“Vi è del metodo nella mia follia”

Oggi per la prima volta, riesco a visitare il Seminario Diocesano di Firenze, che è un grandissimo palazzo su’ lungarni, sconosciuto a tutta la città, compreso a chi come me ci abita di fronte.

A cogliere l’occasione, siamo in meno di venti, quasi nessuno dei quali aveva mai messo piedi prima in questo edificio, già sede di suore prima e di frati poi.

Siamo tra due santi, Frediano e Maria Maddalena de’ Pazzi.

San Frediano è il Santo delle Acque, come ho già avuto occasione di raccontare. La Marzia che sa tante cose, ci dice che questo folle irlandese si era messo in mente un giorno di attraversare l’Arno in piena per andare a visitare San Miniato, e ci era riuscito, a piedi.

Marco, che ha vissuto tutta la vita qui, ci racconta dei suoi ricordi da ragazzo, quando l’acqua dell’Alluvione del Sessantasei saliva e saliva, e invase Via de’ Serragli come Via dell’Orto, dove la Fioretta Mazzei e il nostro amico che ha aperto l’Osteria del Paradiso gestirono gli aiuti.

In quella notte, Don Gonella, appassionato di enigmistica che per un periodo di tempo lunghissimo ha fatto da anima cattolica a un quartiere rosso, mise sulle scalinata della chiesa di San Frediano – ultima isola asciutta del rione – le candele accese,  e piano piano l’acqua sporca le spegneva ad una ad una, fino all’ultimo gradino – dove si fermò a due centimetri sotto il gradino più alto, dove le candele continuarono a far luce nella notte.

E poi, alle nove e un quarto di notte, le acque iniziarono a scendere.

Ai tempi che furono, c’era acqua in Arno, che i lungarni ancora non esistevano; c’era acqua sottoterra che riempiva i pozzi (per vedere se l’acqua l’era bona, la si assaggiava, e se non si moriva, andava bene, ma Brunelleschi preferiva dar vino che acqua agli operai che costruirono la sua cupola).

E poi c’era l’acqua che scendeva giù da Boboli e dal Galluzzo a fiumi, acqua per far corde di canapa e lavorare lana di Marocco, i panni di garbo, cioè del gharb, l’Oriente del mondo islamico, per mezza Europa.

L’acqua d’Arno portava le chiatte e le navi su da Livorno e da tutto il Mediterraneo: San Frediano era innanzitutto un porto di mare. E come in tutti i porti di mare, c’erano  innumerevoli prostitute.

Le quali, sapendo di essere destinate a morir giovani (ma te le immagini, ‘ste figliole di quindici anni…), si tassavano tra di loro – come tutte le arti dei loro tempi – per affidare i loro incerti figli alle suore che se ne curavano in Borgo Stella.

Dove c’è oggi un lungo muro, e dietro, un pino mediterraneo di incommensurabile altezza, uno spazio in cui gli aironi sostano tra la Fontana di Oceano di Boboli e l’Arno.

Non sorprende che la chiesa del quartiere venisse dedicata a Maria Maddalena, per ricordare l’intimo, quasi affettuoso legame cattolico tra peccato e salvezza: un po’ come il quadro, nel seminario, che raffigura il diavolo, con artigli ai piedi, che tenta Gesù indossando il saio dei frati cistercensi.

In questo mondo, Caterina, una ragazza di sedici anni si fa monaca di clausura, e prende il nome di Maddalena.

E’ della famiglia de’ Pazzi, i discendenti di Pazzino de’ Pazzi, chiamato così perché scalò le mura di Gerusalemme a mani nude, e per premio gli diedero le tre schegge di silice provenienti dal Santo Sepolcro con cui ogni anno si dà fuoco al Brindellone davanti al Duomo.

Poi i Pazzi hanno avuto la pessima idea di mettersi contro i Medici; e sarebbero scomparsi con vergogna dalla storia, se non ci fosse stata la Maddalena.

La cosa interessante è che Maddalena non ha mai fatto nulla di interessante.

Ha vissuto i suoi quarantun anno di vita, chiusa in un piccolo spazio, a pregare, fare la comunione tutti i giorni, fantasticare e scrivere, in un’epoca in cui erano pochini a saper leggere.

Per qualunque psicologo moderno, Maddalena sarebbe stata una disturbata da compatire.

Invece, in un’epoca di maschilismo per noi inconcepibile, questa piccola donna sofferente, intimista, strana, malaticcia, che a stento distingueva sogno, visione e vissuto, suscitò  rispetto e ammirazione universale, tanto che nel brevissimo tempo (per la Chiesa) di sessant’anni, è diventata santa.

E oggi, i trenta ultimi seminaristi di Firenze vanno al caffè de’ pazzi.

Nel refettorio del seminario, c’è un affresco del Poccetti (quasi contemporaneo della santa) che ci presenta un mundus imaginalis che non riusciamo nemmeno a concepire oggi, tutto concentrato su un piccolo episodio della vita della nostra meravigliosa nevrotica: il giorno in cui lei, mentre lavorava nella cucina del convento, vide un coltello ed ebbe la tentazione di uccidersi, per cui poi corse a pregare e le passò la tentazione. Il coltello lo conservano ancora, con tanto di targa, in Via de’ Massoni.

Il Poccetti ne fece un affresco che cerca innanzitutto il parallelo supremo, Gesù tentato nel deserto, a sinistra,

tra le fiere, compresi certi mitissimi conigli:

ma al centro mette la nostra ragazzina dalle labbra strette, a tavola (che poi è un sasso, il fondamento stesso dell’universo), mentre osserva un coltello, il pane e il bicchiere in cui si verseranno sangue/vino. A ricordarci che ogni pasto è in realtà, insieme tentazione, eucarestia, vita, morte, ricreazione dell’universo.

Il Rettore poi ci porta nella biblioteca, dove c’è una delle più grandi collezioni di testi musicali del mondo, mai catalogata, e molto altro:

ma soprattutto c’è la Dimostrazione dell’andata del Santo Sepolcro, di Marco di Bartolomeo de’ Rustici.

Che era un’opera del Quattrocento di cui parlavano in tanti, che un predecessore del Rettore ebbe la fortuna di trovare un giorno, uscendo dopo pranzo, sulla bancarella di un rigattiere, verso il Ponte Vecchio.

La Cassa di Risparmio, padrona di Firenze nella maniera crudele e talvolta geniale con cui lo erano i Medici, ne ha fatto una ristampa, al modico prezzo di 2.200 euro a copia, che sfogliamo. Il Rettore ci dice che due australiani ci hanno messo due anni per trascrivere il testo, e riconosco il nome di Nerida Newbigin, che ha anche riscoperto la storia delle rappresentazioni sacre del Carmine (bambini/angeli che volavano a venti metri sopra la testa di tutti).

La città di Gerico, la città di Gerusalemme, la città di Fiesole da cui son scesi i Fiori, la città di Florentia… la mano del Rustici disegna il mondo dalla Creazione, poi racconta la storia di Firenze, poi di un viaggio in Terra Santa dove la vegetazione sembra stranamente quella del Mugello.

Il Rettore, preso da una strana allegria, ci apre un volume rilegato in cuoio, è un messale del 1350, tutto in pergamena.

Non respirate troppo forte, potreste danneggiare il libro…

E ci fa vedere il lapis lazuli, che gli esperti hanno scoperto proveniva da una miniera nel Khorasan, e le gocce d’oro fatte calare con perfetta eleganza, e le nere lettere che al mio occhio moderno sembrano stampate.

Saliamo sull’altana che vedo ogni giorno da casa, e un vento violento ci colpisce, mentre guardiamo, sotto un cielo limpidissimo, una città come non l’abbiamo mai vista prima.

Il Rettore ci richiama con un colpo forte di campana, e scendiamo giù al pozzo di Santa Maria Maddalena de’ Pazzi, che un tempo era secco secco, ma in questi mesi di pioggia si è riempito d’acqua, e il lavello dove le suore lavavano i panni.

Tra di noi  c’è una donna americana di quasi ottant’anni, cresciuta a Brooklyn, che da ragazza è venuta tra i volontari del ’66 (“when I was young and gorgeous”) a restaurare quadri e statue (con un cognome italiano e senza saper dire nemmeno “ciao”), che poi ci porterà nel suo studio – a due passi da casa mia, e non me ne ero mai accorto – e ci spiega con rabbia, amore ed entusiasmo come si lavora la terracotta.

Ci indica il volto di Gesù del Masaccio e la sua tridimensionalità e dice che senza di lui, oggi lei non sarebbe nemmeno viva.

Poi ci dice che ha scoperto una tecnica per scomporre le figure in scatole, di cui nessuno ha mai parlato prima, e l’ha raccontata al fabbro che le sta di fronte.

E il fabbro si è fatto una gran risata, e le ha spiegato, “si ruba coll’occhi!”

Perché le arti non si scrivono mai, si trasmettono agli amici e si nascondono a’ nemici.

La feroce e dolce americana ci guarda dritti negli occhi e ci ricorda:

“There is method in my madness!”

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Migrazioni, tra cronaca e storia

Come probabilmente avrete letto, c’è stata una vivace discussione tra alcuni signori di nazionalità macedone residenti nel campo Rom del Poderaccio a Firenze (non so se sia più sbagliato chiamarli rom o nomadi, ma peschiamo un termine errato a caso, avremmo anche potuto dire zingari).

Per quel poco che i media possono capirci di vicende del genere, pare che un gruppo di Rom avesse riconosciuto un signore che aveva abbandonato la propria compagna  e aveva quindi deciso di dargli una memorabile lezione a sprangate e colpi di pistola.

Il fedifrago ha preferito sottrarsi a gran velocità alle proprie responsabilità (e possiamo immaginare a un discreto numero di figlioli), e nella confusione, è finito travolto un giovane fiorentino che passava per caso in motorino.

C’è stata quindi una manifestazione contro il campo Rom, con partecipazione rigorosamente di destra, esattamente come la manifestazione di qualche mese fa per commemorare un senegalese morto ammazzato sul ponte Vespucci da un italiano piuttosto nervoso è stata rigorosamente di sinistra.

“Di destra” vuol dire che ci sono andati in tanti i residenti dell’Isolotto, storicamente uno dei quartieri più rossi di Firenze, costituito dai profughi da San Frediano negli anni Cinquanta, e dove i giovani tifano in massa per Casa Pound.

Su due conti, i manifestanti qualche ragione ce l’avevano, sul terzo avevano torto marcio.

Uno, non vale in questi casi il discorso liberale, per cui “la responsabilità penale è individuale”, che manderebbe assolti quindi tutti i Rom che non hanno partecipato all’evento.

La comunità di Rom che vivono al Poderaccio è tale perché credono ai Valori della Famiglia più dei ciellini.

Uuna società in cui l’autorità ultima e suprema è del rom, cioè del maschio sposato, che compra moglie (la romnì) per il proprio figlio, appena adolescente, da un altro maschio sposato, per prezzi che a noi sembrano elevatissimi; e da qui un rapporto con il denaro, sprecato a fiumi, che fa impazzire i gagè.

La vita e la morte dell’intera società dipende da questo rapporto, monogamico ed esogamico. E naturalmente la violazione di questo rapporto comporta le stesse conseguenze che comporta la violazione delle leggi fondamentali dello Stato per i gagè.

Insomma, non è un fatto individuale, bensì il fondamento di una cultura.

Il secondo punto su cui i manifestanti avevano ragione è che in Italia, esiste un immenso spazio di illegalità morbida.

Immaginiamo quattro livelli di vita.

Livello Uno, una casta quasi solo di italiani, che può fare ciò che vuole, sempre, e che detta le regole: voglio un nuovo stadio! e glielo fanno.

Livello Due, gli italiani (ma anche molti stranieri) che ritengono se stessi normali e che vivono nel costante timore di multe, vigili, licenziamenti, denunce, sfratti.

Livello Quattro, chi vuole fare una rapina a mano armata magari ci ripensa, perché le conseguenze possono essere molto serie (come probabilmente lo saranno per i litiganti del Poderaccio).

Ma tra il Due e il Quattro, esiste il Livello Tre. Che offre libertà illimitata per chi è disposto a vivere al di sotto delle regole.

L’italiano di Livello Due ha paura di non pagare le bollette. Chi vive al Livello Tre, si attacca al filo della corrente di qualcun altro e ride in faccia al vigile quando prova a dirgli qualcosa. O come il marocchino senza permesso di soggiorno che viene sorpreso in piazza tutti i giorni con centinaia di euro in tasca. Con il curriculum che si ritrova, probabilmente far fatica a essere ammesso a un concorso per insegnanti, ma non è certo un dramma per lui.

E’ questo che fa impazzire gli italiani di Livello Due, molto più delle prepotenze degli italiani del Livello Uno, nascosti dietro i vetri affumicati delle loro auto di lusso.

Il Poderaccio (che peraltro frequentavo anni fa) è una follia dal punto di vista igienico, amministrativo o legale, che viene ampiamente tollerata.

D’altra parte, ha ragione anche chi non osa intervenire, perché come fai? Li mandi su Marte?

Dove invece i manifestanti sbagliano, è nel dare importanza a tutto ciò, perché stiamo parlando di cronaca.

La cronaca legata all’immigrazione sembra tanta, finché non ci ricordiamo la statistica: quantè la probabilità reale di venire travolti dall’auto di un rom, di venire uccisi da uno sciroccato che si è dichiarato militante dell’Isis o essere fatti a pezzi e messi in valigia da uno spacciatore nigeriano di Macerata? In questo, gli ‘antirazzisti’ (per semplificare il concetto) hanno ragione da vendere.

Invece, il vero e storico problema delle migrazioni ce lo pone Marian, una mite e cattolicissima amica filippina, instancabile lavoratrice, incinta in questi giorni della terza figlia: ha pensato per un momento di abortire, poi si è convinta che ogni figlio è un dono di Dio.

Per venire in Europa, come Salomone, ha dovuto scegliere: si è portata la figlia grande e ha lasciato quella piccola con i nonni, con cui la bambina ha passato gli anni più significativi dell’infanzia. Così le due figlie vengono su un po’ strane, una geniale a disegnare (come anche la madre) ma silenziosa, l’altra che canta in maniera meravigliosa, ma ha paura di tutto.

Marian ci racconta che adesso suo padre sta morendo in ospedale all’altro capo del mondo, gli si è anche fermato il cuore per otto minuti, ma sono riusciti a rianimarlo, e si è messo pure a scherzare.

Ora, nelle Filippine, la salute si paga. Non so esattamente come funzioni il sistema sanitario filippino, ma in sostanza il concetto è chiaro: se non hai i soldi, muori.

Ogni singolo intervento dipende dai soldi che Marian manda da Firenze, e infatti suo padre ha accettato con grande difficoltà di farsi curare, perché sapeva esattamente cosa poteva significare per la figlia.

Marian guadagna quanto può guadagnare una donna che pulisce due o tre case ogni giorno, ma è il pilastro della famiglia, mantiene un fratello minore agli studi universitari e soprattutto paga la voragine di spese per il padre, intervento dopo intervento, sapendo che l’unico esito sarà una morte a breve. E faccio finta di non augurarglielo.

Ascoltandola, giorno dopo giorno, capisco che ho sbagliato in una riflessione importante.

Tante volte qui, ho insistito su un concetto: non sono i vestiti, il cibo, i soldi, la roba, il problema, che ce n’è soverchia. E’ il tetto.

Vero, ma grazie a Marian, capisco che oltre al tetto, c’è la salute, e se la davo per scontata, era solo grazie al fatto che sono abituato al sistema sanitario italiano.

Adesso trovo comprensibile che 76 milioni di filippini pensino di emigrare in un paese, come l’Italia, dove non ti cacciano dall’ospedale se ti senti male e non hai soldi.

Questa riflessioni ci permette di uscire dalla cronaca per entrare nella storia.

Negli ultimi quarant’anni sarà pure capitato che qualche filippino abbia commesso un reato, ma francamente non me ne ricordo.

I filippini hanno saputo occupare la nicchia di persone cui affideresti le chiavi di casa; Marian è rigorosamente in regola con la legge, e ha imparato in poco tempo a parlare benissimo l’italiano.

Ma i soli filippini sono settantasei milioni.

Compresi i drogati e le prostitute di cui Marian stessa si era occupata quando si è laureata in scienze sociali nelle Filippine (“dottoressa, ha pulito ben bene il cesso?”), ma il problema delle migrazioni non sono le pecore nere.

La cronaca ci parla di centinaia, magari migliaia di reati compiuti di qua e di là da stranieri.

La storia invece ci parla di settantasei milioni di filippini che hanno bisogno di cure mediche, come ne abbiamo bisogno tu e io. Come ne hanno bisogno 186 milioni di nigeriani. E così via, tra peruviani e maliani e bengalesi e chi volete.

Questo avviene nel momento storico in cui la tecnologia scopre che non servono più gli  esseri umani, per cui diventano privi di significato i confronti con le migrazioni dei secoli passati.

Quanto è difficile è distaccare il giudizio morale da quello storico, dove non c’è nessuno da condannare, odiare, disprezzare. Ma proprio per questo è più preoccupante: magari si potesse farne una questione etica.

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La storia è così

Racconta il Calciante...

Mio nonno era di Pontassieve, aveva nove figli, eppure rifiutò la tessera del Fascio, e per questo perse il lavoro, ma lui tenne duro. E così divenne l’eroe del paese.

Arrivò la fine della guerra, e i partigiani si misero a fucilare i fascisti.

E c’era una famiglia di contadini, brava gente che non aveva fatto mai male a nessuno, ma erano fascisti, perché ci credevano. E li stavano mettendo al muro, quando si buttò in mezzo la mia nonna e riuscì a fermarli.

Furono gli unici a salvarsi, gli altri li fucilarono tutti.

La storia è così.”

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Il nostro mondo

Il senso profondo di tutto ciò che facciamo, il rapporto tra vita condivisa, mani che sanno cose che voi non vi immaginate, storie tramandate, con quella sorta di riserva che caratterizza tanti toscani, e l’immenso vuoto che abbiamo davanti.

Ciò che vorremmo trasmettere attraverso le tenebre che ci attendono.

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Sicurezza!

Oggi è stato un giorno straordinario, di cui vorrei, a caldo, raccontare solo un piccolo dettaglio.

Mentre piantavamo l’iris, sono comparsi due poliziotti, con tanto di pistole, e sono rimasti lì per diverse ore.

Improvvisamente, ho capito tante cose sulla questione della sicurezza, che è certamente uno dei temi più sentiti oggi.

Una dopo l’altra, le mamme si accalcano a chiedere, “ma cos’è successo?”

Paradossalmente, il poliziotto crea insicurezza: la gente non ha paura del poliziotto, ma la presenza del poliziotto significa che c’è un pericolo.

Vado a parlare con i due non invitati.

Giovani gentili e corretti,come praticamente tutti quelli che ho conosciuto che fanno parte delle forze dell’ordine. Anzi, trovo spesso che con i poliziotti si ragioni meglio che con i civili.

Mi dicono che hanno avuto l’ordine di restare lì “fino alla fine dell’evento”.

Un evento, nella mente burocratica, ha un orario di inizio e di fine.

Noi, invece, boh, siamo lì. Magari a cantare opere liriche alle otto di mattina e a salutare il gonfalone dei Bianchi a mezzanotte, oppure abbiamo altro da fare e non ci siamo.

Anche i poliziotti si rendono conto dell’enormità di ciò che hanno appena  detto, e chiedono, “ma voi siete aperti tutti i giorni?”

Cominciano a capire che l’evento richiederebbe la presenza di due uomini con la pistola, 365 giorni l’anno.

Spiegano che fanno parte della pattuglia fissa che si occupa della Nota Piazza a duecento metri da lì (non metto il nome per sfuggire ai motori di ricerca, ma avete capito benissimo qual è).

O stanno nella Nota Piazza, o stanno nel Meno Noto Giardino.

Nella Nota Piazza, non vi dovete aspettare stupri di massa o decapitazioni; ma una pioggia incessante di gente che vende e compra cocaina, di auto parcheggiate in terza fila in modo da impedire il passaggio delle ambulanze, di palpeggiamenti pesi, di ubriachi che alle tre di mattina si picchiano (c’era poi un tizio che si divertiva da matti a bastonare a sangue la gente e se la cavava, appunto, perché era matto), di tonnellate di rifiuti buttati in mezzo alla strada e di qualunque altro logorante segno vi possa venire in mente di piccola inciviltà e prepotenza.

Che moltiplicata per i sette miliardi di potenziali delinquenti che siamo, fa rischiare l’estinzione a te, a me e alle lontre, ma non alle formiche.

A duecento metri dalla piazza dove questa è la norma, c’è il nostro giardino.

Che è pieno anch’esso di gente che appartiene a una gamma di ceti, etnie, religioni e gradi di legalizzazione da far paura.

Bene, da noi è sucesso un unico caso degno di attenzione delle forze dell’ordine: nel 2016, una nostra amica ha perso il portafoglio, con carta d’identità e soldi, e non l’ha più ritrovato. Una cosa talmente sconvolgente, che ci sentiamo ancora in colpa per non essere riusciti a prevenirla.

La differenza tra qui e lì ha cause precise (una piccola frase inserita in un contratto nel lontano 1920), e pensiamo di chiedere un incontro con l’assessore alla sicurezza della regione per parlarne.

Ma resta il fatto che oggi i contribuenti italiani hanno pagato due signori perché passassero le loro ore di servizio a guardare un gruppo di bambini tra i tre e i cinque anni che piantavano degli iris e lasciassero per una volta in pace gli spacciatori della piazza.

Mentre sarebbe bastata una telefonata:

“abbiamo saputo che oggi organizzate un evento… voi che vivete sul posto, quale pensate sia il miglior modo di garantirne la sicurezza? Se credete che servono, possiamo anche mandare due poliziotti con la pistola a far scena, ma se ve la cavate meglio da soli, vi rispettiamo e francamente abbiamo problemi più grossi!”

Perché non è arrivata questa telefonata?

Sso che in Questura ci sono diverse persone intelligenti e sensibili.

So poi che nel Partito Unico fremono per poter dimostrare che la sicurezza non si fa soltanto dando più pistole ai poliziotti.

Insomma, tra portare i figlioli a scuola, organizzare concerti, tagliare l’erba, letihare con i funzionari, ricordarsi dei compleanni di tutti se no si offendono, trovare un avvocato per gli immigrati clandestini, mettere i cartelli che non si può fumare e regalare sigarette a chi cura l’orto senza chiedere un soldo…

ci tocca pure andare a fare un giro in Questura, che magari insieme, molto faticosamente, riusciamo a costruire un’idea di sicurezza che parta dalle persone che si prendono cura realmente dei Beni Comuni.

E che non hanno quattro occhi come i due poliziotti di oggi, ma ne hanno quattrocento.

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Il pugno nell’occhio (i)

Un periodo in cui ho pochissimo tempo, per cui ho pensato di riprendere alcune cose di James Howard Kunstler, autore di cui abbiamo già parlato qui.

Nel suo blog, Kunstler ogni mese pubblica la foto di un eyesore, un “pugno nell’occhio” architettonico.

Che non solo fa schifo, ma ci rivela sempre qualcosa di fondamentale a proposito di ciò che riduttivamente chiamiamo “urbanistica“: il modo in cui l’essere umano si rapporta con il pianeta che ha attorno, con i propri simili e (non ultimo) con i carburanti fossili.

Kunstler è un autore brillante, e fa molti riferimenti alla vita quotidiana statunitense, per cui farò così – metterò l’immagine del “pugno nell’occhio” e una mia parafrasi per italiani del testo, lasciando ai lettori anglofoni la lettura del testo originale.

Iniziamo la serie con questo parco giochi (di una Montessori Academy, nientemeno) nella periferia suburbana di Chicago. Veramente non ci sarebbe molto da aggiungere sul rapporto tra generazioni, luoghi, petrolio, insomma tutto ciò che collega la mamma al figliolo, l’America all’Arabia Saudita e la pompa di benzina al cervello delle persone.

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Il Suono dell’Islam

Ogni volta che parlo con gli italiani di Islam, quelli fanno confronti con fatti cattolici, sbadigliabilmente divisibili in due rette parallele che non si incontreranno mai:

  • “tutte le religioni fanno schifo, perché mettono al rogo quelli che non ci credono, vedi i papi che hanno fatto l’Inquisizione”
  • “tutte le religioni parlano in fondo di Pace, lo dice anche il Papa”

Ieri, incontro il babbo di Abdul ‘Aziz, che è un bambino un po’ strano e saggio, molte spanne sopra gli altri, che a tradurlo si chiama Servo del Potente.

I suoi compagni di calcio italiani lo chiamano, o Abdul, cioè “Servo”, oppure Aziz, cioè “Potente”. E già questo, ci fa capire qualcosa sullo scontro di civiltà.

Il babbo di Abdul ‘Aziz, che non so bene che vita precaria faccia tra muratore a rischio di sfratto e facchino occasionale, mi stringe le due mani nelle sue due mani, e mi dice in arabo classico (che è come se un italiano parlasse in latino) che in Tunisia ha comprato per me il libro di Walī al-Dīn ʿAbd al-Raḥmān ibn Muḥammad ibn Muḥammad ibn Abī Bakr Muḥammad ibn al-Ḥasan al-Ḥaḍramī.

Il signore di cui abbiamo appena detto il nome si può sì abbreviare in Ibn Khaldun, anche se non c’entra niente con i nomi appena citati, che negli anni in cui da noi si costruiva l’ultima cerchia delle mura, aveva fatto riflessioni straordinarie sulla società umana.

Poi incontro al fontanello ʿAbd al-Raḥmān, il Servo del Misericordioso, sulla sua bicicletta, che fa il cuoco in un ristorante, e con il suo incancellabile sorriso, mi chiede, in un arabo classico che è sempre come se fosse latino, come sta la famiglia (ché noi siamo inscindibili dai nostri cari), e mi cita i versetti del Generoso Corano sull’acqua.

Noto i suoi occhi, che scintillano, e mi ricordo come in Egitto mi colpivano gli occhi dei musulmani, con le pupille larghe e lo sguardo fermo, qualcosa che non ho mai visto in Occidente, come non ho mai visto, tra le donne occidentali che pure mi stanno care, qualcosa di simile alla postura della ragazza siriana velata assime a cui mi capitò di dare un esame all’università.

Una giovane donna sposata, dagli occhi azzurri, che come tutte le vere aristocratiche non faceva nulla per mettersi in mostra, eppure non c’era confronto con le piccole, confuse ragazzine italiane che la contornavano e che cercavano loro sì di emergere.

In quel momento, capii come si è nobili di nascita, a prescindere…

Penso anche alla Mājida… vocale lunga sulla prima, e poi inatteso l’accento cala forte  sulla seconda. Però se il concetto di maajìda non vi è chiaro, scendete tranquillamente  e chiamatela Magda, con la “g” di “gara”, che è l’altra faccia dell’arabo, quando si esce da ciò che da noi chiamano classico e si parla normale. Cambiano anche i nomi, come vedete, si chiama registro linguistico.

Cicciottella e velata, Magda dalla sua finestra in Egitto guardava i poveri di un paese disastrato e si chiedeva il perché delle ingiustizie in questo mondo, e un giorno mi disse, “ma non ti colpisce il suono di Allāh?”

Devo a questa domanda di Magda le poche certezze che ho su quell’immenso, terribile e bellissimo mondo, che almeno in termine di numeri, vale il vostro.

L’Islam è innanzitutto Suono.

Tutti i cattolici sanno che Dio non è un antipatico vecchietto con la barba bianca, ma più se lo ricordano, più ci pensano, e più Gli si allunga la barba. Vi ricordate la barzelletta, “I’ve seen God – she was black!” Che teologicamente non ci sarebbe nulla da ridire, ma sconvolge lo stesso.

Ecco, anche un musulmano sa che Allah potrebbe suonare anche Dio, God, Tanrı, Khoda… eppure il pensiero lo sconvolge.

Il Suono diventa la lingua araba classica, che solo allora diventa visibile come lettere, le singole lettere del Generoso Corano, la grande “Recitazione Sonora”.

L’intera verità dell’Islam si fonda su una sfida sonora, che coinvolge non solo gli umani, ma anche quegli strani esseri che ispirano i poeti:

 “Dì, se insieme gli esseri umani e i jinn cercassero di fare qualcosa di simile a questo Qur’an, non vi riuscirebbero, nemmeno se si mettessero a spalla a spalla”

Che poi mi commuove il fatto che vengano tradotte come plurale parole che sono singolari collettivi, la umanitàla jinnità, senza che abbiano nulla dell’astrazione dei loro equivalenti italiani.

Islamofobi e buonisti immigrazionisti si trovarono un dì, a discutere di jinn…

L’Islam è innanzitutto Suono, poi è Corpo.

Corpo che digiuna, Corpo circonciso, Corpo Velato, Corpo dal capo coperto, Corpo che non consuma maiale, Corpo che sorride dolcemente, Corpo che controlla con attenzione le proprie emissioni di ogni sorta (sangue-sperma-mestruo-sputo), Corpo di Uomo che non sfiora Corpo di Donna, Corpo che prega in certe posizioni, in certe ore, guardando attentamente il calendario, accertandosi che sia stata avvistata la prima falce di luna, curando i segni delle mestruazioni (al Ramadan io mangio e tu no), osservando la lunghezza dell’ombra sul terreno.

E poi mille ulteriori modalità del Corpo per i veri sottomessi  e i più che sottomessi, che riguardano come ci si taglia i baffi, in che posizione si dorme la notte, come ci si puliscono i denti, mentre le nostre donne con le sciarpe ascoltano felici, e ringraziando il Dio di Suono, cose che altri musulmani considerebbero vietate.

L’Islam è innanzitutto Suono, poi è Corpo, poi è Comunità.

Solo qui cominciamo ad avere le regole sociali, che tanto spaventano gli islamofobi. Siamo al terzo posto nella gerarchia. Non che manchi di importanza, come il facchino pakistano che mi portò a casa il mangiare indiano una sera, e sbagliai i conti, a mio sfavore. E lui mi diede il resto giusto, e mi disse, “io sono musulmano!” con un immenso sorriso.

O come, quando ero in Egitto, in una città di quattro milioni di abitanti, le brocche d’acqua messe per strada per gli assetati.

O pregare così vicini gli uni agli altri, che nessun demone possa infiltrarsi in mezzo ai credenti, anche quando occupano tutta la carreggiata di una strada con i loro stracci di tappeti  e le macchine, come è giusto, si fermano di fronte a Dio.

L’Islam è innanzitutto Suono, poi è Corpo, poi è Comunità, solo alla fine è Credenza.

Quest’ultimo elemento dell’Islam è il più fragile: l’Islam ti ascolta innanzitutto, poi guarda come mangi, come ti siedi, come starnutisci; poi condivide le mille relazioni che i mortali hanno con il mondo. Ma lascia ciò che tu nel tuo profondo pensi e senta, all’esclusivo, inappellabile giudizio di Dio, che è insieme Signore del Bene e del Male.

Ma se il suono è il principio dell’Islam, chi somiglia di più ai musulmani, tra i cristiani?

Du’ minuti di vergogna, se non ci siete già arrivati da soli: i mitici contadini toscani che conoscevano a memoria la Divina Commedia.

Lo dico con un immenso, inutile ringraziamento a un operaio metalmeccanico marocchino, di cui non ricordo il nome, che mi recitò per intero, permettendomi di superare un esame all’università, la mu’allaqa di Imru al-Qays.

Imru al-Qays nacque ancora prima dell’Islam, e ne combinava di tutti i colori nella sua libidine (tanto che sedusse persino la figlia del padre del diritto d’Occidente, Giustiniano), ma aveva il dono della Lingua, quella lingua che di parole ne ha tre per ciascuna delle nostre, e già allora sapeva trasformare ogni cosa che nominava.

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La fiorenza

Oggi, il priore agostiniano di Santo Spirito ha benedetto la bandiera dei Bianchi, tra abbracci forti e la statua di Santa Rita da Cascia e parolacce che scappavano a’ Calcianti, e ci ha raccontato:

“C’è una guida che è de’ Rossi e porta i turisti qui in chiesa, e gli dico, ‘anche quest’anno  hanno vinto i nostri’, e lui mi fa, ‘però anche noi abbiamo fatto benedire le nostre bandiere!’, e gli rispondo, ‘sì, ma solo noi abbiamo lo Spirito Santo dalla parte nostra!”

Partiamo da tante storie, per arrivare alla nostra e spiegare perché ci farebbe piacere che qualche lettore del blog passasse da noi il prossimo 7 giugno, che cade di giovedì.

Ciascuna di queste storie sarebbe interminabile da raccontare, se mi riesce, ne parlerò poi a puntate.

Il nome di Florentia deriva con ogni probabilità da flos, “fiore”, che è una radice indoeuropea che ci ha dato un odoroso giardino di parole, da fiore a foglia, da bloom a Blüte.

Il fiore di Firenze viene chiamato “giglio”, che è un modo nobile di chiamare il giaggiolo o Iris, che un tempo cresceva rigoglioso negli spazi incolti della Val d’Arno, ma che oggi è quasi scomparso.

Su al piazzale Michelangelo, c’è un giardino che si apre per pochi giorni l’anno, dedicato esclusivamente all’iris.

In Viale delle Idee a Sesto Fiorentino, insegna Stefano Mancuso.

Mancuso è professore di Arboricoltura generale e coltivazioni arboree presso l’università di Firenze, che ha creato il LINV – Laboratorio di Neurobiologia Vegetale, dove si studia finalmente su basi scientifiche quel mondo liminale che è la sensibilità e la capacità evolutiva delle piante.

Senza le piante, se ci fosse andata   di lusso, io che scrivo e tu che leggi saremmo stati al massimo du’ quarzettini.

Nel Viale delle Idee, è nato il progetto di un master, chiamato Futuro Vegetale, che riunisce ricercatori di settori molto diversi, per trovare le vie di uscite da un presente suicida.

Mettiamo insieme tutte queste storie, e chi ci segue da tempo, capirà perché i ricercatori ci abbiano chiamato e ci abbiano detto, all’incirca, questo:

“Abbiamo deciso di far ripartire il futuro da dove chi vi abita, si prende cura del luogo e vi costituisce una comunità, che è l’unico criterio sensato di cittadinanza.”

Insomma, tocca al nostro Giardino essere il futuro del mondo.

Così scenderanno dalla collina, con i rizomi di iris, e assieme ai bambini che vengono da ogni angolo del mondo e alla Compagnia dei Bianchi di Santo Spirito colle casacche, anche se avranno la partita il giorno dopo.

Nello spazio deciso in maniera inappellabile dalla mamma albanese cristiana figlia di ateo comunista (“lui diceva, io sono Dio!”) e nipote di musulmani, che ha una bancarella di magliette a San Lorenzo, rinascerà Florentia.

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