“Perchè io odio questi talebani ?? Ma chi c… li conosceva prima dell’11 settembre”

Scopro di aver scritto, venti lunghi anni fa, un testo attualissimo (tranne il riferimento a Usenet).

E che sarà purtroppo sempre attuale.

E’ la storia di come litaliano mediaticomedio per la prima volta sente parlare di qualche lontano paese dove non si va in vacanza, e dove è successo un fattaccio da telegiornale.

Ora, i telegiornali sono una successione interminabile, notte dopo notte dal 1954, di storie che riguardano molto spesso dei perfetti sconosciuti. Un tizio di cui nessuno sapeva nulla prima, che abita in un comune che il 95% degli italiani non sa dove si trovi, spara a un altro tizio sconosciuto per motivi che non conosciamo. E diventa per un quarto d’ora, quello per cui tutti noi faremmo, pollice verso. Per poi dimenticarcene, tanto a seppellirlo ci pensano i becchini.

Pollice Verso.*oil on canvas.*97,4 x 146,6 cm.*1872

Ecco cosa scrissi sul mio vecchio blog…

Mostro si nasce o si diventa?


Miguel Martinez 

25 novembre 2001   


Non è difficile capire come si possa essere mostri in Afghanistan. Dopo venticinque anni di guerra, lo sterminio di ogni persona pensante, la distruzione di ogni risorsa economica, il saccheggio diventa l’unico mestiere e lo stupro l’unico divertimento. 

Ma in Italia? Per capire come nascono i mostri italiani, occorre rivolgersi ai Newsgroup di Usenet, dove, in un gigantesco psicodramma pubblico, migliaia di persone svelano i loro sentimenti più intimi, spesso protetti dall’anonimato.   

Non si deve prendere alla lettera ogni emozione gridata che si legge su Usenet; ma bisogna ricordare che questi sfoghi sinceri offrono un prezioso termometro per valutare lo stato d’animo collettivo.   

Abbiamo la fortuna di aver potuto assistere alla nascita di un autentico mostro italiano.   

Il post messo il 16 novembre su it.eventi.11settembre si intitola “Perché è giusto odiare e godere del sangue dei talebani”. Scrive “Terrorism_Stop”, rivolgendosi criticamente a un’interlocutrice pacifista a proposito di quello che lui chiama “il popolo talebano”:   

Ma come posso spiegare l’odio che si può provare verso un popolo immondo se nel tuo sangue non scorre sangue rosso, ma una specie di liquido …. grigio??

Se vuoi resta nella tua fredda impassibilità … ma io da uomo caliente non posso impedirmi di esprimere sentimenti forti come l’odio … nel momento in cui si assiste alla caccia al talebano … non puoi impedirmi di godere di questo loro sangue che scorre.  

Non sono un violento … per questo odio dal profondo del mio cuore i talebani … e ne auspico la totale estinzione.  

Il “popolo talebano” va quindi sterminato totalmente, cosa che – a quanto pare – dovrebbe risolvere la maggior parte dei problemi del genere umano:   

Per evitare tutto ciò basta semplicemente estirpare il popolo talibano. Già a suo tempo ti ho fatto l’esempio di un tumore maligno da estirpare. E sai benissimo che il tumore di cui parlo io non può essere curato … ma estirpato … per evitare in futuro metastasi. Invece tu preferisci … rischiare la formazione di nuove metastasi.

Anche se i Taleban sono affiancati da altre forme orrende di umanità, come ad esempio i ceceni (esattamente quanto ne sa il nostro aspirante genocida di etnologia caucasica?):   

Vuoi indire un regolare processo per dei sanguinari, fanatici mercenari ceceni, pakistani, kossovari, arabi e altra gentaglia di altri stati arruolati per … conquistare il mondo e per morire al grido di “Hallah è grande??”.

 Esaltandosi al pensiero di prossimi massacri: 

E ti lascio solo immaginare cosa succede loro … una volta presi. Brrrrrrr …. che quel maialone di Hallah lì abbia nel suo culo.

 Da dove nasce questo immenso odio? Un afghano gli ha forse insidiato la sorella, o almeno ucciso il gatto? Un odio così, viene da pensare, sarà il frutto di anni di riflessioni sugli afghani. E invece no: 

Perchè io odio questi talebani ??

Ma chi cazzo li conosceva prima dell’11 settembre.

 Il post è di appena due mesi dopo. Come ha fatto quindi ad apprendere, in così poco tempo, talmente tanto su un “popolo” da “godere” del suo sterminio? 

E pensa che piano piano … noi piccoli esseri umani … tramite giornale e tivvù stiamo scoprendo cose che fanno accapponare la pelle. Ultime notizie : forse sono riusciti a realizzare una atomica del tipo di quella buttata in Giappone.

 “Tramite giornale e tivvù?” Che – oltre a rifilargli bombe atomiche inesistenti – gli avranno insegnato anche quel modo, diciamo piuttosto curioso, di scrivere il nome della divinità in lingua araba? 

E se due mesi circa di tivvù, di letture di giornale e di NG non sono servite a niente …. allora vuol dire che … in effetti … o sei dura di comprendonio oppure mi vuoi prendere per il culo.

Due mesi prima, i taleban, che pure erano al potere da oltre cinque anni, non esistevano (“ma chi cazzo li conosceva”), anche se presumibilmente erano malvagi anche prima dell’11 settembre. Né esisteva l’Afghanistan, il decennio e più di bombardamenti russi, l’annientamento della minuscola intellighentsia afghana, le milioni di mine disseminate da tutte le parti in conflitto, lo scatenamento delle bande in tutto il paese prima della vittoria dei talibani. 

I Taleban sono sorti dal vuoto assoluto, nati come Atena nella mente del nostro aspirante sterminatore, esattamente nel momento in cui si sono trovati a scontrarsi con gli Stati Uniti.   

Una creazione dal nulla, e pure in meno di sei giorni   

Poche ore dopo che i media avevano partorito il “popolo talebano”, milioni di occidentali erano pronti per godere del suo sterminio, esattamente come i personaggi di Orwell.   

Orwell probabilmente sbagliò nel prevedere un mondo irregimentato secondo gli schemi austeri del fascismo e del comunismo. Ma fu davvero un grande profeta, nell’immaginare incessanti e incomprensibili guerre in luoghi lontani e sconosciuti, guerre che diventano puro spettacolo e in cui le masse possono vivere un odio insieme totale e irrazionale; finendo per cancellare poi ogni ricordo appena sorge la nuova guerra.   

Rendersi conto di questo vuol dire essere occidentali sul serio. Anzi, il vero aspetto positivo dell’Occidente consiste nell’averci insegnato a riflettere, a porci domande, a cercare senso e contesto. Mentre lo spettacolo assoluto dell’odio è la fine dell’Occidente: è la pura volontà di sterminio, suscitata di volta in volta da richiami mediatici, basati a loro volta sulla ripetizione di fantasie o di fatti avvulsi da ogni contesto. Lo spettacolo orwelliano della guerra infinita è lontano dall’illuminismo occidentale quanto lo era la caccia manzoniano all’untore.   

Come un comando ipnotico, “Terrorism_Stop”, nel suo lunghissimo post, ripete più volte la stessa frase, rivelatrice della strana brodaglia di immagini televisive che gli si è formata in testa:    

barbarie e repressioni … bambine senza mano … aerei schiantati contro le torri … 5.000 morti innocenti …. pericolo di distruzioni di massa…

 Un monumento vivente alla missione civilizzatrice dei media. E, ovviamente, la risposta alla domanda tante volte ripetuta, “perché i tedeschi non hanno reagito contro la persecuzione degli ebrei”.

 

Un’occasione per godere:
“terroristi talebani” morti a Kabul sotto le bombe americane
29 ottobre 2001

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100 risposte a “Perchè io odio questi talebani ?? Ma chi c… li conosceva prima dell’11 settembre”

  1. Andrea Di Vita scrive:

    @ Martinez

    “Ma fu davvero un grande profeta, nell’immaginare incessanti e incomprensibili guerre in luoghi lontani e sconosciuti, guerre che diventano puro spettacolo e in cui le masse possono vivere un odio insieme totale e irrazionale; finendo per cancellare poi ogni ricordo appena sorge la nuova guerra”

    🙂

    https://www.pulplibri.it/ragionare-su-george-orwell/

    Ciao!

    Andrea Di Vita

  2. habsburgicus scrive:

    i tempi di Usenet avevano un loro fascino 😀 oggi un tale candore nell’estremismo contro il “popolo talebano” non sarebbe più possibile…direbbero altrettanto, ma con più ipocrisia

  3. Ros scrive:

    Chiunque abbia letto i libri sull’Afghanistan (ma anche posti quali Casablanca, Tangeri, il Magreb… negli anni ’60 e 70 … Hippie e fricchettoni-freaks …
    e Beat generation di Allen Ginsberg, William S. Burroughs, Jack kerouac, Ferlinghetti … ecccetera)

    O la storia e geopolitica di tal luoghi con Peter Hopkirk “Alla conquista di Lhasa” (Adelphi).
    Peter Hopkirk “Diavoli stranieri sulla via della seta” (Adelphi).
    Peter Hopkirk “Il grande gioco” (Adelphi).

    I romanzi di viaggio di Paul Bowles in genere.

    Paddy Docherty “Khyber Pass. Una storia di imperi e invasioni” (2010, Il Saggiatore)

    Willem Vogelsang “Afghani. Popolo millenario” (2012, Beit)

    Thomas Barfield “Afghanistan” (2023, Einaudi)

    Charles Duchaussois “Flash Katmandù. Il grande viaggio”.
    https://www.qlibri.it/narrativa-straniera/avventura/flash.-katmandu-il-grande-viaggio/

    e V.S. Naipaul “Fedeli a oltranza. Un viaggio tra i popoli convertiti all’Islam” (Adelphi)
    https://www.adelphi.it/libro/9788845916458
    per vedere come ci si è arrivati, impantanati, e finiti …

    …e per concluderla qui il bellissimo Classico (ma ce ne sarebbero ancora interessanti e a carrettate da citare): Robert Byron “La via per l’Oxiana” (2000, Adelphi)

    di cui mi permetto sotto e infine di postare uno stralcietto piccìnopicciò.

    Dicevo chiunque conosce la fama di libertà di tal posti – pur musulmani – per freaks, figli dei fiori, artisti maledetti, decadenti, scappati di casa, sbroccati e sbalconati vari perseguitati a vario titolo nella e dalla pruderie dell’Occidente (“Easy Rider”, “Hair”, “Zabriskie Point”, “Professione reporter”, “Dillinger è morto”, …
    … on the roads …
    …e psiconauti (psiconauti soprattutto).

    Il grandissimo Marco Ferreri
    https://www.youtube.com/watch?v=x7WiZhrWn28&t=9s

    Ciò prima della creazione “occidentale” – in qualche strano-strambo modo – degli integralismi e fanatismi anche contra l’invasione U.R.S.S. e contra ogni tolleranza.

    • Ros scrive:

      Integro il senso, che mi sono unp ochettino mi pare perso:
      “…Chiunque abbia letto i libri sull’Afghanistan (ma anche posti quali Casablanca, Tangeri, il Magreb… negli anni ’60 e 70 … Hippie e fricchettoni-freaks …
      e Beat generation di Allen Ginsberg, William S. Burroughs, Jack kerouac, Ferlinghetti … ecccetera…”
      Sa che Paradiso Perduto e utopico-concreto erano i paesi islamici in quei felix tempi per gli sciroccati d’ogni risma, fede, tara, rogna, tigna, scabbia, balordi avventurieri e turisti di banane simenoniani;
      affetti da scimmie sulla schiena e dipendenze
      https://www.qlibri.it/narrativa-straniera/romanzi/la-scimmia-sulla-schiena/

      , crisi mistico-spirituali, e psicosi… e tant’altro a piacere😀

  4. Ros scrive:

    stralcietto piccìnopicciò I°:
    Da Robert Byron “La via per l’Oxiana” prefazione introduttiva:
    “…LAMENTO PER L’AFGHANISTAN
    Chiunque si sia fatto un’idea dei libri di viaggio degli anni Trenta deve concludere, alla fine, che il capolavoro è La via per l’Oxiana di Robert Byron, il gentleman, studioso ed esteta inglese che morì annegato nel 1941, per il siluramento della sua nave, mentre era diretto verso l’Africa occidentale. Nella sua breve vita si era spinto fino alla Cina e al Tibet, senza trascurare la maggior parte dei paesi più vicini a casa. Nel 1928 pubblicò The Station, resoconto di una visita ai monasteri del Monte Athos, al quale fece seguire due volumi rivelatori sulla civiltà bizantina che al momento suscitarono scarso interesse negli ambienti accademici. Byron era un uomo con pregiudizi ben radicati. Tra i bersagli del suo vituperio c’erano la Chiesa cattolica (contrapposta a quella ortodossa); l’arte della Grecia classica; i dipinti di Rembrandt; Shakespeare — e quando una guida dell’Intourist gli obiettò che un droghiere di Stratford-upon-Avon non avrebbe mai potuto scrivere drammi come quelli, lui disse tra i denti: «È esattamente il genere di drammi che mi aspetterei da un droghiere». Nel 1932, incuriosito dalla fotografia di una torre funeraria selgiuchide nella steppa turkmena, partì alla ricerca delle origini dell’architettura islamica. E se è giusto classificare i suoi primi libri come opere di un giovane dilettanté di straordinario talento, è altrettanto giusto considerare La via per l’Oxiana un’opera di genio.
    Io scrivo da partigiano, non da critico. Da molto tempo ho elevato questo libro al grado di «testo sacro», e quindi al di là di ogni critica. La mia copia personale – ormai priva della rilegatura e tutta macchiata dopo quattro viaggi nell’Asia centrale -mi accompagna da quando avevo quindici anni. Di conseguenza reagisco come a un’offesa quando sento dire che è un «libro perduto» o un libro che deve essere «recuperato dagli scaffali della biblioteca». Per mia fortuna, io non l’ho mai perduto.
    Avevo tanto sofferto per la morte di Byron che andai a scovare i suoi amici e li importunai per farmi raccontare i loro ricordi. «Molto irascibile» mi dicevano. «Una linguaccia». «Un osso terribilmente duro». «Abrasivo». «Incredibilmente spassoso». «Grasso». «Un mostro… occhi da pesce». «Una splendida imitazione della regina Vittoria». A ventidue anni avevo già letto tutte le cose possibili – sue e su di lui —, e quell’estate partii per il mio viaggio nell’Oxiana.
    Nel 1962 — sei anni prima che gli hippies lo rovinassero (spingendo gli afghani istruiti tra le braccia dei marxisti) – si poteva partire per l’Afghanistan con le stesse aspettative, diciamo, di un Delacroix diretto ad Algeri. Per le strade di Herat si vedevano uomini con vertiginosi turbanti passeggiare mano nella mano, una rosa in bocca e i fucili avvolti in chintz a fiori. Nel Badakhshan si poteva fare un picnic su tappeti cinesi e ascoltare il canto del bulbul. A Balkh, la Madre delle Città, chiesi a un fachiro la strada per il santuario di Haji Piardeh. «Non lo conosco» mi rispose. «Dev’essere stato distrutto da Genghiz».
    Persino l’ambasciata afghana a Londra era l’anticamera di un mondo ilare e bizzarro. Il capo dell’ufficio visti era un profugo russo, gigantesco e scarmigliato, che aveva tagliato la fodera della sua giacca in modo da farla pendere, come un sipario, a nascondere i buchi sul fondo dei pantaloni. Al momento di aprire l’ufficio sollevava con la sua scopa nuvole di polvere, per poi lasciarle ricadere sui mobili agonizzanti. Una volta, quando gli diedi una mancia di dieci scellini, mi abbracciò, mi sollevò dal pavimento e muggì: «Spero che in Afghanistan lei faccia un viaggio molto privo di incidenti!».
    No. I nostri viaggi non furono mai del tutto privi di incidenti: una volta un soldato scagliò un piccone contro la nostra automobile; un’altra il nostro camion slittò, con mite rassegnazione, giù da un dirupo (riuscimmo a saltare a terra appena in tempo); un’altra ancora ci frustarono perché avevamo sconfinato in una zona militare; la dissenteria; la setticemia; i pungiglioni delle vespe; le pulci – ma, ringraziando Dio, niente epatite.
    A volte incontravamo viaggiatori più intellettuali di noi che seguivano le orme di Alessandro o di Marco Polo; per noi era molto più divertente seguire quelle di Robert Byron. Conservo certi taccuini che dimostrano con quale ossequio servile io ricalcassi il suo itinerario e – come se fosse possibile – il suo stile. Prendete, ad esempio, questi miei appunti del 5 luglio 1962 e confrontateli con i suoi del 21 settembre 1933:
    «Nel pomeriggio siamo andati a trovare il signor Alouf, l’antiquario. Ci ha fatto entrare in un appartamento pieno di mobili “francesi” trattati con gommalacca, quasi tutti crivellati dai tarli e rivoltati sottosopra.

    • Ros scrive:

      Edward W. Said “Cultura e imperialismo” (Feltrinelli)
      Edward W. Said “Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente” (Feltrinelli)

      “…Nel 1962 — sei anni prima che gli hippies lo rovinassero (spingendo gli afghani istruiti tra le braccia dei marxisti) – si poteva partire per l’Afghanistan con le stesse aspettative, diciamo, di un Delacroix diretto ad Algeri…”

      ah😔 le controindicazioni delle libertà di pera e sballo inconcludente, senza storia, riti e miti e mappa! soprattutto.

      Bad trip e demoni di confusione solo.

      Quanto danno e quanta pena (vedi Charles Manson e la sua Family in California usati e manipolati per fermare L.S.D. libero e il cambiamento in positivo, in bene, se possibile… (pur promosso dalla CIA a scopo di “ricerca” L.S.D. … 😎)

      • Ros scrive:

        Quanto danno e quanta pena😔
        …e quanta tragica poesia esistenziale, pure😀

        da: Susanna Schimperna “L’ultima pagina” (2020, Iacopelli)
        Eros Alesi. Ciampino (Roma) 1951 | Roma, 31 gennaio 1971.

        “È iniziato da poco il nuovo anno, 1971. Eros Alesi e Remo Marcone si sono dati appuntamento sulla scalinata di Trinità dei Monti. Marcone è soddisfatto dell’anno appena passato, ha conseguito la laurea. Alesi invece è triste. Parlano poco, quasi niente. Stanno seduti guardando il panorama e a un certo punto Alesi estrae dalla borsa orientale che porta a tracolla una busta di plastica che contiene alcuni quaderni. Le copertine e le pagine sono molto segnate, perché quei quaderni hanno seguito il ragazzo in tutte le sue peregrinazioni: Amsterdam, Istanbul, India. La grafia è discontinua, a tratti in stampatello, ma chiara. Le poesie che sembrano un flusso incontrollato di coscienza, emozioni e visioni, sono in realtà state riscritte più volte, quindi riguardate, corrette. Alesi chiede all’amico se può custodirgli i quaderni, l’altro intuisce che qualcosa non va, si preoccupa. Viene rassicurato. Si abbracciano.
        Il 31 gennaio, ultima domenica del mese, Marcone è su un autobus che procede a fatica perché il traffico tra piazzale Flaminio e viale del Muro Torto è rallentato. Vede dal finestrino, ai piedi del Muro, persone che gesticolano. Alcune indicano un punto sopra il muraglione, altre un punto in basso, sulla strada. C’è un lenzuolo bianco che copre un corpo, e quel corpo, apprenderà Marcone più tardi, è di Eros. Che non ha ancora vent’anni. Che per buttarsi giù dal muraglione ha dovuto percorrere solo poche decine di metri dal posto in cui abita, perché il Muro Torto circonda una parte di Villa Borghese e lui viveva lì nel parco, in una grotta.
        Mi sono imbattuta nel nome Eros Alesi mentre stavo cercando notizie sull’inizio della contestazione in Italia, che in realtà, ma pochi lo sanno, precedette quella francese. Leggendo le vicende di Mondo Beat, giornale e movimento legati al nome di Melchiorre Gerbino, ho trovato questo giovanissimo, il più giovane del gruppo (nato nel 1951, nel 1967 aveva appena sedici anni), in prima fila nelle proteste, nelle manifestazioni, e purtroppo anche nel prendere botte dalla polizia e nell’avere una vita complicatissima e travagliata. Ancora non era un poeta, all’epoca di Mondo Beat. Avrebbe cominciato a scrivere subito dopo. Mi sono appassionata alla sua storia, incuriosita delle sue foto, tutte insieme ai compagni di vita, di lotta, di musica, lui con la faccia davvero di un ragazzino e un gilet di capra addosso; e mentre provavo tenerezza, rimpianto, senso di ingiustizia, parallelamente, guardando le foto dei giornali con le cronache delle proteste, nascevano anche la rabbia e il disgusto per il modo in cui i fatti erano stati distorti e quei ragazzi sbeffeggiati e insultati dalla stampa considerata autorevole. Dopo aver letto anche i suoi testi, parlo di Eros Alesi con un’amica carissima e le dico che ho deciso di inserire un giovane poeta poco conosciuto nel libro che sto scrivendo e di cui lei segue dall’inizio le vicende. Alle ventiquattro storie che avrebbero dovuto comporre il libro si aggiungerà questa, la venticinquesima. Lei allora dice «Era mio cugino». Mi racconta tutto quello che sa, e questo ragazzo diventa per me un amico perduto, verso cui, quindi, non potrò essere obiettiva, come non lo sarò con le sue poesie, con Mondo Beat, con i loro insultatori e con i loro detrattori, più importante fra tutti, e fastidiosamente per me che l’ho sempre stimato, Pier Paolo Pasolini.
        Eros nasce a Ciampino, vicino Roma. La madre, Angela, è un’operaia. Il padre è un fantino e presto sarà un ex fantino. Uomo violento, alcolista, picchiatore di moglie e figli.
        Che avevo 6-7 anni quando ti vedevo bello, forte, orgoglioso, sicuro, spavaldo, rispettato e temuto da me e dagli altri – che avevo 10-11 anni quando ti vedevo violento, assente, cattivo (…) – che avevo 15 anni e mezzo, quando vedevo che tu vedevi i litri di vino e le bottiglie di cognac aumentare spaventosamente…

        (da “Che padre” in Che puff – il profumo del mondo)

        Tu che ora sei nei pascoli celesti, nei pascoli terreni, nei pascoli marini, tu che ora sei nei pascoli dell’universo – tu che vibri nell’aria – tu che ancora sei legato dal mio amore e dal tuo amore – tu che mi hai creato – tu che mi hai dato la possibilità di dire queste parole!

        TU. Tu non puoi Tu è impossibile / soggettivo / che non mi senta, TU che da vivo piangevi, ridevi, cantavi, tu soffrivi e godevi (…) ma che sei sempre un morto, uno scheletro, un mucchio di cenere e devi sempre, e dobbiamo sempre ricordartelo rammentartelo – che il suono così: dice che le cellule, che gli atomi sono forze tramutabili non distruttibili – che tu padre – che tu caro padre ancora vivi e che se la fortuna (fato) (legge) ti assiste forse presto ritornerai a essere nella dimensione umana.

        (da “Che padre”, ivi)

        A sedici anni Eros scappa di casa e raggiunge Milano, dove subito arriva alla Cava, la sede milanese di Mondo Beat. Siamo nella seconda metà di febbraio del 1967, e alla Cava convergono ragazzi provenienti da ogni parte d’Italia. Eros diventa il più popolare. È simpatico, è il piccolo del gruppo, è pieno di vitalità, si espone. La Questura riceve ordini precisi da Roma e cominciano a fioccare diffide e fogli di via, ma dato che la stessa prassi viene usata anche nelle altre città, per tanti che devono partire ce ne sono altrettanti che arrivano, milanesi che si sono allontanati da casa e adesso ritornano. Il movimento è di rottura e di protesta. Segue la filosofia della nonviolenza, chiede diritti civili, si preoccupa dell’ambiente, del nucleare, manifesta con cartelli e sit-in. Uno degli slogan che avrà più successo nasce come risposta alla domanda «Voi perché protestate?» che i curiosi pongono continuamente a quelli della Cava. A una signora con cagnolino al seguito, Melchiorre Gerbino, parafrasando la terminologia della Questura, che “contestava” a tutti loro ogni sorta di violazione, ha risposto, con improvvisa divertita intuizione: «Noi non protestiamo, signora, noi contestiamo!». A seguire, altro slogan felice: «L’inserito protesta, il beat contesta!».

        La base del Movimento è di circa quattrocento persone, tra ragazze e ragazzi. Estrazione sociale assolutamente mista, e nessuno chiede a nessuno «Chi sono i tuoi genitori?». Conta quello che sono loro: libertari, anarchici, innamorati di Wilhelm Reich. Ma dei quattrocento, non più della metà partecipano alle manifestazioni: c’è un continuo avvicendamento perché i ragazzi si spostano, partono, generalmente in direzione Amsterdam, Nepal, India, e poi molti finiscono in galera, all’Istituto di correzione minorile maschile Cesare Beccaria, a quello femminile Maria di Nazareth, oppure a San Vittore. Passaggi quasi obbligati a cui non si sottrae Eros: galera, viaggi, anche istituti manicomiali.

        Il terzo numero del giornale ha in copertina un collage delle diffide e dei fogli di via ricevuti dai “capelloni”, come stupidamente e sprezzantemente sono etichettati i giovani contestatori, e viene bloccato. La reazione è pacifica e immediata: sciopero della fame seguìto dall’occupazione del centro di Milano nell’ora di punta serale. Hanno impedito la circolazione del giornale, loro impediranno la circolazione stradale sdraiandosi sull’asfalto.

        Eros c’è. Digiuna con gli altri dal 4 al 7 marzo, quando vengono abbassate le saracinesche della Cava e in tanti si ritrovano alle ore 18 a Porta Venezia per sedersi o distendersi per terra. Il traffico è paralizzato per due ore e l’intervento della polizia è brutale, tanto che due giovani, Antonio di Spagna e Nicola Peterlini, devono venire trasportati in ospedale, il primo con una commozione cerebrale, il secondo con le costole rotte per i calci presi dai poliziotti. Punti di sutura a Eros, che in piazza è andato col cartello «Non schedate le nostre coscienze». Altre diffide, altro carcere.

        Un mese dopo, il 3 aprile, Melchiorre Gerbino insieme al gruppo al completo presenta al Tribunale un esposto contro la Questura per denunciare le violenze subìte. Naturalmente nel gruppo c’è anche Eros. I giornali continuano la loro campagna diffamatoria, ma adesso c’è un interesse diverso della gente e la classe politica capisce che la pura repressione rischia addirittura di sortire un effetto opposto a quello desiderato. La manifestazione successiva del Movimento è quindi autorizzata, con gli agenti che scortano i ragazzi. Eros questa volta innalza il cartello «La legge è uguale per tutti?», e la foto andrà sulla copertina del quinto numero del giornale.

        Non si quieta però la stampa autorevole. Quella a cui tutti credono. Quella che pretende di dettare linee morali, dare lezioni, ridurre a schemi. Per dare un esempio dell’informazione di allora, bastino queste perle: “Sciopero della fame di quindici capelloni” (titolo de Il Giorno sul digiuno di marzo); “Bloccate le vie del centro da una gazzarra di capelloni”, e poi, nel sommarietto, “In Corso Matteotti i «protestatari» hanno interrotto la circolazione – Consensi dei cittadini per l’energico intervento della polizia – Un arresto e 43 denunce a piede libero” (Corriere della Sera sul sit-in, e l’articolo inizia così: “I capelloni diventano sempre più violenti e più molesti nelle loro «proteste»”). Capelloni, neo-barboni, proteste e protestatari tra virgolette a significare che tutto è risibile, assurdo, patetico. La cronaca del sit-in e dell’intervento della polizia racconta di capelloni violenti, che resistono a ogni tentativo di essere “allontanati con le buone” e cercano di picchiare i poliziotti che quando sono costretti a difendersi vengono salutati da “un applauso, quasi un’ovazione della folla”. Peccato che i testimoni smentiscano. Che le cose non siano affatto andate così. D’altra parte, la stampa a grandi tirature approfitterà anche della morte di Eros per sputare veleno. Il giorno dopo il suicidio, su un quotidiano c’è questo incipit: “Il capellone ventenne che ieri sera ha concluso la sua carriera di drogato”.

        A giugno la Tendopoli del movimento, innalzata mentre infuria la Guerra dei Sei giorni tra arabi e israeliani, viene distrutta per ordine della magistratura, mentre la Cava, sede del giornale, sarà poi requisita. Eros che tenta di resistere è trascinato via dai poliziotti e si fa male a un piede. Le foto che ritraggono lui e gli altri, sfrattati senza un motivo e in malo modo, hanno titoli e didascalie come “Alcuni esemplari di fauna locale”.

        Finisce l’esperienza di Mondo Beat e inizia un altro capitolo della vita di Eros, quello dei grandi viaggi. Ma intanto, ad aprile e a maggio, ha avuto due incontri che non si sarebbe aspettato. Alla Cava sono arrivati prima il padre, poi la madre. Separatamente.

        Angela Polidoro è, come tanti altri genitori che hanno figli scappati di casa, ansiosa di sapere come sta suo figlio, cosa fa. Viene intervistata e dice: «Ho voluto vedere, toccare con mano ogni cosa. Sapere dove ha deciso di vivere mio figlio, conoscere i suoi amici, ascoltare i loro discorsi. E mi sono piaciuti, loro mi hanno convinto. Mi sono piaciuti più loro di tutto il resto di Milano. Così che quando ho dovuto partire perché i miei soldi erano finiti, e ho dovuto tornare a Roma, mi dispiaceva molto perché mi sentivo anch’io una beat».

        Felice Alesi arriva un mese dopo l’ex moglie, e trova Eros nella Tendopoli. Si ferma due giorni ma col figlio riesce a parlare pochissimo, perché quello è sempre in giro. Melchiorre Gerbino lo ricorda nella tenda di Eros con una cassetta di pere, che aveva messo lì, affettava e offriva. Un simpatico bonaccione di stampo romano. Uno che non avresti mai immaginato a picchiare la moglie e il figlio.

        O mamma che cosa ho tralasciato – O mamma che cosa ho dimenticato – o mamma addio con una lunga sciarpa nera – addio con il partito comunista e una calza rotta (…)

        Che spesso il doloroso e problematico dubbio, che il mio amore e sincerità e buonafede non venga captata, o venga captata diversamente, che per questo parlo, che per questo sporco di blu questo foglio. Che sporco il foglio con un serpente blu che spunta da un pennino di penna stilografica e che si attorciglia alle righe orizzontali del foglio (…). Che sono felice di ridare un valore di forte importanza alla mia essenza, alla vita che le mia essenza vive. (…) Che sono felice di essermi accorto del gioco che conduco. Gioco pericoloso che può divenire pericoloso…

        (da “O mamma”, ivi)

        Che io vedevo che tu vedevi che i tuoi sguardi non erano più belli, forti, orgogliosi, fieri, rispettati e temuti da tutti – che vedevo che tu vedevi mia madre allontanarsi – che vedevo che tu vedevi l’inizio di un normale drammatico sfacelo – che vedevo che tu vedevi i litri di vino e le bottiglie di cognac aumentare fortemente – che avevo 15 anni e mezzo che vedevo che tu vedevi che io scappavo di casa, che mia madre scappava di casa – che tu hai voluto fare il duro – che non hai trattenuto nessuno (…) che ho visto che tu hai visto la tua mano stesa in segno di pace, di quasi carità – che ho visto che tu hai visto sulla tua mano il mio sputo e quello di mia madre – che ho visto che tu hai visto i tuoi occhi lacrimare di solitudine incrostata di sangue masochista, punitivo – che ho visto che hai visto la forza del desiderio di non voler soffrire (…) che ho saputo che tu sapevi che tuo figlio era un tossicomane – che tua moglie attendeva un figlio da un altro uomo…

        (da “Che padre”, ivi)

        Certo, Felice Alesi sapeva che il figlio era tossicomane. Un tossicomane che scriverà, quando comincerà a scrivere, anche un’ode alla «cara, dolce, buona, umana, sociale mamma morfina». Che sola gli ha voluto bene come lui voleva, che sola è riuscita a farlo sentire sicuro, che gli ha dato tanto, che lo ha salvato da un suicidio o una pazzia. Felice Alesi sapeva tutto. I piccoli furti per procurarsi la droga. Il dentro-fuori dall’Istituto di correzione minorile Cesare Beccaria. I viaggi lungo le rotte hippy, con tante frenate non volute e pericolose, disperazione, paure, amori, angosce, fame. Nel suo lungo viaggio iniziato a Brindisi per arrivare in India, Eros passa per la Grecia, vive di ruberie e raggiri, e a Istanbul deve essere soccorso da suo padre. Si fa comunque un anno di prigione, poi arriva a Teheran e ruba i pantaloni e i soldi del suo compagno di stanza mentre quello si sta facendo la doccia (ne scrive con rimorso, racconta l’episodio come «una grande lotta interiore»), quindi tappa in Afghanistan e finalmente in India, ma anche qui finisce in galera, questa volta per furto di documenti. Viene rimpatriato grazie al Consolato italiano.

        Con lui i quaderni, stropicciati come il suo corpo e la sua vita. Annota tutto. Anche che ha deciso che dopo l’India si ucciderà. Un lungo diario-poema che verrà pubblicato soltanto dopo la sua morte, di cui ci sono brani ne L’Almanacco dello specchio n. 2 del 1973. È una rivista di letteratura importante, edita da Mondadori. Nella presentazione, Giuseppe Pontiggia scrive, commosso: «Eros Alesi è morto tragicamente a vent’anni: il resto non è silenzio, ma una voce che cerca di riprendere con la vita un rapporto che pareva perduto, e con gli uomini un contatto che si fondi sulla verità spesso atroce delle distanze piuttosto che su false speranze di identità. La “Lettera al padre” ne è una disperata celebrazione, con i suoi che ripetuti i quali, nella loro mancata epicità, rimandano all’insofferenza per un ambiente umano che gli risultava ossessivamente angusto e che gli soffocò, tranne che sulla pagina, le potenzialità affettive».

        La seconda pubblicazione è del 1975, nell’antologia Il pubblico della poesia, a cura di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli.

        Nel 1979, ecco Alesi nell’antologia curata da Antonio Porta Poe­sia degli Anni Settanta. Anche Porta commenta quegli scritti con parole toccanti: «Sembra un espediente retorico dire che c’è uno scarso margine per un commento iniziale, ma è vero. La tematica, sofferta interamente dal corpo dello scrittore, è così offerta e bruciante che rende subito muti. Si trattiene il fiato e si smette di pensare. L’invocazione alla morte è una invocazione alla gioia. Allora si ricomincia subito a pensare e ci si chiede a quale logica altra ci si trovi di fronte. “Morire ci piace / lasciateci bucare in pace” ha scritto l’anno scorso un ragazzo su un muro (che è morto a 21 anni per una overdose). Non ci trovo nulla di patetico. È una sorte di alternativa radicale alla vita: la morte non è più la morte che conosciamo ma non sappiamo ancora che cosa sia di diverso. Si rischia di tuffarsi in una mistica kitsch. Desidero solo osservare che nel caso di Alesi, come in molti altri, la poesia ha interagito con la nostra storia, senza diaframmi (…) Va detto che un tributo necessario al fare poesia lo paga sempre anche il corpo di chi scrive».

        Per Giorgio Manacorda, che curerà con Paolo Febbraro l’antologia Poesia 2009 – Quattordicesimo annuario: «Non ho voluto dimenticare il caso estremo di Eros Alesi, morto drogato giovanissimo, un vero talento, poteva diventare il poeta americano del Novecento italiano (…) Il suo non è altro che il bisogno di amare il padre e la madre, e di esserne riamato. Se questo non avviene – e per lui non è avvenuto – nasce la religiosità: si adora chi non ci ama e, anzi, è terribile con noi. La sua bellissima poesia al padre non è altro che un “padre nostro che sei nei cieli” e la poesia alla morfina non è altro che una poesia alla madre, che aiuta, consola, lenisce – e strangola. L’amore materno è venefico almeno quanto la violenza del padre è distruttiva. Se le cose stanno così non resta che pregare le due divinità, la fonte di ogni possibile benessere e di ogni legge. Si tratta di preghiere che nascono da una solitudine totale, ma, direi, fondante (…) Alesi è il frammento di un mondo che parla tramite lui, e non sono i giovani della sua epoca (non è una dimensione sociologica), è la giovinezza, è la gioventù come tale. Alesi ci sta dicendo che lui è bello dentro, ci sta dicendo che non è ancora morto, ci sta dicendo che ha un mondo dentro di sé. È questa l’apertura, la coralità che passa nei suoi testi».

        Voce dissonante quella di Pier Paolo Pasolini, che nella sua rubrica sul settimanale Tempo sarà durissimo e sprezzante recensendo L’Almanacco dello Specchio: «(…) gli altri sono tutti senza rilievo, anche quell’Eros Alesi di cui si presenta un puro e semplice documento di vita (è morto in manicomio a vent’anni, dopo un viaggio in India, drogato con una trista compagnia di Piazza Bologna. Era di Ciampino. Suo padre era fantino e si ubriacava maltrattando la madre. Di qui la solita tragedia che più o meno abbiamo vissuto tutti. Solo che in questi anni la moda ha voluto che questa tragedia fosse intollerabile ed enfatica, e ha preteso soluzioni estreme. Non ho nessuna particolare pietà per questo disgraziato ragazzo, debole e ignorante, che è morto per la stessa ragione per cui si fanno crescere i capelli. Meno diritti si hanno e più grande è la libertà. La vera schiavitù dei negri d’America è cominciata il giorno in cui sono stati concessi loro i Diritti Civili. La tolleranza è la peggiore delle repressioni. È essa che ha deciso la moda della droga, della morte e della rivolta estremistica. I più deboli ci sono cascati, con l’aria di essere dei campioni. In realtà sono stati campioni del più spietato conformismo». Tanto disprezza quel ragazzo, Pasolini, da non preoccuparsi nemmeno di accertare come sia morto. Lo stigmatizza come ignorante, vittima delle mode, vittimistico. Ma la cosa peggiore perché crudelmente ingiusta è che lo reifica. Quella reificazione che lui stesso ha sempre aborrito e condannato con parole di fuoco, la mette in atto contro Alesi riducendolo a oggetto utile per dimostrare la tesi che gli è cara: “libertà democratiche = omologazione, conformismo”.

        È solo nel 2015 che il lungo diario-poema diventa un libro a sé, col titolo di Che Puff – il profumo del mondo (ed. Stampa Alternativa).

        Il treno della pazzia, della tossicomania, dell’allucinazione, dell’alcolismo effettua tre fermate obbligatorie (…), che il capolinea è la stazione di concime, cenere, polvere, soggetta a metamorfosi di forme e ordini di vita.

        (da Che Puff – il profumo del mondo)

        In questa occasione Marco Lodoli dice di Alesi che «è stato veramente un angelo caduto sul selciato della vita, un’anima pura distrutta dalla smania di trovare un senso alla propria disperata esistenza», e la lettera-poema al padre «è un grido indimenticabile, una pagina che deve trovare posto nella letteratura italiana». Enzo Lavagnini definisce la stessa lettera «una splendida poesia al padre, una poesia che è davvero una sorta di proto-sceneggiatura».

        Il lavoro di Alesi sta cominciando in questi anni ad avere eco fuori dall’Italia. Chissà se l’angelo caduto l’aveva previsto, o perlomeno sperato. Sicuramente aveva previsto come sarebbe andata a finire per lui.

        Cara, dolce, buona, umana, sociale mamma morfina (…) Che io ti lascerò soltanto quando sarò maturo per l’amica morte o quando sarò tanto sicuro delle mie forze per riuscire a stare in piedi senza le potenti vitamine di mamma morfina.

        (da Che Puff – il profumo del mondo)”

  5. Ros scrive:

    stralcietto piccìnopicciò II°

    «Si è da poco convertito al cattolicesimo, e nel mostrarci una fotografia di Pio XII con l’autografo si segnava fervorosamente e sbatteva la dentiera.
    «Da un armadio ha tirato fuori quanto segue:
    «Un pettorale romano, d’oro, con patacche azzurre incastonate. Falso.
    «Un idolo neolitico, di marmo, col fallo eretto, sul relativo piedistallo. Il piedistallo era autentico, l’idolo no.
    «Trenta bambole funerarie siro-fenicie in osso.
    «Una figura “ittita”, pullulante di attributi d’oro, forse quella che Byron vide nel 1933. Falsa.
    «Un assortimento di inquietanti oggetti d’oro.
    «Una collezione di vetri paleocristiani (autentici). “Ho molti vetri” diceva il signor Alouf continuando a segnarsi “coperti di croci. Ma li tengo in banca”.
    «Infine, una testa di marmo di Alessandro Magno. “Per questo pezzo ho rifiutato ventimila dollari. ventimila dollari! Tutti gli archeologi dichiarano che la mia è l’unica testa autentica di Alessandro. Guardi il collo! Le orecchie!”. Forse — ma della faccia non era rimasto niente».
    Dal Levante proseguimmo per Teheran. C’era in giro più denaro che ai tempi di Byron, e gli europei che gli davano la caccia erano molto più numerosi. Ma lo Scià era una pallida copia di suo padre, che già era abbastanza insulso, e gli uomini che gli stavano intorno erano disgustosi. Un giorno andammo a trovare Amir Abbas Hoveida nel suo ufficio alla Iranian Oil Company (non era ancora primo ministro): «Un uomo dagli occhi grandi e dai gesti disperati. Sembrava in trappola dietro l’enormità del suo scrittoio. Ci mise a disposizione il suo elicottero, se mai ne avessimo avuto bisogno».
    Quando Byron arriva in Iran, la sua ricerca sulle origini dell’architettura islamica trova l’impulso decisivo. Ma costruire dalla pietra, dai mattoni e dalle piastrelle una prosa che non solo sia leggibile ma trascini il lettore a un’autentica esaltazione richiede qualità di altissimo calibro. Questa è l’impresa di Byron. Il suo peana in lode della moschea di Sheikh Lutfullah a Isfahan deve porlo quanto meno alla pari con Ruskin. Un pomeriggio, per capire come si faceva, mi portai La via per l’Oxiana dentro la moschea e mi sedetti a gambe incrociate abbandonandomi all’ammirazione per lo spettacolo delle piastrelle e, insieme, per la descrizione che Byron ne ha lasciato.
    Gli «esperti» obietteranno che Byron, anche se forse aveva il dono della descrizione lirica, non era uno studioso – e naturalmente non lo era, nel senso che intendono loro. Eppure, più e più volte Byron ha la meglio sulla pura erudizione grazie alla sua arcana virtù di desumere lo spirito di una civiltà dalla sua architettura e di trattare le costruzioni antiche e la gente moderna come due sfaccettature di una storia che continua.
    Già in The Byzantine Achievement [L’eredità bizantina], scritto a venticinque anni, c’è un passo indimenticabile che in quattro frasi ci illumina sullo scisma d’Oriente più di cento volumi pretenziosi:
    «L’esistenza di Santa Sofia è atmosferica; quella di San Pietro, concreta in modo incombente, soverchiante. L’una è una chiesa per Dio; l’altra, un salotto per i suoi rappresentanti. L’una è consacrata alla realtà, l’altra all’illusione. Perché Santa Sofia è grande, San Pietro è spregevolmente, tragicamente piccolo».
    Quanto all’Iran, la visione di Byron è ancor più lucida. Dopo aver letto La via per l’Oxiana si ha l’impressione che l’altopiano iranico sia un «ventre molle» che lusinga la megalomania dei suoi governanti senza dar loro il genio occorrente per sostenerla.
    Come tutti sanno, il defunto Shahan-Shah vide nelle rovine di Persepoli un’immagine speculare della propria gloria e volle, per questo motivo, che l’orgia della sua incoronazione si tenesse a un chilometro e mezzo da quel sito, in tende firmate da Jansen di Parigi, dove una marmaglia di sangue blu potesse cenare con i fantasmi dei cosiddetti predecessori del sovrano.

  6. Ros scrive:

    stralcietto piccìnopicciò III°

    Leggete, dunque, i giudizi di Byron su Persepoli alla luce delle pretese e della caduta della dinastia pahlavi:
    «La pietra, grazie alla sua estrema durezza, si è mostrata refrattaria all’invecchiamento: conserva il suo grigio brillante e uniforme, è liscia come una padella di alluminio. L’effetto di questo nitore sulla scultura è quello della luce del sole sul falso di un grande maestro del passato; rivela, anziché il genio che ci si aspettava, un vuoto sconcertante… Mentre Herzfeld mi mostrava la scala nuova (l’ultima portata alla luce), mi è venuto spontaneo un pensiero: “Quanto è costata? L’hanno fatta in una fabbrica? No. E allora quanti operai, e per quanti anni, hanno scalpellato e lucidato queste interminabili figure?”. Certo, non sono figure meccaniche; né di per sé peccano per un eccesso di elaborazione; né sono dozzinali, nel senso che manchi la maestria tecnica. Ma sono quello che i francesi chiamano faux bons. L’arte c’è, ma non è arte spontanea… Anziché intelligenza o sentimento, emanano una raffinatezza senz’anima, una patina adottata dall’uomo asiatico il cui peculiare istinto artistico è stato messo in ceppi e devitalizzato dal contatto con la tradizione mediterranea».

  7. Ros scrive:

    Ultimo stralcetto; Giuro 😊

    “…A seguire questa vena, si scoprirà che Byron, tra le righe delle sue esercitazioni virtùosistiche, va esponendo una tesi molto seria – una tesi d’importanza fondamentale per comprendere la nostra epoca. Tutto ciò che egli trova di più ammirevole nell’arte persiana – la torre a Gonbad-e-Qabus, la moschea selgiuchide di Isfahan, l’incomparabile mausoleo del khan mongolo Uljaitu o i palazzi di Gohar Shad — viene da una fusione (si potrebbe anche dire un’esplosione chimica) tra l’antica civiltà dell’Iran e i popoli di ceppo nomade provenienti dal bacino dell’Óxus, l’Amu-Darya di oggi, e da più lontano. Si ha addirittura la sensazione che il personaggio preferito da Byron, Shir Ahmad Khan, l’ambasciatore afghano a Teheran, sia di casa tra questi monumenti di prim’ordine: in altre parole, il genio che visita l’Iran viene da nord-est. Certamente – ai tempi di Byron come ai miei – attraversare la frontiera afghana, dopo l’avvilente fanatismo di Mashhad, era come uscire all’aria aperta. «Finalmente,» scriveva Byron a proposito di Herat «ecco l’Asia senza complessi d’inferiorità». Ed è stata proprio questa superiorità morale degli afghani – insieme alla paura delle forze centrifughe che vorticano nell’Asia centrale – a spaventare i russi e quel branco di squallidi traditori che hanno venduto il loro paese. (Che possano bollire nella Geenna!). Così, quando leggo che gli abitanti di Herat hanno mandato abiti da donna e cosmetici ai vigliacchi del Kandahar, ripenso a un vestito che una volta ho visto svolazzare nel vecchio bazar di Herat — un vestito di crêpe color porpora con farfalle di lustrini sui fianchi e con l’etichetta di una boutique di Beverly Hills.
    Anche a Kabul l’improbabile era sempre prevedibile: a una festa si poteva vedere il cugino del re, il principe Daud, vecchia camicia nera mussoliniana, col suo sorriso torbido, la testa e gli stivali lucidi, che parlava con – chi? – Duke Ellington, chi altri? «The Duke» in cravatta bianca a pois azzurri e camicia azzurra a pois bianchi: stava facendo la sua ultima grande tournée. E noi sappiamo che fine ha fatto Daud — ucciso, con la sua famiglia, nel palazzo che aveva usurpato.
    Posso immaginare che fine avrà fatto il ragazzo zoppo del Nuristan che ci portò la cena dal suo villaggio di montagna. Ci eravamo accampati in riva al fiume, e lui scese lungo la parete di roccia, lasciando dondolare la gruccia e la gamba atrofizzata e riuscendo non so come, a reggere il piatto e una torcia accesa. Si mise a cantare mentre mangiavamo – ma hanno bombardato il villaggio e usato il gas contro gli abitanti.
    Posso immaginare anche quello che sarà successo a Wali Jahn. Mi portò in salvo quando ebbi un avvelenamento del sangue. Mi prese sulle spalle per farmi attraversare il fiume, mi bagnò la testa e mi fece riposare sotto i lecci. Ma cinque anni dopo, quando ritornammo sul posto, tossiva, una tosse che gli dava conati di vomito, e aveva l’aspetto di uno che sta per andarsene.
    Ma che avranno fatto a Gul Amir il tagiko? Era brutto come il peccato, con un naso che non finiva mai e un paio di orecchini d’argento. Non si era mai visto un uomo tanto devoto. Ogni volta voleva fermarsi, «Non c’è Dio se non Dio…», ma mentre chinava il viso verso la Mecca mi sbirciava di sottecchi; e quando caddi nel fiume mentre cercavo di lanciare un’esca per le trote, Dio venne dimenticato in uno scroscio di risatine femminee.
    Dov’è adesso lo Hakim di Rande? Eravamo nel suo padiglione, sotto una scarpata di scisto luccicante, e guardavamo le nuvole lattiginose che stavano coprendo la montagna. La sera vedemmo una ragazza vestita di rosso che strisciava fuori da un campo di mais. «Il grano è alto» disse lui. «Tra nove mesi ci saranno molti bambini».
    Che ne è stato del camionista che ammirava i lobi delle mie orecchie? Lo piantammo in mezzo alla strada. Gli si era intasato il carburatore e gli si era intasata la pipa per lo hashish, e i pezzi erano tutti sparsi alla rinfusa sulla strada, e noi avevamo una gran fretta.
    E il piccolo cameriere del Park Hotel di Herat? Portava un turbante rosa lacca, e quando chiedemmo di pranzare disse:
    «Sissignore! Cosalepiace? Qualunque cosa!».
    «Che cosa avete?».
    «Niente da bere. Niente ghiaccio. Niente pane. Niente frutta. Niente carne. Niente riso. Niente pesce. Uova. Uno. Forse. Domani. Sì!».
    O l’uomo che a Tashkurgan mi condusse nel suo giardino? Era un pomeriggio caldissimo, pieno di polvere, e Peter cercava le tracce dei greci battriani. «Vacci tu a cercare i tuoi greci» gli dissi. «Dammi il tuo Marvell e mi troverò un giardino» – nel quale, letteralmente, inciampavo in meloni a ogni passo e avevo verdi pensieri in una verde ombra.*
    O la pazza di Ghazni alla tomba di Mahmud? Era alta e bella e fissava tristemente il suolo e faceva tintinnare i suoi braccialetti. Quando aprirono le porte, si gettò sulla balaustrata di legno, e faceva svolazzare il vestito cremisi e gracchiava come un uccello ferito. Ammutolì solo quando le permisero di baciare la tomba. E baciava l’epitaffio come se ogni lettera di marmo bianco contenesse il rimedio per la sua malattia.
    Come poteva sapere quello che Byron aveva scritto di quelle lettere? «Ne ho ammirati parecchi esempi, negli ultimi dieci mesi. Ma nessuno è paragonabile a queste alte cifre ritmiche, allacciate con sinuosi motivi di fronde, che piangono la scomparsa di Mahmud, il conquistatore dell’India, della Persia e dell’Oxiana, nove secoli dopo la sua morte, nella città in cui regnò».
    Questo è – fra tutti gli anni – l’anno giusto per piangere la perdita di Robert Byron, l’arcinemico di ogni compromesso con Hitler. Quando capì che cosa avevano in mente i nazisti, disse: «Sul mio passaporto farò scrivere “guerrafondaio”». Fosse vivo oggi, probabilmente penserebbe anche lui che col tempo (in Afghanistan ci vuole tempo per ogni cosa) gli afghani faranno qualcosa di assolutamente terribile ai loro invasori – magari ridesteranno i giganti addormentati dell’Asia centrale.
    Ma quel giorno non riporterà in vita le cose che abbiamo amato: le immense giornate limpide e le azzurre calotte di ghiaccio sui monti; i filari di pioppi bianchi che tremolavano al vento, e le lunghe e candide bandiere da preghiere; i campi di asfodeli che venivano dopo quelli di tulipani; o le pecore dalla grossa coda che chiazzavano le colline sopra Chaghcharan, e l’ariete con una coda tanto grande che bisognava fissarla a un carro. Non ci sdraieremo più davanti al Castello Rosso a guardare gli avvoltoi roteanti sopra la valle in cui fu ucciso il nipote di Genghiz. Non leggeremo le memorie di Babur nel suo giardino di Istalif, né vedremo il cieco avanzare tra i cespugli di rose facendosi guidare dall’olfatto. Non andremo a sederci nella Pace dell’Islam con i mendicanti di Gazor Gah. Non saliremo sulla testa del Buddha di Bamiyan, dritto nella sua nicchia come una balena in un bacino di carenaggio. Non dormiremo nella tenda dei nomadi, né daremo la scalata al minareto di Jam. E avremo perduto i sapori: il pane rustico, caldo e amaro; il tè verde speziato col cardamomo; l’uva che facevamo raffreddare nella neve; e le noci e le more secche che masticavamo per difenderci dal mal di montagna. Né ritroveremo l’aroma dei campi di fagioli, il dolce, resinoso profumo del legno di deodara, o l’afrore di un leopardo delle nevi a quattromila metri. Mai più. Mai più. Mai più. Bruce Chatwin Agosto 1980.

    * Chatwin cita liberamente due versi dalla poesia The Garden di Andrew Marvell (1621-1678): «Stumbling on melons, as I pass» e «To a green thought in a green shade» [N.d.T.]…”

    Ciao😀

    • Andrea Di Vita scrive:

      @ Ros

      “Bamiyan”

      Nono sono i Buddha giganti fatti saltare in aria dai Talibani?

      Per il resto, sembra un racconto di Borges…! 🙂

      Ciao!

      Andrea Di Vita

    • Mauricius Tarvisii scrive:

      “in altre parole, il genio che visita l’Iran viene da nord-est”

      È un’impressione che ho avuto in un certo senso anch’io, cioè che la civiltà iranica abbia sempre pescato a piene mani dalle sue periferie, in cui si è sempre rigenerata: i Persiani erano periferici rispetto ai Medi, la potenza imperiale del tempo, Zoroastro sarebbe stato corasmio, la Persia è rinata dai periferici Parti, ecc.

      • Ros scrive:

        @Mauricius Tarvisii: “in altre parole, il genio che visita l’Iran viene da nord-est” “…È un’impressione che ho avuto in un certo senso anch’io…”

        Assai interessante😀

  8. Ros scrive:

    cazzarola!!! c’ho l’insonnia cronica🤨😋😋

    e nostalgica … di luminarie colorate per le strade nelle sere di novembre;
    e pasta di mandorle, di miele, buccellati, frutta martorana, pupi di zucchero portati dai morti assieme ai regali …
    https://www.ilcuoreinpentola.it/ricette/ricette-delle-feste/buccellati-siciliani/
    https://magazine.misya.info/delle-feste/frutta-martorana/
    https://www.bing.com/images/search?q=pupi+di+zucchero+portati+dai+morti&form=HDRSC3&first=1

    e saudade splennata porto parisienna

    quanto è bello che è novembre nella sua grazia serotina, decadente, torbida e dolcefunerea di fine e di riposo eterno

  9. E dopo vent’anni si possono rilevare con malcelata soddisfazione alcuni punti gazzettieramente intressanti.
    1. Ai tempi il Corriere della Sera tirò la volata all’aggressività statunitense senza il minimo ripensamento, e chiunque osasse obiettare -specie se con cognizione di causa- si trovava arruolato per coscrizione nelle file del nemico.
    Non che abbiano perso il vizio.
    In ogni caso, oggi come allora se la “libera informazione” prescrive di schierarsi da una parte sotto pena di bando mediatico o peggio, le persone serie non possono che scegliere con brio primaverile di prendere posizione dalla parte opposta. Senza nemmeno starci a pensare.
    “Non soltanto voi yankee di complemento perderete la guerra, ma vedrete che gli afghani prenderanno più gusto a sparare nelle vostre terga piuttosto che ai cinghiali…” era la mia considerazione corrente ai tempi, che mi valeva aggressioni verbali che facevano pensare a un’epidemia di disturbo disforico premestruale.
    Nel 2021 lo stesso Corriere della Sera certificò l’avvenuta rotta -per non chiamarla fugone da conigli- in un articolo in cui si pubblicavano le divertite considerazione di un graduato afghano accompagnate dalla foto di una grossa forma di quel formaggio costosissimo orgoglio del marketing a bande verticali verde, bianca e rossa di uguali dimensioni rimasta a imputridire sotto il sole a Herat. Solo per portare fin lì quella derrata possiamo calcolare un cinquecento euro buoni di costi di trasporto. Una considerazione che faccio spesso ad alta voce quando sento qualche mangiaspaghetti invelenito contro gli sprechi del denaro pubblico…

    • Miguel Martinez scrive:

      Per INSCO

      “foto di una grossa forma di quel formaggio costosissimo orgoglio del marketing a bande verticali verde, bianca e rossa di uguali dimensioni rimasta a imputridire sotto il sole a Herat”

      🙂

        • PinoMamet scrive:

          Non so bene cosa c’entrino le radici cristiane, comunque quell’ormai stranoto libercolo è stato abbastanza sputtanato, e l’autore stesso, oralmente, espone tesi assai meno estreme di quelle (in realtà piuttosto americanofile) messe per iscritto.

          Del resto, per tacer della pizza, ma in mezzo a cause milionarie in tribunale sull’uso dei riferimenti italiani in prodotti fatti in Wisconsin o in Guangdong, se uno se esce a dire che il vero parmigiano è quello dell’Ohio, viene il sospetto che qualche soldino dall’Ohio lo abbia preso.

          Ma che ne so io, sono solo uno scemo mangiaspaghetti.

          • La questione del parmigiano dell’Ohio (che ovviamente io leggo “Ohio!” come nelle onomatopee, a ulteriore disdoro) è spiegata nel libro in termini piuttosto chiari, che non fanno presagire bonifici intercontinentali.
            Le radici cristiane ce le ho messe io, un po’ per scherno, un po’ per i molti “santi” presenti nel nome commerciale di vini, salami e dolci presuntamente rustici.

            • PinoMamet scrive:

              Ne ho discusso ampiamente con un mio amico grande fan del libro. Scritto da un suo collega.
              Qua… in Ohio 😉

              Credo di conoscere cosa dice di giusto e cosa di, ehm, discutibile

              • Devo anche specificare che da diversissimi annissimi uso “L’invenzione della tradizione” del mai abbastanza compianto Eric Hobsbawm letteralmente come un randello e che quanto a consumi alimentari sono diventato di una diffidenza occhiuta: faccio il pane in casa, non frequento solitamente ristoranti e abbondo in verdure e formaggi freschi.
                Colazione con datteri e tè, ovvio.

              • PinoMamet scrive:

                Io non mangio formaggi perché mi fanno schifo, per il resto seguo una buona approssimazione della dieta kasher

          • Roberto scrive:

            Invece consiglio vivamente i libri di Andrea grandi e soprattutto il podcast di DOI (denominazione di origine inventata). Molto più intelligente ed articolato della semplificazione giornalistica “il parmigiano è nato nel Wisconsin”

            Per altro nel Wisconsin fanno dei formaggi davvero straordinari (no, non il parmigiano), cosa che non deve sorprendere perché non devi avere sangue italiano o francese per sapere fare il formaggio

        • PinoMamet scrive:

          Comunque tutte le tradizioni sono inventate.

          Trovo un po’ ozioso discutere di quanto sia “vera” un’invenzione.
          O falsa.

          Però una volta smontate, e possiamo litigare se siano state smontate correttamente o meno, ma una volta smontate:
          cosa ci mettiamo al loro posto?

          Io ci rifletterei bene. Perché il rischio è di metterci qualcosa di peggio…

        • Peucezio scrive:

          Insco,
          c’è molto di vero, ma come tutti i discorsi a tesi, pecca di unilateralismo.

          È verissimo che nell’Italia preindustriale, a parte poche élite, si mangiava malissimo.

          È anche vero che tutta questa esplosione molto recente non nasce dal nulla.
          Perché non c’è stata in Inghilterra?
          Perché l’Italia è il mondo dei diecimila dialetti, delle cento città, della metà circa del patrimonio artistico mondiale, della complessità, della varietà.
          Ed evidentemente questa esplosione di creatività gastronomica novecentesca non è la riproporizione pedissequa di una cucina plurisecolare inesistente, questo, no, ma è sì il sedimento di competenze ed elementi strutturali millenari che vanno nel senso dela complessità, della qualità, della ricchezza.

          Inoltre,
          non è che la cucina locale è solo quella dei ristoranti o dei prodotti IGP.
          Io ho ben presente tutta una cucina pugliese tramandata, che conosco tramite i nonni, gli anziani, la memoria famigliare e di amici e conoscenti attempati, che non ha nulla a che fare né con la proposta turistica né col marketing moderno, ma è cucina domestica, legata spesso alle occasioni di festa, ma anche alla quotidianità, molto ricca e valida.
          Poi queste cose sono diventate di moda, te le ripropongono ovunque.
          Riso, patate e cozze qualcuno l’ha ribattezzata la “tiella” o “tiedda”, italianizzando una voce dialettale. Ma mia nonna, nata all’inizio del Novecento, la faceva e la chiamava “riso, patate e cozze”.
          E così panzerotti, frittelle, pasta cime di rape, dolci come le cartellate e un’infinità di altre cose, che faceva anche la mia bisnonna, nata nella seconda metà dell”800 in un paesino della Murgia. E che non era borghese: parlava un italiano stentatissimo, quando tentava di farlo.

          la burrata è un’invenzione degli anni ’50 o giù di lì. Lo sanno tutti, nessuno l’ha mai negato. Ad Andria un signore inventò ‘sta cosa. Che infatti non ha neanche un nome dialettale ([bːurˈːʌɪ̯tə], in andriese, è un dialettalismo recente a partire dall’italiano).
          Mia nonna penso che manco sapesse cosa fosse la burrata.

          E con ciò?
          Se tutto ciò è valido, di qualità, chi cazzo se ne frega se per venderlo devi dire che esiste dai tempi delle crociate?

          Un mio amico storico, a cena a casa di amici comuni, vedendo una bottiglia di una bevanda alcolica, lesse una scritta che faceva riferimento alla peste in un’epoca in cui la peste in Europa non c’era più da secoli ed era ancora lontana dal riaffacciarsi.
          Ma che volete che sappiano di storia i pirla che scrivono queste etichette? Ti dicono che il patè toscano per crostini lo mangiavano gli etruschi, è ovvio.

          • Appunti.
            Io mi limito a fare in modo che dalle mie tasche alle loro passi meni denaro possibile.

          • Miguel Martinez scrive:

            Per Peucezio

            “Se tutto ciò è valido, di qualità, chi cazzo se ne frega se per venderlo devi dire che esiste dai tempi delle crociate?”

            Sono abbastanza d’accordo con te.

            In un campo solo apparentemente diverso, è il motivo per cui io, messicano, sono di Parte Bianca, cioè sostengo il Calcio Storico nato nemmeno cent’anni fa, e che fa finta di risalire al Dugento. Semplicemente perché era lì in potenza da sempre, per esattamente i motivi che dici tu: il Calcio Storico è antico quanto i comuni d’Italia e i suoi rioni, solo che era lì in potenza.

          • PinoMamet scrive:

            Anch’io sono abbastanza d’accordo con Peucezio.

            Del resto so abbastanza per certo che la cucina “tradizionale” di queste parti, nella sua forma popolare e casalinga, povera, è tradizionale davvero.

            E non la difendo per campanilismo: mi vanto della mia assoluta bastardità, e manco la mangio, la cucina locale.

            Però per esempio il mio amico, lettore del libro di cui mi sopra, mi parlava del Parmigiano Reggiano “tradizionale”, “dipinto di nero”, che adesso farebbero solo in Wisconsin o in Minnesota, vattelo a ricordare.

            Il giorno dopo (sottolineo: il giorno dopo) che lui me l’ha detto, passo in centro nella mia cittadina, e in vetrina in un negozio di alimentari c’è il Parmigiano nero, con il suo bel timbro del consorzio del Parmigiano reggiano.

            Poi senti gli anziani, e ti dicono: ma sì, una volta lo facevano anche così, era un modo per salvare le forme più “grame”…

            allora cosa facciamo, sostituiamo una tradizione finta
            (ma forse vera: del Parmigiano si parla già nel Medioevo- e ripeto, a me i formaggi fanno schifo e questo specialmente)
            con una PIÙ finta, cioè il “parmigiano del Wisconsin”?

            ma anche fosse tutto finto:

            la tradizione vuol dire tramandare: è una favola, è una fiaba, è una storia.
            Già in partenza.
            Da oggi stabilisco che c’è la Tradizionale Festa del Grazie (quella di Boris, la serie TV): beh, se ha successo, diventa tradizionale davvero.

            Il Calcio storico fiorentino è davvero tradizionale, ora…

            e poi, l’alternativa qual è?
            McDonald? Starbuck?

            • Moi scrive:

              DOI (Denominazione di Origine Inventata) … bellissimo, da legalizzare ! 😉

              • Moi scrive:

                Parmigiano Reggiano “tradizionale”, “dipinto di nero”, che adesso farebbero solo in Wisconsin o in Minnesota, vattelo a ricordare.

                —————-

                Da queste parti, c’è un formaggio “montanaro” in grana di pasta dura e molto stagionato detto Re Nero o Sua Maestà il Nero … reinventato (e notare la benevolenza del “re”…) come “Tradizionale che però non se lo ricordava più nessuno !” 😀

              • Moi scrive:

                Sarebbe interessante capire l’ utilità pratica del “dargli una mano di nero” 🙂 , poiché non credo affatto che sia una mera trovata estetica.

              • PinoMamet scrive:

                Se non ricordo male era per tenere lontani i parassiti, qualcosa del genere.

              • Moi scrive:

                … sennò ottieni il Casu Marzu Sardo ? 😉 … Credo che spopolerebbe in Estremo Oriente, anche se , forse, dei due avrebbero più problemi a mandar giù io bigattini che il formaggio 🙂 😀 !

                … Visto che non han nemmeno la parola e adattano l’ Inglese “Cheese” (come già visto).

              • Moi scrive:

                Penso che le Grandi Tradizioni, in fondo, nascano universalmente (!) così : arriva una persona (o un movimento culturale) di cultura e particolarmente creativa, estrosa, portata per l’ arte che romanticizza / idealizza l’ aneddotica da “l’ um ven in màint ed la mî povra nôna” 😀 e la reinventa con successo …

            • Roberto scrive:

              Sono anche io abbastanza d’accordo con Peucezio

              Tuttavia
              “Se tutto ciò è valido, di qualità, chi cazzo se ne frega se per venderlo devi dire che esiste dai tempi delle crociate?”
              Certo, ma quello che mi infastidisce è inventare false tradizioni e usarle come un randello.
              Pensa per esempio alla carbonara. Se dici che la fai con la pancetta scateni l’inferno dei guardiani della traduzione.
              O pensa a quell’odio ta del ministro dell’agricoltura che vorrebbe mandare ispettori ministeriali il giro per il mondo a controllare che i ristoranti italiani rispettino delle tradizioni inesistenti

              Insomma a me il giochino della tradizione va benissimo, finché resta un giochino

              Poi per rispondere a pino, se una finta tradizione sparisce…beh pazienza ce ne sarà un’altra!

              • PinoMamet scrive:

                Ma sì, appunto: tu lo chiami giochino, io fiaba, siamo lì.

                Ma se un giorno fossimo tutti identici da Shanghai a Los Angeles, sai che noia?

                Sai che io farei il giorno mensile in cui si devono indossare gli abiti folkloristici.

                Frega cazzi se li ha inventati la Pro Loco nel ’51.

                Sono stupidi, sono scemi… ma almeno sono diversi.

              • Roberto scrive:

                Ma certo

                Dico solo che se il giorno del costume tradizionale invece di mettre il tradizionale cappello verde me lo metto giallo non casca il mondo, e se dopo tre anni il cappello tradizionale diventa giallo c’est la vie

              • Miguel Martinez scrive:

                Per roberto

                “Pensa per esempio alla carbonara. Se dici che la fai con la pancetta scateni l’inferno dei guardiani della traduzione.
                O pensa a quell’odio ta del ministro dell’agricoltura ”

                Però sono due cose diverse:

                1) io mi innamoro di un prodotto DOI fino al punto di aggiungere al piacere del sapore, anche una passione difensiva, e questo mi piace

                2) un ministro demagogo per sfruttare il fatto 1) a scopo elettorale, e magari con l’appoggio di una lobby di ristoranti, burocratizza la tradizione, che è la sua morte

              • Roberto scrive:

                Ma che uno abbia una passione difensiva, per carità è totalmente legittimo

                A me scocciano le passioni difensive che diventando ad excludendum o clave da dare in testa agli altri

              • Lucia scrive:

                “Sai che io farei il giorno mensile in cui si devono indossare gli abiti folkloristici.”
                Che bella idea! Sarebbe molto divertente, anche se qua a Nord di Lipsia come si vestono – da Junker o da pietisti? E io dovrei vestirmi con costumi Ferraresi (cioè da zdòra o da Isabella d’Este? Se mi vesto da Balebuste è cultural appropriation e poi bisogna avere almeno 60 anni no?) o Sassoni-Anhaltini? Oh no, già nascono i casini… meglio lasciar organizzare tutto dalla Meineheimat e.V. o ognuno fa per sé?

              • Peucezio scrive:

                Roberto,
                ma non vedo il problema.
                Anche le ortodossie nascono, sono un dato storico, mica ancestrale consegnato da Dio ad Adamo all’alba dei tempi.

                La carbonara è la carbonara. Se alteri la ricetta, liberissimo, niente fissità eterna e ogni espressione di creatività va bene, ma chiamala “carbonara con la pancetta”, non “carbonara” tout court.

                E se all’estero ammanniscono schifezze spacciandole per piatti italiani è una mistificazione, anche se si tratta di piatti inventati ex novo lo scorso settembre da qualche chef di Milano o di Palermo.

              • Peucezio scrive:

                Roberto,
                “A me scocciano le passioni difensive che diventando ad excludendum o clave da dare in testa agli altri”

                Qui però si tratta di difendere un piccolo paese, l’Italia, che ha una speciale attenzione alla qualità, dall’invadenza e dalle mistificazioni di nazioni grandi, ricche e potenti. (E pure un poco mangiammerda)

                Il discorso della clava lo condivido se mi parli di gente più debole di noi, ma qui non si tratta di far pagare agli africani le royalti per fare gli spaghetti al sugo (gli americani lo farebbero!), ma di impedire agli americani o ad altri di fotterci spacciando roba loro per nostra approfittando del prestigio internazionale del nostro eno-gastronomico.

                Quando la clava la usa Davide contro Golia, mi piace.

              • Roberto scrive:

                Peucezio

                “ ma chiamala “carbonara con la pancetta”, non “carbonara” tout court.”

                Il fatto è che la carbonara fatta come tradizione vorrebbe, nasce in modo totalmente diverso (e appunto non con il guanciale)…a questo punto nel 1950 avresti potuto dire ad uno che non usava bacon, uova in polvere, panna e cipolla “non stai facendo la carbonara”

                Poi sono uno al quale il giochino piace davvero, anche io faccio la sceneggiata se mi parlano di panna nella carbonara (anche perché proprio non mi piace), ma appunto credo che sia bene aver presente che si tratta di cose inventate l’altro ieri, che hanno cambiato ingredienti mille volte e non è che se usi la pancetta invece del guanciale bisogna richiamare l’ambasciatore

              • Roberto scrive:

                È proprio l’idea di mistificazione di cui parli sopra che non condivido

            • Peucezio scrive:

              Pino,
              “Starbuck?”

              Ecco, questo è un ottimo esempio.

              Il caffè in Italia come uso popolare è una cosa modernissima e nessuno ha mai sostenuto il contrario.
              L’uso così italiano dell’espresso al bar era borghese nella prima metà del Novecento, sarà diventato popolare nella seconda metà.

              Per mio nonno, nato nei primi anni del Novecento, il caffè espresso era una religione.
              Ma il marito di una cugina di mia madre, di una generazione più giovane, ma di paese, agricoltore, raccontava un aneddoto popolare.
              Ve lo riporto perché è gustoso.

              Un contadino sente sempre palrare di questo caffè, bevanda dei signori. E pensa quindi che chissà quanto costi.
              Un bel giorno raccoglie un po’ di monete, le mette in un sacchetto e si reca col suo asino al caffè.
              Chiede un caffè e scopre che ha un costo molto ragionevole.
              A quel punto dice:
              jìnghie nu sìcchie o ciùcce!
              ‘riempi un secchio per l’asino!’.

              Eppure chi potrebbe negare che oggi il caffè espresso, da decenni sia una bandiera del gusto italiano, radicata nel costume e apprezzata all’estero da chi vi si abitua?

              • Roberto scrive:

                Apprezzata all’estero davvero pochissimo…secondo me il nostro caffè piace solo ai greci (ovvio che tutto il resto del mondo sbaglia, e bere la merda che bevono in Francia o Germania o USA grida vendetta al cielo…ma loro non capiscono l’idea di bere in 30 secondi quello che considerano un goccio di una cosa amara)

              • Miguel Martinez scrive:

                Per roberto

                “ma loro non capiscono l’idea di bere in 30 secondi quello che considerano un goccio di una cosa amara”

                Nemmeno io!

                Io bevo (oltre ad acqua, vino e birra) quasi esclusivamente tè.

                Poi un giapponese di Ferrara, a Venezia, mi ha fatto scoprire il “caffè americano”: quando qualcuno mi punta la pistola alla nuca al bar dicendo, “offro io!”, chiedo un caffè americano.

              • PinoMamet scrive:

                Comunque devo dire a Peucezio che i contadini di qua… erano molto più borghesi di quelli pugliesi, evidentemente!

              • Moi scrive:

                La Sx Italiana ha fatto moltissimo per la “Borghesizzazione” del Ceto Contadino in Emilia Romagna … è il motivo per cui siamo una regione molto “tollerante” ma spesso “ingenua” perché sradicata; Bologna, a volte, riesce ad “arrivare prima” addirittura rispetto a Milano !

  10. Francesco scrive:

    Miguel,

    uno che non sa come si scrive Allah merita molto ma non di essere additato come italiano medio.

    troppo comodo scegliere come parte avversa un emerito coglione, ne converrai.

    e come diceva MT, da quando gli occidentali sono fuggiti, l’Afghanistan è un giardino fiorito dove gli afgani stanno benissimo.

    Vabbè, ieri Milano ha perso contro Berlino e sono di cattivo umore. Anzi pessimo.

    • Il fatto è che in una controparte traboccante di ciabattone diplomate alla scuola della vita capacissime di aggredire fisicamente chiunque usi passabilmente il congiuntivo gli emeriti coglioni sono la moda intesa in senso statistico.
      Difficile sbagliare.
      Di norma a voce aggiungo anche pesantissime considerazioni sui dieci anni di istruzione obbligatoria inflitti a spese dell’erario: a rivoluzione fatta, quando sarò RE, oltre a ripristinare l’istituto della dote, lo ius primae noctis e il matrimonio riparatore farò anche ripetere l’esame di terza media a tutti.
      Chi non dovesse superarlo con votazioni almeno buone dovrà restituire sull’unghia e senza rateazioni tutti i [credo quarantamila circa] euro spesi per tenerlo a ciondolare in qualche aula per tutto quel tempo.

      • Francesco scrive:

        immagino che lo ius primae noctis sia inserito solo come trappola per boccaloni e lei sappia benissimo che è un’invenzione di gentaglia in cerca di emozioni forti.

        5+3 non fa più 8? o lei conta almeno due bocciature? o adesso i primi 2 anni di superiori sono diventati obbligatori?

        avendo figli che studiano, l’obbligatorietà non mi ha mai interessato alcunchè, ammetto

    • Miguel Martinez scrive:

      Per Francesco

      “uno che non sa come si scrive Allah merita molto ma non di essere additato come italiano medio.”

      Non ho detto “italiano medio”.

      Ho detto “italiano mediaticomedio”.

      Che qui compare nella sua forma quintessenziale: se segui bene tutte le tappe del suo ragionamento, hai praticamente tutto ciò che c’è da dire sullo spirito di guerra.

      Un fatto piove dal cielo, attraverso i media, con i buoni e i cattivi già perfettamente delineati al loro primo comparire, attraverso una serie di immagini che commuovono.

      La soluzione è lo sterminio dei cattivi, a cui si deve procedere proprio perché si ama la pace (“non sono un violento”).

      Il resto sono chiacchiere e giustificazioni che complicano il quadro.

    • Mauricius Tarvisii scrive:

      Veramente io scrivevo che, nel bel mezzo di una carestia, il Carro Democratico ha stretto l’embargo contro l’Afghanistan.
      Ma capisco che possa essere sfuggita la notizia: sono solo afgani, no?

      • Francesco scrive:

        Sì, come sempre è colpa dei capitalisti, sia che ci siano sia che non ci siano.

        • Mauricius Tarvisii scrive:

          Stai dicendo che ogni volta che c’è una carestia i capitalisti fanno un embargo contro il paese colpito?

          • Peucezio scrive:

            Il libero mercato dei miei coglioni, con gli embarghi per ragioni politiche.

            Il liberismo in salsa franceschista.

            • Ros scrive:

              @Peucezio: “…Il libero mercato dei miei coglioni…”

              e con le le banche «troppo grandi per fallire» – too big to fail – che, sistematicamente, dopo le demenziali coglionate di speculatori finanziari fantasiosamente cocainomani e bipolari conclamati dal DSM (che in verità in verità vi dico: conclama un po’ tutto come disturbo psichiatrico grave, pure le dita nel naso occasionalmente, diciamo + di 2 volte la settimana.
              Da trattarsi con gli opportuni dosaggi d’antipsicotico d’ultima generazione degenerantemente e irrimediabilmente distruttivo – e per la mente e per il corpo – come i precedenti)

              il saccheggio selvaggio per gli amici e famigli, fondi neri, operazioni coperte-scoperte “primaverilimente democratiche” a danno altrui, e beneficiati a titolo tanto vario quanto surreale.
              Che poi ti spuntano pupazzi prestanti marziani riformatori… e prestanome, che non fatturano ‘na minchia e ci raccontano i media d’essere loro i + ricchi del mondo; in qualche modo…😎
              …confidustrie nostrane che chiedono soldi pubblici come mici accattoni il pizzo al tuo pasto, ma senza la loro simpatica Grazie e ribalderia…

              Il tutto, s’intende, con la benedizione (“è giusto è giusto!” della grancassa mediatica completa per le grandi manovre richiamata) delle agenzie di rating e degli economisti a la page.

              Quando emerge l’apocalittico pastrocchio (e il SACCO) dei minus habens a tipo Gordon Gekko “American Psycho” di Bret Easton Ellis ma + sbalconato assai

              (crisi periodica e sistemica la chiamano i buontemponi😙😂🤑) allora il liberismo va rimpinguato con i solditriliardiati pubblici e gratuiti poiché too big to fail appunto.

              Quanto è bello e quanto è vero il libero mercato che fa e si regola da se medesimo come un omettino compìto col farfallino della prima comunione 😊

              una FAVOLA barocca rococò!!!🥴😵🤡😈💀

    • Lucia scrive:

      Francesco
      “troppo comodo scegliere come parte avversa un emerito coglione”

      Però mi sembra corretto ricordare al mondo ogni 20 anni quant’era emerito, sto qua.

      • Miguel Martinez scrive:

        Per Lucia

        “Però mi sembra corretto ricordare al mondo ogni 20 anni quant’era emerito, sto qua.”

        Non lo considero affatto un coglione.

        Lo considero una persona profondamente rappresentativa di tutti noi.

        Ci può distinguere una maggiore cultura in alcuni casi (ma non possiamo essere esperti di tutto); oppure la rara capacità di filtrare tutto criticamente, di immaginare anche “l’altra parte”, di non farsi divorare dalla propaganda.

        Ma sono doti rare, temo.

        • Lucia scrive:

          “Lo considero una persona profondamente rappresentativa di tutti noi”

          Eh ma con che individui hai a che fare, tu 😃

  11. habsburgicus scrive:

    per l’Afghanistan credo che tutti i mali (concetto in sé non storico, lo so bene, ma soprassediamo :D), derivino dall’ambizione di un uomo (da lungo obliato, tale Mohamed Da’ud -non il nostro Daouda :D- Primo Ministro del Regno dell’Afghanistan regnando Zahir Shah, di venerata memoria, di cui Da’ud era cugino e cognato, insieme aveva già quasi tutto..e volle di più !);
    cercherò di essere breve (fatica improba !)

    1.ci fu un tempo (“c’era una volta” delle favole, ma fu realtà !) in cui l’Afghanistan -che mai fu la Svizzera e soprattutto mai ci tenne particolarmente ad esserlo- aveva nondimeno un suo equilibrio che accontentava tutti o, se volete non scontentava troppo nessuno; erano i tempi del buon Zahir Shah, Sovrano illuminato, in cui il Corano era il Fondamento della Società ma a Kabul con prudenza una ristretta élite cominciava gradualmente ad occidentalizzarsi, senza ostentazione e senza ferire il tribalismo pashtun (e di altri) ancora dominante; erano gli anni in cui il visto afghano era facile da avere e frotte di hippies passavano in Afghanistan verso l’India e il Nepal, il tutto fra la tolleranza degli afghani che, per il resto, vedevano ‘sti tipi come noi vedremmo un indigeno del vecchio Ruanda-Urundi; era il periodo in cui Zahir Shah manteneva la più assoluta neutralità facendosi costruire una strada dai sovietici e una dagli USA né obliava Mao che aveva a Kabul un suo uomo dal 1955 allorché l’Afghanistan riconobbe la “Cina rossa” come dicevasi ai tempi; il Cristianesimo era proibito ma -conseguenza dell’epoca del cav. Benito che piaceva agli afghani- la Legazione d’Italia (poi Ambasciata) aveva il privilegio inaudito di avere una cappella in cui si poteva celebrare la Santa Messa ed era aperta a tutti i rari cattolici, di passaggio o no….ciò fino al luglio 1973 quando Zahir Shah era in Italia paese da lui amato !
    2.nel mese di saratan del 1352 (data che se io fossi afghano riterrei più nefasta di un 8 settembre al cubo o di un 9 Ab per gli ebrei), per noi luglio 1973 d.C, Mohamed Da’ud rovesciò la Monarchia ROMPENDO L’EQUILIBRIO che non è mai più stato raggiunto, purtroppo con la fattiva collaborazione dell’URSS che sognò di papparsi l’Afghanistan che pure uno Stalin si era saggiamente accontentato di avere neutrale (attenzione, l’URSS è già responsabile allora anche se lo diverrà di più in seguito)
    3.dopo cinque anni abbastanza turbolenti in cui già si manifestò uno iato fra chi voleva occidentalizzarsi e i primissimi che “riscoprirono” la shari’a per reazione, il 7 saur del 1357 (data ancor più nefasta !), ovvero 27 aprile 1978 d.C, ci fu il sanguinoso colpo stato comunista voluto da Mosca, la “Red Butchery in Kabul” come disse la stampa USA (e da noi Montanelli)..Da’ud, che dal 1976 si era avvicinato allo Scià e si era portato verso Occidente (la vox populi sostiene -sono scettico- che un altissimo dirigente israeliano si sarebbe recato in incognito da Da’ud con i buoni uffici dello Scià nel 1977; se ciò è vero, e non ci metterei la mano sul fuoco, sarebbe credo l’unico contatto mai avvenuto fra Israele e l’Afghanistan !) venne massacrato e con lui tutti i suoi familiari e l’intero governo in un macello organizzato dal KGB..l’Afghanistan diventò una “Repubblica democratica popolare” sotto la guida del Partito Democratico del Popolo Afghano, marxista-leninista (di osservanza sovietica)..
    4.mica finì lì..il PDPA era diviso fra la fazione “Khalq” (Popolo), che prese il potere sotto Taraki e Amin e la fazione “Parcham” (Bandiera) guidata da Babrak Karmal che fra tutti era il vero e assoluto uomo di Mosca ma allora perse e fu “esiliato” a Praha come Ambasciatore nella RS di Cecoslovacchia; la fazione “Khalq” era ancora più estremista..e iniziò la follia ! il regime comunista vietò il velo e bruciò il Corano in piazza mentre la Radio proferiva quelle che per l’afghano medio erano blasfemie belle e buone ! le masse islamiche iniziarono a insorgere “contro i nemici di Dio”..noi oggi sappiamo che a Herat nel marzo 1979, appena caduto lo Scià (che lasciò Tehran il 16 gennaio), il comunismo venne rovesciato e dovettero intervenire truppe sovietiche dal Turkmenistan (cosiddetta 1° invasione passata inosservata..si parla di 10.000 morti, ma il comunismo fu restaurato col ferro e con il fuoco a Herat)
    5.mentre il regime comunista era sempre più in crisi (ormai controllava Kabul e poco altro), Nur Mohamed Taraki convocato con urgenza a Mosca acconsentì a liberarsi di Hafizullah Amin e a fare una politica meno antireligiosa..nel settembre 1979 Taraki, appena sceso all’aeroporto di Kabul tornando da Mosca, venne ossequiato da Amin come prassi ma ad un cenno di questi, un militare freddò Taraki ammazzandolo si può dire in diretta (settembre 1979)…Amin instaurò il comunismo puro, mise la bandiera rossa al posto di quella afghana con il simbolo “popolare”, vietò ogni sentimento religioso, ordinò di intensificare la lotta ideologica contro i “reazionari” e iniziò a criticare da sinistra il Cremlino (a quanto pare meditava di passare sotto i cinesi, si parla di contatti anche con Enver Hoxha a quest’epoca ormai “cane sciolto” dopo la rottura con la Pechino denghista)
    6.Mosca non poteva tollerare il rischio di perdere l’Afghanistan e ora, al rischio di vittoria dei guerriglieri islamici si aggiungeva il possibile “tradimento” di Amin..e a fine dicembre 1979 invase l’Afghanistan (dopo una drammatica riunione del Politbjuro in cui Gromyko e Gorbaciov sarebbero stati contrari laddove Brezhnev, Ustinov e soprattutto Suslov avrebbero imposto quella soluzione che si rivelerà la causa della “finis URSS”), ufficialmente per aiutare Amin in realtà per ammazzarlo ciò che fu fatto da una squadra speciale del KGB che ricevette gli ordini da Andropov in persona..Mosca infine mise un uomo tutto suo, il citato Karmal, che cambiò un po’ politica, giunse a baciare il Corano in pubblica ma ormai era troppo tardi e neppure Najibullah (già capo del KHAD, il KGB dell’Afghanistan “democratico popolare”) messo al potere nel 1986 da Gorbaciov al posto di Babrak Karmal poté fare alcunché (resterà peraltro al potere sino all’arrivo dei mujahiddin nel 1992 ben tre anni dopo il ritiro “ufficiale” sovietico completato il 15/2/1989, prenderà rifugio nell’Ambasciata indiana ove dopo quattro anni i talebani vittoriosi per la prima volta lo presero a forza e lo impiccarono, 1996)
    di qui è ben noto e non continuo
    l’equilibrio rotto nel 1973 non è ancora stato ritrovato

    • Ros scrive:

      @habsburgicus “…ci fu un tempo (“c’era una volta” delle favole, ma fu realtà !)…”

      Bellissimo!😀

      i fricchettoni-capelloni-tossici-sbandati-persi e a perdere…
      da noi erano disprezzati, li da loro affettuosamente tollerati, e spessissimo, aiutati e curati con sublime e modesta misericordia

  12. Fuzzy scrive:

    Rispetto ai tempi dei talebani c’è in giro un altro sentimento.
    Israele non gode più del consenso che aveva
    in passato. Quei bambini col numero sulle gambe estratti dalle macerie….
    Ma pure gli Stati Uniti.
    Comunque
    https://www.ilpost.it/2023/10/25/israele-invasione-di-terra/
    L’invasione di terra più volte annunciata, viene regolarmente posticipata.
    Per Israele potrebbe rivelarsi una trappola fatale.
    Quanti israeliani sarebbero disposti a farsi ammazzare nei cunicoli di Gaza?
    Mah. Vedremo

    • Moi scrive:

      Non so … Hồ Chí Minh e Võ Nguyên Giáp hanno fatto scuola che quando t’invadono e ti soverchiano per rapporto di forza, il territorio è tutto.

  13. il modulo del dissenso informato scrive:

    “i fricchettoni-capelloni-tossici-sbandati-persi e a perdere…
    da noi erano disprezzati, li da loro affettuosamente tollerati, e spessissimo, aiutati e curati con sublime e modesta misericordia”
    La buonanima di un mio amico piastrellista era stato in effetti a Kabul a fricchettonare negli “anni d’oro”, mi raccontò che in quanto fricchettoni ce la si stava passabilmente ma senza grandi trasporti solidaristici da parte dei locali.
    Anche qua alla fine alla gente , basta che piastrellasse bene, non importava più di tanto se era cappellone.
    Quando ormai non era più cappellone per incipiente calvizie, ai vicini magari un po’ stava sulle balle, ma perchè dopo che si era separato si andava spesso a casa sua a fare casino fino a tardi.

    Quando gli USA se ne andarono dall’Afghanistan, la cosa che lessi che mi parve più illuminante fu sul blog di un ex-sergente statunitense diventato pacifista dopo il servizio lì.
    Diceva che alla base di Bagram lo sapevano tutti che il generale in capo dell’aviazione militare afghana sponsorizzata dagli USA era cognato del capo del governo clandestino parallelo talebano di Herat.

    • Ros scrive:

      @il modulo del dissenso informato: “…La buonanima di un mio amico piastrellista era stato in effetti a Kabul a fricchettonare negli “anni d’oro”…”

      …ne ho conosciuti tanti di veterani che di prima mano me ne hanno raccontate di cose; pure un cugino eroinomane – e pure lui andato – mi raccontava dei numerosi cimiteri (con la croce, beninteso) di rimasti a riposare in loco fra le montagne dei Pashtuns… di come ci si sentiva liberi in quei cieli alieni nell’essere persi con la morte a fianco …

      L’eterno presente si rivela quando non c’è più ne un domani ne un ieri.
      La pace è vicino alla morte, nell’assenza di un Io non più possibile, sostenibile, credibile.

      “Se esiste un destino la libertà non è possibile. Se c’è libertà non c’è destino”
      Imre Kertesz “essere senza destino”.

      Una bella cronaca dei fattacci sopra è Charles Duchaussois con “Flash. Il grande viaggio”
      https://www.ibs.it/flash-grande-viaggio-libro-charles-duchaussois/e/9788865948637

      https://www.qlibri.it/narrativa-straniera/avventura/flash.-katmandu-il-grande-viaggio/

      Ciao😀

    • Andrea Di Vita scrive:

      Se fosse sfuggito, ricordo come secondo gli Ucraini un drone Russo avrebbe rotto la finestra di un ufficio amministrativo della centrale nucleare di Khmielnitskij interrompendo l’erogazione di elettricità per 1800 persone.

      Ora, capisco la propaganda. Ma che un drone Russo sia così micidiale da interrompere la generazione di elettricità di una centrale nucleare rompendo un vetro mi giunge davvero nuova.

      Si vede che la IAEA dovrà aggiornare i rigidissimi protocolli di sicurezza delle centrali nucleari.

      In caso di funzionamento, tenere aperte le finestre.

      Ciao!

      Andrea Di Vita

  14. Fuzzy scrive:

    https://www.voltairenet.org/article219907.html
    Dunque, il sito forse non è affidabile, comunque è già la seconda volta che leggo di queste armi occidentali finite in mano a Hamas o Hezbollah.

    https://www.voltairenet.org/article219896.html
    L’Egitto si rifà alla posizione della Lega araba del 1969: accogliere nuovi rifugiati palestinesi significherebbe rendersi complici della pulizia etnica della loro patria storica. Una posizione intellettualmente giusta, ma che maschera malamente il timore di un’invasione palestinese come quella che a suo tempo subirono Libano e Giordania. All’epoca i palestinesi avevano tentato di prendere il potere con le armi a Beirut (la guerra del Libano), poi a Amman (Settembre nero) e di stabilirvi lo Stato di Palestina.
    https://www.ilpost.it/2023/10/27/iran-israele-stati-uniti/?homepagePosition=1
    La posizione ambigua dell’Iran

    Insomma, si direbbe un casino inestricabile.

  15. Miguel Martinez scrive:

    Interessante la lista di chi all’ONU ha votato contro la richiesta di una tregua umanitaria a Gaza (l’Italia si è astenuta). Diciamo che il Fronte Occidentale al completo, da Guatemala a Tonga:

    A: Austria

    C: Croatia, Czechia

    F: Fiji

    G: Guatemala

    H: Hungary

    I: Israel

    M: Marshall Islands, Micronesia

    N: Nauru

    P: Papua New Guinea, Paraguay

    T: Tonga

    U: United States

    • habsburgicus scrive:

      allora
      la UE come al solito ha avuto tre politiche (tre, manco due !), altro che “politica estera comune” 😀
      1.Austria, Cechia, Croazia e Ungheria hanno votato NO come gli stalwarts pro-IL e pro-USA nel mondo (gli USA stessi; il Paraguay; Marshall, Micronesia e Tonga..e pochissimi altri)
      2.la “palude” si è astenuta, in tutto 16 Stati (Italia, e non la biasimo, rebus sic stantibus -se siamo onesti- poteva fare poco altro; Germania che forse avrebbe votato NO come l’Austria per via della II GM e per “farsi bella” ma non ha osato offendere troppo Macron in quanto il rapporto con Parigi resta fondamentale, dunque astensione :D; Paesi Bassi; Danimarca, Svezia e Finlandia; Estonia, Lettonia, Lituania; Polonia, Slovacchia, Slovenia, Romania, Bulgaria; Grecia, Cipro)
      3.la Francia di Macron, seguita da Belgio, Lussemburgo, Spagna, Portogallo, Eire e Malta hanno votato SI (in tutto 7 Stati)
      fuori dalla UE, in Europa
      Norvegia ha votato SI (è da sempre critica verso Israele), l’Islanda idem [non sono certo]
      Bosnia e Montenegro hanno votato SI (la prima per compiacere Erdogan e i sauditi, la seconda per via di Putin)
      la Serbia ha OSATO separarsi da Mosca e si è astenuta
      Albania e Macedonia del Nord si sono astenuti
      Ucraina, Moldova e Georgia, i tre Stati europei (vabbè, geograficamente per la Georgia si potrebbe discutere :D) che vorrebbero entrare in UE si sono astenuti
      Russia e Belarus hanno invece votato SI e, nell’Europa geograficamente allargata, così ha fatto l’Armenia (in freddo con Putin ora ma non poteva offendere in modo così smaccato, astenendosi, l’unico amico che le resta, l’Iran..in più financo Macron è l’unico se non proprio amico., “semi-amico” dunque Erevan non poteva offendere neppure la Gallia) e l’Azerbaigian [ciò potrebbe a prima vista sorprendere dati i legami strettissimi degli azeri con Israele al punto che gli israeliani, come ricorda un cartello all’aeroporto di Baku, sono fra i pochi ultra-privilegiati che possono ottenere un visto all’arrivo mentre noi dobbiamo farlo -e pagarlo, 26 dollari- prima !; in realtà la spiegazione è semplice; gli azeri dipendono anche da Erdogan, e offendere TROPPO Erdogan notoriamente non è igienico :D);
      Qazaqstan, Kyrgyzstan, Uzbekistan e Tagikistan hanno votato SI..il Turkmenistan non si è presentato al voto 😀
      naturalmente queste sono parole….risultati effettivi della risoluzione ? ZERO ZERO ZERO..come sempre

      • habsburgicus scrive:

        stranissimo che la Svizzera abbia votato SI…
        non ci sono più gli svizzeri di una volta che manco vollero far parte dell’ONU per un cinquantennio per non schierarsi 😀
        forse i conti dei ricchissimi Emiri del Golfo ? 😀 uniti a Macron (potente in Elvezia) e a Putin (anch’egli non proprio ininfluente in quelle lande ?) oscure decisioni massoniche prese in qualche ufficio bancario di Zurigo che sfuggono a noi semplici mortali ? boh… 😀 😀

        • habsburgicus scrive:

          P.S
          l’Islanda si è astenuta, pardon..dunque solo la Norvegia si è separata dal Grande Nord, pur essendo paese NATO (come Francia, Turchia, Belgio, Lussemburgo, Spagna, Portogallo del resto)

    • Peucezio scrive:

      È da capire la cosa dell’Ungheria.
      Filoputiniana quanto all’Ucraina e occidentalista quanto alla Palestina.

      • habsburgicus scrive:

        horthysmo e II GM..l’Ungheria di dx (orbaniana) è ricattabile e invece, come ho visto nel giugno 2022 (oggi sarà di più) stanno riabilitando tutti !…i nomi delle strade sono un florilegio di nomi oscuri dei ’30, in genere impiccati dai comunisti nel 1946 o almeno incarcerati….
        Orban evidentemente compra il silenzio di Putin e di Netanyahu… finora, con successo
        tout se tient..
        non vedo altre ragioni razionali..magari ce ne sono, ma di irrazionali 😀

        • habsburgicus scrive:

          P.S
          per l’Ucraina c’é anche un’altra ragione…
          nella Zakarpats’ka oblast’ e specialmente nel povit di Berehove vi sono minoranze ungheresi..embè, direte voi ?
          Orban, secondo me errando di brutto, “scommette” sul crollo dell’Ucraina e pensa di potersi pappare l’area..magra consolazione, intendiamoci..ogni ungherese che si rispetti sogna: 1.la Transilvania che è off limits in quanto parte della sacrosanta area dell’UE e della NATO; 2.la Vojvodina serba, ma Orban sa quanto i serbi siano duri e preferisce non sfidarli neppure nella propaganda; 3.la Slovacchia meridionale (off limits a meno che Fico rompa veramente i cosiddetti a Bruxelles e soprattutto agli USA :D); 4.buon ultimo la “Rutenia” (Transcarpazia oggi ucraina ex foedere del 29/6/1945 fra URSS e CS)…però, si sarà detto Orban, meglio di niente 😀 Orban che è un po’ esaltato vorrebbe passare nella storia magiara come quello che ha almeno dato un colpo al Trianon (il non plus dell’abiezione,e non torto, per ogni ungherese che abbia stima di se stesso) e unico modo “fattibile” (secondo me no, secondo lui forse sì) era -avrà pensato- puntare alla disintegrazione dell’Ucraina..
          sbaglierò, ma la vedo così

  16. il modulo del dissenso informato scrive:

    “https://www.voltairenet.org/article219907.html
    Dunque, il sito forse non è affidabile …”
    Voltairenet ,siccome non se lo fila nessuno , cioè è del tutto irrilevante per la gestione dell’opinione pubblica, è più che altro un sito dove si possono scrivere cose che altrove non si possono scrivere.
    Ci scrive Dinucci, che fino al 24 febbraio 2022 poteva scrivere sul Manifesto cose sui piani e strategie statunitensi riguardo all’Ucraina e la Russia ,tipo le cose postate da ADV della Rand Cororation ecc, e quindi antistatunitensi,dopo quella data basta, il Manifesto non lo voleva più.

  17. Miguel Martinez scrive:

    Interessante sondaggio nel Regno Unito.

    https://www.middleeasteye.net/news/labour-party-muslim-support-massive-drop

    Nel 2019, il 71% degli elettori musulmani sostenevano il Labour, la bellezza dello 0,5% i Conservatori.

    Con il sostegno totale a Israele dell’attuale partito laburista, la percentuale di musulmani che voterebbe Labour è sceso al 5%.

    Il 40% ha detto che non voterà.

    Non so quale sia la definizione di “musulmano”: può essere qualunque cosa da chi va ogni venerdì in moschea, a chi ha il nonno nato nel Bangladesh, però è interessante.

    • Peucezio scrive:

      Il 40% dei musulmani britannici saranno milioni di persone. Anziché non votare perché non si fanno un partito loro?

      • Miguel Martinez scrive:

        Per Peucezio

        “Anziché non votare perché non si fanno un partito loro?”

        Perché l’Inghilterra purtroppo ha IL sistema maggioritario più maggioritario della storia.

        Per cui se la dualità è tra chi sostiene al 100% Israele e chi lo sostiene al 97%, ti devi arrangiare.

        A Firenze, tra il PD e la Lega che vogliono entrambi l’aeroporto internazionale, puoi votare Sinistra Progetto in Comune che è contro.

        • Francesco scrive:

          Veh, con la concentrazione geografica degli immigrati in molti seggi di città un simile partito sarebbe una potenza!

    • Peucezio scrive:

      Miguel,
      “Non so quale sia la definizione di “musulmano”: può essere qualunque cosa da chi va ogni venerdì in moschea, a chi ha il nonno nato nel Bangladesh, però è interessante.”

      Credo sia una questione di autodefinizione.

  18. Moi scrive:

    Hallah [sic] è un ottimo esempio per cui bisognerebbe, sul serio (!), legalizzare il geniale acronimo di Roberto :

    DOI (Denominazione Origine Inventata]

    🙂

  19. Moi scrive:

    A Bulåggna, l’ è arivè al Gender Manual 😀 :

    https://www.ilrestodelcarlino.it/cronaca/parita-genere-stop-maschile-universale-0f9d0e68

    Parità di genere, il Comune di Bologna dice stop al maschile universale
    Presentato a Palazzo d’Accursio un manuale che offre principi guida, esempi e definizioni che aiutino a comunicare rispettando le differenza

    • Moi scrive:

      … nel frattempo, procede The Great Sbucaltation 😀 , fra “Il Passantone” autostradale e la riesumazione 50 anni (o giù di lì) dopo del “Tranvàj” 😉

      [Sì, è la stessa cosa e (tra)scritto allo stesso modo di tante lingue Slave]

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