Americani! (3)

Il Quattro Luglio è una data significativa nella storia americana, anche perché quel giorno un uomo, di cui si ignorano luogo e data di nascita, nonché il vero nome – di solito si faceva chiamare Wallace Fard Muhammad – creò a Detroit la Nation of Islam (NOI), per poi scomparire nel nulla, lasciandosi dietro solo una foto, che avrebbe potuto essere quella di un poeta futurista bolognese.

Detroit era cresciuto come un imbroglio, più che un crogiuolo, di “razze”: neri arrivati dalle campagne del sud, polacchi, tedeschi, tutti pronti a sgozzarsi per un posto nell’immensa industria automobilistica che in pochi decenni aveva sconvolto il continente (e quando l’imbroglio collassò, nel 2013, il Comune di Detroit dichiarò fallimento come un’impresa qualunque).

A Detroit fu commesso uno dei più grandi delitti della storia umana: l’affermazione che ogni essere umano avesse il diritto di guidare una tonnellata d’acciaio. E per farlo, avevano diviso il lavoro umano in circa 150 tappe distinte, incomprensibili a chi dedicava la vita.

Louis Ferdinand Céline,  nel Viaggio al termine della notte, racconta il suo incontro con Detroit:

“In quella folla quasi nessuno parlava inglese. Si spiavano gli uni gli altri come bestie sfiduciate, battute spesso. Dalla loro massa saliva un odore di mutande pisciate come all’ospedale. Quando ti parlavano evitavi la loro bocca perché il dentro dei poveri puzza già di morte.”

il medico che visitava la massa (nuda) di aspiranti a un posto con la Ford disse a Céline

““Non ti serviranno a niente qui i tuoi studi, ragazzo! Mica sei venuto qui per pensare, ma per fare i gesti che ti ordineranno di eseguire… Non abbiamo bisogno di creativi nella nostra fabbrica. È di scimpanzé che abbiamo bisogno.. Ancora un consiglio. Non parlare mai più della tua intelligenza! Penseremo noi per te amico! Tientelo per detto.”

Fard (che non era certo Ford) probabilmente proveniva dal Moorish Science Temple, un’organizzazione paramassonica nera, che aveva introdotto il mito egizio nel mondo della “gente di colore” e che sosteneva che i neri fossero membri dell ‘ “Impero del Marocco”.

Certi ambienti guardavano sempre verso Oriente, e fu in quel mondo che nel 1905 arrivò la notizia sconvolgente che il piccolo popolo degli omini di razza gialla avesse sconfitto l’immenso impero bianco degli zar – un evento che mise in moto, contemporaneamente, l’India, il mondo arabo e nuclei in Africa e tra i neri americani.

Molti neri americani, infatti, sarebbero finiti in carcere durante la Seconda guerra mondiale come obiettori di coscienza, proprio per essersi rifiutati di combattere il Giappone: e il movimento antisegregazionista nacque curiosamente nell’incontro tra neri e bianchi che si rifiutavano di partecipare a quella che oggi ci vendono come la “crociata antirazzista” – ma è un’altra storia, e forse la racconteremo un’altra volta.

La Nation of Islam oggi, nonostante gli immensi sforzi dell’FBI, (già allora lo chiamavano un “hate group”) ha novant’anni.

In tutto quel periodo, la NOI è stata il bizzarro fulcro dell’autorganizzazione dei neri, orgogliosamente distaccato dai tentativi di rimodellare i neri nell’immagine dei bianchi.

Eppure è un movimento radicalmente americano, nella sua mitologia, nella sua retorica, nella sua organizzazione, nella violenza che a volte ha accompagnato la sua storia, nel suo messaggio apocalittico.

Alla base della NOI, come dei Mormoni, c’è un mito: la storia di Yakub dalla testa grossa, che visse alla Mecca 6.600 anni fa, quando gli esseri umani avevano ancora tutti la pelle nera.

Nella patria dei fumetti, Yakub ce lo disegnano così:

Yakub, che come si può vedere era molto intelligente, ma anche malvagio, si ritirò sull’isola di Patmos e con un processo di ingegneria genetica e spietata selezione naturale sui propri seguaci, durato 600 anni, costruì la razza bianca.

“Mentendo alla madre nera del bambino, la menzogna divenne la natura stessa del bambino bianco”.

I bianchi viaggiarono alla Mecca, ma ne furono cacciati, come dal Paradiso; vissero nelle grotte, divorando carne cruda.

Alcuni cercarono di ridiventare neri, ma era ormai troppo tardi: da quei pentiti discendono i gorilla (fu comunque un miglioramento per loro).

I bianchi però riuscirono con i loro artifizi, la tricknology (geniale calco su technology, ma fa venire anche in mente knowledge, oltre a trick) a ridurre in schiavitù i neri, fondando l’America (lo so, sarebbe cultural appropriation, ma quanto vorrei potere questa parola!).

Incredibilmente, la Nation of Islam, nel 2010, è entrata nell’orbita della Chiesa di Scientology, un’altra organizzazione americanissima: la creatura di un autore di fantascienza del tutto bianco che – come capita spesso da quelle parti – aveva trovato la soluzione a tutti i problemi del mondo, e aveva messo in piedi un’efficientissima impresa multinazionale per metterla in atto, e per stroncare qualunque critico.

Louis Farrakhan esordì come musicista: provenienza comune a tante figure religiose americane, perché per sopravvivere senza otto per mille, devi saper incantare.

Oggi dirige la Nation of Islam, essendo diventato erede dell’allora capo, dopo la molto americana rimozione di Malcolm X.

Il 4 luglio scorso, nella veste di

“the voice of God, the Jesus in our midst today, the Honorable Minister Louis Farrakhan”

hatenuto un discorso in uno splendido giardino annunciando che “America is currently on a rocketship to hell.

Eccovi l’America: il tecnorazzo e il bibbioinferno, in una sola secca frase.

Finché non lo tolgono da Youtube, vi invito vivamente ad ascoltare il discorso: vale una laurea in americanistica.

Farrakhan si esibisce con un bell’abito vagamente orientale, molto curato, davanti a quello che deve essere un piccolo pubblico di dirigenti scelti; e che sono l’esatto opposto dei manifestanti neri che vediamo noi.

Le donne sono vestite di bianco, gli uomini in giacca e cravatta, e le guardie portano elaborate divise militari.

Questo ci dice molto sulla differenza tra la cultura liberal, fatta da ricconi che hanno bisogno di trasgredire regole fin troppo definite e la cultura di una comunità devastata, che ha bisogno di darsi ordine.

Nel discorso, ci sono tutte le tematiche dell’americanità.

Farrakhan racconta storie, usando un linguaggio che non ha equivalente in italiano. Perché in Italia, o c’è il cosiddetto ignorante che in realtà parla in dialetto, con mille anni di storia alle spalle, o c’è il colto che parla complicato.

Invece il linguaggio di Farrakhan pone un problema enorme per un traduttore come me.

E’ intimo, semplice.

Ci dice subito che lui è nero, e questo è interessante: perché i neri americani non hanno la pelle nera (basta guardare Farrakhan, in Italia non se ne accorgerebbe nessuno:  lui, una volta, ha ipotizzato che il suo padre, sconosciuto, potesse essere ebreo).

I neri americani hanno la lingua nera. E questa, forse, è il vero cuore della loro identità.

Quello di Farrakhan è un linguaggio poetico e ricco, e anche arcaico di quattro secoli, perché si rifa all’interiorizzazione della Bibbia, come fu tradotto per conto di Re Giacomo nel Seicento.

Più sei ignorante in America, nero o bianco sfigato, meglio lo capisci.

La storia di fondo è di esilio e redenzione: pensiamo a tutti gli americani come un mucchio di sradicati di ogni parte del pianeta, capitati per violenza, avidità, follia o sbaglio in una terra non loro, che sognano la redenzione, ma anche la distruzione apocalittica dell’esistente.

Poi nasce la distinzione fondamentale, tra americani ricconi che sostengono di vivere nel migliore dei mondi possibili e pretendono pure di adattare il mondo alle loro fantasie; e americani sfigati, che attendono la catastrofe per redimersi.

In Italia, i primi li chiamano “liberal”, gli altri “feccia razzista”, bianca o nera che sia.

Gli americani sfigati, di qualunque colore, non potevano che riconoscersi in alcune storie di un testo di duemila anni prima.

Farrakhan non deriva la propria autorità da qualche ruolo clericale, ma dal fatto che parla direttamente con Dio. Nulla di strano, lo fanno decine di milioni dei suoi compatrioti, bianchi o neri, non hanno mica bisogno di preti, al massimo di profeti.

Il discorso di Farrakhan è un lungo fiume, che non segue un vero filo logico, ma la dialettica non è roba da americani. E anche su questo ci sarebbe da riflettere, perché l’America vera non è passata proprio per la filosofia.

Farrakhan espone, con chiarezza il criterio. 

Il mondo è stato creato per i righteous, è oggi in mano ai wicked.

Trump godeva della certezza di un’economia fiorente, ma

“Dio non colpisce mai un popolo quando è triste.

Nei giorni di Noè, attese che fossero molto felici! Che si sposassero e si ubriacassero e se la spassassero!”

Adesso con l’uccisione di George Floyd, è arrivato il momento in cui Dio punirà l’America per quattrocento di schiavitù, che hanno trasformato i neri in “totally wrecked human beings“, senza lingua e senza nome.

E l’idea normalissima – anche nel gergo militare americano – del dio che punisce, che vendica, che annienta, segna un’altra distanza dall’Europa.

Improvvisamente, Farrakhan ha un crollo.

Vengono a sorreggerlo e farlo sedere due giovani guardie.

E allora lui fissa i suoi, e fa un racconto molto americano, perché collega il mito direttamente a qualcosa di molto personale.

Racconta di come gli ebrei avevano falsato la Torà, inventandosi il Talmud.

Di come il Talmud ordini loro di mettere alla prova chi parla in nome di Dio, avvelenandolo.

Di come gli ebrei lo avessero fatto con il profeta Muhammad, che mangiò l’agnello avvelenato, ma sopravvisse, pur ammalandosi e soffrendo atrocemente.

Allora, Farrakhan racconta che l0 avevano fatto anche a lui, avvelenandolo con semi irradiati, che gli avevano provocato un tumore che gli aveva fatto venire dolori atroci, ma era miracolosamente sopravvissuto per oltre vent’anni:

“I sit, but yet I stand!”

“Allora, se gli ebrei hanno cercato di uccidermi, ma non ci sono riusciti, dovreste capire chi io sia davvero!”

Nulla contro i “miei amici ebrei”, ma i “miei nemici” hanno

“innalzato il Talmud contro la Torà, e hanno diffuso la menzogna che loro sarebbero più forti di Dio!”

Ora, dice, “loro” (i bianchi, gli ebrei, lo Stato?) cercano di riprendere il controllo, contro la pestilenza mandata da Dio, ma cosa potranno fare contro la volontà di Dio?

Cercheranno di vaccinare il mondo, ma

“dico ai presidenti africani, non accettate le loro cure!

In nome dell’America nera, ispanica, nativa, vi dico, stanno cospirando adesso per vaccinare 7,5 miliardi di persone… il Dottor Fauci, Bill Gates e Melinda, vogliono spopolare il pianeta!

Chi siete voi a decidere chi deve vivere e chi morire?

Ecco perché il vostro mondo volge al termine! Voi avete condannato miliardi a morire, ma ora Dio vi condanna alla morte cui avete condannato gli altri!”

E da un Libro Sacro salta a un altro:

“Loro sono il Cavallo Verdastro dell’Apocalisse, il cui nome era, Morte!

Immaginatevi qualche caucasico, rinchiuso in una stanza, che decide la morte di due o tre miliardi esseri umani… ecco, questo è Satana!”

Splendido quel Caucasian, termine insensato che ha maledetto la storia americana: il Caucaso sarebbe stato l’approdo dell’Arca di Noè, poi un certo Christoph Meiners inventò il proto-Yakub, raccontando già a fine Settecento che ci sarebbero state due razze, una quella dei Negri, e una quella dei Caucasici.

Una vera caucasica, una poetessa georgiana, mi ha raccontato che è contenta di vivere a Palermo, perché lì vede volti familiari.

Torniamo a Farrakhan.

Satana, spiega, è per definizione colui che si crede migliore degli altri, e i bianchi, per loro stesso natura, si ritengono meglio degli altri, e precisa che non è nemmeno colpa loro:

“Sono nati con la menzogna e l’omicidio nella loro natura!”

E sottolinea come i poliziotti bianchi mentano quando scrivono i motivi per cui uccidono i nostri fratelli neri.

Ma ora, dichiara, i poliziotti non dovranno più entrare nelle nostre comunità, perché forse non ne usciranno vivi.

A questo punto si rivolge a un noto editorialista filoisraeliano, Alan M. Dershowitz, che lo aveva criticato, e gli ordina di “ascoltare le parole di Dio dalla mia bocca:”

“Allora, signor Dershowitz, se porti questo vaccino e dichiari che sei pronto a portare il tuo esercito per obbligarci a prenderlo, quando cerchi di imporcelo, si tratta di una dichiarazione di guerra contro tutti noi.

Hai un’unica vita, combatti con tutte le tue forze per preservarla, e combatti con tutte le tue forze per distruggere tutti coloro che nel cuore e  nella mente, vogliono distruggere te e strapparti la vita.”

E questo fa innervosire, comprensibilmente, non pochi ebrei.

Ma nessuno nota che Farrakhan se la prende anche con la Cina, accusata di sopprimere i musulmani cinesi. E qui spiega bene la visione radicale americana su chiunque pretenda di essere il potere, tranne Dio:

“Non puoi essere tiranno e vivere oggi! I popoli si stanno ribellando contro tutti i tiranni! Presta attenzione, perché tu non sei il padrone della vita!

Io rappresento il padrone della vita!”

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Comunità contadine della Toscana

Con tutta la dovuta diffidenza verso le petizioni, riprendo questa, perché è un vero manifesto sulla questione contadina in Italia oggi, che tocca in modo intelligente i problemi che vediamo davvero.

Firmare servirà a poco, ma non farà nemmeno male.

Siamo le contadine e i contadini toscani.

Veniamo da terre diverse e lontane tra loro. Ogni giorno, anche durante il regime di quarantena e nonostante il blocco immotivato delle nostre reti locali di distribuzione, assistiamo le nostre comunità garantendo cibo sano, genuino e libero da sfruttamento. Vorremmo essere precisi nell’identificare e distinguere coloro che praticano un’attività contadina da quelli che invece intendono la terra e l’agricoltura come una mera attività commerciale fine a massimizzare le rese ed i profitti.

In primo luogo la figura contadina svolge attraverso la conoscenza del territorio e dei sistemi naturali locali un ruolo fondamentale di custodia, preservazione e miglioramento delle terre e dell’ambiente in cui vive e lavora. L’attività contadina agro ecologica si esercita da solo/a o in associazione con altri come comunità. Stiamo parlando di attività di piccola produzione agricola e di sussistenza, orientate in caso di eccedenze ad un mercato locale. Essa si affida prevalentemente al lavoro familiare e comunitario, o ad altri modi non monetizzati di organizzare il lavoro, come il mutuo aiuto. L’agricoltura contadina dipende intrinsecamente dalla terra e dalla comunità territoriale circostante.

Il sistema prevalente di produzione e distribuzione del cibo in Italia e nei paesi dell’area OCSE è caratterizzato dal dominio delle grandi Catene Industriali e dal sistema della Grande Distribuzione Organizzata. Noi pensiamo che questo regime debba essere progressivamente sostituito dai sistemi locali delle reti alimentari contadine, reti che attualmente sono vitali ma, troppo spesso, residuali. Pensiamo che questa graduale sostituzione sia vantaggiosa ed urgente dal punto di vista agricolo, economico, sociale ed ecologico.

L’alimentazione sana e locale costituisce la prima forma di tutela della salute e garantisce un corretto sviluppo delle difese immunitarie, dunque la produzione, circolazione e l’accesso ai prodotti agroecologici devono essere sostenuti ed incentivati dalle amministrazioni pubbliche.

Il modello agroindustriale è un sistema di produzione e distribuzione del cibo che provoca morte e sfruttamento. Esso oltre a contribuire all’avvelenamento delle acque e alla sterilità dei suoli a causa dell’utilizzo massiccio della chimica è responsabile per 1/3 delle emissioni di Co2 nel pianeta. Il suo funzionamento è basato sulle condizioni di miseria e schiavitù alle quali i braccianti (nei campi, nella logistica e nell’industria alimentare) sono sottoposti.

Le istituzioni europee, nazionali e locali ormai da alcuni anni esercitano una contraddittoria retorica ambientalista, promuovendo a parole lo sviluppo di attività rurali e biologiche. Questi proclami , spesso accompagnati da normative indecifrabili e prive di vincoli reali, favoriscono e promuovono quelle grandi aziende che attraverso i finanziamenti PAC ed altri incentivi possono così sviluppare il loro mercato alimentare destinato al consumo dei più abbienti. Inoltre queste aziende praticano la monocultura e gestioni agronomiche intensive parimenti alle aziende convenzionali. L’accesso alla terra per le piccole realtà contadine che favoriscono i processi partecipativi per l’Autodeterminazione alimentare è spesso ostacolato da un quadro burocratico e normativo che costringe il contadino a farsi imprenditore. Il cibo da risorsa essenziale alla vita diviene merce di consumo e non diritto inalienabile.

SECONDO QUESTE CONSIDERAZIONI GENERALI ESIGIAMO DA PARTE DELLA REGIONE TOSCANA E DAI COMUNI CHE :

1) Vengano riconosciute le comunità contadine diffuse che, se organizzate su base comunitaria ed assembleare, possano operare nel proprio territorio senza rispondere al quadro normativo agricolo vigente.

2) Le pratiche contadine (come lo scambio e distribuzione dei prodotti agricoli, il mutuo aiuto lavorativo e la riproduzione e scambio delle sementi ) non siano considerate atti commerciali ma servizi alla comunità.

3) La Garanzia Partecipata sia riconosciuta come forma di autocontrollo comunitario . Questo sistema garantisce, all’interno dei circuiti di economia locale, la trasparenza nella realizzazione e nella distribuzione del cibo, svincola i contadini e le contadine dall’agribusiness e dai sistemi ufficiali di certificazione. Inoltre la garanzia partecipata rende localmente visibili le responsabilità ambientali implicate nelle pratiche agricole e la costruzione dei prezzi dei prodotti.

4) Nell’eventualità di altri episodi di emergenza i GAS, gli empori di comunità ed i mercati contadini continuino ad operare per garantire l’accesso a una alimentazione sana e genuina nel rispetto del principio dell’Autodeterminazione alimentare; essi dovranno essere tutelati e incentivati in quanto portatori all’interno delle città di cibo sano e genuino, indispensabile per la salute collettiva.

5) I mercati contadini organizzati dalle stesse comunità debbano poter disporre del suolo pubblico gratuito e avere un accesso facilitato a piazze e spazi comunali. Questi mercati che svolgono un importante funzione di sensibilizzazione e aggregazione non devono essere equiparati alle attività commerciali che si svolgono nei mercati comunali.

6) Le pratiche burocratiche legate alle attività contadine siano espletate da funzionari pubblici e non dalle organizzazioni di categoria (come ad esempio: Cia, Coldiretti, Confagricoltura), creando sportelli comunali ai quali i produttori delle comunità possano rivolgersi.

7) Limitino fortemente l’uso dei pesticidi e al contempo istituiscano – con l’aiuto di contadine, contadini, ricercatrici, ricercatori e docenti – sportelli di consulenza, corsi di formazione, workshops e attività di tutoraggio al fine di favorire la conversione agroecologica dei propri territori. Sostenendo nuovi insediamenti e aiutando la transizione di aziende esistenti dal convenzionale a agricolture ecologiche le amministrazioni pubbliche possono svolgere un ruolo dentro alla transizione ecologica.

Coordinamento delle Comunità Contadine Toscane

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Americani! (2)

America.

Il 4 luglio, gli americani l’hanno festeggiato a modo loro/nostro (che sono un pohinino americano anch’io!),

Ad Atlanta, 31 persone colpite da armi da fuoco, di cui cinque morte, compresa una bambina di otto anni; a New York invece hanno fatto i conti in modo approssimativo – “quasi” 40 persone colpite, compresi “diversi” morti, riferisce la polizia.”Fonti” imprecisate parlano di “almeno” tre morti.

Nella città di Chicago, 79 persone sono state colpite da armi da fuoco, di cui 16 sono morte.

C’era pure una bambina di sette anni a cui hanno sparato in testa mentre andava a trovare la nonna, come Cappuccetto Rosso.

Immaginatevi in Italia: la bambina sarebbe stata in prima pagina per una settimana, con tanto di finta crisi di governo, nome [senza cognome, non per privacy, ma perché SIAMO TUTTI GIULIA], lacrime della maestra, palloncini rosa lanciati dai compagni di classe e il video struggente del saggio di danza e le parole del parroco.

Invece la notizia, o non notizia, viene raccontata dai media così:

“I funzionari dicono che una ragazza di sette anni è stata colpita in testa a colpi di pistola mentre stava sul marciapiede davanti alla casa della nonna durante i festeggiamenti del Quattro di Luglio alle 7 di sera, a Austin, sul West Side”.

Io resto colpito pensando a Chicago, che non è una città.

Già il nome è un furto, è come i nativi americani chiamavano una sorta di erba cipollina.

Arrivarono i coloni, e in un attimo scomparvero boschi millennari.

Fu lì che inventarono la catena di smontaggio.

Il giorno di Natale del 1865 – che Gesù ciascuno lo celebra a modo suo – fu inaugurato lo Union Stock Yard, il più grande macello della storia umana, dove per la prima volta l’uccisione veniva organizzata in modo tecnoscientifico: le automobili seguiranno i cadaveri (Auschwitz, i gulag e tutto il resto, sono piccoli Chicago).

Sei anni dopo, prese fuoco tutto, e Chicago divenne in un istante una nuova città, ancora più temibile.

Chicago è stato ogni orrore e ogni crimine della modernità, commessi uno dopo l’altro a una velocità così accelerata da lasciare senza fiato.

Una volta – e siamo ancora nell’Ottocento – decisero di innalzare il livello del suolo di tutta la città, e così sospesero in aria un intero albergo di cinque piani, che continuò a funzionare per tutto il tempo.

Chicago fu anche il modello di tutta l’architettura moderna, il sogno di ogni geometra, molto prima di Le Corbusier:

Forse nessuna città al mondo può aspirare altrettanto al titolo di Babele, nemmeno New York:

«Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: «Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra»

Nel 1893, Chicago ospitò una fiera mondiale, per celebrare l’anniversario della scoperta dell’America, con il primo evento elettrificato della storia umana.

P.T. Barnum, il più grande ideologo della storia americana, disse:

“Fatelo più grande di ogni evento che lo abbia preceduto. Fatene l’Evento Più Grande del Mondo [the Greatest Show on Earth], – più grande del mio Great Moral Show–se ci riuscite. Deve differire dai suoi predecessori, perché ha due volte i visitatori”.

E infatti, ebbe ventisette milioni di visitatori, in un pianeta con un ottavo degli abitanti che ha oggi.

Alla fiera, c’erano persino le Zion’s Suffragists, le militanti protofemministe che seguivano Joseph Smith, ennesimo straordinario hustler americano: diceva che a diciassette anni, guidato dall’angelo Moroni, aveva scoperto sulle colline sopra New York, le tavolette d’oro in cui in antico egizio c’era scritta la storia degli ebrei che erano venuti in America seicento anni prima di Cristo, e poi di Gesù che risorto che aveva deciso di fare dell’America il suo Regno.

E siccome Dio aiuta sempre i nerd americani, gli aveva prestato un paio di occhiali magici con cui poteva leggere e tradurre gli scritti.

Il 17 luglio del 1831, l’angelo gli rivelò:

“E’ la volontà di Gesù Cristo, che tu ti prenda mogli tra i Lamaniti e i Nefiti [i nativi americani], che i loro discendenti diventino bianchi, dilettevoli e giusti, perché oggi le loro femmine sono più virtuose dei gentili”.

E così il più americano dei profeti si prese quarantanove mogli, motivo per cui una folla di gente con la faccia dipinta di nero lo linciò, come si usava e si usa sempre in America.

E per dare un’idea di cosa sia l’America, facciamo un salto avanti di un secolo e passa, e parliamo di un1/2* mormon* dei nostri tempi, che come Joseph Smith vive agli estremi.

Lori and George Schapell, per motivi che saranno presto evidenti, hanno un’unica pagina su Wikipedia.

Costituiscono, infatti, la più anziana coppia di gemelli siamesi vivente, attaccati per la testa.

Una volta erano entrambe women, poi una metà ha scoperto insieme il Gesù americano e la disforia di genere, straordinaria invenzione che gli psichiatri americani hanno imposto al pianeta.

Così oggi Lori è ancora Lori.

E Dori (di cui scrivo il nome di nascita a rischio di denuncia per deadnaming) è oggi,

uno:

membro salvato da Gesù Cristo d’America della Chiesa dei Santi degli Ultimi Giorni;

e due:

è diventat* George ed è trans (non si deve più dire transessuale, perché la libera volontà americana ha abolito anche i sessi).

Invito tutti ad ascoltare George, che all’epoca era Reba (ma il nome, in America, è una cosa che va e viene), mentre sorretta da Lori, canta Fear of Being Alone, che già dal titolo, credo che meriti di diventare l’inno nazionale tragico, criminale, surreale, tenero, ignorante, fragile, omnicida, devastante, del paese che i miei avi hanno contribuito a costruire, e che ha corrotto ogni angolo del pianeta, fino a implodere su se stesso.

“You may think you do but you don’t
It’s just the fear of being alone”

 

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Americani!

Questi signori sono militanti di Not F**king Around Coalition (NFAC), milizia armata di neri che vuole uno Stato per soli neri (“siamo pronti ad accettare il Texas“).

Non so se sarebbero particolarmente contenti a saperlo, ma è difficile pensare a un movimento più americano.

Intanto, perché hanno un progetto chiaro, espresso in parole semplici, uno di quei progetti tipo mandare un uomo sulla Luna, costruire la fabbrica più grande del mondo o bloccare il cambiamento climatico con uno specchio gigante che rimanda indietro i raggi del sole.

“Where there’s a will, there’s a way!”

Secondo, perché – come si vede da questa immagine – hanno interiorizzato l’importantissimo concetto americano, che una libertà in cui tu non sei armato, e il poliziotto lo è, non è libertà.

Tra l’altro, quando queste immagini hanno cominciato a circolare, molti li hanno confusi con le Pantere Nere di una volta, che erano invece un movimento di sinistra (e con parecchi elementi interessanti).

L’NFAC fa parte di una complessa tradizione, che è quanto meno di sinistra si possa immaginare: quella della paramassoneria nera – l’Egitto di Ermete Trimegisto e della simbologia massonica e poi napoleonica, si fonde nei neri ammessi alle logge del tardo Ottocento con l’idea che un popolo di sradicati avrebbe alle spalle una grande civiltà; ma si porta dietro anche un ricco immaginario biblico.

E infatti, NFAC è diretta da un “Grand Master”, che usa questo simbolo:

“I’m not average intelligent. I’m above average intelligent, and that’s been documented!“, proclama di sé il Gran Maestro, che la mattina fa una predica dal letto di casa. E questa affermazione così poco europea è la prima e indispensabile certezza di ogni hustler (come dimostra anche Trump).

Ma proprio da buon hustler, il Gran Maestro ha dalla sua la potenza divina:

“Tu quindi non potrai mai portare alla mia attenzione nulla, che Yahweh non abbia già messo nel mio orecchio!”

E racconta di come gli angeli caduti dal cielo si accoppiarono con le donne della terra, l’angelo Gadarel in particolare fuorviò Eva, accoppiandosi con lei, all’insaputa di Adamo: di conseguenza, noi neri e loro bianchi siamo two different blood lines, two different creatures (non ho capito quali siano quelli con sangue angelico).

E qui troviamo quel modo di narrazione che distingue così radicalmente la religiosità contemporanea europea, tutta moralizzante e astratta, dalla forza, dalla certezza, dalla violenza, dall’immediatezza delle immagini del sacro americano.

L’immediatezza non sta solo nel linguaggio (“Eva fu la prima donna a pigliare due c…!”, dice il nosto predicatore); sta soprattutto nell’attesa apocalittica, e nel tradurre il mito in cronaca, in politica, in ciò che sta succedendo adesso.

E poi, teologo, hustler, cecchino, l’americano quintessenziale è anche e sempre uomo di spettacolo: eccita le folle, solletica gli istinti, e – differenza radicale con il cattolicesimo – esalta il divertimento, il successo e il piacere.

Tanto  siamo già salvati, mica dobbiamo stare lì a fare i penitenti.

E infatti, il Gran Maestro si presenta anche così:

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I nostri padri dei tempi antichi

In questi tempi, in cui riscopriamo la paura e l’impotenza di fronte alla morte, ascoltiamo Rudyard Kipling, nella voce di Peter Bellamy, che si suicidò a meno di cinquant’anni.

Il grandissimo merito di Kipling fu la capacità di immedesimarsi in tutto e in tutti, persino nel soldatino inglese che si appresta al saccheggio in un luogo sconosciuto; ma anche nei suoi avversari e in tutto ciò che fa il nostro mondo, o nei contrabbondieri che cercano di spiegare il loro mestiere o in ogni specie di animale.

Kipling ha dedicato una poesia alla medicina antica, che riesce a mettere insieme tutto lo scientismo ottocentesco con il rispetto più profondo per altri mondi.

Eccellenti erbe avevano i nostri padri dei tempi antichi–
eccellenti erbi per alleviare i loro dolori–

Prezzemoli Alessandrini e Calendule,
Eufrasia, Iris pallida e Inula,–
Basilico, Rucola, Valeriana, Ruta,
( scorrono come un canto)
Verbena, Dittamo, Viola del pensiero–
Primula odorosa, Meliloto, Fior di Seta.
Qualunque cosa crescesse verde nella muffa
era un’erba eccellente per i nostri padri dei tempi antichi.

Racconti meravigliosi narravano i nostri padri dei tempi antichi,
racconti meravigliosi di erbe e di astri-
il Sole era il Signore della Calendula
Basilico e Rucola appartenevano a Marte
chiaro e preciso come calcolare una divisione
(ogni erba aveva un pianeta proprio)
Chi se non Venere doveva governare la Rosa?
Chi se non Giove possedere la Quercia?
In modo semplice e serio si raccontano i fatti
nei meravigliosi libri dei nostri padri dei tempi antichi.

Che quando abbiamo detto tutto, è incredibile quanto poco
sapessero i nostri padri,
la metà dei loro rimedi ti ammazzava con le cure–
la maggior parte dei loro insegnamenti non erano veri–
“Guarda le stelle quando si ammala un paziente
(la sporcizia non ha nulla a che vedere con la malattia),
rompi le vesciche, fai uscire il sangue quanto vuoi.”

Da qui, enormi e incessanti
errori fecero i nostri padri dei tempi antichi.

Eppure quando la malattia affliggeva la terra,
e non portavano sollievo né pianeti né erbe,
presero le loro vite tra le mani con il bisturi,
e che guerra meravigliosa condussero!

Sì, quando le croci venivano segnate con il gesso sulle porte-
(sì, mentre il terribile carro dei morti correva!)
Sopportavano con eccellente coraggio i nostri padri–
nessuno troppo dotto, ma con nobile coraggio
i nostri padri dei tempi antichi andarono a combattere.

Se è certo, come dice Galeno–
e il saggio Ippocrate conferma–
“Chi è afflitto da dubbio e sgomento
trova potente aiuto nel tocco di un morto”,
allora aiutateci, astri del cielo!
E siate buoni con noi, erbe dal basso!

Siamo afflitti da ciò che possiamo dimostrare,
distratti da ciò che conosciamo.
E quindi,
Giù dal vostro cielo, o su dalla vostra muffa,
mandaci i cuori dei nostri padri dei tempi antichi!

“Our Fathers of Old”

Excellent herbs had our fathers of old–
Excellent herbs to ease their pain–
Alexanders and Marigold,
Eyebright, Orris, and Elecampane–
Basil, Rocket, Valerian, Rue,
( Almost singing themselves they run)
Vervain, Dittany, Call-me-to-you–
Cowslip, Melilot, Rose of the Sun.
Anything green that grew out of the mould
Was an excellent herb to our fathers of old.

Wonderful tales had our fathers of old,
Wonderful tales of the herbs and the stars-
The Sun was Lord of the Marigold,
Basil and Rocket belonged to Mars.
Pat as a sum in division it goes–
(Every herb had a planet bespoke)–
Who but Venus should govern the Rose?
Who but Jupiter own the Oak?
Simply and gravely the facts are told
In the wonderful books of our fathers of old.

Wonderful little, when all is said,
Wonderful little our fathers knew.
Half their remedies cured you dead–
Most of their teaching was quite untrue–
“Look at the stars when a patient is ill.
(Dirt has nothing to do with disease),
Bleed and blister as much as you will,
Bister and bleed him as oft as you please.”
Whence enormous and manifold
Errors were made by our fathers of old.

Yet when the sickness was sore in the land,
And neither planets nor herbs assuaged,
They took their lives in their lancet-hand
And, oh, what a wonderful war they waged!
Yes, when the crosses were chalked on the door-
(Yes, when the terrible dead-cart rolled! )
Excellent courage our fathers bore–
None too learned, but nobly bold
Into the fight went our fathers of old.

If it be certain, as Galen says–
And sage Hippocrates holds as much–
“That those afflicted by doubts and dismays
Are mightily helped by a dead man’s touch,”
Then, be good to us, stars above!
Then, be good to us, herbs below!
We are afflicted by what we can prove,
We are distracted by what we know.
So-ah, so!
Down from your heaven or up from your mould
Send us the hearts of our Fathers of old!

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I miei blog

Qualche settimana fa, avevo ripreso qui un post di Ugo Bardi, che segnalava i blog che lui seguiva.

Preso dall’entusiasmo, ho messo i blog (e alcuni altri siti) che mi interessavano su The Old Reader, che lui segnalava; poi ieri ho scoperto un plugin di Firefox, chiamato Feedbro, che mi sembra ottimo.

Ho creato delle cartelle, per suddividere i blog, che vedrete indicate con lettere maiuscole. Sono  suddivisioni molto personali e un po’ contraddittorie, ma semplificano la ricerca.

Ecco, in data due luglio 2020, i blog che seguo (più qualcuno, come Antiaero o Pièces et mains d’oeuvre, che non hanno feed).

Non sono ovviamente d’accordo con tutto, anzi alcuni dei blog rappresentano visioni che mi sono molto lontane, ma riportano comunque fatti o opinioni interessanti.

PEAK ENVIRONMENT

Cassandra Legacy  

Energy Skeptic

Ugo Bardi

Apocalottimismo

Deep Green Resistance News Service

Deep Green Resistance Blog

Wrong Kind of Green

Mammifero Bipede

Our Finite World

Urgewald

Resilience

Corporate Watch

Il cancro del pianeta

Post Carbon Institute Post

REDD monitor

Benzina Zero

Stay Grounded

No Deal for Nature

Crash Oil

Doomstead Diner

World Rainforest

No Geo-engineering

NANOMONDO

Resistenze al Nanomondo

Physicians for Safe Technology

Reclaim the Net

Giacomo Tesio

Posthumanity

Futurism

Il Rovescio

No Tech

Environmental Health Trust

Atto Primo

Stop Meters

Big Brother Watch

The Technoskeptic

Radiation Research

Demesure

 

FIORENTINI E TOSCANI

Io Non Sto con Oriana

Memorie paesane

Nove

Comitato Libertà Toscana

Italia Nostra Firenze

Trescogli

ANTIMODERNISTS

Organic Radicals

Paul Cudenec

Solidarity Hall

INTELLIGENT MAGAZINES

American Conservative

Quillette

Unherd

Areo

New Discourses

MUNDUS IMAGINALIS

AntiWar Songs

Santaruina

Tea at Trianon

Ship of Fools

Barney Panofsky

NEWS

Comune-Info

Sinistra in Rete

Antiwar

Pandora TV

UNZ

Global Research Chossudowsky

Wings Over Scotland

Counterpunch 

Zero Hedge

Populist Wire

Strategic Culture 

URBANISTICA E GLOBALIZZAZIONE

Biourbanistica

James Howard Kunstler

Strong Towns

Local Futures

ITALIA

Rossland

Che Fare

Cardin No Grazie

Franz Blog

PSYCHO

A disorder for Everyone

AGRICULTURE

Navdanya

Eurovia

Farmlandgrab

GENDERI

Daniela Danna

Feminist Current

Dead Wild Roses

Red Line

Women are Important 

Peak Trans

Sinfest 

Culturally Bound Gender

 

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Viventi e Macchine

Ieri, trovo un piccolo geco su una parete dentro casa: deve essere nato da poco, chissà dove.

Bellissimo.

Lo inseguo con un foglio morbido di carta assorbente, immaginando che schizzerà via subito.

Invece si lascia prendere, evidentemente non capisce ancora che cosa potrei essere.

Ho paura di stringere e fargli male, ma resta immobile.

In fondo è un serpente con le zampe, solo che le zampe fanno tutta la differenza per me (e ci sarebbe da capire perché un essere con le zampe ci sembra così vicino, chi non ha zampe invece no).

Lo porto sulla terrazza, e lo lascio andare, e per un momento, ci guardiamo negli occhi, lui e io.

Foto da questo sito

Poi si allontana, e sono certo che mi aiuterà a liberarmi da un po’ di zanzare.

Ma mi colpisce quello sguardo: un occhio sporgente senza apparente pupilla, fermo, che cerca di inserire tutta la mia esistenza dentro la sua, per capire perché l’ho afferrato, e come deve reagire.

Usando tutte le risorse che può avere la mente di un rettile, magari di pochi giorni, per capire in che mondo si trova, e quali scelte fare.

E mi ci ritrovo in pieno, perché ogni essere vivente è incredibilmente simile, e alla fine ciascuno di noi è un io, che conosce solo se stesso, e deve intuire il resto.

il geco ha il mio stesso sguardo, quando cammino per strada e vedo le telecamere;

o quando, costretto per lavoro a usare Windows, cerco di disinstallare tutte le app superflue con cui gente che non ho mai visto in vita mia cerca di insinuarsi nella mia vita;

o quando mi dimentico la carta d’identità uscendo di casa, e so che qualcosa mi può succedere se non riesco a dimostrare di essere AX 00000…., la cui esistenza scade il…. :

 o quando l’altro giorno vi ho tradotto un articolo usando Google Translate.

E mi sono accorto che è quasi al livello mio, che faccio il traduttore da decenni, e che non posso più permettermi di sghignazzare, “ma che, hai usato il traduttore di Google?”

Però che cosa mi può succedere?

Il geco non lo sa, ma alla fine, o sarà un uccello a piombargli addosso e mangiarselo, o sarà un traduttore a regalare una terrazza.

Ma noi e le Macchine…

loro cosa vogliono fare di noi?

E alla fine chi/cosa sono loro?

C’è da pensarci darwinianamente, che è un curioso modo laterale di pensare, molto difficile da far proprio, ma la Vita pensa darwinianamente.

Quando vedi un fiore di cipolla circondato da api, ricordati che chi ci guadagna è la pianta.

Quando vedi gli esseri umani che piantano il grano, ricordati che ci guadagna è il grano.

La cipolla e il grano usano api ed esseri umani, senza minimamente pensarci, ma è così.

Come la pianta regala nettare alle api, la macchina regala lauti guadagni a chi la serve.

Ma la macchina, cosa vuole da noi?

Cosa desidera dai nostri elettroni?

E sento che il mio cervello è piccolo quanto quello del geco.

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Posted in ambiente, ciberdominio, esperienze di Miguel Martinez, Il clan dei fiorentini | Tagged , , , | 47 Comments

Beni-in-Comune in Brasile

Ripubblico qui il commento scritto da Nigredo sul blog, in riferimento al Giardino dell’Oltrarno.

Mi ha colpito molto, perché probabilmente, nel mondo, ci sono centinaia di migliaia di situazioni, tutte diverse, ma in fondo analoghe, dove una comunità si prende cura di qualcosa; e queste normali esperienze umane vengono ignorate, perché chi le porta avanti sono persone semplici e concrete.

Mentre Ong e Onlus – che alla fine sono dei privati che devono battere cassa – fanno tutto il possibile per farsi vedere.

Ma ascoltiamo Nigredo:

Una precisazione sul Brasile

Il Brasile, si sa, ha molti “problemi”, lo dicono gli stessi brasiliani.

Ma ha anche un sacco di “risolutori di problemi”. Si va dai vari programmi statali a livello federale, statale e municipale, alla chiesa cattolica, alle miriadi di chiese protestanti e una pletora di ong e onlus brasiliane e estere.

Eppure, non nonostante, ma proprio per questo, ci sono anche i gruppi a cui mi riferivo sopra, che spesso sono totalmente informali, cioè niente Progetto, registro in comune o sponsor vari.

A differenza del Giardino non usano spazi pubblici, o si servono di lotti non ancora costruiti, con il consenso del proprietario, o addirittura svolgono le loro attività in casa di membri del gruppo.

A formare questi gruppi sono sia ex meninos de rua che sono riusciti a sistemarsi, magari prendendo una laurea o mettendo su una ditta, sia gente della classe media.

A motivarli è un qualcosa di simile a quello che traspare da questo post, un approccio olistico e comunitario, sommato alla diffidenza sull’aiuto delle varie ong e organizzazioni ufficiali, di cui non gradiscono l’agenda.

Pur non usando spazi pubblici, dipendendo dalla loro attività possono essere a rischio di denuncia da parte di risolutori ufficiali.

Ne ho conosciuti, direttamente e per sentito dire, che si limitano a reclutare medici per aiutare chi ha problemi gravi e se deve aspettare la sanità pubblica ci lascia le penne, a gente che cerca di organizzare nelle favele scambi di servizi vari senza soldi in mezzo, a insegnare cose che a scuola non si vedono proprio, o mestieri vari.

Nonché a dare possibilità di guadagnare qualche soldo se possibile.

Insomma cose che mi sembrano simili al Giardino, ma il centro di Firenze non è una favela, o almeno non ancora…

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