
La famiglia Bossi marcia su Disneyland
Da una locandina di Novella 2000, la pubblicazione più significativa dei nostri tempi.

La famiglia Bossi marcia su Disneyland
Da una locandina di Novella 2000, la pubblicazione più significativa dei nostri tempi.
Qualche immagine dei funerali dell’imperatore Francesco Giuseppe (30 novembre 1916), che ho trovato per la prima volta su un sito islamico.
Il bello è che non si tratta di notabili bosniache, ma di membri della famiglia reale: nella seconda immagine e nell’ultima immagine, vediamo infatti il nuovo imperatore Carlo, sua moglie Zita e loro figlio: qui leggiamo che quest’ultimo sarebbe Otto (e in effetti i suoi quattro anni li dimostra), ma visto l’abbigliamento, forse sarebbe la figlia Adelheid (che però all’epoca aveva solo due anni).





Alcuni mesi fa, andava di moda firmare l’appello per Adama Kebè, una signora senegalese, immigrata in Italia, che ha accusato il proprio compagno – sempre senegalese – di ripetute violenze. Il Resto del Carlino afferma con perentoria certezza che l’uomo l’avrebbe “derubata, picchiata, stuprata e ferita alla gola con un coltello” [1]
Tanto, s’è mai visto un senegalese che denuncia il Resto del Carlino?
Non è chiara la sequenza dei fatti, ma secondo i suoi difensori, la signora Kebè sarebbe stata rinchiusa in un CIE in quanto clandestina proprio dai carabinieri presso cui si era recata per denunciare i fatti.
In modo misterioso, un gruppo di italiani benintenzionati, la “rete Migranda“, sarebbe venuto a conoscenza del caso e avrebbe lanciato una rumorosa campagna a sostegno di Adama Kebè, che ha coinvolto molti: la signora Kebè è diventata così “Adama” e basta, come succede ai Buoni delle cronache, soprattutto se donne.
Alla fine, il ministro dell’Interno ha fatto ottenere ad Adama Kebè detta Adama un permesso di soggiorno lampo per “motivi di protezione sociale”.
Tutti felici fino a ieri, quando leggiamo sui giornali che la Procura di Forlì ha archiviato la denuncia della signora Adama Kebè contro il proprio compagno e ha anzi accusato lei di “duplice calunnia, sostituzione di persona, truffa e una serie di falsi“.
“Molte realtà cittadine si erano mobilitate per aiutarla dopo che la rete Migranda aveva raccontato la sua storia, che si fonderebbe su molte bugie raccontate dalla donna. Si erano spese per garantire un futuro migliore alla donna africana. La quale, per la Procura di Forlì – che ha archiviato il fascicolo contro il presunto stupratore – si sarebbe inventata tutto. Avrebbe anche prodotto falsi documenti di un matrimonio, avrebbe chiesto un ricongiungimento famigliare facendosi assumere da una grande azienda salvo poi denunciare che l’amministratore delegato era a conoscenza del suo status di clandestina (le indagini hanno rivelato invece che l’uomo era stato ingannato dai falsi documenti presentati).”
I tribunali non sono infallibili, Adama Kebè è probabilmente una povera disgraziata che ha cercato di cavarsela con qualche astuzia in un mondo difficile, e comunque ci interessa relativamente. Uomini, donne, europei, africani, autoctoni e migranti possono essere più o meno tutti ugualmente cialtroni oppure sprovveduti.
Molto più interessante è capire la mobilitazione umanitaria-mediatica, esplosa attraverso tutto un sistema di autonominati infermieri dell’umanità che è particolarmente diffuso proprio in Emilia Romagna e dintorni. Una regione in cui le associazioni, l’ARCI, l’Unipol, il sindaco, le cooperative industriali e le cooperative di sfruttamento del lavoro precario agiscono spesso tutti insieme.
Questa mobilitazione deve aver avuto qualche effetto proprio sul linguaggio della stessa signora Kebè, la clandestina senegalese scriveva infatti lettere aperte che si aprono con il saluto “Care donne, cari uomini” e conclude con le parole,
“Ringrazio tutte e tutti, anche coloro che oggi stanno manifestando contro il razzismo che ha ucciso i ragazzi di Firenze. E spero che questa partecipazione vada avanti, finché i CIE non saranno chiusi e tutti i migranti liberati dalla legge Bossi-Fini.”
Bisogna aver cominciato a quindici anni a giocare a Dibattito-di-Sinistra per scrivere così.
Google ci racconta poco sulla Rete Migranda, a parte gli appelli per “Adama”. C’è comunque un sito, che all’inizio fa sorgere qualche dubbio perché almeno a un’occhiata veloce, non compare il nome di un solo referente umano e neppure un indirizzo o un numero di telefono.
Però gli articoli trasudano buona fede, e quindi non abbiamo dubbi che l’associazione esista. Lo stile non è assolutamente quello della one man association che bluffa per diventare famoso.
Il problema è un altro, ed emerge chiaramente quando sul loro sito spiegano di essere un gruppo di “diverse donne, migranti e italiane“:
“La condizione delle donne migranti pone questioni dirimenti al dibattito femminista e mostra che non è più possibile un antirazzismo neutro, né accettare il linguaggio politicamente corretto di un multiculturalismo che giustifica le aggressioni contro le donne che accadono all’interno delle comunità e delle famiglie. Criticare questa realtà non vuol dire fare una crociata razzista, colpendo indiscriminatamente tutte le comunità migranti, ma denunciare le pratiche patriarcali esercitate dagli uomini, riaffermando una battaglia per la libertà delle donne, migranti e italiane. Noi crediamo che le migrazioni delle donne mettano in discussione le strutture sociali e patriarcali sia nei paesi di partenza sia in quelli di arrivo. Da questa potenza, andando oltre le reali difficoltà, vogliamo muovere il passo insieme verso una reale presenza politica.”
Ora, di “donne migranti” che parlino in questo modo abbiamo conosciuto solo qualche intellettuale francese.
Per cui è piuttosto evidente che si tratta di donne italiane che parlano a donne migranti, le quali ascoltano. La sinistra italiana possiede il brevetto mondiale per il monologo alla pari.
Tanto le parlanti italiane hanno già “messo in discussione” le proprie “strutture patriarcali”, altrimenti mica parlerebbero così; e quindi non hanno proprio niente da imparare dalle loro compagne e sorelle variamente colorate. Anche se promettono, excusatio non petita, di non condurre proprio delle “crociate razziste” per salvarle dalle loro culture.
Quando le donne migranti parlano, parlano invece di fatti concreti, anche perché ne hanno tanti da raccontare.
Le donne italiane ascoltano quel tanto che basta per trovare quei fatti che rientrino negli schemi in cui già credono.
E quando una donna migrante se ne esce con una storia, vera o falsa non importa, che coincide in pieno con la narrazione preimpostate dalle parlanti italiane, scattano tutte le lucine e le sirene.
Nulla di nuovo, ho conosciuto missionari in palese buona fede che tra le zanzare dell’Amazzonia, trovavano in ogni cosa che gli indigeni raccontavano loro, la perfetta dimostrazione delle parabole evangeliche.
Nota:
[1] Merita un’occhiata la foto che accompagna quell’articolo: esiste un intero genere artistico di foto-repertorio-per-stupri: donna giovane e bellissima, il volto nascosto e i vestiti – sempre modaioli e succinti – strappati.
Oggi vi regaliamo qualche statistica.
Per la prima volta nella storia, il numero di messicani che ritornano in patria dagli Stati Uniti è salito allo stesso livello di quelli che entrano negli Stati Uniti.
Una notizia che ci dà la misura della crisi che stanno vivendo gli Stati Uniti. Una crisi con qualche risvolto curioso. Nel suo Discorso sullo Stato dell’Unione, il presidente Obama ha detto alcuni mesi fa che è arrivata l’ora di “non premiare più che manda lavoro all’estero”.
Adesso viene fuori che l’agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID) sta investendo 10 milioni di dollari in un progetto che si chiama Job Enabling English Proficiency: si formeranno 3.000 studenti filippini che lavoreranno in call center nelle Filippine (a stipendi filippini) per aziende statunitensi. Insomma, i contribuenti statunitensi pagano per togliere lavoro dagli Stati Uniti.
Buone notizie, invece, da quello che potremmo definire il settore informale dell’economia statunitense.
Lo scorso ottobre, l’FBI ha infatti pubblicato il 2011 National Gang Threat Assessment, un censimento congiunto, operato da diversi enti federali, delle cosiddette bande giovanili, anche se la mite traduzione italiana non rende molto bene l’idea.
Le gang attualmente operanti negli Stati Uniti sarebbero ben 33.000, con 1,4 milioni di membri stimati, un aumento del 40% rispetto al 2009.
Un milione e quattrocentomila persone sono più di quelle che abitano in tutto il comune di Milano, con la differenza che le cifre per Milano comprendono bambini e anziani.
Tutto questo è comprensibile solo nel contesto della tendenza dei maschi statunitensi a raggrupparsi in club di ogni sorta, per proteggersi e per ricostruire i legami che le grandi trasformazioni economiche e migrazioni hanno distrutto: dal Bohemian Grove e Skull and Bone dei grandi magnati, attraverso gli Odd Fellows e la massoneria dei miei avi artigiani, giù giù nella scala gerarchica fino alle confraternite nere.
Club in cui si entra attraverso giuramenti e riti pittoreschi, con infinite specializzazioni, disponibili persino per sadomasochisti sordi, come la Deaf Leather Fraternity.
Ma le gang non costituiscono solo un legame tra individui che hanno ciascuno una propria attività economica; sono esse stesse imprese che gestiscono un’immensa economia.
Un’economia che a sua volta ha molto a che fare con quanto sta succedendo in Messico.
Nei primi nove mesi del 2011, nel solo stato del Chihuahua – e di stati ce ne sono 32 in Messico – 2,276 persone sono state uccise nel contesto della narcoguerra. Nello stesso periodo, in Afghanistan, sarebbero stati uccisi 2.177 “civili”, cioè praticamente lo stesso numero. Non mi è chiaro se quest’ultima cifra comprende i combattenti non in divisa, comunque l’Afghanistan ha anche nove volte la popolazione dello stato del Chihuahua.
E quindi, la probabilità di venire ammazzati nel Chihuahua è nove volte più alta che in Afghanistan.
Le autorità messicane ci danno comunque una buona notizia: nel 2011 le morti nella narcoguerra sarebbero aumentate meno dell’anno scorso, raggiungendo – a settembre del 2011 – la cifra ufficiale di 47,515. A cui vanno aggiunti i profughi interni, stimati un anno in fa in circa 230.000. Che poi, siccome non c’è nessuna narcoguerra ma solo un piccolo problema di ordine pubblico, non esistono, e quindi il governo non fa nulla per loro.
La cifra dei morti accertati non tiene conto delle molte fosse comuni, in genere di anonimi immigrati dall’America Centrale, che vengono scoperte di tanto in tanto.
Quindi possiamo dire che la cifra oggi supererà sicuramente i 50.000 morti.
Da Wikipedia, apprendiamo che in piena guerra mondiale, dall’8 settembre al 25 aprile, sono stati uccisi in Italia 17.488 partigiani e 37.288 civili. Cioè più o meno lo stesso numero.
Non tutti i mali vengono a nuocere, comunque: con la solita discutibile precisione, il governo messicano sostiene che gli imprenditori messicani del settore narco avrebbero incassato 64,34 miliardi di dollari dalle vendite delle loro merci negli Stati Uniti, pari al 22% delle esportazioni messicane verso gli Stati Uniti: più di qualunque altro settore economico.
Soldi che probabilmente tornano per la maggior parte fuori dal Messico, ma almeno una parte serve a promuovere un forte sviluppo nel settore edile: i ricchi almeno non si lamentano dell’economia messicana.
E buone notizie anche per l’Europa, che ha toccato il record storico di esportazione (ufficiale) di armi verso il Messico.
Una buona notizia in particolare per i nostri vecchi amici della Finmeccanica/Alenia, che lo scorso giugno sono riusciti a vendere all’esercito messicano quattro enormi aerei da trasporto C-27J.
Appena in tempo: alcuni giorni fa, l’aeronautica statunitense ha annunciato che non utilizzerà più i C-27J di cui è attualmente dotato, trattandosi di materiale superato, e perché hanno voglia di comprare roba nuova, evidentemente.
Da qualche parte, esisterà pure una discarica per giganteschi aerei militari.
Abbiamo già citato qui diverse volte la botulinica nonna di tutti gli islamofobi, la signora Pamela Geller di New York, di mestiere divorziata.
Notoriamente, la pensiamo in maniera geometricamente opposta a lei; ma ogni tanto la sfruttiamo per la sua notevole abilità nello smascherare certe ipocrisie del politicamente corretto, che poi lei interpreta in modo idiota, ma a noi va bene.
Ad esempio, quando ha preso di petto il miliardario Feisal Abdul Rauf, un signore che campa usando fondi pubblici per dimenticarsi di restaurare fatiscenti appartamenti nel New Jersey riempiti di disgraziati, e arrotonda lavorando come propagandista per il Dipartimento di Stato. Feisal Abdul Rauf è impegnato oggi nella creazione di una sorta di tempio di quindici piani all’incontro tra l’Islam Moderato, la New Age e il Sogno Americano nei pressi di quello che fu il Centro Mondiale del Commercio.[1]
Adesso Pamela Geller ne ha combinata un’altra delle sue.
Tempo fa, il New York Times ha pubblicato un’inserzione a tutta pagina, pagata dalla Freedom From Religion Foundation, con un invito ai cattolici ad abbandonare “un club antidemocratico” e “un rituale annebbiato dall’incenso, idee espresse molto tempo fa da uomini ignoranti e l’obbedienza cieca a un’illusoria autorità religiosa“. Chi non lascia la Chiesa è come “la donna maltrattata, che anche dopo che è stata picchiata ogni domenica, crede di non avere un altro luogo dove andare”.
Pamela Geller ha fatto una copia dell’inserzione quasi identica , anche nella grafica, sostituendo la parola “Chiesa cattolica” con “Islam” e ha chiesto al New York Times di pubblicarla, ovviamente a pagamento.
Scrive la Geller:
“Bob Christie, vicepresidente delle Comunicazioni Aziendali per il New York Times, mi ha appena telefonato per dirmi che avrebbero accettato la mia inserzione, ma in vista della situazione sul terreno nell’Afghanistan, questo non sarebbe stato il momento giusto, perché non intendevano infiammare una situazione già calda. Rifletteranno ‘tra qualche mese’ se sarà il caso di pubblicarla”.
Ovviamente Pamela Geller capisce quello che in grado di capire, cioè che un gruppo di militanti jihadisti commanda negli uffici del New York Times.
Per noi, invece, l’episodio smaschera fino in fondo il ruolo dei media.
I media credono fermamente alla libertà di parola, cioè al diritto di chi ha abbastanza soldi da comprarsi una pagina su un quotidiano e insultare ecumenicamente chi gli pare, cattolici o musulmani.
A due inderogabili condizioni.
La prima, che gli offesi non reagiscano: i cattolici ormai sono abituati a incassare in silenzio, oppure al massimo a bofonchiare pacificamente.
La seconda, che la pubblicazione non intralci il bombardamento imperiale dell’Afghanistan e i progetti planetari del Pentagono.
Se cogliete il ruolo involontario della Geller in questa vicenda, capirete perché gli estremisti, non importa di che tendenza siano, non vanno solo tollerati: sono necessari per svelarci il mondo com’è.
Proprio per questo, tanti si accaniscono per sopprimerli.
Nota:
[1] Il livello morale di Feisal Abdul Rauf si può riassumere semplicemente ricordando che è autore di un libro che si intitola What’s Right with Islam Is What’s Right with America.
Come avrete visto, alcuni magistrati accusano la Lega Nord di aver incassato tangenti dalla Finmeccanica per la vendita di elicotteri militari all’India.
L’accusa in realtà pare estendersi anche ad altri partiti, ma in questi giorni va di moda la Lega.
Lega e Finmeccanica ovviamente smentiscono.
Come al solito, tutti stanno a guardare la presunta irregolarità e non la natura mostruosa della regolarità.
Infatti, il vero scandalo non sarebbe un’eventuale tangente, ma l’esistenza della Finmeccanica.
Cioè di un’azienda, al 30% a partecipazione del Ministero del Tesoro, che si occupa ormai quasi esclusivamente – da quando il settore trasporti è stato accantonato – di tutto ciò che può servire per sopprimere vite umane in tutto il mondo. Se mi dite come farlo senza finire in galera, sarei felice anch’io di alleggerire la Finmeccanica dei suoi guadagni, magari distribuendo il ricavato alle famiglie in tutto il mondo che hanno subito lutti e mutilazioni grazie al Made in Italy.
Comunque, l’episodio ci aiuta a capire esattamente come funziona un partito politico.
Un partito politico, qualunque partito politico, ai tempi nostri, è un’impresa che si deve rivolgere contemporaneamente a due mercati diversi.
Da una parte, l’impresa-partito deve avere un logo facile da ricordare, che faccia appello a una specifica nicchia del mercato elettorale.
Questi voti servono per ottenere potere politico, che poi può essere rivenduto in varia maniera sul mercato nazionale e globale.
Ne consegue che un partito deve differenziarsi moltissimo nelle chiacchiere e il meno possibile nei fatti.
La Lega Nord ha gestito la parte delle chiacchiere in modo geniale.
La Lega ha fatto esattamente come fa la Benetton, ma con infinitamente meno mezzi. Entrambi lanciano un’immagine o una battuta, che suscita abbastanza scandalo da eccitare gli avversari, i quali fanno il resto.
Però alla fine, la Benetton non è il Papa che bacia l’imam di al-Azhar o simili amenità. La Benetton, nei fatti, è stoffa. Che deve essere distribuita come qualunque altra stoffa e serve agli stessi scopi.
Allo stesso modo, la Lega Nord non è chiacchiere sui Calci in Culo ai Musulmani o simili amenità. La Lega Nord sono le leggi che fa, le scelte che opera nei consigli di amministrazione delle società a partecipazione statale e così via.
Prendiamo l’aspetto pubblicitariamente più controverso della Lega – il rapporto con l’immigrazione.
Inveire contro gli immigrati è un ottimo sistema per ottenere voti, anche perché nessun altro partito oserà occupare con tanta determinazione quella particolare nicchia.
Ogni invettiva contro gli immigrati è certo che verrà riecheggiata con scandalo dagli avversari, e questo permette di raddoppiare la visibilità e i voti.
Ma le tremende e tragiche migrazioni umane dei nostri tempi sono un dispositivo preciso, che hanno (almeno) tre aspetti.
Uno, la concorrenza dei migranti serve a disarmare i lavoratori autoctoni.
Due, i migranti stessi devono vivere sotto il bastone della precarietà e della paura dell’espulsione.
Tre, i migranti devono essere anche attirati dalla carota della possibilità di diventare umani quanto gli autoctoni, se si Comportano Bene.
Questi tre elementi, variamente dosati, innescano un gioco complesso su cui la cosiddetta “politica” influisce poco o nulla.
Perciò, nelle cose che contano – dall’immigrazione all’immissione della Finmeccanica nel mercato indiano – non può esistere differenza sostanziale tra la Lega Nord e il Partito Democratico, ad esempio.
Questo a prescindere del tutto dalle intenzioni di partenza, perché la spietata legge del mondo in cui viviamo stabilisce che gli attori politici o implementano ciò che si chiede loro, oppure perdono le elezioni e quindi il potere politico.
Se si capisce questo, si capisce anche l’assurdità di certe lamentele. Dall’elettore del PD che si sente tradito perché il suo partito appoggia i bombardamenti in Afghanistan, all’elettore leghista che si sente tradito perché Bossi mette la sua firma a una delle più massicce (semi)legalizzazioni di immigrati della storia italiana.
I vertici non tradiscono; o meglio, se non tradissero, non sarebbero ai vertici.
A proposito, il sito ecologista francese Reporterre rivela un interessante documento riservato di Cheuvreux, società finanziaria della banca Crédit Agricole,[1] che spiega ai propri lettori/investitori cosa succederà se François Hollande diventerà presidente della Francia.
In sintesi, o Hollande farà volontariamente ciò che “i mercati” vogliono, oppure i mercati glielo faranno fare lo stesso:
“Di conseguenza, nello scenario peggiore (ma non più probabile), il mercato lo costringerà a fare una svolta a U, come nel 1983. Certo, Hollande dovrà trovare un compromesso con la propria sinistra, fosse solo a causa del fallito referendum del 2005 sulla Costituzione europea. I suoi pari nell’Eurozona agirebbero in maniera accorta gli permettessero di far finta di aver estorto da loro qualche concessione, magari irrilevante, riguardanti le sue politiche di crescita”.
Cosa che peraltro gli accorti pari dell’Eurozona stanno già facendo.
Nota:
Il sito della Cheuvreux merita una visita per alcuni splendidi esemplari di ecopornografia aziendale che ne abbelliscono la home page.
Tempo fa, vi abbiamo raccontato dell’impresa peggiore della famiglia Bin Laden.
Adesso è stata completata.
Le Torri di Abraj al-Bait oggi svettano sopra i pellegrini di tutto il mondo, con lo spazio sacro, il haram, che sembra un cortile di servizio.

Dentro, c’è anche uno shopping mall di cinque piani, dove i fedeli possono acquistare prodotti Alba, Nine West, Milano, Guess, Gucci, Ecko United e D Dmas Jewellers.
E alla fine possono andare a prendere un caffè da Starbucks.
Leggo oggi dell’arresto di un ennesimo “terrorista islamico” armato di tastiera e libri, nonché dell’oscuramento di altri siti web semplicemente per le idee che esprimono.
Purtroppo sono molto preso dal lavoro in questo momento e posso fare poco.
Come sapete, non sono nemmeno musulmano, figuriamoci musulmano “integralista” come amano dire i media.
Ma casi come questi, mi interessano e preoccupano proprio nella misura in cui rivelano la violenza sottostante al sorriso e ai balletti del sistema in cui viviamo.
Mi sembra chiaro che stia scattando il solito dispositivo, per cui l’espressione di idee insolite è sufficiente per dimostrare l’intenzione terroristica, mentre il fatto di comunicare tra di loro su Internet, è sufficiente per dimostrare l’associazione terroristica.
Ricordiamo che stiamo parlando di individui che da anni vengono sorvegliati, che non possono certo essere entrati in contatto con al-Qa’ida per il semplice motivo che persino la CIA fa fatica ad arrivarci, figuriamoci se ci riescono un operaio di Pesaro, un insegnante di latino e greco di Cagliari (peraltro persona di vasta e dignitosa cultura) e una famiglia impegnata ad allevare i propri figli a Dakar. Persone accusate a loro volta di frequentare un forum fondato da Malika Al Aroud, una scrittrice del cui interessante libro abbiamo già parlato qui (la traduzione completa in italiano si scarica liberamente qui, non esplode e non sono noti danni collaterali).
Non amo certo i radicali, ma noto con piacere che almeno qualche radicale sta agendo coerentemente con i propri ideali libertari.
Invito chi ne sa di più ad aiutare a tenere aggiornato il blog su questo ennesimo caso di sopraffazione.
di Alessandro Longo
La procura di Cagliari decide di oscurare cinque indirizzi Internet italiani, in un’inchiesta sul terrorismo. E’ la prima volta nel nostro Paese che si chiude una pagina on line con un provvedimento del pm, senza la decisione di un giudice terzo. Ecco quali sono i siti incriminati (dove, almeno ora, non ci sono contenuti proibiti)
(23 aprile 2012)
Ci sono siti e blog insospettabili tra i cinque che saranno oscurati d’urgenza con l’accusa di fomentare il terrorismo, di cui ‘L’Espresso’ pubblica qui i nomi in anteprima. Ma su questi siti – che al momento sono ancora leggibili – adesso non c’è traccia di materiale illegale, ma solo semplici articoli sulla religione musulmana.
E’ la prima volta che in Italia viene deciso l’oscuramento di siti e blog in via d’urgenza, senza passare da un giudice terzo. A decidere la censura è stato infatti il procuratore distrettuale di Cagliari, ordinando ai provider di impedire agli utenti di accedere a quei siti.
Di certo c’è che i cinque sono finiti nel mirino di un’indagine anti-terrorismo della polizia di Cagliari, con l’arresto di un operaio di Pesaro, Andrea Campione, e di un insegnante sardo. Quest’ultimo è Luca De Martini, a quanto risulta all’Espresso: il nome è citato nel provvedimento di sequestro dei siti.
Con tutta probabilità, si tratta dello stesso responsabile dell’associazione islamica El Hoda noto per alcune campagne sui diritti dei musulmani: si era battuto per ottenere una moschea a Cagliari e aveva inviato al sindaco una lettera sui valori dell’integrazione religiosa.
Nel provvedimento si legge però che quei siti erano funzionali all’attività terroristica di cui sono accusati ora De Martini e Campione.
Secondo il procuratore, gli indagati avrebbero diffuso su quei siti «materiale di propaganda religiosa incitante al compimento di atti di violenza ed altresì informazioni e documenti concernenti l’apprendimento di tecniche di guerra a scopo terroristico».
I primi due siti in elenco, blog.libero.it/islamnuri e blog.libero.it/islamitalia risultano adesso cancellati dalla piattaforma Libero(non semplicemente oscurati dai provider). Sugli altri tre al momento non c’è traccia del materiale contestato né dei nomi dei due indagati:
ummusama.wordpress.com, islamo-il-monoteismo.over-blog.com e abulbarakat.wordpress.com.
L’elemento più interessante è su quest’ultimo: una dichiarazione del curatore, che si firma Shaykh ‘AbdulQadir FadlAllah Mamour, alias Imam Fall. «Se il fatto di spiegare come il Corano è stato rivelato al nostro Profeta (sallAllahu ‘alayhi waSallam), se il fatto di raccontare la vera storia della mia Ummah (secondo le fonti islamiche, e non accettando ciecamente le menzogne inventate dagli oppressori), se il fatto di divulgare le informazioni sui massacri subiti dai miei fratelli e dalle mie sorelle in tutto il mondo, se il fatto di difenderli con la mia parola, con la mia mano, con il mio cuore, con le mie ricchezze e con la mia vita, mi vale l’appellativo di “terrorista”… Ebbene sappiate che sì, sono un TERRORISTA… Alhamdulillah».
Certo, è possibile che, sentendosi scoperti, i curatori dei blog abbiano fatto in fretta a rimuovere i contenuti illegali. Resta tuttavia il dubbio che l’oscuramento possa essere stato deciso in modo un po’ troppo sbrigativo: «La lotta al terrorismo non ci deve far calpestare i diritti civili: adesso gli inquirenti facciano chiarezza, perché non è chiaro se ci siano in effetti contenuti illegali su quei siti», dice Fulvio Sarzana, avvocato esperto di internet e noto per le proprie battaglie sui diritti degli utenti. «La faccenda è molto strana: quei siti non hanno nemmeno le caratteristiche tipiche di covi terroristici. Hanno nomi e congnomi dei curatori, sono in italiano, messi su normali piattaforme; mica sono su server crittografati del Bahrein, per intenderci», aggiunge.
Appunto per chiedere chiarezza, nei prossimi giorni è prevista un’interrogazione parlamentare dei Radicali. «Giusto oscurare siti terroristici, ma nella foga della lotta e per via di provvedimenti d’urgenza rischiamo di impedire ai musulmani la legittima espressione della propria religione su internet», conclude Sarzana.