Sergej Paradzhanov e l’anima sfuggente

Qualunque cosa si pensi politicamente dell’impero americano, non si deve sottovalutare lo straordinario prodotto che accompagna e precede ovunque i suoi bombardieri: le creazioni fantastiche dell’industria culturale di Hollywood.

Il cinema americano rispecchia l’inganno di fondo degli Stati Uniti, che potremmo definire la fantasia del soldato Ryan. Nei primi anni Quaranta, un gigantesco impero entrò in guerra con un aspirante impero, e lo annientò. Lo annientò con armi date ai sovietici, che sono morti a milioni; lo annientò producendo quasi 200.000 aerei che distrussero ogni città della Germania – ma anche molte dell’Italia, della Francia e di altri paesi; e solo dopo impegnò direttamente anche le proprie forze.

In questo processo, l’indice della produzione negli Stati Uniti salì da 100 nel 1939 a 239 nel 1943. Una pioggia incessante di finanziamenti cadde su un centinaio di imprese, che alla fine della guerra si trovarono in mano un quarto dell’economia del pianeta.

Dopo, semplicemente, non hanno mai smobilitato. Il geniale sociologo americano, C. Wright Mills, poteva scrivere negli anni Cinquanta una cosa attualissima: gli Stati Uniti erano una società in cui “la guerra o uno stato molto attivo di preparazione alla guerra è la situazione normale e, sembra, permanente degli Stati Uniti”.

Ma tutto questo processo non viene visto: il cinema non racconta la storia delle gigantesche ditte di trasporti e di macellazione che invasero il West con il loro bestiame alla fine dell’Ottocento; conosciamo solo la storia di liberi individui. Alcuni sono buoni, altri cattivi: non è questo il problema. Infatti, si tratta di simulare non la bontà, ma l’umanità.

Infatti, è un errore ritenere che lo scopo del grande mistificatore Spielberg fosse quello di farci credere che gli americani fossero semplicemente buoni: la falsificazione è molto più grande, perché deve farci credere che un intero sistema sia tanto umano da voler salvare davvero il soldato Ryan.

Ma per quanto riesca a rappresentare in modo insuperabile gli affetti, l’amicizia, l’odio, la vendetta, l’industria culturale è totalmente incapace di rappresentare l’anima. Esiste certo una vasta produzione religiosa dell’industria culturale, che va da Ben Hur ad alcune fantasie New Age sulla reincarnazione: tutta caratterizzata da grandi effetti speciali, da un pesante quanto involontario umorismo e dal materialismo più gretto mascherato da sentimentalismo perbenista. Si tratta semplicemente di porre il sigillo della potenza divina sulla suburbia del ceto medio americano, oppure di fingerne l’immortalità.

E’ consolante pensare che tutti i miliardi di Hollywood non potrebbero mai fare quello che fece Sergej Paradzhanov (per i motori di ricerca, diciamo che si può anche scrivere Parajanov, Paragianov, Paradjanov e persino Paradjanian). Ho avuto la fortuna di vedere la maggior parte dei suoi film, in cinema deserti e in salette alternative, e non è detto che tutti i lettori di questo blog lo conoscano. Paradjanov (1924-1990), armeno ma vissuto a Tbilisi in Georgia, lavorò in circostanze che affinano l’anima, per chi ne possiede una: alle prese con un’arida e sospettosa burocrazia sovietica e con mezzi tecnici limitatissimi, ma anche senza l’assordante e insensata iperstimolazione della mercificazione capitalista. Negli anni Settanta, si fece anche quattro anni di lavori forzati a Dnepropetrovsk, per “tendenze omosessuali”, “traffico di oggetti d’arte” e “istigazione al suicidio”. Diverse delle sue poche opere sono state tagliate dalla censura, o sono semplicemente sparite.

Paradzhanov

Sergej Paradzhanov

Da questa costrizione, dallo scontro tra un’inesauribile vitalità e un tragico fallimento, nascono opere che sono gioielli di straordinaria bellezza; i caratteri georgiani – certamente la più bella forma di scrittura che l’uomo abbia mai inventato; uno straccio multicolore che diventa una statua, un disegno che sta per una nave, una miniatura in stile persiano che si anima e si carica di melograni.

Paradossalmente, fu proprio l’URSS a permettere a Paradzhanov di darci ciò che ci ha dato – con il senno di poi, il mondo sovietico fa venire in mente la grande muraglia che secondo la leggenda, Alessandro avrebbe costruito per tener fuori le orde di Gog e Magog; e ora che quel muro è crollato, possiamo davvero sentirci addosso il freddo vento della creative destruction.

Paradzhanov è anche il figlio di un mondo doloroso, ma straordinariamente ricco: quello che segna il lungo confine e la delicata interazione tra Bisanzio e l’Islam. Il mondo che è stato descritto da Nicholas Roerich e da William Dalrymple; il mondo che viene simbolicamente distrutto con la dissoluzione dell’Iraq e della Palestina.

Il mondo che perisce tra le fiamme del museo di Baghdad, con la fine della comunità ebraica della Mesopotamia, con la cacciata dei siri cristiani da Betlemme per fare posto ai centri commerciali degli immigrati americani di Gilo e con il lucido delitto di Ferruccio de Bortoli (il manager, per chi non lo ricorda, di Oriana Fallaci). Ma su questo ho fatto già qualche ragionamento sul mio sito.

Tre siti su Paradzhanov:

- Paradzhanov Museum

- Andrej Vladimir

- TbilArtNet

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One Response to Sergej Paradzhanov e l’anima sfuggente

  1. Salve, molto interessante il suo articolo. Le segnalo anche questo interessante saggio di Samin Amin (teorico marxista egiziano) sulla ideologia americana:

    http://zecchinellistefano.blogspot.com/2011/11/lattuale-ideologia-degli-stati-uniti-di.html

    Mi sembra molto interessante, poi Samir Amin, di certo, è uno dei più importanti marxisti viventi.

    Saluti, Stefano Zecchinelli

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