Droni Buoni e la Vuca

Noah Raford è un signore che è pagato, immaginiamo profumatamente, per fare il veggente di corte dell’emiro del Dubai.

In quel simpatico paese, svolge infatti l’incarico di Futurist in Chief, dove si occupa di cose come il progetto Droni Buoni (Drones for Good, ma suona meglio in italiano). E poi si è pure stampato il proprio ufficio, che non è male.

Il nostro futurista ha comunque un’ottima capacità per descrivere il presente. E la prima parte del suo “Manifesto” riassume molto bene la situazione attuale.

“La programmazione strategica classica si basa sul presupposto di un futuro che cambia lentamente. Questo presupposto è errato.

Il cambiamento climatico, l’innovazione tecnologica, la scarsità di risorse, i veloci mutamenti politici e sociali richiedono un nuovo contesto per come pianifichiamo le nostre vite. La Scuola Militare Americana lo chiama il “Contesto VUCA: Volatile, Incerto [uncertain],Complesso e Ambiguo“.

Questo ci ricorda uno degli innumerevoli modi di dividere in due l’umanità.

Ci sono quelli che passano il tempo a darsi le pacche sulle spalle da soli.

E ci sono quelli che vengono pagati per portare a casa dei risultati: in questo caso, c’è da fidarsi di più dei militari e degli imprenditori che degli idealisti.

Per fortuna, l’umanità non si divide in due, ma almeno in tre.

Ci sono infatti anche quelli come noi, che non vengono pagati da nessuno, ma stanno tutti i giorni a contatto con la vita vera, e sappiamo intuitivamente che stiamo vivendo una situazione Vuca.

Ci adattiamo momento per momento, e proprio per questo avremmo enormi difficoltà a fossilizzarci ad esempio in un impegno elettorale o un appalto, che per anni ci vincolasse a qualcosa.

E’ proprio per questo che i Commons fanno parte del futuro.

“Le condizioni VUCA ci portano a modificare la maniera in cui comprendiamo e mettiamo in pratica la programmazione strategica. Creano una crisi nella maniera in cui governiamo e gestiamo le organizzazioni.”

La prima cosa che perde di senso in una situazione Vuca è la democrazia rappresentativa.

Se il cittadino-elettore-consumatore, atomo razionale alla base di tutta l’ideologia moderna, non sa cosa succederà domani, non sa cosa scegliere, non capisce le conseguenze delle proprie azioni, e anzi trova che tutto ciò che fa porta al contrario di quello che voleva in partenza… come fa a scegliere chi ci governerà per i prossimi cinque anni?

“Vedere il mondo come un sistema complesso che si adatta in maniera incessante significa cambiare il ruolo che immaginiamo per noi stessi… da architetti di un sistema che possiamo controllare a giardinieri che vivono in un ecosistema in costante mutamento che per la maggior parte è al di là della nostra possibilità di controllo”.

“Abbiamo perso di vista il futuro… creandoci dei contesti sempre più deboli, miopi, degeneri, che tendono più a reagire agli eventi di ieri che a preparare la strada da qui verso il futuro.”

Difficile dargli torto, se pensiamo che a sinistra, il contesto interpretativo è ogni giorno di più una guerra finita settantatre anni fa, e a destra, i sani valori di quando si potevano dire le barzellette sui froci e inquinare senza ecologisti tra i piedi.

Il resto del manifesto di Raford ve lo lascio leggere da voi: il tipo deve guadagnarsi lo stipendio, e quindi lo perdoniamo se dice che gli imprenditori se la possono cavare se continuano a essere ottimisti e utilizzano tecniche come i giochi di ruolo.

Però fa piacere sapere che persino gente che non ci sta particolarmente simpatica, inizi a rendersi conto del mondo in cui viviamo.

Speriamo che inizino a rendersene conto anche quelli che ci stanno simpatici.

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Destre immaginarie

Le persone di Sinistra sono buone. Non lo dico in senso ironico: semplicemente, vogliono la pace, la giustizia, niente fame e comprensione invece di botte.

Diritti e benessere uguali per tutti gli esseri umani.

Questo punto di partenza porta la Sinistra a definire facilmente chi non è di Sinistra: è uno che vuole la guerra, l’ingiustizia, la fame e le botte. Insomma, è cattivo.

E’ un’idea che va contro la mia esperienza personale.

A parte i serial killer, mi sembra che la gente, come diceva Aristotele, cerchi qualche forma di bene. Insomma, tanti hanno un qualche ideale nella vita, fosse semplicemente quello di faticare meno oppure di far star bene i propri figli.

Tutti però fanno fatica ad ammettere che i loro avversari possano cercare qualche forma di bene. E per questi li immaginiamo sempre come gente disposta a dedicare la propria vita solo a fare il male. Che detto così ha qualcosa di grandioso, a pensarci.

Prendiamo un esempio di segno opposto: Laura Boldrini è una signora che avrà  numerosi e palesi difetti. Solo che i suoi innumerevoli critici sembrano credere che lei voglia davvero distruggere gli italiani e farli picchiare, drogare e violentare dai negri.

E’ molto più probabile che Laura Boldrini vorrebbe davvero il bene del massimo numero di esseri umani.

Secondo criteri tutti suoi, che magari faranno più danno che altro alla fine; e poi è anche un’insopportabile riccona che non sa sorridere, ma qui stiamo parlando di ideali, non di difetti umani, che quelli ce li abbiamo tutti, te compreso.

Dovrebbe essere ovvio che anche i non Sinistri – che sono poi la stragrande maggioranza dell’umanità – hanno ideali di qualche tipo.

Allora, mi sono divertito a immaginare quale potrebbe essere la “società ideale di Destra”.

Una visione del mondo positiva – nel senso tecnico che tende verso ciò che chi ci crede ritiene bene – e veramente inconciliabile con quella della Sinistra.

Che a raccontarla rischio di sembrarne l’apologeta, per lo stesso motivo per cui sembro un apologeta dell’Isis se cerco di spiegare come un musulmano vede il mondo.

Quindi via, fantastichiamo questo ideale di Destra.

Intanto, ci vorrebbe un riferimento simbolico centrale molto forte e abbastanza impersonale, ma non astratto: insomma, un re.

Attenzione, il re è carismatico perché ha una corona e avi lontani, non perché è simpatico o grintoso.

Al contrario, me lo immagino con i baffoni e piuttosto anziano, in bianco e nero, che non si fa quasi mai vedere in pubblico, perché non ama le folle e non urla in pubblico.

Poi conta molto la proprietà terriera, gli investimenti nell’industria sono qualcosa di secondario; anche perché la terra, come le dinastie e l’eredità, dura nel tempo. E questo vuol dire concentrarsi molto sulla maniera in cui si educano i figli.

Per essere davvero di Destra, bisogna essere rigorosi, e chi è rigoroso è meglio di chi non lo è.

Non avere la ridarella facile, non esibirsi in pubblico, guai a tingersi i capelli di colori strani o farsi i tatuaggi; e soprattutto sapersi controllare quando viene da arrabbiarsi.

Una volta un allievo carabiniere mi raccontò di come prima di concedere la libera uscita, l’ufficiale metteva gli allievi tutti in riga e controllava che avessero le scarpe lucide: chi non le aveva, non poteva uscire.

Se vedeva un giovane particolarmente agitato, l’ufficiale gli diceva,

“tu hai la scarpa sporca!”

“Nossignore”

Allora, l’ufficiale gli strusciava la scarpa con la propria e diceva,

“tu sei consegnato in caserma perché adesso ce l’hai la scarpa sporca!”

Che a me sembrava un’ingiustiza insopportabile, però l’allievo carabiniere spiegava:

“noi abbiamo un’arma in mano e possiamo uccidere. Per questo dobbiamo imparare a controllarci anche davanti a provocazioni che farebbero impazzire gli altri”.

Per questo, nel mondo immaginario di “Destra”, è importante dedicare anni a studiare cose inutili come il greco antico e non sbagliare mai un congiuntivo.

Indossare abiti scomodi: la cravatta, la divisa, la gonna senza piega, il trucco perfetto. Ma anche quella strana roba che portano i preti, se sei prete (e se non lo sei, non ci provi certamente a mettertela).

I maschi fanno a lungo i sottufficiali nell’esercito perché forma il carattere e le femmine stanno composte ma non sono sottomesse: c’è tutto uno stile da signore.

Che poi anche sul rapporto tra i sessi, ci sarebbe un lungo discorso da fare, penso a Marguerite Yourcenar,  Coup de Grâce, e il film straordinario, Der Fangschuß, che ne ricavò Volker Schlöndorff. Che non è una cultura di sopraffazione verso le donne, è piuttosto una fuga, un rimuovere il femminile.

Klaus Theweleit ha raccolto con meticolosa documentazione le lettere dei giovani volontari tedeschi che si lanciarono negli anni Venti in guerra contro la plebe rossa. Mandati, per paradosso della sorte, dal governo socialista.

Descrive il loro mondo immaginario, dove la loro castità (e paura della femminilità) si scontra con la dissolutezza acquatica dei rossi, l’ordine e il rigore con la promiscuità sessuale della massa e la sua tendenza, ai loro occhi, distruttiva, che rischiava di sciogliere nel caos le loro paure.

Essere migliori della plebe esibizionista, ruttante, che non si sa controllare, che si esalta per sport di massa e spettacoli e comizi e che si lamenta perché in caserma non c’è abbastanza riscaldamento, offre però un bel vantaggio: esonera dal lavoro manuale e dal maneggiare troppo direttamente i soldi.

Chi invece è condannato a livelli meno rispettabili di esistenza, si può permettere  libertà negate ai migliori.

Per questo, il Destro ama la diversità, perché lui è il primo che deve essere diverso.

I Migliori si ascoltano tutto un concerto di musica classica in silenzio e a schiena dritta, riconoscendo subito la differenza sottile tra un violino nuovo e uno del Settecento, ma i Contadini possono ballare sull’aia o gli ebrei prestare soldi e vestirsi con lunghi caftani neri, le chanteuse si possono far vedere in pubblico con il loro ganzo del momento e i neri possono suonare il sassofono, che hanno la musica nel sangue.

In questo senso, l’uomo di Destra è a modo suo tollerante (finché ognuno sta al posto suo!), e trova normale che comunità intere vivano in maniera diversa da lui: non  si sognerebbe mai di  imporre a un musulmano di mangiare carne di maiale, per lo stesso preciso motivo per cui non permetterebbe allo stesso musulmano di sposare la propria figlia. Con questo spirito, in fondo, poche migliaia di inglesi hanno dominato per oltre un secolo l’India.

Dentro la Società di Destra, ci possono anche essere persone umili che però ne accettano i valori.

Valori che passano tipicamente attraverso l’istituto del giuramento e del segreto: il Massone che davanti all’ara si inginocchia, anzi diventa un semplice muratore, il soldato che giura fedeltà al re, il prete che ascolta e tiene per sé le confessioni senza metterle su Facebook.

Ora, questi sono tutti ideali.

Poi la prassi sappiamo qual è, fu e sarà. Però se passiamo a parlare di prassi, il più pulito, si sa, ha la rogna; e quindi sarebbe un altro discorso.

Tre riflessioni su questa Destra ideale.

La prima è che non ha nulla di strano, in fondo somiglia un po’ a tutta l’Europa prima del 1914, tranne forse in parte la Francia.

La seconda è che quando cerchi di metterti nei panni di qualcuno, sembri diventarne un apologeta.

Per cui vorrei precisare che questa Destra ha avuto la colpa storica più grande di tutte: in Russia, in Germania, in Inghilterra e in Austro-Ungheria, ha scatenato la Grande Strage del 1914. Le catastrofi politiche successive sono quasi tutte una conseguenza di questa scelta.

Infine, questa Destra è una cosa precisa. E’ decisamente diversa dalla Sinistra, sotto qualunque forma.

Non sente alcun complesso di inferiorità verso la Sinistra, non sente di doverne scimmiottare i discorsi o dire “siamo più egalitari di voi!”

Pensiamo invece ai discorsi che sentiamo tutti i giorni dalla non Sinistra italiana:

“quelli di Sinistra permettono ai musulmani di trattare male le donne!

Quelli di Sinistra sono spocchiosi perché hanno studiato!

Quelli di Sinistra odiano chi torna stanco dal lavoro e guarda il Grande Fratello!

Quelli di Sinistra hanno gli yacht e la erre moscia!

Quelli di Sinistra non vanno mai a Gardaland!

Quelli di Sinistra preferiscono l’imam con tre mogli all’operaio che si fa un mazzo così!”

A questo punto fate un esercizio.

Matteo Salvini è oggi sicuramente il principale e più abile “non Sinistro” in circolazione.

Andate sul suo canale Twitter, e trovate almeno un punto in cui sarebbe di Destra, ovviamente secondo la mia opinabilissima definizione.

 

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“I gialli gilets della Francia cattolica”

Tra le persone interessanti che mi capita di conoscere, c’è Osvaldo Pesce, una vita decisamente avventurosa, è stato anche uno dei pochi italiani ad essere stati ricevuti da Mao Zedong.

Chi pensa che il mondo dei marxisti-leninisti italiani di quegli anni fosse una buffa congrega di settari resterà sorpreso a sapere che Osvaldo è capace di fare riflessioni originali e profonde senza pregiudizi e senza retorica. Poi ovviamente mi sento lontano dalla sua visione fortemente novecentesca.

Ogni tanto segnala articoli interessanti come questo, che proviene da un sito che non conosco.

L’intervistatore, Giancarlo Infante, è un giornalista cattolico, Giuseppe Sacco è un esperto della Francia.

Vale la pena riproporre qui l’articolo, perché offre alcuni spunti di riflessione  interessanti e originali sulla Francia.

I gialli gilets della Francia cattolica

E’ necessario “ rileggere” la narrazione delle proteste dei cosiddetti “ gilets” gialli che hanno tanto richiamato l’attenzione del mondo? A sentire il professor Giuseppe Sacco sì. Per pura combinazione egli si trovava a Parigi nel momento più acuto delle manifestazioni di strada e di piazza che hanno interessato anche la capitale francese. E’ interessante la definizione dei partecipanti a questo fenomeno che fa parlare di un “ grillismo” d’oltralpe o di strumentalizzazione da parte dell’ultra destra lepeniana. Invece, c’è qualcosa d’altro che non è stato colto dalla vulgata corrente e che chiama in ballo anche settori consistenti della realtà cattolica francese.

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Giancarlo Infante – Professore, lei è appena rientrato da Parigi, ci può dire qualcosa che non abbiamo già letto sui giornali o visto in tv sul clima politico in queste giornate in cui la presidenza  Macron sembra aver subito un nuovo colpo?

Giuseppe Sacco – Vi posso dire nel clima che regnava alla riunione del Comitato direttivo di un’importante rivista liberale, e fortemente europeista: un senso di preoccupazione, in parte di delusione, ma anche di aspettativa di nuovi sviluppi politici.  E poi vi posso riferire quel che ho visto e sentito alla manifestazione dei gilets jaunes, sabato sugli Champs Elysées. Sono ovviamente due esperienze molto diverse tra di loro, ma secondo me entrambe piuttosto istruttive.

Inutile dire che il Comitato di redazione era un gruppo di intellettuali molto raffinati, e refrattari ai luoghi comuni; anzi, intellettualmente abituati a andare in controtendenza rispetto le mode. Basta ricordare che fondatore della rivista in questione è stato Raymond Aron,  che per un quarto di secolo è stato l’anti-Sartre per eccellenza. E’ cioè andato controcorrente rispetto alla schiacciante maggioranza dei radical chic di Francia e d’Europa.  Negli ultimi tempi, questo gruppo intellettuale molto autorevole aveva visto con grande interesse e simpatia la candidatura di Francois Fillon,  aveva considerato spregevole il modo in cui egli era stato eliminato dalla scena elettorale, e solo molto a malincuore aveva accettato l’idea che per i prossimi cinque anni la Francia si sarebbe identificata con Macron. Ma non aveva per niente gioito dell’affaire Benallah, che ha finito per danneggiare l’immagine del Presidente e quella delle stesse istituzioni repubblicane.

Giancarlo Infante – E di fronte alla rivolta dei gilets jaunes?

Giuseppe Sacco – Oggi come qualche mese fa, di fronte alla brusca caduta della fiducia della società francese nel suo Presidente, questo gruppo di intellettuali ha soprattutto cercato di riflettere, e di capire il senso profondo degli avvenimenti. E non si è nascosta la profondità del fenomeno e la gravità dell’ora. Né l’ipotesi che, per deviare da se la collera dei Francesi, Macron possa sciogliere l’Assemblea Nazionale.

La collera – ha scritto un settimanale assai poco critico degli errori di Macron – è la parola di cui più si parla in questo momento. Ma la collera è un “sentimento parossistico che può crescere molto, ma anche  diminuire, entrare in sonno, quando” – passato il week end delle manifestazioni di piazza – nelle civili e tranquille famiglie che costituiscono la Francia profonda “arriva il lunedì mattina, e bisogna riprendere la via del lavoro, portare i bambini a scuola, e riempire il frigo”.

Giancarlo Infante – Quale analisi emerge dalle riflessioni di questo gruppo? In  definitiva, si tratta di una rivolta che viene molto dal basso, da strati sociali molto diversi dagli accademici, alti funzionari, ed uomini politici che si raccolgono attorno in un gruppo come quello.

Giuseppe Sacco – Non c’è stato dubbio sul fatto che si trattasse di un fenomeno serio e fortemente insolito. La sollevazione popolare che si è vista in queste ultime settimana è radicalmente diversa dai fenomeni con cui i media hanno cercato di fare confronti.  Non si tratta di niente di simile alla rivolta delle banlieues dove vivono gli immigrati,  che nel 2005 si sollevarono contro de Villepins, e in definitiva provocarono l’eclissi di quest’uomo politico colto, raffinato, e dalle notevoli capacità. E non c’è stato dubbio sul fatto che, con i gilets jaunes, siamo addirittura all’opposto rispetto al maggio ‘68, di cui l’intera élite radical chic celebra ormai addirittura il cinquantenario.

Giancarlo Infante – E da un punto di vista politico?

Giuseppe Sacco – I gilets jaunes sono Francesi  di norma poco visibili, ma  autentici; portatori di valori e di un’identità collettiva di tipo tradizionale, che si riaffacciano periodicamente ad una ribalta  politica dominata da un’élite internazionalista e laicista. Ma soprattutto sono gli stessi – o meglio una parte di quelli – che scesero nelle piazze contro il “matrimonio per tutti” (cioè contro la concessione ai gay di  sposarsi e di adottare bambini) in quella che si autodefinì una “manifestazione per tutti”. In altri termini sono la Francia profonda, maggioritariamente cattolica. Una Francia politicamente messa a tacere.

Giancarlo Infante – Ma quella fu a suo tempo una rivolta squisitamente politica, e che coinvolse molte più persone. Oggi, le fonti ufficiali – ed i media pro governativi – tendono piuttosto a fare un confronto con la crisi dei bonnets rouges, nell’autunno di cinque anni fa, più che con la “Manif pour tous”.

Giuseppe Sacco –  Perché quella dei bonnets rouges fu una protesta innescata da un aumento della fiscalità sulle macchine agricole e sui mezzi pesanti, e perché coinvolse molte meno persone che non la rivolta cattolica . Rivolta quest’ultima che è stata vittima – come ha scritto la rivista Société –  “di un vero delirio negazionista”. Un delirio che continua ancora oggi, quando il Ministero dell’Interno che aveva valutato ad oltre 300.000 persone i gilets jaunes  scesi in piazza lo scorso week-end, ora parla di poco più di 100.000.  E quando l’oscuro personaggio che lo regge dopo che il Ministro se ne andato sbattendo la porta, tenta di fare una pietosa speculazione politica dicendo che si tratta di una manifestazione organizzata dall’ex-Front National, oggi ribattezzato Rassemblement National.

Certo, non è quantitativamente comparabile al milione di manifestanti di allora, ma ha molti tratti in comune con quella protesta che vide scendere in piazza centinaia di migliaia di famiglie al completo, contro lo sconvolgimento dei valori cristiani implicito nel matrimonio gay, a seguito della legge cosiddetta “Mariage pour tous”. Ma la composizione della folla apparsa Sabato sugli Champs Elysées era molto simile. E del resto la Polizia lo sapeva benissimo, tanto è vero che ha evitato ogni scontro diretto.

Giancarlo Infante – E perché? La polizia francese non ha la fama di andarci piano con le manifestazioni non autorizzate, come era quella degli Champs Elysées.

Giuseppe Sacco – La polizia antisommossa, pur essendo presente in forze (3.000 uomini) aveva avuto ordine di non fare provocare feriti perché, una volta che i “violenti” mandati all’ospedale fossero risultati essere tranquilli lavoratori senza precedenti penali e madri di famiglia, Macron non avrebbe più potuto pretendere – come invece ha cominciato a fare personalmente – che non si trattava di una vera protesta, ma di una provocazione organizzata da “forze oscure”, come già aveva detto a proposito dei Cattolici di “Manif pour tous”, l’allora Primo Ministro Manuel Valls, personaggio oggi riciclato come spagnolo, e candidato alla carica di Sindaco separatista di Barcellona.

Giancarlo Infante – Quelle stesse famiglie si sono dunque oggi rivoltate per un aumento del prezzo del gasolio?  O si tratta di un pretesto? Ci sarebbe da crederlo, tanto più visto che – come ha fatto notare persino la televisione italiana –  il nuovo prezzo rimarrebbe comunque al di sotto di quanto noi accettiamo di pagare senza molti mugugni.

Giuseppe Sacco – Ripeto, sono Francesi autentici, ma estremamente marginalizzati. Solo che stavolta non si sollevano solo più in nome del loro codice etico ignorato e vilipeso. Sono famiglie francesi che vivono nelle campagne, nei piccoli centri, o alla periferia estrema della mostruosa agglomerazione suburbana di Parigi.

Sono famiglie che dipendono dall’automobile per sopravvivere, in una Francia semi-spopolata, in aree dove i servizi e i trasporti pubblici sono pressoché inesistenti, in un isolamento che noi Italiani neanche possiamo immaginare. In inverno, specialmente, le strade sono ridotte in pessimo stato e diventano pericolosissime a causa del verglas, un fenomeno che consiste nella formazione di cristalli di ghiaccio direttamente dalla nebbia sulle superfici solide, e che noi in Italia neanche conosciamo, tanto che non abbiamo neanche una parola per descriverlo, se non con il dialettale galaverna.

E da questa dipendenza dai vicoli a motore vengono sia il nome dei gilets jaunes che la loro uniforme, che è la giacchetta gialla più o meno catarifrangente che ogni automobilista deve – per disposizione UE – tenere in macchina.

Giancarlo Infante – E’ vero quel che ha scritto un settimanale francese? E cioè che si tratta di un movimento populistico « che va designato come tale”. E che “attualmente alla ricerca di un capo dalla mano ferma potrebbe ben presto essere comparato a quelli che hanno portato al potere Trump, Orban o Salvini ».

Giuseppe Sacco – Il Nouvel Obs’, settimanale che finge di essere “di sinistra”, è una delle più tipiche espressioni degli ambienti radical-chic parigini, proprio quelli che più disprezzano ed ignorano la “France périphérique” di cui sono espressione i gilets jaunes. Ed è per questo che fa finta di non capire la natura etica e spirituale della loro  contestazione. E scrive che i gilets jaunes  sono degli UFO sociali, cioè degli “oggetti sociali non identificati”, e in realtà impossibili da identificare. E che bisognerebbe essere assai astuti per prevedere quali saranno le conseguenze sociali e politiche delle loro azioni.

Poi tira in mezzo Salvini. Ma in realtà, in questo caso, nessun paragone con l’Italia è possibile. L’Italia è una nazione estremamente diversificata,  con molte importanti e civilissime città che offrono servizi e occasioni culturali e politiche. Mentre il millenario centralismo francese ha fatto sì che in Francia non ci sia, su una superficie nazionale doppia di quella italiana, nessuna città che arriva ad un milione di abitanti, esclusa Parigi, che continua a crescere e va verso i quindici milioni. Già cinquant’anni fa un celebre libro, “Parigi e il deserto francese” denunciò le gravissime conseguenze sociali di questo assurdo squilibrio tra centro e periferia , che oggi si ancora aggravato a causa del fatto che ci sono ampie parti del territorio suburbano, quelle dove sono accatastati gli immigrati, che di fatto neanche la polizia paramilitare, i cosiddetti CRS riescono a controllare.

Giancarlo Infante – Si tratta quindi di una rivolta della periferia fisica, così come della periferia culturale, contro il centro?

Giuseppe Sacco – Esattamente! Solo che l’aggettivo “periferia” va inteso anche in senso culturale, civile e politico. Questa Francia arretrata si sente dimenticata anche sia politicamente, che economicamente e per le occasioni offerte alla sua popolazione. Ed è per far notare che anch’essi esistono che il week-end precedente, 17-18 Novembre più di 300.000 gilets jaunes hanno occupato un gran numero di nodi stradali in tutto il paese, creando una situazione che è costata un morto e 400 feriti. Ed è per farsi ricordare che Sabato scorso hanno  voluto portare la loro protesta nel cuore più arrogante e opulento della capitale, a due passi dal Palazzo presidenziale e dall’ufficio del Primo Ministro.

L’obiettivo era chiaramente quello di segnalare alla “France d’en haut”, (la “Francia dei piani alti”, per così dire) che non può continuare a disprezzare ed ignorare la “France d’en bas”. E il rifiuto della nuova tassa sul gasolio sta a significare che gli strati più marginali della società non sono “taillables et corvéables à merci”, come si diceva nella Francia pre-rivoluzionaria per indicare quelli che dovevano solo pagare perché i nobili potessero continuare indisturbati a ballare il minuetto. E quando non potevano più pagare dovevano dare gratuitamente il loro corpo e il loro tempo, col lavoro forzato sulla terra dei nobili, per curare il fossato dei castelli, per costruire e mantenere le strade.

Giancarlo Infante – Ma davvero in Francia il distacco tra le classi sociali è così profondo?

Giuseppe Sacco – Per capire quanto sia largo il divario psicologico tra l’élite radical chic e l’insieme della popolazione, basta pensare che nei giorni immediatamente precedenti l’arrivo dei gilets jaunes a Parigi, il grado di approvazione di cui questi godevano era del 77 %, il che vuol dire che il consenso investiva anche le classi medie. Evidentemente, anche queste si sono stancate dal teatrino del potere. Evidentemente, per sedurle non basta più che la sindachessa della capitale si occupi del caso Riace e del suo Sindaco, celebrato come una specie di martire della causa umanitaria. Evidentemente, non basta più che, nella convinzione che ciò servisse a distrarre l’attenzione dei Francesi, la Sindachessa di Parigi, abbia organizzato in contemporanea una grande manifestazione contro la violenza sulle donne. Anzi, è balzato agli occhi il contrasto tra come sono andate le cose nelle due manifestazioni: una aveva un chiaro elemento di dramma, che ha finito per far apparire l’altra come poco più che una carnevalata di regime. Temo fortemente che si sia fatto così un serio danno alle pur giuste rivendicazioni femminili.

A farle apparire come strumentalizzate, viziate e persino ridicole, erano schierati soprattutto gli strati più popolari. Ma che pure riuscivano a presentare elementi polemici molto efficaci. “Ci dicono che l’aumento del gasolio è necessario per salvare il Pianeta, che altrimenti si arriva alla fine del mondo. ….. Ma questo non è problema che posso risolvere io. Il mio problema è arrivare alla fine del mese….”

Giancarlo Infante – E’ questa rabbia degli strati più marginali della popolazione che – secondo lei – spiega le violenze commesse sugli Champs Elysées?

Giuseppe Sacco – Io sono stato sugli Champs Elysées tutta la giornata di Sabato, e non ho visto nessuna violenza. L’intera giornata è stata pacifica. E’ vero che mai, dopo gli anni 30, neanche nel 1968, si erano viste barricate in fiamme che dividevano gli Champs Elysées in tre tronconi, ma si trattava di falò puramente dimostrativi. I pompieri li hanno spenti tra gli applausi della folla, che li invitava – così come faceva anche con la polizia – ad unirsi alla protesta contro il carovita. E la stessa polizia, che ha fatto largo uso di lacrimogeni, ha potuto constatare che i manifestanti evitavano lo scontro e si disperdevano, al suo avvicinarsi, nelle strade laterali, per poi tornare in massa dietro le spalle degli agenti. Cosicché al calare della notte l’Avenue splendeva nell’intatta bellezza dei suoi addobbi natalizi.

Macron sa benissimo che i gilets jaunes godono del consenso dei Francesi moderati e tradizionalisti, che mai commetterebbero né approverebbero atti vandalici. Ed è per screditarli agli occhi del loro stesso strato sociale che le fake news delle violenze sono state ossessivamente diffuse a partire dalla domenica mattina. Ovviamente sulla TV pubblica, ma anche e soprattutto – con un brusco capovolgimento di fronte – sul canale controllato dal gruppo tedesco Bertelesmann, che pure durante la giornata di sabato aveva testimoniato fedelmente del carattere pacifico della manifestazione.

Le violenze nascono in effetti nel momento in cui Macron invia un tweet di congratulazioni alle forze dell’ordine. A beneficio degli Italiani, esse si moltiplicano il giorno dopo nella penna del corrispondente del Corriere della Sera. Ma ben hanno fatto i giovani giornalisti televisivi, spediti l’indomani sul “luogo degli scontri” con l’ordine di mostrare i danni e le devastazioni dei gilets jaunes, a mandare le immagini vere di ciò che deturpava la cosiddetta “avenue più bella del mondo”, le montagne di bossoli di gas lacrimogeni sparati dalla polizia.

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Frammenti dei nostri tempi

Oggi inizia il G20, il vertice dei venti paesi più potenti del pianeta.

Quest’anno a Buenos Aires, l’anno prossimo a Riyadh.

Il sangue di tutto il sistema planetario è il petrolio, ma il Venezuela sta collassando, la Russia è sotto embargo e l’Iran pure, l’Iraq è stato distrutto dagli americani, al Messico il petrolio ha portato solo danni.

Quindi, grazie alle minacce militari degli Stati Uniti, l’Arabia Saudita è oggi, malgré soi, letteralmente il cuore del pianeta.

L’Arabia Saudita è nota per tante cose poco simpatiche, ma la più significativa e meno ricordata credo che sia la messa al bando dell’agricoltura. Che è una cosa ben più seria che sciogliere nell’acido un militante dei Fratelli Musulmani.

Nel febbraio del 1945, mio zio era un ufficiale della Marina statunitense a bordo della Quincy, dove Roosevelt si incontrò con l’allora re dell’Arabia Saudita, Abdul-Aziz.

Sembrava un incontro da nulla, rispetto a quello di Yalta con Stalin (fu mio zio a raccontarci di come Stalin avesse il braccio sinistro deforme, un fatto che sarebbe emerso solo anni dopo): mio zio mi raccontava soltanto della sua meraviglia a vedere i dignitari del reame saudita che defecavano all’aperto sulla nave, come si fa giustamente nel deserto.

Ma proprio questo ci fa capire come tutti noi ossessionati dai nostri fantasmi occidentali, non abbiamo capito niente.

Ognuno parli per sé, ma penso che appena qualche decennio fa, il quadro del mondo era chiaro: milioni e milioni di persone, insegnanti, scienziati, imprenditori, intellettuali, elettori, lavoravano per migliorare il mondo, grazie alla democrazia.

C’era stato un piccolo momento di sbandamento, certo, ma alla fine avevano trionfato i buoni, e fa ridere oggi pensare all’elenco:

BUONI

Stati Uniti
Russia
Cina
Polonia
Regno Unito
Arabia Saudita
Francia
Serbia
Belgio

CATTIVI

Germania
Italia
Iran
Iraq
Finlandia
Tailandia
Giappone
Slovacchia
Ungheria
Croazia
Kosovo

E altri, ovviamente, tra cui i messicani che avevano un governo dalla parte dei buoni e un popolo dalla parte dei cattivi, più o meno come l’India.

Si stava andando tutti verso un mondo migliore, grazie alla scuola, alle leggi, al libero scambio di idee, alla scienza… metti tante, tante persone, a dire cose intelligenti e a cercare di soddisfare i propri desideri, e vedrai che il mondo viene fuori meglio.

Qualcuno diceva che tutto questo meraviglioso progresso si gestiva meglio lasciando tutto al libero flusso del mercato, qualcun altro che andava meglio se lo Stato indirizzava e sosteneva i più deboli. Ma il concetto di fondo lo condividevano tutti.

Il ragionamento non faceva una grinza.

La grinza invece l’ha fatta  il mondo.

Lo stato attuale del pianeta è semplicemente il frutto del migliore dei mondi possibili, gestito nel migliore dei modi. ù

Non sta arrivando alcun meteorite, non c’è nessun nemico esterno, le guerre sono insignificanti rispetto al passato, gli scienziati hanno la possibilità di ricercare e di dire la loro e i cittadini pure.

L’esito di tanto sforzo umano è doppio.

In piccolo, siamo passati da un mondo dove tutti parlavano di pace, a uno di conflitto planetario, che in ogni istante potrà trasformarsi in guerra mondiale.

Ma soprattutto, siamo arrivati, per la prima volta nella storia della specie umana e forse del pianeta dai tempi dell’estinzione dei dinosauri (ma lì almeno c’è stato di mezzo un meteorite), sull’orlo di una catastrofe che potrebbe coinvolgere l’intera specie: quando si era piccoli e isolati, i peggiori disastri riguardavano alla fine piccole comunità.

Non sappiamo nulla di ciò ciò che succederà in futuro.

Conosciamo solo il presente, con tutti i suoi sintomi correlati, dalla desertificazione che ha portato alla guerra in Siria, allo sfacelo dell’Iraq, alla fine degli impieghi che garantivano la sopravvivenza, agli impianti elettronici nei corpi umani, ai cambiamenti climatici, all’avvelenamento delle acque, agli spostamenti sempre più erratici degli elettori, al fatto che ogni dodici giorni, nasce un milione di africani in più che non sapranno dove andare, alla rovina dei raccolti dell’Honduras che manda tanti a bussare alla frontiera degli Stati Uniti…

Viviamo in tempi interessanti, altro che la fine della storia.

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In fondo all’arcobaleno

Siamo andati a visitare Santa Maria Novella, a guardare la strana figura della Trinità di Masaccio morto a ventisette anni e il crocifisso assessuato del Brunelleschi, e poi la Cappella dei Tornabuoni che illustra l’eterna politica fiorentina, incredibilmente uguale nei secoli.

Usciamo sotto la pioggia.

Si apre uno squarcio di luce sull’Arno e si forma un arcobaleno insolitamente definito.

Che nasce – tutto è relativo – proprio nella Torre di Arnolfo.

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Pensieri sovversivi

Ieri, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, a Roma.

Leggo i titoli sul Fatto Quotidiano:

“Numerose le iniziative per celebrare la giornata mondiale del 25 novembre. Dalla campagna promossa dalla vicepresidente della Camera “Non è normale che sia normale” a circa 600 eventi voluti dall’Anci. Impegnata anche la Conferenza episcopale italiana: “Massacrare una donna è una specie di sacrilegio”. Il sottosegretario pentastellato Spadafora: “Fondi ad hoc”.

E’ un tema importante per me, perché ho avuto una cara amica ammazzata in modo terribile dal proprio compagno (lui poi si è suicidato davanti ai poliziotti).

E ho sentito da vicino di tanti casi di donne perseguitate, quasi sempre da compagni ossessivi da cui sono separate, storie che non arrivano alle cronache finché non succede qualcosa.

Ma qui voglio parlare delle risposte istituzionali, dove per “istituzioni” intendo anche chi magari si sente all’opposizione, ma chiede pur sempre qualcosa alle istituzioni.

Le frasi citate nel titolo del Fatto Quotidiano colpiscono: cosa vuol dire normale nella frase “non è normale che sia normale”? Cos’è un “sacrilegio” (e quindi cosa è “sacro“)? E a cosa dovrebbero servire i “fondi ad hoc“?

Caso vero: un giovane messicano va in vacanza in Tailandia, conosce una ragazza cinese, si “fidanzano” come dicono i media.

Vengono in visita a Firenze, la mattina lui scende nella reception dell’ostello e dice (presumo in inglese) “ho appena strangolato la mia ragazza” e si mette pazientemente ad aspettare la polizia.

Il nostro sindaco ha commentato come segue:

“Domani Palazzo Vecchio avrà le bandiere a mezz’asta per ricordare questa ragazza uccisa” […] ha annunciato il sindaco di Firenze, Dario Nardella. “E’ un fatto brutale – ha affermato Nardella – conferma che il femminicidio è una delle espressioni più degenerate della nostra società. Non dobbiamo abbassare affatto la guardia, ma anzi accendere i riflettori su centinaia di casi: muore una donna ogni 72 ore, e questo è un dato che riguarda tutte le regioni d’Italia, tutti i ceti sociali..”

Ora i sindaci devono pur dire qualcosa; ma ci si chiede esattamente cosa dovrebbero fare.

“Non abbassare la guardia”… siccome sono una persona pragmatica, mi chiedo subito quale assessorato dovrebbe installare telecamere in tutte le stanze di tutti gli ostelli di Firenze, con una squadra di voyeur a guardarle e chiamare il pronto intervento al primo segnale.

Oppure ogni turista messicano andrebbe intercettato all’arrivo e assoggettato a una mezz’oretta di educazione preventiva da parte di una psicologa?

So che il mio commento è ironico, però voi sapete che è anche veritiero. E insieme sappiamo che ironia e veridicità non ci devono far dimenticare il dato di fatto: esistono omicidi e persecuzioni di donne da parte di uomini.

Da una parte, le donne in questione hanno sicuramente bisogno di diverse forme di sostegno, e qui ci vogliono – ad esempio – fondi per cose concrete e utili come i centri antiviolenza. Però anche qui ci sarebbe da riflettere sul fatto che sottrarre le donne da situazioni di violenza non è in principio così diverso dalla logica del non uscite la sera.

O al massimo, di sera uscite soltanto là dove ci sono molte telecamere e molti poliziotti ben armati, che non è esattamente l’ideale di molte di quelle che ieri manifestavano.

Mentre sul versante “che facciamo con i protagonisti della violenza?”, abbiamo a quanto pare due metodi: le prediche, cioè inviti pressanti a cambiare comportamento (“campagna che ha come testimonial d’eccezione le pallavoliste azzurre, Paola Egonu e Cristina Chirichella”) e le punizioni.

Le prediche agiscono sui sistemi culturali, spesso con successo: un esempio è la raccolta differenziata dei rifiuti, sempre in aumento.

E ‘ c’è una differenza “culturale” oggi con i tempi in cui un uomo si sentiva costretto dall’”occhio sociale” a riscattare il proprio Onore di fronte agli altri uomini, uccidendo la “fedifraga”. Anzi, sono comportamenti in cui già secoli fa c’erano profonde differenze ad esempio tra l’Inghilterra e la Sicilia.

Però la cosa non è così semplice: esistono sicuramente motivi profondi, pre-culturali per cui gli esseri umani cercano il rispetto dei propri simili, anche a costo di sacrifici molto pesanti. L’oggetto dell’Onore magari cambia, ma non cambia questo bisogno istintivo.

Oggi comunque nella maggior parte del cosiddetto Occidente, la cultura su questi temi è cambiata radicalmente. Sono cambiate innanzitutto le circostanze dell’Onore, visto che siamo tutti atomi che schizzano di qua e di là in un mare di abbondanza e ci preoccupiamo più che altro dei like su Facebook; ed è cambiato e si è moltiplicato l’oggetto dell’Onore (basta pensare alle giustificazioni dietro i periodici linciaggi sempre sui social media).

Eppure una minoranza, piccola ma non trascurabile, di maschi, in “tutte le regioni d’Italia, in tutti i ceti sociali” come giustamente nota Nardella, continua a usare violenza fisica contro le donne.

E qui si pone un problema ideologico: se si ammette che questa violenza sia naturale e non culturale, si rischia di far saltare per aria la base stesso del consenso.

Innanzitutto, tutti i maschi sono potenziali “femminicidi” come si dice?  Dalle statistiche del profondo Pakistan, è possibile. Il cambiamento culturale frenerebbe forse solo quelli che hanno paura delle conseguenze (o magari della perdita di Onore, visto che oggi massacrare una donna di botte fa fare anche brutta figura).

Ovviamente una simile tesi è inconciliabile con la finzione fondante della democrazia rappresentativa come consesso di cittadini/consumatori tutti ragionevoli purché ben informati.

Oppure, solo una parte dei maschi è per incontrollabile istinto violenta?

Anche questo è possibile: nell’Antica Grecia l’attività omosessuale tra maschi era norma culturale. Con il cambiamento culturale indotto dal cristianesimo, diventa fenomeno minoritario. Ma sappiamo che è inestirpabile, infatti oggi si accetta che sia anche naturale almeno per una minoranza.

Però questa ipotesi crea nuovi problemi, analoghi a quelli posti dalle vecchie tematiche sulla “razza”.

Una parte di cittadini, spesso ben inserita socialmente, sarebbe da tenere sotto continua sorveglianza, o da rinchiudere, o forse da eliminare fisicamente, prima ancora che abbia commesso qualcosa di grave? In base a indicazioni di psichiatri, oppure alla prima denuncia di uno schiaffo da parte di una partner magari interessata a scippargli la casa?

E poi perché i maschi?

E qui entra in corto circuito tutto ciò che circola attorno ai termini come genere e sesso. Perché se esiste un fondo comportamentale irriducibile legato a un “sesso”, quali altri comportamenti potrebbe essere legati al sesso?

E’ una domanda che ha analogie con quella, apparentemente così diversa, posta dai teorici transessuali, che affermano – in conflitto con le femministe – che mascolinità e femminilità esistono eccome, sono inestirpabili, semplicemente non coincidono sempre con i corpi in cui nasciamo.

Se esiste un fondo irriducibile nell’umanità che non è “curabile”, la cura non è istituzionalizzabile.

Ma senza la finzione che tutto sia istituzionalizzabile, crolla la sacralità dello Stato che dovrebbe essere l’unico arbitro in mezzo al caotico flusso di atomi-individui portatori di diritti e obblighi tutti rigorosamente segnati in immensi libri di regole che gli atomi stessi non hanno mai letto.

Per quanti soldi ci investa il governo, il fondo non cambia, perché non si può “educare”.

E non si può nemmeno sanzionare.

Oggi lo strangolatore medio è perfettamente informato del fatto che se si lascia andare,  passerà gran parte di ciò che gli resta da vivere in galera. Ma informato non è sinonimo di cosciente.

Infine, se lo Stato non può affrontare questo fondo, chi si trova provvisoriamente a governarlo non può vantare successi; e chi è contro il governo, non può onestamente lanciargli il solito lagnoso grido, “piove governo ladro!”

Sono tanti pensieri sovversivi, che come tutto ciò che sovverte senza costruire, non cambiano certo il mondo.

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Tre centesimi e sette

Penso che le notizie più brutte dell’anno siano quelle che vengono dalla Francia in queste ore.

Perché riguardano qualcosa che va alla radice stessa della nostra vita.

Riassumiamo.

Gli scienziati ci dicono che siamo sull’orlo di una catastrofe planetaria, indotta dai cambiamenti climatici, a loro volta indotti da come la specie umana sta trasformando il pianeta, e che l’unica speranza sia prendere subito misure drastiche.

Le previsioni e le statistiche precise su un argomento come il sistema climatico del pianeta Terra lasciano il tempo che trovano, e spesso si rivelano errate: le correzioni che arrivano peggiorano sempre le previsioni. Da cui possiamo dedurre che probabilmente il rischio è più alto di quanto previsto dal più pessimista degli scienziati.

Questo è un fatto che prescinde dalle opinioni personali di ciascuno di noi sui grandi temi della vita. Possiamo credere ai matrimoni gay o alla purezza della razza, il rischio è uguale.

Per affrontare questo inaffrontabile mostro, il governo francese ha avuto una geniale pensata: salviamo il mondo aumentando di sette centesimi il prezzo al litro del gasolio e di tre quello della benzina.

Sette e tre centesimi.

Lascio immaginare l’impatto che ciò potrà avere sulla trasformazione del clima planetario.

Ma la gente non è scema, ed evidentemente intuisce che questa ridicola mossa va contro il senso intero della vita cui siamo stati educati sin da piccoli.

Vi ricordate le vignette di Charlie Hebdo, e la gente di apparente buon senso che diceva ai musulmani, “ma basta non guardarle, che male vi fanno?”

Il male che fanno è che minano alla base un consenso sul significato del mondo.

E i francesi hanno reagito contro i Sette e i Tre Centesimi, esattamente come alcuni musulmani hanno fatto contro le vignette di Charlie Hebdo.

Mettere in dubbio che gasolio e petrolio siano un bene significa mettere in crisi l’intera base della nostra civiltà.

E tra l’altro, un’intera struttura urbanistica basata sulla creazione di zone con funzioni distinte collegate tra di loro da linee auto.

Basta girare per il centro di Parigi, dove vedi solo Uomini Rosa, e prendere poi il treno e attraversare le periferie, dove vedi invece Uomini Bruni e Uomini Neri.

Senza trasporti non c’è globalizzazione.

La misuretta di Macron offende poi immagino quel ceto medio che si è fatto la casetta suburbana sul modello statunitense.

Leggo che il 73% dei francesi si schiera dalla parte dei manifestanti.

E probabilmente hanno ragione: bisognerebbe studiare a lungo questa storia, con molti più dati di quelli che ho io – sospetto che dietro ci sia una storia di prevaricazione della città sulla provincia, e tanti risentimenti che esplodono insieme, che a prima vista non hanno a che fare con il prezzo della benzina.

Un fatto interessante è che nessun politico ha osato contestare la misura di Macron: Marine Le Pen e la destra si sono messe a cavalcare la protesta dopo, e nemmeno con troppa convinzione. E questo ci dà un’idea del curioso ruolo di ciò che chiamiamo Destra, che si trova a difendere il motore, l’essence stessa della globalizzazione.

E’ chiaro che qui c’è qualcosa che sta succedendo in tutto l’Occidente, per cui le esplosioni popolari non hanno bisogno di essere innescate da qualcuno: e colpisce, nel vedere le foto dei manifestanti, la grande prevalenza di capelli bianchi, il simbolo supremo dell’Occidente oggi (a partire da chi scrive, ovviamente).

Sicuramente è stato un genio a inventare il simbolo della protesta, ma sarà stato dimenticato nel caos generale.

Nella protesta, una tragica ironia.

Un morto e quattrocento feriti, quasi tutti provocati da automobilisti che volevano farsi strada lo stesso e non sopportavano di essere bloccati da gente che solidarizzava con loro.

L’Uomo Medio a Rotelle non ha amici.

Gilles Châtelet:

“Il fatto è che c’è bisogno di molto spazio, di tanti sacrifici ed energie, di mutilazioni e di cadaveri affinché l’”uomo medio” diventi auto-mobile e si ritenga nomade. E’ per questo che tutte le amministrazioni che si pretendevano fedeli alla voce della modernità […] si sono sempre considerate le vestali zelanti della carretta, dell’uomo medio a rotelle, considerato l’incarnazione del “dinamismo” della società civile. Così, ogni autostrada è anzitutto un’autostrada sociale, e ciò che si può definire il petrol-nomadismo della carretta si trasforma spesso in petainismo a rotelle: l’automobile è anzitutto il lavoro, la famiglia, e l’idiozia montata su quattro ruote.

Immaginate i nostri milioni di piccoli rinoceronti stipati in uno dei grandi budelli del reverendo Moon [che aveva proposto un sistema di tunnel e autostrade intercontinentali]! Sbraitano forse la loro “libertà”, e da vicino hanno l’aria un po’ ringhiosa delle loro carrozzerie, ma visti dall’alto del “grande alambicco”, formano una massa fluida perfettamente docile, che chiede solo una cosa: avanzare senza problemi.”

E’ come in Germania, dove tutti sono bravi a mettere la plastica nel contenitore giusto (senza avere la minima idea della fine che farà dopo), ma la grande maggioranza si schiera con l’industria automobilistica.

Il guaio è che il cambiamento climatico non è causato da qualche specifica attività, che si possa modificare.

Cioè, non è che tu passi dall’automobile Euro 5 alla categoria Euro 6, ma fai gli stessi chilometri, e abbiamo risolto.

La catastrofe incombente non è l’esito di invasioni di Unni o di pesti bubboniche.

Anzi, la cosa terrificante è che la prima volta da qualche centinaio di milioni di anni che si rischia l’estinzione, è nel momento in cui gli esseri umani hanno pensato di poter organizzare razionalmente il mondo, con miriadi di illuminati progetti.

La catastrofe incombente non è contro la nostra civiltà; è anzi l’effetto dell’intero modo in cui è impostata la civiltà in cui viviamo, e quindi ogni tentativo di affrontare il disastro – sette centesimi alla volta – porta inevitabilmente a rivolte che i governi basati sul consenso elettorale non sono in grado di affrontare.

Ma a pensarci, nemmeno quelli dittatoriali hanno alcun interesse a farlo.

E’ un secolo e mezzo – niente sul piano storico, ma molto più della memoria di qualunque essere umano – che sappiamo che il senso della vita è la crescita, e l’unico dubbio è se bisogna spartirsi la cuccagna subito – la Sinistra – o se bisogna meritarsela con la fatica – la Destra.

Ci hanno fatto una testa così sui Nimby quelli che osavano dire che loro non volevano accettare nel proprio orticello i rifiuti prodotti dall’arricchimento degli altri.

Ma oggi assistiamo a un fenomeno inverso.

La Decrescita c’è e non si scappa; ma nessuno vuole essere il primo a smettere di crescere.

Nemmeno di sette centesimi.

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Il mistero di Firenze

A volte, noi si adopera l’Oltrarnometro, per misurare il mondo, ma ammetto che a volte funziona davvero solo per l’Oltrarno.

Ron è un pittore irlandese di paesaggi, che ho conosciuto una mattina su ai bastioni mentre tiravamo con l’arco.

L’irlandese vede come luoghi meravigliosi, gli stessi che tanti fiorentini vedono come il luogo dove parcheggiare i propri Suv.

Così l’abbiamo invitato a dipingere il Carmine da dentro il Giardino Segreto, una prospettiva che è negata ai mortali comuni.

Oggi ha voluto regalarci il quadro che ha dipinto, e ha organizzato una festa a casa sua, che è così piccola che giacche e borse si lasciano fuori nel giardino.

Immaginate attorno all’umida ma ordinatissima buca dove abita, un bosco sterminato di cipressi, altissimi e neri sotto la mezza luna e le nuvole spinte dal vento gelido.

E’ un’immensa proprietà, che appartiene tutta ai Von H., calati vagamente dal Nord.

Ed ecco gli ospiti.

Thomas è grande e grosso, parla un British così veloce che anche gli anglofoni fanno fatica a stargli dietro, ha passato la giornata ad abbacchiare gli ulivi, poi ci dice che è nato a Roma.

E’ uno della famiglia dei B., che sono entrati per matrimonio nel terreno dei Von H.

Scopro che il babbo o il nonno di Thomas è nato anche lui a Roma nel 1910, figlio di americani che discendevano dai primi puritani a sbarcare negli Stati Uniti, e che aveva scritto un libro dal significativo titolo, A Cosmopolite’s Journey.

Poi arriva Gianni, il giardiniere, che non è fuori luogo, perché Firenze è esattamente  questo, e racconta delle olive che ha raccolto, e si parla del vento e del ghiaccio e del caldo.

C’è S., giovane e bella, che è arrivata dall’Australia e vorrebbe fare l’illustratrice di racconti per bambini, e ci parla del Clochard dei Libri, che dormiva per strada sotto casa sua e poi è scomparso.

Suonano alla porta W. e S., una settantina d’anni a testa.

Lui violinista canadese, lei storica dell’arte inglese che si occupava dello straordinario intrico di donazioni papali di quadri nel Seicento, solo che sta perdendo la memoria e lui, le fa da interprete (sa solo dirmi, “tu somigli tanto a mio fratello!”, e la cosa un po’ mi commuove).

Lo fa con una dolcezza e una capacità di trasformare la tragedia in qualcosa di leggero, che conoscevo solo tra gli inglesi.

Arriva un vero Von H.

Mite e gentile anche lui, e gli dico, ma il tuo cognome l’ho già sentito, non è quello di uno dei più famosi teologi cattolici del Novecento? Gente così cosmopolita da essere subito fuggita dalla Germania nazista…

“E’ vero, da allora siamo tutti diventati cattolici… Era il fratello di mia nonna, ma io sono nato in Kenya

dove suo padre che aveva sposato una famosa attrice inglese lavorava nella polizia.

A., che viene dall’Indonesia, parla poco, ma siccome in quella compagnia, tutti siamo uguali e ci trattiamo con affettuoso rispetto, racconta alla fine anche lei, di come è venuta a Firenze per cercare di imparare a dipingere.

Arriva poi una coppia dall’accento americano.

Entrambi cantanti lirici nel tempo libero, lei viene dal Pakistan ma è cresciuta a Dubai, e porta un antico nome arabo per usignolo, che non è bulbul ma un altro: un nome quinquilettero, cosa assai rara.

Mentre beve il bicchiere di Chianti (il vino è ciò che di più iranico vi sia), ci dice che il suo nome colpisce sempre gli arabi e i persiani, e così abbiamo occasione di parlare di poesia persiana.

Poi la D., che viene anche lei dall’Australia e vagamente canta e si occupa di giardini, racconta del suo amico serbo, che ha creato una compagnia di pittori di icone, e sono tutti alti, e lei dice come è stata felice a vedere tanti maschi più alti di lei, e ridiamo tutti.

Iniziano a raccontare aneddoti folli di passaporti e di frontiere, argomento su cui ognuno di loro è più che esperto.

Ridendo, il violinista canadese ci racconta di come ha ottenuto il passaporto italiano e quindi potrà entrare nel nostro Giardino Segreto senza problemi. E poi tutti ci accorgiamo che il passaporto, in questo contesto, non c’entra niente, che per entrare nel Giardino Segreto ci vuole qualcosa di totalmente diverso.

A un certo punto entra nella casa una gatta tigrata, che saluta ciascuno di noi, e scopriamo che quasi tutti abbiamo gatti, e mi viene improvvisamente in mente l’immensa testa di gatto in marmo, vecchia di due millenni, che avevo visto la mattina stessa nel Cenacolo di Santo Spirito: occhi spalancati e vivi.

Anche qui, hanno occhi spalancati e vivi: tutti sanno ascoltare, nessuno prevarica l’altro.

Intuisco qualcosa della differenza tra un sistema capitalistico e un sistema aristocratico, come quello fiorentino.

L’arricchito che si è costruito camminando su una montagna di cadaveri, ha bisogno di distinguersi sempre dal misero,e quindi è una schifezza in partenza e in arrivo.

Ma l’aristocratico, che si pone istintivamente alla pari con l’ultimo, stenta a immaginarsi cosa significhi il dolore e la rabbia e la cattiveria di chi si trova senza nulla: ne parlavamo l’altro giorno con qualcuno che si era messo a discutere con il Marchese Supremo in persona, che per un certo periodo ha deciso i destini di buona parte dell’Italia.

Il Marchese Supremo, per consenso unanime, è una persona buona; ma non potrà mai capire cosa voglia dire trovarsi senza casa, sfrattato, senza lavoro.

Non so ancora bene cosa dedurre da tutto ciò, se non che la faccenda delle migrazioni e delle classi non rientra proprio negli stereotipi, né di destra né di sinistra.

Come è difficile orientarci nella faccenda dei cosmopoliti, che in fondo sono gli eredi del sacro romano impero , di quello austroungarico, di quello ottomano, di quello britannico.

Nel bene e nel male, ma in fondo, a noi interessa soltanto trovare tracce del bene, che non ha senso perdere i pochi attimi di vita che ci restano a letihare.

Il senso di cercare il meglio, lo spiegava meravigliosamente la D.,

“ogni volta che mi dicono che la mia gatta è morta  a vent’anni, tiro un sospiro di sollievo, vuol dire che la mia vivrà ancora qualche anno!”

E’ facile capire alcuni cognomi, non c’è nulla da nascondere, ma per favore se li indovinate, non li tirate fuori nei commenti, Google non perdona.

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