Di Xoloitzcuintli, imperi e squinzie

Di tutti i cani, i più inquietanti sono il Perro Algofifa e lo Xoloitzcuintli.

Algofifa è un termine che non troverete sui dizionari: si dice in alcune parti del sud della Spagna per indicare una sorta di mocio, adoperato per pulire il pavimento. Il termine è di chiara derivazione araba, ma non è facile capire da quale parola provenga – forse da al-khafîfa, “la leggera”? Infatti, esiste la variante aljofifa, che ha una pronuncia molto simile alla parola araba.

Il cane algofifa, o meglio perro algofifa, è quindi un cane mocio, con tentacoli di pelo che scivolano in ogni direzione. Il perro algofifa non possiede un verso definito: nulla distingue, ad esempio, la zampa dalla coda o dal muso. È, insomma invariante per rotazione e probabilmente anche per traslazione: su una superficie piana, il perro algofifa può muoversi in qualunque direzione, senza bisogno di girarsi.

Lo Xoloitzcuintli è il contrario del perro algofifa, come il Nuovo Mondo era il contrario del Vecchio Mondo. Se il Perro Algofifa cova i suoi segreti pensieri ben nascosto in una foresta lanosa, lo Xoloitzcuintli è esposto a tutti gli sguardi, e questo influisce notevolmente sul suo carattere, rendendolo uno dei più tremebondi e timorosi degli esseri.

Il termine xoloitzcuintli viene usato nella lingua Nahua, l’antica (e tuttora vivente) lingua del Messico centrale e dell’impero azteco. La “x” deve essere letta come veniva letta in spagnolo ai tempi dei Conquistadores, cioè come la “sc” in “scirocco”. E poiché i messicani sono rilassati di carattere, lo Xoloitzcuintli degli aztechi è diventato un più lieve Xoloescuintle nel parlare contemporaneo.

Luís Cabrera, un signore di Zacatlán nello stato di Puebla vissuto nel tardo Ottocento, di cui sappiamo che era figlio del panettiere del villaggio e uomo di straordinaria cultura, ha scritto un Diccionario de Aztequismos (Colofón, México, quinta edizione 2002). Alla voce Xoloescuintle ci presenta questo inquietante quadro:

“Una specie estinta di piccolo cane, quasi senza pelo sul corpo, dalla pelle rugosa, color cenere, macchiato di nero (Canis mexicanus; canis caribacus). Probabile antenato del cane chihuahua. Etimologia: cane rugoso; da xolóchtic, rugoso, e ixcuintli, cane.”

Nino Filastò nel suo romanzo, Incubo di signora, definisce il “cane nudo messicano” semplicemente “un incubo”. Se lo Xoloitzcuintli è un cane nudo messicano, il perro algofifa è evidentemente un cane vestito spagnolo, rispecchiando perfettamente i costumi dei conquistatori e dei conquistati.

Lo Xoloitzcuintli svolge un ruolo cruciale nel romanzo di Filastò. Esso sarebbe stato introdotto in Europa solo nel Seicento, e quindi permette di scoprire che un quadro in cui compare, attribuito al Cinquecento, sarebbe un falso moderno. Ma Filastò sostiene anche che lo Xoloitzcuintli girerebbe ancora tra di noi, posando appunto per falsari dei nostri tempi.

Rémi Siméon, un francese che accompagnò come studioso la sfortunata spedizione di Massimiliano in Messico, nel suo Diccionario de la lengua Náhuatl o mexicana, ci offre un’etimologia diversa – da xolotl, le piume di un tipo di pappagallo chiamato toznene: lo Xoloitzcuintli sarebbe quindi non solo calvo, ma anche piumato. Tutti comunque concordano che non deriva da Xolotl, il personaggio mitologico che per sfuggire alla morte, scelse di trasformarsi prima una pianta di maguey e poi in un axolotl, un anfibio ancora più inquietante dello Xoloitzcuintli.

Siméon cita Fray Bernardo de Sahagún per fornirci un ulteriore, bizzarro dettaglio: lo Xoloitzcuintli sarebbe una “specie di lupo o di cane completamente calvo, che gli indios coprivano con un panno per proteggerlo dal freddo della notte”.

Non certamente per altruismo, visto che lo Xoloitzcuintli veniva ingrassato (e coperto con panni) per scopi alimentari. Non sono al corrente di ricette, ma presumo che fossero piccanti.

L’itzcuintli (ixcuintli sarebbe più corretto), cioè il cane, ci porta per analogia all’escuincle o escuintle, che nell’Ottocento indicava il ragazzo di strada; insomma, il cane che non veniva ricoperto di panni, ma propro per questo riusciva – in linea di massima – a evitare di essere mangiato.

Poiché il termine indica oggi giovani in generale, e quindi anche ragazze, qualcuno (cioè io, ma avrei preferito far ricadere la responsabilità su altri restando nel vago) ipotizza che potrebbe avere a che fare con il bizzarro termine neomilanese, squinzia, per indicare una giovane, presumibilmente con precise caratteristiche consumistiche e consumibili.

Innumerevoli bande di giovani barbari milanesi sono calate a Puerto Escondido o a Cancún (due località in provincia di Rimini, nei pressi di Sharm al-Sheikh). In genere parlano solo loro, comunque è possibile che uno di questi individui si sia tolto il walkman il tempo necessario per cogliere l’espressione, e grazie al suo carisma personale sia riuscito a imporre squinzia con la stessa forza e ricchezza culturale con cui minchia è entrata nel neodialetto meneghino. Ovviamente squinzia potrebbe avere tutt’altra origine, escluderei solo quella atlantidea.

Passaggi di questo tipo sono sempre possibili. Prendiamo il caso di ch’avò, il termine fondamentale della lingua e della cultura dei Rom o “zingari”. Significa infatti, “bambino”, e chi non è rom o romnì, cioè uomo (magari sedicenne) o donna (magari tredicenne) regolarmente sposato/a, o è ch’avò o non è. Essendo quella Rom una cultura in cui la più alta organizzazione è la famiglia, i bambini assumono un valore più elevato che altrove.

Affamati, ammalati, annegati, ammazzati, amati, sono una specie di superbambini, o di bambini archetipici. E siccome noi che non siamo Rom guardiamo i Rom con un misto di orrore, fascino e paura, siamo quasi costretti a riflettere su questi bambini, che per noi sono insieme i “nostri figli che ci sono stati rapiti”, “piccoli schiavi” e future minacce alla nostra sicurezza.

Ma c’è anche dell’altro, e la cultura ispanica ha saputo convivere con i Rom in maniera diversa. Infatti il termine ch’avò, pur perdendo l’aspirazione e cambiando l’accento, entra inequivocabilmente nella parlata messicana, come chavo e come chava, che significa all’incirca, “giovane”, “ragazzo”.

Più inaspettatamente, entra anche nell’inglese, seppure un po’ più umilmente, sotto forma di shaver, un modo ormai desueto di dire la stessa cosa.

Una nota importante: con questo post, il perro algofifa, una specie esistita finora solo in forma orale, entra nel mondo del linguaggio scritto.

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2 Responses to Di Xoloitzcuintli, imperi e squinzie

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