Adueniens unus passerum domum citissime peruolauerit

Sono anni, anni e anni, anzi la maggior parte della mia vita, che ci rifletto su questo brano.

Il capo di tutti i sacerdoti pagani della Northumbria, a sorpresa, convince il re Edwin a convertirsi al cristianesimo. Con tutte le conseguenze sulle isole britanniche prima, e poi sul mondo intero, che ben conosciamo.

Vicino al gran sacerdote Coifi, c’era, un “altro dei capi cui il re prestava ascolto“, di cui nessuno oggi, in tutto il mondo sa nemmeno il nome.

Io mi sento come il re in quel momento; e forse, a differenza, di lui, non posso dire che avrei scelto il cristianesimo, perché tanti secoli in più rispondono, tristemente, alla domanda che lui alla fine si pone: Unde si haec noua doctrina certius aliquid attulit, merito esse sequenda uidetur“, “e allora se questa nuova dottrina ci dà qualcosa di più certo, sembra che valga la pena seguirla.”

Mi piacerebbe poter dire a quell’altro dei capi, di cui nulla sappiamo, e che magari una settimana dopo si era già dimenticato di ciò che aveva detto, che secoli e secoli e secoli dopo, c’è qualcuno, non tanto lontano dalla Roma da poco distrutta, che pensa alle sue parole ogni volta che si guarda intorno.

La vita presente degli uomini, o re, mi sembra, in confronto con ciò che ci è ignoto, come il volo veloce di un passero attraverso la stanza in cui tu sei seduto a cena, d’inverno, con i tuoi funzionari e ministri, con un bel fuoco acceso in mezzo, mentre di fuori prevalgono tempeste di pioggia e di neve; il passero, dico, entra al volo da una finestra ed esce subito da un’altra, e mentre è dentro, è al sicuro dal maltempo invernale; ma dopo un brevissimo spazio di bel tempo, svanisce subito dalla tua vista, nell’oscuro inverno da cui era emerso. Così la vita dell’uomo compare per un breve momento, ma di ciò che è stato prima, o di ciò che verrà dopo, nulla sappiamo.”

 ‘Talis, mihi uidetur, rex, uita hominum praesens in terris, ad conparationem eius, quod nobis incertum est, temporis, quale cum te residente ad caenam cum ducibus ac ministris tuis tempore brumali, accenso quidem foco in medio, et calido effecto caenaculo, furentibus autem foris per omnia turbinibus hiemalium pluuiarum uel niuium, adueniens unus passerum domum citissime peruolauerit; qui cum per unum ostium ingrediens, mox per aliud exierit. Ipso quidem tempore, quo intus est, hiemis tempestate non tangitur, sed tamen paruissimo spatio serenitatis ad momentum excurso, mox de hieme in hiemem regrediens, tuis oculis elabitur. Ita haec uita hominum ad modicum apparet; quid autem sequatur, quidue praecesserit, prorsus ignoramus. Unde si haec noua doctrina certius aliquid attulit, merito esse sequenda uidetur”

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Mały Powstaniec

Riguardando le foto sul computer, ne trovo tante riprese in Polonia.

A partire dai bociani, le cicogne che i polacchi ospitano sui loro tetti, e quando non bastano, costruiscono pure dei pilastri per accoglierne i nidi.

bocianiTrovo qualche foto scattata quest’estate a Varsavia.

Non sono di qualità eccezionale, per cui pesco in rete una foto fatta meglio, dello stesso soggetto, il Mały Powstaniec, il “piccolo insorto”.

maly-powstaniecUn bambino, con un elmo fuori misura in testa, un mitra in mano: simbolo della rivolta di Varsavia nel 1944.

La storia in Polonia è talmente presente – e non come la Trattoria Dante e Beatrice di Firenze che cerca di sedurre i turisti di passaggio – che persino io, che di lingua polacca non capisco quasi niente, me ne accorgo.

E’ una storia molto diversa dalla nostra.

Nel Museo Copernico di Varsavia, c’è un’affascinante sezione dedicata alla psicologia politica, dove si analizzano criticamente i tipici discorsi che a un polacco sembrano di destra o di sinistra. Quelli di “sinistra” dicono che il passato è passato e va dimenticato e perdonato, bisogna pensare solo al presente, libero mercato, liberi investimenti e libera immigrazione sono la speranza del futuro.

A differenza dell’Italia, la memoria – soprattutto della Seconda guerra mondiale – non è “di sinistra”. Come non sono di sinistra gli innumerevoli ceri e le bandiere che la gente porta sotto la statua del Mały Powstaniec.

La storia polacca, dal punto di vista polacco, è presto raccontata, ed è carica di significati presenti. Come con tutte le storie, non importa che i fatti siano andati esattamente così, importa come la vedono i vivi di oggi, e magari sarebbe meglio che qualcuno cercasse di capire.

I lettori di questo blog sono un po’ strani, e sanno probabilmente come i polacchi vedono il proprio passato; ma i polacchi sanno che gli europei in genere non sanno.

Un tempo esisteva il più vasto paese d’Europa, che si estendeva dal Baltico al Mar Nero, abitato da cattolici, protestanti, ebrei e musulmani, di lingua polacca, tedesca, lituana, yiddish, armena, tatara e soprattutto latina, una delle sedi del Rinascimento mondiale, governato da un’improbabile casta di gente che potevano essere grandi latifondisti o miseri contadini o poverissimi artigiani, ma erano tutti rigorosamente uguali: per mancanza di un termine analogo, gli occidentali li chiamavano “nobili”.

Questa chimera, che nessuna catena montuosa proteggeva dalle tempeste che provengono da est come da ovest, fu schiacciata e divorata dai vicini. Non erano regimi mostruosi, ma Prussia e Russia contenevano in potenza tutta la violenza burocratica degli Stati moderni.

Chi abitava in Polonia si è rassegnato, o si è dedicato alla poesia. Come si faceva normalmente nell’Ottocento, solo che in Polonia la poesia ha prodotto una nuova nazione, del tutto diversa da quella precedente.

E’ un po’ come l’Italia del Risorgimento – paese sentito all’inizio come gemello dai polacchi – soltanto che a un certo punto, russi e prussiani hanno avuto la pessima idea di dar fastidio alla Chiesa cattolica, che fino al giorno prima non faceva altro che parlare bene dei Sovrani di qualunque religione.

E così la Polonia ha preso una via tutta particolare: diciamo una grande poesia epica, romantica, ma anche cristiana. Magari soltanto per la confusione che si faceva tra Gesù in croce, la Polonia spartita e i giovani pronti a suicidarsi per la patria.

Però c’è una cosa che non dobbiamo dimenticare: mentre gli inglesi facevano morire decine di milioni di indiani di fame per mantenere il libero mercato, i belgi uccidevano milioni di congolesi per un po’ di gomma, i russi conquistavano l’Asia Centrale, gli statunitensi occupavano le terre dei selvaggi, i francesi imponevano i loro forzati ai loro negri e persino gli italiani cercavano di conquistare l’Etiopia, i polacchi non si sono arricchiti sul resto del mondo. Saranno pure pallidi e biondi, ma in questo campo non hanno certamente contratto debiti con nessuno.

Arriva la Prima guerra mondiale. In Polonia, ucciderà quanto la seconda, soltanto che ammazza soldatini russi, tedeschi, austroungarici e persino francesi di lingua polacca. E alla fine i polacchi ce la fanno da soli a farsi un paese, nonostante il mondo intero. Che i bolscevichi cercano subito di annientare.

Chi ci farà fuori per primi?

Ecco che qualcosa che possiamo chiamare vagamente la Sinistra, dice, “teniamoci buoni i tedeschi”; e qualcosa che possiamo chiamare vagamente la Destra dice, “meglio tenerci buoni i sovietici”, e anche oggi è più o meno così.

Poi arriva la Seconda guerra mondiale. Di cui in Italia ci lamentiamo giusto per il gusto di farlo. Ma nasce sulla Polonia stessa. Gli anglofrancesi si fanno belli, dicendo che difendere la Sacra Integrità Territoriale della Polonia vale una guerra. La “Seconda guerra mondiale” è diventato un tale mito, che tutti tranne i polacchi si sono dimenticati la menzogna che c’era sotto.

Arrivano i tedeschi e fanno fuori qualcosa come sei milioni di polacchi: tre milioni di cristiani, tre milioni di ebrei, tanto per tagliare le cifre con l’accetta. Una persona su cinque muore ammazzata, come se in Italia fossero stati uccisi in dieci milioni durante la guerra.

Ed ecco che nascono due storie.

Una quella ufficiale, “alleata”, condivisa da sovietici e Alleati “occidentali”, può parlare solo delle vittime ebree: quando pensiamo alla “insurrezione di Varsavia”, ci viene a tutti di dire, “l’insurrezione del ghetto di Varsavia”.

Perché dell’altra insurrezione di Varsavia, fino a tempi recenti, non si è potuto parlare.

Le truppe sovietiche sono alle porte della città; quando l’insurrezione scoppia il 1 agosto del 1944, Stalin ordina ai suoi di fermarsi mentre si godono lo spettacolo dell’annientamento della capitale della Polonia e dei suoi abitanti.

Sterminati i varsaviani, totalmente distrutta la città, i sovietici riprendono l’offensiva, e prendono in mano il paese; inventando la sua liberazione a opera dell’Unione Sovietica.

Poi hanno preso un terzo dei polacchi e li hanno spostati a forza nei villaggi e nelle città dei tedeschi cacciati, violentati e massacrati. A forza di stragi e deportazioni, la Polonia da paese più multietnico del Medioevo, diventa uno dei più monoetnici della modernità.

Siccome i polacchi la storia la conoscono, si rendono conto che nella disgrazia generale, c’è almeno un’opportunità di evitare una delle principali cause di tragedie degli ultimi due secoli – i massacri interetnici.

Non so se in tutta Europa, vi sia un altro monumento civile come questa pietra a Frombork/Frauenburg:

fromborkTraduco dal tedesco, visto che purtroppo il mio polacco è (eufemisticamente) scarso…

“450.000 prussiani dell’est dovettero fuggire sulla baia e la striscia di sabbia che la racchiude, cacciati da una guerra spietata. Molti annegarono e molti morirono tra ghiaccio e neve. Che il loro sacrificio ci sia di ammonimento per la comprensione e la pace. Gennaio-febbraio 1945”.

Con la benedizione di tutto l’Occidente Vincitore, nacque in Polonia un regime, che non è stato forse il peggiore dell’Est, ma è stato probabilmente il meno credibile, il più ruffiano, il più ambiguo, a reggere forte il coperchio sulla pentola della storia.

Ai tempi nostri, la Polonia è alle prese con molte cose, e sicuramente i miei sentimenti sono divisi.

Da una parte, il disboscamente spietato di tutta l’area circostante l’ultimo bosco naturale di tutta l’Europa, la grande, silenziosa distesa di Białowieża, con i suoi altissimi alberi che iniziano a morire sotto il cambiamento climatico, e l’indifferenza – se non la complicità – del governo polacco. Qui probabilmente tifo per i regolamenti europei.

Dall’altra, il tentativo di difendere la terra polacca dal saccheggio da parte delle grandi aziende che stanno cercando di trasformare il paese in piantagione di biocarburanti. E qui il sistema Europa è certamente dalla parte sbagliata.

“Erode, Dio – tutta la gioventù della Polonia è stata consegnata in mano a Erode. Cosa vedo? Lunghe vie come le stazioni della croce, lunghe vie attraverso antiche foreste, attraverso la neve, tutte le vie portano verso Nord. Lì, nella terra lontana, galleggiano come fiumi”.

Adam Mickiewicz

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Burocrazie e regole

ll tema burocrazia ha portato a numerosi commenti interessanti.

C’è chi, come Roberto, ha fatto notare che la burocrazia ha i suoi motivi.

Pino Mamet ha fatto notare che anche un’autogestione, dopo un po’ si dà regole scritte.

O Giovanni, che ha fatto notare come la burocrazia peggiore sia certamente quella privata.

Sono riflessioni importanti.

La prima ci ricorda una cosa che dovrebbe essere ovvia.

Posso occupare una casa, sistemare quattro sacchi a pelo per terra e usare una bomboletta spray per scrivere viva l’autogestione. Ma solo finché c’è qualche noioso e anonimo burocrate che continua a far funzionare la rete idrica e le fogne.

Però, attenzione. Non è detto che la rete idrica migliore sia quella più centralizzata e burocratica, anche se in apparenza dà ottimi risultati in termini di economia di scala. Magari a lungo termine sarebbe meno vulnerabile una rete più decentralizzata e fatta di tanti nodi separati; e certamente sarebbe un gran bene se la gente ci capisse di più e si assumesse una piccola parte di responsabilità per acqua a fogne. Perché alla fine, è la gente che beve, si lava e tira lo sciacquone.

La parola sussidiarietà è controversa, ma dovrebbe significare proprio questo: deleghiamo ai burocrati tutto ciò che non riusciamo a fare da noi, ma solo quello.

Pino Mamet ha ragione. Anche noi al giardino ci siamo dati uno statuto e qualche regola scritta. Però c’è una fondamentale questione di dimensioni. Innanzitutto, basta che ci troviamo anche in una decina, e cambiamo le regole quando ci pare. Secondo, noi dobbiamo prendere in considerazione solo il nostro vissuto.

Una norma nazionale, invece deve impedire a chi abita a Catanzaro di dipingere la casa di bianco, perché un valdostano ha usato tale trucco per nascondere la propria seconda casa facendola sembrare parte di un ghiacciaio. Figuriamoci quanti inghippi le regole europee devono prevenire.

La gente dell’Oltrarno non ha praticamente accesso a spazi verdi, pur avendo un immenso e meraviglioso giardino nel proprio quartiere, quello di Boboli. Per questo, se vieni da Taranto o vieni da Tallinn, giustamente paghi sette euro per entrare a Boboli, e noi residenti a Firenze entriamo gratis.

Solo che per la burocrazia europea, i tarantini e i tallinnini hanno lo stesso diritto su Boboli che abbiamo noi che ne guardiamo gli alberi tutti i giorni, per cui da danni l’Europa ci fa la guerra per questo privilegio (no, non è che il tarantino entrerebbe gratis, dovremmo pagare noi così facciamo felici quelli di Tallinn).

Non ne faccio un problema di “Europa”, ovviamente, ma solo di dimensioni: se devi applicare le stesse regole a un continente intero, il grado di astrazione finisce per danneggiare tutti.

Giovanni invece tocca un punto fondamentale: la burocrazia coincide con le organizzazioni, non importa se private o pubbliche. E le organizzazioni tutte obbediscono a leggi inesorabili, già ampiamente e definitivamente analizzate a suo tempo da Parkinson.

Tra queste, la crescita senza fine della burocrazia stessa.

Siamo d’accordo, spero: dai tempi di Tangentopoli non si sente parlare di altro che di tagli? Meno spesa pubblica, meno assunzioni, le pensioni pagate sempre più tardi, affidiamo ai privati per spendere di meno, assumiamo meno giardinieri, meno maestre d’asilo…

E’ un discorso trasversale a centrodestra e centrosinistra. E comunque rispetto a quei tempi lontani, oggi ci sono computer in grado di fare da soli il lavoro di cinquanta scrivani con la penna.

Bene, cos’hanno fatto centrodestra e centrosinistra, che hanno governato l’Italia, alternandosi, tra il 2000 e il 2010?

La risposta si trova in rete: non sono cose di cui io sia particolarmente esperto, e sicuramente mi sfuggono tante sfumature.

Però il concetto è semplice.

Aggiustando le cifre per compensare l’inflazione, la spesa pubblica reale in Italia è aumentata tra il 2000 e il 2010 del 24,7%. Cioè di un quarto in dieci anni.

Ed è (era) pari al 46,7% del PIL, mentre nel 1990 – quando il mitico Craxi regalava BOT  e baby pensioni a tutti – era di appena il 39,8%.

Probabilmente non sarebbe difficile scoprire come siano andate le cose tra il 2010 e il 2017. Abbiamo superato il 50% del PIL?

Ora, l’articolo che io cito è chiaramente a favore dell’impresa privata. Qui ci viene in aiuto Giovanni, che ci invita a fare un calcolo molto più complesso: quanta parte della spesa “privata” va in burocrazia?

E’ un campo tutto da esplorare (almeno per me)… vengono in mente i costi per avvocati, commercialisti, esperti di ogni sorta, consulenti, ma sicuramente dentro i costi per ogni amministratore delegato, ad esempio, c’è un’altra percentuale che potremmo definire di spesa burocratica.

Ma è chiaro il principio: una vasta parte delle energie umane e delle risorse naturali – forse la maggior parte – viene spesa, in misura sempre crescente, solo per mantenere le “regole” che tengono assieme il sistema.

E che sono una sorta di pilota automatico, che garantisce che il sistema vada sempre avanti nella direzione della crescita energetica infinita, esattamente mentre ci troviamo con l’abisso di fronte, e pronti a fare un grande balzo in avanti.

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Ho firmato il Contratto Sociale!

Prendiamo un grosso tema, anzi uno dei più grossi del mondo, partendo da un caso piccolo piccolo.

L’altro giorno, mi trovo a dover spedire in Messico dei documenti via FedEx.

Già provo fastidio per il fatto che chiedano a me, messicano residente in Italia, una serie di cose che mi dovrebbero rendere accettabile agli Stati Uniti, paese terzo con cui non ho alcun rapporto legale, ma tant’è, quando si è sudditi bisogna fare ciò che i forti chiedono.

Ma lasciamo perdere i bofonchiamenti da messicano, e passiamo al fatto che la FedEx (non il Messico) mi chiede di firmare questo:

firmaCioè, io giuro di aver letto, capito e accettato le “condizioni riportate a tergo”.

Le robe a tergo sono sei pagine di un piccolo foglio A4, di cui riporto la prima:

legaleLo so benissimo, non ci leggete una sola parola.

Consolatevi, non riesco a leggere nemmeno sull’originale. Infatti, ho firmato semplicemente il falso: non ho idea di cosa sia scritto su quelle sei pagine.

Ho mentito contro me stesso, come i famosi indiani d’America che non avevano problemi a firmare con una x la cessione dell’Oregon contro un bicchiere di whisky.

Signing_the_Treaty_with_the_IndiansMagari mettendoci lo scarabocchio sotto, mi sono impegnato a lavorare gratuitamente per i prossimi vent’anni in una miniera in Tailandia, e se manco all’impegno, verrà l’Interpol a prendermi.

Oppure, al contrario, tutta quella roba mostruosa servirà soltanto per salvare dalla galera qualche dirigente della ditta, in caso io gli volessi chiedere un milione di euro di danni perché i documenti sono arrivati in Messico con cinque ore di ritardo.

Comunque sia, eccovi il mondo in cui viviamo: quello che David Graeber chiama l’era della burocrazia totale.

Ora, riflettiamo un attimo su quelle sei pagine, e su tutte le pagine simili che voi vi siete trovati costretti, tante volte, a firmare senza leggerle.

Anzi, peggio, avete firmato proprio con una X a forma di X alle elezioni, tutte le leggi che i vostri eletti vi hanno imposto dopo.

Dietro la tua X ci sono sempre tre elementi.

Un privato che vuol fare i soldi.

Uno studio di avvocati con le contropalle.

La polizia che ti arresta se hai firmato e non fai quello che ti sei impegnato a fare con il sangue della tua firma.

Questo è il vero Contratto Sociale, fondamento del mondo in cui viviamo, tutto il resto è superficie.

Tra le cose più inutili, e in superficie, c’è quella roba che chiamiamo “politica”.

Noi teppaglia oltrarnina facciamo quotidianamente politica, nel senso che cerchiamo di far vivere al meglio questa polis in cui abitiamo. Anzi, ci facciamo un mazzo così a fare politica, se state per farci prediche in merito, venite a farvi un mese di lavoro gratuito da noi e poi vi lasciamo dire la vostra.

Però penso che saremo d’accordo tutti che “la politica” con le virgolette sia un’altra cosa.

E’ la gara incessante tra fazioni di “rappresentanti” per dimostrare che le altre fazioni fanno schifo.

Siccome gli italiani amano autodenigrarsi (e quindi a buttare sull’”etnico” quello che è un problema sistemico), sarebbe utile guardare i mitici anglosassoni in questo momento: dall’Australia con le sue guerre per eliminare i deputati avversari accusati di essere nati all’estero, all’Inghilterra con il ministro cacciato perché un poliziotto aveva svelato illegalmente che lui aveva immagini pornografiche nel computer; ma soprattutto gli Stati Uniti – gli urli sguaiati di Trump contro le inchieste maccartiste per dimostrare che Jill Stein una volta andò in Russia e quindi il fatto che un terzo partito si sia presentato alle elezioni deve essere opera della post-KGB.

E’ il mestiere stesso che crea la situazione e seleziona personale alla propria altezza, o se si preferisce, bassezza.

Ora, passare l’intera esistenza a fare lo sgambetto al prossimo contro uno stipendio comunque apprezzabile, potrebbe essere comunque un mestiere: il pugile picchia pugili, il politico picchia politici, entrambi fanno un allitterante spettacolo.

Il problema è che nemmeno i politici hanno letto il Contratto.

L’altro giorno, noi si stava a parlare con il Sindaco.

Che è una persona che ci piace per almeno tre motivi (in ordine crescente di importanza): è veramente simpatico, è violinista ed è figlio di un sanscritista.

E poi me lo ricordo quando ha fatto l’ultimo comizio elettorale, e parlava di come sono i fiorentini… il ragazzino cade nel fiume, arrivo uno che lo salva e lo riporta alla mamma, e lei gli urla,ma i’ cappellino?” Che è una storiella su cui rifletto da tre anni e la cui lezione morale cerco di applicare ogni giorno nella mia vita, per cui gli sono anche debitore.

Qualunque cosa faccia, il Sindaco si becca una pioggia di insulti dall’opposizione (“piove, governo ladro!”).

Certo, se ne può fregare, visto che quando parla l’Opposizione, la Maggioranza si attacca al telefonino e pensa ad altro, però è così.

Comunque, il Sindaco quando ci riceve ci ascolta, e ci ascolta davvero. E propone cose assolutamente ragionevoli.

Le sue proposte le rivolge a un signore che nessuno conosce, che ha il titolo di Direttore Generale del Comune. Ed è un titolo che dice esattamente quello che fa.

Il Direttore Generale guarda il Sindaco con un tocco di compassione, e gli spiega perché qualunque cosa lui proponga, non si può fare. Non è previsto nel Contratto Sociale.

Ecco, a questo punto, pregherei tutti di leggere con la massima attenzione il Contratto Sociale (in particolare all’Articolo 3017, comma 2.3.5.6), pensando al Combinato (il combinato è una cosa come il crack, che combina eroina e cocaina) con il Dispositivo 6.2.34 dell’Unione Europea.

Tutto il resto sono chiacchiere. Grillo, Salvini e Renzi compresi.

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La crepa nel cemento dell’OttoNovecento e le Mamme con le Sciarpe

Uno dei nostri commentatori più interessanti è Davide. Confusionario, disortografico, criptico e offensivo, tanto che spesso mi chiedono di bandirlo, ma mai superficiale, e quindi sempre apprezzato.

Davide scrive:

“Io ho detto che per combattere il sistema bisogna o morire o farsi imprigionare o creare comunità davvero altre e non farlocche come Miguel spaccia. Comunità monasteriali mix stile Amish.”

E’ una critica che stimola molte riflessioni, e aiuta anche me ad avere idee più chiare. Per cui userò spesso il pronome io, ma per modestia, nel senso che sono cose che riguardano solo me. Poi spero che qualcuno si riconosca nel mio percorso.

Rifrullo tutto, vediamo cosa viene fuori.

Mi rendo conto che io non voglio combattere il sistema.

Il signor Mark David Chapman, attualmente ospite di una poco amena prigione statunitense, ha dedicato la propria vita a combattere John Lennon.

Per almeno un decennio, ha pensato solo a John Lennon.

Tanto l’ha combattuto che ha vinto, ammazzandolo.

E poi ha dedicato i successivi 27 anni a una lunga morte dentro la tomba dello stesso Lennon. Praticamente un matrimonio monogamico a vita, con John Lennon.

Il che mi fa pensare: chi combatte qualcosa è solo un riflesso di ciò che combatte.

Combattere John Lennon è stato facile, lo si riconosceva dagli occhialini.

Ma “combattere il sistema” richiede una definizione di cosa sia il “sistema”.

Ora, molti sono ancora legati a una pittoresca ideologia OttoNovecentesca, che sosteneva simultaneamente due cose:

1) tutti gli esseri umani sono buoni, occorre amarli tutti ugualmente e tutti devono stare ugualmente bene, grazie al Progresso Tecnologico e alla Ragione, anche quello più bizzarro è Uno di Noi

2) i suddetti esseri umani si dividono in Sfruttati e Sfruttatori, e la vita è una guerra all’ultimo sangue tra queste due specie.

Con varie riletture del concetto di Sfruttati e Sfruttatori, tipo, “democratici e fascisti, femministe e maschilisti, liberali e terroristi, razzisti e neri”. La definizione più chiara resta quella di Scientology che dice che il problema sono i Soppressivi:

“La Persona Soppressiva è anche conosciuta come la Personalità Antisociale. In questa categoria si trovano Napoleone, Hitler, l’assassino impenitente e il signore della droga. Ma se tali sono facilmente identificabili dai corpi che lasciano nella loro scia, Personalità Antisociali sono comunemente presenti nella vita corrente e spesso non vengono identificate.”

Se si crede alla Teoria delle Due Specie, il Sistema finisce per coincidere con gli Sfruttatori: scoprili, sparagli se puoi, se non ci riesci, fai grandi gesti teatrali per far vedere che non  appartieni alla loro razza.

Insomma, sterminiamo i fascisti, vivremo tutti felici.

Per me, il Sistema somiglia piuttosto al sole di luglio. Non possedendo razzi interplanetari, non mi viene in mente di combatterlo, mi viene in mente di ripararmi.

Se invece di ripararmi, decidessi di sfidare il sole di luglio, il risultato sarebbe scontato:

 indexIo diventerei più brutto e il Sole resterebbe tale e quale, e se ne sbatterebbe.

Che è più o meno quanto succede a tutti quelli che praticano troppo la Magia Deambulatoria (“cammiiiina in corteo per tutta la città, grida forte frasi ritmaaaaate, e il male scompariràààààà!“).

Centotrent’anni fa, Ouida – una scrittrice inglese con un cagnolino che capiì del nostro paese più di quanto avrebbero mai capito i suoi intellettuali – scrisse quattro righe sugli italiani:

ouida“La lingua italiana chiacchiera come quella di una gazza: se non si sfogassero così, sarebbero più difficili da dominare; ma nessun gran chiacchierone ha ancora realizzato nulla di grande, in questo mondo”.

Queste feroci parole, compaiono in realtà in uno dei più straordinari testi di amore per l’Italia vera, il romanzo A Village Commune, che è una sorta di anti Promessi Sposi. Uno dei testi più profondi e ricchi sull’Italia che il sistema Italia, imposto da quello stesso Risorgimento per cui Ouida all’inizio simpatizzava, stava sistematicamente uccidendo.

Le stesse riflessioni sull’inutilità di certe attività valgono per le sottoforme di Magia Deambulatoria tipo, “io faccio sculture che rappresentano la cacca per dire che il sistema fa schifo”, oppure “mi lancio con il camion in mezzo alla gente che cammina per strada”. Non vogliamo ovviamente mettere sullo stesso piano chi incassa un sacco di soldi per fare la cacca, con quello che invece ci rimette la vita.

Invece, io a luglio so che prima o poi arriva dicembre, e avremo problemi diversi. E magari rimpiangeremo luglio.

Saltiamo a piè pari le “comunità monasteriali tipo Amish” di cui parla Davide, contro cui ho nulla, ma di cui non faccio parte: l’importante è che non esistano solo per combattere il sistema.

E passiamo alle comunità farlocche come Miguel spaccia”.

Non mi offendo, è che credo sia sbagliato il ragionamento.

Una comunità, può essere pericolosa, odiosa, aliena; ma se è una comunità, non è farlocca.

L’OttoNovecento si basa su un’immensa illusione di progetto, di controllo e di progresso. La Mente dell’Uomo Geometra che domina su un Mondo tutto da domare.

Tecnici, legislatori, riformatori, assessori, innovatori, amministratori delegati, commissari politici, think tank, progettisti, creativi, CEO, psicoterapeuti, analisti, enciclopedisti, personal coach, dighe, illuministi, esperti, direttori didattici, argini, sorveglianti che hanno creato una situazione in cui sette miliardi di esseri umani stanno trasformando in un deserto surriscaldato di plastica un pianeta che quando era in buona salute, a stento bastava per un miliardo.

L’OttoNovecento è stato un mondo farlocco per definizione.

Invece, una Comunità è semplicemente, realmente quello che è.

L’altro giorno, c’era il nostro amico funzionario in pensione, trentasette anni dietro una scrivania e tanti tanti nel Partito, che cercava di impedirci di raccogliere le foglie che cadevano dagli alberi:

“questo è un compito che spetta al Comune! Noi paghiamo le tasse, hanno il dovere di farlo loro!”

Mi direte, non è un ragionamento del tutto sbagliato.

Soltanto che il Comune, le foglie non le raccoglie.

E se le raccoglie, le fa raccogliere da una cooperativa sottopagata che deve pulire dieci giardini ogni giardino con due addetti.

E se la cooperativa sottopagata le raccoglie, le sbatte dentro i rifiuti indifferenziati, poi  finiscono nell’inceneritore e ci avveleniamo pure con le foglie, come se la plastica non bastasse.

E se io protesto per tutto questo, e riesco a far togliere i soldi a un asilo nido per fare invece la raccolta delle foglie come si deve da noi, mi viene il fegato amaro da fare schifo: perché quando andiamo a litigare, i primi a stare male siamo sempre noi.

Mentre noi le foglie le raccogliamo, le trasformiamo in compost per le piante tra cui viviamo. Che vale molto, molto di più del principio astratto del dovere delle istituzioni.

foglie-butta

Queste sono le foglie nostre. Che sono assolutamente uniche al mondo, come lo è ogni singola altra foglia, ovunque cada.

Qui si sente il peso diverso della storia.

Mi dice l’amico Jacopo,

“ho lavorato con boscaioli italiani e con boscaioli romeni.

Quando c’era un problema, il boscaiolo italiano si chiedeva, che strumenti mi servono per risolverlo?

Mentre il boscaiolo romeno si chiedeva, come posso affrontare il problema con gli strumenti che ho?”

Il nostro funzionario in pensione è una brava persona: litiga pure con il Partito Unico per fedeltà al Partito Vecchio, si legge con maniacale attenzione gli statuti e i regolamenti (ma è stato pure, del tutto falsamente, arrestato una volta perché sospettato di non aver rispettato lui il comma virgola capoverso di qualcosa).

E il suo mondo è un sistema razionale: i privati saccheggiano il mondo per fare soldi, diano qualcosa di questi soldi per mantenere gli altri esseri umani che non ce la fanno, grazie a una serie di servizi elargiti da una grandiosa macchina burocratica.

Il punto è che il nostro funzionario non si capisce con gli altri, sopratutto gli stranieri.

Non perché il nostro funzionario sia italiano, anzi perché lui è il prodotto ultimo della anti-Italia descritta da Ouida.

Quando Messer Nellemane, il Don Rodrigo modernista, funzionario democratico e progressista del Comune scopre che è rimasto ancora un bosco nel vecchio convento degli olivetani, oggetto di speculazione e saccheggio, pensa:

ouida3

Che spreco dell’erario pubblico! E che provvigioni erano lì, che aspettavano qualcuno! Messer Nellemane, di tutte le cose che c’erano in questo mondo, amava soprattutto le opere [a job]. La mente ufficiale ama sempre le opere. Detestava, inoltre, gli alberi, proprio come detestava i cani. E come i cani si potevano sopportare solo se erano guinzaglio, per lui gli alberi erano tollerabili soltanto quando erano state segati in tavole ben piallate.

La mente ufficiale, con cui lui era stato creato, aborriva l’esistenza imministeriale e improvvida permessa a quel bosco un tempo sacro, mentre il convento che quel bosco circondava era stato trattato come il libero pensiero sa sempre trattare tali monumenti alla superstizione.”

La nostra A., combattiva mamma albanese, lancia un grido, “voglio una foto con le Mamme con le Sciarpe, voglio troppo bene a loro!” E scoppiamo in una grande risata per questa definizione.

Le Mamme con le Sciarpe sono le nostre musulmane con il hijab, sempre sorridenti e forti e pronte a fare qualcosa per il bene comune, che non capiscono nemmeno le obiezioni del funzionario in pensione, ma capiscono perfettamente la vita, il cibo, gli alberi, le risate, l’amicizia, la fiducia. E magari avranno anche cento difette e imperfezioni e contraddizioni anche loro, come tutte le creature della natura.

E abbiamo anche il diritto poco politicamente corretto, di esprimere allo stesso tempo il nostro affetto, la nostra ammirazione e dire, “ma guarda in che maniera strana e bella si vestono!”

Ecco, la Comunità è ciò che è.

E’ qualunque cosa nasca, in una crepa nel cemento. Potrebbe essere anche velenosa, ma è viva.

Proprio qualche ora fa, all’angolo puzzolente e inquinato tra Via de’ Serragli e Via di Sant’Agostino, nel punto in cui i camion si piazzano ogni giorno sulle strisce pedonali per scaricare bevande per i locali (e i vigili si sono arresi da anni), ti trovo questo:

crepaIo non sono sicuro che quella piantina sia bella.

Non credo che le sfiori nemmeno da lontano il pensiero di combattere il sistema.

Ma certo, farlocca non è.

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L’edera, il bucaneve e il dono degli inglesi

Chi vive in un luogo, raramente riesce a distinguere gli alberi dal bosco, e quindi non può, spesso, apprezzarne la particolarità.

Qualcuno deve pur venire dai monti senza che nessuno lo senta arrivare.

“The only way he could come, was floating and flying”

Che poi il miracolo, è quando qualcuno da dentro, come attraverso un vetro, tocca con mano qualcuno che è fuori.

S. viene dall’Inghilterra, che è la strana gemella del Granducato.

Anni fa, S. scrisse un libro affascinante, Getting Things Done in Naples, uno studio dei meccanismi grazie a cui Napoli funziona benissimo, nonostante le improbabili apparenze. I napoletani non sanno perché, ma una ragazza inglese colse con affetto i segreti che sfuggivano agli autoctoni.

In anni recenti, S. si è dedicata a Firenze, scagliando in un abisso senza fondo proposte che avrebbero potuto risollevare la nostra città.

L’altra sera, le scrissi le parole di Christopher Alexander, sulla Timeless Way, la via senza tempo che gli antichi architetti adoperavano, e che noi cerchiamo di riscoprire:

“si tratta semplicemente del desiderio di creare una parte di natura, di completare un mondo che è già costituito da montagne, ruscelli, fiocchi di neve e pietre, con qualcosa fatto da noi”

S. mi ha risposto, chiamandomi love come fa la gente delle lande del Nord e che non ha significati ambigui, e raccontandomi di suo zio, vicar anglicano in un piccolo paese e storico locale, che una domenica aveva preparato la predica da leggere in chiesa, e invece vide un bucaneve – snowdrope rimase folgorato, cambiando tutto il discorso.

Il vicar vide l’edera che cresceva contro il muro della chiesa, e invece di dire, “I believe in God the Father, “credo a Dio Padre”, inventò una formula nuova:

Ivy leaf in God the Father“.

Che se osassi, sarebbe tutto il mio credo.

Quando il vicar morì, S. dovette cercare una lapide per lo zio.

Il marmista le disse che poteva regalarle una lapide già pronta, abbandonata non si sa per quale motivo, su cui era ritratta l’edera che cresceva: era una lapide semplice, di quelle che nel tempo sarebbero scomparse, ma lo zio non voleva certo imporsi per sempre.

S. accettò la lapide, ma vi fece incidere anche un bucaneve, e le parole, “Ivy leaf in God the Father”. Snowdrop.

Scrisse Christopher Alexander:

Cattura“Senza alcun aiuto da parte di architetti o di progettisti, se operi nella maniera senza tempo, una città crescerà sotto le tue mani, sicura come i fiori nel tuo giardino”

La meraviglia dell’Inghilterra, madre dei mali del mondo e custode degli antidoti che nessun altro conosce.

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Carrefour

Mentre sento incolpare

la lobby gay, i fascisti, Renzi, Salvini, Grillo, i massoni, gli skinhead, gli immigrati, i preti, gli anticlericali, la Boldrini, gli ebrei, i comunisti, la buonanima di Benito morto da oltre settant’anni, i sindacati, il fondamentalismo islamico, le femministe, i revisionisti storici, gli animalisti…

Ecco che seguendo il tag su Twitter, scopro questo incommensurabile, quasi geniale contributo alla distruzione della vita stessa sull’unico pianeta su cui ballano Renzi, Salvini, Grillo e tutti gli altri.

Cortesia di Carrefour:

carrefour

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Vogliamo tutti la dittatura!

Leggo che secondo un sondaggio, il 23% degli italiani vorrebbe una “dittatura  di 4-5 anni” perché sarebbe l’unica soluzione “per riuscire a cambiare realmente l’Italia e fare riforme vere e durature”.

Ora, la parola “dittatura” è un pochino forte e di parte. Sostituiamola con la parola, “governo forte”, anzi fortissimo.

Partiamo da me.

Un governo che imponga, ai locali di tutta Firenze di usare piatti e bicchieri biocompostabili, faccia pagare tasse da bancarotta a chi tiene la seconda casa sfitta,  vieti l’ingresso dei Suv nel centro storico, faccia pagare una tassa ecologica ai prodotti secondo la distanza da cui provengono, imponga l’arresto dei genitori che abbandonano i minorenni a Facebook…

sì, lo voglio subito, con i maganelli e tutto, e una risata in faccia agli avvocati!

Quindi, potete arruolare anche me.

Ma mica sono solo.

C’è quello che vuole il governo con gli attributi che fermi l’immigrazione; quello che vuole il governo che sbatta in galera omofobi, fascisti e razzisti; quello che dice, basta sottostare ai dettami del Vaticano e dei preti, lo Stato è Stato, perbacco, fuori i preti dalle scuole!

Quello che dice allo Stato di sbattere fuori chi non rispetta i Valori Cristiani.

Quello che dice che è ora che lo Stato faccia pagare le tasse fino in fondo alle aziende, e quello che dice che bisogna licenziare i lavativi statali, senza farsi intimorire dai sindacati.

Quello che dice che è ora che lo Stato frusti a sangue chi inquina, e chi dice che è ora che mandino i carabinieri a cacciare gli ambientalisti che impediscono di fare le grandi opere di cui l’Italia ha bisogno.

Quello che dice che nessuno manda via gli spacciatori marocchini dalla piazza e quello che, lo Stato non sbatte in carcere tutti quelli che su Facebook fanno apologia del Duce.

Altroché 23%, siamo il 99%!

Più dittatura subito!

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