L’ultimo giovane maschio del villaggio

Il sito di The Guardian riporta una delle grandi interviste della storia.

E’ con Goundo Wandianga, l’ultimo giovane maschio rimasto in un tipico villaggio del Senegal, seduto su un copertone, perfetto simbolo del grande agitarsi del mondo che finisce in discarica.

Indossa jeans con regolamentare buco ad altezza ginocchio e maglietta, sullo sfondo alcune capanne di argilla e paglia.

Nella foto, non si vede l’oggetto più importante: il telefonino con cui si tiene in costante attività planetaria su Facebook.

goundo-wandiangaTutti gli altri sono partiti, “Barça ou Barzakh”, “Barcellona o Morte”, rischiando la vita per mari e deserti, per poter arrivare in Europa. Paradossalmente, si spende di più per pagare i viaggi dei figli in Europa, di quanto ritorni nei villaggi sotto forme di rimesse (pensiamo alle dimensioni economiche dell’industria delle migrazioni…).

Spiega il responsabile regionale di quello che si chiama pittorescamente lo sviluppo:

nei villaggi, restano solo gli anziani, le donne e i bambini. Non ci sono giovani, perché non c’è nulla che li trattenga. Non c’è nulla che un giovane maschio possa fare, nemmeno per comprarsi una tazza di tè o una sigaretta. E non c’è una famiglia che voglia che i suoi figli rimangano.”

Non c’è nulla che si possa fare, per due motivi.

Il primo è che i prezzi delle derrate alimentari sono così bassi, che l’agricoltura non può più dare un reddito come prima; il secondo è che il degrado del suolo e la siccità legata al cambiamento climatico la renderebbero comunque difficilmente praticabile.

Da una parte, la Roba che trabocca non si limita ai vestiti di plastica, ma invade tutto l’immenso campo dell’agricoltura industriale, che nel Senegal ha trovato storicamente una delle sue più grandi e criminali fabbriche (rileggere Voyage au bout de la nuit).

Dall’altra, proprio questo meccanismo dell’apparente abbondanza mina la sopravvivenza della vita stessa.

Ora, il Senegal è uno dei paesi più stabili dell’Africa.

Se capiamo perché persino lì, tutti i giovani maschi se ne vanno, capiremo perché il “Terzo Mondo” rischia di fare la fine dei villaggi di montagna dell’Italia: il Molise oggi ha meno abitanti di quanti ne avesse nel 1861.

Solo che i nostri villaggi di montagna si sono svuotati con un futuro immaginario davanti: tutto il continente delle Americhe da saccheggiare, o almeno una civiltà industriale da creare in pianura.

Per capire quello che attende i giovani maschi di oggi, faccio un giro mentale tra i nostri senegalesi. Eccoveli…

C’è il posteggiatore abusivo di una certa età (l’altro giorno aveva steso un cartone tra le auto per pregare).

C’è Magoro che vende fazzolettini davanti al supermercatino e Bakari che li vende davanti al fornaio (Bakari fa anche da meteorologo predicendo alle signore se domani pioverà o no).

C’è Fatouma, che lavora saltuariamente facendo le pulizie nelle case, suo marito è disoccupato più o meno da sempre e si cerca tutti di dare una mano al loro figlio.

C’è Ali, che mentre scappava dai vigili con le borse Gucci contraffatte sottobraccio ha conosciuto una ragazza italiana, e adesso hanno un figlio. Ali ora fa il meccanico in una piccola officina.

Ah, e c’è anche un senegalese che ha avuto un po’ di successo, prima mondano e poi mediatico, facendo il Negro Immagine in un locale notturno dove spacciava cocaina e finendo per ammazzare una ragazza americana in un integrato impeto di movida fiorentina.

L’elenco è significativo.

Tolto l’ultimo personaggio, si tratta decisamente di brava gente, che non ha problemi con gli autoctoni. Anzi, contribuiscono a salvaguardare il carattere popolare del rione.

Ma con un’eccezione, campano di espedienti di dubbia legalità (che poi dipendono tutti esclusivamente da un sistema basato sui contanti che ovunque si cercano di far scomparire). E non brilla nemmeno la stella dei meccanici artigiani, a pensarci.

Noi tendiamo a pensare a queste cose in maniera episodica.

Pensiamo che ci sia una guerra localizzata nella Siria che secondo i punti di vista genera bambini in fuga oppure terribili Terroristi Islamici (che poi hanno fatto appena 17 azioni in un anno in un continente delle dimensioni dell’Europa).

Oppure pensiamo che ci sia qualche altro fatto qua e là che porta alcuni a cercare di venire in Europa, e anche lì i pareri si dividono moralisticamente tra chi li vede come delinquenti invasori e chi li vede come futuri imprenditori che già da oggi ci aiutano a pagare le pensioni.

Eppure il vero quadro ha poco di moralistico.

C’è un pianeta che è stato unificato al prezzo della sua devastazione.

La maggior parte degli abitanti di quel pianeta si appresta ad andarsene da luoghi ormai invivibili, per concentrarsi in pochi luoghi urbani: alcune megalopoli asiatiche e la megalopoli sconfinata del cosiddetto “Occidente”.

Questo però avviene quando, per la prima volta nella storia, le braccia umana non servono quasi più e non è rimasto un angolo libero del pianeta da sfruttare.

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La bufala delle false notizie

Improvvisamente, da un capo all’altro dell’Occidente, è tutto un denunciare le false notizie (anzi, fake news, che da quando qualcosa ha un nome in inglese, è ufficiale).

Siccome da anni ci divertiamo a nostra spesa e rischio a smascherare bufale giornalistiche di ogni sorta, la cosa in sé non ci dovrebbe dispiacere. Ma l’uso strumentale è talmente palese, da meritare qualche riflessione.

Partiamo da un luogo lontanissimo: la Siria.

Tutto ruota attorno alla Siria: l’onda di richiedenti asilo che rischia di smembrare l’Unione Europea, gli attentati, le tensioni tra Turchia, Russia e Stati Uniti che, facendo le corna, potrebbero portarci a una terza guerra mondiale.

Quindi, prendere una “decisione informata” sulle questioni siriane è una questione di vita o di morte per tutto il mondo.

Siccome i pochi giornalisti che in Siria ci sono andati davvero sono finiti sgozzati, esistono praticamente solo due fonti di informazione per le masse (ci sono anche studiosi seri, ma quelli non se li fila nessuno):  video di dubbia autenticità messi su Youtube da varie fazioni armate e un certo signor Rami Abdulrahman, di mestiere commerciante di abbigliamento, residente a Londra.

Le notizie che vengono dalla Siria sono “vere” o “false”?

Forse la domanda stessa è senza senso.

Adesso passiamo al polo opposto, il nostro quartiere.

Quello che succede qui non ha il minimo impatto oltre il Ponte alla Carraia; in compenso, siccome di solito non sgozziamo i giornalisti, chiunque si può informare e controllare i fatti. E c’è pure il contro-controllo, nel senso che quelli di cui si parla possono leggere ciò che si scrive sul quartiere e anche protestare.

E come funzionano le notizie qui?

Due esempi.

Un paio di anni fa, il direttore di un quotidiano locale decise di presentarsi come paladino del quartiere, anche a costo di qualche piccola polemica con l’amministrazione.

Scatenò così un giovane sottopagato ma di una bravura unica, che scrisse articolo dopo articolo. Articoli non solo scritti splendidamente, ma anche precisi nei dettagli. Rimane per me semplicemente il miglior giornalista del mondo, per cui dubito che farà carriera.

Le sue non erano notizie false, ma parlando in maniera imparziale, c’è da chiedersi se ogni buca nelle strade del nostro quartiere meritasse davvero tanta attenzione.

Un giorno organizziamo una manifestazione. Il nostro bravo giornalista ci dedica due pagine del quotidiano.

Il giorno dopo, scrive un curioso articolo in cui intervista alcuni benpensanti locali che dicono che è ora di farla finita con le proteste nel quartiere, e poi non pubblica mai più nulla. Non certo per colpa del giornalista, che faceva semplicemente il suo mestiere: cioè fare quello che chiedeva da lui l’editore.

In questa vicenda, la cosa meno importante è, se ciò che scriveva il giornale fosse “vero” o “falso”.

Perché la “notizia” – nel senso di quello che resta nelle confuse menti dei lettori – era, prima, che il nostro quartiere resisteva eroicamente; e poi che il nostro quartiere non aveva più alcun problema.

La prima versione ovviamente mi piace più della seconda.

Ma la verità in tutto questo dove va a finire?

Il giornalista di cui parlo è stato però eccezionale.

Di solito i giornalisti che parlano di noi sbagliano una quantità impressionante di fatti. Numeri, date, nomi delle persone, luoghi… Un Paolo Attivissimo potrebbe dedicare mesi a smantellare quello che i media raccontano sul nostro quartiere.

La cosa interessante è che in questo non c’è alcuna cattiva intenzione: il giornalista deve inventare una storia, nel giro di un paio di ore.

La storia è sempre un falso, perché parte negando la verità delle verità: che attorno a ogni vicenda c’è gente capace di scrivere cinquecento pagine per dimostrare come loro abbiano ragione e gli altri torto.

La storia deve essere coinvolgente e deve parlare a qualche passione primordiale dell’uomo – paura, sesso, rabbia per le ingiustizie, senso dell’umorismo. E deve avere dei protagonisti fissi, in genere il Cattivo, la Vittima e l’Eroe Salvatore.

Il lettore medio fiorentino non sa nulla della Siria, ma sa anche poco dell’amministrazione di Firenze. E mentre legge il giornale, non andrà certo a consultare tutto l’archivio dei documenti del Comune e studiarsi diritto amministrativo.

Per cui la storia deve agganciarsi a qualcosa che c’è già dentro il lettore: ad esempio la Paura del Fanatico Estremista, o viceversa la Certezza che i Politici sono Tutti Ladri.

Un giorno, è arrivato un giornalista in una delle nostre stradine più tranquille, chiedendo cosa succedeva, cioè niente (a parte quel maiale che abbandona sempre i sacchetti di rifiuti all’angolo in fondo).

Alla fine, il giornalista riesce a estorcere da una signora una notizia vera, che un’altra signora che lei conosceva era stata spintonata da una zingara che le aveva rubato qualcosa, parecchi anni fa; e qualcun altro fa una battuta sul fatto che nella stradina non succede nulla perché ci sono i Calcianti Bianchi.

Il nostro giornalista è riuscito così a scrivere un articolo su quella strada, in cui raccontava che gli abitanti, assediati dalla delinquenza, erano passati a difendersi da soli.

E siccome la storia della zingara e la battuta sui Bianchi erano vere, non si può dire che si trattasse di una falsa notizia.

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Noel Babası in Turchia

Qualche immagine pescata in rete, molti immaginari…

A Demre/Myra, città del vescovo Nicola:

231210_la_nicholas12“Il mio compito è far crescere la società dei consumi”:

imagesChe in fondo è una critica che si sente talvolta sussurrare anche da noi. Anche se qui lo sfondo è quello ormai planetario:

musluman-noel-kutlamaz-i674532-600Ma Noel Babası è anche, al contrario, un santo cristiano il cui culto si insinua nel mondo islamico: “Il Babbo Natale dei cristiani perché non porta regali ai bambini musulmani?”, si chiede “la gioventù musulmana dei nipoti del sultano Abdul Hamit”, in tempi in cui le bombe cadono sulla Siria:

hristiyanlarin-noel-babasi-neden-musluman-cocuklara-hediye-getirmez-afis“Nella festa dei cristiani, abbiamo visto dei musulmani pregare! Festeggiare il Capodanno o il Natale vuol dire adorare alla maniera dei cristiani”

aga-yilbasi-afis-2“E se il Papa dicesse, non festeggeremo più il Natale per non somigliare ai musulmani?”

muslumanlara_benzememek_icin_artil_noel_kutlamayacagiz_h198245“Che altro c’è da dire?”

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Babbo Natale esiste!

La vignetta di oggi di Osman Turhan sul quotidiano turco Yeni Şafak.

Ho ho!

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Buon anno

Dal sito Airwars, apprendo alcuni dati interessanti sulla campagna di bombardamenti aerei contro il cosiddetto Stato Islamico.

La campagna è in corso da 872 giorni, sono stati buttati quasi 63.000 bombe e missili in oltre 17.000 azioni e si stimano almeno 2.000 civili uccisi. Delle vittime militari non ci viene detto nulla, anche se sarebbero quelle più utili per valutare l’efficacia della campagna.

santa-hatsPer i bombardamenti del 25 dicembre scorso, i piloti americani buontemponi si sono messi i cappellini da Babbo Natale

Morale della favola: lo “Stato Islamico” è ancora saldamente in piedi.

La risposta dello “Stato Islamico” consiste in una serie di azioni, per la maggior parte in Medio Oriente e di cui non ci occuperemo qui; ma anche alcune in “Occidente”.

E’ difficile fare un confronto preciso, comunque nel 2015, secondo l’Europol, nell’Unione Europea, ci sono stati 17 attentati “jihadisti” (riusciti o falliti) con 150 vittime.

Per avere un’idea, lo stesso anno 13,286 persone persero la vita a causa di armi da fuoco nei soli Stati Uniti. E anche se le due cifre non sono perfettamente paragonabili, colpisce l’elegante sproporzione degli attacchi: 17 dell’Isis, 17.000 contro l’Isis.

Le vittime europee dell’Isis (ma in realtà non tutti gli attentati del 2015 erano legati all’Isis) sono  insignificanti anche sul sul piano militare, mentre possiamo presumere che i 17.000 bombardamenti anti-Isis abbiano colpito, fosse anche solo per sbaglio, qualche combattente o qualche deposito d’armi.

Consideriamo poi che gli attacchi contro l’Isis hanno comportato pochissime perdite per gli attaccanti, mentre quasi tutti gli attacchi condotti dai “jihadisti” hanno comportato perdite dirette del 100%,  oltre a un numero successivo di arresti superiore a quello delle vittime stesse.

Cosa pensare di un esercito costituito da pochissimi volontari, disposto a perderne tre pur di far fuori una sola innocua casalinga?

Se lo scopo fosse davvero quello di “colpire i nostri valori” o addirittura “conquistare l’Occidente”, sarebbe la strategia più autolesionista mai ideata.

Però non è affatto demenziale, se pensiamo che si cerca sostanzialmente di creare uno spettacolo, che susciti alcune reazioni automatiche. Anche perché non dobbiamo mai dimenticare che mentre un “occidentale” possiede un solo mondo, la maggioranza degli abitanti del pianeta, di mondi ne possiede diversi e non sono cretini.

Una caratteristica delle azioni dell’Isis (a differenza di quelle di al-Qaeda) è la provocazione: fanno proprio i cattivi,in un mondo in cui anche i peggiori mostri cercano di farsi vedere buoni. Questo comportamento garantisce un fascino spettacolare straordinario. I giornalisti campano scovando mostri, ed ecco un vero mostro che regala loro, che so, un video di un gruppo di bambini che sgozza dei prigionieri? Permette di ottenere una visibilità mediatica incredibile, a un costo almeno economico ridicolo.

La visibilità mediatica offre molti vantaggi, tra cui il primo è quello di creare l’illusione che il mondo sia diviso in due parti confrontabili tra di loro: da una parte, tutte le potenze politiche, economiche e militari del pianeta, dall’altra un piccolo gruppo di squinternati.

Ma soprattutto serve a suscitare reazioni di estrema ostilità. Idealmente, lo spettatore deve essere indotto a pensare che queste piccolissime e fallimentari azioni di pochi siano il principale problema del mondo; e che bisogna fare qualcosa subito.

E poiché è impossibile fare qualcosa contro un attentatore che ci ha già lasciato le penne, il “qualcosa” deve necessariamente prendere una delle seguenti forme:

1) Il rafforzamento dei dispositivi di sicurezza ovunque: lo Stato deve spendere somme enormi per blindare luoghi, nessuno dei quali sarà attaccato (tanto, un posto non blindato si troverà sempre); e lo spettacolo militare non fa che ricordare in ogni momento lo spettacolo dell’attentato che lo giustifica.

colosseo

perché mai i cattivi monoteisti dovrebbero scegliere proprio il Colosseo, che non era nemmeno un santuario politeista? Ma tutto fa spettacolo e anche questo potrebbe essere un ottimo sfondo televisivo

2) Spingere ad “attaccare la base del nemico“: ma questo è da sempre l’obiettivo – peraltro dichiarato – dell’Isis. Attirando Europa e Russia in Siria, si spera di ripetere il miracolo dell’Aghanistan, dove fu distrutta l’Unione Sovietica.

3) Spingere i non musulmani contro gli immigrati musulmani. La pressione antislamica dovrebbe rimandare idealmente tanti musulmani in paesi islamici, dove saranno coinvolti nella lotta militare; ma di quelli che restano, milioni smetteranno di essere indifferenti e per difendersi contro i governi e le masse dei non musulmani, inizieranno ad armarsi e combattere, creando un focolaio inestinguibile all’interno del territorio nemico. Ripetendo così la parabola del sionismo, che potè conquistare la simpatia di tanti tranquilli ebrei solo grazie all’aiuto dei pogrom zaristi e delle persecuzioni naziste.

Per smascherare il meccanismo, dobbiamo innanzitutto liberarci dall’idea narcisista che i “terroristi odino i nostri valori”, dove “nostri valori” indica un confuso misto di Gay Pride e crocifissi nelle aule scolastiche.

Ricordiamo che  per i cattivi esistono cose infinitamente peggiori di entrambi, ad esempio, secondo loro, striscerebbero su questo pianeta degli esseri immondi che crederebbero che Ali fosse vissuto senza peccato, o che visitare la tomba di Hussein salvi dall’Inferno, i criminali seguaci del giudeo Abdullah ibn Saba, del furbo Harmuzan zoroastriano che finse di farsi musulmano e del trinodeista cristiano, Jafina al-Khalil, i tre che tramarono nell’ombra per assassinare il califfo Omar e distruggere per sempre l’Islam.

Nota: per correttezza, si ricorda che l’Isis di cui stiamo parlando non è l’Isis a cui appartiene Magdi Allam.

Buon anno ai bombardieri con il cappellino di Babbo Natale, ai rapper monoteisti di borgata, ai ragazzi furibondi delle banlieues, ai pellegrini al santuario di Hussein, agli spacciatori marocchini in Santo Spirito al freddo, ai giornalisti a caccia di demoni, ai ragazzotti furbi e affamati che fanno finta di essere profughi, ai turisti cinesi perquisiti mentre fanno le foto al Colosseo e ai paracadutisti di guardia a concerti di Capodanno e alla prossima bambina che morirà ammazzata senza sapere perché, che sia a Raqqa o a Parigi.

E a tutti quelli che in anonimi reparti di ospedale, attendono la morte per inquinamento, per tabacco, per aeroporto, per veleni nelle acque e nell’aria, per solitudine e per mille altre cose di cui non parla mai nessuno.

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Le piccole vite sono le migliori

Le storie più vere sono quelle piccole, perché dimostrano come tutte le reti e le regole che si adoperano per prendere prigioniera la vita, non ci riusciranno mai.

Ieri sera, c’erano gli storni a migliaia sopra Firenze.

Rubo una foto in rete, che vi dà una pallida idea dei giochi che facevano.

Black and white photograph of starlings in the skyUn po’ di autoctoni non se ne accorgono per nulla.

Invece c’è il posteggiatore senegalese che osserva incantato sotto il gelido vento.

Abusivo, aggettivo che distingue chi non ha un commercialista, da chi ce l’ha.

Con lui, ho un rapporto particolare perché la prima volta che ci siamo incontrati, abbiamo litigato pesantemente; poi, siccome la colpa era tutta mia, sono andato a cercarlo per chiedergli scusa, e così siamo diventati amici.

Alto, snello, nerissimo, ha una barba bianca che indica che deve avere molti più anni dei connazionali che di solito vediamo.

Parla piano.

“Guarda… come si dice… sono così piccoli questi uccelli, eppure insieme… è come una mente, fa cose che gli uomini non sanno fare… così si vede come è grande Dio!”

Incontro una mia amica che non vedevo da tanti, tantissimi anni, parente peraltro stretta di Mussolini.

E’ un fiume di piccole storie, di lavori di ricamo, di preoccupazioni per la deriva del mondo e del dispiacere di dover sempre nascondere il proprio parente, perché dove sta lei, dice, sono tutti fissati con i partigiani. Una vita mite passata in ombra, eppure sorridente.

E’ quasi notte, guardiamo giù nell’Arno, e sotto Venere luminosa e i riflessi dei lampioni, un airone cenerino vola verso San Miniato a Monte.

Le dico,

“Miniato era un principe armeno, che fu ucciso perché cristiano.

E doveva avere un bel senso dell’umorismo, perché attese pazientemente che gli tagliassero la testa, poi se la mise sottobraccio e camminò fin lassù.

E assieme a Frediano che veniva dall’Irlanda, è il nostro santo”.

La mia storia le fa venire in mente una cosa tutta sua.

“ti ricordi quanta paura avevo dei cani?

Una volta finii quasi in mezzo a due camion sulla strada, perché avevo visto un bassotto, poverino… E invece un giorno, mi sono ricordata che all’inizio dell’Ottocento ero una schiava nella Louisiana…”

“Allora hai radici africane?”

“Certo, lo sai che non sono mai stata razzista…

ero vicino  a un luogo che chiamavano The Big River, sarà stato il Mississippi, io correvo e correvo, e poi lo sai come sono distratta, perdo il luogo dove avevo appuntamento con chi mi doveva portare via, sento la muta dei cani alle spalle, c’è il fattore del padrone che mi dice che se mi arrendo, mi risparmierà la vita, ma io sono testa dura, e così mi ha fatto sbranare dai suoi cani.

E da quando me lo sono ricordato, non ho più paura dei cani, anzi forse ne prendo uno, mi piacerebbe avere un bassotto! Poi gli psicologi diranno che sono allucinazioni, ma averne così, che ti guariscono di colpo!”

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Tra il vino e il sorriso

Quando tutti i morti della Siria saranno sepolti, resteranno frammenti straordinari di mundus imaginalis.

syrian-social-nationalist-partyLa foto ritrae un gruppo di militanti del Partito Socialista Nazionale Siriano, fondato nei lontani anni Trenta e che non ha mai cessato, da allora, a opporsi a francesi, inglesi, islamisti, panarabisti, sionisti e comunisti tutti insieme. Subendo sette decenni di fucilazioni e attentati, e compiendone altrettanti.

Il nome del partito non è un puro caso – in fondo, all’epoca, i tedeschi erano gli unici che non miravano a mangiarsi il Medio Oriente; e se il simbolo somiglia a qualcos’altro, è anche perché rappresenta la fusione della croce cristiana con la mezzaluna cristiana.

Qui, invece, sul fronte diametralmente opposto, la visione erotica di un giovane che si appresta a morire, magari per farsi saltare in aria proprio contro giovani come quelli della foto.

Hur al-‘ayn è colei che accoglie i combattenti morti, ha pupille nere nere e il cui hijab vale più del mondo  intero, il volto così chiaro che lui vede se stesso riflesso sulla sua guancia, e una sua perla illumina da sola lo spazio tra il cielo e la terra.

Al misero prezzo della tua vita, il suo profumo e il vino, là dove il proibito si fa lecito.

Hur al-‘ayn sono come perla e corallo
O fratelli la amo tanto
Lei è Hur al-‘ayn e io ne sono innamorato
c’è un posto per lei nel mio cuore
non dirò nient’altro!
Celebratemi così nel Giardino, la mia Huriya mi attende adesso
Mi ha detto, “parla o Zubair!”
Io ho risposto, “ti porto la pace!”
O Huriya, vengo da te, ti porto il tuo prezzo di sposa
costa molto ma ora alla fine sei con me
non essere triste, ti ho amata e ora sei mia per un prezzo basso
sorge e cala questa luce a causa delle affascinanti vergini
con questa luce troverete le chiavi delle Porte e sarete nel Giardino!
Per il nemico scaviamo una buca nel terreno, come Bin Ladin in America
tra le mie mani il Corano e anche tra le vostre
In battaglia alzo la testa
Sorridi, perché abbiamo visto che otterrai ciò che vorrai
in Paradiso saremo ricoperti di gioielli e ci sarà il vino e ci saranno le Huri
il Mio Signore ha creato la sua bellezza, prego che la renda visibile
Che Dio ci possa unire su di un letto nel paradiso del Misericordioso

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1914, la tregua spontanea di Natale

truce-footballLa tregua spontanea di Natale, 1914.

I soldati inglesi videro le luci sugli alberi di Natale dei soldati tedeschi, e iniziò uno scambio di cori da trincea a trincea, con tutti che finirono cantando Adeste Fideles:

 Adeste fideles læti triumphantes,
venite, venite in Bethlehem.
Natum videte Regem angelorum.
Venite adoremus
Venite adoremus
Venite adoremus Dominum.

Alla fine la luce solstiziale, l’albero, l’antica storia palestinese, il latino e infine il pallone, non ci vogliono grandi ideologi per arrivare alla vera saggezza.

Perché il punto è questo: quanta più saggezza c’era in quei ragazzi, che in tutti i loro comandanti, parlamentari, banchieri, partiti e intellettuali.

Centodue anni dopo, stiamo ancora pagando il Grande Delitto, anzi i nostri comandanti, parlamentari, banchieri, partiti e intellettuali continuano a commetterlo.

Prima mossa, ricordiamo, nel novembre del 1911, quando i giornalisti inventarono la Guerra di Libia.

Dobbiamo sempre scegliere tra Augusto Masetti e Gea della Garisenda.

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