Cosa vuol dire “fascismo” (1)

I miei lettori sono pochi, ma buoni, come dimostra la folle quantità di commenti che segue ogni post; e quindi mi permetto di imporvi una lunga riflessione a puntate.

Io non so tutti i lettori cosa intendano quando usano il termine “fascismo”: ma credo che sia una delle parole più usata dai melaninodeficienti di questo mondo (gli altri han altri grilli per la testa).

Per me è banale: il fascismo è solo un movimento che rivendica il nome “fascismo”; e come tutti i movimenti, si coglie meglio alle sue origini, quando è ancora pieno di energia e non è stato ancora completamente condizionato dalle circostanze esterne.

Tutto il resto può avere qualche analogia con il fascismo, come il ruolo del Dalai Lama può avere qualche analogia con quello del Papa, o Renzi può avere qualche analogia con il signor Alfred Fuller, ma questo non significa che in Tibet siano cattolici o che il nostro capo di governo venda spazzole.

Tra le mani in questo momento ho il libro di Roberto Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino 1919/1925, pubblicato nel 1972 e che mescola una notevole documentazione all’esperienza vissuta, ma sa raccontare le vicende umane con grande sensibilità.

L’autore, di cui non so nulla eppure che mi sento molto vicino, scrive, e sarebbe bello che potesse sapere che quasi mezzo secolo dopo, qualcuno lo legge commosso con gli occhi che tremano di lacrime:

Per questo ci sembra che, avviandoci alla fine, con animo ancora più che di storico, di combattente, di uomo di fede, di uomo di scuola, noi coi nostri figlioli, con le generazioni avvenire, si abbia, alla vigilia di andarsene, da assolvere un debito: quello di dare onesta testimonianza del nostro tempo, valga esso quello che valga, e dobbiamo tentare di farlo, come si diceva un tempo dai nostri vecchi, “sine ira ac studio”, almeno per quel tanto che potremo essere capaci noi che, non per colpa nostra certo, né senza cagione, “troppo odiammo e soffrimmo”.

Amo Cantagalli anche per i toscanismi, ricordando che, come Dio è una sfera infinita, il cui centro è dappertutto e la circonferenza da nessuna parte, la nostra parlata, qualunque sia, è la migliore del mondo.

Cantagalli racconta un piccolo episodio che spiega perfettamente il senso del fascismo.

Seguiamo con attenzione i vari passaggi, con tutte le mie lunghissime divagazioni.

Il nucleo è questo:

Il 1 dicembre del 1920, a San Piero a Sieve nel Mugello, i coloni “bianchi” si presentano piuttosto adirati alla villa di Schifanoia della contessa Marianna di Cambray-Digny, che non regolava i conti con loro da due anni.

Intanto, nella Villa di Schifanoia – e questo è fondamentale se volete capirci qualcosa dei signori della Toscana – si trova la tomba di Giulia Cavicchi, domestica di vent’anni impiccatasi a una trave della villa per amore, cui la Marianna volle dedicare una tomba di straordinaria bellezza.

I “bianchi” erano i contadini cattolici, quell’immenso, oscuro mondo campagnolo, nemico del Progresso, che in massa aveva respinto la guerra che tanto esaltava invece i giovani cittadini, formati ai miti del Risorgimento. Con molta ambiguità da  parte dei vertici religiosi, ma con altrettanta decisione da parte della carne da cannone, che dava spesso ascolto a veggenti che parlavano con Madonne pacifiste, come ci racconta in un affascinante studio Cesare Bermani.

Proprio in quanto bianchi, quei campagnoli erano per certi versi più pericolosi dei rossi, perché sognavano di diventare proprietari dei poderi su cui lavoravano.

Poi parliamo di contesse, e la storia toscana è curiosa in questo senso: secondo un recente studio, i cognomi dei primi contribuenti di Firenze sono quasi gli stessi di seicento anni fa.

La contessa Marianna di Cambray-Digny è figlia di uno dei più grandi personaggi dell’Ottocento toscano, Luigi Guglielmo di Cambray-Digny. Ministro dell’Agricoltura, Industria e Commercio in quattro governi, promotore del libero mercato globale come diremmo oggi, Sindaco di Firenze, architetto, matematico, membro della straordinaria Accademia dei Georgofili, una stirpe scivolata senza il minimo attrito dal servizio ai Lorena al servizio ai Savoia. E anche un grande, molte spanne al di sopra dei moderni…

La Toscana fu acquisita da Cavour all’Italia con una brillante truffa; ma certamente i signori, che stupidi non erano, si lasciarono imbrogliare con grande piacere.

Che Cambray-Digny sia un cognome foresto, non è un caso: con l’eccezione del principe Piero Ginori Conti, tutta la modernità toscana è dovuta a foresti, tra cui non pochi ebrei.

Come i fratelli Arturo e Attilio Luzzatto, calati dal Friuli, Ilva e Ferriere Italiane, le grandi imprese che campavano di Tav e appalti statali, entrambi deputati del Partito Radicale Democratico che scavalcava a sinistra il Partito Liberale e i primi ad aver inventato squadre di mazzieri per bastonare gli operai recalcitranti.

Non a caso gli squadristi fascisti arrivati in ritardo avrebbero cantato, Per Luzzatto e Mussolini eja eja alalà!

Oppure i  fratelli Alfredo e Massimo di Frassineto: figli di Sidney di James Hertz, ebreo di Amburgo promosso a Conte di Frassineto dal re sabaudo. Oggi la marchesa Giuliana Citterio di Frassineto dirige anche lei una fiorente azienda vinicola.

Dopo la marcia su Roma, Massimo avrebbe dominato sulla vita delle campagne aretine, diventando vicepresidente della Federazione nazionale degli agricoltori; mentre Alfredo avrebbe diretto poi la Banca di Agricoltura di Arezzo e sarebbe diventato Senatore, incarico che perse con una condanna per fascismo: di ebrei perseguitati, non hanno il monopolio gli antifascisti.

Le origini ebraiche di queste famiglie ci interessano soltanto per due motivi.

Primo, perché gli ebrei sono lontani dalla “arcaica cultura clericale” cui spesso si associa il fascismo; secondo, perché i Luzzatto come i di Frassineto facevano (per dirla alla veteromarxista) i propri interessi di classe, che li accomunavano appunto ai Cambray-Digny.

Ma torniamo a Luigi Guglielmo di Cambray-Digny (il cui padre fu anch’egli sindaco di Firenze ed è sepolto a Santa Croce). Ne abbiamo già parlato qui, chiamandolo sbrigativamente “architetto”, in quanto costruttore di una delle più grandi opere massoniche del mondo, il giardino esoterico della famiglia Torrigiani. Il giardino di Domizio Torrigiani, fascista e ultimo Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, il giardino privato più grande d’Europa e che occupa almeno un terzo del nostro rione di case oscure ammucchiate l’una sull’altra.

E qui viene in mente il principale personaggio del fascismo toscano, presente dal primo all’ultimo giorno: il marchese Dino Perrone Compagni della Serenissima Gran Loggia di Rito scozzese antico ed accettato, poi Luogotenente Generale della Milizia, prefetto di Reggio Emilia e senatore e infine combattente nella Repubblica Sociale.

Aggiungiamo che a fianco del Perrone Compagni, che era sceso ben in basso nella scala dei nobili, c’era, ben in alto, il marchese Giuseppe della Gherardesca, che saltava anche lui sui camion futuristicamente rombanti a bastonar contadini in prima persona, per poi diventare Podestà della città di Firenze.

 Lo ricordiamo perché taluni ritengono che l’Italia Moderata si sia fatta abbindolare per un attimo dall’Ordine Fascista, ma si sia presto rinsavita, accorgendosi che il fascismo fosse solo una roba da plebaglia agitata.

Continueremo per un po’, finché non ci annoieremo…

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La rabbia, la paura e la speranza

Qualche giorno prima delle elezioni statunitensi (ma dopo tanti altre segnali clamorosi) l’amico Jacopo Simonetta ha fatto questa riflessione semplice, diretta e sostanzialmente inoppugnabile. Copiamo, incolliamo e ringraziamo.

La maggioranza di noi si sente defraudata di un benessere e di una fiducia nel futuro che eravamo abituati a dare per acquisiti una volta per sempre.   Dimenticando che “per sempre” nella realtà riguarda eventualmente le perdite, mai le acquisizioni.

La reazione la vediamo quotidianamente sul web e sulla stampa: rabbia, rabbia e ancora rabbia.   Ed uno spasmodico desiderio di cambiamento: di un evento drammatico o di leader carismatico che rimetta il mondo sul giusto binario, dov’era prima che “loro” rovinassero tutto.

A livello cosciente, i ragionamenti che si fanno sono tanti e diversissimi, ma sotto sotto la trama mitica che li struttura è antica e narra di come il mondo corrotto sarà distrutto e dalle sue ceneri sorgerà un mondo finalmente giusto, dove gli ultimi saranno i primi.   La forza del mito nasce proprio dal fatto che rende sinergiche le tre passioni più forti: l’ira, la paura e la speranza.   Anzi, fa scaturire la terza dalle prime due.

Nella storia non si contano le sette religiose, i movimenti politici e le rivolte animate da questo tipo di mitologia, tuttora vivissima.

A ben vedere, un motivo per essere adirati effettivamente c’è, solo che non è quello che fa presa sulle folle.

La stravagante sovrabbondanza di risorse cui siamo abituati sta finendo, lasciandoci in eredità un livello di distruzione proporzionale alla quantità di risorse usate.   Non è un fatto banale da capire, ma è risaputo da almeno 50 anni e persone particolarmente intuitive lo avevano capito anche prima.

Dunque nessuno ci ha defraudati del nostro benessere e delle nostre aspettative.  Semplicemente è arrivato l’oste e sta facendo il conto di quel che abbiamo mangiato.   Arrabbiarsi servirà solo a farsi buttare fuori a calci, dopo aver comunque pagato.

Tuttavia, un paio di categorie di persone che meritano la nostra ira ci sono.   Innanzitutto coloro che speculano vantaggi politici e/o economici sfruttando la crisi.   Ma non perché non ci ridanno dei giocattoli che sono rotti per sempre, bensì perché continuano a prometterceli.   Mentre i loro predecessori nei decenni scorsi ci hanno aiutati a restare ben fissi nel sogno, invece di cercare di svegliarci.   Ma bisogna dire che riescono così bene solo perché noi ci ostiniamo a voler credere che ci sia un mezzo per riavvolgere il Tempo e far tornare la pacchia.  Oppure che questa sia l’occasione buona per far finalmente sbocciare “la primavera dei popoli”.

Diciamocelo chiaramente: quanti voterebbero un candidato che dicesse “Se votate me e facciamo un sacco di sacrifici subito forse, fra 10 anni, andrà un po’ meno peggio di come altrimenti andrebbe”?    Nessuno, nemmeno la sua mamma lo voterebbe.

E questo ci porta alla seconda categoria di persone contro cui ha senso arrabbiarsi: tutti coloro che preferiscono continuare a sognare panfili invece di darsi da fare per tenere a galla la scialuppa bucata in cui ci troviamo.   Oppure che pensano che finire di affondarla sia il modo migliore per provocare la generale catarsi da cui sorgerà il panfilo del futuro.

Amici miei, il mito dell’Apocalisse ha un forte e profondo fascino, ma per far risorgere una civiltà dalle ceneri della precedente di solito sono necessari alcuni secoli.   E non sempre succede.

Qualcuno mi accuserà di voler sostenere la classe dirigente attuale.   Niente di più sbagliato.   Anzi, l’unico modo per sbarazzarsene sarebbe proprio smettere di inseguire i sogni da cui dipende il perverso potere che hanno su di noi.   Se la piantassimo di farci delle illusioni, diventerebbe molto più difficile manipolarci.

La barca su cui troviamo fa schifo e fa acqua, ma è anche l’unica che c’è e intorno nuotano parecchi pescecani.   E’ meglio cercare di tappare qualcuno dei buchi o rovesciarla sognando panfili?

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Una scuola di calcio autogestita

Vi trascino nei nostri vicoli, con questo testo sulla scuola di calcio autogestita che gli amici del Centro Storico Lebowski hanno messo in piedi nel nostro spazio, alle spalle della Basilica del Carmine.

Solo un gioco, ma che implica un approccio molto diverso ai luoghi, al denaro, alle scelte comuni.

Fate clic sul link (o fate clink sul lic, è lo stesso in anglobalese).

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Un esperto parere

Leggo (come avrete letto voi):

rondolinoAlla luce di tale affermazione, è interessante dare un’occhiata alla sua biografia su Wikipedia, che dimostra come, da D’Alema alla Santanchè e dall’Unità a Il Giornale passando per il Grande Fratello e Donna Moderna, si possa effettivamente fare politica senza alcun bisogno di venire votato da nessuno:

Dal 1986 al 1988 ha fatto parte della Direzione nazionale della FGCI. Dal 1988 al 1996 ha lavorato come cronista politico al quotidiano l’Unità. Dal 1996 al 1999 ha lavorato come responsabile della comunicazione nello staff di Massimo d’Alema, prima alla segreteria nazionale del Pds (in seguito Ds), poi alla presidenza del Consiglio.

Editorialista del quotidiano La Stampa dal 1999 al 2010, ha collaborato all’edizione italiana di Vanity Fair e al settimanale Donna Moderna.

Nel 2000 è stato consulente speciale per la comunicazione della prima edizione italiana del reality show Grande Fratello.

Ha pubblicato due romanzi (Un così bel posto, Rizzoli 1997, Premio Mondello Opera Prima, e Secondo avviso, Einaudi 1999), due raccolte di racconti (Niente da segnalare, Einaudi 2001 e Questi nostri amori, Mondadori 2004), un’edizione del Dhammapada (La via della libertà, Mondadori 2008) e una dei detti del maestro zen Lin-chi (Non puoi piantare un chiodo nel cielo, Mondadori 2010). Nell’aprile 2011 ha pubblicato, sempre con Mondadori, il pamphlet L’Italia non esiste. I peggiori 150 anni della nostra vita.

È stato coautore, con Simona Ercolani, delle fiction sperimentali Amori (Rai3 2004 e 2005) e Walter e Giada (Rai3 2005), e autore del talk show sulla spiritualità Il Cielo e la Terra (Rai3 2008).

Dal 2004 è direttore responsabile del mensile antiproibizionista Dolce vita.

Nel 2009 ha aperto con Claudio Velardi il blog di analisi politica TheFrontPage.it, che ha poi lasciato alla fine del 2013.

Il 15 aprile 2011 inizia la sua collaborazione con Il Giornale], conclusasi nell’ottobre 2013. In quel mese inizia a collaborare come editorialista con Europa, dove scriverà fino alla chiusura del giornale nel dicembre 2014.

Nel 2012 viene scelto da Daniela Santanché come consigliere per la sua campagna elettorale nelle primarie del centrodestra poi non svoltesi.

Nel luglio 2015 ha aperto il blog Il Gatto nello Stivale, dal settembre dello stesso anno collabora come editorialista con l’Unità.

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Il mulino del diavolo

Immagini di Edward Burtynsky.

Guarda come gira la ruota del mulino
laggiù nella profonda valle,
nessuno sa, cosa vi succede
né cosa vi macinano.

burtynski-fac06Sulla brughiera scorre l’acqua
e si riversa sulle pale.

L’oscura torba
è nera come l’anima del mugnaio.
Sarà vero, ciò che dicono di
lui nel villaggio?

Ascolta, come gira la ruota del mulino,
là dove gli uccelli non cantano mai
dove nessuno va
per portare il grano.

Il mugnaio è un uomo
che conosce molte magie.

burtyed0405_copy0Lì nella palude come pece e catrame,
alla fredda pozza,
egli insegna le arti oscure
nella scuola nera.

Il mugnaio è un uomo ricco,
ama accumulare il suo oro
perché sa trovare molti tesori
in luoghi segreti.

burtynski-oil-olf_19ab_03Spesso lo si vede andare di notte
sopra campi e prati.

E tornare subito indietro
con carri carichi.
Allontana subito lo sguardo, per non lasciarti
incantare dallo sguardo malefico.

edward-burtynsky-earth-10-690x549Chi osa andare al mulino
e alla maniera dei mugnai
chiedere farina e lavoro
viene cacciato via a calci.

Chi, nel bisogno, al mugnaio
mendica un pezzo di pane,

non ottiene elemosina,
ma sprezzanti risate.
Il Maestra scatena i propri cani,
dodici ne ha come guardiani.

Ascolta, come gira la ruota del mulino
sempre attorno al perno.
E saprai come scorre il tempo
finché non giacerai nella tomba.

Solo il mugnaio, anno dopo anno,
resta giovane come prima.

Quando prese in mano il mulino,
nessuno si ricorda più.
Si dice che quando arrivò
abbia ucciso il vecchio maestro.

Ascolta come gira la ruota
nel fresco della sera.
Una seconda ruota si trova
nella sala del Mulino del Diavolo.

E i ragazzi stanno attorno in cerchio,
il volto tutto bianco di farina.

edward-burtynsky-proc-plant-700x450Nessuno sa verso chi punta
l’incisione sulla ruota,
ma quando si ferma vicino a lui,
lui oggi dovrà morire.

Il mulino si rannicchia nella valle
in agguato per la preda
molti ne ha già ingoiati
strappati via qui e ora.

Spesso si vedono dei giovani
che si incamminano lungo la strada del mulino.

E quello che il mugnaio ferma,
lo prende con sé come apprendista.
E’ perso per questo mondo
e non farà più ritorno.

Sieh, wie sich das Mühlrad dreht
Dort im tiefen Tale,
Keiner weiß, was vor sich geht,
Noch, was sie dort mahlen.

Aus dem Moor das Wasser fließt
Und sich auf die Schaufeln gießt.

‘S ist so schwarz von dunklem Torf
Wie des Müllers Seele.
Ist es wahr, was sie im Dorf
Über ihn erzählen?

Hör, wie sich das Mühlrad dreht,
Wo nie Vögel singen,
Wohin niemand jemals fährt,
Um das Korn zu bringen.

Denn der Müller ist ein Mann,
Der so manchen Zauber kann.

Dort am Sumpf wie Pech und Teer,
An dem kalten Pfuhle,
Lehrt die dunklen Künste er
In der Schwarzen Schule.

Der Müller ist ein reicher Mann,
Liebt’s sein Gold zu horten,
Weil er viel’ Schätze finden kann
An geheimen Orten.

Manchmal kann man ihn nachts sehn
Über Feld und Wiesen gehn.

Und kehrt er alsbald zurück
Mit belad’nem Karren.
Schau schnell weg, der Böse Blick
Lässt dich sonst erstarren.

Wer sich hin zu Mühle wagt,
Und nach Müllersitte
Dort nach Mahl und Arbeit fragt,
Wird fortgejagt mit Tritten.

Wer beim Müller in der Not
Bettelt um ein Stückchen Brot,

Erntet nicht Almosen, bloß
Höhnisches Gelächter.
Der Meister lässt die Hunde los,
Zwölf hat er als Wächter.

Hör, wie sich das Mühlrad dreht
Immer um die Nabe.
Spürst du, wie die Zeit vergeht
Bis du liegst im Grabe.

Nur der Müller, Jahr um Jahr.
Bleibt so jung, wie er es war.

Wann er die Mühle übernahm,
Weiß keiner mehr zu sagen,
Den alten Meister, als er kam,
Hat er, sagt man, erschlagen.

Hör doch, wie das Rad sich dreht
In der Abendkühle.
Ein zweites in der Stube steht
In der Teufelsmühle.

Und die Burschen stehn im Kreis,
Das Gesicht von Mehl ganz weiß.

Keiner weiß, auf wen sie zeigt,
Auf dem Rad die Kerbe,
Doch, bei wem sie stehen bleibt,
Der muss heute noch sterben.

Die Mühle liegt im Tal geduckt
Und lauert auf die Beute,
So manchen hat sie schon verschluckt
Ein Riss im Hier und Heute.

Manchmal sieht man Burschen ziehn
Auf dem Weg zu Mühle hin.

Und wen der Müller eingestellt,
Nimmt bei sich in die Lehre.
Der ist verlorn für diese Welt,
Der wird nie wiederkehren.

Der ist verlorn für diese Welt.
Der wird nie wiederkehren.

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Camorristi e alberi di Natale

L’autunno avanza in maniera molto piacevole.

Il signor Stefano Fani – presidente e direttore tecnico della Sire costruzioni, Società Italiana Restauri Edili, specializzata in restauro e recupero di edifici monumentali e membro del consiglio direttivo e della giunta di Confindustria Firenze, nonché presidente fiorentino dell’Ance, associazione che raccoglie tutti i ladrilleros della città -tempo fa ebbe a dichiarare:

FIRENZE – “Sulle grandi opere l’auspicio è che sia la volta buona. Sono ottimista perché questa volta sulle più importanti opere del territorio toscano, la tramvia e il sottoattraversamento Tav, ci sono due realtà aziendali che hanno dimensione e storicità tali da garantire la realizzazione dei lavori”.

Ora, l’altro giorno, lo stesso ottimista è stato arrestato in flagrante mentre passava una mazzetta a un funzionario del Comune.

sire-uraPer rendere completa la felicità, mi segnalano che è stato arrestato anche il signor Giordano Arbolino:

“Uomo di fiducia del boss “Sandokan” Schiavone, conduceva il [ristorante] Cabreo di via Dè Guicciardini, dopo averlo acquistato con i soldi frutto delle estorsioni ai danni dei commercianti di Aversa”

dia-a-ntimafia-960x556Il signor Arbolino, ristoratore in Firenze, viene accompagnato alla sua nuova residenza

Da un lato il pizzo e le armi per conto di Carmine Schiavone, dall’altro gli investimenti in Toscana per riciclare il denaro dei Casalesi. Con l’arresto di uno degli irriducibili (secondo la Dda) del gruppo di Casal di Principe, ovvero Giordano Arbolino, spunta fuori una storia che vedrebbe i capitali della camorra conquistare Firenze e, in particolare, entrare in società con la Onda srl, di Joseph Danilo Iacoviello…”

Ma va! Il nostro vecchio conoscente Joseph Danilo Iacoviello!

Il signor Joseph Danilo Iacoviello è figlio di un certo Nicolangelo Iacoviello, che si fece un breve periodo agli arresti domiciliari per aver ideato una creativa truffa di 5 milioni di euro ai danni dello Stato italiano (“associazione a delinquere finalizzata alla truffa ai danni dello Stato, di concorso in truffa e riciclaggio” a essere precisi).

Ma per noi, Joseph Danilo Iacoviello è soprattutto il signore che si vede al centro di questa foto, sotto l’albero di Natale, con bambino e consorte e tanti parenti acquisiti:

roberto_cavalli_cubo_leopardatoIn alto, a destra, a portare regali a tutta la banda, il suocero di Joseph Danilo Iacoviello, lo stilista Roberto Cavalli (le arance per il consuocero non si vedono nella foto).

Accanto a Joseph Danilo Iacoviello, sotto l’albero c’è la figlia di Roberto Cavalli, Rachele, una signora recentemente denunciata per guida in stato di ebbrezza e oltraggio a pubblico ufficiale, dopo aver bucato tre semafori rossi in una movimentata fuga.

Il rapporto tra vip tardoadolescenti, auto e forze dell’ordine a Firenze meriterebbe una lunga divagazione. Ricordiamo per tutti Tommaso Verdini, il figlio di Denis, che quando si trovò le ganasce dei vigili alla sua Mercedes pensò bene di staccarle e portarsele a casa.

imageRoberto Cavalli, uno stilista con stile

Ma Joseph Danilo Iacoviello è soprattutto una vecchia conoscenza del nostro quartiere.

robertocavalliyachtportofinozgfx6c90qljlI Cavalli (con Iacoviello) sullo yacht di famiglia a Portofino

Prendetevi un quarto d’ora per leggere i post che gli abbiamo dedicato in passato, e che spiegano quanto ci sia da capire sul ruolo di Firenze Culla del Rinascimento ai tempi nostri.

511558-inauguration-de-l-exposition-de-photos-950x0-2Rachele Cavalli, Roberto Cavalli e Joseph Danilo Iacoviello in Cavalli

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Non volavano solo gli angeli!

Lorenzo Giudici è un amico, che allena i ragazzi della squadra autogestita, il Centro Storico Lebowski, nel nostro spazio.

Ha fatto questo splendido video sull’altra storia degli “Angeli del Fango”, oggetto in questi giorni di cinquantennale agiografia.

Due premesse.

La prima è la battuta di un parroco, citata nel video, che credo che riveli l’essenza di quei fiorentini che non spacciano moda e non son né conti né marchesi:

Paolo VI venne pe’ la notte di Natale, e mentre diceva, “stanotte gli angeli volano, nella notte di Natale volano gli angeli”, invece un mio parrocchiano, che era accanto a me,  ché anch’io ero con loro in Piazza Santa Croce, disse, “no, un so’ volati gli angeli, ‘un c’era posto, so’ volate troppe madonne!”

La seconda, il commento che gli amici del Lebowski fanno al video:

Oggi sono 50 anni dall’alluvione di Firenze.

Il paragone può sembrare strano, ma quando facciamo una cosa come la Scuola calcio in un piccolo giardino di quartiere abbiamo in testa un’idea di come dovrebbero funzionare i rapporti sociali sul nostro territorio molto simile a quella che guidò i fiorentini nel reagire alla catastrofe.

La ricostruzione di Firenze ha mostrato il meglio dell’essere umano. Ha messo davanti agli occhi di tutti che il protagonismo popolare, le reti di relazioni sorte spontaneamente sul territorio, la solidarietà, i rapporti di vicinato e la passione politica sono la miglior forma possibile di protezione civile.

Un nostro socio ha raccontato questa storia, che ci rende orgogliosi una volta di più di essere fiorentini, di essere “sciacalli della mota”.

LUNGA VITA ALL’AUTORGANIZZAZIONE POPOLARE
VIVA FIORENZA!

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Il Maestro di Sogni

Ieri mi capita di conoscere per la prima volta Peter Greenaway.

Mi invitano infatti a fargli da traduttore, quando verrà a Firenze a presentare il film The Nightwatching, e non avendo mai visto nulla delle sue opere, mi metto solertemente a studiare prima, temendo una dotta botta e risposta tra regista e critici su temi tecnici a me del tutto ignoti.

In realtà non occorre.

Noi servi di scena siamo sempre riconoscenti verso chi capisce come si lavora con un traduttore, parlando in maniera chiara e con frasi brevi, e Peter Greenaway è in questo senso perfetto (nonché energico e divertente). Per fortuna, non lascia spazio alle Domande: normalmente fatte da persone che adoperano lunghe frasi inconcludenti per arrivare al nulla.

Inizia poi il film, e la sala è così piena che me lo vedo tutto in piedi, appoggiato a una colonna.

Come dice Greenaway, è un tentativo di dialogo tra gli ottomila anni di pittura europea e “the miserable 120 years of cinema”, con una straordinaria bellezza di chiaroscuri e riflessioni che non cercano di predicare nulla. Un mondo immaginale che naviga spesso in acque torbide e talvolta perverse, ma è anche molto altro.

Torno a casa e mentre mi addormento, la testa si affolla delle immagini che ho visto; e appare così il mio regista.

Il mio Maestro di Sogni è il più grande artista che io abbia mai conosciuto – non è un particolare vanto, perché non dipende certo da alcun atto cosciente mio, e non ho mai conosciuto i vostri Maestri di Sogni.

Ma quasi ogni notte, prendendo a prestito le piccole cose quotidiane che ho vissuto, le mescola in immagini e racconti di meravigliosa bellezza; e ciascuna storia è anche carica di riflessioni che potremmo definire filosofiche. La sua opera è talmente superiore a qualunque cosa io potrei mai aspirare di creare da sveglio, da lasciarmi sempre un po’ sconvolto.

Sicuramente le opere del mio Maestro hanno anche angoli oscuri, ma non credo che abbiano i banali sensi che gli psicanalisti attribuiscono ai sogni, anche perché il mio personale regista somiglia molto di più a Tarkovski che a Greenaway.

Solo che stanotte, il Maestro di Sogni ha potuto lavorare, non con le piccole cose quotidiane, ma proprio con le immagini di Greenaway, e ha creato così con un racconto unico, che si è dissolto per sempre all’alba.

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