Burocrazia e spreco

Si discuteva qui di tasse, dal punto di vista del popolo: “ce ne sono troppe”.

Ieri parlavo invece con un architetto del Comune, che si lamentava di come il popolo chiede troppo, citando il famoso detto “tanto paga Pantalone”.

Come al solito, non mi ritrovo in nessuna di due posizioni contrapposte.

Prendiamo un esempio molto, molto piccolo, che le cose piccole si vedono meglio. E sono le più universali: secondo me, ogni lettore di questo blog potrà dire, “una cosa molto simile è successo nel mio comune”.

Senza consultare nessuno, i tecnici di Publiacqua hanno installato un fontanello di “acqua da alta qualità“, anche frizzante, nella piazza qui vicino. Acqua gratuita.

Una cosa in sé assolutamente positiva.

Dopo sono arrivati i politici a farsi fare la foto mentre inauguravano il fontanello.

Accanto al fontanello, c’è un campo di calcio in rovina, che i tecnici del Comune hanno trasformato in un magnifico campetto con l’erba sintetica.

Da babbo, ho scoperto che “erba sintetica” è quella roba perfetta per giocare, che semina ovunque piccole palline di plastica colorata che entrano nel terreno, in casa, nella lavatrice, e magari (ma chi lo sa?) fanno più danno delle bottiglie di plastica.

Anche il campetto è stato inaugurato, con foto, dai politici.

Ora, l’ufficio che fa il fontanello non comunica con l’ufficio che fa il campetto, e nessuno dei due si sogna di andare a vedere cosa succede il giorno dopo il loro intervento. Abitano e lavorano da un’altra parte, e comunque le carte dicono che hanno esaurito il loro compito.

Siccome l’acqua di alta qualità è gratis, e non esiste un fontanello di quelli con l’acqua normale, e nessuno legge il cartello dove c’è scritto che è roba preziosa che non va sprecata, i ragazzi che giocano a calcio tutto il giorno e buona parte della notte, si sciacquano mani e testa con l’acqua ad alta qualità.

Ogni volta che vado al fontanello, assisto a forme nuove e ingegnose di spreco.

Non c’è solo la gente (quasi tutta) che sciacqua le proprie bottiglie nell’acqua prima di riempirle.

C’è pure la signora che pulisce le scale che usa l’acqua per riempire i secchi con cui lavora.

Tanto è gratis.

Ovviamente, più acqua viene munta al fontanello, più Publiacqua può dire che ha trovato l’alternativa ecologica alle bottiglie di plastica di acqua minerale.

E qui arriviamo alla questione del “popolo“.

Il popolo, inteso come le persone che frequentano la piazza, non è in grado né di inventare un fontanello né di sistemare un campetto di calcio.

I funzionari e i tecnici, se preparati, indubbiamente servono a qualcosa, tenendo sempre presente che per il funzionario e il tecnico, viene prima di tutto la paura di finire sotto processo per qualche cavillo, poi viene tutto il resto. Se viene.

I politici sono invece un mistero: sappiamo che in genere non capiscono niente, promettono cose che non sono in grado di mantenere, chiamano il funzionario per fare qualcosa al posto loro, e poi si prendono gli applausi che spetterebbero al funzionario.

Torniamo alla nostra piazza.

Siccome il popolo vede e vive il luogo, è in grado di capire che:

– ci vorrebbe un secondo fontanello di acqua normale, per permettere gli usi comuni;

– per scoraggiare gli sprechi, basterebbe far pagare l’acqua ad alta qualità un prezzo anche simbolico (e gli introiti permetterebbero di pagare la costruzione del fontanello di acqua normale);

– e per scoraggiare l’acquisto di bottiglie di plastica, basterebbe farle pagare, non il loro prezzo, ma il loro costo effettivo (che qualcuno mi pare abbia stimato in circa duecento dollari l’una, magari sarà in realtà un decimo, ma sarebbe pur sempre una bella mazzata).

Però qui bisogna intendersi sul concetto di “popolo”.

Immagino che se si facesse pagare l’acqua 20 centesimi a bottiglia, ci sarebbe davvero chi si lamenta; in un referendum carico  di roba emotiva che non c’entra niente (“i ricchi vogliono far pagare l’acqua! Il fascismo acquatico avanza! Il comunismo del Comune ci fa pagare l’acqua!”), la maggioranza degli individui rancorosi e attenti all’interesse immediato potrebbe anche bocciare l’idea di far pagare l’acqua.

E’ vero, ma è anche l’eterno alibi del burocrate. Un alibi che giustifica il fatto che ci siano persone pagate con i soldi della comunità per decidere, a compartimenti stagno e dall’alto, il destino della comunità stessa.

Ed è anche l’eterno alibi del politico, che può far finta di aver pensato lui, ciò che ha pensato il funzionario.

Ma si sta impostando la questione nel modo sbagliato.

Si pensa a individui, cioè agli enti immaginari che sono alla base della modernità: atomi scissi dalla vita, dai luoghi, dalle relazioni umane, dall’aria, dalle generazioni passate e future e (appunto) dall’acqua.

Pensiamo piuttosto a chi vive in un luogo, prendendosi cura e responsabilità.

Sapendo che ha a che fare con un tessuto estremamente vario e complesso, dove ogni singolo elemento influenza tutti gli altri, e dove i giudizi sono difficilissimi.

Ma poiché ci vive, vede le cose in maniera unitaria, a differenza del funzionario di Publiacqua o del funzionario che cura la sistemazione del campetto di calcio: i due uffici che non hanno alcuna relazione tra di loro.

Non vede solo un fontanello o un campetto.

Assapora l’acqua;

vede (proprio fisicamente) il ragazzino che gioca nel campetto, che cerca l’acqua, immagina la sua sete;

immagina che magari poco dopo, quel ragazzino incontra il giovane carismatico che lo introduce alla droga;

osserva il cane che fa la cacca nel campetto perché non c’è un altro spazio per i cani e il campetto è incustodito;

guarda i due che alle sette di sera – quando i funzionari sono tutti a casa – si prendono a bottigliate tra i giochi dei bambini;

conosce lo spazzino che gli racconta quante siringhe ha raccolto nella piazza;

è diventato confidente del clochard di cinquant’anni che ne dimostra settanta, esaltatore di Salvini, che vorrebbe dormire su una panchina dove la notte lo derubano gli spacciatori marocchini;

e conosce la mamma marocchina angosciata perché i suoi figli frequentano la piazza.

Pensate per un attimo alla distanza da funzionari e politici che decidono la nostra vita in base al parere di urbanisti americani, di magistrati che non hanno mai vissuto nei luoghi su cui sentenziano, di tecnici che non hanno mai visto i bambini giocare in un campetto.

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Serenate in San Frediano

Una ragazza fruga nella stanza della nonna, e trova una raccolta di fogli.

Che appartengono a un’amica della nonna, ora defunta, la quale cantava in un coro.

Uno dei fogli, di cui non sapremo probabilmente mai la provenienza o la musica, contiene un testo a prima vista fin troppo sentimentale, diciamo italico in quel senso particolare di settanta, ottanta, cent’anni fa.

Solo che il contenuto è affascinante: descrive il nostro come un quartiere, “dove van gli stornelli, van le serenate”. Che a parte il contorno sdolcinato, è un’affermazione di fatto.

Ne parlo con Giacomo dell’Osteria del Paradiso, e mi conferma: era normale cantare per strada quando lui era ragazzo.

E la cosa è ovviamente totalmente inimmaginabile oggi.

Qui si alimentano a vicenda due fattori diversi.

Il primo è l’automobile.

Immaginiamo una serie di missili potenzialmente omicidi, lanciati ininterrottamente per decenni, giorno e notte, su ogni luogo in cui gli esseri umani potrebbero incontrarsi; che ricacciano i cantanti su stretti e pericolosi marciapiedi, in mezzo a un rumore assordante che non permette certo di comunicare con nessuno.

Questa è la vita normale della città, a meno che tu non prenda rifugio in un locale a pagamento, dove probabilmente verrai assordato da musica prodotta elettronicamente.

E l’effetto viene moltiplicato in un quartiere in cui i marciapiedi ancora lasciati per la sopravvivenza pedonale spesso non superano i venti centimetri di larghezza.

Insomma, non regge la famosa scusa di tutti i mali, “gli strumenti sono neutrali, dipende solo dall’uso che ne fai”. Con il corollario, “io sono bravo e buono, se ci sono problemi la colpa è degli altri.”

Questo ci riporta proprio alla questione degli strumenti.

I nostri corpi, con incredibile intelligenza ma anche grande fatica, possono realizzare cose notevoli, ma sempre un po’ imperfette.

Abbiamo imparato a sostituire ciascuna nostra capacità con una protesi tecnologica: la zappa e  l’automobile ad esempio sostituiscono la mano e il piede. Ci sono mille motivi per preferire andare in automobile da Firenze a Bologna, piuttosto che farlo a piedi; ma resta il fatto che i piedi li uso di meno.

Però ci sono protesi che sostituiscono anche il cervello: la prima fu la scrittura, che ha il vantaggio di permettermi di leggere che anche Socrate aveva colto il problema della scrittura. Che abolisce la necessità di avere memoria.

Poi si va avanti, ad esempio con il computer che permette all’essere umano di lasciare in placido riposo la maggior parte delle funzioni cerebrali.

Oppure la riproduzione della musica, che ci permette di riposare corde vocali e dita: la musica la possiamo comprare in qualunque momento.

Non a caso, il sogno del futuro è l’automobile a guida automatica.

Ma leggiamo le Serenate in San Frediano:

Quanto fa bene al cuore questa voce popolana
che ai bei sogni s’abbandona stornellando “amore, amor”.
Sembrano quelle note fontanelle d’acqua chaira,
un mattin di primavera lo sbocciare dei primi fior.

Di là dall’Arno in borgo San Frediano,
van gli stornelli, van le serenate,
il fiume gli accompagna piano piano,
sembra venir dall’acque un sospirar  d’amor;
son tante le finestre illuminate,
son belle le madonne innamorate,
un menestrello canta “O fior di grano”,
madonna sei di Borgo San Frediano.

In Borgo San Frediano, nelle case, nelle cose,
tutto è fatto senza pose, ma con gran sincerità.
Tutti così, alla buona, con il filo dei poeti,
fanno sogni ricamati solo, di felicità.

Di là dall’Arno in borgo San Frediano,
van gli stornelli, van le serenate,
il fiume gli accompagna piano piano,
sembra venir dall’acque un sospirar d’amor;
son tante le finestre illuminate,
son belle le madone innamorate,
un menestrello canta “O fior di grano”,
madonna sei di Borgo San Frediano.

Se vuoi sentir stornelli e serenate,
caldo respir di bocche innamorate,
a fil di voce e con il cuore in mano
valli a sentire di Borgo San Frediano.

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Il prezzo del sale

E’ un periodo di tanto lavoro, sia retribuito che volontario, per cui non ho tempo per scrivere molto.

Raccolgo però la frase che sentii ieri da un signore veneto.

Come probabilmente saprete, una vasta area del Veneto è corrosa dai veleni, provenienti dagli scarichi delle fabbriche e dall’uso massiccio di pesticidi e diserbanti nei campi altrettanto industriali, per cui il nostro amico si sta impegnando, assieme a tante altre persone normali, nella campagna contro glifosato e PFAS.

Dice il nostro amico:

“Mia nonna diceva che lei comprava solo il sale, tutto il resto se lo produceva da sola o assieme a quelli del paese.

Oggi dalle parti nostri trovi soltanto il Prosecco, e un po’ più su, le mele, ridotte a tre varietà perché devono essere delle dimensioni giuste per gli scaffali dei supermercati”.

D’accordo, un po’ di esagerazione ci sarà, ma mi sembra uno straordinario riassunto della storia.

Non quella superficiale delle guerre, che vanno e vengono, ma la storia vera.

A Wieliczka vicino a Cracovia c’è un’immensa miniera di sale.

Esportato per soddisfare  le nonne del Medioevo – forse anche in Veneto – permise alla Polonia di accumulare una ricchezza immensa: immensa in proporzione, ovviamente, proprio perché quasi tutto il resto non veniva misurato in denaro.

Statue di sale nella miniera di Wieliczka

Penso un attimo: di quanti soldi avrei bisogno se dovessi comprare solo il sale?

Il fatto che io riuscirei a campare con meno di un euro al mese ci fa vedere in un’altra prospettiva le statistiche sui poveretti-da-aiutare di certi paesi del Terzo Mondo che guadagnerebbero soltanto venti dollari al mese.

E ci ricorda quello che insegna Wallerstein: che non è il contadino che va in fabbrica perché si sta meglio.

E’ uno della famiglia che ci va, perché così guadagna quei pochi soldi che servono, appunto, “per comprare il sale”, o magari per pagare qualche balzello di potenti irragionevoli che chiedono soldi invece che pecore.

Oppure sono il terzo, il quarto, il decimogenito figlio, che altrimenti non saprebbero come campare, che ci vanno.

Oppure ancora, è il contadino cacciato dalle sue terre.

Il secondo elemento è la radicale perdita di diversità, che era ciò che permetteva alla nonna di ottenere – sicuramente con gran fatica – tutto ciò che le serviva, senza ricorrere ai soldi.

L’uniformità può essere mantenuta soltanto con una guerra senza quartiere per far fuori tutto ciò che esce dalle righe.

E quindi richiede la prosecuzione della guerra chimica con i mezzi sviluppati per la prima volta nelle trincee di un secolo fa.

Stanno preparando il nostro cibo

Parassiti ed erbacce sviluppano i propri meccanismi di resistenza, e alla fine sopravvivono, ma il cibo e la terra restano avvelenati, anzi per mantenere lo stesso livello di ordine, occorre avvelenarli ancora di più.

Insomma, il sale della nonna e il veleno nell’acqua del nipote sono strettamente collegati.

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Radicalchic all’opera

Stamattina ci siamo ritrovati al giardino, per decidere come organizzare il rientro.

Le prime ad arrivare erano la cantante lirica macedone, la gelataia danese, il violinista toscano e l’ex-commessa sarda che quando lavorava al Penny Market faceva piegare in due tutta la fila dei clienti dalle risate, per le battute che faceva.

A un certo punto, entra nel giardino, senza dire niente a nessuno, un tipo tarchiato, che anche se non fosse vestito con una tuta fosforescente e macchiata, avresti detto che era un operaio.

E infatti è uno di quelli che il mese di agosto lo passa con gli stivali nella melma e il martello pneumatico che sfonda l’orecchio, a sbucaltare Via de’ Serragli.

L’avevo già visto assieme al suo collega senegalese, che è molto più loquace di lui: il senegalese non solo parla toscano, ma pensa come un contadino toscano. Mentre il suo collega bianco tende al silenzio.

L’operaio va dritto verso un cespuglio e comincia a fare strani movimenti.

Mi avvicino e vedo che sulla mano ha qualcosa che strofina contro le foglie.

All’inizio penso a una cavalletta, ma è qualcosa di totalmente diverso.

“E’ una mantide!”, mi spiega.

“L’ho trovata laggiù, e ho pensato che poteva stare meglio qui”.

Non mi ricordo di aver mai visto prima una mantide: è enorme, e non ha la minima intenzione di mollare il suo salvatore.

Resto colpito dalla bellezza. L’altro giorno, qualcuno molto più giovane di me mi chiedeva quale fosse il mio insetto preferito, e solo adesso so rispondere.

Mantide per gli insetti, gatto per gli animali.  E mi chiedo perché la bellezza sia inseparabile dalla natura di predatore – le mantidi, mi dicono, ammazzano persino le rane.

Alla fine, l’operaio riesce a mettere la mantide su una foglia, che lei afferra con le sue lunghissime zampe anteriori.

E’ tranquilla, non ha paura.

Lui la accarezza delicatamente sul dorso.

“Io sono uno che alle bestie gli vuole bene”, dice, e torna a spaccare il selciato.

Giusto per quelli che, “io i radicalchic con la erre moscia che amano gli animali…”

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Clochard, paura e xenofobia

Su questo blog si discute da tempo su un tema a mio avviso fuorviante: la presunta violenza  xenofoba che si starebbe diffondendo in Italia.

Il mio problema è questo: vedo in questo periodo seri problemi per gli stranieri; tra questi, non vedo affatto il problema di ciò che comunemente si chiama “violenza“, cioè giovinastri palestrati che si divertirebbero a picchiare la gente. Ma se lo dico, passo subito per un apologeta di tale presunta violenza.

Quindi, lasciatemi fare un ragionamento un po’ più ampio.

Innanzitutto io sono convinto che gli stranieri di ogni sorta oggi rischino di incontrare sempre più problemi.

Chi mi conosce, sa che seguo da due decenni le incredibili vicende di una donna zingara, poliomielitica, piantata dal marito (zingaro), con tre figlioli e senza lavoro.

Bene, in questo periodo, lei ha sempre più problemi a ricevere assistenza, a pagare l’affitto della casa popolare in cui risiede.

Oppure penso alla famiglia di singalesi musulmani che frequenta il nostro giardino.

A casa sua, immagino che se lo acchiappassero i buddhisti, gli rifarebbero i connotati; ma da noi, che siamo più buoni dei buddhisti, faticano a trovare qualcuno che affitti loro casa, tanto che una di noi è dovuta intervenire per garantire per loro.

Questi sono problemi e anche drammi veri, che toccano la cosa più importante: il tetto.

Alcuni critici della “xenofobia” si sono invece fissati sulla presunta violenza fisica contro i migranti.

Ora, ci sono stati davvero degli episodi in cui alcuni autoctoni hanno usato violenza fisica contro stranieri.

Gli episodi di segno contrario sono ovviamente molti di più, non perché gli stranieri siano cattivi, ma perché in genere, se i ricchi hanno gli avvocati, i poveri hanno i pugni.

Per rispondere… innanzitutto, la violenza è una roba da giovani.

E la nostra è la prima società nella storia che non ha giovani. O meglio, i pochi esemplari coccolatissimi che ci sono in giro, sono tipo gatti da mostra:

Insomma, il “giovane” medio, magari trentenne,  è questo qui:

Barrate la casella:

– a me me fa paura

– un coglione così lo spazzo via con la scopa

Certo, in un paese di sessanta milioni, capita pure che qualche gattino da esibizione tiri fuori le unghie, ma siamo sinceri, significa davvero poco.

Chi parla di violenza xenofoba evidentemente non ha mai parlato in vita sua con uno xenofobo. Che ricordiamo, non vuol dire uno che odia gli stranieri. Vuol dire uno che ha paura degli stranieri.

Tutti pensiamo che i nostri avversari – chiunque siano – siano motivati da un puro istinto distruttivo.

I Giudeomassoni agiscono per puro, disinteressato, odio contro Dio. Sanno che Lui esiste, lo odiano e passano il loro tempo a fargli la guerra.

Gli Islamici odiano la Nostra Civiltà.

E ovviamente i razzisti odiano i Diversi. Pur di fare male a un Diverso, sono disposti a rischiare anni di galera.

E invece, il grande motore è sempre la Paura.

Su questo, ho la fortuna di avere un osservatorio privilegiato.

Infatti,  io frequento i più razzisti, i più accessi estremisti di destra, i più esaltati esaltatori di Salvini, di tutta Firenze.

Anzi, diciamo quasi gli unici di Firenze (a parte il 70% di fiorentini che dice che “Salvini è uno schifoso fascista e noi per Mussolini non voteremo mai, ma sugli stranieri Salvini ha ragione“).

I razzofascinazi di Firenze si confidano con me senza problemi, vista la mia pelle chiara, per cui non si rendono conto che io sono messicano.

Parlo ovviamente dei clochard di Firenze.

Il clochard medio non è giovane: ha passato i quaranta, cinquant’anni; ma soprattutto ha passato il picco della vita. Almeno in questo, è un perfetto occidentale moderno.

Di solito, ha fatto l’operaio, ha alle spalle un licenziamento drammatico, un’ex-moglie che lo odia, figli scomparsi nel nulla, la certezza di nessun futuro e molto alcol. Assieme a  scarsissima attitudine al mercato.

Si trova a doversi improvvisare una vita che dovrebbero fare solo i giovani atleti.

Con i capelli bianchi e il fiatone, deve arrampicarsi su treni parcheggiati di notte in stazione, per trovare posto per dormire, sapendo che in qualunque momento potranno arrivare i cani della polizia ad abbaiargli addosso.

Oppure si mette a dormire sulle sedie dritte della sala d’attesa dell’ospedale, e se lo sbattono fuori da lì, gli tocca dormire sotto la pioggia sulle panchine.

Ora, io vi potrei dire mille cose antipatiche sui clochard. Ma ho un ricordo brutto delle poche notti che ho dovuto passare in circostanze simili; ed ero molto più giovane di loro, quando mi è successo.

Il clochard possiede poche cose, che ogni notte vengono minacciate dai ladri.

Il clochard non è come noialtri, che ogni notte possiamo rifugiarci dietro quattro mandate: il pericolo, per il clochard, è la normalità.

I ladri non sono scemi: il vero ladro ruba saggiamente al più debole.

L’ho visto anche dentro i campi Rom, che i primi a cui gli zingari ladri rubano sono gli zingari fessi. E fanno bene, perché i gagé, i non zingari, sono molto più pericolosi.

Una parte dei ladri sono clochard appena un gradino al di sopra, ma più spesso sono stranieri, perché nei giardini la notte ne girano parecchi.

Pensate che il clochard medio, a differenza di me e di te, non si porta dietro soltanto qualche soldo; si porta dietro tutta la vita.

E quando lo derubano, non scompaiono solo i pochi eurini che ha racimolato. Scompare magari anche l’unica foto rimastagli del proprio figlio.

Qui mi vengono in mente i mondi di mezzo: il clochard non ancora del tutto alcolizzato, dichiaratamente anarchico e di sinistra, ex-educatore di cooperative, antifascista/antirazzista, che una notte si è trovato a difendere un altro clochard.

L’altro clochard era un ex-editore piccolo piccolo quasi-ottantenne (sempre un matrimonio andato  a male), comunista guevarista, intellettuale brillante e insopportabile, rompiballe pauroso con le sue teorie su Marx, che dormiva su una panchina; e il suo aggressore era un albanese sveglio e furbo.

L’anarchico disse all’albanese che lo avrebbe ammazzato, se avese osato derubare il comunista; e l’albanese non osò. Perché in una certa parte del mondo, la violenza, o la minaccia della violenza, non è l’eccezione. E’ tutto.

Il clochard cerca assistenza, e qui ci sarebbe molto da dire su come i clochard cerchino di manipolare, di scroccare, di ottenere, oppure dall’altra parte rinuncino (come lo splendido amico poeta bakuniniano e barbuto) a chiedere ciò che sarebbe loro dovuto.

Fatto sta che quando si abbassano a chiedere, si trovano davanti una lunga fila:  c’è la zingara con otto figli, c’è il robusto giovane ghanese che non è nemmeno alcolizzato; e poi come fa un ex-operaio delle fonderie a fingersi un Perseguitato Razziale e Politico?

Però se ci sono solo dieci posti letto, e ci sono dieci più perseguitati di te, e pure più intelligenti (per esperienza, ho sempre sostenuto la teoria molto azzardata che i neri siano più intelligenti dei bianchi), tu clochard sei condannato a dormire la notte dopo sulla panchina.

Tifare per la destra a Firenze è una bizzarria, come convertirsi all’Islam nel Wyoming.

Ma i clochard se ne fregano notoriamente di ciò che pensano gli altri, non hanno nulla da perdere se non le loro paure, e quindi costituiscono la quasi totalità dell’estrema destra nel feudo del Partito Unico.

Se tifano in massa per Salvini, non è perché Salvini ha fatto loro il lavaggio del cervello; al contrario, è perché Salvini esprime in piccola parte la loro rabbia. E siccome Salvini in questo momento è Stato, esprime anche qualcosa della necessità di delegare ad altri la propria vita.

Che è l’essenza di quell’obbrobrio che si chiama democrazia rappresentativa.

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Una lunga riflessione

L’altro giorno, si discuteva qui di automobili, autostrade e un ponte assurdo che è crollato dopo aver retto pure troppo a lungo.

Un commentatore che spesso critica radicalmente la modernità, ha scritto:

Ricordo un mio amico che, parlando degli anni in cui avevo un’Alfa Romeo di grossa cilindrata che lanciavo a 230 in autostrada (oggi ti rompono le palle cul tutor), mi diceva che quella macchina in mano a me era come un proiettile puntato sul mondo.

Ecco, in quest’epopea futurista (non la mia, ma quella seria, di Marinetti e compagni) c’è qualcosa di moderno ma al tempo stesso molto antico, che ha un suo notevole fascino.

Prendermela con il fascismo mi sembra un po’ come entrare in un centro commerciale in Romania casualmente vicino alla perduta capitale degli Unni, e cominciare a urlare alla prima commessa,

“consegnatemi subito Attila o vi mando in corto circuito tutti gli smartphone!”

I giovani che avrebbero fatto il fascismo (e il comunismo e la resistenza e magari anche le autostrade), cent’anni fa passavano le loro estati così:

E non hanno davvero molto in comune con i giovani dei  nostri tempi:

Notate che quelli con le facce da trucidi in bianco e nero, avranno avuto in media vent’anni; quelli simpatici che diventano scemi appena vedono un telefonino che li riprende, avranno invece in media trent’anni (pelata compresa), ma ogni generazione deve accontentarsi dei giovani che ha.

A pensarci, la differenza è ovvia, visto che tra noi e quelli che avrebbero fatto il fascismo, è passato più o meno lo stesso tempo che era passato tra loro e Napoleone.

Però il commento citato sopra mi sembrava davvero fascista in un senso preciso del termine, proprio per l’esaltazione di un aspetto cruciale della modernità, che però si pone allo stesso tempo in qualche modo contro.

Questo mi ha fatto venire in mente un saggio di Stefania Consigliere (suggeritomi sempre da Guido Battista), intitolato Favole del reincanto.

E’ un testo profondo e lungo, anche se l’autrice cerca di essere sempre molto chiara.

Ognuno di noi sceglie i singoli esempi per illustrare un discorso, in base alla propria sensibilità e storia personale; Stefania ne sceglie alcuni, io ne avrei scelti di altri.

Ma cercate di cogliere l’essenziale, in particolare il ragionamento sulla modernità e l’inganno del fascismo. Mi ritrovo molto in ciò che lei scrive.

Mi riservo di fare alcuni commenti, a proposito di alcuni dettagli, in un post successivo.

Favole del reincanto

di Stefania Consigliere

La trappola oppositiva.

Come al solito fra me e il mondo qualcosa non torna. Questa volta è il fatto di non sentirmi particolarmente antifascista e proprio mentre i resti della sinistra e del pensiero critico sembrano trovare una piattaforma comune nel definirsi tutti come tali. Riconosco che non è un buon inizio. Fascismo, nazismo e totalitarismo mi ossessionano almeno fin da quando gli anni Settanta hanno inciso brandelli di storia e di politica nel mio (in)conscio di bambina. Mi angosciava l’idea che intere nazioni avessero potuto idolatrare un Mussolini o un Hitler, tollerare l’esistenza dei campi o trovare sensata l’eliminazione di ogni differenza. Poi l’ultimo paio di decenni mi ha ben chiarito cosa può uno Stato, quanti e quali investimenti in paura, coazione, intossicamento e scissione siano necessari per insegnare agli umani l’alienazione da sé e dal mondo.

E allora perché non mi sento antifascista? La prima ragione è strategica e generale: definirsi a partire dall’avversario è pericoloso. C’è un mimetismo nascosto, una fratellanza segreta fra A e non-A che satura il campo del pensabile e nasconde tutto ciò che, essendo altro, rifiuta di farsi catturare nella logica binaria. Questa trappola concettuale ha avvelenato lo spazio politico novecentesco, generando ortodossie speculari e spingendo tutto il resto ai margini e nell’insignificanza. Meglio allora definirsi a partire da ciò che si è o si vorrebbe essere.

(continua sul sito di Stefania Consigliere…)

 

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L’unico punto di coscienza nell’universo

Sotto la gronda, nel paese, ci sono tre nidi di rondine.

Sotto un’auto parcheggiata, c’è una rondine, che notiamo per caso.

E’ minuscola, ma perfettamente formata, nera sopra e con il petto bianco.

Deve essere caduta da un nido.

Immobile, fissa il mondo con grandi occhi scuri e fa un verso per chiedere aiuto.

C’è una cosa che mi sembra assolutamente ovvia: ogni essere animale è per se stesso, l’unico punto di coscienza esistente nell’universo. E quell’unico punto di coscienza nell’universo in quel momento non si trova diversamente dal bambino umano abbandonato che sta per morire.

E la morte è esattamente uguale per tutti.

Rondini e rondoni non sono parenti, ma hanno sviluppato comportamenti simili, e quindi presumo che i genitori sarebbero impotenti a terra e incapaci di fare qualcosa per il piccolo.

Per cui l’unico essere vivente in grado di aiutarlo, sono io.

E’ una vita intera che ogni volta che vedo quello che chiamano un problema di qualcun altro, mi sento chiamato personalmente in causa. E ogni volta mi trovavo a essere l’unico, quello a cui tutti sapevano che potevano passare il cerino.

Non ho idea da quale dei nidi sia caduta, non saprei come arrivarci e comunque sospetto che la sua famiglia non gradirebbe un ospite calato da mani umane.

Non ho idea come si possa nutrire una rondine.

Non ho una casa in campagna da cui poi possa volare via libera.

Non ho nemmeno dietro il numero di telefono di quella signora della Lipu, che qualcosa forse saprebbe suggerire.

Non ho nemmeno voglia di fare un gesto perfettamente inutile, di cui mi possa vantare dopo: che so, toglierla da sotto la macchina e metterla sull’erba, dove le formiche non attendono altro che mangiarsela viva.

Conoscendo le mie risorse, mi allontano, e proprio allora vedo in lontananza un bel gatto arancione, in esplorazione.

Mi rendo conto che non c’è alcuna differenza tra la rondine che mi fissa, e le scatolette di cibo per gatti che apro ogni giorno.

Fa parte della grande danza delle cose.

So, come sappiamo tutti in fondo senza osare dircelo, che ciò vale per tutte le forme di vita, per tutti i punti unici di coscienza dell’universo.

“Giorno per giorno, la vita è una gran fatica, ti stanchi e ti sfugge il ritmo. Hai bisogno di distanza, di distacco. Per vedere quanto sia bella la terra, visualizzala come se fosse la luna. Per vedere quanto sia bella la vita, guardala dal punto di vista della morte”.

Ursula LeGuin

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Medicine toste

I due cani da penna corrono nel sottobosco, vicino al pino che nasconde nella corteccia, dicono, una discreta quantità di pigre zecche in attesa di un passaggio.

Chiedo al padrone/cacciatore, “ma non prendono mai le zecche?”

“Certo che le prendono, e anche tante!”

“E che fai?”

“Eh, pensa che vivono in casa con noi, stanno sui divani, per questo do loro una pasticca”.

“Dai una pasticca al cane, e le zecche?”

“Muoiono subito. Infatti, non ti fidare di questi rimedi per le zecche che trovi in giro, quelli non fanno niente. Io uso una cosa fortissima, è omeopatica!”

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