Non esistono pasti gratuiti

Ieri mattina, passavo presto dalle parte dell’Ardiglione, e c’era un gran mucchio di rifiuti. Purtroppo non avevo dietro la macchina fotografica, ma prendo da Scattonetto una foto che rende l’idea di come si presenta normalmente il nostro quartiere:

Solo che questa volta, succedeva in un posto in cui cassonetti non ce ne sono, su un marciapiede largo forse venti centimetri.

Quello che sta succedendo, ce lo spiega un signore che cura con grande attenzione gli ospiti delle stanze che affitta, accanto a dove abita.

Con l’esplosione di gente che affitta camere tramite agenzie planetarie, sarebbe bello se la gente che abita davvero qui potesse fare qualche soldo in più, affittando la stanza che non usa mai a qualcuno innamorato di Firenze, e magari usando i soldi per rimettere in sesto case vecchie che rischiano di crollare.

Solo che non funziona così.

C’è la nostra amica reduce da un divorzio pesante, con un figliolo a carico, che prende in affitto una camera, poi la buttano fuori, e il padrone di casa spiega,

“se ci faccio un B&B, guadagno novanta euro al giorno”.

Così lei va prima a casa di un amico, poi di un parente, e il bimbo tutto contento di tante avventure le chiede, “e stanotte dove dormiamo?”

Nelle case, o ci stanno i residenti o ci stanno i turisti.

E allora, gli indigeni o scappano in qualche quartiere periferico e affittano le case in San Frediano, oppure le vendono, che oggi nel quartiere più incoolato del pianeta, i prezzi sono alle stelle.

Abbiamo scritto più volte che, in questi tempi di sovrabbondanza di roba, l’unica cosa di cui gli esseri umani hanno davvero bisogno è un tetto.

Certo, i tetti si sono affittati dai tempi di Giuseppe e Maria, ma comunque sono sempre stati legati al pensiero, io qui ci abito, qui farò crescere i figlioli. Se tutte le locande non fossero state piene, il piccolo Gesù magari sarebbe stato coccolato dalla figliola dell’oste, visto che anche i padroni ci abitavano nella locanda.

I nuovi acquirenti, che in genere non si sa nemmeno chi siano, o gli indigeni scappati altrove, non hanno alcun rapporto con il quartiere: non è una rete di case, di persone, di generazioni, ma un investimento.

In questo investimento, devono rendere conto a un’unica autorità: una sorgente elettronica di clienti, che non si sa nemmeno dove si trovi. Ecco la sede di AirBnB a San Francisco, che da sola mostra come i proprietari vedono una città:

foto diDlluOwn work, CC BY-SA 4.0, Link

I proprietari presenti, come quello che ci parla all’Ardiglione, stanno attentissimi al quartiere, ma sono ormai una minoranza. Tanto, quando ti chiedono se ti è piaciuto o no l’appartamento, AirBnB mica ti chiede come il proprietario si rapporta con il quartiere. O cosa ne è dei rifiuti.

I proprietari assenteisti aspettano il cliente per cinque minuti sotto Dante and Beatrice Flat, poi dicono, “Ere iz de key de batroom iz det yu pay now bai bai!” e spariscono, lasciando i turisti nel dubbio su cosa fare con i loro rifiuti.

La mattina dopo, quindi i turisti o li depositano sul marciapiede in fondo alla casa, o li lasciano nell’appartamento.

Mezz’ora dopo, arriva un ragazzo peruviano pagato in nero per pulire l’appartamento: deve fare di corsa, però deve pulirne altri nove, prima che arrivino i clienti nel pomeriggio. Così sistema i letti, spazza, abbandona i rifiuti all’angolo della strada e salta sul motorino per andare a pulire il Giotto Apartment.

Le pulizie pubbliche vengono fatte invece da operatori che lavorano per cooperative in subappalto, pagati al minimo e con i secondi contati, visto che gli appalti si vincono promettendo  molto lavoro per pochi soldi.

Non è certo previsto che ogni giorno si prendano carico di roba che non sta in nessun cassonetto, anche se spesso lo fanno, come lo fanno anche i residenti del quartiere (gli stessi che ogni mattina puliscono la strada dalla pipì dei movidari nottambuli).

Insomma, la solita lezione, non esistono pasti gratuiti.

I soldi che arrivano a tanti piccoli proprietari si guadagnano con l’espulsione dei residenti, l’abbruttimento del quartiere, lavoro straordinario per i vicini e per gli spazzini, e ogni volta, un importo tra il 6% e il 12% della transazione finisce in quel palazzone di San Francisco. Che immaginiamo molto pulito dentro.

Ecco perché è giusto dire che gli stranieri ci invadono, anzi ci distruggono.

E non parlo certo delle famiglie marocchine che vengono sfrattate anche loro, e nemmeno dei turisti che se vengono qui, vuol dire che in qualche modo vedono in maniera positiva il luogo.

No, gli stranieri sono gli estranei.  Non dovrebbe essere un concetto difficile da capire.

Gli stranieri sono le persone di ogni etnia (ma quasi tutti italiani) che vedono il quartiere non come un luogo vivo, ma come un investimento.

Stiamo cercando di vedere se si riesce a contattare AirBnB, per convincerli a mettere qualche domanda sulla sostenibilità tra quelle che danno punteggio ai host, ma si fa molta fatica ad arrivare a un essere umano.

Nel frattempo, sentiamo che il nuovo governo ha intenzione di abolire la tassa di soggiorno, unica tenue compensazione per i comuni del danno inferto da questi meccanismi.

Pare che la proposta parta proprio da quel partito che pretende di difendere l’identità degli italiani.

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Nel pomeriggio, che fai?

In questi giorni si parla di Gaza.

Come sempre, riemergono discorsi ampiamente prevedibili.

Assumono caratteri da una parte macroscopici (“la guerra dell’imperialismo occidentale o il baluardo contro le orde islamiche?”), dall’altra parte miscropici (“bugiardi palestinesi, non è vero che i feriti erano tutti gravi, due erano lievi” “ah sì, e che mi dici del soldato israeliano filmato mentre diceva che odiava gli arabi, eh?”), che entrambi alla fine finiscono in gloria, a giocarsi l’Hitler Card.

Io vorrei provare a fare un altro discorso, che se non ci fosse tanta fuffa da entrambe le parti a nasconderlo, dovrebbe essere ovvio.

Senza legittimare o delegittimare degli Stati (lo “Stato” è un’arbitraria invenzione europea, scopiazzata in giro per il mondo in tempi molto recenti, spesso senza particolare successo), diciamo che nei fatti esistono due blocchi: Israele e Gaza. Ci sarebbe da discutere sul West Bank, ma semplifichiamo.

Gli israeliani raccontano la barzelletta, “stamattina voglio farmi un giro d’Israele” e l’altro gli fa, “e nel pomeriggio che fai?”, e infatti Israele è  grande – in chilometri quadrati – più o meno come la Puglia.

Gaza invece è grande più o meno come il Comune di Enna, solo che ha gli abitanti di Milano e Bologna messi insieme, spiaccicati dentro un imbuto largo più o meno la distanza che io cammino tutti i giorni. Definirlo un “carcere  a cielo aperto” può sembrare retorica, ma anche no.

Una volta che ci siamo orientati nello spazio, orientiamoci nella qualità di vita delle due comunità in questione.

La differenza è talmente abissale, che non merita di essere discussa qui. E non è misurabile soltanto nella qualità dell’acqua o delle scuole, ma anche nel fatto che chi abita a Tel Aviv può andare in vacanza a New York e chi abita a Gaza non è detto che possa nemmeno andare al mare, ed è così da memoria d’uomo.

Questo fatto segna indubbiamente numerosi punti vittima per gli abitanti di Gaza, e spiega la simpatia di cui godono in ambienti minoritari europei.

Ma la situazione degli abitanti di Gaza non è altro che quella della stragrande maggioranza dell’umanità oggi, con la differenza che quella di Gaza è costretta dentro una gabbia microscopica.

Gli abitanti di Gaza – a parte la condizione di prigionia trentennale – non vivono peggio di quelli di Kinshasa, di Caracas, di Mumbai, del Cairo, di Iztapalapa o di tutte le altre metropoli in cui miliardi di contadini sradicati sono stati cacciati e stipati, e dove si sono riprodotti, per dirla brutalmente, come conigli, perdendo legami e orientamenti storici: la Palestina storica fu un luogo straordinario di saggezza artigiana e contadina, in un ambiente difficile, la Gaza di oggi sono solo blocchi infiniti di cemento in balia di qualunque bombardiere che passi.

Mentre gli israeliani non stanno probabilmente meglio, in media, dei veneti.

E qui arriviamo al nocciolo.

Israele/Gaza sono il pianeta intero, ridotto in formato tascabile: Padova con a venti metri, Iztapalapa.

Quello che succede su scala paranoicamente ridotta a Gaza, sta succedendo nel mondo intero; una minoranza dell’umanità si illude ancora di qualche forma del mito del progresso, la maggioranza sa di non avere davanti alcun futuro, se non quello che riuscirà a conquistarsi con qualche forma di violenza.

A prima vista, non c’è dubbio – gli israeliani hanno la stellina in fronte, gli abitanti di Gaza sono gli sfigati.

Da cui nasce la forte simpatia di una certa Sinistra, nei confronti dei primi.

Che forse però è fuori luogo.

Infatti, la Sinistra – almeno quella marxista – diceva una cosa semplice e chiara: i proletari si fanno un mazzo così e producono tutte le cose utili di questo mondo.

E non hanno bisogno dei parassiti che si chiamano padroni e passano il tempo a farsi le vacanze alle terme a spese dei proletari.

In due parole: i padroni hanno bisogno dei proletari, i proletari non hanno bisogno dei padroni. E siccome c’è un fondo di verità in questa idea, i padroni non parlavano in genere male dei proletari, mentre i proletari parlavano malissimo dei padroni.

Ma oggi, le cose stanno esattamente al contrario. Perché la questione essenziale è che gli israeliani non solo non sfruttano i palestinesi: non ne hanno proprio bisogno.

Diciamo, ne hanno bisogno quanto noi abbiamo bisogno di un campo Rom sotto casa, o di un mendicante nigeriano con il cappellino ogni cinquanta metri. Che poi i nigeriani si atteggiano a simpatici, figuriamoci uno pure arrabbiato perché mio nonno ha rubato la nostra casa al suo.

Se non ci vogliamo raccontare balle, è impossibile rapportarsi con altri esseri umani, per sola pietà, senza avere qualcosa da scambiare.

A essere sinceri, la minor parte dell’umanità non ha proprio bisogno della maggior parte. Ci sono macchine, programmi informatici, droni, qualunque cosa, che riescono a fare meglio la fatica che facevano gli umani di una volta.

L’altro giorno, una mia amica, mamma separata con un bambino, l’hanno cacciata di casa, dicendole, “scusami, ma se affitto questo appartamento con AirBnB, guadagno 90 euro al giorno, e tu quelli non me li potrai mai pagare”. E in effetti, nemmeno lei ha saputo dare torto al padrone di casa. La mia amica a cosa serve?

Soprattutto quando cominciamo a capire che abbiamo passato il picco delle risorse: la coperta si fa sempre più stretta e il nostro compagno di letto è sempre più inutile.

L’Africa è immensa. L’Europa è immensa.

Tra l’Africa e l’Europa si stende un vasto mare, e comunque le centinaia di milioni di disperati che vorrebbero fuggire dall’Eritrea, dalla sovrappopolazione nigeriana, dalla desertificazione del Senegal o del Niger, dal prosciugamento del Ciad, dal collasso dell’Egitto, vengono diluite, annegano in mare, sanno che saranno torturate a morte e violentate e ridotte in schiavitù molto prima di arrivare in qualche centro di accoglienza italiana.

Eppure tanti affrontano la morte.

Ma la frontiera tra Gaza e Israele, anzi la fine del proprio mondo, è a mezz’ora a piedi, e cosa c’è di più normale, a sedici anni, che buttarcisi contro come falene che immaginano la luce?

Mentre gli israeliani non sono quella cosa immensa e vaga e burocratica che da Tallinn a Lisbona, fa finta di chiamarsi “Europa”, e che comunque può contare su un vasto mare profondo per annegare chi si avvicina.

E quindi è assolutamente naturale che gli israeliani rispondano sparando.

“Non si può sparare sui barconi dei profughi”, ci dicono i moralisti.

Dai posti di frontiera su Gaza ci rispondono, “certo che si può, basta tirare il grilletto!”

Come non c’è nulla di immorale nel tentativo di sfuggire dal naufragio, non c’è nulla di immorale nel fatto che chi ha comunque afferrato un salvagente, se lo tenga per sé. Non esistono salvagente a due posti.

Ogni volta che c’è una vera scelta da fare, non retorica, si spara.

E siccome gli inutili in questo mondo sono tanti, e stanno diventando sempre di più, è anche normale che si spari tanto. Non necessariamente con le armi da fuoco.

Prendiamo un contesto solo in apparenza diverso.

Vivo in un Comune, i cui esponenti parlano spesso di ambiente, verde, sostenibilità.

Ti fanno anche la lezioncina sulla differenziazione dei rifiuti, e ci sono anche regole sul tipo, se io abbatto un bosco per fare un grattacielo, da qualche parte devo piantare un alberello.

Poi quando si tratta di decidere tra ambiente e fare più soldi, da noi si trasforma l’ultima area rimasta naturale – tutto insieme – in inceneritore, terza corsia dell’autostrada, nuovo stadio e super-aeroporto. Dopo di che non resterà loro nulla da mangiare, e creperanno tra i propri rifiuti, ma tant’è.

La nostra specie è fatta così, e prima di giudicare qualcuno, sarebbe giusto camminare per un anno nei moccassini del buon boia con cinque figlioli, che a ciascuno deve fare un regalo a Natale, e non ha nessuna intenzione di farsi licenziare prima.

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l’Inculator, nel quartiere in Cool al pianeta

Ieri si parlava dellincubatore che si intende impiantare in quello che tempo fa, sarebbe stato dichiarato il quartiere più in cool al pianeta.

Che poi era solo una simpatica ragazzina texana che sbarca il lunario  scrivendo che le piace mangiare fuori la sera nel quartiere in cui abita (ci auguriamo che i localari la  ospitino a sbafo).

Però  sapete come sono fatti gli italiani, appena uno che viene da un Paese Serio fa loro un complimento, diventano scemi per l’esaltazione.

Così, per il giornale di proprietà del comproprietario dell’Aeroporto,

“San Frediano sbaraglia tutti: New York, Seoul, Lisbona, Dubai. È il «quartiere più cool», ovvero più fico, di tutto il pianeta. Sembra un’esagerazione, ma è la Lonely Planet a sostenerlo.”

Ora, un incubatore è, a rigore, un produttore di incubi, parola latina che a quanto ci spiega Wikipedia, significava

” una sorta di geni malefici, opprimevano la persona nel sonno, soprattutto se in uno stato febbrile e venivano reputati la causa degli incubi, del pavor nocturnus e della paralisi ipnagogica.”

Il signore sovrastante sta cercando con gran furia un aeroporto su cui atterrare, ma trova troppo piccolo quello di Firenze

L’altro giorno, la Marzia – che di questo piccolo luogo conosce ogni sasso – ci raccontava di come la sua bisnonna si raccomandasse, “abbi furia coll’agio!” (che da noi, la furia è la fretta – insomma, festina lente).

Invece, questi qui hanno furia in tutti i sensi, toscano e non, come abbiamo avuto occasione di documentare a suo tempo, con lo Zangzang Tumbtumb, l’Acceleratore cosmico che l’agio non sa cosa sia.

Invece di coniugare la furia con l’agio, la coniugano con l’incubus.

Così nasce l’Inculatore, che non è affatto ciò che pensate voi (un sentito ringraziamento al commentatore Rutt1, che ce ne ha fatto scoprire l’esistenza).

La fuzione dell’Inculatore, ce lo spiega un articolo di Qui Finanza, di cui citiamo un bel pezzo:

“Cos’è un inculator e come riconoscerne uno di successo

Qual è il significato del termine inculator? In occasione della conferenza annuale Social Capital Markets gli imprenditori, gli investitori, e altri funzionari nel campo del business hanno probabilmente coniato una nuova parola del loro vocabolario.

La parola inculator nasce dai due termini incubators e accelerators, che tradotti in lingua italiana significano rispettivamente incubatori e acceleratori. Il nuovo termine appare per la prima volta in un resoconto rilasciato dal Unitus Seed Fund, chiamato The 2015 Global Best Practices Report on Incubation and Acceleration.”

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Per cosa voterei

Dalle elezioni in qua, io e alcuni commentatori a questo blog abbiamo preso due strade diverse. Che andrebbe benissimo, solo che non riusciamo più a capirci.

Il dialogo tra sordi prosegue più o meno così:

“Ah questi populisti fuori di testa che credono alle scie chimiche! Ah, questi piddini che ci vogliono costringere tutti a sposarci con i  gay! Ah, questi leghisti analfabeti che dicono che Mussolini…”

Al che io rispondo,

“boh, vediamo a chi andranno gli appalti!”

“Ma che c’entrano gli appalti con la politica?!”

Ora, “appalti” è una parola/battuta che uso in commenti veloci per dire, come si dice in Sicilia, a puttiara voli i piccioli, cioè dopo tutte le belle chiacchiere all’osteria, la bottegaia vuol farsi pagare.

In realtà, gli “appalti” in senso specifico sono solo parte di un quadro più grande, che riguarda la relazione a tre tra ambiente (luoghi, abitanti, risorse di ogni tipo), gestori del potere economico e politici.

Parlo di ciò che conosco bene.

I commentatori a questo punto mi assicurano che il resto del mondo è totalmente diverso e che da nessuna parte succede ciò che succede in questa città.

Ma non mi spiegano mai come funzioni, in quell’altrove, il triangolo ambiente, potere economico e politici.

Da noi funziona così.

La Camera di Commercio gioca un ruolo decisivo nel decidere chi sarà sindaco.

Una volta eletto, i commercianti chiedono al sindaco di far ripulire le loro saracinesche imbrattate da cialtroni e imbecilli vari.

Interviene la Fondazione, che è l’emanazione diciamo sociale e politica di una potentissima banca.

La Fondazione mette in piedi con i propri soldi un gruppo di “volontari” in parte stipendiati, in parte delinquenti che i giudici hanno condannato a fare attività socialmente utili, in parte aspiranti profughi a cui agitano davanti al naso il sogno di un permesso di soggiorno (il negro che tra bastone e carota lavora gratis fa molto antirazzismo).

Giovani preoccupati per il Decoro della Culla del Rinascimento

E questa variopinta banda ripulisce i bandoni dei commercianti.

Con grandi applausi del giornale locale, che appartiene peraltro al Presidente della Camera di Commercio.

C’è un’immensa caserma dismessa nel nostro quartiere, e il sindaco sceglie di non trasformarla in abitazioni popolari, in consultori medici o in sale di riunioni e attività per il quartiere.

Decide invece di venderla. Alla Fondazione.

La Fondazione decide di chiudere totalmente al quartiere il suo nuovo acquisto (però gli indigeni potranno farci una visita guidata), trasformandolo in un “incubatore di startup digitali“, per ben 400 giovani hipster che aiuteranno a far salire i prezzi degli appartamenti e accelereranno quindi il processo di sfratti.

Siamo in democrazia, e così questo viene fatto con un “percorso partecipato”, in modo che i cittadini si esprimano, mentre le istituzioni li ascoltano.

Al “percorso partecipato” hanno dimenticato di invitare le associazioni dei residenti, ma hanno invitato quelle dei commercianti/localari e dei gestori dei Bed & Breakfast, per promuovere il “distretto dell’artigianato”.

Negli stessi giorni, è stato sfrattato l’ultimo calzolaio del quartiere, che adesso dorme nella propria bottega dove non ha nemmeno l’acqua corrente, ma il pollicione di un calzolaio non è mica digitale.

Solo dopo il “percorso partecipato” inizieranno i veri e propri appalti, per adattare la piazza, questa volta a spesa pubblica, alle esigenze della Fondazione e dei suoi quattrocento hipster.

Ora, la Fondazione è proprietaria al 17,5% della società Aeroporti.

Insieme, Fondazione e Camera di Commercio chiedono che la città dia immediatamente a tale società un’immensa distesa di terra dove oggi ci sono riserve naturali e altra roba che produce ossigeno ma niente soldi.

Invece, dell’ossigeno e delle garzette, vogliono espandere l’aeroporto, visto che in città arrivano troppo pochi turisti (appena una quindicina di milioni di pernottamenti l’anno).

Così il sindaco sta lanciando una vigorosa campagna per il Nuovo Aeroporto.

E lì posso immaginare che ci saranno immensi “appalti” pubblici in senso specifico.

Ora, commosso da tutto ciò, la squadra locale di calcio fa distribuire allo stadio volantini a sostegno del Nuovo Aeroporto. A buon rendere, visto che anche il proprietario della squadra ha bisogno di una variante che riguarda il nuovo stadio.

In tutto questo, non so quanta percentuale sia costituita da “appalti”. Non credo che sia nemmeno interessante.

Però credo che questa sia la parte interessante della politica.

Vi sembrano faccende piccole, quasi meschine?

A me per niente: non ho sospetti di corruzione, non credo che sia “tutto un magna magna” o niente del genere.

E’ proprio il senso di fondo di tutto ciò che mi colpisce.

Trovo in queste storie, di quartieri, aeroporti, asfalto, petrolio, gentrificazione, immagine, sfratti, smania di espansione, progetti prometeici, i punti veri che dovrebbero dividere l’umanità in due campi.

Lo sanno anche certi neomaoisti: al corteo “in giacca e cravatta” per l’aeroporto, il presidente della Confindustria locale ha dichiarato «La ripresa economica non è un pranzo di gala»; e il presidente della Confcommercio ha “impugnato il megafono” assieme a un noto imprenditore del lusso, per dire,  «Sono tornato ora dalla Cina: là stanno facendo 50 aeroporti, qui dell’aeroporto si parla da 50 anni.”

Più delle opinioni sulle unioni civili (che in tutta Italia riguardano meno persone di quante ne vivano in Oltrarno) o su guerre che sono state combattute quando i nostri nonni magari non erano ancora nati… io su queste cose voterei, e chiedere conto a chi ho votato.

Rileggetevi, se avete tempo, questo vecchio post.

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Il Privante, il Passapacchi, il Tabaccaio, il Lungimirante e la Rana

“Il mercato siamo noi”, dicono.

Mercato” in effetti fa pensare proprio a “noi”, o almeno al fruttivendolo tifoso dei Bianchi o al fornaio Giuseppe da cui ho comprato il pane stamattina, o magari la contadina universale sulla sua stuoietta.

Così li contrasti con lo Stato, e sappiamo tutti per chi tifare.

In questo modo, ci fanno sostenere cose che distruggono alla fine il fruttivendolo, il fornaio e la contadina sulla stuoietta.

La parola “Mercato” evidentemente contiene un trucco semantico. Proviamo a usare perciò termini che spieghino in modo più preciso la cosa.

In genere, ciò che sentite chiamare “il mercato” non è costituito dal Fruttivendolo, il Fornaio e la Contadina, ma da alcuni signori che chiameremo il Privante, il Passapacchi,  il Tabaccaio, il Lungimirante e la Rana.

Non sono difficili da capire.

Il Privante è quello che è più stonato di me, ma a te, ti porta in tribunale se canti con gli amici una canzone di un autore morto meno di ottant’anni fa senza passargli una bella fetta di soldi; ed  è quello che caccia i bambini da un giardino e lo trasforma in un parcheggio in vendita a 50.000 euro a posto macchina. In parole ovvie, il Privante è quello che priva tutti gli altri di qualcosa.

Il Passapacchi, come ricorderete, è la pizzeria a Santo Spirito che produce pochi rifiuti, per i quali paga sicuramente tutte le dovute tasse. Solo che vende a ogni turista la pizza in scatola, e poi il turista deve arrangiarsi per dove buttarla. Cioè in mezzo alla strada. Che è esattamente la chiave che permette di fare profitti crescenti in un mondo a risorse decrescenti.

Il Tabaccaio è il tizio creativo che ha un’idea originale e di successo. Prendi un ragazzino, fallo fumare e non solo ti sei fatto un cliente, hai aperto orizzonti nuovi.

Il Lungimirante è un signore pieno di senso di responsabilità sociale (spesso è pure ecosostenibile e democratico). Tanto che  contribuisce a fondo perduto alle campagne elettorali di giovani meritevoli e onesti e poi suggerisce a quei giovani, non appena eletti, di costruire un’autostrada che porti direttamente ai suoi magazzini, favorendo così la Crescita dei Posti di Lavoro. Poi volendo, c’è anche l’insuperabile incrocio tra il Tabaccaio e il Lungimirante che è la base dell’economia militare statunitense.

La Rana, infine è quella che quando respira, non è che faccia entrare la stessa quantità di aria che ha appena fatto uscire. No, a ogni respiro, deve prenderne un po’ di più.

Sempre meglio il botto che il ristagno.

 

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Ubi minor, maior cessat

Insolitamente, riprendiamo qui il comunicato del gruppo di Sinistra Italiana al consiglio regionale della Toscana.

Quasi mai riprendiamo comunicati di forze politiche, uno, perché deleghiamo il meno possibile, due perché un partito politico è sempre un pacchetto che devi comprare in blocco, anche quando condividi solo un pezzo.

Comunque, nel pacchetto toscano di Sinistra Italiana c’è una cosa buona: il consigliere Tommaso Fattori ha elaborato da tempo un’eccellente proposta di legge regionale sui Beni Comuni.

Ma prima di fare una legge, ci vuole una legge statutaria, qualcosa come un articolo della Costituzione per capirci.

Così il Consiglio Regionale ha approvato una legge statutaria, costruita insieme da SI e dal PD, che è un passo avanti, almeno in termini di belle parole: la Toscana è la prima regione in Italia a introdurre il concetto di “Beni Comuni” nel proprio statuto.

Di seguito il comunicato, un po’ ottimistico magari, ma la frase, ubi minor, maior cessat merita un post. In rosso, il paragrafo che ci piace di più.

_________

Il Consiglio regionale della Toscana ha approvato in prima lettura la proposta di legge statutaria per la tutela e valorizzazione dei beni comuni, con il voto favorevole di Sì – Toscana a Sinistra, Pd, M5S, Gruppo misto e l’astensione di FdI e Lega. Si tratta di un testo unificato che deriva dalla sintesi di due proposte di legge, l’una a firma di Sì-Toscana a Sinistra e l’altra del PD.

La Toscana è la prima Regione a riconoscere i beni comuni nel proprio Statuto, impegnandosi a valorizzarli e a tutelarli”, afferma Tommaso Fattori, capogruppo di Sì – Toscana a Sinistra, che di beni comuni si occupa fin dalla fine degli anni ’90 e che è stato uno delle figure di riferimento del referendum del 2011 contro la privatizzazione dell’acqua. Con la modifica approvata, nello Statuto si prevede che la regione Toscana tuteli e valorizzi “i beni comuni, intesi quali beni materiali, immateriali e digitali che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali della persona, al benessere individuale e collettivo, alla coesione sociale e alla vita delle generazioni future e la promozione di forme diffuse di partecipazione nella gestione condivisa e nella fruizione dei medesimi”. “Una formulazione che riprende la definizione datane da Stefano Rodotà”, ricorda Fattori, che con Rodotà ha avuto “la fortuna di fare un bel pezzo di strada assieme”.

“E’ un momento storico, a 7 anni dalla vittoria del referendum per l’acqua. Si tratta di porre un argine alla privatizzazione e mercificazione dilagante di beni comuni fondamentali, come l’acqua, che devono essere preservati e la cui gestione deve essere condivisa e partecipata.” “Ma si tratta anche – aggiunge Fattori – di saper riconoscere e tutelare la gran quantità di esperienze che si stanno moltiplicando grazie a gruppi di cittadini che si prendono cura di beni comuni urbani o rurali. Che sia il piccolo orto urbano, il giardino restituito alla fruizione collettiva grazie all’impegno di abitanti della zona o la fattoria prima abbandonata e degradata e ora finalmente riattivata da un collettivo di contadini, si tratta sempre di forme con cui gruppi di persone si autorganizzano per condividere una risorsa, generando effetti positivi per la collettività e l’ambiente, contrastando lo spreco e il degrado. Queste esperienze sono state perlopiù ostacolate, adesso vanno incoraggiate e protette”.

“Siamo ricchi di beni comuni, di risorse condivise materiali oppure immateriali, come ad esempio il software libero o wikipedia. La capacità cooperativa e collaborativa umana deve essere valorizzata e dobbiamo proteggere questi beni dall’assalto del mercato e del profitto. Non ci sono beni comuni senza relazioni di condivisione, senza una gestione partecipativa”, commenta Fattori.

“I beni comuni obbligano anche a ripensare il principio di sussidiarietà, spesso distorto, secondo una nuova logica che riassumerei così: ‘ubi minor, maior cessat’, ossia, dove c’è una comunità di persone si sta prendendo cura di un determinato bene, non solo se ne deve impedire la mercificazione ma anche l’istituzione deve farsi da parte o eventualmente partecipare, ma in forma non dominante, senza sottrarre spazio alla capacità di autorganizzazione di chi tutela e vivifica il bene”, afferma Fattori.

“Questa legge statutaria interviene sulle finalità della Regione, adesso si tratterà di tradurre i principi in atti concreti: per questo abbiamo da tempo depositato una legge ordinaria sui beni comuni, un’altra legge l’ha invece depositata il PD, di segno diverso, e il dibattito in commissione e in un apposito gruppi di lavoro è aperto”

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L’amicizia

La politica, comunemente intesa, consiste nel bofonchiare sospettosamente e occasionalmente infuriarci con quelli che paghiamo per decidere delle nostre vite.

La base sono regole per tenere il prossimo a distanza di sicurezza, nonché il risentimento, che è la nota di fondo che si sente sempre.

Ma la politica vera dovrebbe essere la polis che costruiamo noi. E per una tale politica l’unica base, assolutamente concreta,  può essere l’amicizia.

Sempre dalla Cittadella di Antoine de Saint-Exupéry  (pagine 157-158):

Era ingiusto quel tale che diceva della sua minuscola casa: “La costruisco così perché contenga tutti i miei veri amici…”

Che cosa pensava dunque degli uomini quel gottoso?

Io, se volessi costruire una casa per i miei veri amici non saprei fabbricarla abbastanza grande poiché non conosce un uomo al mondo che non sia in parte mio amico, sebbene in modo limitato e transitorio. Anche quel tale a cui faccio tagliare la testa potrei trasformarlo in mio amico se sapessimo porre fine alle divisioni degli uomini.

Saprei fare un amico anche di chi mi odia in apparenza e mi farebbe tagliare la testa se potesse. E non credere che si tratti di una commozione facile, né d’indulgenza, né di un’aspirazione ignobile, di una simpatia volgare, perché io rimango duro, inflessibile e silenzioso. Ma pensa che sono numerosi i miei amici sparsi un po’ dovunque e che riempirebbero la mia dimora se insegnassi loro a camminare.

Ma che cosa intende per amico vero costui se non colui al quale potrebbe affidare del denaro senza correre il rischio di essere derubato – l’amicizia allora non è altro che lealtà di domestico -, ovvero colui al quale potrebbe chiedere un favore – e l’amicizia non è altro che un vantaggio ricavato dagli uomini  – , ovvero colui che all’occorrenza potrebbe prendere le sue difese? L’amicizia allora è un segno di ossequio.

Io disprezzo i calcoli e dico mio amico quell’essere che ho intravisto nell’uomo, un essere che forse sonnecchia ancora nascosto nella sua ganga,[1] ma che di fronte a me comincia a rivelarsi poiché mi ha riconosciuto e sorriso, anche se più tardi dovrà tradirmi.

Ma costui chiama amici quelli che berrebbero la cicuta al suo posto; come puoi pretendere che tutti se ne rallegrino?

Quel tale che si diceva buono non poteva capire l’amicizia. Mio padre che era crudele, aveva degli amici e sapeva amarli poiché non era sensibile alla delusione che è avarizia frustrata.

La delusione non è che bassezza, poiché quello che in un primo tempo amavi nell’uomo per qual motivo dovrebbe essere distrutto se ci sono anche altre cose in lui che non ti piacciono? Ma tu trasformi subito in schiavo colui che ami e che t’ama, e se egli non assume il peso di questa schiavitù lo condanni.”

Nota:

[1] Perfetta la definizione della Treccani: “ganga: il complesso dei minerali sterili, cioè non utilizzabili, che si trovano associati ai minerali utili di un giacimento minerario. Viene eliminata, parzialmente o totalmente, durante l’arricchimento dei minerali.”

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La Cittadella

Antoine de Saint-Exupéry è (giustamente) uno degli autori più noti del mondo; ma ho incontrato una sola persona che aveva letto quella che considero la sua opera migliore.

Il 31 luglio del 1944, prima di partire in missione di ricognizione dalla Corsica, il pilota – poco più che quarantenne – consegnò al capitano Gavoille una valigia. E poi scomparve a mare.

Nella valigia, c’era un manoscritto di 985 pagine. Fu pubblicato quattro anni dopo, con il titolo La cittadella.

L’autore non ebbe il tempo di riguardarlo, e il testo è pieno di ripetizioni e di brani poco chiari, infatti l’edizione italiana ne presenta solo una parte.

Il testo si presenta come un flusso di riflessioni, ambientate in una città del deserto, vagamente mediorientale o nordafricano. Proprio questa ambientazione esotica e imprecisabile permette al lettore di concentrarsi, senza farsi distrarre da riferimenti più vicini, su quella che considero una straordinaria guida alla vita comune.

Nessuno studio sociologico spiega altrettanto bene ciò che avviene quando si costruisce, insieme, una “cittadella”, il flusso complesso, incessante, di dinamiche umane intense che creano una comunità, la fanno fiorire e poi appassiscono e muoiono.

Ascoltiamo Saint-Exupéry (pagine 171-172 dell’edizione italiana).

La vita non è né semplice, né complessa,né chiara, né oscura, né contraddittoria né coerente. La vita è. Solo il linguaggio la coordina e la complica, l’illumina o l’adombra, la diversifica o la ricompone. Se hai dato un colpo a dritta e uno a manca, non bisogna dedurre da questo due verità contrarie, ma un’unica verità, quella dell’incontro. Solo la danza è aderente alla vita.

Quelli che si presentano con ragionamenti coerenti e non con le loro ricchezze interiori, quelli che discutono per poi agire seguendo un procedimento razionale, anzitutto non agiranno poiché ai loro sillogismi un uomo abile contrapporrà delle argomentazioni più convincenti, alle quali dopo aver a loro volta riflettuto essi contrapporranno delle argomentazioni ancora più convincenti. E così all’infinito, d’avvocato abile in avvocato più abile.

Le verità dimostrabili sono soltanto quelle del passato e tali verità sono innanzi tutto evidenti in quanto sono. Se tu vorrai spiegare per quale motivo quest’opera è grande, vi riuscirai, poiché conosci in anticipo quello che desideri dimostrare. Ma la creazione non appartiene a questo ordine di cose.

Dai pure delle pietre al tuo contabile; non costruirà mai un tempio.

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