“Questo è di alluminio, e se uno lavora male si rovina”

Questo video (dove alla fine compare anche il nostro giardino) l’ha realizzato un nostro amico, nel contesto di un’iniziativa che all’inizio suscitava un po’ di diffidenza: si chiama Creative Mornings, e più cercavano di spiegarmela, meno ci capivo.

Una roba tra video, creativi, youtube e colazioni, con sponsor che non mi stavano nemmeno troppo simpatici.

Poi hanno fatta una Creative Morning, al nostro giardino, ed è stata una cosa bella, innanzitutto perché per qualche motivo, mentre nel resto della città si soffoca, da noi c’è sempre un vento fresco che smuove le foglie, e alle nove di mattina facciamo pure colazione insieme.

E poi perché c’erano Sandra e Stefano che spiegavano come erano diventato ceramisti, apprendendo l’arte dal figlio di Carlo-Matteo Girard cui la Croce Rossa Americana aveva affidato, quasi un secolo fa, il destino del nostro giardino. Che poi ci sta tutto, perché Firenze è la storia di popolani e di signori a stretto contatto di gomito, mediata dalla capacità di creare con le mani, e con qualche anglosassone che capisce che in questo luogo così urbano, si nasconde l’antidoto a tutta la modernità.

E infatti mi ha commosso vedere nel pubblico, una ragazza americana che  ha scelto di diventare ceramista a Firenze, e che è riuscita a conquistare un accento italiano quasi impeccabile, e non sbaglia mai i congiuntivi.

Il video spiega una parte della nostra realtà, quella di gente creativa, che esiste davvero.

Questa realtà attira e affascina; e cento persone creative possono venire divorate in un istante da cento milioni di affamati di creatività. Qui sta tutta la nostra fragilità.

E poi, c’è l’elemento tragico: che i creativi al mondo oggi fanno cose inutili; le cose utili le fanno invece mostruose fabbriche che scaricano sul pianeta e sui nostri figli, la clamorosa differenza di prezzo.

“Un piatto a 50 centesimi più un tumore a tua figlia tra vent’anni, o un piatto a dieci euro? Scegliete voi!”

A questo punto, vi invito a dare un’occhiata al video.

Se vi piace, andate sul sito Economia Circolare e date il vostro voto favorevole. A essere chiari, l’autore non se la passa troppo bene di questi tempi, e c’è un piccolo premio in soldi.

Per me, se lo merita, decidete voi.

Ricordando che ogni quartiere del mondo potrebbe essere altrettanto unico.

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Quando la legge ti obbliga a far lavorare gratis

Si parla in questi giorni delle misure per la tutela dei lavoratori precari.

Non ho le competenze per parlarne, ma ho una prospettiva un po’ particolare su tali questioni.

Al Giardino, abbiamo bisogno di innumerevoli lavori, che tutti attualmente fanno volontariamente. Il che è di per sé bello e nobile quanto si vuole, ma la gratuità ha sempre qualcosa di artificiale: la vita è fatta di scambi, e solo i ricchi si possono permettere di fare la carità ai poveri.

Inoltre, è piacevole gestire tutti insieme un giardino, ma magari tra chi ci porta il figlio a fare il compleanno, e chi pulisce il cesso, il secondo merita qualcosa in più.

Da noi, ci sono molte persone con situazioni difficili, cui farebbe comodo avere qualche euro in più: anche pochi farebbero la differenza, in certi casi.

Ora, un po’ di euri si potrebbero avere, sia da frequentatori con meno problemi, sia battendo cassa per bandi e altre fonti di finanziamento.

Giuridicamente, ci sarebbe anche un potenziale datore di lavoro, l’Associazione, che essendo una Onlus, non deve guadagnarci in nessun modo.

Quindi, ci piacerebbe poter fare in modo legale una colletta; oppure andare a bussare alle porte di qualche fondazione, e così potremmo dare, che so, venti euro alla mamma tunisina con tre figli e il marito disoccupato per pulire i bagni o per curare l’orto. E zero euri, ovviamente, ai dirigenti dell’Associazione.

A quanto ci è dato capire (le informazioni te le devi sempre conquistare lentamente, a tua spesa), l’unica cosa che l’Associazione possa fare legalmente è distribuire i cosiddetti voucher PrestO, fino a un tetto di 5.000 euro.

Ora, per tutelare i lavoratori, questi voucher sono obbligatoriamente per 4 ore consecutive ogni volta, e quindi significa che ogni volta che si fa pulire il bagno (meno di un’ora di lavoro), bisogna dare 48 euro.

Una volta superata la cifra di 5.000 euro, bisogna fare buste paga e altre cose misteriose, con grandi complicazioni burocratiche e fiscali e altre spese, e col rischio che l’Associazione che non ci guadagna nulla e non ha soldi, sia costretta ad assumere a tempo pieno qualcuno.

E se magari diciamo, “ma venti euro li possiamo tirar fuori e darglieli in mano?”, rischiamo che qualcuno faccia la spia e faccia chiudere tutto il giardino perché “ci stiamo facendo i soldi”.

Così la mamma tunisina deve pulire il bagno gratis, tanto il lavoro lo fa lo stesso.

Almeno questo è quanto abbiamo capito finora, se qualcuno ci aiuta a uscire dal ginepraio, gli saremo grati.

Questo aneddoto può essere letto in due modi.

Si potrebbe concludere che bisogna abolire ogni regola, e quindi dare mano libera agli squali. In questo, caso, abbiamo uno squalo che si lamenta, perché invece di poter prendere tutto ciò che gli pare, lo Stato lo costringe ad accontentarsi del 70%.

Però quando gli “imprenditori” non si prendono assolutamente nulla, ma vorrebbero che i pochi soldi che ci sono andassero a chi fa qualcosa davvero, è un po’ diverso. Anche perché gli “imprenditori” vengono in questo caso eletti democraticamente tanto da chi i soldi li metterebbe, quanto da chi li prenderebbe.

Infatti, il problema vero è come tutto il sistema in cui viviamo sia calibrato sulle grandi imprese.

Coltivi un orticello? Devi osservare le stesse norme igienico-sanitarie della Buitoni.

Siete alcune famiglie che si sono messe insieme per gestire un giardino? Dovete osservare le stesse regole fiscali e retributive della Finmeccanica.

Il nostro caso può sembrare un po’ particolare, ma a mano a mano che lo Stato si ritira, può scegliere se delegare alla Finmeccanica a un gruppo di cittadini come noi.

E noi siamo molto, molto più simpatici della Finmeccanica.

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Al prossimo che mi chiede, “ma non hai Whatsapp? E’ tanto comodo!”

Presumo che  il rancoroso medio di Destra, che usa giorno e notte Facebook per insultare gli immigrati, si immagini il Grande Capo di Facebook come un nerd ecologista antirazzista che si preoccupa del riscaldamento globale.

Ora, il Grande Capo di Facebook, che attualmente impiega la forza lavoro gratuita di un miliardo e mezzo di persone, è anche il Grande Capo di Whatsapp, che oggi di utenti ne ha un miliardo.

Un po’ di tempo fa, Whatsapp ha annunciato al mondo che avrebbe introdotto delle innovazioni, inconciliabili con le versioni di smartphone di qualche anno fa.

E’ stata una decisione sofferta, annuncia Whatsapp nel comunicato ufficiale, “ma quella giusta per permettere alle persone di tenersi meglio in contatto con amici, famiglia e persone care usando WhatsApp.”

Grazie a questa decisione sofferta, quindi l’umanità butterà nella pattumiera qualche centinaio di milioni di telefonini.

Sapete, i buttarifiuti si dividono in due categorie: gli ignoranti che buttano tutto insieme, e i bravi cittadini che differenziano per bene.

Ora, i rifiuti che i bravi cittadini differenziatori mettono nel contenitore corretto, una volta finivano in Cina.

Solo che i cinesi hanno capito – meglio tardi che mai – che si stavano avvelenando in maniera irreversibile, in cambio di quattro soldi immediati.

E così hanno chiuso la frontiera alla nostra immondizia.

Quindi i telefonini che non sono più in grado di godere di Whatsapp, finiranno in Tailandia, dove gli imprenditori cinesi in pochi mesi hanno aperto un centinaio di impianti per rifiuti elettronici.

In pochi mesi, anche i tailandesi hanno scoperto che i veleni che escono da questi improvvisati laboratori stanno distruggendo velocemente aria, acqua, terra e pesci.

Una soluzione ci sarebbe. Il signor Zuckerberg potrebbe accogliere tutti gli smartphone di cui ha decretato l’obsolescenza, nella sua villa a Kauai, da cui i suoi avvocati stanno diligentemente cacciando i proprietari indigeni.

Una foto del posto dimostra che il nostro sicuramente ama la natura,  e quindi non esiterà a fare la sua parte per salvare la Tailandia dall’avvelenamento.

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I delfini d’aria

Chiedo a volte agli amici, qual è il suono che si sente in tutta Europa, in città ma anche in campagna, da maggio a luglio ogni anno?

Le risposte che ricevo rivelano che chi le dà, non ci ha mai pensato.

Solo B., la nostra cantante macedone, ci arriva:

“sono uccelli, ma non quelli che fanno tuì tuì, sono quelli che fanno il suono lungo, come un grido. Ci ho pensato proprio ieri, e ho studiato come fanno musica”.

E ci canta il verso delle apodidae.

Delle apodidae, non se ne è accorto quasi nessuno, su di loro non esistono che io sappia leggende, superstizioni, nulla. Gli italiani li chiamano rondoni.

Alle cinque di mattina, quando l’unico altro rumore è quello profondo del fiume, o qualche occasionale motorino, sento le loro grida arrivare a onde mentre volano a velocità inimmaginabili davanti alle finestre di casa: più tardi saliranno sempre più in alto in cielo, poi verso il tramonto scenderanno di nuovo in basso. E in piena notte, di tanto in tanto, si sente un uccello che fischia solitario.

Gli inglesi li chiamano con il nome di swift, che da una parte significa “veloce”; dall’altra rende in modo onomatopeico il particolarissimo loro verso.

Ma per quanto sia stridulo e intenso il suono, ha evidentemente una qualità tale da essere meno percettibile dalla sensibilità umana di quasi tutti gli altri suoni. E poi quasi nessuno alza la testa nelle ore in cui i rondoni descrivono danze di grande bellezza nel cielo.

A ricordarci, che la nostra coscienza abita solo uno dei mondi possibili, ce ne sono innumerevoli altri.

Nella grande vecchia chiesa di fronte, ho identificato sette nidi di rondoni, piccole fessure accanto a quelle grosse occupate dai piccioni.

Di quel pochissimo che si sa, o si intuisce:

il piccolo rondone nasce in quella fessura, curato dai genitori. Per allenarsi fa flessioni sulle punte delle ali e poi, appena è pronto, vola via.

Ma non è un volar via come quello del passerotto.

Infatti, il rondone è l’unico uccello a vivere in aria come i delfini vivono in acqua.

Entra nell’aria e ci rimane.

Continua a volare mentre lascia dormire mezzo cervello, poi fa dormire l’altro mezzo. E arriva a volare a duecento chilometri l’ora, mentre ci libera da quantità inimmaginabili di insetti: chi sa cosa sarebbe la nostra vita senza di loro.

Il rondone vola verso fine luglio in Sudafrica, facendo anche cinquecento chilometri di volo al giorno.

Dopo un paio di anni, assieme a quella che sarà la compagna di tutta la sua vita (i due sessi sono indistinguibili) torna nel luogo di nascita, trovo un buco e vi costruisce un nido, senza deporre uova. E’ probabilmente la prima volta che tocca terra dopo tanti mesi, e dentro la fessura si muove di pancia, come le foche.

Solo l’anno dopo la coppia farà ritorno allo stesso buco inaccessibile, per deporre finalmente le uova, e ricominciare il ciclo.

I rondoni passano i due terzi della loro vita in Africa, e lì, che io sappia, nessuno li ha mai studiati.

Mentre nel nord del mondo, li hanno studiati in quattro. Solo quando nidificano e toccano terra, cosa facciano in cielo non lo sa nessuno.

Gilbert White, un parroco di campagna inglese che nel Settecento descrisse in minuzioso dettaglio la vita animale e vegetale attorno alla canonica di Selborne.

Emil Weitnauer, un maestro di scuola in un villaggio svizzero che in piena guerra, studiò i rondoni nella torre della parrocchia (pare che fosse riuscito anche a usare una mongolfiera per vederli all’opera).

David Lack, che nel 1946, in una torre dell’università di Oxford escogitò un ingegnoso sistema per osservare dall’interno i nidi: se non avessi letto da ragazzo il suo Swifts in a Tower, forse non me ne sarei mai accorto nemmeno io della loro esistenza.

Mark David Walker, un giovane biologo inglese, il quale nel 2016 ha pubblicato a proprie spese un libretto sulle proprie ricerche, Swift Summers (invito vivamente gli anglofoni all’acquisto).

E poi, che io sappia, finisce lì.

Ah, i rondoni non c’entrano proprio nulla con le rondini, che ormai sono quasi estinti almeno nelle nostre città (dicono perché a causa dell’espansione del Sahara, non ce la fanno più a migrare).

I rondoni, per la precisione, sono parenti dei colibrì, che ci crediate o no.

Non metto immagini in questo post.

Basta alzare la testa, guardare e ascoltare, manca ancora un mese circa prima che scompaiano.

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Zingari, campi e resilienza

Ascoltando il dibattito sulla minaccia di Salvini di mettere ordine nel misterioso mondo dei “campi Rom”, a parte qualche risata sulla sua presunzione, mi sono venute in mente alcune riflessioni.

Definiamo i termini: a me la parola rom, come viene usata non piace. Significa semplicemente, “maschio sposato”, non esistendo – giustamente – alcun termine per definire l’insieme di quei “maschi sposati”, delle loro mogli e figlioli, i cui avi venivano dalla lontana India (cosa di cui loro non hanno ovviamente coscienza, se non in qualche caso di “tradizione inventata”).

Dire “Rom” dà la falsa idea che esista un “popolo Rom”, una “nazione Rom” magari, secondo la fatale scia dei nazionalismi ottocenteschi.

Si dice Rom per non dire Zingaro, che sarebbe offensivo, perché indica un antipatico lavativo probabilmente ladro.

Ma se proprio Salvini usa il termine Rom, vuol dire che anche quel termine ormai significa antipatico lavativo probabilmente ladro, per cui tanto vale usare la parola zingaro, che almeno ha un tocco di romantico.

Ora, precisiamo che quando dico zingaro, non intendo chiunque abbia un lontano avo che era un fuoricasta del nordest  indiano verso l’anno Mille: nella scuola elementare del quartiere, nessuno tranne me e qualche romeno si rende conto che la bravissima bambina romena dalla pelle scura, e la sua mamma che fa la donna delle pulizie (cui le famiglie affidano le chiavi di casa senza esitare) è una zingara.

Qui per zingari intendo soltanto quelli che abitano nei Campi e nei Paracampi. Dove per paracampi, intendo quelle case popolari in cui gli abitanti “zingari” ricostruiscono in brevissimo tempo più o meno la stessa struttura sociale.

Mentre per “italiani” intendo tutto il dispositivo culturale/legale/valoriale che possiamo associare alla “legalità”, al “progresso”, ai “diritti”, ecc. ecc.

Ora, definiti in questo modo capriccioso e impreciso i termini, guardiamo la cosa per la prima volta dal punto di vista degli zingari, e non solo da quello degli italiani:

Per gli zingari, vivere da italiani sarebbe suicida.

Ogni giorno, gli zingari vedono come sarebbero ridotti, se vivessero da italiani.

Basta infatti guardare i clochard.

I clochard non hanno affetti, non hanno sostegno, hanno solo l’alcol e crepano presto.

Gli zingari stanno incomparabilmente meglio, perché hanno una rete di rapporti tessuti attraverso i matrimoni, con una gerarchia del Padre Padrone e della Matriarca, che si regge sulla possibilità di disporre a suon di risate e di botte, di figlie e nuore, per mendicare, andare in sposa, allevare bambini, pulire tappeti e dedicarsi ad altri compiti utili, finché non diventeranno anche loro matriarche.

Mendicare permette di interagire in maniera complessa con il mondo esterno: da una parte prendendone risorse, dall’altra creando comunque un muro. La zingara che ti chiede soldi suscita reazioni molto complesse, perché sai che sta abusando del tuo senso di pietà, allo stesso tempo sai che ti fa sentire in colpa.

Questo muro viene rafforzato anche dalla scelta a prima vista sorprendente di abbigliarsi in maniera clamorosamente riconoscibile, come ha sottolineato Ugo Bardi anni fa, in un post che non riesco più a ritrovare.

In fondo erano riconoscibili anche i mestieri che offrivano qualche forma di scambio (calderai, venditori di cavalli, leggere la fortuna, fare musica, fare gli orsari).

Mendicare permette di ridistribuire risorse e fatica in modo ragionevole. Mentre lavorare – in senso “italiano” – significa che uno su venti che dovesse trovare lavoro, dovrebbe mantenere venti parenti. Per cui non è che si sia terribilmente tentati, almeno finché la Famiglia veglia: poi ne conosco, di zingari che hanno mollato per strada moglie e figli per andare a fare l’operaio e godersi la pazza vita da VIP di Individui Liberati e Moderni, facendosi post su Facebook, per ostentare l’ebbrezza di essere stati assunti in qualche fabbrica.

E’ fondamentale poi un sottofondo di ostilità esterna, che permette di rafforzare la solidarietà interna. Mai ideologica o nazionalista, semplicemente la certezza che il poliziotto o l’assistente sociale sono persone pericolose, che per pura cattiveria ti possono fare del male, e quindi è meglio fidarsi delle persone che si conoscono.

A questo punto subentra un altro meccanismo eccezionale: quello che erroneamente chiamiamo “nomadismo“, ma non ha nulla a che fare con il nomadismo delle steppe o dei deserti.

Quando gli zingari iniziano a pesare un po’ troppo, tolgono il disturbo. Che tra l’altro è il modo migliore per evitare rancori e violenza, a cui si affianca il brillante rifiuto del passato, l’idea che i parenti morti – invece di essere avi da divinizzare – siano vampiri.

Ecco che è naturale anche sfuggire a tutto il dispositivo di schedatura che caratterizza la modernità.

La prima volta che ho sentito degli zingari abruzzesi parlare nella loro lingua, sono rimasto folgorato: senza scrivere nulla, rifiutando ogni tentazione di “storia”, con un bell’accento da terroni, parlavano una lingua il cui parente più vicino è l’Urdu.

E la lingua, totalmente orale, non è solo un veicolo di segretezza, è anche l’elemento fondante della maniera in cui si immagina il mondo: almeno fino all’arrivo di Facebook, nulla minaccia di più di scioglierla, della scuola. E quindi non sorprende che per molti, la scuola sia più fonte di preoccupazione che di speranza.

Ponendoci per un momento fuori dai giudizi, ci sarà pure un motivo per cui un sistema sociale di questo tipo resiste da mille anni fuori dall’India (e magari da millenni nella stessa India), permettendo a chi altrimenti sarebbe già morto da secoli di prosperare e diffondersi ovunque.

Un sistema che non ha bisogno di libri, di bandiere, di religioni, di re, di costituzioni, di parlamenti, di magistrati, di conti, di banche…

… e che è sopravvissuto a tutti i libri, le bandiere, le religioni, i re, le costituzioni, i parlamenti, i magistrati, i conti e le banche.

Esiste vita al di fuori del vostro mondo.

 

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“Vi è del metodo nella mia follia”

Oggi per la prima volta, riesco a visitare il Seminario Diocesano di Firenze, che è un grandissimo palazzo su’ lungarni, sconosciuto a tutta la città, compreso a chi come me ci abita di fronte.

A cogliere l’occasione, siamo in meno di venti, quasi nessuno dei quali aveva mai messo piedi prima in questo edificio, già sede di suore prima e di frati poi.

Siamo tra due santi, Frediano e Maria Maddalena de’ Pazzi.

San Frediano è il Santo delle Acque, come ho già avuto occasione di raccontare. La Marzia che sa tante cose, ci dice che questo folle irlandese si era messo in mente un giorno di attraversare l’Arno in piena per andare a visitare San Miniato, e ci era riuscito, a piedi.

Marco, che ha vissuto tutta la vita qui, ci racconta dei suoi ricordi da ragazzo, quando l’acqua dell’Alluvione del Sessantasei saliva e saliva, e invase Via de’ Serragli come Via dell’Orto, dove la Fioretta Mazzei e il nostro amico che ha aperto l’Osteria del Paradiso gestirono gli aiuti.

In quella notte, Don Gonella, appassionato di enigmistica che per un periodo di tempo lunghissimo ha fatto da anima cattolica a un quartiere rosso, mise sulle scalinata della chiesa di San Frediano – ultima isola asciutta del rione – le candele accese,  e piano piano l’acqua sporca le spegneva ad una ad una, fino all’ultimo gradino – dove si fermò a due centimetri sotto il gradino più alto, dove le candele continuarono a far luce nella notte.

E poi, alle nove e un quarto di notte, le acque iniziarono a scendere.

Ai tempi che furono, c’era acqua in Arno, che i lungarni ancora non esistevano; c’era acqua sottoterra che riempiva i pozzi (per vedere se l’acqua l’era bona, la si assaggiava, e se non si moriva, andava bene, ma Brunelleschi preferiva dar vino che acqua agli operai che costruirono la sua cupola).

E poi c’era l’acqua che scendeva giù da Boboli e dal Galluzzo a fiumi, acqua per far corde di canapa e lavorare lana di Marocco, i panni di garbo, cioè del gharb, l’Oriente del mondo islamico, per mezza Europa.

L’acqua d’Arno portava le chiatte e le navi su da Livorno e da tutto il Mediterraneo: San Frediano era innanzitutto un porto di mare. E come in tutti i porti di mare, c’erano  innumerevoli prostitute.

Le quali, sapendo di essere destinate a morir giovani (ma te le immagini, ‘ste figliole di quindici anni…), si tassavano tra di loro – come tutte le arti dei loro tempi – per affidare i loro incerti figli alle suore che se ne curavano in Borgo Stella.

Dove c’è oggi un lungo muro, e dietro, un pino mediterraneo di incommensurabile altezza, uno spazio in cui gli aironi sostano tra la Fontana di Oceano di Boboli e l’Arno.

Non sorprende che la chiesa del quartiere venisse dedicata a Maria Maddalena, per ricordare l’intimo, quasi affettuoso legame cattolico tra peccato e salvezza: un po’ come il quadro, nel seminario, che raffigura il diavolo, con artigli ai piedi, che tenta Gesù indossando il saio dei frati cistercensi.

In questo mondo, Caterina, una ragazza di sedici anni si fa monaca di clausura, e prende il nome di Maddalena.

E’ della famiglia de’ Pazzi, i discendenti di Pazzino de’ Pazzi, chiamato così perché scalò le mura di Gerusalemme a mani nude, e per premio gli diedero le tre schegge di silice provenienti dal Santo Sepolcro con cui ogni anno si dà fuoco al Brindellone davanti al Duomo.

Poi i Pazzi hanno avuto la pessima idea di mettersi contro i Medici; e sarebbero scomparsi con vergogna dalla storia, se non ci fosse stata la Maddalena.

La cosa interessante è che Maddalena non ha mai fatto nulla di interessante.

Ha vissuto i suoi quarantun anno di vita, chiusa in un piccolo spazio, a pregare, fare la comunione tutti i giorni, fantasticare e scrivere, in un’epoca in cui erano pochini a saper leggere.

Per qualunque psicologo moderno, Maddalena sarebbe stata una disturbata da compatire.

Invece, in un’epoca di maschilismo per noi inconcepibile, questa piccola donna sofferente, intimista, strana, malaticcia, che a stento distingueva sogno, visione e vissuto, suscitò  rispetto e ammirazione universale, tanto che nel brevissimo tempo (per la Chiesa) di sessant’anni, è diventata santa.

E oggi, i trenta ultimi seminaristi di Firenze vanno al caffè de’ pazzi.

Nel refettorio del seminario, c’è un affresco del Poccetti (quasi contemporaneo della santa) che ci presenta un mundus imaginalis che non riusciamo nemmeno a concepire oggi, tutto concentrato su un piccolo episodio della vita della nostra meravigliosa nevrotica: il giorno in cui lei, mentre lavorava nella cucina del convento, vide un coltello ed ebbe la tentazione di uccidersi, per cui poi corse a pregare e le passò la tentazione. Il coltello lo conservano ancora, con tanto di targa, in Via de’ Massoni.

Il Poccetti ne fece un affresco che cerca innanzitutto il parallelo supremo, Gesù tentato nel deserto, a sinistra,

tra le fiere, compresi certi mitissimi conigli:

ma al centro mette la nostra ragazzina dalle labbra strette, a tavola (che poi è un sasso, il fondamento stesso dell’universo), mentre osserva un coltello, il pane e il bicchiere in cui si verseranno sangue/vino. A ricordarci che ogni pasto è in realtà, insieme tentazione, eucarestia, vita, morte, ricreazione dell’universo.

Il Rettore poi ci porta nella biblioteca, dove c’è una delle più grandi collezioni di testi musicali del mondo, mai catalogata, e molto altro:

ma soprattutto c’è la Dimostrazione dell’andata del Santo Sepolcro, di Marco di Bartolomeo de’ Rustici.

Che era un’opera del Quattrocento di cui parlavano in tanti, che un predecessore del Rettore ebbe la fortuna di trovare un giorno, uscendo dopo pranzo, sulla bancarella di un rigattiere, verso il Ponte Vecchio.

La Cassa di Risparmio, padrona di Firenze nella maniera crudele e talvolta geniale con cui lo erano i Medici, ne ha fatto una ristampa, al modico prezzo di 2.200 euro a copia, che sfogliamo. Il Rettore ci dice che due australiani ci hanno messo due anni per trascrivere il testo, e riconosco il nome di Nerida Newbigin, che ha anche riscoperto la storia delle rappresentazioni sacre del Carmine (bambini/angeli che volavano a venti metri sopra la testa di tutti).

La città di Gerico, la città di Gerusalemme, la città di Fiesole da cui son scesi i Fiori, la città di Florentia… la mano del Rustici disegna il mondo dalla Creazione, poi racconta la storia di Firenze, poi di un viaggio in Terra Santa dove la vegetazione sembra stranamente quella del Mugello.

Il Rettore, preso da una strana allegria, ci apre un volume rilegato in cuoio, è un messale del 1350, tutto in pergamena.

Non respirate troppo forte, potreste danneggiare il libro…

E ci fa vedere il lapis lazuli, che gli esperti hanno scoperto proveniva da una miniera nel Khorasan, e le gocce d’oro fatte calare con perfetta eleganza, e le nere lettere che al mio occhio moderno sembrano stampate.

Saliamo sull’altana che vedo ogni giorno da casa, e un vento violento ci colpisce, mentre guardiamo, sotto un cielo limpidissimo, una città come non l’abbiamo mai vista prima.

Il Rettore ci richiama con un colpo forte di campana, e scendiamo giù al pozzo di Santa Maria Maddalena de’ Pazzi, che un tempo era secco secco, ma in questi mesi di pioggia si è riempito d’acqua, e il lavello dove le suore lavavano i panni.

Tra di noi  c’è una donna americana di quasi ottant’anni, cresciuta a Brooklyn, che da ragazza è venuta tra i volontari del ’66 (“when I was young and gorgeous”) a restaurare quadri e statue (con un cognome italiano e senza saper dire nemmeno “ciao”), che poi ci porterà nel suo studio – a due passi da casa mia, e non me ne ero mai accorto – e ci spiega con rabbia, amore ed entusiasmo come si lavora la terracotta.

Ci indica il volto di Gesù del Masaccio e la sua tridimensionalità e dice che senza di lui, oggi lei non sarebbe nemmeno viva.

Poi ci dice che ha scoperto una tecnica per scomporre le figure in scatole, di cui nessuno ha mai parlato prima, e l’ha raccontata al fabbro che le sta di fronte.

E il fabbro si è fatto una gran risata, e le ha spiegato, “si ruba coll’occhi!”

Perché le arti non si scrivono mai, si trasmettono agli amici e si nascondono a’ nemici.

La feroce e dolce americana ci guarda dritti negli occhi e ci ricorda:

“There is method in my madness!”

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Migrazioni, tra cronaca e storia

Come probabilmente avrete letto, c’è stata una vivace discussione tra alcuni signori di nazionalità macedone residenti nel campo Rom del Poderaccio a Firenze (non so se sia più sbagliato chiamarli rom o nomadi, ma peschiamo un termine errato a caso, avremmo anche potuto dire zingari).

Per quel poco che i media possono capirci di vicende del genere, pare che un gruppo di Rom avesse riconosciuto un signore che aveva abbandonato la propria compagna  e aveva quindi deciso di dargli una memorabile lezione a sprangate e colpi di pistola.

Il fedifrago ha preferito sottrarsi a gran velocità alle proprie responsabilità (e possiamo immaginare a un discreto numero di figlioli), e nella confusione, è finito travolto un giovane fiorentino che passava per caso in motorino.

C’è stata quindi una manifestazione contro il campo Rom, con partecipazione rigorosamente di destra, esattamente come la manifestazione di qualche mese fa per commemorare un senegalese morto ammazzato sul ponte Vespucci da un italiano piuttosto nervoso è stata rigorosamente di sinistra.

“Di destra” vuol dire che ci sono andati in tanti i residenti dell’Isolotto, storicamente uno dei quartieri più rossi di Firenze, costituito dai profughi da San Frediano negli anni Cinquanta, e dove i giovani tifano in massa per Casa Pound.

Su due conti, i manifestanti qualche ragione ce l’avevano, sul terzo avevano torto marcio.

Uno, non vale in questi casi il discorso liberale, per cui “la responsabilità penale è individuale”, che manderebbe assolti quindi tutti i Rom che non hanno partecipato all’evento.

La comunità di Rom che vivono al Poderaccio è tale perché credono ai Valori della Famiglia più dei ciellini.

Uuna società in cui l’autorità ultima e suprema è del rom, cioè del maschio sposato, che compra moglie (la romnì) per il proprio figlio, appena adolescente, da un altro maschio sposato, per prezzi che a noi sembrano elevatissimi; e da qui un rapporto con il denaro, sprecato a fiumi, che fa impazzire i gagè.

La vita e la morte dell’intera società dipende da questo rapporto, monogamico ed esogamico. E naturalmente la violazione di questo rapporto comporta le stesse conseguenze che comporta la violazione delle leggi fondamentali dello Stato per i gagè.

Insomma, non è un fatto individuale, bensì il fondamento di una cultura.

Il secondo punto su cui i manifestanti avevano ragione è che in Italia, esiste un immenso spazio di illegalità morbida.

Immaginiamo quattro livelli di vita.

Livello Uno, una casta quasi solo di italiani, che può fare ciò che vuole, sempre, e che detta le regole: voglio un nuovo stadio! e glielo fanno.

Livello Due, gli italiani (ma anche molti stranieri) che ritengono se stessi normali e che vivono nel costante timore di multe, vigili, licenziamenti, denunce, sfratti.

Livello Quattro, chi vuole fare una rapina a mano armata magari ci ripensa, perché le conseguenze possono essere molto serie (come probabilmente lo saranno per i litiganti del Poderaccio).

Ma tra il Due e il Quattro, esiste il Livello Tre. Che offre libertà illimitata per chi è disposto a vivere al di sotto delle regole.

L’italiano di Livello Due ha paura di non pagare le bollette. Chi vive al Livello Tre, si attacca al filo della corrente di qualcun altro e ride in faccia al vigile quando prova a dirgli qualcosa. O come il marocchino senza permesso di soggiorno che viene sorpreso in piazza tutti i giorni con centinaia di euro in tasca. Con il curriculum che si ritrova, probabilmente far fatica a essere ammesso a un concorso per insegnanti, ma non è certo un dramma per lui.

E’ questo che fa impazzire gli italiani di Livello Due, molto più delle prepotenze degli italiani del Livello Uno, nascosti dietro i vetri affumicati delle loro auto di lusso.

Il Poderaccio (che peraltro frequentavo anni fa) è una follia dal punto di vista igienico, amministrativo o legale, che viene ampiamente tollerata.

D’altra parte, ha ragione anche chi non osa intervenire, perché come fai? Li mandi su Marte?

Dove invece i manifestanti sbagliano, è nel dare importanza a tutto ciò, perché stiamo parlando di cronaca.

La cronaca legata all’immigrazione sembra tanta, finché non ci ricordiamo la statistica: quantè la probabilità reale di venire travolti dall’auto di un rom, di venire uccisi da uno sciroccato che si è dichiarato militante dell’Isis o essere fatti a pezzi e messi in valigia da uno spacciatore nigeriano di Macerata? In questo, gli ‘antirazzisti’ (per semplificare il concetto) hanno ragione da vendere.

Invece, il vero e storico problema delle migrazioni ce lo pone Marian, una mite e cattolicissima amica filippina, instancabile lavoratrice, incinta in questi giorni della terza figlia: ha pensato per un momento di abortire, poi si è convinta che ogni figlio è un dono di Dio.

Per venire in Europa, come Salomone, ha dovuto scegliere: si è portata la figlia grande e ha lasciato quella piccola con i nonni, con cui la bambina ha passato gli anni più significativi dell’infanzia. Così le due figlie vengono su un po’ strane, una geniale a disegnare (come anche la madre) ma silenziosa, l’altra che canta in maniera meravigliosa, ma ha paura di tutto.

Marian ci racconta che adesso suo padre sta morendo in ospedale all’altro capo del mondo, gli si è anche fermato il cuore per otto minuti, ma sono riusciti a rianimarlo, e si è messo pure a scherzare.

Ora, nelle Filippine, la salute si paga. Non so esattamente come funzioni il sistema sanitario filippino, ma in sostanza il concetto è chiaro: se non hai i soldi, muori.

Ogni singolo intervento dipende dai soldi che Marian manda da Firenze, e infatti suo padre ha accettato con grande difficoltà di farsi curare, perché sapeva esattamente cosa poteva significare per la figlia.

Marian guadagna quanto può guadagnare una donna che pulisce due o tre case ogni giorno, ma è il pilastro della famiglia, mantiene un fratello minore agli studi universitari e soprattutto paga la voragine di spese per il padre, intervento dopo intervento, sapendo che l’unico esito sarà una morte a breve. E faccio finta di non augurarglielo.

Ascoltandola, giorno dopo giorno, capisco che ho sbagliato in una riflessione importante.

Tante volte qui, ho insistito su un concetto: non sono i vestiti, il cibo, i soldi, la roba, il problema, che ce n’è soverchia. E’ il tetto.

Vero, ma grazie a Marian, capisco che oltre al tetto, c’è la salute, e se la davo per scontata, era solo grazie al fatto che sono abituato al sistema sanitario italiano.

Adesso trovo comprensibile che 76 milioni di filippini pensino di emigrare in un paese, come l’Italia, dove non ti cacciano dall’ospedale se ti senti male e non hai soldi.

Questa riflessioni ci permette di uscire dalla cronaca per entrare nella storia.

Negli ultimi quarant’anni sarà pure capitato che qualche filippino abbia commesso un reato, ma francamente non me ne ricordo.

I filippini hanno saputo occupare la nicchia di persone cui affideresti le chiavi di casa; Marian è rigorosamente in regola con la legge, e ha imparato in poco tempo a parlare benissimo l’italiano.

Ma i soli filippini sono settantasei milioni.

Compresi i drogati e le prostitute di cui Marian stessa si era occupata quando si è laureata in scienze sociali nelle Filippine (“dottoressa, ha pulito ben bene il cesso?”), ma il problema delle migrazioni non sono le pecore nere.

La cronaca ci parla di centinaia, magari migliaia di reati compiuti di qua e di là da stranieri.

La storia invece ci parla di settantasei milioni di filippini che hanno bisogno di cure mediche, come ne abbiamo bisogno tu e io. Come ne hanno bisogno 186 milioni di nigeriani. E così via, tra peruviani e maliani e bengalesi e chi volete.

Questo avviene nel momento storico in cui la tecnologia scopre che non servono più gli  esseri umani, per cui diventano privi di significato i confronti con le migrazioni dei secoli passati.

Quanto è difficile è distaccare il giudizio morale da quello storico, dove non c’è nessuno da condannare, odiare, disprezzare. Ma proprio per questo è più preoccupante: magari si potesse farne una questione etica.

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La storia è così

Racconta il Calciante...

Mio nonno era di Pontassieve, aveva nove figli, eppure rifiutò la tessera del Fascio, e per questo perse il lavoro, ma lui tenne duro. E così divenne l’eroe del paese.

Arrivò la fine della guerra, e i partigiani si misero a fucilare i fascisti.

E c’era una famiglia di contadini, brava gente che non aveva fatto mai male a nessuno, ma erano fascisti, perché ci credevano. E li stavano mettendo al muro, quando si buttò in mezzo la mia nonna e riuscì a fermarli.

Furono gli unici a salvarsi, gli altri li fucilarono tutti.

La storia è così.”

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