Il balletto delle Nazioni

Violet Paget, che scriveva sotto lo pseudonimo di Vernon Lee, visse a cavallo dell’Otto e Novecento, in gran parte a Firenze. Una scrittrice inglese che non è nata né quasi mai vissuta in un paese anglofono, e quindi con tutta la ricchezza dell’esule.

Fino a pochi anni fa, ne ignoravo l’esistenza; e oggi mi dispiace che solo i tempi sfalsati delle nostre esistenze ci impediscano di incontrarci per le strade del quartiere. Tante volte, leggendo le cose che scriveva, mi sembra di vedere insieme il mondo, quasi dagli stessi occhi.

Violet Paget è stata scrittrice profonda e geniale, con una capacità molto particolare di cogliere le sfumature delle cose; è stata amica dello scultore Emilio Santarelli che mise in piedi il palazzo e il giardino che sono diventati il centro delle iniziative dell’Oltrarno (e da lui lei raccolse i ricordi della Contessa di Albany, moglie del Bonny Prince Charles e compagna di Alfieri); quasi da sola, Violet Paget ha salvato quel che resta del centro storico di Firenze dalla potente macchina della speculazione edilizia a fine Ottocento.

Violet Paget (Vernon Lee)

In piena guerra, nel 1915, lei scrisse un breve opuscolo intitolato The Ballet of the Nations, che le costò quasi tutte le sue amicizie.

Di pacifisti con il senno di poi è pieno il mondo, ma solo quando le passioni si sono rivelate in tutta la loro assurdità. Violet Paget invece fu uno dei rari pacifisti con il senno sveglio proprio nel momento peggiore.

Questa piccola opera è molto di più di una critica a quella guerra. E’ un compendio di verità al di là del tempo.

Se riuscissimo a farla davvero nostra, assorbendo il senso recondito di tutti i personaggi elencati, saremmo immuni per sempre dalla Danza. E ovviamente, diventandolo, ci bruceremmo anche noi le nostre amicizie.

Violet Paget dedicò i cinque successivi anni a trasformare The Ballet of the Nations in un’opera teatrale, Satan the Waster, che non fu mai recitata. Un giorno, magari…

Intanto, in un saggio scritto nello stesso periodo, parlò della “cortina di ferro” che a Natale separava madri inglesi e tedesche che si sarebbero recate in chiesa ad ascoltare Bach. Pare che abbia dato così ai politici inglesi l’immagine della Iron Curtain, che Churchill anni dopo avrebbe rilanciato per ben altri fini: c’è sempre qualcuno pronto a rubarti le idee senza volerle capire.

Su Archive.org, potete leggere il testo originale; qui ho ricopiato per intero la versione italiana a cura di Bruna Bianchi che si trova sul sito dell’Università di Venezia.

Una piccola riflessione… se leggete gli scritti di Oriana Fallaci, ci sentirete tutte le passioni lucidamente descritte da Vernon Lee.

Non sorprenderà quindi sapere che la città che Violet Paget salvò dalla distruzione non le ha dedicato una via, mentre ne dedicherà una a Oriana Fallaci.

 


Violet Paget (Vernon Lee)
Il Balletto delle nazioni. Un’etica del nostro tempo
A Romain Rolland
fraternamente
V. L.

4 agosto 1914
“E pace in terra agli uomini di buona volontà”

Da un quarto di secolo circa le celebri danze del Maestro di Ballo Morte erano andate fuori moda.

Poi, con la fine dell’ età vittoriana, un’epoca proverbialmente borghese, ci fu un rinnovamento del gusto, e pertanto anche di quella forma più elevata di arte tragica che, come al solito, combinava la tradizione classica più autentica con le attrattive romantiche della migliore produzione medioevale. In Sud Africa e in Estremo Oriente e poi, più di recente, nel Medio Oriente, il celebre Maestro di Ballo di nome Morte aveva messo in scena alcune delle sue più vaste rappresentazioni di successo.

“È ora”, disse Satana, colui che era temporaneamente in possesso del mondo, di “riaprire il teatro dell’Occidente. I politici e gli azionisti dell’industria bellica hanno pronti da tempo tutti gli strumenti, e i macchinisti della Stampa non aspettano che il segnale”.

“I vostri ordini saranno oggetto della massima attenzione da parte mia”, rispose il Maestro di Ballo Morte, “perché, a dire il vero, mio caro Signor Satana, questo Occidente, con i suoi Dottori, Economisti e Sindacati, sta rapidamente perdendo l’abitudine a quelle forme d’arte più sublimi che, come dice concisamente Aristotele, purgano il mondo dei suoi abitanti con il terrore e la compassione. Io riunirò i Ballerini, se voi vi occuperete di mettere insieme un’orchestra adatta, infatti, come Voi sapete, il Maestro di Ballo Morte da solo non può far danzare le Nazioni, e tantomeno far continuare la danza, senza la musica delle Passioni.”

“Me ne occuperò io” disse Satana, l’Impresario immortale del Mondo, “non perdiamo tempo”.

Il primo musicista ad essere chiamato fu Egoismo, che di solito viene scritturato per suonare il basso continuo della Vita Umana. Ma egli si era iscritto ad un Sindacato. “Sono occupato” sbadigliò Egoismo “vieni un’altra volta”; e si girò dall’altra parte sognando di ricostruire la Società su basi più ampie.

“L’Egoismo è sempre stato un cane fiacco; in lui, neanche una scintilla di fuoco divino”, borbottò. “Che senso ha perdere tempo con un tipo del genere?”

“Posso osservare che voi Scheletri tendete a essere un tantino scontrosi?” rispose Satana, del tutto imperturbabile nelle sue delicate ali metalliche. “Non capisci che bussando alla porta dell’Egoismo, ho chiamato alla finestra anche Paura, quella vecchia ritrosissima sgualdrina? Salve! Vedova Paura, siamo solo un paio di vecchi amici che ti invitano a un piccolo spettacolo. Vieni, mia cara, e portaci i tuoi figli sgraziati ma divertenti”.

Così, Paura, squallida più di tutte le altre Passioni, scese, esitando un po’, perché aveva sentito che Egoismo aveva rifiutato l’invito. Ma fu rapidamente trascinata dai suoi gemelli trasandati e irrequieti, Sospetto e Panico, e la famiglia portò fischietti, corni da nebbia e una campana rotta, la campana dell’attacco e del massacro, uno strumento autenticamente medievale, ma avvolto nei giornali del giorno prima, nel Daily Mail e nel Globe.

“Un gruppo alquanto impresentabile, benché siano degli artisti di primo rango” rifletteva Satana; “noi però dobbiamo avere qualcosa di bello per compensarli poiché le Nazioni negli ultimi tempi sono diventate terribilmente raffinate, e alcuni membri indispensabili al gruppo non sono per nulla attraenti. Degnatevi di unirvi alla nostra orchestrina amatoriale!”– esclamò a gran voce e facendo frusciare solennemente le sue ali angeliche – “mia cara Signora Idealismo e mio giovane Principe Avventura”. E la coppia di sposi uscì dal palazzo di nubi e di raggi di sole; avevano un aspetto maestoso e un comportamento regale, ma il loro abbigliamento era eccessivo. Idealismo portava una tromba d’argento e Avventura un corno da caccia. Venne anche la madre di Morte (o moglie, poiché è meglio non indagare sulle relazioni famigliari) e Peccato, che gli Dei chiamano Malattia; del resto, non c’era bisogno di chiamarlo. Con lui venne la celebre squadra: Rapina, Lussuria, Omicidio e Carestia, accompagnata da tamburi, sonagli e altri strumenti cannibaleschi.

“Ecco che arrivano Odio e Ipocrisia disse Satana, facendo un cenno in direzione della coppia che fingeva di non conoscersi, ma che unita usciva in gran fretta dalla locanda della Vanità, spingendo un pesante contrabbasso e un piccolo armonium accanto al quale Ipocrisia prese posto vicino a Odio e gli diede cortesemente il là.

“Questo basterà per cominciare” esclamò Morte, che aveva sempre fretta. “Eroismo si unirà certamente a noi non appena avremo iniziato; e può essere sistemato ovunque. Guardate! Ecco che arrivano i Ballerini! Cominciate a suonare un po’ più forte! Paura, e tu, Idealismo, e tu, Odio, fate risuonare con rabbia le note basse; una battuta o due perché le Nazioni si sbrighino a guarire da quella loro esasperante mauvaise honte”.

Le Nazioni nel frattempo si erano radunate, tutte linde e splendenti nei loro costumi da ballo, di fattura e di stoffa migliori, ovviamente, rispetto a qualsiasi tela o straccio in uso al giorno d’oggi. Idealismo e Avventura, Odio e Ipocrisia, che, a differenza degli altri componenti dell’orchestra, erano maniache della precisione, erano già intente ad accordare gli strumenti, quando le istruzioni di Morte furono interrotte dall’arrivo inatteso di una strana coppia di nuovi musicisti. Mentre il resto dell’orchestra indossava costumi classici, medievali, biblici o selvaggi – e alcuni non erano vestiti affatto –, questi due erano indubbiamente abbigliati in modo moderno, uno come un impiegato di città in procinto di arruolarsi nella Croce Rossa, e l’altra, una signora, con occhiali e camice come si vedono comunemente nei laboratori.

“Andate via!” urlò Morte, balzando dal suo sgabello alla vista dei nuovi arrivati; e volgendosi verso l’orchestra: “Sbatteteli fuori! Fuori i nuovi intrusi che vogliono rovinare il nostro divertimento! Gettateli a terra! Calpestateli! Non vedete che sono spie del nemico? Spie al servizio della Vita e del Progresso?”.

“Taci!” rispose Satana, con un gesto da arcangelo che spedì tutti i musicisti dell’orchestra ai propri posti e paralizzò temporaneamente il braccio scheletrico di Morte. “Chi di noi è il padrone qui, mi domando? Non imparerai mai le buone maniere, tu ossuto relitto dell’Età della Pietra, con la tua accozzaglia di strumenti adatti soltanto a un museo etnologico?”. Poi, voltandosi verso i nuovi arrivati: “Vi prego di scusare i suoi modi rozzi, cara Signora Scienza e caro Consigliere Organizzazione. Conoscete i vizi degli scheletri, i loro teschi sono inevitabilmente vuoti!”.

“Non c’è di che, mio Signore” rispose la Scienza, che aveva un grammofono di prima qualità infilato sotto il braccio, “qui sait comprende, sait tout pardonner, così fa parte del mio dovere professionale trovare giustificazioni per il comportamento del tuo Maestro di Ballo nei nostri confronti”.

“È tutto a posto” aggiunse Organizzazione che aveva iniziato a tirare fuori una pianola molto piccola con i suoi vari ingranaggi. “Naturalmente la Scienza ed io siamo permanentemente al servizio della Vita e del Progresso. Ma in quell’azienda il lavoro va a rilento, così ci sentiamo liberi di farci assumere temporaneamente”.

“Niente potrà meglio garantire il successo al nostro balletto” rispose Satana, stringendo loro affettuosamente ma delicatamente le mani fra le sue grinfie che la Scienza colse l’opportunità di esaminare; “ed io spero solo che la nostra collaborazione possa diventare permanente”. “Ovviamente”, e abbassò la sua voce angelica in un sussurro estremamente educato, “Morte sta diventando un po’ vecchio per questo lavoro ed è terribilmente pieno di pregiudizi. Temo non si possa negare che voi avete fatto intenzionalmente una o due cose che hanno causato le chiacchiere delle persone ignoranti per farlo arrabbiare.”

“Vieni qui, mio collerico Maestro di Ballo”, e Satana scherzosamente gli mandò una scossa elettrica che attraversò lo scheletro e lo fece tremare e fremere come sterpaglia secca, “vieni a stringere la mano all’illustre signore e alla illustre signora che sosterranno il Balletto con i loro meravigliosi strumenti meccanici quando la nostra orchestra classica non avrà più né fiato né corde. E ora, non appena i nostri nuovi amici prenderanno i primi posti, come meritano, comincia a istruirli. A proposito, non hai ancora dato un titolo al nostro nuovo Balletto”.

“Questo nostro balletto” iniziò Morte, dopo aver dato tre colpi al suo leggio, “si chiamerà il Balletto delle Nazioni. Un titolo per nulla nuovo, ma che di sicuro è sempre di richiamo. Per quanto riguarda le istruzioni, una lunga esperienza mi ha insegnato che posso lasciare sia l’orchestra che il corps de ballet – le Nazioni al momento hanno tutte dei capi eccellenti – alla loro ispirazione, a patto che tengano costantemente gli occhi fissi sulla mia bacchetta.

Più si allontanano dai passi prescritti, evitando capriole a seconda delle circostanze e inventando figure stupendamente nuove, e più troveranno, anche se può apparire strano, che i loro avversari così come i loro partner, risponderanno, e più indissolubilmente intrecciato diventerà il nuovo e maestoso schema della distruzione che le loro membra sanguinanti, ma infaticabili, stanno tessendo per la soddisfazione del nostro illuminato Impresario, il mio Signore Satana, e per l’ammirazione della Storia. Per quanto riguarda la musica, basta che il ritmo sia ben cadenzato, pieno di dissonanze, ma adeguatamente attenuate dall’armonia delle alleanze e dai potenti unisoni nazionali e che la nostra Orchestra di Passioni Umane sia rinvigorita con liquori forti tanto spesso quanto necessario per evitare che si addormentino. Lo schema del balletto è molto semplice e la sua varietà proviene dal gran numero – spero in costante crescita – di Nazioni Danzanti. Il principale motif è, ovviamente, – siamo aggiornatissimi, benché il nostro caro Impresario non si fidi di noi al riguardo – il fatto che ciascuna Nazione sta respingendo l’aggressione del suo vicino e, allo stesso tempo, sta difendendo il suo alleato. Ci sono due gruppi minori di eccellenti ballerini che accorrono in aiuto dei gruppi principali: i due temi insieme danno vita ad ogni genere di invenzione sorprendente. Inutile dire che, per ottenere un bell’effetto, è opportuno che tutte le Nazioni mantengano un’espressione di innocenza e compostezza, mentre si sforzano di strappare il più possibile i costumi e gli ornamenti e mozzare le membra del proprio avversario. Alla fine dell’azione principale i Primi Ballerini potranno essere chiamati a scambiarsi le parti e a partecipare al crollo generale in uno stile altamente moderno e anarchico, un po’ come l’impromptu di Parigi dopo il pas de deux del 1870, solo su scala più vasta. E ora, prima figura, per cortesia!”.

“Un momento”, disse Satana, “mi dispiace interromperti sempre, ma Eroismo? Certamente si unirà a noi e dove lo piazzeremo quando arriverà?”

“Oh, dovunque,” sussurrò Morte; “lui è sempre il più servizievole dei membri dell’orchestra, benché, di solito, entri dopo che abbiamo iniziato. E non è affatto difficile accontentarlo, come succede con Idealismo e persino con Avventura; a Lui non dispiacerà stare seduto accanto a Paura, quella sporca sgualdrina, o circondato dalla musica cannibalesca dei Compagni di Peccato. Ma eccolo che arriva!”. In quel momento entrò Eroismo con le membra da gigante, le guance rosee di fanciulla e gli occhi allegri di bambino.

“Benvenuto, Eroismo, nostro Principe dei Tenori”, esclamò Satana con una finta cordialità, poiché in realtà non c’era alcun affetto fra lui e il nuovo arrivato, mentre Eroismo era sinceramente affezionato a Morte. “Stavamo proprio dicendo, mio caro giovane amico, che non c’è nulla di fronte a cui tu indietreggi e che sei il membro più modesto e affidabile della nostra orchestra. Infatti ricordo la Rivoluzione Francese, quando Eroismo e Panico non solo facevano un duetto, ma suonavano lo stesso strumento a quattro mani! Quello, fino ad ora, è stato il più bel balletto di Satana, con il tema di Marat a Parigi e il tema di Hoche [Louis Lazare Hoche (1768-1797) generale francese che prese parte alle guerre rivoluzionarie] alla frontiera. Ma con buona volontà questa nuova danza del nostro Maestro di Ballo sarà ancora più bella e altrettanto lunga”.

Morte sorrise perché amava Eroismo.

“Vieni qui, ragazzo mio” disse “tu sei sempre stato obbediente e affezionato al tuo vecchio padre Morte, a cui tieni più di qualsiasi altro Immortale”. Così dicendo, lo Scheletrico Maestro di Ballo diede un buffetto sulle guance infantili di Eroismo, quel giovane splendente come una stella, con occhi che ridevano ma non vedevano, poiché, proprio come suo cugino Amore, è cieco dalla nascita. Allora Eroismo, al suono della ben nota voce di Morte, baciò estasiato quelle sue dita ossute e afferrando il tamburo con cui accompagnava la sua voce celestiale, si sedette fra Paura e Odio, inconsapevole della loro sporcizia.

Il modo in cui il balletto iniziò fu questo: fra le Nazioni che Satana aveva deciso di far danzare, poiché alcune dovevano essere tenute da parte per ingrossare le fila del pubblico che altrimenti sarebbe stato composto solo dalle diverse Virtù addormentate e dai Secoli a venire – che sono notoriamente incorporei e difficili da accontentare, – fra queste Nazioni danzanti ce n’era una piccolissima, troppo piccola per ballare con tutte le altre, e particolarmente riluttante a farlo, perché sapeva per esperienza che le Danze del Maestro di Ballo Morte molto spesso avevano luogo sul suo corpo prostrato [Vernon Lee si riferisce al Belgio. Sul Belgio come vittima di tutte le nazioni in guerra, occupata, cinicamente sfruttata per giustificare il conflitto si veda Vernon Lee, Satan the Waster, cit., pp. 247-248].

 Così le fu detto, come le era sempre stato detto, che non doveva far altro che stare tranquilla tra le danzatrici. E così rimase immobile in mezzo al Palcoscenico occidentale con due o tre dei più alti e dei migliori ballerini che eseguivano passi silenziosi e che, sorridendo, la circondavano con le braccia e le mandavano baci, il che nel linguaggio del balletto significa: “Non aver paura, ti proteggeremo”. E ballando si allontanavano indicando un particolare ballerino che dalla parte opposta stava facendo l’inchino e stava sorridendo nella maniera più affabile. Durante questo preludio, Idealismo, Ipocrisia e un Violinista guercio che stava in disparte, chiamato Arte di Governare, suonavano alcune variazioni convenzionali al noto inno diplomatico della pace, al suono del quale le Nazioni piroettavano senza preoccuparsi di nulla, benché Paura, con Sospetto e Panico, stessero  iniziando a fischiare e a percuotere la campana medievale avvolta in qualche giornale unto.

E mentre la più piccola del corpo di ballo stava da sola in piedi al centro del palcoscenico, quel ballerino alto e ben addestrato si avvicinò con gesto educato come a chiedere permesso e, improvvisamente, posò i suoi enormi zoccoli sulle spalle della piccola e stava già per spiccare un balzo. Ma al segnale della bacchetta di Morte, con un fracasso odioso di tutti gli strumenti dell’orchestra di Satana, e una nota meravigliosa della voce chiara di Eroismo, la povera ballerina più piccola di tutte fece lo sgambetto al gigante e lo fece barcollare. Il Gigante però si rimise subito in piedi, gli occhi inettati di sangue e la testa confusa. E, gettando la povera Ballerina-Piccina a terra, iniziò ad eseguire sul suo corpicino il più terrificante pas seuls di danza che Morte avesse mai inventato, mentre le Nazioni avanzavano danzando lentamente, finché non arrivarono ad afferrare la Ballerina più piccola che era stesa prona a terra, e continuò a giacere così, calpestata fino a perdere le sembianze umane e divenire tappetino per i ballerini.

“Questa prima figura del nostro Balletto”, disse l’Impresario del mondo Satana alzandosi dal suo posto e inchinandosi verso il pubblico – ovvero verso le Nazioni che non avrebbero danzato e le Virtù addormentate e i Secoli a venire – “Questa prima figura del Balletto si chiama La Difesa del Debole. Continuerà ininterrottamente all’estremità occidentale del Palcoscenico, mentre l’estremità orientale è occupata da un’asimmetrica (perché la simmetria è destinata a svanire) invenzione coreografica chiamata Movimento del Rullo Compressore che finirà con il Trionfo di tante piccole Nazionalità (e io sinceramente spero che molte si aggiungeranno!) quante saranno le membra rimaste con cui ballare”.

Durante la prima figura del Balletto, lo scenario dell’estremità Occidentale del Palcoscenico era lentamente cambiato, e continuava a cambiare in un modo che i Secoli a venire, seduti fra il pubblico, concordavano sul fatto che queste nuove scene superavano tutte le altre che, per gentile concessione di Satana, avevano ingannato la loro ennui. Infatti, mentre il Balletto era iniziato con la dolce radiosità di  un tramonto d’agosto su campi mietuti a metà dove le macchine agricole avanzavano tranquille ronzando fra i covoni di grano e gli aratri passavano sulle stoppie, il seguito dello spettacolo aveva visto la volta celeste stellata di una notte di piena estate accesa dal chiarore lontano di fattorie incendiate e la sua azzurra solennità lacerata da scie di detonazioni di granate e da fuochi provenienti dalle remote esplosioni. Finché, a poco a poco, i cieli, dipinti di un azzurro tranquillo, non furono macchiati da spirali di fumo acceso dalle fiamme e da vapori velenosi, che si alzavano e sprofondavano, avanzando e ritirandosi come una nebbia soffocante, ma che diventava sempre più densa e accecante, e ondeggiavano obbedienti alla bacchetta di  Morte,  come  le  Nazioni  sanguinanti  del  Corpo  di  Ballo.

Dentro  e  fuori quell’abisso spaventoso esse si muovevano, in gruppi di due o tre, ora sparendo nei flutti dell’oscurità, ora uscendone per dirigersi verso il leggio del Maestro di Ballo, o improvvisamente svelate, strette in un terribile abbraccio, dalla curva luminosa come una meteora di una granata o dalle fiamme guizzanti di un magazzino di munizioni in esplosione, mentre lassù volavano e volteggiavano grandi ali che facevano piovere gli ordigni luminosi. Avanti e indietro si muovevano i Ballerini in quell’opera  cangiante  di  luci  e  di  ombre,  con  incerti  e  spaventosi  mutamenti d’aspetto.

Dovreste sapere, infatti, che le Nazioni, contrariamente all’opinione dei politici, sono immortali. Proprio come gli Dei del Valhalla potevano tagliarsi a pezzi dopo colazione e risorgere per cena, così ogni Nazione può ballare la Danza della Morte benché insanguinata e mutilata; danza sui monconi o si trascina, gelatina vivente di sangue e carne calpestata, purché il suo Capo non sia ferito. E quel Capo, che ciascuna Nazione chiama il suo Governo, ma che le altre Nazioni per brevità chiamano “Francia”, o “Russia”, o “Gran Bretagna”, o “Austria”, quel Capo di ogni Nazione danzante (eccetto quello della Ballerina più piccola, che non ha mai smesso di essere stesa al suolo) è ben protetto dall’elmetto e raramente riporta al massimo un graffio, così da non perdere di vista il Maestro di Ballo e ordinare al corpo delle nazioni di offrire membra fresche e, quando è impossibile, continua a far danzare il suo moncone con nuove figure in obbedienza o disobbedienza alle cosiddette Leggi di Guerra. E così Morte fece continuare la danza senza curarsi della condizione dei Ballerini e del Palcoscenico sul quale, fra sangue, viscere e cumuli di detriti, era quasi impossibile muoversi, anche solo per pochi metri.

Eppure danzavano, mozzandosi a vicenda le membra e accecandosi con schizzi di sangue e brandelli di carne umana. Mentre apparivano e sparivano tra gli anelli di fumo ardente, perdevano sempre più la loro sagoma originale diventando, sotto quella luce intermittente, terribili forme incerte, senza braccia, senza gambe, riconoscibili come umane solo per le loro teste perfette a vedersi che esse portavano ferme e erette anche mentre strisciavano e vacillavano, restavano in attesa, o saltavano e indietreggiavano e cozzavano le une contro le altre, come animali che combattono, finché non divennero, con quelle decorose facce ben pulite, veri e propri ibridi indicibili a metà tra l’uomo e la bestia, gli stessi che erano saliti sul palco così perfettamente eretti. Infatti il Balletto delle Nazioni, quando Satana lo mette in scena senza badare a spese, è uno spettacolo insuperabile di trasformazioni, al quale occorre assistere per crederci.

Così continuarono a ballare le loro comiche stravaganze. E mentre apparivano a turno in quel caos di fiamme e oscurità, tutte le Nazioni continuavano ad invocare Satana, gridando: “Aiutami, mio caro Signore”. Ma lo chiamavano con un altro nome.

E Satana, quell’ Intenditore creativo, si compiaceva del suo lavoro e vedeva che era cosa molto buona.

“Care creature”, mormorava fra sé e sé dal luogo in cui troneggiava invisibile fra il pubblico dei Popoli Neutrali, delle Virtù Addormentate e degli Anni a venire, “come è vero che queste grandi esibizioni artistiche, specialmente quando sono indirizzate al Gruppo delle Emozioni, fanno definitivamente comprendere alle Nazioni che, dopo tutto, c’è un Potere che trascende la loro effimera esistenza! Questa è la ragione per la quale io preferisco il Balletto delle Nazioni a tutti gli altri mystery-plays, come Terremoto o Pestilenza, che Morte mette in scena ogni tanto.

La musica non è sempre bella, al tempo stesso troppo arcaica e troppo moderna per i gusti dei filistei, e i passi sono un po’ monotoni, ma essa offre immense possibilità per la bellezza morale e fa rivivere il sentimento religioso nel suo politeismo primordiale. Corrisponde perfettamente a quello che gli Spagnoli chiamano Atto Sacramentale, un dramma sacro con tutte le attrazioni della tauromachia. Ammetto che i Capi delle Nazioni abbiano talvolta lineamenti un po’duri, ma i corpi delle Nazioni sono sempre forti e intatti, e il loro cuore è al posto giusto. E per un effetto davvero sublime, sussurrò piano Satana dal suo trono invisibile, “come dico sempre, datemi una delle danze della Morte eseguita dalle Nazioni con il cuore assolutamente al posto giusto e perfettamente obbediente al Capo tradizionale”.

Così il Balletto continuò. Ma per questo era necessario sostenere la musica di quell’ orchestra delle Passioni e delle Abitudini che sedeva attorno al palcoscenico scivoloso e maleodorante: Vedova Paura con i suoi agili figli, Sospetto e Panico, che suonavano fischietti, corni da nebbia e quella campana medievale nel suo involucro di giornali; Idealismo e Avventura, quella splendida coppia, suonavano la loro tromba d’argento e il corno silvestre; Odio faceva sempre nuovi accordi con l’armonium di Ipocrisia; Peccato, che gli Dei chiamano Malattia, e il suo gruppo classico: Rapina, Lussuria, Omicidio, con la loro banda cannibalesca di ruggiti e cozzi di cornate; Scienza e Organizzazione sedevano un po’ in disparte, poiché a nessuno degli altri piaceva il loro aspetto troppo moderno, ma il loro grammofono e la loro pianola suonavano senza tregua quando gli altri musicisti iniziavano a mostrare segni di affaticamento. Solo Eroismo, con un sorriso nei suoi chiari occhi
ciechi, trovava nuovo fiato e nuove note e nuovo giubilo.

Ho appena detto che il resto della banda stava iniziando a cedere, vuoi perché le Passioni notoriamente mancano di resistenza, vuoi perché, nel caso di quelle meno nobili, si erano stordite con il forte liquore della letteratura nella taverna di Satana, e tutte avanzavano a caso. Sospetto e Panico, in particolare, assordavano i Capi delle Nazioni e Paura, la povera sgualdrina, era in preda al delirium tremens. Nulla di ciò fu notato dai Ballerini, ma essi danzavano un po’meno furiosamente, ed iniziarono a confondere il loro avversario con il proprio alleato e viceversa, con disperazione di Morte che si voltava improvvisamente da un lato all’altro del suo leggio facendo scricchiolare come nacchere le sue giunture prive di carne e colpendo i sonnolenti Motivi Umani dell’orchestra con tremende percosse della sua bacchetta, radice del pregiudizio indurita dal fuoco.

Ma Satana iniziò a temere che lo  spettacolo potesse terminare anzitempo, poiché, ad eccezione della voce di Eroismo e degli strumenti meccanici di Scienza e Organizzazione, i suoni stavano diventando deboli e intermittenti e le Nazioni stavano iniziando a fermarsi e ad inciampare, e persino a farsi inchini a vicenda come se la fine fosse vicina.

“Così non funziona” – disse Satana fra sé e sé – “non siamo nemmeno arrivati alla figura della Carestia e dell’Insurrezione!”. Così, facendo cenno con il suo artiglio da arcangelo ai seguaci di Morte, sussurrò a Rapina, Omicidio e Lussuria di andargli a prendere due nuovi musicisti fra le Virtù Addormentate del Pubblico.

E sembravano davvero addormentate; alcune, come Saggezza, Calma e Temperanza, lasciata sola la Sincerità, erano a lungo cadute in sogni consolatori, dopo aver chiuso gli occhi ed essersi tappate le orecchie per evitare di vedere o udire cose ripugnanti per i loro principi, ma che non avevano abbastanza coraggio per interrompere. Ma fra le Virtù due non erano addormentate e se ne stavano immobili sotto l’incantesimo di una odiosa fascinazione; lo sguardo fisso, le orecchie tese, con un orrore così grande che quasi si trasformava in piacere. Queste due si chiamavano Pietà ed Indignazione, sorelle di razza divina; l’una, pallida come le acque al chiaro di luna e altrettanto delicata, fremente ed amabile, ma, come quelle acque, pericolosa nella sua innocenza. L’altra, dorata e vivida come la fiamma, orlata di un violento rosso scarlatto, purificatrice e devastante.

Accanto a loro, incantati dal terrore prima di quella danza, all’ordine di Satana, balzarono Rapina, Omicidio e Lussuria, la squadra della madre di Morte – l’amante Peccato, che gli Dei chiamano Malattia. E subito quella nobile coppia di gemelli, Pietà ed Indignazione, rispose all’odiosa chiamata. Mano nella mano essi balzarono fra  le  Virtù  Addormentate  e  scesero  con  colpi  d’ala  impetuosi  nel  mezzo dell’orchestra di Satana. Paura e la sua prole caddero. Idealismo e Avventura, oramai ansanti a forza di suonare la loro tromba argentata e il loro corno da caccia, prontamente fecero loro posto. Eroismo, quel giovane gigante cieco e sorridente, riconobbe subito il delizioso respiro risanatore di Pietà e la focosa esplosione di In-dignazione; si scosse, e con un rinnovato vigore la sua giovane voce divina cantò parole che nessuno riusciva a distinguere, ma che tutto il mondo comprese.  Peccato, con il suo gruppo, cadde ai piedi dei nuovi arrivati e li adulò.

Ancor prima che uno dei due immortali avesse proferito parola, i Ballerini sempre più deboli, le Nazioni sanguinanti, stanche di quel palcoscenico scivoloso di sangue e visceri, sentirono il vento delle ali di Pietà e di Indignazione e, in quel puro respiro, improvvisamente si ripresero.

La santa coppia non pretese alcuno strumento. Pietà semplicemente singhiozzava, e i suoi singhiozzi erano come le note sgorganti da molte arpe che affogavano l’anima in una dolce follia. Ma Indignazione fischiò e ruggì come un granaio che va a fuoco quando le scintille scoppiettano volando sul raccolto maturo, e le fiamme si alzano ondeggiando nella loro esplosione.

Il Maestro di Ballo era sopraffatto dalla gioia.

“Ora niente potrà fermare la danza” gridò “e questo sarà il più grande trionfo di del Maestro di Ballo Morte!”. E, dando un colpetto al leggio, disse: “Signori e signore, care e coraggiose Nazioni del mio Corpo di Ballo! Procederemo ora con la terza e ultima figura; l’ultima perché, come sapete, è fatta per non finire mai poiché si chiama Vendetta”.

“Avresti dovuto fidarti di me, caro Maestro di Ballo Morte” disse con soddisfazione Satana, il più grande Impresario del mondo, piuttosto sommessamente fra sé e sé. “Pietà e Indignazione possono rinnovare la danza di Morte quando tutte le Nazioni avranno danzato fino a ridursi in monconi, e la mediocre banda, ad eccezione forse di Paura e dei suoi Figli, non potrà più suonare”.

E così il Balletto delle Nazioni sta ancora danzando.

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Aljmaš e Capestrano

Riprendiamo il viaggio lungo il Danubio

Racconteremo qui molte cose, non importa assolutamente ricordarsele tutte, conta solo la sensazione che queste storie lasceranno alla fine.

Aljmaš ha appena 645 abitanti ed è una frazione di Erdut (peraltro un nome ungherese), un comune della Slavonia.

La Slavonia è quel lungo dito della Croazia che punta verso la Serbia, che poi se pensiamo che Aljmaš si chiamava anche Apfeldorf, questi nomi nazionali così precisi perdono i loro contorni.

In realtà la parte della Slavonia che ci interessa è la  Syrmia, Srem, Srijem, Sirem sancağı (anche questa è stata ottomània) che contiene in sé una quantità immensa di storia: da sola, avrebbe prodotto pure dieci imperatori romani.

Il cielo e vasto e grigio.

I campi coltivati si alternano ad altri completamente abbandonati,  perché non sono stati ancora sminati.

Una stradina sterrata porta verso Aljmaš, un villaggio vicino al punto in cui Danubio e Drava confluiscono. Poi finisce anche la stradina sterrata, c’è solo qualche piccolo sentiero a piedi che si perde nella vegetazione e nell’acqua: non ho capito bene perché, ma la piena del Danubio è sempre tra luglio e agosto.

Resto colpito dal silenzio profondo che sembra avvolgere tutte le cose.

Davanti, il fiume si apre enorme e poi sulla riva opposta, nient’altro che boschi.

Proprio nient’altro.

Per un momento ci si può immaginare di essere un funzionario dell’impero romano, che butta via i suoi anni migliori a osservare l’acqua del Danubio che scorre e quei boschi, dove non succede nulla, ma sapendo che un giorno, da lì, uscirà qualcosa che cambierà il mondo.

A sinistra, in mezzo a un intrico di altri boschi e di boschi su boschi, c’è la confluenza del Drava, che nasce addirittura nel Sudtirolo.

Ci sono un uomo e una donna, con i piedi nell’acqua del fiume. Ci parlano in tedesco.

“Non andate di là, è ancora tutto minato, ma conosciamo qualche sentiero che si può percorrere.

Vedete come è limpida l’acqua? Le industrie più vicine sono in Ungheria, a oltre cento chilometri; e lungo il Drava non ci sono città, per questo il pesce qui è buono. Se andate di là in una barca, troverete lago su lago e solo gli uccelli, centinaia e centinaia di cormorani, cigni e cicogne.

E’ bellissimo nuotare in questo fiume, ma non si può andare oltre la metà, perché  di là è Serbia.”

Trovo curioso il fatto che la Serbia qui sia a nord della Croazia, come la Germania se ne stava a nord dell’impero romano.

“Di là, è tutto bosco fitto, non c’è proprio nulla. Qualche volta, in mezzo a quei boschi di notte, arrivano con un furgone e attaccano canti nazionalisti serbi, per farli sentire fin qui attraverso il fiume, e a volte fanno incursioni la notte per rubare le barche; credo che lo facciano anche i croati.

Qui nel buio si sentono a volte i motori delle barche, attraversano di là, le sigarette costano quattro euro qui e un euro in Serbia, e qui tutti sono tremendamente poveri. Diese ist eine günstige Grenze

Guardate lì, vedete quella piccola cosa che si muove nell’acqua? E’ un serpente d’acqua, tiene fuori solo la testa e si immerge di tanto in tanto per pescare. Sono molto timidi, sentono le vibrazioni, ecco che si allontana, troverai tante pelli di serpente sulla riva.”

Il piccolo villaggio di Aljmaš ha poche case, povere ma per nulla sgradevoli, molto simili a quelle dell’Ungheria.

Però c’è una spianata grande come un campo sportivo, dominata da una chiesa di terrificante bruttezza.

Tutti i Balcani postcomunisti sono disseminati di chiese nuove: nei paesi ortodossi  e per certi versi anche in Ungheria, sono spesso banali, ma non si può dire che siano brutte.

Solo nella cattolica Croazia raggiungono vette di autostradale mostruosità. E’ una sorta di Segno dell’Uomo, che accomuna l’edilizia cattolica e quella sovietica.

Non è solo lo scatenamento dei bollori creativi postconciliari: penso infatti a Fátima, dove i bambini raccontavano di misteriose grotte e di un’elce vicino a un leccio, dove sarebbe comparsa loro la Madonna… attorno a una chiesa piuttosto insignificante, tutto è stato trasformato in un’immensa spianata di cemento che deve aver alimentato per anni i palazzinari del posto.[1]

Solo un dettaglio salva involontariamente la chiesa di Aljmaš : in cima, una cicogna che nulla sa di architetti sta covando impassibile le sue uova.

La chiesa, oltre che brutta, è anche molto grande.

“Fanno un pellegrinaggio qui ogni anno, da una quindicina di villaggi… a volte arrivano anche 70.000 persone”, e cerco di immaginarmi silenzio squarciato da quelle folle.

Il santuario nacque, in forma certamente più modesta, quando i gesuiti vi portarono un’immagine della Madonna, per salvarla dai calvinisti dei paesi circostanti.

E se pensiamo che vicino, a Čepin, gli archeologi hanno studiato i resti delle donne massacrate nel 1441 dai razziatori turchi, possiamo intuire qualcosa della diversità delle particolari paure che hanno creato la Croazia.

Quando nel 1991 i serbi arrivarono ad Aljmaš, gli abitanti cattolici fuggirono sulle barche e la chiesa fu completamente distrutta, più o meno alla maniera in cui un secolo e mezzo prima, i liberali ungheresi avevano distrutto le chiese dei serbi.

Sopravvisse – ovviamente per miracolo, secondo i croati – l‘immagine della Madonna (un rifacimento ottocentesco, in realtà).

Sopravvissero anche due piccole lapidi, quasi invisibili nella spianata. Le parole sono in tedesco, i nomi sono aristocraticamente universali, Rudolf Adamovich von Csepin, Anton Adamovich de Csepin, Fanny von Cseh-Adamovich

Ci spiegano che furono i croati d’America a pagare la costruzione della nuova chiesa.

Aljmaš è dedicato alla Madonna, che è più grande di tutti i santi; ma il santo più amato della Slavonia è Sveti Ivan Kapistran, e non credo che esista storia più emblematica dell’Europa.

Sveti Ivan non è altro che Giovanni da Capestrano, nato in un paesino vicino all’Aquila (sì, proprio quello del Guerriero di Capestrano).

Per via dei capelli biondi, lo chiamavano Giantudesco, e infatti suo padre sarebbe stato un barone tedesco. Com’era d’uso da noi all’epoca, una famiglia rivale in due giorni gli uccise quattro fratelli.

Nominato governatore di Perugia, Giovanni/Ivan abbandonò la moglie per farsi frate francescano. E anche se visse a lungo, si rimane colpiti da quante ne abbia combinate.

Tra innumerevoli attività, segnaliamo che divenne consigliere di János Hunyadi, re rumeno – o magari turco cumano – dell’Ungheria; nominato inquisitore, fu detto il flagello degli ebrei; e a settant’anni guidò personalmente le truppe in battaglia contro i turchi davanti all’eretica Belgrado, sfidando i cannoni costruiti e usati dagli abili artigiani italiani al servizio del Sultano.

Morì a Ilok, a pochi chilometri da Aljmaš.

Qualche secolo dopo, tutta la cittadina di Ilok fu donata per meriti di guerra (sempre contro i turchi) a Livio Odescalchi, nipote di un papa, con diritto di battere moneta, costituire tribunali e perfino di tortura.

Oggi Ilok è l’ultimo comune in assoluto della Croazia verso la Serbia, e le reliquie dell’inquieto santo si salvarono solo perché i frati minarono tutta la chiesa per salvarla dai serbi nel 1991.

Sveti Ivan Kapistran, inveendo presumibilmente in dialetto abruzzese, si accinge al massacro degli artiglieri italiani.

Nota:

[1] L’elce di Fátima è scomparsa. Si dice che gli anticlericali abbiano cercato di abbatterla, tagliando invece un altro albero; mentre quello vero sarebbe stato distrutto dai fedeli a caccia di reliquie.

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Laicista si cala le braghe davanti alla Chiesa

Fa pipì sulla basilica di Santa Croce,
sorpreso dagli agenti: «Sono ateo»

Protagonista, la scorsa notte intorno alle 2, un ventiquattrenne originario di Livorno

Sorpreso dalla polizia mentre urinava contro la porta centrale della basilica di Santa Croce, a Firenze, ha tentato di giustificarsi dicendo di non essere credente. Protagonista, la scorsa notte intorno alle 2, un ventiquattrenne originario di Livorno, denunciato dagli agenti per atti osceni in luogo pubblico. Secondo quanto riferito, il ragazzo è stato notato da una pattuglia di passaggio. «Io sono ateo» sono le parole che ha detto agli agenti che lo hanno fermato.

25 settembre 2014
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Ma quanto sete brutti

Ve ne avevo già parlato, ma lo trovo straordinario, da molti punti di vista.

Ecco, la romanità.

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La piccola vedetta piemontese

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18 e 19 ottobre tutti a Firenze contro le grandi opere inutili

Riprendo dal sito degli amici del Comitato No TUNNEL TAV di Firenze… potrebbe essere un’occasione anche per incontrarci, visto che la riunione si svolgerà proprio in Oltrarno!

Un invito a tutti i gruppi in lotta in Italia contro le Grandi Opere Inutili e Imposte

Il Comitato fiorentino che si oppone ad un inutile progetto TAV (il sottoattraversamento ferroviario AV della città) sente il bisogno di un incontro con associazioni, movimenti e comitati che conducono in Italia lotte simili.

A questo scopo ospiteremo un incontro nella nostra città, Firenze, nel fine settimana del 18-19 ottobre 2014.

Le “Grandi Opere Inutili e Imposte” sono ormai una costante in tutto il Paese, un fenomeno che devasta territori e comunità. Non sono più “questioni locali”, ma un grave problema generale.

Sentiamo l’esigenza di verificare insieme quali sono gli obiettivi dei devastatori dei territori, dei beni pubblici e privati italiani, capire come i cittadini che si oppongono possono reagire attraverso l’analisi dei temi che uniscono e che possono dare forza reciproca.

Riteniamo importante un confronto per rafforzare le nostre reti, imparare gli uni dagli altri e verificare la possibilità di convergenza delle nostre lotte. Non abbiamo previsto interventi di esperti, vogliamo sia un dibattito tra attivisti tesi a progettare una alternativa concreta al dissesto politico e culturale che vive dietro le opere inutili, la speculazione, il degrado ambientale.

Il prossimo anno si terrà il 5° “Forum contro le Grandi Opere Inutili e Imposte” (dopo quelli in Romania, Germania, Francia e Italia) che riunisce movimenti e associazioni da tutta Europa, Nord Africa, Turchia. Vorremmo parlare anche di questo.

Proposta di programma
Il programma è indicativo, da costruire e modificare secondo le esigenze del dibattito

Sabato 18 ottobre

  • ore 9.30 – accoglienza e registrazione
  • ore 10.00 – dai problemi ambientali a quelli politici ed economici
  • ore 13.30 – pausa pranzo
  • ore 15.00 – le GOII (grandi opere inutili e imposte) nella crisi economica e sociale

Domenica 19 ottobre

  • ore 9.30 – alternative politiche e di movimento, convergenza delle lotte
  • ore 13.00 – pausa pranzo
  • ore 14.30 – spazio aperto
  • ore 17.00 – La crisi, l’Unione Europea, i rischi di guerra; uno sguardo dalla Germania. Incontro e dibattito con Winfried Wolf, direttore delle riviste Luna Park 21 e Zeitung Gegen den Krieg (giornale contro la guerra)

Chi avesse bisogno di prenotare albergo, ostello, B&B a prezzi concordati contatti Judith judithscholz@tin.it (335 7013420)

Chi cercasse ospitalità presso famiglie contatti Martina taiutim@gmail.com (377 1291804)

Un saluto dal Comitato NO TUNNEL TAV di Firenze
notavfirenze@gmail.com 338 3092948

Per raggiungerci:

  • in treno: dalla stazione di Santa Maria Novella bus 12 con fermata in piazza Tasso, bus 11, 36, 37, D con fermata in via de’ Serragli angolo con via del Campuccio (300 metri da piazza Tasso).
  • A piedi dalla stazione circa 1500 metri attraverso piazza Santa Maria Novella, via de’ Fossi, ponte alla Carraia, via de’ Serragli, via Santa Monaca, via di Camaldoli.
  • in auto: uscita autostrada A1 “Impruneta”, seguire indicazioni per Firenze e centro storico; a Porta Romana imboccare viale Petrarca, dopo circa 500 metri si è in piazza Tasso; il parcheggio non è facilissimo.

al momento hanno confermato la loro partecipazione, tra gli altri, movimento no tav Val Susa, no tav Friuli, Stoccarda noS21, no off shore, Rete dei comitati in difesa del territorio, no MOSE…

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Mohács, nel paese delle statue

Mohács, Mohatsch, Mohač, in ungherese, tedesco e serbo. Infatti, nel censimento del 1910, i tedescofono erano più dei magiarofoni, poi venivano i serbi, ma il 20% della popolazione dichiarava di parlare “altre lingue”.

Tanto che tra la folla di statue che si trovano lì, ne spicca una su cui tre ragazze in costume ungherese, tedesco e croato si tengono per mano, e sotto – nelle tre lingue – si leggono i versi di Lessing:

“Datevi la mano l’un l’altro. Venite!
Che ognuno conservi il proprio costume.
Ritenga la propria madre la più bella.
Che le vostre lingue risuonino in mille modi.
Ma una sola lingua del cuore vive in noi”.

29 agosto, 1526, Mohács. In due ore l’armata ottomana dell’imperatore Süleyman sterminò l’esercito ungherese e l’Ungheria cessò quasi di esistere.

12 agosto 1687, Mohács. L’armata turca del gran visir Süleyman Paşa fu annientata dall’esercito degli Asburgo.

29 agosto 2006. Un certo Varga Imre ha presentato questa gigantesca opera, dedicata alla memoria dell’ultimo re dell’Ungheria libera, Lajos II, morto nella battaglia del 1526.

Mi ha fatto subito venire in mente il triste cavaliere bianco disegnato da Tenniel per Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò, ma forse lo scultore voleva ricordare anche il tradizionale volto di Gesù nel Getsemani, per simboleggiare il martirio della Nazione.

Ora, la cosa veramente interessante su cui riflettere è il fatto che lo stesso scultore, nel 1986, eresse (a Budapest) un monumento altrettanto grandioso a Béla Kun, il creatore della  prima sfortunata repubblica rossa ungherese (lo sfondo di tralicci non è colpa dell’artista).

In Ungheria, come abbiamo detto, gli scultori non mancano mai di lavoro, e lo dimostra anche lo sterminato curriculum del signor Varga.

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Medio Oriente, nuovi riti e la rinascita dell’ottimismo

Grazie a Sam Stein di Huffington Post che ha spulciato Youtube, potete vedere qui quattro diversi presidenti degli Stati Uniti che annunciano il tradizionale bombardamento dell’Iraq. I riti più belli nascono così.

Un interessante dibattito tra il ministro delle finanze israeliano, che dice che non bisogna aumentare le spese militari, e il primo ministro Netanyahu che gli risponde:

“I miliardi investiti nei missili di intercettazione per la Cupola di Ferro hanno salvato l’economia israeliana nel corso dell’ultima campagna e hanno impedito il deflusso di investimenti esteri da Israele.”

Ricordiamo che la Cupola di ferro (Iron Dome) è un sistema che lancia un missile da 50.000 dollari per intercettare un razzetto dal costo di 5-10 dollari, e viene pagato dagli Stati Uniti (prima che qualche statunitense si lamenti, ricordiamo che comunque agli Stati Uniti vanno anche i profitti).

Certamente, l’ISIS sta dando una mano all’economia militare statunitense, la cui espansione è messa in pericolo dalla prospettiva di un ritiro dall’Afghanistan.

Ronald Epstein della Bank of America dice:

“Guardiamo il quadro del mondo in questo momento. Ci sono gli europei preoccupati per quello che i russi stanno facendo nel loro cortile di casa; noi abbiamo le mani piene in Iraq; ci sono gli israeliani con le mani piene nella loro regione; e poi ci sono i cinesi contro i giapponesi nel Mar Cinese Meridionale. Come investitore, con tanti conflitti regionali in giro per il mondo, almeno come sensazione, le cose non vanno male.

Ed è vero, se pensiamo che oggi sette delle dieci contee più ricche degli Stati Uniti si trovano attorno a Washington DC, grazie quasi esclusivamente a commesse private legate all’apparato militare e di “antiterrorismo”.

“Secondo un recente studio della Morgan Stanley [...], il valore delle azioni dei principali produttori di armi degli Stati Uniti è salito del 27,699% negli ultimi cinque anni in confronto al 6,777% per il mercato nel suo complesso. Solo negli ultimi tre anni, Raytheon ha reso il 124%, Northrup Grumman il 114% e Lockheed Martin 149% ai suoi investitori”.

 

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