Nazionalpallonarismo con avvertenza

Fotografato oggi in cartoleria… a voi le conclusioni filosofiche.

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I signori, lo spettacolo e la plebe

Lunedì 16 giugno 2014, una data importante nella storia d’Italia, con un evento simbolico di enorme impatto: la cena dei signori della moda sul Ponte di Santa Trinita a Firenze, privatizzato e sbarrato, con il popolo attorno ad ammirare a bocca aperta lo spettacolo.

Speriamo di sviluppare meglio il discorso, ma con il trionfo del capitalismo più evanescente, il lusso e la moda possono spostarsi ovunque e chiedere qualunque cifra. Come dicono gli esperti, è l’unico mercato che non conosce crisi. I capitali possono essere di qualunque parte del pianeta, ma ci deve essere di mezzo un nome italiano, preferibilmente fiorentino.

Ieri, Firenze è stata proclamata ufficialmente la Hometown of Fashion, cioè centro del sistema planetario della fuffa miliardaria. Con una potenza economica, politica e spettacolare tale da aver spazzato via in breve tempo tanti vecchi poteri italiani e aver preso in mano la direzione del governo stesso.

Nemmeno un anno fa, i fiorentini, senza alcun preavviso, hanno trovato il Ponte Vecchio sbarrato da vigili, con alle spalle misteriosi uomini vestiti di nero e di grigio, e dietro ancora, un armeggiare di camerieri tra tavolini.

Era in corso la cena privata di un gruppo di collezionisti di Ferrari in vena di bagordi.

A parte la divertente serie di balle raccontate per giustificare la svendita del Ponte Vecchio, colpisce un dettaglio: per chiudere una strada, il Comune deve dare un preavviso di 48 ore; cosa che avrebbe però reso problematica la privacy dei gaudenti, e quindi il Comune ha dato il preavviso solo 48 dopo il fatto stesso. Un postavviso, insomma.

Probabilmente, con un buon avvocato a mio fianco, quella sera avrei potuto denunciare io qualche vigile per blocco stradale non (ancora) autorizzato. Invece, sono stati i vigili a fermarmi e chiedermi pure i documenti.

Insomma, appena un anno fa, i favori di questo genere ai potenti dell’economia venivano nascosti.

Da ieri sera, invece, sono diventati assolutamente palesi.

Questa volta, infatti, proprio mentre il Battistero di Firenze veniva trasformato in un’insegna pubblicitaria dell’azienda di tale Bernard Jean Étienne Arnault


… a Ponte Santa Trinita, si schieravano le camionette dei carabinieri, a chiudere al popolo l’accesso al ponte.

Dietro i carabinieri, i vigili, dietro i vigili misteriosi uomini vestiti di nero e di grigio, e dietro ancora, un armeggiare di camerieri tra tavolini.

Che poi avrebbero servito umilmente un pubblico composto, tra l’altro, da

“Agnese Renzi (senza il marito), Federico Ghizzoni, Suzy Menkes, Franca Sozzani, Lapo Elkann, i Ferragamo, Laudomia Pucci, gli Scervino, Andrea Panconesi e tutta la famiglia Ricci”.

Il signor Ricci, ricordiamo ancora, è quello della storia del pollo che si credeva un’aquila.

Ma questa volta, hanno pensato bene di accompagnare il tutto con uno spettacolo per il popolo, con attori su barche che si muovevano sull’Arno, musica e fuochi d’artificio: non importa che tra appena una settimana ci saranno di nuovo i fòhi, per la tradizionale festa di San Giovanni.

Bisogna dire che al popolo non avevano spiegato proprio tutto: anche se la cena dei Vip non era un segreto, i media parlavano solo di una festa per la “nuova illuminazione del Ponte Vecchio“, offerta da Stefano Ricci con una spesa di gran lunga inferiore a quella di un paio dei suoi polsini.

Il Ponte Vecchio, l’ultima volta che l’abbiamo attraversato, era già illuminato: l’elettricità c’è a Firenze da quando nel 1903 la Corte di Cassazione spezzò il monopolio del gas.

Invece, io leggo (Emiliano Scampoli, Firenze: Archeologia di una città, Firenze University Press, 2010) che nessuno sa a quando risale il Battistero di Firenze.

E questo anche perché l’ultimo studio archeologico in materia è stato pubblicato nel 1916. Tutti gli altri lavori archeologici, che arrivano fino al 1948, sono inediti. Come a quarant’anni, è ancora inedita la maggior parte dei materiali archeologici che riguardano il Duomo di Firenze.

Cioè nessuno ha trovato i soldi per mettere insieme quattro volenterosi laureati in archeologia o storia dell’arte per analizzare le carte di chi ha scavato, e magari risolvere il mistero della storia dei due massimi monumenti della città.

Con un quarto di un Polsino Ricci, forse potremmo arrivarci…

Comunque, mentre i ricchi dall’alto della loro fortezza festeggiavano (per modo di dire, viste le facce)…

… il popolo, arrampicato alla buona dove capitava…

… si godeva le luminose briciole:

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Italici nel pallone

Rubo brutalmente l’immagine in fondo a questo post a Baruda.

Alcuni intimi poi sanno di un conto in sospeso tra il quartiere e l’allenatore della nazionale, da cui loro potranno dedurre esattamente come spero vadano queste partite.

Passando a sport più seri, i Verdi ieri hanno perso contro i Rossi a tavolino (che mi sembra un’espressione assai forbita), perché un giocatore dei Verdi dopo aver massacrato di botte uno dei Rossi, si è rifiutato di uscire dal campo solo perché l’avevano espulso. Evidentemente nessuno ha avuto il coraggio di entrare nell’arena e trascinare fuori il Verde.

Per cui a San Giovanni, i nostri Bianchi se la vedranno con i Rossi.

Intanto – in mancanza, per fortuna, di gadget industriali – qui stanno mettendo fuori striscioline di plastica bianca e qualcuno si mette a ritagliare intere lenzuola bianche da appendere alla finestra.

Qualche giorno fa, eravamo in Santo Spirito, con i canonici agostiniani che benedicevano le bandiere bianche, e un poderoso IppippurràBianchi! è riecheggiato tra le volte della chiesa, arrivando fino alla Veronica che aveva scolpito Emilio Santarelli dentro il nostro giardino, e forse l’ha sentita anche la pora Cammlla Minchioni nel suo eterno riposo.

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La storia che vuol farsi raccontare

In questo periodo, vivo una frustrazione tutta particolare, opposta a quella dell’autore medio. Cioè della persona che vive una vita relativamente banale, ma ha una splendida fantasia in testa e cerca a tutti i costi di farla pubblicare.

Non so se ho molta fantasia, ma vivo una storia meravigliosa e per molti versi assurda, che è quella di San Frediano: qualunque cosa che vada dalla vita dei mobilieri dell’Ottocento a Raumer, che ieri chiedeva un euro a poesia, e poi ci regalò un pasticcino, o il musicista classico che  svegliò tutto Borgo San Frediano, camminando piano, all’aurora, al centro della strada e suonando delicatamente il flauto.

Però è una storia anche sensibile, fatta di gente che magari ha i propri segreti, ed è anche una storia sottilmente violenta, perché alla fine c’è gente malvagia che vorrebbe spolpare il rione, e i malvagi sono tutt’altro che stupidi.

Certo, ci sono le cose che possiamo dire, e da ieri abbiamo un sito dove raccontarle, http://www.nidiaci.com.

Ma le storie più belle e strane, non le posso raccontare, o le posso raccontare solo in parte e a poche persone.

Posso però pubblicare i commenti di due di queste persone alle storie raccontate in privato.

Rossana scrive:

Storia affascinante.

Fossi te, lo scriverei prima o poi il romanzo.

In pratica è già  tutto scritto, e secondo me lo è perché una storia che sta tentando disperatamente di farsi raccontare.

Forse sei capitato sulla storia del Nidiaci solo per poter arrivare a quest’altra storia, che secondo me non è finita: Manca qualcosa, un piccolo tassello finale con sorpresona.

Tortuga scrive:

Temono solo che gli si tolga, da un giorno all’altro,
qualcosa per cui ha lavorato tutta la vita
di nascosto
dittatura
paura
controllo
silenzio
fare qualcosa
tagliato teste…

centocinquanta
bambini
mamma pakistana
violinista americana,
calcianti Bianchi
nonna anziana
restauratrice di statue
legno del Cinquecento
violinista zingara
non annoiarti

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Il Battistero con il burqa. Con magnifiche e squillanti tonalità

Al centro di Firenze, come sicuramente saprete, c’è un edificio chiamato Battistero.

Se leggete la voce relativa su Wikipedia, troverete un tipico testo, dove si elenca la storia dei singoli elementi architettonici, con appena un accenno alla sua funzione.

Infatti, all’incirca fino alla Seconda guerra mondiale, il Battistero era l’unico luogo in cui venissero battezzati i fiorentini. Rito religioso ma anche civico, perché in quel luogo, in quel momento, tutti coloro che nascevano in città diventavano fratelli in San Giovanni, e condividevano diritti e doveri comunitari.

Da quelle pietre, insomma, nasceva un popolo, per ricordare il titolo del libro fondamentale di Tomaso Montanari, Le pietre e il popolo.

Ieri leggo che il Battistero se lo sono venduto.

Non l’hanno ancora impacchettato per mandarlo a un evento ad Abu Dhabi, però se l’è comprato – per un po’ – una signora di nome Laudomia Pucci, che ad Abu Dhabi ha già costruito un’imitazione del proprio palazzo di famiglia.

La signora Pucci avvolgerà il noto monumento fiorentino con 2000 metri quadrati di stoffe pubblicitarie della propria azienda, realizzando – ci assicurano i media – un suo sogno.

Prima che qualcuno obietti al fatto che un messicano di San Frediano parli di una Pucci decisamente di Firenze, precisiamo che la signora Laudomia gestisce in sostanza una sottomarca dell’impresa francese LVMH (che sta per Louis Vuitton Moët Hennessy, un po’ bevanda e un po’ abbigliamento), dove ricopre il ruolo di image director.

La LVMH – che poi ha sede a New York, in un grattacielo ben più alto del Battistero – a sua volta appartiene (grazie a un sistema di scatole cinesi) a un certo Bernard Jean Étienne Arnault che ha fatto i soldi nel settore immobiliare.

La Torre (o Battistero?) LVMH di New York

Il fatto che Arnault sia l’uomo più ricco d’Europa forse ci aiuta a capire perché i sogni di Laudomia si realizzano e quelli di tanta gente che conosco io, no. E certo aiuta i sogni anche il fatto che il marito di Laudomia sia Alessandro Castellano, Amministratore Delegato della SACE, potente gruppo assicurativo.

E infine, aiuto dopo aiuto, non guasta “l’impegno” dichiarato all’imburqamento del Battistero di Carlo Calenda (nipote per caso di Luigi Comencini), già Direttore dell’Area Strategica Affari Internazionali della Confindustria e responsabile relazione con le istituzioni finanziarie e responsabile Customer Relationship Management della Ferrari (quelli che si sono comprati il Ponte Vecchio), e oggi vice ministro dello sviluppo economico del governo italiano.

Calenda, come si vede dall’articolo che segue, ha fatto in modo che il suo ministero desse un “contributo straordinario” all’intabarramento del Battistero.

Avendo come unica fonte per ora proprio l’articolo che tra poco leggerete, ci chiediamo se il contributo sia stato di tipo lobbistico oppure finanziario; e in quest’ultimo caso se i soldi dei contribuenti servano a permettere a un imprenditore francese di trasformare il Battistero nel più grande cartellone pubblicitario d’Italia.

Leggete con attenzione, appunto, quanto scrive La Nazione.

E’ istruttivo, perché ci offre un notevole campionario degli aggettivi che adoperano i giornalisti dei nostri tempi, quando parlano di chi conta: Grandissimo straordinario straordinaria magnifica squillante abbraccio di amore infinito belle sorprese passione coraggio. E c’è pure Stefano Ricci, quello dei polli che si credono aquile.

“Firenze, 6 giugno 2014 – I permessi sono tutti arrivati e ora il sogno di Laudomia Pucci sta davvero per avverarsi: vestire il Battistero coi disegni e coi colori della maison fondata dal padre, il grandissimo Marchese Emilio Pucci, un fiorentino straordinario che ha segnato un’epoca altrettanto straordinaria della storia della moda. E in particolare della moda fiorentina fin dagli albori e dalla prima sfilata nel febbraio 1951. Ora tutta questa memoria ritorna magnifica e squillante di tonalità ed avvolgerà in un abbraccio d’amore infinito per la città il Bel San Giovanni, con otto pannellature di tela su tutti i lati del capolavoro, E sarà anche questa una delle belle sorprese del programma Firenze Hometown of Fashion che festeggia i sessant’anni del Centro di Firenze per la Moda Italiana, da un’idea piena di passione e coraggio del suo presidente Stefano Ricci.

Dal primo giorno di PittiUomo tutto il mondo potrà vedere “Monumental Pucci”, l’istallazione artistica realizzata dalla maison col Comune e col contributo straordinario del Ministero dello Sviluppo Economico, per l’impegno del viceministro Carlo Calenda che ha portato a Firenze sostanziosi finanziamenti, e di ITA- Italian Trade Agency. “Monumental Pucci” prende ispirazione dal disegno per foulard che Emilio Pucci realizzò nel 1957 pensando al “suo” Battistero e proprio dal monumento prende il nome, nei colori del mediterranei del giallo limone, dell’arancio, del fucsia e dell’iconico rosa Emilio. Il quadro foulard originale, da cui è tratta la stampa, verrà esposto sul lato Abside del Battistero. Gli altri sette lati del monumento, caratterizzato da una pianta ottagonale, saranno disegnati secondo lo stile Pucci; otto teli stampati, per una superficie totale di 2.000 mq, andranno dunque a rivestire l’edificio. Per l’occasione sarà possibile seguire il work in progress dell’evento sugli account social di Emilio Pucci attraverso l’hashtag #MonumentalPucci. Il 17 giugno cocktail a Palazzo Pucci per festeggiare l’istallazione e vedere dal vivo come si stampa un foulard Pucci.

«E’ una bella maniera per celebrare Firenze, i sessant’anni del Centro Moda, rimanendo fedeli alla tradizione nella modernità — racconta Laudomia Pucci —: io e il direttore creativo della maison Peter Dundas siamo molto felici di questa istallazione. E’ la prima volta che la moda interviene su un monumento di tale importanza. Ringrazio tutti, la città, l’Opera del Duomo, il Centro Moda e Pitti Immagine e anche il nuovo Sindaco per la loro generosità. Sì, faccio i miei auguri più belli a Nardella».

Eva Desiderio”

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L’amore che vive tra i sassi

Oggi, in Via Maffia.

Passa una ragazza in bicicletta, pedalando sui sassi sconnessi. Deve essere una cantante lirica che si esercita, perché sta cantando con una forza che riempie tutta la strada.

Al giardino, viene a trovarci Paolo, ottant’anni, regista di successo fino a un giorno in cui abbandonò tutto, e dedicò ciò che restava della sua vita alle infinite miserie dell’Oltrarno.

“E’ un controluce, diciamo noi nel teatro… i bambini che giocano in questo spazio, è un quadro meraviglioso! Non mollate mai! Ma state attenti, perché qui la mafia e la ndrangheta stanno prendendo in mano tutto, sono soldi insanguinati, perché Firenze è la lavanderia di quella gente!”

Sotto l’arco del Cestello, c’è una donna di mezza età seduta sul marciapiede, vestita di un dignitoso nero. Ogni giorno la vedo, la saluto e do un euro.

Ha occhi azzurri, parla molto piano, come Beppo Spazzino nel racconto di Momo. Colgo appena le sue parole.

“Prima facevo la vigilante”, e me la immagino che cerca, con tutta la sua lentezza, di difendere i beni di qualche misteriosa società da qualcuno, allora, più disgraziato di lei.

“Poi ci hanno licenziati tutti, senza nemmeno darci la liquidazione. Gli altri avevano famiglia e casa, io no. Ci siamo anche rivolti ai sindacati, ma ci hanno detto che contro quelli lì, non potevamo sperare in niente. Non ho più nessun posto per dormire.”

E inizia a piangere.

Al parcheggio del Cestello, ci sono i due napoletani che fanno i posteggiatori abusivi. Tutte le sere scambiamo quattro chiacchiere, mentre ascolto il fiume che canta nella facciata di San Frediano.

“Oggi non ci sono i senegalesi”, dico. Perché in fondo in fondo alla scala dell’umanità, due napoletani di oltre sessant’anni non possono certo competere con giovani gazzelle nere.

“No, uno di colore c’è! Stasera abbiamo fatto un euro in due, dormiamo all’Albergo Popolare, ma non è un bel posto… solo che lavoro non ce n’è”.

E in quel momento, mi vengono in mente due ricordi del pomeriggio al nostro giardino.

C’è Arianna, otto anni, che mi chiama con urgenza a esplorare uno strano spazio interrato, coperto da una lastra di vetro, attaccato alla Chiesa del Carmine. “Quanti anni avrà?”, mi chiede.

Poi tira via un po’ di colla che attacca il ferro al vetro. “Ecco, questo è un indizio!”, mi dice trionfante.

Il secondo ricordo è di una bambina, di cui non vi dirò il nome, dai capelli bellissimi tutti crespi, la pelle mulatta, che viene dal Brasile, e che una volta ci chiese se poteva disegnare un cuoricino su tutti i moduli per far iscrivere i soci.

Ci chiede un pennarello, e sulla lavagna che abbiamo infilato a forza dentro la rete che lo Speculatore ha tirato per rubarci il nostro giardino, scrive quanto le mancheremo tutti, perché va a vivere in un altro quartiere.

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Venezia, storia di un suicidio

Tomaso Montanari, storico dell’arte, è un amico che abita a due passi da casa mia. E infatti, parlare di Venezia è come parlare anche di Firenze.

Ha il grande merito di aver colto il rapporto stretto che in Italia lega pietre e popolo, cioè l’ambiente stesso in cui siamo immersi e che ci forma. E che dobbiamo difendere con tutte le nostre forze.

Il Mose è costato finora cinque miliardi di Euro. Poi dicono che non ci sono i soldi…

di Tomaso Montanari

Il Fatto Quotidiano, giovedì 5 giugno

Massimo Cacciari – tra i cui non molti meriti di sindaco di Venezia c’è quello di essersi  sempre opposto al Mose –ha detto che le radici della corruzione vanno cercate nell’urgenza.

Vero, ma il Mose sarebbe criminogeno anche se i suoi lavori andassero lentissimi. Perché è  un progetto sbagliato in sé: frutto di quella vocazione al suicidio da cui Venezia non sembra capace di liberarsi.

Per mille anni la Repubblica Serenissima ha vegliato sul delicato equilibrio della Laguna,
che è la particolarissima “campagna”che circonda Venezia. In natura, una laguna ha una vita limitata nel tempo: o vincono i fiumi che portano materiali solidi verso il mare, e
la laguna si trasforma in palude e piano piano si interra, oppure vincono le correnti
marine, che tendono a renderla un golfo o una baia.

I veneziani capirono subito che tenere in vita la Laguna salmastra voleva dire assicurarsi uno scudo naturale sia verso la terra che verso il mare. Non mancarono le discussioni: celeberrima quella cin-quecentesca tra Alvise Cornaro, che avrebbe voluto bonificare la Laguna, e Cristoforo Sabbadino, che ne difese vittoriosamente la manutenzione continua.

Così la storia di Venezia –ha scritto Piero Bevilacqua –è stata “la storia di un successo nel governo dell’ambiente”.

Una storia che, con l’avvento dell’Italia unita si è, però, interrotta, ed è definitivamente
collassata negli ultimi quarant’anni di malgoverno veneziano. Per fare entrare le Grandi Navi (turistiche, industriali e commerciali) si sono dragati e approfonditi i canali d’accesso in Laguna, e con-temporaneamente se ne è abbandonata la secolare manutenzione.

Il risultato è stato un abnorme aumento dell’acqua alta, culminato nella vera e propria alluvione del 1966. Fu proprio quell’enorme choc che mise Venezia di fronte
all’alternativa: o riprendere il governo della Laguna e mantenere l’equilibrio, o essere
mangiata dall’Adriatico.

Fu allora che emerse la terza via: il Mose, che permise di eludere la scelta tra responsabilità e consumo. L’idea era di continuare indefinitamente a violentare la Laguna e poi rimediare meccanicamente, con una gigantesca valvola che chiudesse le porte al mare. È come se un paziente ad altissimo rischio di infarto venisse persuaso dai medici a non sottoporsi ad alcuna dieta né ad alcun esercizio fisico, e a scommettere invece tutto su una costosissima e complicata operazione di angioplastica.

Non verrebbe da pensare solo che i medici sono incompetenti: ma anche che hanno qualche interesse occulto nell’operazione. E se poi quei medici finissero in galera, chi potrebbe stupirsi?

Follemente, la scelta della terapia è stata affidata direttamente ai chirurghi. Fuor di
metafora: la salvezza di Venezia e del suo territorio è stata affidata a un consorzio di im-prese private (il Consorzio Venezia Nuova) interessate a realizzare il costosissimo mecca-nismo di riparazione del danno, il Mose appunto. E tutto è stato asservito a questo ente: anche il controllo del Magistrato delle Acque, che si è trovato a ratificare (invece che a
sorvegliare) scelte operate in base all’interesse privato.

Sarebbe difficile spiegare un simile suicidio se non vedessimo che Venezia si distrugge
ogni giorno in mille altri modi, prostituendosi, fino alla morte, a un turismo cannibale. Ma
mentre gli abitanti continuano a scendere (sono ora 59.000: un terzo della popolazione del
1950, la metà di quella del 1510) e le Grandi Navi sembrano inarrestabili, c’è ancora
chi resiste, tra mille difficoltà.

Esemplare il caso di Italia Nostra, cui appartiene la voce più ferma e coraggiosa contro la
morte di Venezia, una voce che un anno fa aveva documentato pubblicamente proprio la corruzione del Mose: ebbene, la soprintendente architettonica veneziana Renata Codello ha querelato l’associazione, che le rimproverava pubblicamente la difesa delle Grandi Navi, e l’autorizzazione allo scempio (futuro) del Fondaco dei Tedeschi e al raddoppio (in corso) dell’Hotel Santa Chiara sul Canal Grande (quello dove, secondo i pm, la segretaria di Giancarlo Galan avrebbe ricevuto le mazzette!).

E che avvocato ha scelto la Codello? Ma quello del Consorzio Nuova Venezia, che controlla il Mose. Pulire la Laguna, insomma, sarà un’impresa lunga.

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Il sogno di Otto Lilienthal

Metto molte cose insieme.

Innanzitutto, Reinhard Mey, che abbiamo già avuto occasione di ascoltare.

Reinhard Mey è un cantautore straordinario, un poeta di grande sensibilità, che in Italia non conosciamo, perché la lingua del paese più importante d’Europa è praticamente sconosciuta al di fuori dei confini della Germania e dell’Austria. Un fatto curioso, che ha un grande effetto sulla nostra percezione di questo continente.

Poi, Otto Lilienthal, l’uomo che imparò a volare, costruendo improbabili alianti con cui si lanciava da colline e case, fino al giorno in cui si ruppe il collo e morì, come racconta questa canzone di Mey.

Infine, il grande paradosso dell’Ottocento, di tutti i nostri, sempre ripetuti ottocenti – dove la curiosità, la gioia di nuove esperienze, la bizzarria individuale porta ineluttabilmente a esiti devastanti: proprio nell’ascesa di Lilienthal, sul suo buffo aliante, non possiamo che vedere scendere le bombe sulla terra.

Non è facile capire quanto Mey creda alle parole di speranza con cui termina la sua canzone, o se cerchi solo di trasmettere quello che allora era il sogno di tanti.

Scusate la piattezza di una veloce traduzione, il testo meriterebbe ben altro.

Lui sa che qui finirà il suo viaggio,
su questo lettino da campo, in questa carrozza, non si è mai sbagliato.
Il medico e Gustav [il fratello di Otto] sussurrano e sussurrano su di lui,
sono venuti a Stölln per riportarlo a casa a Berlino.
Le ruote battono sui binari, le immagini passano veloci:
la madre al pianoforte, da lontano il Sogno di Schumann,
la casa dei genitori ad Anklam, scuola, insuccesso e disciplina,
nascosto nei prati estivi assieme a Gustav per giorni interi
a osservare il volo delle cicogne su percorsi senza peso
cogliere e desiderare di salire in alto e battere le ali come loro:

Tu puoi volare, sì, puoi!
lascia che il vento soffi davanti
allarga le ali, vedrai:
Tu puoi volare, sì, puoi!

I primi tentativi di volo, cacciati con derisione dai villaggi.
Per sfuggire a chi lo prendeva in giro, ci provava solo di notte.
Una nuova costruzione, un nuovo esperimento di volo,
le cifre 4771, il suo primo brevetto!
Agnes davanti casa nel giardino, con la sua lunga nera veste,
Agnes piena di gioia di vita, Agnes piena di cordialità.
su gigantesche altalene di vimini ricoperte di cotone.
Estate 1891 e adesso ce la farà!

Come scricchiolano le querce, come canta il vento tra i fili tesi,
come oscilla l’ala sopra l’orizzonte, morbida e come un’aquila
come salendo e scendendo i venti muovono la sua macchina da volo!
Le sue gambe sono completamente insesibili, da quanto tempo giace così?
Il medico è venuto da Rhinow e dice, un forte colpo ha
preso la terza vertebra cervicale, cosa vorrà dire?
Cosa proverà Agnes e cosa i bambini, quando verranno a sapere?
Agnes era sempre preoccupata, mai senza paura in tutti quegli anni.
Non si può spiegare quel desiderio interiore, bisogna viverlo:
tre passi nel vuoto e la sensazione di gioia nel volare!

Un buon vento dall’est, questa domenica d’agosto.
Già il primo volo va lontano laggiù nella valle, la felicità!
Il secondo andrà ancora più lontano. Lo tira forte in alto,
sta quasi fermo, scaglia in avanti gambe e torace,
il vento gli batte contro, non riesce più a controllare l’apparecchio,
cade a piombo dal cielo in terra.
Non può più parare il colpo, il suo percorso è senza guida,
di colpo l’ala destra batte.
Fu leggerezza? Fu sfortuna? Oppure fu un suo errore?
Non riconoscerà mai la sconfitta sua e del suo sogno!

Il sonno arrivò come un buon amico. Bene, ora che si torna a casa.
Un primo passo verso il volo umano, Dio lo sa, valeva la pena!
Ai prossimi, andrà diversamente, l’uomo prima o poi
potrà volare intorno intorno alla terra quando vorrà, e poi
si libererà dalle ristrettezze della prigionia
assieme a tutte le frontiere, saranno superate tutte le guerre!
Ascolta le voci dei bambini e capisce che Agnes è lì
nella carrozza buia. Ora è vicinissimo al proprio sogno:
vede le cicogne volare, vede se stesso nei loro ranghi,
libero e senza peso, per propria arta, ascendere nella luce del Sole!

Er weiß, daß seine Reise hier zuendegehen wird,
Auf diesem Feldbett, in diesem Waggon, er hat sich nie geirrt.
Der Arzt und Gustav flüstern und sie flüstern über ihn,
Nach Stölln gekommen, um ihn heimzuholen nach Berlin.
Die Räder hämmern auf die Gleise, Bilder ziehen schnell vorbei:
Die Mutter am Klavier, von ferne Schumanns „Träumerei“,
Das Elternhaus in Anklam, Schule, Mißerfolg und Zwang,
Versteckt in Sommerwiesen mit Gustav tagelang
Dem Flug der Störche nachzusehn auf schwerelosen Bahnen,
Ihr Aufsteigen, ihr Schweben zu begreifen und zu ahnen:

Du kannst fliegen, ja, Du kannst!
Laß den Wind von vorne wehn,
Breite die Flügel, Du wirst sehn:
Du kannst fliegen, ja, Du kannst!

Die ersten Flugversuche von den Dörflern ausgelacht.
Um den Spöttern zu entgehn, unternimmt er sie nur bei Nacht.
Eine neue Konstruktion, ein neues Flugexperiment,
Die Ziffern 4771, sein erstes Patent!
Agnes vor dem Haus im Garten in dem langen, schwarzen Kleid,
Agnes voller Lebensfreude, Agnes voller Herzlichkeit.
Dann Sonntags mit den Kindern ‘raus zum Windmühlenberg gehn,
Die Welt im Fluge aus der Vogelperspektive sehn
Auf riesigen, baumwollbespannten Weidenrutenschwingen.
Sommer 1891 und jetzt wird er es erzwingen!

Du kannst fliegen, ja, Du kannst!
Laß den Wind von vorne wehn,
Breite die Flügel, Du wirst sehn:
Du kannst fliegen, ja, Du kannst!

Wie die Holme knarren, wie der Wind in den Spanndrähten singt,
Wie der Flügel überm Horizont sanft und adlergleich schwingt,
Wie das Auf und Ab der Lüfte seine Flugmaschine wiegt!
Seine Beine sind ganz taub, wie lange er wohl schon so liegt?
Der Doktor kommt aus Rhinow, und er sagt, ein heft’ger Schlag
Traf den dritten Halswirbel, was immer das bedeuten mag.
Was mag Agnes fühl’n und was die Kinder, wenn sie es erfahr’n?
Agnes war immer besorgt, nie ohne Angst in all den Jahr’n.
Man kann die Sehnsucht nicht erklär’n, man muß sie selbst erleben:
Drei Schritte in den Abgrund und das Glücksgefühl zu schweben!

Du kannst fliegen, ja, Du kannst!
Laß den Wind von vorne wehn,
Breite die Flügel, Du wirst sehn:
Du kannst fliegen, ja, Du kannst!

Ein guter Wind aus Ost an diesem Sonntag im August.
Schon der erste Flug geht weit ins Tal hinunter, eine Lust!
Der zweite wird noch weiter gehn. Da reißt’s ihn steil empor,
Fast steht er still, wirft Beine und den Oberkörper vor,
Der Wind schlägt um, er bringt den Apparat nicht mehr zur Ruh’,
Und senkrecht stürzt er aus dem Himmel auf die Erde zu.
Den Sturz kann er nicht mehr parier’n, unlenkbar ist sein Verlauf,
Mit einem Krachen schlägt er mit dem rechten Flügel auf.
War’s Leichtsinn? War’s ein Unglück? War’s sein eigner Fehler eben?
Nie und nimmer wird er sich und seinen Traum geschlagen geben!

Du kannst fliegen, ja, Du kannst!
Laß den Wind von vorne wehn,
Breite die Flügel, Du wirst sehn:
Du kannst fliegen, ja, Du kannst!

Der Schlaf kommt wie ein guter Freund. Gut, daß er jetzt heimkehrt.
Ein erster Schritt zum Menschenflug, Gott weiß, er war es wert!
Den nächsten werden andre tun, der Mensch wird irgendwann
Die ganze Welt umfliegen können, wenn er will, und dann
Wird er sich aus der Enge der Gefangenschaft befrei’n,
Mit allen Grenzen werden alle Kriege überwunden sein!
Er hört die Kinderstimmen und er spürt, Agnes ist da
In dem dunklen Waggon. Jetzt ist er seinem Traum ganz nah:
Er sieht die Störche fliegen, sieht sich selbst in ihrem Reigen
Frei und schwerelos, durch eigne Kunst, ins Sonnenlicht aufsteigen!

Du kannst fliegen, ja, Du kannst!
Laß den Wind von vorne wehn,
Breite die Flügel, Du wirst sehn:
Du kannst fliegen, ja, Du kannst!

 

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