Ragioni e migrazioni (1)

La polarizzazione comporta il rifiuto di immaginarsi che l’altro possa avere delle ragioni.

Eppure a volte mi sembra che abbiano tutti delle ragioni; o comunque accettare questa possibilità è l’unico modo possibile per iniziare una riflessione su cosa fare: io sono convinto che stiamo vivendo il momento più importante della storia dall’estinzione dei dinosauri, e perdere tempo a litigare è suicida e criminale, insieme.

Quando dico tutti, intendo innanzitutto i migranti stessi, cui di solito nessuno pensa; poi quelli che tifano per il Capitano Salvini che ci salva dagli immigrati e quelli che invece tifano per la Capitana Rackete che salva gli immigrati.

Cito un episodio di cronaca di cui nessuno si ricorderà tra qualche mese, ma che ha diviso gli italiani in due schieramenti urlanti e totalmente incapaci di ascoltarsi a vicenda (i migranti non li ascolta nessuno per principio).

Partiamo dalle ragioni dei migranti.

Quello che una volta chiamavano “Terzo Mondo” è un po’ a chiazze: in Nigeria c’è chi ordina la pizza in aereo da Londra.

Ma per non rendere troppo lungo il discorso, chiamerò Terzo Mondo quella parte del mondo da cui la gente tende a emigrare di corsa, se solo può.

E perché tende a farlo?

Dodici anni fa (mi sento un po’ Cassandra, pensando a cosa è successo poi nel 2011) scrissi qui:

Quando il sole arde forte sull’Egitto e fa salire verso il cielo l’odore onnipresente dei rifiuti, i giovani – ragazzi spesso di una straordinaria ma sprecata autodisciplina, curiosità e intelligenza – si trovano a milioni nei caffè, con un’unica certezza: ma fish mustaqbal, “non c’è futuro“. E hanno, ovviamente, ragione.

Esiste però una magra consolazione: tutti sanno che c’è un Egitto degli egiziani, un posto ancora più caldo, devastato, afflitto dalla miseria e ancora più privo di qualunque speranza.

E’ il Sudan, un paese messo così male che i suoi giovani sognano di emigrare in Egitto, stendere un tappeto per strada e vendere peperoncini ai passanti.

Con una discutibile metafora, gli abitanti dell’arido Sudan sarebbero “animali della giungla“, assicurano gli egiziani, che dicono che laggiù, laggiù, l’unico treno, sul suo unico binario, viaggia così in ritardo che spesso si sa solo in che settimana passerà.”

Nascere oggi in posti del genere, per certi versi, è come nascere in un villaggio dell’Aspromonte nel 1938.

Anzi, il Cairo oggi è più vicino a Milano, almeno in aereo, di quanto fosse l’Aspromonte per mulo e treno allora.

L’aspromontese probabilmente parlava griko, aveva dei santi che i milanesi ignoravano del tutto, era analfabeta, sapeva (a differenza dei milanesi) esattamente come far crescere certe piante, ma non capiva bene come funzionava un orologio, per cui non ci prendiamo in giro con discorsi retorici, “ma era pur sempre Italia!”

Lo studente del Cairo allevato in classi di cinquanta ragazzi si esercita dalla mattina alla sera a parlare in inglese, e comunque comunica tutti i giorni via Whatsapp con il cugino a Milano.

Due secoli di colonialismo hanno forgiato, da una parte, un mondo di Occidentali che non sanno nulla del resto del mondo; e un mondo di Occidentalizzati che conoscono il mondo molto meglio degli “occidentali” (sfido un italiano povero a emigrare in Pakistan e cavarsela).

Non è colpa di nessuno dei bianchi di oggi, ciò che è successo, e nessuno deve chiedere scusa a nessuno; e sospetto che non fosse nemmeno colpa se dei giovani fossero partiti un secolo o due fa, alla conquista del mondo. Ma il mondo è così, a causa dell’Occidente.

Ma è incredibile ciò che è successo al mondo negli anni che più annoiano, quando si studia la storia, diciamo il 1880…

Ci si chiede perché i giovani siano disposti a morire pur di emigrare nel 2010, mentre non lo fossero, poniamo, nel 1960. Quando forse “stavano peggio”, secondo semplici criteri statistici.

Sappiamo tutti che “Occidente” e “Oriente” vogliono dire poco (soprattutto se usati da un messicano nato a migliaia di chilometri a ovest dall’Italia), ma possono fare comodo se pensiamo ai tempi degli imperi.

Una volta c’era l’Occidente – Inghilterra, Olanda, Francia, Stati Uniti – che dettava al mondo come doveva vivere.

Oggi da noi in Occidente, non lo si prende più troppo sul serio, la scuola è un parco giochi dove imparare a sentirsi inclusivi; ma in Oriente, ci si sono attaccati come zecche

Manish Jain ha colto lo spirito con cui centinaia di milioni di giovani sono stati scolarizzati nel Terzo Mondo:

“L’attuale sistema educativo si fonda su un modello industriale settecentesco legato alle fabbrica… nel  caso migliore, è irrilevante, nel caso peggiore è un’attività criminale, che ha istupidito le persone, ha distrutto la loro creatività, le ha scollegate dalla loro cultura e ha fatto sì che se ne vergognassero, perdendo ogni connessione con il mondo naturale e la propria comunità.”

e aggiunge:

“Non riesco più ad accettare una narrativa dell’educazione, che mi insegna che mia nonna nata in un villaggio fosse analfabeta, primitiva, arretrata, stupida, incolta, sottosviluppata, incivile e incapace  di gestire i propri affari.”

Quanti italiani potrebbero riconoscersi in questo quadro, ma non ne hanno il coraggio.

Ignazio Buttitta, che quando vivevo in Sicilia mi fu citato innumerevoli volte:

“Un populu,
diventa poviru e servu
quannu ci arribbanu a lingua
addutata di patri:
è persu pi sempri.

Diventa poviru e servu
quannu i paroli non figghianu paroli
e si manciunu tra d’iddi.”

Per anni e anni, il giovane del Terzo Mondo è stato istruito a ritenere che l’unico modo valido di vivere fosse quello del Primo Mondo. E la conseguenza che la gente ne ha tratta è stata inevitabile: andiamoci allora nel Primo Mondo!

Visto che l’immigrazione di cui si parla adesso è quella dall’Africa Nera, aggiungiamo anche una pseudocultura africana, dove alle tradizioni reali si sostituiscono rap e hip-hop americani – già più di vent’anni fa, bande di tagliagole della Liberia cercavano avidamente di copiare nomi e usanze delle gang nere di New York; e su un altro piano, la sauditizzazione dell’Islam in Africa e l’evangelizzazione del cristianesimo.

Insomma, mi sembra normale che l’Africa – dove il 60% della popolazione ha meno di 25 anni – voglia andarsene altrove.

Dalla ragione del babbo contadino che ha cinque figli da mantenere, all’aspirante ingegnere elettronico che spera almeno di fare il facchino alla Conad.

In un’Italia senza frontiere, l’Aspromonte si è svuotato in pochi anni.

In un mondo senza frontiere, l’Africa si riverserebbe sull’Europa in tempi ancora più brevi.

Sparando una cifra a caso, diciamo che mezzo miliardo di persone, si riverserebbero domani sull’Europa, se potessero.

Un po’ come l’Aspromonte si riversò su Milano, ma con alcune importanti differenze.

Ad esempio, siccome l’Aspromonte faceva pur sempre parte dell’Italia, poteva contare su stipendi per poliziotti e insegnanti e guardie forestali, e quindi almeno qualcuno aveva motivi validi per restarci.

Mezzomiliardo è ovviamente una sparata: uno studio sulle migrazioni che andasse oltre agli insulti contro Salvini o la Boldrini dovrebbe prendere in considerazione quanti riuscirebbero a campare delle rimesse dei migranti (ma anche delle conseguenze negative, che si vivono in Messico, di una vita parassitaria di questo tipo), quanti tornerebbero a casa comunque, e tanti altri fattori di cui in fondo non sappiamo niente.

Però mezzomiliardo ci dà un ordine di grandezza.

E qui si pone il primo grande problema, quando parliamo di migrazioni.

Non stiamo parlando di quaranta persone salvate da un naufragio.

Non stiamo parlando di quaranta membri di una banda di spacciatori ghanesi.

Non stiamo parlando di quaranta estremisti islamisti.

Stiamo parlando di mezzo miliardo di persone.

Tutto il nostro sistema di diritto è fondato sui piccoli numeri: io ho il diritto di viaggiare in aereo, se pago il biglietto e non lancio bottiglie dai finestrini.

Ma cosa succede se centinaia di milioni di persone viaggiano in aereo, comportandosi ognuna perfettamente, e contribuiscono ad avvelenare il clima (semplifico) tanto da provocare centinaia di milioni di morti?

E’ molto difficile pensare in termini di Grandi Numeri: in fondo, cerchiamo sempre storie umane, di poche persone, buone o cattive.

Ammetto che fu un po’ anche il mio problema con Marx, che mi sembrava sempre un po’ disumano, nella capacità che aveva di vedere solo le grandi questioni,  mentre io pensavo unicamente a questo o a quell’individuo.

Forse però la sintesi tra Grandi Numeri e vita di persone, l’aveva colto Wendell Barry:

“Le razze e i sessi ora perfettamente fusi nell’inseguire l’obiettivo.
Coloro che erano già stati schiavi, coloro che erano già stati oppressi, ora erano liberi
di vendersi a chi offriva il prezzo più alto
e di entrare nelle prigioni che pagavano di più”

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… e gli dèi veri

Ieri vi ho presentato Mr Plutus, partorito dalla congiunzione tra un creativo esibizionista postmoderno e un avido imprenditore provinciale italiano.

Mr Plutus è un’escamotage pubblicitaringia, ovviamente, ma proprio per questo rivela qualcosa di essenziale della nostra epoca, diciamo che rappresenta in modo eccellente il principe di questo mondo, almeno ai tempi nostri.

La sua esistenza è pura apparenza, e appare come un cyborg predatore a carburante fossile.

Ma esistono anche dèi ben diversi, che torneranno a manifestarsi.

Vi avevo già parlato dell’Incredible String Band, un gruppo musicale scozzese di molti anni fa.

C’era Mike Heron, c’era Licorice McKechnie, misteriosamente scomparsa nel 1987 mentre attraversava il deserto dell’Arizona, e c’era Robin Williamson, che continua oggi da solo.

In Invocation, Robin Williamson presenta il dio che è essenza al di là di ogni apparenza.

La musica di Williamson appartiene a una categoria tutta sua, come anche la maniera in cui usa la voce, perché ogni parola penetri in fondo, con una lentezza radicalmente antimoderna.

A differenza del folk, Williamson adopera un vocabolario molto ampio, ricco anche di parole latine, dalla risonanza astratta e metafisica.

A chi si rivolge Williamson? You in inglese è pronome sfuggente: è un modo per rivolgersi a ciò che è altro da noi, senza specificazione.

In alcune frasi, si coglie un senso di pluralità, ma non è affatto detto che sia sentito solo come plurale.

Mentre in italiano gli aggettivi declinati obbligano e precisare genere e/o sesso, e i pronomi inglesi di terza persona he, she, it, obbligano a definire anche l’umanità o meno, you è al di là di tutto ciò.

Quindi tradurrò con voi e metterò eventuali concordanze al maschile plurale, ma è una forzatura in questo caso.

Il testo, nella sua semplicità, comporta numerosi problemi di traduzione: ad esempio, concetti come pattern, che semplifico con un banale forma; oppure wakefulness, lo stato di veglia e di coscienza (un dizionario mi ha suggerito un tremendo insonnia!).

Questa invocazione non è per me letteratura, non è nemmeno piacevole.

Ognuno di noi è un guscio abbastanza banale e transitorio, ma pervaso da una forza che lo spinge a essere in un certo modo, una forza ineluttabile che sta dietro le parole, i gusti, le azioni, i ragionamenti apparenti.

A questa forza, noi diamo nomi e immagini – Mr Plutus, in questo senso, esiste davvero, e la sua energia spiega moltissimo di ciò che è successo al mondo.

Ma proprio come Plein riesce a portare alla luce quella forza, Williamson esprime come io non potrei mai fare, ciò che è sottinteso a tutto quello che leggete qui.

voi che create la diversità delle forme
apritevi alle mie parole
voi che lo dividete e moltiplicate
ascoltate i miei suoni
mi alleo con voi
antichi amici
e compagni di viaggio
voi che muovete il cuore
in pelo e scaglie
io mi associo a voi
che cantate luminosi e sottili
creando forme che la mia gola non sa raccontare
voi che indurite il corno
e rendete vivo l’occhio
voi che fate correre la veloce volpe e la mosca errante
voi creatori senza dimensione della talpa e della balena
aiutatemi e io vi aiuterò

Faccio un patto di sangue con voi
voi che sollevate il bocciolo e il verde ramo
che rendete più vere le simmetrie
che considerate l’angolatura dei vostri arti
che danzate in un tempo più lento
che osservate le forme
voi dal pelo ruvido che mangiate acqua
che vi stirate in profondo e in alto
con il vostro verde sangue
si mescoli il mio sangue rosso
aiutatemi e vi aiuterò

Io vi invoco
voi che siete sconfinati
che non avete forma
che non siete visti
se non nel vostro agire
invocherò voi
che non avete profondità
ma scegliete direzione
che portate ciò che è stato voluto
perché soffiate l’amore sulle estati dei miei amati
perché soffiate estati su quegli amore del mio amore
aiutatemi e io vi aiuterò

Faccio con voi un patto
voi che siete la liquidità delle acque
e la scintilla della fiamma
vi invoco
voi che rendete fertile la morbida terra
e custodite la crescita delle cose che crescono
faccio pace con voi

voi che siete l’azzurro del cielo azzurro
e l’ira della tempesta
prendo assieme a voi la coppa della profondità
scuotitori di terra
e assieme a voi le colline aguzze e cave
mi inchino di fronte a voi
rotonda veglia noi
chiamiamo la terra
spalanco gli occhi
verso di voi che vegliate
ogni cosa creata sia solida che dormiente
o lieve come l’aria
tesso colori attorno a voi
voi che vorrete venire con me
la riterrò bellezza


you that create the diversity of the forms
open to my words
you that divide and multiply it
hear my sounds
I make yield league to you
ancient associates
and fellow wanderers
you that move the heart
in fur and scale
I join with you
you that sing bright and subtle
making shapes that my throat cannot tell
you that harden the horn
and make quick the eye
you that run the fast fox and the zigzag fly
you sizeless makers of the mole and of the whale
aid me and I will aid you

I make a blood pact with you
you that lift the blossom and the green branch
you who make symmetries more true
you who consider the angle of your limbs
who dance in slower time
who watch the patterns
you rough coated who eat water
who stretch deep and high
with your green blood
my red blood let it be mingled
aid me and I will aid you

I call upon you
you who are unconfined
who have no shape
who are not seen
but only in your action
I will call upon you
you who have no depth
but choose direction
who bring what is willed
that you blow love upon the summers of my loved ones
that you blow summers upon those loves of my love
aid me and I will aid you

I make a pact with you
you who are the liquidness of the waters
and the spark of the flame
I call upon you
you who make fertile the soft earth
and guard the growth of the growing things
I make peace with you

you who are the blueness of the blue sky
and the wrath of the storm
I take the cup of deepness with you
earthshakers
and with you the sharp and the hollow hills
I make reverence to you
round wakefulness we
call the earth
I make wide eyes to you
you who are awake
every created thing both solid and sleepy
or airy light
I weave colours round you
you who will come with me
I will consider it beauty

 

 

 

 

 

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I loro dèi…

Philipp Plein è un designer tedesco, che ha cominciato la sua carriera mettendo quattro pezzi di ferro insieme a “imitazione cuoio”, leggasi plastica, e rivendendo il tutto a 1500 dollari a pezzo come “cuccia per cani“.


Una cuccia Plein per cani postmoderni

La cuccia era “chiaramente ispirata ai modernisti classici come  Le Corbusier e Mies van der Rohe“, ci informa il comunicato; e veniva venduta su un sito chiamato Postmodern Pets, purtroppo defunto.

A un certo punto, Plein incontra un nostro vecchio amico, Flavio Briatore,

“un geometra di Cuneo che fece fortuna a partire dal momento in cui il suo socio saltò in aria con una provvidenziale carica di tritolo. Il signor Briatore ebbe successivamente alcuni momenti oscuri nella vita, come quando si fece una lunga latitanza mentre veniva ricercato per aver organizzato – a dire dei magistrati – una serie di truffe in collaborazione con la mala milanese.”

Tra Cultura Postmoderna germanica e Impresa Made in Italy, sboccia subito l’amore, e i due fondano una ditta di moda, chiamata Billionaire, che attualmente impiega ben 400 persone a infuffare il nulla.

Ma quello che è interessante è la nicchia (di grande successo) che si sono ritagliati.

La  Clientela Umana, infatti, si divide in due grandi branche.

La grande maggioranza compra schifezze indicibili, trasportate avanti e indietro per i mari e i cieli del mondo, a patto che non costino quasi nulla.

Una piccola minoranza compra qualunque cosa, a patto che costi tanto.

Il commentatore Peucezio ci ha ricordato la profonda barzelletta russa sui due imprenditori che si incontrano:

 “Igor, lo sai che ieri ho comprato un Rolex in un posto e l’ho pagato trentamila dollari?

Ti hanno fregato! Io conosco un posto dove te lo danno a cinquantamila!”

La nicchia di Plein e Briatore è quindi una nicchia psicologica, filosofica e ideologica, prima di tutto.

E infatti il sito presenta subito la propria

“FILOSOFIA

Per troppo tempo i playboy, gli artefici di fortune e i costruttori di imperi di tutto il mondo sono stati messi da parte. E giunto il momento per queste icone del potere maschile di mostrarsi e occupare il proprio posto al centro della scena sartoriale.

Billionaire presenta un sontuoso, eccentrico guardaroba per uomini maturi che non temono né chi sono, né chi vogliono diventare.”

Capiamoci.

I maschi, spesso, desiderano fare cose da maschi.

Come il mio amico, calciante de’ Bianchi, che alla festa di San Giovanni, si è trovato addosso quattro de’ Rossi molto più grossi di lui, che gli hanno spaccato le costole ad una ad una, fino a fargliele entrare nei polmoni; poi lui si è rialzato e ha continuato a giocare fino alla fine della partita – adesso è in terapia intensiva.

Insomma, se uno ci tiene, può benissimo fare cose da maschi, senza prendere soldi e soprattutto senza darne a Plein e Briatore.

Quindi, stiamo parlando del maschio con tanti soldi, ma sostanzialmente frustrato, perché il coraggio del mio amico gli manca.

E’ pieno di pulsioni adolescenziali, ma sa di avere i capelli bianchi. E questo è un punto fondamentale, perché l’aspirante adolescente sessantenne sa che se si tinge i capelli, fa una figura ancora più meschina.

Anche se ha fatto i soldi calciando un pallone, che già sarebbe qualcosa, in fondo li ha fatti solo perché gli stipendi esagerati fanno parte dell’aura mediatica del calcio.

Il Maschio Coglione con Tanti Soldi, se non è scemo del tutto, sa che tutti quelli che gli sorridono davanti, gli fanno le boccacce alle spalle, ed è pure un periodo in cui le donne sembrano infilarsi dappertutto, tranne che a letto con lui.

Plein e Briatore hanno quindi avuto un’idea veramente geniale.

Hanno creato un dio per questi qui, Mr Plutus.

Prima parlavamo di cucce, quindi dobbiamo precisare che non è questo qui:

Mr Plutus, dal nome mezzo americano e mezzo latino,

Parte uomo e parte macchina, rappresenta una nuova forza creativa nella moda.

Entità robotica misteriosa, Plutus è apparso quest’anno, come una visione, sfrecciando nel centro di Milano al volante di una Rolls Royce bianca, con l’assordante inno dei Rolling Stones Sympathy for the Devil.

Un vortice di voci e supposizioni sulle origini di questo enigma elettronico ha subito cominciato a diffondersi fra esperti, convinti si trattasse dell’antico dio greco della ricchezza, tornato sulla terra in missione segreta.

Oggi è possibile affermare che Plutus ha lavorato instancabilmente dietro le quinte di Billionaire, ed è finalmente pronto a svelare una nuova era nell’abbigliamento maschile.

Intanto, notate il meccanismo del comunicato stampa: mandano un tizio in giro che nessuno nota, poi dicono “un vortice di voci e supposizioni sulle origini di questo enigma elettronico ha subito cominciato a diffondersi fra esperti“…

Ma poi notate la fusione, cara a certi postmoderni, transumanisti e ideologi del transgender, tra macchina e umano, che in fondo non ‘è altro che l’esito della modernità,

e la citazione, intellettualmente  interessante, di Sympathy for the Devil, canzone dalle parole tutt’altro che banali.

Però il messaggio è anche più semplice: il diavolo è quello che fa ciò che gli pare a tutto e a tutti, sul suo macchinone con il radiolone, che spara rumore, pezzi di plastica e combustibili fossili sauditi per ogni dove.

Siccome Briatore mi sembra furbo ma non un genio, sospetto che dietro questa creazione ci sia Plein, che ha tutta la mia ammirazione.

Mr Plutus appare con un elicottero ricoperto d’oro sulla passerella di Billionaire:

Il Dio Plutus ha questa faccia qui:

Allora, il biglionista è:

Dominante, virile e impenitente, l’uomo Billionaire non ha bisogno del solito noioso vestito, non vuole certo sembrare il suo contabile svizzero. Fiero di quello che ha conquistato, non teme mostrarlo.

Dal trench di coccodrillo alla giacca in jacquard metallizzato, i suoi vestiti sono la celebrazione del proprio successo e rivendicano attenzione.

Proprio come gli uomini che li indossano, i capi Billionaire sono la massima espressione di uno stile sicuro di sé.”

La frase affascinante è quella sul contabile svizzero, perché ci rivela una categoria di persone che hanno il babbo miliardario, cui riesce casualmente una truffa, che hanno corrotto un politico, ma non hanno nessuna intenzione di mettersi a lavorare, e che vogliono sopra ogni cosa farsi notare.

Il risultato di tutto questo si vede sulle passerelle di Billionaire, grigiopelo, adolescente, in vacanza permanente, predatore-mendicante a caccia di like.

E questo imbecille devastatore, in fondo, è il princeps huius mundi: ognuno ha il padrone che si merita.

Direte che tutto questo è un gioco, ma in Sympathy for the Devil,  i Rolling Stones avevano colto tutto, dicendo:

“Pleased to meet you, hope you guess my name
But what’s puzzling you is the nature of my game”

“piacere d’incontrarla, spero che indovini il mio nome… ma ciò che la lascia perplesso è la natura del mio gioco”

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L’uomo della terra, l’uomo del suolo

Negli anni della mia vita, ho potuto conoscere su un treno una coppia di anziani siciliani, che mentre mi offrivano da mangiare, mi hanno raccontato la loro storia.

Lui girava a cavallo. Vide lei, che avrà avuto quattordici anni, affacciarsi a una finestra. E la chiese in sposa a suo padre.

E da allora si amarono.

E mi raccontarono come loro fossero cresciuti sani perché non sapevano quasi cosa fosse la carne, mangiavano solo alivi.

E c’era gente che mi raccontava dei ciarauli che parlavano con i serpenti nella notte del solstizio, e poi mi raccontavano degli affatusciati, che incontravano gli esseri invisibili (e ce n’erano uno, a Siracusa, che le fate gli facevano sempre il solletico ai piedi).

E’ successo tutto così velocemente, il passaggio dal Neolitico e dal cielo che si vedevano le stelle, dalle campagne del Messico dove non si sapeva in che anni si fosse nati…

alle fauci di Zuckerberg e alle telecamere in ogni casa e a una mente immateriale che spia ogni nostro pensiero,

dal tempo in cui attorno a noi c’erano fate, alla morte delle foreste e dei mari,

dalla gente che recitava il rosario ai miei coetanei che mascherano i capelli grigi con tatuaggi che mutilano le loro braccia e si chiudono in gabbia infuocate di acciaio che pesano una tonnellata per paura della pioggia, e hanno paura se manca la connessione,

e il fuoco si espanda dal Sahara, e non capiamo più cosa sia la terribile, soverchiante, stoffa delle nostre vite.

Pensare che quando ero ragazzo, credevo di essere nato in tempi noiosi, mi dicevano che la storia fossero la DC e il PCI e il Diritto, e che la cosa più interessante che fosse mai successo fosse un caporale austriaco che voleva conquistare un pezzo della Polonia.

Thomas Campion (567-1620) visse in tempi analoghi:

All is hassard that we have,
There is nothing biding;
Dayes of pleasure are like streames
Through faire meadowes gliding.
Weale and woe, time doth goe,
Time is ever turning:
Secret fates guide our states,
Both in mirth and mourning.

Tutto è caso, ciò che abbiamo: nulla perdura; i giorni di piacere sono come ruscelli che scorrono per bei prati. Il bene e il male, il tempo se ne va, il tempo gira sempre: un segreto destino guida i nostri stati, sia nella gioia che nel lutto.

Ma tra i frammenti di vita che si dissolvono, possiamo raccogliere i gioielli di cento mondi,

ne ricordo uno solo, quello che va dalla bisnonna dalla schiena incredibilmente dritta che raccoglie acqua al pozzo, alla pronipote che prende l’ultima briciola di sabbia rimasta e la trasforma in un nuovo mondo e si mette con imbarazzo quattro schizzi di verde sul viso, per protestare per il clima…

Dall’India, alla Toscana, all’Inghilterra.

Bernie Parry è un cantautore inglese nato nel Galles ma cresciuto nel nordest dell’Inghilterra.

Nel 1977 scrisse una canzone dedicata a suo padre.

Ora, io sono figlio e nipote di gente di città, di musicisti e carradori, ma so che attorno a me, quasi tutti erano men of the earth, men of the soil.

Nella memoria di una persona che vive oggi, al tempo dei droni, c’è un uomo che ha vissuto il passaggio dal neolitico al rigore della morte civiltà industriale: si ferma lì, ma andrebbe raccontata anche la dissoluzione di quel mondo, solo che è difficile cantare la disgregazione individuale.

E questa piccola storia di un angolo dell’Inghilterra, mi ricorda non solo la Toscana, ma il mondo intero.

Ogni giorno mentre passo per il quartiere,
dove stanno i capannoni e le case popolari,
vedo un uomo anziano sul suo terreno
con un rastrello e una zappa in mano.
Sta lì qualunque sia il tempo,
sotto il sole o sotto la pioggia, e io esito mentre passo.
E’ felice o triste del suo compito?
Ma non ho tempo per chiedere.

L’uomo della terra, l’uomo del suolo,
sul suo solitario terreno si affatica.
Non ha molto da fare da quando ha compiuto i sessantacinque anni.
E quindi si è dedicato al suo giardino per restare vivo
e credo che sia la sua gioia e orgoglio.

Cinquant’anni nelle acciaiere gli hanno spezzato la volontà
schiena e spalle si sono piegate
in città, non c’era altro lavoro
e così lo misero in catene e lo legarono.

Poi tutt’a un tratto, compì ssesantacinque anni
e i padroni gli dissero, “grazie, ragazzo!”
e gli misero in mano un orologio d’oro
e sentì veloce la porta sbattergli alle spalle.

Ogni sabato lo trovi al pub
se ne sta da solo,
beve lentamente dal bicchiere solitario
perché con la pensione non puoi andare lontano.

E così vende alcune cose a vicini e amici
alcune delle cose che coltiva
ma deve stare attento a ciò che fa
altrimenti gli taglieranno la pensione, e lui lo sa.

Ogni giorno mentre passo per il quartiere,
dove stanno i capannoni e le case popolari,
vedo un uomo anziano sul suo terreno
con un rastrello e una zappa in mano.

Ma non posso perdere tempo, devo andare,
perché lavoro anch’io nell’acciaieria, ho cominciato cinque anni fa,
mi mancano solo quarantacinque anni.

Every day as I go through the old shanty town
Where the sheds and allotments all stand,
I see an old man on his land
With a rake or a spade in his hands.
And he’s there in all weather,
In sunshine or rain and I hesitate as I go past.
Is he happy or sad with his task?
Oh, I haven’t the time for to ask.

Chorus (after each verse):
The man of the earth, the man of the soil,
In his lonely allotment he labours and toils.
There’s not much to do since he turned sixty-five.
So he took to his garden to keep him alive
And I think it’s his joy and his pride.

Fifty years in the ironworks broke his will
And his back and his shoulders are round.
There was no other work in the town
So they had him both fettered and bound.
Then all of a sudden he turned sixty-five
And his bosses said, “Thank you my man.”
And they stuck a gold watch in his hand
And behind him the door quickly slammed.

Every Saturday evening he’s down at the pub
And he stands by himself at the bar,
Slowly sipping a solitary jar
For the pension won’t go very far.
So he sells a few things to his neighbours and friends,
A few of the things that he grows.
But he’s got to watch out how he goes
Or they’ll stop all his pension, he knows.

Every day as I go through the old shanty town
Where the sheds and allotments all stand
I see the old man of the land
With a rake or a spade in his hand
For I cannot linger, I must be gone,
For I work in the iron works too
I started there five years ago,
Only forty-five more years to go,

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“Alzare almeno un angolo del velo”

“Cruel works
Of many wheels I view; wheel without wheel,
With cogs tyrannic,
Moving by compulsion each other”

William Blake

Il mondo in cui viviamo è un tessuto di diritto, che tiene insieme tutti i rapporti.

L’Ambiente, come dice lo stesso nome, è tutto ciò che di di vivente e di non vivente, sta attorno a noi, e con cui ci rapportiamo incessantemente.

Eppure, ogni volta che cerchiamo una base nel diritto, per affrontare ciò che sta avvenendo tra gli esseri umani e l’ambiente, troviamo solo qualche base così fragile da diventare quasi pretestuosa.

Sostanzialmente, l’unico aggancio è il diritto dell’individuo di specie umana alla salute.

E poi, in Italia, c’è la tutela costituzionale enigmatica e un po’ poetica, del paesaggio.

Insomma, questa macchina in duecento ha sbucaltato il pianeta, ha costruito l’intero modo di rapportarsi con il mondo, come se il mondo non esistesse, se non sotto la forma di proprietà umana.

E’ stata una scelta ideologica.

La struttura che l’Occidente ha imposto al mondo intero, in un secolo, riconosce l’Individuo e la Proprietà delle risorse, da usare per il Progresso.

Questo trio ci ha lanciati, nel giro di duecento anni, dentro un vortice incredibile di esperienze, ma da cui rischiamo seriamente di non uscire vivi.

La colpevolezza dei nostri padri, ma anche dei nostri coetanei, si determina chiedendoci, ma lo potevano sapere cosa ci aspettava?

Bene, qualcuno lo sapeva.

Anno 1913.

Ludwig Klages, si rivolge a un raduno di giovani tedeschi, molti dei quali non sarebbero stati più vivi nell’anno successivo.

Il luogo era il Hoher Meißner, una modestissima cima nella Germania centrale.

Ludwig Klages non aveva competenze particolari: era un chimico e si era dedicato alla filosofia e alla grafologia, con lo spirito sperimentale caratteristico dell’epoca.

Per capire l’epoca, abbiamo un grafico utile. E’ quello della presenza di CO2 nell’atmosfera, specchio perfetto della civiltà moderna di cui lui parlava, mettetevi mentalmente attorno al 1913 e capirete dove si era:

Il suo discorso oggi suona a tratti banale, perché dice in parte cose che sono ormai assodate.

Mentre nel 1913 Klages poteva giustamente criticare l’esaltazione della scienza, oggi viviamo nella curiosa situazione in cui sono gli scienziati i primi a parlare come Klages.

E’ giusto dire subito che Klages aveva anche una motivazione ideologica.

Come spesso accade ai geni, aveva sviluppato un’unica idea, portata facilmente all’eccesso: che esiste un conflitto insanabile tra la l’Anima (Seele) e lo Spirito (Geist) – cioè tra la vita profonda che ci unisce a tutti i viventi da una parte, fatta da una successione di immagini che per loro natura possono solo essere vissute, e dall’altra e il tentativo di afferrare, inquadrare, dominare le immagini, soffocando la vita con la teologia, lo Stato, la tecnologia, l’informazione e (con sorprendente anticipazione dei nostri tempi fesbucchiani), l’intimità: Klages sosteneva l’Eros der Ferne, l’Eros della Distanza, che sfuggiva a ogni selfie.

Una posizione -sullo Stato, più che sulle selfie –  che lo avrebbe portato a uno scontro diretto con il nazista Alfred Rosenberg, teorico della potenza statale germanica. Poi, Klages non era esente nemmeno lui da sbandamenti novecenteschi di vario tipo, che gli lasciamo volentieri.

Bene, però Klages parlava nell’anno 1913.

E se lui, grafologo visionario, l’ha capito, potevano capirlo anche tanti altri.

So che il suo testo fu poi pubblicato e illustrato da Fidus, ma non trovo le immagini originali; per darvi un’idea comunque dell’arte di questo eccentrico illustratore tedesco, ecco un’immagine intitolata Nach Hause, “verso casa”:

Tradurre dal tedesco costituisce sempre un impoverimento: mi trovo subito davanti a Schlagwort, “parola-colpo, parola-macello”, diciamo parola chiave, slogan, motto, ma non rende.

“Ogni tempo, e anche il nostro, ha le proprie Schlagwort, con cui diffonde le proprie tendenze come con il suono della tromba, mettendo a tacere la voce del dubbio tra i propri seguaci e trascinando sempre nuove schiere dalla propria parte, tra coloro che non hanno ancora fatto la loro scelta.

Le tre più forti oggi suonano, “Progresso”, “Cultura” e “Personalità”, ma solo il pensiero del progresso è esclusivo del presente e conferisce il proprio colore al pensiero dominante.

E si ritiene così superiore rispetto ai popoli di natura, così come rispetto a tutta la storia precedente, e ha sempre pronta la risposta alla domanda, su cosa si fonda: la scienza si trova a livelli mai prima raggiunti, la tecnica domina la natura di fronte a cui ogni umanità precedente si era tirata indietro senza capirvi nulla, dalle inesauribili risorse della natura alimenta in maniera pianificata il benessere comune, penetra alberi e tempi con le onde radio dell’etere dello Spirito, e il suo genio scopritore ha persino “conquistato” lo sterminato spazio.”

E poi, nel 1913, Klages dice:

“Non per i convinti credenti di questa fede, che vogliono morire credendoci, ma sopratutto per la giovane generazione, che ancora si pone domande, vogliamo cercare di alzare almeno un angolo del velo e scoprire il minaccioso autoinganno che nasconde”.

Noi siamo abituati a pensare al danno che ci attende. Esiste tutta una mentalità, molto americana, che ci racconta,

tra vent’anni saremo sommersi sotto i flutti, tra dieci i tumori aumenteranno…

ma il danno compiuto dai nostri predecessori lo ignoriamo: siamo talmente abituati a vivere nel migliore dei mondi possibili, che fatichiamo a capire che il mondo è già stato distrutto.

Che pure sarebbe l’unico punto di partenza onesto per un sano ecologismo.

Klages parla degli orrori dei suoi tempi, degli esploratori dell’Artico e dei Tropici, che se la spassano tra una fauna appena scoperta che stanno per sterminare.

Io leggo Klages, mi immagino di essere nel suo tempo, dove c’è ancora ciò che oggi non c’è.

Ma Klages mi precede, cogliendo le trasformazioni del suo tempo:

“Ma dove il Fortschrittsmensch, l’Uomo del Progresso, conquista la signoria, di cui si vanta, semina ovunque sterminio e morte. Cosa ci resta del mondo animale della Germania? Orso e lupo, lince e gatto selvatico, visone, alce e bove primigenio, aquila e avvoltoio, gru e falco, cigno e barbagianni sono diventati parte del mondo delle fiabe, ancora prima che iniziasse la moderna guerra di sterminio.”

E lo stesso vale per qualunque forma di vita umana non si riconosca nel Progresso:

“Via e finiti sono gli indiani, via gli aborigeni dell’Australia, via tutte le stirpi migliori della Polinesia; i più coraggiosi popoli negri resistono e subiscono la “Civilizzazione”.

E sempre nel 1913, Klages diceva alla schiera dei ragazzini che tra poco sarebbero morti ammazzati sulle rive del Somme e a Verdun, con l’amara consapevolezza di saperne di più di quanto ne avrebbero saputo quelli di un secolo dopo:

“Non ci siamo sbagliati, quando abbiamo sospettato il ‘Progresso’ di vuota sete di potere, e vediamo che c’è metodo nella follia della distruzione.

Sotto il pretesto di “necessità”, “sviluppo economico”, “cultura”,  abbiamo in realtà a che fare con lo sterminio della vita. Lo si trova in ogni manifestazione, abbatte boschi, stermina specie animali, dissolve i popoli originali, ricopre e sfigura con la vernice del commercio il paesaggio e riduce a mera merce ciò che lascia ancora sopravvivere degli esseri viventi, come gli animali da macello, luogo-oggetto senza uccelli di un’illimitata sete di bottino.

Ma a suo servizio si pone l’insieme della tecnica, e nel loro servizio il dominio, assai maggiore, della scienza”.

Poi, alla faccia di tutti, stasera, in una nicchia della chiesa di San Frediano, in alto in alto, un uccello che non riconosco chiama la compagna che ancora non ha visto e annuncia che nonostante tutto, la vita esiste.

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“La tecnologia è neutrale, dipende dall’uso che ne fai”

“Ma tu non hai Whatsapp? Perché non te lo installi, guarda che è facilissimo! Ah, ma non hai nemmeno lo smartphone?”

Negli ultimi anni, è aumentata in modo esasperata quella che chiamano polarizzazione politica.

In un bell’articolo di un po’ di tempo fa, Ugo Bardi mi ha fatto riflettere sul fenomeno. Prendiamo questo impressionante grafico (che lui ha tratto da qui):

 

Un fenomeno analogo lo vediamo anche in Italia.

La polarizzazione riguarda innanzitutto le emozioni: da entrambe le parti, l’odio per i singoli portatori di idee avverse è cresciuto immensamente.

Questo avviene a discapito dei contenuti. Di cui non mi voglio occupare qui, quindi non mi interessa in questo momento parlare di “ciò che distingue la Destra dalla Sinistra” – stiamo parlando del meccanismo della polarizzazione.

Un esempio: l’italiano medio che si riconosce come di destra non ha in realtà la minima idea di quali siano i valori culturali degli immigrati “africani” (quali poi? gambiani? nigeriani? senegalesi?).

Sospetto che il suo vero odio vada molto di più verso la Laura Boldrini, identificabile come esempio assoluto del sinistrismo; il fatto che lei sia “amica dei negri stupratori” è spesso semplicemente un pretesto in più per dare addosso a lei.

Analogamente, viene spesso notato come le persone di sinistra si agitino molto di più per la minima battuta sessista da parte di un esponente di destra, mentre non si accorgono magari del padre marocchino che picchia la figlia perché si “veste da occidentale”.

Questa contraddizione esiste, e potrebbe aiutarci a riflettere su molte cose; invece, viene usata esclusivamente per dimostrare l’ipocrisia della sinistra. E quindi per rafforzare proprio il ciclo della polarizzazione.

In questa polarizzazione, si ritiene che l’altro agisca per pura malvagità.

E se il problema è solo la cattiveria di alcuni individui, la soluzione è semplice: eliminiamo quegli individui.

Quelli di Casapound sono malvagi e diffondono il razzismo e l’odio, quelli del PD hanno la segreta missione di renderci tutti omosessuali mangiatori di kebab vegano.

Io invece credo che la polarizzazione sia intrinseca nei mezzi elettronici.

Lo smartphone è il principale ambiente in cui la gente vive oggi. E’ totalizzante quindi quanto potesse essere la fabbrica ai tempi della rivoluzione industriale, ma seduce e quindi non suscita rancore; anzi, la sua forza sta nel far lavorare gratuitamente miliardi persone per raccontare storie, del mezzo, quindi, che è tutto, non te ne accorgi nemmeno.

In questo ambiente totale di vita, gli algoritmi creano incessantemente affinità tra persone che vivono in mondi chiusi e quindi si polarizzano attorno a discorsi, affinati incessantamente per cullarli nei loro desideri di identità e di certezza.

Se io scrivo un lungo post, come qui, riesco a presentare una serie di argomenti, a cogliere  sfumature e contraddizioni, a suggerire ipotesi ammettendo che potrebbero essere sbagliate.

Poi, nella discussione dei contenuti con chi la pensa diversamente, possono emergere nuove idee: tesi, antitesi, sintesi.

Posso cambiare opinione, senza chiedere scusa a nessuno.

Questo diventa fisicamente impossibile nello spazio dello schermo del telefono, occupato da un’immagine emotivamente eccitante e da una didascalia che afferma con vigore una posizione. Non posso criticare quella posizione: o la condivido, o la odio.

Il tutto nel tempo concesso tra un messaggio Whatsapp e quello successivo: tra maggio e giugno del 2018, la specie umana passò 85 miliardi di ore a scambiarsi messaggi Whatsapp; e  negli Stati Uniti, l’utente medio tocca lo smartphone 2.617 volte al giorno.

Questo ci indica i limiti dell’attenzione che l’utente può dedicare a ogni singola interazione.

Ho seguito un esempio recente, che spiega bene cosa stia succedendo.

Tomaso Montanari è stato da poco nominato presidente del Comitato tecnico scientifico per le Belle Arti del Mibac, ed è una persona che conosco bene, anche perché abita nel mio stesso quartiere.

E’ un uomo di una cultura immensa, e ha il merito – in una città piena di intrighi e di cricche – di aver sempre criticato apertamente coloro con cui non era d’accordo.

Quest’anno, gli studenti italiani hanno avuto la fortuna di avere un testo per la maturità tratto da un libro di Montanari, che merita di essere letto tutto. E che dovrebbe essere il vero manifesto del Conservatore Italiano, che coglie l’importanza politica dello sterminato patrimonio culturale italiano.

Tomaso forse avrebbe da obiettare per la definizione, ma io la trovo giusta, visto che lui è rigorosamente attaccato alla sacralità dell’arte italiana da una parte e dall’altra a quella della Costituzione e dei Padri Fondatori della Repubblica.

E si arrabbia facilmente quando vede toccare l’uno o l’altra.

Dategli lo spazio di un libro, e sa scrivere benissimo e arricchire il lettore; dategli lo spazio di un articolo, fa ragionamenti molto interessanti.

Ma dategli lo spazio di un tweet, dove non c’è il minimo margine di manovra, ed ecco cosa succede:

E’ uno sfogo emotivo, non un ragionamento: in una cinquantina di parole, non puoi dire (ad esempio) che Scespirelli era l’ironica definizione data da Ennio Flaiano, non puoi fare un’analisi delle opere di Zeffirelli o della variegata carriera di Oriana Fallaci (o del ruolo di Ferruccio De Bortoli nell’averle praticamente estorto un testo delirante), non puoi definire con più precisione cosa intendi per “Firenzina”…

Dietro tutte queste espressioni, ci sono i mille sottintesi di lunghi scambi con amici, che capiscono perfettamente le battute e i riferimenti.

Solo che non siamo tra amici.

Sui social, per citare un altro mezzo analogo, siamo Nell’acquario di Facebook.

Visibili da ogni parte, allo stesso identico modo. E quindi costretti a trasformarci in personalità a una sola dimensione, sempre uguali e senza alcun contesto:  il mezzo trasforma una grande mente come Montanari in un twittatore medio.

La tuittata media di Montanari gli guadagna 102 retweet e 534 cuoricini: ha detto una cosa forte, e questo piace molto ai tifosi.

Il poeta preislamico arabo ‘Antarah si vantava:

َبمثقف صدق الكعوب مقوجادت له كفي بعاجل طعنةمَبالليل معتس الذئاب الضربرحيبة الفرغين يهدي جر

“Le mie mani furono generose su di lui con veloci colpi della dritta lancia

aprendo una ferita il cui suono guida nelle tenebre i lupi a caccia di preda “

La maggiore parte dei tifosi si limita a mettere cuoricini a chi la pensa come loro.

Ma ai tempi di ‘Antarah, non c’era l’Acquario: oggi, una minoranza di tifosi setaccia tutti i giorni la rete alla ricerca di tweet bellicosi di parte avversa, da catturare ed esibire ai propri tifosi, per dimostrare la malvagità dell’altro.

E così il tuittino di Montanari arriva… al Ministro degli Interni della Repubblica Italiana in persona. Il quale si presenta ai suoi con il topo rosso appena catturato in bocca:

Ora, i tifosi di Salvini non hanno mai letto una riga di Montanari, e non intendono farlo (e probabilmente non hanno visto un film di Zeffirelli né letto un libro della Fallaci).

Però hanno capito che c’è un triste snob di sinistra che infanga i morti.

Soffermiamoci sulla frase “Che lasci ogni incarico pubblico e chieda scusa all’Italia”.

Innanzitutto, Salvini ha in un certo senso ragione. Twitter ti permette di dire solo “A”, e non una frase intera.

E “A”può essere solo perfetto, oppure sbagliato – logicamente o moralmente. Su Twitter, non hai lo spazio per dimostrare che “A” era comunque una mezza verità, o una semplicazione.

Il bambino dice, Merda!

O ha fatto bene a dirlo, o ha fatto male; e se ha fatto male, può solo chiedere abiettamente scusa, senza peraltro venire perdonato, se non è appunto più un bambino.

Ma c’è un altro elemento importantissimo: quella specie di ordine che Salvini dà costituisce un Imperativo Esorcistico.

L’Imperativo Esorcistico è un ingrediente essenziale della polarizzazione:

“Mai più violenza sulle donne!”, “Fuori gli immigrati clandestini dall’Italia!”, “Diciamo no all’omofobia!”, “Chiudiamo i covi fascisti!”, “Yankee go home!”…

Non va confuso con alcuna azione concreta, ovviamente.

Basterebbe questo per rendere ridicolo il Ministro degli Interni agli occhi di chiunque.

Ma la polarizzazione richiede che anche la parte avversa creda all’efficacia dell’Imperativo Esorcistico: chi dice Yankee go home! sta davvero per deportare fisicamente i cittadini statunitensi, e quindi va immediatamente colpito.

Montanari prova a correre ai ripari, scrivendo l‘articolo sul Fatto Quotidiano che avrebbe dovuto scrivere prima, ma ovviamente non se lo fila nessuno: un articolo ragionato non ci sta sullo schermo di uno smartphone.

Il livello a cui si arriva, si riassume tutto in questo scambio:

Da cui apprendiamo che Montanari “si vergogna” di stare in un paese in cui Salvini è vicepresidente del consiglio: il trucco retorico è interessante, perché per definizione, non parliamo delle cose di cui ci vergogniamo. Diciamo che Montanari si vanta di vergognarsi. Non certo perché Montanari sia tipo da trucchi retorici, è che ormai è invischiato.

Nella pacata replica dello sconosciuto che commenta, ricompare l’Imperativo Esorcistico. Ma mentre Salvini si esprime in maniera impersonale (“il Diavolo esca dal corpo…”), Sparaballe si rivolge direttamente con il tu a Montanari (“Satanasso, esci dal corpo…”), cosa più interessante forse della destinazione precisa cui invita Montanari a recarsi.

Specularmente, un certo Gildo Leone adopera lo stesso tipo di Imperativo Esorcistico nei confronti del Ministro degli Interni:

Da questo confronto, tutti escono perdenti.

Montanari (Montanari!) sembra un cretino qualunque che perde tempo su Twitter; il Ministro degli Interni fa la figura del ragazzino deficiente. Salvini non è Sparaballe, Montanari non è Gildo Leone, ma entrambi sembrano in qualche modo complici del più idiota dei propri ammiratori e ritwittatori.

Certo, un po’ di fango sull’avversario resta: se ci identifichiamo con la sinistra, ci sentiamo confermati nel sospetto che Salvini sia uno che abusa della propria posizione per minacciare la gente; se siamo di destra, che quelli di sinistra siano professoroni snob che si divertono a insultare i morti.

Proprio per questo l’odio personale cresce velocemente, a discapito di ogni contenuto: in questo scambio non appare alcuna traccia delle idee di Montanari (che io condivido in grandissima parte) sul rapporto tra patrimonio  culturale e cittadinanza.

Cosa ne possiamo concludere?

Vernon Lee notò durante la Prima guerra mondiale, come nulla si somiglia di più di due eserciti in guerra tra di loro – divise, armi, gerarchie, bandiere, addestramento forgiano alla fine comportamenti simili.

Perché competono sullo stesso terreno, che non è creato da loro: nel 1914, era la geologia della Francia nordorientale più la tecnologia industriale dell’epoca; per noi sono gli strumenti elettronici.

Che sono talmente poco neutrali, che riescono a trasformare velocemente addirittura Tomaso Montanari in ciò che su uno smartphone compare come uno sparatore indistinguibile dai propri avversari, proprio come la cannonata tedesca era indistinguibile da quella francese.

Ma a quel punto, possiamo cominciare a pensare che è la guerra, sono i cannoni che stanno facendo la storia, molto più degli apparenti contendenti? Non furono certo i “valori francesi” a uscire vincitori dalla guerra – furono l’inflazione e gli aerei e la militarizzazione della vita e la crisi dell’industria bellica da riconvertire e la violenza come modo di gestire la società.

Oggi, gli smartphone e i social non siano più “neutrali” della Dicke Bertha:

E non dipende da come li usi.

E’ la Grossa Bertha a usarci.

 

 

 

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Diamoci una calmata

Il Comune di Milano è uno dei tre in Italia ad aver dichiarato finora uno stato di “emergenza climatica e ambientale“: gli altri due sono Acri e Torchiarolo (la dichiarazione di Torchiarolo mi sembra molto meglio e più impegnativa di quella di Milano).

La motivazione della dichiarazione milanese colpisce per la sua originalità:

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Due buone notizie

La prima Buona Notizia mi arriva appena scarico la posta stamattina.

Un certo Dr. Joe Simon mi annuncia che “in ricordo del nostro ex-presidente Nelson Mandela (icona e leggenda)”, la mia email ha vinto “il Premio Sony Afri Mandela Sharing Happiness”, per l’importo di 900,000.00 dollari.

Devo solo mandargli i miei dati personali, ed è fatto, se volete gli mando anche i vostri.

La seconda buona notizia arriva subito dopo, quando leggo su Internet qualcosa che viene presentata tipicamente in questo modo:

Mentre chi esulta per l’invito a dedurre (si chiama così) della Corte dei Conti dorme beato dopo una notte di festeggiamenti, chiariamoci bene le idee.

Uno, non si tratta di una sentenza, ma appunto di un invito a dedurre, come spiega bene il commentatore Roberto:

“il pubblico ministero finisce le indagini, ma prima di decidere se archiviare il caso o citare in giudizio, dice agli indagati “siete accusati di questo, queste sono le prove che ho raccolto contro di voi, avete qualcosa da dire?”
quindi l’invito è rivolto agli accusati o, leggo ora nel codice di giustizia contabile, ai “presunti responsabili”

quindi si tratta di un atto di parte, cioè di un atto dell’accusa”

Insomma, la Corte non ha condannato nessuno: ha semplicemente elencato le accuse.

Secondo, la Corte dei Conti del Lazio non parla affatto di Casa Pound, per ovvi motivi:

“Nella vicenda non è coinvolto Casapound in quanto soggetto privato su cui la Corte dei Conti non può intervenire.”

Quindi, qualunque cosa pensiate di Casapound, mettetela da parte per un momento: questioni tipo apologia di fascismo, immigrazione e altro sono totalmente irrilevanti alla decisione della Corte dei Conti.

La Corte dei Conti parla di una questione completamente diversa: il rapporto tra cittadini, funzionari e beni del demanio in generale. Ripeto, è un atto di parte, ma è comunque interessante esplorare il modo di pensare sottostante.

Come ho raccontato, vengo da un breve viaggio in un altro paese europeo, l’Olanda, dove ho visto in atto alcuni principi, tra cui ne segnalo tre:

  • esiste il Right to Challenge, di origine britannica, cioè il diritto delle comunità di proporre un utilizzo diverso di qualunque servizio pubblico;
  • i beni pubblici esistono… per il bene pubblico, quindi il loro valore non va calcolato sul valore di mercato, ma (anche) su quello sociale;
  • le comunità attive hanno il Right to Bid, cioè una sorta di diritto di prelazione sui beni pubblici, prima dei semplici imprenditori privati

Il documento della Corte dei Conti del Lazio ci riporta a una visione opposta.

Secondo l’accusa, la vicenda

“”manifesta, con tutta l’evidenza della semplice narrazione dei fatti, la gravissima negligenza e la scarsissima cura (mala gestio) che l’amministrazione pubblica ha mostrato nei confronti di un intero edificio di proprietà pubblica di ben sei piani che per oltre 15 anni è stato sottratto allo Stato ed alle finalità pubbliche in palese violazione delle più elementari regole della (sana) gestione della cosa pubblica e in contrasto con il particolare regime vincolato cui sono soggetti i beni del patrimonio indisponibile dello Stato.”

Da non giurista, vedo una parte di ragione: per quindici anni, i funzionari dello Stato hanno lasciato correre questa, come hanno lasciato correre circa cinquantamila altre occupazioni in tutta Italia (non so quante di beni pubblici e quante di beni privati).

Però forse i funzionari correi di occupazioni abusive nel nostro paese hanno lasciato correre perché altrimenti avrebbbero dovuto caricassero della responsabilità di una violenta cacciata a manganellate degli occupanti, seguita da anni di abbandono di palazzi sigillati e inutili, dove possono davvero succedere cose brutte, e con famiglie intere abbandonate per strada.

A Firenze, Dario Nardella è stato incalzato dalla Destra perché facesse sgombrare la storica (ed efficientissima) occupazione del CPA. E ha risposto:

“Ne parlerò con il prefetto e i rappresentanti delle forze dell’ordine, perchè evidentemente si tratta di un’operazione di ordine pubblico. Ed è un’operazione complessa, se fosse stato facile l’avrebbero sgomberato da 20 anni. Invece è sempre lì.“

Era il 26 marzo del 2018, e l’occupazione è ancora lì, come è normale che sia.

Le parole del pubblico ministero presentano un concetto preciso dello Stato,  che poi alla fine è quello dei giacobini e della cultura dei prefetti: un ente unico, esclusivamente in mano ai funzionari stipendiati, che deve avere “finalità pubbliche”, e che affronta e dirige i “privati”, cioè individui o organizzazioni che si fanno gli interessi propri dentro le loro (appunto) proprietà.

Non si parla giustamente di Casapound; ma proprio nel non prenderla in considerazione, l’accusa esclude una rivendicazione cruciale – che il palazzo in questione è sede di molte “attività sociali” ed è abitato da diciotto famiglie di senzatetto.

Come ci ricorda un commentatore, un dirigente di Casapound ha dichiarato:

“Via Napoleone III è un’occupazione a scopo abitativo che rientra tra le occupazioni storiche di Roma riconosciute dal Comune e dall’allora sindaco Walter Veltroni con la delibera 206/2007. È uno spazio conquistato nove anni fa da un nucleo di famiglie che lo ha sottratto all’abbandono, lo ha riqualificato, e lo ha trasformato in un luogo di cultura e di aggregazione, e, a quelle famiglie e alla città, nessuno potrà mai toglierlo, a prescindere dalla titolarità dell’immobile”.

Qualcuno potrebbe dire che sono dei falsi senzatetto, che non è giusto che vengano ammessi solo italiani, o che il doposcuola per i bambini è demagogia, o che le attività sportive abbiano un’impostazione troppo marziale.

Insomma che la funzione sociale dell’occupazione sarebbe pretesa. Ma è un argomento che sembra non venga accennato nemmeno per smontarlo; staremo a vedere come risponde la difesa.

La “finalità pubblica” del palazzo viene definita nel calcolo del danno:

“il cespite non è stato proficuamente utilizzato per oltre 15 anni (e non lo è tuttora) – da calcolarsi, in base al criterio reddituale, in via equitativa ex art. 1226 c.c., ricorrendo al parametro costituito dall’indennità di occupazione sine titulo che si sarebbe dovuto richiedere agli occupanti, ovvero, in alternativa, al risarcimento dei danni che, in via autonoma o nell’ambito di azioni penali o civili mai intentate o mai coltivate, sarebbero state liquidate in sede giudiziaria (in entrambi i casi si tratta di ‘importi commisurati al canone di locazione non percepito)”.

Insomma, il criterio per stabilire il danno è la mancata messa a reddito del palazzo per quindici anni.

Il palazzo – sede di uffici dismessi del Ministero delle Finanze, passata al MIUR – era vuoto al momento dell’occupazione, come innumerevoli altri palazzi in Italia. Non era “proficuamente utilizzato” probabilmente molto prima dell’occupazione.

Quindi l’occupazione non avrà di per sé comportato un calo di reddito per la pubblica amministrazione. Casomai, un vero calo di reddito avrebbe potuto scattare dal momento in cui qualcuno avesse fatto richiesta di affittare il palazzo, e tale richiesta fosse stata respinta “perché andava salvaguardata l’occupazione”.

Si potrebbe dire che l’occupazione avrebbe potuto scoraggiare eventuali acquirenti/affittuari, ma non è successo a Firenze, dove il Comune ha venduto recentemente una casa occupata nel nostro quartiere, trovando subito un’immobiliare che l’ha comprata (e senza nemmeno cacciarne gli occupanti, incombenza lasciata al privato quando vorrà).

Ma la cosa interessante è la base del calcolo economico. Rainews ci informa che

“la cifra del risarcimento è stata stabilita “in particolare in base al canone aggiornato alla media Omi (Osservatorio Mercato Immobiliare) per la destinazione d’uso residenziale nella zona Esquilino”, dove si trova il palazzo occupato.”

Cioè il valore di un bene pubblico è semplicemente il suo valore sul mercato immobiliare.

Non si dice che per colpa di funzionari negligenti, l’edificio non sarebbe stato usato come asilo o come case popolari.

No, avrebbero omesso di venderlo sul mercato residenziale di un quartiere di prestigio.

Ne consegue che i funzionari che non hanno mandato i carabinieri a cacciare gli occupanti quindici anni fa vengono condannati a risarcire il danno allo Stato, valutato nell’iperbolico importo di 4,6 milioni di euro.

Precisamente, i colpevoli sono dodici dirigenti dell’Agenzia del Demanio e del Miur, di cui però ben tre già deceduti.

Non so bene come funzioni l’assicurazione per i dirigenti, ma (forse) gli assicuratori esiteranno prima di risarcire un danno dovuto alla “palese violazione delle più elementari regole della (sana) gestione della cosa pubblica“; i giuristi qui mi diranno se i funzionari potranno rivalersi a loro volta su Casapound, che dubito possa coprire anche una minima parte della cifra in questione.

Non so nulla della prassi legale, e quindi non ho idea né di come deciderà la corte, né di quanto la futura decisione della Corte di Cassazione possa influire come precedente.

Ma se io fossi un dirigente pubblico, in qualunque angolo d’Italia, inizierei seriamente a preoccuparmi.

Chiamerei subito i carabinieri per cacciare chiunque, svuotare campi Rom e baracche sui fiumi e quant’altro.

Ma un conto è ciò che non ho contrastato; ancora più pericoloso per me sarebbe ciò che potrei aver attivamente favorito.

Mi preoccuperei delle attività sociali legali che potrei aver autorizzato, firmando convenzioni o patti che permettono ai cittadini di praticare le bocce o di leggere il giornale in pace o di fare teatro: pensate al mancato reddito, in riferimento al valore del mercato immobiliare.

 

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