La vergogna di possedere ancora l’aria per respirare

di Miguel Martínez, 4 maggio 2005

Ricevo diverse mail, che mi chiedono come mai il blog viene aggiornato con tanta lentezza.La risposta è semplice: devo fare il mio dovere verso il sistema. Faccio il traduttore, e ho pochissimo tempo libero.

C’è sempre qualcuno che dice “che bel mestiere!” In effetti,anche se si guadagna poco, non ho un padrone capriccioso che mi soffia sul collo, lo faccio da casa o dove voglio, basta avere il portatile con me. Posso prendermi il lunedì libero e lavorare la domenica.

Ma non traduco opere letterarie: traduco contratti, solleciti vagamente minatori di pagamento, pubblicità carica di retorica e di falsificazioni, bolle di accompagnamento e descrizioni anatomiche di motori. Capirete a quale mestiere somiglia di più, se vi dico che si deve sempre far provare piacere al cliente, senza quasi mai provare piacere noi (i clienti più perversi sono i grafici pubblicitari).

Il mio compito fondamentale consiste nel far accelerare il flusso di merci e di denaro sul mercato globale; e a essere onesti con sé e con gli altri, si tratta di un’attività ben più immorale e dannosa di quella che svolgono le mie colleghe/colleghi che non lavorano con il computer, ma direttamente sui marciapiedi.

Un’ottima occasione per ricordare l’aforisma numero cinque, Antitesi, dei Minima moralia di Theodor Adorno (nella bella traduzione di Renato Solmi, Einaudi 1954/1994), di cui cito qualche brano:

Chi non collabora corre il pericolo di credersi migliore degli altri e di fare della propria critica della società una ideologia al servizio del proprio interesse privato. Mentre cerca di fare della propria esistenza una fragile immagine della vera, egli dovrebbe sempre tener presente questa fragilità, e sapere quanto poco l’immagine sostituisce la vera vita. A questo riconoscimento contrasta la forza irresistibile dell’elemento borghese in lui.Chi si tiene in disparte non è meno invischiato dell’attivo e affaccendato: nei cui confronti non ha che il vantaggio di conoscere il proprio irretimento e la felicità di quel tanto di libertà che è insito nel conoscere come tale. La propria distanza dal business è un lusso che il business rende possibile. Perciò ogni sforzo di sottrarsi reca i tratti di ciò che è negato. La freddezza a cui non può non dar luogo non è dissimile dalla freddezza borghese [...]

Non c’è via d’uscita da questo irretimento. Il solo atteggiamento responsabile è quello di vietarsi l’abuso ideologico della propria esistenza, e – per il resto – condursi nella vita privata, con la modestia e la mancanza di pretese a cui ci obbliga, da tempo, non più la buona educazione, ma la vergogna di possedere ancora, nell’inferno, l’aria per respirare.

Torno al lavoro. Ieri c’erano i lampioni in ghisa, oggi abbiamo una macchinetta per fare il caffè espresso. Scusatemi, vado a servirli.

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2 Responses to La vergogna di possedere ancora l’aria per respirare

  1. Pingback: La vergogna di possedere ancora l’aria per respirare | Kelebekler Blog

  2. une tortue says:

    Splendida proposta di lettura. Complimenti!

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