Occidentalismo

Edward Said, amico del mio maestro Roberto Giammanco, scrisse cose brillanti sugli orientalisti, la buffa congrega di occidentali che impiegarono sforzi folli per cercare di capire l’Oriente, ovviamente immaginandoselo ciascuno a modo suo.

Eppure c’erano dei giganti tra di loro: penso a Edward Lane, inglese eccentrico (e che ho detto, era inglese!) che andò al Cairo per motivi di salute, si comprò una ragazzina armena, oppure greca, non si sa bene, al mercato degli schiavi e se la sposò, e scrisse un dizionario della lingua araba che mai, nessuno, in un secolo e mezzo, ha saputo superare come qualità. Lane morì quando arrivò alla lettera Qaaf del suo Lexicon, eppure tutti i finanziatissimi studi coranici oggi fanno sempre riferimento al suo lavoro, perché non sanno fare di meglio. Dopo la Qaaf, nemmeno i petrodollari ci arrivano.

Noi orientalisti siamo una microscopica schiera, di sciroccati di tante specie – appassionati di radici trilettere, ascoltatori incantati di cantillazioni coraniche, affezionati amici dei tanti migranti arrivati qui, figlie di orafi di Valenza Po rimaste incantate da una parola di Ibn Arabi, sottoccupati di Mestre che sanno tutto sulla massoneria in Marocco nel 1910, gente innamorata delle aurore di Sohravardi (e pronti a battagliare con chi lo chiama Suhrawardi), agenti dei servizi segreti a caccia di nemici dell’Occidente…

però siamo tutti, tutti, degli incompetenti.

Quasi nessuno delle poche migliaia di orientalisti americani o europei sarebbe in grado di scrivere due righe in un arabo credibile. E quando sappiamo dire una sola frase in musulmanese corretto, ci sentiamo dei gran signori: Inshallah, Mashallah, Ma’aleysh, Allahu a’lam, Tafaddal, Tislam Iidik!

Nessuno di noi è lontanamente comparabile, come qualità, ai milioni di occidentalisti.

Che sono i musulmani che sin da piccoli hanno imparato verbi irregolari, valori imprevedibili, luoghi comuni occidentali, magari in scuole dove l’arabo era talmente disprezzato, che non lo si insegnava nemmeno. Che in paesi “arabi” come il Marocco, sin da piccolo, ti insegnano che esiste solo il francese.

Gente che ha imparato non soltanto una lingua europea (o due, o tre o cinque), ma anche il gergo dei poliziotti, il linguaggio che ti permette  di avere un permesso, la battuta esatta da dire in una compagnia di amici, le folli sfumature del francese gergale…

Sul blog di Peter Van Ostaeven, seguo in questi giorni le pubblicazioni vicine all’Isis, in particolare Dabiq e Rumiyah.

Voi sapete tutti, spero, quale sia la mia posizione riguardo al cosiddetto califfato: ritengo che musulmano sia chi si dichiara tale; che il “califfato” rappresenti una piccola parte dei musulmani; ma che non si possa negare che i califfari “siano musulmani”.

Come tutti gli “orientalisti”, se trovo un testo in inglese, mi sento meglio, inutile far finta che leggiamo l’arabo come il bambino marocchino qualunque legge il francese.

Dabiq e Rumiyah sono scritti in un inglese quasi perfetto (in un articolo, sospetto che le piccole imperfezioni siano dovute al francese, e non certo all’arabo). Gli autori non hanno studiato l’inglese, è la loro lingua madre. Ne conoscono le sfumature, i piccoli dettagli che entusiasmano, che coinvolgono, la potenza della parola, dell’aneddoto, nello specifico contesto inglese.

E sanno anche esattamente quali sono i tasti che fanno impazzire gli occidentali, scelgono con attenzione la foto di bambini che leggono un libro di preghiere cristiane, per sottotitolare, rapire i bambini dei cristiani che non si sottomettono all’Islam è lecito.

kuffarE’ un riferimento quasi fuori contesto, al parere di uno studioso islamico del Trecento, cui si fa menzione di sfuggita nell’articolo: ma gli occidentalisti sono talmente bravi, da conoscere anche quanto conti l’immagine.

E a questo punto mi viene in mente una considerazione che dovrebbe essere ovvia.

Penso a Muhammad N., colonnello dell’esercito egiziano, che ho conosciuto tanti anni fa. Parlava un inglese oxfordiano (ricordo che il migliore degli orientalisti parla un arabo che gli riderebbero dietro ovunque) e passava metà dell’anno in Inghilterra.

Muhammad N. è un signore che ricordo con stima e affetto, anche per la sua onestà; e mi ricordo della gentilezza con cui cercava di seguirmi persino quando gli chiedevo chiarimenti sulla lingua che lui meno apprezzava al mondo, cioè l’arabo.

Ecco, immaginatevi cosa è successo al Medio Oriente.

Non dovete pensare a mostri, come pure ce ne sono stati. Pensate solo a persone come Muhammad N., che non truffava nessuno.

Muhammad N. era nell’esercito, e altri ufficiali mi raccontavano della percentuale di morti che era ritenuta accettabile durante gli addestramenti (tanto erano tutti himar saidi, “asini del Sud”, di cui ce n’erano talmente tanti, che il mondo non ne avrebbe sentito la mancanza)…

  Muhammad N. possedeva molte case, ed era amico, son sicuro, di tutti i preti copti. Era anche una bella persona, onesta e gentile, un vero aristocratico.

Mi immagino Muhammad N. al polo club che parla con gli amici un po’ in arabo e un po’ in inglese, e sperando che non ci siano spie, parlano male delle guerre e del socialismo di Nasser,  e tutti sotto sotto sognano un mondo in cui si parla in inglese, si beve alcol con moderazione e la differenza tra cristiani, ebrei e musulmani conti meno di quella tra colti e incolti, o tra ricchi e poveri.

Ma tutto sommato erano contenti che Nasser tenesse sotto la frusta le capre, gli asini, i fanatici e le immense masse dei contadini. I himar, e la temibile Fratellanza Musulmana, i barbuti che non bevevano vino.

Che poi anche i Fratelli… una volta mi portarono di nascosto a incontrarne uno, in un piccolo appartamento al decimo piano di un terrificante palazzo, con la moglie nascosta la cui mano compariva per porgerci il té… e rimasi meravigliato dallo splendido inglese che parlava, dal suo senso dell’umorismo, dalla vasta conoscenza della letteratura britannica…

Oggi, l’immenso, tragico errore dei benintenzionati come il Colonnello Muhammad N. è evidente: credevano nella scuola. Forse, viene da ridere, pensavano di forgiare i poveri a immagine dei ricchi.

Nelle scuole quelle immense, sterminate, affamate, ammalate masse di asini, in aule di cinquanta alunni con l’insegnante con il diritto di picchiare chi non studiava, e mi ricordo le straordinarie nuvole di polvere che si alzavano quando le folle di bambini uscivano…

immaginarsi folla di mamme italiane all’uscita di scuola, in attesa di pargoli, mentre la maestra li consegna ad uno ad uno alla legittima proprietaria, nel terrore di essere denunciata per non so cosa

ecco, queste masse uscite dai campi, da immensi blocchi di mattoni nudi e senza finestre, dal fiume dove dominava la bilharzia che ti entra nel fegato e lentamente ti mina.. ecco, questi studiavano, studiavano di giorno e di notte, ripetevano a memoria le formule scientifiche mentre vendevano fazzoletti per strada, diventavano ferocemente scettiche sull’antico mondo fatto di santuari di santi e di tolleranze, scoprivano Pasteur, un mondo senza miracoli, e le formule per fare la nitroglicerina e le tecniche per farsi in casa un GPS.

Imparavano le lingue del pianeta alla perfezione, mentre accedevano ai testi di ingegneria e di fisica, imparavano che quello che gli avevano insegnato in casa non era affatto l’Islam, che ognuno di loro poteva applicarsi ai testi e leggerli da sé senza chinare la testa davanti al primo veccchietto barbuto, amico dei militari, dei cristiani e degli ebrei, che cercava di instillare ancora l’obbedienza e gli antichi valori.

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Moriranno tutti

Oltre due anni fa, in tempi assai meno tristi, scrissi qualche riga di riflessioni su quello che chiamano l’Isis.

E conclusi con queste parole:

Moriranno ammazzati quasi tutti, perché le armi alla fine appartengono a chi sa fare meglio di conto. Moriranno giovani, e qualcuno ancora sorridente.”

Un paio di giorni fa, quelli che ancora resistevano dentro l’ultimo vicolo di Mosul, bombardati da cielo e da terra, fecero un video di addio a questa dunya.

Ecco qualche immagine.

A tutti coloro che esultano, perché qualcuno uccide al posto nostro e ci lascia ancora far finta che tutto sia in ordine, ricordiamo le parole di Vernon Lee:

In quel momento entrò Eroismo con le membra da gigante, le guance rosee di fanciulla e gli occhi allegri di bambino.

Vieni qui, ragazzo mio” disse Morte, “tu sei sempre stato obbediente e affezionato al tuo vecchio padre Morte, a cui tieni più di qualsiasi altro Immortale”. Così dicendo, lo Scheletrico Maestro di Ballo diede un buffetto sulle guance infantili di Eroismo, quel giovane splendente come una stella, con occhi che ridevano ma non vedevano, poiché, proprio come suo cugino Amore, è cieco dalla nascita. Allora Eroismo, al suono della ben nota voce di Morte, baciò estasiato quelle sue dita ossute e afferrando il tamburo con cui accompagnava la sua voce celestiale, si sedette fra Paura e Odio, inconsapevole della loro sporcizia.”

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Il delfino

Non più, delfino, lanciandoti attraverso le bolle salate, sorprenderai le greggi del mare.

Né danzando al suono della canna traforata, alzerai il mare acccanto alle navi.

Non più, creatore di schiuma, recherai le Nereidi sulla schiena come prima, portandole nei regni di Tetide.

Le onde, alte quanto il capo di Malea, ti hanno scagliato sulla spiaggia sabbiosa.

οὐκέτι παφλάζοντα διαΐσσων βυθὸν ἅλμης
δελφίς, πτοιήσεις εἰναλίων ἀγέλας,
οὐδὲ πολυτρήτοιο μέλος καλάμοιο χορεύων
ὑγρὸν ἀναρρίψεις ἅλμα παρὰ σκαφίσιν
οὐδὲ σὺ γ᾽, ἀφρηστά, Νηρηίδας ὡς πρὶν ἀείρων
νώτοις πορθμεύσεις Τηθύος εἰς πέρατα.
ἦ γὰρ ἴσον; πρηῶνι Μαλείης ὡς ἐκυκήθη,
κῦμα πολυψάμμους ὦσέ ς1᾽ ἐπὶ ψαμάθους.

Archia

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Premoderno, Moderno, Postmoderno

Qualche nota al volo su un tema che seguo con più curiosità che competenza: lo scontro tra Modernisti e Postmodernisti che avviene sopratutto nel mondo delle scienze umane e sociali anglosassoni, ma che inizia ad avere ricadute molto più ampie, anche da noi.

Qui su Kelebek assistiamo spesso a dibattiti tra quelli che potremmo chiamare premodernisti e modernisti (ai post  ci arriviamo dopo).

Il modernista Stephen R.C. Hicks (Explaining Postmodernism. Skepticism and Socialism from Rousseau to Foucault, 2004, Scholargy Publishing) ci presenta una tabella per spiegare la differenza:

trad-modHicks è americano, e quindi il suo modernismo è fortemente sbilanciato sul versante capitalista e individualista: per lui, se la piccola tabula rasa non si mette a fare soldi nel migliore dei mondi possibili, la colpa è solo sua, e infatti Hicks ha ricevuto 925.000 dollari dalla finanziaria BB&T Corporation per istituire un “centro di etica e di imprenditorialità”.

Insomma, con una piccola spinta da amici così, siamo tutti bravi a sostenere la causa dell’Individuo Razionale, Senza Dio e Affarista.

BBT_HQSede della BB&T Corporation

Comunque la tabella di Hicks qualche senso ce l’ha, e Hicks scrive bene e in maniera intelligente.

Adesso andiamo oltre i premodernisti e i modernisti.

Hicks identifica nel suo libro un filone di intellettuali che in varia misura si sono opposti all’Illuminismo, senza essere premodernisti.

Kant che (semplifico) dice che la realtà è inconoscibile, Rousseau che sottolinea l’elemento religioso e comunitario, Hegel che arriva a dire che è il soggetto a creare il mondo, Heidegger che dà valore alla pura esperienza del “trovarcisi”: pensatori molto diversi, ma che avrebbero dimostrato che esistono alternative al pensiero moderno.

Nessuno di questi autori è stato particolarmente di Sinistra; ma il loro prodotto collettivo è stato – secondo Hicks – l’ancora di salvezza che certi intellettuali di Sinistra cercavano disperatamente.

Il marxismo è certamente nato modernista, e con la pretesa di incorporare e superare il trionfo tecnologico del capitalismo, con una teoria scientifica la cui verità sarebbe stata dimostrata dalla realtà.

scienceSolo che – dice Hicks – la realtà e la scienza avrebbero smentito tutte le profezie di Marx e il capitalismo avrebbe trionfato, come dicono in spagnolorotundamente.

Gli intellettuali che volevano continuare a credere nonostante la realtà avevano bisogno quindi di un sistema che permettesse di fare direttamente a meno della realtà, senza sembrare buzzurri.

E così un gruppo di intellettuali di Sinistra crea il postmodernismo.

Foucault è l’unico che conosco –  per le quattro righe (peraltro assai chiare) che ho letto, mi è piaciuto per aver detto che non tutta la modernità luccica, che tante cose che diamo per scontato hanno una storia, che c’è da imparare da discorsi diversi da quelli prevalenti, che la modernità è un immenso e complesso apparato e non solo liberi individui che ragionano.

Hicks – a cui Foucault sta antipatico più o meno per gli stessi motivi per cui mi sta simpatico – coglie però qualcos’altro.

E vedendo la produzione ideologica dei PoMo o postmodernisti accademici statunitensi, il suo discorso mi sembra che fili: basta seguire l’account di Twitter, New Peer Review, dove ogni giorno scopriamo nuovi gioielli che le riviste scientifiche del settore, dopo attenta peer review, decidono di pubblicare.

C’è una logica rigorosa che porta a conclusioni rigorose (anche se il postmoderno serio lo negherebbe in maniera accesa).

Innanzitutto, non solo non è possibile conoscere la realtà: anche parlarne, non ha alcun senso.

Esistono solo le nostre percezioni soggettive.

E’ un discorso che nella patria dell’idealismo magico, sicuramente seduce. Ma permette, praticamente, di negare ogni valore oggettivo alla scienza.

L’esperienza soggettiva è un’esperienza di lotta per il potere, in cui i PoMo, non si sa bene perché, si schierano sempre con le Vittime, che appartengono a grandi blocchi identitari (donne, omosessuali, neri e gli splendidi intersezionali, diciamo la lesbica nera anoressica ritardata mentale con undici dita).

Questi schieramenti prescindono dalle intenzioni, e quindi sono indissolubili: chi nasce bianco, godrà sempre del White Privilege e per questo meriterà sempre di essere odiato, qualunque cosa faccia. Non si capisce quali sia l’interesse dei giovani americani che si possono permettere di indebitarsi per seguire gli studi più inutili, a schierarsi con le Vittime, ma tant’è.

Qui mi viene subito in mente Julius Evola, che la pensava alla stessa identica maniera, ma faceva l’ola per la squadra immaginaria opposta. Eccolo che racconta delle opposte tifoserie divine sul Monte Aventino, trionfanti romani solari virili contro schiavi e donne lunari:

“quell’Ercole che, come «Ercole trionfale», nemico di Bona Dea, sarà massimamente significativo – insieme a Giove, a Marte e poi ad Apollo quale «Apollo salvatore» – pel tema della spiritualità uranico-virile romana in genere, e sarà celebrato in riti, da cui le donne erano escluse. Peraltro, l’Aventino, il monte di Caco abbattuto, di Remo ucciso, è anche il monte della Dea, e su di esso sorge il tempio più importante di Diana-Luna, la grande dea della notte, fondato da Servio Tullio, il re di nome plebeo amico della plebe; in esso la plebe in rivolta contro il patriziato si ritira; su di esso si celebrano, in onore di Servio, le  feste degli schiavi; in esso si stabiliscono altri culti femminili come quelli di Bona Dea, di Carmenta, nel 392 di Juno Regina – portata da Vejo vinta e che i Romani originariamente avevano poco a grado.”

Per i PoMo, noi esprimiamo la nostra soggettiva sete di potere attraverso la Parola, che è quindi l’unica cosa che conti. Tutto è Parola.

La Parola però non è verità, è solo un’arma nella lotta per il potere.

Se la Parola non è verità, non esiste confutazione logica della parola. Anzi, ogni tentativo di dialogo diventa un atto di guerra.

Giovanni dice, “Marco, tu sei un omicida!”

Marco risponde, “ma io non ho mai ammazzato nessuno, dimostramelo!”

E Giovanni: “ti ho beccato, vedi ti opponi alla mia tesi, me l’aspettavo! Cosa c’è sotto? Che interessi hai?”

Ecco che si elimina con uno splendido colpo di scimitarra l’intero concetto di dibattito, discussione, verità sofferta ma condivisa. E quindi si demolisce anche la base dell’intero metodo accademico dai tempi di Aristotele. Cosa che evidentemente sta rivoluzionando quello che negli Stati Uniti si ritiene sia uno scritto accademicamente accettabile.

La Parola crea la realtà, in particolare crea le stesse Identità attorno a cui ruota tutta la lotta per la vita. E’ la parola che crea innanzitutto il Genere – non soltanto mette le gonne alle donne, ma in un numero crescente di “studi”, determinerebbero la totalità dell’esistenza e delle differenze, perfino fisiche. E crea le differenze di razza, che però restano ineliminabili: e da qui la tendenza crescente a creare safe spaces, da cui le persone di pelle bianca devono essere escluse. Chi facesse notare tale contraddizione è ovviamente soggetto al punto precedente: che interessa ha a farlo notare?

Se la Parola è un’arma, non esistono parole neutre. Così magari scoprono che in un romanzo dell’Ottocento in cui si parlava di schiavi neri, certi termini non erano neutrali, e fin qui ci sta – e molto critica anti-PoMo soffre proprio dei limiti degli scienziati duri che ci capiscono poco delle scienze umane.

Ma attenzione, i PoMo ricambiano le critiche degli scienzati duri con gli interessi. In fondo, cosa è la matematica, se non un insieme di parole con cui i maschi cercano di sottomettere le femmine?

queer-mathPer non parlare della biologia, ma anche  della fisica.

queering_science-450x583Se le Parole sono un’arma, sono solo un’arma. Spesso, i postmodernisti vengono accusati di essere ammiratori dei cannibali, fan dei terroristi islamici o appassionati dei mistici medievali. E spero che in singoli casi possa essere vero.

Ma il vero PoMo, se mai si occupa di qualcosa “fuori dall’Occidente”, è solo per guardare il proprio occidentale ombelico.

Alla fine, se dovesse analizzare i canti di un visionario afroamericano del Settecento o gli scritti di una suora medievale, spererebbe solo di trovare, nel primo, scritto in codice, “padroni a morte!” e nel secondo, “maschi boia!”

Perché il nichilismo post-moderno, proprio come quello modernista, non vede nulla di positivo, di ricco, di vivo: nulla può esistere al di fuori del conflitto identitario. Se la donna è stata creata con la parola soverchiante dell’uomo, cosa ti aspetteresti mai di trovare di interessante nella mente o nel cuore di una donna?

Se le Parole sono armi, usiamo le nostre e togliamo al nemico le loro. La parola ferisce, provoca “microaggressioni” che in un mondo senza realtà fisica contano quanto stragi e stupri: si tratta di quelle cose un po’ goffe che la gente, con le migliori intenzioni, dice quando si trova davanti qualcuno che non conosce bene, in una società in cui incrociamo quotidianamente un numero terrificante di sconosciuti.

Dovessi fissarmi con le microaggressioni, mi toccherebbe impiegare una squadra permanente di fucilatori:

“Miguel son sempre mi! Ma io pensavo che tutti i messicani fossero scuri di pelle! Ma come parli bene l’italiano! Ma è vero che in Messico fanno tutti la siesta? Eh, il Messico, mi son sempre piaciuti gli Incas!”

nano-aggressionPer questo, un’enorme parte della fatica PoMo consiste nel censurare, nel denunciare ogni parola fuori luogo, secondo canoni che avrebbero affaticato la creatività del Sant’Uffizio negli anni di gloria.

E se necessario, il PoMo adopera anche la violenza fisica, come nel caso dell‘Evergreen University, dove un professore (peraltro di origine ebraica, ma pare che la compassione per gli ebrei sia fuori moda nel mondo PoMo) è stato aggredito perché rifiutava di uscire dall’aula in un momento in cui nessun bianco doveva metterci piede.

In questo scontro (sarà chiaro perché non posso parlare di “dibattito”) scopriamo tante cose interessanti.

La prima è quella, spaesante, della tri-visione delle posizioni. Un campo di calcio a tre ci manderebbe molto letteralmente nel pallone, ma è così: premodernismo, modernismo e postmodernismo sono tre logiche totalmente diverse, non due, alla faccia dei tifosi di ogni sorta.

Poi, il postmodernismo pone tanti temi interessanti. Il primo è proprio che mette in dubbio il paradigma fondante, siamo nel migliore dei mondi, basta che alzi le chiappe e ti dai da fare anche tu, e dopo non dimenticarti di farci l’applauso.

Ma dispiace che alla fine, la critica alla modernità debba trovarsi in mani così tristi.

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Trovate l’errore!

Dalla periferia del G20.

Cos’è che non va in questa foto?

La risposta in fondo.

bremaMa semplice.

Non è il selfista a sinistra, che è praticamente perfetto, essendo uscito cinque minuti prima dal parrucchiere.

Non sono nemmeno i bidoni dei rifiuti che si illuminano dando il proprio plasticoso contributo a salvare il mondo dal cambiamento climatico.

Non sono quelli vestiti in stile simil-Isis, ma alla postmodernista: quelli dell’Isis sfidano i bombardamenti aerei giorno e notte su Raqqa, questi sfidano i cannoni ad acqua.

No, è quel tizio a torso nudo, con le mutande che emergono con civetteria sopra la cintura.

Nel cappuccio/canottiera che indossa, si  è dimenticato di ricavare un secondo buco per la bocca.

Come farà a bere la birra?

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But magic is no instrument, Magic is the end

C’è una canzone che dice quelle cose, che si possono dire soltanto con canzoni, nel mondo immaginale del dormiveglia o davanti al fuoco o al turibolo.

E’ un testo di Leonard Cohen, scritto quasi mezzo secolo fa e poi musicato e cantato da Buffy Sainte-Marie, nata in una riserva indiana in Canada. Oggi, Buffy Sainte-Marie, a settantacinque anni, è ancora un’esplosione di creatività, ricchezza di pensiero e combattività, con una voce come sempre unica.

Questo testo è universale, ma è anche americano – mentre i Nomadi italiani cantavano Dio è morto, due americani dichiaravano che God is alive, e in questo c’è una fortissima differenza culturale (e anche due tipi di Sessantotto abissalmente diversi, se non opposti, a pensarci).

E questo si lega forse anche a una certa sensibilità protestante nel senso migliore, per cui il divino è qualcosa di vivo, impossibile da fossilizzare, che “non si trattiene mai”.

Il testo è molto ricco linguisticamente, noto tre cose che potranno sfuggire agli ascoltatori italiani.

Il verbo inglese drive, che noi traduciamo di solito come “guidare” pensando all’automobile, ma che significa in realtà spingere da dietro, come si fa con una mandria.

Afoot è un avverbio antico (attestato per la prima volta all’inizio del Duecento), che vuol dire in/a piedi, ma con una sfumatura particolare: qualcosa che si è appena messo in piedi, che inizia a manifestarsi, che si aggira. Con un sovrappiù di inafferrabilità, di sospetto, quasi di paura. La magia è nell’aria è insufficiente come traduzione, ma non saprei fare di meglio.

Conformemente alle regole dell’inglese, magic, “la magia”, non ha l’articolo davanti che richiederebbe invece l’italiano (e che io sono costretto a inserire nella traduzione, mio malgrado). Ma proprio per questo, diventa una parola gemella del nome God. E qui, Leonard Cohen libera il divino dai ceppi del monoteismo.

E dopo queste disquisizioni, complicazioni e chiacchiere… ecco, rispondo a chi di tanto in tanto mi chiede, di che religione sei.

Di questa qui, direi.

Dio è vivo, la magia è nell’aria
Dio è vivo, la magia è nell’aria
Dio è vivo, la magia è nell’aria
Dio è vivo, la magia è nell’aria

Vivo è nell’aria e la magia non è mai morta
Dio non si è mai ammalato
molti poveri hanno mentito
molti malati hanno mentito
la magia non si è mai indebolita
la magia non si è mai nascosta
la magia ha sempre dominato
Dio è nell’aria, Dio non è mai morto
Dio ha dominato
anche se si è prolungato il suo funerale
anche se le folle in lutto si addensavano
la magia non è mai fuggita
anche se hanno sollevato il suo sudario
il Dio nudo è vissuto davvero
anche se hanno distorto le sue parole
anche se hanno annunciato la sua morte
in tutto il mondo
il cuore non vi ha creduto.

Molti che erano stati feriti si meravigliavano
molti che erano stati colpiti sanguinavano
la magia non ha mai esitato
la magia ha sempre condotto
molte sassi sono stati fatti rotolare
ma Dio non si è mai riposato
molti uomini feroci hanno mentito
molti uomini obesi hanno ascoltato
offrivano sassi
eppure la magia si nutriva sempre
chiudevano a chiave i loro forzieri
eppure Dio veniva sempre servito
la magia è nell’aria, Dio domina,
il Vivo si aggira nell’aria
Il Vivo è al comando
molti deboli hanno sofferto la fame
molti forti hanno prosperato
anche se si vantano della solitudine
Dio era al loro fianco
né il sognatore nella sua cella
né il capitano in cima alla collina
la magia è viva
anche se hanno perdonato la sua morte
in giro per tutto il mondo
il cuore non voleva credere

Anche se hanno inciso le leggi nel marmo
non potevano offrire riparo agli uomini
anche se hanno costruito altari nei parlamenti
non potevano dare ordini agli uomini
la polizia arrestava la magia e la magia andava con loro
perché la magia ama gli affamati
ma la magia non si tratteneva con nessuno
si spostava di braccio in braccio
non voleva restare con loro

La magia è nell’aria
che danno può soffrire?
Se ne sta su un palmo vuoto
si genera in una mente vuota
ma la magia non è mai uno strumento
la magia è il fine

molti uomini si sono messi a spingere la magia
ma la magia è rimasta indietro
Molti forti hanno mentito
son solo passati attraverso la magia
per uscire dall’altra parte
molti deboli hanno mentito
sono venuti da Dio di nascosto
e anche se lo hanno lasciato nutrito
non han voluto dire chi aveva guarito
anche se le montagne danzavano davanti a loro
Dicono che Dio sia morto
anche se hanno sollevato il suo sudario

il Dio nudo è vissuto davvero
Questo volevo sussurrarlo alla mia mente
questo volevo riderlo nella mia mente
finché il servizio non sarà altro che magia
che si muove attraverso il mondo
e la mente stessa è magia
che scorre nella carne
e la carne è magia
che danza su di un orologio
e il tempo stesso
la magica lunghezza di Dio

God is alive, magic is afoot
God is alive, magic is afoot
God is alive, magic is afoot
God is afoot, magic is alive
Alive is afoot, magic never died
God never sickened
Many poor men lied
Many sick men lied
Magic never weakened
Magic never hid
Magic always ruled
God is afoot, God never died
God was ruler
Though his funeral lengthened
Though his mourners thickened
Magic never fled
Though his shrouds were hoisted
The naked God did live
Though his words were twisted
The naked magic thrived
Though his death was published
Round and round the world
The heart did not believe

Many hurt men wondered
Many struck men bled
Magic never faltered
Magic always led
Many stones were rolled
But God would not lie down
Many wild men lied
Many fat men listened
Though they offered stones
Magic still was fed
Though they locked their coffers
God was always served
Magic is afoot, God rules
Alive is afoot

Alive is in command
Many weak men hungered
Many strong men thrived
Though they boast of solitude
God was at their side
Nor the dreamer in his cell
Nor the captain on the hill
Magic is alive
Though his death was pardoned
Round and round the world
The heart would not believe

Though laws were carved in marble
They could not shelter men
Though altars built in parliaments
They could not order men
Police arrested magic and magic went with them
Mmmmm…. For magic loves the hungry
But magic would not tarry
It moves from arm to arm
It would not stay with them
Magic is afoot
It cannot come to harm
It rests in an empty palm
It spawns in an empty mind
But magic is no instrument
Magic is the end
Many men drove magic
But magic stayed behind
Many strong men lied
They only passed through magic
And out the other side
Many weak men lied
They came to God in secret
And though they left Him nourished
They would not tell who healed
Though mountains danced before them
They said that God was dead
Though his shrouds were hoisted
The naked God did live
This I mean to whisper to my mind
This I mean to laugh within my mind
This I mean my mind to serve
Til’ service is but magic
Moving through the world
And mind itself is magic
Coursing through the flesh
And flesh itself is magic
Dancing on a clock
And time itself
the magic length of God
 

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Immaginari siriani

Su Twitter, Maytham è un sostenitore, o se preferiamo un esaltatore, del governo siriano.

In quanto tale, cerca di mettere in buona luce il proprio paese, e per farlo posta ogni giorno immagini molto diverse da quelle che associamo alla Siria.  Bisogna aprirle ad una ad una, perché, probabilmente per opera di qualche troll di parte avversa, Twitter ti avverte che anche la foto di un fiore potrebbe urtare la tua sensibilità.

Al di là dell’intento propagandistico di Maytham, queste immagini mi colpiscono per un motivo: da quando andai in Bosnia in piena guerra civile, sono sempre rimasto colpito dalla normalità che continua – gli operai che lavorano per riparare le buche, i negozi che vendono, la gente che stende il bucato e stira i vestiti, la corrente elettrica che continua misteriosamente ad arrivare, le mamme che preparano la colazione e i ragazzi che si annoiano a scuola sperando che arrivi la ricreazione.

Solo se riusciamo a immaginarci chi si trova in guerra come molto simile a noi, riusciamo a liberarci dal pietismo accondiscendente e dall’esotismo.

I siriani poi, per chissà quale motivo, sono tra tutti i popoli del Medio Oriente quelli che somigliano di più fisicamente agli italiani, e questo rende ancora più forte l’effetto.

Queste foto poi, mentre ci comunicano l’immaginario governativo, ci aiutano a capire anche qualcosa dell‘immaginario avversario, quello molto più austero dei ribelli, e forse persino a condividerne qualcosa.

Eccovi alcune delle foto di Maytham.

a-barberParrucchiera-barbiera al lavoro

a-zumbaLezioni di zumba

a-ragazzeIn spiaggia a Tartus

a-ultras-aleppoUltras Aleppo allo stadio

a-student2La moglie del presidente della Siria riceve gli alunni che hanno avuto i migliori risultati. E’ una foto “ufficiale” e proprio per questo colpisce lo stile che vuole trasmettere

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Biglietto, prego!

Ogni tanto, sentiamo dire che non esiste alcuna invasione degli immigrati.

Innanzitutto per motivi lessicali – il termine invasione tanto caro ai paranoici fa pensare a grandi eserciti  organizzati e non a individui provenienti da numerosi paesi e che cercano di rifarsi una vita.

Ma soprattutto, sono le statistiche ad escludere una “invasione”: il numero di immigrati – anche compresi quelli che in assenza di uno ius soli nascono in Italia – non supera il numero degli italiani che sono emigrati all’estero (e che sono in costante aumento).

Insomma, sono relativamente pochi quelli che entrano, e come amano sottolineare gli ottimisti, sono in grandissima parte giovani, maschi e forti pronti a pagare le “nostre” pensioni (e se una minoranza ci vende la cocaina, è pur sempre un servizio che gli chiediamo “noi”). Poi gli stessi ottimisti amano le foto di mamme e bambini “in fuga dalla guerra e dalla fame”, ma tant’è.

Ma se usciamo dalla nostra parrocchia, e guardiamo l’altro capo della questione, vediamo una fortissima pressione per uscire dal proprio paese.

Non si tratta semplicemente di “guerra e fame”, che sono concetti vaghi e paternalistici (strettamente affini al concetto di “aiutiamoli al paese loro”). Piuttosto si tratta di diversi fenomeni di portata storica che avvengono contemporaneamente.

Il primo ci dovrebbe essere familiare, se pensiamo a come si sono svuotati i paesi e riempite le città d’Italia in pochi anni – e oggi viviamo in un mondo in cui ci si mette di meno per arrivare dal Cairo a Milano di quanto ci si metteva una volta per andare da Sulmona all’Aquila. Semplicemente, la gente abbandona i villaggi.

ca-scapiniA questo si aggiunge un altro elemento fondamentale: la scolarizzazione profonda del “Terzo Mondo”. Tempo fa, ne scrissi qui, suscitando le ire di qualche italiano. Ma centinaia di milioni di giovani africani si sono armati intellettualmente per uscire dal villaggio.

E questo si lega strettamente anche al contenuto dei metodi educativi in cui l’obiettivo è tutto urbano, “occidentale” e tecnologico, nonché svolto in lingue europee: per il contadino maremmano del Novecento, “la capitale” era Roma, per il contadino ciadiano di oggi, “la capitale” è Parigi.

La famiglia investe tutto in una scuola fortemente selettiva, con due sbocchi.

Il primo è il posto statale da cui il giovane potrà ripagare con qualunque mezzo la generosità dei parenti (in senso molto, molto ampio): la cosiddetta “corruzione” non è un gratuito sovrappiù da presunti popoli primitivi, è strutturale, e spiega anche perché il controllo dello Stato nella grande maggioranza dei paesi africani e mediorientali passa attraverso le armi.

L’altro sbocco è l’emigrazione verso luoghi in cui gli stipendi sono inimmaginabilmente più alti che in casa.

Questa foto di una scuola ci dice molto di più sulle migrazioni, di quelle di repertorio tra il penoso e il minaccioso che scattano ai giovani sui barconi:

african-school-1-thumbE poi c’è la convergenza di varie crisi: l’Africa e il Medio Oriente – che sono il “Terzo Mondo” vicino a noi – sono luoghi fragili, dove la popolazione aumenta mentre l’acqua e le risorse alimentari diminuiscono (quando non sono consumate dall’agricoltura industriale per l’esportazione, i cui proventi non restano certo in mano agli abitanti del posto) e aumentano le micidiali tempeste di sabbia e la temperatura.

Di conseguenza, aumentano anche le guerre (ricordiamo dopo la prima grande guerra climatica della storia recente, quella del Darfur, che la crisi siriana nasce proprio con la desertificazione). E questo è un fattore che l’Italia contadina in moto verso la pianura, non ha conosciuto.

Quindi, se “gli immigrati sono pochi”, ci deve essere un tappo da qualche parte tra la tremenda pressione in uscita da lì e il filo relativamente sottile che entra qui.

Questo tappo viene descritto in maniera egregia in un recente rapporto di Amnesty International, che racconta  il vero costo del passaggio, parlando della principale via d’ingresso, che è quella dalla Libia via mare. Già abbiamo parlato dell‘incredibile prezzo di questo viaggio, ma il rapporto aggiunge alcuni particolari.

Il primo è che tre su cento migranti morirebbero lungo il percorso.

“I cambi di strategia dei trafficanti e l’aumentato ricorso a imbarcazioni inadatte alla navigazione e prive di qualsiasi dotazione di salvataggio hanno reso le traversate sempre più pericolose. Il rapporto di Amnesty nota che solo un’imbarcazione su due è dotata di un telefono satellitare a bordo, che su gommoni  vetusti vengono fatte salire centinaia di persone, che le imbarcazioni vengono fatte partire in lanci multipli, di notte e in qualsiasi condizioni metereologiche creando i presupposti per viaggi sempre più rischiosi. In nessun caso quelle barche sono nelle condizioni di arrivare fino alle coste europee.”

Almeno stando all’articolo di Repubblica, Amnesty evita di spiegare che i trafficanti possono risparmiare, perché hanno la ragionevole certezza che gli imbarcati verranno soccorsi a poche miglia dalla costa, accelerando così il ciclo produttivo.

“”Le persone intercettate in acqua [dalle guardie costiere libiche] vengono regolarmente riportate nei centri di detenzione e torturate. In Libia non esiste alcuna legge o procedura d’asilo. Di conseguenza coloro che restano intrappolati nel paese possono andare incontro a uccisioni, torture, stupri, rapimenti, lavoro forzato e detenzione a tempo indeterminato e in condizioni inumane e degradanti.”

Un biglietto da un villaggio del Mali a un hotspot italiano quindi costa, in termini monetari, tutti i risparmi di una famiglia, l’asservimento all’usuraio locale, una possibilità su trenta di morire e una probabilità ancora maggiore di essere ridotto in schiavitù o torturato e comunque di non arrivare.

Eppure partono in molti, anche se arrivano solo in pochi, giovani, poliglotti, istruiti e maschi, pronti a pagarci le pensioni.

Immaginiamoci cosa succederebbe se si togliesse il tappo.

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