Imprenditori

Noi sappiamo che gli antropologi, siccome non sono eroi, si limitano ad andare tra i tagliatori di teste dell’Amazzonia.

Per studiarli, basta un buon repellente per zanzare e i pochi fondi che un’università è disposta a stanziare sono sufficienti per pagare una cena condivisa con le cavie umane, a base di lucertole e  vermi.

E poi, tutti quelli che li hanno conosciuti, mi assicurano che i tagliatori di teste sono persone simpatiche.

Però a me piacerebbe un antropologo che studiasse invece le persone che decidono la mia e la tua vita.

A Firenze come a Iguala.

Ma non hanno studiato ancora un repellente per guardie del corpo e avvocati, le università non hanno certo i soldi per pagare cene con quelli lì, e poi, diciamocelo, non sono persone simpatiche.

Però un’idea di come certa gente immagina se stessa, ce la può dare il mondo della moda.

Chiaramente, questi qui, per immaginarsi, preferiscono pagare un fotomodello con meno pancia e i capelli ancora in testa.

Ma proprio per questo, queste immagini di una campagna pubblicitaria di Ermenegildo Zegna sono di particolare interesse antropologico, perché rivelano come quelli che comandano vorrebbero apparire. E in particolare che sguardo vorrebbero avere, nel momento in cui rigirano le nostre vite tra le dita.

Ora, Ermenegildo Zegna (sì, all’attuale amministratore delegato i  genitori hanno rifilato il nome-logo del fondatore) è sicuramente un bieco maschilista, per cui per essere politicamente corretti abbiamo anche aggiunto una signora, della famiglia Marie France Van Damme, che comunque vibra della stessa appassionata umanità.

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Il Sindaco del Fare e la sua Signora, un impegno concreto contro il bullismo

Ma sono i dati macroeconomici che colpiscono: l’economia messicana cresce da anni a un ritmo del 4%, vanta un interscambio con gli Stati Uniti pari a 500 miliardi di dollari, ha una forza lavoro competitiva ed è sempre più aperta al mondo.”

Proprio sotto gli Stati Uniti d’America, esiste un suo curioso specchio, che si chiama Stati Uniti del Messico.

Centoventi milioni di persone, più o meno, che fanno due volte l’Italia.

Un sistema perfettamente repubblicano, sorto quando in Italia c’erano ancora granducati e regni.

Il Messico ha saputo immergersi in ogni retorica degli ultimi due secoli – patria, progresso, laicità, positivismo, democrazia, repubblica, indipendenza, diritti sociali e proprietà privata, scuola per tutti, libertà, mercato globale. Non se ne sono fatte mancare una.

Pensate, poi, alla particolarissima fortuna di cui godono da una quindicina d’anni i messicani, di poter scegliere tra ben tre diccì, per usare un vecchio termine italiano.

Una prima diccì per coloro che affermano i principi giacobini e laici.

Una seconda diccì per coloro che predicano i sani valori cristiani.

Una terza diccì per coloro che sognano il socialismo.

Noi qui in Italia abbiamo sempre dovuto accontentarci di una sola diccì alla volta, qualunque nome assuma.

José Luis Abarca Velázquez, sindaco di Iguala de la Independencia.

Appartiene alla diccì di sinistra, il PRD, ma proviene dalla diccì giacobina, il PRI.

Ha cominciato la sua carriera come commerciante in abiti da sposa e oggi possiede un grande centro commerciale con sette cinema, un grande magazzino, 50 negozi minori e un parcheggio per 720 auto.

Oltre a essere un eccellente imprenditore, è decisamente un Sindaco del Fare:

“Il mio ideale, il mio eterno impegno e il mio immenso desiderio è di costruire una città moderna, di costruire una politica sociale ed economica differente, con più posti di lavoro. Lo stiamo realizzando con tutti i cittadini di Iguala”.

La affianca la moglie, María de los Ángeles Pineda Villa.

La coppia del Fare

Una signora profondamente ladylike – curata, bella, intelligente e socialmente impegnata. Lei si occupa soprattutto di un ente che si chiama Sviluppo Integrale della Famiglia (DIF), ed è considerata “la prima operatrice sociale del Comune”.

Lo scopo del DIF, lei spiega,

“è soprattutto promuovere i valori tra tutti i bambini, e anche affinché si educhino alla sicurezza nella nostra area di prevenzione del crimine, questo perché diventino grandi cittadini che diano impulso al progresso del Comune”.

E giustamente sottolinea l’importanza di alcuni valori:  “el respeto, la cooperación y no hacer bullying.”

Ma ascoltiamo dal vivo la Signora:

“Io voglio solo cominciare con una domanda. Come chiami la mammina? Madre? Capa? Mammina? Mother? Questo è un riconoscimento che tutti noi figli facciamo alle nostre amate mammine!”

Il 26 di settembre, la Signora presenta alla città i successi del DIF.

Anche lei, in intimità con qualche miliardo di conspecifici, mette sul Libro dei Ceffi l’evento.

E’ vestita di rosa, dietro di lei le parole Acciones reales. Davanti a lei ci sono tremila persone portate con i pullman per sentire le meraviglie che il Signore e la Signora hanno realizzato (280 azioni concrete, ci fanno sapere).

Mentre si avvia sorridente a presentare i successi dell’Amministrazione e prima che inizino i balli (siamo pur sempre in Messico), qualcuno le sussurra nell’orecchio che ci sono alcuni ragazzi che stanno manifestando.

Si tratta degli alunni di una scuola per maestri di campagna, detta scuola di Ayotzinapa.

La Signora Ladylike sfoggia il suo sorriso e sottovoce dice, “pensateci voi!” Poi torna a bailar con i suoi amati cittadini.

La polizia di Iguala, infatti, ci pensa.

Prende gli aspiranti maestri e li consegna agli amici della banda dei Guerreros Unidos – casualmente fondata, come sapevano tutti, dai due fratelli maschi della Signora – dopo di che nessuno li troverà mai più: spariscono nel numero di quarantatré.

Qualcuno si metterà a cercarne i resti. E scopre un gran numero di fosse comuni recenti. I numeri variano, ma forse si arriva a circa cinquecento cadaveri.

Ma molto messicanamente, tra i cinquecento, no ci sono i quarantatré, né si sa chi siano i cinquecento.

Un cadavere però si troverà.

Infatti, uno dei ragazzi di Ayotzinapa riesce in un primo momento a scappare, si chiama Julio César Mondragón Fontes, ha ventidue anni.

Da poco ha sposato una ragazza conosciuta sui social network – un clic da me o da te – che fa l’insegnante di scuola elementare. Hanno appena avuto una bambina, ma vivono lontani. Tra agosto e settembre, hanno passato due settimane insieme.

La polizia trova Julio César, rifugiatosi tra le colline.

Gli cavano gli occhi.

Gli strappano lentamente la pelle dal viso.

Gli tirano via naso, orecchie e labbra

Da vivo, sembra.

A forza di fare, la coppia sindacale questa ha fatto un po’ troppo, e quindi va a nascondersi. In una villa che appartiene a un’amica della figlia, una ragazza che sul Libro dei Ceffi si dichiara impegnata nella difesa degli animali.

Più interessante forse è il fatto che la ospitante (che è stata subito scarcerata) fosse figlia di un grande appaltatore di lavori pubblici legato alla diccì di sinistra. Non nella piccola Iguala, ma nella stessa Città del Messico.

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L’Arno in piena, gli schiavi e due bambine su un ceppo

Il commentatore che si firma Z si è preso la briga di tradurre in italiano tutto il post precedente, scritto in inglese. Grazie!

Da qualche parte, lontano, abita un mio amico.

Parla inglese, e quindi risponderò in inglese.

Il mio amico è una di quelle persone che vede le cose in modo molto diverso da me, e probabilmente proprio per questo può aiutarci a vedere meglio.

Questo dialogo è iniziato come una discussione sulle manifestazioni in una delle parti meno graziose di Roma, contro un gruppo di rifugiati da vari paesi che l’amministrazione della città aveva deciso di scaricare lì.

Il mio amico, che possiede un salutare istinto che lo porta a lottare contro ciò che percepisce essere l’andazzo dei nostri tempi, ha visto qualcosa di positivo in quelle manifestazioni, e ha aggiunto commenti contro l’immigrazione in Italia da parte di persone provenienti da altri paesi, nonché qualcosa riguardo ad un’entità chiamata “Razza Bianca”.

Qui riteniamo che a tutte le voci debba essere dato ascolto, prestata attenzione e se necessario data risposta. E questa è la mia risposta.

Partirò da Firenze, anche se tu sei partito dalla periferia di Roma.

Questo per un solo motivo: conosco ogni strada del mio quartiere, e mi sento molto più a casa tra queste pietre che non tra i palazzoni fatiscenti che speculatori immobiliari e mafiosi hanno costruito a Roma negli anni Cinquanta e Sessanta.

Palazzoni che hanno a poco a poco rimpiazzato le baracche, i rifugi di legno e lamiera dove una pittoresca umanità di operai, prostitute, ladruncoli e altri – originari dell’Italia centrale e meridionale – spaventava la classe media del centro di roma. I giovani coatti delle periferie erano soliti uscire di quando in quando dal loro altrove, per divertirsi a picchiare i giovani ben vestiti (con particolare gioia quando riuscivano a ripulirli dei loro abiti o stivali firmati).

Mi incuriosice l’espressione che hai usato – la Razza Bianca.

So che negli Stati Uniti è qualcosa in cui molti credono, ma suona davvero fuori posto in Italia, dove l’aspetto fisico non è mai stato determinante per il destino delle persone (è sempre stato molto più importante il denaro); le idee positiviste del secolo XIX in materia di ereditarietà e fisiognomica di certo non sono parte della tradizione italiana, anche se Cesare Lombroso era italiano.

Ora, tu suggerisci che Firenze dovrebbe ritrovare la sua purezza genetica e tornare alla Razza Bianca.

Lascia che ti racconti un paio di storie.

Firenze è sempre stata divisa in due dall’Arno, che in questi giorni è in piena e potente e rumoroso e color bruno; si potrebbero trascorrere ore ascoltando il suo rumore, guardando i gabbiani mentre il fiume ci spruzza l’acqua sul viso.

Detta papale papale, a nord del fiume abitano i ricchi, e a sud i poveri.

Per questo ai tempi di Roma la parte settentrionale è rimasta pagana quasi fino alla fine, mentre quella meridionale – il nostro Oltrarno, in larga misura abitata da immigranti siriani, come dimostrato dagli scavi di Santa Felicita – era la parte della gente tenuta “fuori dalle mura” e dei primi cristiani.

Il primo santo di Firenze, Miniato, che secondo la leggenda – dopo essere stato decapitato – raccolse fiero la propria testa e la portò sopra le colline che dominano l’Arno, si dice fosse un principe armeno. Forse non lo era, ma è così che i fiorentini vogliono ricordarlo.

La parte dell’Oltrarno in cui abito io è la parrocchia di S. Frediano – dedicata ad un santo irlandese – ma è disseminata attorno alla chiesa carmelitana, fondata assieme al suo convento nel 1267 per ospitare l’ordine appena riformato dall’inglese Simon Stock.

Vale la pena di osservare che nell’archivio carmelitano c’è un documento del secolo XVI che è considerato la trascrizione di un documento del 1 maggio 743, firmato dal notaio Rainerio di Simone – documento che afferma che l’area fu donata a sette frati carmelitani che fuggivano alla persecuzione di Re Omar d’Arabia. Il documento, ancorché ovviamente falso, dimostra quanto siano cambiati i tempi da allora: essere rifugiati in fuga dall’Oriente significava essere oggetto di rispetto e stima, non di paura.

I fiorentini sono sempre stati un miscuglio etnico, e non solo per via di tutti i britannici (che un tempo costituivano un quarto della popolazione), russi e tedeschi che si sono stabiliti qui nel XIX secolo.

Era una delle città più ricche dell’Europa occidentale durante il Rinascimento, e perciò attirò immigranti da tuttal’Europa, assime ad un gran numero di schiavi.

All’inizio i fiorentini compravano i loro schiavi dai veneziani e dai genovesi, ma più tardi iniziò ad occuparsene l’Ordine Toscano dei Cavalieri di S. Stefano: secondo i registri sono stati catturati e venduti circa 14.000 turchi tra il 1543 e il 1642.

Gli schiavi erano prevalentemente “Tatari”, “greci”, “neri”, russi, turchi, Saraceni nordafricani e persone provenienti dal Caucaso.

Nel 1370 una graziosa schiava costava fino a 70 fiorini; quando partorivano i figli del loro padrone, questi ultimi venivano inviati a uno dei numerosi orfanotrofi di Firenze. Da qui nacque quello che è probabilmente il più diffuso cognome fiorentino, Degli Innocenti; va però ricordato che il figlio che Cosimo de’ Medici ebbe da una schiava circassa portava con orgoglio il cognome del padre.

I registri arcivescovili di Firenze contengono una lunga lista di schiavi “turchi”, “mori” e “negri” che chiesero di essere battezzati tra il 1599 e il 1724, nel basttistero in cui ciascuna persona nata in città, nel giorno di San Giovanni, veniva accolto nella comunità del popolo fiorentino.

Ancora nel secolo XVII, circa il venti per cento della popolazione di Livorno – il porto di Firenze dove si teneva il più grande mercato di schiavi della Toscana – era composto da schiavi nordafricani, che tra l’altro avevano una loro moschea, la prima in Italia. E Livorno era l’unico porto in Italia dove i rematori schiavi di religione islamica, anziché essere costretti a dormire incatenati ai remi, potevano trascorrere la notte sulla terraferma.

Il Granduca Cosimo II concesse inoltre privilegi speciali a tutti gli stranieri (liberi) che intendevano stabilirsi a Livorno, e ciò spiega perché ancora oggi laggiù si trovi una popolosa comunità armena.

E a pochi passi da casa mia, oggi, c’è una comunità georgiana popolosa e profondamente devota, che celebra la propria messa – lunga quattro ore – tutte le domeniche, nella chiesa di S. Elisabetta delle Convertite, (le Convertite, naturalmente, erano ex prostitute).

Ora, tutto questo si inserisce perfettamente nello scenario fisico della nostra parte di città: il mutamento dei cognomi e dell’aspetto delle persone è qualcosa di poco rilevante. Ciò che conta sono le strade strette e la pavimentazione grezza delle strade; ciò che conta è che ogni volta che esci di casa puoi salutare le persone e chiacchierare con loro; ciò che conta è che c’è rispetto per ciò che tutte le generazioni passate – di qualunque origine fosse il loro sangue – hanno fatto qui; ciò che conta è la gente è ancora abbastanza povera per sorridere e scherzare.

L’ossessione per il sangue nobile e per i titoli è tipica di chi non ha né l’uno né gli altri: pensa all’incredibile teoria di pseudo-ordini di Malta, gente che si guadagna da vivere trasformando meccanici in cavalieri.

Ciò che conta è dove scorre il nostro sangue, ossia nei nostri figli: è più facile che una comunità nasca dalla sana necessità di far vivere bene i nostri figli che non per via di questa o quell’ossessione sul passato.

Il passato, per chi ama la storia come me, è una risorsa straordinaria, e nell’Oltrarno lo avverti ovunque. Ma la cosa terribile del passato è che non puoi cambiarlo, in nessun suo aspetto: qualsiasi cosa tu faccia, le cose orribili fatte da turchi, greci, tedeschi, antichi romani, ebrei, russi, musulmani, sciiti, cristiani etc. a danno di qualcuno cinquanta cento o mille anni fa non cambieranno mai.

Si dice che i fantasmi continuino a ripetere sempre le stesse cose, a maledire le stesse mani, senza alcuna possibilità di cambiare quei luoghi dannati… e inculcano le loro ossessioni nella testa dei vivi.

“Tocca ogni pietra, pensa a quanto è vecchio l’albero, pensa alla sfilata di geni ed artisti leggendari che percorreva queste strade, ma non permettere mai al passato di divorarti”: ecco ciò che potrebbe significare “tradizione”, nel suo significato più nobile.

Vivere in queste strade è provare un vero sentimento di comunità; è fare parte di un’economia che nasce dalla condivisione di tutte le piccole cose (“scusa, domani potresti andare a prendere mio figlio da scuola visto che io farò tardi… ah, ho dell’ottimo olio d’oliva, passa da me ché te ne do un po’!”), è provare intresse in quello che dicono le persone anziane, perché ci parlando dei nostri luoghi e delle nostre vite; è avere un occhio che vede sente e riflette su ogni cosa che succede nel nostro mondo.

Per questo Anastasia, una Rom rumena con un grazioso viso indiano, non solo fa le pulizie nelle case durante il giorno e lavora come cuoca in un ristorante la sera, ma abita in un piccolo appartamento con belle travi a vista vecchie di secoli, dove si ritrovano i compagni di classe di sua figlia. L’altro giorno erano tutti intenti a studiare la storia greca antica.

Cos’è che potrebbe distruggere tutto questo?

Ci sarebbero molte forze convergenti di cui parlare, ma ne tratterò una sola.

C’è una signora che aveva un forno a piano terra.

L’aveva ereditato dai genitori, senza mai acquistare i muri. Era in affitto. Era un’oltrarnina da generazioni, che ha sempre dimostrato ruvida amicizia a tutte le persone “come lei” che arrivavano, fossero essi fiorentini o napoletani o senegalesi o americani.

L’altro giorno ho scoperto che il suo forno aveva chiuso.

L’ho cercata per chiederle perché. Mi ha risposto: “la mia padrona mi ha detto che o le pagavo 5000 euro di affitto al mese o dovevo andarmene”.

Ora, chi può permettersi 5000 euro al mese per un negozio? Gli unici che possono sono i mafiosi, che investono tranquillamente importi del genere perché si aspettano di ricavarne almeno 10000 al mese. E c’è un solo modo per farlo: vendere superalcolici ai giovani, mettere musica scassatimpani e tenere aperto tutta la notte.

Chi sono questi giovani? Soprattutto americani di razza bianca (concetto irrilevante per me, ma che per alcuni a quanto pare è molto importante), provenienti da famiglie ricche a sufficienza per spedirli a ubriacarsi per un anno ad una delle 43 università americane che hanno succursali a Firenze.

E quando i residenti trovano ragazze alte e bionde che urlano, vomitano o fanno sesso alle tre del mattino sotto le loro finestre tendono a traslocare altrove.

E quel modo di vivere, quella comunità che è andata avanti per duemila anni, pian piano va in frantumi.

Eppure parte della nostra comunità è costituita da americani: gente che apprezza il quartiere, che vuole imparare qualcosa della sua vita, che ne ama l’arte. Molti tra loro sono persone alte, bionde e per bene: per il flusso violento e distruttivo del capitale l’aspetto fisico è irrilevante.

Ogni comunità deve affrontare i propri Ceauşescu, come è capitato ai villaggi in Romania.

Ci sono molti tipi di Ceauşescu: alcuni ti spiegano che il Progresso Industriale dello Stato è la risposta a tutto e inviano i bulldozer a salvarti dalle superstizioni reazionarie.

Altri ti spiegano che il Libero Mercato e il Capitale risolveranno tutti i tuoi problemi; che importa se perdi la casa e il lavoro, il pianeta è tutto uguale; circolare, circolare, e se la tua mente non tiene il passo del flusso dei mercati meriti solo di affogare nel fango.

E altri ancora ti spiegano che devi mutilare parte di te stesso, parte del corpo vivo della tua gente, per soddisfare un’astrazione che chiamano “razza”.

Ma non dobbiamo mai cedere la nostra vita a questi Ceauşescu: e uno dei modi di cedergliela è pensare troppo a loro. La peggior cosa che il tuo nemico può farti è traviare la tua mente in modo da farti pensare a lui.

Cresciamo di nuovo su questo ceppo tagliato, nel giardino che ci hanno portato via, mentre guardiamo al lato posteriore nascosto della Basilica di Santa Maria del Carmine, dove ha preso inizio il Rinascimento…

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The Roaring Arno, the Slaves and Two Little Girls on a Tree Stump

Somewhere, far away, there lives a friend of mine.

An English speaker, so I reply in English.

My friend is one of those people who see things very differently from me, and probably, and precisely because of this, can help to see better.

This dialogue began as a discussion about demonstrations in one of the most unlovely parts of Rome against a group of refugees from various countries that the town administration had decided to dump there.

My friend, who has a healthy instinct for fighting against what he perceives to be the trend of our times, saw something positive in these demonstrations, adding comments against immigration into Italy by people from other countries, and something about an entity called the “White Race”.

Here, we believe that every voice must be listened to, thought over and if necessary answered. And this is what came of my answer.

Let me start with Florence, though you started with the outskirts of Rome.

This is only because I know every street in my district, and feel a lot more at home among these stones than among the crumbling high rise buildings that real estate speculators and mafiosi built in Rome in the Fifties and Sixties.

Buildings which slowly replaced the baracche, the tin-and-wood shelters where a picturesque humanity of labourers, prostitutes, petty thieves and others – from southern and central Italy – used to terrify the middle class of the centre of Rome: young coatti from the periferie used to come in from their other world every now and then and get fun out of punching well-dressed youths (special marks if they could strip off their fashion design jackets or boots).

I am curious about the expression you used – the White Race.

I know that in the USA this is something many people believe in, but it sounds truly out of place in Italy, where physical appearance never determined people’s fate (money mattered a lot more); and nineteenth-century positivist ideas about physical heredity are certainly not part of the Italian tradition, even though Cesare Lombroso was Italian.

Now, you suggest that Florence should find its gene pool and go back to the White Race.

Let me tell you a few stories.

Florence has always been split in two by the Arno river, which is full and powerful and noisy and brown these days, one could spend hours just listening to its roar, feeling the water spray in one’s face and watching the sea gulls.

On the northern bank, very basically, the rich and powerful, on the southern bank, the poor.

Which is why in Roman times, the northern bank stayed pagan almost until the end, while the southern bank, our Oltrarno, largely inhabited by Syrian immigrants as the excavations in Santa Felicita have shown, was the area of the people kept “out of the walls” and of the first Christians.

The first saint of Florence, Miniato, who – the legend says – after having been decapitated, proudly picked up his own head and took it to the top of the hill overlooking the Arno, is supposed to have been an Armenian prince. Or maybe he wasn’t, but the Florentines would have liked it that way.

The part of the Oltrarno I live in is the parish of San Frediano – dedicated to an Irish saint – but clusters around the Carmelite church and convent, established in 1267 to host the order recently reorganised by the Englishman, Simon Stock.

It is worth mentioning  that in the Carmelite archive, there is a sixteenth-century document which is supposedly the transcript of a document of May 1st, 743, signed by the notary Rainerio di Simone, stating that the area was given to seven Carmelite friars fleeing from persecution by “King Omar of Arabia”. Though the document was obviously false, it shows how times have changed: refugees from the East brought legitimacy rather than fear.

Florentines have always been an ethnic mixture, and not only because of all the British (once one quarter of the population), Russians and Germans who settled there in the nineteenth century.

As one of the richest cities of Western Europe during the Renaissance, it drew immigrants from all over Europe, together with a large numbers of slaves.

Florentines at first bought their slaves from the Venetians and Genoese, but later procurement was done directly by the Tuscan Order of the Knights of Saint Stephen: the records of this order of pirates tell of the capture and sale of about 14.000 “Turks” between 1543 and 1642.

Slaves were mainly “Tatars”, Greeks, “Blacks”, Russians, Turks, “Saracens” from North Africa and people from the Caucasus.

A pretty female slave, in the 1370s, cost up to 70 florins; as soon as they bore children to their owners, the offspring would be sent to Florence’s numerous orphanages, giving rise to probably the most common Florentine surname, Degli Innocenti. Though it should be said that the son that Cosimo de’ Medici had with a Circassian slave proudly bore his father’s name.

The Archiepiscopal records of Florence contain a long list of “Turk”, “Moor” and “Negro” slaves who asked for baptism between 1599 and 1724 in the baptistry where every person born in the city, on Saint John’s day, was admitted into the community of the Florentine people.

As late as the seventeenth century, about twenty percent of the population of Livorno, the port of Florence where the largest slave market in Tuscany was held, was made up of North African slaves, who by the way had a right to their own mosque, the first in Italy. And Livorno was the only port in Italy where Muslim galley slaves were allowed to sleep on land and not chained to their oars.

Grand Duke Cosimo II also gave special privileges to any (free) foreigner willing to settle in Livorno, a reason why there is still a large Armenian colony there.

And today there is a large and deeply religious Georgian colony, which celebrates its four-hour-long Mass every Sunday in the church of Santa Elisabetta delle Convertite, a short walk from my home (the “Convertite”, of course, were former prostitutes).

Now all of this fits smoothly into the physical setting of our part of the city: changing family names, changing appearance of people, is something of small import as long as the streets continue to be narrow and the paving stones disjointed; as long as every time you go out of your house, you can greet people and chat with them; as long as there is respect for what all the past generations did here, whether blood ancestors or not; as long as people are still poor enough to smile and joke.

Obsession with blood and titles is a characteristic of those who have neither: think of the fantastic array of pseudo-Orders of Malta which make a living turning mechanics into knights.

What does matter is where the blood flows, which is into our children: a community arises much more around the healthy need to have our children live well, than on fixation about the past.

Because the past, for somebody who loves history like I do, is an extraordinary resource, and in a place like Oltrarno, you feel it in everything. But at the same time, the terrible thing about it is, you cannot change anything about it: whatever you do, the horrible things the Turks/the Greeks/the Germans/the Ancient Romans/the Jews/the Russians/the Muslims/the Shiites/the Christians (etc. etc.) did to somebody fifty, a hundred or a thousand years ago, will never change.

Ghosts, they say, keep repeating the same things, cursing the same hands, without any chance any more of changing the bloody spots… and they instill their obsessions into the heads of the living.

Touch each stone, think how old the tree is, think of the procession of incredible geniuses and artists that used to walk these streets, but never let the past eat you alive: this is what tradition, in the best sense, may mean.

Rather, think about what you can do, how to keep and transmit living beauty, never let your enemies, real or imaginary, eat up your brief life…

Living in these streets means that there is a true feeling of community, a kind of economy which arises from sharing all kinds of little things (“sorry, could you pick up my child at school tomorrow, because I’ll be late – Oh, I have good olive oil to share, come over and I’ll give you some!“), interest in what the old people say, because they speak to us about our places and our lives, and an eye which can see and think over each thing that happens to our world.

This means that Anastasia, who is a Rom from Romania with a pretty Indian face, not only cleans houses during the day, and works as a cook in the evening in the restaurant, but lives in a  small flat with lovely wooden beams centuries old, where the children of her daughter’s class come together – the other day they were all intensely studying Ancient Greek history.

What can destroy this?

There are many converging elements, but I’ll speak of one.

There is a lady who used to have a bakery downstairs.

Though she inherited it from her parents, she never bought it, just rented it. She is a many-generation Oltrarnina, who has the same rough friendliness towards all the people “like” her that drop in, whether they be Florentines too, or Neapolitans or Senegalese or American.

The other day, I found her bakery had been closed down. I tracked her down to ask.

She replied, “my landlady said I had to pay 5,000 euros a month rent or get out”.

Now, who can pay 5,000 euros a month rent, for a shop? The only people who can do it are the mafia, who can easily invest that amount, but want to get at least ten thousand euros a month out of it. And there is only one way to do that: sell hard liquor to young people, put on blaring music and keep the place open all night.

Who are the young people? Mostly Americans, belonging to the White Race (it doesn’t matter to me, but it appears to matter to some people), because they come from families rich enough to send them over to drink for a year at one of the 43 American universities which have branches here in Florence.

When residents find tall blonde girls shrieking, vomiting or making love at three in the morning outside their windows, they tend to move away.

And the community life which had held on for two thousand years begins to break up.

Yet, a part of the community life are Americans too, people who appreciate the district, want to learn something of the life, love the art. A lot of them are tall, blonde and fine people: the violent and destructive flow of capital cares little about people’s appearance.

Every community has to face some Ceauşescus, as did Romania’s villages.

Ceauşescus come in many varieties: some tell you that Industrial Progress under the State is the answer to everything and send the bulldozers in to save you from reactionary superstitions.

Some tell you that the Free Market and Capital will solve every problem you have, and if you lose your house and job, who cares, all this global planet is the same, just move along, move along, and if your mind isn’t where the market trend is fluttering, you deserve to sink into the mud.

And some come and tell you that you have to rip out part of yourselves, part of your living body of people, to satisfy some abstraction they call race.

But one must never give one’s lives to these Ceauşescus, even by thinking too much about them. The worst thing your enemy can do to you is pervert your mind, by making you thingk about him.

Growing once again on this sliced trunk, in the garden they stole from us, looking at the hidden back of the Basilica di Santa Maria del Carmine, where the Renaissance began…

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Buon San Frediano!

Oggi è la festa di San Frediano…

cui ri-dedico questo vecchio articolo.

Tra l’altro, l’unico post che io abbia mai scritto, a meritare un’attenta esegesi da parte di un docente di letteratura italiana.

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Il grano

Avevamo già tradotto qui due testi di Forseti, un gruppo – credo ormai sciolto – di Jena, nella parte più interessante della Germania: Heilige Welt e Schlachthof Europa.

Con certi testi, i commenti sono superflui. Se non per dire che l’originale è molto più bello della traduzione. Se traduco penosamente il turco con il vocabolario, mi accorgo solo in minima parte di quanto perdo; ma con il tedesco la perdita è evidente.

Diciamo che l’originale è tanto più bello, quanto lo è Sehnen rispetto ad aspirazione. Sehnen, nella sua brevità e non-intellettualità, colpisce quanto di più profondo vi sia in noi; mentre “aspirazione” rimanda a macchine che risucchiano o a bocconiani che aspirano a diventare manager.

Spesso sono i rimandi delle parole a contare: Berg è certo montagna; eppure i rimandi non sono tanto le cime, quanto i segreti nascosti, le miniere, lo scavo, ciò che è interno – la profonda montagna.

Il grano

Brace su brace si fa strada
da dentro attraverso la dura roccia.
Vene ardenti scorrono incessanti,
inondando creano nuovo essere,
tremando risvegliano un’antica intuizione.

Sbiancato dallo scorrere dei tempi
cresce nel grembo del mondo
dormendo ancora da eternità
quel grano primordiale è diventato grande,
apre larghe ali di pietra.

Che stende attorno al mondo
e una volta levigato dal minerale ferroso,
silenziosamente allevato nell’oceano,
veglia sui nostri cuori,
ci indica una via silenziosa.

Che lì conduce attraverso ore oscure,
attraverso il diramarsi delle vicissitudini del tempo,
resta intimamente legato alla profondità,
e già attende la propria fine
che gli sgorga da antiche ferite.

Grano, che crebbe in oscura profondità,
nasconde un’aspirazione che è come la stella,
che perduta, di notte invochiamo.
Ma chiuso resta il suo nucleo,
in cui ogni speranza si è addormentata,

Eppure nessuno ne afferra il senso,
la comprensione vaga sciolta.
Solo in sogno si sfiorano le grandi ali
che sconosciute alla veglia
e al grano portano la sua aspirazione.

Korn

Glut um Glut drängt sich von innen
Einen Weg durch festen Stein.
Glühend Adern haltlos rinnen,
Schaffen strömend neues Sein,
Wecken bebend altes Sinnen.

Blankgespült vom Fluss der Zeiten
Wächst heran im Weltenschoß
Schlafend noch seit Ewigkeiten
Jenes Urkorn und ward groß,
Spannte steinern Flügelweiten,

Die es um die Welt gelegt
Und geschliffen einst aus Erzen,
Stumm im Ozean gehegt,
Wacht es über unsere Herzen,
Zeigt uns einen stillen Weg.

Der da führt durch dunkle Stunden,
Durch Geäst der Zeitenwende.
Bleibt dem berge tief verbunden,
Der schon wartet auf sein Ende,
Das ihm quillt aus alten Wunden.

Korn, das wuchs in schwarzer Tiefe,
Birgt ein Sehnen gleich dem Stern,
Den man verloren nächtens riefe.
Doch verschlossen bleibt sein Kern,
In dem jenes Hoffen schliefe.

Doch kein Mensch begreift sein Sinnen,
Losgelöst bleibt der Verstand.
Erst im Traum streift man die Schwingen,
Die dem Wachen unbekannt,
Und dem Korn sein Sehnen bringen.

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Soddisfare il cliente

Come avrete senz’altro potuto leggere, il PD ha organizzato due cene in cui, con mille euro, tra una portata e l’altra, potevi presentare la lista della spesa della tua azienda ai legislatori. In questo video, potete anche vedere gli operai che hanno costruito una cosa chiamata The Mall – dove si svolge la cena – e che protestano per essere stati poi licenziati.

Dico subito che non ci vedo nulla di particolarmente scandaloso in cose del genere: pago un traduttore e quello traduce, pago un’escort e quella scorta, pago un legislatore e quello legifera.

L’importante – per traduttori, escort e legislatori – è che il cliente sia soddisfatto.

Che poi è una nostra vecchia tesi: la politica, almeno in Italia, non si decide nelle urne (scusate se preciso una tale ovvietà), ma nemmeno nelle schermaglie da Bruno Vespa o nelle logge, come sospettano alcuni.

Si fa – come in tutta la storia umana – nelle cene, in mezzo a conversazioni di una disarmante futilità, buttando lì qualche battuta mirata.

Certa gente ama trovare sempre un capro espiatorio, e oggi Renzi si presta bene al ruolo.

Per questo, è interessante sentire Chicco Testa che precisa: Queste cene si fanno da decenni: Io le ho fatte con Rutelli, con Veltroni, con Zingaretti e forse anche con Bersani. Quindi non è cambiato nulla.” Cioè è da decenni che il PD e le sue precedenti incarnazioni intascano soldi dagli imprenditori in cambio di un partecipe ascolto.

Interessante poi la giustificazione: un certo Ernesto Carbone della segreteria del PD precisa che “gli introiti derivanti dalle cene serviranno anche a salvare i posti di lavoro del nostro partito ed evitare che i dipendenti vadano in cassa integrazione“.

A modo suo anche fare il dipendente del PD è un lavoro.

Come quello del tizio che ho incontrato oggi, con sulla giacca lo stemma degli azzurri di Santa Croce, che di giorno fa il muratore e la notte fa il cuoco e poi prende il treno per tornare a casa a San Giovanni Valdarno.

“Arrivo a casa all’una di notte e mi alzo alle cinque per andare a lavorare”, spiega alla nostra ristoratrice cinese, che resta meravigliata persino lei.

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Posted in esperienze di Miguel Martinez, imprenditori, Italia | Tagged , , | 289 Comments

Conversando con la ragione

Un’altra canzone mi ha indotto a passare la solita mezz’oretta (rubata in parti uguali all’Oltrarno e alla traduzione della relazione di un tribunale su un fallimento) per mettermi lì a fare una pessima traduzione dal turco.

Si tratta di Akılla Bir Konuşmam Oldu, letteralmente “Ho avuto una conversazione con la ragione”. La musica è del geniale pianista e compositore Fazıl Say, la voce di Serenad Bağcan (i genitori turchi non mancano di fantasia quando devono scegliere i nomei dei figli). Il testo è una qit’a, un breve componimento del poeta persiano, Omar Khayyam, turcizzato in Ömer Hayyam.

Anche qui, la registrazione che ci presenta Youtube non è incorporabile, ma basta fare clic qui per arrivarci.

Come sempre, si accettano ampi suggerimenti da chiunque abbia una conoscenza meno elementare della mia del turco.

Ieri sera conversai con la Ragione;
Ho delle domande da farti, dissi;
Tu che di ogni conoscenza sei il fondamento,
vorrei che mi mostrassi la via.
Di vivere, sono stanco, cosa dovrei fare?
Sopporta ancora qualche anno, rispose.
Perché, dissi, questo vivere?
Un sogno, disse; qualche immagine.
Sposarsi, che cos’è, domandai;
attimi di felicità,
anni di guai.
Che genere di uomini sono coloro che mi tiranneggiano? dissi;
lupi, cani, sciacalli, disse.
Come sono questi uomini, chiesi;
senza cuore, sciocchi, spregevoli, disse.
Questo mio folle cuore, chiesi,
quando inizierà a ragionare?
quando avrà preso ancora qualche colpo, disse.
E cosa dici di queste parole di Khayyam, chiesi?
Una fila di parole l’una sull’altra,
vane chiacchiere direi.
Quando io non ci sono, questi fiori, questi cipressi, non esistono,
non ci sono né rosse labbra né vino speziato di muschio.
Mattine, sere, gioie e tormenti non esistono.
Questo mondo esiste quando lo penso, se io non ci sono, esso non c’è.

Akilla bir konusmam oldu dün gece;
Sana soracaklarim var, dedim;
Sen ki her bilginin temelisin,
Bana yol göstermelisin.
Yasamaktan bezdim, ne yapsam?
Birkaç yil daha katlan, dedi.
Nedir; dedim bu yasamak?
Bir düs, dedi; birkaç görüntü.
Evi barki olmak nedir? dedim;
Biraz keyfetmek için
Yillar yili dert çekmek, dedi.
Bu zorbalar ne biçim adamlar? dedim;
Kurt, köpek, çakal, makal, dedi.
Ne dersin bu adamlara, dedim;
Yüreksizler, kafasizlar, soysuzlar, dedi.
Benim bu deli gönlüm, dedim;
Ne zaman akıllanacak?
Biraz daha kulagi burkulunca, dedi.
Hayyam’ in bu sözlerine ne dersin, dedim;
Dizmiş alt alta sözleri,
Hoşbeş etmiş derim, dedi.
Ben olmayinca bu güller, bu selviler yok,
Kızıl dudaklar, mis kokulu şaraplar yok.
Sabahlar, akşamlar, sevinçler tasalar yok.
Ben düşündükçe var dünya, ben yok o da yok

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