“Ognuno c’ha le palle che vòle!”

Al mercato de’ contadini della contrada, nato nell’illegalità e reso lecito un po’ così perché c’era una donna in gamba (del Partito Unico) che ha saputo inventarsi delle storie mandando a quel paese il tizio (sempre del Partito Unico) che diceva che Non Si Può Fare…

C’è Carla la Cappellaia, ottant’anni passati da molto tempo, che si siede sempre al bancone del contadino che vende i formaggi.

Carla, son cinquecento anni di fiorentini con la mano collegata al cervello, con la sua bancarella a Santo Spirito, dove vende cappelli.

Nove anni fa, vi raccontai di uno dei tanti cappelli che la Carla creava.

Tira fuori dalla borsa due cappelli.

Uno lo mette in testa a un giovincello.

“Oh inglese, ma te tu conosci questo cappello?”

Che la Carla, l’è convinta che io sia inglese.

“Certo, è quello di Federico da Montefeltro, Duca d’Urbino!”

“E bravo, ma fammi mettere questo di cappello!”

L’altro cappello, con la scarpa eroticamente a punta, se lo mette in testa.

E mi lancia uno sguardo languidamente seduttivo dietro la su’ veletta.

Poi pesca un altro cappello, con una palla argentea al centro.

E spiega il senso di tutto il lavoro straordinario che ci avrà messo con le sue mani:

“O inglese, ognuno c’ha le palle che vòle!”

Poi dal suo trolley magico tira fuori un altro cappello ancora, con tante piume.

“E a me mi dicevano, te tu ci hai un uccello in testa!

E io gli dicevo, io gli uccelli me li metto dove mi pare!”

E allora mi vengono in mente le parole di Riccardo Marasco.

Riccardo Marasco suonava sempre una strana aquila-lira, che gli era arrivata da un certo Italo Meschi di Lucca, vegetariano, che all’inizio del Novecento andava cantando in giro a piedi nudi e che sapeva

“accettare le sassate dei ragazzi lucchesi che gli correvano dietro al grido, “Ecco i’Cristo! Dagli a i’poeta!”

Italo Meschi e l’Aquila Lira

L’Ammucchiata di Marasco, nella sua radica amoralità e ironia ci spiega talmente tante cose, che non c’è bisogna di aggiungere molto altro, per capire questa strana città.

Trascrivo solo i primi versi, ma va ascoltato fino in fondo (magari seguendo l’analisi che se ne fa su Antiwarsongs).

Però la cosa straordinaria è che gli anziani di Firenze, che magari hanno solo la terza media, capiscono tutti i riferimenti storici meglio de’ loro figlioli e nipoti laureati.

Quant’è bella giovinezza,
Che si fugge tuttavia
Chi vuol’esser lieto, sia:
Di doman non v’è certezza.

Udite, udite, madonne e messeri
l’istoria faceta che accadde l’altr’ieri.
Due freschi virgulti di nobil casata
per vincer la noia t’inventonno l’ammucchiata

A nord di Firenze, in quel di Mugello,
Gli è spòrte diffuso chiappare l’uccello.
– C’era molta selvaggina a que’ tempi –
E i bimbi d’i’ Medici, gaudenti per schiatta
Correvano i’ rischio di chiapparlo, sì, ma nella chiappa…

“Fratello Giuliano”, diceva Lorenzo,
“Su, diàmci da fare co’ un po’ di buon senso.
Bisogna trovare de’ modi ben scaltri
Per metterlo in locum,
Ma… in un locum che sia d’altri…!”

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2 risposte a “Ognuno c’ha le palle che vòle!”

  1. Antonino scrive:

    Gloria a chi s’è fatto ambasciator della Città Bella in quel d’Arabia. Sa che ‘n serve miha andar col megafono a cortei rosa, pe’ sdoganar l’inculo. Si piglia quattrini, lecca un po’ del culi, fa passar archibugi sotto la su’ poltrona. Finhè ‘l sceicco e ‘l re si fan gingillare arzilli, al prossimo gheipraid sfileràn Quindicipalle atomiche.

  2. Antonino scrive:

    “così con la sinistra si manipolava il mantice, e colla destra si potevano compiere dei grandi virtuosismi”…

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