Trovate l’errore!

Dalla periferia del G20.

Cos’è che non va in questa foto?

La risposta in fondo.

bremaMa semplice.

Non è il selfista a sinistra, che è praticamente perfetto, essendo uscito cinque minuti prima dal parrucchiere.

Non sono nemmeno i bidoni dei rifiuti che si illuminano dando il proprio plasticoso contributo a salvare il mondo dal cambiamento climatico.

Non sono quelli vestiti in stile simil-Isis, ma alla postmodernista: quelli dell’Isis sfidano i bombardamenti aerei giorno e notte su Raqqa, questi sfidano i cannoni ad acqua.

No, è quel tizio a torso nudo, con le mutande che emergono con civetteria sopra la cintura.

Nel cappuccio/canottiera che indossa, si  è dimenticato di ricavare un secondo buco per la bocca.

Come farà a bere la birra?

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But magic is no instrument, Magic is the end

C’è una canzone che dice quelle cose, che si possono dire soltanto con canzoni, nel mondo immaginale del dormiveglia o davanti al fuoco o al turibolo.

E’ un testo di Leonard Cohen, scritto quasi mezzo secolo fa e poi musicato e cantato da Buffy Sainte-Marie, nata in una riserva indiana in Canada. Oggi, Buffy Sainte-Marie, a settantacinque anni, è ancora un’esplosione di creatività, ricchezza di pensiero e combattività, con una voce come sempre unica.

Questo testo è universale, ma è anche americano – mentre i Nomadi italiani cantavano Dio è morto, due americani dichiaravano che God is alive, e in questo c’è una fortissima differenza culturale (e anche due tipi di Sessantotto abissalmente diversi, se non opposti, a pensarci).

E questo si lega forse anche a una certa sensibilità protestante nel senso migliore, per cui il divino è qualcosa di vivo, impossibile da fossilizzare, che “non si trattiene mai”.

Il testo è molto ricco linguisticamente, noto tre cose che potranno sfuggire agli ascoltatori italiani.

Il verbo inglese drive, che noi traduciamo di solito come “guidare” pensando all’automobile, ma che significa in realtà spingere da dietro, come si fa con una mandria.

Afoot è un avverbio antico (attestato per la prima volta all’inizio del Duecento), che vuol dire in/a piedi, ma con una sfumatura particolare: qualcosa che si è appena messo in piedi, che inizia a manifestarsi, che si aggira. Con un sovrappiù di inafferrabilità, di sospetto, quasi di paura. La magia è nell’aria è insufficiente come traduzione, ma non saprei fare di meglio.

Conformemente alle regole dell’inglese, magic, “la magia”, non ha l’articolo davanti che richiederebbe invece l’italiano (e che io sono costretto a inserire nella traduzione, mio malgrado). Ma proprio per questo, diventa una parola gemella del nome God. E qui, Leonard Cohen libera il divino dai ceppi del monoteismo.

E dopo queste disquisizioni, complicazioni e chiacchiere… ecco, rispondo a chi di tanto in tanto mi chiede, di che religione sei.

Di questa qui, direi.

Dio è vivo, la magia è nell’aria
Dio è vivo, la magia è nell’aria
Dio è vivo, la magia è nell’aria
Dio è vivo, la magia è nell’aria

Vivo è nell’aria e la magia non è mai morta
Dio non si è mai ammalato
molti poveri hanno mentito
molti malati hanno mentito
la magia non si è mai indebolita
la magia non si è mai nascosta
la magia ha sempre dominato
Dio è nell’aria, Dio non è mai morto
Dio ha dominato
anche se si è prolungato il suo funerale
anche se le folle in lutto si addensavano
la magia non è mai fuggita
anche se hanno sollevato il suo sudario
il Dio nudo è vissuto davvero
anche se hanno distorto le sue parole
anche se hanno annunciato la sua morte
in tutto il mondo
il cuore non vi ha creduto.

Molti che erano stati feriti si meravigliavano
molti che erano stati colpiti sanguinavano
la magia non ha mai esitato
la magia ha sempre condotto
molte sassi sono stati fatti rotolare
ma Dio non si è mai riposato
molti uomini feroci hanno mentito
molti uomini obesi hanno ascoltato
offrivano sassi
eppure la magia si nutriva sempre
chiudevano a chiave i loro forzieri
eppure Dio veniva sempre servito
la magia è nell’aria, Dio domina,
il Vivo si aggira nell’aria
Il Vivo è al comando
molti deboli hanno sofferto la fame
molti forti hanno prosperato
anche se si vantano della solitudine
Dio era al loro fianco
né il sognatore nella sua cella
né il capitano in cima alla collina
la magia è viva
anche se hanno perdonato la sua morte
in giro per tutto il mondo
il cuore non voleva credere

Anche se hanno inciso le leggi nel marmo
non potevano offrire riparo agli uomini
anche se hanno costruito altari nei parlamenti
non potevano dare ordini agli uomini
la polizia arrestava la magia e la magia andava con loro
perché la magia ama gli affamati
ma la magia non si tratteneva con nessuno
si spostava di braccio in braccio
non voleva restare con loro

La magia è nell’aria
che danno può soffrire?
Se ne sta su un palmo vuoto
si genera in una mente vuota
ma la magia non è mai uno strumento
la magia è il fine

molti uomini si sono messi a spingere la magia
ma la magia è rimasta indietro
Molti forti hanno mentito
son solo passati attraverso la magia
per uscire dall’altra parte
molti deboli hanno mentito
sono venuti da Dio di nascosto
e anche se lo hanno lasciato nutrito
non han voluto dire chi aveva guarito
anche se le montagne danzavano davanti a loro
Dicono che Dio sia morto
anche se hanno sollevato il suo sudario

il Dio nudo è vissuto davvero
Questo volevo sussurrarlo alla mia mente
questo volevo riderlo nella mia mente
finché il servizio non sarà altro che magia
che si muove attraverso il mondo
e la mente stessa è magia
che scorre nella carne
e la carne è magia
che danza su di un orologio
e il tempo stesso
la magica lunghezza di Dio

God is alive, magic is afoot
God is alive, magic is afoot
God is alive, magic is afoot
God is afoot, magic is alive
Alive is afoot, magic never died
God never sickened
Many poor men lied
Many sick men lied
Magic never weakened
Magic never hid
Magic always ruled
God is afoot, God never died
God was ruler
Though his funeral lengthened
Though his mourners thickened
Magic never fled
Though his shrouds were hoisted
The naked God did live
Though his words were twisted
The naked magic thrived
Though his death was published
Round and round the world
The heart did not believe

Many hurt men wondered
Many struck men bled
Magic never faltered
Magic always led
Many stones were rolled
But God would not lie down
Many wild men lied
Many fat men listened
Though they offered stones
Magic still was fed
Though they locked their coffers
God was always served
Magic is afoot, God rules
Alive is afoot

Alive is in command
Many weak men hungered
Many strong men thrived
Though they boast of solitude
God was at their side
Nor the dreamer in his cell
Nor the captain on the hill
Magic is alive
Though his death was pardoned
Round and round the world
The heart would not believe

Though laws were carved in marble
They could not shelter men
Though altars built in parliaments
They could not order men
Police arrested magic and magic went with them
Mmmmm…. For magic loves the hungry
But magic would not tarry
It moves from arm to arm
It would not stay with them
Magic is afoot
It cannot come to harm
It rests in an empty palm
It spawns in an empty mind
But magic is no instrument
Magic is the end
Many men drove magic
But magic stayed behind
Many strong men lied
They only passed through magic
And out the other side
Many weak men lied
They came to God in secret
And though they left Him nourished
They would not tell who healed
Though mountains danced before them
They said that God was dead
Though his shrouds were hoisted
The naked God did live
This I mean to whisper to my mind
This I mean to laugh within my mind
This I mean my mind to serve
Til’ service is but magic
Moving through the world
And mind itself is magic
Coursing through the flesh
And flesh itself is magic
Dancing on a clock
And time itself
the magic length of God
 

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Immaginari siriani

Su Twitter, Maytham è un sostenitore, o se preferiamo un esaltatore, del governo siriano.

In quanto tale, cerca di mettere in buona luce il proprio paese, e per farlo posta ogni giorno immagini molto diverse da quelle che associamo alla Siria.  Bisogna aprirle ad una ad una, perché, probabilmente per opera di qualche troll di parte avversa, Twitter ti avverte che anche la foto di un fiore potrebbe urtare la tua sensibilità.

Al di là dell’intento propagandistico di Maytham, queste immagini mi colpiscono per un motivo: da quando andai in Bosnia in piena guerra civile, sono sempre rimasto colpito dalla normalità che continua – gli operai che lavorano per riparare le buche, i negozi che vendono, la gente che stende il bucato e stira i vestiti, la corrente elettrica che continua misteriosamente ad arrivare, le mamme che preparano la colazione e i ragazzi che si annoiano a scuola sperando che arrivi la ricreazione.

Solo se riusciamo a immaginarci chi si trova in guerra come molto simile a noi, riusciamo a liberarci dal pietismo accondiscendente e dall’esotismo.

I siriani poi, per chissà quale motivo, sono tra tutti i popoli del Medio Oriente quelli che somigliano di più fisicamente agli italiani, e questo rende ancora più forte l’effetto.

Queste foto poi, mentre ci comunicano l’immaginario governativo, ci aiutano a capire anche qualcosa dell‘immaginario avversario, quello molto più austero dei ribelli, e forse persino a condividerne qualcosa.

Eccovi alcune delle foto di Maytham.

a-barberParrucchiera-barbiera al lavoro

a-zumbaLezioni di zumba

a-ragazzeIn spiaggia a Tartus

a-ultras-aleppoUltras Aleppo allo stadio

a-student2La moglie del presidente della Siria riceve gli alunni che hanno avuto i migliori risultati. E’ una foto “ufficiale” e proprio per questo colpisce lo stile che vuole trasmettere

a-studenti

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Biglietto, prego!

Ogni tanto, sentiamo dire che non esiste alcuna invasione degli immigrati.

Innanzitutto per motivi lessicali – il termine invasione tanto caro ai paranoici fa pensare a grandi eserciti  organizzati e non a individui provenienti da numerosi paesi e che cercano di rifarsi una vita.

Ma soprattutto, sono le statistiche ad escludere una “invasione”: il numero di immigrati – anche compresi quelli che in assenza di uno ius soli nascono in Italia – non supera il numero degli italiani che sono emigrati all’estero (e che sono in costante aumento).

Insomma, sono relativamente pochi quelli che entrano, e come amano sottolineare gli ottimisti, sono in grandissima parte giovani, maschi e forti pronti a pagare le “nostre” pensioni (e se una minoranza ci vende la cocaina, è pur sempre un servizio che gli chiediamo “noi”). Poi gli stessi ottimisti amano le foto di mamme e bambini “in fuga dalla guerra e dalla fame”, ma tant’è.

Ma se usciamo dalla nostra parrocchia, e guardiamo l’altro capo della questione, vediamo una fortissima pressione per uscire dal proprio paese.

Non si tratta semplicemente di “guerra e fame”, che sono concetti vaghi e paternalistici (strettamente affini al concetto di “aiutiamoli al paese loro”). Piuttosto si tratta di diversi fenomeni di portata storica che avvengono contemporaneamente.

Il primo ci dovrebbe essere familiare, se pensiamo a come si sono svuotati i paesi e riempite le città d’Italia in pochi anni – e oggi viviamo in un mondo in cui ci si mette di meno per arrivare dal Cairo a Milano di quanto ci si metteva una volta per andare da Sulmona all’Aquila. Semplicemente, la gente abbandona i villaggi.

ca-scapiniA questo si aggiunge un altro elemento fondamentale: la scolarizzazione profonda del “Terzo Mondo”. Tempo fa, ne scrissi qui, suscitando le ire di qualche italiano. Ma centinaia di milioni di giovani africani si sono armati intellettualmente per uscire dal villaggio.

E questo si lega strettamente anche al contenuto dei metodi educativi in cui l’obiettivo è tutto urbano, “occidentale” e tecnologico, nonché svolto in lingue europee: per il contadino maremmano del Novecento, “la capitale” era Roma, per il contadino ciadiano di oggi, “la capitale” è Parigi.

La famiglia investe tutto in una scuola fortemente selettiva, con due sbocchi.

Il primo è il posto statale da cui il giovane potrà ripagare con qualunque mezzo la generosità dei parenti (in senso molto, molto ampio): la cosiddetta “corruzione” non è un gratuito sovrappiù da presunti popoli primitivi, è strutturale, e spiega anche perché il controllo dello Stato nella grande maggioranza dei paesi africani e mediorientali passa attraverso le armi.

L’altro sbocco è l’emigrazione verso luoghi in cui gli stipendi sono inimmaginabilmente più alti che in casa.

Questa foto di una scuola ci dice molto di più sulle migrazioni, di quelle di repertorio tra il penoso e il minaccioso che scattano ai giovani sui barconi:

african-school-1-thumbE poi c’è la convergenza di varie crisi: l’Africa e il Medio Oriente – che sono il “Terzo Mondo” vicino a noi – sono luoghi fragili, dove la popolazione aumenta mentre l’acqua e le risorse alimentari diminuiscono (quando non sono consumate dall’agricoltura industriale per l’esportazione, i cui proventi non restano certo in mano agli abitanti del posto) e aumentano le micidiali tempeste di sabbia e la temperatura.

Di conseguenza, aumentano anche le guerre (ricordiamo dopo la prima grande guerra climatica della storia recente, quella del Darfur, che la crisi siriana nasce proprio con la desertificazione). E questo è un fattore che l’Italia contadina in moto verso la pianura, non ha conosciuto.

Quindi, se “gli immigrati sono pochi”, ci deve essere un tappo da qualche parte tra la tremenda pressione in uscita da lì e il filo relativamente sottile che entra qui.

Questo tappo viene descritto in maniera egregia in un recente rapporto di Amnesty International, che racconta  il vero costo del passaggio, parlando della principale via d’ingresso, che è quella dalla Libia via mare. Già abbiamo parlato dell‘incredibile prezzo di questo viaggio, ma il rapporto aggiunge alcuni particolari.

Il primo è che tre su cento migranti morirebbero lungo il percorso.

“I cambi di strategia dei trafficanti e l’aumentato ricorso a imbarcazioni inadatte alla navigazione e prive di qualsiasi dotazione di salvataggio hanno reso le traversate sempre più pericolose. Il rapporto di Amnesty nota che solo un’imbarcazione su due è dotata di un telefono satellitare a bordo, che su gommoni  vetusti vengono fatte salire centinaia di persone, che le imbarcazioni vengono fatte partire in lanci multipli, di notte e in qualsiasi condizioni metereologiche creando i presupposti per viaggi sempre più rischiosi. In nessun caso quelle barche sono nelle condizioni di arrivare fino alle coste europee.”

Almeno stando all’articolo di Repubblica, Amnesty evita di spiegare che i trafficanti possono risparmiare, perché hanno la ragionevole certezza che gli imbarcati verranno soccorsi a poche miglia dalla costa, accelerando così il ciclo produttivo.

“”Le persone intercettate in acqua [dalle guardie costiere libiche] vengono regolarmente riportate nei centri di detenzione e torturate. In Libia non esiste alcuna legge o procedura d’asilo. Di conseguenza coloro che restano intrappolati nel paese possono andare incontro a uccisioni, torture, stupri, rapimenti, lavoro forzato e detenzione a tempo indeterminato e in condizioni inumane e degradanti.”

Un biglietto da un villaggio del Mali a un hotspot italiano quindi costa, in termini monetari, tutti i risparmi di una famiglia, l’asservimento all’usuraio locale, una possibilità su trenta di morire e una probabilità ancora maggiore di essere ridotto in schiavitù o torturato e comunque di non arrivare.

Eppure partono in molti, anche se arrivano solo in pochi, giovani, poliglotti, istruiti e maschi, pronti a pagarci le pensioni.

Immaginiamoci cosa succederebbe se si togliesse il tappo.

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La cicala

Alla traduzione precedente (che potete ancora leggere in fondo), abbiamo sostituito quella del nostro lettore Pino Mamet, fatta direttamente sul testo greco:

Anche se ci ricopre, o viaggiatore, una lastra tombale
piccola e vicina a terra
non volerne, uomo, a Filenide; infatti amò
per un doppio corso d’anno il suo canoro
insetto, che prima usava calpestare gli spini,
e offriva un crepitio di canzoncina;
nè consunta mi gettò via; ci innalzò
questo piccolo momumento al talento poetico.

εἰ καὶ μικρὸς ἰδεῖν καὶ ἐπ᾽ οὔδεος, ὦ παροδῖτα, λᾶας ὁ τυμβίτης ἄμμιν ἐπικρέμαται, αἰνοίης, ὤνθρωπε, Φιλαινίδα: τὴν γὰρ ἀοιδὸν ἀκρίδα, τὴν εὖσαν τὸ πρὶν ἀκανθοβάτιν, διπλοῦς ἐς λυκάβαντας ἐφίλατο τὴν καλαμῖτιν, κἀμφίεφ᾽ ὑμνιδίῳ χρησαμένην πατάγῳ: καὶ μ᾽ οὐδὲ φθιμένην ἀπανήνατο: τοῦτο δ᾽ ἐφ᾽ ἡμῖν τὠλίγον ὤρθωσεν σᾶμα πολυστροφίης.

(versione precedente:)

Viandante, sebbene la pietra sulla mia tomba sembri piccola e si trovi quasi a terra, non farne una colpa a Filenide. Io, la sua cicala cantante che ero solita camminar sui cardi, una cosa che sembrava paglia – lei mi amò e si prese cura di me per due anni, perché facevo un suono musicale. E anche quando morii, non mi gettò via, ma costruì questo piccolo monumento al mio variegato talento.

Leonida da Taranto

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Vernon Lee, l’Europa e lo spirito della guerra

facial-masks-plastic-surgerySiamo alla vigilia di una grande guerra.

Guardiamoci attorno, lungo tutte le frontiere del mondo. Dalle Filippine al Qatar all’Ucraina ai confini del Messico, non aspettano altro.

Potrà non scoppiare mai: le guerre avvengono sempre per un caso idiota e imprevedibile.

La Russia non attaccò la Turchia, che ne aveva abbattuto un aereo sui cieli siriani.

Il Ministro degli Esteri dell’Austria Ungheria decise di porre condizioni impossibili al governo della Serbia, senza nemmeno accertarsi prima di avere un esercito pronto per imporle. E come tutti coloro che giocano con il fuoco, fece saltare in aria il proprio paese, con la magra soddisfazione di aver portato nella tomba anche innumerevoli giovani serbi.

Insomma, non sai da che parte può cadere il dado, quando lo si lancia.

Spero che sarà una vigilia molto, molto lunga.

Ma abituiamoci, impariamo cosa voglia dire guerra, abituiamoci a pensarla tutti i giorni.

La mia amica Vernon Lee (come ho avuto occasione di precisare, il fatto che lei fosse morta molti decenni prima che io nascessi non cambia nulla nel nostro reciproco affetto), scrisse nel 1915 il Balletto delle Nazioni, un testo teatrale che pare che nessuno abbia mai messo in scena, e che spiega, con una lucidità immutata a un secolo di distanza, cosa sia la guerra.

B., la nostra cantante lirica che viene dalla Macedonia, suo fratello vende clandestinamente straordinarie creazioni di fil di ferro sul Ponte Vecchio, ci racconta di come la guerra incomba sul suo paese, come un destino ineluttabile… le parlo del Balletto delle Nazioni, chi sa se un giorno riusciremo a raccontare la vera storia di Satana al mondo…

Vernon Lee era europea - nata in Normandia, vissuta in Francia, in Italia, in Germania, in Inghilterra; e dentro di sé possedeva una conoscenza a noi perduta delle lingue, a partire dal latino e dal greco, ma anche del tedesco o del francese, e dell’arte che formava il nostro continente.

In tempi in cui le illustrazioni a colori erano una rarità, sapeva tutto sui pittori del Rinascimento, le cui opere era andata a vedere a piedi.

Quando nel 1914 scoppiò la guerra, non è che non avesse patria: erano tutte le sue patrie.

Per questo, diceva di avere per forza di cose una visione copernicana, in un mondo in cui tutti vedevano l’universo girare tolemaicamente attorno alla loro unica, piccola patria. Voi girate tutti attorno a un Sole più grande di voi.

Appena finita la guerra, Vernon Lee scrisse un’introduzione al Balletto delle Nazioni e vi aggiunse un lungo testo di riflessioni filosofiche (l’editore le aveva detto che queste riflessioni erano di troppo, un secolo dopo me le sono lette tutte riga per riga).

E’ un testo molto denso, che mi piacerebbe commentare in dettaglio (è uno dei pochissimi libri che io abbia osato sottolineare a matita), ma in particolare mi colpisce quando cerca di esporre la grande difficoltà che prova a comunicare con quasi tutti i suoi vecchi amici, tanto inglesi quanto tedeschi.

Persone che

“a mio avviso, sono state complici, hanno alimentato e in alcuni casi hanno messo in atto, la calamità più abominevole di tutti i tempi”

Epppure, lei sapeva che Il Balletto delle Nazioni avrebbero urtato profondamente la loro sensibilità. Vernon Lee ricostruì nella sua immaginazione il discorso che tutti, tedeschi come inglesi, le avrebbero potuto fare.

Se cogliete la capacità di Vernon Lee di apprezzare, da una parte, il genius loci di ogni singolo angolo dell’Europa, e dall’altra come cercava di immaginarsi fino in fondo le ragioni proprio di coloro che l’avrebbero disprezzata, capirete perché la considero infinitamente superiore, ad esempio, a Bertolt Brecht: pacifista anche lui in quella specifica guerra, con una grande capacità di cogliere davvero i difetti altrui; ma poi, da lì, capace in fondo soprattutto di demolire, spesso di odiare, al massimo talvolta di commiserare, ma mai di amare e di capire.

Ecco l’inglese/tedesco/francese/italiano/austroungarico che parla:

“Noi sappiamo di prendere parte al più grande e deliberato sacrificio mai fatto per quelli che sono i più alti obiettivi immaginabili. Liberamente, spontaneamente, deliberatamente e con passione offriamo le nostre vite, e le vite che ci sono ancora più care delle nostre, assieme a tutto ciò che rende dolce la vita, in quella che per noi è un’immensa contesa tra ciò che è giusto e ciò che è vile, l’onore e il disonore, la libertà e la servitù, l’ordine futuro e l’illegalità futura.

Sappiamo che stiamo facendo ancora di più; sappiamo che per questo motivo, afferriamo le armi e i metodi che più aborriamo. Noi che abbiamo in orrore la guerra stiamo facendo la guerra a coloro che ritengono che la guerra non sia un crimine.

Ecco cosa proviamo verso questa guerra a cui partecipiamo con orrore, ma per scelta deliberata.

E tu, con questa superficiale satira, dipingi lo scontro tra il Bene e il Male, la prova di forza tra la Giustizia e l’Ingiustizia, come un semplice cataclisma collettivo mondiale di cui tutti sono ugualmente responsabili o meglio irresponsabili; osi rappresentarlo come una mera involontaria, insensata danza della Morte, priva di significato, dove tutte le Nazioni, tra cui c’è poco da scegliere, si prendono per mano in obbedienza imbecille, abominevole, agli sviolinamenti di Satana.

E’ forse questo, davvero, il senso di cò che dici?”

A cui Vernon Lee risponde, “It is”, è proprio questo il senso.

In fondo, basta ricordare che le parole appena citate potevano essere dette, ugualmente, a Londra o a Berlino nel 1915.

 stereo

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In campana!

Ieri si è discusso a lungo della questione se noi dobbiamo invadere altri paesi per motivi umanitari, con ragionamenti sul tipo, e se vedessi uno che sta scippando una vecchietta, non interverresti?

Alla fine, a noi ci hanno convinti.

Pertanto ieri noi si è deciso come segue.

Verbali della Riunione del Consiglio d’Amministrazione di Kelebek Blog

In data 30 giugno, alle ore 11, si è riunito il Consiglio d’ Amminstrazione di Kelebek Blog nel campanile della Chiesa di Santo Spirito.

L’Amministratore Unico del Blog, il dott. Martinez Miguel, constatata la presenza al completo dei soci, ha invitato i presidenti ad eleggere un segretario, che è stato scelto dai convenuti nella persona del dott. Martinez Miguel.

Il dott. Martinez ha quindi presentato i temi all’Ordine del Giorno:

1) Concessione di Permessi di Guerra Umanitaria

2) Acquisto di scamorza affumicata e pane sciocco dal Fornaio Giuseppe

3) Acquisto di una bottiglia di vino Pontassieve rosso dalla Vinaia Messicana

Ai convenuti, il dott. Martinez ha illustrato come segue il primo punto all’Ordine del Giorno:

- Essendo pervenute ripetute richieste a Kelebek Blog di concedere permessi di guerra per motivi umanitari

- Essendo stati presentati casi umanamente convincenti dell’utilità di tale pratica

si propone di introdurre il seguente regolamento alla gestione della Società:

Kelebek Blog concede a qualunque stato ne faccia richiesta il diritto di attaccare qualunque  luogo del pianeta, con qualunque mezzo, dietro obbligatoria presentazione dei seguenti documenti:

a) autocertificazione di motivi umanitari in carta semplice

b) cinque foto di bambini, donne, colonne di profughi o pelouche abbandonati a scelta

c) autocertificazione di possesso di almeno un dizionario della lingua ufficiale del paese da invadere e dichiarazione di conoscere il nome della capitale dello stesso paese

d) assegno per l’importo di Euro 135.000 intestato al dott. Martinez Miguel

Il consiglio di amministrazione di Kelebek Blog si impegna a non impedire il passaggio di forze di terra, di mare o di aria verso la destinazione prescelta di umanitarizzazione.

Inoltre, Kelebek Blog decide che per attuale mancanza di personale addetto alla riscossione, il pagamento dell’assegno di cui al punto d) sarà facoltativo. Il Consiglio d’Amministrazione si incarica comunque di studiare un mezzo efficace per rendere tale pagamento obbligatorio in tempi brevi.

Dopo approfondita discussione, i presenti hanno

approvato all’unanimità la proposta di cui al primo punto dell’Ordine del Giorno.

Si è passato quindi ai due temi successivi:

2) Si constata che nell’Ordine del Giorno, le parole pane sciocco sono state scritte erroneamente, intendendosi invece schiocchi. Pertanto si dichiara invalido questo punto e la decisione viene rinviata al successivo Consiglio d’Amministrazione

3) Il Consiglio decide all’unanimità l’acquisto di un (1) bordolese di Vino Pontassieve dalla Vinaia Messicana.

Non essendo possibile discutere di altro a causa della Suonata a Distesa delle campane di Santo Spirito, si è conclusa la riunione alle ore 12.01.

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La profezia di Raqqa e i mutanti lessepsiani

Anno 2010, la fotografa francese, Emma LeBlanc viaggiava in Siria.

A est di Aleppo, scoprì un mondo diverso.

Era la terra dei beduini in via di estinzione, di mestieri antichi rovinati dalla concorrenza della plastica cinese, di un fiume inquinato, di campi che si prosciugavano: il terzo anno consecutivo della grande siccità, che i climatologi legano al grande cambiamento planetario.

La capitale di questa provincia, Raqqa.

E lei scrisse:

“Mentre prosegue il terzo anno consecutivo di siccità, le famiglie contadine vedono i loro raccolti andare in fumo e la fame, perniciosa e che non perdona, si estende oltre le freontiere della provincia.

Raqqa una volta rappresentava il passato idealizzato, un’identità culturale ereditata. Ma forse oggi Raqqa rappresenta il futuro.

[…] La devastazione ambientale e la concomitante sofferenza economica avranno un effetto sulla Siria per decenni a venire; plasmerà la coscienza di una generazione  e le sfide economiche e demografiche della nazione. E’ a  Raqqa che il passato siriano definirà il futuro della Siria.”

Dalla terra al mare.

Dove abbiamo già narrato le avventure di una nostra emigrata verso il Nuovo Mondo, la  Dreissena polymorpha.

Questa volta, facciamo invece amicizia con un’immigrata dal Mar Rosso, la Rhopilema nomadica: dieci chili di bianchissima medusa fortemente urticante (ci vogliono settimane a guarire) che nei suoi quattro brevi mesi di vita, sa  riprodursi sia assessualmente che sessualmente. Però è difficile negarne la bellezza:

medusa.La Rhopilema Nomadica è una delle tante specie lessepsiane, chiamate così in onore di Ferdinand De Lesseps

Un aristocratico francese il cui padre, stanziato a Firenze, pare fosse affiliato alla Loggia di Rito Scozzese “Saint Napoleon” (San Napoleone, 15 agosto, egiziano torturato a morte per la sua fede religiosa). Ma il bello che la Loggia si trovava dove oggi sta la sede del nostro Consiglio di Quartiere, qui in Santa Croce, che ci passo almeno una volta al mese.

Lesseps voleva fare un mare nel Sahara e lanciare un treno da Parigi a Pechino, ma finì comunque per donare la Statua della Libertà agli Stati Uniti, iniziare l’orrore senza fine del Congo e inventare il Canale di Panama (per farlo, si comprò i voti di 150 deputati del Parlamento francese).

ferdinand-de-lessepsFernand de Lesseps, Uomo d’Occidente

Ma sopratutto, fece scavare il Canale di Suez, con il lavoro forzato di innumerevoli contadini egiziani, bambini compresi – si dice, probabilmente esagerando, che ne siano morti 120.000 di stenti durante i lavori, ma Allahu a’lam, “solo Dio lo sa“. Nessuno si ricorda di loro, e quindi, a pensarci bene, cosa ce ne importa?

Forse siamo tutti mutanti lessepiani.

Torniamo alla nostra Rhopilema.

Siccome non viaggia da sola, qualcuno deve averla portata nel Mediterraneo attraverso il Canale di Lesseps: alcuni sostengono tramite la solita acqua di zavorra delle navi, altri a causa dell’allargamento del Canale di Suez per accomodare mostri di acciaio sempre più enormi (ad esempio, per portare più oggetti di plastica cinese a Raqqa).

Comunque, la medusa oggi trova finalmente un ambiente accogliente, pare molto di più di quello originario: caldo più che mai, e con i potenziali predatori pescati o uccisi dall’inquinamento.

Non temendo i famosi superpoteri israeliani, la medusa – che forma masse compatte di centinaia di chilometri quadrati, cosa che a casa sua si guardava ben dal fare – si è divertita innanzitutto a intasare le prese d’acqua delle centrali elettriche israeliane, poi a far dannare i turisti tedeschi sulle spiagge turche e due anni fa si è fatta vedere anche a Pantelleria.

Al Mar Rosso, ci porta indirettamente anche questa immagine, di Nichole Sobecki, che ha fotografato gli effetti del cambiamento climatico in Somalia.

Come sempre, le immagini più sono tragiche, più sono belle, almeno per noi che abbiamo la fortuna di poterci fare la doccia tutti i giorni.

somaliaNel Puntland, dove da oltre un quarto di secolo è stato abolito lo Stato e dove la siccità sta distruggendo ogni forma di vita umana, i giovani cercano un filo d’ombra, mentre aspettano un’imbarcazione per poter attraversare il Mar Rosso e arrivare nello Yemen. Dove si offrono, almeno, quelle speranze che può offrire un paese in guerra da anni, in cui la metà della popolazione vive di aiuti.

Ma torniamo a Raqqa e dintorni, in questo caso a Mosul. Dove vediamo realizzarsi la profezia di Emma LeBlanc, nella figura di un ragazzo diventato famoso grazie a quello che scrive su Facebook, tale Falah Aziz:

falah-azizFalah Aziz è un ragazzo iracheno sciita (a proposito di Consiglio di Quartiere di Firenze, somiglia molto a un consigliere che conosco), che da tre anni si dedica – come tutte le persone civili – a combattere l’Isis. Che lui considera sia sgradevoli fanatici, sia seguaci del defunto dittatore Saddam Hussein. Durante i combattimenti, ha preso anche un proiettile in una gamba, ma trattandosi di un giovane sicuramente coraggioso, non ha mollato.

Falah Aziz ha rilasciato una bella intervista a Magda Gad, giornalista svedese, in cui spiega sia le sue motivazioni ideali, sia i suoi metodi. Finora, dice, ha ammazzato personalmente 130 “terroristi”, in particolare tagliando la testa a cinquanta. Vivi, ovviamente, ed è un duro lavoro, con un semplice coltellaccio.

680Falah Aziz fa vedere un video dove tortura a morte un “terrorista”

“Io mi aspetto di morire”, spiega.

Denuncia il fatto che durante la battaglia, c’è chi dà fuoco ai pozzi di petrolio, ricevendo un piccolo stipendio dalle ditte che hanno già conquistato gli appalti per spegnere gli incendi: la gente come Falah Aziz mi ricorda P. che  mi raccontava del rispetto che gli tributavano i mafiosi in carcere – “noi sparavamo per denaro, ma tu sparavi senza prendere soldi!

Poi uno pensa ai mostri dell’Isis che questo Signore del Passo combatte.

Eccone due, presi prigionieri da Jabhat al-Nusra, in Siria.

isiskidsnusraNoto subito le parole “organizzazione al-Qa’idah” scritte sulla bandiera, nonostante il movimento avesse cercato di prendere le distanze dalla Grande Matrice (o Base), in modo da poter usufruire di armi americane.

I due mostri hanno tredici anni, ma visi maturi e decisi.

Falah Aziz avrà forse sette, otto, al massimo dieci anni di più di loro.

Non sappiamo se dopo averli videati, li abbiano anche decapitati, o soltanto fucilati.

Come disse il nostro attuale presidente del consiglio e allora ministro degli esteri, dopo che in Bangladesh furono fatti fuori alcuni imprenditori italiani che cercavano di licenziare dei lavori italiani,

Dobbiamo dire con fermezza che Daesh e il terrorismo fondamentalista, a maggior ragione dopo questa strage, non avrà tregua.

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