Come Love, Carolling Along in Me

Ecco, questo è il mio Natale, nonostante tutto.

Vorrei presentarvi una poesia/canzone del grande Sydney Carter, Come Love Carolling, che però già dal titolo è intraducibile.

Carol è una parola inglese, che significava all’inizio, una danza in cerchio, poi è passata a signficare cantare in coro un inno di Natale, andando di casa in casa. E’ quindi sia un movimento che un suono che un rito che un atto comunitario.

Deriva dal francese, carole, che a sua volta forse deriva dal latino choraula, che scivola giù nei secoli dal greco, con il senso di danzare al suono del flauto.

Aggiungiamo l’avverbio, along, che dà l’idea sia di accompagnamento, che di prolungamento nel tempo, e capirete perché l’inglese, contrariamente a quanto pensano i manager, sia un tesoro senza fondo.

Carol lo traduco qui banalmente come “danzare”.

Altri piccolo dettaglio – si parla del maker del mondo, non del creator, che in inglese suonerebbe molto più astratto.

Preferisco non incorporare un video di Youtube su questo blog, potete ascoltare la canzone attraverso questo link, nella versione dell’Albion Christmas Band.

Vieni, amore, che danzi dentro di me !
Vieni, amore, che danzi dentro di me !
In ogni momento, ovunque io sia,
Porto dentro di me il fattore del mondo.


Sollevo e amo te che non sei me,
Benché il tuo corpo sia il mio sangue e le mie ossa,
Mi meraviglio del fattore che può essere
Prima che io sia, eppure un mio figlio.

Ti sollevo e ti porto a Betlemme,
ti sollevo e ti porto in Galilea.
Ti porterò ovunque io sia,
Porto in me il fattore del mondo.

Nel principio eri lì, lo so,
E tu mi porterai ovunque io vada.
Ti porterò ovunque io sia,
Porto in me il fattore del mondo .

Come, love, carolling along in me !
Come, love, carolling along in me!
All the while, wherever I may be.
I carry the maker of the world in me.

Lifting and loving you that I am not,
Though your body is my bone and blood,
I wonder at the maker who can be
Before I am and yet a child of me.

Come, love, carolling along in me !
Come, love, carolling along in me!
All the while, wherever I may be.
I carry the maker of the world in me.


I lift and I carry you to Bethlehem,
I lift and I carry you to Galilee.
I’ll carry you wherever I may be,
I carry the maker of the world in me.

In the beginning you were there, I know,
And you will carry me wherever I go.
I’ll carry you wherever I may be,
I carry the maker of the world in me.

Come, love, carolling along in me !
Come, love, carolling along in me!
All the while, wherever I may be.
I carry the maker of the world in me.

Frank Cadogan Cowper, Our Lady of the Fruits

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188 risposte a Come Love, Carolling Along in Me

  1. Mauricius Tarvisii scrive:

    Se vuoi c’è il verbo “carolare”, che si riferisce proprio a danzare la carola, che è quella roba lì.

  2. Francesco scrive:

    Bella per una volta! nel senso che per una volta anche io posso aggiungermi al coro laudante

    Senti ma di che epoca è?

    Grazie e buona Novena di Natale

  3. daouda scrive:

    Dimostrazione per tutti i reazionari che anche molto di quel che è “tradizionale” o di folklore è deviante.

    Che sia la volta buona che si comprenda? Grazie MM

    • Ros scrive:

      @daouda: “Dimostrazione per tutti i reazionari che anche molto di quel che è “tradizionale” o di folklore è deviante. Che sia la volta buona che si comprenda?.”

      Nel senso che questa Caròla (come nota Mauricius Tarvisii), danza in cerchio e Ballata, potrebbe – non so come, non so quando, non so perché😜 – mandare un certo sentore (la danza è sempre un rito, vedi Luciano di Samosata, se poi è pure circolare come il moto degli astri gatta sempre ci cova…) affine a quelle assai profane dei Cerchi delle streghe, fairy rings e pixie rings?

      Sincretismi obliati di antichi culti a Diana-Artemide?😃
      O di un certo strambo neo-paganesimo post vittoriano di sorellanza Wicca in salsa pseudo celtico-gaelica, insomma?

      Di pinkoliane “Donne che corrono coi lupi”?
      https://www.youtube.com/watch?v=BW3gKKiTvjs

      I Cerchi fungini dove le “streghe” compivano festini e rituali;
      cerchi tracciati dalle danze di fate e folletti per aprire varchi con il loro Secret Kingdom, La tolkienana Terra di Mezzo.

      https://it.wikipedia.org/wiki/Cerchio_delle_streghe

      Nel “Sogno di una notte di mezza estate“ di Shakespeare una fatina si vanta con Robin Goodfellow di aver tracciato questi cerchi per la sua regina (the Fairy Queen) Titania:
      And I serve the fairy queen,
      To dew her orbs upon the green…

      “A Fairy song”, in “A midsummer night’s dream”

      “Ti sollevo e ti porto a Betlemme,
      ti sollevo e ti porto in Galilea.
      Ti porterò ovunque io sia” volando col mio dildo-manico di scopa unto di Stramonio, Giusquiamo, Mandragora e Belladonna magari!😁

      “Vieni, amore, che danzi dentro di me !
      Vieni, amore, che danzi dentro di me !” tarantismi? ballo di San Vito? Dervisci rotanti di Battiato? O la Piaga del ballo del 1518?
      https://it.wikipedia.org/wiki/Piaga_del_ballo_del_1518
      “Fair is foul, foul is fair” mai dimenticarlo!

      Poi, c’è che a me le Ballate fanno pensare più a Villon, la guerra dei trent’anni, “Flesh and Blood” di Paul Verhoeven, “L’avventuroso Simplicissimus” di von Grimmelshausen: cose e robe erotiche e truculenteggianti da : “La carne, la morte e il diavolo”, e un po’ meno al al Natale.

      Cèlie demenzialpedanti a parte è davvero una bellissima ballata, grazie Miguel
      e buon Natale, e o, Solstizio a tutti😊

      Ps
      In fondo fu Giovanni Paolo II che volle collocare in Piazza San Pietro un Yggdrasill natalizio, e nel 2008, nel discorso d’inaugurazione dell’albero di quell’anno, Benedetto XVI disse: “L’Albero di Natale non è nato come simbolo cristiano, ma, come tutte le cose belle e buone, è stato fatto proprio dalla Chiesa Cattolica”, e tanto basti😃

      Ps Ps
      Vedo, scartabbellando qua e la in rete, che Sydney Carter, oltre alla fissa per la danza estatico-balorda, c’aveva per davvero un vizietto dell’insalatare sincretismi ambigui, tra i tanti basti il suo “Lord of the Dance” del 1963, dove dice d’essersi ispirato a Gesù, e a Shiva Nataraja (Shiva danzante), ma pure agli Shakers puritano-calvinisti e Sailor Moon soprattutto.

      • daouda scrive:

        NO.
        Ma era ovvio che un ritardato dicesse questo. Chiunque sà leggere legge blasfemia, oltre al sentimentalismo ed al riduzionismo razionalistizzato.

        Certo può darsi derivi ANCHE da una cattiva inculturazione, ma soprattutto è un crasso esempio di lassismo gerarchico.

        Debole che non sei altro, perché mi usi per la tua pubblicità balzana su canti bambocceschi?

        • Ros scrive:

          @daouda “Debole che non sei altro, perché mi usi per la tua pubblicità balzana su canti bambocceschi?”

          Debole!??? Ma se faccio i 160 chili di panca di massimale, e c’ho i deltoidi cocomerali che cantano Wheel of Fortune dei Carmina burana di Orff;
          mi chiamano pala meccanica ammé!😒

          Se mi piacesse il balletto farei pure le arti marziali, e, se non fosse andro ed endocrinologicamente pericolosa per l’ambiguo troppo brancicarsi e abbarbicarsi sudati e ignudi (alla fine pare che, fatalmente, s’innamorino), la lotta grecoromana…

          Non ti uso, sia mai, ti coinvolgo per proiezione d’istintiva empatia ed affetto😘

          • Moi scrive:

            @ ROS

            … Però, sei “tamugno” 😉 , come si dice da ‘ste parti !

            … se _ Covid permettendo _ si liberasse un posto in squadra al Calcio Storico, parteciperesti ? … Però lì ci vuole anche un’ indole aggressiva !
            1

            • Ros scrive:

              @Moi “… se _ Covid permettendo _ si liberasse un posto in squadra al Calcio Storico, parteciperesti ? … Però lì ci vuole anche un’ indole aggressiva !”

              L’indole aggressiva, financo hulkigna e belluina, mi viene allorquando alzandomi dal letto sbatto il pollicione piedale nel comodino; mi viene assieme ad un Rosario di bestemmie da guinnes dei primati che fanno piangere tutti gli angioletti del cielo

              Se vengo me la posso portare la mia mazza da carpentiere? Come amuleto portafortuna.

              • daouda scrive:

                bestemmi ancora per mero riflesso condizionato?
                Inizia a credere, a sapere che DIO è UNICO UNI TRIPERSONALE onnipotente e Bene supremo.

                Rifiutalo e bestemmia sapendo di aver perso semmai. Non hai mai bestemmiato allora, il che se pensi che sia meno colpevole fa parte della tua borghesia retrospettiva

          • daouda scrive:

            baciame er culo.

            Le tue sottolineature confermano la tua debolezza.

            Non capisci n cazzo e come MM dà risposte scontate , quello che è pure ignavo se crede d’avè tirato fuori un pezzo de storia quanno è un pezzo de degenerazione demmerda, e dovremmo eloggiallo!
            State a pezzi e ve lamentate pure pontificando i vostri ideologismi fantastici, fate pena. Quando capirete che quasi tutto quel che credete è il problema, compesi voi?
            E’ facile sparà sui ricchi, iniziamo ad accusà le merde del rione, com’è fatto, come è nato, perché esiste, chi ce sta, che storia ha, che crede.
            AAAAAAAAAAAAAA
            S’è capito subbito che siete troppo rispettabbili pé fallo.
            Bravi, continuate a parlà.

          • Francesco scrive:

            toh, ho la stessa impressione della lotta grecoromana!

            alla panca però credo di fare 16 kili senza garantire ripetizioni

            andrò a cercami Wheel of Fortune, per accompagnare le mie libagioni

  4. Andrea Di Vita scrive:

    @ Martinez

    Bello!!

    Ciao!

    Andrea Di Vita

  5. Moi scrive:

    La parola “carol” però è stata riportata in auge da Charles Dickens e il suo suppongo universalmente noto racconto natalizio !

  6. Moi scrive:

    https://invidio.xamh.de/watch?v=sEWHpsUPKHI

    legato alla canzone “oldie” di Neil Sedaka

  7. Moi scrive:

    Cmq le origini Pagane del Natale sono evidentissime … la Pasqua è molto più Semitizzante.

    Inoltre è curioso quel nome Ebenezer di Scrooge, chiaramente Semitofono _ אֶבֶן הָעֵזֶר significa “Pietra dell’Aiuto” in Samuele _in quanto iperProtestante !

  8. Moi scrive:

    Boh … non pubblica più nessun commento

  9. Ros scrive:

    Tanto il Natale e la sua concomitanza con il Solstizio d’inverno, l’albero, i riti e addobbi vari che – in particolar modo – la figura di Babbo Natale sono stati spesso sentiti polemicamente ambigui, quando non direttamente blasfemi;

    Claude Lévi-Strauss nel 1952 scrisse sul tema un noto articolo : “Le Père Noël supplicié”, Babbo Natale giustiziato, nella rivista “Les Tempes Modernes” dopo che a Digione Babbo Natale era stato impiccato all’inferriata del duomo e arso pubblicamente sul sagrato.

    Esecuzione compiuta sotto gli occhi di centinaia di fanciulli, con il consenso del clero che aveva condannato Babbo Natale quale usurpatore ed eretico con l’accusa di aver paganizzato la festa di Natale dopo essersi insediato come un parassita occupando sempre più spazio, al Presepio innanzitutto.

    Non l’ho trovato in rete da linkare quindi lo copincollo, è lunghetto ma credo valga la lettura.

    Le Père Noël supplicié
    Claude Lévi-Strauss, 1952

    Le festività natalizie del 1951 saranno ricordate in Francia per una polemica alla quale la stampa e l’opinione pubblica si sono mostrate, sembra, molto sensibili, e che ha introdotto, nell’abituale atmosfera gioiosa di questo periodo dell’anno, una nota di asprezza inusitata.

    Già da parecchi mesi le autorità ecclesiastiche, per bocca di alcuni prelati, avevano espresso la loro disapprovazione per la crescente importanza attribuita da famiglie e commercianti al personaggio di Babbo Natale.

    Veniva denunciata una «paganizzazione» inquietante della festa della Natività, che deviava lo spirito collettivo dal significato propriamente cristiano di tale celebrazione, a vantaggio di un mito privo di valore religioso.
    Questi attacchi si sono intensificati alla vigilia di Natale; certo con più discrezione, ma con altrettanta fermezza, la Chiesa protestante ha unito la sua voce a quella della Chiesa cattolica.

    Inoltre, sul giornale appaiono lettere di lettori e articoli che attestano, in forme diverse ma in generale ostili alle posizioni ecclesiastiche, l’interesse risvegliato dalla faccenda.

    Il colmo lo si è raggiunto il 24 dicembre con una manifestazione di cui il corrispondente del quotidiano France-Soir ha fornito il seguente resoconto:

    DAVANTI AI BAMBINI DELLE PARROCCHIE BABBO NATALE E’ STATO GIUSTIZIATO SUL SAGRATO DELLA CATTEDRALE DI DIGIONE
    Digione, 24 dicembre

    « Ieri pomeriggio Babbo Natale è stato impiccato all’inferriata del duomo di Digione e arso pubblicamente sul sagrato. La spettacolare esecuzione si è compiuta sotto gli occhi di parecchie centinaia di fanciulli dei patronati.
    Era stata fissata con il consenso del clero che aveva condannato Babbo Natale quale usurpatore ed eretico.
    L’accusa è di aver paganizzato la festa di Natale dopo essersi insediato come un parassita occupando sempre più spazio.
    Gli si imputa soprattutto s’essersi introdotto in tutte le scuole pubbliche dalle quali, invece, è stato scrupolosamente bandito il presepe.
    Domenica alle tre del pomeriggio l’infelice ometto dalla barba bianca, come molti altri innocenti, ha pagato una colpa di cui si sono resi responsabili coloro che applaudivano alla sua esecuzione. Il fuoco ha avvolto la barba ed egli è svanito col fumo. Al termine dell’esecuzione è stato diffuso un comunicato.
    Ecco l’essenziale:
    “In rappresentanza di tutte le famiglie cristiane della parrocchia desiderose di lottare contro la menzogna, duecentocinquanta bambini, raggruppati davanti alla porta principale della cattedrale di Digione, hanno bruciato Babbo Natale.

    Non si è trattato di un evento spettacolare ma di un atto simbolico.

    Babbo Natale è stato sacrificato in olocausto.

    La sua menzogna non risveglia nei bambini alcun sentimento religioso e non può considerarsi in nessun caso educativa.

    C’è chi dice che si sia voluto fare di Babbo Natale il contrappeso dell’Orco delle fiabe.
    Per noi cristiani la festa del Natale è e deve rimanere la ricorrenza che celebra la nascita del Salvatore”.

    L’esecuzione di Babbo Natale sul sagrato del Duomo è stata valutata in modo diverso dalla popolazione e ha provocato vivi commenti anche da parte cattolica.
    Del resto, questa manifestazione inopportuna rischia di avere conseguenze inattese per i suoi organizzatori.

    La faccenda divide la città in due campi.

    Digione attende la resurrezione del Papà Natale assassinato ieri sul sagrato del Duomo. Risorgerà questa sera alle diciotto sopra il Palazzo comunale.
    Con un comunicato ufficiale, egli ha effettivamente convocato, come ogni anno, i bambini di Digione in place de la Libératon, dove parlerà loro dal tetto del Municipio alla luce dei riflettori.

    Il canonico Kir, deputato-sindaco di Digione, si sarebbe astenuto dal prendere partito sulla delicata vicenda».

    Quello stesso giorno, l’esecuzione di Babbo Natale è la notizia di prima pagina: non c’è giornale che non commenti l’incidente, alcuni -come France-Soire ossia il giornale di più alta tiratura- gli consacrano l’editoriale. In generale la condotta del clero di Digione viene disapprovata; al punto, sembra, che le autorità religiose hanno giudicato conveniente battere in ritirata o per lo meno mantenere un discreto riserbo; si dice tuttavia che i nostri reverendi siano divisi.

    La maggior parte degli articoli ha una tonalità sentimentale e delicata: è così bello credere a Babbo Natale, che non ha fatto mai male a nessuno; i bambini ricavano grandi gioie e fanno scorta di delicati ricordi per l’età adulta, ecc.
    Ma si sfugge alla domanda invece dare una risposta, poiché non si tratta di spiegare il motivo per cui Babbo Natale piaccia tanto ai bambini, bensì quello che ha spinto gli adulti ad inventarlo.

    Comunque sia, le reazioni sono tanto unanimi che senza dubbio, su questo punto, si è verificato un divorzio tra opinione pubblica e Chiesa.
    Malgrado il carattere minimo dell’incidente, si tratta di un fatto importante poiché gli sviluppi, in Francia, dopo l’Occupazione, avevano segnalato la graduale conciliazione tra un’opinione largamente miscredente e la religione: lo prova l’ingresso negli organi di governo di un partito così marcatamente confessionale come l’M R P Gli anticlericali della tradizione, del resto, si sono accorti dell’inattesa occasione che si presentava: a Digione e altrove si sono improvvisati protettori di un Babbo Natale minacciato.

    Babbo Natale, simbolo irreligioso, che paradosso!

    Perché, in questo affare, tutto procede come se fosse la Chiesa a far suo uno spirito critico smanioso di schiettezza e verità, mentre i razionalisti si fanno guardiani della superstizione. Questo palese capovolgimento delle parti basta a suggerire che il nostro candido episodio copre realtà più profonde.
    Siamo di fronte a una manifestazione sintomatica di una evoluzione molto veloce dei costumi e delle fedi, in primo luogo in Francia, ma senza dubbio anche altrove.

    Non succede tutti i giorni di trovare un’occasione simile a questa per esaminare, nella propria società, lo sviluppo repentino di un rito, e anche di un culto;
    per indagarne le cause e studiare la collisione con altre forme di religiosità; per tentare, infine, di comprendere a quali trasformazioni complessive, mentali e sociali insieme, si ricongiungono alcune manifestazioni evidenti su cui la Chiesa – forte di una tradizionale esperienza, in materia – non si è ingannata, almeno nella misura in cui si limita ad attribuire loro un valore significativo.

    Da tre anni circa, da quando l’attività economica è tornata progressivamente alla normalità, le celebrazioni del Natale, in Francia, hanno raggiunto un’ampiezza sconosciuta prima della guerra.

    Certamente si tratta di uno sviluppo che, per importanza materiale e per le forme assunte, è un risultato diretto dell’influenza e del prestigio americani.

    Così si sono visti, nello stesso momento, comparire i grandi abeti addobbati agli angoli delle strade o sulle arterie principali, illuminati di notte; carte da pacchi decorate per i doni natalizi; biglietti d’auguri disegnati che, durante la settimana fatidica, il destinatario mette in evidenza sul suo caminetto; le questue dell’Esercito della salvezza che appende i suoi calderotti, come ciotole, sulle piazze e nelle vie; infine, nei grandi magazzini, i personaggi travestiti da Babbo Natale che raccolgono le richieste dei bambini.

    Consuetudini che, solo qualche anno fa, sembravano enfatiche e infantili, a un francese in visita in America, e come uno dei segni più evidenti della incompatibilità congenita tra le due mentalità, si sono trasferite e ambientate in Francia con tanta facilità e in modo così generale da rappresentare una lezione su cui riflettere, per lo storico delle civiltà.

    In questo terreno come su altri, è in corso un’ampia esperienza di diffusione, senz’altro non molto diversa da certi fenomeni arcaici che siamo abituati a studiare dopo gli esempi remoti dell’acciarino a pistone e della piroga a bilanciere.

    Ma è più semplice e insieme più complicato ragionare su fenomeni che si svolgono sotto i nostri occhi e che hanno per teatro la nostra società.

    Più semplice perché è assicurata la continuità dell’esperienza in tutti i suoi momenti e per ogni sfumatura; ma anche più difficile poiché proprio in queste, così rare occasioni, ci si accorge dell’estrema complessità delle trasformazioni sociali anche delle più tenui;
    inoltre, perché le spiegazioni che diamo agli accadimenti di cui siamo attori, sono molto diverse dalla cause reali che in essi ci attribuiscono un ruolo.

    Così, sarebbe troppo semplice spiegare lo sviluppo delle celebrazioni del Natale, in Francia, solo per effetto dell’influenza americana.

    Che siano state accolte dall’esterno è un dato di fatto, ma dire ciò implica spiegazioni di scarso valore. Elenchiamo in fretta i dati più evidenti: sono sempre più numerosi gli americani, in Francia, che festeggiano il Natale alla loro maniera: il cinema, i digest , i romanzi americani, i servizi giornalistici della grande stampa, fanno conoscere i costumi americani che godono d’un prestigio dovuto anche alla potenza militare ed economica USA;
    non si può escludere che il piano Marshall abbia direttamente o indirettamente favorito l’importazione di qualche mercanzia legata ai riti del Natale.

    Ma tutto questo non basta a spiegare il fenomeno.
    Certe abitudini importate dagli USA si sono imposte in fasce di popolazione che restano però all’oscuro della loro origine; gli ambienti operai, dove l’influenza comunista metterebbe piuttosto in discredito ogni cosa che porta il marchio made in USA , li hanno adottati altrettanto volentieri di altri gruppi.

    Più che la diffusione pura e semplice, conviene richiamare quell’importante processo che Kroeber (che per primo l’ha identificato) ha chiamato stimulus diffusion: l’uso importato non viene assimilato, gioca piuttosto un ruolo di catalizzatore; cioè, suscita, per effetto della sua presenza, la comparsa di un uso simile già presente nell’ambiente secondario.

    Chiariamo questo punto con un esempio che tocca direttamente il nostro argomento.
    L’industriale della carta che di reca negli Stati uniti invitato da colleghi americani oppure in quanto membro di una missione economica, vede che vi si fabbricano modelli di carta speciale per gli imballaggi di Natale.

    Mutua l’idea, e si dà così avvio a un fenomeno di diffusione. La casalinga di Parigi che scende a comprare la carta per impacchettare i regali nella cartoleria sotto casa, nota in vetrina una carta graziosa e di fattura più accurata rispetto a quella di cui abitualmente si accontentava; non sa nulla delle abitudini americane ma quella carta soddisfa un’esigenza estetica ed esprime una disposizione affettiva già presente, prima che trovasse modo di manifestarsi.

    Acquistandola, la signora non mutua affatto (come l’industriale) un’usanza straniera, ma è l’usanza, appena conosciuta, che stimola in lei la comparsa di una pratica identica.

    In secondo luogo non di deve dimenticare che, prima della guerra , le celebrazioni del Natale erano già, in Francia e in tutt’Europa, in una fase di ascesa. Il processo è legato inizialmente al graduale miglioramento del livello di vita; ma implica anche delle cause più sottili. Con tutti i tratti che gli riconosciamo, il Natale è una festa essenzialmente moderna, malgrado i suoi molteplici caratteri arcaicizzanti.

    L’uso del vischio, non è affatto – almeno immediatamente – una sopravvivenza druidica, dato che sembra essere stata rimessa in circolazione nel Medio evo.

    L’abete di Natale non è mai menzionato se non in certi testi tedeschi del XVII° secolo; passa in Inghilterra nel XVIII°, in Francia solo nel XIX°. Littré sembra conoscerlo appena, e in una forma assai diversa dalla nostra, poiché (cfr. la voce Noël) scrive che viene così definito “in qualche paese, un ramo di pino o d’agrifoglio variamente adorno, guarnito specialmente di caramelle e giocattoli da regalare ai bambini, con gran festa da parte loro”.

    La diversità dei nomi attribuiti ai personaggi che hanno il compito di distribuire i balocchi ai bambini – Babbo Natale, San Nicola, Santa Clauss – mostra che si tratta di un fenomeno di convergenza e non di un antico prototipo conservato dovunque.

    Ma la trasposizione moderna non inventa: si limita a ricomporre frammenti e brandelli di una vecchia celebrazione che non è mai caduta definitivamente in oblio.

    Se per Littré, l’albero di Natale è una istituzione quasi esotica, Chernel in modo significativo nota nel Dictioner Historique des Istitutions, Moeurs et Coutumes de la France (ad avviso dell’autore stesso, un rimaneggiamento del dizionario di Atiquités Nationales de Sainte-Palaye, 1697-1781) : “Natale … per parecchi secoli e fino a un’epoca recente, l’occasione di festività di famiglia”;
    segue una descrizione dei festeggiamenti di Natale del XIII° secolo, che non sembrano in niente diversi dai nostri.

    Siamo dunque di fronte a un rituale che è stato piuttosto fluttuante nel corso della storia:
    ha conosciuto apogei e declini La forma americana è solo la più moderna di queste trasformazioni.
    Detto en passant, queste indicazioni rapide bastano a indicare, di fronte a problemi di questo tipo, quanto si debba diffidare di spiegazioni troppo facili con richiami automatici a “vestigia” o “sopravvivenze”.

    Se non avesse avuto, nei tempi preistorici , un culto degli alberi proseguito in diverse pratiche folkloriche, l’Europa moderna non avrebbe mai “inventato”l’albero di Natale.

    Ma – come s’è mostrato sopra- si tratta di un’invenzione davvero recente. E tuttavia questa invenzione non è nata dal nulla.

    Infatti, sono perfettamente attestati altri usi medievali: il ceppo di Natale (a Parigi si è trasformato in un dolce), consistente in un tronco abbastanza grosso da ardere per tutta la notte; i ceri di Natale, anch’essi di taglia sufficiente per ottenere lo stesso effetto;
    la decorazione degli edifici (almeno a patire dalle feste romane dei Saturnali, su cui torneremo) con rami sempreverdi: edera, agrifoglio, abete; infine, e senza nessun rapporto col Natale, i romanzi della Tavola Rotonda parlano di un albero soprannaturale tutto ricoperto di luci.

    In questo contesto, l’albero di Natale si presenta come una soluzione sincretistica, concentrando in un solo oggetto esigenze fin qui presentate in condizione separata: albero magico, fuoco, luce duratura, verde permanete.

    Inversamente, Babbo Natale, nella sua forma attuale, è una creazione moderna; ancor più moderna, la tradizione (che costringe la Danimarca ad attivare un apposito ufficio postale per rispondere alle lettere di bambini di tutto il mondo) che lo fa risiedere in Groenlandia, dominio danese, e lo fa muovere su un slitta trainata da renne.

    Questo aspetto della leggenda è maturato durante l’ultima guerra a seguito dell’ insediamento di basi militari americane in Islanda e Groenlandia.
    Ma le renne non capitano per caso, dato che documenti inglesi del Rinascimento citano trofei di renne portati in giro in occasione delle danze natalizie, prima di qualsiasi tradizione legata a Babbo Natale e, più ancora, prima ancora che si formasse la sua leggenda.

    Ci sono dunque vecchissimi elementi, mescolati e rimescolati, ce ne sono di nuova immissione, formule inedite che perpetuano, trasformano o rivitalizzano antiche usanze. In realtà non c’è niente di specificamente nuovo in quello che vorremmo chiamare – senza giochi di parole – la rinascita del Natale. Perché suscita allora tanta emozione e perché la figura di Babbo Natale ha richiamato su di sé tanta animosità?

    Babbo Natale è vestito di scarlatto: è un re. La barba bianca, la pelliccia, gli stivali, la slitta su cui si muove, evocano l’inverno. Si chiama “Babbo” ed è un vegliardo, incarnando l’aspetto bonario di una remota autorità. Tutto molto chiaro.

    Ma in quale categoria ordinarlo, dal punto di vista religioso? Non è un essere mitico, poiché non c’è mito che renda conto della sua origine e delle sue funzioni; e non è nemmeno un personaggio di leggenda, poiché non è collegato a nessun racconto semistorico.

    Di fatto, questo essere soprannaturale e immutabile eternamente codificato nella forma, e definito da una funzione esclusiva e a una periodica ricomparsa, appartiene piuttosto alla famiglia delle divinità. Del resto, gli è riservato un culto da parte dell’infanzia, in una precisa epoca dell’anno, sotto forma di lettere e preghiere. Premia i buoni e punisce i cattivi.

    E’ la divinità di una classe d‘età del nostro mondo (una classe che la credenza in Babbo Natale basta a definire), e l’unica differenza tra Babbo Natale e una divinità autentica è che gli adulti non credono in lui, benché incoraggino i propri figli a prestarvi fede e ne alimentino la leggenda con un gran numero di mistificazioni.

    Così Babbo Natale scopre, in primo luogo, uno statuto differenziale che distingue i bambini piccoli da un lato e gli adolescenti e gli adulti dall’altro.
    A questo proposito si rifà a un vasto raggruppamento di leggende e pratiche studiate dagli etnologi nella maggior parte delle società a partire dai riti di passaggio e di iniziazione.
    Sono davvero scarsi i gruppi umani che, in un modo o in un altro, non escludano i bambini (e talvolta le donne) dalla comunità degli uomini adulti attraverso l’ignoranza di alcuni misteri o attraverso la credenza – scrupolosamente nascosta – in qualche fantasticheria che gli adulti si riservano di svelare al momento opportuno, consacrando così l’aggregazione delle giovani generazione alle loro.

    Questi riti assomigliano nella forma, in modo talvolta sorprendente, a quello che stiamo esaminando.

    Come non rimanere colpiti dall’analogia tra Babbo Natale e le kachina dei pellerossa che abitano il sud-ovest degli Stati Uniti? Questi personaggi travestiti e mascherati incarnano le divinità e gli antenati; tornano periodicamente a visitare il villaggio, a danzare, a punire e ricompensare i bambini, truccati in modo da impedire che costoro riconoscano, sotto i travestimenti tradizionali, parenti e familiari. Babbo Natale appartiene alla stessa famiglia di figure ormai scivolate in secondo piano: l’Orco, l’Uomo nero, e così via.

    E’ però estremamente significativo che le stesse tendenze pedagogiche che bandiscono il ricorso alle kachina punitivi, oggi finiscano per esaltare la figura benevola di Babbo Natale invece di coinvolgerla in un’unica condanna, come si sarebbe potuto supporre a seguito dello sviluppo della mentalità razionalistica e positiva.

    Non c’è stata, al riguardo, una razionalizzazione dei metodi educativi, dato che Babbo Natale non è più “razionale” dell’Uomo nero (su questo, la Chiesa ha ragione); noi assistiamo invece a un trasferimento mitico, ed è ciò che si tratta di spiegare.

    E’ ormai certo che riti e miti d’iniziazione, nelle società umane, svolgono una funzione pratica: servono alle generazioni adulte per sottoporre a ordine e obbedienza le generazioni successive.
    Per tutto l’anno si rammenta la visita di Babbo Natale per ricordare ai bambini che la sua generosità sarà proporzionata alla loro obbedienza; e il carattere periodico della distribuzione dei regali serve a disciplinare le pretese dei bambini e a ricondurre a un momento determinato la circostanza in cui si ha davvero diritto a ottenere i regali.

    Ma questa semplice affermazione è sufficiente a incrinare ogni spiegazione di stampo utilitaristico.

    Da cosa dipende, infatti, che i bambini godano di diritti e che questi si impongano agli adulti in modo così perentorio da costringerli a elaborare una mitologia e un rituale costoso e complicato per riuscire a moderarli e limitarli?

    La tradizione di Babbo Natale, è evidente, non costituisce un affabile inganno deliberato dagli adulti alle spalle dei bambini; è, in larga misura, il risultato di una transazione molto onerosa tra le due generazioni.
    L’intero rituale ha lo stesso significato delle piante sempre verdi -abete, agrifoglio, edera, vischio- con cui si decorano le case.

    Oggi sono lusso gratuito un tempo, almeno in qualche regione, sono state oggetto di scambio tra due classi della popolazione: alla vigilia di Natale, in Inghilterra fino alla fine del XVIII° secolo, le ragazze andavano a gooding cioè questuavano di casa in casa e ai benefattori davano in cambio rametti verdi.

    Si incontreranno poi i bambini nello stesso atteggiamento di contrattazione e c’è da aggiungere che per la questua di San Nicola, i bambini si travestono anche da donne: donne e bambini, le due classi escluse dall’iniziazione.

    Ora, c’è un aspetto molto importante dei rituali di iniziazione a cui non s’è ancora prestato sufficiente attenzione che ne chiarisce più profondamente la natura di quanto facciano le considerazioni utilitaristiche esposte nel paragrafo precedente.

    Prendiamo ad esempio il rituale delle Kachina degli indiani Pueblo cui si è accennato.
    Se i bambini sono mantenuti all’oscuro sulla natura umana degli individui che impersonano le Kachina, è solo perché debbono averne paura e onorarli, comportandosi di conseguenza?

    Si, senz’altro ma questa è solo la funzione secondaria del rituale; un’altra spiegazione, messa in luce dal mito originario, racconta che le kachina sono le anime di remoti fanciulli, annegati tragicamente in un fiume all’epoca delle ancestrali migrazioni.
    Le kachina raffigurano dunque l’esperienza della morte e la testimonianza della vita dopo la morte.

    Ma c’è di più: il mito racconta che, dopo che gli antenati degli indiani di oggi si erano stabiliti nei loro villaggi, le kachina venivano a visitarli ogni anno per rapire i fanciulli.

    Gli indigeni, disperati davanti al pericolo di perdere l’intera progenie, ottennero che gli spiriti restassero nell’aldilà con la promessa di raffigurarli ogni anno mediante maschere e danze. Se i bambini sono esclusi dal mistero delle kachina non è per spaventarli.
    Direi piuttosto che è per la ragione opposta: è perché sono loro le kachina.
    Sono esclusi dalla rappresentazione perché costituiscono la realtà con la quale la mistificazione fonda una sorta di compromesso.

    Il loro posto è altrove: non è con le maschere e tra i vivi, ma con le Divinità e con i morti; con le divinità che sono i morti. I morti sono i bambini.

    Crediamo che si possa estendere questa interpretazione a tutti i riti d’iniziazione a anche a tutte le situazioni che vedono la società divisa in due gruppi. La condizione di “non iniziato” non è un semplice uno stato di privazione, definito sulla base dell’ignoranza, dell’illusione o di altre connotazioni negative. La relazione tra iniziati e non-iniziati ha un contenuto positivo.

    E’ un rapporto complementare tra due gruppi, uno di quali rappresenta i morti e l’altro i vivi.
    Del resto, nel corso del rituale, i ruoli sono invertiti di frequente, a più riprese, poiché la dualità genera una reciprocità di prospettive che, come attraverso specchi che si fronteggiano, può ripersi all’infinito: se i non-iniziati sono i morti, sono pure dei “super iniziati”; e se, come spesso capita qui, sono gli iniziati a impersonare i fantasmi dei morti per spaventare i novellini, spetterà loro, in uno stadio ulteriore del rituale, disperderli e prevenire il loro ritorno.

    Senza spingere oltre queste considerazioni che finirebbero per allontanarci dal nostro scopo, ci basta ricordare che, nella misura in cui i riti e le leggende legate a Babbo Natale danno indicazione di una sociologia iniziatica (elemento che è fuori di dubbio), essi mettono in evidenza, dietro la contrapposizione tra bambini e adulti, un’opposizione, ancor più profonda, tra morti e vivi.

    Siamo arrivati alla conclusione che precede attraverso un’analisi puramente sincronica della funzione svolta da certi rituali e del contenuto dei miti che li fondano.
    Ma un’analisi diacronica ci avrebbe guidati allo stesso risultato.

    Poiché tutti gli storici delle religioni e gli studiosi del folklore ammettono che l’origine non remota di Babbo Natale si trovano nell’ Abbé de Liesse (= esultanza),
    Abbas Stultorum, Abbé du Malgouverné, che traduce esattamente l’inglese Lord of Misrule, tutte figure che sono, a tempo determinato, re di Natale, e in cui si riconoscono gli eredi del re dei Saturnali d’epoca romana.

    Ora, i Saturnali erano la festa delle larvae ovvero dei morti deceduti di morte violenta o rimasti senza sepoltura, e dietro il vecchio Saturno divoratore di fanciulli, si delinea per quanto possibile, il simpatico Babbo Natale benefattore dei fanciulli;
    il Julebok scandinavo, demone cornuto del mondo sotterraneo, procacciatore di regali;
    San Nicola che resuscita i fanciulli e li riempie di doni, infine le Kachina, bambini morti precocemente, che rinunciano al ruolo di uccisori per trasformarsi, a fasi alterne, in dispensatori di castighi e di regali.

    Aggiungiamo che, come le Kachina, il modello arcaico di Saturno è un dio della germinazione.

    Di fatti, le figure moderne di Santa Claus e di Babbo Natale, risultano dalla fusione sincretistica di personaggi molteplici: l’ Abbé de Liesse, vescovo-bambino eletto sotto l’invocazione di San Nicola, lo stesso San Nicola alla cui festa risalgono le tradizioni delle calze, delle scarpe e del caminetto.

    L’ Abbé de Liesse regnava il 25 dicembre, San Nicola cade il 6 dicembre; i vescovi-bambini erano eletti il giorno dei santi Innocenti, ossia il 28 dicembre. Lo Jul scandinavo era festeggiato in dicembre.
    Ci riportiamo direttamente alla libertas dicembris di cui parla Orazio e che, già nel XVIII° secolo, du Tillot aveva evocato per mettere in rapporto Natale e Saturnalia .

    Le spiegazioni che ricorrono alla “sopravvivenza” sono sempre incomplete; infatti le usanze non spariscono né sopravvivono senza motivo. Se sopravvivono, non è per la vischiosità della storia ma perché c’è una funzione che sopravvive e l’analisi del presente deve riuscire a individuarla.
    S
    e, in questa discussione, abbiamo riservato un ruolo predominante agli indiani Pueblo, è perché l’assenza assoluta di relazioni tra le loro istituzioni e le nostre (se si escludono tardive influenze spagnole, nel XVII° secolo) indica che, con i riti del Natale, noi siamo in presenza non solo di vestigia storiche, ma di forme di pensiero e di condotta che mettono in rilievo le condizioni più generali della vita sociale.

    I Saturnali e la celebrazione medievale del Natale non hanno in sé la ragione ultima di un rituale che resta inesplicabile e senza significato; ma offrono materiale di natura comparativa molto utile per svelare il senso profondo di istituzioni ricorrenti.

    Non è sorprendente che gli aspetti non cristiani delle feste di Natale assomiglino ai Saturnali, poiché ci sono buone ragioni per supporre che la Chiesa abbia stabilito la data del 25 dicembre (e non in marzo o gennaio) per la ricorrenza della Natalità, rimpiazzando con la sua commemorazione le feste pagane che anticamente si svolgevano il 17 dicembre, ma che, alla fine dell’Impero, si sviluppavano su sette giorni, ossia fino al 24. Infatti, dall’antichità al medioevo, le “feste di dicembre” presentano le stesse caratteristiche. Inizialmente la decorazione degli edifici con piante sempre verdi; poi doni scambiati o regalati ai bambini; infine il fraternizzare tra ricchi e poveri, tra padroni e servi.

    Analizzando i fatti più da vicino, appaiono certe analogie di struttura che ugualmente colpiscono.
    Come i Saturnali romani, il Natale del medioevo presenta due caratteri sincretici e opposti. Innanzitutto, un raggruppamento e una comunione: la distinzione tra le classi e gli stati è temporaneamente abolita, schiavi e servitori siedono alla tavola dei padroni che diventano loro domestici; le tavole, riccamente guarnite, sono aperte a tutti; c’è scambio di abiti tra i sessi.

    Ma al tempo stesso, gruppi sociali si dividono in due: i giovani costituiscono un corpo autonomo, eleggono un proprio sovrano, l’ abate della gioventù o, in Scozia, abbot of unreason; e, come dice l’appellativo, si abbandonano a una condotta irrazionale che si traduce in abusi a danno del resto della popolazione e di essi sappiamo che, fino al Rinascimento, prendevano le forme più estreme:
    blasfemia, furto, violenza e assassinio. Durante il Natale, come durante i Saturnali, la società funziona secondo un doppio ritmo di solidarietà accresciuta e di antagonismo esacerbato e i due caratteri si propongono come una coppia di opposti correlativi.
    Il personaggio dell’ Abate della esultanza , produce una sorta di mediazione tra i due aspetti.

    Riconosciuto e incoronato dalle autorità legali, ha il compito di guidare gli eccessi pur mantenendoli entro certi limiti. Che rapporto c’è tra questo personaggio, la sua funzione, e il personaggio e la funzione di Babbo Natale, suo lontano discendente?

    Bisogna distinguere accuratamente tra punto di vista storico e punto di vista strutturale. Dal punto di vista storico, s’è detto, il Babbo Natale dell’Europa occidentale, la sua predilezione per i camini e le calzature, risultano dal trasferimento recente della festa di San Nicola, confluita nelle celebrazioni natalizie tre settimane dopo.

    Questo ci fa capire perché il giovane abate è diventato un vegliardo; ma solo in parte, infatti le trasformazioni sono più sistematiche di quanto ci possa essere suggerito dalle relazioni storiche e di calendario.

    Un personaggio reale è diventato un personaggio mitico: una emanazione della gioventù, simbolo del suo antagonismo nel rapporto con gli adulti, s’è trasformato nel simbolo dell’età matura da cui trae benevoli provvedimenti a vantaggio dei giovani.
    L’apostolo del comportamento scandaloso è chiamato a sanzionare la buona condotta.
    Agli adolescenti apertamente aggressivi verso i parenti, subentrano, nascosti sotto una barba posticcia, i parenti per esaudire i bambini.

    Il mediatore immaginario rimpiazza il mediatore reale e, nel momento in cui cambia natura, orienta la sua funzione nell’altro verso.

    Scartiamo subito una serie di considerazioni inessenziali per questa discussione, che rischierebbero di alimentare la confusione. La “gioventù”, in quanto classe d’età, è scomparsa dalla società contemporanea (sebbene da un po’ di tempo si assista a tentativi di ridefinizione, sul cui esito è troppo presto per pronunciarsi).

    Un rituale che anticamente si distribuiva tra tre gruppi di protagonisti – bambini, giovani, adulti – oggi non ne coinvolge che due (almeno in riferimento al Natale): gli adulti e i bambini.

    La “sfrenatezza di Natale” ha dunque perduto il suo punto di forza; si è spostata e contemporaneamente attenuata e sopravvive solo nei “veglioni” dei locali notturni e, la notte di San Silvestro, a Time Square. Ma analizziamo, piuttosto, il ruolo dei bambini.

    Nel Medioevo non aspettavano pazientemente che i loro giocattoli scendessero dal camino. Completamente travisati e organizzati in bande che nel francese antico erano dette “guisarts”, andavano di casa in casa cantando e recitando gli auguri e ricevevano in cambio frutta e dolci. Fatto significativo, per far valere il loro credito evocano la morte.
    Così, in Scozia, cantano questa strofetta:

    Rise up good wife, and be no’ swier (lazy)

    To deal your bread as long’s your’re her;,

    The time will come when you’ll be dead,

    And neither want nor meal nor bread.

    Anche senza questa preziosa indicazione e quella, non meno importante del travestimento che trasforma gli attori in spiriti o fantasmi, ne avremmo altre, ricavate dallo studio delle questue dei bambini. Si sa che queste questue non sono più limitate al periodo di Natale.

    Ma si susseguono per l’intero periodo critico dell’autunno, quando la notte minaccia il giorno allo stesso modo in cui i morti assillano i vivi. Le questue comincino molto prima di Natale, in genere tre settimane prima, definendo così il legame con le questue, anch’esse in costume, della festa di San Nicola che risuscitò i bambini morti;

    il loro carattere è reso ancor più evidente dalla questua iniziale della stagione, quella di Hallow-Even – diventata vigilia di Ognissanti per decisione della Chiesa- in cui, ancor oggi, nei paesi anglosassoni, i bambini mascherati da fantasmi e da scheletri ossessionano gli adulti fin che costoro non guadagnino la loro tranquillità mediante piccoli regali.

    L’avanzare dell’autunno, dal principio fino al solstizio che segna la ricuperata certezza della luce e della vita, s’accompagnano sul piano del rituale, con un procedimento dialettico, le cui tappe sono le seguenti: il ritorno dei morti, il loro atteggiamento minaccioso e persecutorio, la definizione di un modus vivendi coi vivi attraverso uno scambio di favori e di doni, infine il trionfo della vita a Natale quando i morti, sazi di regali, abbandonano i vivi per lasciarli in pace fino all’autunno seguente.

    E’ rivelatore che nei paesi latini e cattolici, fino al secolo scorso, si metteva l’accento su San Nicola, ossia sulla forma più moderata della relazione, mentre nei paesi anglosassoni la si sdoppiava allo stesso tempo nelle due forme estreme e contrapposte di Halloween, in cui i bambini fingono di essere morti per farsi esattori degli adulti, e di Christmas in cui gli adulti accontentano i bambini per esaltare la loro vitalità.

    Allora, si chiariscono le caratteristiche apparentemente contraddittorie dei riti di Natale: per tre mesi, i morti hanno visitato i vivi in modo sempre più insistente e oppressivo. Il giorno del congedo li si festeggia e si concede loro un’ultima occasione per manifestarsi pienamente o, come dicono in modo appropriato gli inglesi, to raise hell.

    Ma chi si può, nel mondo dei vivi, rappresentare efficacemente i morti, se non coloro che, in un modo o nell’altro, non sono ancora pienamente integrati nel gruppo e versano in quella alterità, caratteristica propria del dualismo supremo: essere, insieme, vivo e morto? Non sorprende che siano gli stranieri, gli schiavi, i bambini i principali beneficiari della festa. L’inferiorità di statuto politico o sociale e la differenza d’età, sono al riguardo criteri equivalenti.

    Abbiamo innumerevoli testimonianze, specie nel mondo scandinavo e in quello slavo, che illustrano come il “veglione” sia un pranzo offerto ai morti, in cui gli inviati svolgono la parte dei morti, come che i bambini assumono quella degli angeli, e gli angeli, a loro volta, quella dei morti.

    Non é perciò sorprendente che Natale e Capodanno (suo doppione) siano feste imperniate sui regali: la festa dei morti è essenzialmente la festa degli altri, poiché il fatto di essere “altro” è la prima, immagine ravvicinata che possiamo farci della morte.

    Siamo ora in grado di rispondere a due domande poste all’inizio. Perché la figura di Babbo Natale si corrobora sempre più, e perché la Chiesa guarda a questo sviluppo con inquietudine?

    Risulta evidente che Babbo Natale è l’erede, ma anche l’antitesi, dell’ Abbé de la Déraison, dell’insensatezza. Questa trasformazione indica in primo luogo un miglioramento del nostro rapporto con la morte; non ci è più necessario accettare la sovversione dell’ordine e delle leggi per sentirci in pace con la morte.

    La relazione ora è impostata su un senso di benevolenza e un po’ sdegnoso; possiamo essere generosi, prendere l’iniziativa poiché non si tratta che di offrire regali, magari giocattoli, cioè simboli.

    Ma questo indebolirsi della relazione tra morti e vivi non avviene più a scapito del personaggio che la incarna: si direbbe anzi che si sviluppi ancor meglio; tale contraddizione resta insolubile se non si ammette che tra i nostri contemporanei si sta diffondendo un atteggiamento differente verso la morte: fatto, forse, non dalle tradizionali paure per gli spiriti e i fantasmi ma di timori per ciò che la morte rappresenta di per sé, anche nella vita: impoverimento, aridità e privazione.
    Interroghiamoci sulla tenera cura che riserviamo a Babbo Natale, le precauzioni e i sacrifici che accettiamo per mantenere intatto il suo credito tra i bambini.

    Non significa, forse, che al fondo di noi sia sempre vigile il desiderio di credere, almeno un po’, in una generosità senza calcoli, in una gentilezza senza tornaconti, in un breve intervallo in cui siano sospesi ogni timore, ogni invidia e ogni amarezza?

    Certo, non possiamo più condividere interamente l’illusione; ma il fatto di mantenerla viva negli altri giustifica il nostro sforzo e ci procura per lo meno la possibilità di riscaldarci alla fiamma accesa in quelle giovani anime.

    La credenza mantenuta per i nostri piccoli, secondo cui i loro giocattoli vengano dall’al di là, ci fornisce un alibi per l’impulso segreto che spinge a offrirli noi all’al-di-là, nella forma di regali donati ai bambini.

    In questo modo, i doni di Natale restano un sacrificio sincero offerto alla dolcezza del vivere, che consiste in primo luogo nel non morire.

    Con molta profondità, Salomon Reinach ha scritto che la grande differenza tra le religioni antiche e quelle moderne sta nel fatto che “i pagani pregano i morti, mentre i cristiani pregano per i morti” .[1]

    Senza dubbio c’è una bella differenza tra la preghiera rivolta ai defunti e quest’altra preghiera intessuta di cospirazione che, di anno in anno, rivolgiamo ai nostri piccini – personificazione classica dei morti – affinché, con la loro fiducia in Babbo Natale, ci aiutino a credere alla vita.
    Abbiamo pertanto dipanato i fili che testimoniano la continuità tra queste due manifestazioni di una stessa realtà.

    Ma di certo la Chiesa non sbaglia quando nella credenza in Babbo Natale denuncia il bastione più solido e uno dei più attivi focolai di paganesimo presso l’uomo moderno. Resta da sapere se, invece l’uomo moderno possa difendere il suo diritto di restare pagano.

    Facciamo, per concludere un’ultima annotazione: lungo è il cammino dal re dei Saturnali al fantoccio di Babbo Natale; a prima vista sembrava che, strada facendo, un lineamento essenziale – forse il più arcaico – fosse andato definitivamente perduto. Frazer, infatti, ha mostrato che il re dei Saturnali era a sua volta l’erede di un antico modello che, dopo aver impersonato il re Saturno ed essersi concesso, per un mese, ogni eccesso, veniva solennemente sacrificato sull’altare della Divinità.

    Grazie all’ auto da fé di Digione, ecco che l’eroe è stato ricomposto con tutti i suoi caratteri e non è certo uno degli aspetti meno paradossali di questo affaire insolito, quello per cui, volendo farla finita con Babbo Natale, i canonici digionesi altro non hanno fatto che restaurare nella sua pienezza, dopo un’eclisse di qualche millennio, una figura rituale, di cui, con la pretesa di demolirla, si sono invece assunti l, proprio loro,’onere di provarne il carattere perenne.

    Le Père Noël supplicié è apparso nel 1952 sulla rivista Les Tempes Modernes.

    [1] S. REINACH, L’origine des prière pour les mort, in Cultes, mythes, religions, t. I, Paris 1905, p.319.
    In Tristi tropici al a fine del 23° capitolo a distanza di tre anni (1952 – 1955) questa interpretazione di Papà Natale è riproposta in un contesto di più ampio e profondo:
    ” Non è soltanto per ingannare i nostri bambini che vogliamo che continuino a credere a Papà Natale: il loro fervore ci riscalda, ci aiuta a ingannare noi stessi e a credere, poiché essi ci credono, che un mondo di generosità senza contropartite è compatibile con la realtà” (Il Saggiatore, Milano, 1960, pag. 228).

  10. Moi scrive:

    I Goblin … metafora degli Ebrei ?!

    https://www.latestatamagazine.it/2021/12/folletti-ed-ebrei-lantisemitismo-dietro-la-magia/

    … argomento tornato (!) in auge con Harry Potter, o meglio, dopo la Svolta TERF dell’ Autrice : come “e-per-di-più” !

    • Moi scrive:

      … vogliono cancellarla dalla sua stessa opera !

      https://www.pinknews.co.uk/2021/12/16/fantastic-beasts-secrets-dumbledore-jk-rowling-trans/

      —————–

      E’ interessante, perché vediamo in parallelo la Storia dell’ Islam nel “What If Alternate Universe” in cui un maturo Profeta Muhammad avesse rinnegato le Visioni Coraniche !

    • Miguel Martinez scrive:

      Per Moi

      “Goblin antisemitismo”

      Questa frase è un capolavoro:

      “Certo, è plausibile che gli autori delle due amatissime saghe non abbiano scritto di queste creature con intenti puramente antisemiti – posto che J.K. Rowling non si sta comportando bene ultimamente.”

      Cioè Tolkien e la Rowling (due scrittori totalmente diversi, ma dubito che la signora Moschetti lo sappia) FORSE non pensavano “puramente” agli ebrei quando creavano i loro mostriciattoli:magari pensavano anche, che so, di fare i soldi.

      Impareggiabile quel “non si sta comportando bene ultimamente”, riferito evidentemente al fatto che la Rowling ironizza sul fatto che i trans accusati di stupro (e quindi giocoforza dotati di pene) vengano classificati come “donne”: cosa c’entrino gli ebrei non è proprio chiaro, ammenoché la Moschetti non pensi che tutti gli ebrei siano stupratori trans.

      Comunqua la logica di fondo della Moschetti è questa: gli ebrei sono stati disprezzati in epoche passate, considerati brutti egoisti antipatici. Quindi prendersela con un brutto egoista antipatico vuol dire essere antisemita.

      I siciliani per disprezzo vengono chiamati delinquenti.

      Quindi se io chiamo delinquente un messicano, sto offendendo i siciliani.

      • PinoMamet scrive:

        Su un sitarello ebraico-americano leggo un articolo con la vecchia storia (completamente falsa) che Cristoforo Colombo sarebbe stato ebreo.

        Solo che l’articolo è stato scritto in periodo “Vite nere contano”, perciò i commenti all’articolo sono tutti un florilegio (molto americano) sul tema di “nooo non può essere uno dei nostri! era uno schiavista italiano bianco !”
        (già, perché mo’ gli ashkenaziti so’ neri…)
        oppure, che è ancora più divertente
        “non è il momento di rivendicarlo tra i nostri!”

        che è come dire: non ce ne frega assolutamente niente di chi fosse Colombo o se sia mai esistito, è solo una figurina da giocare al Grande Gioco di Società delle Vittime.

        • PinoMamet scrive:

          Comunque gli americani non-nativi che ce l’hanno con Colombo, bianchi o neri che siano, possono essere coerenti con le loro idee: fare le valigie, presentarsi a centro campo e salutare.

          • Miguel Martinez scrive:

            Per PinoMamet

            ” fare le valigie, presentarsi a centro campo e salutare.”

            Al contrario, per me dovrebbero finalmente poter vivere liberi dalla cultura dominante bianca.

            Inizierei con il rigetto di ogni lingua indoeuropea, o anche di termini provenienti da lingue indoeuropee, e delle relative forme di scrittura.

            L’egemonia bianca si esprime soprattutto attraverso le parole, lo diceva anche Foucault.

            • mirkhond scrive:

              Basterebbe che si liberassero (e ci liberassero) della lingua inglese….

              • roberto scrive:

                Bisognerebbe che sapessero parlare un’altra lingua cosa che come sai è veramente rara

              • Miguel Martinez scrive:

                Per roberto

                “Bisognerebbe che sapessero parlare un’altra lingua cosa che come sai è veramente rara”

                Un’altra lingua è possibile.

              • Francesco scrive:

                dubito che gli USA, parlando in spagnolo o in francese, sarebbero granchè diversi

                io voto italiano, così mi sentirei ancora di più a casa!

                😀

              • PinoMamet scrive:

                Mi sa che non avete capito il punto.

                Non solo l’inglese, ma anche il francese, o (orrore!) lo spagnolo, sono sempre lingue di noialtri europei.
                Non parliamo dell’italiano, lingua del cattivissimo schiavista Colombo!
                (Che in realtà scriveva in spagnolo- con ligurismi e lusitanismi)

                Ma a dirla tutta, anche lo yoruba o il wolof sono roba di importazione.

                No, no, devono impararsi il cherokee o il dené, se sono buoni! 😉

            • daouda scrive:

              “Al contrario, per me dovrebbero finalmente poter vivere liberi dalla cultura dominante bianca.

              Inizierei con il rigetto di ogni lingua indoeuropea, o anche di termini provenienti da lingue indoeuropee, e delle relative forme di scrittura.

              L’egemonia bianca si esprime soprattutto attraverso le parole, lo diceva anche Foucault.”

              Stai chiedendo il ritorno alle caverne. Dai che hai capito quello che voglio dire perché sei troppo schizzignoso per ammettere quel che traspare dalle vaccate che hai scritto in tale risposta…

              Dai…ti imbocco…se c’è diversità c’è c’è c’è c’è che c’è?
              AhAhaahahha

              Sei proprio de razza mista

          • Peucezio scrive:

            Pino,
            “Comunque gli americani non-nativi che ce l’hanno con Colombo, bianchi o neri che siano, possono essere coerenti con le loro idee: fare le valigie, presentarsi a centro campo e salutare.”

            Cazzo, è quello che penso e dico ogni volta che sento ‘ste storie!
            A me pare di un’evidenza e un’ovvietà assoluta, ma questi proprio non hanno ritegno.
            È come uno che ha inmano una cosa che ti ha rubato, piange davanti a te deplorando il gesto, ma non te la restituisce.

        • Miguel Martinez scrive:

          Per PinoMamet

          “che è come dire: non ce ne frega assolutamente niente di chi fosse Colombo o se sia mai esistito, è solo una figurina da giocare al Grande Gioco di Società delle Vittime.”

          Il bello è che mi immagino che la bufala di Colombo ebreo sia nata perché a quel tempo, rivendicare addirittura il “padre dell’America” faceva segnare un sacco di Punti Cittadino al suo (presunto) gruppo etnico.

        • Peucezio scrive:

          Pino,
          “Su un sitarello ebraico-americano leggo un articolo con la vecchia storia (completamente falsa) che Cristoforo Colombo sarebbe stato ebreo.”

          Questa gira anche in ambienti antisemiti.
          Ci ho creduto un po’ anch’io in certi periodi, anche perché spiegherebbe una serie di cose.
          Ma oggi non sarei certo così schematico e complottista.

          • mirkhond scrive:

            Cosa spiegherebbe?

            • Mauricius Tarvisii scrive:

              L’America è una forza negativa: rappresenta la Modernità, ha contribuito a sconfiggere la Germania insieme al Comunismo ed è il cuore del potere giudaico. Chi altro poteva scoprirla se non un ebreo?

          • PinoMamet scrive:

            Peuce’, Colombo è una persona, non un simbolo.
            Non deve spiegare niente 😉

            Ed è anche molto esplicito: si autodefinisce genovese, tutti i cronisti dell’epoca lo chiamano genovese o ligure, sposa persino come prima moglie una donna portoghese di origine italiana, della numerosa comunità italiana a Lisbona.

            Per quanto riguarda la religione, la famiglia è molto legata ai francescani, già a Genova.

            Non c’è molto che lo leghi all’ebraiso, se non che frequenta un cartografo ebreo a Lisbona (Zacuto, se non ricordo male) e nel primo viaggio si porta un traduttore dall’ebraico e dall’arabo convinto che in Asia gli avrebbe fatto comodo.

            • mirkhond scrive:

              “della numerosa comunità italiana a Lisbona.”

              Da dove venivano questi italiani di Lisbona?

            • PinoMamet scrive:

              Molti dalla Liguria, in effetti, ma suppongo anche da molte altre regioni.
              Il Portogallo era un regno giovane e in espansione, finanziava imprese pre-coloniali di esplorazioni, era un luogo interessante per quelli che chiameremmo oggi “giovani imprenditori” o “start-up”.

              La famiglia della moglie di Colombo in particolare era piacentina (quindi con forti legami con Genova..) ma presente in Portogallo da un secolo circa.

              Anche qui, immagino che se Colombo fosse stato ebreo, seppure ebreo italiano, si sarebbe scelto una moglie di origine ebraica (non mancavano di certo in Portogallo!!), invece si va a mettere con un’italiana quasi delle sue parti…

              moglie e buoi dei paesi tuoi, no? 😉

            • Peucezio scrive:

              Pino,
              ma guarda che infatti non è che mi abbiano mai convinto ‘ste teorie e ora proprio non do loro credito. Non ho approfondito la questione, ma in generale mi sembra poco interessante (una volta andavo più dietro a ‘ste cose, ma parliamo di una quindicina, ventina d’anni fa).
              È possibile semmai che abbia avuto finanziatori ebrei, perfino involontari (soldi sequestrati agli ebrei dalla corona spagnola).

              • PinoMamet scrive:

                Mah, in pratica: ha chiesto soldi in Portogallo: nisba;

                in Spagna, ha chiesto soldi per 10 anni (vado a memoria): nada.

                Poi c’è la conquista di Granada, generale atmosfera di festa, la cittadina di Palos doveva pagare una multa al re per qualche motivo, insomma, si riesce a combinare un finanziamento minimo all’impresa (Palos ci mette un paio di caravelle, Colombo chiede un titolo nobiliare, che non si nega a nessuno, e ricompense se l’impresa andrà a buon fine… )

                il mio vago interesse per la questione è dovuto soprattutto al fatto che nell’appennino piacentino Colombo è considerato “uno dei nostri”, casualmente nato a Genova 😉 ma per tanti secoli se lo sono conteso tutti, adesso fa un po’ ridere che nessuno lo voglia più.

    • Ros scrive:

      Anche al “Signore degli Anelli” di Tolkien è toccata per decenni l’accusa di essere reazionario, così da essere empaticamente adottato dai missini del Fronte della Gioventù con i “Campi Hobbit” e relative croci celtiche.

    • Francesco scrive:

      Sono impressionato: questa tipa è la più incredibile cretina ignorante che abbia mai incontrato (anche perchè si sente colta e intelligente).

      Moi, non so se ringraziarti per avermi fatto conoscere un simile caso inumano o lamentarmi perchè hai ridotto ancora di più la mia fiducia nei miei simili

      CHE COGLIONA (si può dire?)!

  11. Fuzzy scrive:

    https://valori.it/prodotto-servizio-cambiamo-consumi/
    Ecco come cambieranno i consumi.
    O come cercheranno di farli cambiare.
    Inutile dire che il Natale oramai è diventato la festa del consumismo. E si sta cercando in tutti i modi di salvaguardarla dalla nuova variante Omicron.
    Un domani si prenderanno i regali in prestito e una volta usati ritorneranno in fabbrica per essere ricondizionati.
    Io ricordo che ai miei tempi i regali li portava soltanto la Befana. Ma solo se si era stati buoni.

    • roberto scrive:

      Devi essere davvero molto vecchio allora 😁

      • Fuzzy scrive:

        C’era la befana ed eventualmente anche il Befanone. Ma di quello ricordo poco. Era praticamente un soggetto inaffidabile che raramente soddisfaceva le aspettative.
        Insomma, il tipico governante italiano.

        • roberto scrive:

          quando ero piccolo io (cioè negli anni settanta), avevamo sempre i regali di papà natale e la befana portava solo dolcetti (tra i quali il carbone di zucchero)
          poi ci siamo trasferiti in un paesino del veneto dove i regali li portava santa lucia e quindi i miei genitori hanno aggiunto pure quello 🙂

          ma il regalo principale era appunto quello di babbo natale, gli altri portavano dolci, caramelle e mandarini

    • Miguel Martinez scrive:

      Per Fuzzy

      “Ecco come cambieranno i consumi.
      O come cercheranno di farli cambiare.”

      Molto interessante.

      Controintuitive le controindicazioni 🙂

    • Peucezio scrive:

      Fuzzy,
      “un veicolo di proprietà rimane inutilizzato per il 92% del suo tempo vita, viene guidato solo per il 5%, il resto sprecato nel traffico o alla ricerca di parcheggio.”

      Sì, come se le macchine del car sharing non si dovessero parcheggiare.
      L’unica differenza è che mentre cerchi parcheggio, il tassametro corre e tu gastemi.

      Quando inventeranno il car sharing con te che lasci la macchina in mezzo alla strada, davanti al punto esatto della tua destinazione e un altro tizio la preleverà esattamente in quel punto per andare dove deve andare lui, dirò che il car sharing è davvero pratico e non è solo un sostitutivo per quando hai la macchina dal meccanico.

      • Andrea Di Vita scrive:

        @ peucezio

        “inventeranno”

        Vieni a Genova.

        Che oltre ad essere trionfatrice alla Meloria e alla Curzola, civilizzatrice di Crimea, prediletta da Nietzsche e Wagner, ospite di Byron e Marco Polo, patria di Colombo e della modella della Venere del Botticelli, nonché di Paganini, Mazzini, Bixio, Togliatti, De André, Villaggio, Gassmann e mia 🙂 è da anni dotata di un efficiente servizio di car sharing di cui ho usufruito massicciamente essendo privo di auto propria ormai da anni. Costa meno di un’auto a noleggio. Ci ho fatto mezzo trasloco, risparmiando palanche su palanche 🙂 🙂

        Da qualche mese il servizio (che era soggetto da parte di un abbonato annuale al trasporto pubblico come me al pagamento preliminare del canone annuale di 1 centesimo) ha cambiato appaltatore. Quello nuovo (che malauguratamente porta il canone annuale a 35 € e mette a disposizione solo veicoli elettrici che non ho mai imparato a guidare 🙁 ) consente tuttavia, previa registrazione su app e altre diavolerie gestite dall’informatica di famiglia (mia figlia), di lasciare l’auto dopo l’uso in un luogo stabilito al momento che torni comodo il più possibile sia a chi smette di usarla sia all’utente successivo. Potenza dei telefonini. Come dice Frankenstein Junior, “si può fare!”

        Ciao!

        Andrea Di Vita

        • Peucezio scrive:

          Il senso pratico genovese contro la farragine meneghina.

          Devo dire che parlavo dell’ipotesi: per me il piacere di guidare la mia macchina è impagabile: fa parte di una simbiosi col mezzo, che ti sei scelto e che risponde ai tuoi comandi come ti aspetti e come ti piace.

          Peraltro, diversamente dalla mia, che pure non è un suv, la maggior parte delle macchine hanno una seduta molto bassa per la mia schiena, che significa automaticamente una bella lombalgia dopo un po’ di tempo di guida.

          Però il car sharing resta molto comodo per molti e la trovata genovese mi sembra indovinata.

      • Francesco scrive:

        piano, a Milano dovunque tu vada in macchina NON troverai parcheggio e bestemmierai disperato e furibondo

        temo che la formula con cui hai l’auto sia poco importante

        o usi la bici o il taxi

        meglio se stai a casa tua e non rompi!

        😀

        • Peucezio scrive:

          Ma che dici?
          Io trovo parcheggio quasi dappertutto.
          Solo che a volte devo girare un po’, il che mi secca.

          • Francesco scrive:

            “un pò” in milanese significa da 30 minuti a 2 ore …

            troppo per me

            • Peucezio scrive:

              Io ci metto molto meno.
              Nei mesi scorsi, la sera, seri semper in Pòrta Cicca e nelle strade adiacenti trovavo parcheggio tutte le volte in massimo una decina di minuti.
              E parliamo dei Navigli, il centro della movida milanese.

              Dove si fa una certa fatica invece è in zona P.ta Venezia, ma forse perché ci vado di rado quindi non conosco bene i trucchi.
              In compenso in zona P.ta Romana, che anche lì è difficile, un tempo ci abitava un’amica e non avevo mai vere difficoltà.
              Di più verso v.le Monte Nero, v.le Lazio, ma anche lì alla fine qualcosa salta sempre fuori.

              In centro poi il parcheggio costa un botto, ma si trova, basta lasciarla in via Larga.

              Anche in zona P.ta Garibaldi e all’Isola non ho mai serie difficoltà.

              E lo stesso vale per l’Arco della Pace e C.so Sempione, anzi, lì i posti per parcheggiare te li tirano dietro.
              Anche se già in Paolo Sarpi, Borgh di Scigolatt (via Canonica) è un po’ più difficile, ma alla fine riesco anche lì.

  12. Miguel Martinez scrive:

    Per Moi

    Il vaccino antiCovid è transfobico!

    https://www.pinknews.co.uk/2021/12/15/south-africa-testosterone-trans-pfizer-covid-19/

    South Africa’s trans community hit by ‘serious’ shortage of ‘life-saving’ testosterone
    Maggie Baska December 15, 2021

    South Africa’s trans and non-binary community is facing a worrying shortage of testosterone, leaving many at serious risk.

    The shortage is down to manufacturer Pfizer restricting its production of its Depo-Testosterone, a prescription hormone replacement therapy that helps many transmasc people, in favour of producing COVID-19 vaccines.

    • Miguel Martinez scrive:

      Grazie a Moi, scopro Pinknews e tante storie interessanti…

      Come questa:

      https://www.pinknews.co.uk/2021/12/16/elvira-baptiste-gay-homophobia-bristol/

      Donna nera madre di dieci figli e nonna di venti arrestata e condannata a 16 giorni di carcere: faceva sentire ad alto volume canzoni “omofobe” per infastidire una coppia di vicini maschi (presumibilmente bianchi).

      BGDM (Black Grannies Don’t Matter).

      • Miguel Martinez scrive:

        La Canzone Omofoba è di un certo Buju Banton, reggaeista giamaicano.

        Divertenti gli scontri tra i suoi fan neri e gli attivisti omosessuali bianchi che cercano di impedire i suoi concerti:

        https://www.pinknews.co.uk/2009/10/15/homophobic-reggae-star-meets-with-gay-groups/

        • Peucezio scrive:

          Ma i negri non dovrebbero essere molto più forti e nerboruti degli omosessuali?

          • Peucezio scrive:

            Di omosessuali bianchi, intendo.

          • Ros scrive:

            @Peucezio “Mah…
            Per arrivare a fare quei muscoli un bianco ci mette il decuplo del mesi di palestra di un negro…”

            Volendo, ci son neri e neri, e bianchi e bianchi; mi sa che i secchi e i mollaccioni stanno da entrambe le parti in uguali proporzioni.

            Ipertrofizzare un fenotipo nubiano, sudanese, somalo, etiope, keniota, o un Tutsi (Watussi)…con quella struttura ectomorfa e prevalenza di fibre muscolari rosse, forse è praticamente impossibile.

            Infatti eccellono nella corsa di resistenza, o fanno basket, e credo sia più per “tradizione” che per un’effettiva superiorità mitocondriale, di fibre rosse eccetera (come per i Tarahumara del Messico che considerano la corsa di resistenza un rito nazionale e pare che ne eccellano; pare…si dice…Chiediamo a Miguel se sa se c’è qualcosa di vero magari)

            Stessa diversa cosa per i Capòidi, Boscimani e Ottentotti, pigmei delle foreste del Congo ecc.

            Ma alla fine quel che conta è la genetica individuale, familiare.

            Tante storie sulla diversità-superiorità fisica tra neri e bianchi sono, appunto, storie…

            Come quella più nota del pistolino, che i bianchi c’hanno la Philadelphia Deringer da borsetta calibro confettino tic tac, o la pompetta calibro 22 se fortunelli – o sono gli asiatici quelli? – e loro stazzano tra la Smith & Wesson 45 Magnum e la Desert Eagle 50 Action Express IMI…Storie!

            Sulle misure e prestazioni sessuali dice così per ogni straniero da secoli e millenni, i greci lo dicevano dei barbari (per il greco classico l’avere un pene grosso era cosa assai brutta e chiaro sintomo di bovina stupidità, ancor oggi si dice minchione allo stesso modo dei romani che dicevano mentula, minchia, per indicare e insultare lo stolto)
            ogni popolo lo pensa sempre per il popolo “altro” e diverso, ed è per indicarne una sorta di bestialità rispetto alla sola civiltà che ci si sente di rappresentare.

            I giapponesi, ma anche i cinesi, in questo pare siano maestri.

            Lo straniero, potenzialmente nemico e invasore territoriale – di terra e soprattutto delle donne – è sub-consciamente sentito in una sua ferinità incivile, bestiale, selvaggia*Olivia Gazalé “Il mito della virilità”.

            @Peucezio”….Diciamo che non farei l’esperimento provocando un negro muscoloso…”

            Tornando agli stereotipi sportivi e prendiamo il sollevamento pesi, powerlifting, lancio del peso o giavellotto, le competizioni di strongman…ci vuole il lanternino per trovarci un nero;
            sono più debolucci forse?

            E il nuoto? Dice che non galleggiano, boh!

            O c’è un motivo culturale, di contesto, background, scuole sportive nazionali: alcune popolazioni nordiche c’hanno sempre avuto la fissa di robe come il lancio del tronco e similari; i bulgari o i mongoli primeggiano nella lotta per scuola e tradizioni o per specializzata diversità genetica?

            I Tarahumara di prima si sono specializzati nella corsa di resistenza, per selezione magari come si fa per i cani?

            Generalizziamo con l’accetta e qualche stereotipo che vale solo individualmente o al più per etniche tradizioni: il nero – o meglio qualche nero – sembra abbia spesso una struttura ossea e tendinea più fine, con giunture e leve articolari più lunghe e sottili, con il risultato – illusorio – di sembrare – se è definito e privo di grasso – assai più muscolarizzato del bianco, anche de la sua massa muscolare effettiva è molto minore.

            Nelle competizioni di Mister Olimpia degli anni ’70, c’era Serge Nubret che era spettacolare, impressionante a vederlo posare da solo, poi lo si metteva sul palco di fianco a Schwarzenegger o qualche altro bestione cromagnoide misto neanderthaliano dai tempi del paleolitico e, al netto dell’altezza quasi pari come complessivo ingombro, sembrava una betullina accanto a una quercia.

            Questa presunta, molto assai presunta “delicatezza” relativa della struttura ossea – e leve articolari mediamente più lunghe – li penalizzerebbe nella potenza esplosiva delle fibre bianche, rischiando pure più facilmente infortuni?

            E’, forse, il motivo per cui latitano nelle competizioni di forza?

            S’accartocciano, si sfasciano e sconocchiano sul pavimento se caricano troppo il bilanciere?

            Vallasapere!

            *”….Questa relazione inquietante con la determinazione della grandezza risale fino all’Antichità greca, rilevandone degli aspetti sia dell’etica che dell’estetica.

            Per essere degno di desiderio e di ammirazione, il giovane uomo ideale, così come avviene in Le nuvole di Aristofane, deve avere le guance imberbi, il “petto robusto, la carnagione rosea, le spalle larghe, il discorso breve, la natica sagomata e la verga piccola”.

            Aristotele non ha forse dimostrato “scientificamente” che la piccolezza favorisce la riproduzione, poiché lo sperma, avendo meno distanza da percorrere, giunge ancora ben caldo a destinazione?

            Al contrario, coloro che possiedono un fallo grosso evocano solo animalità e sono presi in giro nelle scene burlesche, spesso pornografiche.
            Solo i satiri delle commedie, i barbari o gli schiavi sono itifallici, ossia dotati di un priapismo affliggente.

            L’uomo virtuoso si distingue per la modestia del suo sesso, perché indica che non ne subisce continuamente i richiami impetuosi, ma al contrario, lo domina, lo governa, ne è pienamente padrone.

            Anche i Romani diffidano dei sessi protuberanti in cui vedono il colmo dell’oscenità.

            Il dio minore Priapo, che soffre di un’erezione continua e dolorosa, passa per un bambino mostruoso, respinto persino da sua madre, la bella Afrodite, per il suo membro terribilis e la sua bruttezza.

            È la figura opposta al bello e giovane Eros, o Cupido, il bambino preferito di Venere e del popolo.

            Mentre Eros riproduce la figura solare del desiderio, Priapo, bloccato nella contrazione illimitata del suo smisurato sesso tumescente e nell’impossibilità di raggiungere il piacere, incarna la patologia del desiderio.

            I Romani considerano qualsiasi eccesso come degradante. Coloro che si abbandonano nella perdizione sono delle anime sporche e corrotte, interamente prigioniere del loro sesso.

            Quando le “pratiche impudiche” prendono il sopravvento sul pudor, richiesto dal cittadino romano, l’uomo non è più un uomo, ma una “minchia” (mentula) o un “culo” (culus) e viene coperto d’insulti, come Mamurra, l’amico di Cesare, che Catullo cita in diversi epigrammi, definendolo Mentula, a causa della sua ipersessualità: “Non è un uomo (homo), ma un’enorme minchia minacciosa (mentula magna minax)” oppure una “minchia esausta per aver troppo fornicato” (mentula diffututa).

            La devalorizzazione degli uomini iper-dotati è largamente diffusa anche in Oriente.

            In Tibet una lunga tradizione di fallomanzia (disciplina che permette di fare dei presagi a partire dal pene) profetizza il peggio a colui il cui pene raggiunge i talloni quando si accovaccia, mentre colui la cui lunghezza del membro non supera le sei dita sarà prospero e un buono sposo.

            Lo stesso pronostico è presente tra gli induisti: un trattato astrologico in sanscrito del XVI secolo prevede povertà e sterilità per l’uomo troppo dotato, mentre colui il cui pene è dritto, corto e tiglioso è destinato alla ricchezza e a una discendenza numerosa.

            Il disprezzo verso chi possiede un grosso sesso assume spesso anche una colorazione esplicitamente razzista.

            I coloni europei attribuivano agli “indigeni” un “membro mostruoso”, i cui appetiti tirannici li incitavano a ogni tipo di perversione: poligamia, zoofilia, necrofilia, sodomia, stupro ecc.

            L’ipertrofia dell’organo dei “negri”, degli arabi, degli operai e della servitù, era riconosciuta come l’indice più importante della loro bestialità.

            Ad ascoltare i francesi, la capitolazione dei bicots (arabi del Maghreb) era ineluttabile a causa di una sensualità eccessiva che li portava verso alienanti delizie dell’harem, sviandoli dagli ardori virili del combattimento…”

            Olivia Gazalé “Il mito della virilità”

            Peucezio, quando pensi all’uomonero non è che più che pensare ai muscoli e prestanza in generale, è solo al mito di uno specifico muscolo bestial-priapico a cui stai realmente pensando?😁😁😁

            • Ros scrive:

              Ovviamente, questa costante svalutazione del “minchione” è l’ipercompensazione di un complesso – complesso d’inferiorità “primario” delle dimensioni della dotazione bellica virile – comune ad ogni latitudine.

              Il complesso d’averlo piccolo è il più frequente nei maschi d’ogni etnia e colore.

              “Ce l’hanno grosso perché sono più stupidi!”, e gli asiatici, di rimando, son sentiti più intelligenti perché si dice che c’è l’hanno piccolo, e il loro quoziente intellettivo dev’essere maggiore per forza di cose😄

              • Ros scrive:

                Olivia Gazalé “Il mito della virilità”

                https://www.ibs.it/mito-della-virilita-libro-olivia-gazale/e/9788827230633

                La virilità come mito costruito e autoimposto ai maschi dai maschi, che diventa più che altro zavorra e fardello, fonte di terribili complessi.

                Condivisibile o meno nel suo relativo “femminismo” – e a un certo punto chi se ne frega! – è piacevole, divertente e interessante come lettura e tesi

              • Miguel Martinez scrive:

                Per Ros

                ““Ce l’hanno grosso perché sono più stupidi!”, e gli asiatici, di rimando, son sentiti più intelligenti perché si dice che c’è l’hanno piccolo, e il loro quoziente intellettivo dev’essere maggiore per forza di cose”

                Un mio amico italiano cresciuto in Eritrea che i giapponesi avevano pensato di fare un gradito regalo umanitario donando un gran numero di preservativi, della misura comunemente in uso in Giappone. I recipienti africani furono grati di ricevere i sacchettini di plastica, utili ad esempio per conservare piccole quantità di cibo.

              • Moi scrive:

                @ PEUCEZIO

                Il Lottatore GrecoRomanista più potente che si conosca è (stato, oggi ritirato per ovvi motivi anagrafici) il Russo/PostSovietico Aleksander Karelin !

                Uno dei più grandi e grossi Atleti di MMA a oggi è (sempre … “stato”) il Sud Coreano Choi Hong Man !

                Sia Mike Tyson sia Cassius Clay / Muhammad Ali hanno dichiarato che l’ unico Pugile NON coevo, ovviamente, che avrebbe potuto batterli è stato l’ ItaloAmericano Rocky Marciano !

                Jesse Owens sosteneva che nello Sport esiste solo (!) Forte o Debole, Veloce o Lento … da “Ne[g]ro” (1936) proveniente dal Paese all’ epoca più razzista al Mondo Vs i “Neri” e Vincitore Olimpico di Atletica, nel Paese sotto il Governo del Mostro per Antonomasia !

              • PinoMamet scrive:

                Sì Moi, tutto vero, però le gare di velocità sono dominate dai neri, mentre in quelle di nuoto latitano.

                Probabilmente esiste una varietà di tipi fisici più adatti a questo o quello sport.

                I neri americani provengono in maggioranza dall’Africa Occidentale, in realtà da tre-quattro aree principali.

                Può darsi si tratti di popolazioni con fisici, in media, particolarmente adatti agli sforzi esplosivi, se si dice così, e meno al galleggiamento
                (che i neri nuotino male è proverbiale negli USA).

                A dire il vero nigeriani e senegalesi, che ho sott’occhio e che sono stati due dei principali serbatoi dell’emigrazione forzata verso le Americhe (per usare un eufemismo), mi sembrano di solito piuttosto diversi tra loro, perlomeno quanto un russo lo è da un italiano…

                I nigeriani alti, forti, “chiari”, voci rudi;
                i senegalesi scuri, spesso bei lineamenti, corporatura sottile…

              • roberto scrive:

                Pino

                “ le gare di velocità sono dominate dai neri, ”

                Ehm…dagli italiani volevi dire!?!
                🙂 🙂 🙂

              • Moi scrive:

                Marcello Giacobbi 😉 è “Italiano”, pìriod 😉 .

                Solo (!) in USA sarebbe “Black”, come Identità Priritaria, istituzionalizzata !

                Io ripeto, spero che in Italia e in Europa si rimanga SENZA la voce “razza” sui documenti … NON vorrei che fosse controproducentemente (!) riproposta dallla Odierna Sx “che vvuò ffà l’ Americano” 😉 per agevolare le Affirmative Actions !

              • PinoMamet scrive:

                “Ehm…dagli italiani volevi dire!?!
                🙂 🙂 🙂 ”

                visto la bellissima telecronaca inglese della staffetta?

                “Britain!!.. Britain!!… Britain!!…

                ah, Italy”
                😉

              • PinoMamet scrive:

                “Io ripeto, spero che in Italia e in Europa si rimanga SENZA la voce “razza” sui documenti …”

                Concordissimo!!

              • roberto scrive:

                “ sto la bellissima telecronaca inglese della staffetta?”

                Si rido ogni volta che ci penso
                🙂

  13. Peucezio scrive:

    Pino,
    O.T.,

    https://www.youtube.com/watch?v=Pi_JG-OyaVA

    Qui però è molto approssimativa.
    Non esiste nessun latino sclavus (se dici “latino” senza specificare stai parlando del latino classico, altrimenti devi dirlo): è latino medievale e viene da “slavo”, cioè, ha origine etnonimica, solo che lei non lo spiega.
    E parla dell’evoluzione fonetica da kj a come una sorta di evoluzione naturale, il che è in parte vero, ma devi dire almeno che è dialetto veneziano: in toscano non sarebbe mai potuto succedere che il nesso skl diventasse .

    • PinoMamet scrive:

      Vabbè, tieni presente che è spagnola, poraccia 😉

      a parte gli scherzi, sono video che hanno un intento intrattenitivo/didattico, un certo grado di semplificazione è necessario, tanto più che parla soprattutto a madrelingua spagnoli.

      • Moi scrive:

        Va be’ Peucé : all’ Estero siamo tutti SiculoNapoletani Cantilenanti Gesticolanti , usiamo notoriamente espressioni come “Mammamìa !” o “Santa Mozzarella !” … guarda alle polemiche di quest’anno sulle versioni Hollywoodiane orginali di “Luca” della Pixar e su “House of Gucci” !

        • Moi scrive:

          … in particolare, è stato detto che la Patrizia Reggiani di Lady Gaga (ItaloAmerocana) parla che sembra una Badante Moldava 😉 !

        • PinoMamet scrive:

          In effetti gli italiani sono gesticolanti, anche se magari non nella maniera stereotipata con cui ci fanno il verso 😉

          ma mal comune mezzo gaudio: i britannici si lamentano che gli attori americani non sono in grado di azzeccare gli accenti inglesi da questo lato dell’Atlantico, e ne fanno versioni macchiettistiche o del tutto sbagliate.

          Quindi, mettiamo tutto nella giusta prospettiva: se fanno strame degli accenti inglesi, della loro lingua madre, non pretendiamo troppo per quelli italiani 😉

          E del resto, vi siete mai preoccupati di sapere da che regione della Germania provenisse il personaggio che in Italia doppiamo regolarmente come le Sturmtruppen di Bonvi?
          😉

          • roberto scrive:

            Sugli italiani gesticolanti…una cosa molto divertente è vedere gli interpreti nelle cabine eurocratiche (corte di giustizia o parlamento)

            Immagina una fila di persone, che non si vedono tra loro ovviamente, concentratissime sull’ oratore

            Ci sono statue di sale (baltici, nordici), gesticolatori pazzi (italiani e greci) e molte vie di mezzo…ma greci ed italiani li riconosci a colpo sicuro

            Ho notato guardando mia moglie che gesticola moltissimo se interpreta dall’italiano, di meno (ma sempre un po’) se interpreta dall’inglese

          • PinoMamet scrive:

            C’è chi è messo peggio di noi, come doppiaggio.

            Ho visto per caso dei video di una cinese che analizza le frasi in “cinese” nei film americani.

            Di solito deve ascoltarne due o tre volte per capire cosa stiano dicendo, o dovrebbero dire…

            qualche volta fa “ah, è cantonese, chiamo il mio coinquilino cantonese”, lui arriva e non ci capisce niente uguale 😉

  14. Miguel Martinez scrive:

    Ogni tanto ricordatemi di prendermi da solo a calci sui denti per aver votato M5S…

    COMUNICATO STAMPA

    Le Associazioni dell’agricoltura biologica, contadine, ambientaliste e della società civile chiedono il ritiro della proposta di legge del Movimento 5 Stelle sulla sperimentazione in campo dei nuovi OGM

    Ieri alla Camera cinque deputati del Movimento 5 Stelle hanno presentato una proposta per accelerare il rilascio in ambiente dei prodotti ottenuti tramite editing genomico, già definiti dalla Corte di Giustizia Europea come OGM. Le associazioni ritengono inaccettabile questa ipotesi che rischia di compromettere per sempre la natura stessa di Paese “non-OGM”, la transizione ecologica dell’agricoltura italiana, la difesa dei diritti degli agricoltori e la libera scelta dei consumatori.

    ROMA 16.12.2021 – A un anno dal tentativo di sdoganare i nuovi OGM attraverso i decreti dell’allora Ministra Bellanova, il Fronte Italia libera da OGM denuncia l’ennesimo attentato all’agricoltura italiana, questa volta da parte del Movimento 5 Stelle, che ieri ha presentato alla Commissione Agricoltura della Camera una nuova proposta di legge sulle – da loro definite – tecniche di evoluzione assistita (TEA), ma che non sono altro che le New Breeding Techinques (NBTs) ovvero i cosiddetti “nuovi OGM”, che la corte di Giustizia Europea, con una sentenza esecutiva del 2018, ha equiparato agli OGM tradizionali. La proposta è firmata dal presidente della Commissione Agricoltura Filippo Gallinella e dai deputati Chiara Gagnarli, Giuseppe L’Abbate, Luciano Cadeddu e Luciano Cillis. Con una modifica del decreto legislativo 8 luglio 2003, n.224, si propone di accelerare le procedure per l’emissione in pieno campo di varietà vegetali ottenute in laboratorio con tecniche di modificazione del genoma (genome editing).

    Durante la conferenza stampa, i prodotti delle NBTs sono stati definiti dai promotori della proposta di legge come non equiparabili agli OGM, mentre è oggettivo, anche in base alla normativa europea, che debbano essere classificati e regolati come tali.

    La maggior parte degli argomenti che i deputati portano a sostegno della necessità di deregolamentare i nuovi OGM si ritrovano nelle linee guida per la comunicazione diffusa dall’International Seed Federation (ISF): la campagna promozionale “Building on Success”, condotta negli ultimi cinque anni dall’industria sementiera, batte infatti su alcuni punti chiave, su tutti il tentativo di equiparare manipolazione di laboratorio e mutazioni spontanee che avvengono in natura. Un’altra argomentazione è che queste biotecnologie rappresentino una risposta per l’agricoltura alle prese con la crisi climatica.

    La realtà però dimostra che l’editing del genoma – in modo diverso rispetto alle mutazioni che avvengono in natura – può generare molteplici cambiamenti del DNA con un unico intervento. Di qui i preoccupanti effetti collaterali di queste biotecnologie: mutazioni off target, delezioni, riarrangiamenti e inserzioni non desiderate di DNA non sono l’eccezione, ma la regola del genome editing. Il problema, denunciato da più parti, è che gli effetti fuori bersaglio non vengono studiati né cercati con rigore scientifico per la fretta di brevettare i prodotti o i processi di creazione di questi nuovi OGM. Ci troviamo di fronte a una politica che risponde alle pressioni dell’agroindustria, accettando una scienza che rinuncia al rigore e al metodo, saltando passaggi doverosi per aprire all’industria nuovi spazi di profitto attraverso brevetti e privative.

    Inoltre questa iniziativa legislativa arriva nella totale assenza di un confronto pubblico sul tema dei nuovi OGM con le organizzazioni contadine, le Associazioni dell’agricoltura biologica e ambientaliste, mentre ampio spazio viene concesso alle organizzazioni professionali agricole e alle associazioni sementiere, che chiedono di poter coltivare in campo gli OGM, ignorando totalmente il principio di precauzione, le norme europee in vigore e il volere dei cittadini italiani, in grande maggioranza contrari alla produzione e al consumo di prodotti OGM.

    L’eventuale introduzione dei nuovi OGM nel settore agroalimentare italiano metterebbe profondamente a rischio la qualità e la resilienza dell’intero comparto, compromettendo il diritto di informazione e scelta dei consumatori. Una delle argomentazioni più fallaci riguarda la sostenibilità di queste tecniche di evoluzione assistita e la loro capacità di produrre varietà resistenti ai cambiamenti climatici e alle malattie che colpiscono le colture; eppure studi sostengono che l’editing genomico, volto tra le altre cose ad introdurre geni di resistenza ad alcune patologie delle piante, proprio come per gli OGM tradizionali porterebbe in breve tempo alla perdita di tali caratteristiche, rendendo vana la loro introduzione forzata attraverso la manipolazione in laboratorio. Queste tecniche, secondo le associazioni, hanno il solo scopo di rafforzare l’attuale paradigma fondato sull’agricoltura estrattiva e intensiva, che necessita di input chimici in quantità crescente che impattano sia sulla salute umana che sull’ambiente. Quello che gli impegni internazionali e, soprattutto, sempre più cittadini in tutto il mondo chiedono, è invece un’agricoltura realmente sostenibile e agroecologica , che tuteli la biodiversità e le risorse e fornisca cibo sano e di buona qualità.

    Le organizzazioni contadine, ambientaliste e della società civile non negano inoltre l’importanza del legame tra ricerca di base e ricerca applicata, ma questa deve essere slegata da interessi particolari.

    La richiesta è che il Movimento 5 Stelle ritiri la proposta di legge e che il governo si impegni a individuare modalità efficaci per tracciare questi nuovi OGM che, ad oggi, rimangono in una zona grigia e sono quindi ancora più insidiosi degli OGM tradizionali, se non si prendono le disposizioni necessarie per controllarli, nel rispetto della sentenza della Corte di giustizia europea.
    ———————————————–

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  15. mirkhond scrive:

    I 5stelle hanno ingannato un pò tutti. Ecco perché il loro giusto crollo alle scorse comunali.

    • Francesco scrive:

      siamo precisi: chi li ha votati sapendo che promettevano l’impossibile ha solo ingannato se stesso

      “Dio non ha dato a nessuno il permesso di essere stupido” mi pare ci ricordasse spesso Ritvan il Savio

    • roberto scrive:

      Sono d’accordo con Francesco, non mi hanno mai ingannato (pensavo solo che sarebbero stati un po’ meno veloci a sbracare)

  16. Miguel Martinez scrive:

    Mi dicono che quattro vigilesse hanno chiuso (non so per quanto tempo) l’erboristeria del rione, che esibiva orgoglioso il cartello “Qui non chiediamo il greenpass”.

    • Mauricius Tarvisii scrive:

      Sì, è la sanzione prevista.

    • roberto scrive:

      Se vuoi una storia così, una squadra che gioca nel nostro campionato non ha fatto i controlli del green pass prima di una partita.
      un paio di giorni dopo un giocatore era positivo, il contact tracing chiede al presidente della squadra la lista dei presenti e il “giornale di bordo” (un registro nel quale devi segnare tutti i controlli fatti, una mostruosa scocciatura)…non ce l’avevano ovviamente…quattromila euri di multa

      • Peucezio scrive:

        Che palle…

      • Moi scrive:

        @ ROBERTO

        In termini di Osservanza Leggi , voi Norreni (anche “acquisiti” 😉 , come te …) siete da sempre ammirevoli.

        Però … sarà mica un caso che di Leggi ne avete relativamente “poche E chiare” ? 😉

        • roberto scrive:

          Poche non so, ho sempre pensato che la cosa che si dice in Italia “abbiamo troppe leggi” sia una leggenda metropolitana e che nessuno abbia mai verificato (si lo so che ci sono degli studi su questa cosa ma l’aspetto comparativo non mi ha mai veramente convinto)

          Sul chiare credo che ci sia del vero, ma anche lì fino ad un certo punto (capire cosa cazzo si doveva fare per il green pass granducale non è stato facile…ma certo non è lo schifo che c’è in Italia)

          Sull’essere ammirevoli un po’ è facile rispettare le regole in un posto dove bene o male le rispettano tutti
          Un po’ è facile rispettarle quando sai che la sanzione è dietro l’angolo (prova a parcheggiarti male qui e vedrai…)

          • Peucezio scrive:

            Però tutti quelli che vivono all’estero mi dicono che tutto è più semplice da fare, ogni volta che ti interfacci con la pubblica amministrazione, a qualsiasi livello e in effetti anche in Spagna, per quel poco che ci sono stato, l’ho constatato: le procedure sono più lineari, razionali, pratiche.
            Al di là della puntigliosità del singolo burocrate, questo mi fa pensare a una maggiore semplicità delle regole: meno regole più semplici e orientate allo scopo, non inutilmente complicate.

            • Andrea Di Vita scrive:

              @ peucezi

              “complicate”

              Oxford, UK. Divieto di sosta. Parcheggio lo stesso. Quando torno ovo sotto Iil parabrezza un foglietto:

              Lei ha parcheggiato in divieto. Fanno 15 sterline di multa. Può pagarle mandando la somma alla polizia per posta in una busta chiusa. non affrancata indirizzata “Alla Polizia”. Non usi monete o rompe la busta. Se non lo fara’ verrà convocato fra due settimane di fronte al giudice per un confronto con l’agente che le ha fatto la multa. Se non si presentasse verrebbe condannato per oltraggio alla Corte.”

              Ciao!

              Andrea Di Vita

          • PinoMamet scrive:

            Confermo Peucezio… boh?

            Oltre alla complicazione della burocrazia italiana (ammettiamo che sia pure in buona parte un luogo comune, ma di solito i luoghi comuni non nascono a caso…)

            c’è anche l’atteggiamento indisponente dei burocrati italiani.
            Li sceglieranno già stronzi, o li formano?

            Forse l’antipatia dà dei punti in graduatoria, può essere!

            • Andrea Di Vita scrive:

              @ Pinomamet

              “formano”

              Lo diventano.

              Se sai che carriera non ne puoi fare senza raccomandazione, alla fine farai il minimo indispensabile.

              Ciao!

              Andrea Di Vita

              • Peucezio scrive:

                Ma questi non fanno il minimo indispensabile!
                Sono zelanti, s’impegnano, rompono il cazzo!
                Magari facessero il minimo indispensabile!

                No, secondo me il punto è un altro.
                In Italia c’è stato troppo assistenzialismo e in generale si è scelto un modello di stato alla francese, che gestisce tutto dall’alto, in base a regole astratte, non calate nelle comunità e nelle loro esigenze.

                Quindi si crede a un potere magico delle regole di plasmare la realtà indipendentemente dalla concretezza delle situazioni.
                E nasce quindi questo tipo umano che non ha mai fatto un cazzo di veramente utile nella sua vita, quindi non si pone il problema della ricaduta pratica delle sue decisioni, del risultato, della conferma oggettiva, ma crede che facendo il pignolo e il fiscale, efficientizza la macchina e rende il mondo più ordinato.

              • Andrea Di Vita scrive:

                @ roberto

                “nulla”

                Lo so da te, ora.

                Nessuno dei funzionari comunitari con cui ho parlato è stato neanche in grado di darmi questa tua risposta; ed erano soldi della UE, per cui chissà quante volte si saranno sentiti fare simili domande.

                Un luminare dell’Imperial College con cui ho parlato all’epoca mi disse che questa burocrazia eccessiva della UE (“che hanno portato i francesi e gli italiani”) metteva molti inglesi contro la UE… nel 1993!

                Ciao!

                Andrea Di Vita

              • Andrea Di Vita scrive:

                @ peucezio

                “magico”

                In Francia lavorare per lo Stato è un titolo di merito, in Italia di demerito.

                Perché in Francia almeno in teoria lo Stato premia il merito (almeno dai tempi di quel Napoleone che diceva che ogni soldato ha nello zaino il bastone da maresciallo. Del resto più della metà degli ufficiali della Grande Armée veniva dalla truppa).

                In Italia lo Stato è lo strumento con cui la fazione al governo premia i fedeli ed emargina i fedeli della versione avversa (almeno dai tempi in cui Dante fu esiliato dopo un processo farsa).

                In Francesi danno per scontato che la politica sia al servizio dello Stato. Gli Italiani danno per scontato che lo Stato sia al servizio della politica.

                A noi che lo Stato sia invasivo ma scassato va benissimo, perché la funzione dello Stato è solo quella di mantenere i sostenitori di questo o quel potente, nelle cui grazie speriamo di infilarci o ci siamo già infilati. Ci conviviamo, perché siamo abbastanza flessibili e cinici da sapere quando snobbarlo. E’ una ingombrante vacca da mungere, buona al più per limitare i danni di altre bestie più sanguinarie come la criminalità organizzata o meno.

                Un Francese è (dovrei forse dir meglio: era) educato al culto della République, il che lo rende molto sicuro di sé, molto civile ma anche molto ma molto rigido e concentrato sul proprio ombelico.

                Lo si vede nell’aerospaziale in modo clamoroso. La Francia è l’unico paese europeo che ha avuto l’intera filiera, dal razzo vettore (Ariane) alla base spaziale (Kourou) al satellite (Alouette) ai telefonini (Alcatel) al TV color (Thomson). Stava persino per realizzarsi la propria versione di Shuttle (Hermès). Eppure non soltanto noialtri europei non francesi non siamo completamente colonizzati nel settore, ma addirittura l’Italia è il secondo partner dell’agenzia spaziale europea con un proprio vettore (il Vega) e il modulo principale della stazione spaziale internazionale (il Columbus). Perché? Perché la Francia per troppo tempo ha agito come un tutt’unico integrato, compravi uno e ti tenevi tutto il pacchetto. Ora il giochino le riesce giusto nella sua Africa Occidentale (pardon, la Communauté Franco-Africaine) con una valuta artificialmente bloccata sul cambio paritario col franco (oggi l’euro); tutti gli altri (noi, la Germania, l’Inghilterra) l’hanno rigettata. Così l’agenzia spaziale italiana si fa mandare gli astronauti in orbita dai russi e fa accordi con gli americani pur avendo un bilancio risibile rispetto al colossale Centre Nationale des Explorations Spatiales.

                E’ vero: quando Mussolini attaccò la Francia in ginocchio si ruppe i denti e non andò oltre Mentone. Ma fu Cavour a tirar giù i Francesi a scacciare gli Austriaci. E oggi è Macron che cerca una sponda in Italia, ora che la Merkel non è più lì a consolarlo per la straccionata presa coi sottomarini australiani.

                Detto questo, un pò più di Francia (nel senso di amor patrio e di attenzione alla gestione della cosa pubblica) a noi italiani farebbe solo un gran bene.

                Ciao!

                Andrea Di Vita

              • PinoMamet scrive:

                Ecco, è da tanto che mi mancava un’occasione per dirlo:

                OMDADV

              • Peucezio scrive:

                Andrea,
                ma infatti il modello francese in Francia, a suo modo funziona.
                Non vorrei mai vivere in un modello così, ma ha una sua coerenza ed efficienza.
                Ma perché lì c’era già stato l’assolutismo di Luigi XIV e prima ancora secoli di stato nazionale.
                In Italia applicare un modello così è stato folle.

                Comunque non so se è solo questione di giochi di fazione.
                In Italia è vero che ogni famiglia, gruppo di potere, ecc., cerca di usare lo stato a proprio vantaggio.
                Ma perché lo stato, soprattutto nel sud, per un retaggio storico legato a forme di oppressione che sappiamo, è percepito come un’entità onnipotente e inevitabile, non utile, ma semplicemente presente, come il clima, il succedersi delle stagioni, i terremoti, la carestia, ma anche la pioggia, l’abbondanza quando c’è e quindi vi si fanno i conti non come un’entità in cui ci riconosciamo e a cui partecipiamo, ma fatalisticamente, come qualcosa di divino (o diabolico: in questa religiosità araica le due cose s’identificano) che subiamo passivamente, ma che crea dei margini di manovra in cui ci muoviamo per sopravvivere.

                Su questo fatalismo da satrapia orientale si è innestato lo statalismo di marca giacobina, senza quel sentimento di appartenenza che Andrea individua nei francesi, ma, appunto con questo sentimento dello stato come male naturale.
                Il risultato è questo.

              • Andrea Di Vita scrive:

                @ peucezio

                “sud”

                Infatti è per questo che un tempo si disse che fatta l’Italia bisognava fare gli italiani.

                In realtà si era lasciato incompleto il primo passaggio.

                Ciao!

                Andrea Di Vita

              • Peucezio scrive:

                Ma sai che io comincio a credere che non si dovesse fare proprio?

                È proprio la forma statuale moderna che non funziona con gli italiani.

                Lo so che detto da un fascista suona strano…

              • Andrea Di Vita scrive:

                @ peucezio

                “proprio”

                Proprio adesso che lo Stato nazionale è debole come non mai, tanto che a difenderlo ci stanno giusto i sovranisti (!) tu lo vuoi togliere?

                Gli italiani, sospetto, sono così antichi – così più antichi rispetto a tutti gli altri, i greci essendo ormai turchizzati in tutto tranne che nella lingua col loro culto di un passato mitico – che in realtà sono davanti a tutti.

                Parafrasando il distico virgiliano “tu regere populos, Romane, memento” mi verrebbe da dire

                “Gli USA percorrano le vie dei cieli,
                gli Asiatici marcino pure serrati,
                Tu. Italiano, ricorda di sopravvivere loro,
                cuocer la pasta, lasciarli scornarsi a vicenda”

                Il minimo comune denominatore dell’universo è umile. Quando incontreremo gli alieni, non vorranno sapere i numeri primi in binario (lo sanno già’) ma come condire la pizza margherita.

                Ciao!

                Andrea Di Vita

              • Miguel Martinez scrive:

                Per ADV
                ““Gli USA percorrano le vie dei cieli,
                gli Asiatici marcino pure serrati,
                Tu. Italiano, ricorda di sopravvivere loro,
                cuocer la pasta, lasciarli scornarsi a vicenda””

                Bellissimo.

                Io non sono così, eppure è il motivo per cui sono italofilo.

              • Peucezio scrive:

                Andrea,
                io sono d’accordo con te.

                “Proprio adesso che lo Stato nazionale è debole come non mai, tanto che a difenderlo ci stanno giusto i sovranisti (!) tu lo vuoi togliere? ”

                Beh, il sovranismo serve per smantellare l’Europa e la globalizzazione, ma poi arriva il passo successivo: smantellare l’Italia.
                Per far trionfare l’italianità, che è stata uccisa dallo stato italiano, perché l’Italia è plurale e lo stato italiano è uno.
                E le varie formule federaliste, autonomiste e decentrate creano tanti micromostri ancora più dannosi.

              • PinoMamet scrive:

                È interessante la cosa dei greci turchizzati, ma io credo che fossero così (nazionalisti, cioè) già nell’antichità, mutatis mutandis.

                Sono gli italiani che sono cambiati, e a cambiarli sono state le guerre combattute da Francia e Spagna, e mezzo mondo, sul suo territorio, ma a pensarci bene, cose così le hanno avute in tanti, e sono diventati ancora più nazionalisti…

                No, no, credo che la colpa, o il merito, siano di Boccaccio, Ariosto, Pulci… Pietro Germi e Monicelli.

              • Andrea Di Vita scrive:

                @ peucezio

                “smantellare”

                Eh no. Qui il mio concittadino Mameli aveva ragione e da vendere:

                “noi fummo da secolo i
                calpestio e derisi
                perché non siam popolo,
                perché siam divisi”

                Da quando c’è l’unità d’Italia, le uniche invasioni straniere che abbiamo avuto sono quelle che ci siamo andati a cercare noi col lanternino.

                Ciao!

                Andrea Di Vita

              • Peucezio scrive:

                Andrea,
                e le invasioni interne ti paiono poca cosa?
                senza cadere nelle solite, un po’ querule e stucchevoli, recriminazioni meridionalistiche, pensa a come siano banali e inutili gli innesti architettonici sabuadi a Roma.
                E comunque che problema c’è?
                E l’immigrazione non è un forte innesto di elementi allogeni in Italia?
                E la situazione di sovranità limitata che viviamo da 80 anni a questa parte, che ci rende una vera colonia statunitense con una sua parziale autonomia in politica interna non è un modo di essere invasi?

              • Andrea Di Vita scrive:

                @ peucezio

                “invasioni”

                Infatti ho scritto: tranne quelle che ci siamo andate a cercare col lanternino.

                Niente obbligava gli italiani ad appecoronarsi al figlio del fabbro di Predappio che ci ha trascinati in un’aggressione suicida a mezzo mondo, per cui ora abbiamo un Cermis.

                Niente ci obbliga ad appaltare agli altri la nostra politica estera al punto da farci bagnare il naso dai turchi (!) nel Mediterraneo.

                Niente ci obbliga a tollerare un’evasione fiscale da record che ammazza gli investimenti, creando precariato diffuso che a sua volta abbatte la natalità e ci costringe a riempirci di migranti se vogliamo badanti che curino i nostri vecchi, facchini che portino le nostre cassette della frutta e braccianti che raccolgano i pomodori per la nostra quotidiana pastasciutta.

                Niente ci ha obbligato a strangolare istruzione e urbanistica pubbliche così da lasciare a vita generazioni di meridionali in cerca di lavoro confinate nelle varie Coree della nostra Padania.

                Quanto ai Savoia a Roma… prima di loro il Tevere non aveva argini e straripava rovinosamente ogni anno. Era talmente abituale che non soltanto agli Ebrei era riservato un ghetto nella parte più malsana del centro perché continuamente inondata, quella vicino al Portico d’Ottavia, ma addirittura il munifico Chigi si fece la Farnesina col prato prospiciente al palazzo digradante sul fiume perché le continue inondazioni dessero l’impressione agli ospiti di riguardo che le statue antiche giudiziosamente interrate apparissero sempre come reperti appena fuoriusciti dal fango. Solo coi sindaci massoni dopo la presa di Porta Pia i romani hanno cominciato ad avere i piedi all’asciutto, gli ebrei a uscire dal ghetto ecc.

                Non diamo agli altri colpe che sono solo nostre.

                Ciao!

                Andrea Di Vita

          • roberto scrive:

            Peucezio e Pino

            Ma per quello che vedo io, a spanne, non è una questione di più o meno leggi o più o meno chiare
            (Certo, se penso allo schifo dei “congiunti” mi viene voglia di bruciare ogni libro di diritto italiano )
            Più che altro che qui le procedure sono spiegate bene e truci sempre un funzionario per aiutarti, in Italia sei abbandonato a te stesso

            Poi non voglio nemmeno esagerare, pagate le tasse in Francia è un’ordalia se per una virgola non rientri nelle loro caselle (per noi: non avere un numero di telefono francese è stato un ostacolo che ci ha portato ad un contenzioso lungo e doloroso)

            • Andrea Di Vita scrive:

              @ Roberto

              “tasse”

              Ho lavorato per un laboratorio di proprietà UE a Oxford, anni fa.

              Per capire a chi dovevo pagare le tasse, cerco la sede dell’ufficio delle tasse a Oxford. Tale ufficio non ha accesso per il pubblico. Se hai bisogno di informazioni, telefoni e ti mandano un plico per posta, di una ventina di pagine illustrate. Se hai ancora bisogno, ritelefoni e te ne mandano un altro, specializzato nell’argomento che ti interessa.

              Per controllo, ho chiamato Bruxelles. In quattro uffici diversi da me interpellati per telefono non mi hanno saputo dire nulla.

              Alla fine me ne sono stato alle istruzioni date dall’ufficio inglese.

              Ciao!

              Andrea Di Vita

              • roberto scrive:

                Il problema è che a Bruxelles oltre a dirti il tuo statuto non potevano dirti nulla

                Esempio
                Roberto e jesper, italiano e danese.
                Tutti e due funzionari.

                Bruxelles ti può dire che secondo il protocollo sui privilegi e le immunità sei fiscalmente residente nel paese in cui avevi la residenza fiscale prima di essere assunto quindi…no Italia e Danimarca non è la risposta giusta, devi vedere appunto dove sei stato assunto e poi sbrigartela da te

                Poi qui in Lussemburgo pagare le tasse è semplicissimo. Ti arriva un formulario precompilato con le informazioni che ha l’amministrazione su di te e se sei d’accordo paghi e basta

                In Italia lo sappiamo tutti

                In Francia per me è nettamente peggio che in Italia (procedure oscure, amministrazione arrogante e sanzioni violente e date a capocchia)

              • Mauricius Tarvisii scrive:

                A me arriva un formulario precompilato, le multe le posso pagare dal tabaccaio, il cambio di residenza l’ho fatto sul sito del Comune…
                Secondo me, se negli ultimi anni in Italia si è creata nuova complicazione, c’è anche stata una certa dose di semplificazione.

              • Mauricius Tarvisii scrive:

                Però potrebbe essere che per te non sia così, perché non so se il tuo datore di lavoro sia tenuto ad inviare il 770.

              • roberto scrive:

                mauricius

                “c’è anche stata una certa dose di semplificazione.”

                sono assolutamente d’accordo

                ho un po’ la tendenza a pensare che questa semplificazione non sia orizzontale (faccio gli esempi che conosco io: bologna anagrafe, tutto perfetto; roma anagrafe non funziona una mazza; roma tutto quello che è covid funziona bene), ma sarebbe stupido non osservarla…come sarebbe stupido non osservare che non è che negli altri paesi sono stati immobili (per dire qui le multe le pago con un QR code la mattina seduto sul gabinetto…ma scusa le multe non le paghi on line? a roma si può)

              • Andrea Di Vita scrive:

                @ roberto , mauricius tarvisii

                “semplificazione”

                Ho descritto una situazione del 1993.

                Oggi in Italia (grazie a Renzi, Gentiloni e all’odiato PD 🙂 ) c’é finalmente la dichiarazione precompilata.

                Però, appunto, è da poco tempo. Da noi ancora molti pensionati e dipendenti non sanno farla e pagano un CAAF ottanta euro (!! 🙁 ) perché la faccia.

                L’anno scorso, in piena pandemia, ho avuto da preparare una dichiarazione di successione per un’eredità. Tutto via software fornito gratis dall’Agenzia delle Entrate; data la pandemia, non c’era modo di andare negli uffici di persona. Bene: fra me (che con la programmazione ho zampettato decenni) e mia figlia (informatica di mestiere) non siamo mai riusciti a far funzionare il software. Dopo un giro di telefonate, sono riuscito alla fine a trovare una dirigente dell’ufficio genovese competente la quale… si è fatta mandare tutti i documenti in copia via e-mail, ha preparato la dichiarazione e l’ha inoltrata lei! La gentilezza e la competenza della persona ha ovviato al baco organizzativo, come sempre in Italia.

                In Polonia dieci anni fa (!) mio suocero quando gli scadeva la carta d’identità telefonava all’Anagrafe e gli fissavano l’appuntamento, recandosi al quale si vedeva consegnare il documento nuovo (del tutto gratis).

                Ciao!

                Andrea Di Vita

              • Andrea Di Vita scrive:

                @ roberto

                “nulla”

                Lo so da te, ora.

                Nessuno dei funzionari comunitari con cui ho parlato è stato neanche in grado di darmi questa tua risposta; ed erano soldi della UE, per cui chissà quante volte si saranno sentiti fare simili domande.

                Un luminare dell’Imperial College con cui ho parlato all’epoca mi disse che questa burocrazia eccessiva della UE (“che hanno portato i francesi e gli italiani”) metteva molti inglesi contro la UE… nel 1993!

                Ciao!

                Andrea Di Vita

              • Peucezio scrive:

                Mauricius (e Roberto),
                “Secondo me, se negli ultimi anni in Italia si è creata nuova complicazione, c’è anche stata una certa dose di semplificazione.”

                Sì, è vero.
                Ricordo qualche decennio fa, dove qualsiasi pratica anche minima ti metteva in una situazione surreale da film grottesco.

              • roberto scrive:

                ADV

                “Nessuno dei funzionari comunitari con cui ho parlato è stato neanche in grado di darmi questa tua risposta”

                beh come dici poco sopra era il 1993, credo che ci sia un’era geologica di differenza un po’ per tutti

                😉

              • roberto scrive:

                sul luminare…”la burocrazia eccessiva della UE” è un cavallo di battaglia degli inglesi, se ne sono andati, spero che si godano il loro mondo “burocrazia free”….sul serio, non sono ironico

              • roberto scrive:

                ancora ADV

                “Per capire a chi dovevo pagare le tasse”

                sempre nell’ottica dal 1993 al 2021 ne è passata di acqua sotto i ponti, adesso se paghi la “imposta comunitaria” (ahimé si chiama ancora così) non devi fare nulla: ti è seplicemente trattenuta alla fonte

                non ho idea dello statuto che avevi (e so che i dipendenti del JRC in UK prima che venisse liquidato hanno avuto un mare di problemi, in realtà un po’ causati da loro stessi che credevano di essere funzionari….ingegeri, gente che non capisce nulla di diritto 🙂 ) ma appunto se eri funzionario la risposta era abbastanza semplice per l’imposta comunitaria dal lato UE

              • Andrea Di Vita scrive:

                @ peucezio

                “youtube”

                Ma Walter Valdi è mica quello di “Putanamenga” ?

                Geniale 🙂

                Ciao!

                Andrea Di Vita

              • Peucezio scrive:

                Andrea,
                “Ma Walter Valdi è mica quello di “Putanamenga” ?”

                I Vacaputanga (ma il titolo ha varie grafie):

                https://www.youtube.com/watch?v=ISpOo6qoq5w

            • Peucezio scrive:

              Roberto,
              vabbè, la Francia è in atto quello che l’Italia è in potenza.

              La Francia la immagino come la più grande distopia effettivamente realizzata nella storia.

              • PinoMamet scrive:

                Mmmm

                questa non l’ho mica capita, me la spieghi?

              • roberto scrive:

                Nemmeno io l’ho capita ma esteticamente è carina

              • Peucezio scrive:

                Massì, il trionfo dello stato giacobino, accentrato, il laicismo radicale, l’erosione di ogni spazio delle comunità e dei corpi intermedi in nome del centralismo parigino, che non è una città, ma è il centralismo dello stato moderno nel suo distillato più puro, l’omologazione linguistica…

                Insomma, il peggior incubo statalista realizzato in Europa (poi ci sono gli orientali che sono molto ma molto più bravi, ma per gli standard europei la Francia è un caso estremo).

                Aggiungiamoci la violenza e la radicalizzazione di tutte le posizioni estreme, di destra e di sinistra, ecc.

                Poi non c’è solo lo statalismo.
                Si pensi al romanzo dell”800, sublime, ma che descrive una realtà orrenda: questa competizione forsennata per essere sempre vincenti rispetto a dei canoni sociali di successo nell’alta società, in cui ognuno passa la vita a dimostrare di essere meglio degli altri, che sono dei poveri sfigati, e tutto è una proiezione esteriore, superficiale.

              • Francesco scrive:

                stavo per scrivere che Peucezio esagera, poi ho pensato ai film francesi e credo che in effetti abbia ragione: almeno i parigini vedono così il mondo

  17. Moi scrive:

    @ MIGUEL

    Quidditch to change name, citing J.K. Rowling’s ‘anti-trans positions’

    https://www.nbcnews.com/nbc-out/out-pop-culture/quidditch-change-name-citing-jk-rowlings-anti-trans-positions-rcna9149

    The real sport, which was inspired by the “Harry Potter” books, said it hopes to distance itself from the author and expand its “growth potential.”

  18. Moi scrive:

    Sempre lei, il Maiale … entra nell’ Immaginario Natlizio infantile con un nuovo libro !

    https://invidio.xamh.de/watch?v=XFRl6uusxys

    J.K. Rowling reads The Christmas Pig – The Daily Mail Online
    Published on October 11th, 2021

    —————————————

    Ma questo incentiverà oppure disincentiverà il consumo di zamponi e cotechini ?!

    … Già, NON proprio esattamente 😉 cibi Kasherut ! 😉 , sempre sul Livello di Semitismo Abramitico VS Paganesimo del Natale !

  19. Miguel Martinez scrive:

    I napoletani di una volta esistono ancora!

    https://napoli.repubblica.it/cronaca/2021/12/17/news/napoli_rubato_l_albero_di_natale_nel_palazzo_del_consiglio_comunale-330533735/

    Napoli, rubato l’albero di Natale nel palazzo del Consiglio comunale

  20. Moi scrive:

    Una volta ho visto una versione de “La Grande Illusion” sottotitolata veramente ad minchiam … con la contadina Tedesca che diceva “Jesuskind” e compariva scritto “Babbo Natale” ! … Adattamento ? … Dev’ esserci un limite : perculiamo ancora il “Scipione con l’ Orologio”, MA direi che in giro ci sono anacronismi ben peggiori , acclamati come “inclusivi” però !

    • Andrea Di Vita scrive:

      @ Moi

      “peggiori”

      Tasto dolente.

      In “007 Mai dire mai” il protagonista dice del cattivo che “ha rubato il chip al silicone” (ovviamente era al silicio).

      In un episodio di “Bones” si dice che la vittima, uccisa da un’elica (“propeller”) di un’aereo al decollo, è stata fatta a pezzi perché caduta sul propellente.

      Un critico cinematografico, stroncando “Alexander” di Coppola (su Alessandro Magno) ne deplora le numerose riprese della carriola del protagonista. (carriola=chariot=carro da guerra)

      In un episodio del telefilm giallo francese “Profilage”, il poliziotto dice al commissario in questura che il testimone tanto atteso siede nell’accoglienza ( =accueil=portineria)

      Ciao!

      Andrea Di Vita

      • PinoMamet scrive:

        😀

        Colpa di traduttori e “adattatori dialoghi” pigri, oberati di lavoro, sottopagati e qualche volta, diciamolo, ignorante.

        A me fecero leggere una sceneggiatura americana tradotto con il rapper Snoop Dogg che diventava “il cane Snoopy”…
        e vabbè, non tutti saranno stati esperti di rap;

        ma poi c’era un ragazzo che diceva a una ragazza che era “hot”, cioè figa, e in italiano diventava lui che se la sentiva “calda”, come se avesse la febbre (era una scena in campeggio, davanti a un fuoco…)

      • Mauricius Tarvisii scrive:

        “In “007 Mai dire mai” il protagonista dice del cattivo che “ha rubato il chip al silicone” (ovviamente era al silicio).”

        Gli alieni a base di carbone o di silicone dei Simpson sono anche meglio.

        • Moi scrive:

          … be’ non ho presente ‘sto dettaglio, bisogna vedere com’è in Inglese, SE fosse un errore , la versione Italica ci guadagnerebbe in comicità ! … molto di più che NON a far parlare un personaggio in Romanesco !

          • Moi scrive:

            anche certi docmentari amatoriali sull’ Area 51 vengono doppiati dicendo che nella “Valle del Silicone” 😉 si studiano i Testi Antichi (contenenti le descrizioni di tecnologie degli Dei Astronauti, chiamate “magia”, “miracoli” o “prodigi” dagli Umani coevi …) per “nuove” tecnologie militari.

          • Mauricius Tarvisii scrive:

            Carbon e Silicon

        • paniscus scrive:

          Io ho trovato (in un articolo di divulgazione scientifica sulla storia della biologia) un surreale “esperimento delle scimmie” per intendere il processo tenuto nel 1925 contro John Scopes, insegnante denunciato per aver insegnato la teoria evoluzionistica. Ovviamente era “Monkey Trial”, cioè “processo delle scimmie”, o più ironicamente “processo alle scimmie”…

          • Mauricius Tarvisii scrive:

            “esperimento delle scimmie”

            Se la interpreti in modo creativo può perfino avere senso, visto il caso 😀

  21. Moi scrive:

    La Francia la immagino come la più grande distopia effettivamente realizzata nella storia.

    —————

    Io so che Scampia in confronto alle banlieues sembra Disneyland … 😉

    • Francesco scrive:

      mah

      mi pare che un pò di volontari dell’ISIS venissero anche dall’Italia, quindi non credo ci sia questa differenza

      e sarei curioso di sapere quanti servizi lo Stato francese ha pensato per le banlieus, mentre in Italia l’abbandono è quasi programmatico

  22. Moi scrive:

    @ HABSBURGICUS

    Immagina se lo facessero in Italia con una Nave Fascista …

    https://www.scifijapan.com/kaiju-monsters/deep-sea-monster-reigo

    REIGO: THE DEEP-SEA MONSTER VS THE BATTLESHIP YAMATO

    • Andrea Di Vita scrive:

      @ moi

      “Fascista”

      Una volta lessi un bel racconto di fantascienza ucronica italiano dove si immaginava che la vera causa del disastro del dirigibile Italia al Polo Nord era stata l’aver intercettato una versione nazista del raggio della morte proiettato da una base segreta fra i ghiacci verso il cielo allo scopo di produrvi un grande buco nell’ozono e rendere così inabitabili URSS e Inghilterra.

      Prima di allora, segnalo il notevole “Le meraviglie dell’anno Duemila” di Emilio Salgari, in cui un miliardario statunitense per curarsi dalla depressione si fa ibernare, solo per risvegliarsi in un mondo dominato dalla guerra fredda fra USA, impero Zarista e Italia (sic!). Conosce la figlia di un deportato finito in un campo di lavoro nell’Artico siberiano e se ne innamora. Per liberare il padre dell’amata utilizza le sue ingenti ricchezze, moltiplicate dagli interessi bancari, e in tre fuggono dall’Artico fino ad arrivare a un’isola brasiliana… dove muoiono tutti per le conseguenze sui loro organismi dell’onnipresente (!!) elettrosmog.

      Ciao!

      Andrea Di Vita

      • Miguel Martinez scrive:

        Per ADV

        “allo scopo di produrvi un grande buco nell’ozono e rendere così inabitabili URSS e Inghilterra.”

        Adesso lo dico a Hitler, che voleva allearsi con l’ariana Inghilterra, lasciandole Africa e Asia, e che voleva colonizzare la Russia facendone il fertile orto della Germania.

        Prevedo fucilazioni…

        • Andrea Di Vita scrive:

          @ Martinez

          “prevedo”

          Perché, a cosa credi che sia servita la Notte dei Lunghi Coltelli? 🙂 🙂

          Ciao!

          Andrea Di Vita

        • Peucezio scrive:

          Miguel,
          “e che voleva colonizzare la Russia ”

          Peraltro molto più ariana dell’Inghilterra,

          • Andrea Di Vita scrive:

            @ peucezio

            “ariana”

            Nel senso di antisemita, certamente.

            Disraeli era inglese, mica russo.

            Ciao!

            Andrea Di Vita

            • Peucezio scrive:

              Che c’entrano gli ariani con gli antisemiti?
              Tra l’altro esistono delle affinità fra la famiglia linguistica indoeuropea e quella oggi chiamata demenzialmente afro-asiatica.

              • Miguel Martinez scrive:

                Per Peucezio

                “Tra l’altro esistono delle affinità fra la famiglia linguistica indoeuropea e quella oggi chiamata demenzialmente afro-asiatica.”

                a parte che l’Asia include il Giappone e l’Africa la Namibia, però credo che esista un legame linguistico tra “afro” egizi, berberi, ecc. e “asio” arabi, fenici, yemeniti…

              • Andrea Di Vita scrive:

                @ peucezio

                “c’entrano”

                Nulla, per noi. Per Hitler un bravo ariano cosciente di essere tale doveva essere per forza o un antisemita o un traditore della sua razza.

                Ciao!

                Andrea Di Vita

              • Peucezio scrive:

                Come se gli ebrei fossero dannosi solo per gli “ariani”.

                Che poi non so quanto credesse veramente a tutto il ciarpame “ariano”, declinato in senso germanicista.
                In realtà era un ammiratore della classicità.
                Io ho l’impressione che, lungi dall’essere l’identità “ariana” il fondamento teorico dell’antisemitismo, in realto fosse un pretesto e una giustificazione a posteriori per quest’ultimo.

              • Francesco scrive:

                scusa Peucezio ma l’identità ariana non era il fondamento del nazismo germanico e l’antisemitismo un suo corollario?

                oppure Hitler aveva semplicemente in odio gli ebrei “ad minchiam” e tutto il resto è pseudo-razionalizzazione di questo assunto iniziale?

          • Miguel Martinez scrive:

            Per Peucezio

            “Peraltro molto più ariana dell’Inghilterra,”

            Aiuto,Habsburgicus!

            Premesso che anche i matti come Hitler facevano la politica in base agli interessi (certamente non personali, ma della Germania come li poteva interpretare lui)…

            … che gli interessi sono flessibili e ti fanno dire questo oggi e quello domani…

            … mi ricordo vagamente di aver letto di alcune idee che giravano all’epoca (forse sono influenzato, nel bene e nel male, dalla storia di Richard Walther Darré, come raccontato da Anna Bramwell)

            1) la nobiltà russa, certamente ariana, era stata fatta fuori dai giudei che guidavano masse di mongoli assetati di sangue e dal cervello piccolo (ambasciatore non porta pena)

            2) la stessa nobiltà russa, rifugiatasi in Germania dalla tremenda strage, aveva insegnato ai crucchi a diffidare dei giudei

            3) la Germania aveva una sorella, l’Inghilterra, con cui purtroppo c’erano state delle incomprensioni, ma alla fine ci si doveva ritrovare (fonte di ispirazione di gran parte del movimento pacifista interbellico)…

            4) all’Inghilterra, i mari, l’Africa (e quindi rinuncia alle colonie ex-tedesche); alla Germania il mondo “interno”, e cioè il granaio russo-ucraino, da popolare con coloni tedeschi, risolvendo il problema della sovrappopolazione tedesca

            5) così i tedeschi entrano in Ucraina, accolti da folle estasiate, subito azzittite, perché i crucchi non erano arrivati per liberare i sudditi dell’URSS, ma per estrarre il massimo possibile dalle terre conquistate.

            • Peucezio scrive:

              I punti 4) e 5) sono ineccepibili (cioè non il loro contenuto, che era delirante, ma è verissimo che loro pensassero così).
              Il resto non saprei.

              Hitler purtroppo era ammalato di germanite e confondeva ariani e germani.
              E non si era accorto che i giudei dominavano in Occidente quanto in Oriente e forse con Stalin meno in Oriente che in Occidente (lui era rimasto ai tempi di Lenin e dei rivoluzionari).
              Ma purtroppo, oltre che di germanite, era ammalato anche di occidentalite.
              E quindi ha sbagliato sempre alleati.

              • Francesco scrive:

                dubito che l’errore di fondo di AH sia stata la scelta degli alleati …

                cmq alla base della geopolitica c’è mica l’idea che UNA potenza possa controllare la “Heartland”, il cuore della massa continentale e ad lì sfidare le potenze marittime? o pensi a un connubio tra AH e JS per sfidare l’alleanza Impero Britannico – Repubblica Statunitense? e cosa avevano in comune i due?

              • Francesco scrive:

                >>> E non si era accorto che i giudei dominavano in Occidente quanto in Oriente

                scusa questo come lo concili con la guerra alle potenze occidentali e con lo sterminio degli ebrei ivi residenti? voleva “salvare” la Gran Bretagna dagli Ebrei perchè il popolo era germanico ma era convinto che anche gli il potere lo avessero gli Ebrei

              • Peucezio scrive:

                Francesco,
                “cmq alla base della geopolitica c’è mica l’idea che UNA potenza possa controllare la “Heartland”, il cuore della massa continentale e ad lì sfidare le potenze marittime?”

                Sì e il risultato s’è visto.
                Hitler non aveva capito che il potere geopolitico mondiale già allora stava nel controllo dei mari, non della terra ferma.

                Sugli ebrei, beh, non è che quelli occidentali gli stessero simpatici: sempre ebrei erano.
                Ma la sua idea è che il bolscevismo fosse l’incarnazione per eccellenza del potere ebraico.
                Ma allora avrebbe dovuto trattare i russi da vittime, da oppressi, non da colpevoli.
                E comunque Stalin non era ebreo, anzi, non trattò esattamente bene gli ebrei.

            • PinoMamet scrive:

              Mi riservo di non rispondere sulla questione degli “ebrei che dominavano in Occidente e in Oriente” 😉

              perché, perché basta, dai.

              Sugli alleati di Hitler.

              Ragioniamo da storici dell’arte: gli alleati naturali di Hitler, altrettanto esaltati ma impassibili, incuranti della vita del singolo e dei popoli, ferrei, senza cuore, gelidi, “resistenti come il cuoio, duri come l’acciaio Krupp” (dal giuramento dei paracadutisti tedeschi), dovevano essere i russi di Stalin, l’uomo d’acciaio.

              Guardate invece le foto degli inglesi, con la loro vecchia aristocrazia
              (ho in casa la foto della famiglia inglese che ospitò mio zio, prigioniero collaborante: sembra uscita da una rivista di moda degli anni Quaranta…) e il loro popolino brontolone ma patriottico, stoico, tradizionalista: i loro alleati sarebbero dovuti essere i giapponesi.

              E ho presente decine di foto (viste per il mio vecchio lavoro principalmente) di marinai e aviatori italiani, quasi tutti figli di lavoratori, sorridenti, con il berretto di sghimbescio, la sigaretta all’angolo della bocca, in canottiera sul ponte del sommergibile a prendere il sole, o in posa strafottente di fianco all’aereo col giubbotto aperto:
              alleati naturali, gli americani.

              • Peucezio scrive:

                In effetti…

                C’è il fatto che non sempre le alleanze si basano sulle affinità.

                Ma nemmeno su scelte strategiche davvero indovinate e proprio questo ne è un caso esemplare.

  23. Peucezio scrive:

    Articolo di Ricolfi di qualche settimana fa, ma l’ho visto adesso:
    https://www.fondazionehume.it/societa/il-caso-stock-e-la-nostra-liberta/

    Ora il nostro Mauricius ci spiegherà come e qualmente Ricolfi sia un maschio rinnegato arruolatosi all’odiosa causa dell’oppressione e della vessazione femminile ai danni degli uomini.

    • Mauricius Tarvisii scrive:

      I destristi a favore dei licenziamenti ad nutum mi pare che siate voi, non i0.

      • Marotti scrive:

        Peucezio è il tipico destruccio che difende la sinistra d’ieri (in questo caso si tratta del femminismo).

        • Peucezio scrive:

          Hai ragione, molto meglio Fedez di Gramsci…

          • Marotti scrive:

            Ancora non capisco voialtri destristi. Perchè non mandar affanculo ambedue?

            • Peucezio scrive:

              L’ho fatto decenni fa.

              Ma non sono ideologico al punto di sospendere il giudizio critico e da rifiutare un’idea o chi la formula perché non viene dalla parte giusta.

              Anzi, non me ne fotte un cazzo di essere ideologico: sono di parte perché le cose che dice quella parte di solito mi piacciono di più, non viceversa.

            • Peucezio scrive:

              Per inciso,
              non mi riferivo a Gramsci e non vedo perché dovrei mandarlo a fare in culo.

      • Francesco scrive:

        io di destristi favorevoli ai licenziamenti per motivi politici (e alla persecuzione fisica degli oppositori politici) ne conosco molti tra i fascisti e nessuno tra i conservatori e i liberali, però

        • Mauricius Tarvisii scrive:

          Se posso licenziare senza motivo allora che te ne frega del motivo per cui licenzio? Mi sorprende l’ingenuità di chi dice “eliminiamo le regole, perché tanto la categoria che piace a me è buona e non si comporterà mai male”.

      • Peucezio scrive:

        Mauricius,
        noi chi?

        • Mauricius Tarvisii scrive:

          Non sei tu che sostieni che i sindacati non fanno gli interessi dei lavoratori, che è la destra a farli e via dicendo?

          • Peucezio scrive:

            E mbeh?
            E il fatto di additare qualcuno come nemico degli interessi dei lavoratori o non abbastanza zelante nel difenderli mi rende a favore del licenziamento per cause politicamente corrette o comunque estrinseche alle ragioni della prestazione fornita?

            • Mauricius Tarvisii scrive:

              Se dici che, al contrario, chi vuole la libera licenziabilità difende i lavoratori, sì.

              • Peucezio scrive:

                Questo è come dire che siccome io sono per la libertà di circolare in automobile, sono a favore del fatto che uno vada in auto a uccidere un cristiano.

  24. Miguel Martinez scrive:

    Per ADV

    riporto i primi paragrafi di un articolo, che merita di essere letto per intero…

    https://www.repubblica.it/green-and-blue/2021/12/22/news/scorie_nucleari_come_segnaliamo_ai_posteri_la_presenza_del_piu_pericoloso_tra_i_nostri_rifiuti_-331089172/

    Gatti radioattivi e sacerdoti atomici, tutte le idee per avvisare i posteri del pericolo nucleare
    22 Dicembre 2021

    2030, 2100… quando pensiamo al futuro, spesso, un secolo ci sembra già un’eternità. Ma se la data da prendere in considerazione fosse addirittura il 17 dicembre del 12.021, cioè esattamente tra 1.000 secoli? Inimmaginabile. Eppure, è questo l’orizzonte temporale con cui deve confrontarsi chi si occupa di scorie nucleari, come spiega Massimiliano Clemenza, ricercatore dell’Università degli studi di Milano Bicocca e dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare: “Esistono sostanzialmente due tipi di rifiuti radioattivi. La maggior parte, come quelli derivanti dall’attività di medicina nucleare, hanno una vita abbastanza ‘breve’, nell’ordine di qualche centinaio d’anni.

    Le scorie nucleari vere e proprie, come quelle di plutonio, richiedono invece circa 10.000 anni prima di diventare innocue, cioè con un’attività radioattiva paragonabile a quella presente in natura all’interno del suolo. Per questo, richiedono depositi geologici profondi, costruiti con materiali che rimangano stabili per tutto il tempo necessario e in luoghi inaccessibili all’uomo e all’ambiente circostante. Il rischio principale di questo tipo di scorie, infatti, è che ritornino nell’ambiente, per esempio a causa di infiltrazioni d’acqua”.

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