Destino di artigiano

Di Gioacchino il calzolaio, ho già raccontato qualcosa.

Una volta postai anche una foto del volantino che lui aveva appeso sulla porta della sua bottega, e che gli somigliava davvero:


Vi avevo raccontato di come

“tra tasse e costi del cuoio ha perso casa, per molti mesi si è rifugiato dentro la sua minuscola bottega senza acqua corrente (il bagno glielo faceva usare il corniciaio di fronte).

Poi alla fine si è arreso e ha abbandonato Firenze, come hanno fatto tanti altri artigiani.”

Poi è morto anche il corniciaio; e mi dispiace, perché lui voleva sempre parlare con me, e io mi limitavo a salutarlo. Hanno sventrato la sua bottega, e credo che diventerà un altro localino trendy.

A volte, Gioacchino tornava, con la sua grande cagna bianca Tempra, un occhio rosso e uno blu, che occupava mezzo marciapiede.

Parlavamo spesso del suo mestiere e del destino degli artigiani, del saccheggio della città, della cacciata degli abitanti per far posto ai bed&breakfast.

E siccome tante cose che lui diceva riportavano lì, una volta gli regalai Picco per capre, e mi guardò perplesso, poi disse, “nessuno mi ha mai regalato prima un libro!” e sorrise.

Ma veniva preso sempre più dalla disperazione.

In quel momento, ho capito come non si nasca clochard.

Gioacchino aveva lavorato sodo tutta la vita, aveva messo su famiglia, manteneva gli impegni, rifletteva sul mondo…

Alla banca, gli proponevano prestiti, poi si tiravano indietro perché era nullatenente; all’associazione dei commercianti lo guardavano dall’alto in basso; al Comune, gli negavano aiuto perché aveva un lavoro e aveva due sorelle che avrebbero potuto occuparsi di lui. Solo che entrambe erano malate di tumore, e di tumore era morto anche il padre di Gioacchino.

A primavera, una sera, lo incontro, particolarmente sconvolto, mi dice che la sorella di Trieste è appena morta, mi abbraccia e scappa via.

Non l’ho visto più.

Poi l’altro ieri sera, sento un gran trambusto sotto casa.

Due ambulanze, una macchina dei carabinieri, il traffico bloccato.

Vedo che la saracinesca della piccola bottega di Gioacchino è aperta.

Da ora in poi, le mie scarpe vecchie dovranno andare nell’indifferenziato, perché non ci sarà nessuno in grado di aggiustarle;

ma quel locale, senza acqua, senza bagno, non potrà diventare un altro localino trendy.

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Francia e la Via del Trionfo

Torno dalla Francia, con un problema: il paese mi ha stimolato molte riflessioni, ma devo stare attento a non annoiare con banalità, visto che quasi tutti conoscono bene quel paese.

La prima cosa che mi ha colpito è la vastità, almeno rispetto ai parametri intimi e un po’ soffocanti dell’Italia centro-settentrionale – boschi, montagne, falchi…

La seconda è come la Francia sia per certi versi più antica rispetto all’Italia, almeno per la presenza di un patrimonio medievale straordinario.

Una nostra amica storica, attiva in uno degli innumerevoli gruppi di reenactor medievali francesi, ci spiega che i suoi amici si pongono sempre un dilemma pratico: nel Medioevo vero, pare che chiese e palazzi ostentassero colori sgargianti che oggi apparirebbero kitsch a chi  conosce i monumenti nel loro stato attuale.

Ho visto uno dei pochi esemplari sopravvissuti di quello che doveva essere il colore medievale nella chiesetta di Saint Nectaire in Alvernia:

Ma il colore proveniva anche dalle vetrate, riflettendosi sulle colonne e sui muri – foto presa a Besse, sempre nell’Alvernia, in un momento senza nuvole:

Ma la Francia è soprattutto un’altra cosa.

Ci sono cose che in teoria sai da sempre; però un giorno ci ripensi e ti folgorano.

Tutto nasce da una chiacchierata con Jacopo Simonetta, cui sono debitore delle riflessioni fondamentali.

Provo a raccontarla così, sapendo che si tratta di un tema di cui hanno scritto migliaia di persone più esperte di me.

Io mi sono occupato qui sopratutto di commentare la grande rivoluzione che partì dall’Inghilterra, che ha creato il sistema economico globale in cui viviamo.

Mi sono occupato troppo poco di ciò che stava avvenendo, negli stessi anni, nel grande avversario dell’Inghilterra, la Francia.

La mia sensazione è questa: attorno ai tempi di Luigi XIV, i francesi hanno deciso di inventare lo Stato, con relativa Gloria.

Prima di tutto, costringono i nobili ad abbattere le proprie fortezze e trasformarle in sfiziosi ma indifendibili château.

Poi si squadra Parigi: mi sento molto provinciale a percorrere i viali, ma la differenza tra Firenze e Parigi non sta solo nel numero degli abitanti. Sta nel fatto che nessuno si è mai sognato di progettare Firenze – Palazzo Pitti e il Corridoio Vasariano sono ostentazioni di potere, non sono una cosa come questa:

La torta Place de l’Etoile risale a prima della Rivoluzione e di Napoleone, che ci hanno aggiunto, mi sembra, solo la ciliegiona centrale. I Champs Elysées, che sono l’asse centrale di questo sfoggio di Gloria, furono iniziati addirittura nel 1667.

Sulla Ciliegiona sono elencati gli innumerevoli luoghi in cui combatterono gli eserciti francesi, e mi viene in mente che anche Hitler avrebbe voluto per sé un monumento del genere per i suoi soldati che avevano combattuto in quasi gli stessi territori.

Anzi, ne sono sicuro: se leggete testi scritti anche poco prima della Seconda guerra mondiale, troverete che il benchmark della storia era sempre Napoleone. Curioso pensare che se Hitler non è riuscito ad avere un proprio monumento, è comunque riuscito a scippare a Napoleone il posto di Uomo Più Importante della Storia.

Guardo un rilievo sull’Arco, che rappresenta la Résistance – la facile vittoria di russi e tedeschi nel 1814 che in un giorno solo conquistarono Parigi, ma si sa, tutto si presta a fantasie di gloria.

C’è tutto l‘immaginario europeo di un secolo e mezzo.

In alto, una figura  con torcia in mano (e mi sembra anche in testa). Wikipedia dice che rappresenta lo Spirito del futuro, ma non trovo altri riscontri. Certamente, rappresenta la divinità che avrebbe richiesto il sacrificio umano di tutte le militanze a venire – patrioti risorgimentali, camicie nere, volontari sovietici, partigiani…

Questa entità che sostituisce Dio e i santi, guida insieme il combattente moribondo che cade di cavallo, e il virile combattente vivo. Che è impersonale come lo Stato che incarna, e difende le generazioni passate e future – il padre che ansiosamente si aggrappa alle sua gambe, la moglie che da brava rivoluzionaria invece di truccarsi come le aristocratiche, partorisce figli per la patria.

Sembra di cogliere l’essenza della Rivoluzione francese.

I re avevano dato l’avvio al processo, ma in fondo avevano ancora questo aspetto qui (e non è un caso che sembra per certi versi più “moderno” delle sculture dell’Arc de Triomphe, ma se ne può parlare un’altra volta):

Con la Rivoluzione, nasce la figura impersonale del Combattente Anonimo, che dà la vita per un’Astrazione. Un’Astrazione che si carica di emozione, come questa Libertà fatta di gesso, dove si leggono tutte le terrificanti passioni del secolo e mezzo che sarebbe seguito:


La signora ebbe recentemente un breve ma sfortunato incontro con un gruppo di Gilets Jaunes: Nulla di sorprendente: a Grenoble, in poche ore, ho assistito all’incendio di diverse auto, in pieno giorno – i francesi hanno un’idea un po’ diversa di queste cose da noi miti italiani.

L’Arc de Triomphe, la stella in cui è inserito, l’immenso Voie de Triomphe che dalle Tuileries arrivano alla Défense, enormi viali ancora oggi intitolati alle vittorie delle armi francesi in tutta Europa, il tono in cui certi parigini pronunciano le parole più sacre, République e Laïcité, la mancanza di scritte in inglese (e per fortuna che riesco a parlare un francese maccheronico, qui nemmeno i giovani sanno dire due parole in inglese)…

La Rivoluzione francese ha inventato lo Stato.

Che per durare oltre le fragili vite umane, deve essere Immortale e quindi Divino. E come tale, non tollera altra divinità.

Lo Stato applica lo spirito dei geometri inglesi a tutta la vita sociale e non solo a quella economica; ma aggiunge anche la Ragione Militare, che ispira tutta la sua struttura.

Tutta la vecchia Europa si unì in uno sforzo tremendo per soffocare questa invenzione; ma appena vinta la guerra, la adottò. Probabilmente soprattutto per la sua utilità in guerra.

E’ curioso che oggi il prodotto supremo della Rivoluzione Francese (e per certi versi della Massoneria) sia difeso soprattutto dalle destre politiche – sarebbe un tema da approfondire.

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Traguardi del Progresso!

Ieri Flightradar 24 ha registrato il massimo numero di voli aerei in un solo giorno nella storia umana: 225.000.

Ieri è stata la giornata più calda, da quando viene monitorata la temperatura, nella storia della Germania, del Belgio, dell’Olanda e della città di Parigi (ah, e da me, alle otto di sera, c’erano 34 gradi dentro casa).

Un istante qualunque del cielo:

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“Signor Dio, esca per cortesia!”

Sono seduto all’ufficio postale del quartiere, aspettando il mio turno, assieme a una quindicina di altre persone.

L’aria condizionata dà il suo bravo contributo a portare la temperatura all’esterno a 40 gradi.

Entra un ragazzo sui vent’anni vestito di nero: colpisce che non abbia tatuaggi, piercing o jeans strappati.

Finalmente, un giovane normale.

Non solo, ha pure l’aria intelligente.

La pelle è piuttosto scura – sarà quasi sicuramente uno zingaro/Rom proveniente dai Balcani, penso.

Spalanca improvvisamente le braccia e con voce fortissima proclama al popolo delle poste, in un perfetto italiano:

“Il mio nome è Hamza Shiran!”

(ho modificato appena il cognome).

Prende un attimo di respiro e poi annuncia:

“Io sono la reincarnazione di Dio

Sono Gesù Cristo e sono tornato tra di voi!

Io non sono superiore a nessuno di voi, sono uno come voi!

Ma le donne sono superiori agli uomini!

Io vi amo come amo me stesso!

E voglio dare a tutti voi un mondo di felicità e ogni vostro desiderio!”

Fa un giro su se stesso, e ripete lo stesso annuncio.

Al terzo annuncio, un impiegato gli dice,

“Qui dobbiamo lavorare… per favore, esca!”

“Ma io sono Dio!”

“Sì, signor Dio, esca per cortesia o la faccio accompagnare fuori dai carabinieri!”

Gesù allora spalanca la bocca e fa un soffio da gatto arrabbiato, e annuncia:

“Io sono il Figlio di Dio!

Ma siete tutti figli di Dio, come me!

E’ ora che finisca questo sistema!”

Arriva la vicedirettrice dell’ufficio.

“Come ti chiami?”

“Hamza!”

“Hamza, per favore, vuoi uscire, perché se no davvero ci tocca chiamare i carabinieri!”

Gesù/Hamza fa un soffio felino anche a lei.

Poi dice:

“Io vi amo tutti come me stesso!”

Poi si gira verso la vicedirettrice:

Amore mio, vado!”

le manda un bacio da lontano ed esce.

I come like a beggar with a gift in my hand,
I come like a beggar with a gift in my hand.

By the hungry I will feed you,
By the poor I’ll make you rich
By the broken I will mend you.
Tell me which one is which?

I come like a prisoner to bring you a key . . .

And the need of another is the gift that I bring . . .

Take the wine that I bring you and the bread that I break . . .

I come like a beggar with a gift in my hand . . .

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Chi paga Greta per islamizzare l’Italia?

Vi chiedevate perché gli islamo-eco-vegani vogliono portarci gli immigrati dal Cairo, e pure farci sentire in colpa solo se voliamo il fine settimana con Ryan Air alle discoteche di Sharm?

Chi paga Greta per islamizzare l’Italia, ma soprattutto perché?

Girando per Pisa abbiamo scoperto chi c’era dietro.

Stanno distruggendo la Civiltà Occidentale solo per vendere un po’ di smalto!

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“Mentre l’Inghilterra s’incendia, un giardino e un inferno”

Ebenezer Elliott (1781-1849), figlio malaticcio di un predicatore calvinista dello Yorkshire inglese, operaio nella piccola fonderia del padre, autodidatta,  avrebbe messo al mondo anche lui tredici figli.  Elliott cresce vicino alle rive del Don (ogni paese ha il Don che si merita), un centinaio di chilometri di dighe, chiuse e argini ingegnerizzati nel 1620 da un olandese, che avrebbero nutrito la rivoluzione industriale.

Elliott visse nel paese decisivo, gli anni decisivi, quelli in in cui si è giocata la nostra esistenza.

Tutta la sua poetica riguarda le questioni centrali di quei tempi.

Io leggo le parole di Elliott, e le capisco, perché non usa le parole complicate care ad alcuni suoi contemporanei.

Lui ci racconta di persone vive, di cose che vede, e le vedo anch’io. Sarebbe bello immaginare che l’autore potesse sapere che duecento anni dopo di lui, qualcuno lo avrebbe ascoltato, con tanta attenzione.

Elliott cercò di convincere il mondo dell’importanza di due cose, per il benessere della povera gente: il libero commercio e il progresso delle industrie.

Fu una faccenda complessa.

Il nostro mondo nacque quando i proprietari terrieri (anche relativamente piccoli) riuscirono a rendere intoccabile il diritto alla proprietà, persino contro i re.

Attorno alla metà del Quattrocento, avvenne in Inghilterra qualcosa di unico e di irreversibile, che spezzò l’intera convivenza umana precedente.

I signori chiamarono i notai  per definire le proprietà, cacciando chi non aveva documenti scritti per attestare il proprio possesso.

Dopo il notaio, arrivava il geometra, per definire, per la prima volta, in termini puramente quantitativi, la terra che il Diritto assegnava a ciascun Proprietario.

Villaggi interi furono spazzati via, per fare posto alle pecore che avrebbero alimentato l’industria della lana.

Ci volle un figlio di geometri per descrivere con precisione il loro ruolo. Nel dramma di Shakespeare, Amleto guarda il teschio di Yorick e fa un gioco di parole su fine, insieme la multa che il padrone infliggeva ai propri affittuari e la polvere fine:

“Forse costui è stato, a suo tempo, un grande acquirente di terre, con i suoi statuti, le sue leggi, le sue multe, i suoi doppi attestati, le sue garanzie: che sia questa la multa delle multa, e la garanzia delle garanzie, avere la sua fine testa piena di fine polvere [is this the fine of his fines, and the recovery of his recoveries, to have his fine pate full of fine dirt?]?”

Nel 1531, la neonata Chiesa d’Inghilterra – nata per volere del re –  fece introdurre nelle chiese una preghiera significativa, in cui si ricordava, certo in vano, che

La terra, o Signore, è tua, assieme a tutto ciò che essa contiene; ti preghiamo di inviare lo Spirito Santo nei cuori di coloro che possiedono i terreni, i pascoli e le dimore della terra perché, ricordandosi di essere i tuoi inquilini, non torturino e vessino con gli affitti le loro case e loro terre”.

Poi, con i soldi della lana delle pecore, quei signori avrebbero costruito, vicino ai boschi e alle sorgenti (e non nelle città), le prime industrie.

Messo in moto il meccanismo mondiale (allitterazione molto anglosassone!), i proprietari terrieri ne avrebbero pagato in piccola parte il prezzo nell’Ottocento, quando il grano americano iniziò a fare concorrenza a quello inglese.

Da qui uno scontro che avrebbe portato alla liberalizzazione del commercio, e – nel giro di un secolo – al collasso della campagna inglese, ridotta a luogo di amene gite per persone che mangiano cibi provenienti dall’altro capo del mondo.

Elliott riassunse tutto, in parole molto dure:

“Inghilterra! Può questa essere l’Inghilterra?
questa la mia casa?

Questo paese di delitto senza nome,
e uomini che non conoscono né misericordia, né speranza, né vergogna?

Coltivata con ogni delitto, la brughiera arata con le tasse,
e i sentieri rubati ai poveri calpestati,
e i commons, seminati di maledizioni rumorose e profonde,
proclamano un raccolto che i ricchi raccoglieranno…

S’incendia l’Inghilterra – un giardino e un inferno.”

In un’altra poesia, Ebenezer Elliott prende sottobraccio un anziano cieco, che non ha mai visto il mondo industriale.

Elliott cerca di fargli vedere  con le parole il mondo che sta nascendo, guidandolo attraverso le macchine che stanno spuntando a Sheffield.

Già nel 1830, c’era, almeno in Inghilterra, qualcuno che aveva intuito i pericoli futuri; e già allora, Elliott lancia accuse contro chi “ama la Natura” identiche a quelle dei polemisti antiecologisti di oggi.

Solo che c’è un abisso tra il desiderio di comunicare e condividere che prova Elliott, e l’isterismo identitario dei moderni che ricoprono di insulti chi non la pensa come loro (anche se nell’ultimo verso si sente lo spirito di fazione):

“Come fai ad amare la Natura, e non amare
il suono del gioioso lavoro?
Chi disprezza l’equipaggio
nelle cui dure mani si trova l’operoso remo,
è oscuro di spirito, bilioso come il suo aspetto,
tinto nella tassa sul pane, nell’avidità blu dei Tory”

Due secoli fa, avevano già esaurito l’armamentario modernista, ma quanto era più ricco, autentico e originale allora (traduco trade come “commercio”, ma anche il senso di “mestiere” e quindi di “industria” e “industriosità”):

Non sta bene disprezzare, con ingrato ghigno,
la città e i cittadini nutriti di commercio.
Perché inveire contro le ruote del traffico, e le strade affollate?
Il commercio ti arricchisce; non borbottare, Willam,
anche se i neri fumi del Commercio si innalzano tutt’attorno a te.
Il commercto ti rende saggio; puoi leggere Locke e Scott!
Mentre il povero rustico, come le bestie, vive e muore,
Cieco alla pagina di misteri senza prezzo!

“Tu ami i boschi, le rocce, i campi silenziosi!”

Ma dimmi, se riesci, pallido entusiasta!
perché l’ampia città non ti dà gioia?
Se ami la Natura, simpatizza con l’uomo;
Perché lui e il suo fanno parte del piano della Natura.

Ebenezer Elliott accompagna blind old Andrew Turner in una maniera che nessuno dei faziosi di oggi saprebbe fare, alla scoperta del nuovo mondo, cercando di trasmettergli la spaventosa bellezza delle macchine. Eppure, in tutta la poesia, si capisce il terribile destino che attende il razzo di Titano, e perché il corvo irato cerca cieli più puri. C’è una tensione che sottende qualcosa di terribile, che forse non fa affatto parte del piano della Natura.

“Vieni, vecchio cieco Andrew Turner! prendi nel mio braccio
il tuo segnato dal tempo, e attraversa la città con me;
perché esistono meraviglie più grandi assai delle tue;
Watt! e la sua macchina che nutre milioni!
Miracoli semidivini di vapore!
Tu non puoi vedere,  sopra camini innumerevoli,
da alti camini si aspira la nube fumosa;
Ma tu puoi sentire l’instancabile battere e ruggire
di potenze di acciaio che, spinte da irrequieto fuoco,
faticano incessantemente – giorno e notte, eppure mai si stancano,
né dicono all’avido uomo, “stai sbagliando qualcosa.”

La potenza della modernità, che nella miniaturizzazione e outsourcing abbiamo scacciato in Oriente:

“C’è una gloriosa armonia in questa
Tempestosa musica del gigante, il Vapore,
che mescola insieme ringhio e ruggito, scalpitio e sibilare,
con fiamme e tenebre! Come il sogno di un Ciclope,
stordisce le nostre anime piene di meraviglia, che sobbalzano e gridano
di gioia e di terrore”

Ebenezer – come rivela il suo nome parabiblico – appartiene al mondo del protestantesimo combattivo, e coglie nella Macchina ciò che “un giorno scaccerà gli idoli tiranni dalle terre più remote”; ma nello stesso tempo, riesce a cogliere il piccolo uomo davanti a tutto ciò:

“mentre, come l’oro sulla neve
il raggio del mattino riluce sui capelli bainchi di Andrew!
Come l’oro su una perla è il mattina sulla sua fronte!
Tiene il cappello in mano, ha la testa scoperta;
Girando di qua e di là i suoi occhi che non vedono, se ne sta in piedi
davanti a questo dio di metallo, che un giorno scaccerà
gli idoli tiranni dalle terre più remote,
predicherà la scienza al deserto e cancellerà
l’arida maledizione da ogni luogo senza sentiero
dove le virtù non hanno ancora pagato per i delitti.”

L’Uomo del Neolitico si ferma in ascolto: è curioso che anche nel Signore degli Anelli troviamo una scena simile, quando Frodo si trova quasi alla fine del proprio viaggio, solo che la conclusione è diametralmente opposta:

“Lui ama il tuono dei macchinari!
E’ un tuono benefico anche se, a volte,
come il lampo rosso del cielo, si illumina fatalmente.
Povero anziano cieco! Cosa non darebbe per vedere
Questo Waterloo senza sangue! questo inferno di ruote !
Questa terribile velocità, che sembra dormire e russare,
e sognare il terremoto! Nel suo cervello sente
il potente braccio di nebbia che scuote la sponda
lungo l’affollato canale, in incessante ruggito
istigando la pesante forgia, lo sferragliante mulino,
Il rapido piegarsi e la roccia urlante e scintillante.”

Eppure, Elliott già intuisce qualcosa del prezzo, e si chiede:

“E’ questo il luogo in cui la collina coronata di frassini, si inchinava
Per incontrare la valle, dove le sponde amate dalle api, ricoperte
di ginestra e caprifoglio, potevano udire il colombaccio solitario
invocare il suo amore assente? Mai più
Andrew coglierà qui il digitale macchiato!

Come un mostro, dalla criniera lunga una lega,
o il razzo di Titano, nel suo alto picco,
torregia il denso fumo!

Il falco si avvicina nei suoi giri,
ma si volta e si allontana, e il corvo irato cerca cieli più puri.”

In questo post, abbiamo un enorme debito verso Andro Linklater, che forse ha colto più di tutti i processi che ci hanno portati dove siamo. Non so se abbia mai scritto qualcosa su Ebenezer Elliott.

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Acqua indiana

Il mondo funziona così.

Tutte le economie devono crescere sempre più velocemente e per sempre.

Il modo migliore per crescere è avere ogni parte del mondo che si dedica a produrre qualcosa, e trasporti sempre più veloci ed efficienti che facciano girare le merci da un capo all’altro del pianeta.

Ebenezer Elliott, anno 1833:

Free trade and no favour is all that we ask!
Fair play, and the world for a stage!

Il risultato sarà sempre più benessere per tutti, cioè la possibilità di acquistare più merci:

“Then, hey, mechanics, for free trade,
And cheaper ale”

Adesso passiamo in India, che sta subendo in questo periodo una situazione che su La Stampa viene descritta così (grazie a Marco S. per la segnalazione!):

“CHENNAI. A rischiare la vita sono sempre i più poveri. Che si prendono gastrite o diarrea, costretti a bere acqua inquinata per non morire disidratati. Perché, quando non piove da 200 giorni, quando i salvifici acquazzoni monsonici non arrivano e i pozzi si svuotano, mentre laghi e paludi si prosciugano, se non hai i soldi per pagare l’autocisterna come fai?”

Il resto dell’articolo, come l’autocisterna, è a pagamento, per cui non so se l’autore abbia colto l’essenziale.

Il problema non è semplicemente il fatto che non piove da 200 giorni.

Per mettere al negativo un vecchio detto, il problema è che non piove, sull’asciutto.

Come sapete, l’India è un paese felice, che esporta in tutto il mondo, ed esporta soprattutto prodotti agricoli: dal 2000 al 2014, il PIL agricolo indiano è salito da 101 miliardi di dollari a 367, trasformandolo nel secondo paese produttore del mondo.

L’India esporta soprattutto riso e cotone, che sono prodotti che consumano quantità immense di acqua.

L’agricoltura in India consuma il 90% dell’acqua disponibile; e una parte sempre crescente del prodotto agricolo viene esportata. Così, l’anno scorso, l’India ha esportato 95,4 miliardi di metri cubi di acqua incorporati nei prodotti agricoli.

Tutte le famiglie e le industrie dell’India hanno consumato appena un quarto di questa cifra, 25 miliardi di litri.

Di conseguenza – ma si sapeva già da anni – la falda acquifera è scesa drammaticamente in tutta l’India, restando accessibile solo a quelle imprese che avevano i mezzi per scavare pozzi molto profondi molto profondi con pompe a motore.

Vandana Shiva ci raccontava dei contadini senz’acqua del Punjab, che si lamentavano che il nome stesso della loro regione – panc âb – significa “cinque fiumi”.

I piccoli contadini si sono trovati a gareggiare con i grandi latifondisti e con le multinazionali e quindi hanno contratto debiti che sono tra le principali cause della famosa ondata di suicidi tra gli agricoltori.

Una  buona occasione per riflettere sulla solita differenza tra prezzi e costi.

Aurangabad è una cittadina nel Maharashtra, che nel 2010 ha segnato un record mondiale: la consegna, in un unico blocco, di ben 150 Mercedes di lusso a un gruppo di imprenditori.

Noi europei gli prendiamo l’acqua, agli indiani, ma almeno condividiamo con loro un po’ del nostro NOx.

Ora, apprendiamo dal Hindustan Times, che lo stesso distrettoAurangabad ha vinto un altro record: quello nazionale per l’acquisto di autocisterne per portare acqua nei villaggi assetati. Almeno ai ricchi.

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Coglioniano è patrimonio dell’Umanità!

Paniscus ci segnala che le colline del Prosecco, che ruotano attorno alla ridente cittadina di Conegliano, sono da oggi patrimonio dell’Umanità.

Ho conosciuto un discreto numero di veneti che da anni si occupano di questo patrimonio, se non altro per salvare i propri figli dai tumori e se stessi dal concomitante avvelenamento dell’aria e dell’acqua, che a lungo andare porterà alla desertificazione della gallina che faceva le uova dalle bollicine d’oro.

Comunque per ora, la migliore e più scientifica descrizione del neo-Patrimonio dell’Umanità la fece alcuni anni fa Andrea Gaddini, in un post che citiamo integralmente, invitandovi calorosamente a leggere anche altre cose sul suo sito:

Coglioniano

La cittadina di Coglioniano è nota sia per l’altissimo reddito pro capite, sia per il bassissimo quoziente d’intelligenza della popolazione, unito ad un alcolismo endemico: il cocktail tra queste caratteristiche rende il paese meta di studiosi e truffatori di ogni tipo e di ogni provenienza.

La principale (e spesso unica) preoccupazione degli abitanti di Coglioniano è quella di comprare e sfoggiare capi di alto prezzo, senza la minima attenzione alla qualità e all’estetica, ma sotto la spinta del terrore di non sembrare alla moda, quindi il passeggio domenicale è per il turista un’occasione unica per farsi quattro risate a spese degli indigeni.

Da vedere
L’antico centro storico medievale è stato da tempo sostituito da fitta selva di capannoni in Eternit. In particolare l’antica cattedrale duecentesca è stata sottoposta a restyling per ospitare uno show-room di Dolce & Gabbana e un outlet di Gucci. Gli affreschi di scuola giottesca che la decoravano sono stati staccati, ricoverati nei locali della sagrestia e ridipinti in bianco, per essere usati come maxischermo per dirette televisive.

Feste e tradizioni popolari
La festa tradizionale di Coglioniano è la sfilata dei SUV nel centro storico, che si ripete in occasione di ogni campagna promozionale delle case automobilistiche. L’aspetto spirituale della festa è garantito dalla messa solenne, che si svolge dalle 11,00 alle 11,02, subito prima del cocktail-party. Nonostante il 99,9% degli abitanti si dichiarino cattolici, alla messa partecipa solo una anziana fedele di 94 anni, paralizzata, che viene estratta dal magazzino parrocchiale per l’occasione.

La tradizionale elezione annuale dello scemo del villaggio è stata invece annullata da qualche tempo, a causa dell’impossibilità di scegliere tra i numerosissimi candidati, tutti ugualmente meritevoli; la gara si svolgeva nel locale palazzo dello sport, ma il numero di iscritti delle ultime edizioni ha superato la capienza dell’impianto, rendendo impossibile la prosecuzione dell’iniziativa.

Shopping
Il centro storico di Coglioniano è costellato da gioiellerie che, pur smerciando solo Rolex falsi e bigiotteria, hanno prezzi di vendita superiori a quelli di Cartier a Montecarlo. Gli alti prezzi rendono molto nervosi i gioiellieri, che reagiscono preventivamente sparando con pistole di grosso calibro ad ogni gesto che ritengano sospetto da parte del cliente. Per questo si riscontra una mortalità del 74% tra la loro clientela.

I numerosi negozi di calzature di lusso vendono esclusivamente mocassini, visto che gli abitanti del luogo hanno difficoltà ad allacciarsi le scarpe. Non è inoltre possibile acquistare scarpe di coccodrillo in quanto una spedizione commerciale coglionianese in Africa, nonostante approfondite ricerche, ha potuto trovare soltanto coccodrilli scalzi.

Nella cittadina esistono ben dodici concessionari semi-ufficiali della Ferrari, che vendono con lo sconto del 5% sul prezzo di listino dei modelli quasi uguali a quelli originali, se si eccettua e la carrozzeria in cartone e la propulsione a pedali, che costringe il guidatore ad imitare il rombo del motore con la bocca, e ad azionare l’apposito tergicristallo interno per pulire il parabrezza.

Gastronomia
La cucina di Coglioniano prevede pochi piatti, di scarsa qualità e dal prezzo astronomico.
Il più noto è “il sgrunf”, fatto con rape acerbe, paglia e tartufo bollito per 24 ore, in modo da fargli perdere l’aroma.

A Coglioniano sono tradizionalmente allevati i maiali, accuratamente selezionati per la produzione della carne e nutriti con ostriche, aragoste e champagne millesimato, ma che vengono poi utilizzati solo per la produzione di concime organico e come animali da soma.

A Coglioniano sono presenti diversi ristoranti, tutti con menù oltre i 50 euro, pur servendo cibi precotti riscaldati al microonde. L’orario di apertura è dalle 11,00 alle 12,00, ora alla quale i cuochi tornano a casa. Al di fuori di questi orari ci si potrebbe rivolgere alle rosticcerie o alle tavole calde, se non fossero chiuse dalle 11,30 alle 17,30.

Circolazione
I coglionianesi concepiscono solo spostamenti in auto e non tollerano la presenza di aree pedonali. La rigida disciplina dei locali impone comunque ai pedoni di attraversare la strada solo sulle strisce, quindi non è raro vedere persone, di solito anziane, mummificate in posizione di attesa al bordo dei passaggi pedonali, visto che comunque le auto non si fermano mai.

Ogni domenica il sindaco, per imitare le iniziative delle altre città, indice il blocco del traffico nel centro storico. Per uno spiacevole equivoco sul significato del termine, il blocco consiste nel portare tutti i SUV nel centro e tenerli tutto il giorno bloccati con il motore acceso. Spesso i conducenti, per vincere la noia, ingaggiano anche gare collettive di sgassate.

Accoglienza
A Coglioniano esistono diversi alberghi, tutti con prezzo sopra i 90 euro per notte. Di solito i proprietari svegliano gli ospiti alle quattro di mattina argomentando: “mica sei a casa tua“. Rimanendo più notti è il caso di rifarsi il letto da soli perché chiedere tale operazione all’albergatore scatena reazioni spesso violente.

Come arrivarci
In auto, provenendo dal casello di Coglioniano dell’autostrada A17, si devono imboccare le prime quattordici rotonde, non seguendo mai le indicazioni per Coglioniano (quando siano presenti), ma quelle per l’officina Europa (prime sei rotonde) e poi per il mobilificio Prezziamici (ultime otto rotonde). Alla quindicesima rotonda si deve aspettare che passi un autoarticolato rosso e nero della “Autotrasporti La Celere”, seguirlo finché non entra nel deposito della ditta, e proseguire diritti, fino al primo semaforo spento, poi aspettare che si accenda e diventi verde, girare a sinistra, arrivare a una rotonda, imboccarla contromano, girare dove c’è il divieto di accesso, e quindi seguire l’odore di gas di scarico fino a entrare in Coglioniano.

Contatti
Gli uffici del turismo Coglionianese sono presenti in tutti i capoluoghi di provincia italiani ed in tutte le capitali europee, e sono aperti 24 ore al giorno.

Prenotare un albergo o un viaggio a Coglioniano in questi uffici è comunque problematico, visto che gli impiegati sono di solito poco socievoli e loquaci e non amano che dei forestieri si rechino nel loro paese, e per questo insolentiscono i potenziali clienti con battute sui loro difetti fisici, oppure ponendo in dubbio la loro capacità di potersi permettere una vacanza a Coglioniano.

Inoltre a ogni cliente è richiesto il pagamento anticipato di 10 Euro per ogni informazione richiesta.

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