A Empoli, scoprono l’acqua fredda

La notizia più importante del mondo oggi, non viene da Kiev, da Mosca o da Washington.

Viene da Empoli.

Empoli è nota nella storia per tre episodi.

UNO

1 marzo 1921, le Guardie Rosse (che suona tremendo, ma erano dei contadini toscani di vent’anni) sentono dire che stanno arrivando i fascisti, e quando vedono dei camion, aprono fuoco. E ammazzano per sbaglio un gruppo di marinai in licenza.

DUE

Domenica 26 dicembre 1943, per festeggiare Santo Stefano, il giorno dopo Natale, gli americani sganciano 210 bombe su Empoli, ammazzando – che quando gli americani ci si mettono sono molto più produttivi delle Guardie Rosse – 123 empolesi.

TRE

Il 5 marzo dell’Anno di Disgrazia 2022 è stata chiusa la piscina comunale di Empoli.

Dovete sapere che c’è stat0 un periodo della storia in cui persino i cittadini di Empoli, pagando la somma di euro sette, potevano passare un giorno intero dentro una vasta piscina riscaldata a una temperatura gradevole, anche a gennaio.

E se non ci credete, eccovi il tariffario relativo:

Ora, molto semplicemente,

“a gennaio 2020 la spesa gas e luce era stata di 18.159 euro, a gennaio 2022 ben 42.546 euro.”

Per cui il comune di Empoli, per evitare la bancarotta, ha deciso di chiudere la piscina.

Stiamo parlando di gennaio, prima del conflitto russo-ucraino con le sue problematiche politiche. Quindi stiamo parlando del picco generale di tutte le risorse, che non dipende dalla cattiveria o dalla bontà di Biden o di Putin.

Dovete sapere che per riscaldare la piscina di Empoli per qualche decennio, ci ha lavorato per 550 milioni di anni, una quantità inimmaginabile di piccoli esseri viventi, che hanno avuto poi la fortuna (per noi) di venire seppelliti in circostanze molto particolari, forse uniche.

Come quelle che hanno creato le Alpi Apuane.

Ora, per la prima volta da mezzo secolo a questa parte, gli empolesi hanno occasione di riflettere sul fatto che a gennaio, l’acqua normalmente è fredda. Hanno scoperto l’acqua fredda.

Però, i genitori dei bambini che con euro 5,50 (due gelati, circa) potevano sguazzare per un giorno intero nell’acqua calda nella stagione più fredda, hanno tutte le ragioni di chiedersi perché abbiano deciso di tagliare per primo a loro.

E non ad esempio alla costruzione della Stazione Foster di Firenze.

Da decenni, si sta lavorando a Firenze per ridurre di circa 10/15 minuti il tempo che i manager milanesi ci mettono per correre in treno a Roma per farsi raccomandare da un politico.

Tutto questo finora ha prodotto soltanto una gigantesca buca quasi nel centro della città, che somiglia un po’ al World Trade Center il 12 settembre del 2001.

L’elegante gru che si vede è crollata in una notta tempestosa

Per risparmiare quei 10/15 minuti tra qualche anno o decennio, la spesa attualmente stimata (ma che aumenta ogni anno) è di 1,5 miliardi di euro.

Cento milioni per ogni minuto risparmiato, pagati con i soldi (anche) dei genitori dei bambini di Empoli.

Questa piccola storia riassume tante storie.

Uno, il destino tragico di un sistema che immagina che anche il figliolo del panettiere possa fare lezioni di nuoto a gennaio. Mica in Australia, a Empoli.

Due, il fatto però che ci sono cose ancora peggiori del figliolo del panettiere che fa schizzi d’acqua.

Tre, il fatto che abbiamo un sistema che decide di tagliare la piscina al figliolo del panettiere, ma di spendere 1,5 miliardi per rendere più cardiopalmica la vita del manager milanese.

Se capiamo questi tre punti, capiamo la catastrofe attuale, e capiamo anche tutti i Gilets Jaunes di questo mondo.

Che si illudono che si possa andare ancora in giro con l’utilitaria, ma hanno tutte le ragioni possibili nel dire, ma perché allora voi potete andare in giro con i jet privati?

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73 risposte a A Empoli, scoprono l’acqua fredda

  1. Moi scrive:

    … Voi, che fate smontare un ponte storico a Rotterdam sennò i vostri yachtoni non passano !

  2. Andrea Di Vita scrive:

    @ Martínez

    È quello che osservò Pareto.

    L’ottanta per cento della popolazione si spartisce il venti per cento della ricchezza, indipendentemente dalla quantità totale della ricchezza.

    Così, se la ricchezza complessiva aumentano i super ricchi e alla massa dei meno abbienti va comunque qualche briciola (mi pare so chiamasse “trickle economy”).

    Ma se diminuisce allora prima di tagliare la TAV tagliano la piscina comunale.

    Ciao!

    Andrea Di Vita

  3. Francesco scrive:

    1) Beh, non ho nessunissimo problema col fatto che ci siano dei ricconi che possono scorazzare coi jet privati. Voglio dire, hai visto le tombe che si facevano fare i Re dell’Egitto un milione di anni fa? si chiama “civiltà umana” e non se ne vede ancora la fine, nonostante le speranze di un barbuto poco propenso all’igiene personale.

    Sarei infastidito SSE scoprissi che non pagano il giusto per i loro giocattoli e per il relativo carburante. Molto infastidito.

    2) 210 bombe per ammazzare 123 empolesi? neppure i russi sono così spreconi e inefficienti.

    3) ca va sans dir che le infrastutture sono un investimento che DOVREBBE produrre reddito per la società, le piscine sono un bene di consumo.

    ciao

    • PinoMamet scrive:

      “nonostante le speranze di un barbuto poco propenso all’igiene personale.”

      ???

      Mai sentito un cristiano esprimersi così su Gesù!!

      Che fai, passi nel carrugio di Andrea??

  4. Massimo scrive:

    Praticamente non c’è più una struttura per potere fare o sport o una minima attività fisica.Ho notato anche dalle mie parti (Arezzo)che oltre alle chiusure degli esercizi commerciali c’è la cessazione o l’abbandono con conseguente degrado di strutture anche solo per prendere una boccata d’aria e scambiarci due parole.Le bollette e la carta verde hanno dato la mazzata finale ma era già da tempo che l’andamento era questo.Curiosamente però stanno nascendo quasi come funghi strutture e campi per il padel tennis sport che mi interessa e incuriosce.Ma non vorrei che fosse l’ennesima moda e un fuoco di paglia che alla fine mette nei guai chi ha investito come attività su questo sport.

  5. Massimo scrive:

    Ah chiaramente a farne le spese saranno soprattutto i ragazzi ed in particolar modo di quelle famiglie che non hanno disponibilità e possibilità non solo di soldi ma pure di tempo per trovare qualche struttura da qualche parte.

    • roberto scrive:

      capisco e sono abbastanza sensibile a questa cosa, soprattutto facendo il confronto con il paese in cui vivo che ha delle strutture pazzesche, ma in fin dei conti per giocare a pallone basta un po’ di spazio vuoto e due felpe a terra per fare i pali, fare sport una bicicletta o un bosco (sono due anni che visto che lme attività sportive sono bloccate, hanno ripreso a settembre con molti limiti e adesso in modo normale, organizzo cose del genere)

      • Massimo scrive:

        Poi a livello pratico se organizzi qualcosa che non sia calcio e non abbia quella sponsorizzazione precisa non c’è la fai

        • roberto scrive:

          non ho capito di quale sponsorizzazione parli

          io nel mio piccolo organizzo passeggiate nei boschi con picnic da due anni ogni domenica che non piove, certo non è vero sport ma attività all’aperto ed i ragazzi si divertono (e alla fine una volta fai le pancakes, un’altra cerchi funghi, un’altra giochi ad orientarti nel bosco, un’altra cerchi pietre, il tempo ti passa…)

          • Massimo scrive:

            Qualsiasi aiuto economico per realizzare qualsiasi evento che sia la festa sportiva che dura diversi giorni o anche l’incontro culturale svolto dopo cena o in un pomeriggio festivo

            • Maffeia scrive:

              Come ha detto Roberto, e come ben insegna Miguel, un finanziamento non è strettamente necessario. Servono persone di buona volontà (i famosi Volontari). E si possono fare attività a costo 0, come le passeggiate nel bosco. O, per me che vivo in una metropoli, passeggiate in città, alla ricerca di chiese o palazzi poco conosciuti.

  6. Massimo scrive:

    Il fatto è che non vedi come negli anni 80-90(la mia infanzia) campi improvvisati dove si giocava a tutto pur avendo praticamente poco.Ripeto non è solo un discorso di gestione e costi delle strutture ma sembra che stare fuori e semplicemente stare a contatto con gli altri non interessi più a nessuno.per quanto riguarda il camminare o la bicicletta io sono uno di quelli che pratica molto queste attività.ma anche lì non solo ormai vengono quasi esclusivamente praticate individualmente ma vedendo molte persone che usano le cuffiette pare che proprio vogliano proprio avere nessun contatto con gli altri.Oltre che essere un pericolo stradale e spaccarsi i timpani.

  7. roberto scrive:

    “Per cui il comune di Empoli, per evitare la bancarotta, ha deciso di chiudere la piscina.”

    però è curiosa questa cosa…non possono aumentare un po’ il prezzo di ingresso? contando che i costi dell’energia sicuramente non sono il loro costo principale

  8. Massimo scrive:

    Oppure farci tipo dei Giochi della gioventù (sono scomparsi ma erano molto belli) magari facendo pagare un’ iscrizione simbolica agli studenti e il biglietto agli spettatori , e se il centro è polifunzionale facendo svolgere anche altre gare almeno fino a maggio-giugno.Provo a buttarla lì , ma capisco che non è semplice

    • Mauricius Tarvisii scrive:

      La piccola piccolissima differenza tra Italia e Ucraina è che noi non abbiamo sguinzagliando Casa Pound e Forza Nuova a massacrare gli altoatesini.

      • Francesco scrive:

        forse perchè non abbiamo mai avuto una guerra civile in Alto Adige? e scoperto che le FFAA regolari non bastavano? e dall’altra parte invece di un’Austria neutrale ci stava una Russia tutt’altro che neutrale?

        l’articolo parla di milizie paramilitari e massacratrici da entrambe le parti

        • Mauricius Tarvisii scrive:

          Perché se avessimo avuto la secessione di Bolzano avremmo scatenato Forza Nuova? Con diecimila forzanuovisti armati spuntati fuori da chissà dove?

        • PinoMamet scrive:

          “forse perchè non abbiamo mai avuto una guerra civile in Alto Adige?”

          La guerra civile non c’è stata ma il terrorismo sì.

          Probabilmente non sfociato in guerra civile, e in nuova guerra con l’Austria, perché l’Italia NON ha mandato battaglioni di forzanuovisti a bombardare i masi dei tedescofoni… 😉

          • Francesco scrive:

            verissimo, forse però anche le condizioni esterne ci hanno aiutato

            tipo la debolezza militare dei terroristi sudtirolesi, mentre a quanto pare non era il caso in Donbass

            il mio punto non è che tutti gli ucraini sono buoni, è che in quella guerra civile con partecipazione esterna la rogna è distribuita sui due fronti

    • PinoMamet scrive:

      Non ho letto ancora l’articolo, comunque per me se gli altoatesini vogliono attaccarsi all’Austria, facciano pure.

      A dire il vero tutti gli italiani con cui ho parlato dell’argomento la pensano così…

      se qualche fascio è di idee contrarie, lui invece può attaccarsi al cazzo 😉

      • Francesco scrive:

        Pino

        e se fossero gli italiani che vivono in Alto Adige? a 80-90 anni di distanza delle politiche fasciste di italianizzazione della zona?

    • PinoMamet scrive:

      Letto adesso… beh, 15.000 iscritti in un partito di estrema destra NON sono pochi.

      L’Italia ha, diciamo, 58 milioni di abitanti contro i 44 milioni dell’Ucraina, ti risulta che ci siano 20.000 iscritti a Forza Nuova??
      Se arrivano a 2000 (ma non credo) sono tanti…

      Ha 0 Seggi alla camera, 0 al Senato, compresi quelli di Casa Pound 😉 mentre leggo nell’articolo che l’estrema destra ucraina nel 2014 ha preso complessivamente il 10% dei voti… non mi pare poco!

      Inoltre, come fa notare Mauricius, CasaPound non organizza battaglioni militari, tantomeno inquadrati nell’Esercito italiano…

    • Tortuga scrive:

      Il fatto è che quei 15.000, che altri dicono che siano 10.000, pare siano tutti militari. Almeno questi sono i numeri che ho letto altrove.

      • Mauricius Tarvisii scrive:

        Ma io mi chiedo come si possa paragonare anche solo lontanamente all’Italia un paese che aveva diecimila nazisti in armi.

      • Francesco scrive:

        secondo quello che ho letto, i “militari” stanno tutti nel battaglione Azov, che sono 2.000-3.000 uomini. sempre tanti nazisti in armi ma pochini per determinare la politica di una nazione con 44 milioni di abitanti

        e alle elezioni del 2019 hanno preso il 2,15% dei voti

        • Mauricius Tarvisii scrive:

          Ho linkato la fonte sui numeri. Che non è Sputnik e nemmeno un articolo apologetico sul neonazismo in Ucraina.

          • Francesco scrive:

            “apologetico” mi pare un termine errato

            tendente a smitizzare la propaganda russa (e non solo) mi pare più corretto

      • Tortuga scrive:

        A parte i numeri leggo:
        https://contropiano.org/news/internazionale-news/2018/10/06/neonazi-estremisti-ceceni-ex-isis-diventati-ucraini-in-giro-per-lue-0108200

        Nell’Ucraina che aspira all’accesso nell’Unione europea, passa la legge che riconosce la nazionalità a chi ha combattuto in Donbass. Migliaia di estremisti dei battaglioni di volontari del Donbass o militanti del radicalismo islamico dalla Cecenia a Siria e Iraq arruolati in Ucraina potranno circolare liberamente.
        Ieri la Rada, il parlamento ucraino, ha approvato la legge che garantisce la possibilità di ottenere la nazionalità a «quegli stranieri o individui senza cittadinanza che prendono parte alla difesa dell’integrità del paese».
        […]

        ‘Stranieri o individui senza cittadinanza’
        Chi sono questi «stranieri o individui senza cittadinanza» che combattono a fianco del soldati ucraini nel Donbass? Primi, i miliziani del «Battaglione internazionale Sheikh Mansur», gruppo armato volontario che partecipa al conflitto armato nell’est dell’Ucraina a fianco delle forze di sicurezza ucraine sin dal 2014. Si tratta principalmente di reparti sbandati della guerriglia cecena che, dopo la fine del conflitto nella repubblica caucasica, hanno trovato il modo di continuare la loro crociata anti-russa in una regione adiacente. Il gruppo, di cui vengono denunciate particolari efferatezze, dal 2016 ha iniziato ad accogliere anche foreign fighter dell’Isis «di ritorno» da Siria e Iraq e radicali islamici dalle repubbliche centroasiatiche dell’ex Unione sovietica.

        Il resto si può leggere direttamente al link.

        • Mauricius Tarvisii scrive:

          E tu vuoi negare Schengen a neonazisti e islamisti asortiti?

          • Tortuga scrive:

            Assolutamente si. Ma la politica di oggi non si fa con la franchezza … si usano parole come “è un processo lungo” … e le menate varie della von der Layen. E mi sembra anche giusto.

            • Andrea Di Vita scrive:

              @ tortuga

              “giusto”

              Ma se gli ucraini cominceranno a girare in UE, non è che fra un po’ ci ritroviamo i reduci dsll’Azov con armi NATO inquadrati in Forza Nuova o simili?

              Gia’ in Afghanistan gli USA armarono Al-Qaeda contro i russi.

              Ciao!

              Andrea Di Vita

              • Francesco scrive:

                NO.

                Gli USA armarono gli afghani contro i sovietici molti anni prima che Al Qaida iniziasse a esistere.

                Cavolo, la nostra Repubblica tanto bella e buona è nata grazie all’alleanza con Stalin!

            • Tortuga scrive:

              E’ proprio quello che pensiamo tutti, quelli che stanno cercando di informarsi e di capire.

  9. Tortuga scrive:

    I Russi del Donbass hanno inviato droni su Mariupol documentando soldati ucraini nei condomini. Chiaro, lo fanno anche i russi però.
    https://video.repubblica.it/dossier/crisi_in_ucraina_la_russia_il_donbass_i_video/soldati-ucraini-nei-condomini-il-video-che-fa-discutere/410258/410965?ref=ovladg-sug

  10. Tortuga scrive:

    La notizie più preoccupante mi pare questa
    Ministero Energia ucraino: 48 ore autonomia generatori a Chernobil, poi fughe radioattive

    Danneggiata l’unica rete che fornisce energia elettrica alla centrale nucleare di Chernobyl , che è del tutto priva di elettricità. I generatori hanno una autonomia di 48 ore. Dopo di che, i sistemi di raffreddamento del combustibile nucleare consumato si fermeranno, con conseguenti fughe radioattive. La Russia mette l’Europa in pericolo. Lo riferisce il ministero dell’Energia ucraino.

    dal Sole 24 ore

    Mi pare che di riffe o di raffe ne siano già passate almeno 24 di ore.

    • Tortuga scrive:

      x Andrea

      Naturalmente ci dovresti delucidare.
      Io non credo ci sia da essere preoccupati perchè il primo che riporterebbe danni oltre all’Ucraina sarebbe Lukashenko che sta proprio ad un tiro di schioppo da Chernobyl, e pur non troppo lontano dall’altra centrale tutto sommato.

      • Andrea Di Vita scrive:

        @ tortuga

        “delucidare”

        Avevo scritto una risposta, che si è persa 🙁

        Detta così, la notizia non ha senso. Cos’è un “sistema di raffreddamento del combustibile nucleare consumato”?

        In condizioni di riposo, le barre di cadmio che mangiano neutroni e bloccano la reazione sono abbassate per gravità. L’elettricità serve semmai ad alimentare i i meccanismi utili ad alzarle, tenerle alzate e mantenere la reazione.

        (Difatti il famoso “incidente di Chernobyl”, anche se è difficile da credersi, non fu affatto un incidente casuale dovuto a un guasto, ma fu la conseguenza dell’imbecille ostinazione di un dirigente che per mostrare ai suoi capi quanto era sicura la centrale e nonostante i pareri dei tecnici volle per forza disabilitare tutte le sicurezze insieme alzando completamente tutte le barre di cadmio allo stesso tempo durante un’esercitazione. La reazione di fissione scaldò la grafite circostante l’uranio al punto da scatenare il noto incendio, deformando le barre di cadmio che gripparono e non poterono più tornate al loro posto).

        Mi sbaglierò, ma sento puzza di propaganda.

        Ho l’età per ricordare la guerra del Biafra. La spaventosa carestia che uccise quasi un milione di civili, con le famose foto di bimbi denutriti con la pancia gonfia, si scoprì essere stata provocata artificialmente (rendendo impraticabili alcune vie di comunicazione) dal governo secessionista locale, per dare le foto in pasto all’opinione pubblica e dare la colpa al governo nigeriano, cercando di ottenere per via propagandistica quella vittoria ormai perduta sul campo. V. Goffredo Parise, “Guerre che ho visto”.

        Ciao!

        Andrea Di Vita

      • Tortuga scrive:

        E’ tutto ieri che si alternano le due notizie:
        rischio alla sicurezza e, poi,
        nessun rischio, e poi di nuovo rischio.

        Ora, sinceramente, ho un limite entro il quale la stampa e l’informazione così fatta mi può prendere per il culo.

        • Francesco scrive:

          temo che per la durata della guerra sarà così: le notizie sono più false del solito, più in malafede, più diffuse per provocare reazioni e non per informare

          ribadisco: è esperienza utilissima aver letto per molti anni i giornali sportivi, fornisce gli strumenti per affrontare le bugie

          certo, alla fine le partite si giocano e hanno un risultato certo, le guerre no.

  11. Mauricius Tarvisii scrive:

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/03/11/la-pizza-quella-che-conosciamo-oggi-e-nata-in-america-allinizio-era-bianca-con-olio-e-aglio-i-falsi-miti-della-cucina-italiana-in-un-podcast/6493008/

    Sbaglio o è il solito “originale”?
    Che io sappia, la pasta in Italia c’è dal Medioevo e nel centro-sud (ma anche fino al Po) era ampiamente consumata già nell’Ottocento (e infatti i piemontesi, mangiatori di riso, chiamavano gli altri “maccheroni”) e addirittura sappiamo, dalle testimonianze degli internati nei campi di concentramento italiani in Dalmazia, che era l’unico cibo che gli veniva dato, seppure in quantità minime.
    Il grana americano dimostra che non conosce nemmeno Boccaccio.

    • roberto scrive:

      “Il grana americano dimostra che non conosce nemmeno Boccaccio.”

      boccaccio nomina anche i maccheroni, no? anche se forse non era pasta secca che si diffonderà più tardi

    • PinoMamet scrive:

      Lo metterei nella categoria del solito originale.

      Ogni tanto qualcuno ci prova, tipo quelli che volevano convincere che un due tre stella era un due tre stai là…

      • PinoMamet scrive:

        Naturalmente falso quello che dice della pizza, e falsissimo il parmigiano del Wisconsin (quello copiato dagli americani all’epoca era già diverso da quello antico, che si fa ancora, pensa un po’, in alcuni caseifici del Parmense… )

    • Ros scrive:

      Mauricius Tarvisii: “Sbaglio o è il solito “originale”?…”

      Il libro è interessante; molto ben documentato.

      Alberto Grandi “Denominazione di origine inventata”, 2018, Mondadori”
      https://www.ibs.it/denominazione-di-origine-inventata-bugie-libro-alberto-grandi/e/9788804683957

      sotto il V° capitolo sul parmigiano in questione:

      “Il vero Parmigiano Reggiano si fa nel Wisconsin.

      Il Parmigiano Reggiano DOP è uno dei prodotti agroalimentari di maggior successo al mondo. Questo dipende certamente dalle sue qualità di gusto e anche dalla sua storia millenaria, che gli conferisce un indiscutibile fascino e la grande reputazione internazionale. Ma il Parmigiano Reggiano è anche uno dei prodotti che hanno conosciuto la più profonda trasformazione negli ultimi cinquant’anni. Infatti il formaggio che mangiamo oggi ha poco a che vedere con quello che si produceva e si consumava fino a qualche decennio fa, che invece assomigliava molto di più al famigerato Parmesan del Wisconsin, di cui parlerò più avanti.

      Sintetizzare la storia del Parmigiano Reggiano in poche pagine è oggettivamente impossibile; questo formaggio, con tutte le denominazioni che ha di volta in volta assunto, è probabilmente l’unico prodotto tipico del quale possiamo raccontare le trasformazioni in un arco temporale di un millennio o giù di lì. La storia del Parmigiano è comunque un’epopea che merita di essere ricordata ogni volta che se ne ha l’occasione, anche perché ci sono un po’ di questioni irrisolte che è giusto fare presenti e, come al solito, un po’ di miti da sfatare.

      Inizio con un consiglio spassionato: lasciamo in pace i Romani, in particolare Plinio e Marziale, che talvolta vengono citati per dimostrare che in quell’angolo di Pianura Padana si produceva formaggio anche nell’antichità. Si tratta, evidentemente, di una non notizia: ovunque ci fosse del latte c’era il problema di evitare il suo veloce deperimento; la coagulazione della caseina, acida o presamica (per farne formaggio), e la fermentazione (per farne yogurt) sono da parecchi millenni e per tutte le popolazioni i sistemi più usati, non solo dalle parti di Parma.

      È un fatto consolidato che già nel Medioevo il “formaggio di Parma” godesse di una certa fama e di un certo prestigio. Su questo ci sono pochi dubbi: le testimonianze letterarie e anche quelle di carattere squisitamente commerciale sono certamente numerose. Fin troppo nota è la descrizione che a metà del XIV secolo Boccaccio fece del paese di Bengodi, con la sua “montagna tutta di formaggio parmigiano grattugiato”. Forse meno noti sono i registri contabili di una ricca famiglia di mercanti toscani, sempre del Trecento, nei quali sono stati annotati gli acquisti di tutti i cibi che servivano per il sostentamento della famiglia, tra i quali i formaggi.

      Insomma, le fonti tardomedievali fanno emergere in maniera abbastanza netta la reputazione di cui godeva il formaggio di Parma in Italia, ma anche nel resto d’Europa. Meno semplice stabilire, per questo periodo, l’effettiva diffusione del Parmigiano al di fuori dell’area di produzione. E qui devo subito aprire una serie di questioni di non poco conto e che ci trascineremo fino alla fine di questa storia: come era fatto questo formaggio? Quante forme se ne producevano a Parma e dintorni? E infine, quanto erano grosse queste forme?

      Per rispondere a queste domande, soprattutto alle ultime due, evidentemente, non possiamo fare riferimento a dati precisi; come si sa, prima della rivoluzione industriale i dati statistici avevano l’attendibilità di un oroscopo. Dobbiamo quindi muoverci per approssimazioni.

      Concentriamoci sui pochi numeri che abbiamo. In effetti, qualche numero abbastanza preciso cominciamo ad averlo solo intorno alla metà dell’Ottocento; niente di particolare, sia chiaro, ma insomma possiamo almeno tentare di fare due calcoli. Già, perché anche qui abbiamo un problemino: come detto, il formaggio di Parma godeva di una fama internazionale molto elevata da alcuni secoli, tanto che all’inizio del XVII secolo si era istituita una sorta di denominazione di origine ante litteram, ma nel secolo successivo la produzione di questo formaggio conobbe un repentino declino, a quanto pare sia dal punto di vista quantitativo, sia da quello qualitativo. A dar retta ai parmigiani la colpa fu dei francesi, delle truppe imperiali, delle guerre, delle malattie bovine, del sistema fiscale e di altro ancora; potremmo aggiungere le inondazioni e le cavallette e sarebbe come ascoltare John Belushi in The Blues Brothers. Ma, al di là dell’italica tendenza al lamento, è sicuramente vero che una serie di circostanze sfavorevoli penalizzarono l’allevamento bovino nella zona compresa tra Parma e Modena a partire dai primi decenni del Settecento.

      E qui abbiamo il primo colpo di scena: dalla seconda metà del Settecento quasi nessuno parlò più del formaggio Parmigiano, tutti a parlare e a glorificare il formaggio Lodigiano e più avanti anche il Piacentino. Come si è detto, i dati a disposizione sono pochi e frammentari, ma tutto lascerebbe intendere che a quel tempo a Parma e dintorni di formaggio se ne facesse proprio poco e quel poco che si produceva non sembrava poter competere con il Lodigiano per qualità e reputazione internazionale. Per intenderci, poco dopo la metà del XIX secolo, il numero di vacche da latte per superficie coltivabile nel Parmense era il più basso di tutta l’Emilia-Romagna, addirittura inferiore a quello di province certamente non note per la loro produzione di latte e derivati come quelle di Forlì e Ravenna. La produzione lattiero-casearia della provincia di Parma crescerà in maniera rilevante solo con l’inizio del XX secolo. Insomma, i dati che abbiamo sembrano parlare chiaro: c’è un buco di 150 anni durante i quali la produzione di formaggio a Parma e dintorni sembra quasi scomparire. E non è un dato di poco conto, perché questo vorrebbe dire che il vero erede del formaggio di cui parlava Boccaccio sarebbe l’attuale Grana Padano più che il Parmigiano Reggiano.

      La rinascita della zootecnia parmense alla fine del XIX secolo e soprattutto all’inizio del XX, con la conseguente crescita del settore lattiero-caseario, era dovuta a molti fattori. Innanzi tutto occorre ricordare la nascita, nel 1892, della “cattedra ambulante di agricoltura” di Parma, un istituto di istruzione agraria, rivolta in particolare ai piccoli proprietari e ai mezzadri, che fece conoscere in tutta la provincia le moderne pratiche agricole. A questo bisogna aggiungere il miglioramento tecnologico indotto dalla progressiva meccanizzazione e, non ultimo, l’affermarsi del movimento cooperativo e la nascita di molte latterie sociali.

      Alla vigilia della Prima guerra mondiale, la zona compresa tra le province di Parma, Reggio Emilia, Modena e Mantova aveva ormai raggiunto livelli di eccellenza nazionale dal punto di vista dell’allevamento bovino e della produzione di latte e derivati. Tra le due guerre il formaggio prodotto in quest’area assunse definitivamente la denominazione “Parmigiano Reggiano” e nel 1938 fu costituito il primo consorzio di tutela che ne garantirà in eterno la qualità eccelsa.

      Bene, abbiamo rimesso tutto a posto, quindi? Possiamo dire che, a parte quel piccolo buco storico di 150 anni, a questo punto l’ordine era stato ristabilito? E possiamo anche dire che il meraviglioso formaggio cantato dai poeti del Medioevo e desiderato da tutti i Signori d’Europa, dopo un lungo peregrinare per la Pianura Padana, era finalmente tornato a casa? Ma neanche per sogno! Come si diceva, abbiamo il problema della qualità, cioè dobbiamo cercare di capire come fosse questo Parmigiano Reggiano prima e dopo la rinascita novecentesca.

      Non intendo annoiarvi con la questione delle razze bovine e nemmeno con quella dei foraggi, che già da sole dovrebbero indurci a pensare che il Parmigiano del Settecento e dell’Ottocento fosse ben diverso da quello del Novecento. È evidente, infatti, che cambiando la razza delle vacche e l’alimentazione cambiano le caratteristiche del latte e quindi anche del formaggio che se ne ricava. Ma questo possiamo ancora considerarlo un fatto fisiologico: la vacca frisona produce circa il doppio del latte che riesce a produrre una vacca di una razza italiana ed è quindi naturale che nel corso del Novecento gli allevatori siano stati indotti a sostituire razze meno produttive con una più produttiva; se per questo motivo le caratteristiche del latte sono nel frattempo cambiate, diciamo che se ne sono fatti tutti una ragione.

      In realtà, il problema delle caratteristiche del Parmigiano Reggiano è molto più profondo e non dipende solo da una maggiore disponibilità di materia prima o dai suoi cambiamenti indotti dalle nuove razze e dai nuovi foraggi; anche, ma solo in parte. Se guardiamo i documenti medievali, infatti, scopriamo che il formaggio di Parma era ben diverso dal Parmigiano Reggiano che compriamo oggi al supermercato. Oggi una forma di Parmigiano si aggira intorno ai 40 chili, nel Medioevo raramente superava i 10 chi li e la dimensione media si attestava intorno ai 7 chili. Non solo, ma tutto lascia pensare che questo antico formaggio, in ogni sua denominazione, fosse molto più grasso e morbido, seppur grattugiabile, rispetto a oggi. Del resto, la consistenza morbida e più simile a quella dei formaggi da mangiare a fette che a quella degli attuali grana da gustare a scaglie è rimasta tale fino al secondo dopoguerra almeno; non va dimenticato che qualcuno sosteneva che il Parmigiano, come il Lodigiano, per essere di qualità dovesse fare la famosa goccia.

      Le forme di Parmigiano, ma anche quelle di Lodigiano e del futuro Grana Padano, dopo la Seconda guerra mondiale cominciarono lentamente a crescere di peso. I motivi erano probabilmente legati alla più facile conservazione, alla maggiore stabilità del prodotto ma anche alla progressiva standardizzazione tra i vari caseifici. Tale incremento, però, si è concentrato soprattutto negli ultimi cinquant’anni. Non va dimenticato, infatti, che fino alla Seconda guerra mondiale una forma di Parmigiano pesava 20 chili circa e che per conservarla la si ricopriva con strane misture di olio e cenere; la classica immagine del Parmigiano, fino agli anni Sessanta, era proprio quella della forma abbastanza piccola e con la crosta completamente nera.

      Aspettate un attimo: un formaggio piuttosto morbido, con forme di circa 20 chili e dalla crosta nera… mmm… dove l’abbiamo già visto? Ma certo, è il Parmesan del Wisconsin! Anche qui è facile capire cosa sia successo: tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, tra i milioni di italiani che si trasferirono in America, c’era evidentemente qualche casaro o comunque qualcuno che sapeva fare il formaggio. Tra tutti gli Stati americani, quello che garantiva maggiori possibilità di lavoro a chi possedeva queste competenze era tradizionalmente il Wisconsin e così alcuni di questi immigrati, magari dopo aver lavorato per un po’ di tempo alle dipendenze di qualche imprenditore locale, decisero di rischiare e di mettersi in proprio, producendo il formaggio che conoscevano, cioè il Parmigiano o il Grana, come lo si produceva in quel periodo in Italia. Negli anni Trenta nacquero nel Wisconsin un certo numero di caseifici i cui proprietari avevano nomi evidentemente italiani, anzi padani, per essere più precisi; i quali misero sul mercato il “loro” formaggio e lo chiamarono con il nome inglese più vicino alla loro memoria: “Parmesan”, appunto.

      Il bello è che questo formaggio ebbe subito un grande successo sul mercato nordamericano e quindi non solo gli italiani, ma anche alcuni caseifici americani, via via più numerosi, iniziarono a produrlo, ovviamente mantenendo le caratteristiche che lo avevano reso celebre. Se fino alla guerra Parmigiano e Parmesan rimasero sostanzialmente gemelli, il secondo all’insaputa del primo, con le ovvie differenze legate alla diversa materia prima, a partire dagli anni Sessanta il Parmigiano Reggiano, insieme al Grana Padano, conobbe un’evoluzione straordinaria. Crebbero le dimensioni della forma, si accentuarono le caratteristiche che lo rendevano adatto a un uso gastronomico oltre che al consumo diretto, si migliorarono le tecniche di conservazione e invecchiamento, rendendo inutile l’uso della mistura. Anche in questo caso, come per il Parmesan, il nuovo Parmigiano conobbe un successo inarrestabile non solo sul mercato interno, ma su tutti i mercati mondiali, Stati Uniti compresi.

      Un’efficace politica di marketing, che ne esaltava la naturalità e la tradizione, oltre che gli indiscutibili valori nutrizionali e di gusto, ha fatto in poco tempo del Parmigiano e del Grana i due prodotti tipici italiani di maggior successo nel mondo. E il Parmesan? Il povero Parmesan è una sorta di brutto anatroccolo al contrario: all’inizio era uguale a tutti i suoi fratelli, poi lui non è cambiato e gli altri sì. Gli è rimasto il gusto antico e un nome troppo ingombrante, che gli ha procurato tanti nemici in Italia; ma se vogliamo mangiare il Parmigiano dei nostri nonni dobbiamo andare nel Wisconsin, non certo a Parma.”

      • PinoMamet scrive:

        Beh…

        io non mangio formaggi (li odio) ma abito nella zona.

        Questo estratto del libro è un esempio di come si possa fare un’ottima ricerca su un argomento, scodellando dati su dati, tutti sicuramente veri, presentando un risultato apparentemente irreprensibile… e totalmente falso.

        Basta lasciare fuori i due o tre dati altrettanto veri, ma che vanno contro la tesi che si vuole presentare

        (e in questo caso è sicuramente una tesi ad effetto: il vero parmigiano si fa nel MidWest! Boom!)

        e si ottiene di falsare completamente la realtà.

        E il dato nascosto è che il parmigiano “antico”, di piccola pezzatura, con esterno nero (carbone e cera), prodotto utilizzando le vacche di una determinata razza ecc. (che NON è quello del Wisconsin…) si è continuato a produrre, in piccole quantità, ed è tuttora prodotto.

        Poi se si vuol dire che i prodotti della grande distribuzione sono tutto fuorché tradizionali, quello è un discorso verissimo, che non ha nulla da guadagnare dalla ricerca di una facile fama facendo i fenomeni.

        • PinoMamet scrive:

          Dubito per esempio che nel Wisconsin abbiano importato le mucche di razza reggiana…

          • Ros scrive:

            Pino Mamet:
            “…Questo estratto del libro è un esempio di come si possa fare un’ottima ricerca su un argomento, scodellando dati su dati, tutti sicuramente veri, presentando un risultato apparentemente irreprensibile… e totalmente falso…”
            “E il dato nascosto è che il parmigiano “antico”, di piccola pezzatura, con esterno nero (carbone e cera), prodotto utilizzando le vacche di una determinata razza ecc. (che NON è quello del Wisconsin…) si è continuato a produrre, in piccole quantità, ed è tuttora prodotto…”

            Immaginavo qualcosa del genere😀

            Comunque, facendo sempre le tare necessarie, il libro si legge con piacere

          • PinoMamet scrive:

            Sicuramente è una lettura piacevole (me lo raccomandava un amico professore di economia tempo fa, proprio sapendo del mio odio per i formaggi)
            comunque sarebbe meglio se non falsasse troppo i dati 😉

            per una rapida comparazione, il parmigiano del Wisconsin:
            https://i2.res.24o.it/stream/assets/img/foto/mondo/wisconsin-viaggio-valle-dove-nasce-parmesan/ABVnpltB/images/large_02.jpg

            il parmigiano tradizionale, messo in vendita con orripilante nome da marketing altisonante
            (oh, alla fine so’ burini…)
            https://www.caseificiogennari.it/wp-content/uploads/2019/04/OroNero.jpg

  12. Fuzzy scrive:

    https://www.greenme.it/animali/mangime-allevamenti-friuli-venezia-giulia/
    Situazione mangimi e la scelta di coltivare grano anziché pomodori.

  13. Francesco scrive:

    Barzellette per rallegrare la sera del venerdì

    https://ilmanifesto.it/piu-armi-piu-guerra-e-vittime-civili/

    • PinoMamet scrive:

      Per amicizia e rispetto verso di te vorrei dire che lo trovo insulso, ed ero già partito prevenuto nel leggerlo, ma…

      caspita, trovo che abbia abbastanza ragione. E sì che non leggo il manifesto da vent’anni…

      Fatta la tara all’agiografia dei vietcong e al solito uso del Papa che piace solo quando tuona le guerre che piacciono agli americani, anche secondo me il governo italiano avrebbe dovuto inviare ospedali da campo e non mitragliatrici.

      • Andrea Di Vita scrive:

        @ pino mamet

        “ospedali”

        OTAPM!

        Occasione di Totale Accordo con Pino Mamet!

        Ciao!

        Andrea Di Vita

      • Tortuga scrive:

        Sono d’accordo.

        • Francesco scrive:

          minchia quanto siete sadici!

          ospedali da campo in quella situazione? sapete come si dice “sparare sulla Croce rossa” e non in senso figurato

          ma dimentico che per voi l’unica cosa ragionevole da fare è arrendersi e che quindi gli ucraini sono colpevoli

          • Mauricius Tarvisii scrive:

            Mentre per te la cosa ragionevole da fare è seguire l’esempio siriano ed armare gruppi che sicuramente non sono discutibili e che sicuramente non useranno sugli Yazidi (troppo lontani) le armi che avremo rovesciato in quantità nell’area.
            Negli ultimi decenni sei stato un pochino distratto?

          • PinoMamet scrive:

            Ah Francesco mandare ospedali e medicinali è una cosa da sadici.
            Prenderò nota, si impara sempre qualcosa.

            La Croce Rossa se non ricordo male è nata proprio per quello…

            Per quanto riguarda l’Ucraina, il suo assurdo presidente non si è ancora accorto che ha perso la Crimea da cinque anni.
            Le mie speranze che possa accettare un qualunque trattato di pace con la Russia di stanno affievolendo: temo voglia far martirizzare tutti gli ucraini, prima.

            Lo metto nella stessa categoria di Putin, ma con meno carri armati.

  14. Tortuga scrive:

    Da varie fonti ci stanno dicendo che fra 12 mesi ci sarà una emergenza alimentare per mancanza di cereali: pane, pasta etc.
    Sicuramente domani ci sarà l’assalto agli scaffali.
    Ma io non ho posto per comprare oggi quella pasta che mancherà fra 12 mesi, anche perchè nel frattempo si deteriora e scade.

    • Moi scrive:

      ci sarà una emergenza alimentare per mancanza di cereali: pane, pasta etc.

      —————

      … io sento sempre un sacco di gente lamentarsi che quella roba c’ha troppo glutine : i sràn cuntént ! 🙂

    • Andrea Di Vita scrive:

      @ mauricius tarvisii

      “Polonia”

      Che la magistratura polacca non sia più indipendente dal governo è ahimè cosa nota.

      Ciao!

      Andrea Di Vita

      • Mauricius Tarvisii scrive:

        Be’, certo: a quanto pare sarebbe incostituzionale la sua indipendenza 😀

        • Francesco scrive:

          qualche dettaglio?

          se penso all’indipendenza della magistratura italiana non è che mi bacio i gomiti dalla gioia

          • Andrea Di Vita scrive:

            @ Francesco

            “dettaglio”

            Uno su tutti: i giudici di quel tribunale sono di nomina governativa. E chi li ha nominati, il ministro della giustizia, è un fedelissimo del premier. Alla faccia della separazione dei poteri.

            Ciao!

            Andrea Di Vita

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