Gli dei gentili e non

Ajajema è una pubblicazione un po’ misteriosa, di ambienti clandestini messicani che combattono contro la civiltà.

Sul numero otto, leggo la traduzione in spagnolo di un testo, di cui però non riesco però a trovare l’originale in alcuna lingua.

Ve lo presento così com’è, ritradotto dallo spagnolo.

Credo che la guerra dell’umanità contro la terra sia riuscita solo a uccidere gli dei più gentili

Gli dei che erano amici degli umani nelle vecchie storie

Ma l’arroganza dell’uomo è grande, e il suo potere di fronte alla furia del mondo è limitato

E porterà, a causa della sua arroganza,

Un’epoca di mostri

Le potenze oscure e ctonie

I mostri che hanno sempre tormentato i mondi degli uomini

Gli dei furiosi delle vecchie storie, violenti e crudeli, divoratori di mondi

Nemici della razza umana, questi saranno gli dei del futuro

E chi ama il divino deve imparare ad amare gli dei più oscuri.

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52 Responses to Gli dei gentili e non

  1. Andrea Di Vita says:

    @ Martinez

    That is not dead which can eternal lie,
    And with strange aeons even death may die.

    Ciao!

    Andrea Di Vita

  2. Andrea Di Vita says:

    @ tutti

    A proposito di Dei oscuri che tornano… (stupenda la frase finale, citazione di una poesia di Brecht!)

    francocardini.it
    Il blog di Franco Cardini
    Minima Cardiniana 324/1
    Pubblicato il 25 Aprile 2021 da David Nieri
    Domenica 25 aprile 2021

    EDITORIALE
    A PROPOSITO DEL “GENOCIDIO ARMENO” E DI ALTRI GENOCIDI NEGATI
    A caccia di tutti i modi possibili per procurare amici e alleati al suo diretto avversario, la Cina di Xi Jinping, Joe “Tiger” (!) Biden fa di tutto per spingere russi, iraniani, siriani e (vedrete) anche altri ad avvicinarsi a Pechino riempiendoli d’insulti e caricandoli di sanzioni. Una ben strana strategia diplomatica, visto che le ombre presaghe di un nuovo conflitto globale si vanno addensando nel cielo della politica e che sarebbe consigliabile far di tutto per diradarle. D’altronde, Deus, quos vult perdere, dementat; e, aggiungiamo, God bless America against American leaders…
    Andando anche contro il parere dei suoi solidi alleati israeliani, Biden rinnova lo spauracchio del “genocidio armeno”, sgradito ad Ankara. E al solito, come si constata dai messaggi che pervengono on line, gli italiani si fanno cogliere di contropiede: genocidio sì-genocidio no, ma insomma che cos’è questa storia degli armeni?
    Lasciatemi fare il mio mestiere di professore di storia. Riassumo lo status quaestionis.
    Il termine “genocidio”, coniato nel 1944 a proposito degli intensi e reiterati massacri di ebrei da parte dei nazisti per sottolinearne la sistematica intenzionalità, venne usato da papa Francesco durante l’Angelus della domenica in Albis (12 aprile) del 2015 per indicare la tragedia del popolo armeno nella penisola anatolica dell’inizio della quale quell’anno ricorreva il formale centenario. Si scatenò un vero e proprio uragano diplomatico. La repubblica turca ha sempre rifiutato che una tale responsabilità vada ascritta al paese anche se – giova ricordarlo – fu proprio il governo turco uscito dalla bufera della prima guerra mondiale che, nel 1919, dispose la celebrazione di un processo per crimini di guerra contro i responsabili principali di quella catena di eccidi che aveva avuto il suo acme tra ’15 e ’17 e la loro condanna a morte (peraltro mai eseguita in quanto gli imputati erano contumaci).
    Ma il crimine di genocidio è stato definito dalle Nazioni Unite nel 1948 con una formula complessa, nella quale molti stati hanno riconosciuto inscritto anche il “caso” armeno, laddove il governo della repubblica turca, pur ammettendo deportazioni e stragi di cui si sarebbero resi responsabili i capi politici e militari della giunta che allora era alla guida dell’impero ottomano, ha sempre negato che essi possano configurarsi come genocidio: e tale parola è ufficialmente, formalmente proibita in Turchia con riferimento a quanto accaduto durante la prima guerra mondiale e dintorni. Dal momento che la repubblica turca ha ancora una costituzione la base della quale, nonostante le modifiche erdoğaniane, resta laicista (se il termine “laico” fosse appropriato a definire le istituzioni di un paese a stragrande maggioranza musulmana, dato che nel mondo musulmano un vero e proprio “clero” non esiste e una “laicità” è pertanto ardua a definirsi), e dove i cittadini si qualificano anzitutto in quanto turchi, senza riguardo alcuno (almeno formalmente) per la fede religiosa, le stesse minoranze nazionali cristiane si sentirono nel 2015 colpite e offese dalle parole del papa e tennero – autorità patriarcali in testa – a dover confermare il loro lealismo nazionale. Il kemalismo, nonostante l’attività ormai quasi apertamente revisionistica di Erdoğan, resta una forza morale e politica fondante nel paese. In un clima di ormai purtroppo diffusa tensione tra comunità cristiane e comunità musulmane, le parole di papa Bergoglio misero involontariamente in difficoltà i cristiani turchi: non era questa l’intenzione del papa, tuttavia la cosa va sottolineata altrimenti la delicatezza della questione che ne scaturì potrebbe venire sottovalutata da noialtri “occidentali”.
    Ma in che cosa consistette realmente quell’episodio che a un secolo di distanza suscita ancor oggi tanti problemi, quel lontano “passato che non passa”? Cerchiamo di rispondere contestualizzando l’accaduto di allora nel quadro storico di quegli anni.
    Nella primavera del 1915 la Chiesa apostolica armena diffuse, attraverso l’ambasciatore statunitense nell’impero ottomano Henry Morgenthau, una serie di drammatiche fotografie: file di prigionieri malvestiti e denutriti, scene di massacri di massa, cumuli di teste tagliate. A riguardarle oggi, nonostante ormai il XX secolo e l’inizio del XXI ci abbiano abituati a vedere ben di peggio, quelle foto ispirano ancora pietà e orrore.
    La diffusione di quei documenti è stata assunta a inizio formale del genocidio degli armeni da parte di reparti dell’esercito ottomano: gli esecutori materiali del crimine furono, salvo rare eccezioni, dei turchi. L’impero sultaniale era multietnico, e anche il suo esercito lo era: ma ormai da sei anni c’era stata la rivoluzione nazionalista, occidentalizzante e progressista dei “Giovani Turchi”. E uno dei prodotti di quell’ondata rivoluzionaria nazionalista – il nazionalismo, largamente diffuso in Occidente, era ancora praticamente ignoto nel mondo musulmano: per quanto inglesi e francesi stessero già tentando, con successo, d’introdurlo fra gli arabi ma (ironia della storia!) in funzione antiturca – fu il progetto di “pulizia etnica” che avrebbe dovuto completamente turchizzare la penisola anatolica. Esso riguardava, certo, anche i curdi, etnia di stirpe e lingua iranica: ma essi erano musulmani sunniti, buoni soldati fedelissimi al sultano, e allora furono lasciati per il momento da parte.
    Come al solito, la storia è complessa. Non è del tutto vero né che la persecuzione contro gli armeni era cominciata nel 1915, né che era stata tutta un’invenzione del movimento dei “Giovani Turchi” (che semmai avevano innestato il loro razzismo sul ceppo dello scientismo evoluzionista oggetto, come tutte le cose occidentali, della loro ammirazione). Ma la tragedia era stata avviata da prima. Per comprenderne la portata, bisogna compiere il fatidico passo indietro (di parecchi decenni) e comprendere che cosa intanto era accaduto nell’impero ottomano.
    Già dalla prima metà dell’Ottocento il governo e la classe dirigente sultaniali avevano avviato una complessa ma decisa azione modernizzatrice ed europeizzatrice della loro compagine. Sino dagli anni Ottanta, il sultano Abdül-Hamit – protagonista di una pesante politica repressiva che gli aveva procurato molti avversari – aveva abbracciato con decisione anche un programma di tipo nazionalista ispirato soprattutto ai modelli diffusi nei mondi francese e tedesco del tempo. Ciò aveva comportato la volontà di turchizzazione progressiva della penisola anatolica, con il tragico risultato dei primi massacri dei cristiani armeni, tra 1890 e 1897 (le stime vanno dalle 100.000 alle 250.000 vittime). Nel giugno del 1896 Giosuè Carducci, sulla base di uno scarno dispaccio telegrafico proveniente da Atene dove si diceva che i turchi, in quel momento in guerra contro la Grecia per il possesso dell’isola di Creta, cominciavano a mietere in Tessaglia e continuavano intanto a saccheggiare, componeva – indignato per la ferocia ottomana, ma anche per quella che gli appariva come “l’ignavia dell’Occidente” (l’ex ministro Gentiloni non s’è inventato niente) – una poesia, La mietitura del Turco, ch’è un’autentica denunzia-invettiva:

    Il Turco miete. Eran le teste armene
    che ier cadean sotto il ricurvo acciar…
    Il Turco miete. E al morbido tiranno
    Manda il fior de l’elleniche beltà.
    I monarchi di Cristo assisteranno
    bianchi eunuchi a l’arèm del Padiscià.

    L’inizio della strage degli armeni data pertanto da circa un quarto di secolo prima di quello che oggi viene ricordato formalmente come l’anno del suo avvio qual era la situazione del periodo?
    Dopo il congresso di Berlino del 1878, che aveva strappato al sultano molte aree balcaniche, era ormai chiaro che l’impero stava avviandosi a coincidere sempre di più, sotto il profilo territoriale, quasi esclusivamente con la penisola anatolica (a parte il Meridione arabo). Erano quindi nate all’interno della classe dirigente ottomana – e soprattutto negli ambienti più colti e vicini all’Occidente – le istanze di totale turchizzazione dell’Anatolia: un’idea fino ad allora inaudita.
    Ma tra gli avversari del sultano c’era chi voleva addirittura andare ben oltre. Nel 1907 i vari gruppi che costituivano l’opposizione al governo sultaniale, capeggiati dal Comitato “Unione e Progresso” e dalla società “Patria e Libertà” guidata da Mustafa Kemal (il futuro Atatürk) si fusero nel Partito che ordinariamente venne denominato “dei Giovani Turchi”, con un programma fortemente nazionalista e modernizzatore ispirato principalmente al nazionalismo tedesco e alle tesi teistico-scientiste care agli ambienti massonici (le logge massoniche erano penetrate nel mondo musulmano già dalla fine del Settecento, sull’onda dell’entusiasmo suscitato in Egitto dal proclama che il giovane generale Bonaparte aveva pubblicato in Alessandria il 2 luglio del 1798). Le genti anatoliche, pretendevano i “Giovani Turchi”, andavano rigorosamente turchizzate espellendo dalla penisola le minoranze etniche (arabi nel Meridione, turchi e armeni nell’interno, greci sulle coste occidentali); da questo punto di vista – mentre i curdi, iranici e musulmani, venivano soggetti a una specie di turchizzazione unilaterale –­, il problema più grave era costituito dagli armeni, che per giunta erano anche cristiani. L’Islam difatti, dal punto di vista non tanto propriamente religioso quanto storico-culturale, stava sempre più divenendo nella prospettiva nazionalprogressista turca una parte del progetto di costruzione di una nuova “grande patria turca”. I “Giovani Turchi”, filotedeschi e ammiratori della Germania guglielmina, si andavano dal canto loro distinguendo in nazionalisti “piccolo-turchi e in “grandi turchi” panturanici: una distinzione che ripeteva esattamente quella dei nazionalisti tedeschi in “piccoli tedeschi” che guardavano alla Germania vera e propria e in “grandi tedeschi” pangermanisti che aspiravano all’unione di tutte le stirpi germaniche d’Europa. La fazione dei “Giovani Turchi” che s’ispirava al pangermanesimo sognava un futuro impero “da Edirne a Samarcanda”, fondato sull’unione in un solo grande stato-nazione di tutte le genti turche a ovest e ad est del Caspio. Non bisogna dimenticare queste aspirazioni, perché nella società turca di oggi esse stanno risorgendo e fanno parte del complesso panorama nazional-religioso dei movimenti che appoggiano il presidente Erdoğan.
    Ma riprendiamo il nostro racconto. Nell’Ottocento, l’impero ottomano era “l’uomo ammalato” al cui capezzale si affollavano le potenze d’Europa: non tanto per guarirlo quanto per contendersene l’eredità facendo a brani il territorio da esso dominato e inglobandolo nei loro possessi coloniali. Ma i sultani avevano imparato a sfruttare le rivalità tra francesi e inglesi, tra francesi e tedeschi, tra russi e tedeschi, tra russi e inglesi. Il primo nemico dell’impero sultaniale era senza dubbio lo czar di tutte le Russie, che ambiva al controllo degli Stretti tra Mediterraneo e Mar Nero, agognava la stessa Istanbul e si atteggiava a protettore di tutti i cristiani ortodossi sudditi dei sultani. Nel 1854 una coalizione franco-anglo-piemontese aveva combattuto in Crimea in difesa del sultano contro i russi; nel 1878, con il congresso di Berlino, il principe di Bismark aveva invece salvato l’impero ottomano in procinto di cedere alle truppe dello czar.
    Da allora, il sultano si era sempre più appoggiato alla Germania facendone il suo partner privilegiato ai livelli non solo diplomatico, ma anche economico, finanziario, tecnologico, militare, culturale. Le élites ottomane andavano a studiare nelle città tedesche, l’esercito sultaniale si riformò secondo modelli germanici. La trionfale visita del Kaiser Guglielmo II ai territori dell’impero nel 1898, con teatrali ingressi a Istanbul, a Damasco e a Gerusalemme, rafforzò l’amicizia germanico-ottomana.
    Ma l’amicizia del più potente sovrano d’Europa non bastò al sultano per proteggerlo dai giovani militari e intellettuali ch’erano del resto a loro volta dei sinceri ammiratori della giovane e fiera Germania imperiale. La rivolta militare di Salonicco capeggiata da un gruppo di giovani ufficiali tra i quali si distingueva il leader Enver Bey, nel luglio del 1908, aveva come scopo immediato il ristabilimento della costituzione del 1876 ch’era stata successivamente sospesa: ma rappresentava in realtà la generale sconfessione del governo di Abdül-Hamit, che nonostante avesse accettato il reintegro costituzionale fu deposto meno di un anno dopo. Il nuovo sultano Mehmet V dovette affrontare una serie di sollevazioni dall’Albania alla penisola arabica. L’impero subiva frattanto l’aggressione dell’Italia che, pur alleata dell’amica Germania, tra 1911 e 1912 gli strappò le ultime residue province nordafricane da esso ancora almeno formalmente controllate, Tripolitania e Cirenaica; gli italiani occuparono anche Rodi e il Dodecaneso e giunsero a forzare i Dardanelli. Mentre, il 12 ottobre del 1912, turchi e italiani accedevano alla faticosa pace di Losanna, l’ulteriore indebolimento dell’impero causato dalla guerra italo-turca dava i suoi frutti immediati. Il sultano avrebbe invero volentieri ceduto Tripolitania e Cirenaica all’Italia in cambio di un suo governo nella sostanza coloniale, ma che formalmente rispettasse la sovranità ottomana: tale accordo era già stato accettato dall’Inghilterra per l’Egitto e dalla Francia per Algeria e Tunisia. Ma il governo di Giolitti, che aveva scatenato la guerra per distogliere l’attenzione degli italiani da forti difficoltà interne, aveva bisogno di un’affermazione piena, non di una transazione che sarebbe parsa un ripiego se non una mezza sconfitta. Così la guerra continuò per approdare alla costituzione di una “Libia italiana”.
    Intanto, fino dal settembre del 1908 la Grecia si era alfine annessa Creta; dall’ottobre del medesimo anno Ferdinando I di Sassonia-Coburgo si era proclamato czar di Bulgaria e l’Austria aveva definitivamente incorporato Bosnia ed Erzegovina nonostante le proteste turche. Si andava preparando, con l’accordo almeno provvisorio di Austria e Russia – e la riserva di un loro futuro scontro per l’egemonia – la definitiva deturchizzazione, anche formale, dell’intera penisola balcanica. Temendo un’eccessiva espansione austriaca, e con l’implicito appoggio russo, la Serbia, la Bulgaria, la Grecia e il Montenegro (regno indipendente dal 1910) dichiararono guerra alla Turchia nell’intento di determinare un deciso consolidamento della nuova situazione balcanica dai negoziati per l’organizzazione del quale l’impero austroungarico doveva essere escluso. Ciò dette adito alle due successive, complesse “guerre balcaniche” del 1912-13, dalle quali si uscì con la pace di Bucarest del 1913 che deluse tutti i contraenti ma dalla quale scaturì il riconoscimento dell’Albania come principato autonomo.
    Dopo la “rivoluzione di Salonicco, l’impero ottomano era ormai preda delle fazioni. Nel luglio del 1912, dopo una serie di colpi di mano, un governo detto del “Grande Gabinetto”, presieduto da Ahmet Muhtar Pasha, aveva sciolto l’assemblea nazionale e adottato una politica violentemente opposta ai membri del partito di “Unione e Progresso”. Esso fu rovesciato nel gennaio del 1913, in piena crisi balcanica, da Enver Bey, che assunse direttamente il potere – insignito anche del titolo di pasha – a capo di una trojka rivoluzionaria. S’impose così un regime monopartitico, legittimato peraltro dalle elezioni del maggio 1914: ne fu anima “ideologica” un intellettuale di origine curda, Ziya Gökalp, che stabilì in tre punti fondamentali il suo programma nazionalista e sociale: 1. turchizzazione dei settori sociali, economici e politici del paese (nella prospettiva d’un futuro impero che comprendesse i turchi non solo dell’Anatolia, ma anche dell’Azerbaijan e dell’Asia centrale); 2. islamizzazione come segno identitario e rimedio morale ai guasti provocati dall’occidentalizzazione; ma, al tempo stesso, 3. decisa occidentalizzazione sotto il profilo non etico-culturale bensì politico, civico, tecnologico e militare (quella che egli definiva “contemporaneizzazione”). Il nazionalismo unitarista-progressista s’ispirava largamente al darwinismo sociale, concepiva la lotta tra le nazioni come conflitto tra “specie organiche” e avversava la morale democratica importata dall’Occidente liberale anzitutto in quanto morale individualistica, decisa sostenitrice di diritti ma negatrice di doveri. Scriveva Gökalp: “Non dire mai: ho diritto; il diritto non esiste; c’è solo il dovere… Il mio animo, il mio cuore non pensano, sentono. Seguono la voce che viene dalla nazione. Chiudo gli occhi, compio il mio dovere”. Un’etica che sotto molti aspetti si potrebbe definire – non diversamente dalla visione socioantropologica che l’animava – “prenazista”.
    La crisi austro-serba del luglio 1914, ch’era in realtà una crisi austro-russa (nella quale ciascuna delle due contendenti contava sul suo sicuro alleato, rispettivamente la Germania e la Francia) coinvolse rapidamente nel conflitto – avviato il 28 luglio del ’14 con la dichiarazione di guerra dell’Austria alla Serbia – Germania, Russia, Francia, Belgio, Inghilterra e Giappone (che ambiva a occupare la concessione coloniale tedesca di Chaochow, chiave alla sua penetrazione in Cina settentrionale). Il 2 agosto, esattamente il giorno successivo a quello della dichiarazione tedesca di guerra alla Russia, l’impero ottomano stipulò un trattato con la Germania e dichiarò al tempo stesso la “neutralità armata”; ma il 20 ottobre successivo due navi da guerra tedesche formalmente passate alla flotta turca attaccarono le coste russe del Mar Nero. Di conseguenze, il 5 novembre, Russia, Inghilterra e Francia dichiararono guerra alla Turchia. Il mondo balcanico, in cui i nuovi stati cercavano ampliamenti territoriali l’uno a svantaggio dell’altro, si divise: l’Italia dichiarò guerra all’Austria in cambio della promessa franco-inglese di compensi territoriali dal Tirolo meridionale all’Istria e alla Dalmazia (nonché di assegnazione di alcuni distretti territoriali e di concessioni minerarie in Asia Minore una volta sconfitta la Turchia); la Bulgaria scese in guerra al fianco della Germania mirando a strappare la Macedonia alla Serbia e ponendo un’ipoteca sulla Dobrugia rumena; e la Romania a sua volta scelse le potenze dell’Intesa che le promisero sostanziose aree territoriali tolte all’Ungheria. In un trattato del 18 marzo del 1915, la Francia e l’Inghilterra assicurarono alla Russia il possesso, a guerra finita, di Istanbul e degli Stretti: ciò allarmò la Grecia che, dinanzi alle prospettive d’un’egemonia russa nel Mediterraneo del nord-est e di un eccessivo rafforzamento della Serbia alla sua frontiera settentrionale, preferì attenersi – nonostante i ricatti agli armeni quanto agli ortodossi e dell’Intesa, che giunse a bloccare i suoi porti impedendo l’arrivo di rifornimenti alla popolazione – a un regime di neutralità. Ma alla fine la pressione franco-inglese divenne talmente intollerabile da obbligare nel giugno del ’17 re Costantino all’esilio: il nuovo governo, guidato dal nazionalista Eleutherios Venizelos, entrò in guerra al fianco dell’intesa franco-anglo-italiana con l’obiettivo di annettersi Istanbul e le coste tracie e anatoliche (tanto più che l’insuccesso dell’attacco alleato ai Dardanelli tra aprile del ’15 e gennaio del ’16 e poi la crisi che stava travolgendo la Russia sconfitta dalla Germania faceva prevedere che l’impegno franco-inglese riguardante Istanbul e gli Stretti a vantaggio dello czar sarebbe caduto).
    Nei primi anni del Novecento, e soprattutto nel periodo 1908-1909, si erano già avuti episodi di xenofobia violenta, con linciaggi o con autentici massacri, in varie parti dell’impero: ne erano stati vittime cristiani ortodossi e armeni. Ma il trattato anglo-franco-russo del marzo 1915, e soprattutto in quanto lo czar si atteggiava a tutore di tutti i cristiani soggetti all’impero ottomano e quindi anche degli armeni – famosi peraltro anche per l’inveterata simpatia dei loro intellettuali nei confronti della Francia –, irritò ulteriormente il governo del partito di “Unione e Progresso” inducendolo a scatenare quella “pulizia etnica” nella penisola anatolica che dagli alti comandi militari del sultano fu vista anche come una sorta di atto di difesa preventiva: si temeva – e, del resto, non senza ragione – che, in caso di penetrazione delle armate russe a sud del Caucaso, gli armeni avrebbero dato loro man forte. Una parte della popolazione turca era d’altronde ormai stata resa sensibile ai temi antiortodossi e antiarmeni, quindi in ultima analisi anticristiani, in una duplice, ambigua chiave demagogica: islamica per un verso, nazionalista per un altro. Fede religiosa e nuova coscienza nazionale turca sembravano unirsi nel rendere popolare l’odio anticristiano e antiarmeno, brodo di cultura nel quale i germi del genocidio avrebbero prosperato.
    Il massacro si scatenò tra l’aprile del 1915 e il luglio del 1916, ma riprese vigore dopo la controffensiva ottomana su fronte russo del ’17 e continuò fino al ’23. Si è calcolato che il costo umano di quelle violenze fu di circa un milione e duecentomila morti massacrati durante gli eccidi o periti per fame o per stenti durante gli sposamenti coatti: praticamente i due terzi della totale popolazione armena, cui va aggiunto un altro milione di esuli (bisogna dire però che queste cifre sono insicure e che sono state più volte oggetto di contestazione; calcoli basati su parametri diversi hanno fornito differenti risultati).
    Allo sterminio parteciparono anche milizie irregolari curde e gruppi di turchi criminali comuni ch’erano stati inquadrati in unità speciali per collaborare allo sterminio. I beni confiscati agli armeni, insieme con varie forme di speculazione su forniture di guerra e contratti pubblici, contribuirono alla formazione di una “borghesia nazionale” turca che sarebbe sopravvissuta al conflitto. Anche l’Armenia russa, vale a dire l’Armenia transcaucasica, fu attaccata dalle truppe sultaniali.
    L’Europa reagì in modo incerto e contraddittorio alle notizie che provenivano dall’Anatolia. La Russia czarista era stata spazzata via dalle due rivoluzioni del 1917; l’opinione pubblica tedesca appariva disinformata o insensibile in merito, mentre molti erano gli ufficiali del Kaiser che collaboravano all’inquadramento dei militari turchi e si resero corresponsabili dei deportazioni e di lavori forzati vittime dei quali furono gli armeni (ma vanno ricordati casi come il sottotenente medico Armin Wagner, che documentò con le sue foto le atrocità commesse dai turchi); in Inghilterra e soprattutto in Francia qualcosa si mosse, per quanto in quei casi si trattasse soprattutto di strumentalizzazione a fini utilitaristici del tema della crudeltà dei turchi. Vero è che lo speciale legame fra armeni e francesi si rinsaldò, e molti esuli armeni corsero a combattere inquadrati nell’esercito francese per vendicare e per difendere i loro compatrioti. Anche negli Stati Uniti, dove esisteva un consistente gruppo di emigrati armeni, l’opinione pubblica reagì con una certa energia. Quanto alla Santa Sede, Benedetto XV venne tempestivamente anche se non perfettamente informato della situazione e intervenne ripetutamente – pur con la cautela necessaria a salvaguardare la stretta neutralità vaticana rispetto al conflitto – presso il sultano Maometto V.
    Va ricordato che gli armeni non furono le uniche vittime della violenza nazionale-religiosa scatenata dal governo turco: ne fecero le spese anche le popolazioni cristiane arabo-aramaiche (cristiani “caldei” e “assiri” dell’attuale Iraq) e gli yezidi. Si calcola ad esempio che dalla metà ai tre quarti della popolazione “assira” (cristiana nestoriana), pari a circa 500-700.000 persone, sia stata allora sterminata.
    Dopo la guerra, mentre attendeva alla ricostruzione e fronteggiava un nuovo conflitto contro greci e alleati, il governo turco di Mustafà Kemal – che non aveva ancora proclamato la repubblica – celebrò nel 1919 a Istanbul un processo contro i responsabili del genocidio degli armeni membri del precedente governo, che peraltro erano tutti fuggiti, condannandoli a morte in contumacia. Ma si trattò di una decisione oggetto di successivi ripensamenti e comunque mai applicata. Dal canto loro, gli armeni organizzarono una specie di organizzazione terroristica, afferente alla cosiddetta “Operazione Nemesi”, allo scopo di colpire i responsabili dell’eccidio che si trovavano in varie parti del mondo, esuli ma incolumi e impuniti. Tra 1919 e 1920 l’Armenia subì però un nuovo attacco da parte delle forze del rinnovato stato turco, che ebbero facilmente la meglio (un trattato di pace fu siglato nel novembre di quell’anno). Altri episodi si andarono trascinando fino al ’23 e anche posteriormente rispetto a tale data.
    La realtà del genocidio armeno è stata oggetto di accaniti dibattiti dalla fine della prima guerra mondiale ad oggi e, fino a tempi recentissimi, il governo turco ne ha sempre negato la sostanza pur ammettendo che alcuni episodi di violenza fossero effettivamente accaduti. Nel 2015, che il genocidio sia stato tale è stato ammesso dai parlamenti di 21 stati: ma le polemiche sono ancora in corso. Particolare interesse merita la posizione ufficiale d’Israele, che è sempre stata al riguardo molto guardinga, sia in quanto i buoni rapporti con la Turchia sono stati storicamente un asse portante della sua diplomazia, sia perché da parte israeliana ed ebraica è vivo un certo timore che una valutazione forte degli eventi armeni finisca col coincidere con possibili tentativi di sminuire o di ridimensionare la gravità della Shoah.
    È d’altronde un fatto che il genocidio armeno era in pratica universalmente noto, nei suoi tratti di fondo se non nei particolari, dopo la prima guerra mondiale. Hitler citava i due casi degli armeni e dei pellerossa d’America per convincere i suoi collaboratori più riluttanti che una politica di sterminio, una volta portata a termine, finisce sempre con l’essere dimenticata dall’opinione pubblica mondiale. Il che peraltro nella stragrande maggioranza dei casi che conosciamo è del tutto vero.
    La realtà è stata comunque diversa da come la concepiva il Führer proprio per il caso della Shoah. Ciò non toglie che, in materia di genocidi dimenticati, sia purtroppo vero che la nostra memoria è straordinariamente corta e la nostra visuale vergognosamente limitata. Lasciamo andare le deportazioni e gli eccidi di massa, di cui nelle sue iscrizioni andava tanto fiero il sovrano assiro Assurbanipal: nemmeno il grande Cesare ci fa una bella figura (ben se ne accorsero i galli), ma gli stessi cristianissimi imperatori di Bisanzio ci andavano giù pesanti: come Basilio II detto Bulgaroktonos, “il bulgaricida”, noto ai primi dell’XI secolo per accecare in massa i barbari suoi prigionieri e lasciar un occhio solo a uno su mille di essi affinché riconducesse a casa i suoi compagni di sventura. È stata studiata piuttosto bene la pratica genocida di Genghiz Khan: ma anche a proposito della “crociata degli Albigesi” che spopolò la Provenza nella prima metà del Duecento, c’è da dire che la Cristianità occidentale non scherzò. E il triste elenco potrebbe continuare a lungo: basti pensare alle grandi civiltà mesoamericane del Cinquecento e ai Conquistadores, ma anche allo spopolamento del continente oceanico causato da inglesi, portoghesi e olandesi, e ai misfatti di Cromwell prima e della corona britannica poi in Scozia.
    Vecchie storie, si potrebbe obiettare. Il fatto è che il Novecento è stato forse il secolo peggiore: a parte la Shoah, purtroppo ben nota, si pensi al Pakistan e al Bengala nel 1971, alla Cina maoista, alla Cambogia di Pol Pot, allo sterminio dell’etnia tutsi in Ruanda nel 1994, all’uccisione di oltre 2 milioni di persone in Darfur nel 2003, al conflitto congolese tra 1996 e 2002. Molti di questi massacri sono recenti, sono avvenuti si può dire sotto i nostri occhi, al tempo dell’iperinformazione e del “dovere della memoria”: e noi non ce ne siamo quasi accorti o li abbiamo subito dimenticati. Spesso, dal momento che il significato del termine “genocidio” fu stabilito come già si è detto dalle Nazioni Unite nel 1948, si è cercato di giocare sulle parole per distinguere rispetto ad esso, minimizzandone il significato, eccidi, stragi e massacri che sembravano non possedere i requisiti giuridici per venir denominati tali.
    Un altro trucco adottato è consistito nell’aver cercato di dimostrare che la responsabilità dei genocidi appartiene sempre e comunque a regimi autoritari, o totalitari, o tirannici. Ma purtroppo non funziona. Esiste un prototipo preciso del genocidio moderno, con tutte le caratteristiche richieste dalla definizione del 1948: intenzionalità, sistematicità, coordinamento fra strage, deportazione, limitazione coatta delle nascite e via dicendo. Si tratta dello sterminio dei native Americans, dei pellerossa, da parte del governo statunitense in seguito all’infausto Indian Removal Act del 1830, che ne prescriveva la deportazione di massa dal sud-est verso l’ovest in un episodio tremendo, poi restato nella memoria indiana come “il Sentiero delle lacrime”. Purtroppo, l’ideatore della manovra che avrebbe dovuto assicurare alla giovane nazione americana Wasp (White, Anglo-Saxon, Protestant) lo “spazio vitale” di cui essa riteneva di aver bisogno era stato uno dei politici e pensatori considerato tra i padri storici degli Stati Uniti e della democrazia moderna: Thomas Jefferson.
    Ma nei confronti della memoria di Jefferson si sono usati riguardi negati ad altri. Joe Biden, che dispensa accuse di genocidio a piene mani, dimentica allegramente il genocidio di casa propria. Del resto, egli fulmina anche il disprezzo dei diritti umani in casa altrui, dimenticando quella sciocchezzuola ch’è il carcere illegale di Guantanamo ancora pieno di prigionieri illegalmente sequestrati; e dimentica i reiterati crimini sotto forma di colpi di stato e di assassini terroristici su commissione organizzati dai “servizi” statunitensi” nel subcontinente americo-meridionale da quando, nel 1823, il presidente Monroe ne parlò come del “cortile dietro casa degli States. Qui siamo ben oltre la “distrazione” e la “memoria corta”: siamo all’impudenza, alla menzogna, alla criminalità. E noi marciamo contro i nemici dei diritti umani senza tener conto che il Capo di essi, il Primo Nemico, marcia alla nostra testa.

    Ciao!

    Andrea Di Vita

    • firmato winston says:

      Tutta sta pappardella (che non ho letto integralmente) per non dire che i democratici americani sono dei moralisti che hanno, semplicemente, un’idea religiosa di societa’ giusta (come peraltro Miguel a volte ci ricorda in modo piu’ interessante della pappardella di cui sopra, piu’ colto e circostanziato). Ragione per cui fra l’altro il postmodern, approdato la’, ha dato i ben noti e qui ossessivamente discussi esiti paradossali.

    • Francesco says:

      povero vecchio!

      pure Scozia e Irlanda confonde, nel suo ridicolo sforzo di finire sempre e comunque a parlare male degli yankees

      almeno a sconfessare questa malattia italiana si poteva sperare che fosse servito, il fascismo

      PS e il genocidio dei belgi in Congo? quello mi pare un caso assai calzante

      PPS no, non intendo affatto negare il genocidio dei pellerossa

      • PinoMamet says:

        Non credo che confonda l’Irlanda con la Scozia: gli inglesi hanno compiuto qualche malefatta anche in Scozia, in effetti. Forse semplicemente si è dimenticato di citare i cugini irlandesi.

        per il resto mi sembra un articolo lungo e pesante, ma sicuramente documentato;
        alle conclusioni non ci sono arrivato 😉 e non mi interessano particolarmente, perché l’argomento mi lascia indifferente.

        Da grecista, non ho bisogno di particolari motivi per avere in antipatia i turchi 😉 e neppure ne amo troppo le apologie.

      • habsburgicus says:

        temo si confonda…Cromwell con la Scozia ha poco a che fare 😀
        comunque, un’altra imprecisione qui “considerato tra i padri storici degli Stati Uniti e della democrazia moderna: Thomas Jefferson”
        visto che prima si parla del 1830, penso che volesse riferirsi a Andrew Jackson, DEM (1829-1837), razzistissimo, anti-cattolico, massone e uno dei principali esponenti della mitologia USA…Jackson deportò gli indiani, credo i Cherokee….in precedenza, da generale, aveva tolto manu militari la Florida alla Spagna (una “garibaldata” ante litteram, contro lo ius gentium), verso 1818/1819 poi sanata dal trattato di Onis con Quincy Adams (il Blinken di quei tempi, Monroe era il suo Biden) nel 1821..che fissò con la Spagna (sic ! in quanto la Nuova Spagna divenne indipendente in quell’anno stesso !) le frontiere USA /Messico durate sino a Guadalupe Hidalgo (2/2/1848)
        Jefferson (pres. 1801-1809), che non era un cherubino e fra l’altro tollerava la schiavitù trombandosi una delle sue schiave :D, pur esprimendo sanctimoniously nei suoi scritti una condanna della “peculiare istituzione”, non è colpevole dell’Act del 1830..se non altro perché era già morto 😀
        quanto tuttavia dice -imprecisioni forti a parte- è in linea di massima abbastanza condivisibile

        • PinoMamet says:

          Mmm se non ricordo male Cromwell ha in effetti qualcosa a che fare anche con la Scozia, ma non è certo l’epoca che conosco meglio.

          Poteva scegliere un esempio più calzante, diciamo, tra i molti che la storia britannica offre…

          • Francesco says:

            ammetto la mia ignoranza su Cromwell in Scozia e su un massacro degli scozzesi …

            ma il mezzo genocidio degli irlandesi da parte di Cromwell non è cultura comune?

    • habsburgicus says:

      articolo interessante….
      però mi permetto di far notare un’imprecisione “il governo turco di Mustafà Kemal – che non aveva ancora proclamato la repubblica – celebrò nel 1919 a Istanbul un processo contro i responsabili del genocidio degli armeni membri del precedente governo, che peraltro erano tutti fuggiti, condannandoli a morte in contumacia”

      il governo OTTOMANO che nel 1919 celebrò i processi contro i massacratori NON ERA quello di Gazi Mustafa Kemal (che del resto, anche secondo la mitologia kemalista, sbarcò a Samsun il 19 maggio 1335/1919 proprio per intraprendere la lotta contro quel governo come diverrà chiaro ai successivi Congressi protokemalisti di Erzurum nel luglio 1335/1919 e di Sivas in settembre 1335/1919) bensì il legittimo governo imperiale di Damat Ferit (oggi uomo nero in Turchia !), amico dell’Intesa, la cui nomina (primavera 1335/1919) venne giustamente vista come una vittoria dei “vecchi turchi” contro l’ITC (Ittihad ve Terakki Cemiyeti “Comitato Unione e Progresso” come era nota la cupola dei “Giovani Turchi”), di cui Damat Ferit era un nemico acerrimo, fra l’altro restaurando il calendario egirale islamico (io invece vi darà sempre il calendario solare dell’Egira “fiscale” usato dai Giovani Turchi e poi da Kemal sino al 1925/1341 inclusi allorché passò alla nostra Era);
      la breve parentesi di Damat Ferit che, inoltre (ovvove nella Turchia di oggi !!!) cercò di combattere seriamente quella che per lui era l’insubordinazione di Kemal facendolo dichiarare “nemico dell’Islam”, rappresentò una possibile alternativa di Turchia: ovvero il mantenimento dell’Impero, pluralista (e in ciò si inserisce la giustizia resa dal solo e unico Damat Ferit verso gli armeni) ma ovviamente con un costo, la subordinazione a Londra e in minor misura a Parigi (visto che oggi sappiamo che la paramountcy di Londra è finita possiamo chiederci se non fu un male per molti il fallimento di Damat Ferit ! non ci sarebbe una Turchia nazionalista e “stretta” bensì un Impero califfale “largo”, seppure limitato rispetto all’anteguerra, con autonomie per tutti: e forse -Damat osò parlarne a Versailles ma non ebbe riscontri per l’ingordigia franco-britannica- si sarebbe financo potuto “legittimare” l’accordo Sykes-Picot ovvero dare la Siria ai francesi, l’Iraq ai britannici ecc, come vergognosamente previsto ma salvaguardando una vaghissima autorità del Gran Sultano almeno in quanto Califfo; in somma -e qui lo dico io, non Damat 😀 o almeno non mi consta- in luogo dei moderni e astrusi “mandati” wilsoniani, la time-honored istituzione dell’amministrazione gentilmente “affidata” dal Sultano-Califfo a Francia e Inghilterra ma senza perdere la propria alta sovranità e dunque l’idea dell’unità dell’Impero);
      fu proprio la caduta di Damat Ferit (inizio autunno 1335/1919) e l’avvento di un governo ottomano filo-kemalista [Damat, da uomo di Stato, capì il pericolo di Kemal e chiese pieni poteri affinché fosse distrutto, subito, senza perdere tempo affinché non divenisse pericoloso: Mehmed VI invece cacciò Damat e come risultato perderà il trono nel 1922/1338 :D] che segna anche la fine del tentativo di fare seriamente i conti con i crimini dei “Giovani Turchi”
      dunque la frase va corretta..Mustafa Kemal manco aveva ancora un governo nel 1335/1919 ! il primo lo creerà ad Ankara/Angora il 23 aprile 1920/1336 (Assemblea Nazionale poi “Grande” A.N donde la sigla turca BMM), dopo i tragici avvenimenti del marzo 1920/1336 in cui gli inglesi deposero il governo ottomano filo-kemalista, occuparono Costantinopoli, deportarono molti nazionalisti e installarono un governo agli ordini di Londra..ma ormai il contesto era cambiato..Kemal stava divenendo un mito, come capo della “lotta per la libertà” anche con l’aiuto sovietico (trattato di Mosca del 16 marzo 1921/1337), l’occasione di avere un’altra Turchia fu persa nel 1919 con Damat Ferit…
      e Damat, alla fine, cadrà anche per le conseguenze della folle invasione greca di Smirne (15 maggio 1919/1335), voluta da Lloyd George e Clemenceau contro noi italiani….è impossibile descrivere ciò che avvenne, le fonti parlano di un’autentica esplosione di genti sino ad allora apatiche, almeno in apparenza..le masse turche, che erano disposte a ritenersi vinte da Londra, Parigi (e financo Roma !) si indignarono per l’impudenza dei “cani Yavan”, loro schiavi sino al 1821 (e in parte fino al 1913 e ancora oltre).. “marabutti” fanatizzati nel cuore dell’Anatolia recitarono versi del Corano esortando allo sterminio dei giaurri e alla difesa dell’Islam! in questo clima di esaltazione, il laicissimo (ma ultra-nazionalista) Kemal poté prima disobbedire impunemente a Damat Ferirt (mag/giu 1919/1335) e financo al Sultano, poi costringere il Sultano a trattare sotto banco (epoca fine 1919-inizio 1920, cioè dopo la caduta di Damat Ferit) indi apertamente prendere la testa della nascente Nazione turca contro i greci (e l’Intesa), dal marzo/aprile 1920/1336..il governo del Sultano, ora sotto Ahmet Tevfik, restò, sino al 4/11/1922 (1338), ma non contava più nulla, il Califfato -dal 17 novembre 1922/1338 sotto Abdulmecid. sussistette fino al 3 marzo 1924/1340, dunque in età già repubblicana (la Repubblica turca fu, come si sa, proclamata il 29 ottobre 1923/1339, dopo la pace di Lausanne del 24 luglio 1923/1339 che sancì la vittoria di Kemal e l’umiliazione dei greci, e non solo)
      Kemal vinse..e fra le sue vittime .oltre un po’ alla storia :D- ci furono anche, e di nuovo, gli armeni, il cui massacro divenne tabù !
      no, Kemal non fece processare proprio nessuno nel 1919, anzi….

  3. daouda says:

    il solito inganno…relegare il male nello ctonio e per giunta giustificarsi nell’abbracciarlo.

    Ad ogni modo valga il detto: è colpa del giudeo-cristianesimo. Amen.

  4. daouda says:

    x habs :
    vedi si i simpson ce pijano o no : https://www.youtube.com/watch?v=spvFLkLaE6U

    x tutti :
    quando parlate di socialismo o liberismo https://www.youtube.com/watch?v=iF-FGRh31Vw

    x ADV :
    https://www.youtube.com/watch?v=WAx4R6RSZvI

  5. Andrea Di Vita says:

    @ daouda

    Un grande!

    Ciao!

    Andrea Di Vita

  6. tradotto con DeepL

    Fonte: https://www.theguardian.com/technology/2021/apr/28/facebook-allows-advertisers-to-target-children-interested-in-smoking-alcohol-and-weight-loss

    Facebook permette agli inserzionisti di rivolgersi a ragazzi interessati a fumo, alcol e perdita di peso

    Il gigante dei social media ha dato all’organizzazione dietro una pagina per i giovani australiani dai 13 ai 17 anni la possibilità di pubblicare annunci di alcol, fumo e gioco d’azzardo per soli 3 dollari
    mer 28 apr 2021 02.44 BST

    Ultima modifica il mer 28 apr 2021 02.45 BST

    Facebook sta permettendo alle aziende di fare pubblicità a bambini di 13 anni che esprimono un interesse per il fumo, la perdita di peso estrema e il gioco d’azzardo per soli 3 dollari, secondo una ricerca del gruppo di pressione Reset Australia.

    L’organizzazione, che è critica nei confronti delle piattaforme digitali, ha creato una pagina Facebook e un account pubblicitario sotto il nome di “Ozzie news network” per vedere quali opzioni pubblicitarie Facebook avrebbe fornito attraverso la sua piattaforma Ads Manager.

    Mentre Facebook non consente la pubblicità di alcol e altri contenuti inappropriati per l’età a persone sotto i 18 anni, non impedisce agli inserzionisti di mirare ai bambini determinati dal profilo di Facebook ad avere un interesse per l’alcol, per la pubblicità che potrebbe non sembrare esplicitamente essere su quegli argomenti.

    Facebook ha offerto alla pagina la possibilità di fare pubblicità a circa 740.000 ragazzi australiani di età compresa tra i 13 e i 17 anni, ma poi quando il gruppo ha raffinato la pubblicità per interesse, ha scoperto che, proprio come per quelli di età superiore ai 18 anni, erano in grado di fare pubblicità a ragazzi sotto i 18 anni con interessi in alcol, fumo e vaping, gioco d’azzardo, perdita di peso estrema, fast food e servizi di incontri online.

    Fare pubblicità a 52.000 adolescenti interessati all’alcol costerebbe 3,03 dollari, mentre arrivare a 14.000 adolescenti interessati al gioco d’azzardo costerebbe 11,24 dollari, o a meno di 1.000 adolescenti interessati alle sigarette o alle sigarette elettroniche costerebbe tra 138,50 e 210,97 dollari.

    L’organizzazione ha poi testato la cosa ottenendo una serie di annunci che menzionavano premi vincenti, o cocktail, o che chiedevano agli adolescenti se erano “pronti per l’estate” approvati per la pubblicità a quei target demografici. Alla fine gli annunci non sono mai stati inviati.

    Reset Australia ha invitato il governo federale a sviluppare un codice che regoli il modo in cui i dati sui giovani possono essere raccolti e utilizzati, dicendo che ci dovrebbe essere il consenso esplicito di bambini e genitori, e la piena trasparenza su come i dati vengono utilizzati, con solo i dati necessari raccolti.

    “Facebook sembra usare i dati degli adolescenti allo stesso modo degli adulti”, ha detto Chris Cooper, direttore esecutivo di Reset Australia. “Questo apre un vaso di Pandora su come Facebook trae profitto dai dati dei minorenni, ed esattamente quale protezione hanno contro il targeting inappropriato”.

    “Dovrebbe un tredicenne che elenca il suo stato di single ricevere annunci mirati per un servizio di incontri con un paparino? Un 15enne profilato come interessato all’alcol dovrebbe vedere annunci che suggeriscono ricette di cocktail basate sull’armadietto degli alcolici dei suoi genitori? Vogliamo che i sedicenni abbiano pubblicità sul gioco d’azzardo o sull’estremismo politico mirate a loro?”.

    Facebook rivede ogni annuncio prima che vada in onda, ma un portavoce ha detto in una dichiarazione che gli annunci potrebbero anche essere rivisti dopo la loro esecuzione, e dovrebbero essere conformi alle leggi locali.

    “Mantenere i giovani al sicuro su Facebook e Instagram è vitale”, ha detto il portavoce. “Abbiamo misure significative in atto per rivedere tutti gli annunci prima e dopo la loro esecuzione, compresi i sistemi automatizzati e i revisori umani.

    “Chiunque faccia pubblicità sulle nostre piattaforme deve rispettare le nostre politiche insieme a tutte le leggi e i codici locali, come quelli che limitano la pubblicità di alcolici ai minori in Australia. Per sostenere questo, abbiamo anche strumenti di restrizione dell’età che tutte le aziende possono implementare sui loro account stessi per controllare chi vede i loro contenuti”.

    Martedì Apple ha lanciato l’ultimo aggiornamento al suo software iOS per iPhone e iPad, che consente agli utenti di rinunciare a applicazioni come Facebook che tracciano le persone su internet, limitando i dati che la società può raccogliere allo scopo di sviluppare profili per la pubblicità.

  7. daouda says:

    invece di fare cagate sugli dei, demoni, angeli, fate ed elementali consiglio questo sito sovversivo che mi pare più serio e cogente

    https://abissonichilista.altervista.org

  8. daouda says:

    La pratica del bacha bazi ( che poi valeva anche per l’impero ottomano ) non può essere l’unione finalmente svelata fra LBTG sto cazzo e gli islamicicci?

    Sapevatelo e non stranitevi se due movimnti supposti escludentisi si alleano contro “l’oggidende”.

  9. daouda says:

    Urge ricordare un altro agente della dissoluzione spia e doppiogiochista di cui ricorre la memoria del vergognoso ed indecente decesso ( manco li cani se tratteno così ) ossia Benito Mussolini che vorrei ricordare per i suoi attacchi alla Santa Chiesa con due nefande operazioni:

    a) i patti lateranensi non in toto ma per via dell’istituzione dello stato vaticano
    b) la persecuzione della Chiesa tewahedo

    Non sapendo se si convertì, non rimane che rimettere a DIO tale spia fabianista che praticamente non perseguì né uccise che una manciata di comunisti dimostrato di non valere un cazzo di niente.

    Ci sarebbero tante altre cose da scriver come ad esempio l’infame creazione dell’INPS ed amenità varie oppure la miserevole e deviante scuola di (para)mistica fascista , la falsa opposizione alla massoneria , il misconoscimento dell’apporto ebraico pantomima sulla loro condanna e via discorrendo.

  10. Novità nel mondo ornitologico!

    Non traduco con DeepL perché si parla proprio di nomi di uccelli.

    Nessuno però che accolga la mia modesta proposta, di abolire l’uso della lingua inglese.

    Source : https://whyevolutionistrue.com/2021/04/27/more-on-woke-birding-changing-the-names-of-all-birds-named-after-people-will-at-least-create-an-inclusive-birding-community-and-help-conserve-birds/

    More on woke birding: changing the names of all birds named after people will at least create an inclusive birding community—and help conserve birds

    In two previous posts (here and here), I described the movement to “cancel” the names of those birds named after people who held views we find reprehensible today. Names given after people are called “eponymous” names. Two of the eponyms that are being removed are any bird named after Audubon himself (he decapitated Mexican battlefield corpses for scientific study, though that was common practice at the time), and McKown’s Longspur, named after a Confederate general. No matter that McKown’s longspur was named for his contributions to ornithology, and named before the Civil War, not in honor of his fighting for the Confederacy, nor that McKown repudiated the Confederate cause later in life. No, his fighting for the wrong side was enough to get his name removed (the bird is now known as the “thickbilled longspur”).

    Now there’s a move afoot to rename every eponymous bird, as recounted in the article below (click on screenshot), which appears on the Cornell University bird site, All About Birds. (The bird shown, Bachman’s sparrow, is likely to be renamed because Bachman said some white supremacst things.) The renaming is because bird names are considered white and colonialist, and said to cause “harm.”

    Note that renaming all these birds is going to be a big job, for the names they bear now are well ensconced in the literature, and there’s no way to go back and change them. It’s not like removing a monument or renaming a building. There are more than 100 eponymous bird species in North America alone.

    Why are they trying to change all eponymous bird names? To me it seems like the paradigmatic case of performative wokeness. Although the avowed aims are to make birding more inclusive, not only getting people of color (I assume) to become birders, but to get more people interested in birds as a way to conserve them. Both aims are admirable; my beef is that renaming birds will do virtually nothing to accomplish those goals. Here’s what the article said, mentioning a virtual panel discussion by The Community Congress on English Bird names.

    The unanimous sentiment among the 15-person panel—which featured birders, scientists, field guide authors, and other experts from the U.S. and Canada—was that changes need to be made among more than 100 eponymous bird names for North American species to make birding more welcoming and inclusive to all.

    . . .“Eponymous names don’t reflect the welcoming and inclusive community we know birding can be,” Rutter said [Jordan Rutter, a founder of the group Bird Names for Birds]. She said that she believes the current system for determining common bird names reflects colonialism in ornithological history. Nearly every North American bird name tied to a person can be traced back to a white American or European naturalist.

    “Every eponymous common name needs to go,” Rutter said. “We know that won’t happen quickly. And to be done right, it shouldn’t happen quickly … but it needs to happen.”

    Note that every eponymous name needs to go. Not just names of Confederal generals or white supremacists, but every name. Why? Because most of those names “can be traced back to a white American or European naturalist”. But most naturalists then were white. What’s the damage, then? It’s apparently that there is palpable harm caused to people by having to use or read those names. Referring to McKown’s Longspur, the article notes:

    The change [to Thick-billed Longspur] was made after birders campaigned to remove McCown’s name from the bird, and after the classification committee revised its guidelines for bird names—adding considerations for “present-day ethical principles” when considering changing English common bird names that create “ongoing harm.”

    And this is done to “improve the big landscape of racial and social injustice.”

    Ongoing harm? Who claimed they were harmed beyond the idea of the woke birders that McCown’s name might create harm? Were there any Potential Birders of Color who said, “You know, I could get a lot more interested in birds, and engage in strenuous conservation efforts, if only I didn’t have to deal with that bloody name “McCown’s Longspur.”

    This is both rhetorical and emotional inflation: a way for woke birders to feel that they’re accomplishing something when I have a strong feeling that they’re just doing something for show. If they want more birders of color, they should go to schools and excite the kids, they should help organize racially mixed birding groups, and (reflecting recent events), they should make clear that a black person with field glasses is more likely to be a birder than a murderer.

    There is no evidence that I know of—and the articles present none—that eponymous bird names have created harm and social injustice. The very idea of that is almost laughable. But this is what scientists do when they want to show that they’re on the right side of history and don’t know how to really promote social change.

    • PinoMamet says:

      Non si potrebbe semplicemente liberarsi di tutti gli idioti odiatori di sè stessi (non l’ha inventato Informazione corretta, l’ha inventato Terenzio…) e di tutti gli idioti revanscisti neri?

      Peraltro, alla stragrande maggioranza dei neri non importa assolutamente niente dei nomi degli uccelli, né sono loro a chiedere che le università inglesi o americane smettano di offrire corsi di inglese medievale o di greco antico.

      È sempre qualche riunione di cretini, di solito per nove decimi maschi bianchi, che decide di fare queste stronzate.

      Propongo questa legge: appena una università se ne esce dicendo “sostituiamo l’esame di musica rinascimentale con studio del dijeridoo”, non ha più diritto a un solo euro di contributi statali. Li chieda agli aborigeni australiani…
      Appena un matematico dice “rinominiamo il teorema di Pitagora con un nome cinese”, sia obbligato a fare tutte le lezioni o a pubblicare tutti gli articoli in cinese mandarino classico: altrimenti nisba.

      Prima o poi la smetteranno!

      • Francesco says:

        nove decimi bianchi ci credo

        sul maschi ho dei dubbi

        però sospetto sia in crescita la quota di furbetti/e /* colored che giustificano il loro stipendio con questi genere di uscite

      • Andrea Di Vita says:

        @ Pino Mamet

        OAAPM!

        Ciao!

        Andrea Di Vita

      • habsburgicus says:

        splendido, e azzecatissimo, il tuo rimando all’Heautontimorumenos…complimenti !

  11. Moi says:

    “rinominiamo il teorema di Pitagora con un nome cinese”

    ————-

    Ahem …

    “rinominiamo il teorema di Pitagora con un nome cinese”

    PINO

    [cit.]

    Let’s Rename the Pythagorean Theorem
    Ben Orlin

    https://mathwithbaddrawings.com/2019/04/17/lets-rename-the-pythagorean-theorem/

    response to
    Ben Hambrecht

    Pythagoras‘ theorem has been independently discovered in many cultures, even centuries before Pythagoras. In a parallel universe, by what name would you “rebrand” [sic, ndr] it?

    PS

    … ci son già altre 14 proposte con sondaggino incorporato !

    • Moi says:

      … Sarebbe interessante il parere della Prof. Paniscus su questo Math Inclusive Rebranding , o quel che l’è ! 😉

      • paniscus says:

        “… Sarebbe interessante il parere della Prof. Paniscus su questo Math Inclusive Rebranding , o quel che l’è !”—–

        diciamo che ci sono GIA’ un sacco di teoremi o proprietà matematiche che sono liberamente conosciute con nomi diversi, perché scoperte indipendentemente da più personaggi diversi, in tempi in cui non c’era internet, non c’erano le pubblicazioni scientifiche internazionali… ed era del tutto plausibile che qualcuno, in perfetta buona fede, non sapesse che la sua stessa scoperta l’avesse già fatta qualcun altro.

        Il più noto che mi viene in mente è il “Triangolo di Tartaglia” che si chiama anche “Triangolo di Pascal” (oltre ad altre due o tre denominazioni meno diffuse ma altrettanto valide), ma di sicuro ce ne saranno altri!

    • Moi says:

      Spoiler Alert 😀 il “Babylonian” reso più inclusivo in “Baby” direi ch’è “cringissimo” 😉

    • PinoMamet says:

      Di 14 proposte, 13 sono di merda: giochi di parole o stupidate assortite o riformulazioni di base del problema.
      L’unica che ha un qualche senso “inclusivo” o “decolonizzato” è “il teorema babilonese”, che però vuol dire tutto e niente.

      Leggo su Wikipedia, e volentieri riporto, che se l’enunciato del teorema era già noto ai babilonesi (forse), in India e in Cina, tuttavia la sua dimostrazione risale a Euclide ;

      greco per greco, non vedo perché cambiare il nome tradizionale per un altro!!

      • Moi says:

        “il teorema babilonese”

        Babylonian …. prontamente sputtanato ,come solo gli Americani san fare, in “Baby” 😉 !

        • Moi says:

          Ho votato “Teorema dell’ Ipotenusa” perché “Babilonese” l’ han sputtanato troppo … rullo di tamburi, risultati :

          The Three Squares Theorem 18.21% (457 votes)

          The Hypotenuse Theorem 14.79% (371 votes)

          The Right Theorem 12% (301 votes)

          The Babylonian Theorem 10.84% (272 votes)

          Garfield’s Theorem 9.25% (232 votes)

          The Distance Theorem 7.45% (187 votes)

          Theorem 3-4-5 6.9% (173 votes)

          The Sum of Squares Theorem 5.58% (140 votes)

          Squaring the Triangle 4.26% (107 votes)

          The Huey Lewis Theorem 3.59% (90 votes)

          Euclid, Book I, Proposition 47 3.15% (79 votes)

          The Distance/Area Theorem 2.07% (52 votes)

          The Adrakhonic Theorem 1.91% (48 votes)

          Total Votes: 2,509

        • PinoMamet says:

          Gli dava così fastidio Pitagora??

          Scommetti che se si fosse chiamato teorema di Kunta Kinte, e ne avremmo trovato la dimostrazione nel Primo Libro della Geometria di Shaka Zulu, non si sarebbero presi tutto questo disturbo?
          😉

          Ma ahimè, Shaka Zulu non ha mai scritto un libro di geometria.

          E scusate, ma quanno ce vo’ ce vo’.

          Cominciano a rompere un po’ il cazzo…

  12. Moi says:

    @ LISA / TTT 😉

    Dalla Treccani:

    […]

    teorema del coseno o teorema di Pitagora generalizzato, generalizzazione del teorema di Pitagora a triangoli arbitrari, non necessariamente rettangoli. Più precisamente, se a, b, c sono i lati di un triangolo qualunque e se α è l’angolo compreso tra b e c, vale allora la relazione a2 = b2 + c2 − 2bccosα.

    Se l’angolo α è retto, allora il suo coseno è nullo e si riottiene il teorema di Pitagora.

    […]

    Potremmo chiamare, in teoria, il “Teorema di Pitagora” come “Teorema di Carnot con Coseno di Alfa Uguale a Zero” … MA Carnot, Maschio Francese Bianco (si suppone) CisEtero , Inizio Ottocento … come fa a essere “Inclusivo” ?! 😉

    [cit.]

    • Moi says:

      pardon , l’ ultima chiosa è mia 😉

    • paniscus says:

      ” MA Carnot, Maschio Francese Bianco (si suppone) CisEtero , Inizio Ottocento … come fa a essere “Inclusivo” ?! ”
      ——–

      E oltretutto, militarista scatenato a palla…

      • Moi says:

        … già, fra l’ altro, ora che ci penso, la Trigonometria ha moltissime applicazioni in Balistica : mobilitiamo i Pacifisti per abolirne lo studio immediatamente 😀 !

    • habsburgicus says:

      probabilmente è il giacobino Carnot….o un suo discendente…dunque per la sx buono 😀
      dubbio amletico, da non far dormire la notte…in caso di conflitto di interessi, predomina la politica (il giacobinismo, per lorsignori/e/*, è bene a prescindere) o il colore (e allora un non-bianco, è sempre meglio del kattivo bianco) ? ah, saperlo ! 😀

      • habsburgicus says:

        giacobino,nel senso di rivoluzionario…..quel Carnot cui alludo era membro del Direttorio, dunque represse duramente i giacobini stricto iure 😀
        ma a me piace, suona bene :D, usare “giacobino” per sinonimo di rivoluzionario, settario ecc (e sono in buona compagnia, pensiamo a tutta la letteratura controrivoluzionaria coeva) e dunque lo uso, almeno qui..
        così come mi piace usare “puritano” come sinonimo di protestante anglofono, pur sapendo che è un uso improprio, e dunque parimenti lo uso…solo qui da voi, eh 😀
        del resto, se figure autorevolissime confondono il governo di Damat Ferit co quello in fieri di Mustafa Kemal e il già defunto Jefferson con Jackson (e, forse -ma solo forse- gli scozzesi con gli irlandesi), direi che quest’uso un po’ estensivo possa essere tollerato, no ? 😀 😀 😀

  13. Moi says:

    Come prevedibilissimo, il Ministro Roberto Speranza resta al suo posto …

  14. La lingua inglese riassume in sé la totalità dell’eredità coloniale, ne è lo strumento maggiore, determina la percezione stessa della realtà.

    Possiamo quindi o abolirla tout court, oppure almeno purificarla dell’eredità tossica della violenza.

    Ad esempio, eliminando solo le parole di origine germanica, latina e greca che si usano nell’inglese, da sostituire con asterischi, e conservando le altre.

    Come nella frase:

    * * * * * * tea * * * * chocolate * * * * * * !

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