Rolf Bauerdick, la Madonna, i Rom e noi

Rolf Bauerdick è insieme avventuroso fotoreporter e colto teologo, un’improbabile ma interessante combinazione.

E’ anche autore di uno dei libri più belli che mi sia mai capitato di leggere: Come la Madonna arrivò sulla Luna, pubblicato dalla Feltrinelli e tradotto da Aglae Pizzone [1].

Capita molto di rado di leggere un libro che riesca a funzionare su tanti piani contemporaneamente. Qui tutto tiene – la trama, la delicatezza e la simpatia dei personaggi, le riflessioni metafisiche-religiose, la visione di quarant’anni di socialismo reale in Romania, gli orrori che non scadono mai nel macabro…

Alcuni mesi fa, in seguito alle deportazioni organizzate da Nicolas Sarkozy, Rolf Bauerdick ha scritto un articolo per Die Welt sulla condizione dei Rom in Romania. Troverete la traduzione alla fine di questa nota introduttiva.

Ora, i Rom occupano un posto notevole nell’immaginario e nelle preoccupazioni degli italiani; e la Romania è una sorgente assai copiosa di migranti Rom. Quindi è importante capirci qualcosa; ed è comunque un tema che ci interessa da tempo.

Il Monologo Occidentale è sempre costruito come un finto dialogo, anzi una lite tra opposti.

Per una solida maggioranza dei monologanti, i Rom sono un insopportabile blocco di parassiti, che se non si integrano-come-dico-io, vanno mandati a casa loro. E così troviamo un Franco Frattini che esalta la Francia che  «ha appena impacchettato e rispedito in Romania due campi nomadi in blocco»; mentre Gianfranco Fini si complimenta con il sindaco di Bucarest per aver “spianato” i “campi nomadi” (cioè dei vasti quartieri urbani) proprio lì dove la Francia stava scaricando i pacchi umani.

Dall’altra parte, abbiamo la categoria – molto più piccola – dei Bianchi Buoni o dei Redentori, che vedono nei Rom un ammasso di agnelli, vittime sacrificali del “razzismo”, cioè dei cattivi sentimenti dei Bianchi Cattivi.

I due atteggiamenti non sono sullo stessso piano, perché i secondi non radono al suolo con le ruspe i precari insediamenti dei Rom.

Però c’è un curioso paradosso. Gli ziganofobi, dicendo, “è colpa dei Rom che non si vogliono integrare“, almeno attribuiscono ai Rom una realtà umana che i secondi negano loro: l’unico essere in grado di agire sarebbe l’Uomo Bianco, scegliendo tra Accoglienza e Discriminazione verso il Diverso. Così il moralismo sostituisce la più faticosa ricerca storica e sociale. A volte, l’antirazzismo costituisce il socialismo degli imbecilli…

Invece Bauerdick ci fa cogliere come la questione Rom riguardi reali esseri umani che cercano molte soluzioni diverse ai tremendi problemi proposti dalla globalizzazione economica, politica e anche mediatica.

Titolo originale, Roma kehren zurück zu Leben in Elend und Apathie

Traduzione di Miguel Martínez


I Rom ritornano a vivere nella miseria e nell’apatia

Chi va a visitare i Rom in Romania capisce perché tanti non vogliono restare. Solo pochi hanno un futuro lì.

I vicoli del quartiere Rom di Blaj si svuotano la sera presto. Ragazze che andavano in giro tenendosi per mano scompaiono. Donne, che ancora chiacchieravano eccitate con le vicine, si chiudono in casa. Ionina, Codrutza ed Elvira perdono subito la voglia di giocare alla corda cinese, e seguono il richiamo del televisore. Quando le tre sorelle – dall’età di nove, dieci e dodici anni – si accucciano davanti allo schermo e diventa quasi impossibile parlare con loro. O con la loro mamma, Joana Sirbu. Perché alle sei iniziano le telenovelas.

Produzioni economiche in serie provenienti dall’India o dal Sudamerica. La preferita è il romanzo zingaro Inima de tigan. Intrighi e tradimento, avidità, infedeltà e parole d’amore, cuore e dolore, c’è tutto tra interminabili blocchi di pubblicità. E i dialoghi li capiscono anche i bambini piccoli.

Quando trasmettono Cuore gitano“, dice Joana, “tremo per la commozione“. Né lei né le figlie hanno perso una sola delle oltre 200 puntate.

“Solo le novelas brasiliane non sono facili da capire“. Non a causa della lingua portoghese, ma per via dei sottotitoli in rumeno. Infatti, Joana non sa leggere. E le ragazze, quando va bene, frequentano la scuola speciale per alunni con problemi di apprendimento, come la maggior parte dei bambini Rom a Blaj, una città di 22.000 abitanti in Transilvania.

La TV satellitare come via di fuga da un’amara realtà

Nella vecchia città sassone di Blasendorf [Blaj], vivono appena 5.000 Romà, pochi benestanti, alcuni che tendono verso il ceto medio, la maggior parte nella povertà o addirittura la miseria. Ma anche sulla più miserabile capanna di argilla, svetta un‘antenna parabolica.

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"nche sulla più miserabile capanna di argilla, svetta un'antenna parabolica" Foto di Rolf Bauerdick

Quanto la TV satellitare abbia influito sulla vita dei Rom lo sa il prete greco-cattolico, Lucian Mosneag. “Prima della rivoluzione del 1989, quasi tutti gli zingari [2] portavano nomi cristiani”.

Il registro dei battesimi rivela che ai tempi del comunismo, i nomi di gran lunga preferiti erano Ana Maria, Ion o Gheorghe. Solo ogni tanto compariva qualche Stalin, Rambo, Kennedy o Gagarin. Ma a partire dal 1990, dopo la fine del dominio di Ceausescu, compaiono i  Greg, Bobby e Pamela, chiamati così in onore degli attori del serial Dallas. “Oggi gli zingari vogliono che io battezzi i loro figli Pablito, Raoul o Sandokan“, racconta Lucian. Così si chiamano i nuovi eroi della TV.

Lucian Mosneag dirge la Comunità della Santa Croce in mezzo all’insediamento Rom di Plopilior. La sua modesta chiesa è una semplice costruzione in mattoni, che si alza verso il cielo accanto a un caotico deposito di rifiuti, e divide la parrocchie in due metà. A sinistra, i ricchi, a destra i poveri. La gente a destra, la maggioranza, non trova lavoro. Si accucciano nelle loro dimore e aspettano qualcosa, mentre i bambini giocano nell’immondizia.

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Padre Lucian Mosneag e la sua chiesa. Foto di Rolf Bauerdick

I capi clan diventano re con gli euro mendicati

A sinistra della chiesa, si alzano muri, si avvita, si trapana e si martella. Si innalzano case eleganti, si costruiscono garage e gli uomini si fanno vedere mentre puliscono con stracci le loro limousine. Questi sono i campioni della ridistribuzione della ricchezza sociale. Il loro mestiere: mendicanti.

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"Si innalzano case eleganti" Foto di Rolf Bauerdick

Da quando la Romania è entrata nell’UE, i clan mandano i propri familiari assieme ai bambini e invalidi in Francia, Italia o Spagna“, spiega Lucian. “Con gli Euro che mendicano lì, qui diventano re“. E’ un segreto di Pulcinella il fatto che molti clan si siano organizzati in strutture mafiose. E ottengono tutto dietro ordinazione: televisori, computer, macchine fotografiche digitali.

“Chi vuole vivere in maniera onesta, non diventerà mai ricco“, dice Jonina Coseriar. Ha 58 anni, sette figli e 17 nipoti, e non vuole in alcun caso che i suoi figli e figlie vadano in Italia o in Francia. “Non abbiamo allevato i nostri figli perché mendicassero, rubassero o si prostituissero. All’estero, i giovani vengono sfruttati e ingannati. I capi portano via tutto il loro denaro. Dopo aver mangiato e dormito, non resta nulla”. Ma Jonina sa che gli onesti  restano per strada. I suoi figli non trovano lavoro, anche se hanno fatto la scuola. “Io trovo solo un posto come apprendista presso un meccanico“, dice Petru, il figlio più giovane, “ma un’istruzione come meccanico automobilistico? Nessuna possibilità”.

Il regime di Ceasescu dava ai Rom i lavori di scarto – oggi non hanno nulla

Il marito di Jonina, Stelian, è un uomo simpatico. Segnato dal duro lavoro, sa che i suoi giorni sono contati. “Mi manca il respiro“, dice, annaspando per l’aria. Ai tempi del comunismo, lavorava duro nella famigerata “città nera” di Copsa Mica, a mezz’ora di macchina da Blaj.

Le ciminiere fumanti di una fabbrica trasandata, il particolato e i vapori tossici che venivano dalla produzione dei metalli trasformavano la vita delle persone in una tortura.

Gli zingari venivano assegnati ai lavoro peggiori. Dovevano grattar via i rifiuti velenosi dalle caldaie, e così un misto di piombo, arsenico e acido rovinava la loro salute e si mangiava i loro polmoni. “Di circa 200 operai provenienti da Blaj“, dice Stelian Coseriar, “solo sette o otto sono ancora in vita.”

La malattia e la disoccupazione hanno portato via anche il sogno della vita di Jonina e Stelian: “una grande casa per i figli e nipoti”.

Stelian ha una pensione di circa 130 euro al mese, di cui la metà viene spesa in antibiotici. “Sotto Ceausescu“, dice la coppia, “stavamo molto meglio“. Entrambi lo dicono senza risentimento, ma con l’amara coscienza che la libertà da sola non sazia. “Prima“, dice Stelian, “ci davano solo i lavori peggiori, ma avevamo un reddito. Adesso viviamo alla giornata“.

I genitori trasmettono solo miseria e apatia ai figli

Tanto negli insediamenti ai margini dei villaggi quanto vicino al cementificio di Turda o presso i ruderi industriali di Copsa Mica, le famiglie dei Rom abitano sempre nelle stesse tetre baracche come vent’anni fa. Un numero spaventoso di bambini sono malati e in cattive condizioni. Quando il tredicenne Jonutz cerca rottami di metallo nella discarica, nessuno pensa che dovrebbe andare invece a scuola.

Nessuno si preoccupa di Gheorghe, dieci anni, che sembra un triste vecchio con la sua schiena piegata, o di Daniel, che non può camminare a causa dei suoi piedi addotti. Oppure della seienne Maria, che soffre di cateratte e sta diventando gradualmente cieca. Non parliamo dell’invalida Alina, che vegeta accanto a un porcile.  Si lamentano i genitori, dicendo che non ci sono i soldi per le visite mediche, ma nascondendo a malapena una spaventosa indifferenza. La miseria e l’apatia sono tutto ciò che i genitori trasmettono ai propri figli.

I Rom una bomba sociale a tempo

Molti Rom non riescono a stare al passo con il veloce sviluppo dopo la svolta. Qui c’è una bomba sociale a tempo. Non solo per la Romania, ma per l’Europa. Perché la maggioranza degli zingari si può integrare solo con difficoltà. A dirlo non è un populista di destra, ma Nicolae Anusca, che si impegna per la minoranza come direttore della Caritas a Blaj. Si impegna innanzitutto per i bambini. In Romania, vivrebbero dai 2,5 ai 3 milioni di Rom. “Per disinnescare il problema“, sostiene  Anusca, “le autorità statali sottostimano le cifre“. Inoltre, molti Rom nascondono la propria identità nei censimenti, per paura di essere discriminati.

La scuola elementare statale accanto alla Chiesa della Santa Croce del parroco Lucian fu, in origine, ideata sia per bambini rumeni che Rom. Oggi 250 bambini Rom restano da soli. Da molto tempo ormai, i bambini rumeni non vanno più a Plopilior. Si tratta di pregiudizi razziali? “No“, dice  Angela Mosneag, “bisogna capire i genitori. All’inizio, molti di loro erano attenti e socialmente impegnati, ma i loro bambini si ammalavano a lungo. Venivano sempre a casa con pidocchi e scabbia. Chi manderebbe il proprio figlio in una scuola dove, fino a poco tempo fa, non c’era nemmeno un bagno?

Nessun insegnante ha lavorato tanto a lungo a Plopilior quanto la moglie del prete Mosneag. Dopo dodici anni, Angela si è arresa. Delusa. “E’ stato un periodo estremamente duro. Mi sono bruciata completamente“. Oggi lei insegna in una nuova scuola della Caritas. “Quando prendiamo qui qualche bambino Rom, ce ne possiamo occupare in maniera intensiva, e fioriscono. Non si può ottenere l’integrazione in altro modo”.

Le difficoltà di apprendimento dei bambini Rom emergono alla fine della scuola elementare, quando si inizia a promuovere il pensiero astratto, ritiene il parroco. “A casa, presso le loro famiglie, i ragazzi e le ragazze non trovano alcun sostegno. Molti genitori sono analfabeti. C’è rumore. La televisione è accesa. Come possono i bambini imparare lì, risolvere i compiti con concentrazione e continuità?

A primavera, il Rom dodicenne Rafael ha abbandonato la scuola pubblica, per frequentare la Caritas. “Non volevo più tornare a Plopilior”, spiega. “Lì ci sono solo urla e liti. Pane, matite e fogli, i bambini ti portano via tutto”.

“La divisione tra diversi gruppi di zingari è spesso più forte del pregiudizio e della discriminazione da parte dei romeni”, opina il prete Gheorghe Musetescu di Bratei. Nel villaggio abitano 600 famiglie, la proporzione di Cigany cresce continuamente e attualmente si aggira sul 70 percento. A febbraio del 2009, Musetescu ha battezzato due bambini romeni. E 22 bambini Rom.  “Il rapporto tra i diversi gruppi di popolazione si sta visibilmente sbilanciando.”

Le ragazze fanno molti bambini e presto – conseguenza della politica dei contributi per l’infanzia

Che sia a Bratei, a Blaj o a Copsa Mica, nessuna famiglia ha meno di quattro, cinque bambini. Spesso sono dieci o anche di più. Molte ragazze si sposano a 14 anni e sono nonne a 30. “E’ la conseguenza della politica dei contributi per l’infanzia di Ceausescu“ è il parere del direttore della Caritas, Nicolae Anusca. In molti insediamenti, dove la disoccupazione raggiunge il 90 percento, i contributi per l’infanzia sono l’unico reddito delle famiglie.

Non abbiamo nulla a che fare con questa gente“, dice Victor Caldarar. “Noi ci guadagniamo da vivere con l’onesto lavoro delle nostre mani“. La famiglia di Caldarar appartiene ai rispettati Kalderash, la lega di clan molto tradizionale dei calderai. Una dozzina di famiglie di artigiani vivono alla periferia di Bratei, dove vendono i loro lavori in rame, paiuoli, brocche, foulard o attrezzi per la distillazione della grappa.

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Victor Caldarar. Foto di Rolf Bauerdick

I Kalderash, molto coscienti del proprio ruolo, guardano con diffidenza ai Cigany disoccupati, che non curano più le proprie tradizioni e non parlano più il Romanè. Ancora oggi, a due decenni dalla caduta del dittatore, gli zingari pagano il prezzo per il piano di Ceausescu di imprimere sul paese agricolo della Romania le norme di una nazione industriale socialista. Si negava ai Romà il permesso di esercitare il commercio, si vietava loro di dedicarsi al piccolo commercio e al nomadismo, fondamentale per i lavoratori stagionali. Schiacciati in abitazioni-silo ridotti a slum alle periferie delle città, non hanno potuto più esercitare i loro mestieri tradizionali nell’agricoltura e nel piccolo commercio. E’ sorto così un ciclo fatale di emarginazione, trascuratezza e dipendenza dall’assistenza sociale.

La Caritas cerca di insegnare “pulizia e cura”

“Quando i vestiti sono sporchi e logori”, dice Anusca, “li bruciano o li buttano via. Poi prendono nuove cose dalla raccolta di vestiti usati. Noi vogliamo spezzare questo ciclo“. Per questo, la Caritas ha lanciato a Blaj la campagna “Una vita sana”. Si tratta innanzitutto di misure igieniche, ma lo scopo a lungo termine è “una nuova cultura della pulizia e della cura, per rafforzare il senso della gente per il proprio valore e la propria dignità”. Molti bambini devono prima imparare a usare il sapone e lo spazzolino da denti. “All’inizio, compravano il dentrificio pensando che fosse una sorta di gomma americana”.

Il parroco Lucian ha rinunciato ad aspettarsi il successo a breve termine. “Credo che ci vorranno non anni, ma decenni, prima che tutti i Romà accettino le regole e mandino i figli a scuola“. Per realizzare il proprio sogno di far frequentare per una volta lo stesso servizio religioso nella sua chiesa a zingari e romeni, Lucian calcola che ci vorranno vent’anni. Almeno. “I Rom conoscono il battesimo, il Natale e la Pasqua, ma un’attiva vita di comunità è loro estranea. Non c’è quasi posto per il lavoro pastorale.” La conseguenza: i Rom cristiani entrano a schiere nelle sette evangeliche, che attirano con credi teatrali e promesse di guarigione.

Il parroco Lucian lotta per la solidarietà e lo spirito di comunità

Per promuovere la solidarietà e lo spirito di comunità, Lucian ha progettato un centro comunitario. Lo scheletro dell’edificio è già pronto. Qui un giorno dovranno nascere circoli di musica, danza e folklore Rom, gruppi di doposcuola e di insegnamento dovranno lavorare sui deficit di apprendimento dei bambini e dei giovani. E per una “cultura del rispetto di sé”, ci saranno lavatrici, docce e bagni da usare collettivamente. Per il lato destro del comune, dove l’acqua si prende oggi ancora con la pompa.

Che i cambiamenti siano possibili, lo dimostrano gli abitanti del quartiere Rom Barbu Liautiarul. Dopo quindici faticosi anni, il lavoro di Lucian ha cominciato lentamente a dare i suoi frutti. Nei vicoli, non si accumulano più i rifiuti, le persone si rispettano e la vecchia coppia di Jonina e Stelian si rallegra del fatto che “le ragazze non si vendono“. Ma ci sono sempre troppo poco posti di lavoro, anche se molti Rom di Barbu hanno trovato lavoro nell’edilizia e nella costruzione stradale.

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A Barbu Liautiarul, Iliutza (vestita di rosso) compie dieci anni. Foto di Rolf Bauerdick

Quando il loro parroco si è rivolto alla Bosch – che gestisce un’impresa modernissima alla periferia della città – la ditta ha ritagliato un piccolo spazio per loro. Lucian ha affitato una sala in cui i Rom gestiscono lavori di imballaggio. “La gente qui“, dice, “vuole lavorare. Vuole un futuro per sé e per i propri figli, e vogliono essere cittadini romeni come gli altri.”

Note:

[1] Solidarietà professionale: cito sempre i nomi di quei traduttori che sono così bravi, da farti dimenticare che esistono. Temo di non rientrare in questa categoria.

[2] L’autore usa abbastanza indifferentemente i termini Roma e Zigeuner. Per noi, che non soffriamo di political correctness, i problemi non si risolvono cambiando i nomi. In italiano,  la parola Rom, che ha sostituito – correttamente – la parola zingaro, si porta ormai addosso tutta la carica negativa del termine che voleva rimpiazzare. Anzi, zingaro almeno aveva una nota di allegria e di libertà che il nuovo termine non possiede affatto; mentre, per una casuale assonanza, Rom ha contaminato anche romeno.

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54 Responses to Rolf Bauerdick, la Madonna, i Rom e noi

  1. Daouda says:

    Se si fosse seri invece di ridursi all’ ottusità da una parte ( se non si strumentalizza il diverso opportunisticamente ) ed a frignare dall’altra ( idem ) si cercherebbe innanzitutto di comprendere cosa siano i Rom oggi perlomeno nel mondo industrial-elettronico dacché la strada obbligata comporta il seppellimento del cadavere “Rom” essendo ormai, in realtà, già morti o perlomeno moribondi…

    Ad ogni modo faccio presente una curiosità che lessi da qualche parte , di cui però non ho dati verificati, ossia il fatto che gli insediamenti passeggeri dei Rom orientali oppure occidentali sono affini alle rispettive comunità ebraiche orientali od occidentali.
    Sarebbe alquanto interessante…

  2. Per Daouda

    “gli insediamenti passeggeri dei Rom orientali oppure occidentali sono affini alle rispettive comunità ebraiche orientali od occidentali.”

    Non saprei. Non mi piace generalizzare né per gli uni né per gli altri, ma credo che i Rom siano qualcosa di molto diverso dagli ebrei.

    Certo, alcuni secoli fa, entrambi hanno costituito forme insolite di “popolo-classe” endogamico che occupavano nicchie economiche diverse da quelle occupate dal 99% degli “altri”, che non apprezzavano particolarmente né Rom né ebrei.

    Ma la strutturazione dell’identità è quasi opposta: gli ebrei si sono raccolti attorno a un passato mitizzato nelle scritture, mentre per i Rom non esiste alcun passato e non esiste la stessa scrittura: ecco perché anche la strage dei Rom durante la Seconda guerra mondiale è una preoccupazione quasi esclusiva dei non-Rom.

    E non esiste poi alcuna coscienza di “popolo Rom” – esistono semplicemente delle famiglie, che al massimo riconoscono che si possono sposare con alcune altre famiglie.

    Gli ebrei oggi sono normale ceto medio occidentale, con alcuni interessi storico-letterari in comune; i Rom invece sono davvero diversi per stile di vita.

  3. PinoMamet says:

    ” ecco perché anche la strage dei Rom durante la Seconda guerra mondiale è una preoccupazione quasi esclusiva dei non-Rom.”

    Però le mie fonti romene mi dicono che negli anni recenti c’è stato un aumento notevole di richieste di risarcimenti alla Germania da parte dei Rom romeni, in quanto famigliari di vittime dell’Olocausto; la mia fonte (che è persona seria, documentatissima e per niente razzista) sostiene anche che non poche di quelle richieste siano state avanzate da persone che in realtà non sono affatto parenti delle vittime, ma che il governo tedesco, che pure è al corrente della questione, abbia saggiamente preferito pagare comunque.
    Solo per dire che una coscienza del proprio ruolo delle vittime delle stragi, in qualche misura, si sta facendo strada tra i Rom.

    Sarei invece curioso anch’io- se ho capito bene la richiesta del nostro residente evoliano ;) – di leggere qualcosa sulle relazioni tra gli insediamenti zingari e quelli ebraici;
    visto che entrambe le popolazioni occupavano aree sociali periferiche e, almeno per gli strati più bassi della popolazione ebraica, in parte sovrapponibili, ed entrambe erano soggette agli umori del sovrano di turno, non mi stupirebbe se la collocazione geografica degli stanziamenti rom tradizionali fosse in qualche modo legata alla presenza di comunità ebraiche.
    Chissà. Magari anche qualche scambio di materiale folklorico non lo vedo affatto impossibile.

    Ciao!

  4. Andrea Di Vita says:

    Per Martinez e Daouda

    Posso parlare della Polonia di obbedienza Sovietica. In essa Ebrei e Zingari (uso per semplicità questo termine generico) superstiti della Shoah/Samudaripen ebbero sorti opposte. Verso gli Ebrei l’antisemitismo di origine prebellica e zarista ebbe tre ritorni di fiamma: a) i pogrom di Kielce del 1945, in cui i superstiti vennero cacciati dalle case cui erano tornati e passate nel frattempo a Polacchi con la scusa di essere stati con la loro stessa presenza una causa dell’aggressione nazista alla Polonia b) la paranoia ‘anticosmopolita’ (in realtà antisemita) dello stalinismo immediatamente precedente alla morte di Stalin nel 1953, con incarcermenti e sparizioni di intellighentsia Ebraica sotto l’accusa di spionaggio proInghilterra c) la repressione poliziesca del 1968, che rispolvero’ la vecchia accusa di ‘cosmopolitismo’. Oggi gil Ebrei Polacchi sono meno di diecimila, ma ancor oggi Radio Maryja si lascia sfuggire qualche frecciata antisemita. Io personalmente ho sentito commenti antisemiti fra alcuni dei miei conoscenti meno acculturati, e alla TV da parte dei politici di alcuni partitini che si opponevano al’ingresso nella UE descritta come ‘complotto giudaico per mettere le mani sulla tera Polacca’.

    Quanto agli Zingari, il regime Comunista si fece un vanto di inglobarli nella società. Spendendo molti danari il regime creo’ appositi villaggi -i cosiddetti PGR- sul modello dei sovchoz Sovietici, in cui fare risiedere in forma sedentaria Zingari e Polacchi opveri delle zone più arretrate del Paese. Oggi i PGR non esistono più, ma ancora oggi hanno una nomea negativa. Verso gli Zingari la manovra di integrazione fallì, e oggi sono considerati malissimo, più o meno come in Italia.

    Per curiosità, mi chiedo come sia stato da noi l’atteggiamento del regime fascisa verso gli Zingari.

    Ciao!

    Andrea Di Vita

    • Moi says:

      Non ho mai verificato da fonti attendibili, ma ho sempre sentito dire che Mussolini avrebbe istiuito suo malgrado per gli zingari uno status di privilegiati che durerebbe tutt’ora : sarebbero mantenuti dalle tasse dei contribuenti e sarebbero autorizzati a guidare senza patente … boh.

      Tutto ciò cmq sarebbe stato per compiacere la (Ex) Regina Elena di Montenegro, in quanto parente acquisita dei Savoia.

      • PinoMamet says:

        La faccenda della patente (che mi giunge nuova) così su due piedi mi dà l’impressione di una leggenda metropolitana;
        per il gli zingari italiani, ipotizzo che fino all’introduzione delle leggi razziali fossero trattati come le altre minoranze linguistiche, che non solo non avevano nessun riconoscimento ufficiale, ma erano scoraggiate piuttosto brutalmente a usare la propria lingua, e per il resto erano trattate come gli altri cittadini italiani.

        Dopo le leggi razziali, e soprattutto con la RSI, credo condivisero la sorte degli ebrei.

        • Moi says:

          La versione ufficiale _che è poi la stessa per gli Ebrei_ dice che subirono la sorte degli Ebrei perché era Hitler a volerlo, mica Mussolini, che suo malgrado (?) si adeguò.

          Gli Zingari erano e ancora sono protetti da decreti regi (per quel che ne so) di cui sopra e per quanto riguarda gli Ebrei, erano quasi tutti nel PNF, ovviamente prima.

          In ogni caso, ufficialmente, i privilegi concessi agli Zingari dalla Regina Elena non sono mai stati aboliti.
          In fondo non serviva, per “cederli” ai Nazisti … sempre assieme agli Ebrei.

          PS

          Mai sentito nessuno che raccontasse di aver avuto anche un solo compagno di Scuola Guida Zingaro.

          • PinoMamet says:

            “Mai sentito nessuno che raccontasse di aver avuto anche un solo compagno di Scuola Guida Zingaro.”

            Vabbè, io non ho mai sentito di un compagno di scuola guida finlandese, ungherese, cileno…

          • PinoMamet says:

            Ma poi scusami Moi,
            ce lo vedi l’appuntato dei Carabinieri o l’agente della Polstrada che ferma un tale, appura che guida senza patente, quello gli dice “eh ma sa sono zingaro..”
            “ah mi scusi, allora vada pure e buon viaggio!”
            ;)

  5. Peucezio says:

    A me pare che la differenza fondamentale fra ebrei e zingari (preferisco parlare di “zingari” non solo per insofferenza anti-politicamente corretta, ma perché non ho presente un termine che includa rom, sinthi, calé, mentre “nomade” è ogni popolo o persona che vive spostandosi, come i tuaregh e altri che non c’entrano nulla con gli zingari), che pure qualche caratteristica comune ce l’hanno, sta nel fatto che rappresentano i due opposti della scala sociale, sia in termini di censo (anche se non nego che esistano ebrei poveri o di medio censo), che, quel che è più importante, di potere (e non tiratemi fuori la solita manfrina sul complottismo: non c’è nessun bisogno di credere che De Benedetti, Elkann, Murdoch, Soros, Rockefeller, Abramovič ecc. ecc. ecc. siano d’accordo fra loro e si incontrino mensilmente in fantomatiche riunioni segrete, per ammettere che sono potenti in misura sproporzionata all’entità numerica del proprio popolo).
    E tale polarità non vale solo sul piano del potere e reale ed effettivo, ma anche su quello precettivo, dell’immagine e del prestigio sociale: gli ebrei sono il feticcio, sono la divinità della nostra epoca (l’Olocausto è il momento fondativo e la sua commemorazione infinitamente reiterata costituisce la pratica cultuale obbligatoria), mentre gli zingari, che pure hanno subito l’Olocausto anche loro, come avete ricordato, sono i reietti, i più disprezzati, la feccia della feccia.
    Che poi ci sia ancora della gente a cui gli ebrei sotto sotto stanno sulle scatole e che ci sia qualche pazzo come me e Miguel a cui stanno simpatici gli zingari (insieme a un po’ più di persone, i progressisti, che invece li difendono solo perché bisogna difendere tutti i reietti, allo scopo di integrarli, cioè di farli diventare altro da ciò che sono, di omologarli al modello, di assimilari, che è la forma di razzismo peggiore e più efficace), non cambia la sostanza delle cose.

    • PinoMamet says:

      Scusami Peucezio

      ma se De Benedetti , Elkann e soci non si mettono d’accordo tra loro; se il popolo ebraico comprende anche persone povere, e poverissime; se i vari ricconi di vera o presunta origine ebraica non si aiutano tra loro, ma spesso e volentieri tentano di farsi le scarpe a vicenda;
      come si fa a credere al complotto??

      Tu dici “sono potenti in maniera sproporzionata all’entità numerica”;
      a parte che ragionando così non si vede perché il Lichtenstein debba essere più ricco del Congo, la cosa si spiega benissimo con alcune ragioni storiche, ben conosciute, e senza tirare in ballo complotti vari.

      Non è stata richiesta degli ebrei quella di essere stati obbligati ad alcuni mestieri solamente; e non sarà certo colpa loro se alcuni di questi si sono dimostrati redditizi!

      In ogni caso, mi pare che si confrontassero gli insediamenti di due comunità “marginali” nei secoli passati;
      tu stai confrontando la situazione degli zingari e quella degli ebrei di adesso, che è tutto un altro paio di maniche.

      • Moi says:

        Penso che nei confronti degli Ebrei vi sia solo un “Grande Senso di Colpa” di massa, che probabilmente porta molti a indulgere sulle “porcate” di Israele sui civili Palestinesi … quasi che fosse una forma di “risarcimento danni” non-dichiarata.

        • Moi says:

          Sul perché il suddetto “senso di colpa di massa” per gli Ebrei non sia condiviso per gli Zingari ci sarebbe molto da dire … forse è perché il Capitalismo non riesce a sfruttare gli Zingari in alcun modo, vedendoli solo come un costo assistenziale, mentre i “Migranti” sono molto sfruttati e quindi “meno peggio accetti” degli Zingari …

          Solo teorie, eh !

  6. Moi says:

    Segnalo una notizia in fatto di zingari assolutamente originale …

    http://www.net1news.org/troppi-cani-randagi-il-sindaco-chiede-agli-zingari-di-mangiarli.html

    … cosa per nulla facile :-) ;-)

  7. Moi says:

    De Benedetti Ebreo ? … Ma da quando ?

    Va be’ che ora è saltato fuori che Ebreo lo sarebbe anche Gheddafi, poi ogni tanto salta fuori che Obama sarebbe Falashah (almeno in parte) e che Ataturk fosse un Dunmeh (Ebrei che si spacciavano pubblicamente per Musulmani, anche autorevoli, per complottare nell’ Impero Ottomano …)

    Boh !

  8. mirkhond says:

    Lo stesso Torquemada era di origine ebraica sefardita!
    ciao

  9. Un sacco di questioni interessanti…

    “per il gli zingari italiani, ipotizzo che fino all’introduzione delle leggi razziali fossero trattati come le altre minoranze linguistiche, che non solo non avevano nessun riconoscimento ufficiale…”

    Non credo che i Rom e i Sinti fossero percepiti come “minoranze linguistiche”, né percepissero se stessi così. Era gente con una lingua, italiana da generazioni per tutte le cose pubbliche, e con uno “strano gergo” in privato, che preferivano restasse ignoto agli altri.

    E non penso che frequentassero molto la scuola pubblica, figuriamoci se facevano storie per diritti linguistici.

    Inoltre, le vaste comunità di “zingari” del Meridione non erano nemmeno sempre percepiti come tali, erano gente un po’ strana che faceva certi mestieri e basta; e che non aveva nulla a che fare con altri “zingari”.

    • PinoMamet says:

      Sono assolutamente d’accordo; proprio perché non erano percepiti come minoranza, penso che a nessuno fregasse niente di garantire i loro particolari diritti come membri di una minoranza.

      La questione della coscienza etnica delle minoranze è interessante.
      Sul noto quotidiano locale c’è stata qualche anno fa una serie di interviste ai reduci della II guerra mondiale che vivono in provincia.
      Uno era un italiano di lingua albanese (penso stanziatosi qua addirittura prima della guerra) che diceva che, spedito come soldato in Albania, si era accorto che la gente di lì parlava in qualcosa di simile a quello che lui pensava fosse, semplicemente, “il suo dialetto”.
      Probabilmente altri arbereshe avranno avuto maggiore coscienza dei loro legami con l’Albania, ma penso che il suo caso non fosse stato neppure così insolito.

      Ciao!

      • mirkhond says:

        Questo prova quanto spesso sia molto recente e costruito il sentimento nazionale moderno, fondato sull’affinità linguistica.
        Lo studioso e prelato ortodosso albanese Fan Stilian Noli (1882-1965), nel suo libro su Skanderbeg ad esempio, afferma che il grande eroe albanese finì per essere dimenticato in patria, mentre la sua memoria sopravvisse tra gli Arbereshe dei regni di Napoli e Sicilia. I quali Arbereshe, proprio grazie ai nazionalismi risorgimentali dell’800, avrebbero “reimportato” Skanderbeg nella patria originaria.
        Uno studioso arbereshe di San Costantino Albanese, Nicola Scaldaferri, sul versante lucano del Pollino, in uno suo studio sui canti della sua terra, afferma invece che Skanderbeg nel suo paese, San Costantino appunto, fino agli anni ’50 del secolo XX, era considerato una sorta di mitologico gigante mangiatore di salsicce con poco o nulla del personaggio originario, e che solo appunto, dopo il 1950, sarebbe entrato nella tradizione “storica” del comune.
        Scaldaferri spiega l’apparente stranezza col fatto che già la generazione successiva dei profughi albanesi giunti nel Regno, avesse dimenticato le gesta dell’eroe, confinandolo gradualmente in un ruolo macchiettistico, ma è probabile che ciò dipendesse anche dal luogo di provenienza di questa colonia arbereshe.
        All’epoca di Skanderbeg (1405-1468) infatti, era già iniziata una massiccia migrazione di Albanesi, soprattutto Toschi, verso le regioni romano-bizantine della MegaloVlachia (Tessaglia) e Morea, così come nei principati franchi, eredi superstiti della IV crociata del 1204, come il Ducato di Atene, e infine nei possedimenti veneziani come Corone e Modone, sempre in Morea.
        Molti di questi Albanesi erano GIA’ DA TEMPO, stanziati in queste terre romane all’epoca della lotta di Skanderbeg contro gli Ottomani (1443-1468), ed erano, come sovraccennato, perlopiù TOSCHI meridionali, mentre Skanderbeg era GHEGO, quindi del nord dell’Albania, e in queste impervie contrade alpestri settentrionali, intorno alla sua capitale Kruja (Croia in Italiano), che si svolsero le grandiose e tragiche vicende della lotta antiottomana di Giorgio Castriota detto Skanderbeg.
        Per cui è verosimile che, molti degli Albanesi Toschi, emigrati nel nostro paese, proveniendo anche da territori romei, come appunto i fondatori di San Costantino Albanese, detti appunto “Greci” Coronei, cioè di Corone, non avessero che una conoscenza lontana e deformata del principe settentrionale, che, solo a partire dal XIX secolo, sarebbe stato considerato l’eroe di TUTTI gli Albanesi.
        ciao

        • mirkhond says:

          Un esempio simile ci viene dalla piccola comunità croatofona del Molise, oggi ridotta a 3 comuni sui 15 originari, fondati da emigrati dell’entroterra dalmata sfuggiti alle conquiste ottomane dei secoli XV-XVI.
          Questa piccola comunità mantenne a lungo la propria parlata croata, grazie al relativo isolamento dell’area in cui si erano stabiliti.
          Fu nel 1853 che il nobile raguseo (di Dubrovnik cioè) Orsatto Pozza/Medo Pučić, recatosi a Napoli, per caso, gli capitò di ascoltare una coppia originaria di uno di questi paesi del Molise, che si era stabilita nella capitale.
          Parlando con i coniugi, Pozza venne a sapere di questa comunità croatofona di cui nessuno sapeva niente ne in Dalmazia, ne in Croazia, comunità che conservava termini e canti popolari arcaici e appunto non più noti nella patria originaria.
          ciao

        • PinoMamet says:

          “d erano, come sovraccennato, perlopiù TOSCHI meridionali, mentre Skanderbeg era GHEGO”

          so che nella minuscola comunità albanofona piacentina (intendo dire quella tradizionale, non ricordo però il nome del paese) c’è ancora una divisione tra le due comunità, anche se l’uso della lingua albanese credo sia ormai scomparso.

          Ciao!

          • mirkhond says:

            C’è una comunità albanese da voi?
            Sai a quando risale?
            Non ne sapevo nulla.
            ciao

            • PinoMamet says:

              Curiosamente da quelle parti dovrebbe stare anche Sarmato, che pare abbia questo nome perchè stanziamento dei Sarmati “laeti”, cioè in pratica mercenari ricompensati con un poderetto.
              Discendenti dei cugini degli Osseti, e dei cugini di Ritvan, a pochi chilometri uno dall’altro… poi ci mettiamo i cognomi bizantini (in tuo onore dirò Romei e non greci ;) ), e quello converso-spagnolo rarissimo di una famiglia della zona, ecc. ecc.
              poi uno dice “la razza pura”… ;)

          • PinoMamet says:

            Sì, in realtà io stesso, pur abitando a pochi kilometri di distanza, ne ho scoperto l’esistenza solo grazie a un esame di Linguistica e dialettologia.
            Gli stanziamenti albanesi nel centro-nord arrivavano fino a Pesaro, poi nel piacentino e si spingevano fino al pavese (ma penso che le comunità lombarde abbiano ormai perso qualunque legame).
            Credo siano le propaggini settentrionali degli stanziamenti nel centro-sud, e riguardo ai motivi delle loro posizioni geografiche non so dirti altro (purtroppo), ma penso siano legati a quegli accordi tra stati pre-unitari e alle altre microstorie di cui è fatta la nostra storia (spesso più interessanti della pomposa e melensa “storia ufficiale”): mini-enclave, trasferimenti ecc.
            (ovviamente nelle scuole queste cose non si studiano).

            La comunità piacentina poi mi è riapparsa per miracolo in un articolo di un giornale locale e in qualcosina che ritrovai su internet tempo fa.
            Il paese, se non ricordo malissimo, doveva essere qualcosa tipo “San Giovanni”, e sta proprio sul Po.
            Mi sono ripromesso di andarli a visitare mapoi per vari motivi non l’ho mai fatto.

            Ciao!

            • mirkhond says:

              Credo che il comune sia Castel San Giovanni con le due frazioni di Pievetta e Bosco Tosca, fondate da coloni albanesi toschi (come il nostro Ritvan), nel XVI-XVII secolo, e (purtroppo!), dimenticati dagli Arbereshe nostri e siciliani fino a qualche anno fa, quando ci fu un convegno, nel 2006 mi sembra.
              Così almeno dal sito internet arbereshe Jemi.
              L’ articolo si intitola:
              Pievetta e Bosco Tosca: La ripresa della coscienza.
              ciao

            • PinoMamet says:

              Grazie! :)

        • Ritvan says:

          Caro Mirkhond, io penso che Noli sbagli e da buon tosk qual era:-) attribuiva a tutti i territori abitati da albanesi una certa dimenticanza delle gesta di Skanderbeg. Il ricordo dell’Eroe, invece, rimase vivo nel Nord dell’Albania (gheghi), dove in alcune regioni vigeva pure il suo Kanun. Nel sud tosk, invece, rimase vivo il ricordo di Gjergj Arianiti (o Gjorg Golemi), suocero di Skanderbeg e principe del sud.
          Ciao
          Ritvan

          • mirkhond says:

            Per Ritvan

            Grazie per la preziosa informazione che viene a confermare quanto detto da Halil Inalcik, sul carattere essenzialmente ghego della resistenza di Skanderbeg e, forse, ciò può contribuire a spiegare il ricordo minore e più affievolito in Toskeria fino al XIX secolo.
            ciao e grazie ancora!

            • Ritvan says:

              Caro Mirkhond, forse c’è un equivoco. Scanderbeg era ghego, ma lui era il capo di una coalizione di principi albanesi gheghi e toschi (la “Lega di Alessio”- Lidhja e Lezhes), pertanto la resistenza albanese non può essere definita “ghega”. Ripeto, semplicemente ogni regione d’Albania teneva più vivo il ricordo del proprio principe resistente che quello del Capo della Coalizione…o che solo voialtri italiani dovete essere “campanilisti”?:-)

          • Andrea Di Vita says:

            Per Ritvan

            Leggo solo oggi questo bellissimo thread su Skanderbeg. Mi sono sempre chiesto, quando avevo tempo di andare regolarmente al cinema, come mai le gesta di Skanderbeg non abbiano ispirato alcun film. Dico, quella scipita melensaggine di ‘Braveheart’ ce l’hanno fatta uscire dagli occhi, a Marco d’Aviano dedicano una biografia in funzione di simbolo della lotta armata all’Islam, a Otello Shakespeare e Verdi hanno dedicato dei capolavori, e a Skanderbeg, che i Musulmani li ha combattuti sul campo per davvero per anni e con successo, niente? In fondo ha avuto davvero una vita da film hollywoodiano (http://it.wikipedia.org/wiki/Skanderbeg). In questi tempi di ‘scontro di civiltà’ ci starebbe benissimo.

            Ciao!

            Andrea Di Vita

            • mirkhond says:

              Per Andrea Di Vita

              Ritvan te lo dirà meglio, ma un film sul grande Skanderbeg fu fatto da una coproduzione sovietico-albanese nel 1954, con un attore sovietico che interpretava il grande Eroe albanese.
              Il film l’ho visto in parte su youtube, doppiato in tedesco, e non l’ho quindi potuto apprezzare in pieno.
              Però hai ragione sul fatto che su un eroe vero come Skanderbeg non si facciano colossal tipo Braveheart.
              Purtroppo credo che giochi a sfavore, l’immaginario occidentale, italiano soprattutto, sull’Albania e gli Albanesi.
              ciao

            • Andrea Di Vita says:

              Per Mirkhond

              Hai mica il sito? (Io un po’ il tedesco lo capisco).

              Ciao!

              Andrea Di Vita

            • mirkhond says:

              Penso che sia sufficiente cliccare “Skanderbeg” sul tubo.
              ciao

            • Ritvan says:

              Confermo l’esistenza del film sovietico-albanese su Scanderbeg, ma l’ho sempre trovato una ciofeca dal punto di vista artistico.
              Sono d’accordo sul fatto che oggi ne uscirebbe un kolossal da rivaleggiare con “Il Gladiatore”, ma purtroppo devo concordare con Mirkhond che l’albanesità dell’Eroe impedisce che si faccia un film. E non per colpa degli italiani, bensì – credo e lo dico anche se so che il mio amico grecofilo Pino mi morderà sul collo:-) – per l’opposizione della lobby greca hollywoodiana. Infatti i greci sostengono da sempre che l’Eroe fosse greco e si chiamasse Jorgos Kastriotis:-), però se una cosa simile la infilassero in un film a diffusione planetaria scoppierebbe lo scandalo, mentre se nel film si dicesse la verità il loro sciovinismo pataccaro resterebbe di merda….ecco, meglio il silenzio…..

            • PinoMamet says:

              Conosco l’opinione greca su Skanderbeg
              (del resto qualcuno di loro ha fatto diventare greco persino Cristoforo Colombo, che a dire per un certo periodo è stato conteso tra mezza Europa);
              ma ignoravo l’esistenza di una lobby greca a Hollywood!
              Attori di origine greca ce ne sono diversi, a volte mimetizzati con nomi anglosassoni, ma addirittura una lobby… chissà!

              Ciao! :)

  10. Per Peucezio

    Quello che tu dici, secondo me, è vero solo a partire da tempi assai recenti.

    Da una parte, abbiamo una notevole accumulazione di potere, economico, politico e mediatico, da parte di individui negli Stati Uniti che allo stesso tempo sono attivamente impegnati nella comunità ebraica: in questo senso, Dershowitz parla, con valenza positiva, di Jewish power.

    Credo che ci sia una situazione analoga in Francia, dove comunque su 600.000 ebrei, 500.000 non hanno alcun rapporto con la comunità ebraica.

    Ma stiamo parlando di fenomeni molto recenti: le grandi masse ebraiche, prima dell’emancipazione, erano tutt’altro che potenti, e non molto più benestanti dei contadini cristiani.

    Non escludo quindi che alcuni sospetti fossero rivolti verso entrambi, la paura della zingara rapitrice di bambini parallela alla paura dell’ebreo che i bambini li sgozza, ecc.

    Ciò che invece mi sembra assolutamente diversa è la dinamica interna di ebrei e Rom.

  11. mirkhond says:

    Per Pino Mamet

    Riguardo ai Sarmati, Costantino li sconfisse nel 334 d.C. e ne deportò almeno 300000 nei Balcani e in Italia. Uno studio sulla Puglia tardo antica di una ventina d’anni fa e di cui ora non ricordo il titolo, parla di stanziamenti di soldati-coloni sarmati dalle mie parti ad opera di Costantino e suo figlio Costante I (337-350 d.C.), cesare della Pars Occidentis della Romània. Stanziamenti motivati dalla lotta al brigantaggio sulle Murge e sull’Appennino Lucano. Probabilmente altri gruppi di Sarmati/Alani/Osseti possono esser stati stanziati anche nella valle del Po, o possono esservi giunti più tardi al seguito di gruppi germanici invasori o federati-ausiliari della Pars Occidentis.
    Teniamo conto che nella fase tardo-antica (secoli IV-VI dopo Cristo), l’area tra Milano e Ravenna divenne il CENTRO se non della Pars Occidentis, sicuramente dell’Italia.
    Se stiamo alla Notitia Dignitatum, tra i federati vi erano anche Sarmatae gentiles, stanziati in 13 località dell’Italia settentrionale (Oderzo, Padova, Verona, Cremona, Torino, Acqui, Tortona, Novara, Pollenzo, Vercelli, Quadratae, Ivrea e forse anche Altino e Parenzo).
    E sempre qui erano stanziati i federati che seguirono Odoacre nel rovesciare l’ultimo imperatore d’Occidente, il fantoccio Romolo Augustolo nel 476 d.C. Odoacre di cui alcuni studiosi ipotizzano che fosse un mezzo sarmata.
    ciao

  12. mirkhond says:

    Sempre per Andrea Di Vita a proposito del film su Skanderbeg su Youtube :

    “Skanderbeg Ritter der Berge (Deutsch)”, suddiviso in 10 spezzoni.
    ciao!

  13. mirkhond says:

    ps. Il film è costruito sulla leggenda del giovane Giorgio Castriota (1405-1468) ceduto decenne come ostaggio dal padre Giovanni agli Ottomani che ne fanno un giannizzero, anche se la leggenda è destituita di fondamento, probabilmente fondatasi sulla confusione tra Giorgio Castriota e suo fratello più grande Stanish, mentre il nostro eroe si convertì all’Islam solo nel 1430, assieme al padre e agli fratelli minori, dopo che Giovanni Castriota era stato sconfitto dopo l’ennesima ribellione al sultano.
    Gli anni 1430-38, furono quelli che portarono il giovane Castriota ad essere nominato Skanderbeg (Generale Alessandro in riferimento ad Alessandro Magno) dagli Ottomani, che ne riconobbero il valore militare in questo periodo in cui fu a loro servizio.
    Ottenuto poi un incarico governativo a Kruja, antica sede dei domini di famiglia, da lì il celebre principe albanese, si sollevò contro il Sultano nel 1443, al seguito della sconfitta ottomana a Niš, e ritornando apertamente al Cattolicesimo, ma mantenendo il soprannome ottomano perchè considerato, giustamente, meritato e prestigioso.
    ciao

    • Ritvan says:

      Caro Mirkhond, qualche piccola correzione:
      1. Gjergj Kastrioti (non ancora Scanderbeg) fu portato come ostaggio ad Edirne insieme ai suoi tre fratelli. L’età che aveva quando questo avvenne è controversa e va dai 3 ai 15 anni…comunque, un ragazzino. Non si sa con precisione quando fu convertito all’islam, ma sicuramente prima del 1430 e probabilmente al compimento della maggiore età…ma comunque credo abbia poca importanza.
      2. Scanderbeg non ottenne mai – nemmeno dopo la morte del padre Gjon -un incarico a Kruja, sua città natale, di cui era l’unico erede al trono (due fratelli morirono alla Corte del Sultano in circostanze poco chiare- forse avvelenati- il terzo si fece monaco). Probabilmente questo causò la sua rottura col Sultano.
      3. La ribellione di Scanderbeg avvenne proprio durante la battaglia di Niš, battaglia in cui era stato mandato come ufficiale dell’esercito ottomano e non come principe vassallo. Egli abbandonò l’esercito turco (e alcuni storici attribuiscono alla sua defezione gran parte della sconfitta turca) con 300 soldati albanesi a lui fedeli (fra cui il nipote Hamza) e si recò a Kruja, dove entrò in possesso della città esibendo al governatore turco un falso ordine del Sultano in tal senso.
      Ciao
      Ritvan
      P.S. Ti segnalo qualche sito interessante:
      http://www.italiamedievale.org/sito_acim/personaggi/skenderbeu.html
      http://www.mondimedievali.net/personaggi/scanderbeg.htm

      • mirkhond says:

        Per Ritvan

        1) Fu proprio Fan Noli nel suo “Skanderbeg” a considerare leggendaria la storia del piccolo Gjergj Kastrioti, allevato come giannizzero a Edirne.
        2) Fu sempre Noli a ritenere che la conversione di Gjergj Kastrioti, come di suo padre Gjon sia avvenuta nel 1430, e a prova di ciò, cita il documento del 1426 in cui Gjon Kastrioti cede due sue villaggi al monastero serbo di Hilandar, assieme ai figli Gjergj e Reposh. Dunque il futuro Skanderbeg a quella data non doveva essere ancora musulmano, a meno di non pensare ad uno dei primi esempi di cripto-cristianesimo, e quindi ad una conversione-burletta all’Islam, cosa che mi sembra piuttosto improbabile se si è stati educati in un ambiente musulmano fin dalla più tenera età e lontani dall’ambiente familiare.
        3) Sullo spesso citato lavoro di Noel Malcolm sul Kosovo, l’autore, appoggiandosi all’ opera degli storici albanesi S. Islami e K. Frashëri, Historia e Shqipërisë, 2° ediz. vol. I, Tirana 1967, p.268, dice :
        ” La tradizione popolare ha sempre creduto che Skanderbeg fosse stato inviato dal Sultano a partecipare alla difesa di Niš contro la crociata di Varna nel 1443, e che poi avesse disertato con il proprio contingente di cavalleria albanese; dopo aver cavalcato fino alla fortezza di Kruja nel nord dell’Albania e ingannato il locale governatore ottomano facendosi consegnare le chiavi della fortezza, si dichiarava cristiano e dava inizio alla rivolta. La ricerca moderna, però, ha dimostrato che, fin dal 1438, fu sempre in un ufficio amminitrativo a Kruja. Ma la sua rivolta di fatto iniziò nel 1443 e dev’essere stata l’avanzata ungherese attraverso la Serbia e la Bulgaria a offrirne l’occasione.” Noel Malcolm, Storia del Kosovo, p.121
        Ciò in linea con quanto affermato da Halil Inalcik, sulla permanenza di Skanderbeg a Kruja nel 1438-1440, come funzionario dell’amministrazione ottomana.
        Probabilmente la leggenda dello Skanderbeg ostaggio bambino, si dovette alla confusione col suo fratello maggiore Stanish o Stanisha, effettivamente inviato ostaggio alla corte del Sultano a Edirne, e cresciuto come un giannizzero ottomano, oltrechè padre di Hamza Kastrioti, per molti anni collaboratore ed erede designato dallo zio Gjergj, fino alla sua (ri)defezione pro-ottomana nel 1457.
        ciao

  14. Moi says:

    Su Skanderbeg c’ è anche la versione filmica albanese, probabilmente la più interessante, ma senza sottotitoli chi la capirebbe ? … A parte Ritvan ovviamnte ;-) !

  15. Moi says:

    http://www.metacafe.com/watch/155709/scanderbeg_film/

    Ma questo doppiato in Inglese è nuovo ? …Cmq è targato” Illyria Entertainment ” !

    • Ritvan says:

      Sì, è nuovo ma è solo un documentario (o docu-fiction, come va di moda adesso). Illyria Entertainment è una piccola casa di produzione cinematografica messa su negli USA da un paio di albanoamericani.
      P.S. Non ho detto che la lobby greco-hollywoodiana complotta per dominare il Mondo:-), ho solo espresso la mia opinione che l’unica ragione per cui a Hollywood non si è mai pensato di fare – nemmeno in questi tempi di “scontro di civiltà”:-) – un film su Scanderbeg sia l’opposizione dei greco-americani (e per la ragione da me già detta) a Hollywood e soprattutto fuori Hollywood:-). Sarò un biekissimo komplottista?:-) Può anche darsi, ma resto del mio avviso.

  16. Moi says:

    Lo propongo qui per comodità:

    Ma se ‘sta Lobby Greca è tanto influente, perché si lascia sputtanare al punto che un discendente di Poseidon si chiama “Percy Jackson” ?!?!

    … Almeno avessero dato un setting alla “Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco”, dico io ! … Per questo ho rifiutato di vedere quel film squallido, “Percy Jackson” intendo.

    • Francesco says:

      scusa bello, se Poseidone si zompa una donna anglofona e poi torna bel bello sull’olimpo, come si chiamerà il figlio?

      col cognome inglese della donna e con un nome “accettabile” per l’ambiente in cui il pargolo deve vivere

      se si fosse zompato una donna russa, il frutto dell’unione si chiamerebbe Ivan Ritvanovic, giusto?

      PS vedibile, il film, anche se rientra nel degenere “riduco tutto alla visione del mondo di un liceale USA”

  17. mirkhond says:

    Riguardo alle pseudo-radici “greche” o anche serbe di Skanderbeg, oltre alla malafede di recenti interpretazioni nazionalistiche che non possono non riconoscere la grandezza dell’Eroe albanese, tali radici bislacche dicevo, possono trovare qualche remoto appiglio nel fatto che gli Albanesi, all’epoca delle conquiste ottomane (secoli XIV-XVI) erano in maggioranza cristiani ortodossi bizantini, ripartiti a loro volta tra l’Arcivescovato romeo di Ochrida per i Toschi, e il Patriarcato Serbo per i Gheghi.
    Il Cattolicesimo, latino o uniate, facente capo al Vescovato di Antivari (attuale Bar), sempre presente nelle terre albanesi più settentrionali, dopo la quarta crociata del 1204, cominciò a guadagnare terreno, accompagnandosi ai tentativi di penetrazione nei Balcani da parte degli Angioini di Napoli (Carlo I d’Angiò nel 1272 si proclamò re d’Albania a Durazzo e fu riconosciuto come tale dai cattolici).
    Nel 1308, il re di Serbia Uroš Milutin, sentendosi circondato a nord e a sud-ovest, dal blocco angioino ungaro-napoletano, ed identificandosi sempre più come l’erede della decadente Romània bizantina, e quindi come il campione dell’Ortodossia, scatenò una persecuzione contro i cattolici, prevalentemente Albanesi, nel nord dell’Albania e nel Kosovo, paragonandoli agli eretici bogomili!
    Il papa Giovanni XXII rispose nel 1318 proclamando una crociata antiserba, a cui invitò ad aderire, i clan gheghi cattolici.
    Nonostante ciò, però, la maggioranza dei Gheghi rimase legata alla Chiesa e all’ecumene serba, anche col crollo dell’impero di Stefano Dušan nel 1355, con l’emersione del primo grande soggetto politico albanese con la dinastia Balsha di Scutari (1356-1422).
    I Balsha, nobili albanesi imparentati con la famiglia reale serba, così come in seguito i Castriota a Kruja, utilizzavano il Serbo, o meglio il Paleoslavo come lingua franca oltrechè nella liturgia ecclesiastica, che continuava ad essere quella della Chiesa Ortodossa Serba, anche, verosimilmente, dopo il passaggio di queste dinastie gheghe al Cattolicesimo. Lo Stesso Skanderbeg inviò due lettere, nel 1450 e 1459 alla repubblica di Ragusa (Dubrovnik), in lingua paleoslava.
    Che tali legami fossero tenaci, lo dimostra un documento del 1426, in cui Giovanni Castriota, insieme ai figli Reposh, Giorgio (il futuro Skanderbeg) e Costantino, dona due suoi villaggi al monastero serbo di Hilandar sul Monte Athos, monastero dove poi sarebbe andato a finire i suoi giorni lo stesso Reposh come monaco ortodosso! E i Castriota erano CATTOLICI!
    Ancora nel tardo XVI secolo, in piena epoca ottomana, abbiamo notizie di un monaco ortodosso albanese, Gjonia, monaco appunto nella Sede Patriarcale serba di Peć, nel Kosovo, ultima testimonianza dell’appartenenza di gruppi albanesi alla Chiesa Serba.
    Riguardo ai Toschi, come si è detto, essi erano ortodossi “greci” bizantini, legati all’Arcivescovado di Ochrida, in Macedonia. Arcivescovato istituito dall’imperatore romano Basilio II nel 1018, dopo la lunga guerra di conquista della Bulgaria. Bulgaria di cui l’arcivescovo era stato l’ex-Patriarca declassato e poi sostituito da prelati romei, ma il cui territorio ecclesiastico ricoprì per i successivi due secoli, l’antico territorio patriarcale bulgaro, per poi ridursi sostanzialmente alla Macedonia e alla Toskeria, fino alla sua soppressione nel 1767.
    I Toschi ortodossi dunque, utilizzavano il Greco-bizantino come lingua liturgica e di cancelleria, e, anche qui, la penetrazione e l’influenza angioino-napoletana, nei secoli XIII-XV, favorì il passaggio di interi clan al Cattolicesimo, restando però attaccati alle avite tradizioni bizantine.
    Quando, nel XV-XVI secolo, molti Toschi fuggirono nel Regno di Napoli, essi erano ancora Ortodossi in comunione con l’Arcivescovo di Ochrida. Questa situazione irritò il re asburgico spagnolo Filippo II, re anche di Napoli, perchè Ochrida era in mano ottomana e quindi pensava ad una potenziale quinta colonna. Filippo quindi, fece pressioni per il passaggio degli immigrati Albanesi ortodossi al Cattolicesimo.
    Il Papa creò quindi nel 1576 il Collegio Italo-Greco, in cui venivano formati i futuri sacerdoti greco-cattolici, griki e albanesi, staccando così questi ultimi dal loro referente eccelesiastico.
    Infine i Toschi immigrati nelle terre romee meridionali, MegaloVlachia, Livadia, dintorni di Atene, Eubea meridionale, Corinto e Morea nei secoli XIV-XVIII, verosimilmente finirono sotto l’autorità diretta del Patriarcato di Costantinopoli, e, per coloro che rimasero ortodossi, sotto le autorità ecclesiastiche della nuova “Grecia” moderna dopo il 1830, restando fino ad oggi almeno in parte albanofoni (circa 150000 tra Atene e Corinto), ma identificandosi come “greci” in politica come in religione.

  18. mirkhond says:

    Stando a Fan Noli nel suo Scanderbeg, dell’ultima edizione del 1950 (1993 nell’edizione italiana Argo), Reposh Kastrioti morì monaco nel monastero di Sinja, presso il fiume Drin.
    Noli, Scanderbeg, p.39
    Reposh si fece monaco tra il 1426 e il 1430, poichè dopo quella data non compare con gli altri fratelli al servizio del Sultano.

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