Il duro lavoro del Journalista 2.0

Ieri su Repubblica, abbiamo appreso questa notizia:

L’articolo contiene tra l’altro questo paragrafo, da leggere con la massima attenzione, perché spiega alcuni elementi fondamentali del lavoro del giornalista contemporaneo:

Ancora così stamattina, ore 7.40.

Aggiornamento: ancora così stamattina, ore 10.58.

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La vita criminale di Miguel Martinez

L’altro giorno, io e un mio amico, entrambi residenti a Firenze, andiamo a visitare un certo monumento, dove possono entrare gratuitamente solo i residenti di Firenze, dopo aver esibito la carta d’identità.

Per prendere i biglietti (gratuiti), bisogna firmare un foglio, e io distrattamente firmo per tutti e due. Con la mia firma/scarabocchio, uguale per entrambi.

In altre parole, ho fatto una firma falsa per ottenere un privilegio da un ente pubblico, rispetto alla folla di cinesi alle mie spalle che stavano tirando fuori i loro bravi eurini.

Lascio agli avvocati districarsi su quanti e quali reati io abbia commesso in quel momento; o su quanti ne abbia commesso il funzionario che mentre ci dava i biglietti borbottava qualcosa come “ma così non è legale“, dimostrando quindi di essere anche lui cosciente della situazione e complice del reato.

Ora, immagino che dopo anni di processi, un magistrato troverebbe il modo di non farmi punire troppo, visto che mancava ogni intenzione dolosa, e che nessuno ci ha guadagnato: se il mio amico avesse firmato per sé, avrebbe ottenuto ugualmente il privilegio.

Ma questo è quanto immagino io, magari un avvocato che mi volesse fare la pelle immaginerebbe altre cose.

Mi ha fatto riflettere su come ciascuno di noi in ogni momento viva ai limiti della legalità.

E come basterebbe un attimo di visibilità pubblica polemica, per distruggere una persona: Tizio fa le firme false per entrare gratis ai musei. Anche senza processi, che a quel punto sarebbero il meno delle mie preoccupazioni.

E’ proprio la meschinità della cosa – fare carte false per risparmiare una cifra irrisoria e fare qualcosa di così futile come visitare un museo, facendo ricadere i costi su Pantalone – che farebbe infuriare l’italiano medio, che non sa cosa sia un milione di euro, ma sa benissimo cosa siano dieci.

Per smentire, avrei due alternative.

La prima, confessare: “sì, ho fatto una firma falsa per far entrare un amico a un museo”. Sarei un reo confesso, a quel punto, con una frase che si potrebbe citare contro di me da allora in poi.

La seconda, mentire: “No, non ho mai falsificato firme!” arrampicandomi su scivolosissimi specchi, quando qualcuno pubblica il documento originale con le due firme palesemente identiche.

Immaginatevi se questa storia fosse venuta fuori, dopo che mi fossi candidato alle elezioni, con qualunque schieramento.

Poi immaginatevela ‘sta storia, appiccicata su Google, per il resto della storia prevedibile del pianeta.

Disclamatore: ovviamente questa storia è totalmente inventata, e non ho mai commesso nulla di illegale dal giorno in cui sono nato, giuro.

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Vittime e vittimi!

Mentre secondo il 97% degli scienziati che si occupano di queste cose, la specie umana sta correndo incontro a una catastrofe senza precedenti dai tempi dell’estinzione dei dinosauri, vediamo di cosa si occupa la specie umana stessa, almeno in Italia.

Innanzitutto, scopriamo che Bruno Vespa, che avrà serenamente compiuto i 120 anni, sa adattarsi al mondo comunque fluisca.

Infatti, eccolo che si dedica al linciaggio su scala nazionale di un insegnante di Foligno, che sostiene di aver fatto un “esperimento” per far vedere quanto fosse stato cattivo un caporale austriaco morto 75 anni fa, dopo un breve ma intenso periodo al governo della Germania.

Non ho avuto l’onore di assistere alla crocifissione in diretta di Bruno Vespa, ma immagino che sia stata ignorante, nel bel senso che i toscani danno a questa parola (“l’è un vino ignorante” vuol dire che ti arriva come un pugno allo stomaco, ma è buono).

Non so nemmeno chi sia Emma, ma se  la chiamano per nome, immagino che la conoscano tutti i lettori di Huffington Post, da cui ricavo questa serie affascinante di quadretti sul mondo in cui viviamo:

Il linciaggio è uno sport a cui l’umanità si dedica da sempre, ricavandone un immenso e insostituibile piacere.

Diciamocelo, un mondo senza linciaggi sarebbe un po’ come quando il dottore ti dice, che devi ridurre a zero il consumo di alcol, di sale, di zucchero e di grassi.

Quindi nulla di male, basta ammetterlo.

Io ammetto di godere enormemente, ogni volta che qualche destro che teme gli immigrati va sul Globalizzatore Planetario di Zuckerberg e finisce per essere mandato a crepare nel deserto.

Come il Capro Espiatorio dipinto da William Holman:

E lì mentre cercano invano una goccia d’acqua che non sia un miraggio, filosofeggiano tra di loro, “Ma Fessbuc è uno strumento neutrale, dipende solo da come lo usi!” Che già per questa affermazione, meritano tutto ciò che si sono beccati.

Ma procediamo con le Notizie che Contano:

Cerco di decifrare.

Pare che ci sia un palloniere molto giovane, che ha la mamma che sembra sua sorella (non è necessariamente un complimento), e un giornalista ha posto domande sul sesso alla mamma/sorella, per cui il giornalista è stato minacciato di morte dai tifosi della Roma e ha fatto prontamente retromarcia.

E qui sarebbe da indagare la vasta questione delle minacce di morte che funzionano (e di cui quindi non si parla) e di quelle che magari nemmeno esistono, ma di cui si parla.

Come Jussie Smollett, che sul suo profilo Twitter descrive così il motivo per cui la mamma l’ha messo al mondo:

Che poi, come saprete ormai tutti, è quello che ha pagato due giovani nigeriani la cifra di 3.500 dollari (pure con un assegno…) per picchiarlo spacciandosi per seguaci di Trump.


Poi si passa a Karl Lagerfeld:

Da misoserialkiller assassino-fobico, ho sempre avuto paura della lombrosiana faccia di Lagerfeld.

Soprendentemente, vengo a sapere che quando è morto, non hanno scoperto cuori umani nel suo frigo, ma una serie di post e tweet e simili, tra cui uno che trovo meravigliosamente convoluto:

“Se fossi donna in Russia, sarei lesbica, perché i loro uomini sono molto brutti”.

Ricorda vagamente la storia della mi’ nonna che se avesse le rote

Comunque ne deduco che Lagerfeld, in perfetta consonanza con i democratici americani, avesse in antipatia i maschi russi puzzolenti e pieni di vodka che cercano di distruggere la democrazia occidentale.

Ma arriviamo al Vittimo Supremo. Questa volta il cattivo è un negro:

Il Vittimo in questo caso è il rapper italiano Fedez:

“Ieri il rapper Fedez era a San Francisco per la presentazione del primo smartphone pieghevole progettato da Samsung. Durante il suo soggiorno americano, Fedez si è anche recato in palestra dove, a suo dire, ha notato l’ex presidente statunitense Barack Obama sulla cyclette. A quel punto, il rapper avrebbe chiesto ad Obama di fare un selfie, ma la risposta non è stata quella che si aspettava.”

Ora, è chiaro che qualunque persona normale auspicherebbe al rappresentante strapagato della Samsung una serie di accidenti ben peggiori.

Ma il dignitoso diniego di Barack Obama è già qualcosa. E se Fedez ci prova con me, risponderò anch’io come Obama. In cyclette, o in carriola.

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Lode alla Cornacchia

Mi chiedono cosa penso del  Vincitore di Sanremo.

Calcolate che il mio interesse è quasi nullo, però i titoli li vedo.

Il fatto più interessante è ovviamente Sanremo in sé, una cittadina dall’incredibile valore simbolico, che abbiamo conosciuto grazie al meticoloso lavoro di ricerca dell’amico Riccardo Mandelli.

Un tizio che si chiama Mahmood (con la doppia “o” stranamente inglese) ha battuto un tizio che elogia sostanze stupefacenti, spacciatore in pensione all’età di 28 anni,  che si fa chiamare con il nome di un sindaco monarchico di Napoli, che ebbe più preferenze di qualunque politico nella storia per i suoi metodi creativi:

O’ Comandante, il soprannome che Lauro si era guadagnato da armatore, faceva campagna elettorale dentro la pancia del popolo: i mitici banchetti in cui si distribuivano pacchi di pasta da 1kg sono ancora una leggenda popolare a Napoli, così come le banconote tagliate a metà e i dollari di piccolo taglio distribuiti alla cittadinanza. Achille Lauro faceva politica “con le scarpe spaiate”: distribuiva ai comizi centinaia di scarpe sinistre e finiva il paio consegnando le destre solo dopo il voto; nelle sue arringhe elettorali Lauro prometteva di avviare il “vero motore dei meridionali: l’edilizia”.

E un pochino mi piace qualcuno che sceglie un soprannome così insolito e significativo.

L’ammiratore del sindaco dalle scarpe spaiate, che incarna i valori occidentali contrapposti al mussurmano, è questo signore qui:

Un programma, insomma. Che la pistola con il cavetto che ti mantiene collegato mentre ti spari in un orecchio, non importa se proiettili o sostanze stupefacenti o memi, mi sembra il migliore riassunto della Civiltà Occidentale.

Mi immagino il vero Achille Lauro, con l’angelo della morte che gli sussurra nell’orecchio, e agli occhi che stanno per chiudere, avvicina spietato l’iPhone: ecco la fine che farà tutta la tua fatica.

Totò:

Tutto a ‘nu tratto, che veco ‘a luntano?
Ddoje ombre avvicenarse ‘a parte mia…
Penzaje: stu fatto a me mme pare strano…
Stongo scetato… dormo, o è fantasia?

Basandomi su questi dati minimali, provo a elaborare la mia tesi.

A. Intanto, il barometro morale: diffidare di chiunque si presenti a Sanremo. E se vince, ancora peggio. Certo, non vuol dire che il signor Mahmood faccia schifo, ma è già un buon indizio.

B. Il vincitore ha un nome, che in arabo, vuol dire, “Lodato”, per cui possiamo ipotizzare che abbia vinto facile.

C. Lodato ha vinto, o:

c1) perché è “bravo” (cioè piace a gente decisamente poco raccomandabile)

c2) o perché ha un nome Strano: per capirci, “Lodato” è strano, “Benedetto”, “Massimo”, “Diletta”, “Azzurra”, sono normali.

Nell’ipotesi c1), non vedo cosa ci sia da discutere.

L’ipotesi c2) è decisamente meno noiosa, e la cosa più interessante è che è condivisa da Destra e Sinistra (ma non dal signor Mahmood stesso, che sostiene di sentirsi “integralmente italiano”, quindi un achillelauro qualunque in attesa della seconda scarpa).

Secondo la Destra, Lodato ha vinto perché gli Eurocomunisti Renziani ti premiano sempre e solo se hai un nome strano.

Quindi per la Destra, il Lodato è una cornacchia gracchiante che ha vinto senza meriti diversi dalla nascita.

Secondo la Sinistra, Lodato ha vinto perché l’Italia Migliore ha deciso di reagire all’Ondata Populista, non vuole Rigurgiti del Ventennio, ha Imparato la Lezione del Rispetto del Diverso.

Quindi per la Sinistra, il Lodato è una cornacchia gracchiante che ha vinto senza meriti diversi dalla nascita.

ah, a questo punto mi sono pure preso la briga di ascoltare la canzone. Diciamo, rapper gentile quindi con un po’ di riflessioni interessanti, voce discreta, testo banale (in periferia si sta tristi),  non vale la pena di ascoltarla tutta, ma non è antipatica.

Corso di musica della seconda media, sei più, magari pure sette.

Achille Lauro non ho proprio voglia di sentirlo. C’è gente che merita di essere sconfitta senza essere ascoltata.

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Un capolavoro di antropologia

L’antropologia è un’arte, che consiste nell’ascoltare gli esseri umani e capire come interagiscono, senza giudicare, predicare, idealizzare, demonizzare.

Dove tirare i confini con la sociologia da una parte o la psicologia dall’altra, non saprei, ma comunque preferisco l’antropologia.

Il commentatore Mauricius Tarvisii ci segnala quello che ritengo uno dei migliori trattati di antropologia politico-elettorale mai prodotto: e certamente il miglior video-trattato in questo campo.

Il video-trattato nasce in un contesto specifico (le ormai lontanissime elezioni del 2015), ma la sua forza sta nel fatto che non descrive le singole parti, ma descrive il gioco complessivo che crea le stesse parti.

Geniale.

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“Soprattutto, contro il contadino testone”

Sto leggendo adesso (in inglese, ma esiste un’edizione italiana che non ho consultato) Il secolo ebraico di Yuri Slezkine, slavista russo residente negli Stati Uniti.

In fondo parla di se stesso, perché dedica il libro a una nonna cristiana perseguitata dai bolscevichi, diventata fedele cittadina sovietica; e anche all’altra nonna, ebrea e rivoluzionaria, diventata anticomunista.

Slezkine ci offre chiavi originali per capire le tragedie del Novecento, che non rientrano in nessun luogo comune, e riesce a cogliere i meccanismi sottostanti senza demonizzare nessuno.

Il suo libro è immenso, complesso e ricco di sfumature, per cui semplifico un po’, nel dire che divide l’umanità in apollinei (contadini, operai, stanziali, ma anche pastori nomadi, insomma tutti quelli che “fanno qualcosa di concreto”, come anche i loro aristocratici) e  mercuriali (che vengono e vanno, campano di espedienti, scambi, astuzie).

Mercurio, dio dei viaggiatori, dell’eloquenza, del commercio, dell’inganno, dei ladri, dei truffatori, dei bugiardi, della divinazione

Slezkine è il primo a notare una cosa fondamentale: l’affinità tra il ruolo storico degli ebrei (nella Polonia/Russia del Sette/Ottocento, poniamo) e minoranze analoghe e ben più numerose nel mondo: cinesi in Asia Orientale, mercanti e fabbri in Africa, cristiani d’Egitto con le loro farmacie,  zingari, che occupano saldamente nicchie economico-sociali di mediazione tra uno stato e l’altro.

I mestieri dei mercuriali variano:

il cambiavalute e il banchiere…

il violinista ai matrimoni…

il cristiano che vende vino al poeta musulmano Abu Nuwas nella taverna di Baghdad…

il mercante di schiavi (pensate a quanto gli zingari abbiano contribuito al commercio degli schiavi in Brasile)…

quello che ti fa uscire dalla malattia…

 quello che ruba denti d’oro nei cimiteri…

gli urtisti romani: il mestiere più mercuriale di tutti, che permette ai cristiani di non commettere simonia, vendendo oggetti sacri; e agli ebrei di scaricare ai cristiani la feccia idolatrica, e a tutti insieme di guadagnare scaricandosi addosso a vicenda l’impurità.

(gli esempi sono miei, non di Slezkine)

Slezkine sottolinea come il rapporto tra apollinei e mercuriali sia insieme complementare e conflittuale.

Il rapporto spontaneo tra esseri umani infatti non è commerciale:

io ti salvo dalla tigre dente di sciabola, e quando mi dici “grazie”, rispondo, “ma che scherzi, siamo amici!”

Tre anni dopo, tu salvi mio figlio che sta per annegare, e quando io provo a dirti grazie, rispondi, “ma di che?”

Quattro anni dopo, io ti incontro e ti ammazzo, perché mi hai guardato male

(storiella mia, non incolpate Slezkine)

Il rapporto tra apollinei e mercuriali è insieme necessario e conflittuale, perché viola questa regola spontanea.

Il contadino malesiano che si rivolge all’usuraio cinese, lo considera ipso facto un ladro; e lo stesso cinese deve disprezzare il malesiano, per poterlo costringere a pagargli gli interessi, che non chiederebbe invece a un altro cinese (almeno del suo stesso clan).

Ecco che i mercuriali creano un muro loro stessi per escludere gli apollinei e rafforzare la solidarietà interna, unico mezzo di sopravvivenza in un mondo in cui l’astuzia è tutta da una parte, e le armi dall’altra.

Lo zingaro ubriaco beve una bottiglia di birra dopo l’altra, poi le lancia nel cortile

Se ne sbatte della romnì furibonda, che gli grida, ‘ma potresti far male ai miei figlioli’

… e lui mi racconta…

della mahalla del Kosovo, prima che gli albanesi la distruggessero e cacciassero nel mare gli zingari, dei suoi fabbri, ‘era una meraviglia’, poi mi dice:

‘Ascolta… c’è uno che passa la frontiera con un asino, e lo fermano, e perquisiscono l’asino, ma non trovano niente…

l’anno dopo, lui passa ancora la frontiera con un asino, e non trovano niente..

e ancora, e non trovano mai niente che non sia in regola…

anni e anni dopo, il doganiere che è in pensione chiede, ma, ‘dimmi adesso che non posso farti più niente, cosa contrabbandavi, che non sono mai riuscito a capire?

E quello: contrabbandavo asini!”

(avventura mia, assolvete Slezkine)

“Phirinì!”, potete tradurre, banalmente, come “furba!”

immaginatevi la mamma di cinque figli, che sa che uno morirà presto ammazzato, un altro annegato, un altro incarcerato, a uno gli andrà bene, e la quinta ha la disgrazia di essere femmina, con una  vita di botte e dolore davanti…

Eppure, è phirinì!

O Devla!

Tanti benintenzionati fanno fatica a capire che non siamo esattamente “noi che discriminiamo gli zingari”.

Sono gli zingari a dividere il mondo in zingari e gagè, ad avere problemi a mangiare assieme ai gagè, a ritenere (con mille sfumature e livelli) che il contatto fisico con i gagè contamini (ma anche spesso il contatto tra diversi clan e livelli di zingari).

Consiglio ai curiosi, Gypsy Law Romani Legal Traditions and Culture a cura di Weyrauch, che chiarisce che stiamo parlando di diritto e non semplicemente di “strane usanze”.

Eppure basterebbe riflettere per un momento (come ha fatto da qualche parte Ugo Bardi) sul fatto che le zingare sanno di essere poco amate, anzi temute, eppure si vestono clamorosamente da zingare.

Che non è nemmeno facile trovarli, quei vestiti:

“E’ arrivato il mercante delle gonne da Istanbul, dove puntano tutte le antenne del Campo, e c’era con lui uno che cantava, e se tu solo potessi capire le parole che diceva, piangeresti da morire!”

Precisazione: dico ‘zingari’ perché ‘rom’ non è sinonimo di zingaro. ‘Rom’ vuol dire maschio sposato, tipo ‘signore’, con accanto la sua ‘romnì’ o ‘signora’. Anzi, che io sappia, tra gli zingari esiste una parola ben precisa per definire gli altri, ma nessuna per definire se stessi.

Onore allo Zio Bechir, – ‘O daio becìri!

Non so cosa avesse – la sindrome di Down? – arrivato clandestino in Italia su una barchetta, e mi parlava sempre a raffica in gadzhokanè, nella lingua dei gadzhè. E cioè in serbo. E poi è morto, e mi manca.

Ma è esattamente questo muro che permette agli zingari di non diventare dei clochard, frammenti insensati di umanità collassata, a morire sui bordi delle strade.

Questi muri sono mentali e linguistici: il Romané ha una base indiana, ma è una lingua voluta, costruita, per non essere la stessa dei gagè; e Slezkine nota come anche lo Yiddish, sebbene a base tedesca, fosse una lingua arbitraria, che permetteva a un popolo sacro di distinguersi.

Come la lingua, anche la visione dell’altro è in funzione di separazione: il contadino russo è ubriacone, passionale, stupido, sporco e violento, l’ebreo è intelligente, giudizioso, pulito e morigerato.

Oppure, se preferite, il contadino russo dice pane al pane e vino al vino, lavora con le mani, mentre l’ebreo è chiuso, segreto, ingannatore, incapace di autentici sentimenti, privo di amore per i luoghi, fa un profitto che è sempre percepito come un furto, e poi se ne va.

Considerazioni analoghe, ovviamente, separano il contadino tailandese dal mercante cinese.

Slezkine poi dice che questo teso equilibrio è saltato quando la rivoluzione industriale ha trasformato gli apollinei in mercuriali – siamo tutti migranti, scolarizzati, con mestieri che mutano continuamente, che campano di astuzie:  e ci proteggiamo, o alla maniera “ebraica” diventando un “popolo sacro” (e quindi inventando il nazionalismo) oppure alla maniera “protestante”, vincolandoci ad astratte leggi.

E’ quando tutti diventano mercuriali, che esplode lo scontro.

I mercuriali non hanno più un motivo particolare per esistere come tali; ma anche gli apollinei hanno perso ciò che li rendeva orgogliosi, entrambi si devono reinventare.

I mercuriali, con le loro abilità accumulate e le loro reti familiari, dilagano ovunque, occupando gli spazi economici, culturali e politici, a discapito degli apollinei infuriati; ma entrambi hanno perso la propria bussola, perché competono sullo stesso terreno.

E gli stessi mercuriali sono costretti a reinventarsi come apollinei: nazionalisti tedeschi o russi; rivoluzionari comunisti universalisti; inventori di un’Apollonia sionista.

I mercuriali non necessariamente barano, anzi hanno l’occhio fresco, di chi per la prima volta vede ciò che altri non hanno mai notato.

Isaac Levitan, nato e morto ebreo, è stato il più grande pittore di paesaggi russi

Ciascuna di queste scelte è carica di rischi straordinari, come dimostra la storia di Essad Bey, e qui divago, perché non ne parla Slezkine.

Di Essad Bey ho raccolto ad uno ad uno i libri, tanto diffusi negli anni Trenta, quanto introvabili oggi.

A suo dire di padre aristocratico russo e di madre rivoluzionaria azera, cantore in lingua tedesca di tutta l’immensa varietà umana e culturale che la rivoluzione bolscevica aveva cercato di annientare, con racconto su racconto, dove cogli che i fatti sono spesso inventati o esagerati, ma l’essenza è vera.

Essad Bey guarda il mondo che ha attorno e se ne innamora, una sensazione che capisco profondamente:

“Ho visto le grandi distese del sabbioso deserto arabo, ho visto i cavalieri, i loro burnus bianchi come la neve nel vento, ho visto il gregge del Profeta che pregava verso la Mecca, e volevo essere una sola cosa con questo muro, con questo deserto, con questa incomprensibile e intricata scrittura, uno con tutto l’Oriente islamico”

Fedele allo zar di cui aveva raccontato la vita e la morte, morì a Positano a trentasette anni. In piena guerra mondiale, scegliendo di stare quindi dalla parte sbagliata del fronte.

Solo in anni recenti, si è scoperto che Essad Bey in realtà si chiamava Lev Nussimbaum; la madre, ebrea quanto il padre, era morta suicida; ed Essad Bey è morto a sua volta di una rara malattia che colpisce solo gli ebrei ashkenaziti; ed era fuggito nell’Italia fascista, dalla Germania nazista.

Aveva amato i cosacchi, i pellegrini della Mecca, i montanari del Caucaso, come nemmeno loro amavano se stessi, eppure non era mai riuscito a essere uno di loro.

Ma citiamo direttamente Slezkine:

Gershon Shalom scriveva che “per molti ebrei, l’incontro con Friedrich Schiller contava più del loro incontro con i veri tedeschi”.

E chi erano i veri tedeschi?

Secondo Franz Rosenzweig, erano “il geometra, lo studente membro della confraternita goliardica, il piccolo burocrate, il contadino testone, il maestro di scuola pedante”. Se volevi essere un tedesco, dovevi farne parte, abbracciarli, diventare uno di loro – se ci riuscivi”.

Slezkine riassume l’esito finale, con la più sintetica descrizione del Novecento che io conosca:

“In Germania, il geometra, lo studente membro della confraternita goliardica, il piccolo burocrate, il contadino testone, il maestro di scuola pedante riuscirono a  reagire contro le impossibili imposizioni della modernità, identificandole con gli ebrei e organizzando il pogrom più brutale e meglio organizzato della storia;

in Russia, i figli dell’intelligentsia (molti di loro ebrei) si impossessarono del potere e riuscirono a portare a termine una visione senza compromessi del ‘modello francese’ conducendo l’attacco più brutale e meglio organizzato della storia contro  il geometra, lo studente membro della confraternita goliardica, il piccolo burocrate, il contadino testone. Sopratutto, contro il contadino testone.”

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L’antro dell’eternità e la galleria degli specchi

L’altro giorno facevo una lezione d’inglese a un’imprenditrice preoccupata per suo figlio ventenne un po’ visionario, che lei vorrebbe avviare a studi tosti all’estero, mentre una persona invisibile gli avrebbe consigliato lo studio del turco. E così le ho raccontato ciò che avevo appena visto, nella Galleria degli Specchi.

Tra le innumerevoli fortune che hanno costellato la mia vita, c’è anche quella di capirci poco di arte.

Questo vuol dire che ogni volta che vedo un’opera che mi colpisce, ne rimango stregato come se fosse una novità sconvolgente.

Sono tre notti che mi sveglio a ore assurde, raffigurandomi le scene che ho rivisto l’altro giorno nella Galleria degli Specchi di Palazzo Medici Riccardi.

Verso le due, tre di notte, mi ritornano, in tutta la loro luminosità.

Partiamo da Luca Giordano, pittore napoletano.

Gli arriva una proposta che potremmo definire solo oscena.

Una famiglia di banchieri con pochi scrupoli, i Riccardi, gli propone di decorare la soffitta di una sala del loro palazzo, con unapoteosi, addirittura, di un’altra famiglia di banchieri con ancora meno scrupoli, i Medici, gentaglia che ha in mano tutti gli appalti della città.

Luca Giordano accetta.

Ora, la famiglia di strozzini che lo pagò, sarebbe incorsa in bancarotta un secolo e poco dopo; la famiglia di strozzini da apoteosizzare è sparita pure quella; però io, tre secoli e passa dopo, sogno ancora le immagini di Luca Giordano.

Luca Giordano mise al centro del soffitto, alcune figure svolazzanti, che avevano le facce dei governanti medicei, ma secoli dopo, chi li riconosce?

Mi chiedo piuttosto  come abbia fatto a rappresentare perfettamente figure umane volanti e tridimensionali a testa in giù. Immaginatevi un cavallo che posa per questo:

Ma Luca Giordano, dopo aver creato in pochi giorni l’impossibile per cui l’avevano pagato, trasformò il soffitto nel racconto dell’intera esistenza di ciascuno di noi. Ci mise, dicono, appena cinque mesi.

A ovest, pose l’Antro dell’Eternità.

Non trovo alcuna immagine in rete in grado di renderne la particolarissima luce aurorale: un luogo che c’è e non c’è, che emana luminosità appena intuibile.

Riesco a decifrare appena una minima parte delle figure che Luca Giordano ha creato nel suo cielo.

Alla base, c’è un enorme serpente che si morde la coda, che sarà lo stesso che chiude la Storia infinita di Michael Ende.

Che finché si concentra tutto sul mordere, è così tranquillo che può accogliere il tizio barbuto  che sta affidando me e te che leggi, ad Atropo, la tizia dall’aria professionale che con le forbici si prepara a tagliare la nostra esistenza; Cloto tiene in mano la rocca da cui dispensa la tua e la mia esistenza; e Lachesi, che ci fissa, la misura.

Ma quasi al centro, vedete imburqata, la figura senza volto di Demogorgon, origine velata di ogni cosa (accanto alla sua amica mezza nuda, che non ho idea chi sia).

Se ti permettono di sdraiarti per terra nella Galleria degli Specchi, guardando in alto, potrai seguire, in senso antiorario, il percorso della tua stessa vita.

Ci sono due animali, secondo la simbologia del Ripa. L’elefante, austero, campa di poco; e lo struzzo… chi se lo ricorda che fa?

Tutta l’energica violenza della tua e della mia e della nostra catastrofica giovinezza, si riassume nell’uccisione di Adone da parte del cinghiale:

Mi viene in mente un ragazzo di Roma, che lo chiamavano Falco delle stelle, e amava correre sulla Via Ostiense in mezzo alle macchine, senza sapere se ne sarebbe uscito vivo. E ve lo regalo come simbolo degli inizi di ciascuno di noi (ma cosa cerca di dirci quella figura mascherata china su Adone?).

Poi c’è il culmine erotico della nostra esistenza, quando tra le acque, avviene il matrimonio tra Nettuno e Anfitrite:


Immagino sempre Luca Giordano, a testa in giù su un’impalcaltura, che crea mari impossibili, e coglie il dettaglio degli sguardi dei cavalli, che mi sembrano più intensi di quelli umani.

Il trionfo di Bacco, innalzato sul suo carro, e l’illusione giovanile di cogliere l’infinito…


Ma guardo le figure in basso, e mi chiedo cosa voglia dirmi il signore che si mette il dito sulle labbra (e cosa mai tiene in mano il suo amico?), o la nave che sfida le onde, o la volpe, o quell’uomo con il serpente alla vita, sovrastato da un’aquila.

Se capissi tutto ciò che Luca Giordano mi voleva raccontare, la mia vita sarebbe diversa…

Piano piano ci avviciniamo alla svolta, che poi è semplicemente l’angolo della stanza, dove compaiono Ercole e la Fortezza, perché nell’immenso, acquatico sconquasso della nostra tragica esistenza, occorre un punto fermo. Colgo la corazza, il leone, la colonna, che mi fanno tremare un po’ di meno, ma chi sa quanto altro ci sarà, o chi sarà la tizia sfatta sotto la colonna.

e poi, all’estremo opposto dell’Antro dell’Eternità, compare Minerva, protettrice delle Scienze, che esiste anche questo nelle nostre vite.
E c’è qualcosa di fondamentale nella maniera in cui lei, con la sua aria da Dirigente Scolastica e il suo pratico martellino, consegna una sorta di chiave (peraltro simbolo araldico dei committenti del lavoro) al dio che cambia e sconvolge qualunque cosa. Con Minerva, pensavate di essere arrivati, all’apice, ma Ermete vi puà tradire…

E infatti, le prossime scene proseguono sulla quarta e ultima parete.

Leggo che sarebbero la Prudenza, e giustamente ogni immagine si accompagna al proprio contrario, qui ci sarebbe anche la Frode dai piedi biforcuti, ma non ne trovo l’immagine.

Poi c’è per tutti noi l’autunno…

Demetra madre vaga per il mondo alla ricerca della figlia scomparsa. Incontra Trittolemo e Cerere, e insegna loro le arti dell’agricoltura:


Sono proprio i colori che nell’ultima sera dell’anno, abbiamo visto da Bellosguardo (e sentite l’acqua che scroscia fredda dalla fontana…).

Ma ecco che Persefone fa la fine di tutte le fanciulle rapite, portata nelle tenebre del mondo dell’equinozio autunnale (esattamente di fronte al matrimonio di Nettuno e Anfitrite):


Nella mia ignoranza artistica, resto incantato da due figure: le arpie, diavolette-putti-con-le-tette, e poi a sinistra, la figura per me misteriosa di Ercole rivestito dalla pelle di leone, che affronta l’ultima prova, l’uomo con l’elmo che somiglia alla testa di un lupo.

Già sento il freddo dell’inverno… ed ecco infatti che arriva la scena più straordinaria di tutte:

Sappiamo dai documenti, che Luca Giordano, napoletano, ebbe dai suoi committenti del vero lapislazzuli, che proviene solo dalle miniere dell’Afghanistan, per produrre quel meraviglioso azzurro del cielo.

Ma guardate la nave di Caronte, con la sua tenebrosa passeggera donna dalle tette avvizzite (la mortessa, la conoscevate?), Cerbero dalle tre teste, ma  in lontananza una caverna dalla strana luce, che appena si intuisce.

Avevo cominciato questo post, scrivendo che non riuscivo a trovare un’immagine che rendesse la luce aurorale dell’inizio di tutto il percorso.

Bene, questa immagine rende finalmente quella luce: perché quel luogo misterioso, dietro il cane tricipite, dove si intuiscono i fabbri che battono sull’incudine (conoscete il suono?), alla fine della tua e della mia vita, è lo stesso luogo, ha la stessa luce dell’Antro dell’Eternità. Basta girare l’ultimo angolo, e la Fine coincide con l’Inizio.

Non a caso, il grosso Serpente si morde la corda.

E niente mai perduto va
al centro tornerà…

Ma queste parole, sono molto più pesanti e noiose di quelle immagini.

Che bella persona doveva essere Luca Giordano, da giovane…

ma anche anni dopo, con i suoi buffi occhiali:

 

 

 

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Hansken, poverina

Siamo con la Zoe, che è vita, nel luogo in cui Pietro Leopoldo decise di fondare le scienze della Toscana.

Ci porta su dove cicogne alate sorreggono il soffitto da cui lui guardava le stelle:

“Non abbiamo mai capito il simbolismo delle cicogne… abbiamo trovato qualcosa per il Quattrocento, ma nel Settecento era certamente diverso”

Ci racconta dell’artigiano che si mise a lavorare per pulire il meridiano e scoprì il piccolo buco da cui entrava la luce, e così si capì che l’intero palazzo si era spostato negli anni.

Poi su ancora, per una scala stretta stretta fatta in modo che chi teneva la spada nella destra, potesse infilzare chi saliva, fino al tetto, dove Zoe ha sistemato le case per i suoi pipistrelli, le bat box.

Che avrei voluto mettere su anch’io, però non l’ho fatto perché ci batte un sole assassino; ma Zoe mi assicura che i pipistrelli stanno meglio proprio se esposti a sud.

Prende in mano un escremento di pipistrello e mi dice, se lo guardi al microscopio, è fatto tutto di insetti.

Attorno a noi, tutto, dai malefici pappagalli che a Boboli rubano i pomi, a Bellosguardo, alla cupola del Brunelleschi. E palazzo su palazzo di quelli che erano, sono e saranno i signori di Firenze.

“Qui ci sono stati un sacco di omicidi, ma ho anche passato le notti in questo palazzo, e non ho sentito nulla!”

Riscendiamo, dove ci sono gli animali imbalsamati (la Zoe, che li ha sistemati tutti, non ama le farfalle, ma ha un debole per i coleotteri).

C’è il colibrì con il nido e dentro due uova, che però rischiavano di spaccarsi, e allora la Zoe ci ha buttato due mentine tic tac, perché son identiche alle uova, e si chiede ridendo cosa ne penseranno tra cinquecento anni.

E c’è anche un luogo segreto che puzza, con pipistrelli in bustine di plastica e il cotone al posto degli occhi.

Scendiamo ancora, la Zoe accende innumerevoli pulsanti in una stanza tutta buia, e vediamo uno dopo l’altro, tanti scheletri di animali.

Questa è Hansken”.

Vedo lo scheletro di un elefante, anzi di un’elefantessa. Non tanto grande e senza zanne (beh, è femmina, direte).

Zoe le tocca gli arti che sembrano marmo corroso, e con occhi di scienza, mi dice,

“guarda come era ridotta dall’osteoporosi, poverina!”

Non oso sfiorarla.

Hansken nacque nell’isola di Ceylon, nell’anno 1630. A due anni, fu strappata dalla madre e portata in Olanda, dove non avrebbe mai più visto qualcuno della propria specie, ma venne messa a

“sventolare una bandiera, sparare un colpo di pistola, battere un tamburo, alzare le zampe anteriori, rubare denaro dalle tasche, mettersi un cappello, portare un secchio d’acqua e raccogliere soldi da terra.”

In Olanda la ritrasse Rembrandt:

Di esibizione in esibizione, arrivò a Treptow an der Riega/Trzebiatów, in Pomerania, dove la ritrassero così:

Un anonimo cartellone pubblicitario illustra tutte le abilità di Hansken:

Hansken arrivò a Parigi, e poi, il domatore e proprietario di Hansken la portò a Münster, per la curiosità dei potenti d’Europa che si stavano riunendo per porre fine a quello che fu il conflitto più terribile della storia europea prima del 1914.

Hansken, tranquilla, con il suo tamburo, cappello e pistola…

Johann Leuber, l’inviato della Sassonia, si auspicò:

„Gott gebe, daß dieses Monstrum dem Römischen Reich auch eine glückseligen Frieden portendire.”

“Dio voglia che questo mostro presagisca anche all’Impero Romano una felice pace”

Hansken porge un secchio a tutti, e quando si sono lavati le mani, porge loro un asciugamano.

Portano Hansken attraverso le Alpi, e giù fino a Roma; e il 7 ottobre del 1655, arriva a Firenze.

Il 9 novembre muore, e la ritrae Stefano della Bella.

Poi la Zoe spegne le luci, cinque, dieci, venti, trenta pulsanti, e siamo fuori dalla storia.

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