La Condizione del Popolo e la gioia delle lontre

Sul blog, è sorta un’importante discussione, attorno a uno scritto in cui Michele Serra critica un’intervista con lo scrittore americano Tom Wolfe, che a sua volta critica quella che lui chiama la sinistra radical-chic.

Serra scrive:

“L’elemento, ridotto all’osso, è questo: ammesso e concesso che i liberal, per i bifolchi dell’Ohio, abbiano fatto poco e male, che cosa fa, per i bifolchi dell’Ohio, Tom Wolfe? Ho la presunzione di conoscere la risposta: non fa assolutamente niente, e non perché sia malvagio o distratto, ma perché per la destra quella vera (quella scettica sulla natura umana, e sui destini della società) le condizioni del popolo non costituiscono un problema di speciale urgenza. Il popolo, alla destra, va benissimo così com’è.”

Serra pone molto bene la domanda, e siccome nessuno di noi è Wolfe, la ripropongo pari  pari a me stesso e ai lettori.

E’ facile immaginarsi le risposte dei militanti: “Io per i bifolchi dell’Ohio ho distribuito diecimila volantini e sono stato su fino alle due di notte per fare un picchetto.

Qualcosa sicuramente hai fatto, insomma, poi magari ci sarebbe da capire il bifolco come sta dopo il trattamento.

“Scettici sulla natura umana, e sui destini della società”... Sul Treccani, leggo che “scettico” viene da σκέπτομαι, «osservare, esaminare». Il dubbio scettico, sarebbe

“quello che verte intorno alla possibilità della conoscenza del vero, escludendo che si possa giungere a verità assolute.”

Io osservo “la natura umana”, dubitando che si possa arrivare a certezze assolute in merito; e i miei dubbi triplicano, quando sento qualcuno che parla di “destini della società”.

Immagino però che Serra intenda qualcos’altro: lo scettico sarebbe soltanto il non ottimista, colui che dubita che gli esseri umani tutti possano fare eccellenti e razionali cittadini e consumatori, capaci sempre di fare la scelta migliore per se stessi e quindi anche per gli altri. 

Per Serra, sembra di capire, è di Sinistra chi crede che l’essere umano sia infinitamente educabile, come la buonanima di Mao che intinse il pennello nel calamaio per scrivere ideogrammi che traduciamo così:

“un foglio bianco non ha macchie, e quindi è possibile disegnarvi le figure più nuove e più belle”.

Passiamo alle condizioni del popolo, poi.

Francamente, non mi è chiaro cosa sia “il popolo”, al massimo mi va bene una definizione che ne dà il Dizionario di storia della Treccani:

“Nei comuni medievali italiani, la designazione di popolo fu data alle organizzazioni di cittadini reclutati su base professionale (come le corporazioni) o territoriale (come le società armate nelle quali si raggruppavano gli abitanti delle stesse zone).”

Definizione secca, precisa. E falsificabile, come diceva il saggio Popper, quindi pane per i denti e non fuffa per le emozioni.

Il popolo onestamente non l’ho mai visto.

Vedo innumerevoli individui di specie umana, non intercambiabili tra di loro, ognuno dei quali vive una condizione, che poi varia di momento in momento:

“che fame!”, “ho mangiato talmente tanto che vado a vomitare”, “l’ho fregato a quel fesso!”, “sono sicuro che la CIA mi stia spiando!”, “ahimè quanto soffro da quando mio marito mi ha messo le corna!”, “i negri sono perfidi”, “se la gente solo sapesse cosa si prova ad avere la malattia di… ma non mi ricordo più come si chiama!”, “me la dà o non me la dà?”, “le carogne fasciste non meritano di vivere”, “quanto è carino il mio bambino”, “ogni mattina quando mi sveglio, penso a una sola cosa, quella schifezza umana o resta con me o la ammazzo!”, “perché nessuno mi ama?”

Passa qualche anno, e per tutti questi qui, ci chiederemo, “où sont les neiges d’antan?”

Eppure, c’è qualcos’altro, e credo che Serra abbia profondamente ragione, anche se sbaglia la spiegazione.

Ho appena parlato di “individui”. E percepisco  che tanti di Destra si sentano individui isolati.

Il nostro destrissimo commentatore Mario ha scritto qui:

“Purtroppo il carattere degli uomini di “destra” è spesso pessimo (non siamo cattivi, ma “solo” superbi), quindi spesso si finisce in un anarchismo/isolazionismo deleterio anche solo da un punto di vista individuale. Orgoglio, più che rivolta.”

Ho il sospetto che Serra abbia letto poco di Wolfe, perché il romanziere Wolfe ha un’incredibile capacità di immedesimarsi sia in individui diversissimi da lui, sia nei loro ruolo sociali. Anche in gente meschina e in pensieri meschini, in meccanismi ossessivi e perversi, nella miseria umana.

Da scettici, si può osservare gli esseri umani, sentirsene intimamente parte, senza per questo essere particolarmente ottimisti.

E’ un campo in cui nessuno ha mai superato Shakespeare: la capacità di condividere l’immensa varietà delle vite e delle esperienze, di essere donna innamorata, tiranno titubante, contadino astuto e mille e mille altre cose.

Wolfe, che descrive ambienti spaventosamente urbanizzati, si ferma agli esseri umani; ma ci sono altri scrittori che hanno saputo andare oltre, a partire da Carlyle:

““What is there that we cannot love, since all was created by God?”

“Cosa c’è che non possiamo amare, visto che Dio ha creato tutto?”

Ora, se invece di essere ottimisti sul destino della società, iniziassimo a sentirci coinvolti, responsabili, partecipi, di tutto ciò che esiste, senza giudizi o rimedi certi;

senza nessun dovere morale, ma semplicemente perché la vita scorre per un attimo in noi, e in quel momento respiriamo le stesse molecole d’aria che ha respirato Tutankhamon o il cane della Maria;

riconoscendo la transitorietà della vita, l’esistenza di infinite visioni diverse dalla nostra (a partire da quella delle lontre e delle volpi e della taxus baccata, per arrivare a quella dei truffatori e dei mendicanti e delle vedove e dei teppisti e dei poeti);

sapendo che cercare l’equilibrio del mondo vuol dire a volte cercare di cambiare le cose, ma altre volte vuol dire difenderle con le unghie e con i denti così come sono;

chiedendo il meno possibile a Stati e Istituzioni e Imprese e altri mostri che abbiamo creato noi stessi, ma sapendo che anche loro fanno parte del ciclo del tempo, e nella losca mente di Dio, c’è un posticino persino per loro;

e come c’è un posto, c’è anche un tempo per ogni cosa (lo sapeva Salomone tremila anni fa, e non lo sa quasi nessuno oggi),

e infine, che

“la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come muoiono queste muoiono quelli; c’è un solo soffio vitale per tutti. Non esiste superiorità dell’uomo rispetto alle bestie, perché tutto è vanità. Tutti sono diretti verso la medesima dimora:
tutto è venuto dalla polvere
e tutto ritorna nella polvere.”

Che con minore tristezza, possiamo volgere nelle parole dell’amico delle lontre:

“Un giorno, le fogne delle città smetteranno di scaricarsi nel fiume, e torneranno alla terra, per far crescere cibo eccellente per le persone. Un giorno, i salmoni salteranno di nuovo nelle chiare acque del Fiume di Londra; e il lavoro dell’uomo sarà creativo e gioioso”.

Allora, si può guardare, e sapere che non vi sono certezze, eppure tuffarsi ed esserci.

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Quando io e Gesù sconfiggemmo l’Impero Britannico, e ce ne innamorammo

A forse sei anni, vi fu il momento più glorioso di tutta la mia vita.

In un immenso parco che era anche un auditorio tutto cemento, da qualche parte nel Chapultepec, la “montagna delle cavallette da mangiare”,

proprio lì dove nacque l’impero dei mexi’ca,

dove l’imperatore Massimiliano sognò di fare un mondo come nessun altro (mi ricordo ancora, il poliziotto a Trieste che mi minacciava dicendomi, “noi con voi messicani abbiamo un conto da regolare”, e io che gli dissi che non portavo su di me il sangue di Massimiliano)…

ecco, a Chapultepec, i gringos sterminarono i bambini eroi:

“ellos son los niños héroes
quienes dieron su vida por la patria
a quien el pueblo idolatra

con una justificada razón
ya que ellos entregaron su vida
y lo hicieron con el corazón.”

Eravamo io e il Bambin Gesù, un indio di nome Jesús, e insieme conducemmo una battaglia che durò ore, per conquistare il parco, contro un paio di bambini inglesi.

Un combattimento tremendo a bastoni, sassi e agguati che richiese enorme impegno, coraggio, ingegno e gioia, e che mi ricordo ancora, come se fosse durata una giornata intera.

Una splendida immagine: la mamma dei bambini inglesi, sorridente, bellissima (a mille anni di distanza, me la immagino mora, ma chi sa com’era davvero), complice di tutta la nostra violenza, che imparzialmente ci incoraggiava, mentre conquistavamo l’ultimo avamposto (pensate com’è la memoria, sento ancora per un attimo la sua voce, poi appena cerco di afferrarla, mi sfugge, non so dire nemmeno se ci parlasse in inglese o in spagnolo).

Gesù e io, quel giorno, sconfiggemmo insieme l’impero inglese.

Scoprendo nel contempo che esistevamo grazie a chi ci donava la sua inimicizia.

Piccolo Gesù, mio fratello di battaglia, chi sa in quale misterioso anfratto della storia sarai finito, morto ammazzato o morto di noia, non potrò mai più ritrovarti, eppure insieme, siamo stati grandi.

L’ultima battaglia di quella guerra ebbe luogo in cima a una biglietteria che sembrava un posto di guardia, sempre di grigio cemento.

Mi ricordo la profonda lezione che mi diede quella madre, partecipando, osservando, volendo bene a tutti noi, ma non facendo nulla per far vincere i suoi contro di noi.

Magari oggi è morta, o avrà cent’anni, e chi sa se i nostri nemici di quel giorno di gloria si ricordano ancora di me e del Bambin Gesù. Però se saranno oggi tristi imprenditori anglofoni, spero che si ricordino di essere stati qualcosa di molto più bello, almeno in un lontano istante della loro esistenza.

Se esiste qualcosa di positivo, anzi di sovrabondante che sgorga incontrollabile in questo traduttore di manuali tecnici con una gatta serba clandestina in braccio, se ha visioni di mondi che a volte sfuggono agli altri, se sa innamorarsi di chāchapoltin, di cavallette, cavalli e cavalieri e cammelli, è anche grazie a quella giornata di gloria.

Quanti debiti abbiamo, in questa vita meravigliosa.

E quando non riusciamo a ritrovare i nostri creditori, regaliamoli al primo che capita.

Come tanti anni fa che me me ne stavo al tramonto, in un rottame di palazzo in costruzione, dalle parti di Prato, sotto la pioggia, e si fermò una macchina stracarica di zingari, e mi riempirono di pane e succhi di frutta e poi sparirono.

Quando hai troppo, è giocoforza dare.

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La Roccia

T.S. Eliot, il coro di The Rock, 1934:

E alcuni dicono: “Come possiamo amare il prossimo? Perché l’amore
deve essere reso vero nell’atto, come il desiderio unisce a ciò che si desidera; noi abbiamo
da dare soltanto il nostro lavoro e il nostro lavoro non è richiesto.

Attendiamo agli angoli delle strade, e non abbiamo nulla da portare se non le canzoni
che sappiamo cantare e che nessuno vuole sentire cantare;
Aspettando di finire scagliati, alla fine, su un mucchio, meno utili del letame.

Dov’è la Vita che abbiamo perso nel vivere?
Dov’è la saggezza che abbiamo perso nella conoscenza?
Dov’è la conoscenza che abbiamo perso nell’informazione?

Ho spazzato i pavimenti e decorato gli altari.
Dove non vi è un tempio, non vi sono case.

Anche se avete rifugi e istituzioni,
dimore precarie finché si paga l’affitto
cantine crollanti dove si moltiplicano i ratti
o residenze igieniche con numeri alle porte
o una casa appena migliore di quella del vostro vicino;

Quando lo Straniero vi chiede: “Qual è il significato di questa città?
Vi stringete vicini perché vi amate gli uni gli altri?”
Cosa risponderete allora? “Viviamo tutti insieme
per far soldi gli uni dagli altri?” oppure “Questa è una comunità?”
e lo Straniero partirà e tornerà nel deserto.
Anima mia, sii pronta per l’arrivo dello Straniero,
preparato per colui che sa fare domande.

And some say: “How can we love our neighbour? For love must
be made real in act, as desire unites with desired; we have only
our labour to give and our labour is not required.
We wait on corners, with nothing to bring but the songs we can
sing which nobody wants to hear sung;
Waiting to be flung in the end, on a heap less useful than dung.”

Where is the Life we have lost in living?
Where is the wisdom we have lost in knowledge?
Where is the knowledge we have lost in information?
I have swept the floors and garnished the altars.
Where there is no temple there shall be no homes.

Though you have shelters and institutions,
Precarious lodgings while the rent is paid,
Subsiding basements where the rat breeds
Or sanitary dwellings with numbered doors
Or a house a little better than your neighbour’s;
When the Stranger says: “What is the meaning of this city?

Do you huddle close together because you love each other?”
What will you answer? “We all dwell together
To make money from each other”? or “This is a community”?

And the Stranger will depart and return to the desert.
О my soul, be prepared for the coming of the Stranger,
Be prepared for him who knows how to ask questions.

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E’ biondo o beve il caffè?

Uno degli aspetti più interessanti dell’assassinio di Firenze è il dilemma, a proposito dell’omicida – è razzista o è matto?

Come dire, è biondo o beve il caffè?, visto che l’intersezione tra le due diversissime categorie non è necessariamente vuota. Ma è proprio quando vengono fatte domande così bizzarre, che le cose si fanno interessanti.

Abbiamo pochi dati per giudicare il motivo per cui ha sparato al senegalese. Sappiamo (da due righe di fonte imprecisata nella stampa) che lui ha detto che aveva soltanto intenzione di uccidere “la prima persona che incontrava per strada”, ma sappiamo che il senegalese non è stata la prima: un attimo prima, aveva incrociato una mamma (italiana) con suo figlio, e non aveva sparato a loro.

Certo, non è facilissimo entrare dentro il cervello di una persona che non conosci e immaginarsela mentre fa una scelta del genere, ma possiamo ipotizzare varie cose: che si fosse trattenuto perché voleva uccidere una sola persona, oppure non voleva ammazzare una donna, oppure avrebbe ammazzato un bambino ma poi gli dispiaceva per la mamma, o viceversa. Le combinazioni possibili sono tante.

Oppure perché gli dava più soddisfazione uccidere un nero, cosa che lui stesso nega.

Non darei troppo peso nemmeno alla sua testimonianza. Quando prendiamo decisioni velocissime e drastiche, non ci ispiriamo quasi mai a cose che possiamo spiegare a parole, mentre quando veniamo interrogati dalla polizia, tutto è a parole. Infatti si parla di “verbali“, con le scripta (debitamente ritradotte in burocratese) che manent.

Però il riferimento al “razzismo” è fondamentale, perché permette di creare una serie di associazioni mentali, che riportano a quella che chiamano  “politica” e suscitano quindi emozioni di gruppo: se avesse sparato alla mamma e al bambino, la cosa non avrebbe interessato praticamente nessuno, fuori dai conoscenti delle vittime.

Proprio come l’omicidio di una tossicodipendente a Macerata un po’ di tempo fa non avrebbe interessato quasi nessuno, se a ucciderla, o comunque a smembrarne il cadavere, non fosse stato un immigrato clandestino.

Meglio così: quando riusciamo a fare questi agganci simbolici, le vittime e i loro familiari ricevono una solidarietà e un affetto che altrimenti non ci sarebbero.

Ma perché la secca alternativa, o razzista  o matto?

Il matto è innanzitutto il contrario della persona normale.

Il Normale è il cittadino maggiorenne, che sceglie lucidamente e in maniera razionale come promuovere il proprio interesse (e si spera anche quello degli altri), votando in modo calcolato alle elezioni, e scegliendo il miglior rapporto qualità-prezzo a ogni acquisto che fa sul mercato.

A questo si aggiunge un importante elemento, di derivazione cristiana, che viene spiegato  nell’attuale Catechismo della Chiesa Cattolica:

“La coscienza morale è un giudizio della ragione mediante il quale la persona umana riconosce la qualità morale di un atto concreto che sta per porre, sta compiendo o ha compiuto. In tutto quello che dice e fa, l’uomo ha il dovere di seguire fedelmente ciò che sa essere giusto e retto.”

Solo il fatto che tutte le persone normali avrebbero un innato senso del bene e del male (sempre uguale), permette di dividere i santi dai peccatori.

Quindi, la ragione è uguale per tutti e la coscienza pure, grazie al Grande Stampino Universale.

I soggetti che non funzionano così vanno compatiti e curati, e quindi non possono essere oggetto di odio, disprezzo o punizione. Sono infatti vittimi e vittime, di una malattia (le malattie sono per definizione colpe dello Stato che non stanzia abbastanza fondi per la ricerca), di un padre picchiatore, della droga, degli Insegnanti che Non Hanno Alzato un Dito per Salvarlo e tante altre cose.

E’ un criterio che a volte regge.

Un mafioso che spara a un proprio debitore insolvente, per dare una lezione a tutti gli altri, e ha la ragionevole certezza di non venire mai arrestato, è chiaramente un normale, che cerca di massimizzare il proprio profitto; e – se è vero (ma è tutto da dimostrare) che abbiamo un innato senso morale – è un normale che sa di fare del male, e quindi merita odio, disprezzo e punizione (anche se è molto più probabile che otterrà complicità se non ammirazione).

Ma data questa definizione, uno che invece spara a un passante, senza guadagnarci nulla e anzi rovinandosi la vita, si può definire una persona normale, a prescindere se sia razzista, ufologo o terrapiattista?

Evidentemente no. Ora, prendercela con un anormale diventa un po’ come prendercela con un ragazzino con la sindrome di Down che fa fatica a risolvere equazioni di secondo grado, o almeno come prendercela con i lupi perché mangiano le pecore. Insomma, ci sarebbe poca trippa per manifestanti: ecco perché l’alternativa deve essere secca, o è matto o è razzista. Cosa che capisce perfettamente anche l’avvocato dell’omicida, che dice che il suo assistito “esclude categoricamente il movente razziale.”

Ma la contrapposizione tra normali e matti, che sta alla base della democrazia rappresentativa capitalistica, si scontra con il fatto che – tranne pochi casi psichiatrici molto evidenti – la maggior parte di noi oscilla costantemente tra i due poli di razionalità calcolatrice e un profondo, misterioso mondo altro, dove vivono esseri di ogni sorta: l’idea medicalizzante e paternalistica (o maternalistica) della follia è un’invenzione recente. Altri tempi hanno avuto altri sguardi, e ne avranno ancora in futuro.

L’assassino di Firenze ha commesso un’azione sicuramente da matti, eppure ha  una sessantina d’anni. Per sei decenni, ha fatto il tipografo, non l’ergastolano o il degente di un ospedale psichiatrico; il che vuol dire che per sei decenni si è tenuto ancorato alla terraferma, magari per un filo sottilissimo, che poi in un attimo si è spezzato. E magari mille altre volte, si era spezzato, in una discussione concitata, in un’affermazione sopra le righe, in qualche fantasia bizzarra, in sogno.

O anche in un momento di innamoramento, e questo potrebbe aprire un altro discorso interessante.

Ma ciò che colpisce è come in tutte le vicende di cronaca oggi, prevalga la questione del giudizio morale.

Io sono buono, e lo affermo ogni volta che condanno qualcun altro, che è quindi cattivo.

Questa esigenza moralistica è diventata talmente soverchiante, da aver fatto sparire ogni altro criterio, di cui ne esistono invece in altre culture.

Probabilmente perché in tempi con meno grasso superfluo in giro dei nostri, la cosa più importante non era sentirsi più buoni del prossimo, ma semplicemente riportare un equilibrio, e quello si faceva guardando il fatto oggettivo in sé: queste le pene per un omicidio, queste per un furto, queste per aver omesso il rito alla fonte sacra.

Tanto il vero problema è che c’è un morto ammazzato, una vacca sparita o una ninfa molto, molto arrabbiata. Poi le motivazioni interiori, le sa solo Iddio: il colpevole stesso, spesso no.

Per questo, la poesia preislamica parlava (come abbiamo già detto) della, hâmah, il barbagianni che esce dal corpo dell’uomo che è stato ucciso, e sorvola il luogo della morte gridando, “dissetatemi!”

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Genetica antirazzista

Oggi sono andato al corteo di solidarietà con il senegalese ucciso sul Ponte Vespucci.

Ne ho tratto troppe riflessioni da inserire in un solo post. Rimandando a dopo le riflessioni principali, qui mi fermo a parlare delle presenze umane, divise in due categorie ben diverse: una maggioranza di italiani e una folta minoranza di senegalesi.

I senegalesi, tutti maschi, non giovanissimi e perfettamente organizzati, con un servizio d’ordine ben riconoscibile. Il messaggio si riassumeva benissimo in questo cartello:

Insomma, gente seria che deve lavorare e mandare soldi a casa.

Gli italiani erano molto più variegati, e per la maggior parte era gente normalissima (nella misura in cui esiste).

Siccome la gente normale interessa il giusto, mi soffermo sulle eccezioni.

Innanzitutto, l’immancaaabile megafonatooore  dalle vocaaali strascicaaate che ricordaaava l’impeeegno di looootta (ascoltandolo, un ragazzo che camminava mano nella mano con una ragazza cinese ha urlato, “ma che palle!“).

Poi vedo una coppia di giovanissimi che sembrano l’incarnazione di come quelli di destra si immaginano quelli di sinistra. Lui addirittura si sta fumando una canna (prima che pluralizziate, tipo, “gli amici degli immigrati si fanno le canne”, preciso che era l’unico in tutto il corteo).

Lei (che ha un piercing sulle labbra) regge un cartello, dove c’è scritto qualcosa tipo, “L’unico razzismo giusto è quello contro gli stronzi“.

Mi avvicino:

“Chi sono gli stronzi?”

“Sono quelli che hanno la mentalità chiusa, che non accettano gli altri!”

“Ma perché diventano stronzi?”

“Beh, è a causa dell’educazione… io sono cresciuta in una famiglia antirazzista, e quindi ho la mentalità aperta…”

“Quindi è la famiglia, se nasci in una famiglia stronza, diventi stronzo?”

“Ma no, è tutta l’educazione, la società, il paese…”

“Quindi è la società italiana, chi nasce in Italia è stronzo?”

“No, gli stronzi, sono ovunque, in tutto il mondo!”

“Allora è la specie umana che è stronza?”

I due ragazzi mi piacciono: sono entusiasti nel proferire risposte, e non sbottano per la mia insistenza.

“Ma no, c’è chi è stronzo e chi non lo è, ognuno agisce diversamente!”

“Mi sembra un discorso un po’ di destra, tipo, ‘se uno è povero è una sua scelta’, non dipenderà da fattori di classe?”

“No, non è nemmeno un fatto di classe, ognuno è diverso, è proprio la diversità che è importante!”

“Ma perché siamo diversi? E’ un fatto genetico?”

“Sai che è un’idea interessante! Abbiamo tutti il DNA molto diverso, si potrebbe essere proprio un fatto genetico che fa nascere stronzi alcuni!”

Ci salutiamo con affetto.

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Il vincitore resta con il cerino in mano

In questi giorni, mi sembrano stranamente euforici diversi elettori e militanti del PD.

“Voglio proprio vederli a governare!”, dicono, mentre godono a vedere il cerino rimasto acceso in mano all’avversario, e già sognano la propria rivincita alle prossime elezioni.

Hanno ragione, ovviamente, però non capiscono che è una legge generale, che segna la storia italiana dall’inizio del grande declino, che poi coincide con l’assestamento dopo Tangentopoli: prima c’era una tale pacchia che con il grasso che avanzava, ci poteva campare un ceto intero di politici: un mestiere da allora molto ridimensionato e diventato precario.

I pranzi non sono mai gratuiti, come amano dire i liberisti, e se non hai qualcun altro che li paga per te, li paghi tu – in debiti, devastazione ambientale, rifiuti, disoccupazione  e riduzione dei servizi.

La Germania riesce ancora a far pagare all’ambiente proprio e agli Stati Uniti (nonché all’ambiente degli USA e dell’Europa orientale), e lì la cancelliera è stata riconfermata per la quarta volta.

L’Italia paga da sola; e di conseguenza, a pagare è anche il politico che ha in mano il cerino nel momento che si vota, come ha imparato a proprie spese il neo-senatore Renzi.

Questo crea un nuovo, curioso meccanismo: per avere il potere politico, occorre evitarlo.

Infatti, Mario Portanova ci ricorda come è andata, proprio a partire da Tangentopoli:

“Mentre impazzano le analisi sul voto del 4 marzo e sui futuri scenari di governo, c’è un dato di fatto che meriterebbe di essere approfondito: nell’ultimo quarto di secolo, in Italia chi ha vinto le elezioni ha sempre perso al giro successivo.

Ossia, in 24 anni nessuno l’ha mai spuntata in due corse di seguito.

1994: vince il centrodestra di Silvio Berlusconi (che governa solo sette mesi).

1996: vince il centrosinistra di Romano Prodi (con successivo ricambio di vari governi “rossi”).

2001: vince il centrodestra di Berlusconi (che regge con qualche rimpasto fino a fine legislatura).

2006: vince il centrosinistra di Prodi (con una maggioranza risicata che dura poco).

2008: vince il centrodestra di Berlusconi (che nel 2011 si dimette aprendo la strada a Mario Monti e ai suoi tecnici).

2013: vince il centrosinistra di Bersani (per una manciata di voti: Enrico Letta fa le larghe intese, poi arriva Renzi, infine, dopo la sconfitta del referendum costituzionale, Paolo Gentiloni).

2018: il Pd e il centrosinistra vanno ai minimi termini, il centrodestra ha la maggioranza relativa dei voti (vedremo i seggi) e i 5 Stelle sono il primo partito. E’ un caso?

O – al netto di singole responsabilità ed errori, e di ogni legislatura che fa storia a sé – governare porta male, a destra come a sinistra? E quando si torna alle urne la voce di chi sta all’opposizione arriva agli elettori sistematicamente più forte e chiara rispetto a quella di chi ha governato? E se sì, perché? Difficile dare una risposta, la materia è più da politologi che da giornalisti (chi conosce buoni studi scientifici in materia li segnali pure, grazie). Quel che è certo è che per tutta la Seconda repubblica è andata così.”

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Ti becchi il pioltelluto che te fa gnegnegnè

Per motivi che non vi sto a raccontare, faccio un giro a Torino e a Milano.

Per andare a Milano, cerco un posto su Booking.com, e vedo prezzi che non ho mai incontrato in nessun’altra parte d’Europa, nemmeno in Germania dell’Ovest.

Alla fine, mi accontento di un posto che ha un prezzo alto, ma ancora sostenibile (diciamo, tipo una bella stanza al centro di Berlino).

A qualche chilometro dal centro, l’Hotel E., una sola ma coraggiosa stellina, è al quarto piano di un palazzo fatiscente. A suonare assieme a noi, una simpatica coppietta di cinesi, con cui comunichiamo a gesti.

Saliamo con l’ascensore che di tanto in tanto si blocca, e usciamo sul pianerottolo dove c’è un nigeriano che si sta rollando una sigaretta.

Entriamo, e veniamo accolti dalla padrona che si veste alla particolarissima maniera delle donne sa’idi, dell’Alto Egitto. E’ uno stile antico, molto prima che ci fossero i salafiti.

Parliamo in arabo (il mio arabo è quello che è, ma vale più o meno quanto il suo italiano), e siamo tutti contenti: se mi scrivete in privato, vi raccomando pure l’Hotel E., il bagno è comune, le piastrelle son rotte, ma è pulito.

Poi andiamo a mangiare alla pizzeria sottostante (ottima ed economica), dove il propietario tiene ben in vista un’icona della Madonna e la foto del Papa: non Francesco, ma Tawadros il Secondo,  Patriarca dei Copti.

Mica è razzismo. Finisci nei ghetti perché sei povero, non certo perché sei straniero. E lì ci resti e lì crescono i tuoi figli, che sono come pentole a pressione. Aspettatevi il botto…

A Milano, rivedo un vecchio amico fiorentino, che per lavoro si è trasferito in Lombardia, e mi sembra interessante condividere qualcosa di quello che lui mi racconta. E’ un professionista, diciamo benestante e decisamente di sinistra.

Mi dice,

Milano è una città che ti permette di respirare,  non è provinciale come Firenze: qui hai un Comune che deve gestire opere per milioni e milioni di euro, non c’è il sindaco che viene a inaugurare l’illuminazione in ogni stradina facendosi fare la foto, o quello che ha il dehors del ristorante e ti blocca tutto perché è amico di qualcuno. Qui aprono un ristorante al giorno, e non succede niente.

E sei molto più libero di organizzare le cose, non hai una burocrazia che pensa solo a stroncarti. Il Comune organizza persino cose interessanti, che coinvolgono i cittadini.

Ma mi ha colpito, il fatto che non ci sono ludoteche – ci sono soltanto gli oratori. In Toscana, è normale dire che non sei cattolico, da sempre, chi ci ha mai pensato, invece qui ti guardano con occhi sgranati: ma mica solo nella provincia, anche in piena Milano, c’è la Chiesa dappertutto, anch’io mando mia figlia all’oratorio, almeno non sta per strada…

Ma come fanno quelli che proprio non sono cattolici, i musulmani ad esempio?

Gli oratori non ti buttano fuori se non sei cattolico, però il prete lo devi ascoltare di tanto in tanto… ma i musulmani e gli indù e gli ortodossi semplicemente non vivono qui, non hanno i soldi per starci, vivono da altre parti, in posti lontani, immagino che si organizzino da soli per i bambini, altrimenti come potrebbero fare?

Tu sai come funziona il PD, c’è anche qui, e racconta le stesse balle. A Cernusco si vantano di aver fatto il piccolo miracolo, il paesino con casette a due piani massimo, tutti benestanti e italiani.

A due passi, c’è Pioltello, che anche lì c’è il Partitone, con torri bruttissime e palazzoni dove andavano i meridionali.

Pioltello me lo ricordo bene, c’ero stato secoli fa, in pieno inverno, ospite da un mio amico fissato con i vestiti alla moda, che viveva al ventesimo piano di un palazzo senza riscaldamento e si vantava di essere amico del bandito Vallanzasca, poi magari se l’era inventata.

Poi i meridionali hanno fatto i soldi (non facciamoci troppe domande come), e hanno venduto agli stranieri.

Ma arriva la crisi economica, e gli stranieri sono i primi a perdere il lavoro, non riescono a pagare i mutui, e allora tutto diventa abusivo. E quando si è abusivi, ti tagliano il gas e l’acqua, ma quelli resistono lo stesso, al freddo e senza acqua.

E arriva la ndrangheta, e inizia ad assegnare gli appartamenti, contro un affitto, però pagato a loro, e rilasciano persino le ricevute, e gli stranieri iniziano a spacciare per poter sopravvivere.

Il Partitone annuncia che hanno stanziato non so quanti milioni di euro per ristrutturare l’area. Ovviamente senza consultare nessuno, senza coinvolgere le persone che ci vivono, ma tu queste cose le conosci, in questo, sono proprio uguali a Firenze.

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Perché ho dovuto votare

Riguardo alle elezioni, l’esperienza mi ha insegnato che chi si dedica alla “politica” è in genere un narcisista fallito in altri campi, ma sveglio e simpatico, e questo fatto prevale su tutte le eventuali differenze di schieramento.

Per questo, non si può dire che quelli di un partito siano buoni e quelli di un altro cattivi: la vera divisione è tra chi sta al governo (e deve quindi sorridere e fare l’ottimista) e chi sta all’opposizione e deve fare il moralista sempre arrabbiato; e se si scambiano i ruoli, si scambiano anche i caratteri (mentre i funzionari che decidono davvero non cambiano).

Quindi, ero incerto se votare, finché non mi ci hanno costretto.

Utilizziamo il solito oltrarnometro, per raccontare una faccenda piccola e complicata, ma che indica tutto un modo di agire che ha sicuramente contribuito a mettere l’80% degli italiani contro il Partito Unico nonostante le sue sterminate risorse organizzative ed economiche.

Voi sapete che a Firenze esiste un piccolo giardino con un bel palazzo, che per novant’anni è stato il luogo dove sono cresciuti i bambini e i giovani del quartiere.

Un giorno, un aiuto elettricista napoletano che era passato a vendere enciclopedie, con i suoi sudati risparmi compra una decina degli edifici più belli di Firenze, tra cui anche questo palazzo con una parte del giardino.

I suoi operai rompono il soffitto e riversano una gran quantità di acqua dentro la sottostante ludoteca, che il Comune quindi chiude, il gentiluomo fa cambiare la serratura e si impossessa così di tutto l’immobile. Che vende a vari privati (uno dei quali scopre che dietro alle eleganti placche degli interruttori, l’aiuto elettricista si era dimenticato di mettere anche i fili della corrente).

Nel 2014, il Comune arriva a un accordo: toglie tutti i vincoli all’area, permette al gentiluomo di fare quello che vuole, in cambio il gentiluomo si impegna a restituire un pezzetto di giardino e a pagare la ristrutturazione di una casetta fatiscente nella parte pubblica del giardino (275.000 euro).

Grazie a quest accordo, l’ex venditore di enciclopedie trasforma il pezzo dello storico  giardino che gli rimane in 30 posti macchina a cielo aperto (abbattendo illegalmente un albero, sui tre che restano vegliamo noi), che vende per 50.000 euro l’uno, con un guadagno netto quindi di oltre un milione di euro.

A questo punto, ci vorrebbero due passi: il Comune dovrebbe accettare la generosa donazione del pezzetto di giardino, e poi l’imprenditore dovrebbe venire a firmare la donazione stessa.

Passano quasi quattro anni, senza che succeda assolutamente nulla.

Giovedì scorso (cioè tre giorni prima delle elezioni), gli amministratori ci convocano in Comune, per darci la buona notizia: la Giunta comunale, con quattro anni di ritardo, ha deciso di fare il primo passo per accettare la donazione del pezzettino di giardino (il venditore di posti macchina deve ancora farla, la donazione).

Facciamo presente che nel frattempo il signore ha venduto tutto a un altro suo compare, per cui non capiamo come possa fare la donazione. Un po’ stupiti, quelli del Comune ci guardano e chiedono chi sia il nuovo acquirente, e glielo diciamo noi.

Chiediamo se possiamo avere almeno una copia della delibera della Giunta, ci dicono di no “perché non è ancora pubblica”.

E questo ci consola: che malfidati, pensavamo che volessero dare pubblicità alla faccenda prima delle elezioni!

Usciamo da Palazzo Vecchio, e un’ora dopo leggiamo sul sito del Comune:

Di “immobili in Via della Chiesa”, c’è solo il palazzo che il gentiluomo ha già venduto e a cui il Comune ha rinunciato quattro anni fa. Ma poco importa, tutto il quartiere sogna da anni di riavere quel luogo, ed ecco che a tre giorni dalle elezioni, ritorna magicamente a essere proprietà pubblica.

Ma soprattutto, fuori dal quartiere, tanta gente a Firenze non conosce i dettagli, ma ha sentito parlare della nostra vicenda ed è contenta che sia finita bene, grazie all’impegno del Partito Unico.

E poi il Partito Unico si lamenta delle “false notizie”:

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