Torri

Le Tours Aillaud sorgono a Nanterre, nella periferia parigina.

Il committente, nel lontano 1977, era un ente pubblico, che aveva come obiettivo quello di farci stare – in condizioni di razionale benessere – il massimo numero possibile di operai, che avrebbero dovuto dedicare le loro esistenze ad alimentare l’industria privata francese.

Operai, stato, fabbriche, razionalità…

Sono passati quarant’anni, il complesso è fatiscente, e comunque un nuovo quartiere sta sorgendo proprio accanto alle torri, uno scintillante coso in stile Macron.

Le torri Aillaud saranno quindi presto abbattute, i residenti che non hanno ancora trovato posto in carcere saranno mandati altrove e si apriranno nuovi orizzonti per gli investitori.

Stiamo entrando infatti in un nuovo mondo e quindi una nuova architettura:

Provate a indovinare a cosa serve questa opera di Daniel Libeskind.

Oppure questa, di Frank Gehry:

Lasciamo perdere se piace o non piace, e concentriamoci su alcune questioni.

Come leggo su una rivista di architettura, nell’architettura contemporanea,  nessuna costruzione “ha più riferimento al luogo, alla storia, alla funzione, né magari all’utente.”

E qui troviamo la differenza radicale con le Torri Aillaud.

L’oggetto serve solo per la vanità dell’architetto?

In parte sì; ma questa roba costa. E gli architetti costano. E quindi c’è qualcuno che paga, per cui sarebbe molto meglio dire che questi oggetti riflettono innanzitutto la vanità del committente.

Non solo: se pensiamo a come sia cresciuto il dislivello economico in questi anni, capiamo che la ricchezza in più deve pur sfogarsi da qualche parte.

Un altro elemento è la precarietà dell’opera. Le tecnologie costruttive sono migliorate moltissimo in questi decenni, i materiali sono molto più leggeri e resistenti; ma la legge della gravità, che sta demolendo le ancora semplici torri Aillaud, non è minimamente mutata dall’inizio dell’universo:

Per quanti gadget a energia solare possano incorporare, questi oggetti sono intrinsecamente insostenibili, nel senso più letterale del termine. Il costo non solo a metro quadro, ma soprattutto ad anno di vita utile, è quindi altissimo.

Questo oggetto ad esempio si spaccia per ecologico:

Ma anche qui abbiamo materiale utile per una riflessione su ciò che rende davvero inedita l’epoca che stiamo vivendo.

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29 Responses to Torri

  1. mirkhond says:

    “Lasciamo perdere se piace o non piace, e concentriamoci su alcune questioni.”

    Insostenibilità di tali “opere”, non esclude il fatto che siano esteticamente delle croste.
    Un segno inquietante dei tempi in cui viviamo e in cui l’uomo non è più capace di creare bellezza duratura……
    Ancora oggi citta come Firenze, per fare un esempio, campano sul bello prodotto 500 anni fa.
    Ma non fra 500, ma solo tra, diciamo, 100 anni, se ancora esisterà l’umanità, quali opere d’arte attrarranno i turisti del futuro?

    • Per Mirkhond

      “Insostenibilità di tali “opere”, non esclude il fatto che siano esteticamente delle croste.”

      Il punto è che non esiste bellezza senza rapporto con il contesto. Se guardi quella specie di sacca blu che si vede in una delle foto, di per sé non la trovo brutta: ci starebbe bene come oggetto in cucina, ad esempio.

      Staccato dal contesto e inserito in un quartiere storico austriaco, è un pugno nell’occhio, anche più brutto di tutti gli altri oggetti che si vedono nelle altre foto, che almeno non hanno contesto.

      • Peucezio says:

        Miguel,
        “Il punto è che non esiste bellezza senza rapporto con il contesto”

        La metto in grassetto perché è una frase fondamentale, da incorniciare!

      • Mauricius Tarvisii says:

        di per sé non la trovo brutta: ci starebbe bene come oggetto in cucina

        Vero? Pensavo una cosa del genere!

  2. Peucezio says:

    Ma la prima non è quella di quella scena di un film francese anni ’70 (al momento non ricordo il titolo) in cui un’ex carcerata con un’amica vanno a vedere una casa per andarci ad abitare e ci sono appunto finestre con quella strana forma e il venditore parla di ogni cosa come “funzionale”, ripetendo ossessivamente tale termine, in modo un po’ comico?

  3. werner says:

    Qui non ti seguo Miguel.

    Un grattacielo ben realizzato può essere molto più economico, funzionale ed ecologicamente sostenibile di decine di cubotti per uffici di livello medio basso. Certo forse nel lungo periodo sono insostenibili sia i grattacieli che i cubotti, ma fino a che ci serviranno uffici in cui lavorare lunica scelta è tra gli uni e gli altri.

    • Per Werner

      “Un grattacielo ben realizzato può essere molto più economico, funzionale ed ecologicamente sostenibile di decine di cubotti per uffici di livello medio basso”

      Infatti, non parlavo di grattacieli (le foto di opere contemporanee, a parte il palazzo “finto verde”, ma lì sarebbe un lungo discorso, non riguardano grattacieli).

      Parlavo in particolare della moda del “cantilever”, degli edifici a sbalzo sempre più arditi, molti dei quali iniziano a dare problemi prestissimo.

      Come il supercentro commerciale a Città del Messico, l’Artz Pedregal, inaugurato a marzo di quest’anno:

      E venuto giù a giugno:

  4. rutt1 says:

    Piove governo ladro alert

  5. Un esempio di architettura “in-sostenibile” è il Hyatt Capital Gate di Abu Dhabi:

    Casualmente, è un albergo sopra con uffici sotto, ma avrebbe potuto essere anche qualunque altra cosa.

    Farà la fine del Ponte Morandi, con la differenza che almeno dietro la forma del Ponte Morandi, c’era un motivo pratico, che qui manca del tutto.

    • werner says:

      Credo che in architettura convivano da sempre funzionalismo e desiderio di stupire con soluzioni ardite. L’abilità dell’architetto credo stia nel coniugare l’una e l’altra dosandole a seconda dei casi. Quando l’edificio non sta in piedi chiaramente siamo in presenza di un caso di cattiva progettazione, ma gli errori fanno parte del meccanismo e permettono di imparare.

      Oggi possiamo criticare la moda di costruire edifici inutilmente a sbalzo e torri storte, magari settecento anni fa qualcuno criticava la moda di costruire chiese altissime con finestre eccessivamente grandi. Molte chiese gotiche sono anche crollate o hanno richiesto consolidamenti importanti. Ma nel complesso io oggi sono grato a coloro che si sono lanciati nell’impresa di costruirle.

      • roberto says:

        sottoscrivo

        sarei un filo pù severo sulle costruzioni che crollano che definirei crimine più che errore, vista l’incomparabile maggior capacità di calcolo di oggi rispetto ai costruttori di cattedrali, ma sostanzialmente sono d’accordo

      • Peucezio says:

        Werner,
        qui però c’è un salto sostanziale.
        La funzionalità ha sempre avuto la bellezza come ornamento.
        Ma non è mai diventata secondaria.
        Forse certi eccessi del gotico sono proprio l’eccezione.

        E inoltre quello era un gusto collettivo, condiviso.

        Quello che manca oggi è il rapporto col contesto, con la società, con le comunità, con gli orientamenti culturali di una società: qui siamo al mero esercizio narcisistico individuale, senza limitazioni.

        • rutt1 says:

          sono d’accordo, come spesso accade, con Roberto e Werner.

          Peucè mi vengono solo cose bruttissime da dirti ma voglio fare la persona civile.

          Ti faccio solo notare il seguente:
          1. come possiamo essere sicuri che il ‘mero esercizio narcisistico individuale’ non era pure quello di brunelleschi? Io dico che era proprio quello che ha motivato il brunelleschi…e tanti altri prima e dopo di lui.

          Sai che cazzo gliene fregava a quelli della comunità. Semmai gli fregava di chi ci metteva i soldi.

          2. la bellezza: come si misura? Ne parli come se fosse una cosa oggettiva.

          • Mauricius Tarvisii says:

            Infatti non mi pare che Sugerio abbia fatto un sondaggio suo gradimento popolare del gotico.

          • Peucezio says:

            rutt1
            “Peucè mi vengono solo cose bruttissime da dirti ma voglio fare la persona civile.”

            Tanto non è cosa tua… 😀

            Dai, sia gli artisti che la committenza erano molto più organici alla società, ai suoi gusti, alla sua sensibilità, non erano un mondo autoreferente.

            E poi c’è il rapporto con la funzionalità.

            Poi, vabbè, uno può insistiere col solito ritornello che tanto tutte le epoche sono uguali, ma è una petizione di principio, un dogma cui non si capisce perché dovrei aderire. In realtà tutte le epoche sono diverse. E la nostra è ancora più diversa delle altre, per mille motivi (basti dire che ci sono un’infinità di cose possibili oggi e mai state possibili in nessun’epoca della storia).

        • werner says:

          “La funzionalità ha sempre avuto la bellezza come ornamento.
          Ma non è mai diventata secondaria.”

          Se per funzione intendiamo quella primaria degli edifici temo di non essere d’accordo. Le chiese, ad esempio, assolvono perfettamente il loro scopo anche senza cupole eppure i nostri avi spesero ingenti risorse per esse. Il limite erano le scarse risorse e conoscenze tecniche che obbligavano a una certa moderazione.

          Certo poi ci sono le funzioni secondarie tra cui la ricerca di prestigio e distinzione, ma questo vale anche per le architetture moderne.

          “Quello che manca oggi è il rapporto col contesto, con la società, con le comunità, con gli orientamenti culturali di una società”

          Qui penso che hai una parte di ragione. La rivoluzione industriale ha portato un cambiamento epocale anche nel dibattito architettonico e da allora la ricerca di un nuovo stile unificante ha prodotto solo mode temporanee. Nel frattempo il dibattito architettonico è diventato specialistico e quindi si è scollato dal resto della società.

          Così abbiamo architetti che cercano di fare i conti con le lezioni di Bauhaus, Razionalismo, Art and crafts, Post modernismo, Brutalismo, decostruttivismo e via dicendo… E dall’altra parte abbiamo un pubblico medio che è rimasto legato agli archetipi pre ottocenteschi: casette con il tetto a falde, palazzi con le colonne, castelli e via dicendo.

          Il rapporto con il contesto è altra questione anch’essa complessa che provo ad abbozzare a colpi d’accetta.

          Esteticamente le mode globali e l’affermazione di studi internazionali tende a produrre edifici le cui forme sono influenzate più dalla firma del progettista che dalla collocazione geografica. D’altra parte se volessimo essere esteticamente rispettosi del contesto in Europa dovremmo costruire solo edifici di pietra e mattoni. Come se nel rinascimento per restare fedeli al contesto avessero continuato a costruire torri al posto dei palazzi nobiliari e chiese romaniche.

          Funzionalmente invece esistono architetti che costruiscono bellissime scatole e altri che invece creano pezzi di città. E trovo che questa sia una delle discriminanti per distinguere i bravi dai mediocri.
          Per fare un paio di esempi milanesi sicuramente conosci:

          Piazza Aulenti e dintorni sono un ottimo lavoro e lo studio di Pelli ha tutta la mia stima per quello che ha creato. Un non luogo è diventato una delle piazze più frequentate di Milano e trovo molto piacevole passare di lì quando ne ho l’occasione.

          Piazza Gino Valle ha una sua valenza estetica, quasi metafisica direi, ma è fin troppo grande e grazie all’idea di nascondere gli spazi commerciali in una specie di fossa non ci sono buoni motivi per andarci. È praticamente un luogo di passaggio in cui non si ferma nessuno (escluso qualche skater).

          • PinoMamet says:

            Non conosco gli esempi milanesi, ma, a parte qualche distinguo minore (che perciò non vale la pensa scrivere per non fare stupido esercizio di eristica) sono d’accordo sostanzialmente.

          • Peucezio says:

            Werner,
            riflessioni interessanti.

            “Esteticamente le mode globali e l’affermazione di studi internazionali tende a produrre edifici le cui forme sono influenzate più dalla firma del progettista che dalla collocazione geografica. D’altra parte se volessimo essere esteticamente rispettosi del contesto in Europa dovremmo costruire solo edifici di pietra e mattoni. Come se nel rinascimento per restare fedeli al contesto avessero continuato a costruire torri al posto dei palazzi nobiliari e chiese romaniche.”

            E’ vero che certi modelli si imponevano un po’ dappertutto, però comunque c’è sempre o quasi sempre un elemento di distinguibilità.
            Io lo noto per esempio nelle architetture ottocentesche e primonovecentesche pugliesi. Non parlo di quelle illustri, ma di quelle più comuni. Hanno una caratterizzazione fortissima.
            Invece le periferie anni 50-80 sono indistinguibili un po’ da Roma in giù (mentre nel centro-nord sono diverse, non tanto e non solo per l’architettura in sé, ma per tutto l’insieme di architetture, arredo urbano, spazi, colori, ecc.).
            Oggi è veramente tutto identico dappertutto.
            E in questo ci vedo un danno enorme, come in ogni caduta nell’indistinto.

            Circa le piazze milanesi, piazza Gino Valle non la conosco. Piazza Aulenti anche a me non dispiace. E’ un esempio di moderno che ha una sua bellezza.

          • PinoMamet says:

            Non c’entra con l’architettura;
            ma sono stato a una proiezione di un film anni ’70 presso un circolo di amici, diciamo, “filmbruttari”.

            Era una coproduzione Italia-Spagna, regista italiano, girata e ambientata tra Austria (chissà perché) e Spagna.

            Non parliamo del settecento o del medioevo, erano pochi decenni fa…

            eppure le vie, gli ambienti, le facce spagnole erano diverse da quelle austriache;
            c’era un dipendente di un parco austriaco, un portiere, e vedevi subito che aveva un abito da portiere austriaco…
            i poliziotti spagnoli, vestiti da poliziotti spagnoli, e immediatamente distinguibili da quelli austriaci (era un thriller)…

            tutta questa varietà vernacolare, locale, mi sa che si è persa.

            • werner says:

              Vero, l’ho notato anche io guardando vecchi filmati o fotografie… E vero anche quanto dice sopra Paucezio… La globalizzazione porta i gusti a essere influenzati da questioni economico-culturali più che dalla geografia.

  6. roberto says:

    miguel
    ti segnalo questo articolo interessante e più in generale questo sito. parte da prospettive un pochino diverse dalle tue ma penso che ti interesserà

    http://www.sppef.fr/2017/11/13/massacre-programme-des-tours-nuages-de-nanterre-a-quoi-sert-le-label-patrimoine-du-xxe-siecle/

  7. roberto says:

    qui infine un po’ di immagini dall’interno della torre.

    si vede che cadono a pezzi (oggettivo), e gli arredamenti interni sono repellenti (soggettivo), ma sarà che i paesaggi urbani mi affascinano molto, ma non lo trovo per niente brutto e comunqe, meglio che vivere in certe fogne di cui tu ci hai parlato (ricordo la storia del tizio con il pozzo nero)

    https://www.laurentkronental.com/Les-Yeux-des-Tours/1

    • Peucezio says:

      Belle foto.
      Ma erano nate come alloggi economici?
      Perché l’impressione è questa.
      Peccato che non riesco a ritrovare il film che dicevo…

      • roberto says:

        non son sicuro ma credo di si.

        in ogni caso adesso appartengono al patrimonio HLM (habitation à loyer modéré) di nanterre, quindi attualmente sono quello che da noi sarebbe “edilizia popolare”

    • PinoMamet says:

      Non mi sembrano malaccio, tutto sommato, né fuori né dentro.

      • werner says:

        Molto belle le foto.

        Le finestre a virgola sono assolutamente disfunzionali, ma mi piacciono. Sembra di essere nella cabina di una mongolfiera. 🙂

        Grazie

  8. roberto says:

    ancora una cosa per miguel. questo è paticolarmente interessante perché prende in considerazione il punto di vista di quelli che ci vivono, che in fin dei conti è quello che mi inyteressa di più
    (scusate tutto in gallico ma non ho tempo di tradurre)

    https://www.lesinrocks.com/2018/01/23/actualite/se-sent-trahis-les-habitants-des-tours-aillaud-nanterre-se-mobilisent-contre-la-destruction-de-leur-quartier-111036232/

    • per roberto

      “ancora una cosa per miguel. questo è paticolarmente interessante perché prende in considerazione il punto di vista di quelli che ci vivono, che in fin dei conti è quello che mi inyteressa di più”

      Bello, interessante, grazie!

  9. Mauricius Tarvisii says:

    Mi sembra che sia stata sancita definitivamente la non condivisione sociale del principio “chi inquina paga”.

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