I Luoghi e gli Intraluoghi (2)

Nell’ultimo post, ho parlato di un viaggio, di andata e ritorno, tra due Luoghi: il Gonfalone del Drago Verde di Firenze, e la Fattoria Farmerly vicino a Timișoara in Romania.

Tra i due Luoghi, c’è necessariamente un Intraluogo: lo spazio che ho dovuto attraversare per arrivare da un Luogo all’altro.

Questa volta ho vissuto in maniera molto forte il passaggio.

Ho preso:

  • un treno dalla stazione di Firenze a quella di Bologna;
  • la monorotaia dalla stazione di Bologna all’aeroporto;
  • un aereo da Bologna a Monaco;
  • e un aereo di Monaco a Timișoara;
  • e specularmente al ritorno.

L’immensa struttura della Stazione si cala nel cuore di Firenze sotto forma di fabbrica/caserma/fascio littorio cementizio, con la distruzione di non si quanti giardini e luoghi.

L’ha fatta il Duce per permettere a me di fare il mio viaggetto.

Certo, oltre a me, in qualche centinaio di milione di altre persone lo dobbiamo ringraziare, tra cui un ex-cancelliere tedesco, predecessore dell’attuale signor Merz, che in questa foto vediamo accanto al Duce:

Per farmi arrivare a Bologna, hanno sbucaltato oltre settanta chilometri di montagna

Decine di corsi d’acqua inquinati o prosciugati, discariche abusive,  tonnellate di rifiuti altamente inquinanti scaricati nell’ambiente. […] oltre 1 miliardo di euro di danni ambientali: via al processo civile, nel penale accuse cadute per prescrizione

Un anticlericale dell’Ottocento attribuì, pare falsamente, a Papa Gregorio XVI la frase, chemin de fer, chemin d’enfer: eppure, nella grande buca, siamo davvero negli inferi.

Per farmi arrivare dalla stazione all’aeroporto di Bologna, mi metto dentro una scatola che corre velocissima lungo cinque chilometri costati 130 milioni di euro, che fanno due euro a testa per ognuno di voi (grazie!). Poi arriva l’immensa, totale distesa di cemento dell’aeroporto di Monaco, infine la destinazione.

L’Intraluogo è uguale da un capo del pianeta all’altro, ed è fatto di ferro, cemento, cose che vanno in un solo verso, telecamere che sorvegliano e uomini muscolosi dotati di mitra.

L’Intraluogo si espande incessantemente, ovunque, divorando trasversalmente i Luoghi: Destra e Sinistra impazziscono sui pronomi da dare ai trans o sugli scantinati dove pregano i musulmani, ma sull’irreversibile consumo della biosfera, la pensano allo stesso modo. “Grand plans needn’t be politically divisive..”:

E’ un mondo archetipicamente maschile, che impone un Ordine e una Disciplina che avrebbe fatto invidia al comandante di una legione romana: solo che non c’è nessun Comandante, il Re non ha volto.

Dentro i rigidi canali, scorre informe Vita Umana.

(Le successive illustrazioni sono riprese da Steve Cutts, un artista che ha capito i nostri tempi meglio di tanti).

La Vita Umana fluisce tra incessanti Messaggi: il Comandante invisibile monologa con noi.

I Messaggi sono di tre tipi.

Il primo è la curiosa cantilena del personale degli aerei, sempre uguale, che augurabenvenutoallacciatecinturespegnete, incomprensibile in qualunque lingua, una sorta di nenia rituale: sempre gentile e ovattato, come è tutto nell’Intraluogo.

Il secondo tipo è il Messaggio Seduttore: i nostri occhi vengono titillati dal cartello in anglobale che invita a Your Zen Moment Just Before the Flight. – dove lo Zen consiste nel comprarsi un panino a un bar.

Non trovo in rete l’originale, ma trovo questo:

Che parla di You. Un you/tu, intimo e singolare, che mentre ti autoammiri, la Voce ti propone qualcosa che calmerà la tua angoscia e ti farà finalmente felice (in questo caso una sorta di adesivo che ti attacchi alla pelle); e con ferma gentilezza, ti ordina di pagare. Dall’altra parte, la Voce non diventa mai un I, un “io” a cui ci possiamo rivolgere, con cui possiamo discutere o litigare.

Ma i Messaggi Seduttori sono ovunque, anche sulle magliette dove il portatore per un attimo cerca di convincerti che lui è buffo o forte o ironico.

Il Messaggio Seduttore più sconvolgente però è verbale – ogni volta che scendo da un aereo, ci sono due poveri cristi in divisa, che ci salutano ad uno ad uno, facendo finta di ringraziarci per aver goduto della nostra compagnia durante il volo. Anche loro obbediscono a un messaggio, e nemmeno loro sanno chi lo manda.

Il terzo tipo di messaggio è l’Informazione: la voce, preferibilmente femminile, comunque disarmante, che annuncia che il “volo AX1445 per Bangkok subirà un ritardo di cinque minuti e ce ne scusiamo con i passeggeri”.

Ma chi si scusa con noi? Il megafono, i muri, la ragazza pagata per registrare la sua voce? Il cemento, gli aerei? Gli investitori a New York o Singapore?

Le relazioni vere tra gli esseri umani nei Luoghi si fondano sull’infinita flessibilità nei ritmi, sul sapere dare a ognuno il suo. I riti sottintesi possono essere tanti, ma le regole sono poche e flessibili.

Nell’Intramondo, invece, non esiste alcuna relazione tra esseri umani. C’è solo una struttura inimmaginabilmente potente e vasta, ma anonima e inumana, che si relaziona con la mia minuscola individualità.

L’informazione serve ad irreggimentarci, a mandare i flussi umani, calmati, sedotti e ringraziati, al gate giusto al momento giusto.

In un certo senso è ineccepibile: se qualcosa non funziona, non arriverò nemmeno io in tempo: voglio solo uscire il più presto possibile dall’Intraluogo.

Per questo, la disumanizzazione è nell’interesse di tutti, e quindi finisce per divorare l’umanità.

Sotto cartelli che mi ringraziano, mi invitano e mi istruiscono per il mio bene, attendo che le telecamere e i metaldetector mi restituiscano la scatoletta dove ho deposto anche la mia cintura.

Ma quando arriva la scatoletta, una ragazza in divisa, dall’aria sconvolta, mi apre lo zaino, e ci pesca dentro. Tira fuori un tubetto di dentrificio, lo apre, lo riversa impaurita in un congegno: quel tubetto potrebbe far saltare l’intera Macchina.

E lei, con la sua angoscia autentica, è il Primo Essere Vivo che incontro lungo il percorso di ritorno.

Ultima tappa del ritorno.

Treno ad Alta Velocità a Bologna.

Per arrivarci bisogna scendere, e scendere ancora (“mentre ch’i’ rovinava in basso loco‟).

il Non Luogo infero è illuminato in modo tale da gettare una luce giallognola sui volti: e mi rendo conto di aver incrociato decine di migliaia di occhi in questo viaggio.

Sono tutti occhi di individui, uomini e donne che camminano in solitudine, o in solitaria coppia, scorrendo in ogni direzione, con lo stesso sguardo allucinato. Ovviamente, anch’io sono una di queste Solitudini, e il mio sguardo è come il loro, ma ciò non crea alcuna comunanza.

Ognuna di queste Solitudini ha una mèta, ignota e indifferente a tutte le altre Solitudini. Non ha nessun Altro: non ha nessun Amico, ma nemmeno nessun Nemico. Al massimo, tra pareti di cemento armato e luci artificiali, subisce messaggi e informazioni.

E ognuno di questi innumerevoli individui regge in mano un ciuccio, un pacifier come si chiama nella profonda traduzione inglese: uno smarfo che consola, permette di non perdersi, rincretinisce abbastanza da anestetizzare gli attacchi di panico, offre un sovraccarico cerebrale di altri e di altri messaggi ancora.

Il mio treno ha mezz’ora di ritardo, per cui decido di sedermi, ma l’accogliente stazione che mi wel-coma in soporifero inglese, ha abolito le panchine. E così decido di sedermi per terra.

Allora, in mezzo alle mille solitudini, compare un Uomo.

E’ relativamente giovane, vestito tutto di nero, nel caldo indossa una giacca a vento nera con un cappuccio nero, sotto cui si intravedono folti capelli nerissimi e una barba nera e occhi neri.

In mano non regge uno smarfo, ma una bottiglietta di plastica, con un fondo di vino nero.

Inizia a guardare, con aria sapiente, nelle pattumiere: non eccede nei gesti, sa cosa cercare.

Non deve prendere alcun treno, non si fa sedurre da nessun messaggio, non ha bisogno di alcuna informazione.

Lui almeno ha trasformato l’Intraluogo, in un Luogo che ha senso per lui.

E’ il Secondo Essere Vivo che incontro.

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58 risposte a I Luoghi e gli Intraluoghi (2)

  1. Andrea Di Vita scrive:

    @ Martinez

    “Luogo”

    Tu ti saresti sentito isolato anche davanti a alla porta di Ishtar nella Babilonia degli anni migliori. Per te un Luogo è solamente il piccolissimo gruppo di casette con pochissimi abitanti che non hanno bisogno neanche di vedere cosa c’è nel gruppo di case vicino e tantomeno ci commerciano, come nel Tao Te Ching. La tua non è neanche tecnofobia, è proprio demofobia, fobia della folla. La stazione di Firenze (che architettonicamente per i miei gusti è seconda solo a quella di Termini a Roma) è uno dei luoghi più stimolanti che ho trovato a Firenze: il fatto stesso di essere un gigantesco luogo di passaggio offre all’attenzione dello spettatore un’infinita varietà di possibilità. (E ogni viaggiatore che deve aspettare il treno è uno spettatore che osserva lo spettacolo gratis). E’ precisamente il fatto di essere un luogo di passaggio che la rende eccitante: per un forestiero vuole dire sapere che da lì si andrà a visitare un museo che non si è ancora visto, a rivedere un amico dopo tanto tempo, a trovare un lavoro, a sentire una conferenza… un milione di mondi possibili che la campagna di Timisoara difficilmente potrà mai schiudere. A Zurigo l’hanno capito, e hanno fatto del loro aeroporto uno dei luoghi più vari e multicolori della città, senza scadere nell’eccesso e nella pacchianeria. Hai presente la canzone di Gaber ‘Com’è bella la città…’?

    https://www.youtube.com/watch?v=DWDv1X55CNc

    Ecco, per lui era ironica, ma per me no. Si vede proprio che sono un boomer. Anzi, un pre-boomer; non ho mai veramente capito il ragazzo della via Gluck. Nelle campagne di Timisoara si può essere soli al mondo come a Genova, senza tutte le possibilità che può offrire Genova.

    Ciao!

    Andrea Di Vita

    • Miguel Martinez scrive:

      Per ADV

      “Per te un Luogo è solamente il piccolissimo gruppo di casette con pochissimi abitanti che non hanno bisogno neanche di vedere cosa c’è nel gruppo di case vicino e tantomeno ci commerciano, come nel Tao Te Ching.”

      Capisco che tu la possa pensare così, ma non è quello che sento.

      I “luoghi” sono ovunque si stabiliscono delle relazioni: proprio per questo ho citato le due persone vive che avevo incontrato.

      La ragazza in divisa ha avuto una relazione di panico con me; e il clochard trova nel sotterraneo tesori che non trova da nessun altra parte.

      Ma quei posti (uso questo termine per distinguere dal mio uso di “Luoghi”) sono stati disegnati a tavolino da architetti e ingegneri come canali per la gestione di flussi umani tra due punti, non per “essere luoghi”. Anche quando magari cercano di metterci delle poltrone comode o offrirti il wifi, è solo per placare l’angoscia che quei posti provocano.

      • Andrea Di Vita scrive:

        @ Martinez

        “essere luoghi”

        Beh, vieni nel mio carrugio.

        È chiaro che non appena l’umanità esce dalla dimensione del villaggio qualcuno deve pur pensare a progettare e costruire non-luoghi di collegamento fra due punti. Vale lo stesso per le fogne: Roma non sarebbe stata Roma senza la Cloaca Massima. Quello che non capisco – senza ricorrere al concetto di demofobia – è perché tu associ questi non-luoghi all’angoscia. Per me sono trionfi dello spirito umano. Una stazione ferroviaria può dare la stessa sensazione estetica di una statua o di un quadro. E il fatto che oltre ad essere bello sua anche funzionale aumenta ancora il fascino del manufatto. Non a caso una delle più famose opere del mondo antico è il Colosseo. Ancora oggi simulazioni al computer mostrano come in caso di evacuazione improvvisa (per incendio o altri) le scalinate del Colosseo consentivano una rapidità di efflusso del pubblico superiore a quella dei più moderni stadi di baseball in USA. Per non parlare dell’unico acquedotto Romano ancora in funzione, quell’Aqua Virgo che alimenta la fontana di Trevi e le cui vasche di decantazione sono ancora le stesse originali e sono visitabili. La funzionalità è parte essenziale della bellezza. Pensa al primo sismografo della storia, un delicato meccanismo idraulico inventato dai Cinesi millecinquecento anni fa. Ebbene, i non-luoghi di transito fra due punti non sono necessariamente generatori di angoscia: possono essere eleganti meccanismi la cui bellezza possiamo ammirare dal vivo perché coincide con la loro funzionalità. Nessuno negherà che il design sia una forma d’arte; ora, cosa c’ è di più esaltante, fra le opere di design, di un aeroporto?
        “Impatta sull’ambiente!” mi si risponderà. Ma che cosa mai fanno gli esseri umani che NON impatti sull’ambiente? Tanto vale farlo bene. Le Piramidi non sconvolsero, durante la loro costruzione, l’ecosistema del Nilo, con tutte le milioni di tonnellate di pietrisco di scarto prodotte in pochi decenni? La Grande Muraglia non ha modificato il paesaggio della steppa? E allora perché non la Diga delle Tre Gole? Perché il bello, per essere tale, deve essere per forza piccolo? Cos’ha la Torre Eiffel che non abbia anche una pala eolica?

        Ciao!

        Andrea Di Vita

        • Miguel Martinez scrive:

          Per ADV

          “Una stazione ferroviaria può dare la stessa sensazione estetica di una statua o di un quadro.”

          Chiaramente stiamo parlando di impressioni suggestive, per cui cerco di mettere a fuoco meglio anche con me stesso.

          Innanzitutto forse separarei l’Incanalatore dal Flusso.

          Provo a immaginarmi da solo nella stazione di Firenze, a esplorare sale, angoli nascosti, sotterranei, parti elevate, in silenzio, potendomi guardare attorno. Ecco, probabilmente proverei qualcosa del fascino che dici tu. E che ho provato in qualche fabbrica abbandonata.

          L’angoscia viene invece nuotando controcorrente (cioè sempre, perché le correnti si intrecciano) in un mare di umanità, dove tutta l’energia è concentrata nel non pestare i piedi a uno sconosciuto e non farseli pestare, e gli occhi guardano solo nell’immediato, con attorno l’incessante battere dei Messaggi sulle orecchie e sugli occhi.

        • Mauricius Tarvisii scrive:

          Gli aeroporti non sono niente di che: l’ingresso è tutto sfarzoso per accalappiare i clienti in attesa, mentre l’uscita in molti casi ti fa sembrare di essere entrato in città per la porta posteriore.
          Poi ti accorgi che non sei nemmeno entrato in città, perché sei ancora a chilometri di distanza.

          Le stazioni ferroviarie sono tutta un’altra cosa.

          • Peucezio scrive:

            Io trovo squallidissime stazioni e aeroporti di oggi in tutte le loro parti.

            Schermi giganti e negozi coloratissimi quanto anonimi e volgari su strutture anni ’30: sembra un incubo distopico, un vero non-luogo di Augé.

            Fino agli anni ’80 potevano essere un po’ freddi, ma era quella freddezza di una modernità con una sua eleganza.
            Oggi sono un trionfo di volgarità e alienazione.

    • Miguel Martinez scrive:

      Per ADV

      “La stazione di Firenze (che architettonicamente per i miei gusti è seconda solo a quella di Termini a Roma) è uno dei luoghi più stimolanti che ho trovato a Firenze:”

      Della serie, “il fascismo ha fatto anche qualcosa di buono” 🙂

  2. roberto scrive:

    Miguel

    « Nell’Intramondo, invece, non esiste alcuna relazione tra esseri umani »

    Per me è un po’ il contrario…come se il fatto di trovarmi in un posto anonimo ed insignificante mi spingesse alle relazioni umane. Faccio fatica a ricordare un viaggio in cui non ho incrociato un conoscente, o conosciuto qualcuno in aeroporto, o non ho ascoltato una storia o raccontato la mia…avrei dovuto raccoglierle e scrivere un libro dedicato ai compagni di viaggio effimeri

    • Francesco scrive:

      Ecco, anche se da timido non è che mi succeda proprio così, di solito li vivo in questo modo i miei tragitti per aeroporti o stazioni.

      Posti pieni di gente, di altri esseri umani. Che tutti sono Peucezi, Roberti, Paniscae, e qualcuno sarà pure Asburgico!

  3. mondo parallelo scrive:

    Di Vita

    53.

    Siamo intelligenti e seguiamo la Natura stessa. Non perdiamoci d’animo.
    La via della Natura è semplice e facile, ma gli uomini preferiscono ciò che è intricato e artificiale.
    Quando si riuniscono in città progettate ad arte e trascurano le loro fattorie, le loro riserve di cibo vengono interrotte.
    Quando si adornano di ornamenti e armi e ostentano i loro cibi raffinati e le loro ricche proprietà, invitano al furto. Questo è agire in modo innaturale.

    Di Vita
    Il turista è una specie aliena invasiva?
    https://www.regione.fvg.it/rafvg/cms/RAFVG/ambiente-territorio/tutela-ambiente-gestione-risorse-naturali/FOGLIA01/

    • mondo parallelo scrive:

      Le principali minacce alla biodiversità sono: distruzione e riduzione degli habitat; specie invasive; cambiamento climatico; inquinamento e sfruttamento delle risorse naturali. Esse agiscono in sinergia determinando una rapida perdita di biodiversità.
      A partire dalla rivoluzione industriale, il 75% dell’ambiente terrestre e il 66% di quello marino sono stati gravemente modificati.

      La natura è stata distrutta negli ultimi 100 anni a una velocità da cento a mille volte superiore alla media degli ultimi dieci milioni di anni. Ciò che è stato creato in milioni di anni dall’evoluzione naturale viene distrutto dall’a zione dell’uomo in pochi decenni: un milione di specie sono a rischio di estinzione.
      In Europa sono a rischio di estinzione: il 42% dei mammiferi autoctoni, il 15% degli uccelli, il 45% delle farfalle, il 30% degli anfibi, il 45% dei rettili, il 52% dei pesci d’acqua dolce (fonte ISPRA).

      Questo fa ritenere che ci si trovi di fronte a un livello di estinzione delle specie superiore a quello che la Terra ha vissuto negli ultimi 65 milioni di anni, persino superiore a quello che ha segnato la fine dei dinosauri. Siamo dentro alla sesta estinzione di massa, quella dell’A ntropocene.

      • Miguel Martinez scrive:

        Per Mondo Parallelo

        “Le principali minacce alla biodiversità sono: distruzione e riduzione degli habitat”

        Quello che mi ha colpito, in questo viaggio, è quanta parte di questa distruzione/riduzione degli habitat è legata all’Intraluogo: cioè ai non luoghi, intercambiabili, di per sé inutili, che servono per spostare merci e persone da due punti “interessanti”. E come stia crescendo in modo inarrestabile, divorando quindi gli stessi punti interessanti.

        • mondo parallelo scrive:

          Si arresterà, penso, poiché i trasporti e quindi anche il turismo, sono tra le attività più esigenti in termini energetici.

          Per fortuna il petrolio (il diesel, o il kerosene nella fattispecie) non è infinito.

      • Andrea Di Vita scrive:

        @ mondo parallelo

        “industriale”

        Con me su questo sfondi una porta aperta.

        A parità di lavoro (ossia di peso sollevato di un metro da terra) prodotto una fonte energetica impatta tanto più sull’ambiente quanto meno è efficiente.

        Per millenni le fonti energetiche sono state la fatica di esseri umani e animali, la combustione della legna, il vento dei mulini a vento e delle navi e il moto dell’acqua nei mulini ad acqua. Tutte fonti a efficienza bassissima. L’unico modo di limitare l’impatto sull’ambiente è stato limitare la popolazione, malthusianamente.

        I fossili hanno alzato l’efficienza di parecchio. I limiti malthusiani sono qui di diventati molto meno stringenti, così che popolazione e consumi sono esplosi. Anche se per unità di lavoro fatto si inquina di meno che in passato ci sono molte più unità di lavoro che vengono fatte, così che l’inquinamento finale aumenta.

        Solare ed eolico non cambiano le cose perché, essendo a efficienza bassa, impattano tanto sull’ambiente lo stesso anche se – va ammesso – non proprio sotto il naso dei loro utenti, per cui politicamente sono più accettabili.

        Allora delle due l’una: o si stermina/si immiserisce buona parte dell’umanità in modo da ridurre le unità di lavoro da essa utilizzate o si passa a fonti di energia ancora più efficienti.

        Come il nucleare.

        In ogni caso la soluzione, se c’è, richiede più tecnologia, non meno.

        Ciao!

        Andrea Di Vita

        • mondo parallelo scrive:

          Di Vita
          https://www.resilience.org/stories/2024-12-05/historian-jean-baptiste-fressoz-forget-the-energy-transition-there-never-was-one-and-there-never-will-be-one/

          È che adesso è troppo.
          Non ce la fai neanche con il nucleare a star dietro a cotanta richiesta di energia.
          Ne basta un decimo.
          Per il resto è tutta una questione di acqua e di filosofia di vita (di Di Vita).

          • mondo parallelo scrive:

            “Certo, è vero che il carbone era molto importante per la nuova economia industriale del 1900, ma non si può immaginare che una fonte energetica sostituisca l’altra. Senza legna, non ci sarebbe carbone, e quindi nemmeno acciaio e ferrovie. Quindi diverse fonti energetiche, materiali e tecnologie sono altamente interdipendenti e tutto si espande insieme”

            • mondo parallelo scrive:

              Quindi immagino che non sarai d’accordo nemmeno con l’affermazione secondo cui il petrolio ha sostituito il carbone nel secolo scorso?

              Ancora una volta, il petrolio è diventato molto importante, ma questa non è una transizione. Perché a cosa serve il petrolio? Per guidare un’auto. Guardate la prima auto Ford degli anni ’30. Pur funzionando a benzina, era fatta di acciaio, il che richiedeva 7 tonnellate di carbone. Più di quanto l’auto consumerebbe in petrolio nel corso della sua vita! Oggi non è diverso: se comprate un’auto dalla Cina, richiede ancora circa tre tonnellate di carbone.

              Bisogna anche considerare l’infrastruttura di autostrade e ponti, i maggiori consumatori mondiali di acciaio e cemento, che dipendono altrettanto dal carbone. Anche le piattaforme petrolifere e gli oleodotti utilizzano grandi quantità di acciaio. Quindi, dietro la tecnologia di un’auto ci sono sia petrolio che molto carbone.

              Insomma, pensare che con tutto questo sopravviva il turismo mi sembra poco realistico.

          • Andrea Di Vita scrive:

            @ mondo parallelo

            “nucleare”

            Il sito che hai postato non parla di nucleare. Ce l’ha – giustissimamente – con tutta la retorica del “green deal” che qualunque studente del biennio STEM ti smonta facilmente (ma non è quello studente a scrivere sui giornali). Mi è molto piaciuta la frase finale. Sembra che la guerra sia la soluzione più a portata di mano per risolvere il problema che quella frase indica.

            Ciao!

            Andrea Di Vita

  4. Miguel Martinez scrive:

    Nella discussione sul turismo, come in tante altre, ho la sensazione che manchi la dimensione dei rapporti di forza.

    Mentre si discute se il colto Peucezio abbia il diritto di impedire al povero bovaro del Kansas di visitare il Duomo di Milano, la realtà è che

    lo studioso precario Peucezio può sfogarsi qui sul blog;

    mentre la FunCool, che come ufficio ha un grattacielo a New York e un altro a Hong Kong, ma ha sede legale alle isole Cayman, ha appena comprato cinque isolati a Milano per farne la Duomo Experience Residence, e ha acquistato i servizi dello studio legale Fratelli Squalo per stroncare chiunque osi opporsi.

    Siccome la mia esperienza quotidiana è questa, faccio fatica a pensare che il “classista” sia Peucezio.

    • roberto scrive:

      Miguel

      “Siccome la mia esperienza quotidiana è questa”

      forse è proprio questo il punto.

      nella mia esperienza quotidiana non conosco né la FunCool né l’avvocato Squalo, ma conosco e frequento persone che pur non avendo studiato e non sapendo nulla del rinascimento, nei pochi giorni di ferie strappati al lavoro avrebbero voglia di uscire di casa e andare dove gli pare senza dover passare i test di cultura generale o senza sentirsi dire che “rompono i coglioni” al buon peucezio

      secondo me se rileggi con calma e con gli occhi del “non colto” quello che avete scritto tu, andrea e peucezio, mi capisci

      • Andrea Di Vita scrive:

        @ Roberto

        “andare dove ti pare”

        Ecco.

        È qui il male.

        Il male è pensare che un mondo con otto miliardi di abitanti sia un mondo dove si può “andare dove ti pare”.

        Beh, non lo è.

        A meno di non trovarsi un giorno dopo l’altro con un guerriero di terracotta di meno, un graffito coi cuoricini e la freccia in più sul Colosseo, una grotta coi dipinti neandertaliani sbiaditi per sempre.

        Diamo alla cultura quel che è della cultura, santo cielo, e a Instagram quel che è di Instagram.

        Vai sul ponte di Rialto, anche a novembre con la pioggia come è capitato a me, e capirai cosa intendo dire.

        Ciao!

        Andrea Di Vita

      • PinoMamet scrive:

        Ma tu cosa ci facevi?
        Rompevi le palle ai veneziani? 😉

        • roberto scrive:

          Andrea (via Pino)

          è esattamente questo il mio punto

          se tu te ne stai buonino buonino a casa tua e mi scrivi che non va bene andare a rialto a novembre, vabbé non sarei d’accordo ma ti capirei
          Il fatto è che tu vuoi andare a rialto, giri da 52 anni tutte le estati per l’italia, ma ti da fastidio se lo fanno altri e addirittura se lo fanno le masse di incolti (…signora mia addirittura c’è chi pensa che michelangelo sia un calciatore!)

          • Andrea Di Vita scrive:

            @ Roberto

            “incolti”

            Mi dà fastidio se lo fanno masse di stranieri. Che poi sono il novanta per cento o giù di lì dei visitatori delle città d’arte. Tolte quelle masse (tranne quei pochissimi che lo fanno per sincero interesse e non per Instagram) gli Italiani vanno in massa al mare. E si respira. Già viviamo in un museo, noi Italiani; almeno che ce lo si possa godere.

            Ciao!

            Andrea Di Vita

          • Miguel Martinez scrive:

            Per roberto

            “Il fatto è che tu vuoi andare a rialto, giri da 52 anni tutte le estati per l’italia, ma ti da fastidio se lo fanno altri e addirittura se lo fanno le masse di incolti (…signora mia addirittura c’è chi pensa che michelangelo sia un calciatore!)”

            Credo che sia un modo di ragionare lontano dal mio.

            Poniamo che sia tu che io fumiamo (sono un ex-fumatore in realtà, tu non lo so).

            Io, mentre mi accendo una sigaretta, ti dico, “sai che fumare fa aumentare il rischio di cancro ai polmoni?”

            E tu mi rispondi, “ah sì, io devo accettare questa predica moralista proprio da te che fumi? Ma io fumo quanto mi pare!”

            Ok, sarò poco coerente, ma io ho torto o ragione sul rischio di un tumore?

            Tutti siamo poco coerenti, ma tutte le nostre azioni hanno conseguenze. Anche il fatto che per arrivare a Timisoara ho preso ben quattro aerei.

          • Peucezio scrive:

            In ogni caso qui il principio è la critica al turismo di massa, che è per lo più internazionale.

            Ci manca che noi italiani non dobbiamo poterci godere l’Italia.

            • Francesco scrive:

              e chi cazzo li vuole i bolognesi, i fiorentini, i romani e i napoletani qui a Milano? ma neppure bresciani, bergamaschi, monzesi e maranza di QT8!!!

              😉

  5. Miguel Martinez scrive:

    https://d.repubblica.it/lifestyle/food/2025/05/31/news/foodification_significato_termine-424634727/
    Italia mordi e fuggi: è l’era della foodification, il nuovo fenomeno che non fa bene a nessuno

    Persino i ristoratori, quelli che ne traggono profitto, non ne possono più. “Quello dei bacaro tour è un fenomeno che non fa bene a nessuno”: a dirlo, poche settimane fa, è Angelo Zamprotta della Confesercenti metropolitana di Venezia. Venezia, una delle campionesse mondiali dell’overtourism. Così va il mondo dei viaggi organizzati: quella che era un’autentica abitudine locale – andar per ciccheti – diventa un prodotto turistico e finisce nei pacchetti dei tour operator. L’abitudine di quattro amici al bar sublima in “esperienza” per torme di turisti affamati. “Le prevendite che si trovano online non fanno che incentivare le scorribande”, aggiunge, intervistato da Il Gazzettino, Tommaso Sichero, titolare di un piccolo ristorante e vicepresidente dell’Aepe, l’associazione che riunisce i pubblici esercizi in Laguna.

    Il bacaro tour è l’ennesima incarnazione del turismo mordi e fuggi: l’espressione non potrebbe essere più pertinente, considerato che oggi viaggiamo, prima di tutto, per mangiare. Nei primi quattro mesi del 2025 il turismo enogastronomico in Italia ha raggiunto i 9 miliardi di valore e la cucina è la prima ragione per cui si sceglie l’Italia, stimano Coldiretti e Terranostra Campagna Amica, che hanno presentato a maggio i dati alla fiera Tuttofood di Milano. Dunque più di Michelangelo può la carbonara, più di Leonardo la pizza fritta. Tanto che la più rovente candidatura italiana a Patrimonio dell’Umanità degli ultimi anni non è un sito archeologico ma la “cucina italiana” (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura deciderà a fine anno, ci sono grandi speranze). La ricchezza del nostro patrimonio agroalimentare, il valore del cibo come attrattore non si discutono, ma, diamine, le città si stanno trasformando in buffet. Là dove c’era una tipografia ecco una pizza al taglio, dove stava una libreria ecco una panineria. Le vie centrali di Firenze e di Palermo, di Roma e di Napoli sono ormai mangiatoie. E non succede solo nei centri storici, ma pure in quelli protagonisti, per usare il neologismo inventato dalla sociologa inglese Ruth Glass nel 1964, di gentrification. Un quartiere popolare diventa appetibile, i prezzi delle case aumentano, gli occupanti a basso reddito non possono più permetterselo, arrivano gli architetti, i bobo, la movida, i negozietti. È successo in tutte le metropoli del mondo. Ma ormai anche la gentrification è cosa vecchia: ora ci sono solo locali, locali, ancora locali. Signore e signori, ecco la foodification, la gentrification in salsa food.

    La parola nasce a Brooklyn nel 2010 per raccontare questa seconda sostituzione – da bassi redditi a creativi, da creativi a foodies – ma ormai da otto anni, è anche un marchio di fabbrica del collettivo Foodification, fondato dai torinesi Paolo “Tex” Tessarin e Marco Perucca. “Nel 2017 stavamo prendendo un bicchier di vino nel dehors di un locale del nostro quartiere, Vanchiglia (oggi uno dei cuori della cosiddetta movida torinese, ndr), ci siamo guardati intorno: ma da quand’è che qua attorno ci sono solo ristoranti e vinerie?”. Per rispondere il duo Tessarin-Perucca ha varato un sito, un podcast, messo in scena uno spettacolo teatrale, scritto articoli e un libro, Foodification. Come il cibo si è mangiato le città (Eris edizioni). “Da allora la distopia che avevamo immaginata s’è avverata: abbiamo le città del food, i tour del food… Ma la nostra è una critica al processo collettivo, non alle scelte individuali: non si tratta di attaccare il turista o l’esercente, noi tutti viaggiamo, tanti hanno locali, nella foodification siamo tutti attori, vittime e carnefici allo stesso tempo. Il turismo mordi e fuggi sta distruggendo le città: a Dublino organizzano 72 ore di tour tra pub, non è un modo avvilente di visitare un luogo? Un tempo viaggiavamo per i musei, un concerto, e poi ne approfittavamo per scoprire la cucina, ora la prima fase è rimossa. A Napoli sembra che l’attrazione sia la limonata a cosce aperte e magari alle spalle c’è una chiesa con opere meravigliose nella quale nessuno entra”. Paradossalmente siamo giunti in un’era in cui persino rimpiangiamo la gentrification, il negozietto di quella giovane designer dove ora c’è una vineria. “Anzi, magari oggi non c’è nemmeno più la vineria, ma un negozio di catena”, continua Tessarin. “L’ulteriore aumento degli affitti ha scacciato anche i piccoli locali che non se li potevano permettere, e sono arrivati i brand. Qualche giorno fa ero a Roma e stavo per entrare in un posto che mi sembrava “tipico” – insegna tradizionale, menù caratteristico, tutto sembrava giusto – poi ho scoperto che è una catena con decine di ristoranti in tutt’Italia”.

    La si potrebbe forse chiamare neo-foodification, in cui gli attori non sono più ragazzi che aprono un wine-bar con piattini, ma colossi della ristorazione che li rimpiazzano. Del resto, tutti i dati degli ultimi anni – a partire da quelli della Fipe, la Federazione italiana pubblici esercizi – dimostrano che solo la metà dei bar e dei ristoranti riesce a sopravvivere ai cinque anni di vita. “E poi va considerata la parte gastronomica”, conclude Tessarin. “Il food ha sostituito il cibo, quello che si trova in tanti locali per turisti è una versione edulcorata della cucina vera, adeguata a tutti i palati”. Come dire che a forza di bacaro tour, prima o poi, i ciccheti non sapranno più di niente.

    Marco Perucca e Paolo “Tex” Tessarin hanno dedicato all’impatto dei locali sui centri urbani il libro Foodification. Come il cibo si è mangiato le città (Eris Edizioni, 64 pagine, 6 euro).

    • Andrea Di Vita scrive:

      @ Martinez

      “Repubblica”

      Mamma mia quant’è diventata classista Repubblica!

      😉 😉

      Ciao!

      Andrea Di Vita

    • Miguel Martinez scrive:

      “Italia mordi e fuggi: è l’era della foodification, il nuovo fenomeno che non fa bene a nessuno”

      Mi ritrovo moltissimo in questo testo: infatti in Oltrarno non abbiamo mai avuto la “gentrification”: i pochi intellettuali e artisti che vi si insediano non rompono certo le scatole, e palazzi senza ascensori non attireranno mai i veri ricchi.

      Subiamo un fenomeno disumano, appunto la “foodification”.

      La caratteristica interessante della Foodification è che il godimento sta nell’essere seduti a un tavolo, davanti a un piatto; o al massimo, in piedi con un bicchiere in mano davanti a una buchetta. Il contorno del tavolo, o della buchetta, è di per sé irrilevante: serve solo a dire che la Bistecca alla Fiorentina l’ho mangiata – dopo aver fatto una fila di mezz’ora in piedi – “vicino al Duomo”. Insomma, è una decorazione del cibo, un po’ come il mangiare da un piatto con una forma particolare.

      Il cibo avrebbe lo stesso identico sapore, mangiato in un ristorante finto italiano a Chicago: si potrebbero usare gli stessi identici ingredienti usati a Firenze, trasportando il cibo a Chicago e non le persone a Firenze.

      E’ però lì che subentra la potenza della macchina turistica, che convince il singolo tizio di Chicago a comprarsi il trancio di carne mezza cruda, spendendo non 20 dollari, ma 2000, andando a mangiarlo a Firenze.

      • Peucezio scrive:

        Miguel,
        “E’ però lì che subentra la potenza della macchina turistica, che convince il singolo tizio di Chicago a comprarsi il trancio di carne mezza cruda, spendendo non 20 dollari, ma 2000, andando a mangiarlo a Firenze.”

        Ecco, è quello che cerco di spiegare a Roberto.
        Non si tratta di vietare nulla a nessuno, ma di rompere la macchina turistica.
        Cioè il persuasore occulto, come si diceva una volta.

        Ovviamente non lo farà nessuno, ma è giusto per chiarire le posizioni.

  6. roberto scrive:

    Miguel e Andrea

    “food”

    mi avete fatto pensare a questa scena:

    rodi, estate di qualche anno fa, serata meravigliosa in un ristorante dove si mangiava all’aperto intorno ad un albero maestoso…cibo fantastico, musica, ristorante pieno di gatti…

    al tavolo vicino al nostro una coppia sulla quarantina di francesi, molto eleganti, che stonavano un po’ con l’ambiente chiaramente semplice e vacanziero. Lei incazzata nera con lui perché “fa caldo, il cibo fa schifo, ci sono i gatti bleah!” lui che vedeva le sue possibilità di accoppiamento ridursi drammaticamente ad ogni minuto che passava

    ad un certo punto la goccia che fa traboccare il vaso: arriva un piatto di gamberetti microscopici e lei quasi urla “dai al gatto questo schifo, sono impossibili da pulire”
    al che mi avvicino, e molto gentilmente complimento lui per l’ottima scelta del piatto, i famosissimi “symiakoi garides”, i gamberetti dell’isola di symi!
    racconto di symi, una specie di lussuosa cannes greca (non ci sono mai stato ma quando voglio sparo cazzate a livelli da professionista), fotografo il piatto, e gli spiego che si mangiano interi, suggerendo anche un ouzo per accompagnare (di nuovo, gli ouzo sono tutti uguali, ma quando c’è da cazzeggiare…).
    la tipa sembra calmarsi, assaggia…accenna un vago sorriso e vai…chiamo il cameriere, ordino un po’ di mezedes, le spiego i piatti che avevano e quelli che arriveranno, e accarezzo un gatto che era saltato sul tavolo

    non so come sia andata a finire, ma hanno finito di mangiare tranquilli (e smesso di rompere le palle ai tavoli intorno), e spero che lei gliela abbia data alla fine…

    • Andrea Di Vita scrive:

      @ Roberto

      “ouzo”

      Oggi saresti stato superfluo. Sarebbero stati felicissimi di postare le foto del piatto tipico sul loro profilo social, garantendone a tutti la squisitezza anche se li avesse disgustati.

      Ciao!

      Andrea Di Vita

    • Miguel Martinez scrive:

      Per roberto

      “mi avete fatto pensare a questa scena:”

      Stupendo!

    • paniscus scrive:

      “i famosissimi “symiakoi garides”, i gamberetti dell’isola di symi!
      racconto di symi, una specie di lussuosa cannes greca (non ci sono mai stato ma quando voglio sparo cazzate a livelli da professionista), fotografo il piatto, e gli spiego che si mangiano interi”—-

      Nel senso che si mangiano sgranocchiando anche il guscio?

      Francamente, capisco alla perfezione che chi NON E’ abituato a mangiare i gamberi con il guscio abbia delle grosse difficoltà a provarci per la prima volta e ad adattarsi.

      • roberto scrive:

        paniscus

        “Nel senso che si mangiano sgranocchiando anche il guscio?”

        capisco, e il cameriere avrebbe dovuto spiegare!
        comunque sono piccolini e il guscio è particolarmente tenero, sembra quasi di mangiare delle chips

    • PinoMamet scrive:

      Grande Roberto!!!

  7. Moi scrive:

    HO DI PEGGIO: delle Capre NeoBorboniche ad Amalfi hanno esposto la bandiera del Sud … nel senso di Dixieland: incantati da “The South Will Rise Again”, per gemellarsi !

    E pare che fra gli Ultras Semianalfabeti del Sud Italia sia una bandiera popolare fraintesa …

    EBBENE : una ragazza Afroamericana ci ha fatto un video “social” di denuncia del Razzismo in Italia
    .. ovviamente in visione Americanocentrica, visto che è l’ unica che può avere !

  8. mirkhond scrive:

    La bandiera confederata era presente a Napoli da prima che sorgessero i neoborbonici.

  9. mirkhond scrive:

    E’ una bandiera che di solito adottano movimenti di destra. Nel caso napoletano credo che si tratti di una comparazione del tutto superficiale tra i due Sud, quello wasp e il nostro che vissero un conflitto perdente negli stessi anni.

    • Moi scrive:

      Non avrei mai immaginato una simile ignoranza e provincialismo in una città che fin dai tempi di Luciano De Crescenzo si loda e s’ imbroda da sola dib” tenere” tanta Storia, Arte e Cultura fin dall’ Alba dei Tempi.

      … con risultati simili ?!

      • Moi scrive:

        Sono riusciti a mettere sullo stesso piano “la Magna Grecia più antica e fiorente dei villaggi Celtici” e “il Napoli ha portato via lo Scudetto all’ Inter” !

        … Complimentoni !!!

        😁😁😁😁

    • Moi scrive:

      “Comparazione del tutto superficiale tra i due Sud, quello wasp e il nostro che vissero un conflitto perdente negli stessi anni.”

      …………………………….

      Sì, esatto … mi pare il non plus ultra del “cringe”.

      … Ad oggi da me conosciuto, e ne ho viste tante !

      😜

      • Moi scrive:

        Oppure che fondino il movimento “TransHistory” : le bandiere del Dixieland identificate come del Sud Italia SONO del Sud Italia !

        😃

  10. mirkhond scrive:

    Eh?

  11. Moi scrive:

    Sempre sull’ Harrypotteresimo, la religione più diffusa fra i Millennials

    ________________

    Confessioni di una Millennial che non riesce a liberarsi di Harry Potter (né di J.K. Rowling)
    Mentre una nuova generazione si appresta a scoprire la saga grazie alla (già criticatissima) serie Hbo, i Millennial ancora non hanno capito cosa fare dell’eredità della Terf più famosa del mondo.

    https://www.rivistastudio.com/harry-potter-serie-tv-jk-rowling/

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