Lavori forzati, bandiere tricolori, profughi immaginari e altre amenità

Torreglia è un comune di 6000 abitanti in provincia di Padova, nota per la scuola di danza sacra dell’ex-lapdancer convertita, suora Anna.

Come tanti piccoli comuni d’Italia, ha avuto la sua razione di “profughi” (usiamo le virgolette perché il termine significa in realtà richiedenti asilo), mollati lì dall’alto, con l’ordine di arrangiarsi.

A gennaio, una fonte decisamente rancorosa dava queste informazioni, che comunque sembrano credibili (a parte che gli ospiti ci sembrano africani “neri” e non “nordafricani”):

“A Torreglia, ad esempio, i 39 nordafricani ospitati a spese dei contribuenti in due villette di Torreglia Alta, di proprietà di due fratelli affaristi di Abano, grazie ad un protocollo sottoscritto tra la Prefettura, la cooperativa Ecofficina che si occupa dell’accoglienza, il Comune e la Caritas parrocchiale puliscono la chiesa, la canonica, il patronato e Villa Immacolata, il Centro di Spiritualità della Diocesi sul Rua.”

Precisiamo che la Cooperativa Ecofficina è attualmente sotto inchiesta per la miracolosa capacità di prendersi quasi tutti gli appalti per “profughi” nel Veneto.

Comunque, il fatto che i “profughi” puliscano chiesa, canonica e quant’altro, ci aiuta anche a capire perché la parrocchia di Torreglia, già diversi mesi prima, lanciava una campagna per “favorire le micro accoglienze diffuse sul territorio”,

Gli operatori delle cooperative offrono un sostegno e accompagnamento professionale, i volontari della Caritas favoriscono percorsi di integrazione attraverso esperienze di amicizia e relazione (insegnare a farsi da mangiare, qualche passeggiata o partita di calcio, incontro di scambio con i giovani del territorio, accompagnamento a conoscere i servizi del territorio).”

Nella non lontana città di Pordenone, a luglio, il sindaco ha avuto una trovata che merita di essere citata in pieno.

Il Comune di Pordenone farà lavorare gratis, per “piccole manutenzioni” e per quattro ore al giorno, una cinquantina di “profughi”:

Ogni accompagnatore italiano avrà una pettorina gialla con una bandiera italiana e la scritta “facilitatore” mentre lo straniero avrà una pettorina rossa con la scritta “volontario gratuito”., che andranno in giro con una ben visibile divisa gialla e una bandiera tricolore […].

[i richiedenti asilo] Non percepiranno denaro perchè già vengono elargiti 31 euro per l’accoglienza di ciascuno di loro.”

Non ho le cifre precise per Pordenone, ma in genere, in questi casi, oltre il 90% di quei “31 euro” non vanno al presunto profugo, bensì alle italianissime cooperative che si sono inventate un nuovo mestiere.

Anche il sindaco di Torreglia decide che far lavorare gratis i negri è una bella idea, e lancia l’iniziativa Puliamo Torreglia (prima persona plurale, come in armiamoci e partite).

Come sia andata a finire, ce lo raccontano due esilaranti video.

Dal primo, opera di una certa Ilaria Dalle Palle, apprendiamo che i profughi sono dei grandi lavativi, che si rifiutano di lavorare e preferiscono restare nella loro “enorme villa con parco, e all’interno c’è anche una piscina”.

Molto più interessante quest’altro video, di Tg Padova.

In pratica, si è scoperto che quasi tutte le richieste di asilo presentate dagli ospite di Torreglia sono state respinte, per il semplice fatto che i richiedenti non provenivano da zone di guerra. E infatti (ma mi posso sbagliare), il ragazzo intervistato sembra provenire, per accento e aspetto, dal pacifico e democratico Senegal.

Ora, questi qui hanno rischiato la vita, fingendo di provenire da chissà dove, per trovare una precaria sopravvivenza in un’Europa in crisi. Hanno, insomma, avuto il coraggio di sfidare la morte, che manca ad altre centinaia e centinaia di milioni di persone che vorrebbero sfuggire a un’esistenza diventata invivibile, in un pianeta che affoga.

Se non sono tutti qui, è perché di mezzo c’è un mare e molti squali. Quelli che ce l’hanno fatta, sono i meno lavativi del mondo.

Questi ragazzi non sono certo arrivati, come prospetta la parrocchia di Torreglia, per

imparare a farsi da mangiare, qualche passeggiata o partita di calcio, incontro di scambio con i giovani del territorio

e nemmeno per fare campagna elettorale al sindaco.

Vogliono documenti.

E così, hanno deciso di fare lo sciopero del lavoro gratuito.

Ma al Comune, apprendiamo, “non accettano questa protesta”, perché il Comune ha firmato un accordo con tutti (“cooperativa Ecofficina, prefettura..”) tranne i diretti interessati. E così il Comune chiede alla Prefettura di intervenire, nella speranza che esista da qualche parte una legge che obblighi i negri a lavorare gratis.

Il bello è che a questa notizia, ci sono arrivato tramite un sito rancoroso, che questa volta si lamenta perché i “clandestini” non avrebbero voglia di lavorare. E questo chiude un po’ il cerchio, visto che siamo partiti dal sito rancoroso che si lamentava perché lavoravano troppo.

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Archeologia del Novecento

Scopro su Youtube un video che incorporo in fondo a questa pagina perché lo possiate guardare dopo aver letto queste considerazioni.

E’ un documentario del 1979 che parla del breve regime della fazione comunista Khalq in Afghanistan.

Il documentario è palesemente propagandistico, e proprio per questo è interessante: ci rivela il mondo che i suoi autori desideravano.

Questo mondo lo potremmo definire il Novecento.

Sembra incredibile, io ero già vivo nel Novecento. Che in queste immagini ci appare con la stessa misteriosa lontananza di una tomba neolitica.

Partiamo da questa immagine, che somiglia a qualunque foto di gruppo scattata, all’epoca, a Buenos Aires o a Roma:

khalq02La bacchetta magico-scientifica del Progresso renderà uguale e sorridente l’intera umanità, potremmo intitolarla.

C’è un’aria per noi impensabile di innocenza e di pulizia giovanile. Che male c’è a girare a capo scoperto, se si è caste nell’animo, ecco questa potrebbe essere la chiave di lettura di tanto immaginario novecentesco.

khalq01L’illusione della gioventù felice e casta non ha nulla di individuale: tutto dipende dalla volontà e dalla disciplina collettiva. Anche queste studentesse dall’aspetto spensierato incarnano la volontà di sapere, di accedere all’Unica Scienza Universale:

khalq08Il popolo in marcia, dall’aspetto non diversissimo di quello che si vedeva all’epoca nelle occupazioni delle fabbriche da noi…

khalq06Le donne sono donne, magari donne combattenti; e gli uomini sono uomini, cosa confermata dal simbolo di tutta la virilità laica del mondo islamico – kemalista, comunista, baathista:  il folto baffo e il mento rasato. D’altronde, se non si somigliassero tutti, come potrebbe un unico Stato trattarli tutti allo stesso modo?

khalq05La Volontà – si potrebbe dire la hybris - è notoriamente il segno di tutto il Novecento, tra razze da perfezionare, razzi da inviare sulla Luna, omosessuali da curare, omofobie da eliminare, affamati da salvare, tilacini da sterminare, dighe da innalzare, malattie da sconfiggere, bombe atomiche da brandire, alfabetismi da diffondere e plastiche da vendere.

Siccome la vita non ha la minima simpatia per le nostre fantasie di potenza, la Volontà gira sempre accompagnata dalla propria affezionata sorella, la Violenza.

Infatti, a vegliare su ogni fanciulla con la sua colomba, c’è l’Uomo con i Baffi, nella sua divisa. Anch’essa universale: pochi dettagli distinguono una divisa afghana di quegli anni da una italiana, senegalese, boliviana o canadese.

khalq03
Al di sotto dell’Uomo con il Baffo, c’è il fratello della Ragazza con la Colomba, che non ha ancora diritto al baffo. E forse non l’avrà mai, perché esiste un’alta probabilità che venga ammazzato nel frattempo.

Come tutti in questo racconto, il suo sguardo deve esprimere una Volontà di acciaio, che però paradossalmente, non è sua:

khalq04Non ve lo abbiamo detto, ma ci sarete arrivati da soli: gran parte della dirigenza Khalqi è passata poi dalla parte della guerriglia islamica, e anche dei Taliban, e poi con il governo attuale.

Anche i volenterosi, alla fine, le subiscono, la Storia e la Vita.

P.S. Il commentatore Habsburgicus, invece, ha scoperto nel video, il volto di Hafiz Aminullah. E’ un signore dignitoso, talmente occidentale che non si fa crescere nemmeno i baffi. Però il collo se lo strozza, come d’obbligo nel Novecento, con una cravatta.

La signora dall’aria volitiva, moglie e potremmo presumere musa del nostro, indossa un pittoresco costume locale, che in tutto il Novecento è sempre stato ammesso, accanto allo strozzacollo, e a patto che non significhi niente.

hafizMatematico, rettore universitario, Hafiz Aminullah studiò scienze dell’educazione alla Columbia University di New York, dove aderì al Socialist Progressive Club. Un nome, un programma.

Vai a capire cosa c’è nel cervello di un uomo… con il senno di poi, sappiamo che sta tramando in questo momento di uccidere il signore dai capelli bianchi, il presidente Taraqi, che sta parlando.

Ci riuscirà.

E dopo, in nome del Progresso, ucciderà in pochi mesi più persone di quante ne abbia uccise la famigerata ISIS in tutti questi anni, ma senza video su Facebook: quelli del Novecento non erano esibizionisti.

La castità del Novecento consisteva anche nel pudore con cui si nascondevano torturati, fucilati, annegati, impiccati, squartati, sviscerati.

Hafiz Aminullah finirà morto ammazzato anche lui, come è ovvio.

E’ il destino del Novecento. Che oggi diventiamo isterici se su Twitter qualcuno ti dà del cretino.

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I kamikaze di Allah diventano méchants

Questa vecchia immagine, che risale ai tempi in cui i musulmani potevano marciare armati per le strade francesi…

tirailleurs… ci riporta alla mente un’altra vecchia canzone, che descrive come i francesi volevano i loro musulmani.

Pronti a morire in massa al grido di Allah mentre sterminavano i pallidi boches.

Ma, come saggiamente ci ricorda il testo,

Les turcos, les turcos sont de bons enfants
Mais il ne faut pas qu’on les gène
Sans cela la chose est certaine
Les turcos deviennent méchants

I turcos erano i tirailleurs algeriens.

Six canons balayaient la plaine
Crachant la mort sur nos lignards
“Mes enfants”, dit le Capitaine
“Faites moi taire ces braillards”
Cette réplique étant très nette
Les turcos froncent les sourcils
Et puis au bout de leurs fusils
Ils ajustent leurs baïonnettes

Refrain

Les turcos, les turcos sont de bons enfants
Les turcos, les turcos sont de bons enfants
Mais il ne faut pas qu’on les gène
Sans cela la chose est certaine
Les turcos deviennent méchants
Ça n’empêche pas le sentiments
Les turcos, les turcos sont de bons enfants

II

Les turcos sont au moins cinquante
Et ces héros sont beaux à voir
En mourant leur bouche plaisante
Les turcos sont des français noirs
Ils sautent dans l’herbe sanglante
Allah! Ils grimpent à l’assaut
Et quand ils arrivent en haut
Les turcos ne sont plus que trente

III

Alors sans tambours ni trompettes
On voit bondir nos tirailleurs
En un moment la place est nette
Il ne reste plus d’artilleurs
Et quand ils cessent de se battre
Les six canons se trouvent pris
Mais eux tous sanglants et meurtris
Les turcos ne sont plus que quatre

 

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“C’est nous les Africains qui revenons de loin!”

Immmigrazione

Eravamo in fondo all’Africa
guardiani gelosi dei nostri colori
quando sotto un sole magnifico
è risuonato questo grido vincitore
Avanti! Avanti! Avanti!

Siamo noi gli africani
che ritorniamo da lontano
veniamo dalle colonie
per salvare la Patria
abbiamo abbandonato tutto,
parenti, villaggi, focolari
e proviamo nel cuore
un invincibile ardore
perché vogliamo portare in alto e fieri
la bella bandiera della nostra Francia intera
e se qualcuno viene per toccarla
saremo lì per morire ai suoi piedi
battete i tamburi, per i nostri amori,
per il paese, per la Patria
morire in luoghi lontani
siamo noi gli africani

Per la salute del nostro impero
combattiamo contro tutti gli avvoltoi
la fame, la morte ci fanno sorridere
quando lottiamo per i nostri amori
Avanti! Avanti! Avanti!

Da tutti gli orizzonti della Francia
raggruppati sul suolo africano
veniamo per liberare
che grazie a noi si farà domani
Avanti! Avanti! Avanti!

E quando finirà la guerra
torneremo nei nostri villaggi;
il cuore gioioso e l’animo fiero
di aver liberato il paese
gridando, cantanto: avanti!

Autore  e compositore, il sergente maggiore Bendifallah e il tiratore Marizot del Reggimento di Marcia dei Tiratori Marocchini,  1914, durante la battaglia della Marne.

Su 5000 marocchini coinvolti nella battaglia, appena 700 sono sopravvissuti sani e salvi.

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L’Aquila

Spero che sarete d’accordo con me, che per essere bello, un luogo non deve essere né grande né famoso. Basta che il suo Genius Loci abbia un rapporto particolare con noi, sia – per citare ancora Vernon Lee – un amour de voyage, uno di quei luoghi che abbiamo visto forse nemmeno tante volte, ma con cui abbiamo costruito una profonda amicizia.

Ecco, un luogo così per me, era L’Aquila.

Avevo quasi paura di andarci.

Poi mi sono detto, saranno le solite esagerazioni dei media, che quando le persone come noi dicono, forse mi devo mettere un maglione, quelli strillano, l’Italia nel morso del gelo polare.

Avranno rimesso apposto i sassi, sarà tutto quasi come prima.

No, avevo torto io. Non dico, avevano ragione i media, perché quelli non si ricordano nemmeno cosa avevano detto.

Lungo la strada dove un tempo si incontravano tante persone, con il loro accento che sembra un napoletano che canta invece di sfottere, c’è solo questo:

laquila2Non si può più bere dalle fontane da cui sgorgava acqua freddissima, chi sa cosa mai ci sarà dentro.

Cerco di ritrovare la Via delle Streghe, la stradina che non ha nemmeno una porta (ma poi non è vero), però tra i cartelli di divieto e la polvere, mi perdo.

Mi viene un altro ricordo… sono quasi lì dove anni fa, anziani ormai morti certamente, mi raccontavano dell’arrivo dello spettacolare cavadenti con il suo tamburo, che ti metteva su una sedia in mezzo alla piazza, ti legava il dente marcio con una corda e te lo tirava via.

Ho fatto pochissime foto dell’Aquila, si vede che mi è mancato a un certo punto il coraggio.

Anche di cogliere le forme parassitarie di vita che si creano: in mezzo ai ruderi, forse grazie ai finanziamenti concessi per far vivere l’università, un imbecille felice, seduto a un bar, con una barba curata in ogni dettaglio, i baffi stesi al vento, e la domanda senza risposta su chi gli stirava i vestiti nerissimi. L’Hipster di paese sostituisce, beato, lo Scemo del paese.

A un certo punto, per sbaglio, ho toccato qualche tasto sulla macchina fotografica, e mi è venuta fuori questa, che vi presento così come l’ho scaricata:

laquilaTutto ciò che diamo per scontato, anche la vita di una città antica di secoli, può scomparire in un attimo.

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Genius Loci

Nel profondo del bosco della Piana di Navelli, scorre freddo e chiaro il Tirino.

blog-fiume-oratoriumIeri, leggevo Genius Loci. Notes on Places, scritto da quella che credo che sia ormai la mia migliore amica, Vernon Lee.

Il testo risale a quasi 120 anni fa, però l’amicizia vera non si misura dall’età, ma dal fatto di vedere davvero il mondo con occhi simili. Anche se lei è decisamente la più saggia tra noi due.

Vernon Lee parla della sua profonda amicizia con alcuni luoghi, anche a prescindere dai loro abitanti. E cita una frase di Virgilio:

Fluminaque antiquos subterlabentia muros

“fiumi che scorrono sotto antichi muri”

Proprio sulle rive del Tirino e nel silenzio del bosco, sorge isolata l’abbazia di San Pietro ad Oratorium, una piccola chiesa longobarda, che scoprii molti anni fa, e a cui ho voluto ritornare quest’estate.

san-pietro-oratoriumSulla facciata, un rilievo che raffigura il Re Desiderio, e la scritta dell’artista: “Così come l’ho visto in sogno, l’ho ritratto”.

blog-desiderioVicino, una pietra porta incisa le misteriose parole del cosiddetto “quadrato magico“, questa volta in ordine inverso rispetto al solito (rotas opera tenet arepo sator) e addirittura a testa in giù:

blog-sator E poi all’interno, cose piccolissime – prove dei muratori e artisti di tanti secoli fa, tra cui questo abbozzo di vita:

blog-abbozzoPer fortuna, questo blog lo leggono in pochi e non si corre il rischio, per questo breve articolo, di ridurre il Genius Loci di San Pietro ad Oratorium al livello di asmatica e clandestina sopravvivenza dei suoi conspecifici fiorentini.

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Due signore variamente velate

Guardiamo con attenzione questo video, pubblicato da Repubblica.

Vediamo lo stand della Casa Editrice Shalom di Camerata Picena, presso il Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione.

La Casa Editrice Shalom, come si può vedere dal suo sito, vende numerosi articoli utili, come ad esempio le Calamite Personalizzabili, i Portaciuccio con Catenella Rosa e Immagine di Angelo e il Rosario Elettronico Multilingua.

Nel video, vediamo due signore.

Una è un’italiana di mezza età dotata di niqab elettronico dal giornalista di Repubblica.

L’altra è una mite signora palestinese di età indefinita, con hijab, e alle spalle una grande e colorata macchina distributrice di bevande della Coca Cola.

La signora con niqab virtuale spiega che Loro - un termine che non si capisce bene se si riferisca all’Isis o ai vertici di Comunione e Liberazione o a entrambi – avrebbero ordinato di coprire la seconda signora, perché la odiano.

E quindi la prima signora procede davanti alle telecamere a mettere un burqa in stile afghano alla povera signora palestinese.

Tanto, ci spiega, la palestinese è umile e non romperà.

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Spazi meridionali e flussi turistici

Visitare il Meridione ti dà un’idea molto diversa dello spazio.

Innanzitutto, molti vanno in vacanza al Sud. Ma a pensarci, si tratta quasi sempre di una tirata in apnea, un tour de force con cui chi abita – ad esempio – a Padova attraversa il nulla autostradale, per arrivare a un punto specifico al mare.

Eppure tutt’attorno a quel nulla autostradale, esiste il vero Meridione, che come nota acutamente il commentatore Mirkhond, è costituito per la maggior parte da montagne.

blog.-abruzzoSulla mappa, l’Italia sembra un paese piccolo; e questa ristrettezza quasi soffocante la si prova  fisicamente quando si percorrono le strade affollate delle nostre città, o si attraversano certe sequenze interminabili di palazzoni, capannoni e campi squadrati, collegati da linee rette di asfalto, insomma quello che si chiama “provincia”.

Eppure basta andare al Sud (ma anche in tante parti dell’Italia centrale) per sentire che lo spazio esiste eccome.

blog-cielo-abruzzoGli spazi compressi dei geometri avranno una loro logica economica; ma la cosa interessante è che la grande maggioranza delle persone, quando è in “vacanza”, cioè ha messo da parte abbastanza per liberarsi apparentemente dalla logica economica, si schiaccia comunque in spazi compressi.

Il turista statisticamente medio va a Firenze, cioè in piena stagione calda, si chiude in una città dal clima estivo particolarmente sgradevole, estremamente affollata, inquinata e scomoda, facendo file lunghissime per poter guardare per pochi secondi qualche quadro di cui non si conosce né senso né contesto, senza poter comunicare con nessuno né apprendere nulla  sulla vita reale del luogo, e pagando molto di più di quanto si paghi negli spazi non compressi.

Ma la compressione, in questo caso, è il risultato di un imperativo: ci si muove per dovere e non certamente per stare bene o scoprire qualcosa.

Alcune realtà riescono a diventare un must, come significativamente dicono i pubblicitari, del tutto a prescindere dal loro valore reale – la cupola del Brunelleschi non è diversa dal ponte sul lago di Christo.

Nella nostra società, la meno materialista della storia umana, conta unicamente l’aura delle cose.

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