Due giorni fa, ho combinato un incontro tra tre persone, in una casetta all’Isolotto, la più bella creazione urbanistica dei nostri cattocomunisti fiorentini.
Nessuno è mai venuto a fare turismo all’Isolotto.
Però sei vai in Piazza Duomo, non ti accorgi che c’è una cupola incredibile e un Battistero, perché nuoti in un incubo di venditori, traffichini, turisti, mendicanti, paracadutisti con i mitra, ristoranti con carne nuda in vetrina e selfeggiatori.
Mentre quando vai all’Isolotto, ti guardi attorno e dici a chi ti ha invitato, “ma che posto meraviglioso dove vivi!” E sul prato fai pure amicizia con un gatto.
Ecco i tre:
C’è una donna di Osaka, in Giappone, che andò in Messico affascinata dall’arte precolombiana, in Guatemala incontrò un italiano straordinario, insieme vennero in Italia. Lei ogni giorno crea immagini, credo che potrebbe essere una delle grandi artiste del nostro secolo, ma non ha mai voluto inquinare questa sorgente creativa con il denaro, per cui ha campato facendo la guida turistica.
Un geniale amico italiano, con ben due nonni accademici della Crusca, che si è trovato per un caso della vita a insegnare in un’università giapponese;
e la sua compagna, giapponese.
Si incontrano a casa della donna di Osaka (accento sulla “o” e “s” sorda!), e iniziano a parlare in giapponese.
Si scusano con me, dico, “no, non vi preoccupate!“
Non lo dico per gentilezza. Lo dico perché sono affascinato da quello che sta succedendo: voglio che parlino solo in giapponese.
Gli avi dei giapponesi si sono separati, da qualche parte dell’Asia Centrale, dai nostri, circa 15.000 anni fa (non prendete per buono questo ricordo di qualcosa che lessi anni fa sui libri di Cavalli Sforza, se mi sbaglio, fatemelo notare nei commenti e correggo).
Da allora e fino a un secolo e mezzo fa, nessun contatto significativo.
Ora, guardo i tre parlare…
Capto innanzitutto i suoni, e questo è un caso, che il giapponese abbia strutture fonetiche simili all’italiano. Per dire, colgo i suoni meglio che in portoghese.
Certo, non capisco quasi nessuna parola.
Ho un piccolo vantaggio: conoscendo il turco, capisco quella particolarissima tonalità innalzata e sospesa con cui chi parla una lingua left-branching ti aiuta a capire dove si sta andando.
Ma i miei sensi colgono un insieme. Le mani, gli occhi, le attese, gli ammiccamenti, i toni…
A un certo punto mi accorgo che da questo, capisco tutto il contesto.
Chi parla, sta parlando…
di un fatto vissuto nel passato, e comunica quello che ha provato, e anche la sua sorpresa a incontrare qualcuno che ha frapposto ostacoli assurdi, e di come li ha superati…
di un’emozione che prova nel presente…
… un paradosso, qualcosa che tutti gli interlocutori sanno non va preso alla lettera, ma che fa capire qualcos’altro…
… poi improvvisamente balena un’idea, ci sarebbe un progetto, che potremmo realizzare insieme, non è così assurdo, se ci crediamo tutti…
… anzi, ti racconto che una volta mi riuscì…
… e certo, capisco i tuoi dubbi, ma non ti preoccupare, insieme ce la facciamo!
Una prima ipotesi terrificante è che noi umani saremmo fatti tutti in modo talmente simile… e porta a pensare che, se anche il modo in cui scherziamo è predestinato, forse siamo predestinati in mille e mille altre cose: siamo natura quanto le lucertole. Però stiamo parlando proprio della lingua, esattamente la cosa principale che ci distingue dalle lucertole.
Poi mi viene in mente, che nella mia esperienza, i migliori linguisti sono pochi intellettuali, e tanti analfabeti.
Le lingue nascono dentro di noi, sono respiri e moti di un pezzo di carne chiamato (appunto) lingua, inscindibili dagli sguardi e dai gesti e dai toni.
Una piccola parte di una frazione delle lingue del mondo ha trovato per un momento una scrittura, e poi sono emersi dei personaggi, i Grammatici, che hanno fotografato la lingua.
Gente meravigliosa, i Fotografi di Lingua, ma ricordiamoci sempre che una fotografia statica è solo una frazione di qualcosa che è invece è vivo e mutevole e fatto di mille cose che nella foto non si vedono.
La cosa triste è che poi i governi dotati di parlamenti e poliziotti hanno deciso, che i parlanti dovevano adeguarsi alla fotografia.
Da lì è sorta l’idea che la lingua fosse nata nei libri. Che lo capisce chiunque, è una bugia bella e buona, ma ci caschiamo lo stesso.
In Sicilia, ho vissuto come gli analfabeti-o-quasi, parlando come “gli veniva”, seguivano delle regole, dei modelli, straordinariamente rigorosi. Solo che era un insieme, costituito dalla voglia di comunicare qualcosa; dalla taliàta, gli innumerevoli messaggi degli occhi; da regolarità sintattiche precisissime; dal respiro, dai movimenti della bocca che combinavano articolazione con espressione; dal non detto ma implicito in mille altri discorsi condivisi; da un istinto che portava a scegliere assonanze, ritmi, associazioni, accenni.
Un’amica sovversiva finì in carcere come “terrorista”; e mentre era lì conobbe delle donne calabresi, che le dissero, ma tu devi imparare a parlare con gli occhi, e non con le parole
In questo contesto, tra parola, canto e incantesimo, c’era una varietà e una vastità di discorsi incredibile, che faceva di pastori e bottegai, poeti. E credo che una volta tutta l’Italia fosse così.
In Sicilia ho conosciuto poeti degni di Omero, che quando si vergognavano di essere straordinari, e si ricordavano di aver fatto solo la terza media, parlavano un italiano misero.
E’ la ricaduta castrante dei Grammatici: quelli che avevano scoperto una piccola parte della ricchezza espressiva umana, se ne impadronivano. E riducevano un corpo intero a una ventina di caratteri dell’alfabeto, con un ammasso di Regole irregolari da mandare a memoria, e da lì a un Programma Ministeriale da imporre a tutto il Popolo Italiano prima di mandarlo al macello in guerra.
Un populu
diventa poviru e servu
quannu ci arrubbanu a lingua
addutata di patri:
è persu pi sempri.Ignazio Buttitta
Conosco una donna, una delle menti più straordinarie cui mi sia capitato di voler bene, che ha studiato qualcosa di inglese, latino, tedesco, francese… che mi dice, sono negata per le lingue, perché le hanno detto che la lingua è una cosa che si impara sui libri. E lei, che ha imparato cose per me inimmaginabili nelle sfere della matematica e della fisica, si sente in dubbio, in debito, di fronte ai Grammatici.
E penso ai migliori linguisti che io abbia mai conosciuto.
La Reska, zingara zoppa profuga e pure musulmana, che parlava romanè e serbo e albanese e italiano e pure un po’ di turco;
e un siciliano, giardiniere, terza media, operaio, emigrato in Germania. Dove senza accorgersene ha imparato il tedesco, e visto che c’erano degli operai turchi, ha imparato pure il turco, perché no?

@ Martinez
“lingua”
Sembra fatto apposta.
Ho appena letto di un studio eseguito sul ‘linguaggio’ delle balene. Si sapeva che comunicano fra loro con un complesso sistema di ululati, fischi e schiocchi. Ora se ne è fatta una raccolta così vasta da poterne fare un’analisi statistica sensata. Si è dimostrato che tale ‘linguaggio’ segue la legge di Zipf. Tale legge stabilisce che più lunga è una data concatenazione di suoni meno frequentemente viene usata, secondo una precisa regola matematica. Secondo tale regola ‘the most frequent “word” appears approximately twice as often as the second most frequent “word”, three times as often as the third, and so on’.
https://en.wikipedia.org/wiki/Zipf%27s_law
Solo che Zipf era un linguista Statunitense degli anni ’30 che formulò tale legge applicata al linguaggio umano. In particolare, mostrtò che si applica al dizionario della lingua Inglese e alla traduzione Inglese di ‘Guerra e Pace’ e dei poemi omerici. Studi successivi hanno osservato che la stessa legge si applica ai vocabolari di moltre lingue naturali umane.
Il fatto che anche quando comunicano delle balene fra di loro si ritrovi la legge di Zipf conferma l’idea che si tratti di una regola universale della comunicazione naturale all’interno di una numerosa popolazione. Sembra sia legata al principio di minimo sforzo (o di massima efficienza) che ciascun essere vivente cerca di applicare nel proprio comportamento, secondo l’ecologo Odun.
In particolare, se ho un ‘parlante’ che comunica con un ‘ascoltatore’, il primo cerca di mandare messaggi più brevi possibile per risparmiare tempo e fatica, mentre il secondo sollecita messaggi lunghi e ridondanti per minimizzare il proprio sforzo di capire cosa trasmette il parlante e ridurre i disturbi del rumore di fondo. Un compromesso, in una comunità dove tutti sono al contempo ‘parlanti’ e ‘ascoltatori’, è avere un linguaggio con poche parole molto ricche di significato ma usate di rado e molte parole brevi e povere di significato ma usate tantissimo, in accordo con Zipf.
(L’argomento è approfondito in un capitolo di A. Di Vita, ‘Non-equilibrium thermodynamics’, Springer – così mi faccio un po’ di pubblicità 🙂 )
Quindi sì, non c’è bisogno di essere Grammatici per comunicare bene. Il carattere prescrittivo e coercitivo di una Grammatica può avere lo scopo di ridurre le ambiguità (come l’attività regolatoria degli ideogrammi Cinesi da parte del governo), ma ogni altro valore (ad es. di stigma sociale per chi non parla ‘correttamente’) è arbitrario. Se sei in una caserma è essenziale che tutti possano in ogni momento leggere le consegne della guardia che monta sull’altana – o ne possono scaturire incidenti mortali, come quello che a momenti capitava sotto il mio comando da Ufficiale di picchetto. Ma per il resto la ricchezza e la flessibilità di un dialetto non hanno nulla da invidiare a quella della lingua letteraria che si studia a scuola.
In un altro esperimento due IA hanno cominciato a comunicare tra di loro in una ‘lingua’ incomprensibile ai loro stessi programmatori, i quali purtroppo o per fortuna hanno spento tutto. Ma non mi stupirei che in una futura comunità robotica che si evolve ricomparisse Zipf.
In fondo le balene mica hanno studiato la Grammatica.
Ciao!
Andrea Di Vita
“Da allora e fino a un secolo e mezzo fa, nessun contatto significativo.”
Beh… diciamo che è una grossa esagerazione 😉
(Non ho conosciuto tantissimi giapponesi, ma una- una soprano che ha studiato lirica qua, e ha poi aperto un ristorante parmigiano in Giappone- mi diceva di discendere da una famiglia di medici di origine cinese)
Comunque, senza stare a parlare di portoghesi, olandesi e ambascerie giapponesi a Roma nel Seicento…
mi pare che la popolazione nativa giapponese si sia formata con l’incrocio di due o tre ceppi, di cui uno locale e uno proveniente dall’area cinese/coreana…
Per PinoMamet
““Da allora e fino a un secolo e mezzo fa, nessun contatto significativo.”
Beh… diciamo che è una grossa esagerazione ”
Lo so, ma è una semplificazione per dire che non credo che gli italiani abbiano influito molto sui modi spontanei con cui cominciano a esprimersi i bambini giapponesi. Quindi se io “capisco” il giapponese (altra semplificazione), non può essere per una vicinanza culturale diretta.
Miguel
“gli italiani abbiano influito molto sui modi spontanei con cui cominciano a esprimersi i bambini giapponesi”
su questo non ci piove, però mi ha molto colpito la quantità di parole inglesi che usano i giapponesi, ma giapponesizzandole fino al punto che diventano irriconoscibili: le r diventano L, due consonanti sono separate da una u (che è una schwa), spesso le parole sono abbreviate, ad una abbreviazine segue una parola giapponese…pensiamo al famosissimo konbini (convenient store), o gli onnipresenti rokka (locker) o karaoke (kara = vuoto parola giapponese, oke = orchestra)
c’è anche un sillabario (katakana) per scrivere le parole straniere, e che è assolutamente necessario conoscere perché capita una parola straniera praticamente in ogni frase…per dire, se cercate un “ramen”, viene sempre scritto con i katakana, essendo una parola cinese, e dovete quindi cercare un ramen-ya, (ristorante di ramen) che sarà scritto ラーメン屋
ラーメン (ramen, katakana)
屋 ya (negozio, kanji)
Beh anche in questa “anglomania creativa ” i giapponesi sono i gemelli diversi degli italiani…
Noi abbiamo il footing e lo smartworking (ma anche il water, rigorosamente pronunciato vàter, e lo scotch nel senso di nastro adesivo) loro il kombini e i cosplayer
…e non dimentichiamo i tedeschi, ormai i ragazzi parlano una specie di anglo tedesco dove “figo” si dice immancabilmente “cool”
@Miguel
anche il 1549-1642 “il secolo cristiano” studiato da Charles Boxer…
nel 1585, regnando ancora Gregorio XIII di immortale, e calendariale, memoria (sarebbe morto di lì a poco), venne pure a Roma un’Ambasciata nipponica e il predicatore della Corte pontificia, facendosi prendere la mano [il proverbio “non mettere il carro davanti ai buoi” è sempre valido] parlò degli Arcani Disegni della Provvidenza che proprio negli anni in cui un’Isola Ingrata, redenta da Cristo un millennio prima per volontà di un altro Gregorio [Gregorio Magno, 590-604] lo rinnegava allora sotto un’empia e crudele Gezabele, aveva stabilito nella Sua Alta Giustizia che un’Altra Isola, ignota o quasi sino a pochi anni prima, fosse sul punto di convertirsi alla Legge di Cristo sotto il pontificato felice di un altro Gregorio !
P.S
se la giapponese che citi è quella che penso io, sono felicissimo di avere avuto l’opportunità grazie a te e all’ “italiano straordinario” [aggettivo che sottoscrivo in pieno] che è qui con noi su questo blog, di averla potuta conoscere in quell’indimenticabile, ancorchè breve, serata a Firenze nel mese di Gorpiaios dell’anno 2335 dei Greci
Per Habs
“se la giapponese che citi è quella che penso io”
🙂
Tra i linguisti semianalfabeti, ricordo il tale reggiano (frequentato dal mio famoso professore di greco del Liceo, che aveva opinioni politiche molto diverse 😉 ) che dopo aver iniziato a studiare il russo con il Partito Comunista si specializzò nelle più assurde lingue dell’Asia centrale e orientale… ricordo che il nostro prof ci parlò dei Tuvani o Tuvini…
comunque ho notato anche io che:
-i vecchi poco scolarizzati parlavano un dialetto ricco, poetico e inventivo, perché era la loro lingua madre, e un italiano stentato nel tentativo di “parlare giusto”
– ma soprattutto , le strutture delle “lingue parlate bene”- e dell’italiano forse più di altre- sono basate su una specie di logica matematica che ha pochissimo a che fare con le regole, molto più sottili, di come veramente si parla.
Prendiamo per esempio l’odio dell’italiano “giusto” per gli anacoluti e le ripetizioni… finché si scopre che grandi scrittori li usano comunemente…
Miguel:
“Gli avi dei giapponesi si sono separati, da qualche parte dell’Asia Centrale, dai nostri, circa 15.000 anni fa (non prendete per buono questo ricordo di qualcosa che lessi anni fa sui libri di Cavalli Sforza, se mi sbaglio, fatemelo notare nei commenti e correggo).
Da allora e fino a un secolo e mezzo fa, nessun contatto significativo…”
giusto a parte qualche spaccino portoghese errante, i “Seta” di Baricco:
“donne è arrivato l’arrotino”,
e – ovvio – i soliti gesuiti sempre a rompere la minchia all’universo mondo con Santo Francesco Saverio;
tutti nella meta del cinquecento, 🙄
ma a detta del “Silenzio” di Scorsese finirono cuocere nel pentolone questa buona volta almeno😄
e si chiuse la bottega del Giappone al mondo.
Passati poscia tre secoli nell’uglio del 1853 t’arrivano un paro di cornuti: il Commodoro Perry manomanina con quel deboscia del tenente Pinkerton a liberare gli oppressi
– De oppresso liber – a cannonate
https://supplyroom.s3.amazonaws.com/D/DUI/DUI-/DUI-SF_T.jpg
oppressi poiché non si potevano accattare a prezzo gucci le perline colorate del giovine zio Sam;
giovine , ma già abbondantemente grancornuto; sì🤘
che il buon giorno di “Quei bravi ragazzi” si vede dal mattino.
E come se tutto ciò non ci bastasse col deboscia Pinkerton, si fotterono l’innocenza cerulea eburnea sedotta e abbandonata della piccola lagnosabbella Madama Butterfly🙁
Però bisogna pure ammettere che grazie a queste mafiosette cannoniere in occidente d’Arte ébbimo tante tante nuove cose belle, finanché L’Impressionismo forse.
“Il vuoto e la bellezza. Da Van Gogh a Rilke. Come l’Occidente incontrò il Giappone”
di Giorgio Sica
https://www.ibs.it/vuoto-bellezza-da-van-gogh-libro-giorgio-sica/e/9788866661856
https://cinema.icrewplay.com/wp-content/uploads/2019/09/van-gogh-e-il-giappone-poster-717×1024.jpg
“Un populu
diventa poviru e servu
quannu ci arrubbanu a lingua
addutata di patri:
è persu pi sempri”
Ignazio Buttitta”
Un mio concittadino;
da ragazzini, alla fine degli anni ’70, lo si vedeva passiare al corso Umberto nelle mattinate, e si poi s’assittava alla gelateria di Carmine ai Pilastri a pigliarsi la broscia;
ovviamente non sapevamo cu minchia era.
Non credo ci siano statistiche al proposito, ma aneddoticamente parlando succede che escano persone molto geniali, anche nel campo STEM per non parlare delle capacita’ imprenditoriali, proprio dai posti dove la scuola e l’inquadramento che produce funzionano peggio (vedi la differenza nei vari punteggi invalsi-pisa).
Come se l’efficacia dell’inquadramento alzasse si’ la media (o perlomeno quella roba con cui si misura l’efficacia dell’inquadramento stesso, il che e’ piuttosto autoreferenziale), ma al prezzo di uccidere la creativita’ la passione e lo slancio di chi ne sfuggirebbe.
Oggigiorno c’e’ una vera e propria mania di ridurre tutto a numero (vedi l’ossessione, di rilevanza anche penale, per il controllo degli zero virgola nei movimenti di denaro), oppure di classificare ordinalmente in qualche scala di valore.
La scuola lo fa con le persone fin dalla prima infanzia, e per decenni successivi.
Quando ne escono fuori, se ne escono (chi ci lavora e ne costituisce l’ossatura non ne esce MAI), come altro pensate che possano ragionare?
E’ proprio l’argomento di un libretto molto anticonformista e un po’ impegnativo che ho iniziato a leggere, “Lavoro-ombra” di Ivan Illich.
Dal titolo, e conoscendo l’autore, si puo’ immaginare che il libro inizi con queste considerazioni sulla lingua e la storia della sua espropriazione da parte del potere istituzionale, per estenderle ad altri ambiti istituzionali relativi al lavoro, la scuola, la forza pubblica, l’economia, il denaro, la burocrazia.
Oppure, se non lo fa, sicuramente fornisce gli stimoli e gli strumenti per una riflessione personale e la critica dell’ovvio.
Ve ne consiglio la lettura.
Dato il mondo in cui nasciamo, cresciamo e viviamo, ormai abbiamo perso la capacita’ di anche solo immaginare che qualcosa possa funzionare senza essere irreggimentato, come del resto la quasi totalita’ delle opinioni e delle discussioni su questo stesso blog evidenziano: se notate, la gara e’ fra chi escogita la irreggimentazione secondo lui migliore, che pero’ raramente viene messa in discussione in quanto tale (altrimenti la discussione, tutto sommato, diverrebbe inutile).
Da questo punto di vista, avete tutte le inflessioni politiche tranne quella liberale, intesa in senso lato.
Molto spesso il piu’ liberale se non libertario fra voi risulta essere il fascista, il che dovrebbe far riflettere un bel po’.
irreggimentare:
v. tr. [der. di reggimento, sull’esempio del fr. enrégimenter] (io irreggiménto, ecc.). – Mettere insieme in un reggimento: i. le reclute. Frequente in senso fig., e per lo più spreg., organizzare un certo numero di persone, o anche un intero popolo, sotto una disciplina e un comando che tende a deprimere la personalità dei singoli: masse irreggimentate (soprattutto con allusione a regimi dittatoriali o a partiti di massa).
è che l’anarchia tira pochissimo, anche presso chi come sarebbe un liberista
e cu minchia è Ivan Illich?
La lingua e’ proprio uno degli esempi che si portano quando si vuol dimostrare che l’anarchia, perlomeno intesa come caos in mancanza di una forza esterna ordinante, non esiste.
Che credo sia cio’ che cerca di esprimere Miguel nel suo articolo, a dispetto del trinariciuto qui sotto e di tutti quelli come lui.
ma se uno parlando di balene pare mostrare che la lingua manco un costrutto umano è ma una roba naturale che pure le bestie c’hanno!
qui si parla di organizzare insieme qualcosa che non ci viene, non direttamente almeno, dalla natura
no?
Come diceva Bacone, alla natura si comanda obbediendogli 😉
Vado a memoria, il senso dovrebbe essere questo.
E’ una battuta ovviamente, ma per dire che l’argomento non e’ banale, e in un certo senso dicendo “non direttamente, almeno”, ti sei risposto da solo.
Riguardo le balene, Darwin diceva da qualche parte, non ricordo dove, forse ne “L’origine dell’uomo e la selezione sessuale” (il suo testo piu’ “maledetto”), che non c’e’ carattere umano che non sia presente anche negli animali (e viceversa, suppongo).
https://www.teatronaturale.it/strettamente-tecnico/bio-e-natura/631-regimare-le-acque-in-eccesso:-affossatura-e-drenaggio.htm
Winston, dimentichi che la regimentazione dell’acqua può far rifiorire anche il deserto.
Questo ti dico. Se ti va bene, bene. Se ti va male, bene lo stesso. Ommmm.
🙂
Che cazzo c’entra…
Pure Ilich aveva un progetto
Regimentava pure lui.
E al di là delle possibili simpatie o antipatie per il progetto di Ilich, pensare che sia giusto o sbagliato è pur sempre una scommessa.
“Pure Ilich aveva un progetto
Regimentava pure lui.”
Avere il progetto di non irreggimentare e’ irreggimentare?
È irregimentare al 50% e non irregimentare per l’altro 50%.
Richiama un po’ il dilemma dello scettico per come viene risolto dalla filosofia indiana.
In fondo questo è anche il progetto della natura.
Siamo al centro del quadrato fuzzy.
Tutto è contraddizione.
Man mano che ti avvicini ai vertici le contraddizioni si avvicinano a una risoluzione ma questa non avviene mai completamente. Così mi dicono.
Mettiti il cuore in pace.
Inizia ad essere troppo caldo e il cervello potrebbe fondere.
Ma perché non mi mangio un buon gelato?
Stasera. Pizza e gelato. Affogato al caffè.
Te lo consiglio caldamente.
Oddio
qui siamo alla deriva buddhista e io mi sento venir meno!
😀
Deriva buddista.
Io temo la deriva Aristotelica.
Ma Buddha e Aristotele dovrebbero essere complementari
come diceva l’Aquinate in punto di morte?
Cristo, ma questo e’ tutto quello che riesci a dire?
Guarda che l’unico messaggio che trasmetti benissimo quando contrarii l’interlocutore con affermazioni senza senso o del tutto fuori contesto, cosa che fai praticamente sempre non so se con intenzione o perche’ ti viene spontaneo,
e’ che l’interlocutore ti sta sul cazzo, e’ un coglione, e deve stare zitto.
Al che ti si puo’ rispondere solo con la stessa moneta: puoi andare a rompere il cazzo da un’altra parte?
Mandi in vacca tutto, e insisti ottuso e martellante incurante ad ogni evento esterno.
Te l’ho detto, sembri un algoritmo di deficienza artificiale.
Intelligenza no di sicuro.
Ma io discuto e non insulto
Al massimo ti dico che hai torto.
Il che ti fa subito gridare allo stalker
Capisco bene perché ti sembra liberale il fascismo.
Ti dirò anche che se ti presenti in un blog, anche due o tre, per quello che ho potuto vedere, a dare dei rincoglioniti illiberali a tutti, come minimo dovresti aspettarti di essere contraddetto.
Anche perché, le contraddizioni fanno parte della vita.
Solo i fanatici vedono il mondo in bianco e nero.
Ho capito che non ti interessa il gelato al caffè.
Ma che cazzo dici, ma tolleranza dove, non vedi che continui a voler avere sempre l’ultima parola, e se si fa l’errore di interloquire ragionevolmente con te non e’ piu’ finita, ti comporti come un bulletto che irride e stalkerizza l’altro. Te lo ripeto, togliti dai miei coglioni.
Per FW
“Te lo ripeto, togliti dai miei coglioni.”
Mi dispiace per te, ma visto che siamo in un contesto virtuale, presumo che in questo momento non ci sia nessuno di noi che stia infastidendo i tuoi genitali.
Se hai dei problemi, ti posso consigliare di rivolgerti a un andrologo.
“Capisco bene perché ti sembra liberale il fascismo.
Ti dirò anche che se ti presenti in un blog, anche due o tre, per quello che ho potuto vedere, a dare dei rincoglioniti illiberali a tutti, come minimo dovresti aspettarti di essere contraddetto.”
ma lo vedi che non capisci un cazzo di quello ne’ di quello che leggi ne’ di quello che scrivi
se dici a un comunista o a un fascista o a un nazista o a un ambientalista o a un clericale che e’ illiberale, mica lo offendi, lo offendi se gli dai del liberale (in senso politico, chiaramente si intende), perche’ le ideologie che riducono la complessita’ e la varieta’ del mondo a un unica dicotomia distogliendosi dalla quale crolla il mondo, sono intrinsecamente “illiberali” (rispettivamente il capitale, lo stato etico, la razza, il rispetto alla gerarchia ecclesiastica, il pianeta)
i blog di ambientalismo che normalmente frequentiamo sono per forza “illiberali”, perche’ il liberalismo e’ visto come il male di fronte alla necessita’ di salvare il pianeta dalla catastrofe apocalittica imminente (cosi’ come e’ visto come il male da fascisti, nazisti, clerico-fascisti, comunisti e clerico-comunisti per motivi simili di contrapposizione alla dottrina di salvazione escatologica dal male assoluto che ognuno degli -ismi suddetti si porta dietro)
io invece sono non tanto politicamente, quanto antropologicamente, liberale, non mi piace la costrizione ne’ per me NE’ PER GLI ALTRI a meno che non sia strettamente necessaria, e attenzione perche’ e’ proprio sullo “strettamente necessaria” che mi trovo in contrasto, per cui cerco di criticare e contrappormi a chi mi sembra che usi qualsiasi pretesto “non necessario” per imporre la sua idea di come deve funzionare il mondo, che nel mondo ambientalista e’ il modo normale e ammirato di porsi, tranne subire accuse di trollaggio, delinquenza e via dicendo
quindi vedi che mi accusi di cose che non stanno ne’ in cielo ne’ in terra, che sono all’opposto del mio pensiero, e dovrei fartela passare liscia e stare zitto io, ma vaffanculo, TU sei il prototipo dell’ideologizzato trinariciuto
Per FW
“Te l’ho detto, sembri un algoritmo di deficienza artificiale.
Intelligenza no di sicuro.”
Pace e bene!
Questo voler sempre aver ragione, se condotto civilmente e con documentazione che comunque spesso vale come più una pezza che copre solo parte della questione, per me si chiama discutere civilmente.
Che finché hai argomentazioni contrarie le fai semplicemente valere per la parziale giustificazione del tuo diverso punto di vista.
Posto che il tono dei miei commenti è lo stesso sia che io discuta con te o un altro o con me stesso.
Quando invece uno insulta, allora sì che automaticamente si dimostra illiberale.
Altro che gli ambientalisti.
Che peraltro tu classifichi a priori in base a un principio che oramai hai enunciato centinaia di volte e che io dovrei non aver capito.
Se non l’ho capito io allora non l’hanno capito nemmeno certi ambientalisti come questi
https://www.climalteranti.it/2025/06/04/il-momento-delle-scelte-un-obiettivo-di-riduzione-del-90-al-2040-per-lunione-europea/
Immagino che per te questa sia gente che non capisce un cazzo
Perché tu hai scoperto la “chiave” aprioristica dell’illiberalita’.
Non ti viene in mente che esista il mondo dell’esperienza.
Non rileggo.
E non rispondo a ulteriori repliche.
Tieniti la ragione, genio.
Certo, cretino, perche’ l’ultima parola e l’ultima esperienza deve essere deve essere sempre e solo la tua.
Per FW
“Certo, cretino, perche’ l’ultima parola e l’ultima esperienza deve essere deve essere sempre e solo la tua.”
Ma incontrarci dal vivo una buona volta, in tre dimensioni, senza giudicarci a vicenda sulle lettere che leggiamo su uno schermo?