa oggettivamente schifo —

                E ci mancherebbe.

              • Peucezio scrive:

                Pino,
                ma tieni sempre conto che le voci che arrivano a te o a me sono già filtrate, passano attraverso modelli occidentali, sono di persone già in qualche misura influenzate dal modello occidentale e oltretutto che utilizzano canali legati al nostro mondo.
                Qui ci vedo un po’ la tua solita difficoltà a pensare che esistano alterità antropologiche profonde e a universalizzare i modelli che conosci: la solita idea per cui gli uomini a tutte le latitudini ed epoche in fondo sono sempre gli stessi, che secondo me è proprio infondata. Cioè, non secondo me, ma secondo gli antropologi che ci hanno messo le mani; secondo Miguel che ci è stato in mezzo.

              • Peucezio scrive:

                Roberto,
                “Poi ci saranno 1000 altre cose per le quali è meno facile dire “fa oggettivamente schifo”, ma immagino che siano più o meno tutte cose che la società in cui viviamo più o meno tollera”

                Sempre là stiamo.
                Ci sono e ci sono state infinite altre società.
                E fra duecento anni considereranno noi dei barbari per chissà quali cose che facciamo che ci sembrano le più innocenti e tranquille del mondo.

              • paniscus scrive:

                Resta il fatto che, tra gli italiani medi odiatori di zingari e sostenitori delle ruspe di Salvini, e neanche tra gli italiani progressisti e inclusivi che sognano l’autodeterminazione personale per tutti…

                …non ho MAI sentito, nemmeno una sola volta, un appello alla solidarietà con le donne zingare vessate e maltrattate dai loro stessi uomini di famiglia, e né tantomeno alcun appello per la liberazione delle donne zingare medesime.

                Al massimo si sente invocare la necessità di liberare i bambini zingari dalle loro situazioni di vita, ma le donne proprio no.

                Quando invece entrambe le categorie, sia quella reazionaria sia quella progressista, sono prontissime a fare le battaglie perché le donne marocchine siano liberate dal velo (comprese quelle che non sonoaffatto costrette e che lo portano per scelta) o che le pakistane siano liberate dai matrimoni combinati (anche senza sapere quali sono davvero combinati e quali no), e roba del genere.

                Per quale motivo la donna zingara non ispira solidarietà a nessuno?

                Al massimo ci si indigna per i matrimoni combinati delle ragazzine, ma appunto perchè sono visti come maltrattamenti di bambini, non di donne.

                Se la zingara adulta sposata, che a 26 anni ha già cinque figli e aspetta il sesto, viene spedita a chiedere l’elemosina a suon di schiaffoni e minacce, e poi dopo essere tornata a casa dopo una giornata di questua deve anche cucinare e lavare i panni a mano…

                …beh, mi sembra che quella non commuova nessuno, e non ispiri le strida indignate di nessuno, e che anzi venga giudicata come parte del problema, e non come vittima.

                Specifico che NON CREDO che TUTTE le comunità di rom vivano così, ma riconosco che il fenomeno può esistere.

                Perché viene sistematicamente rimosso?

                E perché ci si preoccupa di più delle vessazioni maschiliste subite da una contadina afghana lontana migliaia di chilometri, piuttosto che di quelle subite dalla donna rom che si vede tutti i giorni al semaforo sotto casa, e con cui si ha anche occasione di parlare?

              • Roberto scrive:

                “non ho MAI sentito, nemmeno una sola volta”

                🙂

                Io l’ho scritto qualche ora fa in maniera abbastanza chiara e parlando anche di schiavitù

              • roberto scrive:

                peucezio

                “Sempre là stiamo.
                Ci sono e ci sono state infinite altre società”

                per peucezio, permettimi di notare che questo discorso lo fai per gli zingari che picchiano la moglie, ma quando ugo e asdrubale vogliono sposarsi mi dici “non si è mai fatto”

              • PinoMamet scrive:

                Peucè, confermo, per me gli uomini sono sempre gli stessi. Ne conosco un campionario sufficientemente vasto e variegato per essere convinto della mia idea.
                Penso peraltro che molti antropologi, essendo uomini come gli altri, siano inclini all’autopromozione e allo stupore immotivato.

              • Peucezio scrive:

                Roberto,
                certamente.
                Perché gli zingari non violano nessun universale antropologico, l’Occidente depravato sì.
                Quella zingara è una cultura orale tramandata, che ha suoi elementi specifici, come ogni cultura al mondo, ed elementi tipici di tutte le culture umane (sono pochi ma ci sono).
                L’idea di un uomo che picchia una donna mi ripugna, ma credo siano molte di più le culture in cui è ammesso, che quelle in cui non lo è.

              • paniscus scrive:

                Peucezio, te lo dico con tutta la stima e la cordialità possibile, però te lo dico: la tua pretesa di identificare qualsiasi “invariante antropologica universale” con quello che va bene a te o che sei abituato a vedere tu, nel migliore dei casi è patetica, nel peggiore è un atto di estrema arroganza.

                TU non sei il metro del mondo sulla definizione delle invarianti antropologiche universali, fattene una ragione : – )

              • Peucezio scrive:

                In ogni caso all’Occidente contemporaneo non è applicabile il principio del relativismo culturale,
                1) perché non è una cultura in senso antropologico,
                2) perchè conseguentemente è l’Occidente stesso a violarlo ponendo il suo stesso modello come sovraculturale e il tuo discorso ne è la dimostrazione.
                Il mio è un relativismo antropologico, non sociologico. L’Occidente non rivendica i diritti degli omosessuali in quanto specifici della sua tradizione culturale (infatti non lo sono), ma in quanto individuali, cioè anti-culturali.
                Il vero nemico del relativismo culturale è il relativismo individuale, il liberalismo: l’assunto fondamentale del relativismo culturale è che ogni gruppo umano, ogni etnia, sia un sistema relativamente chiuso e autoreferente, che può interagire con gli altri gruppi, ma ha delle logiche interne che sono l’unica misura di giudizio del mondo e sono incommensurabili con quelle degli altri gruppi.

              • PinoMamet scrive:

                Lo vede che stuzzica? che brematura, anche? Se io ora le dicessi una cosa come iperelativismo tarapia tapioca, anche per tre, con lo scappellamento?
                😉

              • Francesco scrive:

                Va bene che sono stupido ma ogni volta che vi leggo mi definite meglio di quanto saprei farlo io

                Peucezio mi spiega perchè sono liberale
                Pino e Roberto perchè sono cristiano cattolico
                MT perchè sono “di destra”, quasi reazionario
                Mario e Miguel perchè sono stalin-comunista e progressista

                😀

              • PinoMamet scrive:

                Beh, dopo tutto per anni ti abbiamo spiegato perché dovevi votare Berlusconi 😉

                Francè, ti è mai venuto una volta nella tua vita il dubbio di avere sbagliato? O ricevi solo conferme?
                Perché nell’ultimo caso, ecco, fossi in te, forse darei un’occhiatina al mio sistema di feedback 😉

              • Peucezio scrive:

                Francesco,
                anche secondo me sei stalin-comunista e progressista 😛

                Pino,
                non sei credibile come ignorantone Z. bis: già non è credibile lui a fare lo scemo per non andare in guerra,

              • Francesco scrive:

                Pino

                per rispondere alla tua domanda, ti dirò che aver dato credito a Berlusconi mi pare un errore sufficiente, anche sovrabbondante, per dubitare del mio giudizio

                🙂

              • Z. scrive:

                Francesco,

                no.

                Dagli errori si impara.

                🙂

              • Francesco scrive:

                x Z

                infatti mica ho votato Renzi! sono passato al voto simbolico (Lupi) o all’astensione

                😉

          • paniscus scrive:

            “ad un certo punto la spirale si dovrà pur spezzare, o no?”

            prova però a riflettere sulla questione della durata.
            ——————

            Considerando quante siano ancora le donne italiane (non-zingare, cittadine a pieno titolo, emancipate, istruite, laureate e lavoratrici, e nemmeno tanto anziane, ma della mia età, ossia tra i 40 e i 50, e magari ancora meno)

            che danno per scontato che “la donna che vuole lavorare deve fare per tutta la vita il doppio lavoro di professionista e di casalinga, mentre l’uomo no”,

            e che quindi “la donna deve trovarsi un’occupazione che le permetta di conciliare lavoro e famiglia, mentre l’uomo non ne ha bisogno”,

            e che trasmettono tale pensiero alle proprie figlie,

            mi sembra che le catene siano durissime da spezzare anche in ambiente non-zingaro.

            • roberto scrive:

              “mi sembra che le catene siano durissime da spezzare anche in ambiente non-zingaro.”

              certo, anche se io ho un giudizio diverso sul fenomeno che noti.
              1. le donne che lavorano sono infinitamente di più ora rispetto anche solo ad una generazione fa
              2. già la generazione dei nostri genitori considerava semplicemente inconcepibile che certe cose fossero fatte dagli uomini e non dalle donne
              3. uomini che cercano un lavoro che permetta di conciliare vita di famiglia e lavoro ce ne sono sempre di più, come ci sono sempre più donne che se ne fregano di conciliare lavoro e famiglia

              quindi, è vero che la regola è ancora “donna lavora E fa la casalinga” ma è innegabile che la regola è sempre meno scontata e non sarei sicuro che già per la generazione dei nostri figli esisterà

    • Miguel Martinez scrive:

      Per roberto

      “ma non trovo più il racconto della fuga dalla ex jugoslavia”

      http://www.kelebekler.com/reska/reska-it.htm

      Oggi sarei più sfumato in molti giudizi, ma è stata comunque un’avventura notevole, soprattutto a livello interiore.

      In questo senso, ho una gratitudine infinita verso gli zingari, da allora in poi non posso più vedere la vita allo stesso modo.

      E questa credo che sia la più grande lezione che ci possano dare.

  8. mirkhond scrive:

    “senza amore, si vive male.”

    Infatti.

    • MOI scrive:

      … per “Amore” si intende quello di un Padre Padrone ?!

      • MOI scrive:

        Ma non diceva la Vulgata Politically Correct che i Babbi Zingari son tanto affettuosi ?!

        • PinoMamet scrive:

          Mai sentito.

        • PinoMamet scrive:

          In effetti la vulgata politically correct non parla mai di “babbi” zingari, che io sappia.

          Direi che è ricalcata sulla vulgata “cattivista”, con l’aggiunta della particella “non”:

          – “non” è vero che tutti gli zingari rubano;
          -“non” è vero che le zingare rubano i bambini;
          -“non” è vero che sono tutti sporchi
          -“non” è vero che…

          sugli zingari, perciò, ha perso in partenza.
          Conosco pochissime persone, nella realtà fuori dal computer, che li apprezzino: la maggior parte, al massimo, li tollera.
          Qualcuno apprezza o finge di apprezzare gli zingari immaginari, che sarebbero una specie di circensi che fanno “una vita in vacanza” e ascoltano Goran Bregovic tutto il giorno e sicuramente apprezzeranno quel mio amico tanto creativo che fa il giocoliere sui trampoli.
          Ma sono, tipo, uno su cento.

          • Peucezio scrive:

            Questo però fa capire quanto alla sinistra interessino le sue isterie autoreferenziali e non freghi nulla delle persone vere.
            Si scandalizzano mica per quello che può concretamente accadere a degli zingari (che non se li cagano proprio e in fondo gli stanno pure sulle palle), ma per l’idea del censimento su base etnica.

  9. MOI scrive:

    @FRANCESCO

    Non fare l’ipocrita: il tuo Dio (Libero Mercato) dice che NON esistono “Bisognosi” ma solo “Parassiti Sfaticati”, immeritevoli di sopravvivere … e ti sbertuccia se tiri fuori cazzate da Amish tipo la Chiusura del Centro Commerciale (cioè il Tempio del tuo Dio) di Domenica … o il Giorno del Signore di quando cazzo vuoi ! 😉

    • Z. scrive:

      Veramente il buon Francesco è a favore della chiusura degli esercizi alla domenica. Sono io che li vorrei sempre aperti!

      • MOI scrive:

        Ma infatti: in regime di Libero Mercato NON esistono chiusure … Francesco si illude di poter conciliare Fede in un Ghibbor 😉 (presunto) Buonista e in un Idolo come il Libero Mercato.

        • Francesco scrive:

          appena mi spieghi cosa l’è il Ghibbor (un personaggio di Zelda?) confermo pienamente!

          ah, quella idea lì di Libero Mercato è una ridicola estremizzazione, priva di fondamento nei pensieri di noi mercatisti-capitalisti-cattive persone

          🙂

  10. MOI scrive:

    Oh … Finalmente arriva Lei , la PortaVoce Democratica del Popolo Rom :

    ——————————

    https://www.vanityfair.it/news/diritti/2018/06/19/dijana-pavlovic-censimento-rom-salvini-pensi-ai-suoi-figli

    Dijana Pavlović: «Caro Salvini, le racconto chi sono i rom»

    —————————–

    Tutti i problemi risolti !

  11. MOI scrive:

    https://www.youtube.com/watch?v=ohl9RMBYKPM

    Salvini: “Quando vado nei campi rom trovo le Audi da 80mila euro. Con quali soldi le comprano?”

    Biancofiore: “Con i nostri soldi, rubati nelle nostre case” e Beccalossi: “Penso che siate dei ladri”.

    Pavlović: “Hitler è stato votato democraticamente. Se i vostri figli crescono con odio verso un qualsiasi essere umano non saranno bambini felici”.

    • PinoMamet scrive:

      Salvini non ha mai sentito parlare del mercato dell’usato, beato lui.

      • paniscus scrive:

        L’ossessione patologica dell’italiano medio per l’inaccettabilità del fatto che “gli zingari abbiano delle macchine più grosse della mia”, non mi ricorda altro che complessi fallici su cui è meglio sorvolare.

        Gli zingari hanno tendenzialmente macchine di grosse dimensioni, innanzi tutto perché hanno famiglie numerose, e poi perché compiono spesso spostamenti lunghi, con notevoli carichi di bagagli. Ma non vuol dire che quelle macchine siano di lusso, o che siano particolarmente costose.

        Io posso testimoniare di aver personalmente accompagnato una famiglia di zingari a scegliersi una macchina da comprare, in uno sconcertante mercato dell’usato che mi avevano segnalato loro, perché io ovviamente non avrei nemmeno saputo della sua esistenza, nonostante fosse a pochi chilometri da casa mia, a due passi dalla regolarissima e produttivissima periferia industriale della mia città.

        Un deposito enorme di autoveicoli di tutti i tipi, grandi e piccoli, lucidissimi e malconci, anzi, la maggior parte MOLTO malconci ma funzionanti, e quindi a prezzi mediamente stracciati rispetto a quelli di mercato ordinario, ma comunque vendibili in regola.

        E il tenutario del mercato era ovviamente del tutto italiano, e per nulla zingaro.

        • Peucezio scrive:

          Tra l’altro le macchine grandi e potenti si deprezzano immediatamente e più sono grandi e più velocemente perdono valore sul mercato.
          Io ho posseduto un’Alfa Romeo molto potente (più di 200 cavalli), un’ammiraglia che bastava sfiorare l’acceleratore e volava, ma l’ho pagata circa un quinto di quanto l’ha pagata, nuova, il mio amico che poi me l’ha venduta, con qualche anno ma con solo 27 mila chilometri.
          Poi mi ha dato infiniti problemi, perché erano proprio macchine mal costruite, e va bene, ma se invece di rottamarla “dandola dentro”, come si dice a Milano, l’avessi rivenduta a qualcuno, avrei praticamente dovuto pagarlo per dargliela.

        • roberto scrive:

          che poi a me sembra che gli italiani abbiano la fissa delle macchine belle, sportive, non di per se grandi. per quelle grandi la fissa è tedesca piuttosto

          • Peucezio scrive:

            Già, vero…
            In questo sono un po’ tedesco: mi piace molto di più la macchina grande (dal motore potente ovviamente) della macchina sportiva, in cui stai scomodo, col culo per terra e dopo cinque minuti che guidi ci hai già la lombalgia.

          • PinoMamet scrive:

            A me delle macchine, confesso, non è mai fregato un cazzo.

            Ho un certo amore per le biciclette, basta che siano di vecchio tipo (non ultramoderne, con materiali strani, o elettriche: proprio una normalissima bicicletta, non mi fa schifo se da corsa), e capisco il fascino per le moto (idem come sopra) anche se non sono il tipo da usare una motocicletta.

            • paniscus scrive:

              Per me la macchina è esclusivamente una scatola dove ci si infila per recarsi da un posto all’altro, con meno sbattimento possibile, poi la si parcheggia da qualche parte e si va a fare quello che si aveva intenzione di fare nel luogo di arrivo, senza nessun coinvolgimento emotivo sulle qualità della macchina in sé, o sulle modalità di viaggio.

              Non ho idea di cosa significhi il concetto di maggiore o minore piacere o senso di soddisfazione nel guidare un certo tipo di macchina piuttosto che un’altra. Come a dire se mi sento meglio a scrivere un verbale di un consiglio di classe o una relazione finale del corso di recupero…

              Le uniche caratteristiche che mi possono interessare sono quelle di sicurezza, di semplicità e di durata più lunga possibile, e magari di risparmio sui consumi…

              …ma di sicuro non me ne può fregare di meno delle dimensioni (anzi, più la macchina è grossa peggio è, perché non si trova parcheggio), della potenza del motore (tanto io non correrei comunque a velocità elevate) o degli optional sfiziosi ultratecnologici (dei quali, chi se ne frega).

              Da quando ho deciso di usarla il meno possibile, e di stare per settimane o mesi di seguito senza vederla e senza ricordarmi di averla, sto infinitamente meglio.

            • Peucezio scrive:

              Soggettivo.
              A me della macchina come status symbol frega poco e niente. Tutt’al più potrebbe servirmi per rimorchiare, ma tanto miliardario non lo sono, quindi comunque non penso di procurarmi macchine da rimorchio (a parte che ho qualche dubbio sul fatto di essere compatibile col tipo di ragazze rimorchiabili in quel modo, non per moralismo, ma perché tempo di averci proprio poco da condividere).
              Però il piacere della guida lo sperimento eccome e cambia moltissimo da macchina a macchina.
              Qualche settimana fa sono andato a ritirare la macchina dal mio meccanico, che ha l’officina molto distante da casa mia, quindi ci sono andato con una di quelle orribili 500 del car sharing: un’esperienza penosissima: cilindrata mille, che schiacciavi a più non posso e non andava; inoltre eri di culo per terra e anche solo per mettere il braccio al finestrino dovevi sollevarlo molto in alto, insomma, quindici minuti di sofferenza.
              Alcuni giorni fa invece ero sulla R6 nelle campagne fra Spinazzola e Poggiorsini: una superstrada dove non passa mai una macchina, larga, con curve lievi, in un paesaggio mozzafiato (non uso mai questo aggettivo, anzi, forse è la prima volta che lo uso in vita mia, scritto e orale, ma quando ce vò ce vò): insomma, sentire scorrere la macchina in quella strada larga, in mezzo a quel paesaggio meraviglioso, è un’esperienza impagabile. Negli stressi giorni, nelle stesse zone, ho fatto lunghe camminate a piedi (10 e poi 17 km): bello, ma non è certo la stessa cosa: senti gli odori, fai del movimento, ma la sensazione del movimento fluido nello spazio e del paesaggio che cambia velocemente davanti agli occhi, ma non tanto da non avere il tempo di gustartelo, camminando non ce l’hai mica.

              • paniscus scrive:

                “ma la sensazione del movimento fluido nello spazio e del paesaggio che cambia velocemente davanti agli occhi, ma non tanto da non avere il tempo di gustartelo, camminando non ce l’hai mica.”
                ——————

                Boh, io sarei incline a pensare esattamente il contrario:

                è stata proprio l’abitudine alla guida (piuttosto recente rispetto ai tempi storici) a snaturare radicalmente, nel giro di pochi decenni, la nostra modalità di concepire la visione dell’orizzonte, del paesaggio e degli spostamenti, rispetto a un’attitudine precedente che era stata dominante per millenni e condivisa da chiunque.

                Il tuo commento mi pare piuttosto bizzarro, da parte di uno che sostiene che esistano delle invarianti antropologiche universali che “sono sempre state così”…

                …e che le loro incidentali deformazioni recenti siano nient’altro che perversioni, che vanno combattute o ignorate, perchè contro natura, e non supportate da valori e sostanza effettiva.

                Basta che si tocchi il tabù del conformismo automobilistico, e tutto il castello delle invarianti antropologiche universali da non contrastare crolla miseramente 🙂

              • Peucezio scrive:

                Io constato una sensazione di fatto, poi non saprei dire come si è prodotta, se è il risultato di una distorsione o meno. Certo è che accade e io la percepisco nettamente (e anche tanti altri).

                Circa le invarianti antropologiche, non c’entrano nulla con i mezzi tecnici, che sono differenziatissimi secondo le culture e in sé sono fondamentalmente neutri.
                Se però mi vuoi dire che per produrre le perversioni moderne ci è voluta la rivoluzione industriale e la civiltà dei consumi, perché un modello di tipo agricolo-artigianale non le avrebbe prodotte e che anche l’automobile fa parte di quel mondo, allora ti do ragione.
                Però non mi si chieda di rinunciare all’auto in un mondo di froci legalizzati.
                Semmai posso accettare il contrario, e cioè che si torni al mondo tradizionale sia in senso culturale che tecnico. Allora ci sto.

              • Francesco scrive:

                no, scusa Peucezio, adesso per vivere secondo Natura dovrei rinunciare all’automobile, al computer, all’aereo, alle navi, al treno? ma sei matto? 😀

                qui si confonde sempre la Natura dell’uomo (Odisseo) con la Natura tout court (Gaia)

                ci vorrebbero due parole diverse, alla fine

              • Miguel Martinez scrive:

                Per Francesco

                “qui si confonde sempre la Natura dell’uomo (Odisseo) con la Natura tout court (Gaia)

                ci vorrebbero due parole diverse, alla fine”

                E’ un’affermazione interessante.

                Il problema per gli “ecosinistri” è che parlare di Natura dovrebbe significare anche parlare di vincoli, di realtà innate, della violenza che accompagna l’esistenza. E per gli “economodestri”, che se esiste una natura umana, fa parte inscindibile di una natura di tutto il creato. Il rondone fischia, l’uomo prega…

                Surat al-A’raf, 54-58:

                54. Allah è il vostro Signore, Colui Che in sei giorni ha creato i cieli e la terra e poi si è innalzato sul Trono. Ha coperto il giorno con la notte ed essi si susseguono instancabilmente. Il sole e la luna e le stelle sono sottomesse ai Suoi comandi. Non è a Lui che appartengono la creazione e l’ordine? La lode [appartiene] ad Allah Signore dei mondi!

                55. Invocate il vostro Signore umilmente e in segreto. Egli, in verità, non ama i trasgressori.

                56. Non spargete la corruzione sulla terra, dopo che è stata resa prospera. InvocateLo con timore e desiderio. La misericordia di Allah è vicina a quelli che fanno il bene.

                57. Egli è Colui Che invia i venti, annunciatori e precursori della Sua misericordia. Quando poi recano una nuvola pesante, la dirigiamo verso una terra morta e ne facciamo discendere l’acqua, con la quale suscitiamo ogni tipo di frutti. Così resusciteremo i morti. Forse rifletterete [in proposito].

                58. Nelle buone terre crescono piante in quantità, per volontà del loro Signore, in quelle cattive non spuntano che a stento. Così spieghiamo i nostri segni per il popolo che si dimostra riconoscente.

              • Z. scrive:

                Peucezio,

                se vuoi rimorchiare è meglio un trattore. Intendi l’aratro, giusto? 🙂

                Comunque, SCOOTER.

                Consuma meno, va dovunque, costa poco, e si parcheggia senza dolore.

                Ed è lesto.

              • mirkhond scrive:

                E facile da rubare. 🙂

              • Z. scrive:

                Vero. Qua però ne rubano pochi. Mai subito un furto di scooter.

              • Peucezio scrive:

                Ho un’idioscinrasia verso le due ruote.

            • PinoMamet scrive:

              Leggo sul giornale locale che i Carabinieri di un paesino del pre-Appennino, in un controllo, hanno rinvenuto un Ciao rubato (vado a memoria) 36 anni fa! Come nuovo.
              E lo hanno restituito al proprietario.

              Che è venuto da Pavia, dove vive ora, per riprenderselo.
              Salta fuori che è un regalo del povero padre, che gli diceva “non lasciarlo fuori senza catena, ché te lo rubano”. Lo avesse ascoltato!

              Comunque, chissà, magari doveva andare proprio così, e nel viaggio di ritorno avrà scoperto delle cose importanti… o chissà…

  12. MOI scrive:

    Cmq la Pavlovic è nata (1976) e cresciuta in un contesto di Socialismo Reale (Ex ! … Molto Ex !) Jugoslavo di Fine Tito (Leader indiscutibilmente Carismatico) e un Decennio di Presidenti Travicelli 😉 che hanno tirato avanti alla menopeggio nella sua ombra; poi ha sempre bazzicato ambienti di Borghesia Bene di Sx Artistica o giù di lì. Insomma … che “ci azzecca” con le Romnì in Italia ?!

  13. Resta interessante vedere a cosa si è ridotta l’agenda politica in quella che non troppi anni fa si piccava di essere la quinta o la sesta Potenza economica mondiale.
    Posizione peraltro conquistata non certo per meriti, ma coi soliti trucchi alla gennarino come quello di svalutare continuamente la moneta.

    • Peucezio scrive:

      Beh, insomma…
      Se bastasse svalutare per essere una delle massime nazioni manufatturiere, lo farebbe anche il Burundi.

  14. MOI scrive:

    E SE … gliela “dessimo su” 😉 all’ idea, anzi alla “fissa” … che solo il MaschioBiancoEteroSessualeCisGender più o meno “Secolrizzato / PostCristiano” è l’ unico e solo Essere Umano concepibile come individuo poiché avente ancora chissà quale privilegio dagli Anni Cinquanta Eterni ?!

    Non è che concepire qualsiasi (!) Essere Umano individualmente (!) ne tutelerebbe i Diritti meglio ?

    Perché se sei oppresso/a/* all’ interno (!) di una Minoranza, poi “fa brutto” per l’ Intellighentzija (o come si scrive …) dovere ammettere che anche (!) internamente (!) alle Minoranze puoi trovare razzismo/xenofobia/omofobia/maschilismo, ecc ….

    … o no ?!

  15. Val scrive:

    per Miguel

    “E certamente è “parassitario” lo stile di vita zingaro; anche se non è nulla a confronto, che so, del parassitismo di uno speculatore immobiliare.”

    Vero. Ma non credo che questo tipo di contrapposizioni (voi vendete le figlie, noi distruggiamo i mari e buttiamo le bombe) porti molto lontano. A parte che cristallizzano un “noi” e un “voi” che rischiano di essere stereotipati, credo manchino un punto importante, che dal mio – limitatissimo – punto di vista è: quanto riesce ad essere distaccato e autocritico lo sguardo su se stesso del gagè e dello zingaro?
    Tutto sommato qui dentro si riflette sui nostri limiti, ci si interroga sull’esistenza di terreni comuni e sulle possibilità di interazione con gli altri mondi, si arriva addirittura a che gli altri mondi mettano in discussione le nostre griglie mentali. Di certo siamo dentro una dialettica sociale che non dà per scontate le bombe né il parassitismo dello speculatore. Per quanto monolitico, totalitario e portatore di violenza sia il pensiero unico dell’Occidente in cui siamo tutti “embedded”, qualche Malinowski, qualche Chomski o qualche Miguel Martinez ogni tanto lo produce. Possiamo dire lo stesso per il mondo rom? Domanda non retorica, davvero non saprei. Diciamo che tendo sempre a concepire le diverse culture umane come mai del tutto incommensurabili, ma ho la sensazione che per i rom il problema se “un altro mondo” sia possibile non si ponga nemmeno.

    • Miguel Martinez scrive:

      per Val

      ” Possiamo dire lo stesso per il mondo rom? Domanda non retorica, davvero non saprei. Diciamo che tendo sempre a concepire le diverse culture umane come mai del tutto incommensurabili, ”

      Bella riflessione, interessante.

      Probabilmente la differenza è legata sempre all’oralità: ciò che è inconcepibile sono i sistemi astratti, mentre è perfettamente concepibile l’idea che il gagiò Tizio sia una persona molto più brava del cugino Rom che mi ha appena fregato, o che la cantante vista alla televisione è simpatica e meritava di vincere un premio (il che vuol dire mettersi all’interno della logica del programma TV stesso).

  16. Mario scrive:

    A me gli zingari, i rom, i nomadi, i sinti o come diavolo si chiamano — tutti questi nomi per turlupinare l’uomo bianco, mi pare evidente la strategia — non stanno simpatici. Essi trasfigurano l’inganno in stile di vita. Non sono cattivi, di solito, ma spesso repellenti: a volte ricordano la stirpe malefica dei cagots, di cui qualche esponente è stato avvistato, anche recentemente, nei pressi di Rennes Le Chateau. I pirati delle ONG sono però peggiori, anche se bianchi: e domani Salvini e Toninelli ne arresteranno qualche centinaio.
    Rilevo solo, in ultima analisi, a glossa di questa mia prevedibile anabasi, essenzialmente fondata sull’orgoglio di razza: il Regnum interiore dei nazionalcomunisti è l’Impero della Fine.

  17. Val scrive:

    Se non lo ha già fatto qualcuno, mi sembra giusto condividere questa triste notizia:
    http://www.milanotoday.it/cronaca/villa-formigoni-sardegna-.html

    La villa di Formigoni in Sardegna, 13 vani e vista sul golfo, cade a pezzi. Ci vogliono 340mila euro solo per ristrutturarla.

    Questa è la news fresca fresca. Ma la notizia che non sapevo risale già a un ano fa: http://www.ansa.it/sardegna/notizie/2017/07/05/famiglia-rom-occupa-villa-a-porto-cervo_93cd09ad-899d-4237-9e4f-e5e60437234e.html

    “Anche noi abbiamo diritto alle ferie”. Grandi 🙂

    • Francesco scrive:

      scusa ma non sapevo Formigoni possedesse una villa … fonti affidabili?

      • Val scrive:

        Daccò, Perego, Formigoni. Immagino la vicenda ti sia nota quindi immagino anche che la domanda sia retorica. Francamente non ho idea se si sia arrivati ad una verità giudiziaria. Chissenefrega, mi faceva sorridere la famiglia rom in vacanza scrocco nella villa delle vacanze a scrocco..

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