“Sono diventata parte dei racconti di mia nonna”

A volte basta una frase, per capire tante cose. 

Un secolo fa il governo turco, con un discreto aiuto da parte di alcune tribù curde e – in misura forse minore – arabe, sterminò gli armeni dell’Anatolia.

Oggi una donna armena racconta di come lei combatte a fianco dei curdi, che oggi sono diventati la speranza di tutte le antiche minoranze d’Oriente.

Insieme combattono contro un movimento islamista, certamente a maggioranza araba, ma che nega radicalmente ogni forma di nazionalismo. Un movimento però sostenuto, dietro le quinte, proprio dal nazionalismo turco.

Infine, l’intervista la nostra armena la rilascia a Özgür Gündem, un quotidiano vicino alla resistenza curda in Turchia. E che esce in lingua turca, che è inevitabilmente la lingua comune di tutti coloro che diffidano proprio del nazionalismo turco.

Ma se tutti i punti di riferimento sono svaniti e diventati altro, si vive ogni guerra come se fosse la stessa. Anzi, senza questa falsa certezza, le guerre andrebbero deserte.

Un’altra cosa interessante è come il mettere a rischio la propria vita (per non parlare delle vite dei nemici) sia sempre una parola data alla propria coscienza, come dice il titolo dell’articolo: tutti i combattenti sono quasi sempre in buona fede, da qualunque parte il destino li abbia lanciati nel mutevole balletto delle nazioni.

Il testo può sembrare retorico, ma è proprio nella retorica che si coglie l’essenziale.

(testo originale, Söz verdim vicdanıma“, ma noi abbiamo più comodamente tradotto in italiano la traduzione in lingua inglese).

Il massacro del Sinjar (Şengal) non ha solo lasciato segni indelebili nei cuori delle persone, ma riporta alla mente anche associazioni storiche. I bambini che hanno ascoltate le storie dei vecchi massacri dalle loro nonne si stanno incontrando sul Monte Sinjar. Decine di guerriglieri curdi, armeni, assiri arabi e yazidi, assieme a guerriglieri che provengono  da molte altre fedi e origini etniche, si sono ritrovati nel Sinjar con un unico obiettivo. Tra questi, Viyan, che proviene da una famiglia armena di Diyarbakir che emigrò nella città di Kobanê nella Rojava [Kurdistan siriano] in seguito ai massacri armeni del 1915. Viyan ha preso parte in innumerevoli battaglie nella Rivoluzione di Rojava ed è stata ferita molte volte, la più recente nel villaggio di Sününe nel Sinjar.

Sono diventata parte dei racconti di mia nonna 

Dopo essersi ripresa si è di nuovo arruolata nelle unità di difesa nel Sinjar. Viyan spiega così la propria esperienza nel Sinjar: “Quando mi sono trovata faccia a faccia con la banda dell’ISIS e abbiamo iniziato a spararci, le storie che mi narrava la nonna sono passate nella mia mente in un istante, come se fosse un film. Era come se io fossi diventata mia nonna e mi sentivo come se stessi vivendo una parte dei massacri di cui la nonna mi parlava. Mentre la gente attraversava la frontiera, non potevo non pensare a  quelle donne rapite e ho fatto mille promesse alla mia coscienza che i bambini che portavo nel mio braccio ferito non avrebbero mai più visto simili massacri”.

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Satana, il guastatore delle migliori passioni

Satan the Waster è il nome che Violet Page – meglio nota come Vernon Lee – diede nel 1919 alla stesura definitiva, e molto più lunga, di un breve testo sulla guerra che vi abbiamo presentato qualche giorno fa.

Mi prometto (promessa da marinaio) di ritornarci, perché credo che questo testo, scritto quasi un secolo fa, sia ancora insuperato come analisi del rapporto tra le passioni umane e i grandi delitti, il ballo tra il bellissimo e sempre cieco Eroismo e la Morte.

Infatti, Vernon Lee va molto oltre la banale critica agli orrori della guerra; va all’essenza, cioè alla demoniaca perversione di quanto vi sia di migliore negli esseri umani: ecco il concetto del guastatore.

In questi giorni mi sono preso il tempo di guardare alcuni video sulla guerra in Siria. Dove i paesaggi hanno qualcosa di familiare e i visi sono indistinguibili da quelli italiani, per cui non si corre il rischio di perdersi nell’esotico.

Innanzitutto i video che riguardano l’ISIS.

Dove si vede una gioventù molto bella e fiera, che per idealismo ha scelto di rischiare la vita. Per quanto parlino in arabo, si colgono gli stessi toni degli adolescenti nostri, le stesse timide risate, solo con uno sguardo più intenso e più innocente. Come il cieco Eroismo di Vernon Lee, sono quanto di meglio vi sia nella gioventù del mondo.

Facce di persone con tanti anni meno di me, e che presto moriranno nel modo più atroce, se non finiranno in qualche Guantánamo.

Come la ragazzina francese che da un Internet point di Raqqa – uguale a qualunque altro del mondo – che per Skype cerca di dire a genitori in lutto, che sono tutte menzogne, quel che si dice dell’ISIS; o il medico islamista che si prodiga per i bambini affetti da cancro nel reparto dell’ospedale di Ninivè; o il nonno che racconta delle vessazioni subite dal regime siriano e della sua gioia nel parlare con i giovani volontari venuti a liberare i sunniti.

Persone, come il ragazzo olandese di origine turca (credo che militi in Jabhat al-Nusra e non nell’ISIS, ma lo spirito è simile) che ha lasciato una carriera nell’esercito, perché non poteva stare con le mani in mano mentre la gente veniva massacrata in Siria, e ha insegnato allora le prime arti a contadini che non sapevano come difendersi.

Ma sul fronte opposto, o su uno degli innumerevoli fronti opposti, il giovane svizzero, che per quel che ha fatto rischia cinque anni di carcere in patria, che ha scelto di venire in Siria per insegnare alla gente di un villaggio cristiano, con i loro crocifissi tatuati e i bambini dai grandi occhi, come difendersi dagli amici del medico di Ninivè.

Poi un video (interessantissimo) di Vice, su Rojava, la povera terra curda autogestita nel nord della Siria. Dove altri contadini molto semplici, dei ragazzi e (particolarità curda) anche delle ragazze – qualcuna cristiana – si organizzano per non farsi massacrare dai discepoli del ragazzo olandese o dai fidanzati delle ragazzine francesi.

Quelle di Rojava sono piccole persone, normali e limpide, che devono difendere i campi e la vita comune di curdi e arabi, musulmani e cristiani, non solo contro orde di fanatici calate da mezzo mondo, ma anche contro l’inumana potenza dello Stato turco che sostiene quei fanatici.

Il nemico non si vede mai, è solo uno sparo in lontananza. Appare da vicino solo come il tremendo coltellaccio militare che i curdi hanno preso a un jihadista venuto chissà da dove (magari dall’Olanda?): “è un coltello americano, c’era scritto ‘non dimenticheremo mai l’undici settembre‘, quando l’abbiamo trovato era ricoperto di sangue, l’avevano usato per tagliare una testa”.

Un video poi sui volontari che affiancano l’esercito ufficiale siriano, giovani uomini e ancora donne che hanno accettato di rischiare la vita per salvare le comunità minacciate di massacro. E anche lì cogli tutta la sincera intensità di chi viene intervistato, sapendo che magari vivrà ancora poco.

O questa donna, madre quarantatreenne di dieci figli, che ad Aleppo dirige una squadra di donne islamiste con il niqab che combatte contro l’esercito siriano che “non ha lasciato vivo una donna, un bambino o un vecchio”. Accanto a lei, suo figlio tredicenne torturato dai governativi, che ringrazia la madre per avergli insegnato a combattere.

Infine, gli abitanti di un villaggio sciita libanese, contadini anche loro, che si organizzano per combattere in Siria. Perché, come spiegano con logica inconfutabile, se la Siria viene conquistata dai takfiri da coloro che condannano a morte tutti coloro che vedono l’Islam in maniera diversa dalla loro, gli sciiti verranno tutti sterminati. Come fare con un nemico che non esista a usare autobombe per massacrare civili a caso? E ovviamente hanno ben più ragione di certi italiani che temono il terrorismo.

Per combattere chi ti vuole uccidere, spiega ineccepibilmente un ufficiale di Hezbollah, “aspetti forse che entri in casa tua? Se qualcuno ti viene incontro con un coltello in mano, per tagliarti la testa, strapparti cuori e reni, violentare le tue donne, e rubare la tua terra, cosa fai?” 

E così i combattenti di Hezbollah hanno sconfitto i takfiri, cacciando migliaia di profughi sunniti in una sacca dentro lo stesso Libano. Nel campo di coloro che sono fuggiti da Hezbollah, una donna che regge in braccio un bambino con lo stesso sguardo dei bambini curdi, di quelli dell’ISIS, di quelli cristiani, di quelli di Hezbollah, spiega: “ci hanno inseguiti e bombardati. Hanno usato di tutto, ci hanno bombardati con gli aerei, con i razzi e con le bombe. Non so come siamo riusciti a scappare, ma ce l’abbiamo fatta.” Ma ora sono circondati, “siamo cascati dalla padella nella brace”.

Infine, nello stesso video, il piccolo cimitero del villaggio sciita, dove i visi sono tutti così familiari; dove la tragedia diventa comunque quasi festa, perché l’alternativa sarebbe una tragedia ben maggiore.

Trovarmi qui, con il computer davanti, a innumerevoli miglia da tutto ciò, a guardare video, è già una condanna morale… ma so anche quanto sia facile, quando il Guastatore lancia il suo richiamo, cadere nella sua trappola del volerci essere, cioè di partecipare anche noi al Balletto della Morte.

In una guerra civile, non abbiamo nemmeno lo storico alibi dei pacifisti di una volta: il Piero di De Andrè reclutato a forza e mandato a morire per qualcosa che non sa. Ognuno di questi sa, e a modo suo ha scelto, e ha fatto una scelta giusta. Tutti i loro discorsi sono fondati e non sono semplicemente il frutto di una superficiale propaganda, ma di ferite personali che non possiamo nemmeno immaginare.

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Arbusti e rovi, cardi e spine

In un villaggio inglese, oltre quarant’anni fa, una ragazza meravigliosa se ne stava seduta su di un muro, con la morte che l’avrebbe colta da lì a poco in silenzio alle spalle, davanti a un’antica chiesa, a guardare le lastre tombali.

Vide entrare il parson, che con l’ambiguità dell’anglicanesimo potete scegliere se chiamare pastore oppure parroco.

E poi lo sentì condurre il servizio e predicare in totale solitudine.

Le dissero che faceva così ormai da anni.

E allora la ragazza predestinata e fragile come le ali di un’ape, che si chiamava Sandy Denny, scrisse e cantò queste parole.

Arbusti e rovi, cardi e spine

Non ci posso credere che faccia tanto freddo
eppure non ha nevicato.
Mi arriva il suono di musica
ovunque io vada.
Domenica mattina, non c’è nessuno in chiesa,
tranne l’eletto del clero
e sta benissimo, non mi preoccupo per lui
porta il libro in mano.

Soffia un aspro vento d’oriente e i campi si muovono
i corvi stanno sui loro nidi.
Chi sa cosa sta dicendo lì dentro
a tutte quelle anime che riposano.
Vedo il sentiero che conduce alla porta
e l’eletto del clero.
Arbusti e rovi
tu e io,
dove stiamo?

Mi chiedo se sa che sono qui,
mentre guardo crescere i rovi.
E tutta questa gente sotto le mie scarpe,
mi chiedo se sanno.
C’era un tempo in cui fino all’ultimo,
riconoscevano l’eletto del clero.
Dove sono ora?
Cardi e spine,
tra la sabbia.

Non ci posso credere che faccia tanto freddo
eppure non ha nevicato.
Mi arriva il suono di musica
ovunque io vada.
Domenica mattina, non c’è nessuno in chiesa,
tranne l’eletto del clero
arbusti e rovi,
cardi e spine
su questa terra.

Bushes And Briars (Thistles And Thorns)

I can’t believe that it’s so cold
And there ain’t been no snow.
The sound of music it comes to me
>From every place I go.
Sunday morning, there’s no one in church,
But the clergy’s chosen man
And he is fine I won’t worry about him.
Got the book in his hand.

Oh, there’s a bitter east wind, and the fields are swaying,
The crows are round their nests.
I wonder what he’s in there a saying
To all those souls at rest.
I see the path which lead to the door,
And the clergy’s chosen man.
Bushes and bria
You and I,
Where do we stand?

I wonder if he knows I’m here,
Watching the briars grow.
And all these people beneath my shoes,
I wonder if they know.
There was a time when every last one,
Knew a clergy’s chosen man.
Where are they now?
Thistles and thorns,
Among the sand.

I can’t believe that it’s so cold
And there ain’t been no snow.
The sound of music it comes to me
From every place I go.
Sunday morning, there’s no one in church,
But the clergy’s chosen man
Bushes and briars,
Thistles and thorns
Upon the land.

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Immaginari del Sessantotto

Un perenne motivo di divergenza tra chi scrive e diversi commentatori di questo blog è il Sessantotto.

In breve, quei commentatori vedono nel Sessantotto il momento di rottura della vecchia società dei rigori borghesi, e fin qui possiamo essere d’accordo; ma in questa rottura, non vedono altro che il passaggio alla cultura del consumo sfrenato, allo sballo discotecaro e al Grande Fratello.

Io del Sessantotto ho una visione radicalmente diversa.

Chiaramente abbiamo ragione entrambi, perché la Realtà è immensamente complessa e sfuggente, come sempre: la Realtà, come diceva Violet Paget/Vernon Lee, è inseparabile dall’aggettivo altro, e il vero altruismo non consiste nel sacrificarsi per la propria visione, ma saper cercare proprio questo altro.

Però vorrei farvi capire qualcosa delle mie ragioni, presentandovi questa canzone, uscita proprio nel 1968, del gruppo scozzese The Incredible String Band.

Già nell’immagine di copertina, vediamo un mondo molto lontano da quello che oggi predomina. I corpi sono certamente più sciolti di quelli dei tremendi decenni precedenti, ma sono anche corpi austeri, che non hanno bisogno di nulla. E mirano alla semplicità, non certo all’artificialità dei corpi contemporanei. Una semplicità che ricerca anche la bellezza, dove c’è colore, ma senza l’aggressività del colore pubblicitario.

Ascoltiamo le enigmatiche parole di questa canzone: il Sessantotto è stato (anche) la capacità di rivedere ogni cosa del mondo con occhi nuovi, a volte trasognati, ma sempre profondamente curiosi.

Stranger than that we’re alive, Whatever you think It’s more than that, more than that…

Le lacrime di Giobbe

Stiamo ancora qui, tutti
nessuno è andato via
abbiamo recitato fin troppo bene
e rimandato

la croce della terra
(lasciatemi passare)
i quattro venti la indicano
corpo a corpo
mari per consacrarli
gli portarono la canna
spugna e aceto
serpenti di fuoco
che sputavano oro e cannella
la luna sanguinava
e le stelle erano poco profonde
e la spada che lo uccise
era una spada di salice

Buongiorno devo andare sono solo passato per dire
ho sentito chiamare mia madre e devo partire

Oh me lo ricordo tutto da prima

L’inverno e la mezzanotte
non poterono trattenerlo
il fuoco non lo poteva bruciare
né avvolgerlo la terra
sorgi Lazzaro
dolce e salato
fratelli soldati
smettetela di giocare a dadi e parlate con me
i ladri rubavano
ma la ragione condannò lui
e la tomba era vuota
dove l’avevano messo

perché gli eroi muoiono all’alba
perché gli uccelli sono le frecce dei saggi
perché ogni fiore profumato
perché ogni momento ha il suo tempo

Sei tu
è tutto vero

Ancora più strano, siamo vivi
ancora più strano
ancora più strano
qualunque cosa tu possa pensare
è più di quello, più di quello
uomo felice, l’uomo felice
che fa del suo meglio

Continua a camminare dove si sono mostrati gli angeli
(tutto sarà uno)
viaggiando dove hanno camminato i santi
di là nella vecchia terra d’oro
nel libro d’oro del gioco d’oro
l’angelo dorato scrisse il mio nome
quando l’affare sarà fatto poserò la mia corona
di là nella vecchia terra d’oro

Non dovrò baciarti quando saremo lì
(tutto sarà uno)
non avrò bisogno di sentire la tua mancanza quando saremo lì
di là nella vecchia terra d’oro

Lo capiremo meglio in un dolce tempo prossimo
non ti dovrai preoccupare e non dovrai piangere
di là nella vecchia terra d’oro

Job’s Tears

We’re all still here
no one has gone away
Waiting, acting much too
well and procrastinating

The cross of the earth
(let me go through)
The four winds point them
Body to body
Seas to anoint them
The reed they brought him
Sponge and vinegar
Fiery serpents
Spitting gold and cinnamon
The moon was bleeding
And stars were shallow
And the sword that killed him
Was a sword of willow

Hello I must be going well I only came to say
I hear my mother calling and I must be on my way

O I remember it all from before

The winter and the midnight
Could not hold him
The fire could not burn him
Nor earth enfold him
Rise up Lazarus
Sweet and salty
Brother soldiers
Stop your gambling and talk to me
The thieves were stealers
But reason condemned him
And the grave was empty
Where they had laid him

Why heroes die at sunrise
Why the birds are arrows of the wise
Why each perfumed flower
Why each moment has its hour

It’s you
It’s all true

Stranger than that we’re alive
Stranger than that
Stranger than that
Whatever you think
It’s more than that, more than that
Happy man, the happy man
Doing the best he can

Keep on walking where the angels showed
(All will be one)
Travelling where the saints have trod
Over in the old golden land
In the golden book of the golden game
The golden angel wrote my name
When the deal goes down I’ll put my crown
Over in the old golden land

I won’t need to kiss you when we’re there
(All will be one)
I won’t need to miss you when we’re there
Over in the old golden land

We’ll understand it better in the sweet bye and bye
You won’t need to worry and you won’t have to cry
Over in the old golden land

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Creativi fiorentini, torturatori nazisti, amministratori cialtroni e birrai onesti

La vicenda raccontata dal Corriere Fiorentino, nell’articolo sotto questa lunga premessa, è talmente bizzarra, e con tante possibili ramificazioni e simbolismi, da lasciare perplessi. A me interessa soprattutto perché successa a due passi da casa mia, e perché riguarda l’utilizzo di beni pubblici.

Giusto per precisare, conosco gli ultimi anziani partigiani rimasti ancora vivi nel rione e le ottime persone che tengono viva l’ANPI in Oltrarno, e posso garantire se c’è qualcosa di strano nella vicenda, non è per colpa loro – adesso il Comune chiede all’ANPI di pagare l’affitto, per un locale ben più piccolo di quello descritto qui.

Mi ricordo di una mattina, ormai diversi anni fa, in cui vidi una lunga bandiera nazista che pendeva dalla facciata del Chiostro dei Morti, e dei giovanotti che si aggiravano per la piazza mangiando gelati e vestiti da SS: evidentemente stavano preparando proprio il film di cui si parla qui.

Il regista, nell’unica intervista concessa, sostiene che il film è già stato completato, e lo confermano anche gli altri attori intervistati; il regista sostiene anche di aver speso centinaia di migliaia di euro per mettere apposto i locali.

Nella stessa intervista, egli nega di aver usato il palazzo a Santo Spirito per dormire, visto che lui possiede una suite a Montecarlo, una a Cannes e una a Nizza, “essendo stato il più grande giocatore del mondo”, avendo sbancato il casinò di Saint Vincent nel ’79.

E sicuramente  non è vero che il signor Favilli non abbia fatto nulla in questi anni. Ad esempio, lo scorso marzo, mandando una mail a villatriste002@gmail.com, ci si poteva mettere in fila per farsi fucilare allo stadio Carlo Castellani di Empoli (il regista prometteva, “le scene sono molto crude e violente”).

Resta curioso il fatto che – dopo una ricerca certo non meticolosa – abbiamo trovato solo una scarna pagina Facebook come traccia in rete dell’Astrofilm. Favilli, nell’intervista, sostiene anche di aver girato un film intitolato Linfa Vitale, di cui abbiamo trovato in rete però solo un enigmatico trailer con 46  visualizzazioni.

Ora, la cosa veniva denunciata già un anno fa, anzi, qualcuno ne discute dal 2011.

Ma è solo quando il signor Favilli si sarebbe messo lo scorso agosto a vendere illegalmente la sua birra in piazza (lui sostiene che stava solo girando uno spot) che sarebbe scattata la rivolta dei commercianti “onesti” (quelli per capirci che mettono i dehors abusivi in Piazza Santo Spirito).

Ciò che per cinque anni andava avanti, è cessato così nel giro di due mesi.

Quando il Comune mette i lucchetti – come in questo caso – non li toglie mai più, finché non casca giù il palazzo.

Santo Spirito, sgomberato il bar abusivo

La palazzina di proprietà del Comune era stata data in concessione ad un regista per fare un documentario, mai realizzato. Ma la casa era diventata lo stoccaggio di birra

E’ partito venerdì all’alba lo sgombero dell’immobile occupato abusivamente in piazza Santo Spirito di proprietà del Comune di Firenze. Tre piani di 250 metri quadrati che Palazzo Vecchio aveva dato in concessione a Fabrizio Favilli, un sedicente regista che avrebbe dovuto utilizzare l’immobile per ambientare un documentario sui fatti di Villa Triste e Bruno Fanciullacci. Documentario che però, almeno finora, non è mai stato portato a termine, mentre parte degli interni dello stabile sono stati trasformati per riprodurre una sala da interrogatorio e altre ambientazioni nazifasciste. L’immobile era stato dato in concessione dall’allora sindaco Leonardo Domenici per tre mesi, cioè fino al settembre 2009. L’occupazione si è però prolungata per cinque anni. Non solo.

 IL BAR ABUSIVO – Negli ultimi mesi la palazzina era diventata lo stoccaggio per casse e pinte di birra, che poi venivano vendute (abusivamente) in piazza Santo Spirito durante le serate della movida nel fine settimana. Quando i vigili sono arrivati Favilli era già sveglio, al lavoro sul suo computer. Al primo piano dell’immobile ci sono gli uffici, mentre al secondo c’è il set cinematografico con immagini di svastiche e bandiere con teschi che servivano a riprodurre le stanze degli interrogatori degli ufficiali nazifascisti. Non mancano anche alcuni letti, dove probabilmente il regista trascorreva le notti, utilizzando così lo stabile anche come abitazione. I tecnici del Comune e i vigili stanno adesso procedendo a chiudere porte e finestre coi lucchetti, oltre a stilare un inventario dei materiali del regista.

10 ottobre 2014

Interno di Piazza Santo Spirito 24 (parte analcolica)

Esterno di Santo Spirito (la mescita dell’Astrofilm)

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The Father’s Song

Ewan MacColl l’avevamo già incontrato.

Qui un altro straordinario scozzese, Dick Gaughan, canta una sua canzone, The Father’s Song (la mia traduzione qui, sotto il video il testo originale in inglese).

La canzone del padre

E’ passato un altro giorno, figlio mio, chiudi gli occhi
che la Luna dà la caccia alle nuvole in cielo
dormi e non aver paura, figlio
perché papà e mamma sono vicini, figlio
e il gigante è solo un’ombra sulla parete

Dormi e quando ti sveglierai ci sarà la luce
Non c’è motivo di temere il buio della notte
non è come il buio che troverai, figlio
in fondo alle menti di certi uomini, figlio
che sfida l’arrivo quotidiano dell’alba

Smettila ora di piangere, lascia che papà ti asciughi le lacrime
non c’è alcun uomo nero che ti vuole portar via, non aver mai paura
non ci sono orchi né streghe malvagie
solo avidi figli di buona donna
che aspettano di spolparsi la tua vita

Riposa tranquillo nel tuo letto e cresci forte
tra non molto avrai bisogno di tutta la tua forza
perché presto sarai per strada, figlio
a combattere battaglie tutti i giorni, figlio
contro un nemico che crede di possedere il mondo

Non permettere loro di comprarti o di spezzare il tuo orgoglio
non lasciarti usare e poi gettare via
se ascolterai le loro menzogne
ti inganneranno fino a farti morire
non saprai nemmmeno di essere stato un tempo vivo

Non parliamo più adesso è ora di andare a dormire
ci sono risposte alle tue domande ma possono attendere
continua a chiedere quando crescerai, figlio
continua a chiedere finché non saprai, figlio
e poi manda le risposte a risuonare attraverso il mondo

That’s another day gone by, son, close your eyes
For the moon is chasing clouds across the skies
Got to sleep and have no fear, son
For your mam and dad are near, son
And the giant is just a shadow on the wall

Go to sleep and when you wake it will be light
There’s no need to fear the darkness of the night
It’s not like the dark you find, son
In the depths of some men’s minds, son
That defies the daily coming of the dawn

Stop crying now, let daddy dry your tears
There’s no bogeyman to get you, never fear
There’s no ogres, wicked witches
Only greedy sons-of-bitches
Who are waiting to exploit your life away

Lie easy in your bed and grow up strong
You’ll be needing all your strength before too long
For you’ll soon be on your way, son
Fighting battles every day, son
With an enemy who thinks he owns the world

Don’t you let ‘em buy you out or break your pride
Don’t you let yourself be used then cast aside
If you listen to their lying
They will con you into dying
You won’t even know that you were once alive

No more talking now it’s time to go to sleep
There are answers to your questions but they’ll keep
Go on asking while you grow, son
Go on asking till you know, son
And then send the answers ringing through the world

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Anatomia di uno sfratto

1787, il Congresso degli Stati Uniti, in pieno rispetto di tutte le formalità, varò la legge detta la Northwest Ordinance, che tra l’altro prevedeva il rispetto di “property, rights, and liberty” degli indiani d’America – in un unico articolo della legge, troviamo insieme le parole “Religion, morality, and knowledge… good government… happiness of mankind…. utmost good faith… just and lawful wars… justice and humanity… peace and friendship.

Fu questa legge, e una raffica di altre astutamente calibrate da una coalizione di avvocati e di geometri, che permise in pochi decenni di cacciare dalle loro terre i nativi americani, quasi sempre in piena legalità.

Una persona è vissuta tutta una vita in un luogo, o magari ci è arrivata da poco.

Ma ha stabilito legami unici con altri esseri umani e conosce tutte quelle piccole cose che fanno di quel luogo, un luogo diverso da tutti gli altri: il lastrone sconnesso, il gatto randagio, il rumore del bandone che viene alzato la mattina.

Poi un giorno prendono e lo cacciano con la forza.

Questa è la storia di come ci si possa arrivare. L’ho trovata su Fuori Binario, il giornale dei senza fissa dimora che Maria Pia e i suoi amici fanno orgogliosamente da anni in totale autonomia.

Le note in fondo sono mie.


Mercoledi 16 aprile 2014, in Via dei Pilastri 30 [nel centro storico di Firenze], si è presentata la forza pubblica per sfrattare una famiglia dalla propria casa, in cui vive da 35 anni.

Vogliamo raccontare questa storia, non per vittimismo o protagonismo, ma perché le logiche e le prassi sociali neo-liberiste e neo-liberali ci vogliono far credere di essere individui e famiglie isolati e soli, ognuno con la propria storia di fallimenti e successi, carica di responsabilità e colpe individuali.

Noi la pensiamo diversamente e crediamo nell’importanza di condividere quello che ci è successo, sicuri di non essere gli unici a cui banche e legalità capitalista hanno tolto, se non tutto, qualcosa di imprescindibile come la casa e di conseguenza il quartiere, con la rete sociale e relazioni umane ad esso legate.

Questa è la storia di una bottega artigiana come ce n’erano tante a Firenze. Per gli alti costi dei materiali e come è in uso nelle piccole imprese individuali senza capitale iniziale, la bottega lavorava attraverso scoperti di conto corrente per acquistare le materie prime, restituendo poi il dovuto dopo la vendita del prodotto lavorato e finito con i dovuti interessi (non proprio spiccioli). Alla fine degli anni ’80 iniziano un pò di difficoltà nella restituzione degli interessi sugli scoperti e l’artigiano, consigliato dalle banche di cui era cliente solvente da anni, contrae un mutuo per estinguere il mutuo residuo sulla casa e coprire parte degli scoperti di conto.

Sempre consigliato dai funzionari bancari, che dovrebbero svolgere il ruolo di consulenti economici, contrae un “vantaggiosissimo” mutuo in ECU (European Currency Unit), la moneta virtuale comune della Comunità Europea. Il suddetto mutuo prevedeva come garanzie casa e bottega (cioè TUTTO), un tasso d’interesse che oscillava tra il 18 e il 24%, soggetto alla pratica dell’anatocismo. Per chi non fosse familiare col termine l’anatocismo, o tasso d’interesse composto, prevede la ricapitalizzazione degli interessi ogni 3 mesi anche su rate regolarmente pagate, che vanno così a far parte del capitale iniziale per generare essi stessi interessi. In parole povere interessi sugli interessi.

Tra il 1988 e il 1992, nonostante il catastrofico tasso d’interesse, le rate vengono regolarmente pagate. Come molti sapranno, a seguito di un attacco speculativo sui mercati finanziari nel 1992 Italia e Gran Bretagna sono costrette ad abbandonare il Sistema Monetario Europeo di cambi fissi e la lira viene pesantemente svalutata; il debito denominato in ECU semplicemente lievita. Dopo altri 4 anni di sforzi e dopo aver restituito più soldi di quanti ne avesse presi in prestito, nel 1996 l’artigiano si vede arrivare i decreti ingiuntivi. Naturalmente alla vicenda non è applicabile retroattivamente la Legge anti-usura (108/96) approvata quello stesso anno, e l’indagine della magistratura per usura bancaria si conclude con un nulla di fatto. Nel 2000 ha inizio il procedimento esecutivo e vengono messe all’asta le proprietà dell’artigiano e della sua famiglia. Per fortuna la bottega non suscita molto interesse e nessuno se la compra, ma la casa attira l’attenzione di speculatori vari e se l’accaparra, per meno della metà del suo valore di mercato, la società SIRAH s.r.l., di proprietà di Mario Razzanelli,[1] attuale consigliere comunale in quota Lega Nord e attualmente in campagna elettorale a sostegno del candidato di Forza Italia. Per possibili irregolarità nell’asta, incerte interpretazioni giurisprudenziali e svariate battaglie legali il decreto di trasferimento della proprietà della casa non arriva fino al 2012. (Così chi pensava di aver fatto un grande affare sulle disgrazie altrui almeno stavolta non ha avuto vita facile).

Ed è questa, in sintesi, la storia di come un artigiano, un lavoratore senza conoscenze finanziarie la cui colpa è stata quella di essersi fidato troppo dei funzionari delle banche e della retorica dell’indebitamento, dopo aver ingrassato le banche (Cassa di Risparmio di Firenze, Monte dei Paschi di Siena e Banca Toscana) per quasi vent’anni pagando regolarmente i loro assurdi tassi d’interesse oggi considerati illegali, si ritrova con la Forza Pubblica (che difende interessi privati) alla porta.

Oltretutto i tempi di assegnazione della casa popolare sono imprevedibili, come è incerto dove questa famiglia andrà ad abitare e con regole burocratiche che consiglierebbero di lasciare la casa e aspettare in silenzio, non si sa dove, che il Comune si occupi, non si sa quando, di assegnare una casa che per legge ti spetta.

Come già detto raccontiamo questa storia, oltre che per la solidarietà e la partecipazione alla giornata di resistenza del 16 aprile, perché non crediamo di essere gli unici in una situazione di questo tipo e pensiamo sia il momento di reagire e pretendere il rispetto della dignità dei lavoratori che questa legalità e burocrazia del capitale calpesta ogni giorno.

Per questo ci siamo opposti allo sfratto finché non sarà assegnata una casa a questa famiglia derubata del frutto del proprio lavoro dalle banche e dalla speculazione immobiliare.

Ringraziamo e sosteniamo il Movimento di Lotta per la Casa per essere sul territorio sempre al fianco dei più deboli.

PCL-Firenze [2]

Note:

[1] Sul suo sito web, Mario Razzanelli scrive,

” ho viaggiato e viaggio ancora moltissimo,spesso per lavoro, ma la mia casa è sempre stata Firenze.”

Casa, Firenze, mia…

[2] Il PCL è un piccolo gruppo di gente decisamente fuori moda (ma con diversi giovani), che è però molto meno astratto, almeno a Firenze, di quello che si potrebbe pensare.

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Il balletto delle Nazioni

Violet Paget, che scriveva sotto lo pseudonimo di Vernon Lee, visse a cavallo dell’Otto e Novecento, in gran parte a Firenze. Una scrittrice inglese che non è nata né quasi mai vissuta in un paese anglofono, e quindi con tutta la ricchezza dell’esule.

Fino a pochi anni fa, ne ignoravo l’esistenza; e oggi mi dispiace che solo i tempi sfalsati delle nostre esistenze ci impediscano di incontrarci per le strade del quartiere. Tante volte, leggendo le cose che scriveva, mi sembra di vedere insieme il mondo, quasi dagli stessi occhi.

Violet Paget è stata scrittrice profonda e geniale, con una capacità molto particolare di cogliere le sfumature delle cose; è stata amica dello scultore Emilio Santarelli che mise in piedi il palazzo e il giardino che sono diventati il centro delle iniziative dell’Oltrarno (e da lui lei raccolse i ricordi della Contessa di Albany, moglie del Bonny Prince Charles e compagna di Alfieri); quasi da sola, Violet Paget ha salvato quel che resta del centro storico di Firenze dalla potente macchina della speculazione edilizia a fine Ottocento.

Violet Paget (Vernon Lee)

In piena guerra, nel 1915, lei scrisse un breve opuscolo intitolato The Ballet of the Nations, che le costò quasi tutte le sue amicizie.

Di pacifisti con il senno di poi è pieno il mondo, ma solo quando le passioni si sono rivelate in tutta la loro assurdità. Violet Paget invece fu uno dei rari pacifisti con il senno sveglio proprio nel momento peggiore.

Questa piccola opera è molto di più di una critica a quella guerra. E’ un compendio di verità al di là del tempo.

Se riuscissimo a farla davvero nostra, assorbendo il senso recondito di tutti i personaggi elencati, saremmo immuni per sempre dalla Danza. E ovviamente, diventandolo, ci bruceremmo anche noi le nostre amicizie.

Violet Paget dedicò i cinque successivi anni a trasformare The Ballet of the Nations in un’opera teatrale, Satan the Waster, che non fu mai recitata. Un giorno, magari…

Intanto, in un saggio scritto nello stesso periodo, parlò della “cortina di ferro” che a Natale separava madri inglesi e tedesche che si sarebbero recate in chiesa ad ascoltare Bach. Pare che abbia dato così ai politici inglesi l’immagine della Iron Curtain, che Churchill anni dopo avrebbe rilanciato per ben altri fini: c’è sempre qualcuno pronto a rubarti le idee senza volerle capire.

Su Archive.org, potete leggere il testo originale; qui ho ricopiato per intero la versione italiana a cura di Bruna Bianchi che si trova sul sito dell’Università di Venezia.

Una piccola riflessione… se leggete gli scritti di Oriana Fallaci, ci sentirete tutte le passioni lucidamente descritte da Vernon Lee.

Non sorprenderà quindi sapere che la città che Violet Paget salvò dalla distruzione non le ha dedicato una via, mentre ne dedicherà una a Oriana Fallaci.

 


Violet Paget (Vernon Lee)
Il Balletto delle nazioni. Un’etica del nostro tempo
A Romain Rolland
fraternamente
V. L.

4 agosto 1914
“E pace in terra agli uomini di buona volontà”

Da un quarto di secolo circa le celebri danze del Maestro di Ballo Morte erano andate fuori moda.

Poi, con la fine dell’ età vittoriana, un’epoca proverbialmente borghese, ci fu un rinnovamento del gusto, e pertanto anche di quella forma più elevata di arte tragica che, come al solito, combinava la tradizione classica più autentica con le attrattive romantiche della migliore produzione medioevale. In Sud Africa e in Estremo Oriente e poi, più di recente, nel Medio Oriente, il celebre Maestro di Ballo di nome Morte aveva messo in scena alcune delle sue più vaste rappresentazioni di successo.

“È ora”, disse Satana, colui che era temporaneamente in possesso del mondo, di “riaprire il teatro dell’Occidente. I politici e gli azionisti dell’industria bellica hanno pronti da tempo tutti gli strumenti, e i macchinisti della Stampa non aspettano che il segnale”.

“I vostri ordini saranno oggetto della massima attenzione da parte mia”, rispose il Maestro di Ballo Morte, “perché, a dire il vero, mio caro Signor Satana, questo Occidente, con i suoi Dottori, Economisti e Sindacati, sta rapidamente perdendo l’abitudine a quelle forme d’arte più sublimi che, come dice concisamente Aristotele, purgano il mondo dei suoi abitanti con il terrore e la compassione. Io riunirò i Ballerini, se voi vi occuperete di mettere insieme un’orchestra adatta, infatti, come Voi sapete, il Maestro di Ballo Morte da solo non può far danzare le Nazioni, e tantomeno far continuare la danza, senza la musica delle Passioni.”

“Me ne occuperò io” disse Satana, l’Impresario immortale del Mondo, “non perdiamo tempo”.

Il primo musicista ad essere chiamato fu Egoismo, che di solito viene scritturato per suonare il basso continuo della Vita Umana. Ma egli si era iscritto ad un Sindacato. “Sono occupato” sbadigliò Egoismo “vieni un’altra volta”; e si girò dall’altra parte sognando di ricostruire la Società su basi più ampie.

“L’Egoismo è sempre stato un cane fiacco; in lui, neanche una scintilla di fuoco divino”, borbottò. “Che senso ha perdere tempo con un tipo del genere?”

“Posso osservare che voi Scheletri tendete a essere un tantino scontrosi?” rispose Satana, del tutto imperturbabile nelle sue delicate ali metalliche. “Non capisci che bussando alla porta dell’Egoismo, ho chiamato alla finestra anche Paura, quella vecchia ritrosissima sgualdrina? Salve! Vedova Paura, siamo solo un paio di vecchi amici che ti invitano a un piccolo spettacolo. Vieni, mia cara, e portaci i tuoi figli sgraziati ma divertenti”.

Così, Paura, squallida più di tutte le altre Passioni, scese, esitando un po’, perché aveva sentito che Egoismo aveva rifiutato l’invito. Ma fu rapidamente trascinata dai suoi gemelli trasandati e irrequieti, Sospetto e Panico, e la famiglia portò fischietti, corni da nebbia e una campana rotta, la campana dell’attacco e del massacro, uno strumento autenticamente medievale, ma avvolto nei giornali del giorno prima, nel Daily Mail e nel Globe.

“Un gruppo alquanto impresentabile, benché siano degli artisti di primo rango” rifletteva Satana; “noi però dobbiamo avere qualcosa di bello per compensarli poiché le Nazioni negli ultimi tempi sono diventate terribilmente raffinate, e alcuni membri indispensabili al gruppo non sono per nulla attraenti. Degnatevi di unirvi alla nostra orchestrina amatoriale!”– esclamò a gran voce e facendo frusciare solennemente le sue ali angeliche – “mia cara Signora Idealismo e mio giovane Principe Avventura”. E la coppia di sposi uscì dal palazzo di nubi e di raggi di sole; avevano un aspetto maestoso e un comportamento regale, ma il loro abbigliamento era eccessivo. Idealismo portava una tromba d’argento e Avventura un corno da caccia. Venne anche la madre di Morte (o moglie, poiché è meglio non indagare sulle relazioni famigliari) e Peccato, che gli Dei chiamano Malattia; del resto, non c’era bisogno di chiamarlo. Con lui venne la celebre squadra: Rapina, Lussuria, Omicidio e Carestia, accompagnata da tamburi, sonagli e altri strumenti cannibaleschi.

“Ecco che arrivano Odio e Ipocrisia disse Satana, facendo un cenno in direzione della coppia che fingeva di non conoscersi, ma che unita usciva in gran fretta dalla locanda della Vanità, spingendo un pesante contrabbasso e un piccolo armonium accanto al quale Ipocrisia prese posto vicino a Odio e gli diede cortesemente il là.

“Questo basterà per cominciare” esclamò Morte, che aveva sempre fretta. “Eroismo si unirà certamente a noi non appena avremo iniziato; e può essere sistemato ovunque. Guardate! Ecco che arrivano i Ballerini! Cominciate a suonare un po’ più forte! Paura, e tu, Idealismo, e tu, Odio, fate risuonare con rabbia le note basse; una battuta o due perché le Nazioni si sbrighino a guarire da quella loro esasperante mauvaise honte”.

Le Nazioni nel frattempo si erano radunate, tutte linde e splendenti nei loro costumi da ballo, di fattura e di stoffa migliori, ovviamente, rispetto a qualsiasi tela o straccio in uso al giorno d’oggi. Idealismo e Avventura, Odio e Ipocrisia, che, a differenza degli altri componenti dell’orchestra, erano maniache della precisione, erano già intente ad accordare gli strumenti, quando le istruzioni di Morte furono interrotte dall’arrivo inatteso di una strana coppia di nuovi musicisti. Mentre il resto dell’orchestra indossava costumi classici, medievali, biblici o selvaggi – e alcuni non erano vestiti affatto –, questi due erano indubbiamente abbigliati in modo moderno, uno come un impiegato di città in procinto di arruolarsi nella Croce Rossa, e l’altra, una signora, con occhiali e camice come si vedono comunemente nei laboratori.

“Andate via!” urlò Morte, balzando dal suo sgabello alla vista dei nuovi arrivati; e volgendosi verso l’orchestra: “Sbatteteli fuori! Fuori i nuovi intrusi che vogliono rovinare il nostro divertimento! Gettateli a terra! Calpestateli! Non vedete che sono spie del nemico? Spie al servizio della Vita e del Progresso?”.

“Taci!” rispose Satana, con un gesto da arcangelo che spedì tutti i musicisti dell’orchestra ai propri posti e paralizzò temporaneamente il braccio scheletrico di Morte. “Chi di noi è il padrone qui, mi domando? Non imparerai mai le buone maniere, tu ossuto relitto dell’Età della Pietra, con la tua accozzaglia di strumenti adatti soltanto a un museo etnologico?”. Poi, voltandosi verso i nuovi arrivati: “Vi prego di scusare i suoi modi rozzi, cara Signora Scienza e caro Consigliere Organizzazione. Conoscete i vizi degli scheletri, i loro teschi sono inevitabilmente vuoti!”.

“Non c’è di che, mio Signore” rispose la Scienza, che aveva un grammofono di prima qualità infilato sotto il braccio, “qui sait comprende, sait tout pardonner, così fa parte del mio dovere professionale trovare giustificazioni per il comportamento del tuo Maestro di Ballo nei nostri confronti”.

“È tutto a posto” aggiunse Organizzazione che aveva iniziato a tirare fuori una pianola molto piccola con i suoi vari ingranaggi. “Naturalmente la Scienza ed io siamo permanentemente al servizio della Vita e del Progresso. Ma in quell’azienda il lavoro va a rilento, così ci sentiamo liberi di farci assumere temporaneamente”.

“Niente potrà meglio garantire il successo al nostro balletto” rispose Satana, stringendo loro affettuosamente ma delicatamente le mani fra le sue grinfie che la Scienza colse l’opportunità di esaminare; “ed io spero solo che la nostra collaborazione possa diventare permanente”. “Ovviamente”, e abbassò la sua voce angelica in un sussurro estremamente educato, “Morte sta diventando un po’ vecchio per questo lavoro ed è terribilmente pieno di pregiudizi. Temo non si possa negare che voi avete fatto intenzionalmente una o due cose che hanno causato le chiacchiere delle persone ignoranti per farlo arrabbiare.”

“Vieni qui, mio collerico Maestro di Ballo”, e Satana scherzosamente gli mandò una scossa elettrica che attraversò lo scheletro e lo fece tremare e fremere come sterpaglia secca, “vieni a stringere la mano all’illustre signore e alla illustre signora che sosterranno il Balletto con i loro meravigliosi strumenti meccanici quando la nostra orchestra classica non avrà più né fiato né corde. E ora, non appena i nostri nuovi amici prenderanno i primi posti, come meritano, comincia a istruirli. A proposito, non hai ancora dato un titolo al nostro nuovo Balletto”.

“Questo nostro balletto” iniziò Morte, dopo aver dato tre colpi al suo leggio, “si chiamerà il Balletto delle Nazioni. Un titolo per nulla nuovo, ma che di sicuro è sempre di richiamo. Per quanto riguarda le istruzioni, una lunga esperienza mi ha insegnato che posso lasciare sia l’orchestra che il corps de ballet – le Nazioni al momento hanno tutte dei capi eccellenti – alla loro ispirazione, a patto che tengano costantemente gli occhi fissi sulla mia bacchetta.

Più si allontanano dai passi prescritti, evitando capriole a seconda delle circostanze e inventando figure stupendamente nuove, e più troveranno, anche se può apparire strano, che i loro avversari così come i loro partner, risponderanno, e più indissolubilmente intrecciato diventerà il nuovo e maestoso schema della distruzione che le loro membra sanguinanti, ma infaticabili, stanno tessendo per la soddisfazione del nostro illuminato Impresario, il mio Signore Satana, e per l’ammirazione della Storia. Per quanto riguarda la musica, basta che il ritmo sia ben cadenzato, pieno di dissonanze, ma adeguatamente attenuate dall’armonia delle alleanze e dai potenti unisoni nazionali e che la nostra Orchestra di Passioni Umane sia rinvigorita con liquori forti tanto spesso quanto necessario per evitare che si addormentino. Lo schema del balletto è molto semplice e la sua varietà proviene dal gran numero – spero in costante crescita – di Nazioni Danzanti. Il principale motif è, ovviamente, – siamo aggiornatissimi, benché il nostro caro Impresario non si fidi di noi al riguardo – il fatto che ciascuna Nazione sta respingendo l’aggressione del suo vicino e, allo stesso tempo, sta difendendo il suo alleato. Ci sono due gruppi minori di eccellenti ballerini che accorrono in aiuto dei gruppi principali: i due temi insieme danno vita ad ogni genere di invenzione sorprendente. Inutile dire che, per ottenere un bell’effetto, è opportuno che tutte le Nazioni mantengano un’espressione di innocenza e compostezza, mentre si sforzano di strappare il più possibile i costumi e gli ornamenti e mozzare le membra del proprio avversario. Alla fine dell’azione principale i Primi Ballerini potranno essere chiamati a scambiarsi le parti e a partecipare al crollo generale in uno stile altamente moderno e anarchico, un po’ come l’impromptu di Parigi dopo il pas de deux del 1870, solo su scala più vasta. E ora, prima figura, per cortesia!”.

“Un momento”, disse Satana, “mi dispiace interromperti sempre, ma Eroismo? Certamente si unirà a noi e dove lo piazzeremo quando arriverà?”

“Oh, dovunque,” sussurrò Morte; “lui è sempre il più servizievole dei membri dell’orchestra, benché, di solito, entri dopo che abbiamo iniziato. E non è affatto difficile accontentarlo, come succede con Idealismo e persino con Avventura; a Lui non dispiacerà stare seduto accanto a Paura, quella sporca sgualdrina, o circondato dalla musica cannibalesca dei Compagni di Peccato. Ma eccolo che arriva!”. In quel momento entrò Eroismo con le membra da gigante, le guance rosee di fanciulla e gli occhi allegri di bambino.

“Benvenuto, Eroismo, nostro Principe dei Tenori”, esclamò Satana con una finta cordialità, poiché in realtà non c’era alcun affetto fra lui e il nuovo arrivato, mentre Eroismo era sinceramente affezionato a Morte. “Stavamo proprio dicendo, mio caro giovane amico, che non c’è nulla di fronte a cui tu indietreggi e che sei il membro più modesto e affidabile della nostra orchestra. Infatti ricordo la Rivoluzione Francese, quando Eroismo e Panico non solo facevano un duetto, ma suonavano lo stesso strumento a quattro mani! Quello, fino ad ora, è stato il più bel balletto di Satana, con il tema di Marat a Parigi e il tema di Hoche [Louis Lazare Hoche (1768-1797) generale francese che prese parte alle guerre rivoluzionarie] alla frontiera. Ma con buona volontà questa nuova danza del nostro Maestro di Ballo sarà ancora più bella e altrettanto lunga”.

Morte sorrise perché amava Eroismo.

“Vieni qui, ragazzo mio” disse “tu sei sempre stato obbediente e affezionato al tuo vecchio padre Morte, a cui tieni più di qualsiasi altro Immortale”. Così dicendo, lo Scheletrico Maestro di Ballo diede un buffetto sulle guance infantili di Eroismo, quel giovane splendente come una stella, con occhi che ridevano ma non vedevano, poiché, proprio come suo cugino Amore, è cieco dalla nascita. Allora Eroismo, al suono della ben nota voce di Morte, baciò estasiato quelle sue dita ossute e afferrando il tamburo con cui accompagnava la sua voce celestiale, si sedette fra Paura e Odio, inconsapevole della loro sporcizia.

Il modo in cui il balletto iniziò fu questo: fra le Nazioni che Satana aveva deciso di far danzare, poiché alcune dovevano essere tenute da parte per ingrossare le fila del pubblico che altrimenti sarebbe stato composto solo dalle diverse Virtù addormentate e dai Secoli a venire – che sono notoriamente incorporei e difficili da accontentare, – fra queste Nazioni danzanti ce n’era una piccolissima, troppo piccola per ballare con tutte le altre, e particolarmente riluttante a farlo, perché sapeva per esperienza che le Danze del Maestro di Ballo Morte molto spesso avevano luogo sul suo corpo prostrato [Vernon Lee si riferisce al Belgio. Sul Belgio come vittima di tutte le nazioni in guerra, occupata, cinicamente sfruttata per giustificare il conflitto si veda Vernon Lee, Satan the Waster, cit., pp. 247-248].

 Così le fu detto, come le era sempre stato detto, che non doveva far altro che stare tranquilla tra le danzatrici. E così rimase immobile in mezzo al Palcoscenico occidentale con due o tre dei più alti e dei migliori ballerini che eseguivano passi silenziosi e che, sorridendo, la circondavano con le braccia e le mandavano baci, il che nel linguaggio del balletto significa: “Non aver paura, ti proteggeremo”. E ballando si allontanavano indicando un particolare ballerino che dalla parte opposta stava facendo l’inchino e stava sorridendo nella maniera più affabile. Durante questo preludio, Idealismo, Ipocrisia e un Violinista guercio che stava in disparte, chiamato Arte di Governare, suonavano alcune variazioni convenzionali al noto inno diplomatico della pace, al suono del quale le Nazioni piroettavano senza preoccuparsi di nulla, benché Paura, con Sospetto e Panico, stessero  iniziando a fischiare e a percuotere la campana medievale avvolta in qualche giornale unto.

E mentre la più piccola del corpo di ballo stava da sola in piedi al centro del palcoscenico, quel ballerino alto e ben addestrato si avvicinò con gesto educato come a chiedere permesso e, improvvisamente, posò i suoi enormi zoccoli sulle spalle della piccola e stava già per spiccare un balzo. Ma al segnale della bacchetta di Morte, con un fracasso odioso di tutti gli strumenti dell’orchestra di Satana, e una nota meravigliosa della voce chiara di Eroismo, la povera ballerina più piccola di tutte fece lo sgambetto al gigante e lo fece barcollare. Il Gigante però si rimise subito in piedi, gli occhi inettati di sangue e la testa confusa. E, gettando la povera Ballerina-Piccina a terra, iniziò ad eseguire sul suo corpicino il più terrificante pas seuls di danza che Morte avesse mai inventato, mentre le Nazioni avanzavano danzando lentamente, finché non arrivarono ad afferrare la Ballerina più piccola che era stesa prona a terra, e continuò a giacere così, calpestata fino a perdere le sembianze umane e divenire tappetino per i ballerini.

“Questa prima figura del nostro Balletto”, disse l’Impresario del mondo Satana alzandosi dal suo posto e inchinandosi verso il pubblico – ovvero verso le Nazioni che non avrebbero danzato e le Virtù addormentate e i Secoli a venire – “Questa prima figura del Balletto si chiama La Difesa del Debole. Continuerà ininterrottamente all’estremità occidentale del Palcoscenico, mentre l’estremità orientale è occupata da un’asimmetrica (perché la simmetria è destinata a svanire) invenzione coreografica chiamata Movimento del Rullo Compressore che finirà con il Trionfo di tante piccole Nazionalità (e io sinceramente spero che molte si aggiungeranno!) quante saranno le membra rimaste con cui ballare”.

Durante la prima figura del Balletto, lo scenario dell’estremità Occidentale del Palcoscenico era lentamente cambiato, e continuava a cambiare in un modo che i Secoli a venire, seduti fra il pubblico, concordavano sul fatto che queste nuove scene superavano tutte le altre che, per gentile concessione di Satana, avevano ingannato la loro ennui. Infatti, mentre il Balletto era iniziato con la dolce radiosità di  un tramonto d’agosto su campi mietuti a metà dove le macchine agricole avanzavano tranquille ronzando fra i covoni di grano e gli aratri passavano sulle stoppie, il seguito dello spettacolo aveva visto la volta celeste stellata di una notte di piena estate accesa dal chiarore lontano di fattorie incendiate e la sua azzurra solennità lacerata da scie di detonazioni di granate e da fuochi provenienti dalle remote esplosioni. Finché, a poco a poco, i cieli, dipinti di un azzurro tranquillo, non furono macchiati da spirali di fumo acceso dalle fiamme e da vapori velenosi, che si alzavano e sprofondavano, avanzando e ritirandosi come una nebbia soffocante, ma che diventava sempre più densa e accecante, e ondeggiavano obbedienti alla bacchetta di  Morte,  come  le  Nazioni  sanguinanti  del  Corpo  di  Ballo.

Dentro  e  fuori quell’abisso spaventoso esse si muovevano, in gruppi di due o tre, ora sparendo nei flutti dell’oscurità, ora uscendone per dirigersi verso il leggio del Maestro di Ballo, o improvvisamente svelate, strette in un terribile abbraccio, dalla curva luminosa come una meteora di una granata o dalle fiamme guizzanti di un magazzino di munizioni in esplosione, mentre lassù volavano e volteggiavano grandi ali che facevano piovere gli ordigni luminosi. Avanti e indietro si muovevano i Ballerini in quell’opera  cangiante  di  luci  e  di  ombre,  con  incerti  e  spaventosi  mutamenti d’aspetto.

Dovreste sapere, infatti, che le Nazioni, contrariamente all’opinione dei politici, sono immortali. Proprio come gli Dei del Valhalla potevano tagliarsi a pezzi dopo colazione e risorgere per cena, così ogni Nazione può ballare la Danza della Morte benché insanguinata e mutilata; danza sui monconi o si trascina, gelatina vivente di sangue e carne calpestata, purché il suo Capo non sia ferito. E quel Capo, che ciascuna Nazione chiama il suo Governo, ma che le altre Nazioni per brevità chiamano “Francia”, o “Russia”, o “Gran Bretagna”, o “Austria”, quel Capo di ogni Nazione danzante (eccetto quello della Ballerina più piccola, che non ha mai smesso di essere stesa al suolo) è ben protetto dall’elmetto e raramente riporta al massimo un graffio, così da non perdere di vista il Maestro di Ballo e ordinare al corpo delle nazioni di offrire membra fresche e, quando è impossibile, continua a far danzare il suo moncone con nuove figure in obbedienza o disobbedienza alle cosiddette Leggi di Guerra. E così Morte fece continuare la danza senza curarsi della condizione dei Ballerini e del Palcoscenico sul quale, fra sangue, viscere e cumuli di detriti, era quasi impossibile muoversi, anche solo per pochi metri.

Eppure danzavano, mozzandosi a vicenda le membra e accecandosi con schizzi di sangue e brandelli di carne umana. Mentre apparivano e sparivano tra gli anelli di fumo ardente, perdevano sempre più la loro sagoma originale diventando, sotto quella luce intermittente, terribili forme incerte, senza braccia, senza gambe, riconoscibili come umane solo per le loro teste perfette a vedersi che esse portavano ferme e erette anche mentre strisciavano e vacillavano, restavano in attesa, o saltavano e indietreggiavano e cozzavano le une contro le altre, come animali che combattono, finché non divennero, con quelle decorose facce ben pulite, veri e propri ibridi indicibili a metà tra l’uomo e la bestia, gli stessi che erano saliti sul palco così perfettamente eretti. Infatti il Balletto delle Nazioni, quando Satana lo mette in scena senza badare a spese, è uno spettacolo insuperabile di trasformazioni, al quale occorre assistere per crederci.

Così continuarono a ballare le loro comiche stravaganze. E mentre apparivano a turno in quel caos di fiamme e oscurità, tutte le Nazioni continuavano ad invocare Satana, gridando: “Aiutami, mio caro Signore”. Ma lo chiamavano con un altro nome.

E Satana, quell’ Intenditore creativo, si compiaceva del suo lavoro e vedeva che era cosa molto buona.

“Care creature”, mormorava fra sé e sé dal luogo in cui troneggiava invisibile fra il pubblico dei Popoli Neutrali, delle Virtù Addormentate e degli Anni a venire, “come è vero che queste grandi esibizioni artistiche, specialmente quando sono indirizzate al Gruppo delle Emozioni, fanno definitivamente comprendere alle Nazioni che, dopo tutto, c’è un Potere che trascende la loro effimera esistenza! Questa è la ragione per la quale io preferisco il Balletto delle Nazioni a tutti gli altri mystery-plays, come Terremoto o Pestilenza, che Morte mette in scena ogni tanto.

La musica non è sempre bella, al tempo stesso troppo arcaica e troppo moderna per i gusti dei filistei, e i passi sono un po’ monotoni, ma essa offre immense possibilità per la bellezza morale e fa rivivere il sentimento religioso nel suo politeismo primordiale. Corrisponde perfettamente a quello che gli Spagnoli chiamano Atto Sacramentale, un dramma sacro con tutte le attrazioni della tauromachia. Ammetto che i Capi delle Nazioni abbiano talvolta lineamenti un po’duri, ma i corpi delle Nazioni sono sempre forti e intatti, e il loro cuore è al posto giusto. E per un effetto davvero sublime, sussurrò piano Satana dal suo trono invisibile, “come dico sempre, datemi una delle danze della Morte eseguita dalle Nazioni con il cuore assolutamente al posto giusto e perfettamente obbediente al Capo tradizionale”.

Così il Balletto continuò. Ma per questo era necessario sostenere la musica di quell’ orchestra delle Passioni e delle Abitudini che sedeva attorno al palcoscenico scivoloso e maleodorante: Vedova Paura con i suoi agili figli, Sospetto e Panico, che suonavano fischietti, corni da nebbia e quella campana medievale nel suo involucro di giornali; Idealismo e Avventura, quella splendida coppia, suonavano la loro tromba d’argento e il corno silvestre; Odio faceva sempre nuovi accordi con l’armonium di Ipocrisia; Peccato, che gli Dei chiamano Malattia, e il suo gruppo classico: Rapina, Lussuria, Omicidio, con la loro banda cannibalesca di ruggiti e cozzi di cornate; Scienza e Organizzazione sedevano un po’ in disparte, poiché a nessuno degli altri piaceva il loro aspetto troppo moderno, ma il loro grammofono e la loro pianola suonavano senza tregua quando gli altri musicisti iniziavano a mostrare segni di affaticamento. Solo Eroismo, con un sorriso nei suoi chiari occhi
ciechi, trovava nuovo fiato e nuove note e nuovo giubilo.

Ho appena detto che il resto della banda stava iniziando a cedere, vuoi perché le Passioni notoriamente mancano di resistenza, vuoi perché, nel caso di quelle meno nobili, si erano stordite con il forte liquore della letteratura nella taverna di Satana, e tutte avanzavano a caso. Sospetto e Panico, in particolare, assordavano i Capi delle Nazioni e Paura, la povera sgualdrina, era in preda al delirium tremens. Nulla di ciò fu notato dai Ballerini, ma essi danzavano un po’meno furiosamente, ed iniziarono a confondere il loro avversario con il proprio alleato e viceversa, con disperazione di Morte che si voltava improvvisamente da un lato all’altro del suo leggio facendo scricchiolare come nacchere le sue giunture prive di carne e colpendo i sonnolenti Motivi Umani dell’orchestra con tremende percosse della sua bacchetta, radice del pregiudizio indurita dal fuoco.

Ma Satana iniziò a temere che lo  spettacolo potesse terminare anzitempo, poiché, ad eccezione della voce di Eroismo e degli strumenti meccanici di Scienza e Organizzazione, i suoni stavano diventando deboli e intermittenti e le Nazioni stavano iniziando a fermarsi e ad inciampare, e persino a farsi inchini a vicenda come se la fine fosse vicina.

“Così non funziona” – disse Satana fra sé e sé – “non siamo nemmeno arrivati alla figura della Carestia e dell’Insurrezione!”. Così, facendo cenno con il suo artiglio da arcangelo ai seguaci di Morte, sussurrò a Rapina, Omicidio e Lussuria di andargli a prendere due nuovi musicisti fra le Virtù Addormentate del Pubblico.

E sembravano davvero addormentate; alcune, come Saggezza, Calma e Temperanza, lasciata sola la Sincerità, erano a lungo cadute in sogni consolatori, dopo aver chiuso gli occhi ed essersi tappate le orecchie per evitare di vedere o udire cose ripugnanti per i loro principi, ma che non avevano abbastanza coraggio per interrompere. Ma fra le Virtù due non erano addormentate e se ne stavano immobili sotto l’incantesimo di una odiosa fascinazione; lo sguardo fisso, le orecchie tese, con un orrore così grande che quasi si trasformava in piacere. Queste due si chiamavano Pietà ed Indignazione, sorelle di razza divina; l’una, pallida come le acque al chiaro di luna e altrettanto delicata, fremente ed amabile, ma, come quelle acque, pericolosa nella sua innocenza. L’altra, dorata e vivida come la fiamma, orlata di un violento rosso scarlatto, purificatrice e devastante.

Accanto a loro, incantati dal terrore prima di quella danza, all’ordine di Satana, balzarono Rapina, Omicidio e Lussuria, la squadra della madre di Morte – l’amante Peccato, che gli Dei chiamano Malattia. E subito quella nobile coppia di gemelli, Pietà ed Indignazione, rispose all’odiosa chiamata. Mano nella mano essi balzarono fra  le  Virtù  Addormentate  e  scesero  con  colpi  d’ala  impetuosi  nel  mezzo dell’orchestra di Satana. Paura e la sua prole caddero. Idealismo e Avventura, oramai ansanti a forza di suonare la loro tromba argentata e il loro corno da caccia, prontamente fecero loro posto. Eroismo, quel giovane gigante cieco e sorridente, riconobbe subito il delizioso respiro risanatore di Pietà e la focosa esplosione di In-dignazione; si scosse, e con un rinnovato vigore la sua giovane voce divina cantò parole che nessuno riusciva a distinguere, ma che tutto il mondo comprese.  Peccato, con il suo gruppo, cadde ai piedi dei nuovi arrivati e li adulò.

Ancor prima che uno dei due immortali avesse proferito parola, i Ballerini sempre più deboli, le Nazioni sanguinanti, stanche di quel palcoscenico scivoloso di sangue e visceri, sentirono il vento delle ali di Pietà e di Indignazione e, in quel puro respiro, improvvisamente si ripresero.

La santa coppia non pretese alcuno strumento. Pietà semplicemente singhiozzava, e i suoi singhiozzi erano come le note sgorganti da molte arpe che affogavano l’anima in una dolce follia. Ma Indignazione fischiò e ruggì come un granaio che va a fuoco quando le scintille scoppiettano volando sul raccolto maturo, e le fiamme si alzano ondeggiando nella loro esplosione.

Il Maestro di Ballo era sopraffatto dalla gioia.

“Ora niente potrà fermare la danza” gridò “e questo sarà il più grande trionfo di del Maestro di Ballo Morte!”. E, dando un colpetto al leggio, disse: “Signori e signore, care e coraggiose Nazioni del mio Corpo di Ballo! Procederemo ora con la terza e ultima figura; l’ultima perché, come sapete, è fatta per non finire mai poiché si chiama Vendetta”.

“Avresti dovuto fidarti di me, caro Maestro di Ballo Morte” disse con soddisfazione Satana, il più grande Impresario del mondo, piuttosto sommessamente fra sé e sé. “Pietà e Indignazione possono rinnovare la danza di Morte quando tutte le Nazioni avranno danzato fino a ridursi in monconi, e la mediocre banda, ad eccezione forse di Paura e dei suoi Figli, non potrà più suonare”.

E così il Balletto delle Nazioni sta ancora danzando.

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