Qualcuno di voi è un artista?
Al centro di Firenze, c’è una landa pericolosa, dove il caffè nei bar costa tre euro (ma le peruviane che te lo servono sono impiegate in nero), e in cui pochi indigeni osano avventurarsi, per paura di venire travolti da orde di turisti che marciano facendosi i selfie.
Una terra dove non ci sono sfratti, solo perché i residenti li hanno già sfrattati quasi tutti.
Al centro di questa landa, c’è il Battistero, una strana costruzione ottagonale, dei cui costruttori sappiamo molto poco: forse in origine era un tempio pagano, sappiamo i nomi di due operai che lavorarono sui mosaici e si chiamavano Bingo e Pazzo.
L’ottagono è dedicato a Giovanni, il santo selvatico che trasformava la gente con l’acqua. Ci sono tre porte, di cui quella orientale guarda dritto verso l’ingresso del Duomo; e se lo sguardo potesse attraversarlo tutto, arriverebbe all’altare e poi oltre, al Sole che sorge.
Ora, la cosa straordinaria è che era l’unico luogo in chi nasceva a Firenze veniva battezzato, e lo è rimasto fino a non tanti decenni fa: nel Battistero diventavi insieme cristiano e cittadino.
La Porta dell’Est, la Porta che Guarda il Sole, la Porta Paradisi che custodiva le acque salvifiche, la costruì, come si sa, tale Lorenzo Ghiberti. Ci mise un quarto di secolo, lavorando su dieci pannelli e una gran cornice.

Coglierete il senso di qualcosa che è molto lontano dalla percezione moderna dell’arte, come mercato del superfluo estetico-intellettuale.
Subito dopo la seconda guerra mondiale, furono fatti dei calchi in gesso della Porta; e così nel 1990, grazie a uno sponsor giapponese, la Porta fu rifatta per intero, e l’originale messa al riparo nell’Opera del Duomo.
A eseguire la Porta attuale, fu la Galleria Frilli, un luogo di meraviglie in Via de’ Fossi, dove dal 1860 gli artigiani fanno repliche perfette di statue in marmo e in bronzo, usando mezzi tradizionali, per committenti in luoghi lontani.

Alla Clara, che assieme ai familiari oggi dirige la Galleria, era venuta l’idea di usare la seconda replica, che hanno ancora, per fare un evento che in qualche modo riconsacrasse la città.
In collaborazione con la Pneuma Art Foundation di Miami, si è costruito quindi un progetto: in un luogo di Firenze ancora da definire, si metteranno i dieci pannelli, a terra e ben visibili, con accanto a ciascuno, due opere di artisti contemporanei, scelti con un bando.
Di eventi artistici a Firenze ce ne sono molti, ma questo è uno dei pochi che cerca di collegarsi alla città realmente esistente. Come disse Calvino,
“Marozia consiste di due città: quella del topo e quella della rondine; entrambe cambiano nel tempo; ma non cambia il loro rapporto: la seconda è quella che sta per sprigionarsi dalla prima.”

@ Martinez
Leggo solo adesso, ecco perché rispondo in ritardo.
Si tratta giustamente di una giusta causa: sostenere il lavoro di artigiani Fiorentini (non degli Artisans…) .
Non ripeterò dunque il mio pregiudizio sull’arte contemporanea (se l’orinatoio di Duchamp è arte allora il David che cos’è?), che ammetto volentieri avere un sapore acido e stantìo.
Mi limito ad osservare che quando Ghiberti realizzò la sua Porta a nessuno veniva in mente di esporre coppie di opere degli artisti suoi contemporanei a fianco di un’opera di otto secoli prima.
Probabilmente – suppongo – perché gli artisti attivi ai tempi del Ghiberti non sentivano il bisogno di essere riconosciuti come tali.
Mentre chi oggi guarda l’orinatoio di Duchamp viene informato che si tratta di un’opere d’arte dal catalogo della mostra in cui è esposto, altrimenti gli potrebbe venir voglia di usarlo.
Ciao!
Andrea Di Vita