I bambini tra gli alberi

Non ho seguito la vicenda delle proteste in Puglia contro il TAP, il gasdotto trans-adriatico, e quindi non mi permetto di dire qualcosa di specifico.

Mi ha colpito però una polemica sorta per la presenza di bambini alle manifestazioni. Un certo Eraldo Affinati, su Repubblica, pontifica:

“Questa protesta in formato famiglia, prima ancora degli ulivi espiantati, chiama in causa i bambini più piccoli, coinvolti in un’impresa che non avrebbe dovuto riguardarli. Essere responsabili del principio di umanità che rappresentano vuol dire prendersi in carico la loro coscienza in via di formazione: custodirla, non esporla; proteggerla, non bruciarla, guidarla, non soffocarla.”

A parte il fatto che è meno soffocante una giornata in campagna che una attaccata alla playstation, colpisce questa visione della politica come una cosa sporca, a cui non bisogna esporre l’innocenza infantile.

Videogame_bambiniPoi è comprensibile.

Esistono davvero situazioni in cui i bambini vengono coinvolti in imprese che non avrebbero dovuto riguardarli.

Quando si instillano in loro il culto di esponenti di partiti politici, gerarchie religiose, di merci oppure identitarismi nazionalisti: insomma, roba da grandi.

renzi-scuolatricoloreVESCOVO2

trussardiwebMa qui stiamo parlando di una politica che evidentemente gli editorialisti di Repubblica non conoscono: quella di imparare a vivere nella propria comunità di persone, luoghi e alberi, amandola e proteggendola.

Se non si impara da piccoli, quando mai si imparerà?

bambini-notapQueste riflessioni mi sono state ispirate da un bellissimo articolo di Rosaria Gasparro su Comune-Info.

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La Caldaia di Stato

E’ una storia di cui ho parlato qualche volta tra i commenti, ma credo che meriti un post a sé. Una goccia d’acqua per capire il rapporto tra Istituzioni e Vita.

In fondo al nostro giardino, alle spalle delle case dell’Uomo che Può Tutto, c’è quella che chiamano una bicocca, una struttura mezza diroccata

Il Sindaco, nel novembre del 2014, promise che entro un anno, la bicocca sarebbe diventata una Nuova Splendida Ludoteca. Sul sito del Comune, ne troverete da qualche parte persino un rendering in stile Calatrava.

rendering(Notate i bambini a destra in basso, e i loro sguardi di innocente entusiasmo)

Siccome i fiorentini c’hanno sempre da ridire, c’è stata subito una rivolta contro i pali davanti, come se quello fosse il problema.

Da allora, l’unica novità significativa è che si è rotto un tubo che scaricava la pioggia dal tetto, così l’acqua mina direttamente le fondamenta.

Ma facciamo una visita guidata.

All’estrema sinistra della bicocca, si trova l’unica sede fisica della nostra surreale squadra di calcio, circa due metri per due. Dal tetto ci piove dentro.

Poi c’è la stanzina che la nostra spumeggiante Francesca sta aprendo in questo momento, dove si sono accumulati per anni materiali che il Comune non aveva i soldi per buttare, poi una mano misericordiosa ha provveduto all’eutanasia.

caldaiaA destra, la Stanza della Caldaia con i suoi bei cartelli, cui ritorneremo brevemente.

Seguono due bagni. Ogni tanto si scassano, dopo la prima richiesta di intervento al Comune, abbiamo capito l’andazzo. Oggi li ripara un silenzioso babbo marocchino che arriva, aggiusta, chiede, “tutto ok?”

Infine, c’è una casetta in cui, per motivi dimenticati dalla storia, ci abita un montanaro aretino, mistico cattolico, comunista e reazionario, che sa riparare organi di chiesa e fa crescere piante selvatiche con lo sguardo; mentre la notte chiacchiera con gli uccelli notturni del giardino. E quando il mondo sembra assurdo, sappiamo io e lui di capirci davvero, non c’è una volta che non siamo profondamente d’accordo su tutto.

Siccome il Comune doveva farci la Nuova Splendida Ludoteca nella bicocca, un giorno ingiunsero lo sfratto al montanaro, dandogli una casa (di solito non si fa, ma essendoci un’Urgente Necessità Pubblica, fu possibile per una volta).

piero-sgomberoAl raggiante assessore che ci comunicava lo sfratto, facemmo sommessamente notare che nascosto in un’altra stanzina, ci dormiva ancora un famoso baritono, che faceva concerti e insegnava musica barocca da Pechino a San Pietroburgo, ma quando era in patria, aveva questa non fissa dimora.

Da anni, il baritono non rivolgeva la parola al mistico, se non per occasionali letihate che si sentivano in tutto il Rione del Drago Verde.

Il baritono in questione scriveva su un sito di appuntamenti,

“I am an italian guy, Florence is my hometown but i travel around the World for work and holidays. I am a professional singer and manager in the field of music. I like very much to enjoy pleasures of life and i am generous and dynamic. I can host you in one of my beautiful apartments in Florence“.

Accanto a loro due, c’è appunto la Stanza della Caldaia.

Ricoperta di minacciosi avvisi riguardanti pericoli di incendio, la Stanza della Caldaia romba giorno e notte, emanando malvagie lucine dietro le sue grate ricoperte di ragnatele.

Molto tempo fa, passò il principale architetto del Comune e restò incantato. “Ma con quella caldaia, si potrebbe riscaldare un quartiere… sapete a cosa serve?” ci chiese, ma noi siamo umili volontari che tengono aperto un giardino…  C’è scritto pure un numero da chiamare, però è sbiadito con il tempo e ormai illeggibile.

estintoreForse c’entra con il misterioso contatore del gas all’esterno del giardino che gli spacciatori usano come deposito per le dosi da vendere?

Il contatore gira, ma nessun funzionario a cui abbiamo chiesto sa dirci cosa conti. Forse… magari… e che sia…

Chiediamo al mistico e al baritono, se per caso la Caldaia di Stato riscalda la loro casetta. No, loro vivono tutto l’inverno senza traccia di riscaldamento.

Allora, iniziamo a seguire i tubi, e scopriamo che portano a un locale, a una trentina di metri di distanza, dove una cooperativa fa attività per ragazzi delle scuole medie e superiori, per tre ore al giorno, cinque giorni la settimana.

Lo spazio è diviso in due parti: un immenso salone, gelido di inverno e soffocante d’estate, e una stanza più piccola, dove un misterioso macchinario produce un rumore assordante e fa tremare il pavimento, facendo pensare a un’imminente esplosione.

A quanto pare, la caldaia produce il calore, la macchina-bomba invece è una pompa che dovrebbe spingere l’aria calda a forza in tutto il vasto locale del salone accanto.

Dove però la temperatura massima raggiunta d’inverno è di 13 gradi (beati loro, noi invece che dobbiamo badare gratuitamente a un centinaio di bambini e famiglie, siamo direttamente senza tetto tutto l’inverno).

Più si affanna la pompa, più rischia di farci saltare tutti per aria, ovviamente.

Una funzionaria del Comune prende a cuore la faccenda, e inizia a investigare.

Scopre così che la presa d’aria della pompa è stata murata da una mano misteriosa. Dove ci doveva essere una griglia, ci sono dei mattoni che qualcuno ha messo deliberatamente.

buco-muratoLa scoperta risale a qualche mese fa.

Un mese fa, invece, qualcuno ha scoperto un interruttore che spegneva la pompa, liberando tutti dal rumore infernale e dal pericolo di esplosioni.

Ieri, faceva un gran caldo al giardino, gli alberi avevano messo le prime foglie per sostituire quelle che il Comune non aveva mai pulito, ma non abbastanza per farci ombra.

2017-foglieDovete sapere che chi deve pulire i giardini ha appaltato l’impossibile pulizia di decine di giardini a una cooperativa, che dovrebbe usare qualcosa come cinque persone per pulirli tutti.

Alla fine ci siamo commossi, e così non glielo chiediamo nemmeno a loro di pulire il nostro giardino, ci pensiamo noi. E siamo riusciti a buttare, modestamente, quaranta sacchi di fogli nella discarica ecologicamente giusta, e le altre cercheremo di usarle per far fiorire un orto.

2017-foglieEppure, ieri, nonostante il caldo, la Caldaia in grado di riscaldare un quartiere rombava sempre.

Poveretta, ormai poteva soltanto riscaldare se stessa.

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Esternalità

La sequenza dovrebbe essere questa.

Poi sarà molto più complicato tutto, ma a volte semplificare serve.

Lo statunitense medio è questo signore qui:

you-are-here-cars-trafficPer comprarsi la possibilità di apparire in questo disegno, prende soldi che non ci sono, indebitandosi.

La cosa funziona, anche se poi il debito cresce:

debt

Insomma, l’americano medio, dentro la sua auto, ha venti dollari con cui prima o poi dovrà pagarne sessanta.

Per risolvere questo difficile calcolo, tra varie cose, gli Stati Uniti esportano carne bovina.

Certamente non da adesso, visto che i cowboy erano in realtà lavoratori precari al servizio della grande catena di smontaggio di Chicago e poi del mercato inglese.

Le vacche consumano più acqua per chilo di carne prodotto di altri animali industrialdomestici; e con i loro scarti inquinano i fiumi.

Mentre, com’è risaputo, i batteri intestinali dei ruminanti sono una delle principali sorgenti di metano al mondo (una scoreggia ci seppellirà).

Il metano a sua volta è il più efficace produttore di effetto serra. Causa tra l’altro dello scioglimento del permafrost in Siberia, dove il ghiaccio tiene intrappolate enormi quantità di (altro) metano.

Adesso quell’altro metano inizia a liberarsi, scoppiando con bolle giganti che creano migliaia di buche nel terreno subartico, come questa:

Siberia-Yamal-CraterI bovini statunitensi vengono iniettati con un prodotto della Monsanto – l’azienda che ha dato al mondo la DDT, l’Agente Orange e la diossina.

Il principale prodotto Monsanto per bovini invece è la somatotropina ricombinante bovina che serve a farli crescere di più.

Per questo motivo, l’Unione Europea ha messo al bando le carni statunitensi.

Siccome il mercato è sacro, le regole della WTO offrono limitate possibilità di rappresaglia agli Stati Uniti.

E così sembra che gli Stati Uniti abbiano deciso di colpire le importazioni di formaggio Roquefort, di moto – Vespa e KTM – e di acqua Perrier.

Importazione di acqua? Nonostante mucche e sauditi, l’acqua c’è ancora negli Stati Uniti.

Però la Nestlé vende centinaia di milioni di bottiglie negli Stati Uniti: per i poveri fa una finta acqua europea, estratta in realtà nel Wisconsin con una contestata privatizzazione di vaste aree di sorgenti.

Ma per i ricchi, c’è la Vera Acqua Europea, spacciata a individui che si identificano con questo tizio qui:

perrierLa Vera Acqua Europea arriva sulle navi.

Ogni nave si rifornisce (gratuitamente) di innumerevoli tonnellate di acqua (non Perrier), che servono come zavorra, e le scarica sulle coste all’altro capo del mondo, assieme a una immensa schiera di piccoli ospiti.

Ad esempio la cozza zebra, Dreissena polymorpha, arrivata dal Mar Nero nei Grandi Laghi degli Stati Uniti nel 1988 nella zavorra di una nave (le meduse americane, Mnemiopsis leidyi, hanno ricambiato il favore, diventando in appena dieci anni il 90% della biomassa del Mar Nero e ponendo fine alla pesca in quelle acque).

Anche le cozze zebra vedono il mondo come gli economisti: bisogna crescere!

Così ogni cozza zebra produce un milione di uova in un anno, e i piccoli si insediano sulle cozze autoctone e sui granchi fino a soffocarli, oppure si infilano nelle prese dell’acqua del sistema idroelettrico e poi crescendo bloccano i tubi, causando circa un miliardo di dollari l’anno di danni.

Qui vediamo un carrello della spesa, finito in un lago abitato dalle cozze zebra, dopo qualche mese.

Ecco, questa è una esternalità.

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The WEIRDEST people in the world

Weird. strano, insolito, bizzarro, inusitato, strambo

Dizionario italiano-inglese sul sito di Repubblica

Leggo questa splendida presentazione di una ricerca condotta da Joseph Henrich, Steven J. Heine e Ara Norenzayan del Dipartimento di Psicologia (ma Henrich, è interessante notare, è anche economista) dell’Università della British Columbia, a Vancouver in Canada, intitolata The weirdest people in the world?

Al di là della specifica questione della ricerca psicologica, contiene una verità assolutamente fondamentale.

Abstract:

Gli scienziati del comportamento abitualmente pubblicano ampie affermazioni sulla psicologia umana e il comportamento nelle principali riviste di tutto il mondo, basandosi su campioni prelevati interamente da società Western, Educated, Industrialized, Rich, and Democratic (WEIRD) [occidentali, industrializzate, ricche e democratiche).

I ricercatori – spesso implicitamente – partono dal presupposto che vi sia poca variazione tra le popolazioni umane, o che questi “soggetti normali” siano i rappresentante della specie, come qualsiasi altra popolazione.

Sono giustificate queste ipotesi?

Qui, la nostra recensione del database comparativo da tutte le scienze comportamentali suggerisce sia l’esistenza di una sostanziale variabilità nei risultati sperimentali in tutte le popolazioni, sia la natura particolarmente anomala dei  soggetti WEIRD rispetto al resto della specie umana – i valori fuori norma appaiono infatti frequentemente tra i soggetti WEIRD.

I campi studiati comprendono la percezione visiva, l’equità, la cooperazione, il ragionamento spaziale, la categorizzazione e l’induzione inferenziale, il ragionamento morale, gli stili di ragionamento, i concetti di sé e delle proprie motivazioni, e l’ereditarietà del quoziente intellettivo.

I risultati suggeriscono che i membri delle società WEIRD, compresi i bambini, siano tra le popolazioni meno rappresentative per poter trarre generalizzazioni sugli esseri umani. Molti di questi risultati riguardano campi associati agli aspetti fondamentali della psicologia, della motivazione, e del comportamento – quindi, non ci sono evidenti motivi aprioristici per sostenere che un fenomeno comportamentale particolare sia universale sulla base del campionamento di un’unica sottopopolazione.

Nel complesso, questi modelli empirici suggeriscono che abbiamo bisogno di essere meno superficiali nell’affrontare le domande riguardanti la natura umana sulla base dei dati ricavati da questa fetta particolarmente sottile e piuttosto insolita  di umanità.

Chiudiamo proponendo modi per strutturalmente riorganizzare le scienze comportamentali per affrontare al meglio queste sfide.

spazio-autoSpazio pedonale, spazio automobilistico in una qualunque città Weird

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“Nell’alfabeto, non ci sono solo la A e la Z”

Quando qualcuno ti dice di scegliere tra A e B, pensa a quante altre lettere ci sono nell’alfabeto”

Poco dopo l’elezione di Trump, c’è stata una raffica di minacce telefoniche e/o virtuali a vari centri ebraici, precisamente 159 sparsi in ben 38 stati degli Stati Uniti.

Minacce che suscitarono uno sdegno planetario contro la ondata di antisemitismo negli Stati Uniti.

bomb-threatsCosì, nasce la curiosa idea che il Presidente degli Stati Uniti dovrebbe condannare quelli che fanno queste telefonate, anche se non risulta che la Condanna Telefonica rientri tra le prerogative presidenziali (a differenza, ad esempio dei teleomicidi via drone).

Il Presidente degli Stati Uniti quindi condanna gli anonimi utenti dei servizi telefonici, i quali continuano a telefonare. I liberal così hanno la prova provata che Trump in realtà ci sguazza e gli piacciono le telefonate, altrimenti i telefonatori avrebbero smesso (il fatto che Trump sia il presidente più filoisraeliano della storia americana non conta).

Per cui nasce l’idea che il Presidente degli Stati Uniti non avrebbe condannato abbastanza, e cento senatori su cento degli Stati Uniti chiedono quindi di aumentare le Condanne.

Poi arriva la svolta, con il primo arresto di un Telefonatore Antisemita Seriale, che è questo signore qui:

juan-thompsonJuan Thompson, autore di otto delle minacce, è un affascinante prodotto dei tempi virtuali.

Licenziato per aver falsificato le fonti di ciò che scriveva su The Intercept, un ottimo sito web di informazioni alternative che possiamo classificare di “sinistra”,

Juan Thompson mollato dalla fidanzata, pensa di approfittare dello sdegno mediatico, mandando minacce a centri ebraici e poi accusando pubblicamente la propria ex di esserne l’autrice lei.

Juan Thompson però era solo un copione. Il vero Minacciatore Seriale, l’hanno arrestato l’altro giorno.

Ad Ashkelon in Israele.

Diciannovenne, doppia nazionalità israeliana e statunitense, aveva costruito un elaborato sistema elettronico – software per falsare la voce, trasmettitori e antenne che sfuggivano alla rete telefonica normale.

Alla fine l’hanno preso.

Vediamo di trarre qualche morale dalla favola.

Innanzitutto, che i media ci cascano sempre quando una storia rientra nella loro narrazione predeterminata. Anche un clamoroso idiota come Juan Thompson (che mandava le minacce dal proprio computer) può essere sicuro di fregarli.

Secondo, però, che prima di dire, “ah, è stato un ebreo a mandare le finte minacce antisemite“, pensiamo al fatto che la notizia dell’arresto del vero padre (israeliano) di tutte le minacce, la leggiamo su un sito israeliano e che l’arresto è stato compiuto dalla polizia israeliana.

Insomma, la storia A – “il nazista Trump perseguita egli ebrei per telefono!” – e la storia B – “ah, l’organizzazione internazionale degli ebrei inventa balle per attaccare Trump!” sono entrambe false.

Liberarci dalle pigre Narrative A e B ci permette di esplorare possibilità molto più interessanti.

Domande (tutte correlate), ma che necessitano di due concetti: le Vittime e i Vittimi, da una parte; e il loro opposto speculare, che curiosamente non ha un nome unico (bullo? omofobo? antisemita? ultrà? femminicida?).

Chiameremo Carnefice, lo specchio della Vittima/Vittimo.

1) Perché Juan Thompson pensa di poter rovinare davvero la vita alla sua ex, non picchiandola per strada, ma accusandola di essere una Carnefice?

2) Perché si dà questa enorme importanza al fatto che arrivino delle “minacce“?

3) E poi, la domanda più difficile. Perché tutto questo mette in qualche modo in imbarazzo le comunità ebraiche statunitensi?

Tutte le domande girano attorno al ruolo del Victimhood, della Vittimità. Che è un capitale da tenersi stretto.

Juan Thompson, imbecille tecnologico ma genio sociologico, trasforma la propria ex, che lui sta brutalmente perseguitando nei fatti, in Carnefice immaginale; anzi, in Carnefice assoluta, visto che la inserisce nel ruolo obbligatorio di tutti i film di guerra e dei pellegrinaggi ad Auschwitz.

Ma perché mai sembra ai lettori che “gli ebrei ci facciano brutta figura” in questa faccenda?

In fondo, nessun ebreo si è fatto male; nessuno dei tanti ebrei “minacciati” negli Stati Uniti era minimamente corresponsabile; era tutto una specie di scherzo da parte di due diversissimi disadattati, di cui solo uno ebreo; e sono stati degli israeliani (presumibilmente ebrei) ad arrestare  e denunciare pubblicamente il colpevole, per cui solo un ottuso potrebbe accusare collettivamente “gli ebrei” di aver architettato tutto.

Il problema sta nella perdita di status: si è un po’ meno Vittime e Vittimi. Ma perché è un problema?

Provo con un’ipotesi, vediamo cosa ne pensate.

Quando lo Stato arroga a sé il monopolio della violenza, e pretende di poter disporre di ognuno di noi, l’unico onore che resta al cittadino è la Vittimità. Lo schiavo, lavorando nella piantagione, può vantarsi solo delle piaghe che ha sulle mani.

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Di saggi barbuti, ce n’è stato più d’uno

Sì, lo so a chi pensate, se parlo di uno scrittore, filosofo e analista del mondo, dalla lunga barba, vissuto nell’Inghilterra dell’Ottocento.

Io invece penso a John Ruskin; che magari sarà stato meno metodico, ma fu infinitamente più umano, sensibile e interiormente ricco di Karl Marx.

E poi fu Ruskin a notare per primo the Storm-Cloud of the Nineteenth Century, i primi segni del grande cambiamento climatico indotto dall’industrializzazione di cui Marx riusciva solo a intuire l’aspetto progressivo. Mentre Marx raccoglieva le statistiche economiche, Ruskin ogni giorno prendeva attenta nota dello stato delle nuvole, scoprendo così che il cielo che aveva permesso la grande arte dei paesaggi non esisteva più: “quell’armonia è ora spezzata, e spezzata in tutto il mondo”.

Era la illth, il termine che Ruskin aveva coniato in parodia di wealth, la malattia che colpiva insieme i cuori e il paesaggio.

“For I do not speak, nor have I ever spoken, since the time of first forward youth, in any proselyting temper, as desiring to persuade any one of what, in such matters, I thought myself; but whomsoever I venture to address, I take for granted his creed as I find it; and endeavour to push into it such vital fruit as it seems capable of”.

                          John Ruskin, The Crown of Wild Olive

Io non parlo, né ho mai parlato, sin dai tempi della prima avventata giovinezza, con spirito di proselitismo, nel desiderio di convincere qualcuno a pensarla come me; ma a chiunque io mi rivolga, accetto il suo credo così come lo trovo; e mi sforzo a far sì che dia i frutti vitali di cui è capace.”

john-ruskin

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Due richieste ai lettori

L’altro giorno, un orangutanessa è entrata nel nostro giardino, dopo essersi fatta a bìpedi  tutto l’Ardiglione.

orangEra la Giornata Mondiale delle Foreste, e la signora oranga era venuta a dare una mano anche a lei per piantumare un melograno nel nostro giardino.

Un compito che abbiamo delegato a due persone.

La prima è D., che grazie a noi ha scoperto che il giardino fu affidato quasi un secolo fa a suo nonno, perché ne facesse ciò che ne stiamo facendo adesso, un “Ente, che, nel quartiere di   San   Frediano   di   questa   Città,   curi   la   istruzione   e   la   educazione popolare, con speciale riguardo alla infanzia.”

L’altra ha un nome che inizia per D. pure lei, ha dieci anni, è albanese, è una splendida artista e sa assumersi la responsabilità di tante cose.

melogranoLa piantumazione del melograno ha suscitato una serie di allarmi nelle istituzioni, poi fortunatamente rientrate, quando hanno gentilmente concesso l’autorizzazione alla pianta di esistere.

Sapete che non amo quelli che dicono weekend quando basta dire, fine settimana.

Però c’è un concetto per il quale conosco solo un termine in inglese.

Paradossalmente, si tratta di un concetto universale, qualcosa che ci accompagna dall’inizio della specie e – speriamo – fino alla sua estinzione. Però è un concetto talmente universale, che ogni volta che lo si nomina, viene scippato per dire qualcos’altro.

Cerchiamo qualcosa insieme, e diventiamo com-petitori, prendiamo una cosa insieme, e finiamo per essere con-sumatori, ci sentiamo vicini a qualcuno e diventiamo con-formisti, ci scambiamo qualcosa e finiamo per prendere ordini dal funzionario del Com-une o magari dal partito dei com-unisti (riflessioni rubate a Marianne Gronemeyer).

Di pulito, ci resta solo l’antica espressione inglese, the Commons. I campi condivisi spontaneamente, massacrati poi dalle Enclosures, quando i privanti hanno chiuso fuori tutti gli altri.

I Commons non sono i “Beni Comuni”, perché non sono dei beni. Non sono qualcosa. Sono persone che insieme fanno tante cose, imprevedibili come la vita stessa.

Qui, cinque anni fa, c’era una cooperativa di bravissime persone che, a chi pagava le tasse, offriva un servizio preciso, in un orario preciso, secondo precise regole predeterminate: una ludoteca. Tu vai lì, gli scarichi il bambino, li pagano apposta. Orario sedici e trenta diciannove trenta.

Oggi c’è qualcosa di totalmente diverso. C’è chi ci vede un orto, e crescono pomodori; c’è chi ci sente della musica, e sono violini; c’è chi vuole giocare fuori dal mercato, e nasce una scuola di calcio come nessun altro.

Ovunque si crepi il cemento, nasce la vita, escono fuori fiori non previsti da nessun regolamento, arrivano strani insetti impollinatori, tutto diventa inafferrabile e complesso.

E la quantità di persone pronte a fiorire è molto più alta della quantità di persone pronte a partecipare a qualcosa.

Commons sono quindi un fare.

E l’inglese ti permette subito di farci un sostantivo verbale, commoning.

Se i commons li facciamo noi, capiamo anche perché un regolamento li possa impedire oppure agevolare, ma non li può inventare.

Chi fa commoning, è un commoner, che poi in inglese significa più o meno, persona comune.

Tutto questo per chiedere ai fedeli lettori, critici e spulciatori due cose.

La prima, aiutare a trovare termini italiani adatti per Commons, commoning e commoner. Che non è giusto che la cosa meno intellettuale del mondo si debba dire in un’altra lingua.

La seconda, venirci a trovare l’8 aprile, che organizziamo la festa della primavera.

Magari durante l’evento, non avrò tantissimo tempo, ma certamente il giorno dopo sì, e poi potrebbe essere l’occasione non solo per leggere quello che si scrive qui, ma anche per vederlo.

E quindi un invito alla variopinta folla di ateo-catto-destro-sinistri-oriental-occidentalisti e molto altro… l’email ce l’avete, scrivetemi, vi aiuto anche a trovare qualche forma di sistemazione per la notte!

 melograno-medio

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Tassonomia e sordofobia

La famosa Università di Berkeley è frequentata da poco più di 30.000 giovani che hanno circa 60.000 dollari l’anno da spendere, o perché pagano i genitori o perché hanno scelto di indebitarsi fino al collo senza sapere se ne usciranno vivi (poi qualcuno usufruisce sicuramente anche di borse di studio).

Pagano, perché è davvero una delle migliori università del mondo.

Insomma, si potrebbe immaginare che gli studenti di Berkeley pensino solo a studiare.

Ma il mondo non è così semplice.

Negli Stati Uniti, le razze vengono analizzate e declinate con un perfezionismo che Joseph Arthur de Gobineau avrebbe invidiato.

Sappiamo intanto che appena il 2,5% degli alunni di Berkeley si iscrive nella categoria di ethnically unknown. C’è anche una certa percentuale di non-resident Aliens, che non hanno diritto evidentemente a essere tassonomizzati. Il 4,7% si vanta invece di appartenere a “two or more races“.

Il 35,1% degli alunni sono Asian, che presumiamo spiaccichi lo sciita iracheno addosso al filippino evangelico, ma in linea di massima significa gente con gli occhi a mandorla.

Appena il 27,8% sono White (gli ebrei devono fare la fila assieme agli scandinavi).

La razza Hispanic è al 13,8%.

In fondo a tutta la scala, ci sono i Black or African Americans, appena il 2,1% (il somalo appena arrivato negli Stati Uniti viene evidentemente omologato a forza tra i discendenti di ghanesi arrivati tre secoli fa).

Tra i docenti, il 6% si identifica come gay, lesbian or bisexual, l’87% come eterosessuale e solo l’8% ha il coraggio di non raccontari i fatti propri ai censori (nel senso di estensori di censimenti).

E così via, le altre statistiche le potete trovare anche voi.

150 dipendenti a tempo pieno (diretti da una vicepresidente con uno stipendio diverso, 215.000 dollari l’anno) si occupano esclusivamente di diversity issues all’Università, perché nessun ventenne si senta mai escluso, stilando piccoli dizionari come questo.

Non ci riescono a fare felici tutti, visto che l’autunno scorso alcuni studenti hanno impedito l’ingresso agli studenti “bianchi” (dal video, pare che la qualifica riguardi anche gli Asians), chiedendo safe places (luoghi in cui gli studenti possono trovare “compassione ed empatia”) segregati, riservati esclusivamente a una curiosa combinazione di studenti di colore (sopratutto hispanics, a quanto pare) e transgender.

Probabilmente agli occhi di chi legge balza subito all’occhio una diversità non presa in considerazione dall’augusta università: quella tra chi ha 60.000 dollari l’anno da spendere per studiare (secondo la Global Rich List, 60,000 dollari o più l’anno li guadagna lo 0,19% dell’umanità) e chi non li ha.

Ma ndirettamente, a Berkeley forniva qualcosa anche al 99,81% di esclusi: per aiutare i propri studenti con disabilità motorie, avevano messo su Youtube non meno di 20.000 video di lezioni, che potevano essere visti e ascoltati da chiunque in tutto il mondo.

Il risultato è che si sono presi così una denuncia da parte di due ricercatori sordi (non di Berkeley).

Il Dipartimento della Giustizia degli Stati Uniti ha condotto una rigorosa inchiesta, scoprendo due gravi violazioni dell’Americans with Disabilities Act: i sottotitoli dei video erano imperfetti e talvola mancavano del tutto; come imperfetto era il contrasto dei colori nei video, che poteva creare problemi per ipovedenti.

E ha quindi ordinato all’Università di correggere tutti i video subito, oppure farli sparire.

Nemmeno lavorando per un anno, i 150 tecnici della diversity ci sarebbero riusciti; e così il 1 marzo, l’Università di Berkeley ha reso inaccessibili al pubblico i 20.000 video in questione.

Ovviamente, tutte queste cose hanno una lontana origine in qualche autentico problema: i neri schiavi centocinquant’anni fa, i pregiudizi storici contro gli omosessuali, le difficoltà che incontrano i disabili…  ma qui siamo a un effetto che è si è ormai distaccato dalla sua causa: in media, gli studenti neri di Berkeley non vengono sfruttati per coltivare il cotone per le camicie inamidate degli allievi bianchi, né ci sono feroci pestaggi collettivi di studenti ritenuti effeminati.

Quindi queste cose vanno avanti con una forza propria, che deriva da qualcos’altro.

Sarebbe banale leggere tutto questo nella solita chiave Destra-Sinistra: la Destra radicata ai pregiudizi dell’Uomo Bianco Eterosessuale, la Sinistra che maniacalmente impone il Politicamente Corretto perché odia la Storia Giudeo-Greco-Cristiana e la Famiglia.

No, i non-udenti che hanno sconfitto i video non sono nemici della Famiglia o della Storia.

E poi in Italia si sta diffondendo – con effetti sconvolgenti sul sistema scolastico – un’analoga cultura della dislessia e dei “bisogni educativi speciali”, che non ha nulla a che vedere con razza, storia o sesso, che (specie l’ultima) sono le questioni che eccitano i tifosi di Destra e Sinistra.

E se il senso fosse da trovarsi invece in qualcos’altro?

Proviamoci in una frase: la fine dell’illusione di progetto istituzionale che ha ispirato tutta l’enorme macchina del sistema educativo occidentale (strettamente correlato ai dispositivi militari e nazionali).

In pratica, la scuola si sta trasformando in bar.

Il cliente entra, chiede ciò che vuole in quel momento, non quello che il barista ritiene sia meglio per la sua salute futura.

E se il barista insiste nel non servirgli il sale nel caffè o gli nega il permesso di mangiare con le mani, il cliente può rivolgersi a un avvocato e rovinare la vita al barista.

Un processo che potrebbe essere irreversibile, divertente a volte da constatare ma sostanzialmente impossibile da contrastare.

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