Aztlan la Raza Mexicana

Il Chicano Park a San Diego in California ospita i più grandi murales esterni del mondo, dedicati al ritorno dei messicani in Aztlan, la mitica terra delle origini degli aztechi attualmente sotto temporanea occupazione straniera.

Qui trovate le foto di diversi di queste interessanti opere.

E’ un esempio supremo di identità reimmaginate, con i suoi combattenti armati, contadini, scheletri, dèi, ritratti di Che Guevara e madonne: tipica un’esaltante immagine della Raza, la gente messicana, che nasce in una pannocchia di mais dall’incontro del Cielo e della Terra.

Che, per quanta reinvenzione ci possa essere, è comunque un immaginario vivo, a differenze delle fantasie da pro loco degli europei invidiosi.

Uno dei murales più importanti è quello dedicato al dio Quetzalcoatl, il serpente-quetzal.

Sotto la grande curva dell’autostrada, l’antica divinità riemerge.

Dietro di lui, la testa di un guerriero Maya, un yin yang evidente tributo alla New Age, una rosa che simboleggia il cattolicesimo, la bandiera bianca-rossa-nera con l’aquila che i lavoratori messicani innalzano nei loro scioperi negli Stati Uniti..

Ma state ascoltando o no?

Lo so cosa state guardando.

E’ il simbolo del Congreso de Artistas Chicanos en Aztlán.

E allora?

quetzalcoatl

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32 risposte a Aztlan la Raza Mexicana

  1. Francesco scrive:

    ma voi messicani usavate i colori dei nazisti anche prima o no?

    e parlo dell’aquiletta nera in cerchio bianco su sfondo rosso, che è più nazi anche delle seconde maglie dell’AC Milan

    PS voi fiorentino dite qualcosa sulla storia milanese dell’area C? vi interessa il compagno arancione Pisapia?

  2. PinoMamet scrive:

    Che Guevara va alla grande, a quanto pare, tra i chicanos.
    Almeno a giudicare dalle foto. Per i teorici del parallelo cristologico: come il Cristo europeo è diventato un biondo con gli occhi azzurri, il Che Guevara messicano assume caratteri “colorati” piuttosto lontani dall’originale ispano-irlandese argentino.

    Beh, almeno qualcuno negli USA mitizza Che Guevara in positivo; il che (aldilà dell’accettare o meno la mitizzazione) li rende meno stranianti di come li ricordo: da quel poco che mi è capitato di sentire, per gli statunitensi medi parlare di Che Guevara e parlare di Pol Pot o dell’immancabile Hitler era più o meno la stessa cosa… il che è molto alienante per chi viene da un paese dove Che Guevara ha imperato per due decenni sulle magliette degli adolescenti.
    (sempre aldilà dei giudizi politici, Francesco. Per una volta parliamo d’altro 🙂 )

    Davanti al murales dell’altrettanto immancabile Frida Kahlo c’è un tale che sbadiglia a tutto spiano: non c’entra niente, ma quello sono io quando mi portate a un museo 😉
    (lo so, faccio schifo! Ma l’unico che riesce ad appassionarmi un po’ è Philippe Daverio, sempre sia lodato).

    • PinoMamet scrive:

      Che poi nelle biblioteche USA vendevano il manuale della guerriglia e il diario in Bolivia, uguale come da noi, sempre della serie tutto il mondo è paese (cioè, Italia 😉 )…

    • Moi scrive:

      Anche a me è simpatico Philippe Daverio … stesso aspetto e stesso look di “Sganapino” un servitore del “Dottor Balanzone”, sempre in duo con l’ inseparabile amico “Fagiolino”. Negli ultimi tempi si erano “globalizzati” stringendo amicizia con Sandrone, sua moglie Pulonia e il loro foglio Sgurghighéle, della “lontana” Modena.

  3. Miguel Martinez scrive:

    Per PinoMamet

    “nelle biblioteche USA vendevano il manuale della guerriglia”

    A New York, nel 2006, non sono riuscito a trovare un libro decente sull’11 settembre (intendo proprio sull’attacco alle Torri, non su al-Qaida e simili), ma ho comprato l’Opera Omnia di Osama bin Laden.

  4. Miguel Martinez scrive:

    per Francesco

    “ma voi messicani usavate i colori dei nazisti anche prima o no?”

    I messicani hanno inventato il rosso. Letteralmente, nel senso che il rosso acceso si è potuto produrre, in Occidente, solo da quando hanno scoperto i metodi che usavano i messicani per produrlo con la cocciniglia.

  5. Pingback: Aztlan la Raza Mexicana - Kelebek - Webpedia

  6. mirkhond scrive:

    Per Miguel Martinez

    Ma Aztlan, la mitica urheimat dai cui gli Aztechi sarebbero partiti per il lungo viaggio che li avrebbe portati nell’area dell’attuale Città del Messico, Aztlan dicevo, è un luogo reale, corrispondente magari agli attuali Texas o foce del Mississippi o all’Alabama, oppure è solo una proiezione mitologica?
    Per quel che se ne sa, come vedevano gli Aztechi la loro patria primordiale? Come un perduto Eden o come un luogo orrido da cui scappare?

  7. Miguel Martinez scrive:

    Per Mirkhond

    Non so bene risponderti. Nel senso che ciò sappiamo di Aztlan (e quindi ciò che ne sanno anche gli artisti chicanos) è passato interamente attraverso i frati spagnoli. Che pur con una disponibilità intellettuale straordinaria, non potevano non filtrarlo attraverso i parametri biblici.

    Che fosse poi un luogo reale… l’unica cosa certa è che la lingua nahua è imparentata con numerose lingue dell’ovest degli Stati Uniti; ma anche con altre lingue non mexica del Messico centrale.

  8. fp40 scrive:

    Ciao Miguel, leggo sempre con piacere il tuo blog. In particolare trovo importanti queste finestre che apri sul Mexico, che sono un toccasana per riflettere sul senso dell’identità.

    Qui in Sardegna è un dibattito vivo, con tante complessità e sfumature.

    Due esempi per rendere l’idea di come Tradizione e Mondo Moderno (rigorosamente maiuscoli) si incontrino e si scontrino, costruendo nuove strane identità e identificazioni. Che poi dopo un po’ non sono più nuove e dunque neanche strane:

    1) Il caso “acabbadora” come paradigma della letteratura esotica:

    http://vitobiolchini.wordpress.com/2012/01/17/ma-voi-credete-ancora-allacabadora-veramente-ecco-come-un-libro-di-toni-soggiu-smonta-la-piu-grande-stupidaggine-della-storia-sarda/

    notare come anche questo mito sia stato fabbricato nell’800.

    2) Il Turismo come spinta creatrice della Tradizione:

    http://www.fondazionesardinia.eu/ita/?p=1837

    • PinoMamet scrive:

      Ho trovato i link molto interessanti
      (e il primo anche molto divertente da leggere!)

      l’invenzione della tradizione è un argomento che mi ha sempre interessato, qua da queste parti però gli esempi sono pochi, fatti male e banali…
      in Sardegna ci sapete fare, invece, caspita!!
      😉

  9. Miguel Martinez scrive:

    Per fp40

    So troppo poco della questione sarda, e me ne dispiace parecchio, perché quel pochissimo che so è molto interessante.

    Tienici aggiornati, anche per segnalare cose che magari non sembrano subito “in topic”, come si dice.

  10. Miguel Martinez scrive:

    Per Andrea

    “…e io che ero rimasto alla porpora dei Fenici… :-)”

    Sulla storia del rosso, dai fenici ai messicani, fino alla produzione industriale tedesca, c’è un bellissimo libro: Amy Butler Greenfield, A Perfect Red. Empire, Espionage and the Quest for the Color of Desire.

  11. Moi scrive:

    @ ANDREA DE VITA

    I Fenici impararono a usare la porpora dagli Annunaki, i Maya impararono a usare la cocciniglia dagli Yautja ! 😉 🙂

  12. jam scrive:

    .. e Brasile, da rosso come la brace, cioé il color di un albero brasiliano, il pernambouc, caesalpinia echinata, che da una tintura rossa- brasa, utilizzata da tempi lontanissimi x tingere..
    ciao

    • mirkhond scrive:

      Lo Swastika è l’emblema del Baltistan o Piccolo Tibet, la cui popolazione è infatti tibetanofona e musulmana, ma fino al XIV-XV secolo buddista….

      • habsburgicus scrive:

        dicono che hanno provato a scrivere la lingua balti, de facto un dialetto tibetano come giustamente dici, in caratteri arabi…é forse l’esempio più “esotico” di utilizzo delle lettere arabe, insieme al tamil (scritto in caratteri arabi solo molto, molto raramente)
        ciao

  13. Miguel Martinez scrive:

    Per i collezionisti di Croci Gammate, il meglio è questo qui:

    http://www.manwoman.net/

    Ha pubblicato anche qualcosa in italiano.

  14. Alessandro scrive:

    Scusate il parziale OT: qualcuno di voi saprebbe darmi qualche indicazione sulla storia del simbolo antico chiamato tursaansydan? Che popoli riguarda e in che epoca. E se/quali relazioni ha con lo swastica.

    • Andrea Di Vita scrive:

      Per Alessandro

      Il cuore del tricheco?

      http://en.wikipedia.org/wiki/Tursaansydan

      Non li ha aiutati, pero’, duranti la Guerra di Lapponia…

      http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_di_Lapponia

      Ciao!

      Andrea Di Vita

      • Alessandro scrive:

        Andrea, ti ringrazio. Avevo visto la pagina wiki. In realtà la mia domanda nasce da un interrogativo storico, che però avrebbe bisogno di ulteriori verifiche e ricerche: se il simbolo finnico ebbe un senso sia per finnici negli anni ’20 e ’30 che per settori del fascismo italiano (Alessandro Pavolini, in rapporti col Baltico e il padre, Paolo Emilio, traduttore del Kelavala in italiano) in un’ottica di vicinanza ma anche di concorrenza rispetto al nazismo che usava la svastica.

        • Andrea Di Vita scrive:

          Per Alessandro

          Per citare un erudito esponente della destra ‘spiritualista’ non nazista, nemmeno quando Julius Evola parla degli Iperborei rimanda esplicitamente, che io sappia, alla cultura finnica. L’ambiente sciamanico in cui sono nati i poemi da cui Loennrot ha tratto il Kalevala è certo vicino a quel modo di pensare il mondo (circolare, non lineare) che Evola immaginava alla base di quella ‘Tradizione’ da cui la modernità si sarebbe staccata. E di certo Pavolini padre aveva poco a che fare con la mistica fascista insegnata da Evola.

          Ciao!

          Andrea Di Vita

  15. Mondo cane scrive:

    http://theheretik.typepad.com/the_heretik/2005/06/hokusai_old_man.html

    ma la svastica è positiva se è girata verso sinistra?

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