Stitichezza di civiltà

In Italia, esistono le persone incivili e quelle perbene.

Le persone incivili fanno così:

Quelle perbene invece riciclano. Mettono la bottiglietta di plastica nel contenitore per bottigliette di plastica, e così verranno fuori, ci immaginiamo, altrettante bottigliette.

Fine del problema, torniamo a indignarci per le cose serie, tipo zingari che chiedono l’elemosina o qualcuno che su Facebook ha raccontata una barzelletta politicamente scorretta.

In realtà, l’87% della plastica delle persone perbene di tutta Europa sale su navi gigantesche, attraversa tutto il pianeta e arriva nella lontana Cina, assieme a 4000 container al giorno di plastica dagli Stati Uniti (è la sesta voce più importante nelle esportazioni statunitensi verso la Cina).

La faccenda è rigorosamente economica, perché i container partono carichi dalla Cina per Europa e Stati Uniti; e invece di tornare vuoti, offrono un passaggio a prezzi stracciati ai nostri rifiuti.

In Cina, avviene poi il vero riciclaggio.

Tutto a mano.

Dal primo gennaio, la Cina ha vietato l’importazione di 24 tipi di rifiuti, e quindi l’intero Occidente inizia a gonfiarsi vistosamente. Diciamo un attacco di stitichezza di civiltà.

Una notizia epocale, si direbbe.

Però tutto questo l’ho saputo solo ieri, da una nostra amica che è andata a Milazzo, dove pare stiano cercando di trovare il modo di bruciare la plastica che non si può più mandare in Cina.

Pensavo pure che fosse una bufala, o quantomeno un’esagerazione.

Certo, qualche nazione disastrata sarà sempre desiderosa di ospitare le nostre deiezioni dietro pagamento, ma non potrà inserirsi nel ciclo mondiale delle merci come faceva la Cina.

Insomma, questa volta dovremo proprio farcela addosso.

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“Non prostituirti mai”

Il post di ieri, dove si mettevano a confronto l’ironica proposta di Enrico Verga di reintrodurre la schiavitù,  con la confutazione del valore economico della schiavitù fatta da Brigham Young un secolo e mezzo fa, ha suscitato una discussione interessante.

Cerchiamo di capire meglio il nocciolo della faccenda.

Ho un’azienda (noi si fa finta).

Bussa alla porta un ragazzo.

“Scusi  è qui che cercate facchini?”

“Certo. Sono rimasti ancora due posti, solo per i turni di notte dal 10 al 18 agosto.”

“E il 19 agosto?”

“Sei libero da lì in poi, puoi anche spenderti tutti i tuoi guadagni in discoteca, ragazzo. Siamo in democrazia o no?”

“Bene, e quanto si paga?”

“L’anno scorso erano sei euro e novanta l’ora lordi, ma nel frattempo ci hanno aumentato le tasse, quindi sono sei euro e dieci”.

“Grazie!” mi fa commosso il ragazzo.

Qui stiamo parlando di una normalecollaborazione” (si con-lavora, che nessuno sospetti mai che io voglia sub-ordinare qualcuno a me!), non di una finta partita IVA, che avrebbe obbligato lo scaricatore a pagarsi pure il commercialista solo per poter pagare le tasse; ma il principio fondamentale è lo stesso.

Un’ora del ragazzo costerà pure sei euro e novanta, e vabbene (quanto vale un’ora, boh?).

Ma quanto costa il ragazzo?

Se è arrivato sano e scaricante fino al mio ufficio, vuol dire che dal giorno in cui la mamma ha detto, “son incinta!”, qualcuno ha pagato, prima di tutto l’alimentazione della mamma, se no il latte non gli arrivava; e lì a discendere, il ginecologo, il pediatra, le medicine, la scuola (cioè ingegneri e muratori per costruire gli edifici, nonché custodi e maestre e il riscaldamento e mille altre cose), oltre a colazione, pranzo e cena tutti i giorni, senza dir nulla di nutella.

Questo solo per parlare di alcune cose indispensabili. Non ho voglia di fare i conti, googlando trovo che negli Stati Uniti, crescere un diciottenne costa circa 245.000 dollari, e manco ci mettiamo l’università, che in effetti per fare lo scaricatore sarebbe più un impedimento che altro.

Sospetto che la cifra sia fortemente sottostimata, perché non comprende cose incalcolabili, come il costo del rifacimento del manto della strada su cui il babbo lo scarrozza in macchina per cinque anni alla scuola elementare, o il vigile che bada agli incroci durante l’uscita da scuola.

E non diciamo nulla sui costi futuri (tipo chi lo manterrà quando si farà quindici anni da malato di Alzheimer? E poi il Costo Morte, eh?).

Ma diciamo che l’ometto con i tatuaggi e lo sguardo da ebete che mi trovo davanti, che non riesce a staccarsi dall’Iphone durante tutta l’intervista, costi più o meno 200.000 euro, senza fronzoli tipo aver fatto vacanze, letto libri o aver mangiato la pizza fuori.

Io gliene darò sì e no mille di eurini, gli altri 199.000 li cacci qualcun altro.

Questo vuol dire che lo pago al di sotto dei costi di sussistenza.

E qui scopriamo una verità storica dimenticata. Agli inizi del capitalismo, la gente sapeva benissimo che i campi rendevano più della fabbrica.

In fabbrica si mandava il terzogenito a tirare su qualche spicciolo in più (leggere Wallerstein se si ha tempo), proprio come la moglie durante l’inverno cuciva in casa per qualche imprenditore: lavoretti, rispetto all’unico che dava da mangiare. Per mandare la gente in fabbrica, in Inghilterra, hanno dovuto recintare i Commons, se no non ci sarebbero mai cascati (a parte i quartogeniti, poretti).

Un affascinante esperimento in Etiopia dimostra che in paesi che iniziano a industrializzarsi, è ancora così. Certo, in fabbrica si fanno più soldi, ma un pezzo di injera sfama sempre più di un pezzo di carta.

A pranzo, preferite questo:

oppure questo?

A noi, ci hanno insegnato che gli imprenditori pagano tutto – tra stipendi e tasse – e rimane pure qualcosa in più per tutti. Certo, magari io da solo non verso 200.000 euro per ottenere qualche ora di facchinaggio a Ferragosto, ma assieme a tutti i miei virtuosi colleghi, alla fine siamo noi a farlo (e qui i marxisti sono perfettamente d’accordo, ohi padroni sganciate gli sghei!).

Qui confesso la mia incompetenza, però azzardo un’ipotesi.

In Italia almeno, l’inpiù lo pagavano i contadini, lavorando nei campi. Magari invece che a diciotto, mandavano il figlio in fabbrica a dodici anni, e risparmiavano sulle ecografie, ma stiamo parlando di un principio.

Lo stesso principio per cui i contadini egiziani oggi si sacrificano, e lo stato egiziano si indebita fino al collasso, per formare finalmente un medico, a un prezzo che lascia il paese così dissanguato, che non ha più i soldi per pagargli lo stipendio. E così il neolaureato va a fare il chirurgo, o almeno il pizzaiolo, in Francia.

L’immigrazione, per qualcuno, è un affare; è l’emigrazione che è una fregatura a cui nessuno pensa.

Comunque, in Italia, c’è stato (ipotizzo) un breve periodo in cui l’energia e le materie prime erano talmente a buon prezzo, che c’è stata una bolla pazzesca. Diciamo dal 1950 al 1974, con strascichi fino al 1992? Uno di quei momenti folli della storia, come quando attorno all’anno 900, qualunque ragazzo nato tra i gelidi fiordi norvegesi poteva avere nella sua capanna un’icona bizantina, una spada spagnola, una schiava armena e anche una moneta araba.

Una pacchia tale (Italia 1950-1974/1992), che gli imprenditori davvero pagavano, tra tasse e stipendi, la scuola, la salute, le pensioni.

Davvero?

Sospetto che abbiano fatto (anche) tanta ammuina, da illudere privato e pubblico che esistessero risorse sufficienti per garantire i debiti di cui tutti si caricavano, e che siamo campati soprattutto di quello.

Adesso che abbiamo passato il picco, dovrebbe essere chiaro che era un’illusione.

Si può inveire quanto si vuole contro la ditta che prende in affitto facchini, ma davvero non credo che abbiano 199.000 euro da tirar fuori per ogni facchino. E se li avessero, penso che la maggior parte degli imprenditori preferirebbe spenderseli in qualche ameno locale tailandese.

Questa è l’obiezione che Brigham Young sollevava contro la schiavitù, e aveva clamorosamente ragione. La schiavitù – a meno che non si prendano gli schiavi già belli cresciuti e li si sopprima appena si ammalano – è una follia economica.

I 199.000 li deve tirare fuori qualcun altro. Anche perché altrimenti non ci sarà nessuno in grado di comprare le merci che il facchino s’è caricato sulle spalle.

In primo luogo, devono farlo i Nonni, che in Italia hanno ancora un immenso patrimonio di risparmi, prime e seconde case, disponibilità per lavori gratuiti per figlioli e nipotini, e molto altro ancora.

In secondo luogo, deve farlo lo Stato, tassando al massimo i Nonni, ma anche il facchino appena appena osa aprire una partita IVA da Scaricatore Professionista.

In terzo luogo, si conta sulla fantasia creativa, che si chiama debito. Si indebitino i Nonni per i nipoti, i nipoti per sé e lo Stato per tutti.

Ultimo rimedio, il culto del cargo per eccellenza: il Reddito di Cittadinanza dove una pioggia di soldi miracolosi dal cielo dovrebbe permettere a tutti di diventare Clienti a vita, viaggiare su taxi senza  guidatore, entrare in supermercati in cui non lavora alcun essere umano, dove avviluppato in infiniti strati di plastica, si trova il cibo raccolto da trattori semoventi guidati da droni che raccolgono Big Data.

Agriculture without farmers!

Qualcuno ha criticato l’ironia di Verga: il destino delle finte partite IVA in Italia non è certamente paragonabile a quello degli schiavi delle piantagioni.

Però mi viene in mente, che ci sia dietro un errore radicale di prospettiva.

Il capitalismo ha potuto sbucaltare il mondo, perché c’erano i contadini che zappavano la terra mentre i terzogeniti si spaccavano la schiena in fabbrica, e di nuovo oggi il capitalismo si regge in piedi grazie ai Nonni.

E se smettessimo di pensare che la salvezza debba sempre arrivarci dallo Stato o dagli Imprenditori?

Siamo noi che, da almeno duecentomila anni, ce la caviamo con le nostri mani e con il nostro cervello.

Riscopriamoli.

Facendo esattamente il contrario dell’agricoltura senza contadini, dell’artigianato senza artigiani.

Lamberto da oltre settant’anni lavora il bronzo nella stessa bottega. Eccolo con il figliolo Duccio, gli attrezzi ciascuno con il proprio nome, e l’impegno preso con il Maestro, “non prostituirti mai”

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Una modesta proposta. Bocciata

Ugo Bardi mi segnala l’interessante proposta dell’economista Enrico Verga, che sostiene l’opportunità di reintrodurre la schiavitù.

La proposta è molto ben ragionata, e in teoria sarebbe anche condivisibile – il sottoscritto, come detentore di partita iva per sfigati, la trova anche particolarmente allettante.

Invito tutti a leggerla con attenzione.

Ma prima di entusiasmarvi troppo, riflettiamo su un fatto.

La proposta incontra un ostacolo insormontabile, che fu messo bene in rilievo un secolo e mezzo fa da Brigham Young, il carismatico personaggio che forgiò lo Stato dei Mormoni nel deserto dell0 Utah.

Brigham Young

Il mitico giornalista Horace Greeley lo intervistò nel 1859, e Young rispose in maniera molto chiara alle domande, altrettanto chiare, del giornalista

Young precisò anche di avere ben quindici mogli, superando così ampiamente un noto carovaniere del settimo secolo, anche lui protagonista di una straordinaria migrazione.

I peli del politicamente corretto ancora non offuscavano le lingue.

Sulla schiavitù, Young aveva alti ideali:

” La consideriamo istituita da Dio, e che non si possa abolire finché la maledizione pronunciata su Cam non sarà revocata sui suoi discendenti”.

Ma se Young predicava bene, quando razzolava scendeva di qualche gradino:

H.G. — Ne devo dedurre che lo Utah, se verrà ammesso come membro dell’Unione Federale, diventerà uno Stato Schiavista?

B.Y. — No; diventerà uno Stato Libero. La schiavitù qui si rivelerebbe inutile e non redditizia. Io la considero in genere una maledizione per i padroni. Io stesso affitto molti lavoratori e li pago equamente; non mi potrei permettere di possederli. Posso fare di meglio che sottopormi all’obbligo di nutrire e vestire le loro famiglie, di provvedere a loro e di averne cura, che siano in salute o malati. Lo Utah non è adatto al Lavoro Servile”.

Temo che ancora oggi, l’idealismo di Enrico Verga andrebbe a cozzare lo spirito pratico del buon imprenditore.

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Quanto ti devo per la scarpa?

L’altro giorni, affido una scarpa scollata a Gioacchino i’Calzolaio.

In bottega (che è un buchino talmente piccolo da essere sfuggito a tutti gli speculatori), non lo trovi sempre: molto spesso è in giro con Tempra, un gran cane bianco dal pelo corto.

Ma non è difficile capire dove sta: dove vedi un raggio di sole d’inverno, lì c’è Tempra e quindi anche Gioacchino. Così lo rintraccio, andiamo assieme alla bottega, e mi racconta che adesso ha un discepolo, un artista siciliano con tanti titoli di studio, che a quarant’anni ha capito che serve imparare un mestiere.

“E’ importante, perché così si trasmette un’identità.

Mi colpisce l’uso della parola: l’identità di solito una fisima nuvolosa, una bandiera dietro ci può essere qualunque cosa. Gioacchino parla di un mestiere, un’intera impostazione della vita e del corpo, che si dà in mano a un altro; e quell’altro, anche se viene da lontano e se sa farlo suo, si identifica con lui.

Proprio di fronte alla bottega di Gioacchino, c’è quella del sarto, e anche il sarto ha un discepolo, in questo caso giapponese.

Anche noi si faceva così…. da ragazzo, noi si bussava alla porta, e ci prendevano a bottega. Non ci pagavano niente, ma ci davano una canna da pesca, mentre la gente oggi vuole avere solo il pesce, e si lamenta pure se non è cotto bene.

Fare il calzolaio è un mestiere umile, tocchi le scarpe della gente, ma impari tante cose: guarda questa scarpa chi mi hanno portato, sembra quasi nuova, ma hanno studiato come farla logorare sotto, le scarpe le fanno sempre bucare in questo punto”

e indica sotto la suola:

“Poi fa male a tutti, tua moglie ti dice, dammi cento euro che mi compro le scarpe, e si rovinano subito, e poi devi comprare un altro paio, e piano piano la gente sta sempre peggio.

Perché quelli devono guadagnare sempre di più, per far girare l’economia, e tutti vivono sempre più soli e arrabbiati. Ho letto il libro di uno, che dice che è possibile immaginare la fine del mondo, ma non la fine del capitalismo: finiremo tutti sepolti sotto i rifiuti.

Vedi, quello lì di fronte mi ha dato le chiavi della sua stanzina”.

Quello lì di fronte è Massimo, che è uno psichiatra, ma nell’animo è sano come un contadino (e infatti i suoi genitori lo erano), ha preso in affitto un piccolo locale per cercare di fare qualcosa per la strada.

“Mi ha detto, se ti scappa la pipì, puoi andare al bagno, ci puoi appoggiare le cose che ti servono, ma farai altre cose per il quartiere.”

Gioacchino disegna un cerchio sulle sue grosse mani:

“E’ così, facciamo tutti qualche cosa per gli altri che conosciamo, qui nel quartiere, poi alla fine tutto torna”.

“Gioacchino, scusami, devo scappare… quanto ti devo per la scarpa?”

Niente!”

Bisogna pensare velocemente in questi casi, e anche porsi problemi fondamentali sul senso della vita.

Devo insistere, per dire che bastano dieci euro per sciogliere i legami che ci sono tra di noi? Non debiti, non è che un giorno gli devo dare dieci euro: però voglio regalargli qualcosa che gli possa essere utile davvero, in un altro momento.

Visto che legge e riflette, gli regalerò una copia di Picco per capre.

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Il ramoscello d’alloro e la fatica dell’intelligenza

L’altro giorno, si discettava del concetto per cui i Clienti hanno sempre ragione; i Produttori sono al loro servizio; e a vegliare su tutto, c’è una burocrazia planetaria, impersonale, sempre meno statale e sempre più privante, in mano a una decina di aziende in tutto il mondo.

Stasera, c’era Sincero, che ha fatto il muratore tutta la vita, eppure sa anche far crescere un  intero giardino con le sue mani. Tutto ciò che tocca, diventa vita.

Ogni tanto ci racconta confusamente di qualche misterioso burocrate che è passato, e gli chiediamo di chiamarci subito quando arrivano questi uccellacci del malaugurio. “Ah no, eh, io il cellulare non lo so usare, non ho mica studiato!”, ci risponde.

Siamo io, una mamma e il suo figliolo.

Arriva Sincero che ha in mano un ramoscello di alloro, cresciuto sotto la cupola del Carmine.

Tocca la testa al bimbo,

“Io ce l’ho con la tu’ mamma, che non mi ha aiutato a piantare le fave! Ma senti che profumo! Un alloro così può crescere solo all’ombra di tante preghiere!”

Annuso l’aroma intenso.

“Adesso lo regalo alla Pollara”

che poi sarebbe la Valentina dai capelli tinti dai colori più improbabili, che fa pane, schiacciata, pizza e anche polli arrosto, e che l’anno scorso attraversò tutto il quartiere assieme a Babbo Natale sulla carrozza a cavallo.

“Lei mi prende la posta, e io fo quel che posso per lei!”

Riflettete ben bene sul ciclo: le preghiere, la cupola, il bambino, la mamma, la battuta incisiva che ricorda a tutti il proprio dovere ma che sa di non ferire davvero, le fave, l’alloro, il pane, il pollo, la posta.

Per tenere in piedi un ciclo così complesso, ci vogliono memoria, affetto, sensibilità, gratitudine a lunghissimo termine (“a buon rendere, se mai potrò“), la capacità di fare sempre la mossa del cavallo al momento giusto.

Una fatica non da poco, e un’intelligenza inimmaginabile per i nostri tempi.

Senza il passaggio di un solo euro.

Questo è un punto possibile, su cui ancorare una società.

All’estremo opposto, una società può essere costituita da un Cliente che galleggia tutto solo, in un mare di burocrazia (pubblica o privata, poco conta) vasto come il pianeta. Per tenerlo in piedi, non serve l’intelligenza, serve solo la precisione tecnica, quindi possiamo definirlo come un mondo oggettivamente stupido.

Basta un clic, un modulo, una firma e per questo vince sulla fatica dell’intelligenza.

In questo sta la sua forza, ma anche l’estraneità alla vita reale.

*********************

Questo è quanto volevo dire, aggiungo qualche parola da Laurus Nobilis, un saggio di Vernon Lee, scritto nel 1909, che doveva essere anche in polemica con Ruskin – la vecchia domanda, se la bellezza doveva essere essenzialmente bella, o anche e soprattutto utile.

Immagino che il tram di cui parla fosse trainato ancora da cavalli.

“Un pomeriggio, a Roma, di ritorno dall’Aventino, il cantoniere salì sul tram mentre trottava lentamente in avanti, e davanti, accanto al guidatore, fissò un ramoscello fresco di alloro.

Possiamo immaginare un simbolo migliore di ciò che potremmo fare tutti con la nostra vita?

Per questo motivo, sono felice di aver potuto accettare dalle mani del destino, e di quel  cantoniere, il ramoscello di alloro come simbolo di ciò che non abbiamo alcuna parola per esprimere: l’insieme di tutta l’arte, la poesia e in particolare di tutta la visione ed emozione poetica e artistica”.

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La mémoire des pingouins

Anatole France, Il popolo dei pinguini, traduzione di Renato Colantuoni, Barioni, Sesto San Giovanni 1927, pagine 52-54

Il popolo pinguino godeva in piena tranquillità il frutto del suo lavoro quando, improvvisamente, una voce sinistra volò di villaggio in villaggio. Si seppe dap­pertutto, allo stesso tempo, che un drago spaventoso aveva saccheggiato due fattorie nella baia dei Tuffetti.

Qualche giorno prima, era scomparsa la vergine Rosaspera. Nessuno si era inquietato per la sua assenza, perchè più volte era stata rapita da uomini violenti e assetati d’amore. I savi non se ne meravigliavano, poi­ché quella vergine era la più bella delle pinguine; si era anzi notato che qualche volta si metteva ella stessa sul passo dei suoi rapinatori, tanto è vero che nessuno può sfuggire al proprio destino. Ma questa volta, non vedendola più ritornare, tutti temettero che il drago l’avesse divorata.

Così pure, gli abitanti della valle delle Dalles si accorsero prestissimo che questo drago non era una fola di donnicciole alla fontana; perchè una notte, nel vil­laggio d ’Anice, il mostro divorò sei galline, un mon­tone ed un orfanello, che si chiamava il piccolo Elo.

Degli animali e del fanciullo non si trovò più nulla, al mattino del giorno seguente.

Subito gli Anziani del villaggio si riunirono nella pubblica piazza e sedettero sopra il banco di pietra, per deliberare su quello che fosse urgente fare in una così terribile circostanza.

E, chiamati tutti quelli fra i Pinguini che avevano veduto il drago durante la notte, essi chiesero loro:

— Non avete osservato la sua forma ed il suo porta­mento? —

Ed ognuno rispose, alla propria volta:

— Esso ha le unghie da leone, le ali d’ aquila e la co­da da serpente.

— La sua schiena è irta di creste spinose.

— Tutto il suo corpo è ricoperto di scaglie gialla­stre.

— Il suo sguardo affascina e fulmina. Vomita fiamme.

— Appesta l ’ aria col suo respiro.

— Ha la testa di drago, gli artigli di leone e la coda di pesce. —

E una donna di Anice, che aveva reputazione di sag­gezza e di retto giudizio ed alla quale il drago aveva rubato tre galline, depose in questi termini:

— È fatto come un uomo; tanto che io ho creduto che fosse il mio uomo e gli ho detto: «vieni dunque a letto, bestione! » —

Altri dicevano:

— Ha l ’ aspetto di una nuvola.

— Rassomiglia ad una montagna. —

Una fanciulietta venne e disse:

— Io ho visto il drago che si toglieva la testa in una capanna, per dare un bacio a mia sorella Minnie. —

Gli Anziani chiesero ancora agli abitanti:

— Quanto è grande, il drago? —

Fu loro risposto:

— È grande come un bue.

— Come le grandi navi di commercio dei Bretoni.

— È della statura di un uomo.

— È più alto del fico sotto il quale siete seduti.

— È grosso come un cane. —

Interrogati finalmente sul suo colore, gli abitanti dis­sero :

— Rosso.

— Verde.

— Celeste.

— Giallo.

— Ha la testa di un bel verde; le ali sono di un vivo aranciato, sfumato in rosa, con gli orli di un bel gri­gio argenteo; il dorso e la coda sono striati di righe brune e rosse; il ventre è d’un giallo vivo, picchiettato dì nero.

— Il suo colore? Non ne ha.

— È color drago.

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Mosche e artisti

Qui abbiamo spesso parlato di arte contemporanea.

Il centro storico di Firenze, con il suo valore simbolico e/o turistico, attira come le mosche un certo tipo umano molto contemporaneo.

L‘artista mosca, tipicamente maschio e con un ego grosso così, si piazza davanti a qualche noto monumento, gridando cacca! cacca!, e aspetta che dall’alto gli piovano addosso soldi pubblici.

A questo gesto si dà qualche titolo altisonante, che però non deve ingannare: lo scopo è proprio di far saper a tutto il mondo che il bambinone ha gridato cacca! cacca! e quindi che è un gran trasgressivo.

 Urs Fischer si mette in posa

Un esempio è Ai Wei Wei (quello che ha addobbato Palazzo Strozzi con i finti barconi dei profughi, senza battere un ciglio quando la polizia è arrivata per mandare via i profughi veri), autore tra l’altro di questa opera, che nell’immagine e nel titolo (Uno studio di prospettiva) riassume tutto il concetto di artista-mosca:

Impegno tecnico pari a zero, contenuto pari a quello della foto di gruppo dove qualcuno dietro fa le corna a quello davanti, titolo che dice “vi sto prendendo in giro”, poi si passa all’incasso.

Ora, uno si chiede se l’artista-mosca sia l’unica cosa che i nostri tempi sappiano produrre in termine di arte?

Ieri passavo in Via Santa Monaca, dove c’è una chiesetta sconsacrata. Il portone era semiaperto, e dentro, nel buio, si intuiva qualcosa di insolito.

Entro, nel silenzio e nell’oscurità, e mi trovo di fronte a qualcosa di straordinario.

Al posto del pavimento, qualcosa che sembra un profondo lago. Lentamente, sopra le acque, girano due grandi rami, quasi alberi, che somigliano a fossili di dinosauri. Una delicatissima luce crea un riflesso misterioso e profondo dei rami stessi, che sembrano e non sembrano due antichi esseri viventi che si guardano.

  Ogni tanto, uno dei rami sfiora appena la superficie dell’acqua, e unriflesso di piccole onde compare sulle pareti, tra i grandi quadri oscuri sulle pareti della chiesa, che si intuiscono appena.

Tutto questo è a prima vista molto contemporaneo: è difficile spiegare “che cos’è”, e l’ambientazione non è esattamente normale per una chiesa, credo settecentesca.

Solo che qui si capisce tutta la differenza tra arte e dire cacca cacca. Non a caso gli esibizionisti mettono le proprie opere in bella vista, qui se non guardi nella porta socchiusa, nemmeno sai che esiste (meglio così, perché è qualcosa che si apprezza solo nel silenzio e nella solitudine, due cose inconcepibili oggi).

Solitaire è una “installazione” dell’artista francese Stéphane Thidet,

Non vi metto un’immagine, vi invito a guardare direttamente foto e video sul sito di Thidet, dove vedrete la stessa installazione in un evento precedente in Francia.

Almeno a una prima superficiale occhiata, sul sito non c’è una foto dell’artista stesso. La biografia è semplicemente una lista delle sue opere.

Il fatto che un artista contemporaneo riesce a fare qualcosa che colpisce profondamente per ciò che è, e non per ciò che trasgredisce, vuol dire che gli artisti-mosca non hanno nemmeno la scusa che “oggi non si può fare più niente di bello“.

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Il cliente ha sempre ragione

In cui finalmente si svela il segreto di come funziona il mondo

Ieri, si faceva la fila dalla Vinaia Messicana. Voi magari non lo sapete, ma lo sa tutto il quartiere che la Vinaia Messicana ha appena avuto un bambino, quindi a servire, c’era suo marito, che non conosce bene tutti i meccanismi del posto.

Si sente suonare un telefono, “è il tablet!” mi spiega e continua a servire. Il telefono continua a suonare, senza mai smettere.

“E’ Foodora, c’è un tizio che ha ordinato due bottiglie di vino, ma quel tipo di vino l’abbiamo finito, non so che fare…”

Mentre il tablet suona, inizia a suonare pure il telefono, quello vero. Lui risponde,

“è Foodora, che mi ricorda che il tablet sta suonando”

“E perché non gli chiedi come fare se è finito il vino…”

“No, è una voce registrata, non si può comunicare”.

Il tablet continua a suonare incessantemente, e il telefono pure. Dopo meno di cinque minuti dall’inizio, appare sulla porta un ragazzo con uno zaino,

“sono qui per conto di Foodora, devo prendere due bottiglie e consegnarle entro dieci minuti!”

Insieme, il marito della vinaia e il ragazzo riescono a risolvere la faccenda, parlando direttamente con l’acquirente, il quale accetta una sostituzione delle bottiglie.

Il ragazzo esce, e uno dei clienti in fila inizia a raccontare,

“Ma sai quanto lo pagheranno a quel ragazzo? Io mi sono trovato a 47 anni in cassa integrazione, vado a cercare un altro lavoro, l’unico che trovo è fare i turni di notte ai mercati generali… con le cooperative, i compagni, quelli di sinistra, insomma.

Sai quanto pagavano? sei euro e novanta lordi l’ora, tutte le notti anche quella di Ferragosto, nove ore di fila… e c’erano i peruviani che si spaccavano la schiena, e non sapevano che c’era un piccolo incentivo per chi scarica più di mille casse, gliel’ho dovuto spiegare io a loro, di non farsi fregare”.

In quel momento, capisco uno dei fondamentali segreti del nostro tempo.

Cioè come mai, da una parte ci sia una rivendicazioni di diritti individuali tale da bloccare, non soltanto la libertà di espressione, ma anche la possibilità di fare qualunque cosa di concreto, e dall’altra i diritti sociali vengano negati come mai prima negli ultimi settant’anni.

Dividiamo l’umanità per un momento in Clienti e Produttori.

Adesso pensiamo al Cliente.

Su un cellulare, studiato per essere il più carino e facile da usare possibile, fa un clic. In pochi minuti, gli arrivano a casa due bottiglie, probabilmente più o meno allo stesso prezzo che avrebbe speso se si fosse preso la briga di scendere di casa.

Non conosco Foodora, ma immagino che funzioni come Amazon. Dove puoi restituire le merci anche senza motivo e puoi anche emettere la tua sentenza irrevocabile sul fornitore, dandogli una pacca sulle spalle o un calcio negli stinchi a tua sovrana discrezione.

Insomma, il sistema (restiamo per ora sul vago) si pone a totale disposizione dei desideri del Cliente e cerca di evitargli ogni possibile dispiacere.

Siccome siamo tutti in qualche modo Clienti, vuol dire che abbiamo finalmente realizzato una delle interpretazioni (contraddittorie) della parola “democrazia“.

Non vince solo la maggioranza – il libro Le meraviglie del Corano arriva al mio amico musulmano con la stessa sollecitudine con cui mandano Dio non esiste al mio amico ateo, o il video sadomaso a chi lo vuole.

Non stiamo parlando solo di merci: la stessa mentalità si estende a chiunque, perché qualunque nicchia umana offre un mercato, specie adesso che è così facile differenziare i prodotti.

Poi per i politici, i Clienti sono anche gli elettori.

E per le scuole, i Clienti sono gli studenti.

Con elettori e studenti è difficile o impossibile mantenere promesse propositive, ma è possibile almeno schermarli da qualunque cosa li possa far soffrire.

Ecco il proliferare di forme di inclusività, di risarcimenti milionari per una parolaccia su Facebook, di divieti di qualunque forma di espressione che potrebbe ipoteticamente innervosire qualcun altro, di diagnosi di dislessia, di direttori didattici che fanno il cazziatone agli insegnanti che mettono cinque a uno studente solo perché non ha mai aperto libro, di corsi che cullano tutti nella piacevole sensazione, “anch’io posso diventare Vittima o Vittimo o Vittim*, ed è il sistema che deve fare lo sforzo per riconoscermi!”

Ma cos’è il “Sistema”? Ho adoperato questo termine un po’ arcaico, perché restasse nel vago cosa c’è dall’altra parte.

Dall’altra parte, ci sono sotanzialmente i Produttori, in senso molto ampio.

C’è la Vinaia Messicana, c’è il ragazzo che fa le consegne, ci sono gli scaricatori dei mercati generali. Ci sono gli insegnanti che devono accettare in classe sia il bullo, sia la psicopedagoga neolaureata con il ditino imparatore che le spiega come sia colpa sua che il bullo sia bullo. C’è il contadino che non può vendere la marmellata che produce perché non può pagare tutti i controlli chimici che si può permettere la Hero.

C’è il tecnico del Comune che non può tenere aperto un giardino perché dentro c’è un albero, e se qualcuno dovesse inciampare nelle radici, farebbe subito causa a lui.

I Clienti in genere possono permettersi di fare i clienti, e quindi di pagare, perché sono Produttori loro stessi, in qualche modo.

Quindi tutto ciò che hanno guadagnato, se lo sono strappato dalle proprie viscere.

Foodora, quella che ti premia come Cliente e ti schiaccia come Produttore, cos’è?

Non produce nulla. Non è nemmeno un mercante, nel senso antico della parola.

Foodora costruisce le regole, i rapporti, le connessioni Internet e bancarie, i pagamenti e le sanzioni, le voci registrate, i programmi, che regolano i rapporti tra Clienti e Produttori, le infinite regole su cui lavora nell’oscurità un numero immenso di tecnici e di funzionari.

In fondo, fa ciò che in altri tempi facevano le burocrazie statali, e come tutte le burocrazie statali, ci fa su un’immensa cresta.

Poi quando si arriverà al regolamento dei conti tra le burocrazie statali e quelle di Foodora, di Facebook, di Amazon, è facile capire chi avrà gli avvocati più grossi.

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Posted in esperienze di Miguel Martinez, Il clan dei fiorentini, riflessioni sul dominio, Storia, imperi e domini | Tagged , , , , | 140 Comments