Per una Nuova Agricoltura Contadina

Nel contesto della rivolta europea dei trattori, un gruppo di contadini e loro amici ha lanciato questo manifesto per la “Nuova Agricoltura Contadina“, proprio qui, a Firenze. Se volete aderire, potete mandare una mail a nuovagricolturacontadina@gmail.com

La nuova agricoltura contadina si distingue alla radice dall’agricoltura industriale, quindi stronchiamo subito le due obiezioni che tanti solleveranno contro questo manifesto.

Uno…

Eh, ma senza tonnellate di chimica e montagne di burocrazie, non si sfama il mondo”.

Qui ci sarebbe tanto da discutere – come la “chimica” (per semplificare) desertifichi il suolo; o di come i controlli formali siano tarati sulle grandi imprese industriali.

Ma tagliamo la testa al toro (senza averlo riempito prima di ormoni): qui stiamo parlando della possibilità per chi vuole di fare un’agricoltura senza “chimica” e senza “burocrazia”.

Però c’è anche un punto che mi affascina perché sovverte tutti i nostri punti di riferimento.

Qui si propone di decommercializzare le attività di autoproduzione.

Oggi, l’artigiano che costruisce con le sue mani un violino, o la pastora del Chianti che fa il formaggio di pecora e lo vende in Piazza Tasso, sono equiparati al negoziante, ma anche allo speculatore immobiliare o al trafficante in investimenti bancari: sono “imprenditori” che fanno “commercio“, su cui opera una tassa specifica, l’Iva, diversa dalle “tasse” ordinarie che giustamente paghiamo tutti per avere strade o scuole o ospedali.

Mi dicono che da qualche parte nel Capitale di Marx che io non ho letto, c’è scritto che esistono due modi radicalmente diversi di scambiare beni e denaro.

Il primo: coltivo rape/trasformo il legno in violino; poi vendo rape/violino a qualcuno, che mi dà un po’ di soldi; e trasformo quei soldi in una cosa importante per me, un pasto, una casa, un libro.

Bene – Denaro – Bene 1

Il secondo modo è… mi trovo tra le mani dei soldi, e voglio averne ancora di più. In mezzo, qualunque cosa può fungere come la schedina di Totò:

Ogne semmana faccio na schedina:
mm a levo ‘a vocca chella ciento lire,
e corro quanno è ‘o sabbato a mmatina
‘o Totocalcio pe mm’ ‘a ji a ghiucà.

Per cui scommetto su… i ceci boliviani, gli schiavi neri, il film di successo, la lotteria di capodanno, i missili da lanciare sul nemico, il cantante di Sanremo, il vino del Chianti, il palazzone di cento piani, il grano da sfruttare per farne biocarburante…

Denaro – Bene – Denaro 1

E’ una scommessa anche la nostra, che si possa escogitare una maniera per distinguere chi ci vende il vino in piazza da chi specula sulle armi in borsa.

Ma è parallela e tanto vicina a una battaglia che abbiamo già vinto: quella che ha fatto saltare la mostruosa dicotomia “pubblico/privato”, e ha introdotto l’idea di cittadini attivi, che non ricercano un guadagno personale, ma agiscono per il Bene Comune.

OBBIETTIVI PER UNA NUOVA AGRICOLTURA CONTADINA

Centro Studi per la nuova agricoltura contadina

Firenze,18 febbraio 2024

Le manifestazioni dei trattori, nate dall’evidenza di essere nel vicolo cieco, senza futuro perché il dominio dell’industria, dopo la rincorsa all’agricoltura 3.0, 4.0, 5.0, porterà alla fine ad alimenti prodotti in fabbriche/laboratorio, alla ricerca dei prezzi più bassi e di profitti più alti, vengono astutamente interpretate dalle istituzioni politiche come richieste allineate a quelle della finanza, che vuole più glifosate, più tecnologia, più veleni, cioè proprio quegli strumenti che hanno portato l’agricoltura in fallimento, e perciò bisognosa di finanziamenti, che bastano sempre meno a remunerare i contadini ma a sostenere un apparato sempre più invasivo. La crisi dell’agricoltura impone una via di uscita dalla catena infernale dell’agricoltura industriale.

La costruzione di un nuovo mondo contadino è la base necessaria della transizione ecologica, della messa in sicurezza del territorio, della salvezza delle città, della bonifica della terra, delle acque, dell’aria e del cibo da ogni forma di inquinamento.

Tali scopi del più alto interesse pubblico passano dalla promozione di un’agricoltura autonoma dall’industria, senza inquinanti, dalla forestazione e/o piantumazione con i maggiori assorbitori di anidride carbonica, dalla difesa della biodiversità, dalle policolture, dalla produzione di alimenti della più alta qualità.

È nuova agricoltura contadina ogni podere o unità produttiva coltivata da una comunità familiare, amicale, associata in qualunque modo, orientata a utilizzare macchine di potenza totale sempre minore, eliminando la chimica di sintesi, producendo soprattutto per l’alimentazione, allevando animali non in batteria e operando in policoltura, come tale non è un’attività speculativa.

  • È riconosciuto ai contadini agro-ecologici il diritto all’analfabetismo burocratico e digitale. Tutte le pratiche pubbliche saranno a carico pubblico, espletate da funzionari appositi e itineranti, a cui deve essere dato l’incarico di completarle senza lavoro-ombra a carico del contadino.
  • Da questo e dall’assenza di scopi speculativi discende che la nuova agricoltura contadina dev’essere esentata dall’obbligo di iscriversi alla camera di commercio e dall’IVA.
  • Saranno finanziati dal pubblico a misura sul lavoro compiuto le opere di pubblico interesse di manutenzione del territorio con sistemazioni agrarie come: la costruzione o ricostruzione dei muri a secco, della rete idrografica, la manutenzione delle strade vicinali, la bonifica di terreni degradati, la piantumazione di varietà migliorative del microclima.
  • Riservare una quota parte del terreno a siepi, alberature, fossi e sistemazioni agrarie, mantenere e accrescere la fertilità del suolo. Tutto ciò non rappresenta solo un valore di bellezza del paesaggio, ma aumenta la qualità e quantità delle produzioni.
  • Istituire cantieri di lavoro per i nuovi insediamenti contadini con impiego di disoccupati, operai in cassa integrazione, tirocinanti, studenti con borse di studio e immigrati. I cantieri saranno centri di istruzione e sperimentazione, comprendente ogni aspetto della nuova vita rurale e a cui si potranno aggregare anche le scuole di ogni ordine e grado nelle attività pratiche inseparabili dalla formazione. Le associazioni che da anni lavorano in queste materie e rappresentano le varie forme di agricoltura ecologica, organizzeranno il personale docente. In particolare si studieranno e sperimenteranno gli strumenti per la migliore trasformazione artigianale dei prodotti, le tecniche per l’uso di animali nelle attività di trasporto, le piccole attività di trasformazione dei prodotti agroalimentari e altre, come molitorie ad acqua o micro-impianti di produzione energetica rinnovabile nella prospettiva di una rinnovata sovranità tecnica.
  • Istituire per cinque anni un salario di contadinanza per chi intraprende un’attività di nuova agricoltura contadina.
  • Istituire un servizio per l’istruzione, la verifica e i controlli delle buone pratiche e della qualità dei prodotti alimentari delle attività della nuova agricoltura contadina.
  • Sostituire le certificazioni biologiche con autocertificazione comprovate da controlli chimici anche da parte di un servizio di controllo all’interno della comunità sull’ambiente e sui prodotti alimentari che verifichino l’assenza di chimica di sintesi.
  • Riportare in vigore per i nuovi contadini la vendita diretta al dettaglio o al pubblico in regime di esenzione e quindi senza pagamento del suolo pubblico, garantendo la tracciabilità del prodotto con l’autocertificazione.
  • Facilitare l’accesso alla terra promuovendo la concessione delle terre agricole demaniali o pubbliche o private alla nuova agricoltura contadina, e a tale scopo concesse per periodi crescenti in base ai risultati per attività, liberalizzando il rapporto fra proprietà e conduttori; sono parimenti liberalizzati i rapporti di collaborazione e di volontariato in agricoltura anche sotto forma di cooperazione di comunità;.
  • Premiare le filiere corte attraverso reti di comunità alimentari tra produttori e utenti. In particolare, agevolare cooperative di cibo contadino che non solo venda a domicilio ma incentivi il mestiere per attirare nuove generazioni; ed è giusto che siano a carico di tutta la società comunale, regionale, nazionale.
  • Vista al momento la scomparsa quasi totale della trasmissione diretta delle conoscenze pratiche di coltivazione e di vita agricola nelle giovani generazioni, ogni contadino della nuova agricoltura che lascia per malattia o limiti di età dovrà essere sostituito solo da comunità di apprendimento o di analoga produzione, col contributo pubblico.
  • Liberalizzare lo scambio, la vendita e selezione dei semi da parte delle attività dei nuovi contadini, purché prodotti da loro.
  • Il territorio agricolo non potrà essere urbanizzato e le nuove costruzioni rurali necessarie saranno realizzate in materiali naturali facilmente rimovibili. A questo scopo occorre allestire un nuovo catasto agricolo comprendente i terreni utilizzati in agricoltura contadina o a essa vocati, che si tratti di terreni demaniali o privati.
  • Fissare il prezzo minimo di ingresso in Italia di tutti i prodotti agroalimentari secondo il livello medio del costo di produzione nel nostro paese, purché coltivati secondo le norme vigenti.
  • L’Unione Europea deve garantire il diritto alla sovranità e all’autonomia alimentare di ogni paese nel rispetto delle usanze o tradizioni, e basata sulla solidarietà per compensare tutte le situazioni di necessità alimentari anche provocate da eventi straordinari.

Le leggi e regolamenti attualmente vigenti per l’agricoltura restano in vigore per l’agricoltura industriale. Per la nuova agricoltura contadina si costruirà un nuovo codice.

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204 risposte a Per una Nuova Agricoltura Contadina

  1. Fuzzy scrive:

    Tutto giusto.
    https://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cosa-fare/mercati-contadini-djfskhog
    Non conosco i dettagli nello specifico, ma insomma, sembrerebbe fattibile.
    Se però si guarda a tutto il settore agricolo, allora la faccenda è ben più deprimente
    https://sbilanciamoci.info/lagricoltura-e-lambiente-hanno-perso-la-partita/
    E’ in effetti in atto da tempo un processo di concentrazione nel settore produttivo, con la crescita di poche grandi imprese globali o comunque ad ampio intervento territoriale, che si orientano verso un modello agroindustriale; tra l’altro, più del 50% delle terre è oggi occupata da unità produttive dalle dimensioni di più di 500 ettari, mentre quelle inferiori ai due ettari, il 87% del totale, occupano soltanto il 12% della superficie agraria (Bezat, 2022). Vi si registra anche una concentrazione dei profitti. Va segnalato che il 77% delle unità agricole di piccole dimensioni a livello globale si trovano in regioni dove l’acqua è scarsa.

    Anni fa era di moda il “Consumo critico” ma non ha funzionato su larga scala.
    Il consumatore benestante vuole la carne e la frutta fuori stagione e i poveri vogliono i prezzi degli alimentari schiacciati al minimo, perché altrimenti non arrivano alla fine del mese.

    Pure il clima sta cambiando. Inondazioni, grandinate, siccità, nuovi parassiti.
    Mah.

  2. PinoMamet scrive:

    Mi pare un programma, scusatemi, ampiamente velleitario e impossibile a livello giuridico- legale.

    Nel caso improbabile possa essere realizzato, così com’è mi sembra che lasci enormi margini di manovra e opportunità di arricchimento a furbi e disonesti di tutte le risme.

    Dal punto di vista culturale e sociale lo trovo semplicemente disastroso.

    Scusate ma la vedo così…

    • Francesco scrive:

      Dai, perchè un disastro sociale e culturale? è tutto il resto che è terrificante e se fosse messo in atto porterebbe a esiti polpottiani o maoisti.

      Ma se fosse solo un indirizzo socio-culturale a favore di un’agricoltura “reazionaria”, credo che potrei persino fare la spesa da loro, a trovarli.

      Ciao

      • PinoMamet scrive:

        Sarebbe un disastro sociale per i motivi bene elencati da Mauricius, e culturale di conseguenza…

        • Francesco scrive:

          Ma quelli sono timori che nascono dall’idea che il prossimo di MT e PM sia costituito da camorristi o proto-camorristi!

          Va bene essere prudenti ma qui mi pare che voi esageriate.

          Ciao

        • PinoMamet scrive:

          No quelli sono i timori che nascono leggendo il programma e immaginandosene gli effetti pratici.

  3. PinoMamet scrive:

    Si potrebbe anche fare una versione realistica del programma, che poi sarebbero una serie di misure banali ma forse efficaci come IVA ridotta per i prodotti biologici o certificati provenienti dalla piccola proprietà agricola, incentivi per chi intraprende attività agricole sotto una certa estensione di terreno, agevolazioni all’edilizia agricola “sostenibile “, impossibilità del cambio destinazione d’uso dei terreni agricoli…

    • Miguel Martinez scrive:

      Per PinoMamet

      “Si potrebbe anche fare una versione realistica del programma”

      Ma infatti è il modo in cui io tendo a ragionare: vedere dove si vuole arrivare (ad es decommercializzazione dell’autoproduzione) e poi andare in quella direzione con misure come quelle che suggerisci.

    • Roberto scrive:

      Pino e Miguel

      L’IVA sui prodotti agricoli è già la minima (4%) e non sono sicuro che sia una buona idea sovvenzionare ulteriormente i prodotti biologici, soprattutto poi se questi vogliono sostituire le certificazioni con una improbabile autocertificazione biologica

      Per il resto: la vedo come pino

      Miguel
      Non ho capito il *tuo* discorso sull’IVA, perché sarebbe così diversa dal resto delle imposte?

      PS ricordo a tutti che l’IVA non la paga il produttore ma il consumatore finale. Togliere l’IVA sui prodotti agricoli vorrebbe dire aiutare i consumatori non i produttori

      • Peucezio scrive:

        Beh, che discorso, se un prodotto lo devo far pagare di più, lo venderò di meno, per un’ovvia legge di mercato, quindi è un danno anche per me che lo produco.

  4. Ros scrive:

    Credo sia un bel – piccolo – passo avanti per cominciare un cammino e vedere cosa esce fuori e dove si arriva👍😀

    Nel pomeriggio voglio leggerlo per bene punto a punto; ora come ora mi si va di prescia.

    Io, nella mia totale ignoranza in materia, sempre fui convinto che la madre matrice matrigna grifagna ramigna della prometeica ambigua disgrazia che viviamo sia stata l’invenzione della borsa.

    E del fare i soldi con i soldi😱

    https://it.m.wikipedia.org/wiki/Il_denaro_(Zola)

    Un bel libro “L’Argento” di Zola che ne racconta i meccanismi ingarbugliati sotto ‘l velame de li versi strani.

    Piantiamo tanti arbori, ma tanti,
    e appendiamoci per decorazione fatua tutti gli strunz che vogliono la borsa ancora al punto pure dove stiamo che serve a per forza il cambiamento e non vogliono mollare il sacco con la roba e le manie sue.

    Teste dure e sfatte!

    Decoriamo la natura nuova a festa grande🥳

    Cantiamo abballiamo e fornichiamo sorte le loro frange allegre

    La bellezza ci salverà ancora!🌈

    • Francesco scrive:

      >>> E del fare i soldi con i soldi

      pensa che invece a me tutta la distinzione marxiana BDB vs DBD pare una solenne presa in giro, e di grana grossa!

      Ciao

      • Ros scrive:

        Francesco: “BDB vs DBD”

        WATHS’ è? e caspita significa mai?😟

        Replicare come i cristiani no?😀

        BDSM c’entra?
        Bed and breakfast?
        blocco di branca destra?

        https://www.abbreviationfinder.org/it/acronyms/bdb.html#aim

        Le ho provate tutte invano🤕

        Mistero misterioso!😱

        • Ros scrive:

          “BDB vs DBD” mumble mumble un piccolo sforzo…

          …la distinzione fisiocratica fra lavoro produttivo ed improduttivo, per arrivare alla distinzione fra sovrappiù (plusvalore) e sfruttamento…
          … la merce dice che possiede due tipi di valori:

          Il valore d’uso, ovvero la proprietà di essere utile e di soddisfare bisogni umani;

          Il valore di scambio, ovvero cioè la proprietà di poter essere scambiata, in determinate proporzioni, con altre merci, ed in particolare con la merce considerata equivalente generale di tutti gli scambi e involucro del valore: il denaro….”

          Fisiocrazia (bella questa!😎):
          in chiara opposizione al mercantilismo

          “…Secondo il pensiero di François Quesnay l’agricoltura è la vera base di ogni altra attività economica: solo l’agricoltura è infatti in grado di produrre beni, mentre l’industria si limita a trasformare e il commercio a distribuire. La fisiocrazia assume quindi il momento della produzione dei beni e non il momento dello scambio come situazione in cui viene creata ricchezza…”

          https://www.treccani.it/enciclopedia/fisiocrazia/

          Capito! son 3 cani!

          Tutti a zappare dallo zio Pol Pot 😄

          • Ros scrive:

            “…Il sistema si sviluppò da semplice difesa della funzione economica e degli interessi dell’agricoltura contro il mercantilismo a vera dottrina sociale, fondata sul concetto di un ordine naturale preesistente e sovrastante agli ordinamenti positivi.

            Precursore immediato di Quesnay può considerarsi V. Mirabeau, che già nel 1756 aveva sostenuto la libertà del commercio dei prodotti agricoli;

            del resto, in tutta l’Europa occidentale si andavano facendo in quel periodo sempre più numerosi gli scritti a favore della proprietà agraria e di una politica annonaria meno vessatoria,
            mentre anche nel ceto mercantile e industriale si faceva strada un movimento contrario all’eccesso di regolamentazione e di intervento statale (soprattutto J.-C.-M.-V. de Gournay).

            I precedenti della più ampia e complessa dottrina sociale dei fisiocrati possono invece trovarsi già nelle correnti giusnaturalistiche e soprattutto nel razionalismo illuminista di J. Locke…”

            • Ros scrive:

              “…Perno della f. è la teoria del prodotto netto – o parte del prodotto che resta disponibile dedotte le spese di produzione –, su cui si fonda la giustificazione della superiorità dell’agricoltura, ritenuta l’unica fonte di ricchezza, perché in essa la natura moltiplicherebbe il rendimento dell’opera dell’uomo, mentre industria, commercio, trasporti ecc. sono considerati attività sterili, in quanto realizzerebbero soltanto la reintegrazione delle spese sostenute e sarebbero resi possibili dall’agricoltura che fornisce materie prime e nutrimento agli uomini in essi occupati…”

              sempre i tre cani

          • Francesco scrive:

            “BDB vs DBD” mumble mumble un piccolo sforzo…

            😀

            vedi che lo sforzo nobilita l’uomo e porta al progresso?

            😀

            • Ros scrive:

              Francesco
              😁

              … ma resto più confuso che persuaso,
              sapendo di non saperne niente 🙄

              mica ci si improvvisa!

              • Francesco scrive:

                se ci si improvvisasse, questo blog avrebbe tre pagine e due commenti a post.

                e sarebbe tristo e noioso.

                tranne le foto di Miguel, che sarebbero belle lo stesso.

                il mio motto è “improvvisa, se sbagli se ne accorgono e te lo dicono con dolcezza!”

                😀 😀 😀

              • Francesco scrive:

                se non si improvvisasse

  5. Mauricius Tarvisii scrive:

    “il diritto all’analfabetismo burocratico e digitale”

    Quello esiste già. Non vedo perché, però, debba trasformarsi nel fatto che lo Stato si accolli il lavoro che gli farebbe Coldiretti se loro pagassero la quota associativa…

    • Peucezio scrive:

      In generale comunque lo stato è dispotico e vessatorio.

      L’idea stessa che esista la figura del commercialista e che il contribuente debba pagarla, se ci pensate è pazzesca.
      Cioè ti esigo dei soldi, ma mi devi dire tu quanti me ne devi dare e pagare qualcuno per farlo.
      Cioè il creditore che non è nemmeno capace di verificare l’importo del suo credito e accolla al debitore tale onere. È lunare!
      Semmai, questo sì, il contribuente deve poter ricorrere (ma questo è inevitabile nell’ordinamento italiano e di ogni altro paese civile), laddove ritiene che il calcolo da parte dello stato sia stato fatto in modo sbagliato, a suo discapito. E lì posso capire che l’onere della prova stia al contribuente (che però, se ha ragione, dovrebbe vedersi rimborsate tutte le spese).

      • PinoMamet scrive:

        Ma il privato contribuente non ha l’obbligo di rivolgersi a un commercialista, e se non riesce da solo può appoggiarsi anche a un patronato gratuitamente.

      • Mauricius Tarvisii scrive:

        Il commercialista è espressione del diritto all’ignoranza del contribuente: tu paghi perché non conosci l’arzigogolata normativa fiscale.

        • PinoMamet scrive:

          Io comunque non ho mai avuto un commercialista, neanche quando lavoravo nel cinema e avevo partita IVA.

          Ne abbiamo pagato uno con la casa di produzione, ovviamente, essendo ben diverso il volume e la complessità degli affari…

        • Francesco scrive:

          Beh, il problema è l’arzigogolata normativa fiscale però, mica roba da poco.

          Fare da soli, anche per non analfabeti, è un grosso rischio.

          Ciao

    • Miguel Martinez scrive:

      Per MT

      “e lo Stato si accolli il lavoro che gli farebbe Coldiretti se loro pagassero la quota associativa…”

      Questa è facile: le organizzazioni contadine hanno ridotto i contadini in queste condizioni, e possono continuare a farlo proprio perché hanno il monopolio della burocrazia.

      • Mauricius Tarvisii scrive:

        No, non hanno il monopolio: se uno vuole perdere tempo a studiarsi quelle cose è libero di farlo.
        Se no paghi qualcuno che se le studi per te. Ma il lavoro si paga, anche se quelli della NAC sembrano allergici al concetto…

        • Miguel Martinez scrive:

          Per MT

          “No, non hanno il monopolio: se uno vuole perdere tempo a studiarsi quelle cose è libero di farlo.”

          Certo.

          10 ore al giorno lavoro nei campi, 10 lavoro a studiarmi le leggi e 4 dormo.

          • Mauricius Tarvisii scrive:

            Dici che quello che si studia le leggi 10 ore al giorno debba farlo gratis perché l’imprenditore della NAC non ha voglia di remunerare il suo lavoro? O che debba retribuirlo io?

  6. Mauricius Tarvisii scrive:

    “esentata dall’obbligo di iscriversi alla camera di commercio e dall’IVA”

    Ok, c’è un un tizio che vende ortaggi a bordo strada, solo che non è censito da nessuna parte. Come fai a dire che è un esponente della NAC, oppure se è un agrondustriale che vende in nero se non è censito?

    Ah, l’IVA la paga il consumatore. Vogliono dire che il contadino va al supermercato, dice “sono della NAC” e non paga IVA mentre io la pago?

    • Miguel Martinez scrive:

      Per MT

      “Ok, c’è un un tizio che vende ortaggi a bordo strada, solo che non è censito da nessuna parte. ”

      Attenzione: decommercializzazione non vuol dire che non esiste qualche registro della NAC. Nemmeno i ricercatori universitari sono iscritti alla camera di commercio o versano l’IVA.

      • Mauricius Tarvisii scrive:

        Quindi la semplificazione sarebbe nel creare un nuovo portale che nemmeno i professionisti del settore conoscono? Questo complica tanto la vita.

        • Francesco scrive:

          ” la semplificazione sarebbe nel creare un nuovo portale”

          quanto della storia d’Italia in queste poche parole!

          🙁

  7. Mauricius Tarvisii scrive:

    “Istituire cantieri di lavoro per i nuovi insediamenti contadini con impiego di disoccupati, operai in cassa integrazione, tirocinanti, studenti con borse di studio e immigrati”

    Sì, i nuovi schiavi li hanno elencati tutti: forza lavoro gratis che lavori per gli imprenditori della NAC.

    • Francesco scrive:

      Beh, questa è una landinata!

      quelli si preoccupano dell’altissima quota di italiani che non sono nel mondo del lavoro e si immaginano un modo per farli lavorare (con tutto il portato di questa cosa, dalla Costituzione in giù e in su) e tu ti inventi che sarebbero schiavi!

      • PinoMamet scrive:

        “Centri di istruzione e sperimentazione ” gestiti da imprenditori sovvenzionati dallo Stato e esentati da controlli e impegni amministrativi (“diritto all’analfabetismo burocratico”) ai quali per giunta lo Stato dovrebbe regalare dei terreni demaniali:

        sì, mi puzza di sfruttamento, di schiavismo mascherato e di infiltrazione mafiosa da lontano dieci chilometri.

        • Francesco scrive:

          beh, neppure tu sei perfetto!

          nonostante le radici anarco-emiliane, il tuo livello di contaminazione cigiellino è molto alto

          😉

          PS questa diffidenza di base per ogni cosa fatta da dei cittadini, se non dotata di 666 bollini pubblici, è triste più che altro

          • PinoMamet scrive:

            Da nativo dell’Emilia Romagna, vedo che le persone riescono a rubare e sfruttare anche se controllate da un sistema pubblico sostanzialmente efficiente.

            Figuriamoci senza!

          • PinoMamet scrive:

            E non voglio neppure cominciare a parlare del capitolo “vista la quasi totale scomparsa…” che riporta direttamente alla servitù della gleba.

            Va bene reazionari ma c’è un limite…

            • Francesco scrive:

              Scusa ma qui non capisco proprio a cosa ti riferisci.

              Alla mancanza di controlli?

              Ciao

            • PinoMamet scrive:

              Perché non rileggi il punto?
              “Ogni contadino della nac che lascia per sopraggiunti limiti di età ”

              Cioè non è previsto che possa o voglia semplicemente cambiare lavoro

              “potrà essere sostituito solo da… analoga produzione ”
              Cioè dal figlio o familiare, nella maggioranza dei casi, o da qualche altro disgraziato da “convincere ” in qualche modo;

              Vale a dire, esattamente, il meccanismo della servitù della gleba.

              Con analoghe difficoltà pratiche e analoga palese ingiustizia sociale.

              Un sistema oppressivo, social mafioso e contrario alla Costituzione, oltre che economicamente fallimentare.

              No no, davvero era meglio non leggerli.

              • Francesco scrive:

                No dai questo non è vero!

                E’ solo un modo per cercare di cristallizzare una situazione che da un lato si vede come ottimale, dall’altro si percepisce come molto fragile.

                Come impedire agli Indios di vendere la loro terra, caso mai ci fosse qualche latifondista pacifista che non pensa di ucciderli o scacciarli col lanciafiamme.

                Noi economisti siamo addestrati a pensare che i cambiamenti siano sempre per il meglio, sennò i soggetti coinvolti, almeno uno, si rifiuterebbero di farli.

                Miguel non credo aderisca a questa convinzione!

                Ciao

              • PinoMamet scrive:

                “E’ solo un modo per cercare di cristallizzare una situazione”

                cioè: esattamente il meccanismo della servitù della gleba.

                Non gli viene in mente a questi signori che magari il “contadino della n.a.c.” e il suo ipotetico successore non voglia essere cristallizato ?

                Che la situazione ideale per Caio oggi, possa essere pessima, o semplicemente sgradita, a Sempronio domani?
                O allo stesso Caio?

                o mancano di fantasia, o sono criminali.
                Preferisco pensare alla prima ipotesi.

              • PinoMamet scrive:

                “Come impedire agli Indios di vendere la loro terra”

                e perché mai non dovrebbero venderla, se gli conviene o lo preferiscono?

                La libertà non si applica agli Indios? o ai contadini?

                Mi ricordo quel tizio (un cantante irlandese famoso, mi pare) che organizzò una raccolta fondi per gli Indios, appunto- ogni tanto lo cito- e poi si incazzò perché gli indios ci si comprarono l’antenna satellitare per guardare le partite di pallone e i film di arti marziali.

                No, dovevano restare boveri negri sottosviluppati, per far piacere a lui.

              • Mauricius Tarvisii scrive:

                Non è un meccanismo analogo a quello delle terre comuni indigene o a quello delle regole cadorine, dove le cessioni possono avvenire solo tra membri delle comunità: normalmente i terreni agricoli non appartengono a comunioni pro indiviso con diritto d’uso da parte dei comunisti, ma sono proprietà privata dell’agricoltore.

              • PinoMamet scrive:

                Come per quasi tutte le proposte, si può ipotizzare una versione ragionevole, che sarebbe più o meno così:

                “quanlora un piccolo imprenditore agricolo
                decida per qualunque motivo di vendere l’appezzamento di terreno, cederlo ecc. ecc., il diritto di prelazione spetta al proprietario o affittuario del podere confinante di analoga estensione, o a chi si impegni a proseguire la conduzione del podere con metodi biologici ecc. ecc. per tot anni”.

                Che poi non credo sia lontanissimo da quanto la legge già prevede.

              • PinoMamet scrive:

                ma preferirei fermarmi prima della virgola; il dopo mi puzza già troppo di feudalesimo.

                Prelazione è una cosa che capisco, esiste in tanti ambiti;
                impegnarsi in un lavoro per forza non mi piace, mi sa di schiavitù e di mancanza di libertà (oltre che di libera impresa).

              • Francesco scrive:

                Beh, Pino, qui però esageri.

                Se sei stufo di paccare hai diritto di andartene. Solo che il terreno resterà incolto fino all’arrivo di un nuovo paccatore.

              • PinoMamet scrive:

                E quindi?
                Se sei stufo di avere un negozio di scarpe cambierai lavoro, anche se il tuo era l’ultimo negozio di scarpe del paese.

                Se sei stufo di fare il commercialista cambierai lavoro, anche se eri assolutamente necessario a tante persone.

                Non capisco perché mai dovrebbe essere diverso proprio per gli agricoltori.

              • Francesco scrive:

                Infatti tu hai ragione e l’ottimo Miguel ha torto.

                Solo che mi pare che ti scaldi un pò troppo e tiri le (nostre) conclusioni un 5% troppo in là

                Dettagli, alla fine.

                Stamane ho fatto colazione e non ho ringraziato nè la Nestlè nè il Contadino. Per il decisivo motivo che ho pagato quello che ho mangiato.

              • PinoMamet scrive:

                Sono d’accordo su tutto. Mi scaldo perché non amo le ingiustizie, e meno ancora chi vuole assolutamente subirle.

                Tipo questi che si chiamano “contadini “, che al mio orecchio emiliano suona come un afroamericano che voglia farsi chiamare Zio Tom.

                Non mi piacciono i tedeschi antitedeschi, e non sopporto gli italiani figli di morti di fame che si autoaccusano dei mali del colonialismo.

      • PinoMamet scrive:

        “Sono parimenti liberalizzati i rapporti di volontariato ” = ti mando 50 immigrati cingalesi a lavorare gratis e tu paghi la mia cooperativa fittizia.

      • Mauricius Tarvisii scrive:

        @ Francesco

        Lo studente con una borsa di studio è uno studente, appunto, non una persona da ricattare “se vuoi mantenere la borsa, devi lavorare per i NAC”.
        Ma giusto: se uno nasce da una famiglia povera il fatto che pretenda persino di studiare è una landinata. Perché essere Landini a quanto pare è l’unica alternativa all’essere degli emeriti classisti figli di puttana.

        • Francesco scrive:

          Potrebbe essere il motivo per cui a volte passo per un classista, piuttosto che seguire le incredibile cazzate dette dai Landini.

          Ma questa è solo una digressione inutile: il fatto che i contadini NAC vogliano mostrare a tutti, e in primis a chi nel sistema non ci campa, come è bello vivere da NAC è logico e anche bello e giusto. Pensare che siano a caccia di schiavi mi pare miserabile, oltre che ridicolo: parliamo di piccoli appezzamenti coltivati direttamente dal contadino e dalla sua famiglia, di quanti schiavi può aver bisogno?

          Credo che l’idea sia di mostrare e dimostrare un altro e migliore modo di vivere.

        • PinoMamet scrive:

          Francesco, il punto non è quali siano le aspirazioni degli aspiranti “contadini NAC”:
          la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni.

          Il punto è dove porterebbero le loro riforme, e quali spazi (enormi) lasciano a persone con pessime intenzioni.
          Oltre ai difetti insiti nelle riforme stesse.

          • Francesco scrive:

            Sì ma, dato che non andranno da nessuna parte, lasciagli un minimo di spazio, alle loro e di Miguel buone intenzioni!

            Mica sono dei Murgia o dei Salvini, gente pericolosa perchè in grado di fare qualcosa di quello che dicono.

            Ciao

          • PinoMamet scrive:

            E perché?

            a me sembrano pessime idee, da stroncare sul nascere.

          • Fuzzy scrive:

            Le persone con pessime intenzioni a cui vengono lasciati spazi enormi?
            Con due o tre ettari al massimo?
            Mo’ anden’, Mamet, guardati intorno che ce ne sono ben altri di cui preoccuparsi.
            Comunque se questi hanno pessime intenzioni e anno anche buone intenzioni.
            chi lastrichera’ l’Inferno?
            (Adesso s’incazza. Me lo sento).
            (Eh, son cose che scappano dette.
            Bisogna tollerare qualche scemenza).

          • PinoMamet scrive:

            Si vede che hai poca pratica nel delinquere.

  8. Mauricius Tarvisii scrive:

    “Istituire per cinque anni un salario di contadinanza per chi intraprende un’attività di nuova agricoltura contadina”

    Cioè i lavoratori stanno lì gratis, mentre l’imprenditore è retribuito dallo Stato?
    Il sogno di ogni imprenditore ed uno dei motivi per cui viviamo in un paese di merda: io devo lavorare GRATIS per la TUA impresa, mentre tu ti becchi i soldi pubblici.

  9. Roberto scrive:

    Miguel

    Sei d’accordo se dico che il modello proposto è un modello fortissimamente sovvenzionato dallo stato (= pagato dalle tasse di Miguel), in cui praticamente tutto quello che non è lavoro è pagato dallo stato?
    Dal fare i documenti per i contadini, all’utilizzo (privato) di suolo pubblico, passando per il reddito contadino e l’uso di terre domaniali?

    • Mauricius Tarvisii scrive:

      “fortissimamente sovvenzionato dallo stato”

      L’imprenditore della NAC vuole essere pagato dallo Stato per vendere esentasse ed esencontrolli, ricorrendo al lavoro gratuito di studenti poveri ricattati con la perdita della borsa di studio (ricordiamo che è un diritto costituzionale la possibilità per i capaci e i meritevoli di studiare a prescindere dal reddito), degli operai in cassa integrazione (che ricordiamo essere finanziata non con le tasse, ma con i contributi delle imprese che possono beneficiarne) e degli immigrati (prendono 35 euro al giorno per bighellonare, no?).
      Mi sembra perfetto, no?

  10. Mauricius Tarvisii scrive:

    “Istituire un servizio per l’istruzione, la verifica e i controlli delle buone pratiche e della qualità dei prodotti alimentari delle attività della nuova agricoltura contadina.
    Sostituire le certificazioni biologiche con autocertificazione comprovate da controlli chimici anche da parte di un servizio di controllo all’interno della comunità sull’ambiente e sui prodotti alimentari che verifichino l’assenza di chimica di sintesi.”

    Il contadino NAC, ricordiamolo, è invisibile perché non risulta nemmeno alla Camera di Commercio. Però ha un servizio che certifica quello che fa (?), anzi, si autocertifica come tale, ma con certificazione da parte di un laboratorio di analisi… boh, non ho capito.

  11. Mauricius Tarvisii scrive:

    “il territorio agricolo non potrà essere urbanizzato e le nuove costruzioni rurali necessarie saranno realizzate in materiali naturali facilmente rimovibili. A questo scopo occorre allestire un nuovo catasto agricolo comprendente i terreni utilizzati in agricoltura contadina o a essa vocati, che si tratti di terreni demaniali o privati”

    Il primo punto era abolire la burocrazia. Ora se ne sono dimenticati e chiedono la riforma del catasto?

    • Miguel Martinez scrive:

      Per MT

      “Il primo punto era abolire la burocrazia.”

      Non è eliminare “la burocrazia”. E’ non imporre al piccolo contadino gli stessi obblighi burocratici che si impongono alla grande impresa agricola dotata di tecnici, commercialisti e avvocati.

      • Mauricius Tarvisii scrive:

        Non hanno gli stessi obblighi: le piccole imprese godono di numerose esenzioni.

      • roberto scrive:

        Miguel

        “E’ non imporre al piccolo contadino gli stessi obblighi burocratici”

        come avevo chiesto a giovanni, per capirsi sarebbe bello fare qualche esempio di questi obblighi burocratici

  12. Fuzzy scrive:

    https://www.campiaperti.org/sistema-garanzia-partecipata/
    Sistema di garanzia partecipata.
    Di origini sicuramente etrusche.

  13. Roberto scrive:

    Miguel

    “Qui si propone di decommercializzare le attività di autoproduzione.

    Oggi, l’artigiano che costruisce con le sue mani un violino, o la pastora del Chianti che fa il formaggio di pecora e lo vende in Piazza Tasso,”

    Non capisco cosa vuoi dire per autoproduzione. Io produco basilico e me lo mangio, mi sembra che autoproduco e autoconsumo. Ma nel momento in cui vado a vendere il mio basilico in piazza tasso, beh faccio una cosa diversa, no? Non è più semplice produzione per me stesso ma vendo un prodotto a terzi

    Quindi cosa vuoi dire con decimmercializzare l’autoproduzione?

    • Roberto scrive:

      Decommercializzare

      • Fuzzy scrive:

        Decommercializzare

        Ridurre la scala degli operatori del commercio?
        Vero? Falso?
        Rispondi in meno di 1 secondo.
        Mi dispiace. La risposta è fuori tempo massimo.
        🕤

        • Francesco scrive:

          ridurre la scala … e che senso avrebbe scusa?

          • Fuzzy scrive:

            E che senso potrà mai avere?
            Sono realtà già esistenti. Nel mio paese pochi comprano frutta e verdura al supermercato. Forse le città funzionano diversamente. Può essere che il mercatino domenicale non basti. Infatti le città fanno schifo.
            Sono insostenibili.

            • Francesco scrive:

              Sarebbe da studiare, il rapporto con le città.

              E’ una cosa interessante e complessa.

              Come la diffidenza per le imprese di grandi dimensioni.

              • Fuzzy scrive:

                Beh, sulle città basta leggere “Entropia” di jeremy Rifkin
                https://www.mondadoristore.it/Entropia-Jeremy-Rifkin-Ted-Howard/eai978888490445/
                Direi che sarebbe l’ABC anche per gli economisti dubbiosi.
                Sui latifondi che c’è da dire? In Sudamerica i latifondisti hanno degli eserciti privati. Se osi essere un ambientalista o rivendicare della terra da quelle parti, ti ammazzano direttamente. Spero che non diventi così anche in Europa. Ultimamente tira una brutta aria.

              • Francesco scrive:

                1) Jeremy Rifkin? a questo punto potresti propormi di leggere Noam Chomsky o Martin Lutero!! 😀

                2) I latifondisti aspiranti signorotti medievali non sono la prima cosa a cui penso, parlando di “grandi imprese”

                Ciao!

    • Miguel Martinez scrive:

      Per roberto

      “Non capisco cosa vuoi dire per autoproduzione”

      Tu autoproduci sulla terrazza il basilico e lo autoconsumi.

      Bertoldo autoproduce sul suo campetto il basilico, in parte lo autoconsuma, in parte lo “etero-consuma” in Piazza Tasso per pagarsi i lavori di ristrutturazione della propria casa.

      La Agrinvest Capital, sede legale nelle Isole Cayman e sede amminstrativa al 44esimo piano di un grattacielo di New York, raccoglie soldi di investitori promettendo un ritorno del 10%, poi decide di comprarsi ettari di terreno toscano per fare vino chianti da vendere in Cina e ci manda a lavorare venti gambiani in nero.

      E’ strutturalmente diverso da te e da Bertoldo.

      • roberto scrive:

        Miguel

        agrinvest, lo dici tu stesso, fa un lavoro diverso: raccoglie soldi

        ci sono attori diversi che fanno cose diverse

        io coltivo basilico per me stesso = autoproduttore per autoconsumo
        la tua amica vende la sua caciotta al mercato = autoproduttore per eteroconsumo

        il mio amico sui pirenei alleva agnelli e li vende in parte alla coperativa ed in parte ad una macelleria: autoproduttore BtoB (business to business)

        ho un altro amico che lavora vigne non suo ma per un grande produttore di vini (immagino con sede alle cayman): il mio amico non è autoproduttore (se capisco la tua definizione)

        • Miguel Martinez scrive:

          Per roberto

          “ho un altro amico che lavora vigne non suo ma per un grande produttore di vini (immagino con sede alle cayman): il mio amico non è autoproduttore (se capisco la tua definizione)”

          Infatti.

          Quello che ritengo fondamentale è distinguere quest’ultimo (cioè il 90% dell’agricoltura europea) dai primi tre.

          E considerare che il lavoro che fanno loro (ma anche il piccolo artigiano urbano) rientra in una categoria diversa.

          • Roberto scrive:

            Scusa Miguel ma perché “categoria diversa”?
            Senza entrare troppo in dettagli che non conosco, e comunque pure tu mi sembra che tralasci moltissime questioni, il mio amico non lavora su terre sue ma coltiva ugualmente vigne, tale e quale a un qualsiasi vignaiolo

            Vuoi dire che lo stesso lavoro deve essere considerato in modo diverso se la terra è tua o no?

            • Mauricius Tarvisii scrive:

              È fortunato a non essere dipendente di in imprenditore della NAC, altrimenti verrebbe rimpiazzato da uno studente povero costretto a potare viti mattina e sera, invece di studiare, per non vedersi revocata la borsa di studio…

          • Francesco scrive:

            >>> Quello che ritengo fondamentale è distinguere quest’ultimo (cioè il 90% dell’agricoltura europea) dai primi tre.

            sarà fondamentale ma mi sembra del tutto arbitrario e poco ragionevole.

    • Roberto scrive:

      Miguel

      Senza perdersi in esempi, non capisco
      “ Quindi cosa vuoi dire con decommercializzare l’autoproduzione?”

  14. Fuzzy scrive:

    Mamet
    Quando io ero un ragazzo e si lavorava in campagna a raccogliere la frutta per pagarsi le vacanze, il piccolo contadino che esisteva ancora ma non corrispondeva al modello agro-ecologico, infatti spruzzava fiumi di veleni e lavorava la terra nella maniera più invasiva, tendeva a ingaggiare dei giovani studenti eludendo le tariffe sindacali
    Adesso quella generazione di contadini si è impoverita e tengono la terra come pensionati facendola lavorare a dei terzisti.
    Insomma non guadagnano niente
    Altri hanno venduto il podere. Uno che conoscevo benissimo si è suicidato.
    Questo è l’andazzo. Dove prima c’erano tanti
    piccoli poderi ora c’è solo un imprenditore agricolo che coltiva erba medica dice lui, per produrre un buon latte.
    Credo che vada a finire in Cina.
    Vuoi questo?
    Contento tu.
    Per quello che ne so l’agroecologia è una disciplina complessa. Fare il vero agricoltore
    non è per niente facile. Bisogna apprendere
    la logica in base a cui funzionano gli ecosistemi. Se uno va a fare un periodo di apprendistato per imparare, può essere che non sia un vero e proprio servo della gleba.
    Ma poi quando ha imparato deve avere accesso alla terra. E qui nascono i guai.
    Io comunque ho conosciuto dei contadini esperti e istruiti che avrebbero voluto fare agricoltura biologica, ma non ne erano capaci. E non trovavano nessuno disposto a insegnargli le tecniche.
    Non rileggo.

    • PinoMamet scrive:

      “Vuoi questo?”

      Non lo so, di certo non voglio queste riforme deliranti ipotizzate da questi tizi della n.a.c.

      Cordialità.

      • Fuzzy scrive:

        Sembrano misure deliranti, ma hanno un perché.
        Solo che sarebbe meglio che lo spiegassero loro, non io. Che anzi, di pomeriggio sarei un po’ demotivato a scrivere, se non fosse per l’argomento intrigante.

        • Francesco scrive:

          Hanno un perchè: le asserzioni sui danni collaterali dell’Agroindustria restano asserzioni campate in aria.

          Se così non fosse (e posso persino dolermene) invece di esenzioni, sovvenzioni e protezione chiederebbero libertà e trasparenza.

          A oggi, c’è gente che protesta e passeggia perchè io paghi di più le bistecche e il resto del cibo. Con vaghe e non richieste promesse di genuinità.

      • PinoMamet scrive:

        Non sembran: sono misure deliranti e fuori da qualunque realismo giuridico ed economico.

        Come ho già scritto, se ne può anche fare una versione ragionevole ed applicabile, meno spettacolare ma anche meno disastrosa socialmente.

  15. Mauricius Tarvisii scrive:

    L’errore è opporsi al cambiamento e non cavalcarlo.
    Quando avremo la NAC io diventerò imprenditore agricolo sovvenzionato dallo Stato. Mi farò dare della terra gratis che autocertificherò come incontaminata e mi farò mandare dei negri gratis a scavarci buche per interrarci l’Eternit, sempre ad opera dei negri che fanno volontariato gratis.
    Poi sopra l’Eternit i negri ci pianteranno qualche alberello di cui venderò i frutti a bordo strada, senza scontrino perché è brutto. Saranno due cose in croce, tanto senza controlli non devo dimostrare di avere una produzione che giustifichi la media impresa clandestina che tengo in piedi per fare il vero business, ovvero smaltimento di rifiuti.
    Poi la merda tossica che produco la mangiate voi: io a tavola voglio roba a filiera certificata.

    • Francesco scrive:

      😀

      e poi il turbocapitalista sarei io!

      😀

      PS sinceramente, come è possibile che risparmiando su tutta la chimica e le porcherie e usando sementi naturali e gratuite e unendo un minimo le forze questi non riescano ad essere competitivi con l’agricoltura convenzionale senza sovvenzioni?

    • Fuzzy scrive:

      Tarvisii
      Mannaggia, me fai scrivee!
      Ma lo smaltimento dei rifiuti è un reato per conto suo.
      Il nero ti denuncia e tu vai in galera
      E ben ti sta!

      • Fuzzy scrive:

        La gestione fraudolenta dei rifiuti tossici
        e non lo smaltimento dei rifiuti.
        Comunque il nero va dai carabinieri e loro ti vengono a prendere.
        E ti saluto Tarvisii.

        • Francesco scrive:

          Sì però il resto del business fila ed è pur legale … lavoratori pagati dallo Stato, reddito di contadinanza a me e famiglia, pratiche svolte a spese pubbliche, autocertificazione di tutto per non dover fare nulla davvero.

          Mi resta solo da trovare dei compratori.

        • PinoMamet scrive:

          ” Comunque il nero va dai carabinieri e loro ti vengono a prendere.”

          A parte che i braccianti sfruttati dell’agro pontino ecc. già adesso fanno fatica ad andare dai carabinieri e far arrestare lo sfruttatore di turno;

          non potrebbero più farlo se risultasse che non si tratta più di sfruttamento ma di “contratto di formazione gratuita alla Nuova Agricoltura Contadina” o di “libero rapporto di volontariato contadino”.

          La definizione la lascio decidere a voi: la vaghezza e pericolosità insita nelle proposte della NAC vi lascia spazio per esercitare la creatività criminale.

          • Francesco scrive:

            beh, però la sepoltura di amianto non è possibile farla passare per bioagricoltura dinamica, dai!

            non ricordo che Demetra o Ermes chiedessero sacrifici in Eternit

            😉

          • PinoMamet scrive:

            “beh, però la sepoltura di amianto non è possibile farla passare per bioagricoltura dinamica, dai!”

            No, ma è molto più semplice nasconderla in assenza di controlli o con controlli autogestiti…
            (“Sostituire le certificazioni biologiche con autocertificazione comprovate da controlli chimici anche da parte di un servizio di controllo all’interno della comunità sull’ambiente e sui prodotti alimentari che verifichino l’assenza di chimica di sintesi”)

            • Miguel Martinez scrive:

              Per Pino Mamet

              “(“Sostituire le certificazioni biologiche con autocertificazione comprovate da controlli chimici anche da parte di un servizio di controllo all’interno della comunità sull’ambiente e sui prodotti alimentari che verifichino l’assenza di chimica di sintesi”)”

              Fraintendimento.

              1) le costose “certificazioni biologiche” vengono fornite da aziende private e sono già sostanzialmente autocertificazioni: mica ti vengono a vedere il campo, semplicemente devi consegnare un mucchio di documenti complicati.

              2) Qui si chiede che le parassitarie società di certificazione vengano sostituite da autocertificazione sì, ma CON CONTROLLI CHIMICI. Anche (ma non solo) da parte della comunità.

              • Roberto scrive:

                Miguel

                “ mica ti vengono a vedere il campo”

                Se vuoi ti cerco i dettagli ma si, “ti vengono a vedere il campo”. Sempre prima di darti la certificazione, poi ad intervalli regolari (ma credo che le scadenze dipendano dalla società di certificazione), anche a sorpresa e anche con prelievi di campione per esami di laboratorio.
                Oltretutto queste visite non riguardano solo il “campo” ma tutto il processo produttivo, compreso l’impacchettamento (è inutile fare biologico se poi usi scatole di amianto per trasportare i tuoi prodotti alla cooperativa)

              • Andrea Di Vita scrive:

                @ Martinez

                “mica ti vengono a vedere il campo”

                Il cugino di mia madre era ispettore del Ministero dell’Agricoltura in una provincia del Sud.

                Dalla mattina alla sera il suo lavoro era precisamente andare nei campi a controllare che venissero seguite le normative.

                Ciao!

                Andrea Di Vita

              • roberto scrive:

                ADV

                “Il cugino di mia madre”

                però da quel che so i controlli sul biologico non vengono fatti dal ministero ma dall’organismo certificatore.
                Il ministero vigila sugli organismi di certificazione e lì in effetti non vai in giro per i campi

  16. Miguel Martinez scrive:

    Comunque sarebbe interessante guardare la questione contadina, non in termini degli interessi dei contadini, ma della collettività.

    Credo che ci siano alcune cose estremamente importanti:

    1) salvaguardare la ricchezza del suolo, che viene desertificato dall’agricoltura industriale

    2) assicurare cibo sano, il meno trattato possibile

    3) conservare la varietà di produzione anche a livello locale

    4) garantire fonti prossime di cibo

    5) ridurre al massimo l’uso di fertilizzanti e pesticidi sintetici con tutto ciò che implicano in termini di salute

    6) ridurre per quanto possibile i trasporti su lunga distanza: pensate in questi giorni in Lombardia uno degli elementi principali che ha portato alla crisi ambientale è proprio il trasporto

    Tutto questo significa sicurezza, difesa dell’ambiente anche a lungo termine, salute…

    Cose su cui lo Stato investe innumerevoli miliardi.

    Bene, cosa si può fare di concreto per perseguire tutti questi fini insieme?

    • Mauricius Tarvisii scrive:

      Bene, tutto questo sarebbe a rischio se venissero accolte le idee del movimento NAC, in quanto si eliminerebbero i controlli, si disincentiverebbe la produzione agricola di qualità (inutile, visto che ti paga tutto lo Stato, stipendio incluso, e la forza lavoro è gratis e sotto ricatto) e si premierebbero le condotte frudolente.

    • Roberto scrive:

      Miguel e tutti OT

      “ ridurre al massimo”

      Scusate la domanda che non c’entra nulla, ma in italiano direste ridurre al massimo o ridurre al minimo?

      • Miguel Martinez scrive:

        Per roberto

        “Scusate la domanda che non c’entra nulla, ma in italiano direste ridurre al massimo o ridurre al minimo?”

        Carina la domanda.

        A istinto direi entrambi: se penso al’atto di ridurre, lo voglio grande (“non eliminare dieci, voglio eliminare cento!!)

        Se penso a ciò che viene ridotto, scrivo “ridurre al minimo” (“non voglio lasciarne cento, voglio lasciarne appena dieci!”)

      • Ros scrive:

        Roberto:”…in italiano direste ridurre al massimo o ridurre al minimo?…”

        Per quel che mi riguarda dovrebbe dipendere dalla frase precedente e quindi poi da quella che vien subito dopo;

        ovvero dalla musichetta d’eufonìa che ci si forma intorno di Ballata e ritmo:
        A orecchio sinestetico nel periodo nell’intera frase complessa del discorso, voglio dire.

        Metti la Letanía Lauretana: “Cordero de Dios, que quitas el pecado del mundo, perdónanos, Señor”.

        Altro esempio oppure:
        ἀβρακαδάβρα = Avrah KaDabra che aramaicamente significa “Io creerò come parlo”;

        o, ma anche:
        “Antani, come se fosse antani!
        …anche per il direttore con scappellamento a destra in tarapìa tapiòco prematurata!”

        E’ la Magìa del “Magick” di Aleister Crowley e della parola viva,
        ove la Forma è Formula e fondamento e rito!

        Purificazione -consacrazione-invocazione.

        Il Significato (il senso pfui😒) importa giusto il giusto😎.
        Poco!
        Il significato va trascéso. Sempre!

        Poi c’è anche – terra terra per i poveri di spirito –
        la spiegazione sotto🥱:

        https://portale2.unime.it/dico/ufaq/semplificare-al-massimo-o-ridurre-al-minimo/#:~:text=La%20locuzione%20avverbiale%20al%20massimo%20modifica%20senza%20dubbio,il%20verbo%20sia%20il%20sintagma%20nominale%20la%20questione.

        😊

    • PinoMamet scrive:

      ” Comunque sarebbe interessante guardare la questione contadina, non in termini degli interessi dei contadini, ma della collettività.”

      E perché mai?
      Mi sembra l’argomento degli schiavisti della Guerra di Secessione: guardiamo la produzione di cotone non in termini di interessi dei negri, ma di tutta la collettività…

      La collettività è fatta di individui. Tra i quali mi piace contare anche gli agricoltori, pensa un po’.

      E comunque, resta valido quanto dice Mauricius..

      • Miguel Martinez scrive:

        Per PinoMamet

        “” Comunque sarebbe interessante guardare la questione contadina, non in termini degli interessi dei contadini, ma della collettività.”

        E perché mai?”

        Su questo ti do ragione.

        Non è “l’insieme degli individui”, è proprio tutto l’ecosistema. Anche a prescindere dagli umani; o comunque anche includendo gli umani futuri.

    • Francesco scrive:

      sarò sincero: non mi paiono affatto cose importanti, almeno la quasi totalità

      molto sono fole, altre sono generiche, in tutti i casi emerge la tua ostilità alla libertà: mia di scegliere il cibo che voglio, di coltivare come credo meglio, di comprare al prezzo che scelgo io, di vendere dove e a chi voglio io …

      immagino tu non te ne renda conto ma stai disegnando un sistema estremamente oppressivo.

      una domanda seria: le multinazionali agroindustriali perchè sarebbero indifferenti alla “ricchezza del suolo”? è un loro input produttivo, vale un sacco, sono forse degli incapaci?

      eppure più di tutti sanno che la disponibilità di terre è limitata, hanno lo sguardo più ampio e lungo di tutti, per motivi di interesse

      ciao

  17. Fuzzy scrive:

    “Riservare una quota parte del terreno a siepi, alberature, fossi e sistemazioni agrarie, mantenere e accrescere la fertilità del suolo. Tutto ciò non rappresenta solo un valore di bellezza del paesaggio, ma aumenta la qualità e quantità delle produzioni”
    Dunque, se ho capito bene, i nuovi agricoltori chiedono allo Stato
    -di prendersi carico di certe infrastrutture ambientali
    E
    -di accompagnare per 5 anni il passaggio da un’agricoltura tradizionale a quella agroecologica.
    (Tralascio la burocrazia e il resto. Magari poi ci si può tornare, ma per quanto mi riguarda sono aspetti che non conosco. Istintivamente quando vedo una scartoffia mi vien voglia di darle fuoco).

    Per risanare un terreno e acquisire competenza nell’agroecologia occorrono anni.
    Quello che mi sembra da specificare è se dopo 5 anni ci sia qualcuno che va a verificare se l’azienda agroecologica sia ben avviata o non sia diventata una discarica. E se non è avviata cosa succede.
    Insomma, tu Stato mi dai tanto e io in cambio mi impegno a piantare siepi, alberature, gestire i fossi, rigenerare il suolo.
    Ma è così difficile?
    Piuttosto mi chiedo se valga la pena per il contadino. Insomma, avrei qualche dubbio sul guadagno, nonostante le garanzie richieste.
    E lo Stato poi, sarebbe disposto a finanziare l’agroecologia? Mmmm.

    • Fuzzy scrive:

      Diciamo che lo Stato potrebbe finanziare inizialmente un certo numero di progetti e verificare come procedono, poi sulla base dei risultati, eventualmente allargare o restringere i finanziamenti.
      Si. Così mi piace. Non vedo perché non si dovrebbe provare a fare.
      Fermo restando che certe cose nascono soprattutto dal basso.
      https://www.ilgiornaledelcibo.it/via-campesina/
      Circa. Forse. Mi pare.

      • Miguel Martinez scrive:

        Per Fuzzy

        “Diciamo che lo Stato potrebbe finanziare inizialmente un certo numero di progetti e verificare come procedono, poi sulla base dei risultati, eventualmente allargare o restringere i finanziamenti.”

        Se mi scrivi in privato, ti metto volentieri in contatto con gli organizzatori dell’iniziativa.

      • Miguel Martinez scrive:

        Per Fuzzy

        “Diciamo che lo Stato potrebbe finanziare inizialmente un certo numero di progetti e verificare come procedono, poi sulla base dei risultati, eventualmente allargare o restringere i finanziamenti.”

        Ma infatti.

        Il problema non sono i “soldi dello Stato”.

        Il problema è come vengono spesi i soldi dello Stato.

        Lo Stato mantiene per un sacco di ore al giorno milioni di minorenni, tra nido, scuola dell’infanzia, scuola elementare e scuola media inferiore e superiore, versandoci trilionardi a fondo perduto.

        Quindi non è sbagliato che lo Stato versi fondi su chi ci dà da mangiare.

        Il problema sorge quando i fondi finiscono per arricchire le aziende dei trattori, dei fitofarmaci, dei pesticidi; o per produrre (come ho ricordato varie volte) vino da esportare in Cina invece di grano per chi nel Chianti ci vive.

        • PinoMamet scrive:

          Mi permetto di dissentire un po’:

          che c’è di male nelle aziende dei trattori?
          E a dire il vero, nelle giuste quantità e nel giusto prezzo, non trovo neppure scandaloso che i cinesi vogliano bersi un bicchiere di Chianti…

        • Roberto scrive:

          Miguel

          “non è sbagliato”

          È una scelta politica, la dicotomia giusto/sbagliato è inadeguata

          Puoi ovviamente pensare che sia giusto se hai in mente un certo modello di società, esattamente come puoi pensare che è sbagliato se hai in mente un’altro modello di società

          Penso però che sia importante capire cosa c’è dietro le parole (stato = tasse per Miguel) e come funzionano le cose (l’IVA la paga il cliente che compra la mela, non il produttore di mele).

  18. Miguel Martinez scrive:

    In questa discussione, un punto che è sfuggito…

    Lo Stato italiano riconosce l’attività economica/commerciale come unica macrocategoria, mi sembra di capire.

    Dove le “imprese”, qualunque cosa facciano, devono avere una partita IVA, essere iscritti alla Camera di Commercio eccetera.

    Senza alcun riguardo alla fondamentale distinzione che faceva Marx (il ciclo Bene-Denaro-Bene 1 contro il ciclo Denaro-Bene-Denaro 1).

    So benissimo che nella realtà le sfumature possono essere tantissime (io ad esempio ho investito nel mio lavoro pochissimo denaro – diciamo un computer – ma tanto tempo; ne ricavo un bene che vendo subito – il testo tradotto – al solo scopo di ottenere denaro…).

    Ma Bertoldo che pianta le rape e le vende in Piazza Tasso appartiene in tutta evidenza alla prima categoria; la Agrinvest che sbucalta il Chianti per ricavarne vino da vendere in Cina alla seconda.

    • Miguel Martinez scrive:

      “Lo Stato italiano riconosce l’attività economica/commerciale come unica macrocategoria, mi sembra di capire.”

      Ora, la domanda è: esiste la possibilità di riconoscere due categorie con regole totalmente diverse?

      Il motivo per cui lo chiedo è perché ho visto scardinare davanti ai miei occhi la manichea divisione “pubblico e privato”, quando un giurista a Trento ha scoperto il quarto comma dell’articolo 118 della Costituzione, che finora era rimasto lì a sonnecchiare.

      E domani siamo stati chiamati dall’assessore per suggerire noi a lui come applicare concretamente l’articolo 118.

    • Roberto scrive:

      Miguel

      “Lo Stato italiano riconosce l’attività economica/commerciale come unica macrocategoria, mi sembra di capire.”

      Gia il codice civile distingue l’imprenditore e l’imprenditore agricolo, quindi la premessa non è del tutto corretta: certo in tutti e due i casi si parla di “impresa”, ma le regole non coincidono

      Poi ha una quantità di regole diverse a seconda della forma dell’impresa, o delle dimensioni….

    • Francesco scrive:

      >>> Lo Stato italiano riconosce l’attività economica/commerciale come unica macrocategoria, mi sembra di capire.

      Beh, in sostanza è la cosa più corretta da fare, anche se pure in Costituzione già distinguono le cooperative dalle imprese.

      Temo che il 99,99% dei risultati sia far impegnare molti su come mascherare delle imprese da cooperative. O a far votare dai politici regole ad hoc perchè le loro imprese passino per cooperative.

      Ma già sai che contesto la distinzione marxiana come priva di significato.

      Ciao

  19. Miguel Martinez scrive:

    “E domani siamo stati chiamati dall’assessore per suggerire noi a lui come applicare concretamente l’articolo 118.”

    Ora, io di leggi sulle imprese/commercio/aziende non so assolutamente nulla.

    Ma so qualcosa dell’articolo 118, sussidiarietà orizzontale, ecc.

    A partire dal fatto che quasi nessuno si era accorto del potenziale della riforma;

    chi se ne è accorto ci ha dovuto lavorare per anni;

    quando abbiamo iniziato a muoverci noi, tutti i funzionari del Comune erano convinti che esistevano solo il Pubblico (cioè loro) e il Privato (cioè il contadino Bertoldo, il consiglio di amministrazione della Esselunga, il truffatore immobiliarista e noi, tutti uguali).

    E ce lo dicevano, con rigorosa certezza. Loro, e il simpatico politico che diceva, “ci avete votati, adesso per cinque anni decidiamo noi”.

  20. PinoMamet scrive:

    A proposito di vino.

    L’altra sera vedo (forse in replica, ma non credo perché poi ne è seguita polemica sui giornali) una puntata di Report sullo scandalo del vino della grande distribuzione.

    Che sarebbe questo: visto che nei supermercati vogliono un prodotto standard e replicabile (non è che oggi compro un Merlot e ha un sapore, e domani compro la stessa bottiglia con la stessa etichetta e ha sapore e gradazione alcolica diversa);

    e visto che in natura questo non si da, perché la stessa vite produce uve diverse secondo l’annata, come sanno tutti;

    allora i grandi marchi, o alcuni di essi, metterebbero vini simili in enormi botti, e poi li miscelerebbero di volta in volta per ottenere il vino richiesto dalla tal etichetta, quindi aumentando o diminuendo gradazione alcolica, zuccheri ecc. ecc.

    E questo a me sembra una pratica pienamente logica ed accettabile commercialmente, purché i vini non vengano spacciata per DOC, IGP o altro, ma semplicemente messi in commercio con nomi “commerciali”;

    Inoltre pare che siano in commercio (lecito) dei lieviti che darebbero al mosto caratteristiche prevedibili e sicure, per ottenere quasi sicuramente, con le giuste uve, un prodotto col giusto “sapore”.
    Mi scuso se uso i termini alla buona.

    E anche qui non ci vedo niente di male, col caveat di cui sopra.

    Insomma, anch’io che non ne so niente, guardando il servizio di Report ho l’impressione di uno scandalo costruito sul nulla o quasi.
    E infatti controllo la stampa e vedo che molti enologi ed esperti del settore la pensano come me.

    Ma il tema sottostante a tutto il servizio non era tanto lo spacciare un vino “commerciale” per DOC, che è una semplice frode;

    quanto la demonizzazione della grande produzione e distribuzione, paragonata ai piccoli produttori che sarebbero sempre virtuosi, onesti, e il modello da seguire…

  21. Moi scrive:

    @ PINO

    L’ avevo già chiesto da un’altra parte, ma mi sa ch’è andato disperso :

    che n’è stato del film biopic su Golda Meir con Helen Mirren ?

    … è stato rinviato sine die causa momento storico sfavorevole o che ?

  22. Fuzzy scrive:

    Dunque, il trattore.
    Fa il lavoro di non so quanti schiavi.
    Per questo non ci sono più gli schiavi.
    Ma far lavorare un trattore comporta un costo in gasolio. E i contadini tedeschi (e non solo) si lamentano perché questi costi sono diventati troppo alti.
    Metti che il contadino con trattore arriva a un punto che non ce la fa più.
    Vende il terreno alla multinazionale.
    La multinazionale userà ancora più trattori, droni, satelliti, impianti chimici sensori, computer, OGM 1 e 2 ecc, ma riuscirà a risolvere il problema del gasolio?
    Magari avrà bisogno di dedicare una parte dei terreni alla produzione di Biodiesel.
    Non so quanto sia la resa energetica del Biodiesel. Mi pare di ricordare che sia ridicola.
    https://www.tesionline.it/tesi/brano/la-resa-energetica-dei-biocombustibili/24860
    E quindi che fare?
    La trazione animale? No, perché l’animale mangia, e poi a un certo punto a forza di tirare
    ti manda a quel paese. Tu non capisci cosa vuol dire quel Muuu, ma lui lo sa benissimo.

    Per cui non ti resta che prendere atto dell’invenzione del millennio
    il Pedal Powered Winch (La Bicicletta Energetica)

    https://solar.lowtechmagazine.com/2011/05/pedal-powered-farms-and-factories-the-forgotten-future-of-the-stationary-bicycle/

    Questo metodo agricolo si basa sull’aratura con cavo a vapore, che è stato l’unico metodo agricolo meccanizzato per quasi cento anni. La coltivazione a fune comporta un notevole risparmio energetico, perché la forza motrice – sia essa umana, animale o meccanica – non deve sprecare energia nello spostarsi sul terreno. Ulteriori vantaggi sono l’evitamento della compattazione del terreno, un notevole inconveniente dell’utilizzo di un trattore, e la possibilità di lavorare su terreni impregnati d’acqua e pendii ripidi.

    In un campo lasciato incolto per un anno, la Bicicletta Energetica ha trainato un aratro attraverso il terreno coperto di erba ed erbacce, sostituendo con successo il lavoro di un cavallo o di un trattore da fattoria. Una persona pedalava sull’argano che trascinava l’aratro nel terreno mentre un’altra lo guidava. I due persone hanno impiegato circa un’ora per arare 1.500 piedi quadrati. L’unica difficoltà era che l’argano aveva la tendenza a rompere o piegare i normali utensili manuali. A causa di questo problema, e poiché la Bicicletta Energetica era così promettente come strumento da giardino e da fattoria, il gruppo di ricerca ha costruito un argano specializzato a pedali e strumenti speciali da utilizzare con esso. Questa unità più compatta – sostanzialmente due pedali separati da una bobina montata su cuscinetti, integrata in un telaio che supporta anche il sedile – era in grado di trainare oltre 453 kg (1000 libbre) con uno sforzo di pedalata medio, amplificando la potenza umana di quasi dieci volte. Insieme ad un telaio appositamente progettato che poteva contenere diversi accessori, è stato utilizzato con successo per tirare, spazzare la neve, rimuovere piccoli ceppi e tirare seminatrici, erpici e rastrelli da fieno. Le marce basse venivano utilizzate per lavori che richiedevano una trazione lenta e potente, come l’aratura di terreni pesanti. La seconda o la marcia alta venivano utilizzate per lavori più facili come l’erpicatura o la coltivazione. Per poter essere spostato lateralmente in modo da poter coltivare agevolmente un filare dopo l’altro, è possibile montare su pattini un verricello a pedali. Il peso dell’operatore garantisce un ancoraggio sufficiente durante l’uso.

    Kelebekiano! Questo è il Progresso con la Pi maiuscola.
    Basta con lo sterile conformismo del trattore!
    Anche per te è giunto il momento di pedalare!
    Migliora la tua salute e l’ossigenazione dei polmoni!
    Ma non in Val Padana però. Che posto dimmerda.

    • Mauricius Tarvisii scrive:

      Dunque, il trattore.
      Fa il lavoro di non so quanti schiavi.
      Per questo non ci sono più gli schiavi.

      La schiavitù è sparita qualche secolo prima dell’invenzione del motore a scoppio.

      • Fuzzy scrive:

        Tarvisii
        Rilassati. Fai un giro in bicicletta. Respira. Lascia respirare.
        La schiavitù esiste ancora. Ne abbiamo già parlato. Esiste in una misura molto maggiore che in passato. Ma esisterebbe ancora di più se nell’agricoltura intensiva non si usassero i trattori.
        Tuttavia non hai colto il punto riguardo alla non reale necessità del mega-trattore nell’agricoltura su piccola scala.
        Cogli il punto, Tarvisii.

        • Mauricius Tarvisii scrive:

          Mi dici quanti schiavi impiegati in agricoltura c’erano nella Francia del Trecento?

          • Fuzzy scrive:

            Tarvisii
            Nel 300′ in Europa c’era la Peste Nera.
            Che minchia di domande mi fai?
            Ma hai capito che io parlavo di un verricello a pedali con attaccato un cavo che tira un leggerissimo aratro lungo un piccolissimo campo la cui forza di trazione è paragonabile a quella di un animale da tiro?
            Tu non vuoi pedalare! Sei pigro!
            Almeno guida l’aratro!
            Tarvisii
            Come schiavo saresti stato inutile!

            • Mauricius Tarvisii scrive:

              Ma a nessuno è mai piaciuto essere uno schiavo. E infatti:
              1) grandi masse di schiavi sono disponibili solo con grandi campagne di conquista. Appena queste sono finte, già nell’Impero Romano l’istituto ha iniziato a ridursi di importante e il contadino è diventato un cittadino libero, solo che con limitazioni importanti della libertà “economica” (il colonato)
              2) i piccoli quantitativi di schiavi ottenibili con mezzi alternativi (razzie e vendita dei figli da parte delle famiglie) sono insufficienti per costruirci sopra un’economia servile di tipo classico. E, in ogni caso, a partire dall’epoca carolingia la Chiesa latina decise che era sbagliato ridurre in schiavitù i cristiani e ha passato i secoli successivi a imporre il divieto di queste pratiche. Quindi la causa qui è culturale, non tecnologica.
              3) nell’Europa occidentale (attribuendole l’estensione più vasta possibile) del Basso Medioevo la schiavitù era ridotta a quello che arrivava per mare nelle città italiane, a quello che si razziava nella Spagna della Reconquista e ai conflitti di confine nell’area baltica (Svezia in direzione della Finlandia, Prussia e Livonia in direzione di Lituania e Samogizia…).
              4) Anche la servitù della gleba (che non è schiavitù: è un’istituzione simile al colonato, dove il contadino non è di proprietà del proprietario del fondo, ma solo legato al fondo) in Occidente entrò in crisi semplicemente per il rafforzamento della posizione economica, sociale e politica dei contadini che progressivamente si liberarono dei vecchi vincoli. Prima della nascita di Benz, per capirci
              5) Anche dopo l’apertura delle rotte atlantiche, il flusso di schiavi africani verso l’Europa è stato limitato e la tratta portava principalmente manodopera servile nelle Americhe.
              6) Abbastanza presto in Spagna furono introdotte leggi che vietavano di ridurre in schiavitù gli amerindi. E anche qui il motivo fu di sensibilità culturale, più che di progresso tecnologico.
              7) Alla fine fu vietata anche la tratta degli schiavi transatlantica, anche questa volta per motivi culturali. Ben prima della nascita di Benz.

              Capisco che gli Etruschi avevano gli schiavi, ma la schiavitù non è ineluttabile in un’economia preindustriale.

              • Francesco scrive:

                secondo me, lavorando di fantasia con la definizione di schiavitù …

                😀

                ciao

              • Miguel Martinez scrive:

                Per MT

                “Ma a nessuno è mai piaciuto essere uno schiavo. E infatti:”

                Manca nel tuo elenco il mondo islamico, dove (ma sono ricordi di studi di molti anni fa) mi sembra che la schiavitù fosse “personale” e non “industriale”.

                Cioè concubine/concubini obbligati, servi e servette, domestici, eunuchi, segretari, magari a volte anche le uniche persone di cui un potente si fidasse.

                Ma non trattori.

              • Francesco scrive:

                Staresti dicendo che i contadini nelle società islamiche erano tutto uomini liberi? perchè ricordo la considerazione che gli egiziani per bene mostravano per i loro contadini ancora nel XX secolo, descritta da un certo Miguel Martinez e siamo al livello degli “utensili parlanti”

                😉

                Ciao

              • Miguel Martinez scrive:

                Per Francesco

                “Staresti dicendo che i contadini nelle società islamiche erano tutto uomini liberi?”

                Qui si stava parlando di “schiavitù”. Altra cosa è che un padrone di terre tira fuori il massimo dai contadini. Un po’ come nel rinascimento da noi, in Toscana c’erano gli schiavi (musulmani) usati come concubine, domestici, a volte come rematori, ma non mi risulta che li usassero come contadini.

              • Mauricius Tarvisii scrive:

                “Cioè concubine/concubini obbligati, servi e servette, domestici, eunuchi, segretari, magari a volte anche le uniche persone di cui un potente si fidasse”

                E soldati. Il solidissimo legame commerciale tra l’Egitto e i genovesi (motivo per cui gli Embriaco mentennero la signoria di Gibelletto anche dopo la caduta del Levante…) era il traffico degli schiavi del Caucaso, che costituivano l’esercito egiziano…

                Però qualcuno potrebbe rispondere che, in un modo o nell’altro, quella fosse una società dipendente dalla schiavitù. O che le rese agricole da quelle parti fossero spaventosamente più elevate di quelle europee, per cui non serviva il “trattore umano”.

          • PinoMamet scrive:

            Potresti invece rispondere alla domanda di Mauricius?

            • Fuzzy scrive:

              Era una domanda tranello, penso.
              Quindi non collaborativa e puntava su un aspetto marginale del mio commento a cui ho già risposto
              Ma se proprio devi essere interrogato ulteriormente, direi che in Francia nel XIV secolo la guerra dei Cento Anni e la peste avevano decimato la popolazione.
              La mano d’opera mancava e i contadini potevano scegliere di lavorare per chi li trattava meglio
              Poi ci sono le Jaquerie dal nome Jaques che i nobili davano ai lavoratori della terra
              Non furono i contadini più poveri a organizzare questa rivolta, ma i più ricchi che avevano paura di perdere i propri privilegi.
              Tutto copiato naturalmente.
              Nel mio libro illustrato non figurano schiavi.
              Adesso vediamo dove stava il tranello

            • PinoMamet scrive:

              Era una domanda legittima: tu hai parlato di schiavitù come indispensabile in mancanza di trattori, Mauricius ti fa presente che che la schiavitù non è esistita per lunghi secoli, durante i quali i trattori non esistevano.

              I tranelli te li tendi da solo parlando di argomenti sui quali sai poco (tipo gli Etruschi).

              • Fuzzy scrive:

                La schiavitù non è esistita per lunghi secoli perché allora l’agricoltura era praticata su piccola scala. Ed era locale. Tanti contadini più o meno autosufficienti per piccoli appezzamenti di terreno.
                Io veramente avevo scritto
                “Fa il lavoro di non so quanti schiavi.
                Per questo non ci sono più gli schiavi”
                Ma mi sono subito corretto da solo, perché gli schiavi esistono ancora. Eccome se esistono.
                Ma tu veramente credi che se venissero a mancare i trattori, in mancanza di un’agricoltura appunto locale e su piccola scala
                da qualche parte del mondo non ritornerebbe lo schiavismo?
                Figuriamoci, c’è già adesso.
                Mamet. A fronte dei non pochi insulti che ho ricevuto da te, ti rispondo facendoti notare il tuo peggior difetto. Il conformismo.
                Il non voler muovere una foglia perché tutto va bene così.
                Invece non va bene un cazzo.
                Tarvisii. E che tte devo di’?
                Io volevo solo parlare della bicicletta energetica.
                Mi trovo sempre a discutere di schiavismo. Boh. Ma tu per caso, sei uno schiavo?

              • PinoMamet scrive:

                Tu hai ricevuto non pochi insulti da me perché te li sei sempre andati accuratamente a cercare provocando.

                Non amo le provocazioni.

                A parte questo, credo sia un pessimo metodo voler vedere qualcosa di più o di altro rispetto a quello che si legge.

                Mauricius ti ha fatto una domanda in merito al numero degli schiavi francesi del Trecento: avrei trovato interessante la risposta.

                Tu invece sei interessato a parlare di aratri a pedali e presunte forme di schiavismo nel mondo moderno, che sono argomenti che non ho toccato perché non me ne frega niente, non per porre tranelli a te.

              • PinoMamet scrive:

                Sul fatto che io non voglia “muovere una foglia”, è una tua illazione priva di qualunque fondamento e in contrasto con le cose che ho scritto.

                Credo che alcune riforme possano e debbano essere fatte;
                dell’agricoltura non so niente e non saprei da dove cominciare, ma credo sia chiaro a chiunque abbia anche una minima infarinatura di diritto

                (io ho solo fatto un anno di Giurisprudenza prima di cambiare facoltà, ma qui dentro abbiamo persone che se ne intendono, e molto)

                che le idee della NAC sono un esempio da evitare accuratamente.

                Ciò nonostante, ripeto per l’ennesima volta, c’è qualcosa che si presterebbe a essere riscritto in forma attuabile e ragionevole.

              • Fuzzy scrive:

                Mamet
                La bicicletta energetica sarà pure una roba poco conforme alla tua idea di un mondo avvocato-centrico.
                (Mio figlio è avvocato. Ho imparato a tollerare la categoria)
                Ma nel contesto di quell’articolo che vedi lassù, ci sta che è un piacere.
                Anzi, aspettavo da tempo l’occasione per riproporla al grande pubblico, avendola già proposta tempo fa con scarso successo.
                Fai male a non interessarti dello schiavismo. Guarda Tarvisii, non pensa ad altro. Lui si. Ma lo vede solo nei libri di storia

              • PinoMamet scrive:

                Tu non hai modo di conoscere molto della mia idea di mondo, e me non importa nulla della tua.
                Saluti.

    • Francesco scrive:

      >>> La multinazionale userà ancora più trattori,

      questo lo posso contestare io: la MN sarà in grado di ottimizzare l’uso dei trattori grazie ai suoi ampi possedimenti fondiari e agli addetti alle procedure

      quindi, ceteris paribus, ne userà meno di trattori. se i contadini erano molto bravi, lo stesso numero.

      ciao

  23. Ros scrive:

    Piccolo ot celebrativo.

    Oggi – se non erro – credo sia il genetliaco di uno storico commentatore.

    Data significativa peraltro, poiché sembra abbia passato la seconda metà dei secondi anta.

    Auguri😀

  24. Peucezio scrive:

    Moi,
    https://www.corriere.it/tecnologia/24_febbraio_22/google-sospende-la-generazione-di-immagini-di-gemini-la-sua-ai-dopo-il-caso-dei-nazisti-neri-821e9d13-7ae7-4bec-9dbb-5b55e42dbxlk.shtml

    Intelligenza artificiale politicamente corretta. Il bello è che questi manco apprezzano, la vogliono pure “riparare”!

  25. mirkhond scrive:

    Peucezio

    Ma è vero che in alcuni dialetti marchigiani centrali vi sono (o meglio vi erano) termini “napoletaneggianti” come nelle Marche meridionali?

    https://it.wikipedia.org/wiki/Arcevia#Lingue_e_dialetti

    • Moi scrive:

      Perché no … visto che c’è un idioma Veneteggiante in Brasile

      https://it.wikipedia.org/wiki/Dialetto_talian

    • Peucezio scrive:

      Non ne ho proprio idea. Il lessico è più idiosincratico e imprevedibile della grammatica e viene studiato poco sul piano della distribuzione diatopica, per cui è difficile individuare tendenze areali, come si fa comunemente per la fonetica e altri aspetti.

      • Ros scrive:

        Peucezio: “Non ne ho proprio idea. Il lessico è più idiosincratico e imprevedibile della grammatica e viene studiato poco sul piano della distribuzione diatopica, per cui è difficile individuare tendenze areali, come si fa comunemente per la fonetica e altri aspetti.”

        Sublime!!!😀
        Ma allora sai esplicarti da professorone in gergo esoterico-cattedrale😉

        altro che ruspante a mo’ di bettola ai navigli oscuri avvinazzati in fascii.

        Sembra proprio come fosse un gran bel pezzo di critichese di Achille Bonito Oliva sulla Transavanguardia al meglio dei bei tempi antichi andati; a meretrici iti:

        (Leggere con attenzione e riguardo, e vi svelerà ogni perché e percome dell’arte contemporanea; oltre a farvi accedere in una trance mistica direttamente nell’altrove del regno degli efi e fate e di Oz attraverso lo specchio delle meraviglie a Xibalba)

        https://en.wikipedia.org/wiki/Xibalba

        “L’arte finalmente ritorna ai suoi motivi interni, alle ragioni costitutive del suo operare, al suo luogo per eccellenza che è il labirinto, inteso come “lavoro dentro”, come escavo continuo dentro la sostanza della pittura. L’idea dell’arte degli anni Sessanta è quella di ritrovare dentro di sé il piacere e il pericolo di tenere le mani in pasta, rigorosamente, nella materia dell’immaginario, fatta di derive e di sgomitate, di approssimazioni e mai di approdi definitivi.
        L’opera diventa una mappa del nomadismo, dello spostamento progressivo praticato fuori da ogni direzione precostituita da parte di artisti che sono dei ciechi-vedenti, che ruotano la coda intorno al piacere di un’arte che non si reprime davanti a niente, nemmeno davanti alla Storia.
        Negli anni Sessanta l’arte aveva una connotazione moralistica, anche quella d’avanguardia: la formula dell’Arte Povera perseguiva nel suo disegno critico una linea di lavoro repressiva e masochistica fortunatamente contraddetta dalle opere di alcuni artisti. Successivamente la pratica creativa ha fatto saltare la censura formale attinente alla produzione artistica a favore di una pratica dell’opulenza, come riparazione a una perdita iniziale, via ascensionale che non significa ascetismo o rinuncia, ma crescita e sviluppo della capacità di diventare possidenti, al limite di un possesso messo continuamente in discussione dal naturale movimento dell’opera e dell’artista, che è di spossessamento e superamento. L’opulenza consiste nella capacità di investire nella perdita iniziale, nella condizione notturna del quotidiano, il rischio della pratica solare dell’arte. Finalmente la pratica pittorica viene assunta come un movimento affermativo, come un gesto non più di difesa ma di penetrazione attiva, diurna e fluidificante. L’assunto iniziale è quello di un’arte come produzione di catastrofe, di una discontinuità che rompe gli equilibri tettonici del linguaggio a favore di una precipitazione nella materia dell’immaginario non come ritorno nostalgico, come riflusso, ma come flusso che trascina dentro di sé la sedimentazione di molte cose, che scavalcano il semplice ritorno al privato e al simbolico.
        L’avanguardia, per definizione, ha sempre operato dentro gli schemi culturali di una tradizione idealistica tendente a configurare lo sviluppo dell’arte come una linea continua, progressiva e rettilinea. L’ideologia sottostante a tale mentalità è quella del darwinismo linguistico, di un’idea evoluzionistica dell’arte, che afferma una tradizione dello sviluppo linguistico dagli antenati dell’avanguardia storica fino agli esiti ultimi della ricerca artistica. L’idealismo di tale posizione risiede nella considerazione dell’arte e del suo sviluppo al di fuori dei colpi e dei contraccolpi della
        Storia, come se la produzione artistica vivesse avulsa dalla produzione più generale della Storia.
        Fino agli anni Settanta l’arte d’avanguardia ha conservato tale mentalità, operando sempre dentro l’assunto filosofico del darwinismo linguistico, di un evoluzionismo
        culturale rispettoso di ogni genealogia con una puntigliosità puristica e puritana. Questo ha comportato una produzione artistica e critica attenta a porsi nel solco geometrico e chiuso della continuità. In definitiva la neo-avanguardia ha inteso salvare la coscienza felice dell’artista tutta basata sulla coerenza interna del lavoro, realizzata dentro l’ambito sperimentale del linguaggio, contro l’incoerenza negativa del mondo.
        Tale assunto comporta una coazione al nuovo che ha contraddistinto la produzione artistica degli anni Sessanta, intesa come attività circoscritta al linguaggio che promuove il bisogno di sperimentare nuove tecniche e nuove metodologie nei confronti di una realtà dinamica e di per sé sperimentale quanto a capacità produttiva e sviluppo di tendenze del pensiero.
        Gli artisti degli anni Sessanta cominciano a operare nel momento in cui cessa la coazione al nuovo, nel momento di rallentamento produttivo dei sistemi economici, quando il mondo è attanagliato da una serie di crisi che mettono a nudo la vertigine produttiva di tutti i sistemi ideologici. Finalmente si è parlato e si parla di crisi dell’arte. Ma se per crisi intendiamo, secondo l’etimo, “punto di rottura” e “verifica”,
        allora possiamo adoperare tale parola come angolazione permanente per verificare il vero tessuto dell’arte. Due sono i livelli a cui rimanda la definizione della crisi
        dell’arte: la morte dell’arte e la crisi dell’evoluzione dell’arte.
        Hegelianamente, per morte dell’arte s’intende il superamento delle categorie del fare artistico da parte della filosofia quale scienza del pensiero che comprende e assorbe l’intuizione artistica. Più modernamente, la morte dell’arte rimanda alla constatazione che tale esperienza non riesce più a intaccare i livelli della realtà.
        E se da una parte viene sottolineata l’impotenza della sovrastruttura (l’arte) rispetto alla struttura (l’economia, la politica), dall’altra si afferma la caduta della produzione artistica da qualità (valore) a quantità (merce).

        Mimmo Paladino “Tropico” (1979). Courtesy Paul Maenz, Colonia.

        Oggi per crisi dell’arte in senso stretto s’intende invece la crisi nell’evoluzione dei linguaggi artistici. La crisi appunto della mentalità darwinistica ed evoluzionistica dell’avanguardia. Tale momento critico viene ribaltato dalla generazione artistica degli
        anni Settanta in termini di nuova operatività.
        Essa ha smascherato la valenza progressista dell’arte, dimostrando come di fronte all’immodificabilità del mondo l’arte non è progressista bensì progressiva rispetto alla coscienza della propria e circoscritta evoluzione interna.
        Ora lo scandalo, paradossalmente, consiste nella mancanza di novità, nella capacità dell’arte di assumere un respiro biologico, fatto di accelerazioni e rallentamenti.
        La novità nasce sempre da una richiesta del mercato che ha bisogno della stessa merce, ma trasformata nella forma.
        In questo senso negli anni Sessanta sono state bruciate
        molte poetiche e i sottostanti raggruppamenti.
        Perché i raggruppamenti, attraverso le poetiche, permettono di costituire quella nozione di gusto che, proprio per la quantità
        degli artisti operanti nella stessa direzione, consente il consumo sociale ed economico dell’arte.
        Finalmente le poetiche si sono diradate, ogni artista opera attraverso una ricerca individuale che frantuma il gusto sociale e persegue le finalità del proprio lavoro.
        Il valore dell’individualità, dell’operare singolarmente, si contrappone a un sistema sociale e culturale attraversato da sovrastanti sistemi totalitari, l’ideologia politica, la psicanalisi e le scienze, che risolvono all’interno della propria ottica, del proprio progetto, le antinomie e gli scarti prodotti dalla realtà nel suo farsi. Una cultura delle previsioni stringe la vita dentro un campo di concentrazione che ne assottiglia l’espandersi e tende a ridurre il desiderio e la produzione materiale al di fuori delle vie tortuose e imprevedibili entro cui si forma. Il sistema religioso delle ideologie, dell’ipotesi psicanalitica, scientifica, tende a rendere funzionale al sistema tutto ciò che è diverso, riciclando e convertendo nei termini del funzionale e del produttivo tutto ciò che invece nasce dalla pratica della realtà.
        Ciò che non è riducibile in tali termini è proprio l’arte, che non può confondersi con la vita: anzi, l’arte serve a spingere l’esistenza verso condizioni di impossibilità.
        L’impossibilità, in questo caso, è la possibilità di tenere la creatività artistica ancorata al progetto della propria produzione.
        L’artista degli anni Settanta opera sulla soglia di
        un linguaggio irriducibile rispetto alla realtà, sotto la spinta di un desiderio che non muta mai, nel senso che non si tramuta mai se non nella propria apparenza; in questo senso, l’arte è produzione biologica, attività applicata di un desiderio che si lascia omologare soltanto nella propria immagine, ma non nella propria motivazione.
        L’arte non accetta transizioni, coniugata dentro il bisogno dell’artista di rendere assoluto il dato relativo della produzione corrente e di creare discontinuità di movimento, laddove esiste l’austera immobilità del concetto produttivo.
        Ora l’arte non è commento inserito dall’artista dentro il luogo del linguaggio, che non è mai doppio e speculare rispetto alla realtà, in questo senso la produzione dell’arte da parte della generazione degli anni Settanta si muove lungo sentieri che richiedono altra disciplina e altra concentrazione. Qui la concentrazione diventa deconcentrazione, bisogno di catastrofe, rottura del bisogno sociale.
        L’esperienza artistica è un’esperienza laicamente necessaria che ribadisce l’ineliminabilità della rottura, l’insanabilità di ogni
        conflitto e di ogni conciliazione con le cose.
        Questo tipo di arte nasce dalla consapevolezza della irriducibilità del frammento, dell’impossibilità di riportare unità ed equilibrio. L’opera diventa indispensabile, in quanto ristabilisce
        concretamente rotture e squilibri nel sistema religioso delle ideologie politiche, psicanalitiche e scientifiche che ottimisticamente tendono invece a riconvertire il
        frammento in termini di totalità metafisica.
        Solo l’arte può essere metafisica, in quanto riesce a spostare il proprio fine dal fuori al dentro, attraverso la possibilità di fondare il frammento dell’opera come una totalità
        che non rimanda ad altro valore esterno al proprio apparire.
        Sostanzialmente l’arte trova dentro di sé la forza di stabilire il deposito da cui attingere l’energia necessaria per costruire le immagini, e le immagini stesse, intese come estensioni dell’immaginario individuale che assurge a valore oggettivo ed accertabile tramite l’intensità dell’opera. Perché senza intensità non si ha arte. L’intensità è la qualità dell’opera di darsi, nell’accezione lacaniana, come domasguardi, come
        capacità di fascinazione e di cattura dello spettatore dentro il campo intenso dell’opera, dentro lo spazio circolare e autosufficiente dell’arte, che funziona secondo leggi interne
        regolate dalla grazia demiurgica dell’artista, da una metafisica interna che esclude ogni rimando e ogni motivazione esterna.

        Sandro Chia “Intermezzo” (1979).

        Regola e motivazione dell’arte è l’opera stessa, che impone la sostanza del proprio apparire, fatta di materia e di forma, di pensiero direttamente incarnato nel luogo della pittura e del segno, non pronunciabile se non attraverso le grammatiche della visione.
        In tal modo l’arte degli anni Settanta si presenta positivamente frantumata, disseminata in molte opere, ciascuna portante dentro di sé l’intensa presenza della propria esistenza
        regolata da un impulso circoscritto alla singolarità dell’opera creata.
        Così si delinea il concetto di catastrofe, intesa come produzione di discontinuità in un tessuto culturale
        retto negli anni Sessanta dal principio dell’omologazione linguistica. L’utopia internazionalistica dell’arte ha contraddistinto la ricerca dell’Arte Povera, tutta tesa a
        sfondare i confini nazionali, perdendo e alienando in tal modo le radici culturali e antropologiche più profonde.
        All’apparente nomadismo dell’Arte Povera e delle esperienze degli anni Sessanta, basato sul riconoscimento di affinità metodologiche e tecniche, gli artisti degli anni
        Settanta oppongono un nomadismo diverso e diversificante, giocato sullo spostamento progressivo della sensibilità e dello scarto tra un’opera e un’altra.
        Gli improvvisi smottamenti dell’immaginario individuale presiedono la creatività artistica precedentemente mortificata dal carattere dell’impersonalità, sincronica anche
        al clima politico degli anni Sessanta che predicavano la spersonalizzazione in nome di un primato del politico. Ora invece l’arte tende a rimpossessarsi della soggettività
        dell’artista, di esprimerla attraverso le modalità interne del linguaggio.
        Il personale acquista una valenza antropologica, in quanto partecipa a riportare l’individuo, in questo caso l’artista, nello stato di una ripresa di un sentimento che è quello del sé.
        L’opera diventa il microcosmo che accoglie e fonda la capacità opulenta dell’arte di permettere il rimpossessamento, di tornare a essere possidenti di una soggettività fluida fino al punto di entrare anche nelle pieghe del privato, che in ogni caso fonda sulla propria pulsione e non su altro il valore e la motivazione del proprio operare.
        L’ideologismo del poverismo e la tautologia dell’arte concettuale trovano un superamento in un nuovo atteggiamento che non predica alcun primato se non quello dell’arte e della flagranza dell’opera che ritrova il piacere della propria esibizione, del
        proprio spessore, della materia della pittura finalmente non più mortificata da incombenze ideologiche e da arrovellamenti puramente intellettuali.
        L’arte riscopre la sorpresa di un’attività creativa all’infinito, aperta anche al piacere delle proprie
        pulsioni, di una esistenza caratterizzata da mille possibilità, dalla figura all’immagine astratta, dalla folgorazione dell’idea al morbido spessore della materia, che si attraversano e colano contemporaneamente nell’istantaneità dell’opera, assorta e
        sospesa nel suo donarsi generosamente come visione.
        L’arte degli anni Settanta trova nella creatività nomade il proprio movimento eccellente, la possibilità di transitare liberamente dentro tutti i territori senza alcuna preclusione con rimandi aperti a tutte le direzioni.
        Artisti come Bagnoli, Chia,
        Clemente, Cucchi, De Maria, Paladino e Salvadori operano nel campo mobile della trans-avanguardia, intesa come attraversamento della nozione sperimentale dell’avanguardia, secondo l’idea che ogni opera presuppone una manualità sperimentale, la sorpresa dell’artista verso un’opera che si costruisce non più secondo la certezza anticipata di un progetto e di un’ideologia, bensì si forma sotto i suoi occhi e sotto la pulsione di una mano che affonda nella materia dell’arte, in
        un immaginario fatto di un incarnamento tra idea e sensibilità.
        La nozione dell’arte come catastrofe, come accidentalità non pianificata che rende ogni opera differente dall’altra, permette ai giovani artisti una transitabilità, anche nell’ambito dell’avanguardia e nella sua tradizione, non più lineare ma fatta di affondi e di scavalcamenti, di ritorni e di proiezioni in avanti, secondo un movimento e una peripezia che non sono mai ripetitivi in quanto segnano la geometria sinuosa dell’ellissi
        e della spirale.
        La trans-avanguardia significa assunzione di una posizione nomade che non rispetta nessun impegno definitivo, che non ha alcuna etica privilegiata se non quella di seguire i dettami di una temperatura mentale e materiale sincronica all’istantaneità dell’opera.
        Trans-avanguardia significa apertura verso l’intenzionale scacco del logocentrismo della cultura occidentale, verso un pragmatismo che restituisce spazio all’istinto dell’opera che non significa atteggiamento prescientifico ma semmai maturazione di una posizione post-scientifica che supera il feticistico adeguamento dell’arte contemporanea alla scienza moderna: l’opera diventa il momento di un funzionamento energetico che trova dentro di sé la forza dell’acceleramento e dell’inerzia.
        Così domanda e risposta si pareggiano nell’agone dell’immagine e l’arte supera la connotazione tipica della produzione dell’avanguardia, quella di costituirsi come interrogazione che scavalca l’aspettativa dello spettatore per rimandare alle cause sociologiche che l’hanno provocata. L’arte d’avanguardia presuppone sempre un disagio e mai la felicità del pubblico, costretto a spostarsi fuori dal campo dell’opera per comprenderne il pieno valore.
        Gli artisti degli anni Settanta, quelli che io chiamo della trans-avanguardia, riscoprono la possibilità di rendere lampante l’opera mediante la presentazione di una immagine che contemporaneamente è enigma e soluzione. L’arte così perde il suo lato notturno e problematico, del puro interrogare, a favore di una solarità visiva che significa possibilità di realizzare opere fatte ad arte, in cui l’opera funziona veramente da domasguardi, nel senso che doma lo sguardo inquieto dello spettatore, abituato all’avanguardia dell’opera aperta, alla progettata incompletezza di un’arte che richiede il perfezionante intervento dello spettatore.
        L’arte negli anni Settanta tende a riportare l’opera nel luogo di una contemplazione appagante, dove la lontananza mitica, la distanza della contemplazione, si carica di
        erotismo e di energia tutta promanante dalla intensità dell’opera e dalla sua interna
        metafisica.
        La trans-avanguardia si muove a ventaglio con una torsione della sensibilità che permette all’arte un movimento in tutte le direzioni, comprese quelle del passato.
        “Zarathustra non vuole perdere nulla del passato dell’umanità, vuole gettare ogni cosa nel crogiuolo” (Nietzsche). Questo significa non avere nostalgia di niente, in quanto tutto è continuamente raggiungibile, senza più categorie temporali e gerarchie di presente e passato tipiche dell’avanguardia che ha sempre vissuto il tempo alle spalle come archeologia e comunque come reperto da rianimare.
        Enzo Cucchi “Senza Titolo” (1979). Courtesy Bruno Bischofberger, Zurigo.
        L’opera di Marco Bagnoli è un’investigazione sulla qualità fisica e mentale dello spazio e del tempo, nelle loro interazioni e nella dialettica aperta della moltiplicazione (spazio per tempo). Un’analisi del concetto di limite, dell’interstizio come luogo germinale delle differenze e delle opposizioni. Viene infranto il principio di centralità a favore di relazioni oblique e mobili.
        Sandro Chia pratica, attraverso la pittura, la teoria di una manualità assistita da un’idea, dalla messa in opera di un’ipotesi formulata attraverso la particolarità di una figura o di un segno. Se l’immagine costituisce da una parte lo svelamento dell’idea iniziale, dall’altra è anche testimonianza del procedimento pittorico che lo produce e ne svela l’interno circuito, la gamma complessa di riflessi, le possibili corrispondenze, gli spostamenti e i rimandi fra le diverse polarità.
        Francesco Clemente opera attraverso la ripetizione e lo spostamento. Parte da un’immagine preesistente che riproduce anche mediante la pittura. Ma ogni volta la riproduzione altera e sposta ciò che è riprodotto, secondo variazioni tanto sottili quanto imprevedibili. Una certezza anticipata è alla base dell’opera, che nella sua effettuazione implica uno scarto rispetto alla norma iniziale. Lo spostamento avviene per linee oblique: segno tangibile della produzione di differenza.
        Enzo Cucchi accetta il movimento eccellente dell’arte, inscrivendo le cifre del proprio linguaggio sotto il segno dell’inclinazione, dove non esiste stasi ma una dinamica di
        figure, segni e colore che si attraversano e colano reciprocamente il senso di una visione cosmica. La pittura mastica dentro di sé e assorbe nel microcosmo del quadro la collisione fra i vari elementi. Così microcosmo e macrocosmo compiono insieme una traversata, in cui caos e cosmos trovano il deposito e l’energia della propria
        combustione.
        Nicola De Maria opera sullo spostamento progressivo della sensibilità, praticato mediante gli strumenti di una pittura che tende a darsi come esteriorizzazione di uno stato mentale e come interiorizzazione di possibili vibrazioni che nascono durante l’esecuzione dell’opera. Il risultato è la fondazione di un campo visivo, di una visione all’incrocio di molti rimandi, in cui le sensazioni trovano una estroversione spaziale fino a risolversi in una sorta di architettura interiore.
        Mimmo Paladino pratica una pittura di superficie, nel senso che tende a portare a emergenza visiva tutti i dati sensibili, anche quelli più interiori. Il quadro diventa il luogo di incontro e di espansione a vista d’occhio di motivi culturali e di dati sensitivi.
        Tutto è tradotto in termini di pittura, di segno e di materia. Il quadro è attraversato da temperature differenti, caldo e freddo, lirico e mentale, denso e rarefatto, che affiorano alla fine della calibratura del colore.
        Remo Salvadori svolge un’opera principalmente sul tema del doppio, inteso come sdoppiamento dell’unità e come compresenza di due unità opposte: l’elemento maschile e femminile, il dritto e il rovescio. La linea o il diaframma che separa e differenzia l’identità e la somiglianza può essere accostata a quel luogo mediano che nel generare le due facce della simmetria, le situa su due piani opposti e inconciliabili.
        Ora fare arte significa avere tutto sul tavolo in una contemporaneità girevole e sincronica che riesce a colare nel crogiuolo dell’opera immagini private e immagini mitiche, segni personali, legati alla storia individuale, e segni pubblici, legati alla storia dell’arte e della cultura. Tale attraversamento significa anche non mitizzare il proprio Io, ma invece inserirlo in una rotta di collisione con altre possibilità espressive, accettando così la possibilità di mettere la soggettività all’incrocio di tanti incastri. “L’essere è il delirio di molti” (Musil).
        La frantumazione dell’opera significa la frantumazione del mito dell’unità dell’Io, significa assumere il nomadismo di un immaginario senza soste o punti di ancoraggio e di riferimento. Tutto questo rafforza la nozione di trans-avanguardia, in quanto ribalta l’attitudine dell’avanguardia di avere il privilegio di punti di riferimento. Ogni opera diventa una peripezia che porta e ritorna nel luogo dell’opera, che attraversa i campi di riferimenti molteplici, che si serve di tutti gli utensili, una manualità direzionata dalla grazia del colore e di molte materie, un pensiero che pensa direttamente attraverso le immagini e si acquatta nel fondo della visione, come una temperatura che fa da collante e permette ai frammenti dell’opera di tenersi in una relazione mobile che non si serra mai e mai cerca riparo nell’idea di unità. Non esiste alcuna regola demiurgica ma soltanto la pratica creativa dell’arte che rende stabile ogni precarietà senza trasformarla in stabilizzazione e simbolica fissità. L’opera conserva il flusso del suo processo, del suo essere operosa nei dintorni di una soggettività che non tende mai a diventare esemplare ma semmai a conservare il carattere dell’accidentalità, Compra questo numero di un’apertura di campo che non significa l’ebbrezza romantica dell’infinito dell’avanguardia, ma muoversi senza centro lungo derive segnate da un’unica prospettiva, quella del piacere mentale e sensoriale”

        https://i0.wp.com/metropolitanmagazine.it/wp-content/uploads/2020/11/exibart.jpg

        già già; chiaro e sinteticamente parco;
        sobrio come fosse antani i terapià tapìoco.

        ps
        invero e a scanso d’equivochi si sappia che assai mi piace la barbarica e primitivo-ieratica maniera a pinturare di Clemente, Cucchi, De Maria, e Paladino👍

        Sandro Chia no, però! Chia mi fa antipatia☹

  26. Fuzzy scrive:

    https://www.ecodibasilicata.it/stufe-a-pellet-la-fine-di-unera-la-novita-che-cambia-tutto/
    Il pellet di bambù.
    Un po’ mi puzza.
    Il bambù è tremendamente invasivo. Se lo pianti poi non te ne liberi più nemmeno se lo bombardi con le bombe al fosforo.
    Temo che presto se ne sentirà parlare.

    • Fuzzy scrive:

      https://dothemath.ucsd.edu/2024/02/inexhaustible-flows/
      Personalmente penso che questo Do the Math sia attualmente il miglior blog in circolazione, assieme a questo
      https://chrissmaje.com/
      Mi spiace di non poter mettere Kelebek al primo posto, ma insomma, anche la medaglia di bronzo non è male.
      (Questa è una considerazione personale e non una provocazione).
      Al secondo posto un classico della Small Farm.
      Scrivo questo avendolo realizzato chiaramente nel tempo. Potevo tenermelo per me stesso, ma ci sono i blog apposta per condividere, credo.
      Se uno non vuole leggere, cazzi suoi.
      A me non me ne può fregar di meno.

  27. roberto scrive:

    Miguel

    “Bene – Denaro – Bene 1” vs “denaro – bene – denaro1”

    adesso non vorrei dire un eresia, ma non ti sembra che il secondo schema sia un po’ troppo semplice? non tiene conto né del fatto che “denaro” non lo trovi sugli alberi é di quello che “denaro1” non è un fine a se stesso (parlo per le persone normali, poi c’è zio paperone che fa il bagno nelle monetine)

    il secondo schema non dovrebbe essere semplicemente una catena più lunga del primo e quindi

    bene – denaro – bene – denaro1 -bene1

    oppure, facciamo il caso di una finanza totalmente slegata dai beni (cosa che comunque non è semplicissima da immaginare)

    bene – denaro – denaro1 – denaro2 – bene1

    ?

    • Francesco scrive:

      forse denaro-titolo finanziario-denaro1- …….

      se non addirittura titolo finanziario^n salvo lo stretto necessario per l’indispensabile (la Rolls Royce, le trophy wives, l’attico, quella robetta lì)

      🙂

  28. mirkhond scrive:

    Pino

    Probabilmente conosci il dibattito attorno alla stele di Novilara, su quale sia il linguaggio incisovi, se una forma di Greco arcaico oppure una lingua non indoeuropea convenzionalmente chiamata Piceno settentrionale.

    Questo il testo:

    mimniś . erut . caareśtadeś
    rotnem . úvlin . parten (.) úś
    polem . iśairon . tet
    šut . tratneši . krúś
    tenac . trút . ipiem . rotneš
    túiś . θalú . iśperion . vúl
    teś . rotem . teú . aiten . tašur
    śoter . meri/pon . kalatne
    niś . vilatoś . paten . arn
    úis . baleśtenac . andś . et
    ut . iakut . treten . teletaú
    nem . polem . tišu . śotriś . eúś

    A tuo giudizio si tratta di una forma di Greco?

  29. Mauricius Tarvisii scrive:

    Quindi, per non esporsi circa l’esclusione di Israele dall’Eurovision si attaccano al testo di una canzone che di esplicitamente politico (correre dietro a presunti cifrari non so che senso avrebbe) non ha proprio niente?

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/02/23/eurovision-song-contest-2024-bufera-su-israele-canzone-troppo-politica-sulla-strage-del-7-ottobre-i-motivi-della-protesta-e-il-testo-integrale/7456697/

  30. Fuzzy scrive:

    https://www.open.online/2024/02/26/leggenda-longevita-hunza-attenzione-alimentazioni-alternative-fc/
    La longevità degli Hunza smontata da un fact checking
    Della serie, se vuoi fare il fact checking
    almeno fallo bene.
    Nel 1996 un giornalista va a trovare gli Hunza che nel frattempo sono stati travolti dalla civiltà e hanno perso le loro usanze tradizionali e li trova vecchi, malandati con date di nascita inesistenti.
    Già nel 1950 vi era un flusso di turisti e curiosi che offriva agli Hunza sigarette, marmellate e manciate di caramelle.
    Un’importante arteria stradale passava nel loro territorio. Gli Hunza, che nel frattempo avevano iniziato a prestare il servizio militare nell’esercito pakistano, erano spesso affetti dalla malaria e dalla tubercolosi
    Il clima era già cambiato e si erano seccate molte fonti d’acqua indispensabili.
    Gli alpeggi erano sovrasfruttati.
    Carenza di igiene sempre per mancanza d’acqua.
    Proliferazione di mosche che causavano dissenteria.
    Ma gli Hunza studiati tra le due guerre dal medico di stato dell’india Britannica e studioso di fama Mc Carrison, erano un popolo con caratteristiche del tutto diverse. Gli Hunza vivevano totalmente isolati dal resto del mondo. Il loro ambiente e le loro usanze erano incontaminati dalla civiltà.
    Inoltre la storia della longevità fino ai 140 anni non è mai stata sostenuta dal medico.
    Soltanto riferiva l’età che gli veniva dichiarata dai visitati.
    Insomma, è più probabile che gli anni anziché 140 fossero 80/90.
    Però lo stato di salute della popolazione era in genere buono
    Si può sbagliare un medico su questo? Non credo.
    E quindi tutte le conclusioni sballate del fact checking.
    Ma dai.
    Qui bisognerebbe tirare in ballo il giornalismo, ma è già stato tirato in ballo.
    Non aggiungo niente.

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