Credo che quello di Tova Reich sia il libro più importante – e serio – mai scritto sul tema dell’Olocausto come religione, perché affronta ciò che conta: non le vicende di sessant’anni fa, ma la costruzione appunto di una religione civile oggi.
Il libro è anche una chiave, tremenda, per capire ciò che avviene a ogni religione: si potrebbe usare per comprendere ciò che è avvenuto, ad esempio, col cristianesimo.
E coglie anche la trasversalità dei meccanismi del Vittimismo Giudicante, che va molto oltre la semplice “memoria ebraica”.
E poi l’autrice è un genio. Allo stato puro. Io personalmente mi sarei rifiutato di tradurre il libro, che è talmente americano, nel linguaggio, nell’umorismo, nei giochi di parole e nei riferimenti, da risultare – per me – impossibile da rendere in un’altra lingua. Comunque esistono traduttori molto più bravi di me, io me la cavo con i manuali tecnici
Da notare che il libro non è stato accolto male, in generale, dalla critica ebraica statunitense: il mondo ebraico statunitense ha ancora, evidentemente, una grande libertà intellettuale e una varietà di opinioni al suo interno.
Con l’approvazione del Senato francese, la cultura del divieto globale, che accompagna mirabilmente il gioco delle trasgressioni ammesse, ha fatto un altro passo in avanti.
La legge in realtà si chiama “trasposizione del diritto comunitario sulla lotta al razzismo e per la repressione della contestazione dell’esistenza del genocidio armeno“, una maniera interessante di scaricare le colpe: si starebbe solo applicando una direttiva europea, che però non esiste, almeno sotto questa forma (si fa riferimento al Trattato di Lisbona, che chiede di reprimere i delitti a sfondo razziale).
La legge ha due palesi motivazioni.
La prima, un tentativo di Sarkozy di ottenere i voti della numerosa e solida comunità armena.
La seconda si lega a un tipico meccanismo del liberalismo, che in fondo è solo un doppio politico della concorrenza tra imprese economiche. Un sistema che ottiene consenso facendo credere che tutti possano vincere alla lotteria. Perciò, appena si regala un privilegio a qualcuno, ci si trova a fare i conti con gli esclusi.
Così in Italia, per motivi politici, è necessario concedere determinati privilegi molto discutibili alla Chiesa cattolica. Per azzittire le proteste degli esclusi, si stipulano poi “intese” con tutti i concorrenti della stessa Chiesa, che tanto contano poco.
Allo stesso modo, l’introduzione, in diversi paesi, di pene carcerarie per chi “nega” il genocidio degli ebrei nella Seconda guerra mondiale viene vista da molti come un indebito privilegio per la comunità ebraica.
Certo, questo mito fa comodo oggi anche allo Stato d’Israele, per cui molti tendono a vedere nella repressione del negazionismo/revisionismo un privilegio ingiustificato per gli ebrei e lo Stato ebraico; e qualcuno ci vede anche una prova tangibile del controllo ebraico sul mondo.
In realtà, come documenta Idith Zertal (in Israele e la Shoah), lo Stato d’Israele nasce nella negazione dell’Olocausto, se vogliamo usare questi termini pittoreschi. Nella misura in cui la retorica ufficiale ne parlava, era per esaltare la superiorità dei sionisti rispetto alle pecore che si sarebbero lasciate condurre al macello. Fu solo dopo il processo Eichmann, e ancora di più dopo il 1967, che nacque quella che Jacob Neusner, in Judaism: The Basics, chiama “il mito dell’Olocausto e della Redenzione“, cioè il sacrificio in croce del popolo ebraico seguito dalla resurrezione sotto forma di potenza nucleare mediorientale. Una religione, sottolinea Neusner, molto più facile e divertente da praticare del giudaismo tradizionale.
Io ritengo che la questione sia ben più ampia, e debba relativamente poco agli sforzi delle organizzazioni comunitarie ebraiche.
La trasformazione del genocidio ebraico in religione civile dell’Occidente deriva soprattutto dal bisogno del dominio di crearsi un proprio mito fondante, che giustifichi l’Eterna Vigilanza della NATO sul pianeta. Un mito che ha il vantaggio di proporsi un nemico defunto da quasi settant’anni, cioè il “nazismo”, che ognuno poi può definire secondo le proprie esigenze (il commentatore Moi ha scovato un certo Angry Harry che trova ben trenta punti in comune tra il nazismo e il femminismo). Un mito, poi, che riesce a inglobare la generale esaltazione del vittimismo che caratterizza i nostri tempi, e a cooptare anche la sinistra, che confonde la religione civile dell’Olocausto con l’antifascismo.[1]
In questo contesto, le pene carcerarie non servono per frenare un’irrilevante critica revisionista/negazionista, ma per ammantare di sacro terrore il dominio.[2]
Comunque, la contraddizione tra liberalismo universale e privilegio esiste, e ne nasce un gioco di conflitti e di concessioni molto complesso.
Alcuni anni fa, Tova Reich, moglie del primo direttore del Museo dell’Olocausto a Washington, ha scritto un romanzo geniale e feroce, Il mio Olocausto, che analizza meglio di mille saggi la costruzione della religione civile dell’Olocausto e i conflitti per il posto di Vittima Giudicante.[3]
La soluzione più semplice consiste nell’estendere il privilegio di vittimismo ad altre comunità di scarso peso politico: è ormai di moda trascinare qualche Rom a fare la faccia compunta durante le celebrazioni della Giornata della Memoria.
In Francia, il paese che ha inventato la polizia moderna, lo stato securitario e la ghigliottina, il privilegio non consiste solo nel poter essere celebrati come vittime; ma nel poter attivamente far finire in galera chi non ci piace.
Dopo vent’anni, e tra molte esitazioni e conflitti, questo privilegio è stato concesso alla comunità armena, anche se nessuno oggi pensa all’Impero ottomano, a parte qualche islamofobo.
Su questa questione, metto in chiaro come la penso.
Confesso subito una simpatia irrazionale per tutte le antiche culture di frontiera tra Trieste e l’Eufrate e per il cristianesimo orientale, e quindi – per semplificare brutalmente – gli armeni mi piacciono.
Più seriamente, credo che i grandi massacri degli armeni durante la Prima guerra mondiale siano stati un elemento fondante per ciò che successe poco dopo: il reciproco massacro di greci e turchi provocato dall’invasione greca dell’Anatolia. Il Trattato di Lausanne che ha organizzato la successiva deportazione dei cristiani in Grecia e dei musulmani in Turchia è stato poi il precedente esplicitamente richiamato per tutte le grandi deportazioni e “scambi di popolazione” successive che hanno distrutto la natura varia e ricca dell’Europa orientale e poi del Vicino Oriente.
Per quanto riguarda le leggi turche che puniscono come eversiva della mitologia nazionale, ogni affermazione del genocidio armeno, penso che siano leggi di stampo francese, e ho detto tutto.
Ciò non toglie il fatto che ci fosse una spiegazione logica – non una giustificazione morale – per i massacri: gli armeni in gran parte tifavano per gli eserciti russi che stavano invadendo l’impero ottomano, e furono considerati quindi nemici interni, come gli statunitensi avrebbero considerato i propri cittadini giapponesi durante la Seconda guerra mondiale. Anche le cose più sgradevoli, nella storia, hanno cause.
La legge che in Francia punisce la negazione del genocidio ebraico assume almeno una precisa definizione: è vietato mettere in dubbio le affermazioni del tribunale di Norimberga. Nel caso del massacro degli armeni, non viene precisato alcun criterio. Finisco in galera se dico che nessun armeno è mai stato ucciso da un turco (o da un curdo), oppure anche se accenno al piccolo particolare che erano in corso all’epoca una guerra mondiale e una (parziale) insurrezione armata armena? Oppure è tutta una questione di parole: devo dire sempre genocidio, termine coniato da Raphael Lemkin trent’anni dopo il massacro? Sono cose che gli imputati sapranno solo alla fine del processo.
Ma c’è un problema ben più serio: mentre dei nazisti si può dire tutto il male che si vuole, tanto esistono solo nei film, il genocidio armeno tocca il mito fondante della Turchia moderna.
Anche concretamente: Mustafa Kemal Atatürk ha costruito un grande ceto medio imprenditoriale/militare etnicamente turco, impossessandosi dei beni di armeni e greci e passandoli ai suoi amici. Ogni laicista turco siede sulle ricchezze espropriate a qualche minoranza.
Questo permette al nuovo ceto sociale arrivato al potere con Recep Tayyip Erdoğan di trattare in maniera assai più rispettosa armeni e greci; però la critica al trattamento turco degli armeni comunque pone in discussione l’unità del paese fondato in quegli anni e quindi il presidente della Turchia deve in qualche modo reagire a un attacco non provocato.
Litigare gratuitamente con la Turchia e la sua crescente potenza economica, per conto della piccola comunità armena, deve essere sembrata una mossa poco astuta alla commissione del Senato francese che ha addirittura bocciato la proposta di legge. La commissione
“si è a lungo interrogata sulla legittimità dell’intervento del legislatore nel campo della Storia – ritenendo che l’adozione di risoluzioni e l’organizzazione di commemorazioni costituirebbero probabilmente dei mezzi più adatti pe esprimere la solidarietà della Nazione con le sofferenze subite dalle vittime.
La commissione ha ritenuto che la creazione di un reato penale di negazione o di grossolana minimizzazione dei genocidi riconosciuti dalla legge correrebbe un forte rischio di essere in contraddizione con diversi principi riconosciuti dalla nostra Costituzione – in particolare il principio della legalità dei delitti e delle pene, il principio della libertà di opinione e di espressione e il principio della libertà di ricerca”.
La legge però è stata ugualmente presentata e, come abbiamo visto, è anche passata.
Durante la discussione, il senatore Patrick Devedjian ha spiegato le proprie ragioni. Che meritano di essere riportate per la loro fantastica inconsistenza. Rispondendo a un critico, dichiara
“Il nostro collega dimentica che i cittadini francesi di origine armena continuano a subire la propaganda negazionista sviluppata da uno Stato straniero sul territorio nazionale, e che li prende di mira specificamente. Io rivendico la protezione della Repubblica contro questa insopportabile aggressione morale. Si trovano, su Internet, dei siti alimentati dal governo turco. Certe società di comunicazione, in Francia, godono di contratti molto remunerativi per sviluppare la propaganda negazionista. Sarebbe piuttosto ingenuo negare ogni discriminazione: una categoria di cittadini francesi subisce certamente una forma di continuità nella persecuzione“.
Secondo la società Netcraft, ci sarebbero attualmente 366.846.493 siti web in attività sul nostro pianeta. Su qualche decina di questi siti, ospitati chi sa dove, c’è qualcuno che afferma una versione dei massacri di (quasi) un secolo fa, che non coincide con quella sostenuta dal signor Devedjian. Massacri che forse hanno riguardato qualche lontano antenato o parente del signor Devedjian. Se lui si sente perseguitato, basterebbe un clic o una breve seduta di psicanalisi.
“Io però sono sensibile al discorso degli storici, e non sarei contrario a un emendamento che escludesse ogni possibilità di processi contro i lavori a carattere storico o scientifico”
aggiunge Devedjian, ma non ci risulta che tale sacrosanto emendamento sia stato introdotto. E qui il relatore dà il meglio di sé:
“Uno storico può scrivere ciò che pensa a patto che lo faccia con moderazione. Ma gli può succedere di lasciarsi trasportare dalla passione: così io, come avvocato, ho fatto condannare in un processo civile Bernard Lewis – che pure è un grande storico e islamologo – per aver dichiarato che il genocidio armeno era la versione armena della storia”.
Più galera per tutti!
Preferisco ricordare il massacro degli armeni (diremmo anche genocidio, ma non se ce lo chiede Sarkozy) con la canzone dedicata alla ragazza armena,Goulo (Gülo) cantata da Lilit Pipoyan.
La canzone è cantata in lingua curda, per cui ho dovuto tradurre il testo da una traduzione in turco: ed è significativo che un turco abbia voluto tradurlo. Alcuni concetti poco chiari sono probabilmente dovuti proprio a questa doppia traduzione. Ho messo in fila il testo in curdo, la traduzione turca e la mia traduzione in italiano.
Wayê! wayê! wayê! wayê! Berf dibare tevî bayê, Hecî Mžsayê min nekuje ez güne me, Tu Kurmanci ez File me, Tu serê min kurki bi gžzana, Goştê min bidî ber kerpetana, Ez serê xwe nadim li ser balgîyê Musulmana.
Way! Way! Way! Way! Tipi şeklinde kar yağıyor, Haci Musa öldürme beni, günahım, Sen Kürt ben Ermeniyim, Başımı usturaya da vursan, Etimi kerpetenle koparsan da, Yine de Müslümanın yastığına baş koymam.
Come una tempesta, cade la neve Hajji Musa, non mi uccidere, è colpa mia tu sei curdo e io sono armena se tagli la mia testa con un rasoio se strappi le mie carni con una tenaglia, non appoggerò la mia testa di nuovo sul cuscino di un musulmano
Note:
[1] L’antifascismo, almeno in Italia, è un racconto totalmente diverso: un mito ormai sull’orlo dell’estinzione, che racconta della rivolta armata dei lavoratori contro i propri oppressori. Come tutti i miti, c’è qualcosa di vero e qualcosa di falso, ma in sé contiene un certo elemento sanamente eversivo.
[2] La “Storia” non la fanno gli storici, di alcun orientamento, ma i mitografi, in particolare quelli cinematografici. Finché non uscirà un blockbuster revisionista, i Faurisson o gli Irving non avranno la pur minima importanza, qualunque cosa scrivano. Né conteranno molto di più gli storici “ufficiali”, ovviamente.
[3] Nel campo dei saggi scientifici, segnaliamo invece Peter Novick, professore all’università di Chicago, autore di The Holocaust in American Life. Uno splendido testo per capire la realtà statunitense; quella europea richiede ancora uno studio serio.
Credo che ci spieghi molte cose sui tempi in cui viviamo.
A sinistra, vedete una gran folla di gente. Tutti sono incollati l’uno addosso all’altro, e reggono cartelli con parole che indicano grandiose astrazioni, e aspettano a bocca aperta che qualcuno gliele regali.
A essere precisi, siamo di fronte a un gruppo di persone cui piace, comprensibilmente, stare insieme. Solo che mentre stanno insieme, vogliono pure lanciare un messaggio nel mare.
La bottiglia in cui mettere il messaggio dovrebbe essere l’industria mediatica, la quale dovrebbe recapitare a Chi Di Dovere le loro petizioni.
Solo che l’industria mediatica trova molto più interessante il tizio a destra, che sta energicamente spaccando una macchina.
Per una volta, trovo difficile dare torto all’industria mediatica, il cui mestiere consiste proprio nel servire ogni sera uno spettacolo abbastanza eccitante da fare da esca per la pubblicità.
Mano sul cuore: spettacolo per spettacolo, voi quale trovate più interessante?
Per la seconda volta in due giorni, il sito è sparito a lungo (da ieri mattina verso le 9, credo, fino a stamattina verso le 2) segnalando un enigmatico Errore 503.
Non ho idea cosa significhi, e non mi importa più di tanto. Presumo che sia collegato, però, al fatto che in questi giorni, decine di migliaia di utenti sono passati al mio server, a causa della sua posizione relativamente libertaria, un effetto della discussione in questi giorni di leggi repressive contro la libertà di rete.
Insomma, potrebbe essere semplicemente un effetto del sovraccarico per un server volenteroso, ma piccolo.
Abbiate pazienza, e segnatevi eventualmente il mio indirizzo e-mail, muqawama@gmail.com.
Ieri sera, sentivo dalla finestra un operaio che prendeva in giro un altro, dandogli dello schettino. Paragonandolo cioè alla figura ormai nazionale del cialtrone irresponsabile, il capitano della Concordia.
Noi tocchiamo quel materiale abbastanza disgutoso che è la cronaca unicamente per trarre qualche lezione più generale e, speriamo, duratura. Quindi, come sempre, cerchiamo di cogliere il senso complessivo della vicenda.
Schettino è un capro espiatorio consumabile tanto da destri (“pensavamo anche noi di andarci in crociera!” “avete visto la mamma che è andata da Vespa per dire che le è morto il bambino, ho pianto tanto!”) che da sinistri (“troppa illegalità in questo paese! Se fossimo uno Stato serio! A morte Berlusconi!”).
Ed entrambi a sospirare, eccitati – “sembrava il Titanic!” (pronunciato come in “titanio”). Cioè somigliava a un incidente avvenuto due guerre mondiali fa, quando gli uomini ancora portavano il cappello, mentre nessuno ricorda il disastro del Moby Prince, ben più recente e vicino (vent’anni fa, Livorno, 140 morti). Potere dell’immaginario mediatico…
Ora, mi sembra che i vari capitani delle varie navi del signor Costa (che è una multinazionale statunitense) abbiano praticato sempre e ovunque l’avvicinamento illegale alle coste, per divertire i consumatori e fare pubblicità alla ditta Costa. Altrimenti l’azienda avrebbe licenziato da un pezzo tutti i capitani colpevoli.
Mi sembra che in queste innumerevoli occasioni (ho letto da qualche parte, se ben ricordo, di 52 precedenti avvicinamenti all’Isola del Giglio, per non parlare di Venezia o di tanti altri luoghi) non credo che le Capitanerie di Porto (che recitano la parte degli eroi in questo spettacolo) [1] abbiano fatto nulla.
Soprattutto, il capitano Schettino è accusato di aver perso molto tempo a chiacchierare al telefono, mentre avrebbe potuto organizzare l’evacuazione della nave. Bene, il capitano Schettino non era al telefono con l’amante moldava, ma con il signor Costa (che poi è una multinazionale statunitense).
E possiamo quindi presumere che tutto il suo comportamento sia dovuto a precise istruzioni ricevute dall’azienda.
Ora, leggete attentamente quanto ha scritto ieri tra i commenti Andrea Di Vita, genovese e quindi buon conoscitore di ambienti marittimi:
“Essendo del tutto ignorante in materia mi sono informato presso chi ne sa più di me.
Dei miei numerosi amici e colleghi Liguri che hanno a che fare con il mare, ce n’e’ uno che ha lavorato alla Capitaneria di Porto di La Spezia. Mi ha appena detto che per un soccorso in mare di una barca che ha finito la benzina all’isola di Paraggi, di fronte a Porotvenere e a poche miglia da La Spezia, la Capitaneria che ha eseguito il soccorso in mare si faceva pagare già vent’anni fa dieci milioni di lire dell’epoca. Solo il soccorso in caso di naufragio conclamato (‘abbandonate la nave!’) o di conclamata emergenza sanitaria (infarto o ictus di un passeggero o di un membro dell’equipaggio) è completamente gratuito.
Un altro, che ha servito come marinaio dopo aver fatto il Nautico e conosce parecchi dell’ambiente, ha a sua volta fatto una piccola inchiesta personale. Parlando con gente del mestiere gli hanno detto che verosimilmente il comandante schettino ha seguito, sbagliando, la direttiva dell’armatore di dirigersi verso il porto di S. Stefano per poi lasciar appoggiare lo scafo sul fondo piatto. In tal modo avrebbero anche evitato l’evacuazione con le scialuppe mantenendo un profilo basso della vicenda. Purtroppo la falla era più ampia di quanto stimato e non c’è stato tempo. Certo è che in quell’ora e passa avrebbero potuto evacuare la nave ancora dritta e, forse, senza morti. Quando ho avanzato ho il sospetto che al telefono dalla Costa abbiano ‘consigliato’ al comandante schettino di tenere un basso profilo per ridurre l’esposizione finanziaria della compagnia in caso di naufragio, mi ha risposto ‘dici giustamente’.
Ciao!
Andrea Di Vita”
Tenendo in mente questo, diamo un’occhiata al sito di Repubblica.
Intanto, non c’è la foto del signor Costa (sfido io, le multinazionali statunitensi non hanno facce), ma di una ragazzetta moldava, che pare avesse una storia con il capitano Schettino.
E sopra, a grandi caratteri, la normalizzazione romanzesca di tutta la faccenda:
“Schettino, vino e bravata in plancia con Domnica”
Cioè Domnica è diventata una che la chiami per nome. Che se un giornalista si permette di chiamarmi Miguel, gli sputo in faccia. Tanto, siamo intimi, no?
E dulcis in fundo, leggiamo:
“La Costa si costituisce parte civile.”
Nota:
[1] Attenzione, stiamo parlando dei ruoli di eroe e di capro espiatorio nello spettacolo mediatico. Ciò non vuol dire nulla, in un senso o nell’altro, a proposito delle qualità umane delle persone che il caso getta nel tritacarne dei media. Uno può essere davvero una brava persona, e trovarsi trasformato contro il proprio volere nell’Eroe da Bruno Vespa.
Viceversa, siamo certi che molti capri espiatori siano stati davvero dei caproni, perché no?
Il Chicano Park a San Diego in California ospita i più grandi murales esterni del mondo, dedicati al ritorno dei messicani in Aztlan, la mitica terra delle origini degli aztechi attualmente sotto temporanea occupazione straniera.
E’ un esempio supremo di identità reimmaginate, con i suoi combattenti armati, contadini, scheletri, dèi, ritratti di Che Guevara e madonne: tipica un’esaltante immagine della Raza, la gente messicana, che nasce in una pannocchia di mais dall’incontro del Cielo e della Terra.
Che, per quanta reinvenzione ci possa essere, è comunque un immaginario vivo, a differenze delle fantasie da pro loco degli europei invidiosi.
Uno dei murales più importanti è quello dedicato al dio Quetzalcoatl, il serpente-quetzal.
Sotto la grande curva dell’autostrada, l’antica divinità riemerge.
Dietro di lui, la testa di un guerriero Maya, un yin yang evidente tributo alla New Age, una rosa che simboleggia il cattolicesimo, la bandiera bianca-rossa-nera con l’aquila che i lavoratori messicani innalzano nei loro scioperi negli Stati Uniti..
Ma state ascoltando o no?
Lo so cosa state guardando.
E’ il simbolo del Congreso de Artistas Chicanos en Aztlán.
Visto e fotografato su un muro a Firenze. Non so se questo particolare accostamento abbia un’etica, ma sono sicuro che i commentatori sapranno trarne una morale.
Se non si legge bene, potete ingrandire l’immagine facendo clic.
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Commenti
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