Il Nomos della Terra. Le istruzioni originali (3)

Terza puntata della traduzione… la prima si può leggere qui. Qui c’è il punto essenziale, che tocchiamo tutti i giorni con mano.

Viene la pelle d’oca a pensare che sono esattamente le cose di cui parlavamo ieri, io e la moglie del Calciante che  aveva una bella luce nei suoi occhi scuri e toscani, e reggeva in mano il figliolo di due anni, mentre mi spiegava

- degli assessori, e le loro istituzioni

- dei litigiosi che si oppongono agli assessori e si guastano la vita, e la loro legalità

- e della vita del signore che ripara organi di chiesa, “non populista, ma popolano“, che da poco indossa il saio della Compagnia dei Bianchi, e che occupa illegalmente un rudere che per legge non esiste, ascoltando la notte le civette

- e del motivo per cui noi possiamo vincere.

Noi siamo nati in una vita devastata, dove viviamo a una grandissima distanza da ciò che ci è vicino e in modo tale che tutto – lo stomaco, il cuore, gli occhi e le orecchie – viene lasciato nell’armadietto all’ingresso.

Esseri senza mondi.

La politica è la cristallizzazione di questa formula, il luogo d’incontro alienato di corpi sviscerati, e le sue diverse soluzioni prendono sempre la forma di qualche norma, legge o idea del ‘bene’ applicata alla nostra vita. Come se la vita in sé, il suo viversi ed elaborarsi, non fosse già il proprio fine, la propria legge.

Come se fossimo incapace di determinare da noi come vivere. In realtà, vivere come se non fossimo nel mondo è il disastro, solo uno degli infiniti modi in cui questa civiltà si esprime.

Il fatto che abbiamo perso il mondo è dimostrato, nella maniera più dolorosa, dalle azioni di coloro che, alla disperata ricerca di modi di combattere e di organizzarsi, finiscono unicamente per riprodurre la stessa devastazione che cercano di superare; spezzando la realtà in unità distinte di pensiero e di azione, allontanandosi da ogni situazione per mettersi da parte ‘oggettivamente’, negando le nostre diverse determinazioni come se il mondo e le nostre vite fossero uno spazio piatto, uniforme, da ordinare, da ridistribuire.

E’ un delirio, e finisce unicamente per replicare la struttura fondante del governo, che opera separando la vita dalle sue tante forme, dal suo potenziale, analizzando entrambi in modo da gestire ogni cosa fino all’ultimo, portando con sé una violenza così profonda da farci sperimentare vite intere di disturbo post-traumatico da stress mentre siamo ancora adolescenti.

Per noi, l’azione rivoluzionaria consiste nel ritornare al mondo, nel riconquistare la nostra capacità di trovarci qui.

Questo non significa tornare indietro nel tempo, né riconquistare ‘autenticità’ di qualche sorta.

Significa incominciare da ciò che si trova proprio davanti ai nostri occhi, davanti ai nostri volti, non da qualche fantastica proiezione.

La parola nomos, che di solito ci dicono significa legge, deriva da nemein, che significa, abitare. Abitare vuol dire abitare il mondo, essere fedeli alle nostre determinazioni.

L’unica legge è l’essere stesso.

(continua)

Print Friendly
Posted in mundus imaginalis, resistere sul territorio, riflessioni sul dominio | Tagged , , | 69 Comments

Urbanistica viva

“Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore.”

Peppino Impastato

Print Friendly
Posted in mundus imaginalis, resistere sul territorio, urbanistica | Tagged , , | 413 Comments

Festa in Oltrarno

Ieri abbiamo aperto i cancelli del nostro piccolo giardino – qualche metro quadro di ghiaia, in fondo – per la Festa di Primavera, e sono entrate qualcosa come 1500 persone. Che viste le dimensioni del nostro piccolo mondo, e la natura un po’ misteriosa e inafferrabile della Via d’Ardiglione dove ci nascondiamo, non sono davvero poche.

C’erano i calcianti Bianchi un po’ sciancati visto che si erano appena massacrati la mattina in una partita,

la gente della parrocchia e le casalinghe e le nonne e le musulmane con hijab e senza che ascoltavano Beltrando Menestrello Fiorentino,

le Mamme No Inceneritore arrivate dal tremendo Quartiere Cinque dove subiscono un aereo in testa ogni tot minuti e adesso vogliono pure farci l’immondezzaio fumante di tutta Firenze,

gli artigiani e i cuochi e i falegnami e quelli che creano gioielli con le mani,

i tifosi scozzesi un po’ beoni arrivati per festeggiare l’apertura della scuola di calcio più strana d’Europa,

gli artisti del GattaRossa che avevano seminato il boschetto di creazioni straordinarie davanti a cui si fermavano estasiati i bambini,

l’instancabile Luisa dell’Occupazione di Via del Leone che faceva andare avanti indietro i figlioli lungo lo slack line teso tra due platani,

e tanta, tanta altra gente, e nemmeno un politico…

e allora capisci che la vita è come l’erba che cresce appena appena si apre una crepa nel cemento.

Non è vero che un altro mondo è possibile. E’ il mondo che ci hanno imposto, che è impossibile, il nostro è solo il mondo normale.

P1450042xIl Gatta Rossa in campo verde

P1450168xNasce l’unica scuola calcio gratuita di Firenze

P1450044xGli Ultimi Rimasti del Lebowski

P1450052xStrane creature si aggirano per il giardino

P1450078x P1450084x P1450087xP1450047x P1450103x P1450148x Calcio e Calcianti – il Lebowski e il presidente dei Bianchi di Santo Spirito

Print Friendly
Posted in Il clan dei fiorentini, riflessioni sul dominio, urbanistica | Tagged , , , , , , | 110 Comments

Il Nomos della Terra. Le istruzioni originali (2)

Seconda puntata della traduzione… la prima si può leggere qui. Ringrazio chi suggerisce correzioni, non ho materialmente il tempo per inserirle subito.

Mentre il ghiaccio che si scioglie lava via letteralmente il terreno sotto i nostri piedi, una solidità su cui ogni civiltà in passato poteva contare, esso diventa anche un segno del venire meno di ogni altro terreno.

Il fondamento metafisico su cui si regge la civiltà – le sue certezze, la sua pretesa di dominio, i suoi idoli e i suoi dèi – è affetto da emorragia: sforzi massicci di insurrezione di spezzare l’era: i selfie ad Auschwitz e mentre si è prigionieri durante una sparatoria scolastica; un esodo sperimentale di massa da questo modo di vivere – hackerare, farci strada per uscire; un’esplosione di nevrosi e le sue interminabili modulazioni attraverso avvisi sul cellulare, app salutistici, calmanti e manuali di auto-aiuto; gli scienziati più rispettati di questa civiltà sull’orlo di una crisi di nervi che però con calma professionale rispondono, “il lavoro procede bene, ma sembra che potrebbe essere la fine del mondo”.

Stiamo attraversando una catastrofe senza precedenti nella storia umana, in cui ciò che abbiamo perso è il mondo. Dobbiamo affrontare questo fatto, ma dobbiamo anche affrontare la realtà che siamo anche stati resi liberi da questa devastazione che, con mille voci, si dichiara un modo estinto di vita, “il rudere abbandonato di una civiltà defunta”.

Non cè più nulla per cui piangere. Non serve a nulla aggrapparci a un futuro che ci è stato promesso e che comunque non arriverà mai. Ugualmente, non c’è niente da criticare, niente per cui arrabbiarci o che meriti il nostro sdegno.

Si tratta semplicemente del nostro tempo, della nostra epoca, e ci siamo soltanto noi, qui e ora.

Se accettiamo questo, la questione diventa, agire in modo adatto alla situazione che abbiamo davanti. Adatto alla storia, al nostro compito comune, storico, rivoluzionario.

La porta è aperta. Attraversala.

(continua)

Print Friendly
Posted in mundus imaginalis, resistere sul territorio, riflessioni sul dominio | Tagged , , | 65 Comments

Il Nomos della Terra. Le istruzioni originali (1)

Molto lentamente, visti i miei impegni tra lavoro e quartiere, inizio a tradurre un saggio che ritengo molto importante.

Il saggio, ovviamente anonimo, presenta una visione e una strategia, corredata da alcuni esempi.

Gli esempi a volte illuminano, a volte ottenebrano, perché ci fissiamo su quelli su cui non siamo d’accordo. In realtà, la cosa è irrilevante: cercate di cogliere il senso generale di quello che ritengo un ragionamento strategico decisivo, in questi tempi.

Il Nomos della Terra. Le istruzioni originali

Ogni visione del futuro parla di catastrofe, di apocalisse climatica o di orde di zombie, di digitalizzazione di tutta la vita o del collasso totale del sé.

Queste fantasie ci ossessionano, perché non si tratta di fenomeni a venire, la grande attesa della melancholia.

Fanno parte in tutto e per tutto della devastazione in cui già viviamo, la catastrofe soffocata che già percepiamo, che già ci tocca in maniera così intima.

I ventenni giapponesi che si rifiutano di fare qualunque cosa se non starsene a casa e fissare i loro schermi, la foresta pluviale dell’Amazzonia che diventano savanna, gli americani che nascondono il loro profondo dolore esistenziale sotto la vesta del “non me ne frega un cazzo”, mentre corrono di lavoro in lavoro per mantenere l’apparenza di essere normali quanto il tizio accanto, o i contadini messicani che un tempo coltivavano un antico grano ereditato ridotti in miseria e costretti ad acquistare masa harina geneticamente modificata e priva di valore dal negozio.

Tutti insieme noi, ciascuno alla nostra maniera unica e radicata, stiamo vivendo le ultime scene dell’incubo liberale in tutte le sue catastrofiche permutazioni.

Fu nel cuore di ghiaccio dei ghiacciai che i climatologi per la prima volta registrarono il riscaldamento globale, dove la presenza di CO2 durante gli storici periodi abitabili era a un livello molto minore rispetto alle 400 ppm dell’aprile del 2014.

Sì, si stanno sciogliendo in maniera irreversible, mentre la massa sempre crescente di acqua ciclicamente e inevitabilmente crea un maggiore riscaldamento. Sì, finiranno per allagare tutte le principali città costiere. Sì, affogheranno quasi la metà della popolazione mondiale.

Ma significano molto di più per noi.

I ghiacciai sono gli archivi della terra, la memoria di mondi perduti: l’aria stessa della vita che ha composto questi mondi, costuitita dall’esalazione di miliardi di forme di vita e dal soffio di ominidi primordiali  mentre facevano i loro primi passi su due piedi, portando corpi composti di molecole forgiate tra le stelle.

Ma il ghiaccio del ricordo si scioglie in un oceano di dimenticanza.

Il passato imprigionato diventa un diluvio, e si innalza e sorge come i livelli del mare, in maniera incontrollabile. Il passato non passa: le barricate ghiacciate del Maidan ucraino, fatte di ghiaccio come di veicoli incendiati della polizia. Il muro cadente di ghiaccio attorno ai nuclei che continuano a sciogliersi del reattore Daiichi di Fukushima.

“L’invero arriva”, graffito della comune Gezi di Istanbul, è una dichiarazione di fine quanto una dichiarazione di guerra.

Il riconoscimento a tutto tondo che stiamo vivendo la fine di un intero modo di vivere, la fine di una civiltà che nessuno rimpiangerà, per cui nessuno accenderà una candela.

(continua)

Print Friendly
Posted in mundus imaginalis, resistere sul territorio | Tagged , , | 132 Comments

L’acqua scorre e se ne va

Come funziona davvero il mondo, al di là delle cronache pittoresche e spettacolari?

Quasi negli stessi giorni in cui i media parlavano della strage di Parigi, gli abitanti della contea di La Paz nell’Arizona si stavano occupando di qualcosa di molto più importante proprio per i rapporti tra Oriente e Occidente.

La faccenda funziona così.

L’oligarchia che comanda in Arabia Saudita alcuni decenni fa decise di far fiorire il deserto.

E ci riuscì, a tal punto che l’Arabia Saudita divenne uno dei principali paesi esportatori di grano al mondo, mentre contemporaneamente allevava una delle più grandi concentrazioni di bestiame del pianeta, in particolare di vacche da latte.

Noi diciamo, i sauditi, ma siamo nel globomondo, si tratta fondamentalmente dei fratelli irlandesi Paddy e Alistair McGuckian e di un principe saudita che passa loro i soldi.

Insomma, una di quelle cose che rende felici tutti i cantori del progredire si può e che due cattolici e un musulmano possono rendere il pianeta più verde.

almaraiGlobo-banner del sito di Almarai, la ditta saudita-irlandese

Il trucco era semplice: si trattava di investire molto denaro per scavare pozzi in grado di svuotare le falde acquifere, risalenti all’ultima era glaciale, che alimentavono le oasi.

Così nel giro di quarant’anni, l’Arabia Saudita ha esaurito qualcosa come i quattro quinti delle proprie riserve idriche (non temete, si riempiranno di nuovo alla prossima era glaciale, basta aspettare).

Si tratta di un caso estremo – aggravato dalle immense risorse finanziarie dell’Arabia Saudita – di un problema comune a tutto il Medio Oriente, dove il riscaldamento globale, l’inquinamento, l’aumento della popolazione e il mercato globale tutto insieme portano all’esaurimento dell’acqua.

Infatti, da documenti riservati pubblicati su Wikileaks, apprendiamo che già nel 2009, i diplomatici statunitensi prevedevano che la crescente siccità nello Yemen e in Siria avrebbe avuto devastanti conseguenze politiche sulla stabilità di quei paesi e sulle migrazioni nel mondo.

Così, a partire dal 2016, il governo saudita ha dovuto decretare il divieto di coltivare il grano nel paese. Ora, che un governo decreti il taglio di qualche testa o imponga regole sull’abbigliamento femminile è cronaca. L’abolizione dell’agricoltura è storia. Per quello non lo leggiamo nelle cronache.

Le vacche saudite però restano, e devono mangiare.

E così i sauditi sono partiti alla conquista dell’acqua del mondo, comprando a prezzi di svendita grandi distese di terra agricola dal Senegal alle sorgenti del Nilo in Etiopia.

E non solo.

I sauditi (o irlandesi) stanno acquistando terre nelle parti più aride degli Stati Uniti – Arizona e California, dove la piovosità in pianura non è molto diversa da quella dell’Arabia, e che vivono anch’esse sfruttando le falde acquifere accumulate in 800 generazioni.

Solo che le regole sullo sfruttamento delle falde acquifere nelle contee rurali in quegli stati sono praticamente inesistenti. Perciò le imprese saudite possono ripetere lo stesso ciclo di saccheggio che avevano usato in patria. Facendo fiorire il deserto grazie allo sfruttamento delle falde acquifere e coltivando così negli Stati Uniti il fieno che serve alle vacche a casa.

Ai residenti della contea di La Paz che protestano, il responsabile delle acque dell0 stato dell’Arizona Tom Buschatzke – spiegando anche perché lo stato non controlla in alcun modo quanta acqua viene estratta – risponde:

“Il nostro punto di vista è che c’è un valore economico nella coltivazione. Questa gente ha gli stessi diritti di qualunque altro individuo nello stato dell’Arizona di coltivare i propri prodotti, coltivare il grano, venderlo, esportarlo.”

Che se ci pensate riassume perfettamente un’intera visione del mondo.

saudi_arabian_company_purchasing_land_in_california_outsourcing_drought_to_california_mar_2016_anuk

Print Friendly
Posted in imprenditori, islam, riflessioni sul dominio | Tagged , , , , , , | 395 Comments

7 maggio festa dell’Oltrarno

IL  7 maggio, che poi è sabato prossimo, abbiamo messo in piedi una festa dell’Oltrarno che non ha nulla a che vedere con la Gara della Vetrina Più Bella o analoghe sagre.

Ci saranno le famiglie del rione dagli ultimi sanfredianini eroicamente sopravvissuti, ai senegalesi, dai tedeschi ai napoletani,

gli occupanti di Via del Leone detti i Leoncini,

i Calcianti dei Bianchi e la Compagnia dei Bianchi di Santo Spirito anno 1375,

i calciatori del Centro Storico Lebowski che quel giorno inaugureranno la prima scuola gratuita di calcio di Firenze,

gli artisti/artigiani del GattaRossa di Via de’ Serragli,

i ragazzi della scuola di cucina,

gli educatori della ludoteca,

e molti bambini strulli (anche se l’ottimo parroco ce ne porta via qualcuno proprio quel giorno per il ritiro del catechismo, ma ci rifaremo con bambini musulmani e sikh ed ebrei).

Il tutto senza aver chiesto nemmeno un Guelfo da Quattro Soldi all’Amministrazione Comunale, perché non vogliamo debiti.

Se qualcuno passa da queste parti, sarà il benvenuto (e gli organizziamo magari l’ospitalità)!

Il Drago Verde rinasce dall’antico uovo…

A3-piccolofesta-a5-retro.compressed

 

Print Friendly
Posted in esperienze di Miguel Martinez, Il clan dei fiorentini, resistere sul territorio | Tagged , , , , , , , , , | 6 Comments

Architects and Popular Urbanologists

Our commenter Peucezio, who often has paradoxical but brilliant reflections, writes :

“Architects are by definition enemies of the human race.”

My reply.

We have so many architects in our ranks, here in the resistance in Florence’s Oltrarno, that we cannot count them any more, and most of them are good people.

But Peucezio is not entirely wrong.

An architect – except for a certain number of psychopaths who should be sentenced to farm labour – is generally a person with wonderful ideals who lives on the crumbs thrown to him by rich people who do not have wonderful ideals.

What we need to survive are popular urbanologists.

When the average person brought up entirely by TV hears the word popular, he immediately thinks of a blend of TV shows, Stalin and Hitler, but that of course is a problem of anybody entirely brought up on TV.

When I say popular, I am simply thinking of my masters of urbanology.

Not one of them is an architect, but let me introduce them to you all the same. Just some, because I have so many.

Renzino who is being evicted from his home at the age of eighty,

Sauro the craftsman who has seen thousands of residents being driven away,

Andrea the cook who has investigated and discovered one by one who are the speculators who are behind what is happening in our district,

Fernanda who looks down on Via della Chiesa from up on her terrace and follows everything that happens,

Giovanna who restores sixteenth century statues, and tries to explain why every other bottega on her street has closed,

Maria who became an urbanologist the day someone molested her daughter in the street and she tried to understand what kind of city we were living in.

Popular urbanologists, unlike architects, do not have to wait to be paid by someone to say what they think of the city they live in.

Geckos live on walls, and they understand walls.

Puffer fish live in salt water, and they understand salt water.

We live in cities, yet we do not understand cities.

While we have no end of things to say about football teams, about Muslims against Christians, about Israelis against Palestinians, or about any other issue which is supposed to be topical, we delegate all of our understanding of cities to town planners, architects and town councillors.

The funny thing is that we not only delegate, we even trust them.

Print Friendly
Posted in Articles in English, Il clan dei fiorentini | Tagged , , , , , , | 14 Comments