Presepi e una montagna di fuoco e di miracoli

Due citazioni prenatalizie.

Uno (fonte Ansa):

«Giù le mani dalle nostre tradizioni». Matteo Salvini interviene sul caso della scuola elementare di Riviera del Brenta, dove le maestre hanno chiesto agli allievi di omettere il nome di Gesù dalla canzone di Natale per non offendere la sensibilità dei vicini di banco non cattolici.”

Due.

La scuola Lavinia Mondin di Verona dell’Istituto Sorelle della Misericordia (“laboratori linguistici, informatici, chimici e fisici, di aule video con antenna parabolica, di biblioteca, palestra, mensa, nonché di aule a disposizione degli studenti”) scrive:

“Il nostro presepe rappresenta la Sacra Famiglia nelle vesti di migranti a bordo di un barcone che sta per approdare sulla costa presidiata dai militari in assetto da guerra. Invita a riflettere sulla problematica dell’accoglienza, tema caro anche a papa Francesco: “Gesù, Maria e Giuseppe hanno sperimentato che cosa significhi lasciare la propria terra ed essere migranti, infatti furono costretti a fuggire in Egitto. Quasi sempre l’arrivo di profughi e rifugiati suscita ostilità nelle popolazioni locali, perchè fa nascere la paura di perdere la propria sicurezza, identità e cultura. È indispensabile riuscire a superare pregiudizi e incomprensioni”.”

D’accordo, tra i servizi per cui le suore si fanno pagare dalle famiglie della Verona Bene, non c’è quello di sartoria. E hanno pure confuso la ricerca di un albergo a Betlemme con la la fuga in Egitto. Però immaginatevi se Salvini è in grado di costruire un presepe, che siamo tutti bravi a criticare quello che fanno gli altri.

Questi modi contrapposti di giocare con l’immaginario cristiano mi affascinano; e per quel poco che da non cristiano mi posso permettere, mi fanno anche inorridire per l’ignoranza che manifestano su quale sarebbe davvero il messaggio cristiano.

Il messaggio cristiano – anche al di là delle scissioni storiche – mi sembra di una chiarezza e semplicità lampante. Se non l’avete capito, non date la colpa a duemila anni ininterrotti di predicazione, ma solo alla vostra ignoranza.

La vita terrena è fuggevole inganno, la vita eterna è il nostro vero destino.

Come scrisse il Masaccio sulla figura che riposa alla base della sua bizzarra Trinità a Santa Maria Novella:

IO FU’ GIÀ QUEL CHE VOI SETE, E QUEL CH’I’ SON VOI ANCO SARETE.

A causa del peccato originale, siamo condannati (per la maggior parte, oppure tutti, oppure secondo come gli gira all’Onnipotente…) a una vita eterna orribile.

Per salvarci da questo terrificante destino, Dio stesso si è fatto carne, ha accumulato su di sé, deliberatamente, ogni più terribile sofferenza in croce (mica aveva solo problemi i su’ babbo a trovare posto in albergo).

Dio-Uomo è morto come moriamo tutti e poi ha dimostrato che anche il nostro corpo (mica solo l’eterea anima) può risorgere a una gloriosa vita eterna.

Il catechismo di Pio X spiega con chiarezza il punto fondamentale:

“99. Dopo il giudizio particolare, che avviene dell’anima?

Dopo il giudizio particolare, l’anima, se è senza peccato e senza debito di pena, va in paradiso; se ha qualche peccato veniale o qualche debito di pena, va in purgatorio finchè abbia soddisfatto; se è in peccato mortale, qual ribelle inconvertibile a Dio va all’inferno.

100. I bambini morti senza Battesimo dove vanno?

I bambini morti senza Battesimo vanno al Limbo, dove non è premio soprannaturale nè pena; perchè, avendo il peccato originale, e quello solo, non meritano il paradiso, ma neppure l’inferno e il purgatorio.”

Anche se il catechismo sottolinea anima da effeminati filosofanti grecopagani, è bene ricordare che lo stesso catechismo si chiede:

158. Che significa « risurrezione della carne » ?

Risurrezione della carne significa che il nostro corpo, per virtù di Dio, si ricomporrà e si riunirà all’anima per partecipare, nella vita eterna, al premio o al castigo da essa meritato.

Per partecipare alla vita eterna gloriosa, dobbiamo impostare quel risorgendo corpo/anima secondo certi criteri, tema su cui differiscono le singole fedi cristiane. Secondo i cattolici, la salvezza eterna è legata anche a determinate opere, ad esempio la partecipazione ai sacramenti  oppure la fedeltà ai “cinque precetti”:

1° Udir la Messa la domenica e le altre feste comandate.
2° Non mangiar carne nel venerdì e negli altri giorni proibiti, e digiunare nei giorni prescritti.
3° Confessarsi almeno una volta l’anno, e comunicarsi almeno a Pasqua.
4° Sovvenire alle necessità della Chiesa contribuendo secondo le leggi o le usanze.
5° Non celebrar solennemente le nozze nei tempi proibiti.

Ora io so benissimo cosa penserebbe la grande maggioranza degli italiani a leggere oggi queste cose: “che matti, peggio dei musulmani!”

Lo pensa di sicuro Salvini, lo pensano immagino gli antifascisti che parlano di Gesù Profugo, e lo penserebbero, sospetto, anche le Sorelle della Misericordia, se non ci andassero di mezzo le rette delle loro scuole private e magari il ridicolo lavoro di qualcuno di loro come insegnante di religione a spese dello Stato dove fanno disegnare cuoricini ai bambini.

Insomma, il cristianesimo in Italia è estinto; o meglio, è un fantasma che sussurra di cose del tutto secondarie – il fatto che Giuseppe quella notte ha trovato che non c’era nemmeno un’AirBnB, o che i francescani che sono simpatici, facevano dei presepi (magari con la finta neve), o che noi mangiamo carne di maiale e i musulmaniaci no.

Una vasta fascia di umanità oggi condivide invece alcuni punti fondamentali del cristianesimo, anche se negano principi cruciali del cattolicesimo.

Solo che non sono i cristiani simpatici né a Salvini, né alle nostre Sorelle della Misericordia: una fascia di gentaglia evangelica del profondo Texas, magari con il mitra sotto il cuscino, di disgraziati delle favelas brasiliane che si vestono la domenica in giacca e cravatta e votano Bolsonaro, di africani che esorcizzano demoni, di biondi americani che vivono nelle giungle centroamericane e invitano i contadini esaltati a rinnegare gli idoli.

I predicatori della “Montagna di fuoco e miracoli” cercano di convertire al cristianesimo l’Inghilterra, che non ha nessuna intenzione di farsi colonizzare da un branco di immigrati nigeriani

Sono tanti, e sono molto più dei “cristiani” italiani che quando pensano alla morte, sanno solo fare le corna.

Ma confondono il messaggio cristiano con le storielle, che sarebbe come confondere l’Islam con i cammelli e il cuscus.

 

Print Friendly, PDF & Email
Posted in mundus imaginalis | Tagged , , | 60 Comments

Sessantotto Immaginario

Siccome qui si parla spesso di Sessantotto, cui si attribuiscono tutta una serie di fenomeni degli ultimi anni, vorrei sottoporre alla vostra attenzione l’Inno di Potere Operaio (ammetto di barare sulla cronologia, visto che Potere Operaio nasce nel 1969).

Non rappresenta il Sessantotto anglosassone; e nemmeno tutto il Sessantotto italiano, ovviamente: oltre a Potere Operaio c’erano altri gruppi, e oltre ai gruppi c’erano altre realtà, molto delle quali sarebbero emerse in modo esplosivo nel 1977. Ma rappresenta molto bene uno degli elementi più profondi e intensi di quegli anni.

Il testo, a quanto ne so, è anonimo, la musica è semplicemente ricopiata da un canto della guerra civile spagnola, che a sua volta ricopiava un canto dell’Armata Rossa: l’insieme è quindi anonimo, corale, militare e non originale: aggettivi che non si addicono certo al narcisismo individualista diffuso dei nostri tempi.


Noi al passato attribuiamo sempre un’attualità che non ha: il fascismo – che ormai ha novantanove anni suonati – è sempre dietro l’angolo e pronto a saltarci alla gola, e allo stesso modo, i comunisti del Sessantotto (cioè di cinquanta lunghi anni fa) stanno sempre lì a distruggere la civiltà.

Per cui è un utile esercizio di liberazione dalle nostre proiezioni sul passato, ascoltare questo disco graffiato che ci propone una serie di parole chiave per cui tanta gente allora era disposta a uccidere e morire, o comunque a entusiasmarsi.

Provate a isolarle, ripeterle e chiedetevi che impressione vi fanno oggi:

classe operaia – attacco – Stato – padroni – lavoro salariato – comunismo – programma –  Partito – potere – insurrezione – bandiere rosse – fucili –  lotta armata –  conquista –  dittatura operaia –  guerra civile – piombo

La classe operaia, compagni, è all’attacco,
Stato e padroni non la possono fermare,
niente operai più curvi a lavorare
ma tutti uniti siamo pronti a lottare.
No al lavoro salariato,
unità di tutti gli operai
Il comunismo è il nostro programma,
con il Partito conquistiamo il potere.

Stato e padroni, fate attenzione,
nasce il Partito dell’insurrezione;
Potere operaio e rivoluzione,
bandiere rosse e comunismo sarà.

Nessuno o tutti, o tutto o niente,
è solo insieme che dobbiamo lottare,
o i fucili o le catene:
questa è la scelta che ci resta da fare.
Compagni, avanti per il Partito,
contro lo Stato lotta armata sarà;
con la conquista di tutto il potere
la dittatura operaia sarà.

Stato e padroni, fate attenzione,
nasce il Partito dell’insurrezione;
Potere operaio e rivoluzione,
bandiere rosse e comunismo sarà.

I proletari son pronti alla lotta,
pane e lavoro non vogliono più,
non c’è da perdere che le catene
e c’è un intero mondo da guadagnare.
Via dalle linee, prendiamo il fucile,
forza compagni, alla guerra civile!
Agnelli, Pirelli, Restivo, Colombo,
non più parole, ma piogge di piombo!

Stato e padroni, fate attenzione,
nasce il Partito dell’insurrezione;
Potere operaio e rivoluzione,
bandiere rosse e comunismo sarà.

Print Friendly, PDF & Email
Posted in mundus imaginalis, Sinistre e comunisti | Tagged , , | 397 Comments

I Modaioli di Corinaldo (2)

Ancora qualche riflessione sulla vicenda di Corinaldo. Toccando sostanze stupefacenti, cognomi lombardi, il Sessantotto e molto petrolio.

Il signor Boschetti Gionata, in merce Sfera Ebbasta, è in primo luogo un lombardo, come dimostra il suo cognome. Stessa razza, per capirci, del nostro tuittante Ministro degli Interni.

Il nome Gionata dice tutto su cosa devono essere i suoi genitori: Michele Serra vi può piacere o meno, ma è stato un genio quando ha coniato l’espressione, apostasia indolore, che in Italia è partita il giorno in cui un Emanuele è diventato Mànuel, come a me capita a volte di essere Mìgwel (o semplicemente Mìgwe) oppure Mìghel.

Qualcuno potrebbe definire Boschetti Gionata un trasgressivo.

Dice cose che di norma non si leggono nei comunicati stampa del PD:

“Stanza 26, io fatto in hotel
Come Kurt Cobain, fumo Malboro Red
Lei si sfila i jeans, poi li sfila a me
Lancio i soldi in aria e penso: Tanto saremo ricchi”

Come giustamente ha notato il nostro commentatore Rutt1, non c’è nulla di più normale che essere trasgressivi, almeno dal 1960 (il che vuol dire che i ragazzotti trasgressivi che non sopportano il vecchio mondo hanno spesso superato gli ottant’anni, e non sono nemmeno più tra i modaioli di Corinaldo).

Penso a un discreto numero di miei coetanei, trovati morti con una siringa nel braccio, ammazzati a fucilate mentre facevano rapine, rovinati dall’alcol e dalla cocaina, in carcere a lamentarsi del tizio sul letto di sopra che fuma giorno e notte.

Tutto questo sembra molto figo visto, diciamo dalle ginocchia della curva demografica di cui abbiamo parlato nel post precedente.

Ma non sono per niente sicuro che Boschetti Gionata sia un trasgressivo.

Infatti, il punto principale è che per trasgredire, ci deve essere qualche cosa a cui “ci tiene la società” su cui sputare.

Il tizio che disegna uno svastica su una lapide in un cimitero ebraico sarà un cretino, ma come trasgressivo effettivamente trasgredisce cose che ti insegnano a scuola.

Una bella fetta della mia generazione ha capito che ai genitori importava parecchio del nostro benessere (magari secondo i criteri dell’epoca) e quindi la prima cosa trasgressiva che si poteva fare era farsi male da soli, che poi alla fine è il senso dei famosi versi di Allen Ginsberg:

Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche,

trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa,

hipsters dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste con la dinamo stellata nel macchinario della notte,

che in miseria e stracci e occhi infossati stavano su partiti a fumare nel buio soprannaturale di soffitte a acqua fredda fluttuando sulle cime delle città contemplando jazz”

Insomma, essere molto più sensibili di quegli imbecilli dei genitori da una parte e dall’altra parte colpirli dove faceva male davvero, e cioè in noi stessi. Poi i nostri genitori con cui ce l’avevamo sono morti e noi, se ancora vivi, siamo rimasti con in mano i cocci di noi stessi.

Roberto Pecchioli (che immagino possiamo sbrigativamente classificare come un cattolico conservatore) scrive a proposito di quello che è successo a Corinaldo:

“La cultura del 68 ha arato il terreno, il radicalismo liberale ne ha compreso e promosso l’esito individualista e consumista, la mia generazione non si è opposta, ma si è accomodata con entusiasmo, abbandonando le idealità – giuste o meno- della stagione esaurita nel 1989 alla caduta del muro comunista. Il triste soggettivismo contemporaneo è la vittoria dei peggiori tra i cattivi maestri, Freud, Marcuse, Wilhelm Reich e la sua folle pan sessualità, Max Stirner l’individualista totale”

E’ una tesi interessante, che contiene un fondo di verità, ma secondo me è alla fine una pista falsa. Proviamo ad analizzarla in maniera oggettiva, senza cercare consolazione nei nostri preconcetti, qualunque siano.

Intanto, è vero che tra Sessantotto, droga, sinistra e autodistruzione, un legame c’è.

Vanessa Roghi ha scritto un testo che mi ha commosso profondamente sul rapporto, oggi inimmaginabile, tra fantasie rivoluzionarie ed eroina a Grosseto, dico Grosseto.

La roba arriva con Florenzo, “che è bello come Jim Morrison”:

“Ha i capelli lunghi. Un vecchio del PCI l’ha picchiato sul corso per questo motivo, perché è un capellone. Ha con sé tre pasticche bianche. Le ha portate da Istanbul dove è stato fermato dalla polizia.”

Ma se il vecchio comunista intuisce qualcosa, i giovani invece…

“M. mi racconta: “Mi ricordo che dissi che l’hashish e l’erba erano rivoluzionarie scandalizzando i compagni socialisti. Al nostro interno però c’era chi non era d’accordo. M. T. per esempio che faceva il sinistro, quello di Lotta Continua, caldeggiava l’ipotesi di fumare l’oppio e l’eroina. Mi ricordo che portò l’eroina e diceva che fumarla non faceva male, era differente.”

Personalmente, ho un ricordo di fascinazione, quasi di ossessione, negli ambienti dell’estrema sinistra, per la questione droga.

Mi hanno raccontato di gente espulsa da Lotta Continua perché si faceva una canna, ma è interessante come gli espulsi stessi la sentivano come una contraddizione.

In tanti ambienti di estrema sinistra ho sentito critiche all’eroina, che mi ricordavano la storia di Tanzan ed Ekido:

“Una volta Tanzan ed Ekido camminavano insieme per una strada fangosa. Pioveva ancora a dirotto.

Dopo una curva, incontrarono una bella ragazza, in chimono e sciarpa di seta, che non poteva attraversare la strada.

«Vieni, ragazza» disse subito Tanzan. Poi la prese in braccio e la portò oltre le pozzanghere.

Ekido non disse nulla finché quella sera non ebbero raggiunto un tempio dove passare la notte. Allora non poté più trattenersi.

«Noi monaci non avviciniamo le donne» disse a Tanzan «e meno che meno quelle giovani e carine. È pericoloso. Perché l’hai fatto?».

«Io quella ragazza l’ho lasciata laggiù» disse Tanzan. «Tu la stai ancora portando con te?»

(Centouno storie Zen, a cura di Nyogen Senzaki e Paul Reps, Edizioni Adelphi).

Però credo che il rapporto non sia così lineare come dice Pecchioli.

Non c’è nulla nell’idea di una società in cui i lavoratori controllano i mezzi di produzione, che obblighi a crepare per strada facendosi di eroina, o nemmeno di fare altre cose poco salutari.

Ho il sospetto che il legame sia un altro, e che non sia colpa di cattivi maestri.

L’anno 1968 è stato il picco dell’ottimismo umano.

Chi ha vissuto quell’anno, aveva ancora un vago ricordo del neolitico da cui la maggior parte dell’Italia era appena uscita.

Non capiva bene da dove venisse la folle esplosione di benessere che vedeva attorno (centinaia di milioni di anni di molluschi schiacciati sottoterra, trasformati in petrolio e bruciati in pochi decenni), ma pensava che bastasse allungare la mano e si potesse prendere.

Non aveva ancora la minima idea delle conseguenze di quel momento di gloria petrolifera. Noi oggi stiamo iniziando a pagare tutti i veleni seminati in acqua, aria e terra in quegli anni.

L’anno 1968 fu un attimo che non potrà probabilmente mai ripetersi nella storia di questo pianeta.

Lì ci si illuse per un attimo che tutto fosse possibile.

Per una notevole minoranza, l’idea era di prendersi il tutto e ripartirselo secondo giustizia, e questo fu il “Sessantotto” politico.

Per la grande maggioranza, c’era la pacchia e via.

E auel sessantotto, con la esse minuscola, sospetto che sia la vera pista che ci conduce a Boschetti Gionata, senza dover scomodare Freud, Reich o Marcuse.

Print Friendly, PDF & Email
Posted in ambiente, mundus imaginalis, riflessioni sul dominio, Sinistre e comunisti, società dello spettacolo | Tagged , , , , , | 443 Comments

I Modaioli di Corinaldo (1)

Un tentativo di parlare dei nostri tempi, cercando di dire quello che penso davvero, a prescindere da ogni luogo comune, di qualunque tipo, e al costo di farmi diversi nemici, confidando però sul fatto che difficilmente leggeranno un testo così lungo.

Avrete sicuramente sentito di cosa è successo nella discoteca di Corinaldo, comune di 4.927 abitanti nelle Marche, vincitore del premio “borgo più bello d’Italia”, dove il 94,8% della popolazione è costituita da autoctoni.

Insomma, non siamo nella peggio periferia romana, non c’è il minimo sentore di negri, islamici o messicani.

Vi presento la curva demografica di Corinaldo:

Quelli che sanno usare i termini tecnici/statistici mi dicono che i fianchi larghi attorno ai 50-59 anni sono la moda.

Insomma, a Corinaldo sei di moda solo se hai superato i 50 anni.

E nella nostra Italia per fortuna ancora policentrica, un posto come Corinaldo è l’Italia stessa.

A Corinaldo, c’era un numero imprecisato, da 500 a 1400, di persone ad aspettare un certo Boschetti Gionata autonominatosi Sfera Ebbasta.

Il signor Boschetti doveva fare un DJ Set, cioè mettere una canzoncina o due alle due di mattina dopo essersi fatto il giro di altre quattro discoteche.

Quindici, venti minuti e poi via.

Per ascoltare una canzoncina, c’erano i fianchi, le gambe e i piedi del grafico di cui sopra, pronti a versare 22 euro a testa.

Non so se fossero tutti residenti del borgo più bello d’Italia oppure no, e nessuno ha capito ancora quanti fossero davvero, ma erano tanti, tanti, tanti.

Ora, i 22 euro sono soldi li mettono i genitori, visto che i figlioli di oggi prima dei quarant’anni non lavorano, e spesso nemmen dopo.

I figlioli erano lì all’una di notte – in gran parte assieme ai propri genitori – per un evento partecipato (organizzato?) dagli studenti di cinque “istituti superiori”.

Perché se guardate il grafico sopra, i poveri 10-14enni sono un cuscino, su cui riposano le ampie chiappe dei loro superiori d’età.

Il problema non sono certo loro, e possiamo quindi tranquillamente toglierli dalle nostre riflessioni.

Il problema siamo noi.

Continua…

Print Friendly, PDF & Email
Posted in mundus imaginalis, riflessioni sul dominio, società dello spettacolo | Tagged , | 27 Comments

Il Carnevale e la rivolta

Una riflessione su tre rivolte.

Il Sessantotto, la Rivolta Araba del 2011, i Gilets Gialli.

La mia idea è questa: le tre rivolte si somigliano, perché sono momenti liberatori e carnescialeschi. Ma sono radicalmente diversi, perché il Sessantotto avviene all’apice dell’illusione che “la pacchia è appena cominciata”. Mentre la rivolta araba prima e quella francese dopo, partono dalla constatazione che “la pacchia è finita”.

Il Sessantotto almeno Roma, mi raccontava chi c’era stato, fu una gran festa, cui parteciparono tutti i giovani vivi, a prescindere da considerazioni identitarie o astratte. Poi, mi spiegarono, divenne una faccenda ideologica.

Non so quanto questa ricostruzione corrispondesse ai fatti; ma sto guardando adesso una serie di foto e video delle manifestazioni dei Gilets Jaunes.

Gente che grida «Anti, Anti Anticapitalistes», i preti che benedicono i manifestanti, la bandiera di Casa Pound, gli Antifa mascherati che guidano il corteo, gli striscioni contro gli accordi di Marrakech, le bandiere dei NoTav italiani, i cori di Bella Ciao, una grande bandiera con il faccione di Apo Capo Curdo, le “A” cerchiate anarchiche sui muri, gente con i capelli bianchi e ragazzini, fricchettoni che suonano per strada, i pompieri schierati contro la polizia, le bande di motociclisti…

C’è un elemento di gioioso Carnevale in comune con il Sessantotto, che evidentemente risponde a un profondo bisogno umano.

La rivolta francese è quella di un mondo arrivato al limite, come in genere sono state tutte le grandi rivolte della storia: le rivolte sono quasi per definizione contro la modernità.

Gli europei – non solo i francesi – sono ovunque schiacciati dalla “crisi”: non a caso, a far scattare la rivolta, è stata una piccola misura presa dal governo francese per affrontare la crisi climatica.

Nel 70% dei francesi che sostengono la rivolta, deve essere esploso qualcosa di primordiale, nel vedere l’ineffabile faccia dell’ometto delle banche, Macron che chiedeva a chi fa fatica a tirare avanti, a decrescere al posto suo.

Questo mi ha fatto venire in mente le rivolte arabe del 2011.

Penso all’Egitto. Un paese in cui una minoranza aveva le armi in mano; e avendo le armi, aveva anche tutti gli appalti governativi, le carceri, torturatori di eccelsa professionalità, i media.

Questa minoranza offriva al popolo una generale sicurezza, scolarizzazione di massa, carburanti a prezzi ridotti e il pane a prezzi stracciati.

La scolarizzazione di massa ha creato i Fratelli Musulmani e poi l’Isis.

Le armi, il carburante e il pane (cioè il grano importato dagli Stati Uniti) venivano pagati tutti con un debito inestinguibile.

A un certo punto, i nodi arrivarono al pettine. La popolazione esplose, le risorse interne calarono, i debitori iniziarono a bussare alla porta. E salirono di colpo il prezzo del carburante e del pane.

A questo punto, scoppiò la rivolta.

Che i media da noi chiamarono la “primavera“, ci raccontarono un sacco di storie su come il mondo arabo starebbe “per diventare moderno pure lui”.

C’era probabilmente anche un elemento di buona fede in alcuni, che credevano davvero che il capitalismo ci libererà tutti, basta che ci siano libere elezioni e leggi che difendono la sacralitòà della proprietà.

Comunque da lì partirono le infinite strumentalizzazioni occidentali, alcune delle quali ancora in corso.

In realtà, la rivolta araba fu un collasso, uno dei primi grandi sintomi dell’implosione del mondo. E sicuramente in Egitto, si stava meglio quando si stava peggio.

Il collasso attacca prima la periferia, dove ci sono meno riserve di grasso.

Da qualche anno, anche la grassa Europa inizia a vacillare.

Le rivolte sono imprevedibili.

E’ difficile per me immaginare quale potesse era la crepa nel sistema egiziano: alla periferia, i milioni di piccoli soldati sottopagati per sparare al minimo segno sulla popolazione, una rete impenetrabile di raccomandazioni e di interessi al centro, il conformismo e la paura di tutti, il sistema di spionaggio… Onestamente, mi sembrava che non potesse crollare.

In maniera diversa, il sistema occidentale: la rete di interessi che coinvolge tutti, la capacità dei media di rappresentare le cose come vuole chi comanda, la cultura del prendere-o-lasciare-se-vuoi-mangiare-devi-sostenere-la-crescita-economica, il fatto che siamo tutti dipendenti da qualcuno e da qualcosa, la possibilità offerta dall’elettronica di monitorare la totalità della società.

Eppure devo ammettere che anche da noi, il sistema è più fragile di quanto pensassi, e lo si vede paese dopo paese: le eccezioni sono i paesi, come la Polonia e l’Ungheria, dove l’economia va ancora bene, e sul fronte opposto, la Germania perché è l’ultima potenza storica ancora a reggere.

Ma torniamo al Sessantotto.

La mia ipotesi è che – a parte l’aspetto carnevalesco – il Sessantotto fosse l’esatto contrario della rivolta araba e di quella francese.

Dal blog di Gail Tverberg, ricavo questo grafico. Rappresenta la crescita nel consumo energetico dagli inizi della Rivoluzione Industriale.

Noterete che il picco è proprio attorno al 1968. Il consumo energetico continua a crescere, fino ai tempi nostri, solo che questo grafico ci permette di vedere che cala la velocità a cui cresce.

Questo grafico – ma ne potremmo mostrare molti altri – ci fa capire che il Sessantotto doveva essere il punto in cui l’umanità ha potuto illudersi, credendo che la pacchia fosse appena cominciata.

Nel 1967, il sindacalista Luciano Lama disse che il salario era una “variabile indipendente“, un modo complicato di dire che c’era talmente tanta abbondanza per tutti, che gli operai potevano rivendicare qualunque stipendio.

Gli imprenditori ancora lo prendono in giro.

Hanno ragione ovviamente, ma tutto il loro dispositivo si fonda su una premessa ancora peggiore: la menzogna che l’economia stessa sarebbe una “variabile indipendente”.

Penso con orrore oggi alla mia insensibilità allora alla distruzione, l’indifferenza verso i rifiuti, la mia incapacità allora di chiedermi, “ma la busta di plastica che sto usando, da dove viene e che fine fa?” Al massimo, riuscivo a raffigurarmi che fosse un problema per uno spazzino.

Ecco, l’abbondanza immaginata allora era tale, che quando si dava fuoco a un’automobile, magari qualcuno poteva dispiacersi per il proprietario, ma nessuno pensava ai residui dei copertoni che ci entravano dentro i polmoni.

E’ interessante notare che dal Sessantotto, è passato mezzo secolo, ma la visione da “pacchia appena cominciata” è ancora molto forte: le idee cambiano decenni dopo i fatti.

Tra i meriti e le colpe del Sessantotto, ci metterei l’ossessione con le rivolte.

Il fatto che qualcuno sia contro, diventa per certi ambienti un bizzarro motivo per essergli a favore.

In realtà, le rivolte per definizione non portano da nessuna parte: sono solo sintomi di qualcosa.

Possiamo godere del male che fanno ai nostri amici – anch’io a vedere la République in tutta la sua arroganza in crisi ammetto una certa allegria – ma alla fine, se il nostro nemico sta male, il mondo starà davvero meglio?

Print Friendly, PDF & Email
Posted in ambiente, esperienze di Miguel Martinez, riflessioni sul dominio | Tagged , , | 161 Comments

Il rappresentante che non voleva decrescere

Leggo la sintesi mediatica di un affascinante rapporto Censis, che fotografa un’Italia che riconosco perfettamente.

Sintetizzo: è un paese in decrescita:

Il miracolo italiano è diventato un incubo. Non c’è più la speranza di migliorare, di crescere, e questo ha rotto il patto con la politica. Il 96% delle persone con un basso titolo di studio e l’89% di quelle a basso reddito sono convinte che resteranno nella loro condizione attuale, ritenendo irrealistico poter diventare benestanti nel corso della propria vita, rileva il Censis.”

Oggi “il 63,6% [degli italiani] è convinto di essere solo, senza nessuno che ne difenda gli interessi.

In questi anni, gli italiani hanno provato governi di ogni colore, e fa  piacere sapere che due su tre si siano accorti che il governo, di chiunque sia, fa più parte del problema che della soluzione. Berlusconi, Renzi, grillini, Francia o Spagna, qui non si magna.

In questo contesto compare una figura carismatica, quella di Matteo Salvini, l’uomo semplice, normale, che non sa indossare una cravatta, che ha la barba incolta.

Inviterei tutti a seguirne il profilo su Twitter: ha una capacità comunicativa davvero notevole, e sa spacciarsi per essere umano virtuale addirittura meglio di Matteo Renzi.

Poiché nessun governo può fare nulla per governare il caos planetario in cui viviamo, non direi né di sperarci né di temerlo più di tanto.

Qualcuno giustamente obietta che il tizio approfitta del fatto di essere ministro degli interni della repubblica italiana per fare invece il piacione su Twitter, ma siccome ormai nessuno di noi crede più ai ministeri, alla repubblica o all’Italia, non ne farei un dramma.

Però un pochino mi preoccupa, perché mi sembra di capire che Salvini sappia rivolgersi ai bisogni immediati di un tipo umano sempre più diffuso.

Marino Badiale, tempo  fa, colse un’importante verità: la sinistra dei nostri tempi è rappresentata dalla figura del ceto intellettuale subalterno.

Salvini ovviamente fa appello al polo opposto, e mi sono chiesto chi è.

Scartiamo le idiozie paranoiche di chi immagina che i tanti che si innamorano di Salvini siano avidi lettori di testi del primo Novecento sulla razza.

Il Salviniano Puro me lo immagino così.

Un Rappresentante, perché il problema principale di aziende che non servono a nulla è, come spacciare le loro merci inutili a chi ha già casa e garage strapieni e comunque è pieno di debiti, perché trasformino la loro robaccia in rifiuti.

Il rappresentante è discendente di una miseria secolare, e sa che in ogni momento un errore, una disattenzione, può distruggere lui, il suo mutuo e tutta la sua famiglia. Basta anche un ritardo: nella sua genialità, Salvini ci ha messo pure, se ben ricordo, il limite di velocità a 150 chilometri orari sull’autostrada.

Il rappresentante ha difetti, e anche virtù. In fondo è un realista, e questo è in linea di principio positivo in tempi di fuffa virtuale.

Ha capito benissimo che l’Italia è messa male, e non può certo mantenere pure l’Africa dove ogni dodici giorni nascono un milione di nuovi potenziali migranti.

Lo striscione che si vede nelle tuittate di Salvini, “LA PACCHIA E’ FINITA“, coglie -involontariamente – l’essenza dei nostri tempi.

Magari lui vorrebbe solo dire che non ci sono più soldi per dare telefonini ai clandestini. Io penso anche a situazioni di inestricabile complessità, di gente che gente che non sa domani come farà a campare.

Ma se la frase la capiamo tutti, è perché sappiamo in qualche angolo del nostro cervello che persino in Cina, la pacchia è finita e sta arrivando la resa dei conti dell’intera civiltà occidentale, che poi ha distrutto l’unico pianeta abitabile noto.

Il problema è che il Rappresentante ha un orizzonte temporale molto breve.

Difficile dargliene colpa, visto che il massimo che può sperare è di firmare un contratto tra una settimana o due e tra un viaggio e l’altro, non ha di solito il tempo per leggere le riflessioni di Helena Norberg-Hodge, che magari condiverebbe. Perché capirebbe finalmente che la crisi ecologica, la crisi lavorativa e quella identitaria e psicologica, sono una sola.

Ma il Rappresentante, che alla fine accede solo ai media di massa, è tragicamente insensibile al vero motivo per cui la pacchia è finita.

Il Rappresentante si ferma alle due di notte all’autogrill per comprare un orrendo regalo di plastica cinese per suo figlio, ma non può pensare che tra quindici anni suo figlio camminerà come uno zombie, senza lavoro, in mezzo a un mare di rifiuti, sempre che trovi da mangiare in un pianeta devastato dall’agricoltura industriale.

Il Rappresentante non può permettersi di questi dubbi.

Il Rappresentante poi è solo: alle 2.32 mentre butta il bicchierino di plastica del caffè all’autogrill, riflette per un istante sul fatto che non può fidarsi di nessuno, a parte forse (forse) gli stretti familiari.

Per questo, il salvinismo, con la scusa della legalità, rischia di annientare tutti quelli che invece fanno qualcosa insieme, in comune, e che alla fine sono l’unica risposta possibile alla catastrofe che stiamo vivendo.

Attenti alla sequenza.

Il rappresentante ha molte virtù.

Non divinizza lo Stato.

Intuisce che il male sta nella globalizzazione.

Ma siccome non è un gran teorico e ha un appuntamento a Bologna tra mezz’ora ed è stanco morto, identifica come nemico quello che ha abolito la plastica cinese e tiene in piedi una piccola comunità autogestita, e gli invoca contro la forza dello Stato.

Per questo oggi considero Salvini il politico più pericoloso d’Italia.

Però Salvini non è solo: non sarebbe ciò che è, se non gli dessero una mano altri.

Leggo che “Ungheria e Polonia ce l’hanno con gli omosessuali“.

Anzi, “dicono no a LGBTIQ”, dove la Q finale sta sia per queer che  per questioning.

Mi chiedo, uno, se sono un questionoso anch’io, magari non sessuale ma in tanti altri campi; e due, e se lo sono, non mi merito forse una Q tutta per me, da non condividere con i queer?

Poi scopro che lo scandalo sarebbe questo: Ungheria e Polonia si sarebbero rifiutati di sottoscrivere un testo che impegna i paesi europei a

“support young people in strengthening their digital competences and self-confidence in using digital technologies as well as in improving their online and social media literacy by … taking steps to create and support an inclusive, safe and non-discriminatory online space for all … including young people of low socio-economic status, young people from ethnic minorities including Roma, young persons with disabilities, young people in rural areas, young people with a migrant background and young LGBTIQ persons.”

Traduzione dall’inglese: l’Unione Europea deve sostenere le contadine zingare sessualmente questionose e disabili a sentire che quando vanno su Facebook nessuno le prende in giro; e mentre comprano l’ultimo modello di Iphone di Apple per postare i selfie, devono pensare a Casa Zuckerberg come uno “spazio non discriminatorio“.

Sono i momenti in cui da una parte, capisci perfettamente i Rappresentanti, dall’altra ti chiedi perché invece di prendersela con le contadine zingare lesbiche, che se esistono saranno innocue quanto le nostre oltrarnine, non buttano via lo smartphone, che sarebbe un atto di ribellione più serio.

Print Friendly, PDF & Email
Posted in ambiente, destre, resistere sul territorio, riflessioni sul dominio | Tagged , , , , | 41 Comments

Torri

Le Tours Aillaud sorgono a Nanterre, nella periferia parigina.

Il committente, nel lontano 1977, era un ente pubblico, che aveva come obiettivo quello di farci stare – in condizioni di razionale benessere – il massimo numero possibile di operai, che avrebbero dovuto dedicare le loro esistenze ad alimentare l’industria privata francese.

Operai, stato, fabbriche, razionalità…

Sono passati quarant’anni, il complesso è fatiscente, e comunque un nuovo quartiere sta sorgendo proprio accanto alle torri, uno scintillante coso in stile Macron.

Le torri Aillaud saranno quindi presto abbattute, i residenti che non hanno ancora trovato posto in carcere saranno mandati altrove e si apriranno nuovi orizzonti per gli investitori.

Stiamo entrando infatti in un nuovo mondo e quindi una nuova architettura:

Provate a indovinare a cosa serve questa opera di Daniel Libeskind.

Oppure questa, di Frank Gehry:

Lasciamo perdere se piace o non piace, e concentriamoci su alcune questioni.

Come leggo su una rivista di architettura, nell’architettura contemporanea,  nessuna costruzione “ha più riferimento al luogo, alla storia, alla funzione, né magari all’utente.”

E qui troviamo la differenza radicale con le Torri Aillaud.

L’oggetto serve solo per la vanità dell’architetto?

In parte sì; ma questa roba costa. E gli architetti costano. E quindi c’è qualcuno che paga, per cui sarebbe molto meglio dire che questi oggetti riflettono innanzitutto la vanità del committente.

Non solo: se pensiamo a come sia cresciuto il dislivello economico in questi anni, capiamo che la ricchezza in più deve pur sfogarsi da qualche parte.

Un altro elemento è la precarietà dell’opera. Le tecnologie costruttive sono migliorate moltissimo in questi decenni, i materiali sono molto più leggeri e resistenti; ma la legge della gravità, che sta demolendo le ancora semplici torri Aillaud, non è minimamente mutata dall’inizio dell’universo:

Per quanti gadget a energia solare possano incorporare, questi oggetti sono intrinsecamente insostenibili, nel senso più letterale del termine. Il costo non solo a metro quadro, ma soprattutto ad anno di vita utile, è quindi altissimo.

Questo oggetto ad esempio si spaccia per ecologico:

Ma anche qui abbiamo materiale utile per una riflessione su ciò che rende davvero inedita l’epoca che stiamo vivendo.

Print Friendly, PDF & Email
Posted in ambiente, Cialtroni e gente strana, società dello spettacolo, Storia, imperi e domini, urbanistica | Tagged , , | 29 Comments

Cretini, cretoni e smartofoni

Questa è Tim Junior Pack Senza Limiti Under 12.

Da traduttore madrelingua inglese, sono relativamente sicuro che Under 12 si riferisca, non a una temperatura invernale ma a un’età anagrafica.

Tim ci informa che i giochi ci sono tutti.

So che sono tempi ipersensibili. Se mi chiami sudamericano, e invece essendo messicano sono nordamericano, ti potrei denunciare per avermi offeso (e ti potrebbero denunciare pure i peruviani per averli confusi con uno sgradevole messicano come me).

Quindi è possibile che qualche animo sensibile si preoccupi per videogiochi come Fortnite (che nelle scuole elementari e medie va per la maggiore oggi) che hanno come unico scopo uccidere nella maniera più atroce il massimo numero di esseri umani.

Tranquilli, però.

Ho letto da qualche parte che è dimostrato che i videogiochi riducono il pericolo di commettere atti concreti di violenza.

Infatti i figlioli e le figliole non si staccano dallo smartphone, né per andare a picchiare qualcuno, né per uscire con gli amici, né per studiare, né per mangiare, né per drogarsi, né per farsi mettere incinte.

Anche perché uno che sa soltanto spippolare su uno schermo non sarà mai capace, ad esempio, di fare un elegante furto con destrezza. Non ha nemmeno la vista tridimensionale, ormai.

Vedo che nella pubblicità della TIM, accanto alla frase Giga illimitati per chat, ci sono tre simbolini, che rappresentano rispettivamente Whatsapp, Messenger di Facebook e Snapchat.

Leggo che negli Stati Uniti, la Children’s Online Privacy Protection Act vieta tutti e tre ai minori di tredici anni (“under thirteen“, sarebbe).

Però Facebook negli Stati Uniti ha inventato una roba chiamata Messenger Kids e Snapchat ha fatto più o meno la stessa cosa, inventando SnapKidz.

Che conta sul fatto che i genitori pur di assicurare uno smartphone ai propri figli, sono disposti anche a scaricare Zuckerberg e affini da ogni responsabilità legale in merito.

Comunque, la TIM è in Europa, e in Europa l’età minima per andare su Whatsapp è salita, alcuni mesi fa, da tredici a sedici anni.

Qualunque genitore sa che gli altri genitori dicono che gli smartphone piovono addosso ai bambini dal cielo: e se ce li hanno tutti, come posso dire di no?

Il problema è che i bambini, tranne rari casi di persone che sviluppano capacità commerciali in età precoce, non hanno di solito i mezzi economici per comprarsi strumenti in grado di andare su Whatsapp.

A comprarglieli quindi sono i genitori e spesso i nonni, nel segno del peculiare tradizionalismo italico, riassumibile in questa frase:

“per la prima comunione, si è sempre regalato lo smartphone al nipotino, chi sei tu che osi interrompere questa tradizione?”

(il vantaggio di un’educazione laica…)

Sapete che da qualche anno, la categoria degli psicologi precari, passata la moda di fare i mercenari nella guerra contro il satanismo pedofilo, si dedica a combattere il cyberbullismo.

Nell’episodio medio di cyberbullismo, troviamo all’opera quattro personaggi.

C’è il dodicenne con i primi brufoli che dice che la dodicenne che sta iniziando a truccarsi la dà a tutti.

C’è la dodicenne accusata di darla a tutti, che piange quando va su Whatsapp e legge gli insulti del brufoloso.

Poi c’è il babbo/mamma del dodicenne con i brufoli.

E il babbo/mamma della dodicenne con il trucco sciupato dal pianto.

Tra il/la dodicenne che fa il cretino e i’ su babbo che ha fatto il cretone regalandogli lo smartphone e permettendogli di usare un’identità falsa per andare su Whatsapp facendo finta di avere più di sedici anni, un buon giudice dovrebbe avere ben chiaro chi merita la punizione più grave. E badate che lo stesso principio dovrebbe valere per il babbo della vittima.

Però capisco, il sangue non è acqua.

Ci sono tanti affettuosi babbi e mamme che ci tengono davvero che la figlia undicenne non si annoi a studiare o a esplorare la città in cui vive, ma passi la maggior parte del suo tempo a scambiarsi foto ammiccanti e a piangere perché c’è gente in Indonesia che le dice “your boobs are f… ugly!” (utilissimo peraltro per imparare l’inglese dal vivo).

Per fortuna che TIM come sempre è dalla parte dei genitori premurosi che aiutano i bambini a diventare grandi.

 

Print Friendly, PDF & Email
Posted in esperienze di Miguel Martinez, imprenditori, riflessioni sul dominio, società dello spettacolo | Tagged , , , , , , | 58 Comments