Le regole in discesa

Ci sono stati molti commenti, anche sanamente critici, ai concetti che ho espresso nel post sull‘Effetto Seneca e le prostitute a Firenze. Come spesso capita, i commenti sono anche trasbordati altrove, comunque mi hanno aiutato a chiarire meglio i concetti.

Esistono due linee: quella della risorse e quella delle regole per gestire le risorse e il loro utilizzo.

La linea delle risorse è definita anche dal rapporto tra fonti disponibili, costi di estrazione e scarti, e fin qui stiamo parlando di temi che altri hanno sviluppato con molta più competenza di me: è quello che si vede comunque nella Piana di Firenze, dove l’ultima risorsa territoriale viene consumata contemporaneamente da un inceneritore, da un nuovo aeroporto e dall’espansione dell’autostrada, poi ci si strozza.

Limitiamoci a parlare comunque delle risorse disponibili per le istituzioni. In Italia oggi abbiamo superato il picco e sta iniziando la discesa. E per quanto siano immensi gli sprechi e la corruzione, non è vero – come sostengono alcuni militanti politici – che “i soldi ci sono, basta ridistribuirli”.

Quando le risorse diminuiscono, si inizia a tagliare sempre dal basso: ad esempio sul numero di custodi che tengono aperto un museo di secondaria importanza o su una linea di autobus poco frequentata.

Questo vuol dire che magari si continua per un bel po’ a investire in aeroporti giganteschi o sistemi missilistici, che colpiscono l’attenzione generale, mentre i tagli sembrano locali.

Thomas Homer-Dixon ha dedicato uno straordinario capitolo di The Upside of Down agli studi degli archeologi sul degrado degli acquedotti romani in Provenza, dove si vede esattamente questo meccanismo: un po’ più di calcare che si accumula anno dopo anno, perché c’è un po’ meno manutenzione, un privato che ci fa un forellino per annaffiare il proprio campo e così via fino al collasso dell’intero sistema.

Ma forse perché chi si occupa di queste cose proviene in genere dalle scienze biologiche, chimiche o climatiche, non si pensa molto al rapporto di tutto questo con le istituzioni che organizzano tutto.

Infatti, le regole, studiate per tempi di maggiori risorse, continuano a valere e si scontrano con le nuove esigenze: rendendo quindi catastrofica quella che in altre condizioni poteva sembrare una dolce scivolata verso il basso.

Da cinque anni vivo profondamente immerso in una realtà amministrativa molto locale e piccola, quella del Centro Storico di Firenze.

Alcuni mi contestano che sarebbe una realtà unica, completamente diverse da tutte le altre d’Italia e d’Europa. Può darsi, posso solo dire che è l’unica realtà che io conosco bene. E a naso, sospetto che altrove non sia in realtà così diverso, visto che i rigorosi meccanismi che operano qui sono gli stessi di tutto il resto d’Italia, e dovrebbero dare gli stessi effetti.

L’altro giorno, leggo che sette funzionari della Direzione Ambiente del Comune di Firenze sono stati rinviati a giudizio.

Non voglio entrare in merito, e semplificherò alcuni dettagli, sperando di non offendere nessuno.

Ci sono molte migliaia di alberio a Firenze, piantati  in tempi in cui i Comuni potevano spendere di più.

Su quell’abbondanza, sono state costruite delle regole, che richiedono un’attenta cura di ogni singolo albero, per evitare che si ammali o che cada in testa ai passanti.

Poi arrivano i tagli. E così si decide che ci sono cose più importanti degli alberi.

Arrivano meno fondi, i mezzi che si hanno si deteriorano e non si sostituiscono, qualcuno va in pensione e nessuno viene assunto, al posto dei giardinieri esperti arrivano cooperative rimediate tra disperati… insomma, piano piano si finisce per ridurre drasticamente i controlli sugli alberi.

Un giorno, un ramo di uno delle migliaia di alberi che si trovano in un grande parco cade in testa a due persone, uccidendole.

Quindi la potenziale responsabilità dei funzionari dell’Ambiente diventa anche penale.

La regola ideata per i tempi di abbondanza li obbliga quindi ad agire in emergenza.

Così corrono a sistemare tutti gli alberi di Firenze. Ma non avendo più i mezzi per farlo, chiamano persone senza la minima esperienza, a fare l’unica cosa possibile – segare rami a caso, capitozzandoli come si dice.

Così sulla carta risulta che gli alberi sono stati controllati e che l’ufficio ha seguito le regole e nessuno finisce in galera.

Solo che la capitozzatura è una delle pratiche più dannose immaginabili. Si toglie il ramo che potrebbe cascare, e si mette a rischio la stabilità di tutto l’albero.

Anche i platani vengono segati e gettati nelle chippatrici, immense macchine che tritano tutto, lanciando polveri e frammenti ovunque: peccato che Firenze sia un focolaio del cosiddetto “cancro colorato del platano” che si trasmette per contatto tra un platano e l’altro, motivo per cui esistono norme molto rigorose per l’eliminazione dei resti dei platani stessi. Mentre la dispersione dei resti dei platani non fa altro che propagare la malattia.

chippatricechippatrice all’opera

Passano tre anni, e quest’estate cade un grande ippocastano (non so se per capitozzature passate), fortunatamente senza ferire nessuno.

Ma il rischio è stato grosso, e le regole obbligano il sindaco a prendere subito delle misure.

Così vengono tagliati alberi a centinaia, in base a un visual tree assessment (in italiano, un’occhiata).

La gente protesta, e dai tanti esposti, nasce un’inchiesta della Magistratura, con le seguenti motivazioni.

1) i funzionari non avrebbero svolto, in questi anni, tutti i lavori di controllo e manutenzione richiesti dalle regole

2) non avrebbero seguito la regola che richiede l’autorizzazione della Soprintendenza per ogni singolo taglio nell’area del Centro Storico

3) avrebbero abbattuto anche alberi che si potevano salvare con un trattamento molto meno radicale.

Le buone intenzioni dei funzionari sono indiscutibili.

Sono pagati per salvare le capre (i cittadini) e i cavoli (gli alberi).

Una volta avevano le risorse per farlo.

Adesso non ce le hanno più, e quindi finiscono inevitabilmente sotto processo, perché non possono salvare entrambi. Finiscono sotto processo, sia per ciò che fanno che per ciò non fanno.

Allo stesso modo, nessuno discute le buone intenzioni del direttore degli Uffizi, il troppo energico tedesco Elke Schmidt, che da anni combatte il fenomeno dei bagarini che comprano in blocco tutti i biglietti che permettono l’ingresso in giornata al Museo e li rivendono al doppio del prezzo ai turisti.

Schmidt ha avuto l’idea di piazzare un altoparlante che mandava messaggi mettendo in guardia i turisti.

Mai prendere un’iniziativa: nella primavera del 2016 gli arriva una multa di 295 euro per ‘pubblicità fonica non autorizzata’ che paga subito di tasca propria.

E ieri, gli è arrivata un’altra multa, questa volta di oltre 2.300 euro, per “omesso versamento Cimp, vale a dire il Canone installazione mezzi pubblicitari”.

Quando si dice che i funzionari pubblici sarebbero svogliati, il motivo non è sempre e solo la pigrizia.

Se le risorse diminuiscono, ma le regole restano immutate, il funzionario può salvarsi da processi e persecuzioni soltanto in uno di due modi.

Deve firmare un testo in cui inasprisce al massimo le regole e poi impone a qualcun altro di metterle in atto. Passa cioè il cerino, facendo vedere che lui stesso comunque è apposto.

Il problema scoppia quando il cerino arriva all’ultimo della fila.

Lì esistono soltanto due soluzioni: l’illegalità o la chiusura dell’attività stessa.

Moltissime cose vengono fatte nell’illegalità, senza per questo essere necessariamente immorali: è illegale mettere altoparlanti antibagarini agli Uffizi, è illegale tagliare un albero senza essersi accertati che sia davvero da abbattere.

Semplicemente, se dovesse succedere qualcosa, quello che rimane con il cerino si prende tutti i processi per aver agito in maniera che sapeva essere illegale (e lo si può dimostrare, grazie a tutti i documenti con cui quelli a monte gli hanno passato il cerino).

L’alternativa ovviamente è la chiusura pura e semplice, come succede in innumerevoli migliaia di piccoli casi. Una chiusura ufficiale, ma anche una semplice chiusura in emergenza con nastro bianco e rosso.

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L’incedere dei luoghi comuni

Si discuteva con il commentatore Peucezio. Io sostenevo che l’ordinanza del sindaco di Firenze che vieta la prostituzione, qualunque cosa se ne pensi, è soprattutto un indizio di come i politici, tutti, siano costretti a rincorrere sciocchezze, visto che non possono fare niente di concreto.

Peucezio, in un commento che taglio un po’, dice

C’è qualcosa di profondo dietro il moralismo che si fa in questi anni sul sesso e che qualche decennio fa non si faceva. Poi puoi dirmi che dietro ci sono strutture legate alle risorse o ai meccanismi di funzionamento della società, ma bisogna capire come mai queste hanno bisogno di un sesso più controllato e con una serie di nuovi tabù (la prostituzione, la sessualità minorile, tendenzialmente anche l’adulterio, già stigmatizzato nelle società anglosassoni e molto mal visto ormai anche da noi, perché violi un patto, menti, ecc.).

Insomma, non è un discorso da eludere secondo me, perché la sessualità attiene a una sfera molto profonda e primaria dell’essere umano, quindi è fondamentale, credo, capire quali sono i meccanismi profondi che la condizionano.

Nardella ha detto che gli premeva colpire lo sfruttamento del corpo delle donne e la schiavitù sessuale.
Avrebbe potuto dire che gli premeva difendere il decoro delle strade.
Oppure che gli premeva tutelare la virtù dei padri di famiglia.
Non sono scelte indifferenti, sono sintomi.

Concordo.

Ogni epoca ha dei luoghi comuni, nel senso letterale: cioè una serie di cose su cui quasi tutti sono d’accordo, o fanno finta di esserlo. E i grandi scontri avvengono quasi sempre dentro la citazione di luoghi comuni.

Per dire, a un italiano medio, il discorso che fa uno sciita in guerra con i sunniti sembra uguale al discorso che fa un sunnita contro gli sciiti.

Chi non si è mai interessato di teologia trova i discorsi dei cattolici e degli anabattisti più o meno intercambiabili.

Ma c’è un luogo comune che io trovo particolarmente interessante, perché è talmente vicino a noi, che è incredibile pensare che ce ne siamo dimenticati.

Negli anni che vanno più o meno dal 1945 al 1977, in Italia, esisteva un unico, preciso luogo comune, che potrei definire come il benessere dei lavoratori.

Non era mica solo un tema di sinistra. Il ministro democristiano che inaugurava un’autostrada, ne parlava; e il benessere dei lavoratori era il principale tema propagandistico dell’MSI, anche per fare discorsi che oggi chiameremmo “di Destra”, anche se il termine era molto meno di moda allora.

In Russia, il comunismo ha ridotto i Lavoratori a schiavi… i Lavoratori che hanno risparmiato tutta la vita, hanno il diritto a non essere schiacciati dalle tasse… quando c’era il fascismo, i Lavoratori avevano le otto ore e la pensione… la socializzazione ha permesso ai Lavoratori di partecipare direttamente alla gestione delle fabbriche… gli scioperi sono contro gli interessi dei Lavoratori

Ovviamente, a Sinistra, l’antifascismo aveva un unico tema centrale: il Fascismo era il grande nemico dell’emancipazione dei Lavoratori. E quando i fascisti si dicevano amici dei lavoratori, stavano cercando di fregarti nell’interesse dei Padroni.

Lasciamo perdere quanto ci potesse essere di vero in questa retorica (ogni propaganda è menzognera per definizione).

La cosa interessante è che il Luogo Comune di allora non aveva alcun posto per i Luoghi Comuni dei nostri tempi.

Non c’era la religione, non c’era la “patria” al di fuori di Trieste, non c’era l‘identità etnica (due termini che allora venivano usati solo da qualche antropologo), non c’erano razze, razzismi o migrazioni. Certo, non si poneva il problema dei profughi ghanesi, ma fascisti e comunisti non avevano il minimo problema con le grandi migrazioni interne dell’epoca.

I comunisti erano un po’ più disponibili dei fascisti ad ascoltare le opinioni delle signore, ma non era un punto simbolico cruciale.

Eppure la gente allora si picchiava e si ammazzava lo stesso, con ancora più passione di oggi: insomma, quel luogo comune celava divisioni vere, tremende, ma che gli stessi protagonisti faticavano a spiegare.

Concordo in parte con Peucezio, quando dice che invece la sessualità sia diventato un luogo comune fondamentale oggi.

Ovvio che anche nel 1945-1977, la sessualità fosse una realtà cruciale, con i genitori (fascisti o comunisti) che impedivano in tutti i modi alle figlie di uscire con fidanzati poco raccomandabili, oppure con nonne (fasciste o comuniste) che restavano sgomente per le convivenze. Ma tutto questo non costituiva un luogo comune di discussione, era solo un luogo comune scontato.

Il Luogo Comune di oggi non riguarda “il sesso” – ovunque ammesso purché “consenziente” (termine molto discutibile, ma lasciamo perdere) – ma i diritti della parte ritenuta più debole. Con un’interessante confusione (che Peucezio ha sottolineato in altri commenti) tra l’antica idea “cavalleresca”, secondo cui la donna non si tocca nemmeno con un fiore, e l’idea moderna, di come ti permetti di paragonare la Signora X a un fiore?

E’ un tema affascinante, per ora due cose:

- Il Luogo Comune della “donna oppressa” è oggi il principale cavallo di battaglia della Destra, che non fa altro che parlare di immigrati stupratori e di burqa. E’ un cambiamento di campo incredibile, come quando i cattolici sono passati dal parlare della salvezza eterna ai diritti dell’embrione. E’ un’altra ideologia, totalmente diversa.

- Il Luogo Comune della sessualità si accompagna strettamente ad altri luoghi comuni, quali la Religione e l’Identità Etnica. Che a pensarci, hanno qualcosa di più arcaico del “Benessere dei Lavoratori”.

E forse questo ci riporti all’Effetto Seneca.

Il “benessere dei Lavoratori” è una fissazione tipica di quando tutti credono che ci siano infinite risorse per tutti, basta ridistribuirle. E’ quindi una preoccupazione tipica del picco, a cui non ritorneremo più.

Mentre a mano a mano che scendiamo, preoccupazioni più antiche e profonde riemergono; come riemergono modi antichi di affrontare i problemi che ci troviamo davanti. In fondo, cominciamo a scoprire, uno dopo l’altro, il valore di tante cose che gli esseri umani facevano prima della Rivoluzione Industriale, a partire dai Commons.

Allo stesso tempo, la coscienza comune ha acquisito l’illusione che le risorse siano davvero infinite, solo che hanno preso la forma immateriale dei diritti individuali.

E questo ci riporta dritto dritto al tema del post precedente: il meccanismo per cui le regole che garantiscono i diritti individuali rendono impossibile adattarsi ai cambiamenti storici.

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L’effetto Seneca e le prostitute a Firenze

Sarebbe una consolazione per la nostra debolezza e per i nostri beni se tutto andasse in rovina con la stessa lentezza con cui si produce e, invece, l’incremento è graduale, la rovina precipitosa.”
Lucio Anneo Seneca, Lettera a Lucilio, n. 91

Qualche anno fa, Ugo Bardi, docente di chimica all’Università di Firenze, assieme ad alcuni collaboratori, lanciò una di quelle idee geniali che gettano luce su una vasta quantità di fenomeni.

Ugo è uno scienziato di quelli seri, che però ha una vasta conoscenza del mondo classico e dei testi latini e greci, non ha i paralizzanti pregiudizi politici che rendono banali le menti migliori, è decisamente toscano (è nato in Oltrarno) ma anche un poliglotta che scrive in perfetto inglese, peraltro con un sano senso dell’umorismo, e possiede una notevole capacità di divulgazione.

L’Effetto, Curva o Dirupo di Seneca è un concetto semplice:

Non vi capita mai, di tanto in tanto, di trovare qualcosa che sembra avere molto senso ma non sapete dire esattamente perché? Per lungo tempo ho avuto in mente l’idea che quando le cose cominciano ad andar male, vanno male alla svelta. Potremmo chiamare questa tendenza “Effetto Seneca” o il “dirupo di Seneca”, dallo scritto di Lucio Anneo Seneca che scrisse che “l’incremento è graduale, la rovina precipitosa”.

L’applicazione primaria è al rapporto tra risorse, economia e inquinamento, ma il meccanismo va molto oltre.

Negli anni, questo concetto si è andato sviluppando, grazie anche a un gruppo di ricercatori che si è messo a studiare come funziona l’Effetto Seneca in termini matematici, storici, ecologici, demografici, climatici e fisici. La maggior parte di queste riflessioni si svolgono in inglese sul blog Cassandra’s Legacy, ma si trova qualcosa anche in italiano sui vari altri blog che Ugo cura.

Insomma, la Curva di Seneca ha questo aspetto:

SenecaBriteLa curva di Seneca ci aiuta a cogliere il ritmo sottostante a cose di cui sentiamo parlare confusamente, a partire dalla crisi climatica.

Tutto questo per introdurre una mia riflessione.

La città in cui vivo è cresciuta nel tempo: per semplificare, possiamo immaginare l’aumento contemporaneo di popolazione, risorse, comodità, istruzione, aspettativa di vita come un’unica linea, simile a quella che si vede a sinistra nello schema: è la linea della città.

Ma la città è tenuta insieme da regole. Che all’inizio erano molto semplici, poi ognuna di queste regole è stata ridefinita. Un po’ perché sorgono nuove situazioni, un po’ perché fatta la legge, trovato l’inganno e un po’ perché un tizio pagato per scrivere regole passa otto ore al giorno da quando è stato assunto finché va in pensione proprio a scrivere regole.

Aggiungiamo poi, ovviamente, le regole sovraordinate: ad esempio le leggi nazionali; ma anche quelle subordinate, come le tabelle degli orari degli autobus.

Gli esseri umani, a tutti i livelli, seguono le regole, insomma sono le regole che comandano.

Anche le regole seguono un proprio percorso ascendente, più o meno parallelo a quello della città.

Ora, immaginiamo che la Linea della Città tocchi l’apice e inizi a declinare.

Non c’è il botto, anche perché il mondo è interconnesso, e se l’Egitto va a rotoli, la mia città ci guadagna in turisti (ma anche in rifiuti non riciclabili e residenti in fuga).

Semplicemente, aumenta il traffico, salgono i livelli di inquinamento, nelle aule gli alunni passano in media da 22 a 23, diminuisce magari di poco l’aspettativa di vita, non si trovano più spazi dove scaricare i rifiuti.

Si torna apparentemente indietro, ma non si tratta soltanto di “vivere come quarant’anni fa”, perché alcune cose – a partire dalla plastica nell’acqua ad esempio – allora non c’erano.

Ogni cittadino si trova di fronte a piccole difficoltà nuove.

Cose minuscole, che però si sommano: rispetto all’anno scorso, deve fare un chilometro in più su un autobus che fa due corse in meno di prima, per avere un’analisi medica con un ticket che costa due euro in più, e quando torna a casa trova che non riesce a entrare nel portone, perché qualcuno ha parcheggiato davanti approfittando del fatto che hanno tagliato di un’unità il numero di vigili nel quartiere.

E’ un tema che ho trattato qui cinque anni fa, interessante notare come la parte propositiva di cui parlo all’inizio – i tablet per tutti – non si sia affatto realizzata, mentre per quanto riguarda le adozioni a distanza, credo che non si facciano proprio più.

Affrontare una situazione di declino richiederebbe un intervento deciso, che permetterebbe una discesa controllata lungo il crinale destro del grafico.

Chiaramente nessun candidato oserebbe mai dire, “scendiamo insieme, alla fine del mio mandato starete peggio di oggi, ma non troppo” perché lo voteremmo solo io e Ugo, e questo è già un problema.

Ma per avere una discesa controllata, bisognerebbe smantellare e rifare ad una la maggior parte delle regole ideate per seguire un percorso ascendente. Però sono le regole a comandare sulle persone, e ogni regola è presidiata da un interesse di qualche tipo, spesso in grado di smuovere studi legali.

Si può pure essere d’accordo che esista un problema globale, ma…

“Il cambiamento climatico non è certo dovuto solo al mio impianto di aria condizionata che ho comprato regolarmente, eccoti lo scontrino se non ci credi, e poi ho il diritto umano al fresco d’estate! E poi ve la prendete sempre con noi poveracci che lavoriamo, ai ricchi non gli dite niente?”

Ma il declino significa anche meno risorse economiche per le istituzioni che dovrebbero governare il declino, e quindi meno forza per modificare le regole.

Ogni figura istituzionale, dall’ultimo vigile al Presidente del Consiglio, si trova quindi praticamente paralizzato. E l’impossibilità di governare la discesa ovviamente  rende molto più veloce la discesa stessa. E’ uno dei fattori che contribuiscono decisamente all’Effetto Seneca.

Ma è esattamente nel momento di crisi –  cioè quando si passa il crinale dalla sinistra alla destra del grafico – che la gente sente più bisogno delle istituzioni.

Quindi le istituzioni reagiscono in due modi.

Da una parte, tutelandosi con quantità sempre crescenti di nastro bianco e rosso per chiudere ciò che è pericolante, riparandosi dietro un muro di assicurazioni, evitando di firmare qualunque cosa possa metterli nei guai.

nastroDall’altra, mandando segnali sempre più rumorosi e mediatizzati nei pochi campi in cui possono davvero intervenire: leggi contro i saluti romani su Facebook, decreti contro i lavavetri o improbabili gride contro la prostituzione nelle strade, insomma tutto quel mondo pittoresco che giorno per giorno vediamo sui siti dei quotidiani.

Cose che riescono a sembrare importantissime, perché creano subito schieramenti contrapposti e una grande eccitazione generale, trascurando il fatto che ben poche delle sempre meno vigilesse fiorentine oseranno affrontare magnaccia armati di coltelli alle tre di notte.

Il punto non è se certe misure o proposte siano giuste o sbagliate; è che sono tutto ciò che un politico oggi può fare.

Però così tutti finiscono per distrarsi ancora di più, rendendo ancora meno facile adattarsi al declino.

“All’ordine Facite Ammuina: tutti chilli che stanno a prora vann’ a poppa/ e chilli che stann’ a poppa vann’ a prora”

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Scontri di civiltà

L’altro ieri, il figlio di Anila ha cominciato la prima elementare.

Anila è molto orgogliosa di essere nata in piena campagna albanese, e si esalta ogni volta che vede una zappa. Mentre cura il nostro orto, spiega entusiasta, “questa è la vera ginnastica!”

Venerdì ha vestito il suo figliolo cinquenne in giacca e cravatta e l’ha fornito di un mazzo di fiori da regalare alla maestra, che la scuola è una cosa seria.

Insomma, Anila è la solita straniera che pretende di fare a modo sue e non sa adeguarsi ai Nostri Valori.

Quest’estate, abbiamo visto come, mentre gli autoctoni scappano dal quartiere, gli stranieri restano per forza di cose, sorbendosi un caldo così devastante che una nostra amica filippina si lamentava di non aver mai sofferto nulla di simile.

Così un giorno, al giardino, ecco chi c’era:

facebook_1501709474904Da sinistra a destra… Senegal, Albania, Giappone, Pakistan, Sardegna, Egitto, Macedonia, India, Palestina.

A pochi metri da lì, mi ferma per strada un giovane alto e robusto, con le incisioni sulle guance da nigeriano. Un po’ vuole chiedere l’elemosina, soprattutto si vuole sfogare. Si chiama, pare Festos – gli chiedo due volte il nome, che non sembra né cristiano, né musulmano né africano.

Racconta dello sfacelo del suo paese, mi fa vedere i segni sulla pancia delle torture che ha subito in Libia, mi racconta di come non riesce a trovare lavoro e non sa come andrà a finire con i documenti e dice che vorrebbe tornare in Nigeria, in questa Italia c’è solo disperazione.

Qual è la differenza, in fondo, tra lui e le nostre?

Non è una questione di riconoscimento legale – non escludo che qualcuna delle donne che compaiono nelle foto sopra sia attualmente clandestina in senso giuridico. Tante lo sono state, ma mica si vede. E di certo, noi non si denuncia.

Non è questione di colore della pelle o di religione, due qualità che Festos avrà in comune con una o più delle nostre.

Non è conoscenza della lingua. Nella foto non compare la mamma Sikh, che parla solo punjabi ed è molto amica dell’egiziana: “come fate a essere così amiche?” chiediamo all’egiziana, e lei risponde, “parliamo con il cuore, non servono parole!”

E poi mi rendo conto che è proprio la domanda che è sbagliata.

Noi pensiamo sempre a qualità astratte – il diritto, la lingua, il grado di istruzione; oppure a qualità individuali – persona simpatica o antipatica, stupida o intelligente, ad esempio.

Però nessuno di noi esiste senza un contesto.

Siamo l’aria che respiriamo, il cibo che mangiamo, le parole che apprendiamo dagli avi, il nostro sguardo sul paesaggio, i suoni che sentiamo e le persone, gli animali, le cose con cui conviviamo.

Le nostre sono nostre perché sono nostre.

Non è uno scioglilingua.

Sono state modellate anche dal fatto di condividere un luogo che possono vedere e in qualche modo trasformare, di incontrarsi tutti i giorni, di stabilire piccole relazioni di fiducia con un numero limitato di persone – l’antropologo inglese Robin Dunbar diceva che possiamo legarci in modo significativo a non più di 150 esseri umani.

Ma non si tratta solo degli esseri umani.

Il contesto è dato da ciò che William Morris chiamava la bellezza:

“La bellezza, che è ciò che si intende con l’arte, adoperando il termine nel senso più ampio, io ritengo, non è un mero accidente della vita umana, che le persone possono prendere o lasciare a scelta, ma una vera e propria necessità vitale.”

Festos forse aveva una comunità significativa in Nigeria – a credergli, suo fratello sarebbe stato ucciso da Boko Haram, e comunque posso immaginare che le condizioni che permettevano alla sua comunità di sopravvivere siano finite.

Oggi, Festos è uno degli infiniti frammenti di nessuno che galleggiano sulle onde in tempesta del mondo. Non diversamente dai pendolari autoctoni in fila ai caselli dell’autostrada o soli di fronti ai televisori; soltanto che attorno agli atomi come Festos, si possono accumulare false comunità, fatte tanto da autoctoni terrorizzati e rancorosi, quanto da immigrati reattivi pronti a dare venti coltellate per ogni sguardo diffidente.

Parlare in questi termini suscita sempre reazioni emotive.

Sia in coloro che pensano che i “nostri” siano tali così, per un caso linguistico o per insignificanti parentele; sia anche in coloro che cercano di inventare soluzioni globali a tutti i problemi del pianeta – “aboliamo il razzismo!” “basta con le frontiere!” “aiutiamoli a casa loro!” “espelliamoli tutti!” “mettiamo fuorilegge Casa Pound!” “proibiamo il velo islamico!

Che poi finisce sempre in un coro di “piove, governo ladro!”

“E tu cosa proponi? Parli bene tu, che vivi in Oltrarno!”

Bene, non propongo nessuna soluzione ai problemi del mondo.

Vedo che con una comunità naturale e in un ambiente che corrisponde a certi canoni estetici, certi problemi nemmeno sorgono, quindi non devo risolvere proprio niente.

Mentre altrove, miliardi di dollari, bombe, spese sociali o in polizia, cooperative di sfigati che si dedicano alla integrazione – tutti risolvono ben poco.

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Il quartiere in cool al mondo

Ecco come titolava qualche giorno fa Repubblica:

Il quartiere più “cool” del mondo? E’ Borgo San Frediano a Firenze: lo dice Lonely Planet

Meglio, ci precisano, di Dubai e New York.

A Dubai non ci sono mai stato, ma a New York mi ricordo in effetti che i sacchetti dei rifiuti li buttano direttamente sul marciapiede, da noi li buttano nei cassonetti senza differenziarli, per cui non posso dire che abbiano torto.

Ci si chiede, perché il bisogno di mandare gli hipster a fare in cool proprio da noi?

Sono stradine strette strette, con marciapiedi che due gatti non ci stanno insieme…

1-two-cats-ardiglioneLe facciate saranno pure belle, ma tocca storcere il collo e guardare molto in alto per vederle, e finora non ho mai visto un solo incoolatore alzare lo sguardo dal suo coctèl o dalla sua sniffata, per chiedersi cosa avesse attorno.

L’unica cosa di buono che ha il nostro rione è che ci sono tanti vicoli, in cui si può fare la pipì. Sul marciapiede, esattamente in mezzo alla strada, sul vecchio legno dei portoni, ci sono un sacco di scelte. Tra l’altro, è roba molto maschia, si riconosce subito dall’odore.

L’incoolatore medio ha alcune esigenze semplici, in fondo.

La prima è di alzarsi molto tardi. Tanto se si ha meno di cinquant’anni il lavoro non c’è,  e se ne ha di più, il lavoro non c’è uguale. E se il babbo ha fatto i soldi per me, perché devo fatihare io?

La seconda esigenza è di passare il tempo che gli rimane fino alla sera a curarsi baffi, barba e man bun (in italiano, codino da deficiente), nonché a guardarsi i tatuaggi allo specchio. Cose che richiedono ore e ore di attenta cura e molti soldi, ma tanto pagano babbo e mamma.

Poi l’incoolatore medio deve sbucare fuori di notte, e questo lo capisco, mica siamo tutti animali diurni.

 Ma perché proprio a San Frediano?

Basterebbe inventare il turno di notte al grande centro commerciale dei Gigli.

gigli-fronteI Gigli, così se per percoolare, c’è bisogno del brand di Florence, sono a posto. E ci sono persino i cessi, non c’è bisogno di fare la pipì proprio sul portone di casa di qualcuno.

Si ficcano tutti gli hipster lì dentro con tutte le dosi di quello che gli pare e pomata per barba fin che vogliono, e li si lascia andare a dormire appena l’alba minaccia di risbatterli nella tomba, in quel tremendo momento in cui arrivano le sfigate moldave e peruviane e oltrarnine vere che non hanno nessuno che le mantiene  e che devono pulire il vomito e la pipì e far ripartire il centro commerciale in tutta la sua diurna gloria.

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Riassunto di una carriera

Al Festival dell’Unità di Firenze.

Il perfetto riassunto di una carriera.

renzi

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Giudizi contro constatazioni

In questo periodo, abbiamo avuto una fortuna non da poco nel mondo: un bizzarro personaggio che si è fatto eleggere presidente degli Stati Uniti non crede che esista una questione ambientale.

Il bizzarro personaggio in questione è odiatissimo, e quindi tutti quello che lo vorrebbero morto hanno scoperto che esiste appunto una questione ambientale, cosa che noi sapevamo già perfettamente anche prima. Ma meglio così.

Ieri, un mio amico mi ha fatto un’interessante riflessione sulla differenza che c’è tra i problemi veri, e le simpatie e le antipatie che proviamo.

Ambasciatore non porta pena, ve la racconta come la racconta lui, senza censure.

“L’altra sera, alle tre di notte, ho sentito il solito gruppo di gente che sbraitava sotto la finestra di casa mia, uscendo da qualche locale. E siccome non avevano alcuna intenzione di lasciarmi dormire, ed ero troppo addormentato per tirare loro un secchio d’acqua in testa, mi sono messo a pensare.

Basta ascoltare le voci, per capire immediatamente, senza ombra di dubbio, chi sono le persone più odiose che infestano questa città.

Sono i giovani fiorentini, zombie che non si vedono mai di giorno, sbucano fuori molto dopo il tramonto con uno smartphone sempre acceso in mano per illuminare loro la strada, reduci di ore dal parrucchiere e dal tatuatore.

Le voci straniere sono molto di meno: qualche laborioso tunisino, preso dal senso di dovere, che fa il turno di notte per rifornire di cocaina i giovani fiorentini, per il resto niente, non senti nessun accento straniero, nemmeno di Pisa.

Tranne talvolta quello degli studenti americani.

Se mi ricordo bene, ci sono circa quaranta università che scaricano la feccia più ricca degli Stati Uniti su Firenze, dove per un anno gente con il quoziente intellettivo di una tartaruga, gli ormoni – maschili o femminili – di una banda di psicopatici e bionda come il grano marcio, si dedica al consumo dell’alcol e alla produzione di vomito.

Quelli che non senti la notte, sono i turisti. I turisti vengono con passo delicato, non fanno mai casino, la notte dormono, sono tutti curiosi di capire il posto in cui si trovano. E amano Firenze più di noi.

Nessuno di noi ha mai avuto un problema con un turista.

 Ora, avrete capito, credo quali siano le mie simpatie e le mie antipatie.

E adesso passiamo a ragionare sui problemi veri.

I fiorentini, che sono quelli che fanno veramente schifo, siamo noi.

Gli studenti americani sono pochi alla fine, pulito il vomito e raccolta l’immondizia che buttano per strada quando se ne vanno, lasciano il tempo che trovano.

Mentre i quindici milioni di turisti sono il vero, unico, gigantesco problema di questa città, che rischia di distruggerla.”

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Be You, diventa anche tu personabilizzabile!

Il sito di Repubblica Donna ci ricorda che è arrivata l’ora di venderci a noi stessi, e pure in inglese.

C’è everything che tu puoi need per be you, anche la tavoletta, che giustamente non deve mai mancare al momento del bisogno.

E adesso scorrete giù alla seconda immagine, con ingrandimento di un dettaglio che compare nella prima.

personabilizzabile

Infatti, la cosa fondamentale è che tutto ciò è personabilizzabile:

personabilizzabile3

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