Lo strozzino va in chiesa

Quando sentiamo che lo strozzino del quartiere, che se non paghi, si fa dare tua figlia in pegno, comincia a fare la carità in chiesa per le povere fanciulle vittime della Tratta delle Donne, siamo tentati a reagire in due modi.

La prima è di pensare che lo strozzino sia una Brava Persona.

La seconda è di pensare che in fondo la Tratta delle Donne non sia un problema, è solo retorica che lo strozzino usa per farsi bello.

Con la questione ambientale, abbiamo lo stesso problema oggi.

I peggiori delinquenti sono tutti in chiesa oggi, a fare elemosina verde.

Per molti diventano i Salvatori dello stesso Mondo che stanno distruggendo.

Però ci sono anche le persone sanamente ciniche, quelle che quando per l’ennesima volta l’amico manipolatore ti racconta una storia strampalata per chiederti un prestito che sai che non restituirà, lo mandi a quel paese.

I cinici, che mi interessano più di quelli che credono ai Salvatori del Mondo, tendono a pensare che siano balle la questione ambientale, il cambiamento climatico, la crisi delle risorse e tutto il resto.

Un esempio.

Apple si presenta al mondo come se fosse Tarzan nella giungla.

Tarzan, con mutandina leopardata by Cavalli

Apple non è ecologica, è direttamente selvaggia:

Se sei un credulone, ci caschi e ti innamori della Apple; se sei un cinico, cominciano a farti schifo pure i boschi.

In entrambi i casi, vince la Apple, e ci rimettono i boschi.

Occorre andare più a fondo, per capire che la verità è un’altra.

Ne parla Louis Rossman, in un video su Youtube, che vi presento con questo link un po’ strano, perché nessuno vi obbliga a raccontare a Google che vi interessano i suoi video:

https://invidious.snopyta.org/watch?v=6KCaS1z2MuE

In breve, appena il tuo smartphone (sì, “il tuo“, perché il “mio” non esiste) ha qualche problema, te lo ritirano.

Bella forza, perché ne hanno programmato lo scassamento.

E siccome hanno una meravigliosa Coscienza Ambientale, lo mandano a riciclare, e così tu ne compri un altro.

Riciclare vuol dire buttare la massima parte di un oggetto, e trasformare il resto in roba di bassa qualità, che al secondo giro in genere va buttata.

Tre dipendenti della ditta di riciclaggio, agendo certamente in totale illegalità, hanno imboscato almeno 100.000 telefonini, e li hanno girati a un signore che ha sistemato qualche piccolo difetto, e li ha rivenduti in Cina, perfettamente funzionanti.

Adesso la Apple sta facendo causa alla ditta di riciclaggio per la bella somma di 31 milioni di dollari.

Rossman ricorda i tre principi fondamentali: RIdurre, RIutilizzare, RIciclare.

E’ importante capire che sono in ordine gerarchico.

I telefonini nascono con un costo pauroso per gli esseri viventi, umani e non.

Giovane imprenditore informatico che sta preparando le materie prime per il tuo smartphone

La Apple non può ridurre, che è l’unica cosa che abbia il minimo senso.

Quando arriviamo a riutilizzare, la Apple ti dice,

“niente da fare, ma daremo sepoltura ecologica al tuo vecchio telefonino, per cui puoi avere la coscienza tranquilla, ecco gli altri modelli!”

E se qualcuno (illegalmente) aggiusta il vetrino un po’ rovinato, ecco una causa da trentuno milioni di dollari.

Quando il delinquente del quartiere va in chiesa, dopo essersi preso in pegno tua figlia, e fa la donazione per contrastare la tratta delle donne, ricordati che lui resta sempre un delinquente, e che la tratta delle donne resta sempre un male.

E che lui fa ancora più schifo, perché mente.

E che odiare, come amare, è una bella e sana e umanissima emozione.

Anche se non riusciremo mai a coronare il nostro odio, come gli sposi riescono a coronare il loro amore, lasciateci provarne almeno l’emozione.

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Il Palmerino

Ieri, ho scoperto una cosa buffa.

Camminavamo tra muri e cipressi, sotto Fiesole.

Tempo fa, avevo scritto un post in cui parlavo di Julia Bolton, l’eremita del cosiddetto Cimitero degli inglesi, a piazzale Donatello.

E vedendo quella strana dimora dei morti, in mezzo al mare di traffico, mi era venuto in mente il famoso quadro di Arnold Böcklin, L’Isola dei Morti.

Mentre camminiamo, Jacopo mi racconta che Böcklin avrebbe tratto l’ispirazione per quel quadro, proprio del Cimitero degli inglesi. E quindi avevo doppiamente ragione…

Jacopo mi dice che Böcklin era vissuto dalle parti dove stavamo camminando.

Visitiamo per la prima volta la Villa Il Palmerino, guidati da Linda, che è nata in California e da cinque anni lavora la ceramica a Firenze e parla un perfetto italiano: adesso sta imparando lentamente a decorare i vasi che crea.

Pensate che Firenze è fatta tutta di muri e chiusure, l’aperto è sempre dall’altro lato del muro, proprio come il Giardino Nidiaci, o come i mille giardini segreti.

Passiamo il cancello della Villa, quindi, e non entriamo ma usciamo.

Uno spazio immenso, che finisce lontano con un pino, e ancora oltre, la Torre di Maiano, costruita nell’Ottocento dall’inglese John Temple Leader.

E di là, c’erano invece le terre di Lord Acton, che ci fece tutto un bosco.

Dove stiamo noi, Il Palmerino, apparteneva invece a Violet Page, che scriveva sotto il nome di Vernon Lee. Inglese, ma nata in Francia e avrebbe vissuto in tutta Europa.

Chi legge questo blog, sa quanto io le sia legato.

Sospetto che non fosse una persona molto simpatica; e non condivido la metà delle sue idee. Ma la metà che condivido è una parte fondamentale della mia esistenza. Se non altro, perché nella totale ingratitudine dei fiorentini, ha salvato il Centro Storico dalla modernizzazione irreversibile. I localari che devastano Firenze possono fare soldi, grazie alla bellezza che lei ha salvato.

Federica oggi ha in mano la villa, e parliamo per tre ore senza un attimo di sosta, perché abbiamo mondi interi da raccontarci (anch’io ho una piccola storia su Vernon Lee che lei non conosceva), e smettiamo soltanto perché devo andar via.

I nonni di Federica, che erano pittori, avevano acquistato la villa e le terre subito dopo la morte di Vernon Lee, e avevano deciso di custodirne la memoria.

Oggi, Federica tiene aperta la casa colonica per ospitare persone particolari che hanno qualcosa da realizzare, nello spirito di Vernon Lee che ha riflettuto davvero su tutto.

Ascoltiamo la violinista – mi sembra di ricordare inglese – che suona, e incrociamo il giovane tedesco che sta studiando filosofia araba (“quale filosofo in particolare?” E lui ride, e risponde, “tutti!”).

Ma che ci stavano a fare tutti questi inglesi, e anche Böcklin, e il mitico Demidoff russo (quello che dicono prendesse a scudisciate la moglie), e tanti altri su quelle colline?

Federica ci fa vedere una vecchia foto del colle, brullo e pieno di cave.

“I fiorentini che avevano le ville qui sono andati giù in città, appena hanno potuto, nei nuovi palazzi dove c’erano gli ascensori e tante comodità. E allora sono arrivati gli stranieri, che hanno cambiato tutta la fisionomia del luogo: se vedi parchi e ville che sembrano toscani, è merito loro”.

In quegli anni, vi fu una quantità impressionante di persone straordinariamente sensibili, che affollavano a nord e a sud Firenze. E che hanno sentito e conosciuto Firenze molto di più dei fiorentini stessi.

Ci guardiamo in faccia – Jacopo viene da una famiglia fiorentina storica, Federica anche, ma entrambi hanno vissuto anni fuori dalla città; io e Linda invece veniamo da un altro continente.

La prima domanda che mi viene in mente è, di che campavano quegli inglesi?

Ho il sospetto che non lo sapessero bene nemmeno loro: John Temple Leader era un radicale, Vernon Lee si dichiarava addirittura anarchica, eppure aveva una villa, una casa colonica, una terza casa in mezzo che fece costruire lei, e le terre tutt’attorno, e guidava pure una Bentley.

Mi viene in mente in mente un mio amico siciliano. Uno zio molto benestante gli spiegava i meriti della Massoneria, e come aiutasse tanta povera gente, senza fare preferenze.

Il mio amico disse, “ma voi siete tutti ricchi!”

E lo zio massone rispose, “certo, solo i ricchi sono incorruttibili!”

Forse molti di loro sfuggivano allo stesso mondo terribile che i loro soldi stavano partorendo.

Saranno stati, come diceva Ruskin, la playing class, ma hanno giocato davvero bene.

Dietro la casa colonica, Federica ci fa vedere un intero anfiteatro.

L’ha costruito lei, a mano, spostando sasso su sasso, finché il giardiniere non si è commosso, e allora hanno cominciato una gara a chi si svegliava per primo a spostare i sassi.

Racconto a Federica ciò che ha significato per me il Balletto delle Nazioni.

Vernon Lee scrisse questa opera teatrale all’inizio della Prima guerra mondiale. Tutti sono bravi a fare i pacifisti con il senno di poi, lei invece colse nel momento stesso i meccanismi che portarono all’autodistruzione dell’Europa che lei tanto amava.

Sto per dire che l’opera non è mai stata rappresentata, ma prima ancora che io possa parlare, Federica mi racconta di come loro l’abbiano rappresentata davvero, alla Villa.

Hanno fatto un lavoro immenso (e me l’ha confermato oggi una mia amica inglese), ma non hanno fatto il video, solo qualche foto, con le ballerine che si calavano di colpo dalle finestre da cui Vernon Lee un tempo si affacciava.

Tutto questo è unico, non trasferibile, e possibile solo nel Centro del Mondo.

Ma ogni luogo è unico, non trasferibile, ed è il Centro del Mondo.

Che è il cuore della visione, chiamiamola così, localista.

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Da Google a Startpage passando per gli ormoni

Scopro un articolo su Repubblica di diversi mesi fa, intitolato La prima indagine sulla popolazione transgender in Italia.

Finalmente qualche dato concreto:

“Nel nostro Paese, i dati disponibili più recenti risalgono ad uno studio, pubblicato nel 2011, che considerava la popolazione transgender adulta sottoposta a intervento chirurgico di affermazione di genere tra il 1992 e il 2008. Lo studio riporta un numero pari a 424 donne transessuali e 125 uomini transessuali.”

Cioè in 16 anni, 549 persone in Italia hanno cambiato sesso. A questo punto, uno direbbe che la questione praticamente non esiste. L’esperta intervistata però precisa:

““Tuttavia si tratta di una stima minima, limitata a un sottogruppo di una popolazione più vasta ed eterogenea: non tutte le persone sentono la necessità di sottoporsi a trattamento chirurgico o ormonale”

Cioè, secondo lei, la maggior parte dei trans sarebbero solo transgender, persone con un corpo biologicamente di un sesso, che “si sentono dentro” dell’altro sesso.

E qui sorge il vecchio problema, posto da femministe e non: cosa vuol dire “sentirsi di un sesso“?

Io sarei una “donna dentro” perché odio il calcio, non bestemmio e mi piacciono i gatti?

Comunque,

“l’Azienda ospedaliera universitaria Careggi, Università di Firenze, Istituto superiore di sanità, fondazione The Bridge con il supporto dell’Osservatorio nazionale sull’identità di genere hanno avviato uno studio di popolazione chiamato SPoT. Un gioco di parole che intreccia la missione dell’indagine, cioè la Stima della Popolazione Transgender adulta in Italia, e il verbo inglese ‘spot’ cioè individuare. Tramite un brevissimo questionario del tutto anonimo da compilare online (all’indirizzo: www.studiopopolazionespot.it/) e rivolto alla popolazione generale, i ricercatori sperano di quantificare per la prima volta la numerosità di questa popolazione vulnerabile e spesso invisibile.”

Mi incuriosisce e vado a vedere le domande. Apro il buon vecchio Tor, il browser che permette di brucare senza venire mangiati.

E leggo:

I miei dati resteranno anonimi?
Si, non Le sarà chiesto di fornire alcuna informazione che possa identificarla, quale ad esempio il suo nome, la data di nascita o l’indirizzo. Pertanto Lei non potrà in nessun modo essere identificato.

Bene, potrò finalmente raccontare all’Ospedale di Careggi che non mi piacciono le gare di rutti, e nessuno verrà a sapere il mio segreto.

Faccio clic per iniziare, e mi si apre uno di quei cosi che ti chiedono se sei un robot.

Gioco con un’interminabile sequenza di semafori e strisce pedonali, e alla fine vengo respinto. Faccio clic su “our help page” e mi scopro, indovinate dove?

Sulla pagina https://support.google.com/websearch/answer/86640

E Google mi spiega che sto violando i suoi termini di servizio (di una ditta con sede negli Stati Uniti) nascondendomi dalla sua intrusione nella mia vita privata. Anzi, dice che sto abusando di Google, con il bad traffic:

Ora, se l’ospedale di Careggi viene a scoprire che ho una vita privata particolare, non mi preoccupo.

Ma se una ditta che già sa dove abito, legge la mia corrispondenza @gmail, conosce tutte le mie curiosità, viene a scoprire anche questo su di me, e lo vende a qualcun altro, il discorso cambia.

Non ho visto il questionario, ma mi sono messo Startpage come motore di ricerca.

Google, a forza di spiare su tutta la specie umana, è diventato un motore di ricerca insuperabile e senza alternative.

Startpage è una ditta olandese, che ha avuto un’idea carina: ti fa vedere il motore di ricerca Google, senza permettere a Google di vedere te, e senza raccogliere dati su di te.

Campa inserendo delle pubblicità, relative non alla tua personalità, ma alla tua ricerca specifica (avendo vari adblock, non le vedo nemmeno).

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Comunità spontanea, comunità volontaria

Sabato sono stato all’assemblea della Rete Nazionale Beni Comuni Emergenti e ad Uso Civico, che si è svolto nella fattoria di Mondeggi, tra cani, gatti, trattori, vigne

e un tramonto di straordinaria bellezza.

Ne voglio parlare soprattutto per una riflessione che mi è nata a margine, ascoltando gli interventi.

Esistono due tipi di comunità: la Comunità Spontanea e la Comunità Volontaria.

La Comunità Spontanea nasce nelle crepe del cemento e del controllo statale.

Alla base, ci deve essere, credo, un luogo, che per sua stessa natura inviti a fare comunità.

E’ tipicamente il Nidiaci, di cui abbiamo parlato tante volte qui, ma ovunque ci sono esperienze analoghe.

Nella Comunità Spontanea, ci sono pregi e difetti inseparabili tra di loro.

E’ il luogo stesso che crea comunità, e questo significa che per stare insieme, basta un po’ di rispetto reciproco tra le persone.

Gente che si ritiene di sinistra o di destra, architetti e muratori, atei e donne musulmane con il velo perdono di colpo le reciproche esclusioni, lavorano insieme spontaneamente, senza essere obbligati a uniformarsi.

E ognuno conserva il proprio linguaggio, che senza lingua siamo perduti.

La foto sotto non è stata scattata da Benetton per farsi pubblicità, è la normalità del Giardino Nidiaci:

Le persone così riescono a fare davvero molto insieme, e con tutti i limiti umani, lo fanno in modo collaborativo e duraturo: la comunità vive anche dopo che i singoli che la compongono se ne vanno e arrivano nuovi.

La Comunità Spontanea, in quanto tale, agisce molto ma riflette poco.

E’ poco visibile, fuori dal proprio contesto, perché non ha nessun motivo per farsi vedere.

Non ha strategia, perché vive nel presente e non ha mondi da conquistare: sa cos’è il bene per sé, ma non pretende di sapere quale sia il bene per gli altri.

E tende a essere diffidente verso le strategie di altri.

Al polo opposto abbiamo le Comunità Volontarie, che mi sembra siano rappresentate in Italia sostanzialmente proprio dalle Rete.

Generalizzo, perché non mi interessa parlare tanto della Rete quanto proprio del concetto di comunità volontarie.

A viverle sono persone – spesso giovani – che hanno deciso di realizzare insieme un progetto: immaginano un futuro e cercano di crearselo.

Non nascono da un luogo, cercano un luogo; e trovano che i luoghi sono tutti in mano al Privante, oppure a una gelosa amministrazione pubblica, che lascia marcire sotto chiave i propri beni e poi li vende, appunto al Privante.

Le Comunità Volontarie hanno una capacità molto maggiore di farsi sentire, di crearsi una strategia: e infatti la Rete ha pensato a un progetto giuridico di grande interesse, che potrebbe davvero servire a cambiare la situazione dei cosiddetti Beni Comuni in Italia.

Le Comunità Volontarie, come tutti i progetti che devono essere pensati, attirano gli intellettuali, anche quelli che non fanno parte di alcuna comunità reale.

Ma per essere Comunità Volontaria, bisogna desiderare qualcosa insieme, avere dei pensieri simili.

Questo somigliarsi si rafforza tutti i giorni con un linguaggio condiviso.

Infatti, una buona parte (non certo tutti) degli intervenuti all’Assemblea hanno usato un linguaggio molto particolare.

Ecco qualche brano che mi sono appuntato:

“Ciao tutte, tutti e tuttu!”

Proprio così, tuttu.

“Abbiamo avviato un percorso di pratiche e di saperi su cui cerchiamo di confrontarci, per sviluppare nuove forme dello stare insieme nella quotidianità di ciascuna e di ciascuno, mettendo in campo i nostri corpi…”

Ripeto, non tutti hanno parlato così (il tuttu l’ho sentito solo in due interventi); e sono state dette anche cose molto sensate e utili, in un italiano normale.

Però si sentiva l’uso diffuso di un linguaggio elaborato per comunicare un messaggio: somigliamoci tra di noi, per non somigliare agli altri.

Tuttu è un termine inclusivo, nel senso che include tutti e soli coloro che dicono tuttu.

Non è facile impadronirsi di simili linguaggi, e il minimo errore viene colto subito dai più esperti nel maneggiarla.

E può capitare che tra alcuni scatti allora la caccia all’eretico, che nella Comunità Spontanea sarebbe inconcepibile.

Qualche anno fa, al Nidiaci, passò un gruppo di giovani videomaker che portavano avanti un progetto.

Fatima (la signora alta con il hijab quasi al centro della foto sopra), mi chiese, “ma chi sono quelli?”

Chiamai una delle videomaker:

“puoi spiegare il tuo progetto a Fatima?”

Con un sorriso grosso così, la ragazza partì a razzo:

“Certo! Il nostro non vuole essere il solito progetto che in qualche modo ripeta stereotipi, vuole essere un nuovo modo di porci, che permetta di esplorare altre possibilità, in un’ottica di inclusività! Vogliamo portare un altro sguardo all’immagine, che…”

Fatima sorrise molto cortesemente. Dopo mi confidò, “non so se ho capito tutto”.

Certamente, per via del linguaggio, lei si sarebbe trovata come un pesce fuor d’acqua all’Assemblea della Rete.

E infatti, ieri la totalità dei partecipanti avevano un aspetto italiano e probabilmente quasi tutti erano, come si dice, di “buona famiglia”.

Questo aiuta a capire la diffidenza che spesso provano quelli che fanno Comunità Spontanee verso quelli che fanno Comunità Volontarie.

Eppure, sarebbe importante che si capissero.

Innanzitutto, i “volontari” dovrebbero capire che gli “spontanei” sono tanti: ovunque in Italia, ci sono persone che si prendono cura di qualcosa, fondandosi sulla reciproca fiducia, sulla cura dell’ambiente, sul lasciare qualcosa ai figli.

E se le persone normali, con mille diversità e debolezze, ci riescono, significa che un altro mondo è possibile.

Non nel senso che se siamo abbastanza fanatici e convertiamo abbastanza gente, possiamo rovesciare cielo e terra; ma nel senso che una cosa che effettivamente succede in natura in un posto, può succedere in molti posti.

Però anche gli “spontanei” dovrebbero capire che è importante allearsi, perché i loro spazi esistono per gentile concessione o per dimenticanza o perché gli amministratori chiudono un occhio per non offendere gli elettori. La loro esistenza è precaria sempre, e non hanno amici veri.

Mentre i “volontari” alla fine hanno gli strumenti organizzativi e intellettuali per cambiare le cose, a patto ovviamente che non pretendano di decidere come gli altri debbano sentire o parlare.

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“Sviluppo sostenibile”

Dovendo tradurre per la trecentottantanovesima volta in poche settimane l’espressione sviluppo sostenibile, ho cercato una definizione di questo curioso concetto.

Me l’ha fornita oggi l’amico Marco Sclarandis:

“La botte piena, la moglie ubriaca, l’uva nella vigna, l’oste che non ti presenta il conto.

E che il vino sia buono, ovviamente.”

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Idoli e apparenze

Non sta sui social?
“Li detesto. Voglio passare all’altro mondo senza aver dato un solo euro a Zuckerberg”

Rossana Rossanda, 2018

“Abbiamo eliminato il mondo reale: che mondo ci resta? Il mondo delle apparenze, forse? Ma no! Assieme al mondo reale, abbiamo eliminato anche il mondo delle apparenze

Friedrich Nietzsche, 1888, nel Crepuscolo degli Idoli

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Paolo Attivissimo: i trucchi di un cacciabufale

Come sapete molto bene, qui si ama discutere con persone che hanno punti di vista radicalmente diversi dai miei.

Ho problemi però con i polemisti che fingono di non sostenere alcun punto di vista, ma solo di farvi sapere i fatti. Mentre fanno così, esattamente per sostenere il proprio (legittimo) punto di vista.

Un esempio da manuale è un articolo sul 5G di Paolo Attivissimo.

Paolo Attivissimo l’ho conosciuto ai tempi del primo CICAP, allora una simpatica congrega di giovani STEMisti che si divertivano a smascherare le furbesche affermazioni di sedicenti maghi e simili.

Poi si sono dati alla politica senza dirlo, e mi dispiace.

Il 5G è un nuovo standard tecnologico per le reti cellulari.

Nulla di molto originale nelle sue componenti, ma serve a moltiplicare fino a cento volte la velocità delle connessioni, con un tempo di attesa fino a cinquanta volte minore, e soprattutto, il 5G permette di collegare fino a un milione di oggetti per km2. Anche, brutalmente, aumentando in maniera enorme le antenne, e dove non arrivano quelle terrestri, ci arriveranno migliaia di satelliti.

Questo permetterà il passaggio dall’era in cui i ragazzini si facevano i selfie con il telefonino, all’era in cui tutto ciò che ci circonda diventerà un’unica rete planetaria di dispositivi, in mano a quattro o cinque iperaziende infinitamente più potenti di qualunque Stato (certo, tutte immancabilmente sostenibili, verdi e inclusive), dando vita a quella che chiamano la Quarta Rivoluzione Industriale.

Klaus Schwab è fondatore e presidente esecutivo del World Economic Forum, che rappresenta le mille più potenti aziende del mondo (comprese appunto quelle quattro-o-cinque).

Ha scritto un libro che si intitola proprio la Quarta Rivoluzione Industriale, e che sul sito del Forum viene presentato così:

“Supercomputer onnipresenti e mobili. Robot intelligenti. Auto a guida autonoma. Miglioramenti neurotecnologici del cervello. Modifica genetica. L’evidenza di un cambiamento radicale è tutt’intorno a noi e sta avvenendo a velocità esponenziale.

Questa quarta rivoluzione industriale è […] caratterizzata da una gamma di nuove tecnologie che stanno fondendo il mondo fisico, digitale e biologico, influenzando tutte le discipline, le economie e le industrie e che mette in crisi persino ciò che intendiamo per essere umani.”

Potremmo contrapporre idee molto forti per discutere di questo mondo che il 5G dovrebbe introdurre:

sarà un paradiso o un inferno?

Interverranno altri fattori – come la crisi delle risorse – che lo vanificheranno?

Il principale ideologo delle mille aziende più potenti del pianeta è un narcisista che sta delirando?

Paolo Attivissimo, invece, si presenta come l’esperto obiettivo, che ci capisce di informatica (e vi assicuro che ci capisce davvero).

Obiettivamente, intitola il suo articolo 5G, miti da smontare e paure pilotate”.

Su Internet, la gente non legge articoli lunghi, per cui presenta subito la conclusione prima di spiegarla:

“Siete preoccupati per il 5G, la nuova tecnologia cellulare di cui si parla tanto? Non c’è nessun motivo concreto per esserlo.”

Fin dove arrivano le mie competenze (molto inferiori alle sue), non dice esattamente cose sbagliate. Leggiamo ad esempio questa frase:

“In molti casi il 5G riduce questa esposizione perché usa meno energia e (in alcuni casi) adotta frequenze che penetrano molto meno nel corpo rispetto alla telefonia mobile attuale.”

In alcuni casi, i fumatori vivono più a lungo dei non fumatori e in molti casi non sviluppano mai tumori…

Ma perché qualcuno avrebbe dei problemi con il 5G?

L’anticomplottista Attivissimo stana quelli che complottano contro la nuova tecnologia (spoiler, non sono gli ebrei ma i russi):

Sembra inoltre che la paura del 5G, lungi dall’essere un fenomeno spontaneo, sia accuratamente alimentata da chi fa disinformazione per mestiere e per tornaconto: il New York Times ha tracciato la campagna anti-5G di RT America (che è il nuovo nome della filiale americana del canale Russia Today, organo di propaganda del governo russo) […] Lo scopo della campagna russa sarebbe ostacolare l’introduzione del 5G (e i relativi miglioramenti di efficienza, con nuove opportunità di lavoro e commercio) nei paesi concorrenti, in modo da trarne un vantaggio strategico.

Poi Paolo Attivissimo dice una cosa assolutamente giusta:

“la fonte più intensa [di radiazioni] spesso non è l’antenna di telefonia mobile, ma (oltre al proprio telefonino) il Wi-Fi domestico o il Bluetooth del televisore smart o degli auricolari senza fili che ci mettiamo direttamente dentro le orecchie, vicinissimi al cervello. E si scopre anche che la distanza dalle fonti conta tantissimo: se cambia da un centimetro a un metro, l’intensità scende di diecimila volte. Se dormite con lo smartphone acceso sul comodino, fateci un pensiero.”

Mi sono laureato in lingue orientali, e conosco i miei limiti.

Ma siccome queste cose cambieranno, in maniera radicale, la vita mia e quella dei miei figli, non posso usare la mia ignoranza, come scusa per chinare la testa di fronte a quelli che “ne sanno di più”.

Da quello che ho capito, mi sembra ampiamente dimostrato, da molti decenni, che il contatto stretto con una fonte di radiazioni non ionizzanti – come uno smartphone – possa creare danni biologici che non auguro nemmeno a Bill Gates.

E infatti il problema è esattamente “lo smartphone acceso sul comodino“, molto più che l’antenna.

Bene, il motivo per cui esiste il 5G è perché le principali aziende del mondo vogliono arrivare a una situazione in cui ogni cosa con cui interagiamo, persino dentro la nostra testa, sia una specie di “smartphone acceso sul comodino”.

Ma la salute allora sarà l’ultimo dei nostri problemi, se ci sarà ancora un “noi” per lamentarsene.

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Per un’aeromovida inclusiva e sostenibile

“Fully autonomous – No human pilot – 13 minutes – click to delivery”

Pubblicità dei droni Amazon

Uber, come sapete, è una delle imprese cliccatrici che fanno tanti soldi su ciò che altri fanno con i loro corpi.

Per dirla senza mezzi termini, Uber è un paraninfo, mezzano, prosseneta, magnaccia, pappone, lenone, manutengolo, ruffiano.

Paraninfando, Uber, che opera in 900 centri metropolitani nel mondo, ha liberato l’umanità dai tassisti, sostituendoli con liberi imprenditori di se stessi, che finora hanno condotto 15 miliardi di viaggi.

Possiamo pensare quello che ci pare dei tassisti, ma è interessante sapere che Uber sta lavorando sistematicamente per liberarsi anche dei liberi imprenditori e impossessarsi di tutto il reddito di quei miliardi di viaggi.

Il lavoro più grosso Uber lo fa a terra, studiando come fare girare auto senza autisti; ma si interessano anche all’aria.

Entro il 2023, dovrebbero essere già operativi taxi aerei della Uber senza pilota a Los Angeles, Dallas e Sidney, per poi estendersi a tutto il mondo.

Insomma, da bidimensionali, le autostrade diventeranno tridimensionali.

Questo richiede un adeguamento normativo mondiale, e quindi bisogna creare le regole della Urban Air Mobility.

Ci stanno già lavorando “da Airbus a Boeing, da Uber a Ups, fino a FedEx, Lockheed Martin, Porsche e Bmw“, oltre a Google, Ups, la Honeywell (che fa tutte le bombe atomiche dell’arsenale statunitense), Amazon, Hyundai e presumiamo molti altri.

La lista dovrebbe far riflettere, perché stiamo parlando di aziende che nel bene o nel male stanno sbucaltando il mondo – come Google o Amazon – accanto ai principali fornitori del dispositivo militare statunitense, accanto al motore rombante della potenza tedesca.

Scommetto che se ci mettessimo a scavare, scopriremmo che gli azionisti di quasi tutte queste imprese siano sempre gli stessi fondi di investimento anonimi, che a loro volta sono azionisti gli uni degli altri, e alla fine abitano – almeno per il fisco – tutti nelle Isole Cayman.

Questo Caimano Senza Volto e Senza Luogo deve crescere, e avendo saturato il saturabile, deve aprire nuovi mondi o crepare.

Si era mangiato finora proprio tutto, tranne il fondo dell’Oceano e lo spazio aereo urbano.

Alla definizione delle nuove norme per mangiarsi lo spazio aereo urbano, partecipa anche la Nasa, che pure in teoria sarebbe un ente pubblico statunitense.

Infatti, il Coso Volante senza Volto è inseparabile dal suo gemello militare, che è inseparabile dallo Stato più potente del mondo: nel 2010, il Congresso degli Stati Uniti approvò il National Defense Authorization Act, che ordinava congiuntamente ai ministeri del Trasporto e della Difesa di sviluppare un sistema di droni per sorvegliare le strade degli Stati Uniti.

A realizzare il progetto, fu la General Atomics, che si autodefinisce, “a visionary pioneer with a unique and powerful mission”, e ha inventato i droni dai graziosi nomi di Predator e Reaper.

Come forse sapete, o forse no, un paese con cui la nostra Italia intrattiene rapporti diplomatici paga tanti piccoli esseri umani perché passino la giornata lavorativa dietro una sorta di console da videogiochi, da dove mandano il predatore e il mietatore ad ammazzare esseri umani a distanza di migliaia di chilometri.

Macelleria virtuale human-to-human

Capita a volte che un videogiocatore ammazzi trenta contadini a caso, ma l’obiettivo sta nell’Afghanistan, e lì non c’hanno avvocati.

Per questo, io iniziavo a preoccuparmi, pensando alla movida tridimensionale in San Frediano, con i buontemponi che alle tre di notte avrebbero potuto lanciare bicchieri da cocktail contro la mia finestra, dai loro aerei senza pilota, mentre venivano inseguiti dai droni dei vigili urbani che cercavano di multarli.

Ma non c’è da preoccuparsi.

La grande riforma planetaria dell’Urban Air Mobility sarà coordinata dal World Economic Forum, quelli che hanno ospitato Greta Thunberg a gennaio.

E ci assicurano che la nuova frontiera sarà tutto insieme, sicuro, sostenibile, equo e non intaccherà l’occupazione, “in un quadro inclusivo“.

Airbus va oltre, perché oltre a produrre zero emissioni, annullando tutte quelle odiose leggi della fisica, è pure olistico come i massaggiatori New Age.

Allora, una domanda.

Domenica si vota in Italia.

Ho capito benissimo come la pensano tutti gli schieramenti in questione sulla Seconda Guerra Mondiale.

Ho capito come la pensano sui ragazzotti arrivati freschi freschi dal Gambia, che o sono tutti spacciatori, o sono tutti poveretti da includere.

Ho capito che alcuni dicono che ci vogliono meno deputati in parlamento, e altri no.

Ma qualcuno mi aiuti a capire come la pensano sulla Urban Air Mobility, che mi sembra immensamente più importante.

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