“Non sono io che sono paranoico, sono gli altri che ce l’hanno con me”

Scusate gli anglicismi…

Due mesi fa, ho installato un add-on sul browser di Firefox che permette di bloccare i tentativi di spiare il mio computer. I tentativi da parte di sconosciuti di entrare in casa mia e capire il più possibile su di me.

Ecco il risultato:

In una sessantina di giorni, quindi, 71.242 tentativi bloccati.

Inutile dire che non ce l’hanno con me in particolare, ce l’hanno anche con te.

“Ma io non ho niente da nascondere!”

Non è importante il singolo tentativo in sé.

Pensiamo piuttosto alle informazioni che si possono raccogliere con 70.000 tentativi moltiplicati per un miliardo di persone. Sono settanta mila miliardi (70,000,000,000) di singoli frammenti che nel giro di soli due mesi si aggiungono a ciò che l’Intelligenza Artificiale Planetaria sa di noi.

E sono solo una piccola parte – pensiamo alle immagini raccolte dalle telecamere, alle interazioni su Facebook dove io non ci sono (ma magari un’amica tagga una mia foto), ai cookies (uso anche AutoDelete Cookies, ma dubito che altri lo facciano)…

Direte,

“Ma se Amazon sa che ho comprato una grammatica della lingua gallese, che vuoi che succeda!”

Non sono solo dati che vanno al singolo fruitore: i dati, per loro stessa natura, possono entrare in rete tra di loro, sono solo barriere artificiali a tenerli separati; non c’è distinzione, alla fine, tra il sito che raccoglie le prenotazioni, il flusso di denaro che si muove da una banca all’altra, l’orologio smart che traccia i battiti cardiaci e il sistema che tiene in vita – o può distruggere – un impianto nucleare.

E’ questa creatura sovrumana, l’Intelligenza Artificiale Planetaria, che ci deve interessare.

E che non dobbiamo mai separare dalla “questione ambientale”, che certamente non consiste soltanto nel misurare il CO2 nell’atmosfera.

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L’uomo che divorò il Libro

Un’idea oziosa: gli Stati Uniti sono in parte olandesi, e in parte ulsteriani.

La parte olandese è calvinista, laboriosa, borghese, cultrice delle scienze, tollerante e anche curiosa e colta, a modo suo ottimista. E ovviamente pericolosissima.

La parte ulsteriana è invece quella degli sradicati, i hustler, gli avventurieri, la gente con i nomi bizzarri che non sanno chi erano i loro nonni, i nomadi dei camper, quelli che rincorrevano fino in Alaska l’oro che non c’era, che si fanno di alcol e antidolorifici e hanno come solo amico la pistola e la codeina oppure Gesù:

“Codeine, codeine
You’re the nicest thing I’ve seen
For a while, for a while”

Ribellandosi alla religiosità della New England, a partire dall’orgia dei revival, questo mondo ha adottato un mito ambientato nel futuro, a differenza di quelli europei.

Il cuore sta nei versetti dell’Apocalisse:

“Poi la voce che avevo udita dal cielo mi parlò di nuovo e disse: «Va’, prendi il libro che è aperto in mano all’angelo che sta in piedi sul mare e sulla terra».  Io andai dall’angelo, dicendogli di darmi il libretto. Ed egli mi rispose: «Prendilo e divoralo: esso sarà amaro alle tue viscere, ma in bocca ti sarà dolce come miele».  Presi il libretto dalla mano dell’angelo e lo divorai; e mi fu dolce in bocca, come miele; ma quando l’ebbi mangiato, le mie viscere sentirono amarezza. Poi mi fu detto: «È necessario che tu profetizzi ancora su molti popoli, nazioni, lingue e re».

Il Libro, che poi è sempre quello, da divorare intimamente; e che porta insieme i due opposti, il dolce e l’amaro; e questa esperienza estrema  in un attimo trasforma la prostituta e il delinquente in profeta, in grado di annunciare al mondo una gloriosa e imminente catastrofe.

Di esempi ce ne sarebbero un’infinità, prendo questo video di un rapper che si fa chiamare Sevin: dove vediamo all’inizio e alla fine proprio il Libro e il hustler, lo sbandato solitario davanti al muro di una delle innumerevoli fabbriche dismesse del suo paese, il copertone di un camion, il carrello di un supermercato, insomma i segni dell’America.

Il testo narra anche della Cospirazione.

In Italia, viviamo di sospetti (“e figurati se Salvini e Renzi non si saranno messi d’accordo dietro le quinte!”); nella cultura apocalittica americana, invece i racconti di menzogna e manipolazione servono come prova che viviamo nel Regno di Satana, da cui ci libererà solo l’Avvento, il ritorno tra pochissimo tempo di Gesù sul suo cavallo bianco; ma nel frattempo occorre essere disponibili al martirio, nel doppio senso di testimonianza e di disponibilità a dare la vita.

In questo video troviamo in un unico testo il rifiuto tutto insieme di Satana, dell’allora presidente Obama, degli Illuminati, della polizia, di Facebook, del riscaldamento globale, del complotto dell’11 settembre, della guerra, degli Stati Uniti, della valuta globale, del matrimonio tra omosessuali, dei pastori e dei vescovi (e nelle immagini, accanto alla bandiera americana, finiscono nel rogo tutti gli altri “idoli”, il segno pagano dei Cinque Soli messicano, i libri di stregoneria e di Scientology, il Corano, il libro di Mormon, i dollari e la statuina del Buddha).

Alcuni di questi elementi, in Italia, sembrerebbero di destra, ma altre decisamente no: però c’è una differenza radicale – altrove abbiamo definito la Destra italiana come il principio della conservazione dell’esistente qualunque sia (“chi sei tu per violare la tradizione che si regala lo smartphone al nipotino per la prima comunione!”)

Nell’apocalittica americana, troviamo l’esatto opposto – la negazione dell’esistente qualunque siae l’auspicio della sua distruzione. Che poi è la storia del paese, a ben pensarci.

Rimane l’Uomo Solo, con il suo Libro e il suo Unico, Tremendo Amico, in attesa della prossima, molto prossima catastrofe liberatoria.

Fatti di cronaca veri o falsi (l’ulsteriano ha come limite storico invalicabile le ultime cose che ha visto in televisione) assumono una dimensione mitologica: ricordiamo che il primo Agente di Satana fu il petroliere John D. Rockefeller, che volle finanziare le denominazioni ottimiste, quelle che si dedicavano a migliorare il mondo.

Non ho tempo per tradurre tutto il testo adesso, ma merita una lettura attenta, se se ne capisce la chiave: come talvolta succede, il rap, proprio per la sua natura discorsiva, permette di comunicare qualcosa di significativo:

“I’m on some whole other, man
They wonder why I have no fear
It’s time to get active
‘Cause I know why I’m here

Yeah, I need to know if you wit’ it
Enough drama to ring alarms
‘Cause we the kind to tell Obama to bring it on
On my momma
It’s more than just rhymin’ and singin’ songs
Grab the line before I give him the honor to see us on
I ain’t deceived by the lies they’ve fed all the public
Exposing devil’s hands
We cuttin’ heads off of puppets yes
We livin’ in the police state
But we see it that’s why we the ones the police hate
See me through the night pantin’ with a lantern
Runnin’ believe it, believe us, them FEMA camps is coming
We in the game. The world order’s a quarter away
For real though, what if they gave the order today
It’d take basic survival and faith
Look how you gon’ thrive off the land
You can’t survive without Facebook
Open up your Bibles you’re so blind
Time to re-evaluate your mission I know mine
Let’s go

They wonder why I have no fear
Cause I know why I’m here (uh huh)
Let’s Go! (yeah)
The endin’ of the world is near
And I see it so clear, yeah

Yeah and I spit it so clearly
But perhaps they don’t hear me
This global warmin’ thing ain’t a fact it’s a theory
But scientifically the population is dumb
So they able to regulate us and play wit’ our funds
Soon you gonna wanna gas up your car but cannot ride
You’re broke from payin’ taxes for carbon dioxide
What’s it gonna take for ya’ll
To open up your eyes with concern
When they stickin’ you with needles
Sterilizin’ your sperm (real talk)
The power of the government is more than just a partial flaw
We just one bad day away from martial law
I see the beast and every part of his devices
I believe 9/11 was an artificial crisis
Same ones that marketed opium and heroin
Globalists controlling us they are not American
They betrayed the Constitution the Judas way
And yes
I love Christ more than the USA

They wonder why I have no fear
Cause I know why I’m here (I pledge allegiance to the gospel)
Let’s Go! (yeah, let’s go)
The endin’ of the world is near
And I see it so clear, yeah

And these days are gettin’ scarier than all of the rest
The gays are gettin’ married and they callin’ it blessed
You better believe it it’s comin’ much sooner than later
You gotta suit up can’t boot up your computer to save ya
When they make it illegal to speak for your faith
And then God fearin’ people start being erased
When the real tribulation is testing your heart
And the pastors you run after have accepted the mark
The evil one is gon’ come deceive you with wealth
Quit only listenin’ to Bishop homie read for yourself
That one world government one world currency
Is real and it is coming they are building it currently
Ask Him for sight and the power to learn
Can’t be scared now the Bible says the coward’ll burn
That’s why I’d rather die than deny
At the stake gettin’ fried for El Shaddai
Screamin’ Hallelujah, uh

They wonder why I have no fear
Cause I know why I’m here
Let’s Go!
The endin’ of the world is near
And I see it so clear, yeah

They they they wonder why I have no fear
Cause I know why I’m here
Let’s Go!
It’s the endin’ of the world out here
And I see it so clear, yeah

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“Contra te sollers, hominum natura, fuisti”

Ma a cosa sono serviti tutti gli intellettuali e scienziati di cui ci vantiamo, se già Ovidio aveva capito tutto? Qualcuno riesce a trovare qualcosa di veramente significativo da aggiungere a queste poche righe?

E’ la seconda volta che ce ne accorgiamo (e anche questa volta, il merito non va a quando dormivo al liceo classico, ma all’amico Caoimhghin Ó Croidheáin).

Contra te sollers, hominum natura,  fuisti
quo tibi turritis incingere moenibus urbes

et nimium damnis ingeniosa tuis.
quo tibi, discordes addere in arma manus?
quid tibi cum pelago — terra contenta fuisses!
cur non et caelum, tertia regna, petis?

o si neclecti quisquam deus ultor amantis
tam male quaesitas pulvere mutet opes!

Torniamo alla nostra cara Professoressa Orrù (che l’ultima volta mi ha dato via libera):

“O natura umana, ti adoperasti contro te stessa e fosti troppo intelligente a tuo danno.

A che ti giovò circondare le città di mura e di torri, a che spingere alle armi mani nemiche?

Che cosa avevi a che fare col mare?

Avresti dovuto accontentarti della terraferma.

Perché non conquisti come terzo regno anche il cielo?

Per quanto ti è possibile, aspiri anche al cielo

[…]

Oh, se un dio, vendicatore degli amanti trascurati, riducesse in polvere ricchezze tanto malamente acquisite!”

Ah, e per l’Impresa del Terzo Millennio, c’è il TF-19 WASP

“l’aggiunta lanciafiamme per incendiare in remoto bersagli terrestri e aerei, portando u nuovo livello di efficienza e gestibilità nell’agricoltura”

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Lierre Keith, il Mito vegetariano

Vedo nascere in questo blog una traccia di qualcosa: la raccolta di visioni il più possibile diverse della “questione ambientale”.

Sto leggendo un libro che vedo è stato tradotto in italiano, Il mito vegetariano di Lierre Keith, pubblicato dalla Sonzogno.

Non vi fidate del mio riassunto, perché la parte più ricca sta nell’approccio dell’autrice e in ciò che lei è.

Lei ha scelto una vita in coerenza con ciò che sentiva dentro di sé, e quindi è andata fino in fondo (contadina in condizioni non facili e sei arresti finora…).

Però coerenza non vuol dire rigidità. Lierre è lontana dal fanatismo di chi si tuffa a occhi chiusi.

Impara dall’esperienza diretta e vissuta, sa ascoltare opinioni lontane dalla propria e rifletterci e assorbirne qualcosa. Sa bilanciare una sensibilità mistico-romantica con scetticismo e amore per la scienza; e ha una spietata capacità di autocritica.

E come se non bastasse, scrive con uno stile  intenso e poetico eppure logico e comprensibile.

Il libro racconta sostanzialmente di come lei sia cresciuta, prima scegliendo un veganismo rigoroso, nell’illusione di “non uccidere mai”, per poi rendersi conto, combinando la pratica con gli studi scientifici, che senza morte non esiste vita.

E che abbiamo un sistema digerente che somiglia molto più a quello dei carnivori che a quello degli animali vegetariani.

Esiste una biosfera ricchissima di vita/morte che si fonda sui batteri (“un cucchiaio di terriccio fertile contiene più di un miliardo di forme di vita“), sulle piante perenni e sui ruminanti, che raccolgono l’indigeribile cellulosa con cui alimentano i batteri che hanno nel proprio corpo; divorano poi gli stessi batteri e infine donano di nuovo nutrimento al terreno.

Il principale nemico della vita diventa quindi, non la dieta carnivora, ma paradossalmente l’agricoltura: per fare posto alle piante annuali, l’uomo distrugge quelle perenni (che quindi non riescono più a tenere fermo il suolo con le loro radici), annienta gli animali, riempie il terreno di pesticidi e fertilizzanti chimici; e costringe i ruminanti a una dieta per loro malsana di grano.

Dopo nemmeno due secoli, i territori degli Stati Uniti, che una volta tenevano in vita 60 milioni di bisonti sani, riescono a stento a far vivere 40 milioni di mucche malate.

Lierre racconta di sé; e quindi queste riflessioni sono spesso legate a come lei abbia superato (non rinnegato) il veganismo. Io penso che siano molto più ampie e ci portino più lontano, ma molti vegani lo hanno preso come un attacco diretto a loro. Pazienza.

Perché la vera questione non è la dieta o il “verde”, è come permettere alla natura di ricreare se stessa. In fondo, come non fare qualcosa.

“La verità è che la vita non è possibile senza la morte, che qualunque cosa tu mangi, qualcuno deve morire per alimentarti.

Io voglio un rendiconto, un rendiconto che vada molto oltre ciò che si trova sul tuo piatto. Mi chiedo di tutto ciò che è morto nel processo, tutto ciò che è stato ucciso per portare quel cibo sul tuo piatto.

E’ una domanda più radicale, ed è l’unica in grado di far emergere la verità. Quanti fiumi sono stati sbarrati con dighe e prosciugati, quante praterie arate e foreste abbattute, quanto humus trasformato in polvere e soffiato via come un fantasma?

Voglio sapere di tutte le specie – non gli individui, ma la specie intera – il chinook, il bisonte, il passero cavalletta, i lupi grigi. E voglio qualcosa in più del semplice numero dei morti che non ci sono più: voglio vederle ritornare.

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Kanye West e la comunità

Piero Pelù l’ho scoperto quando mi ha telefonato perché voleva visitare il Giardino segreto, poi sono andato su Youtube a capire cosa cantasse.

Anche Kanye West è entrato nella mia vita allo stesso modo.

So che è un cantante o qualcosa del genere, e che il suo matrimonio qui a Firenze è stata la notizia più importante per una settimana. Ma la prima volta che ho sentito la sua voce nel frammento di un video che ho trovato su Twitter, dove sostiene in modo semplice e chiaro alcune cose fondamentali che noi in Oltrarno capiamo benissimo (l’Internazionale del Locale…).

Lo spezzone fa parte di una lunga intervista in cui Kanye West racconta una storia radicalmente americana: di come abbia investito le sue notevoli ricchezze nell’acquisto di un immenso terreno nel Wyoming, “where you just see the road and God“. Con l’aiuto del Migliore Amico degli Americani, Jesus, sta progettando di fare fabbriche di moda che riportino il lavoro negli Stati Uniti.

E lì dice che il problema è come i lavoratori vengono trattati nell’outsourcing, la maniera ambientalmente insostenibile con cui si produce, ma

“in realtà è tutta una questione di controllo.

Noi dobbiamo avere il controllo delle nostre menti, del nostro cibo, della nostra salute e delle nostre famiglie.

Roma è stata la vera Silicon Valley dell’umanità, tante cose di cui abbiamo bisogno provengono da millenni passati. Prendiamo la gerarchia dei bisogni di Maslow, quali sono i bisogni personali di un essere umano?

Abbiamo soprattutto bisogno gli uni degli altri, ecco perché ci raduniamo inseme, proprio come le antilopi che tu vedi correre lì fuori; e qual è la forma di “gli uni e gli altri” migliore? E’ la famiglia, che vogliamo tenere insieme.

Ma le città sono state progettate per creare più problemi, in modo da creare più industrie; sono state progettate in modo tale che il tuo posto di lavoro dista 45 minuti, così passi il tempo nel traffico e le auto si logorano e si spende di più in benzina e si consuma più benzina.

Ma pensiamo a comunità con al centro la chiesa e poi la scuola, i bar, giardini sostenibili e abitazioni. Questo è il mio concetto, ciò che io e Rick Fox siamo andati a fare nelle Bahamas per costruire case a prove di uragano.”

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Borba lo Scriba

Ieri vi ho presentato il Generatore Automatico del Prof. Rodrigo Borba, esempio di un modo di procedere sempre più diffuso nel mondo accademico, nel campo delle cosiddette scienze umane.

Un assistente universitario brasiliano, assieme a un suo laureato, hanno infatti pubblicato un saggio sul significato linguistico delle scritte nei cessi della facoltà in cui insegnano.

E’ un legittimo argomento linguistico, e immagino che qualche riga di riflessione anche originale si potrebbe fare – ai tempi in cui la Sinistra dominava incontrastata alla Facoltà di Lettere di Roma, mi ricordo che nei bagni trovavo catacombali esaltazioni di Giovanni Paolo II da parte di anonimi pennarellatori ciellini.

Parlare di scritte nei cessi può sembrare un modo democratico di parlare di cose che gli accademici di una volta consideravano al di sotto della loro dignità.

Molti obietteranno però che il testo di Borba sembra un confuso accumulo di parole a caso.

In realtà entrambe le interpretazioni sono sbagliate: saggi come quello che stiamo analizzando sono quanto di più antidemocratico possa esistere; e nessuna parola in quel saggio è a caso.

Cerchiamo di capire perché.

I due accademici intendono fare carriera dentro il mondo accademico.

Siccome gli aspiranti sono molti e i posti pochi, devono superare una selezione durissima.

Il meccanismo principale scelto per la selezione è la pubblicazione.

Una pubblicazione “scientifica” ha come funziona quasi esclusiva quello di tabellone segnapunti per la casta accademica.

I due Carrieristi prendono il lavoro reale e gratuito svolto dai Pennarellatori, che avranno i loro difetti, ma sono sicuramente individui che sanno scrivere frasi brevi, facilmente comprensibili e talvolta pungenti.

I Carrieristi parassitano questa opera, creando qualcosa che nessun Pennarellatore (che con le sue tasse gli paga il posto) sarà mai in grado di capire.

Ciò che i Carrieristi producono deve essere come la poesia che nella Cina imperiale permetteva all’aspirante di vincere i concorsi pubblici: il candidato doveva dimostrare di possedere perfettamente il linguaggio e saper anche maneggiare con eleganza il pennello.

Il contenuto deve essere ridotto al minimo, proprio perché oscura l’abilità stilistica.

Per questo, il contenuto deve essere intercambiabile;

ci deve essere una affermazione a proposito del contenuto, non una dimostrazione;

infine ci deve essere sì una dimostrazione – di aver interiorizzato alla perfezione tutte le regole del linguaggio.

TEMA

Prendi un oggetto qualsiasi: più è insolito, più spiccherà la tua bravua.

Afferma in non meno di 20 pagine, in lingua inglese, che quell’oggetto è un costrutto linguistico dove è in corso uno scontro per il potere.

Dimostra che hai letto almeno 20 autori che ritengono che tutto ciò che esiste è un costrutto linguistico dove è in corso uno scontro per il potere, usando nel luogo giusto e con il ritmo giusto neologismi segreti che loro hanno inventato.

Non a caso, le scritture  – il geroglifico egizio, il cuneiforme, la scrittura Maya – avevano bisogno di una   casta di scribi che vegliasse affinché la soglia tecnica fosse tenuta il più alta possibile.

Qui un esempio di scrittura Maya.

Ossia l’arte di prendere suoni e concetti abbastanza semplici e renderli incredibilmente difficili da ricordare e riprodurre. Garantendo così il posto fisso a vita all’accademico che fosse riuscito a pubblicare una stele funebre.

 P.S. Credo di essere riuscito ad affermare che gli scritti incomprensibili di accademici sulle scritte (comprensibili) nei cessi sono un costrutto linguistico dove è in corso una lotta per il potere. Peccato che per i traduttori di manuali tecnici, non fa punteggio.

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Il Generatore Automatico del Prof. Borba

Linguistic Landscapes è una pubblicazione scientifica, che tratta, presumo, affari di lingua e linguaggio.

Con appena 35 dollari “plus taxes”, potete comprare un articolo, di una ventina di pagine, pubblicato appunto su Linguistic Landscapes.

L’articolo, opera di due ricercatori brasiliani, Rafael de Vasconcelos Barboza e Rodrigo Borba, ma ovviamente scritto in inglese, tratta un argomento di interesse linguistico, per quanto modesto.

Il Prof.Borba, assistente di lingua inglese all’Università di Rio de Janeiro

Infinitamente più interessante però dell’argomento trattato, sarebbe uno studio linguistico sullo stile dei due autori, nonché di migliaia di altri abitanti della bolla accademica planetaria che hanno acquistato accesso allo stesso generatore automatico di postmodernismi.

A differenza di Rodrigo Borba (l’altro autore è solo un laureato in cerca di cattedra), non mi pagano, per cui vi fornisco l’abstract del loro articolo senza traduzione.

Per oggi ho già dato, mettendo in inglese un manuale per la vendita di macchine per fare rotoli di carta igienica, una specialità pare lucchese.

[Nel prossimo post, un’analisi più approndita...]

(De)regulating gender and sexuality in the public toilet
Author(s): Rafael de Vasconcelos Barboza, Rodrigo Borba
Source: Linguistic Landscape, Volume 4, Issue 3, Nov 2018, p. 257 – 277
DOI: https://doi.org/10.1075/ll.18005.vas
Version of Record published : 26 Nov 2018

Abstract

Drawing on multimodal analysis of graffiti in male public restrooms at the Faculdade de Letras of the Universidade Federal do Rio de Janeiro, this paper investigates how notions of place and gendered/sexualized subjects are discursively (re)constructed in interactions with the materiality and historicity of the public realm. The analysis focuses on the indexicalities of public signage and the ways they (in)form understandings of and access to certain spaces. By investigating the fragmented history of entextualizations of these toilet graffiti as well as the indexicalities of their lexical, graphic, and co(n)textual aspects, we argue that places can be queered since they are and . The paper illustrates how static assumptions about place, gender, and sexuality can be disrupted and ressignified which highlights the pornoheterotopic character of these public restrooms in which semiotic processes that (de)regulate gender and sexual dissidence are emplaced.

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Agricoltura e allevamento, un saggio di Jacopo Simonetta

Ci sono temi che vengono trattati in genere in modo molto superficiale; diciamo pure, isterico, fanatico e imbecille: uno di questi è certamente il rapporto tra vita umana e animali da allevamento.

Le due rette parallele che non si incontreranno mai in questo caso sono:

“la crisi ambientale non esiste, perché a me piace mangiare la carne e le vegane sono radicalchic con la erre moscia!”

“le persone buone non fanno mai male a nessuno!”

Il primo ragionamento non sta in piedi, al secondo ha risposto Lierre Keith con un saggio molto profondo, The Vegetarian Myth (l’autrice è stata immancabilmente anche impeperoncinata da un gruppo di vegani particolarmenti cannibali, che l’hanno chiamata “Animal Holocaust Denier”).

Rubo da Apocalottismo un  saggio di Jacopo Simonetta, sul tema allevamento e agricoltura.

Jacopo Simonetta è molte cose: toscano fino in fondo, avventuriero in Afghanistan, autore di Picco per capre, contadino-allevatore nella Francia profonda dove odiano Parigi, pessimista sempre sorridente e amico e babbo di una figliola che è tra i massimi esperti mondiali dell’uso militare dei cavalli in Giappone nell’undicesimo secolo.

Nonché compagno della fantastica Angela, con le sue storie gioiose di una Calabria irriducibile alla modernità.

Jacopo Simonetta, Agricoltura ieri ed oggi, ma domani?

Il tema è sterminato, qui vorrei solamente far presente un dettaglio, spesso trascurato nelle discussioni su questo argomento.

Uno dei segni che i tempi stanno cambiando è che sempre più persone cominciano a porsi il problema del cibo, una cosa che per decenni abbiamo dato per scontata.

In effetti, l’agricoltura industriale, figlia della “rivoluzione verde”,  sembra aver raggiunto il suo “picco”; ce lo dice il forte rallentamento o stagnazione della crescita a fronte di uno sforzo produttivo che accelera.  Nel frattempo, la popolazione continua ad aumentare, così come la voglia di mangiare di più e meglio da parte di chi sta mangiando poco e male.

Una vera carestia, di quelle che spazzano via milioni di persone, non è una prospettiva realistica a breve e medio termine, soprattutto non in Europa, ma a lungo termine può accadere di tutto e, comunque, come si suol dire in Toscana: “E’ meglio aver paura che buscarne”.

A maggior ragione se, con l’occasione, si riesce anche a mettere in tavola roba più saporita e genuina di quella che si compra al supermercato.

Di qui la repentina trasformazione dell’antico orticello dietro casa da attività residuale per vecchietti arzilli a settore economico in crescita esponenziale: libri, riviste, convegni, attrezzi, sementi, corsi, siti internet e chi più ne ha più ne metta offrono di tutto a chi fosse interessato.  Perfino troppo, tanto che è oramai difficile orientarsi in questo mare magno.

Bene, ma se è vero che gli orti possono aiutare molto l’economia domestica in campagna e, entro certi limiti, nelle periferie urbane, non sarà così che si sfameranno i miliardi di persone che si ammassano nelle megalopoli.   Per questo, è necessario un salto di scala di parecchi ordini di grandezza e questo cambia la prospettiva.

Un’opinione molto diffusa è che la dieta di domani sarà vegetariana o quasi e che ciò sarà sufficiente a tenere in equilibrio il sistema.   Ci sono diverse buone ragioni per pensarlo:

  • Una percentuale consistente della produzione agricola è destinata alla produzione di alimenti per il bestiame; soprattutto vacche, ma non solo.   La trasformazione delle granaglie e della soia in alimenti e di questi in carne o latte comporta però una forte dissipazione di energia.  Se mangiassimo direttamente i semi  avremmo quindi molte più calorie a disposizione.
  • Gli allevamenti intensivi consumano grandi quantità di acqua, non solo per far bere il bestiame (specialmente i bovini), ma anche per mantenere un minimo di igiene nelle stabulazioni.
  • Il cereale più produttivo e quindi più utilizzato per i mangimi è il mais che, però, è anche quello che ha più bisogno di acqua e, nelle varietà ad altissima resa odierne, anche di diserbanti, concimi sintetici ecc.  Segue la soia (una leguminosa) per coltivare la quale stiamo distruggendo buona parte della foresta amazzonica.
  • Gli allevamenti intensivi sono estremamente inquinanti, sia per l’abnorme e concentratissima produzione di letame e liquami, sia per la produzione di metano che mangimi ricchi di carboidrati e poveri di fibre incrementano considerevolmente.
  • Una dieta ricca di carne e latticini non è necessaria, anzi può essere perfino nociva per persone che fanno una vita sedentaria come la maggior parte di noi.
  • Negli allevamenti intensivi gli animali sono trattati malissimo, ai limiti della tortura o anche oltre.
  • Negli allevamenti intensivi si fa necessariamente un largo uso di farmaci sui cui residui non c’è controllo possibile. In particolare, l’uso di antibiotici di copertura è una misura di profilassi necessaria in condizioni di sovraffollamento e scarsa igiene, ma contribuisce a selezionare patogeni particolarmente pericolosi.

Tutto corretto e, oggi come oggi, ridurre drasticamente il numero e la dimensione degli allevamenti intensivi sarebbe una misura lodevole, specie se il conseguente aumento dei prezzi riportasse un poco di bestiame sui pascoli e nelle fattorie dove, invece, ce ne è oggi troppo poco.

Ma che ci dobbiamo aspettare dal futuro?

La peculiarità della fluttuazione climatica in corso è di essere caldo-secca sulla maggior parte delle terre emerse.   Un’anomalia questa che non è il caso di discutere qui; il punto che ci interessa è che la disponibilità di acqua continuerà presumibilmente a diminuire ed i suoli ad inaridire.   Per farsi quindi un’idea di come potrebbe essere l’agricoltura europea del futuro proviamo a dare un’occhiata a cosa succede nei paesi che oggi hanno situazioni climatiche ed edafiche simili a quelle che presumiamo di avere noi fra un paio di decenni.  Per esempio in nord Africa e in buona parte della Spagna.

In primo piano troviamo zone irrigue con buoni livelli di produzione, ma solo grazie ad una disponibilità di energia, concimi e fitofarmaci che difficilmente avremo in futuro.   Inoltre, l’emungimento delle falde freatiche e dei fiumi è una delle concause dell’inaridimento del territorio, in misura anche maggiore del Global Warming.  Si veda per tutti, l’esempio del Lago Aral, prosciugato per irrigare i campi di cotone.  In pratica, le colture irrigue dovrebbero essere abbandonate subito e molte lo saranno comunque.  Alcune, anzi, lo sono già state, proprio per esaurimento dell’acqua e/o per accumulo di sale nel suolo (frequente conseguenza dell’irrigazione in zone aride).

Dove ci si deve accontentare di piogge scarse e irregolari non c’è spazio per ortaggi, mais e meloni. Troviamo quindi magri campi di cereali resistenti all’aridità, ma scarsamente produttivi come il miglio, il sorgo ed alcune varietà di frumento.  Anche questi ricorrono a concimi “chimici” e fitofarmaci, ma per l’acqua dipendono invece dai capricci del clima.  Di conseguenza, i rendimenti sono scarsi e molto variabili, complessivamente in diminuzione a causa del peggioramento del clima e del degrado dei suoli così sfruttati.

Infine, l’unica cosa che cresce sulla maggior parte del territorio di molte regioni è una vegetazione ruvida e tenace, fatta perlopiù di arbusti ed erbe perenni che possiamo mangiare solo usando del bestiame per trasformarla in carne e latte.  Dirò di più:  anche laddove il clima ed i suoli sono ancora propizi all’agricoltura, una popolazione rurale che disponga di poca energia esogena (elettricità e gasolio) ha tutto l’interesse a basarsi in buona misura sull’allevamento.  Non a caso è quello che è sempre accaduto e che continua ad accadere.   Il bestiame ha infatti alcuni vantaggi strategici che è bene ricordare:

  • Utilizza risorse che noi non possiamo usare direttamente.
  • Non fornisce solo cibo, ma spesso anche servizi (trasporti, forza motrice, ecc.)
  • Fornisce concimi ed ammendanti di qualità.
  • Incrementa sensibilmente la biodiversità locale.
  • Il corpo degli animali è anche un contenitore di cibo che si conserva da solo, senza bisogno di protesi tecnologiche ed energetiche.

Per questo, i popoli che vivono in aree semi-aride hanno ed hanno sempre avuto una dieta a base di carne e latticini, integrati da quel poco di verdure e cereali che riescono a produrre e/o importare.

In passato, i popoli che avevano del buon bestiame, specialmente buoni cavalli, hanno soverchiato quelli che non li avevano.   Poi la palma del dominio è passato a coloro che, invece, hanno il controllo dei combustibili fossili, ma anche questo sta passando.

Non possiamo sapere come sarà il mondo fra cinquanta o cento anni, ma io credo che sarebbe una cosa prudente tornare a diffondere capillarmente il bestiame più vario nelle campagne, eliminando invece gli allevamenti industriali.  Cosa facile a dirsi, ma difficile a farsi.

Credo inoltre che sarebbe prudente usare il residuo potere economico e tecnologico che abbiamo per importare e/o selezionare razze più idonee al clima ed alla vegetazione che si presume avremo in futuro.  Ricordo che selezionare e stabilizzare una razza animale è un affare che prende decenni; tempi cioè dello stesso ordine di grandezza di quelli con cui il nostro territorio si sta inaridendo.

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