La guerra sta agli Stati Uniti come il turismo sta a Firenze

L’altro giorno il governo degli Stati Uniti ha fatto assassinare in un paese a migliaia di chilometri dagli Stati Uniti stessi, un alto ufficiale di un terzo paese.

Circa trent’anni fa, ebbe luogo nel nostro paese unazione molto simile: la strage di Capaci.

Falcone era un magistrato che stava facendo di tutto per far finire all’ergastolo i mafiosi, i mafiosi lo hanno fatto fuori. Insomma, mettendoci nei panni loro, era un atto di autodifesa.

Mentre per l’omicidio di Soleimani gli investigatori hanno trovato la rivendicazione, ma brancolano nel buio riguardo al movente (a parte che l’assassino dice che era cattivo di carattere, e forse aveva sostenuto una rumorosa ma sostanzialmente pacifica manifestazione contro l’ambasciata americana a Baghdad).

E’ un po’ come quando lo stesso omicida ha fatto fuori Saddam Hussein.

In quest’ultimo caso, sappiamo che l’unico movente ufficiale era una balla, la famosa storia delle “armi di distruzione di massa”.

Cioè, la più grande potenza del mondo ha buttato miliardi di dollari, per fare una guerra che non è nemmeno riuscita a spiegare al mondo?

Il cadavere c’è, l’omicida ci ha messo pure la firma e non era ubriaco, e quindi un movente ci deve essere.

E lì nascono molte ipotesi sulla motivazione del delitto. Lasciamo perdere le scemenze, che ti passano appena conosci un americano, del genere, “hanno sterminato gli indiani e vogliono sterminare il mondo!”

Le ipotesi serie riguardano la politica estera oppure quella interna; tipo, è per controllare il petrolio prima che arrivino i cinesi, oppure perché la guerra crea consenso prima delle elezioni, vogliono mobilitare i sunniti contro gli sciiti…

Queste, e cento altre ipotesi inconciliabili con queste, sembrano abbastanza plausibili, magari un fondo di verità c’è.

Ma se ci pensiamo bene, sono tutte estensioni di una vecchia idea troppo europea: “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”.

Ma possibile che gli Stati Uniti abbiano scatenato il massacro che continua ininterrotto dal 2003, solo per avere uno sconto sul petrolio che Saddam Hussein avrebbe concesso felicemente? E che dopo tutto ciò che è successo, la lobby della guerra americana – costituita da grandi think tank e politici astuti e professionisti – abbia deciso di continuare sulla stessa strada?

Ricordiamo che l’apparato militare ha costi economici incredibili: nel bilancio del governo federale degli Stati Uniti, ci sono due voci fondamentali – mandatory spending, in particolare per sanità e pensioni, e discretionary spending, la parte su cui il Congresso può decidere. Bene, il 66,3% finisce nelle spese militari: i due terzi dei soldi a disposizione del paese più ricco del pianeta, nonché della storia umana, vanno in guerra. Guerre che si svolgono in luoghi di cui l’americano medio ignora l’esistenza.

Questo flusso di denaro crea una macchina che il presidente/generale Eisenhower, che non era un fricchettone pacifista, denunciò chiamandola il complesso militare industriale.

A Firenze, nel nostro campanilistico piccolo, abbiamo un complesso turistico industriale, che tiene insieme magnati e popolani – dal padrone dell’aeroporto a quello che affitta camere con Airbnb.

Questo complesso non si muove per motivi “politici”, tipo restaurare i Medici: si muove per mungere i soldi che il turismo porta.

Ora, cosa succederebbe se da un giorno all’altro, non ci fosse più turismo?

Tutto il complesso si mobiliterebbe, allo scopo di evitare il collasso economico, rilanciando con qualunque mezzo il turismo.

Il turismo sta a Firenze come la guerra sta agli Stati Uniti.

Senza guerra, o la minaccia costante di guerra, le più grandi e potenti ditte degli Stati Uniti si troverebbero senza appalti;

ma mancherebbe anche il lavoro a milioni di operai americani,

i militari non avrebbero l’assistenza medica,

non ci sarebbe lavoro per chi costruisce strade che portano alle basi militari,

le mamme single che fanno i turni per operare i droni che uccidono montanari afghani a diecimila miglia non avrebbero di che pagare il mutuo,

i centri di ricerca nelle università dovrebbero chiudere…

L’errore che ci impedisce di capire cosa sta succedendo è molto europeo: crediamo che la guerra debba sempre essere “la continuazione della politica con altri mezzi”.

Ma gli Stati Uniti non sono mai stati esattamente un paese politico: sono da sempre un paese di imprenditori che comprano la politica, in una grande e liberissima lotta per la sopravvivenza del più forte.

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Al Canto della Cuculia

Ho mandato ieri un po’ di auguri agli amici, raccontando di una cosa che ho visto al Canto della Cuculia.

Il Canto della Cuculia è come tante cose a Firenze: un nome che non esiste più da oltre un secolo e mezzo, un luogo dove i turisti si schiacciano su un marciapiede largo qualche decina di centimetri mentre l’incessante traffico minaccia di travolgerli, è anche un po’ un inganno: Canto è un riferimento che non esiste più nel sistema geografico contemporaneo, eppure è importantissimo – è un incrocio di strade.

Ora, quasi esattamente all’angolo tra Via Sant’Agostino e Via de’ Serragli, dove la Cartolaia ha dovuto da poco chiudere bottega, ho visto pochi giorni che fa che era ancora viva lei… la piantina che aveva sfondato sassi e cemento.

Dicembre 2019. Guardo nell’archivio, e vedo che avevo postato la sua foto oltre due anni fa.

Ed è sempre lì, che sia lei o la nipote, attaccata al tubo di rame che scende giù dai tetti:

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La fuga in Egitto

Ieri sera siamo andati a sentire i Vespri alla Badia Fiorentina.

La Badia nacque cinque secoli prima di Leonardo, e noi siamo nati cinque secoli dopo Leonardo.

Ci sono innanzitutto buio e silenzio, che se ci pensate, sono esattamente le due qualità che mancano ai nostri tempi.

Lentamente le luci si accendono, ma non c’è alcuno spettacolo.

Avrò avuto quindici anni, quando conobbi un monaco russo a Roma, che mi dicevano fosse stato espulso per una storia d’amore da un monastero prima della Rivoluzione, ma era una fonte di vitalità e energia e ironia.

Lo incontrai alla messa di mezzanotte di Pasqua, e mi disse, con un sorriso che mescolava in maniera unica affetto e commiserazione,

“Tutto quello che vedi può sembrarti solo un bellissimo spettacolo teatrale…”

Alla Badia Fiorentina, ci sono una quindicina di confratelli, in maggioranza donne, e nella totalità, mi sembra, foresti.

L’abate è certamente francese, gli altri mi sembrano inglesi o tedeschi, e qui mi sembra che ci sia un segreto importante della Toscana.

Lentamente, si accendono le luci.

Dal buio e dal silenzio, si passa al canto.

Due donne suonano anche il flauto e il sistro, come nelle chiese egiziane: il sistro era nel rito di Iside, rimase nella liturgia; e quando i musulmani vietarono le campane, i sistri diventarono le campane nascoste.

Sopra di noi, c’è un soffitto di legno, lavorato con immensa fatica e creatività; e davanti quattro strisce di rosso su bianco, che erano i segni di Ugo di Toscana, il marchese dell’Impero che portò la capitale di Lucca a Firenze.

Quattro strisce di rosso su bianco sono il segno, non del tutto segreto, della toscanità.

I confratelli ripetono quasi lo stesso rito, ogni sabato, per preparare una messa, che la domenica sarà quasi la stessa.

E ogni volta, come se fosse qualcosa di unico.

La quasi diversità tra questo e tutti gli altri Vespri dell’anno sta nel momento nel calendario, dove Sole, Luna e Racconto si intrecciano: questa volta, la liturgia riguarda la Fuga in Egitto.

Nelle voci anonime che cantano, nelle volte della chiesa, nei lunghi silenzi, osservando la Madre di Tutte le Storie a sinistra, e il Figlio a destra, rifletto sull’idea di come si possa fuggire dalla Terra Promessa, verso la Terra Maledetta: tutta il tremendo racconto del monoteismo inizia con la negazione dell’Egitto, che qui si inverte.

Alla fine, le luci si spengono pian piano, e mi ricordo delle parole del monaco russo di tanti anni fa. E’ una cosa fisica: sento nelle mani, la tentazione di applaudire, per la bellezza, per il canto, per la musica.

E capisco che qui è esattamente al contrario.

Noi tutti, anche chi taceva e guardava, abbiamo costruito insieme, anonimamente, una liturgia, anche nei silenzi; possiamo certo volerci bene, ma nessuno è protagonista, nessuno ha un volto, un profilo su Facebook, nessuno è Narciso che si specchia nell’acqua.

Al contrario di uno spettacolo, in fondo, guardavamo tutti nella stessa direzione.

Nikolaj Gogol’, romanziere russo, scrisse:

la liturgia si celebra in modo palese e visibile davanti agli occhi di tutto il mondo, eppure è piena di mistero”.

E oggi, come se quella Vigilia fosse stata un auspicio, vedo un’immagine meravigliosa.

Là dove respira la nostra città, nella Piana che le banche, l’amministrazione, tutti i partiti unanimi da destra a sinistra, vorrebbero trasformare nella nuova pista di un aeroporto intercontinentale, sono tornati i fenicotteri:

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Quando alla Madonna le prese un colpo

Il Vasari racconta

Filippo di Tommaso Lippi, carmelitano, il quale dicono che nacque in Fiorenza in una contrada detta Ardiglione, sotto il canto alla Cuculia, dietro al convento de’ frati Carmelitani”

L’ardiglione non esiste, in realtà: si tratta di una stradina stretta, a forma di fibbia di cintura, cioè di dardiglione, ma in settecento e passa anni, la strada è sempre quella (solo che hanno chiuso l’accesso all’Arno); e forse proprio dove una mia amica ha la cantina, c’era Tommaso il beccaio, che ebbe un figliolo così disgraziato che la vedova lo mollò ai frati del Carmine.

Chi ha osato venirci a trovare a Firenze sa che proprio lì, dietro un muro, c’è il nostro Giardino Segreto, e all’angolo c’è:

un gancio da cui tiravan su l’acqua dai pozzi

lo Spirito Santo che scende in picchiata sul nostro rione

la piccola mamma musulmana dello Sri Lanka che saluta

il ristorante del mio amico con un grande dipinto che lo mostra mentre si prepara a farsi massacrare nel Calcio Storico (l’ultima volta è finito in coma, a forza di botte),

le restauratrici intente sulle  maioliche di Andrea della Robbia

Robert Browning, che abitava a Casa Guidi, proprio all’angolo vicino alla Vinaia Messicana, raccontò la storia di Frà Filippo Lippi, cogliendolo nell’attimo in cui, di notte, calatosi dalla finestra di un convento per andare a trovare donne di malaffare, venne fermato da una guardia:

“E che, è mezzanotte passata, e voi fate la ronda,
mi cogliete in fondo al vicolo
dove le donne allegre lasciano le porta appena aperte?”

Lippi raccontò alla guardia, tra le torce accese che gli puntano in faccia, la propria storia, di come la madre alla fame lo aveva destinato al Carmine, di come lui, sensibile, ignorante e furbo, avesse iniziato a disegnare:

“Tu allora, sei l’uomo che fa per me, hai visto il mondo
– la bellezza, la meraviglia, la potenza,
la forma delle cose, i loro colori, le luci e le ombre,
cambiamento, sorpresa – e Dio ha fatto tutto!

– Insomma, provi gratitudine, sì o no,
per il volto di questa città, per la linea del fiume laggiù
le montagne attorno e il cielo sopra
E ancora di più per le figure di uomo, donna, bambino
che questi incorniciano? Qual è il senso di tutto ciò?”

A Scarperia, su nel Mugello c’è un oratorio che ospita un quadro della Madonna, che attribuiscono proprio a Filippo Lippi:

Dicono che in realtà, Filippo Lippi l’avesse disegnata in ben altro modo:

“”A la Scarperia l’era di fuori una figura con uno bambino che dava la puppa”.

Il problema è che il Mugello da milioni di anni segna il vero confine tra l’Europa e l’Africa: tutta l’immensa forza dell’Africa preme lì contro l’Europa, e sempre più spesso le montagne tremano.

Nel 1542, tanto tremò la terra, che la Madonna, che se n’era stata per quasi cent’anni chèta nel suo affresco,  si lasciò cadere dalle braccia il Bambino, e alzò impaurita le mani in preghiera, e così fa ancora oggi.

Per questo, noi qui la chiamiamo la Madonna Madre di Storie, e rischiamo a volte pure di diventare cristiani, come è successo l’altra notte sentendo tremare tutta la casa.

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Notizie dal crepuscolo

L’avevo visto più volte, a San Frediano.

Seduto su qualche stretto marciapiede, barba e aria nordica, con cartelli stampati – stile titoloni strillati di quotidiani popolari – in lingua inglese, dove si dichiara un pensatore perseguitato in esilio che sta organizzando un crowdfunding.

Oggi mi sono presentato.

Mi stringe la mano e mi parla in inglese.

“Io sono Matthew, cioè Matthias, sono fuggito dalla Svezia”.

Tira fuori dalla tasca una piccola mappa, dove si vede che ha disegnato un percorso che lo porta dalla Svezia in Francia,poi in Spagna e infine in Italia.

Provo a seguire il flusso un po’ confuso, ma nemmeno troppo, dei suoi discorsi. Ha una voce calma e un’espressione molto seria.

“Avevo un’impresa di elettronica, mi sono sempre occupato di comunicazione e di media.

Con quattro dipendenti, di cui dovevo farmi totalmente carico, perché in Svezia è così: erano tutti sulle mie spalle, e a un certo punto non ce l’ho fatta più, ma in Svezia nessuno ti sa rispondere quando poni certe domande.

Ho denunciato su Internet il sistema economico svedese, che si basa tutto sull’inflazione… che bello, dicono, l’inflazione sta aumentando! Mentre ci vorrebbe invece la deflazione, come ho provato a spiegare…”

“Mi hanno ricoverato gli psichiatri, erano ricoveri forzati, mi obbligavano a subire iniezioni. E sono diventato uno zombie, mi hanno distrutto la mente.

Ho conosciuto l’inferno, ho toccato la morte, e non potevo sfuggire, perché erano ricoveri coatti.

Alla fine mi hanno rilasciato, ma hanno continuato a impormi i trattamenti fin dentro casa, l’ultima volta per farmi le iniezioni, la polizia ha sfondato la porta, ed è rimasta rotta per mesi.

E’ allora che ho deciso di andarmene dalla Svezia.

Io mi sento profondamente svedese, ma non accetto il governo del mio paese”.

Gli chiedo dove dorme.

“Ho una piccola tenda, l’ho piazzata lungo le rive dell’Arno.

Io sono cresciuto con l’idea di Firenze come città d’arte, ma ho trovato qui un’altra arte! Non riesco a capire abbastanza l’italiano, ma ho visto che ci sono davvero le statue di Michelangelo.”

Gli chiedo se scrive qualcosa.

Mi fa,

Tu hai già visto la mia pubblicazione?

Tira fuori dalla tasca un fogliettino stampato, intitolato:

“Twilight News

FREEDOM FIGHTER IN EXILE!”

Notizie dal crepuscolo.

Contiene una serie di brevi testi e di aforismi. Mi colpisce questo:

“PARS PRO TOTO” VUOL DIRE PRENDERE UN FRAMMENTO DI QUALCOSA – FALSANDO COSI LA VERITA’ CHE E’ UN TUTTO – LA SCIENZA SPEZZA LE COSE PER SCOPRIRE COSA SONO.”

Gli chiedo posso darti un piccolo contributo?

Mi ringrazia con molta dignità, informandomi – senza lamentarsene – che non capita spesso.

Sull’opuscolo, trovo un indirizzo:

Twitter @the_eng_circle

Vado a vedere:

“Ecco un’altra canzone che ho riscritto per tutti voi lì fuori – nell’etere, o questo “vuoto” nero come la pece dove io ho, in una tasca, tutto ciò che è mio”

I testi che scrive sono assai più confusi dei suoi discorsi dal vivo, ma mettendo insieme le due cose, ci ritrovo un senso.

C’è comunque la sua foto:

e quella della sua piccola casa lungo le sponde dell’Arno:

In quel momento immagino uno sterminato esercito di uomini dotati di libri e mandati e siringhe e contratti e manette e manualetti con tante figurine con i sorrisini inclusivi, che in tutto il pianeta danno la caccia ai Bedlam Boys, che tre secoli fa Thomas D’Urfey aveva cantato:

“Still I sing bonnie boys, bonnie mad boys
Bedlam boys are bonnie,
For they all go bare and they live by the air
And they want no drink nor money”

Canto ancora, bravi ragazzi, bravi ragazzi folli
i ragazzi di Bedlam sono bravi
perché vanno tutti scalzi e vivono d’aria
non vogliono né liquore né denaro

 

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Nei panni di Mamur

L’altro giorno ho raccontato la storia di Jacopo e Mamur, il senegalese che sta per tornare in patria…

Antonino Bonan, il nostro amico meteorologo che da Padova ci segnala nebbia, smog e diserbanti, conosce molto da vicino il mondo della diaspora senegalese; e si è divertito a fantasticare le tappe per cui Mamur è arrivato lla decisione di tornare a casa.

Di Antonino Bonan

Prima fase

Che schifo stare qua in Senegal. Non vedo come potrei migliorare la mia speranza di futuro. Potrei accontentarmi come fanno in tanti, in primis i miei genitori, ma poi scopro che anche loro se avessero potuto… avrebbero preso l’aereo per la Francia.

A me, che sono fortunato, mi han fatto studiare nelle finte scuole alte francofone, sborsando tangenti quasi quotidiane che forse a diploma ottenuto aiuterebbero a farsi una “posizione” in patria, poi darebbero qualche speranza di essere parzialmente riconosciute in Francia.

Ma mica tutti possiamo andare in Francia. Qualche possibilità c’è anche in Italia. L’importante è che lì io trovi qualche aggancio compaesano. Già lo conosco (andavamo a scuola insieme da piccoli), e se è ancora lì malgrado non abbia studiato come me… allora posso farmi anch’io, da quelle parti, un minimo di sicurezza di vita.

Parlano tutti del razzismo. Ma in fondo che cos’è? Una roba che fa incomparabilmente più schifo di quanto non ci faccia il nostro paese? Sì, vabbè, ma che c’entra? Facciamoci le spalle larghe, e ce ne faremo una ragione. Farsi una vita conta ben di più che resistere al vento. Ti fai un riparo, e si campa.

Ho paura che conterà ben di più la nostalgia, che avrà sempre le sue buone ragioni e sotto quel riparo verrà pure lei a tormentarmi. Vabbè, si conviverà.

Mi consolo pensando a quelli che magari non prenderanno l’aereo ma le carovane dei trafficanti usurai. Anzi, è meglio non pensarci. Oppure disprezzarli: vi date in mano alla mala e rischiate la vita!

Ma come si fa?

Siete scemi o criminali da sbattere in prigione, come dice in tv il nostro Primo Ministro dopo la visita del Ministro italiano col suo codazzo di imprenditori della pasta (perchè voi portate via la generazione più attiva del Senegal, mentre l’investitore qualcuno di voi lo farebbe pure lavorare in un pastificio)?

Seconda fase

Mamma che fatica.

Non pensavo fosse così difficile districarsi da questa parte del mondo.

Tutti chiamavano i genitori in patria dipingendo per loro rispetto una situazione migliore, almeno finchè i parenti stessi non chiedevano un aumento delle rimesse… visto che ci si stava sistemando in Europa. Da quei dialoghi, dal Senegal si vedeva poco delle difficoltà. Si riusciva solo a immaginare, cosa fossero il razzismo e le difficoltà “burocratiche”.

Il primo grazie ai racconti degli immigrati in Francia, dove però le tradizioni postcoloniali hanno pur sempre anche un risvolto positivo per noi. Il secondo lo vedevamo come notoriamente assai astruso ma perciò stesso affrontabile: c’è pure in Senegal, in certi casi anche peggiore, e spesso aggirabile con una mazzetta. Dicono che pure in Italia le cose andavano così, almeno fino a quando si stava peggio di oggi, e forse anche dopo…

La fatica l’ho dovuta affrontare inventandomi ambulante abusivo, perchè così fanno vari miei connazionali qui in Italia.

E’ una cosa in un qualche modo sicura, anche se in molti la consideriamo di passaggio prima di un lavoro più pagato e tutelato. La rete dei connazionali è qua pronta, quella dei fornitori cinesi pure. Non è neanche una mafia cattiva, come sarebbe invece quella dei nigeriani (che noi difatti consideriamo un popolo di m…, salvo eccezioni che nemmeno andiamo a cercare). Dobbiamo solo sapere dove andare a vendere e come sfuggire dai vigili.

E poi, ho cominciato a parlare con tutta la varia umanità degli italiani. E’ un mondo. Ognuno ha le sue ragioni, perfino chi ci bestemmia dietro tutte le possibili divinità e tutte le possibili stupidaggini. Perfino chi lo fa per semplice completa ignoranza.

Di fronte a tutti, ho imparato ad essere cortese comunque.

Non solo per vendere. Anche per capire davvero con chi ho a che fare. Fatica immane, pure questa: ogni persona è diversa, anche se i luoghi comuni magari sono sempre i soliti… Ho capito che non la posso affrontare, derubricando tutto a odio insensato o ignoranza. Solo che… ancora non ce l’ho fatta, a capire il perchè ce l’abbiano con noi.

Terza fase

Più di qualcuno sta iniziando a cogliere la mia cortesia, e anche il mio desiderio di trovare una sistemazione più canonica per la vita qui in Italia.

Stanno pensando a me, finalmente, come a una persona che cerca di campare onestamente. Lo vedo perchè, tra i luoghi comuni che sento, ce n’è uno che mi garba almeno un po’: mi dicono “ma tu non sei come gli altri tuoi simili, quindi ti posso anche apprezzare”. Taluni ci aggiungono anche roba tipo “ma perchè non torni al tuo paese, per dire anche agli altri che non si deve venir qua a delinquere?”

A questi ultimi, mi pare quasi di dover spiegare il mio percorso, ma vedo che è meglio lasciar perdere: non capirebbero. Tantomeno capirebbero, che di percorsi come il mio (o magari anche molto diversi, con vari gradi non disprezzabili di dignità) ce ne sono talmente tanti… da smontare ogni assurda generalizzazione.

In questo contesto morale, vedo formarsi anche un mio gruzzoletto con le rimesse e i risparmi. Mettendoli insieme, ricostruisco economicamente un contesto familiare. In Senegal, che culturalmente e soprattutto per gli affetti considero ancora oggi più mio dell’Italia.

Ma per oggi è solo un progetto. Intanto, un lavoro fisso non lo trovo facilmente. Ancor più, per il fatto che a cercarlo bene… dovrei lasciare la vendita come ambulante. Oppure entrare nella lotteria di chi prova ad ottenere una licenza, che chi vince poi deve pagarci una caterva di tasse…

Quarta fase

Ormai non sento più quasi nessun italiano, che mi parli come ad una persona e non come ad un immigrato. Ma se mi vedete qui da parecchi anni! Chi mi tratta bene, dice che capisce tutto. Ma va! Chi mi tratta male, è meglio fingere di non curarsene. Chi mi tratta “medio”, insiste a dire che non sono come gli altri immigrati.

Quest’ultima voce è tanto maggioritaria (o come tale rintrona ormai nella mia testa), che comincio a pensare sia la più fondata. E mi chiedo il perchè.

Fatico a trovare i motivi, ma qualcosa riesco a raggranellare anche da questo punto di vista. Basta fare nella propria testa un collage di quel che la gente e i media di vario tipo dicono.

Sarà una mia autodifesa psicologica, ma quel collage… prende la forma di una spirale, che si centra sulla mia persona. Vi trovo anche delle giustificazioni per le mie scelte di vita. Giustificazioni che nemmeno pensavo di avere. Me ne sento gratificato. Sì, sono migliore. Sì, molti degli altri (tutti? non me la sento di dirlo, ma non lo escludo, almeno per quelli che non sono miei amici) non sono sulla retta via. Non lo dico in giro, perchè la modestia la insegna pure il Corano. Ma dentro di me ho cominciato a pensare così.

Ho pure scoperto che altri come me pensano allo stesso modo.

Sono quelli che si sono sistemati qui in Italia, o quelli che almeno han cominciato a vedere la luce in fondo al tunnel psicologico della condizione di immigrato. I primi sono anche quelli che meglio sanno spiegare le cose, magari perchè hanno accesso alla cultura (mandano i figli a scuola e parlano abitualmente con gli altri genitori, ad esempio). I secondi (e io sono nella categoria) vedono i primi come una fonte attendibile.

E’ così che ho interiorizzato un’idea: siamo veramente troppi, immigrati, in Italia.

E’ ora di mettere un freno. Se arriva il mondo (e arriva, lo dicono tutti), cade qualsiasi sogno. Anche quello di chi, essendo arrivato prima, aveva pure iniziato a intravederne la realizzazione.

E’ il momento per me di farmi una domanda: sto qui a rischiar di veder cadere il mio sogno, o senza aspettare oltre vado dove pensavo a realizzare la parte che finora mi sono costruito? Mi sono dato una risposta, e mi accingo a intraprendere la mia quinta fase, sperabilmente da “ex immigrato”.

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Quando non potremo più essere amici

Guardiamo i Carpazi innevati, nella notte.

Jacopo viene dalla periferia di Firenze (ma il nonno era sanfredianino).

Ogni tanto fa le grigliate assieme agli amici, che sono una congrega mista di fiorentini dall’insulto facile (temo che siano molto più vicini ai Rossi che ai Bianchi), di figli di marocchini e di figli di meridionali.

Tra di loro si divertono a chiamarsi, “marocchino di m…!” “italiano del c….!”, e per questo si vogliono ancora più bene.

Quando partono, chiamano anche Mamur, un senegalese gigantesco che vende carabattole davanti a un bar.

Mamur mette le sue robe al sicuro da un negoziante italiano amico, e parte con la comitiva, con la sua birra e il pollo, per non rischiare di contaminarsi con il maiale.

Un paio di anni fa, Mamur ha salutato Jacopo, abbracciandolo forte e facendogli un discorso serio.

“Ho messo da parte un po’ di soldi, adesso posso tornare in Senegal. Ma è il momento giusto, perché io e te non potremo più essere amici.

Stanno per arrivare in tanti, tanti dall’Africa, e nulla sarà come prima”.

Mamur ha capito di più dell’antropologia di tanti laureati.

 

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La Madonna Madre di Storie

Al monastero di Sâmbăta, in Transilvania, improvvisamente, mi viene in mente che forse sia un errore pensare al cristianesimo sopratutto come un presunto “messaggio” oppure (in contrasto) una “teologia”.

Il cristianesimo è sempre stato un racconto per quasi tutti i fedeli.

Adamo ed Eva a spasso nel giardino,

Noè sulla barca con gli animali,

il bue e l’asinello e tre re con oro, incenso e mirra,

Ma sono storie anche la creazione in sette giorni o i cherubini con quattro facce e quattro ali o la Meretrice di Babilonia o la Gerusalemme Celeste;

o i diavoli irosi e lussuriosi che torturano i peccatori tra le fiamme e lo scorrere del sangue;

o San Giorgio con la sua lancia che trafigge il drago;

o San Nicola da Tolentino che era vegetariano e quando gli diedero un pollo arrosto gli fece sopra il segno della croce e l’uccello volò via dalla finestra.

E storia delle storie, c’è una mamma che stringe tra le braccia un bambino.

Ciascuna di queste storie è già completa così.

Ccolpisce qualcosa di profondo e inspiegabile dentro di noi, soprattutto se aiutata da immagini (e magari con un po’ di canto e incenso, che viene anche meglio).

Poi se uno vuole pure tirarne fuori un “messaggio” o una “teologia” o qualunque altra cosa, fa parte del gioco, ma mica è l’essenziale.

Ecco, la Madonna Acqua Madre di Storie, incinta di Cielo, che ci disseta tutti:


E un bambino dalla barba nera ascolta le storie e vi medita, che non significa farne astrazioni:

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