Il problema delle utopie

Un saggio di Ewan Morrison su Areomagazine, che vale la pena di leggere, in particolare in questo momento in cui le utopie non sono più fantasie marginali, ma il discorso centrale di “come ricostruire il mondo dopo il Covid”.

Alla radice delle utopie, giustamente, non ci sono teneri sovversivi estremisti, ma – come dice Morrison – “la tradizione illuminista, con il suo sogno di una scienza totale del genere umano e di una società perfettamente pianificata.” E potremmo aggiungere, di tutta la cultura tecnoscientifica e dell’immaginazione capitalista.

E poi uno che prova lo stesso senso di alienazione di fronte a Imagine dei Beatles è un po’ un fratello per me.

Per motivi di tempo, ve lo consegno in traduzione DeepL, con appena un’occhiata per controllare, perdonate quindi eventuali stranezze.

Perché dobbiamo allontanarci da Omelas: Il problema delle utopie

La storia della narrativa utopica dimostra che non possiamo nemmeno immaginare un mondo migliore.

Mentre la politica progressista fa un altro passo verso il dominio in tutto l’occidente, c’è stata un’altra rinascita dell’utopismo. La rivoluzione francese è invocata nella Zona Autonoma di Seattle; si parla ancora una volta di abolire le forze di polizia e le prigioni; e di avere un’economia verde globale autosufficiente. L’OMS sostiene addirittura che la pandemia di Covid-19 potrebbe portarci verso un “mondo più sano, più giusto e più verde”.

Tali dichiarazioni sono echi di ideali di centinaia di anni fa che provengono dal manuale dell’immaginazione utopica. C’è una generale convinzione moderna che l’ideale dell’utopia sia l’obiettivo che sta dietro tutte le manifestazioni di progresso che, come dice Oscar Wilde, “una mappa del mondo che non includa l’Utopia non vale nemmeno la pena di essere guardata”.

Ma come sono in realtà tutte le utopie immaginate dal 1500 ad oggi?

Qualcuna di esse è praticabile, vivibile? Dopo tutto, il cambiamento politico e la giustizia sociale devono avere un obiettivo: non sarebbe saggio cercare di cambiare le nostre società senza un’idea di come potrebbe e dovrebbe essere la società futura perfetta.

Si potrebbe immaginare che ci sia un mondo vasto, ricco e vario di utopie nella narrativa, un’enorme mappa di possibilità, ma in realtà il genere non è solo minuscolo, ma poco fantasioso, ripetitivo e formulaico. La narrativa utopica è un testamento involontario del fallimento dell’immaginazione utopica e, cosa importante, questo potrebbe avere un’influenza sulla politica che individua l’Utopia (consciamente o inconsciamente) come una destinazione per l’umanità.

La narrativa utopica è un genere impopolare per una buona ragione

La narrativa utopica ha prodotto pochissime opere di alta qualità e durature: appena quaranta negli ultimi cinquecento anni. Nessuna ha raggiunto la visibilità del tomo pioniere del genere: Utopia di Thomas More (1519). Persino il titolo di More indica l’impossibilità di realizzare un tale luogo: utopia significa “da nessuna parte” (dal greco ou “non” e topos “luogo”).

Una delle ragioni per cui le utopie sono così impopolari è che – a differenza delle distopie – presentano poche buone opportunità per la narrazione e le linee della trama. Le utopie hanno pochissima avventura o pericolo.

Persino i classici sono rigidi, con quasi nessuna azione o tensione e narrazioni che sono in realtà solo saggi pieni di esposizione didascalica, come si può vedere in Nuova Atlantide, L’isola dei pini, Utopia, La descrizione di un nuovo mondo chiamato mondo fiammeggiante, Il viaggio in Icaria, Erewhon, Guardando indietro, Walden Due, Una moderna utopia di H. G. Wells e L’isola di Aldous Huxley.

Tutte queste fiction descrivono utopie in cui le emozioni umane di invidia, lussuria, odio e avidità sono scomparse, e tutte usano esattamente la stessa pedante struttura narrativa.

In ognuna, uno straniero scopre un paradiso tagliato fuori dal mondo (dal mare, dalle montagne, dal ghiaccio o dai pianificatori sociali). Allo straniero (o agli stranieri) viene poi offerta una visita guidata da un abitante (o abitanti) utopico in cui le leggi, i costumi e l’economia di questo paradiso sono spiegati in grande dettaglio. Il protagonista è ridotto a un semplice cifrario per l’autore del saggio, che pone domande come: “ditemi, vi supplico, come vengono riscosse le vostre tasse?”-Mercier, The Year 2440 (1771)- e “ammetto la rivendicazione di questa classe alla pietà, ma come potrebbero coloro che non hanno prodotto nulla rivendicare una parte del prodotto come diritto?”-Bellamy, Looking Backward (1888).

Questo stanco espediente letterario arranca dall’originale Utopia di More del 1516 al romanzo comportamentista Walden Two di B. F. Skinner del 1942, in cui il protagonista pone alle sue guide turistiche più di duecento domande, tra cui: “Ma cosa ci guadagnano i bambini?” e “Non potreste inavvertitamente insegnare ai vostri figli alcune delle stesse emozioni che state cercando di eliminare?”

Quel poco di trama che c’è nella narrativa utopica di solito non è altro che un dibattito nella mente del protagonista, nelle ultime pagine, se rimanere o meno nella società perfetta. Questo piccolo dilemma è a volte aumentato dall’avere lo straniero accompagnato da uno o due altri, del vecchio mondo, che hanno opinioni diverse sull’utopia. Questo è tutto per il dramma. Infatti, come protesta un personaggio dell’utopia tutta femminile Herland (1905) di Charlotte Perkins Gilman, in Utopia “non c’ dramma nelle loro opere”. Poiché tutti i conflitti sono stati cancellati dalla società utopica, non c’è nessuna storia con cui un lettore possa relazionarsi. C’è solo il compito di leggere dell’efficiente svolgimento di queste vite perfettamente pianificate, ma del tutto prive di eventi.

Per quanto riguarda gli abitanti della narrativa utopica, non sono mai personaggi credibili, con profondità emotiva o complessità psicologica, proprio perché sono senza difetti. In tutti i 500 anni del genere, i personaggi si presentano uniformemente o come gente a cui hanno fatto il lavaggio del cervello o insipidi o come automi da guida turistica, che parlano dei piani di perfezione dell’autore.

Non ci sono individui reali nella narrativa utopica, nessuno memorabile – il genere richiede che sia così. Questo è vero tanto nell’Armonia Universale di Charles Fourier (1772-1837) quanto ne L’isola di Aldous Huxley (1962). Nel paradiso delle scienze comportamentali di B. F. Skinner, i personaggi godono di “relazioni sociali piacevoli e proficue su una scala quasi inimmaginabile nel mondo in generale”, sono stati modificati geneticamente o comportamentalmente e devono – secondo i requisiti del genere – essere senza rabbia e le “emozioni meschine che mangiano il cuore [degli umani non utopici]”. Perché se gli abitanti di Utopia fossero come il resto di noi – afflitti da ambizioni, avidità, invidia, risentimento e lussuria – l’utopia crollerebbe presto di nuovo alla civiltà conflittuale in cui già viviamo. Il risultato è che i personaggi di tutte le utopie fittizie sono così impeccabili da non essere né coinvolgenti, né tantomeno umani.

I trucchi linguistici della narrativa utopica

Ancora e ancora, la narrativa utopica impiega due trucchi linguistici nei suoi tentativi di immaginare la società inimmaginabile: una dipendenza dalla ripetizione iperbolica di aggettivi che significano cose positive, come bello, gioioso e sano; e un uso ripetitivo di negativi negati per dedurre cose positive: in Utopia, non c’è guerra, nessun ego, nessuna avidità, ecc.

News from Nowhere (1890) di William Morris è un caso di studio nel desiderare l’esistenza di un’utopia con nient’altro che il trucco linguistico degli aggettivi positivi. I suoi abitanti utopici sono “persone belle, dall’aspetto sano, uomini, donne e bambini vestiti allegramente… con un interesse compiaciuto e affettuoso” e “risate musicali“, che abitano “questo paese bello e felice” che offre “una ricchezza infinita di belle viste, e suoni e profumi deliziosi”.

L’intera utopia di Morris è costruita sull’aggettivo bello. I bambini sono descritti ancora e ancora come belli, la pelle degli abitanti è bella, le braccia delle donne sono belle, così come lo sono le monete, i cavalli, i fiumi, i campi, gli oggetti di vetro, i piatti, i giardini di rose, i “libri estremamente belli”, il tempo, le donne sagge, le giovani donne, le foreste e l’architettura:

“Tutta questa massa di architettura che avevamo incontrato così all’improvviso tra i campi piacevoli non era solo squisitamente bella in sé, ma portava su di sé l’espressione di una tale generosità e abbondanza di vita che mi ha esaltato ad un livello che non avevo ancora raggiunto”.

Anche le giovani ragazze possiedono una bellezza unica che “non era solo bella”.

Se si togliesse l’aggettivo bello dall’utopia di Morris, crollerebbe. Un’altra utopia completamente dipendente dalla dichiarazione di positività e dal ricamo di aggettivi felici è Lost Horizon (1933) di James Hilton. Il nome della sua utopia è entrato nella lingua: Shangri-La.

Shangri-La è un luogo di “totale bellezza”. Le guide del protagonista sono “di buon umore e leggermente curiose, cortesi e spensierate” mentre visitano “una delle comunità più piacevoli… mai viste”. Gli abitanti di Shangri-La vivono per duecentocinquanta anni: “Tra decenni, non vi sentirete più vecchi di quanto siete oggi – potete conservare … una lunga e meravigliosa giovinezza … raggiungerete calma e profondità, maturità e saggezza”.

La meglio scritta e più fantasiosa di tutte le utopie è Herland (1915) di Charlotte Perkins Gilman, ma anch’essa dipende quasi completamente dallo stesso trucco di mettere insieme lunghe liste di aggettivi felici. In questa utopia collettivista partenogenetica interamente femminile, i bambini sono “piccole creature vigorose, gioiose e desiderose”, che “conoscono la pace, la bellezza, l’ordine, la sicurezza, l’amore, la saggezza, la giustizia, la pazienza e l’abbondanza”, in un “mondo grande, luminoso e amichevole pieno delle cose più interessanti e incantevoli da imparare e da fare”, in cui “le persone ovunque sono amichevoli e gentili”.

Il romanzo utopico femminista “Herland” fu pubblicato per la prima volta a puntate sulla rivista di Perkins Gilman “The Forerunner” (1915)

Gli adulti di Herlander sono ulteriori stringhe di aggettivi: “alti, forti, sani e belli”, con “pace e abbondanza, ricchezza e bellezza, bontà e intelletto”. Di nuovo, c’è l’affidamento sulla ripetizione della bellezza come descrittore, nella “ricca, pacifica bellezza di tutta la terra”.

Herland crea anche la sua utopia semplicemente negando le cose che l’autore associava ad esperienze negative. Così non ci sono “bestie selvagge”, “nessun criminale”, “nessuna malattia infantile”, “nessun alcol”, “nessun tabacco”, “nessuna competizione” e gli abitanti non hanno “nessun sentimento sessuale” e “nessun sesso”. Non c’è “nessun matrimonio” e le loro case sono completamente a prova di bambino (come altre utopie, questa ha più di un tocco di infantilizzazione) con “niente che faccia male, niente scale, niente angoli, niente piccoli oggetti da ingoiare, niente fuoco“. E, naturalmente, questo paradiso non contiene l’elemento più dirompente di tutti. Non c’è “nessun posto per gli uomini”.

Le negazioni hanno una lunga e prevedibile tradizione che si estende fino al ventesimo secolo e all’inno utopico hippie di John Lennon “Imagine“, con il suo “niente avidità o fame”, “niente per cui uccidere o morire”, “niente paesi”, “niente possedimenti” e “anche niente religione”.

Come una società che ha sradicato così tante cose negative possa essere raggiunta dagli esseri umani, non viene mai spiegato perché se lo fosse vedremmo la domanda che si nasconde sotto tutto questo: cosa si deve fare con quegli esseri umani che non rientrano nel piano utopico?

Sradicare i non utopisti

Le conseguenze reali della cancellazione dei negativi diventano evidenti in un’utopia che è quasi interamente definita da ciò che non è: L’isola di Aldous Huxley (1962). In questo paradiso tropicale perduto in cui il buddismo è fuso con il tantra, gli abitanti “non combattono guerre”, non c’è “nessuna chiesa stabilita”, non ci sono “politici o burocrati onnipotenti”, nessun “capitano d’industria o finanzieri onnipotenti” o “nessun tipo di dittatore”. Come si può ottenere tutto questo? Huxley è un po’ più coraggioso di quegli scrittori utopici che aggirano le conseguenze reali della cancellazione delle negatività: egli sostiene di sbarazzarsi delle persone cattive “migliorando la razza“.

Lo spettro del controllo della popolazione infesta anche Limanora: The Island of Progress (1903) di Godfrey Sweven. L’isola di Limanora è un’utopia scientifica, in cui i progressi tecnologici hanno creato computer avanzati, comunicazione e viaggi per una razza che sperimenta una grande longevità. Sweven spiega: “L’elemento progressivo nell’umanità è stato trascinato indietro dal peso morto del criminale, del malato, del povero abituale e dell’incompetente naturale”. La sua utopia fu creata attraverso l’applicazione del “segreto dell’idillio”: la sterilizzazione.

Come Sweven, H. G. Wells nelle sue Anticipazioni (1901) prende molto sul serio l’eliminazione di tutti gli elementi negativi dalla sua utopia immaginata, e non ha paura del costo umano. “Le persone che non possono vivere felicemente e liberamente nel mondo senza rovinare la vita degli altri”, scrive, “sono meglio fuori di esso”.

L’utopia di Wells richiede la sterilizzazione obbligatoria dei non idonei. Più tardi, nel suo A Modern Utopia (1905), Wells si chiede,

“cosa farà l’Utopia con i suoi invalidi congeniti, i suoi idioti e pazzi, i suoi ubriaconi e uomini dalla mente viziosa, le sue anime crudeli e furtive, la sua gente stupida, troppo stupida per essere utile alla comunità, la sua gente grassa, non educabile e senza immaginazione? E che cosa farà con l’uomo che è “povero” a tutto tondo, l’uomo di bassa categoria piuttosto privo di spirito e piuttosto incompetente che sulla terra siede nella tana del maglione, calpesta le strade sotto la bandiera dei disoccupati.”

La soluzione di Wells è che

“la specie deve essere impegnata ad eliminarli; non c’è scampo, e viceversa le persone di qualità eccezionale devono essere ascendenti”.

Wells porta la formula di sbarazzarsi dei negativi che si trova in Morris, More, Bacon, Rousseau e Gilman Perkins alla sua conclusione nell’omicidio sistematico di coloro che non si adattano alla narrazione utopica. H. G. Wells, non dobbiamo dimenticare, era uno degli “utili idioti” di Joseph Stalin. Ebbe un amichevole incontro faccia a faccia con il dittatore genocida a Mosca nel 1934 – non è chiaro se Wells fosse al corrente che il regime di Stalin aveva ucciso 6-7 milioni di persone nei due anni precedenti, durante la carestia ucraina indotta artificialmente.

La ragione per cui così tanti di questi scrittori usavano gli stessi tropi e avevano le stesse convinzioni è che le loro idee scaturivano dalla stessa fonte: la tradizione illuminista, con il suo sogno di una scienza totale del genere umano e di una società perfettamente pianificata. Condorcet scrive nel suo Outlines of an Historical View of the Progress of the Human Mind (1795), “questa perfezione della specie umana potrebbe essere capace di un progresso indefinito”, “verrà il tempo in cui il sole splenderà solo sugli uomini liberi” e questo sarà raggiunto attraverso “l’annientamento dei pregiudizi”. Durante il Regno del Terrore della Rivoluzione francese, l’annientamento dei pregiudizi comportava anche l’annientamento delle vite di coloro che si pensava avessero dei pregiudizi. Il sole di Condorcet non brillava sui 18.000 morti.

Il sogno illuminista di una specie umana perfettibile trovò la sua logica conclusione nel pensiero dell’influente Sir Francis Galton (1822-1911): polimatico, meteorologo, antropologo, inventore e mezzo cugino di Charles Darwin, un autodefinitosi progressista e proto-genetista. Le idee dell’Illuminismo e di Galton si trovano nella maggior parte delle fiction utopiche dal 1800 fino alla seconda metà del XX secolo.

Le teorie di Galton sulla stabilizzazione della popolazione e sul miglioramento genetico della specie umana si sono evolute nell’eugenetica. L’eugenetica fece apparire come una possibilità di vita reale i bambini belli, superintelligenti, senza malattie e forti che gli scrittori utopisti avevano immaginato per secoli. Questo filone di pensiero portò direttamente all’introduzione di una legge sulla sterilizzazione eugenetica nel 1933, sotto Adolf Hitler, e all’eliminazione degli “indesiderabili genetici” nella Soluzione Finale nazista.

Questo non è né un incidente della storia né una coincidenza. Hitler era anche il creatore di una finzione utopica. Il suo Terzo Reich, con la sua immaginaria città di Germania, era la tragica conclusione di quei due filoni del pensiero utopico: l’iperbole positivistica e la negazione del negativo. Della sua utopia, scrive,

“la Crimea ci darà i suoi agrumi, il cotone e la gomma … Il Mar Nero ci porterà un mare la cui ricchezza i nostri pescatori non esauriranno mai. Diventeremo lo stato più autosufficiente … del mondo. Avremo legname in abbondanza, ferro in quantità illimitata, le più grandi miniere di manganese del mondo, petrolio, ci nuoteremo dentro”.

Ora sappiamo che il suo euforico sradicamento dei negativi era un vero e proprio genocidio. Di conseguenza, dopo la seconda guerra mondiale, la tradizione utopica cadde in disgrazia.

I suoi problemi, tuttavia, sono stati presenti fin dall’inizio del genere. Il primo testo utopico, la Repubblica di Platone (360 a.C.), che descrive uno stato perfettamente pianificato, progettato per creare pace, armonia e giustizia per tutti, ma in cui gli artisti sono banditi a morire nel deserto, mogli e figli sono proprietà comune, il legame genitori-figli è vietato e l’eugenetica è applicata attraverso la riproduzione selettiva sotto una dittatura militare governata da un re filosofo:

“la sposa e lo sposo devono impegnarsi a produrre per lo stato figli della massima bontà e bellezza possibile”.

L’utopia di Platone è anche tenuta insieme dalla “nobile menzogna” – una politica di mentire sistematicamente ai cittadini, “per tenerli contenti nei loro ruoli”. Tutti i ruoli sono dettati e imposti dall’alto. Questa prima utopia è uno stato totalitario costruito sull’eugenetica, ed è il pozzo profondo da cui tutte le utopie future attingono le loro idee.

Anche un’utopia antistatalista come quella del Digger, Gerrard Winstanley, The Law of Freedom in a Platform (1651), nasconde generalmente un piano tirannico. Nella sua utopia, in cui il denaro è abolito, chiunque compri o venda qualcosa o amministri la legge per denaro o ricompensa deve essere giustiziato.

Le finzioni distopiche sono più utili socialmente

Mentre la narrativa utopica è bloccata nella sua forma rigida, la narrativa distopica si è espansa in centinaia di direzioni narrative dalle sue radici nella visione tragica del mondo che abbiamo ereditato dalle teorie della tragedia drammatica di Aristotele. Queste forme narrative si basano sull’hamartia e sul pathos: gli eventi tragici si svolgono come risultato dei difetti fatali di personaggi credibili per i quali sentiamo e temiamo. I mondi narrativi che si basano su difetti fin troppo umani sono di solito sia credibili che enormemente avvincenti, non importa quanto futuristici o fantastici possano essere.

Le fiction distopiche sono centinaia di migliaia: ci sono più di trecento classici e centinaia di migliaia di fan hanno creato le loro distopie online. Un solo sito web contiene 37,8 mila fan fictions di The Hunger Games. I film basati su finzioni distopiche sono un vasto fenomeno socio-economico e culturale (vedi The Hunger Games, Blade Runner, Aliens, Logan’s Run, The Matrix, 1984, Divergent, The Giver). Il marchio Marvel è il singolo franchise culturale più grande del mondo ed è essenzialmente distopico.

Mentre la narrativa utopica ha ispirato esperimenti falliti e spesso orribili di ingegneria sociale, l’impatto sulla vita reale della narrativa distopica si è dimostrato, ironicamente, estremamente utile dal punto di vista sociale. Nel dibattito democratico quotidiano, usiamo metafore e frasi della narrativa distopica come strumenti di navigazione e per porre dei limiti contro l’oppressione. Parliamo dell’invasione della sorveglianza governativa facendo riferimento al Grande Fratello e a 1984.

Mettiamo in guardia dalla militarizzazione dell’intelligenza artificiale facendo riferimento a Terminator. Discutiamo se Matrix predice un futuro post-umano e parliamo di prendere la pillola rossa. Teniamo a bada gli esperimenti di splicing genetico umano mettendo in guardia su ciò che è successo in Aliens, The Fly e Blade Runner.

Usiamo distopie ambientali come The Road, Day of the Triffids, Mad Max e The Day After Tomorrow per avvertire la gente dei cambiamenti climatici, e usiamo The Handmaid’s Tale per mettere in guardia contro i pericoli delle politiche di genere polarizzate e dello statalismo.

La narrativa utopica fallisce perché è fondamentalmente in contrasto con la psicologia umana e la condizione umana. È una fantasia di costruzione sociale di una società di tabula rasa, con abitanti infinitamente malleabili dai quali tutte le tracce della natura umana e della storia sono state rimosse dall’ingegneria sociale o dalla rieducazione. Come H. G. Wells si rese conto in età avanzata, “tutte le utopie sono statiche” – cioè, sono autoritarie, poiché tutti gli abitanti sono costretti a vivere sotto il regime inflessibile e immutabile del piano regolatore del creatore.

La nostra incapacità di creare una narrativa utopica credibile mostra perché, nel corso della storia, comunità sperimentali e stati basati su ideali utopici sono crollati o sono diventati regimi totalitari – e continueranno a farlo in futuro. L’incapacità di affrontare i reali fallimenti, desideri e conflitti umani all’interno dell’immaginazione utopica è un sintomo della sua intrinseca disumanità.

È tempo di fare un inventario onesto dei risultati dell’ideale utopico.

Potremmo rinunciare all’idea, che riemerge ogni due generazioni circa, che le uniche cose che ci impediscono di creare una nuova utopia sulla terra sono la mancanza di immaginazione e di volontà politica. Non sono semplicemente le persone cattive o non istruite che ostacolano la realizzazione di questo paradiso secolare sulla terra: il difetto sta nell’ideale utopico stesso.

Come ci mostra Ursula Le Guin in The Ones Who Walk Away from Omelas (1973) – e, come vediamo in Logan’s Run (1967) di W. F. Nolan e in Divergent (2011) di Veronica Roth – il percorso sicuro verso l’inferno sulla terra è tentare di forzare un unico piano di utopia su tutti all’interno di una società diversa. Molte fiction distopiche sono basate su questo modello di una falsa utopia, un’utopia finita male, come Brave New World di Aldous Huxley e The Giver di Lois Lowry.

Ci sono anche alcuni autori che hanno iniziato a scrivere utopie, solo per rendersi conto che avevano accidentalmente creato degli inferni sulla Terra. Uno di questi è Gabriel de Foigny (1642-92), il cui protagonista in A New Discovery in Terra Australis (1693) inizia con un’utopia tribale unisex e si conclude con il protagonista condannato a morte insieme ai nemici degli utopisti – donne e bambini di un’altra tribù che vengono sgozzati a migliaia, e vengono lasciati in enormi cumuli in decomposizione per essere divorati da uccelli e bestie. Il suo crimine era la debolezza umana della pietà per i non-utopici.

Per tutto il suo inferno e la sua sofferenza, la narrativa distopica è il genere più umano: fornisce un avvertimento contro l’arroganza utopica che mira a creare società perfette e pianificate, sacrificando ciò che ci rende umani.

Posted in mundus imaginalis | Tagged , , | 118 Comments

Salendo sul Monte Acuto, alla fine del mondo

Sabato mi sono fatto cinque buoni chilometri a piedi per arrivare alla Certosa, in cima al Monte Acuto, dove un mio amico, che vive in modo molto semplice e discende da una famiglia antica di almeno otto secoli, doveva presentare una sua riflessione sull’enciclica Laudato sii.

Nel giro di due giorni, nonostante il freddo era esplosa la primavera.

San Brunone, il padre di tutte le certose, aveva sognato sette stelle che indicavano a sette pellegrini una valle segreta, e sfuggì così alla sua modernità – anno 1084 – tra i monti sopra Grenoble.

Su un muro di Via della Campora, vita fossilizzata con la lingua di fuori, rincorre vita fossilizzata

Brunone deve aver fatto qualcosa di molto buono, se a Grenoble, due millenni dopo, c’è Pièces et mains d’oeuvre.

Per arrivare alla Certosa, devo attraversare il Ponte Bailey, che gli americani costruirono quando fecero finta di conquistare Firenze, ma sarebbe una storia troppo lunga e triste da raccontare, e la Firenze Ufficiale l’ha nascosta ben bene sotto i sassi.

Un enorme camion quasi quasi mi mette sotto, e rischia di privarvi del resto del racconto.

La Certosa son settecento anni, che pochi conoscono fuori Firenze, perché alla Certosa non ci hanno fatto ancora il mall.

Salgo le grandi scale, sotto il sole e il vento.

C’è sempre stato qualcuno che andava tra i monti dove lo smartòfono non prende.

E così settecento anni fa nacque anche la Certosa sopra il Galluzzo (poi c’erano anche i gatti certosini, ma è un’altra storia).

Nel salone, i quadri del Pontormo, dall’aria sorprendentemente moderna.

Potrei graffiarli e nessuno se ne accorgerebbe: lui li dipinse durante il lockdown del 1523, quando la peste gli fece sfuggire Firenze.

Guardo il quadro della Resurrezione… è proprio vero quello che mi ha raccontato un amico, che una volta la gente non dormiva sdraiata, dormivan seduti.

Ora, sono morti gli ultimi cartusiani/certosini.

Sono morti poi gli ultimi cistercensi che hanno preso il loro posto.

(A San Marco che era di Savonarola, stanno morendo gli ultimi domenicani).

Il cardinalarcivescovo, l’ultimo che spegne la luce su quella che una volta fu l’immensa Chiesa Cattolica, ha affidato tutto alla Comunità di San Leolino. Non ho idea chi fosse San Leolino, ma il nome mi piace.

La comunità è diretta da un prete che suona l’organo, conosce i classici ed è Presidente dell’Accademia «Marsilio Ficino» di Figline Valdarno.

Marsilio Ficino, il mago neoplatonico che sconvolse il mondo, celebrando Platone su un altare a Careggi (con una piccola lapide a San Marco, che vidi per caso…).

Questi ultimi eredi di inquisizioni e sacerdoti che decidevano vita e morte, ma eredi anche di maghi, sono oggi talmente fragili di fronte al Nulla che incombe.

Aveva previsto tutto Michael Ende, nella Storia Infinita.

Racconta innanzitutto dell’Infanta Imperatrice:

“C’è però una cosa che bisogna assolutamente sapere: l’Infanta Imperatrice era considerata in effetti, come già dice il titolo, sovrana assoluta di tutte le innumerevoli Terre e Paesi dello sconfinato Regno di Fantàsia, ma in realtà era molto di più di una sovrana, o per meglio dire, era qualcosa di completamente diverso.”

Michael Ende capì come l’Infanta Imperatrice potesse essere sovrana di tutti, di domenicani e di catari, dei druidi e di San Patrizio:

“Non governava, non aveva mai fatto uso di violenza e neppure del proprio potere, non dava ordini e non giudicava nessuno, non aggrediva nessuno e non doveva mai difendersi da alcun aggressore, perché a nessuno sarebbe mai venuto in mente di levare la mano contro di lei o, peggio ancora, di farle qualcosa di male. Davanti a lei tutti i suoi sudditi erano uguali.

Lei era semplicemente lì, ma lo era in una maniera del tutto speciale: era il punto focale, il centro di tutta la vita nel Regno di Fantàsia.”

Sovrana di un’immensa varietà di creature, in conflitto tra di loro:

“E ogni creatura, buona o cattiva, bella o brutta, seria o allegra, sciocca o saggia, tutti, tutti esistevano solo in grazia della sua esistenza. Senza di lei nulla poteva esistere, così come un corpo umano non può vivere se non ha il cuore.

Nessuno era in grado di comprendere completamente il suo segreto, ma tutti sapevano che era così. E così appunto essa era in ugual misura rispettata da tutte le creature del Regno, e tutti allo stesso modo si preoccupavano della sua salute e della sua vita. Perché la sua morte sarebbe stata contemporaneamente la morte di tutti, il declino, la fine dell’incommensurabile Regno di Fantàsia.”

Poi, tra i licheni sui muri e le creature di aria che ti guardano (tanti versi di uccelli invisibili che invocano l’Equinozio), colgo un’immagine riflessa sul finestrino di un’auto:

«L’Infanta Imperatrice sta morendo
e con lei tutta Fantàsia svanirà.
Il Nulla questo luogo sta inghiottendo
e altrettanto di me presto sarà.
Come nulla di noi fosse mai stato,
noi nel nulla e nel mai dobbiam finire.
Un nuovo nome dev’esser trovato,
solamente così potrà guarire.»


“Und so knüpfen deine Hände der Vollendung groߟen Ring:
Tod und Leben, Anfang, Ende, alles kommt auf deinen Wink”

Posted in Collasso, esperienze di Miguel Martinez, Il clan dei fiorentini, mundus imaginalis | Tagged , , , , , , , , , | 8 Comments

Bright Green Lies

Se c’è un colore che mi fa una certo disgusto di questi tempi, è il verde.

Francamente, preferisco il grigio, della nostra gatta.

Scrive Gianfranco Amendola:

“Adesso basta con questo imbroglio per cui tutti, anche se sono i peggiori inquinatori, diventano di colpo così verdi che più verdi non si può. La parola magica che lo consente è “sostenibile”. Ormai è tutto “sostenibile”: le auto, l’agricoltura, la pesca, la finanza, la moda…. e chi più ne ha più ne metta. Ma, se poi andiamo a vedere, si tratta quasi sempre di apparenza o di minime ed irrilevanti modifiche palesemente finalizzate ad aumentare vendite, consumi e profitti, senza intaccare realmente l’attuale modello di sviluppo i cui effetti stiamo duramente pagando in termini di salute e di qualità della vita.”

Abbiamo addirittura un ministro della transizione ecologica che proviene da una fabbrica di armi (vabbè, la guerra un pochinino riduce la popolazione, ma l’ecologia non è tutta lì).

La tragedia profonda sta nel fatto che il conflitto viene presentato come se fosse, tra il fabbricante di armi appassionato di energia nucleare, e i retrivi scettici che dicono che non esiste nemmeno una questione ambientale.

Così se sei ecologista, ti schieri con la devastazione; se sei comprensibilmente disgustato dalla stucchevole retorica della crescita sostenibile, ti schieri lo stesso con la devastazione.

Risultato, se sei del PD, vuoi distruggere la Piana Fiorentina per farci la nuova pista dell’aeroporto di Peretola, se sei della Lega, vuoi fare la stessa identica cosa, ma fate finta di essere diversi.

E se tutta la discussione la monopolizzano loro, chi si schiera con i fenicotteri che ne abitano i laghi non esiste nemmeno.

Vedo con sollievo che sono usciti, in contemporanea, un film e un libro intitolati, Bright Green Lies, “menzogne verde brillante”.

Il film è di Julia Barnes, che aveva già fatto un notevole documentario, Sea of Life, sulla distruzione senza ritorno del principale ecosistema del nostro pianeta.

Bright Green Lies dà uno sguardo approfondito alla più recente ondata di ambientalismo e alla sua convinzione che attraverso le rinnovabili al 100%, il riciclaggio e le auto elettriche, possiamo avere la civiltà industriale senza distruggere il pianeta.

“Negli ultimi decenni, questo ‘ambientalismo verde brillante’ è diventato mainstream”, ha detto Julia Barnes. “C’è un numero incredibile di affermazioni fatte sulle tecnologie “verdi” che sono francamente false. Parole come “pulito”, “libero”, “sicuro” e “sostenibile” sono spesso gettate in giro dagli ambientalisti verde brillante. Si comportano come se i pannelli solari e le turbine eoliche crescessero sugli alberi”.

Il libro Bright Green Lies invece è opera degli ispiratori di Deep Green Resistance, Derrick Jensen e Lierre Keith – il primo un autore ecologista nella tradizione radicale americana di Thoreau, la seconda una femminista radicale e contadina.

Entrambi hanno la straordinaria capacità di preferire sempre la realtà vissuta, la chiarezza, la verità, la semplicità di linguaggio, a qualunque comodo luogo comune gergale. Ma ogni volta che si sono scontrati per questo con la sinistra politically correct, non hanno mai chiesto scusa, e questo va a loro onore.

Il libro l’ho ordinato, non l’ho ancora letto, ma vi lascio con le citazioni di alcuni degli ultimi testimoni della vita nel mondo.

La prima è Vandana Shiva, che ho avuto la fortuna di conoscere di persona:

“Bright Green Lies è un campanello d’allarme di cui abbiamo molto bisogno se vogliamo evitare di camminare nel sonno verso l’estinzione – unendoci a 200 dei nostri simili e parenti che ogni giorno vengono spinti all’estinzione da una macchina del denaro estrattiva e colonizzatrice, lubrificata da un’avidità senza limiti e guidata dalla mente meccanica dell’industrialismo.

Questa macchina distruttiva è etichettata come “civiltà”, e la sua imposizione violenta e brutale sulle culture e comunità indigene è legittimata come la “missione civilizzatrice” per la quale gli stermini della ricca diversità culturale e biologica della terra sono necessari per la lineare e cieca corsa al progresso. Le religioni cambiano, lo sterminio continua. Ma ci sono altre vie: le vie delle culture indigene alle quali dobbiamo rivolgerci per imparare a camminare con leggerezza sulla terra”.

Poi c’è Chris Hedges, di cui abbiamo già ripreso un testo straordinario, su altro tema:

“Bright Green Lies espone l’ipocrisia e il fallimento dei principali gruppi ambientalisti e dei loro più importanti cheerleader. Gli ambientalisti più noti non si occupano di dire la verità, o anche di sostenere soluzioni razionali per smussare l’imminente ecocidio, ma un’illusione mendace ed egoista che fornisce conforto a spese della realtà.

Non riescono ad affermare l’ovvio.

Non possiamo continuare a sguazzare nel consumo edonistico e nell’espansione industriale e sopravvivere come specie.

Il dibattito ambientale, sostiene Jensen, è, a causa loro, distorto dall’arroganza e dal desiderio infantile da parte di quelli nelle nazioni industrializzate di sostenere l’insostenibile. Tutti i dibattiti sulla politica ambientale devono iniziare onorando e proteggendo, non i desideri della specie umana, ma la santità della terra stessa. Ci rifiutiamo di porci le domande giuste perché queste domande espongono una cruda verità: non possiamo continuare a vivere come stiamo vivendo. Farlo è una follia suicida.

Concludo (in attesa che mi arrivi il libro) con una citazione di Derrick Jensen, che credo riassuma bene il piccolo mondo di persone, con tante esperienze diverse di vita, che alla fine si ritrovano nel contrastare la menzogna:

“Così, mentre questo è un libro sulla lotta, alla fine è un libro sull’amore. Gli uccelli canterini e i salmoni hanno bisogno del tuo cuore, non importa quanto stanchi, perché anche un cuore spezzato è ancora fatto d’amore. Hanno bisogno del vostro cuore perché stanno scomparendo, scivolando nella notte più lunga dell’estinzione, e la resistenza non è in vista.

Dovremo costruire quella resistenza da qualsiasi cosa ci venga in mente: sussurri e preghiere, storia e sogni, dalle nostre parole e azioni più coraggiose. Sarà difficile, ci sarà un costo, e in troppe albe implacabili sembrerà impossibile. Ma dovremo farlo comunque. Perciò raccogliete il vostro cuore e unitevi ad ogni essere vivente. Con l’amore come prima causa, come possiamo fallire?”.

Amore a Peretola, dove il Destrocentrosinistra vuole imporre la devastazione…

Posted in ambiente, Collasso, Il clan dei fiorentini, resistere sul territorio | Tagged , , , , , , , , , , , | 534 Comments

Difendiamo il mercato contadino

L’altro giorno vi raccontai di quella cosa preziosa che è il Mercato Contadino in Piazza Tasso.

Se siete di Firenze, veniteci domani pomeriggio.

Ecco il comunicato dei Contadini.

Siamo le contadine ed i contadini della Comunità di resistenza contadina J.L. Da ormai tre anni abbiamo costruito , insieme al quartiere di San Frediano un bellissimo mercato contadino ogni venerdì in Piazza Tasso.

Da ormai tre anni un gruppo sempre più numeroso di agricoltori e cittadini ha deciso di battersi per sostenere un modello di agricoltura e di vita in netto contrasto con le logiche predatorie dell’economia e della politica. Senza l’aiuto dei sindacati di categoria ne delle istituzioni abbiamo autorganizzato l’accesso al cibo contadino per la città e garantito alla popolazione locale un sistema di completa trasparenza della filiera agricola. Questo mercato inoltre è diventato molto di più di un semplice momento di scambio “merce/denaro”, ma punto di riferimento in un panorama sociale schiacciato dalla pandemia.

OGGI IL MERCATO E’ IN PERICOLO

Non abbiamo mai nascosto durante il nostro percorso collettivo che la strada verso la transizione ecologica passa anche dalla liberazione del ruolo di imprenditore agricolo e dal riconoscimento delle piccole realtà contadine che non possono essere in ogni modo assimilate alle imprese dell’agricoltura chimica, industriale.

A questo proposito nelle ultime edizioni del nostro mercato settimanale si sono susseguiti richiami e controlli da parte degli agenti della polizia municipale annona, nel tentativo di riscontrare irregolarità nei banchi dei produttori e delle produttrici.

Chiediamo a tutte e tutti i sostenitori, cooproduttori, amiche ed amici del mercato, le associazioni e tutti cittadini di aiutarci a difendere questo spazio liberato per il quartiere e per la città.

Vi chiediamo di presidiare insieme a noi la piazza per i prossimi venerdì e di supportare la nostra lotta per il riconoscimento delle Comunità Contadine!

Dalle ore 16.00 aggiornamento e microfono aperto a sostegno del mercato.

Posted in ambiente, Il clan dei fiorentini | Tagged , , , , | 191 Comments

Renzi, Carrai, Peretola, Dubai e un futuro dannando

Matteo Renzi, un signore che ogni tanto vedo a fare jogging sotto casa mia, poche settimane fa rovesciò il governo e fece arrivare al potere “il primo governo occidentale compiutamente “post-democratico“.

Adesso sta passando un momento particolare.

L’hanno pizzicato in un misterioso viaggio segreto a Dubai; e quando al ritorno è sceso all’aeroporto, hanno notato che assieme a lui c’era Marco Carrai.[1]

La signora Francesca Campana Comparini, coniugata Carrai, è attualmente sotto inchiesta per riciclaggio, da quando durante un controllo all’aeroporto di Firenze, una cittadina del Togo fu trovata con addosso 160 mila euro in contanti, che ammise erano destinati proprio alla signora Carrai.[2]

Passa qualche ora, e si legge che anche il babbo e la mamma di Matteo Renzi sono stati rinviati a giudizio per bancarotta fraudolenta.[3]

Intanto continua l’inchiesta della magistratura fiorentina sulla Fondazione Open con cui Marco Carrai e Alberto Bianchi (del giro del Monte dei Paschi di Siena) [4] hanno finanziato la carriera di Renzi.

L’accusa è di traffico d’influenze illecite e finanziamento illecito ai partiti. Impegnandosi a versare 100.000 euro l’anno, i donatori conquistavano il diritto di”interloquire” con Renzi (figlio) in persona.

Svariati milioni di euro raccolti tra idealisti che volevano fare il bene dell’Italia, senza nulla chiedere in cambio: in testa la British American Tobacco, che vende fumo in 180 paesi del mondo:[5] la filiale italiana ha l’onore di mandare nei polmoni italici Rothmans, MS, Lucky Strike, Vogue, Dunhill, Rothmans, Esportazione, Kent, Lido, Samson.

Di tutta questa vicenda, mi interessa una sola cosa, qui ce ne sbattiamo delle polemiche tra partiti.

Tra i presunti finanziatori della Fondazione Open (e quindi di Matteo Renzi), compare Corporación América Italia, del miliardario armeno-argentino Eduardo Eurnekian: un signore che ha fatto soldi con tutto, e oggi si dedica agli aeroporti: ne controlla ben cinquanta.

Renzi e l’ex-presidente della Regione Toscana Rossi hanno voluto la società Toscana Aeroporti, che oggi gestisce gli scali sia di Pisa che di Firenze Peretola.[6]

Toscana Aeroporti appartiene per il 62,2% a Eurnekian.

Il presidente di Toscana Aeroporti, casualmente, è Marco Carrai.

E l’obiettivo principale della società è di trasformare il piccolo aeroporto di Firenze in un aeroporto intercontinentale.

Per farlo, devono distruggere il Parco della Piana, il polmone verde che collega i monti al fiume e permette a Firenze di respirare (e dove passai un’indimenticabile notte), con tutte le sue forme straordinarie di vita.

Il signor Eurnekian oggi ha 89 anni, magari non è mai stato a Firenze.

Invece di pregare ogni sera che non lo trascinino tra qualche mese all’Inferno (avari, usurai, barattieri?), il futuro dannando pensa solo a come trasformare questa terra nei suoi profitti privati.[6]

Ora, nella descrizione di Wikipedia:

Nel 2018 Dicasa Spain S.A.U e Mataar Holdings 2 B.V. hanno acquistato il 25% di Corporacion America Italia S.p.a.

Il controllante ultimo di Dicasa è Southern Cone Foundation, una fondazione di diritto del Principato del Lichtenstein con sede legale in Vaduz, Lichtenstein

Il controllante ultimo di Mataar è Investment Corporation of Dubai con sede legale in Dubai, Emirati Arabi Uniti

A decidere che bisogna distruggere la Piana di noialtri fiorentini, sono quindi:

uno speculatore argentino (la cui ditta però ha sede in Uruguay, che però appartiene a una ditta con sede nel Delaware, che però appartiene a una ditta con sede nelle Virgin Islands),

una ditta finta spagnola che appartiene a una finta fondazione

“beneficiari di questa fondazione sono «i membri della famiglia Eurnekian ed istituzioni religiose, caritative o dedite all’educazione»

con finta sede nel Lichtenstein per eludere le tasse,

e una ditta che appartiene a un’altra ditta del Dubai, e che è proprietà privata dello sceicco padrone del paese.

Dubai, Carrai, Renzi…

Finalmente capiamo che ci sono andati a fare Renzi e Carrai a Dubai.

Poi me la prendo con il kebabbaro pakistano che si dimentica regolarmente lo scontrino…

Ora, vi presento un interessante ragionamento fatto su Twitter da qualcuno che si firma, immagino ironicamente, Cuore Immacolato di Maria.

A febbraio del 2020, il TAR ha sostanzalmente bocciato il progetto di Eurnekian.

Poi, Renzi interviene:

“L’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi si è messo in contatto con Eduardo Eurnekian, miliardario argentino, per rassicurarlo su una cosa: la nuova pista dell’aeroporto fiorentino di Peretola sarà fatta. “Stia tranquillo, la pista parallela si farà”, ha detto il leader di Italia Viva all’imprenditore sudamericano, che con la sua Corporacion America detiene il controllo di Toscana Aeroporti, la società che gestisce l’aeroporto di Firenze e quello di Pisa.”

Lo scorso agosto, il M5S ha intodotto nel decreto Semplificazioni un emendamento che rendeva obbligatoria la valutazione ambientale strategica (VAS) per l’ampliamento dell’aeroporto.

Il microscopico partito di Renzi, che a ogni sondaggio perde punti, butta giù il governo senza apparente motivo e fa mettere uno dei suoi, la Bellanova, proprio come viceministro alle infrastrutture e ai trasporti.

Non spiegherà tutto, ma ci aiuta a capire parecchie cose.

Mi dicono diverse persone che la conoscono (Firenze è un villaggio) che la moglie di Matteo è una persona limpida che andrebbe tenuta fuori dalle critiche che si possono rivolgere al marito

Note:

  1. Marco Carrai, ciellino storico e nipote di repubblichini, è anche misteriosamente Console d’Israele a Firenze. Quando Renzi nel 2016 volle imporlo come responsabile dei servizi segreti italiani, la stessa CIA è intervenuta fermamente per bloccarlo, considerandolo un agente del Mossad.
  2. Come regalo di pre-matrimonio, il Comune di Firenze, nonché la Fondazione bancaria che possiede il Comune di Firenze, misero a disposizione dell’allora fidanzata del Carrai tutta la città, per farci un suo personale Festival delle Religioni., forte del suo notevole curriculum (“A 22 anni scrive il suo primo articolo su La Nazione denunciando il degrado urbano e morale ed inneggiando alla responsabilità di ogni cittadino”. … “Last but not least, all’età di 12 anni intrattiene un breve epistolario con la Regina Madre Queen Elizabeth, The Queen Mother, perché sognava  di bere una tazza di tè insieme a lei…”).
  3. I peccati dei padri non dovrebbero ricadere sui figli, finché non peccano insieme… Nel 2013, il sindaco/figlio Renzi ha fatto vendere il Teatro Comunale di Firenze, valutato 44 milioni di euro, a un ente pubblico, la Cdp, per 26 milioni, e lo stesso ente l’ha subito rivenduto alla Nikila Invest, una società partner dell’imprenditore/babbo Renzi – miracolosamente, il titolare della Nikila Invest entrò nel consiglio di amministrazione della Cdp. E appena il figlio è andato a Roma, gli amici del babbo hanno messo su a Roma una società specializzata in lobbying politico: il fatturato della ditta di Tiziano Renzi passa da 1,9 a 7,3 milioni in tre anni.
  4. Nessuno potrà mai accusare Renzi di ingratitudine: nel 2013, Francesco Bianchi, fratello di Alberto, fu nominato “commissario straordinario del Maggio Musicale Fiorentino.”
  5. La British American Tobacco Italia , che nel 2003 si è aggiudicata la gara della privatizzazione dei tumori ai polmoni nel nostro paese, è particolarmente impegnata nella diffusione delle sigarette elettroniche: “BAT has been active at global level also in the Next Generation Products sector. The Company developed innovative nicotine delivery devices for adult smokers, with the highest quality standards. The main areas of activity in this field concern Vaping products (namely e-cigs), such as Vype, as well as Tobacco Heated Products, such as glo.” Sarebbe interessante vedere cos’abbia fatto Renzi (figlio) nel suo periodo al governo dell’Italia, in merito.
  6. Entrambi del Partito Unico, ufficiosamente avversari, ma quando si tratta di sbucaltare le Alpi Apuane o distruggere la Piana, improvisamente d’accordo.
  7. Per far capire quanto sia una presa in giro lo scontro “destra-sinistra”, Eurnekian amico dell’ex-capo del PD è socio onorario del Comitato Leonardo: l’eccellenza italiana nel mondo. Diretto dall’ex-europarlamentare forzitaliota, Luisa Tadini.

Posted in ambiente, Il clan dei fiorentini | Tagged , , , , , , , , , , | 323 Comments

8 marzo con rissa

Leggo le notizie da Parigi, non so quanto sia arrivato in Italia.

Riprendo da Charlie Hebdo (no, non ci sono vignette!), un articolo certamente schierato, ma interessante per capire alcune delle ridefinizioni fondamentali dei nostri tempi.


Quando gli “antifa” attaccano le femministe durante una manifestazione

È una scena assurda a cui abbiamo potuto assistere durante una manifestazione in occasione dell’8 marzo, ieri, in Place de la République.

Un gruppo che si presenta come “antifa”, pro-prostituzione, pro-velo [hijab] e attivista della causa trans, ha attaccato diverse femministe che lottano contro la prostituzione in particolare.

“Questa è la prima volta nei miei 50 anni di partecipazione alle proteste femministe che sono stata chiamata “facho”. “Florence Montreynaud, fondatrice delle Chiennes de garde, femminista e attivista anti-prostituzione, non riesce ancora ad accettarlo. Un gruppo di un centinaio di persone, sui vent’anni, per lo più ragazze ma anche qualche ragazzo, che si presentano come “antifascisti”, ha attaccato diverse femministe. “Putofobico”, o anche… “clitofobico” sono i lunari insulti che l’attivista ha sentito, affissi davanti al suo striscione “Ancora femministe! “.

Il gruppo ha attaccato in particolare una quindicina di ragazze membri del CAPP (Collettivo per l’Abolizione della Prostituzione e della Pornografia) che erano salite sulla statua in Place de la République e hanno srotolato gli striscioni: “Dietro i volontari, i protettori”; così come: “Vogliamo i mezzi per far uscire le donne dalla prostituzione. “ Tra loro c’erano ex prostitute, che ora stanno facendo una campagna per l’abolizione del “sistema della prostituzione”.

L’obiettivo di questi “antifa” è chiaro: erano lì per attaccare direttamente queste femministe. Infatti, sono venuti “armati” di un centinaio di uova che hanno lanciato contro le ragazze appollaiate sulla statua. “Questa è una violenza premeditata“, deplora Florence Montreynaud. “Il gruppo è venuto anche verso di noi, urlando minacciosamente ‘fachos’, e sono fuggita sgomenta, inorridita“, continua.

In diversi messaggi pubblicati su account Twitter, si possono vedere queste immagini di attacchi:

Collettivo femminista antifascista contro l'"islamofobia"... in tutto il suo splendore. Violenza e odio personificati nella nostra azione @CAPP_Radfem
#abolition #listosurvivors #SexMatters pic.twitter.com/ZtGBS4nOeM
- - I. Betty LACHGAR (@IbtissameBetty) 7 marzo 2021

Ecco qui, donne che lanciano uova ad altre donne perché non sono d'accordo con le loro idee abolizioniste.
Va notato che tra le CAPP che hanno organizzato questa azione ci sono sopravvissute alla prostituzione. pic.twitter.com/A58VIlD9yM
- The Amazon (@l_amazone_) 7 marzo 2021

Nel tardo pomeriggio, uno dei membri di questo gruppo ha persino minacciato di lanciare una bottiglia di vetro contro gli attivisti.

Non sarebbe divertente senza un mischione ideologico. Gli “antifa” hanno anche accusato gli attivisti presenti di essere transfobici.

Marguerite Stern, una ex Femen nota per i suoi commenti talvolta controversi sulle persone transgender, che teneva un cartello “Vive le sexe féminin” (Viva il sesso femminile), è stata attaccata. Ha anche ricevuto un messaggio privato che la minacciava: “Non presentarti alla manifestazione se non vuoi ricevere dello sperma in faccia da una donna trans“. Grande femminismo.

Nel primo pomeriggio, sono state attaccate le Femen. Tara, una delle attiviste Femen presenti, racconta: “Un gruppo è arrivato con un grande striscione: ‘Collettivo femminista antifascista contro l’islamofobia’, si sono messi davanti a noi brandendo lo striscione e gridando ‘Femen transfobe’ e ‘Femen islamofobe’. Alcuni ci hanno strappato le corone. “Ricordiamo ancora che le Femen combattono contro tutti gli estremisti religiosi e l’estrema destra. “Non capiscono la nostra critica al sessismo del velo“, ha detto.

[THREAD] #InternationalWomensDay
Se questa giornata ha ancora un significato, è quello di rendere la m [ndt ?] femminista più visibile e meglio compresa. Non è vero? È anche il giorno in cui invitiamo tutte le donne a unirsi intorno a una causa comune, vero?
- inna shevchenko (@femeninna) 8 marzo 2021

In breve, gli autoproclamati “antifa” sono arrivati a difendere l’industria della prostituzione, la religione e ad attaccare fisicamente le femministe.

E inoltre, proclamano questa strategia in un thread su Twitter che può essere letto sull’account “Action Antifasciste Paris-Banlieue“. “Terf, swerf, islamophobes, fuori dalle nostre lotte“, scrivono.

Traduciamo: Terf (per Trans-exclusionary Radical Feminist), è il nome che danno a quelle che considerano transfobiche, e Swerf (Sex Worker Exclusionary Radical Feminist) a quelle che si oppongono alla prostituzione. “Abbiamo deciso di affrontare di petto le forme di femminismo che attingono le loro fonti teoriche da ideologie identitarie reazionarie e civilizzatrici e si reinventano in una forma di femminismo che non sfida le strutture sociali oppressive e alimenta l’oppressione”, spiegano. In un’inversione piuttosto sorprendente, sono le femministe anti-prostituzione e quelle che lottano contro l’estremismo religioso che si trovano per loro classificate come estremiste di destra.

Il dibattito sulla prostituzione e il velo è sempre stato molto virulento all’interno del femminismo. Ma sembra che ora abbia raggiunto un nuovo livello, con un gruppo che attacca direttamente le altre femministe. In effetti, in altre città, diversi attivisti abolizionisti sono anche testimoni di intimidazioni. “Ogni volta che facciamo qualcosa, ci attaccano. Ho paura ora di chiamarmi abolizionista”, ha detto un attivista a Marsiglia. A Montpellier, una persona che portava una bandiera dell’Amicale du Nid (anti-prostituzione) se l’è vista strappare. Una cosa è certa, quello che è successo l’otto marzo è un grande regalo per il patriarcato.

Sulla statua in Place de la République si può ora vedere questo slogan: “Salva un trans, uccidi una terf. “Parla da solo.

Posted in Gender, islamofobia | Tagged , , , | 239 Comments

Dolci coccole bio a Poggibonsi

Qualikos è un’azienda di Poggibonsi si presenta al mondo così:

Ieri, come ci informa la Nazione, hanno avuto un imprevisto:

Una nuova inchiesta sul capolarato: ai domiciliari due imprenditori, coinvolto anche un commercialista


Sfruttati in fabbrica: «Questo è troppo lento»


In un internet point di San Jacopino il reclutamento di stranieri utilizzati a nero in una ditta di Poggibonsi


FIRENZE «Questo nero lungo qui lavora con una lentezza allucinante, ancora non sono le undici ed è già andato quattro cinque volte in bagno: levamelo dai c.».


Intercettazioni choc, di questo tenore o anche peggio, nell’ultima inchiesta della guardia di finanza sul caporalato. Un servizio di fornitura di ’manovalanza’ che partita
da un internet point di San Jacopino, a Firenze, gestito da un nordafricano, e che finiva in ditte della zona di Poggibonsi, che reclutavano manodopera a basso costo, senza pagarci sopra tasse e contributi. Sette i destinatari delle misure cautelari chieste dal pm Ester Nocera e firmata dal gip Gianluca Mancuso. In carcere è finito Mohammed El
Mekaoui, 46 anni, il titolare dell’internet point; ai domiciliari l’imprenditore Cristiano Saccocci, 51 anni, di Poggibonsi, consulente amministrativo di una ditta di saponi e
prodotti cosmetici (la Qualikos, finita sotto sequestro preventivo assieme ad alcuni mezzi) e legale rappresentante Elena Manserra, 42 anni.

Ai domiciliari anche due ’caporali’, il marocchino Ossama El Badoui, 24 anni, e la cubana Yanisa Yhuset Gomez, 43. E’ scattata poi l’interdizione per un anno dall’esercizio della professione per il commercialista Filippo Scaffai e il divieto di dimora nella provincia di Firenze per un altro ’reclutatore’ di manodopera, il senegalese Cheikh Mbaye, 45 anni.

Secondo quanto ricostruito dalla guardia di finanza, intorno all’internet point di San Jacopino si sarebbe creata una vera e propria organizzazione «di servizi». Dal reclutamento, al
trasporto sul luogo di lavoro, fino alla paga: il marocchino, assieme a due collaboratori, avrebbe ’assunto’ stranieri non in regola con la normativa in materia di lavoro, alcuni dei quali anche clandestini, da «girare» ad azienda che necessitavano di braccia da remunerare poco.

Alla Qualikos di Poggibonsi, le fiamme gialle hanno sorpreso una decina di lavoratori privi di contratto, tra cui due irregolari sul territorio. «Questa è gente da dieci euro l’ora», si lamentava l’imprenditore insoddisfatto della qualità del lavoro con il caporale, minacciando di interrompere la collaborazione «se mi mandi gente di m.» Il commercialista Scaffai, residente in Valdarno, risulta coinvolto nelle indagini in quanto avrebbe fornito al titolare dell’internet point, secondo le accuse, una consulenza volta a produrre ai controlli atti non rispondenti al vero sulla posizione dei lavoratori irregolari individuati.

«Tu gli puoi dire… – suggeriva il professionista – ’guarda questi li dovevo tutti assumere soltanto che son venuti ora… avevo telefonato al commercialista per assumere 12 persone ma è incasinato per via delle dichiarazioni dei redditi’, tu non ti mettere in mezzo perché stai già con le altre ditte…se ti dicono qualcosa digli che è della mia mamma… lei è in Marocco».

Morale della favola, usare meno il telefono.

Posted in ambiente, Il clan dei fiorentini, imprenditori, Italia, migrazioni | Tagged , , , , | 743 Comments

Lo psicodramma di Greta Thunberg

Come sapete, qui non abbiamo mai accettato certe demonizzazioni di Greta Thunberg, anche se non ci piaceva per nulla il coro mediatica che l’improbabile ragazzina stava suscitando.

La questione ambientale è la questione del nostro ambiente, cioè praticamente di tutto ciò che ci circonda, Sulla fragilissima biosfera,

la specie umana si è specializzata in un’attività: trasformare risorse non rinnovabili, attraverso il fuoco, in rifiuti, in tempi sempre più veloci.

Il risultato è necessariamente il collasso, che però si presenta con i sintomi più imprevedibili, in cui è sempre difficile capire le relazioni.

Questa Questione preoccupava sostanzialmente solo un piccolo gruppo di studiosi, biologi, climatologi, laureati in agraria e simili, più qualche praticante di permacultura, finché non è esplosa Greta.

Dove per Greta intendiamo la sua personalità mediatica e il coro che l’ha circondata, di lei come persona non so dire nulla.

Greta ha fatto sì che miliardi di pesone scoprissero che esiste una questione ambientale, e questo è stato chiaramente positivo.

Greta ha ottenuto il loro ascolto, semplificando drasticamente la questione ambientale, in modo da farne uno psicodramma comprensibile.

Ha preso un unico sintomo del disastro, l’aumentata concentrazione di CO2 nell’atmosfera (che ovviamente c’è, ed è un sintomo particolarmente preoccupante).

Lo ha ulteriormente semplificato nel concetto di “riscaldamento globale“: il perfetto cattivo – quello che fa tanta, tanta paura ma quando alla fine sarà ucciso, tutti potranno vivere felici e contenti.

In questo psicodramma, si può vincere: siamo all’undicesima ora, ma non è ancora suonata la mezzanotte.

Gli scienziati conoscono il problema“, e avrebbero pure il rimedio, basta che i potenti li ascoltino: i potenti della finanza e quelli della politica.

Il pericolo di questo psicodramma è proprio che delega tutto tranne le marce in piazza:

  • alla finanza e alle imprese, che da causa della catastrofe si trasformano in soluzione, con una spennellata di verde
  • ai politici che possono presentarsi come salvatori e riversare fiumi di denaro sulle imprese che si stanno “riconvertendo”
  • ai tecnici di alto livello delle stesse imprese, che possono definire come meglio credono la Questione Ambientale, per presentare il passaggio di denaro dal pubblico al privato come l’azione che salverà il mondo.

L’essere umano tende naturalmente a cercare di controllare la biosfera.

Ma negli ultimi secoli, questo controllo ha preso la forma di una retroazione positiva a sua volta incontrollabile, ed è la causa stessa della catastrofe ambientale. Se alcuni esseri umani non avessero cercato di controllare l’atomo, non avremmo avuto Fukushima.

Ora, la soluzione di uomini della finanza, di imprenditori, di politici e di tecnici consiste nell’aumentare il controllo fino a farlo diventare totale – solo se ogni cosa che succede sul pianeta è nelle loro mani, dicono, potremmo evitare che succeda qualcosa di brutto.

Il culto della crescita e del controllo esalta tecnocrazia, capitalismo e potere politico.

La critica ecologica mette in discussione tecnocrazia, capitalismo e potere politico (e infatti non interessa a nessuno).

Lo psicodramma alla Greta colpisce tutti, ma delega la salvezza a tecnocrazia, capitalismo e potere politico.

Posted in ambiente, Collasso | Tagged , , , | 66 Comments