“Sulla terra, comune a tutti prima, come la luce del sole o l’aria, il geometra tracciò con cura lunghi confini”

Circa duecento anni fa, oppure l’altro ieri, mi sono diplomato al liceo classico.

Mi rendo conto solo adesso di quante cose straordinarie mi sfuggirono allora.

Oggi do un’occhiata al blog del mio amico irlandese Caoimhghin Ó Croidheáin. Poi se ci incontriamo di persona, vi spiego come si pronuncia, è meno traumatico di quanto sembri, basta stare attenti alle consonanti morbide e a quelle dure.

Inizio a leggere il suo post.

Premetto che non sono necessariamente d’accordo con tutto ciò che lui ipotizza sugli antichi indoeuropei, ma non importa.

Il pugno allo stomaco me le danno le parole di Ovidio che lui cita e che sicuramente me le avrà raccontate la professoressa di latino, mentre a diciassette cretini anni dormicchiavo.

Ovidio spiega a noi di duemila anni dopo, perché rischiamo di scomparire dalla faccia della terra. Senza alcun bisogno di climatologi, di polemiche su ragazzine svedesi, niente… aveva colto l’essenza di tutto.

Il mio amico mette il testo in inglese, e mi sembra troppo vero per essere vero.

Allora vado a cercare sia il testo latino, sia una traduzione in italiano.

Scopro una bella traduzione, che una certa professoressa Orrù ha messo in rete per i suoi alunni (mi viene in mente una piccola, splendida donna di mezza età che ha una biblioteca sterminata dei suoi poeti greci, che per lei sono la vita, che dona ai suoi alunni).

Il mio amico, traducendo dall’inglese, attribuisce a Ovidio una frase che riassume tutto ciò che diciamo qui:

“Sulla terra, comune a tutti prima, come la luce del sole o l’aria, il geometra tracciò con cura lunghi confini”

Ma vedo che nella traduzione italiana, la parola chiave, che dà il senso a tutto nella versione inglese, surveyor, è tradotta invece con “contadino“.

Sto per maledire l’irlandese che avrebbe modernizzato un po’ troppo, ma decido di fare un ultimo tentativo.

Vado a cercare il testo latino, e trovo che Caoimhghin Ó Croidheáin aveva invece ragione: c’è scritto proprio mensor, che Columella, nella res rustica, distingue nettamente dal contadino:

“Quod ego non agricolae sed mensoris officium esse dicebam”.

Quindi mi permetto qui di cambiare la parola contadino nel testo che segue con geometra. Agrimensore forse sarebbe storicamente più preciso, ma mi interessa cogliere la continuità che ritroveremo poi nel Cinquecento in Inghilterra con il ruolo del surveyor, che diventa poi il nostro “geometra”.

Ah, Astraea, Donna di Notte Stellata, è stata l’ultima degli immortali a rinunciare a sperare in noi.

I geometri l’hanno cacciata lontana, ma dicono che sarà la prima a volere tornare, forse quando avremo finito di rendere invisibili le stelle. E proprio per questo rifiuto di vendicarsi, me la sento molto vicina.

All’inizio di tutto, ancor prima del geometra, c’è il marinaio, che senza conoscerli bene, vele ai venti.

E alla fine, in viscera terrae, Ovidio sapeva che c’era qualcosa di più terribile del ferro, cioè l’oro; ma non poteva immaginarsi che ci fossero anche il carbone e poi le innumerevoli piccole, sconosciute, insostituibili vite tramontate centinaia di milioni di anni fa, che chiamiamo petrolio.

Io sono stato ferito, per sempre, da Firenze, e quindi non posso evitare di chiedermi piccole cose da artigiani. Classicisti, aiutatemi a immaginare fisicamente come Ovidio potesse prendere inchiostro (fatto come?) e pergamena per avvertire noi, sordi e ciechi, duemila anni dopo:

L’ultima [era] fu quella ingrata del ferro.

E subito, in quest’epoca di natura peggiore, irruppe ogni empietà;

si persero lealtà, sincerità e pudore, e al posto loro prevalsero frodi e inganni, insidie, violenza e smania infame di possedere.

Senza conoscerli bene, il marinaio diede le vele ai venti, e le carene, che un tempo stavano in cima ai monti, si misero a battere flutti sconosciuti.

Sulla terra, comune a tutti prima, come la luce del sole o l’aria, il geometra tracciò con cura lunghi confini.

E non si pretese solo che questa, nella sua ricchezza, desse messi e alimenti, ma si penetrò nelle sue viscere a scavare i tesori che nasconde vicino alle ombre dello Stige e che sono stimolo ai delitti.

Così fu estratto il ferro nocivo e più nocivo ancora l’oro:

e comparve la guerra, che si combatte con entrambi e scaglia armi di schianto con mani insanguinate.

Si vive di rapina: l’ospite è alla mercé di chi l’ospita, il suocero del genero, e concordia tra fratelli è rara.

Trama l’uomo la morte della moglie e lei quella del coniuge; terribili matrigne mestano veleni lividi; il figlio scruta anzitempo gli anni del padre.

Vinta giace la pietà, e la vergine Astrea, ultima degli dei, lascia la terra madida di sangue.”

 de duro est ultima ferro.
protinus inrupit venae peioris in aevum
omne nefas: fugere pudor verumque fidesque;
in quorum subiere locum fraudesque dolusque
insidiaeque et vis et amor sceleratus habendi.
vela dabant ventis nec adhuc bene noverat illos
navita, quaeque prius steterant in montibus altis,
fluctibus ignotis insultavere carinae,
communemque prius ceu lumina solis et auras
cautus humum longo signavit limite mensor.
nec tantum segetes alimentaque debita dives
poscebatur humus, sed itum est in viscera terrae,
quasque recondiderat Stygiisque admoverat umbris,
effodiuntur opes, inritamenta malorum.
iamque nocens ferrum ferroque nocentius aurum
prodierat, prodit bellum, quod pugnat utroque,
sanguineaque manu crepitantia concutit arma.
vivitur ex rapto: non hospes ab hospite tutus,
non socer a genero, fratrum quoque gratia rara est;
inminet exitio vir coniugis, illa mariti,
lurida terribiles miscent aconita novercae,
filius ante diem patrios inquirit in annos:
victa iacet pietas, et virgo caede madentis
ultima caelestum terras Astraea reliquit.

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“In un paese normale”

Leggo sul Fatto Quotidiano:

“Latina, i pentiti del clan rom: “Abbiamo fatto campagna elettorale per Salvini”

“Abbiamo affisso manifesti il giorno prima delle elezioni – ha raccontato ai magistrati Agostino Riccardo, finito in carcere nel giugno 2018 con l’accusa di associazione mafiosa – Terracina e a Latina erano tappezzate”.

“Abbiamo fatto anche la campagna di Noi con Salvini che ci pagava… Perché se avessero vinto le elezioni l’appalto sui rifiuti sarebbe andato tutto alla sua impresa”. “

Gli italiani sono notoriamente masochisti, e sento spesso sospirare, “ah, se solo vivessimo in un paese normale”.

Bene, una notizia come questa ci ricorda che viviamo veramente in un paese normale, anche se sommerso da una spessa coltre di vaniloquio immaginifico e moralista.

Nel mondo del vaniloquio immaginifico e moralista, c’è:

1) Salvini che libera l’Italia da zingari e mafiosi, o se preferite,

2) c’è Salvini che disprezza la povera gente del centro-sud e perseguita gli zingari.

Che se ci pensate, sono due modi di raccontare la stessa storia.

Non ho tempo né voglia di approfondire la faccenda di Latina.

Però mi voglio divertire a ricostruirla lo stesso, immaginandomi cosa succederebbe in un paese normale, dove la gente fa cose normali, invece di dedicarsi a difendere i Valori Cristiani o la Democrazia o i Diritti Umani, o a fare da Argine contro il Ritorno di Mussolini, come fanno gli italiani.

Mescolando gli elementi che trovo nell’articolo sul Fatto Quotidiano, mi viene questa fantasia.

Innanzitutto, c’è un signore che ha un’impresa che smaltisce rifiuti.

Ora, i rifiuti per noi sono qualcosa che scompare, e quindi contano poco.

In realtà, l’intera civiltà moderna si fonda sulla produzione di cose che diventeranno rifiuti.

PIL uguale rifiuti, crescita uguale più rifiuti.

Solo che mentre i guadagni da questa produzione vanno ai singoli, i costi sono a carico di tutti.

E quindi i rifiuti devono essere gestiti dalla politica.

Quindi, ragiona giustamente il signore, per lavorare devo controllare la politica.

Perciò si mette d’accordo con un altro signore, che fa il politico di mestiere.

Il politico professionista sa che la politica oggi consiste in due elementi paralleli, da gestire con intelligenza.

Da una parte, si aggancia al carro di un signore molto apprezzato in TV, su Facebook e Twitter, che parla come piace alla maggioranza degli italiani. Anzi, per rendere le cose più facili ai teledotati, il politico professionista chiama la propria formazione direttamente con il nome-immagine, “Noi con Salvini”.

Dall’altra parte il professionista sa che la politica è solo secondariamente l’arte di accalappiare voti. Essenzialmente, è l’arte di tessere rapporti con chi possiede qualche potere reale, anche molto piccolo.

Perché le emozioni collettive durano il tempo di una “è polemica sui social”, mentre quelli che hanno stipendi da pagare, devono pensare in termini di almeno due o tre anni.

Infine, in questa storia, ci sono gli zingari.

Come sapete, io uso senza particolari problemi il termine zingaro, perché non è in sé offensivo: è il ruolo che ricoprono gli “zingari” a essere tabù, e se li chiami con il termine impreciso di “Rom”, dopo un po’ anche “Rom” diventerà un insulto.

La presenza degli zingari in questa faccenda diventa subito un pretesto per dare addosso a Salvini, che ci fa la figura dell’ipocrita.

Ma dire che un politico di successo è un ipocrita, è un po’ come dire che un pugile di successo è muscoloso e veloce. Francamente, non capisco dove stia il problema.

E poi se pensiamo che il problema è Salvini, ovviamente la soluzione diventa Zingaretti; e quando il problema diventa Zingaretti, la soluzione diventa Salvini e così via ad nauseam.

Ma qual è il ruolo degli zingari?

Pensiamo agli aristocratici nel Seicento.

Una piccola minoranza di persone, tutte imparentate tra di loro, con costumi propri, che facevano lo stesso mestiere, che nel loro caso era comandare agli altri.

Il fatto che fossero imparentate tra di loro, fa pensare subito a due ipotesi: o erano una razza di superuomini, geneticamente in grado di dominare gli altri; oppure erano una razza malvagia, geneticamente in grado di schiacciare gli altri.

Che se ci pensate, sono due modi di raccontare la stessa storia.

Noi sappiamo che entrambe le teorie sono sbagliate, non perché il razzismo sia cattivo, ma perché oggi che i nobili – fuori dalla Toscana – non comandano più, vediamo che sono persone normali (cioè buffe, fragili, assurde, eccentriche, cattive, avide, cretine, generose).

Però il loro ruolo sociale era inscindibile dal fatto che si sposassero tra di loro, creando legami sottili e invisibili, e che i loro figli crescessero dentro un certo contesto: se guardiamo ai nobili del Seicento semplicemente come “individui”, non capiremo niente.

Ho un amico informatico precario che vive in una soffitta con due cani, e ha una genealogia che va dritto dritto a Carlo Magno; ma non lo definirei un aristocratico praticante, come invece il marchese F. qui da noi, che ha deciso l’ascesa e la caduta di Matteo Renzi, o la contessa M., che – come dice il suo vicino di casa – “è come il presidente degli Stati Uniti, ha accesso al pulsante che può far scoppiare la bomba atomica”.

Parallelamente, possiamo parlare di persone che “hanno sangue zingaro”, che è una semplice e simpatica curiosità, e di zingari praticanti.

La vita degli zingari praticanti ha molti livelli: quello fondamentale, lo descrive in modo eccellente Carlo Stasolla in un articolo sul Fatto Quotidiano, che invito tutti a leggere, perché aiuta a capire davvero di cosa stiamo parlando: non stiamo parlando di poveri, di sfruttati, ma di una categoria completamente diversa di vita.

“Born in the middle of the afternoon
In a horsedrawn carriage on the old A5
The big twelve wheeler shook my bed
You can’t stay here the policeman said
You’d better get born in some place else
So move along, get along, move along, get along
Go, move, shift”

Nel caso di Latina, siamo ovviamente uno, due o dieci gradi più in su sulla scala economica: presumibilmente si tratta di zingari con la cittadinanza italiana, insomma.

Ciò che però hanno in comune quelli descritti da Stasolla e quelli di Latina è il particolarissimo ruolo sociale.

Gli zingari, in quanto fuoricasta, occupano come da tempo immemorabile tutte le nicchie vuote della società gagiò.

Trattandosi di nicchie scartate, chi le occupa è visto come uno scarto lui stesso: da qui la necessità di trovare eufemismi – lo stesso meccanismo che ci obbliga a chiamare chi pulisce le strade un “operatore ecologico”, ci porta a usare il termine, secondo me scorretto, di “Rom”, per non dire “zingaro”. Un’azione inutile, visto che oggi “Rom” è un termine usato con lo stesso tono sprezzante con cui si diceva “zingaro”.

Il concetto di nicchia l’ho capito quando mi hanno raccontato del vecchio Kosovo.

Immaginatevi i gagè albanesi, che a forza di omicidi e vendette e controvendette, erano costretti a starsene chiusi nelle proprie case-fortezza.

Allora mandavano gli zingari a lavorare nei campi, non perché gli zingari fossero particolarmente portati a fare i contadini, ma perché nessuno avrebbe sparato su gente di così poco conto, priva persino del senso di onore che obbliga alla vendetta.

Questa mancanza del Minimo Etico rendeva gli zingari spregevoli, ma salvava loro anche la vita, e anzi dava loro anche un mestiere, garantito anche dal fatto che durissime regole matrimoniali assicuravano i clan albanesi che tra gli zingari, non ci fossero parenti dei loro nemici.

Questo ovviamente dal punto di vista gagiò, lascio a voi immaginare cosa pensassero gli zingari del comportamento degli albanesi: ma il reciproco disprezzo è la base stessa che permette la sopravvivenza di gruppi umani.

Tornando a Latina, anno 2019, se c’è da attaccare abusivamente manifesti alla vigilia delle elezioni, a chi ti rivolgi?

Non servono professionisti.

Servono persone che abbiano affinato determinate qualità umane, che si ottengono solo con la pratica di tutta una vita. La disponibilità a infilarsi nelle nicchie – in questo caso dell’illegalità; i legami di parentela che permettono di creare vaste reti di complicità; una certa indifferenza verso le sanzioni della società gagiò, perché contano di più le sanzioni interne; e quel tocco complice di sentirsi diversi che è garantito anche dal disprezzo che si subisce dall’esterno.

Ecco che nell’economia complessiva, tutto trova un senso e un ruolo.

La crescita con i suoi rifiuti; la politica con le sue chiacchiere sciocche; e ovviamente anche  gli zingari, che trovano un loro ruolo.

Anzi da scarti umani diventano indispensabili, proprio come i rifiuti fisici che stanno alla base di tutta la vicenda.

Ripeto, tutto il mio ragionamento è semplicemente la descrizione immaginaria di come dovrebbe funzionare un paese normale.

Ma l’Italia non è un paese normale, e quindi sono certo che le cose saranno andate diversamente, e sarà tutta colpa di due o tre cattivissimi individui che non hanno rispetto per i Veri Valori.

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Fisica o biologia?

La scuola innovativa dedica non poche risorse alla formazione e all’aggiornamento degli insegnanti, in un’ottica decisamente interdisciplinare e inclusiva.

Alle ore 12.08 di oggi, si leggeva ancora:

 

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Il mestiere più futuro del mondo

Si parlava in questi giorni di maternità surrogata, anche nota come utero in affitto.

In linea teorica, sarei contrario al concetto, ma la mia teoria vale poco di fronte alla realtà.

Infatti, è nostro dovere iniziare a pensare ai mestieri che permetteranno ai nostri figli di campare, in un mondo senza lavoro.

Qualcuno ha pensato che la soluzione si potesse trovare nel creare per legge l’Albero della Cuccagna, il cosiddetto reddito di cittadinanza, che dovrebbe permettere all’immensa maggioranza dei non lavoranti di vivere allo stesso livello dei quattro gatti di lavoranti, i quali manterrebbero tutti i lavoranti.

Passando a cose serie, vediamo quali potrebbero essere i mestieri reali nel futuro che ci aspetta.

Parliamo di gente normale, poi ci sarà sempre lo 0,1% che fanno i super-ricchi, l’1% che fanno i supertecnici per i super ricchi.

Ma qui ci interessano i figli di gente come quella può scrivere su questo blog, o leggerlo.

Nonostante i progressi della tecnologia, ci sono alcuni mestieri che richiedono ancora  capacità umane.

Pochissimi – come l’idraulico e la stiratrice – richiedono capacità tecniche.

Poi ci saranno, forse per un tempo molto lungo, alcuni mestieri che richiederanno il coraggio individuale di violare le leggi.

Diciamo, la vecchia figura del contrabbandiere, che si incarna attualmente in attività che vanno da quella dello scafista allo spacciatore di cocaina.

Il futuro  è difficile da prevedere, ma è un campo in cui le qualità umane – velocità di reazione, occhio attento, capacità di mentire e di ingannare, spirito di scommessa – sono ancora decisive.

Dove però le capacità umane sono ancora insostituibili è nel vasto campo della sessualità.

Un ricco disposto a comprare le scarpe fatte da un povero, non si trova da decenni; un ricco disposto a comprare la pizza portatagli a casa da un povero, si trova ancora, ma incombono i droni che gliela porteranno direttamente a domicilio.

Ma in campo sessuale, pur essendo stati fatti dei progressi notevoli negli ultimi anni, il prodotto umano pare sia sempre preferibile al robot.

Il numero dei ricchi sicuramente diminuirà, ma non la loro libidine, e quindi esistono ampie opportunità lavorative per chi ricco non è.

E’ evidente quindi che gli unici mestieri sicuri del futuro sono in rapporto con la sessualità, che copre campi che vanno dalla prostituzione all’utero in affitto.

Qui vediamo la scissione tra vita reale e scuola: lo Stato investe miliardi per educare i nostri figli a fare lavori che non potranno fare, mentre non destina nulla alla preparazione ai mestieri reali del futuro.

Vorremmo quindi fare una modesta proposta, perché lo Stato si impegni su due versanti.

Uno, dare una svolta professionale all’insegnamento dell’educazione sessuale nelle scuole. Come non prendersi l’AIDS, lo si scopre anche su Youtube, mentre nessuno educa a un serio impegno lavorativo in questo campo.

Due, lanciare una campagna contro il doppio pericolo posto dalla monogamia.

Innanzitutto, se i ricchi praticheranno davvero la monogamia, i nostri figli, che ricchi non sono, saranno condannati alla morte per fame.

Se lo 0,1% pratica la monogamia, il 99,8% è praticamente condannato a morte.

Secondo, se i nostri figli poveri si accompagneranno ad altri poveri ossessionati dalla monogamia, quegli ossessionati impediranno ai nostri figli di sopravvivere.

L’Emergenza Monogamia va affrontata con la massima decisione.

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Il Maestro fiorentino

Il vivaio comunale è un ente dedicato a curare e custodire le piante ornamentali che decoreranno la città, secondo stagioni ed eventi.

Per arrivarci dovete prendere l’autobus 44 e scendere a Ugnano, che è oltre il Greve.

Alessandro non so bene che incarico abbia, diciamo che è il capo.

E ci affronta all’incirca così:

“Avevo quattro anni, che ho cominciato a innamorarmi delle piante.

All’epoca si ragionava da contadini, nel senso brutto della parola, anche se s’era di città, le famiglie volevano avere tutte il figliolo dottore, ma la mi’ nonna era una donna forte e mi ha sostenuto contro il babbo, e ho cominciato a lavorare da ragazzo nei vivai privati, mi son fatto un’esperienza, e qui ci sono arrivato da vecchio, che avevo già quarant’anni.

All0ra per essere giardiniere, dovevi essere anche muratore, e idraulico, e capirci com’era la terra, e dove passava il sole e mille altre cose.

Nessuno ti spiegava nulla con le parole, perché non servono.

Dovevi rubare coll’occhi, e non ti permettevan certo di toccare le piante: la prima cosa che dovevi imparare era a spazzare, e senza offesa per nessuno, ma credo che nessuno di voi sappia davvero come si spazza, non è una cosa semplice come vi immaginate.

Perché in tutte le cose, si sbaglia in un modo e si sbaglia pure a fa’ i’contrario.

E non è che noi si annaffiava le piante, noi si diceva, spillare, che l’è più preciso, perché devi imparare quando la pianta vole l’acqua e quando non la vole, e dove.

E così ho imparato cose che solo adesso stanno cominciando a capire anche gli scienziati, la gente come Stefano Mancuso, che senza volergli togliere nulla, le sapevamo da sempre noi che vivevamo con le piante.

La mi’ mamma faceva la custode della sezione femminile della scuola Mazzini, che l’avevano costruita sotto il fascismo per tener sotto controllo San Frediano, che l’era gente tremenda e non si faceva governare da nessuno, nemmeno mandandola a scuola. Che come sapete, quando il Poggi sbucaltò il centro di Firenze che l’era come una casba, cacciarono tanti in San Frediano, e li ghettizzarono.

Il mio babbo era ragazzino in bottega da un incisore, durante la guerra. che in San Frediano, s’era tutti artigiani.

Un giorno il maestro lo mandò con un pezzo fatto da lui in centro, solo che c’erano i tedeschi che facevano i rastrellamenti per mandare la gente a lavorare in Germania e non guardavano in faccia nessuno, e presero anche lui, solo che lui mangiò la foglia… in stazione mentre lo stavano per portare via con il fucile puntato, vide una porticina, e ci si infilò dentro, e dovete sapere che la stazione l’è tutta cava sotto, son magazzini su magazzini, e lui per du’ giorni si nascose lì dentro, e solo allora ebbe il coraggio di guardare fuori, e tornò dalla nonna, che vi immaginate come stava… il babbo non s’è mai ripreso da allora.

Quando andate al mercato, dovete sapere che la roba che comprate, la riempiono di pesticidi, di fitofarmaci, di concimi: tanti dei miei maestri oggi son sottoterra, perché mescolavan la roba con una mano, e mangiavano e fumavano con l’altra.

E oggi non è che ti buttano queste cose sopra le piante, che poi se ne van via, no, te le mettan direttamente nei tubi sottoterra che così la roba entra dentro le cellule delle piante, e lì non la togli più.

Stiamo distruggendo il mondo, non credo che abbiamo molto futuro davanti.

Io lo vedo ogni giorno quello che sta succedendo con il clima, come sta cambiando il tempo, e non penso che i nostri figli potranno cavarsela, ma le piante se la caveranno dopo che abbiamo distrutto il mondo, c’erano anche ai tempi di dinosauri che son morti come sappiamo, scomparireremo anche noi, ma le piante resteranno.

Mercoledì metteremo codeste piante dentro al Duomo per la Pasqua, e faremo anche la fioristica, che è quello che si fa con i fiori recisi, se volete vedere, entrate dalla porta a lato del Duomo e se qualcuno vi chiede cosa state facendo, dite che volete pregare anche se non ci ci credete, così non pagate il biglietto.

La fioristica l’è tutta un’arte, che quando la facciamo, al Comune ci dicono, “ma questo è un lavoro che non è previsto nel contratto”, ma noi lo facciamo lo stesso, perché se non lo facciamo, ci sentiamo male.”

Interviene una donna di mezza età, e dice, “anche per me è così, io lavoro per una cooperativa, facciamo le educatrici, ci pagano settecento euro al mese e a giugno tutti a casa! E c’è chi se ne frega, ma io non posso, sto male anch’io se non faccio quello che so fare!”

E Alessandro riprende:

“Sapete, noi giardinieri siamo l’ultimo pezzo operativo di tutto il Comune di Firenze, l’ultimo che non è appaltato a cooperative che trovano solo extracomunitari.

Nel 1985, qui eravamo in quaranta, adesso siamo in sette. E nel 2023, l’ultimo di noi andrà in pensione, e non ci sarà più nulla qui.

Ma dovete sapere che le piante non sono come gli esseri umani, che quando la morte si avvicina si rassegnano.

Guardate codesta pianta, che l’è qui dagli anni Sessanta, ed è vecchia… le piante, quando stanno per morire, fioriscano un’ultima volta, e noi dobbiamo fare così!

Noi esseri umani siamo fatti così, che a stare con le piante e con gli animali, diventiamo sereni, non c’è bisogna di saperne nulla di yoga, basta toccarle, guardarle, forse l’è il colore, basta staccarsi, respirare…”

Ecco, questo è Firenze.

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Il primo fischio

Il primo fischio l’ho sentito stamattina, ancora prima che sorgesse il sole.

I delfini d’aria sono arrivati. Guardo i vecchi post su questo blog: l’anno scorso, come ho raccontato, sono arrivati il 10 di aprile, oggi è il 13.

I loro nidi sono salvi.

 

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Lassa u munnu com’è

La mia educazione artistica parte da un’ignoranza radicale, e proprio per questo me la godo di più.

Oggi, una professoressa in pensione ci raccontava del Cenacolo di Andrea del Sarto, a San Salvi dove una volta ci stavano i matti.

In alto, nella volta dell’arco, la Trinità.

Se la guardate attentamente, questa immagine vi dirà molto su duemila dimenticatissimi anni di conflitti sull’idolatria e sulla natura del divino; e anche su quanto vi sia di rimosso in quella viscosa materia che si chiama insegnamento della religione cattolica (IRC).

Sotto la Trinità, c’è uno squarcio di cielo fiorentino; e un giovane che chiama un altro a guardare ciò che sta succedendo sotto – pare che quello a sinistra sia Andrea del Sarto, l’altro il Pontormo.

Il Vasari ci dice che Andrea del Sarto

“fu d’animo basso nelle azzioni della vita, cercando contentarsi, piacendoli il comerzio delle donne”

e la nostra amica ci spiega, che non volle mai mettersi in mostra, e rinunciò anche al successo presso la corte del re di Francia, pur di tornare presso la moglie.

E mi colpisce il volto giovane, il cappellino, la camicia arancione: sono cose così lontane dal rigore dell’Uomo d’Acciaio, dall’Otto/Novecento, che nella loro scioltezza e rilassatezza, hanno qualcosa di contemporaneo.

Andrea del Sarto allora aveva quarant’anni, e sarebbe morto un paio di anni dopo, colto dalla peste. E questo fa riflettere sulla giovinezza di quei tempi: Giovanni Pico della Mirandola, dopo aver sconvolto il mondo, morì avvelenato a trentun anni.

Direttamente sotto la Trinità e il pittore, Gesù siede al centro della tavolata,con accanto Giuda e Giovanni.

e sotto ancora – perché i cenacoli sono sempre in alto – la sedia dove si sedeva l’abate, nel refettorio, e così ogni pasto ripeto il pasto archetipico.

Gesù si trova stretto tra Giuda, alla nostra sinistra, e Giovanni, alla nostra destra.

E qui Andrea del Sarto introduce un dettaglio del tutto originale.

I pittori cristiani si trovano a cercare di capire come Giovanni potesse chinarsi sul petto di Gesù, standosene seduto a una bella tavolata europea. Non sarebbe stato difficile, se avessero saputo che in Oriente, ci si siede in cerchio attorno a un unico piattone, su di un tappeto,  come l’Imam Khomeini e Yasser Arafat qualche decennio fa:

Andrea del Sarto decide di non affrontare il dilemma insolubile, e ci presenta invece un Giovanni straordinariamente irato, pronto a esplodere contro il traditore: si vede anche il suo piede, sotto il tavolo, lanciato a punire il sospetto.

E allora Gesù fa un gesto, non previsto nei Vangeli.

Che mi sembra meraviglioso, perché c’è tutta l’ineluttabilità della storia, la furia inutile dell’umanità, la vanità della violenza.

Non ti dirò chi mi tradirà, non servirebbe a nulla.

E per questo, ti fermo la mano.

Mi viene in mente un giorno, nelle campagne vicino a Siracusa, che c’era un pastore che faceva la ricotta.

Che è una faccenda lunga e complessa; e un uomo di città cercò di aiutarlo.

Allora il pastore gli disse,

“lassa u munnu com’è.”

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Picco d’Algeria

Tutto preso dal mio microcosmo fiorentino, trovo utile pensare un po’ più in grande.

L’Algeria è al 90% deserto.

Il resto è stato coltivato per secoli con metodi tradizionali che rendevano poco, ma conservavano il suolo e i boschi.

L’arrivo degli europei nell’Ottocento ha portato alla distruzione dei boschi e all’erosione del suolo; e oggi il deserto avanza implacabile verso nord.

Però ci sono gas e petrolio, che sono la base degli introiti dello Stato.

Con questi introiti, lo Stato concede la preziosa valuta estera a una clientela di “imprenditori”, cioè di importatori che poi investono i loro guadagni all’estero; e mantiene il bastone – esercito e polizia – e la carota: istruzione e cure mediche gratuite, sovvenzioni ai prezzi dei carburanti e del cibo.

Qualche anno fa, una bottiglia di acqua minerale costava il doppio di un litro di benzina, e l’acqua minerale – con il contorno relativo di bottigliette di plastica – è un bene primario in un paese in cui molti diffidano della qualità dell’acqua che esce dal rubinetto.

La popolazione però è aumentata in mezzo secolo da 10 milioni di abitanti a oltre 40 milioni.

Contemporaneamente, la produttività dei pozzi di petrolio è calata, ed è previsto il loro esaurimento definitivo entro una trentina di anni. Non è dietro l’angolo, ma la strada è quella.

Contemporaneamente, i prezzi del petrolio sul mercato sono calati: il meno che si estrae, si vende ancora a meno.

Nel deserto, sono state scoperte immense riserve di gas di scisto, che si possono estrarre con la tecnica del fracking. 

Ma il ritorno sull’investimento energetico è talmento basso da renderlo quasi invendibile, e si rischia l‘avvelenamento irreversibile dell’immenso lago sotterraneo che si estende fino in Libia e Tunisia. Ciò ha portato tra l’altro all‘opposizione decisa degli abitanti delle cittadine del Sahara.

Insomma è una questione quasi matematica: aumenta la popolazione, cala l’afflusso di energia.

La gente che si trova a pagare il divario cerca di far pagare il prezzo al governo, che inevitabilmente crolla.

Per ora, il cambiamento in Algeria è avvenuto pacificamente e apparentemente senza interventi esterni.

Ma ci permettiamo di dubitare che un nuovo governo sia in grado di affrontare il meccanismo che incombe sull’Algeria.

E sono oltre quaranta milioni di persone alle porte dell’Europa.

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