L’amicizia

La politica, comunemente intesa, consiste nel bofonchiare sospettosamente e occasionalmente infuriarci con quelli che paghiamo per decidere delle nostre vite.

La base sono regole per tenere il prossimo a distanza di sicurezza, nonché il risentimento, che è la nota di fondo che si sente sempre.

Ma la politica vera dovrebbe essere la polis che costruiamo noi. E per una tale politica l’unica base, assolutamente concreta,  può essere l’amicizia.

Sempre dalla Cittadella di Antoine de Saint-Exupéry  (pagine 157-158):

Era ingiusto quel tale che diceva della sua minuscola casa: “La costruisco così perché contenga tutti i miei veri amici…”

Che cosa pensava dunque degli uomini quel gottoso?

Io, se volessi costruire una casa per i miei veri amici non saprei fabbricarla abbastanza grande poiché non conosce un uomo al mondo che non sia in parte mio amico, sebbene in modo limitato e transitorio. Anche quel tale a cui faccio tagliare la testa potrei trasformarlo in mio amico se sapessimo porre fine alle divisioni degli uomini.

Saprei fare un amico anche di chi mi odia in apparenza e mi farebbe tagliare la testa se potesse. E non credere che si tratti di una commozione facile, né d’indulgenza, né di un’aspirazione ignobile, di una simpatia volgare, perché io rimango duro, inflessibile e silenzioso. Ma pensa che sono numerosi i miei amici sparsi un po’ dovunque e che riempirebbero la mia dimora se insegnassi loro a camminare.

Ma che cosa intende per amico vero costui se non colui al quale potrebbe affidare del denaro senza correre il rischio di essere derubato – l’amicizia allora non è altro che lealtà di domestico -, ovvero colui al quale potrebbe chiedere un favore – e l’amicizia non è altro che un vantaggio ricavato dagli uomini  – , ovvero colui che all’occorrenza potrebbe prendere le sue difese? L’amicizia allora è un segno di ossequio.

Io disprezzo i calcoli e dico mio amico quell’essere che ho intravisto nell’uomo, un essere che forse sonnecchia ancora nascosto nella sua ganga,[1] ma che di fronte a me comincia a rivelarsi poiché mi ha riconosciuto e sorriso, anche se più tardi dovrà tradirmi.

Ma costui chiama amici quelli che berrebbero la cicuta al suo posto; come puoi pretendere che tutti se ne rallegrino?

Quel tale che si diceva buono non poteva capire l’amicizia. Mio padre che era crudele, aveva degli amici e sapeva amarli poiché non era sensibile alla delusione che è avarizia frustrata.

La delusione non è che bassezza, poiché quello che in un primo tempo amavi nell’uomo per qual motivo dovrebbe essere distrutto se ci sono anche altre cose in lui che non ti piacciono? Ma tu trasformi subito in schiavo colui che ami e che t’ama, e se egli non assume il peso di questa schiavitù lo condanni.”

Nota:

[1] Perfetta la definizione della Treccani: “ganga: il complesso dei minerali sterili, cioè non utilizzabili, che si trovano associati ai minerali utili di un giacimento minerario. Viene eliminata, parzialmente o totalmente, durante l’arricchimento dei minerali.”

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La Cittadella

Antoine de Saint-Exupéry è (giustamente) uno degli autori più noti del mondo; ma ho incontrato una sola persona che aveva letto quella che considero la sua opera migliore.

Il 31 luglio del 1944, prima di partire in missione di ricognizione dalla Corsica, il pilota – poco più che quarantenne – consegnò al capitano Gavoille una valigia. E poi scomparve a mare.

Nella valigia, c’era un manoscritto di 985 pagine. Fu pubblicato quattro anni dopo, con il titolo La cittadella.

L’autore non ebbe il tempo di riguardarlo, e il testo è pieno di ripetizioni e di brani poco chiari, infatti l’edizione italiana ne presenta solo una parte.

Il testo si presenta come un flusso di riflessioni, ambientate in una città del deserto, vagamente mediorientale o nordafricano. Proprio questa ambientazione esotica e imprecisabile permette al lettore di concentrarsi, senza farsi distrarre da riferimenti più vicini, su quella che considero una straordinaria guida alla vita comune.

Nessuno studio sociologico spiega altrettanto bene ciò che avviene quando si costruisce, insieme, una “cittadella”, il flusso complesso, incessante, di dinamiche umane intense che creano una comunità, la fanno fiorire e poi appassiscono e muoiono.

Ascoltiamo Saint-Exupéry (pagine 171-172 dell’edizione italiana).

La vita non è né semplice, né complessa,né chiara, né oscura, né contraddittoria né coerente. La vita è. Solo il linguaggio la coordina e la complica, l’illumina o l’adombra, la diversifica o la ricompone. Se hai dato un colpo a dritta e uno a manca, non bisogna dedurre da questo due verità contrarie, ma un’unica verità, quella dell’incontro. Solo la danza è aderente alla vita.

Quelli che si presentano con ragionamenti coerenti e non con le loro ricchezze interiori, quelli che discutono per poi agire seguendo un procedimento razionale, anzitutto non agiranno poiché ai loro sillogismi un uomo abile contrapporrà delle argomentazioni più convincenti, alle quali dopo aver a loro volta riflettuto essi contrapporranno delle argomentazioni ancora più convincenti. E così all’infinito, d’avvocato abile in avvocato più abile.

Le verità dimostrabili sono soltanto quelle del passato e tali verità sono innanzi tutto evidenti in quanto sono. Se tu vorrai spiegare per quale motivo quest’opera è grande, vi riuscirai, poiché conosci in anticipo quello che desideri dimostrare. Ma la creazione non appartiene a questo ordine di cose.

Dai pure delle pietre al tuo contabile; non costruirà mai un tempio.

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Abbattiamoli, questi boschi!

Riprendo in pieno un articolo dell’amico Jacopo Simonetta sul Testo Unico Forestale, in via di approvazione, che contiene una norma estremamente pericolosa: permette infatti alle amministrazioni comunali di decidere, anche contro il parere del proprietario, il “recupero produttivo” dei boschi, assegnandoli a ditte e cooperative che poi devono pagare qualcosa al Comune.

Questo nel momento in cui l’industria delle bricchette di legno e delle centrali a biomasse sono in piena espansione e le amministrazioni locali annaspano alla ricerca di fondi.

Gli alberi italiani, tra un po’, li vedremo solo in città, come le grandi scimmie li troviamo ormai quasi più in Olanda che nel Congo.

Giustamente condanniamo quello che il governo polacco sta permettendo nella foresta di Białowieża, ma qui siamo di fronte a qualcosa di potenzialmente molto peggiore.

Ne parla anche (in inglese) Ugo Bardi su Cassandra (citando peraltro il nostro vecchio post sulla scrittrice Ouida, che denunciò lo scempio risorgimentale dei boschi in Toscana).

Nell’articolo, Ugo fa anche qualche interessante divagazione sulla storia della protezione dei boschi in Toscana ai tempi in cui era uno Stato indipendente.

Non amo le petizioni, ma come si fa non firmare questa?

E adesso ascoltiamo Jacopo Simonetta:

di Jacopo Simonetta

La prima cosa che si impara quando si studia dinamica dei sistemi è che, per manipolarli in modo efficace, bisogna aver chiaro lo scopo che ci si propone.  Se ne abbiamo più d’uno, occorre vedere quali fra questi sono eventualmente sinergici, quali compatibili e quali incompatibili.   Quindi stabilire una scala di priorità.  Da questo deriverà l’intero progetto.
Coloro che legiferano spesso ci sembrano ignoranti o stupidi, ma raramente è così, di solito sono al contrario competenti ed astuti, solo che si pongono scopi diversi da quelli pubblicamente dichiarati.

Un brillante esempio di questo è il Testo Unico Forestale, un decreto-legge approvato dal Consiglio dei Ministri il 1 Dicembre 2017.   Dunque da un governo dimissionario, che già è una scorrettezza pesante.  Per inciso, Gentiloni lo ha firmato dopo che il suo partito era stato travolto alle elezioni e che 3 dei 4 estensori della norma (Olivero, Realacci e Sani) non erano stati rieletti.

Cosa dice questo testo? Per i dettagli si vedano i seguenti link: Qui per il testo reso pubblico  e qui per una critica dettagliata del prof. Franco Pedrotti, già presidente della Società Botanica Italiana ed uno fra le migliaia di ricercatori, scienziati e professionisti che sono insorti.

Per brevità, qui vorrei parlare solo di un paio fra le tante nefandezze: una è la premessa e l’altra è un’astuzia politica particolarmente insidiosa.

Per quanto riguarda la premessa, si afferma che l’ “abbandono” del bosco sia causa di incendi, frane e chi più ne ha, più ne metta.   Ora, è vero che la maggior parte dei boschi italiani potrebbero essere usati per far legna e che ad alcuni un taglio farebbe anche bene (ma anche male, a seconda di come viene fatto).  Tuttavia, pretendere che i “boschi abbandonati” siano per questo in pericolo significa negare che le foreste esistono da circa 300 milioni di anni, mentre i boscaioli da scarsi 10.000. Sono luoghi comuni che finché vengono ripetuti da un vecchietto dopo due grappe al bar  vanno anche bene; ma se vengono scritte in un documento ufficiale delle Stato significa che quello stato ha deciso di cessare di esistere.

Il secondo punto che vorrei far rilevare è sfuggito anche ai tanti esperti che si sono spesi contro questo abominio legale.

Si dice che qualora i proprietari si rifiutino di tagliare i boschi di loro proprietà, le amministrazioni comunali hanno la facoltà di occupare senza consenso e senza compenso i terreni ed affidarne “il recupero produttivo” (cioè il taglio) a ditte o cooperative di propria fiducia (significa “amiche degli amici”.  Non solo, le ditte che ottengono l’appalto sono tenute a dare delle compensazioni economiche nella forma che il comune richiede.  Ad esempio nuove strade, parcheggi, lampioni e qualunque altra cosa il sindaco richieda per la propria campagna elettorale.   Oppure denaro, stavolta alle regioni per “fare cassa”, come si suol dire nell’ambiente.

Facile vedervi la longa manu dell’industria della bricchetta, ma c’è, o perlomeno ci sarà, anche di più.   Chiunque abbia un minimo di pratica di come funzionano i piccoli comuni, sa che questo è un incentivo formidabile affinché in ogni municipio si insedi una cricca di notabili che potranno organizzare ed alimentare squadre di “clientes” finanziandole col taglio dei boschi altrui.  E chi, come me, ha 40 anni di esperienza in queste cose, sa anche che la linea di demarcazione fra “squadra” e “squadraccia” tende a diventale sempre più labile, man mano che lo Stato rinuncia alle proprie funzioni.

apocalottimismo

La celebre frana di Sarno (1998) si staccò in corrispondenza di una pista forestale. Succede molto spesso sui pendii scoscesi.

Ma forse sono pessimista ed ingiusto.  Forse gli estensori della norma hanno invece la vista più lunga della mia ed hanno escogitato un modo per aiutare il Paese a risolvere alcune delle maggiori calamità che lo affliggono.

Non sono io il primo a lamentare la distruzione del 99% della aree umide del paese?  Beh, c’è un modo sicuro per ricostituirle, pian piano nel decenni e nei secoli: disboscare i monti in modo che miliardi di tonnellate di sedimenti si vadano ad accumulare nei corsi d’acqua. (foto Sarno)  Esattamente in questo modo i romani trasformarono parte delle più fertili pianure che avevano alimentato l’impero in laghi e paludi che resero il clima del XI e XII secolo particolarmente mite e la biodiversità dell’epoca così ricca.   Forse non a caso il rimboschimento fu inventato nel XIX secolo proprio per ridurre l’incidenza delle alluvioni in pianura (per inciso, i rimboschimenti ottocenteschi saranno trattati alla stregua di “incolti”).

E che dire sul piano sociale?  Anche qui si può notare la grande lungimiranza dei legislatori.  Non è forse provato che l’aristocrazia feudale si formò dal connubio tra capitalisti romani e capi-banda barbarici?  E non costruirono forse una delle grandi civiltà dell’Occidente?   Allora, forse, Realacci e soci hanno pensato di creare le premesse necessarie affinché, fra 4 o 5 secoli, in Italia vi sia una nuova ed illuminata aristocrazia, capace di costruire meravigliose cattedrali nel deserto che avremo lasciato ai nostri discendenti.

apocalottimismo

Foto NASA dell’inqinamento atmosferico nella Pianura Padana, in gran parte formata da micropolveri provenienti dalla combustione di bricchette.

Infine, non sono io una delle cassandre ossessionate dalla sovrappopolazione?  Ebbene, è dimostrato che il deterioramento della qualità dell’aria, dell’ambiente e della società funzionano piuttosto bene per ridurre il numero di persone.  Ma perché mi lamento?  Davvero gli ambientalisti non sanno quello che vogliono.

Per tornare alla dinamica dei sistemi, questa legge non è, come molti dicono, un’accozzaglia di controsensi e luoghi comuni, bensì un provvedimento organico perfettamente funzionale.  Solo che lo scopo non è quello dichiarato di gestire i boschi, bensì quello taciuto di consegnare le foreste d’Italia all’industria della bricchetta ed ai “capi bastone” locali.  Un connubio, quello fra ricchi imprenditori ed amministratori, che già sta devastando l’Italia ed il mondo, ma che finora aveva risparmiato il grosso del nostro territorio montano per carenza di possibilità speculative.

Oramai è praticamente fatta. Per rendere esecutivo il decreto manca solo la firma di Mattarella che si può sperare sia in altre faccende affaccendato, ma sarebbe un miracolo se non lo firmasse, o se il nuovo governo se lo rimangiasse.  Ciò che davvero accadrà dipenderà da molti fattori, ma il governo sta facendo tutto ciò che è in suo potere affinché, nei prossimi decenni, le montagne, le valli ed fiumi cambino faccia; i brandelli di natura sopravvissuti nelle pianure svaniscano senza che nessuno si possa opporre.

Per un cittadino, forse la cosa più dolorosa e frustrante è vedere il potere costituito operare contro il Paese in modo tanto sfacciato. Forse è meglio pensare ad altro.  Pasqua è appena passata, scordate le foto precedenti e concentratevi su questa, sono certo che Gentiloni e tutto l’apparto del potere costituito saranno contenti di voi.

Invece, per cercare di far pressione su Mattarella che non firmi, potete firmare questa petizione:

No all’uso di boschi e foreste a fini energetici nelle centrali a biomasse

Infine, per saperne di più sul contesto ambientale, politico ed economico in cui tutto questo avviene, leggete: Picco per Capre

Picco per Capre
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Moralisti contrapposti in un gran fiume di Tavernello

Collassato sul marciapiede, proprio all’ingresso di un negozio e accanto alla fermata dell’autobus, c’è un clochard sui settant’anni, sdraiato per terra, pantaloni calati in un rivolo di escrementi, piedi nudi, con il primo sole di primavera che gli batte implacabile in testa.

Una signora mi spiega,

“ho già chiamato l’ambulanza – il 118 – , sono venuti due volte, ma sono andati via perché lui ha rifiutato di farsi soccorrere, bisogna chiamare qualcun altro perché faccia qualcosa, visto che non è competenza della Croce Rossa.”

Chiamo il 113, che mi dice di chiamare i carabinieri, il 112, che sono in zona. Il 112 mi mette in contatto con il 118 – di nuovo – che mi dice,

“gli chieda se vuol essere soccorso”

“ma è svenuto!”

“provi lo stesso!”

Grido davanti al puzzolente corpo muto, senza suscitare reazioni.

“Ma respira?”

“Mi sembra di sì…”

Intanto, la signora sta chiamando di nuovo, e le dicono:

“Provi a fargli un massaggio cardiaco, poi magari ci richiama… Vabbene, se non sa fare un massaggio cardiaco, rimanderemo l’ambulanza!”

L’ambulanza arriva, e l’operatore ci dice:

“Noi abbiamo le mani legate, non possiamo fare assolutamente niente! Ci provi lei a portarlo via a forza a farsi curare!”

Il clochard alza la testa, riversando per terra un gran rivolo di Tavernello, e caccia un urlo sconnesso e incomprensibile.

L’operatore della Croce Rossa si scaglia addosso a me:

“Ma lei si rende conto, facendoci uscire tre volte per questo qui, che vuole vivere così, lei ha fatto sprecare ai contribuenti 150 euro… e magari c’era qualcuno che aveva bisogno davvero dell’ambulanza!”

Credo di avere di buono il fatto che quando qualcuno mi aggredisce, mi chiedo sempre se non abbia ragione lui.

Ci penso, e mi sa che questo moralista ha ragione, a prescindere dal tono, che poi è frutto di chissa quanti incontri con abissi che la gente come noi neanche si immagina. Ci sta lui tutti i giorni a vedere i moribondi, mica io.

Eppure, già mi immagino il titolo, Clochard muore tra l’indifferenza generale, con editoriale di un signore che non ha mai conosciuto un clochard in vita sua, che ci spiega con il Ditino Imparatore come viviamo in una società dove tutti si chiudono nel proprio egoismo.

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Le Fake News battono Repubblica!

Dopo il post di Paniscus stamattina, si va su Google:

Si fa clic sul primo link:

Ma il secondo (finché non lo tolgono) vale decisamente la tricolore pena:

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Repubblica lancia la guerra alle Fake News

Paniscus ci scrive:

Nella giornata di domenica 15 aprile, l’edizione locale toscana di Repubblica inserisce nella sua pagina on line la seguente notizia:

—————————————–

Stefania Padovan è nata a Lucca il 15 aprile 1904, da tantissimo tempo vive in Australia 

—————————————–
A chi segue da anni le statistiche sui record di longevità, viene come minimo da sollevare un sopracciglio.

A parte il fatto che “Padovan” non suona proprio come un cognome tipicamente toscano, e che “Stefania” non risulta un nome di battesimo tanto comune ai primi del Novecento, il punto è che i supercentenari documentati (ossia, le persone che hanno superato i 110 anni) sono censiti con un certo rigore, e che in particolare quelle che sono arrivate oltre i 112 o 113 sono monitorate a prova di bomba.

Per cui, a un esperto o a un appassionato dell’argomento, una connazionale prossima ai 114 non dovrebbe sfuggire; di fatto, tra gli italiani, ne sono stati certificati solo sette o otto casi in assoluto (compresa un’emigrante effettiva, Dina Guerri  Manfredini, che nel 2012 giunse ai 115 e mezzo, e che per pochi giorni poté fregiarsi del titolo di Decana dell’Umanità in carica).

Sta di fatto che di questa signora Stefania, negli archivi, non c’è traccia.

Ma gli archivi, appunto, esistono.

Si va a consultarli e si scopre con sorpresa l’identità di un’altra supervecchietta nata in Italia e vissuta a lungo all’estero, che non solo ha la stessa faccia, ma addirittura si è fatta fotografare con la stessa collana.

Si chiama Angela Catena Cavallaro, ha 110 anni (probabilmente autentici, ma non ancora certificati) e non 114, è nata in Sicilia e non in Toscana, e vive negli Stati Uniti e non in Australia.

La notizia è quindi falsa: non semplicemente “sbagliata”, ma proprio falsa.

Una mistificazione costruita di proposito, manipolando dati reali, e sfruttandoli per costruire una storia fittizia, inventando di sana pianta nomi, luoghi e dati anagrafici

Nel disperato tentativo di trovare una spiegazione razionale a questo caso grottesco, e qualche attenuante agli autori di questo capolavoro, siamo andati a fare qualche altra ricerca in rete, per cercare di capire da dove fosse partita la bufala, e se per caso il cronista di Repubblica potesse averla riportata in buona fede.

Copincollare acriticamente notizie non controllate sarebbe comunque grave per un giornalista, ma sempre meno peggio che inventarsele di proposito, sapendo di mentire.

Beh, tutto quello che si trova si riduce a due o tre altre notizie on line, in cui si sostiene di averle riportate da Repubblica.

Testata che, ricordiamo, è da tempo impegnata nell’arena militante della lotta contro le fake news e contro l’informazione improvvisata e velleitaria.

https://lucca.virgilio.it/notizielocali/compie_114_anni_l_emigrata_italiana_pi_anziana_del_mondo-55112399.html

http://it.geosnews.com/p/it/toscana/fi/compie-114-anni-l-emigrata-italiana-pi-anziana-del-mondo_19750001

http://247.libero.it/rfocus/34971776/1/compie-114-anni-l-emigrata-italiana-pi-anziana-del-mondo/

Una fonte precedente, non la si trova proprio.

Ai lettori la comica sentenza.

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Tra il dire e il fare, c’è di mezzo il topo

Oggi siamo stati invitati a un incontro molto interessante, organizzato da Regione Toscana e ANCI, sul tema, Le politiche per la sicurezza urbana come sfida per il governo locale.

Un’esperienza quasi esaltante, visto che la Guida dell’incontro dice molte cose che sosteniamo da qualche anno su questo piccolo blog sovversivo.

Senza comunità non c’è sicurezza, e bisogna combattere quindi la marginalizzazione, lo zoning (la suddivisione delle città per funzioni) che è la base stessa della modernità, e la gentrificazione. E bisogna fare affidamento su ciò che le comunità costruiscono spontaneamente e dal basso.

Altrimenti ci saranno sempre ghetti ribollenti da una parte, e anziani rancorosi e impauriti dall’altra, anche quando il numero ufficiale dei reati continua a diminuire.

Partecipo a un tavolo in cui trovo simpatici tutti, l’assessore al commercio di un importante comune alle porte di Firenze, una ragazza che sta cercando di far rivivere un piccolo paese dell’aretino, le nostre sorelle che gestiscono – generazione dopo generazione, da 22 anni – un altro parco in Oltrarno.

C’è anche un signore che appartiene a un paese di seicento anime, ma solo il parroco sa quanti sono: infatti, il luogo è diviso tra tre comuni e due province, dove gli stranieri erano innanzitutto i mafiosi mandati in domicilio coatto, e lui non ha alcuna idea a chi si deve rivolgere.

Siccome siamo in tema di sicurezza, racconto dei due episodi di cronaca in cui è stato coinvolto il nostro giardino, nel cuore di una frenetica città moderna, frequentato da centinaia di persone, in larga parte stranieri.

L’episodio minore, denunciato solo ai carabinieri, è avvenuto nel 2016, quando una mamma ha perso il portafoglio con i documenti, e nessuno gliel’ha restituito.

Più grave, l’episodio del 2013, quando – contrariamente a quanto previsto dalla convenzione con il Comune che ci permetteva allora di lavorare soltanto con ragazzi al di sotto degli 11 anni – una ragazza egiziana di tredici anni è stata sorpresa a suonare il violino nel giardino, uno scandalo che ha portato a una riunione straordinaria di condanna del Consiglio di Quartiere Uno di Firenze e alla minaccia di chiudere il giardino.

Le nostre amiche del Parco invece raccontano che le botteghe di quartiere chiudono, e vengono sostituite da pub, che gli abitanti se ne vanno e arriva AirBnB. E volete forse che i turisti americani vengano a curare il parco?

L’assessore del Comune di Pisa risponde che succede anche da loro, e che il Comune è impotente, arriva la movida, e i negozi chiudono e affittano a gente che vende alcol, e allora se ne va ancora altra gente, e si affitta ancora, e siccome c’è la liberalizzazione, non c’è niente da fare, ci sono escamotage molto complesse, che però vengono respinte dal TAR, e poi gli stessi funzionari che hanno cercato di fare qualcosa vengono puniti.

Allora, la nostra amica dice che c’è una grandissima villa nel loro quartiere, e il Comune invece di ricavarne case popolari, l’ha venduta come residence di lusso. E volete forse che i miliardari americani vengano a curare il parco?

Allora, l’assessore del Comune alle porte di Firenze racconta di come stiano andando in rovina le proprietà della Provincia, il fantasma che ancora possiede innumerevoli immobili, solo che non ha i soldi per mantenerli; e questi palazzi che vanno in rovina, attirano gli spacciatori e allontanano gli altri, e quindi fanno decadere lentamente quartieri interi.

Alla fine, prende la parola la vice-sindaca di un Comune toscano.

Ci dice che stamattina presto, l’ha chiamata un assessore, per dirle che avevano trovato un topo morto in una strada.

Lei allora telefona all’ASL, che le dice che entro quarantott’ore interverranno, ma che per la rimozione del topo, il Comune dovrà pagare la somma di 400 euro.

Lei richiama l’assessore e gli spiega come stanno le cose.

Quindici minuti dopo, le telefona lo stesso assessore, “il topo è sparito!”

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Micromondi

Ieri ho scritto al volo due righe sulla macroscopica guerra in Siria. Stamattina invece mi segnalano un episodio microscopico, che però aiuta a capire tante cose.

San Jacopino è un quartiere sì e no a mezzo chilometro dal Duomo di Firenze, dove però nessun turista metterebbe mai piede.

C’è una piazza non particolarmente bella, una chiesa e una fabbrica dismessa negli anni Settanta, dove gli abitanti del quartiere, sotto la guida di Lotta Continua, si barricarono  per impedire che venisse trasformata in una speculazione edilizia. Vinsero, e ne nacque un giardino tra due muri di cemento. Come tanti spazi pubblici, un po’ c’erano le mamme che portavano i bambini, e un po’ ci si andava a ubriacare, bucare o picchiare.

Finché, alcuni anni fa, un gruppo di residenti non riuscì a ottenerne le chiavi dal Comune e a prendersene cura. Una lotta quotidiana innanzitutto con la burocrazia per far vivere quella piccola zolla, che poi abbiamo imitato anche noi al Nidiaci.

Nei dintorni, ci sono diversi problemi, alcuni veri e altri meno.

Da una parte, locali rumorosi, gente che parcheggia come gli pare, rifiuti abbandonati e tutte le solite piccole prepotenze molto italiche che sommate rendono sgradevole la giornata.

Poi ci sono molti immigrati. Qualcuno è un poco di buono, ma nella grande maggioranza, si tratta di gente onesta che si fa il mazzo a lavorare.

Proprio per questo, capita talvota che i loro figli crescano in uno stato confusionale, visto che i genitori non possono fare più di tanto da guida – un po’ perché non conoscono a fondo il paese in cui si trovano, un po’ perché sono sempre al lavoro, un po’ perché i ragazzi vengono fagocitati dalla sottocultura da video rap guardati ossessivamente su Youtube, in genere assieme ad amici italiani (grazie ai genitori che danno loro lo smartphone in giovanissima età).

Così c’è un certo numero di giovani maschi oziosi, che si fanno le canne e finiscono di tanto in tanto per picchiarsi tra di loro. E qualche volta ci scappano pure piccoli furti o molestie. Magari ingigantiti dalla stampa locale, ma comunque fastidiosi.

Di conseguenza, altri giovani maschi oziosi, ma di origine autoctona, hanno costituito l’unico nucleo di estrema destra in tutta la città – Casa Pound addirittura ha una sede nel quartiere  (che peraltro è sempre stato un presidio elettorale del Partito Unico e del suo Grande Antenato).

Più importante di Casa Pound è un Comitato messo in piedi da alcuni commercianti, che alterna una serie di attività anche meritorie a denunce piuttosto rumorose di tutti ciò che a torto o a ragione ritengono costituisca degrado.

E’ una cosa comprensibile: il sistema in cui viviamo porta a delegare tutto a istituzioni anonime che offrono servizi, mentre chi fa da sé fa per tre, e si diverte pure. Riscoprendo quella cosa profondamente umana che è lo spirito di comunità.

Per dire, anche noi denunciamo spesso ciò che non va, stiamo anche iniziando un piccolo corso di autodifesa per le nostre donne e raccogliamo da noi i rifiuti.

Ogni primavera,  i nostri amici di San Jacopino organizzano nel giardino un’iniziativa che si chiama Parla come mangi, dove le mamme di ogni nazionalità cucinano a casa qualche piatto caratteristico e lo condividono in un grande picnic.

E’ un’iniziativa importante, perché non è calata dall’alto, non c’è lo psicopedagogo buonista con il ditino imparatore, non c’è l’assessore in parata.

Le donne straniere che talvolta non escono di casa, diventano protagoniste, in un contesto però protetto e fanno amicizie nuove. E poi il cibo è in genere fantastico.

In piena festa, piombano quelle del Comitato, facendosi una sorta di autovideo in stile Le Iene. In sostanza, dicono, se io commerciante devo rispettare le norme sulla somministrazione, le devono rispettare anche queste qui! E quindi chiamano vigili, carabinieri e polizia per impedire la festa.

Ovviamente hanno sbagliato alla grande, e infatti i vigili si sono messi a ridere: se io faccio commercio, certo che devo sottostare alle norme. Se io invece faccio un picnic gratuito assieme agli amici, possono benissimo cucinarmi quello che mi pare in casa.

Ma quello che è interessante è come il tentativo sacrosanto di migliorare il proprio quartiere, di tenere a bada lo spaccio, di fare da sé si trasforma nell’aspetto più devastante della globalizzazione: le signore del Comitato vorrebbero che ogni aspetto della vita venisse controllato dalla burocrazia;  che il fatto stesso di mangiare assieme agli amici dovesse passare per la cassa, con tanto di scontrino.

Vorrebbero che la gente vivesse in quel rancoroso isolamento, quell’eterna attesa che le “istituzioni facciano il loro dovere”, che è esattamente la principale fonte dell’aggressività, della diffidenza reciproca e del disprezzo del luogo in cui si vive che genera il degrado, che porta a vivere la vita, non  nei giardini ma nei centri commerciali. E che a lungo andare distrugge anche i piccoli esercizi di cui le signore si fanno paladine.

Certo, più degrado c’è, più c’è da mobilitarsi contro il degrado, ma avrebbero fatto molto meglio a portare qualche buon piatto toscano e condividerlo.

Insomma, un microscopico esempio di un meccanismo perverso che ormai riguarda tutto il paese.

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