“Una rosa una volta bianca e una volta rossa”

In questo gran caldo umido, denso di zanzare, gli esseri umani fanno presto a dimenticare i traumi.

Formiche oziose, la sera camminano in fila reggendo ciascuno uno smartòfono, le braccia ammazzate di tatuaggi di cui si pentiranno presto, alla ricerca di locali, mentre rombano le moto dei sessantenni di Novoli, che cercano la cocaina e compensano i loro capelli radi con tatuaggi ancora più numerosi.

Chi ci lavora, mi dice che dopo i’covidde, i movidari sono diventati molto più violenti, e la mia amica australiana che fa la barista inizia ad avere paura.

Scendiamo lungo l’Arno, che dovrebbe essere il centro stesso di questa città, passando per la panchina sotto il platano dove abita una signora nera con molte buste di plastica e che legge libri

avrò il coraggio di chiederle un giorno, cosa legge? Quando avevo tredici anni, quel coraggio lo avevo, e conobbi in questo modo persone straordinarie, come il mistico Joseph De Meers che ovunque andasse, era seguito da una nuvola a forma di pesce, o il predicatore evangelico che non chiedeva niente a nessuno, ma ogni sera si trovava in tasca la somma che gli serviva per sopravvivere, o il seminarista due volte nero – una volta per la pelle e una volta perché cultore di Mussolini – che con grande dignità si finse parroco…

Alle sponde dell’Arno, improvvisamente, cambia tutto.

E’ tranquillo, oscuro e sorprendentemente fresco.

Nel buio, intuiamo le figure di pescatori, che come tutti i pescatori, sono silenziosi. Ma le rare volte che queste quasi invisibili figure aprono bocca, sentiamo che tutti parlano qualche lingua indiana. Mentre quelli che distruggono Fiorenza parlano fiorentino, quelli che stanno in silenzio, nel suo cuore, a cercare ciò che il fiume dona, parlano un’altra lingua.

Camminiamo verso il Ponte alla Vittoria, con le sue misteriose iscrizioni fasciste censurate a colpi di martello ad una ad una per sempre, e vediamo un’intensa luce sorgere proprio sopra l’aeroporto, e per un momento ci chiediamo se sia un aereo oppure Venere.

E’ Venere, e lo sarà ancora innumerevoli milioni di anni dopo la scomparsa degli aerei.

Il giorno dopo, un caldo altrettanto afoso, e mi viene a trovare la D., un’amica un po’ folle, come lo siamo tutti, ma di una follia profondamente serena e saggia.

L’ultima volta che mi è venuta a trovare, aveva il bagaglio che sembrava di piombo – c’erano tre bottiglie di olive che lei aveva raccolto con le sue mani, e che mi voleva regalare portandomele attraverso mezza Italia, perché si ricordava che io staccavo le olive acerbe dagli alberi per mangiarmele.

Anche questa volta, ha un bagaglio mostruoso, e proviamo a mollarlo alla R., che è istriana ed è cresciuta in una casa dove il salotto era in Croazia, e la camera da letto in Slovenia.

R. faceva borse splendide e lavorava la seta, e poi è arrivata la catastrofe. Un mio amico le ha trovato un’edicola da gestire, in tempi in cui nessuno compra più giornali, a due passi dalla chiesa dell’Imperatore meno famoso del mondo.

Molliamo dalla R. il borsone dell’Amica, e passiamo a una Chiesa Senza Nome, nel suo stesso nome: qui noi cerchiamo di sfuggire ai motori di ricerca, ma è facile capire quale sia.

Trompe l’oeuil sul soffitto, e (indizio!) ovunque accenni al fiorentino che inventò l’America.

Una signora ci viene incontro, e ci chiede,

“volete conoscere la storia di questo luogo? Io sono una volontaria qui!”

Ci racconta che lei un giorno entrò nella chiesa, per caso, inciampò e cadde per terra. Arrivò una suorina, che le pose due domande.

“Si è fatta male?”

“No”

“Vuole darci una mano, che qui siamo disperate, non abbiamo nessuno!”

E così la nostra nuova amica ci racconta di come questa chiesa fosse stata fondata da un Ordine senza fondatore, senza gerarchia, costituito alla pari da uomini e donne, sospettato sempre di eresia, e che aveva scelto di lavorare con le mani la lana.

Lana… lo stesso pomeriggio incontro Kathrine, che è nata a Dresda e sulle spalle porta un tatuaggio del dio celtico Kernunnos, lei mi vende lo yogurt delle sue pecore, che sono tutte nere… e mi dice che la lana, quando la tosa, la deve buttare come “rifiuto speciale” perché non sa a chi venderla

L’Ordine di Quelli Senza Nome avrebbe fatto la fortuna di Firenze, che se ne sarebbe presto dimenticata.

“Questa chiesa è un mondo infinito, non potremo mai sapere tutto ciò che c’era qui!”

e ci indica un angolo in fondo.

“Abbiamo scoperto tutta una serie di lapidi, tra cui una di un certo Pedro Americano.”

E pensiamo all’indio Pedro, arrivato da chissà quale parte del mio Messico…

“Ma c’è una storia che so solo io, perché non è scritta da nessuna parte!”

E ci indica la tomba di Botticelli.

Mi sento colpito profondamente, pensando a una sedicenne che aveva guardato a lungo una piccola lapide dedicata a un certo Sandro Filipepi, e ci si era fissata per molto tempo, e poi mi aveva chiesto chi potesse essere?

“Ogni settimana qualcuno che non ho mai visto mette una rosa, una volta bianca e una volta rossa, sulla lapide del Botticelli!”

In Borgo dei Santissimi Apostoli, ci sono i ristorantini che sperano di poter acchiappiare i turisti che riemergono.

Ma nel mezzo esatto della strada vedo lei.

Non avrà nemmeno vent’anni.

Non ha uno smartòfono, e nemmeno una borsa da cui lo smartòfono possa darle ordini.

E’ bionda, molto bella e magra.

Immagino tedesca, ma che importa?

E’ vestita, come posso dire, bene. Con cura, come sono curati i capelli.

I piedi, con un forte contrasto, sono invece nudi e nerissimi.

Saltellano delicatamente e lentamente sulle pietre.

Sono gesti misurati, attenti, perfetti.

Le sue mani sono congiunte in preghiera.

Si muove con straordinaria concentrazione, cogliendo tutto ciò che sfugge a noi.

E mi prende un desiderio tremendo di chiedere a lei il senso di questo incredibile, miracoloso luogo di cui cerchiamo, lei come io, di prenderci cura.

Lei ci potrebbe dire cos’è Fiorenza, ma non oso.

E perdo l’occasione.

Questa voce è stata pubblicata in esperienze di Miguel Martinez, Il clan dei fiorentini, mundus imaginalis e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

23 risposte a “Una rosa una volta bianca e una volta rossa”

  1. Andrea Di Vita scrive:

    @ Martinez

    Di fronte a una narrazione a metà fra Joyce e Corto Maltese come questa, come non rispondere col Ponte del Carosello?

    https://cantierepoesia.wordpress.com/2013/11/24/pont-du-carrousel/

    Come la tua descrizione, la poesia suggerisce un principio cosmologico preciso: ogni luogo, anche il più umile, è centro del mondo, attorno a cui ruotano i cieli. (Mach ando’ oltre, e disse che proprio perche’ i cieli ci girano intorno abbiamo una massa). Spaventati, ci si può ritrarre da questa consapevolezza. Borges ci dice che ricopiando la massima “l’universo è una sfera infinita col centro in ogni luogo” Pascal commise un lapsus e scrisse “spaventosa” per “infinita” – lo stesso Pascal che commento’ “quanti reami ci ignorano!”. Ma è conoscenza preziosa, specie di questi tempi rattrappiti di Identità, Valori Eterni e Piccole Patrie.

    Ciao!

    Andrea Di Vita

  2. izzaldin scrive:

    bellissimo racconto. girare per le città con questa acutezza di osservazione rende tutto, come dire, tridimensionale.
    Il quartiere dove vivo adesso è a metà fra la gentrificazione e la discarica a cielo aperto. né gli abitanti storici né gli investitori sembrano averne a cuore le sorti se non per ciò che riguarda il loro tornaconto personale.
    e sì anche qui la vita notturna post covid è diventata molto più violenta e insensata, chiudendo i pochi locali che facevano qualcosa di culturalmente interessante, rimangono soltanto alcool, cocaina, smartphone, tatuaggi, gelosia e un perverso senso dell’onore.

  3. Fuzzy scrive:

    Giugno

    Nella piatta savana
    Della terra padana
    Ha la forza di un pugno
    Il calore di giugno
    Toccherà tirar fuori
    Tutti i ventilatori
    Indossare al mattino
    La camicia di lino
    Per tenere alla sera
    Solo la canottiera.
    E così poco a poco
    Ci si abitua anche al fuoco
    C’è in garage che ti aspetta
    Quella tua bicicletta
    Che ti dice “su forza”
    “Che facciamo una corsa”
    E accettando l’invito
    Te ne parti spedito
    Per le strade sterrate
    Della torrida estate.
    Ed è quasi scontato
    Che ritorni rinato
    E saran più leggeri
    I tuoi grevi pensieri
    Sarà quel che si dice
    Un’estate felice.

    Questo in un paesino di campagna.
    (Winston lo sa).

    Mi scuso, dopo il poeta tedesco….è solo una zirudela, roba popolare emiliana.
    Ah, una cosa bella della bicicletta in estate, è che mentre vai le zanzare non riescono a sbranarti.

  4. Moi scrive:

    Temo che il prestigioso 😉 titolo di Imperatore Meno Famoso del Mondo spetti a un Romagnolo , reso noto a Livello Nazionale da “Mai Dire TV” … Pierino Brunelli Imperatore della MagnaRomagna, mi pare.

    ——–

    To’, esiste ancora 😉 , anche sa da metà Anni Novanta nessuno più lo caga 😉 !

    https://www.magnaromagna.it/impero/

    PS

    MaiDireTV

    come giustamente notò Pino, da quella trasmissione TV discendono le “Reactions / Recensioni di Nerd che sbroccano perché il Trash è Trash” … cioè, forse, quasi la metà dei video di Youtube sul cinema e le serie televisive.

    • Moi scrive:

      Leggo ora che tale si autoproclamò nel 1987.

    • Miguel Martinez scrive:

      Per Moi

      “Temo che il prestigioso 😉 titolo di Imperatore Meno Famoso del Mondo spetti a un Romagnolo , reso noto a Livello Nazionale da “Mai Dire TV” … Pierino Brunelli Imperatore della MagnaRomagna, mi pare. ”

      Fantastico, meraviglioso! Non ne sapevo nulla!

      E’ il mio sovrano!

  5. Simone B. scrive:

    Una piccola puntualizzazione:
    Sandro Filipepi è Botticelli e, come noto, è sepolto in Ognissanti.

    Brunelleschi (Filippo Lapi) è sepolto in Santa Reparata.

    • Miguel Martinez scrive:

      Per Simone B.

      “Una piccola puntualizzazione:
      Sandro Filipepi è Botticelli e, come noto, è sepolto in Ognissanti.

      Brunelleschi (Filippo Lapi) è sepolto in Santa Reparata.”

      Certo, un pessimo lapsus! Grazie, ho corretto.

      Infatti, avevo scritto Filipepi…

  6. Miguel Martinez scrive:

    OT (traduzione DeepL)

    Fonte: https://www.theguardian.com/commentisfree/2021/jun/20/chimamanda-ngozi-adichie-captures-hypocrisies-too-many-social-justice-zealots

    Chimamanda Ngozi Adichie cattura le ipocrisie di troppi fanatici della “giustizia sociale

    La scrittrice offre un lucido resoconto del dibattito in cui le persone si offendono e agiscono crudelmente
    Dom 20 Jun 2021 07.30 BST

    ‘Più scriveva, meno sicuro diventava. Ogni post raschiava via un’altra scala di sé finché non si sentiva nuda e falsa”. Così scriveva Chimamanda Ngozi Adichie di Ifemelu, il personaggio centrale del suo romanzo Americanah del 2013. Attraverso una serie di romanzi splendidamente osservati che mappano abilmente le fratture del mondo contemporaneo – Ibisco viola, Metà di un sole giallo e Americanah – Adichie è diventata una delle voci più eloquenti dell’Africa anglofona. È diventata anche una feroce protagonista nei dibattiti sul razzismo, il femminismo e la libertà di parola.

    Gran parte del lavoro di Adichie lotta con le questioni di identità in un mondo globalizzato e, in particolare, cosa significa essere nero ed essere donna. In un mondo di identità contestate, questo l’ha inevitabilmente trascinata in una serie di controversie, in particolare con gli attivisti trans. La settimana scorsa ha pubblicato un saggio in tre parti intitolato It Is Obscene, che è diventato virale, ripreso dai giornali di tutto il mondo. Il saggio è sia un’appassionata difesa di se stessa contro i suoi critici, sia un’accesa riflessione polemica sullo stato del dibattito pubblico oggi.

    Nel 2017, Adichie ha rilasciato un’intervista a Channel 4 News in cui ha insistito che “quando la gente parla di ‘Le donne trans sono donne?’, la mia sensazione è che le donne trans sono donne trans”. Ha aggiunto che “se hai vissuto nel mondo come un uomo con i privilegi che il mondo accorda agli uomini e poi cambi genere, è difficile per me accettare che allora possiamo equiparare la tua esperienza all’esperienza di una donna che ha vissuto fin dall’inizio come una donna e a cui non sono stati accordati quei privilegi che sono gli uomini”.

    L’intervista, e la sua successiva difesa dei punti di vista di JK Rowling sui diritti trans come “ragionevoli”, ha portato a un contraccolpo sulla sua “transfobia”. Tra i suoi critici più feroci c’era un altro romanziere nigeriano, Akwaeke Emezi, che si identifica come non-binario – né maschio né femmina. “Confido che ci siano altre persone che prenderanno il machete per proteggerci dal danno che i transfobici come Adichie e Rowling cercano di perpetuare”, ha twittato Emezi a gennaio.

    In It Is Obscene, Adichie critica due scrittori che hanno frequentato i suoi laboratori di scrittura creativa a Lagos. Ha fatto amicizia con entrambi, dice, e li ha aiutati a farsi pubblicare. Ma entrambi, secondo lei, hanno tradito la sua amicizia prendendola di mira sui social media e diffondendo falsità maligne. Non nomina mai Emezi, ma non lascia dubbi sul fatto che siano il secondo scrittore a cui si riferisce. Emezi ha risposto che il saggio di Adichie “è stato progettato per incitare orde di nigeriani transfobici a prendermi di mira”.

    Le storie personali di fiducia e tradimento diventano, nella terza parte del saggio di Adichie, uno sfondo per una critica feroce dei social media e della natura del dibattito pubblico. Adichie è particolarmente caustica nei confronti delle “persone che ti chiedono di ‘educare’ te stesso… mentre non sono in grado di difendere intelligentemente le loro posizioni ideologiche, perché per ‘educare’, in realtà intendono ‘ripetere quello che dico, appiattire tutte le sfumature, desiderare la complessità'”.

    Molti riconosceranno le tendenze che Adichie descrive. Grazie all’offuscamento del privato e del pubblico, quelli che una volta potevano essere disaccordi all’interno di un’amicizia ora sono spesso giocati sui social media. La crescita della politica dell’identità ha messo le persone in silos e ha fatto sì che il disaccordo sia spesso visto come una sfida al proprio essere. L’idea che la giustizia sociale richieda l’applicazione del giusto galateo sociale significa che troppo spesso “ciò che conta non è la bontà ma l’apparenza della bontà”, come dice Adichie. Il risultato è una cultura in cui le persone sono veloci ad offendersi ma anche facilmente attratte dall’essere viziose o crudeli, e una in cui le persone sono raramente viste agire in buona fede.

    Molto di questo può essere visto nel dibattito contemporaneo sui diritti dei trans. Le persone trans affrontano chiaramente la discriminazione e il bigottismo, un problema riconosciuto da femministe come Adichie e Rowling. Ma la maggior parte del dibattito sui diritti trans si svolge a livello di linguaggio e identità. Quando le femministe sono in disaccordo con gli attivisti trans su cosa significhi essere una donna, questo non è visto come un dibattito legittimo, e il diritto delle donne di impegnarsi con le proprie identità, ma come una messa in discussione dell'”esistenza” delle persone trans.

    Le identità sono importanti, ma non sono la stessa cosa dell’esistenza. Sfidare i confini di particolari identità non significa negare l’esistenza di qualcuno. Ci sono certamente dei bigotti che farebbero del male alle persone trans e negherebbero loro i diritti fondamentali, persino l’esistenza. Adichie non è una di loro. Né lo sono la maggior parte delle femministe considerate “transfobiche”. Dipingere Adichie o l’accademica dell’Università di Oxford Selina Todd o la Rowling come bigotte non fa altro che trasformare quello che avrebbe potuto essere un importante dibattito su come difendere sia i diritti dei trans che quelli delle donne in una lotta autodistruttiva sull’identità.

    Significa anche che le donne che hanno una visione “sbagliata” dell’identità vengono ostracizzate. L’ultimo caso è quello dell’artista tessile Jess de Wahls, il cui lavoro è stato bandito dalla Royal Academy dal suo negozio a causa delle sue presunte “opinioni transfobiche”.

    Gli attivisti trans spesso sostengono che troppo del dibattito pubblico si concentra sulle polemiche su femministe come Adichie o de Wahls che sfidano le opinioni trans sull’identità, piuttosto che sul danno e la discriminazione che le persone trans affrontano. C’è del vero in questo, ma questa è la conseguenza quasi inevitabile del porre maggiore attenzione al controllo di ciò che è accettabile dire sull’identità piuttosto che alla sfida del danno materiale.

    Allo stesso tempo, ci sono domande da porre ad Adichie. Nel trasformare la rabbia privata in un’esibizione pubblica, It Is Obscene stesso diventa il tipo di performance contro cui Adichie mette in guardia. La sua pubblicazione di email private senza consenso attraversa un confine. Denuncia giustamente il moralismo di molti dei suoi critici, ma c’è anche un moralismo nella sua polemica. E nel condannare i giovani come se fossero dati a “una presa a sangue freddo, una fame di prendere e prendere e prendere, ma mai dare”, è in pericolo di fare il tipo di generalizzazioni che giustamente critica.

    Il carattere stesso del dibattito pubblico che Adichie disseziona così lucidamente inquadra anche la sua risposta ad esso. Senza uscire dalla gabbia dei dibattiti sull’identità, non saremo in grado di difendere i diritti né delle donne né delle persone trans.

  7. Moi scrive:

    @ MIGUEL

    For, like, thousands of years, the origins of the United States of America have remained shrouded in mystery, lost to the sands of time. Who built this ‘country tis of thee,’ and why? Only the dinosaurs know… until now. For the first time in human history, the incredible, completely true story of America’s origins are revealed in AMERICA: THE MOTION PICTURE — a once-in-a-lifetime cultural event available the only way the Founding Fathers ever intended their story be told.

    https://www.youtube.com/watch?v=hu0O-q7Kf2k

  8. Mauricius Tarvisii scrive:

    “Chi ci lavora, mi dice che dopo i’covidde, i movidari sono diventati molto più violenti”

    Violenza no, però un ristoratore mi diceva che in effetti nel suo piccolo ha constatato che gli avventori della sua trattoria sono diventati molto meno civili di prima (dalla gente che gli entra in cucina in cerca del bagno a quelli che si accomodano strafregandosene sui tavoli prenotati). Come se avessero aperto all’improvviso le gabbie e tutti stessero dando il peggio di sé.
    Poi sì, le risse dei movidari le leggiamo tutti sui giornali.

    • PinoMamet scrive:

      Che la gente dia il peggio di sè è probabilmente la descrizione giusta del fenomeno.

      Che la gente non ne possa più di regole- comprese, nel numero, ahimè quelle del vivere civile- è un’altra altrettanto giusta.

      Che “ne usciremo migliori” fosse una balla è chiaro da mesi.

      C’è poi da dire che molti operatori con il pubblico possono aver perso, in questo lungo periodo, l’abitudine, beh, al pubblico.
      Le stesse lamentele si sentivano anche prima, infatti
      (Testimone il.mio amico che gestisce il locale incula-milanesi presso l’uscita dell’autostrada).

      Poi, è forse finita la ricreazione degli introversi e dei misantropi, che avrebbero voluto il lockdown perenne…

    • Francesco scrive:

      Oggi ho dovuto attraversare Milano in automobile.

      Confermo che hanno aperto le gabbie e che il combinato disposto di piste ciclabili fatte alla a cazzo di cane, l’estinzione dei vigili urbani, l’uso dell’automobile in stile “gerarca turkmeno” ha creato un composto esplosivo e quasi immobile.

      Never again

      • PinoMamet scrive:

        ..ed è molto peggio di un decennio fa? 😉

        Quando il sottoscritto attraversò la Grande Metropoli Pugliese del Nord sulla Mercedes del compianto Leone di Lernia, da lui stesso guidata, che diceva “mi hanno duemila euro di multe al mese, a me, e chissenefreca, mica le pago!”
        😀

        (può darsi fosse innocua vanteria, comunque a Milano i vigili si sono estinti ben prima del Covid!)

        • Francesco scrive:

          Pino

          so bene quale è il rischio del pensare “prima era meglio” passata una certa età ma, guidando molto meno di prima, ed era due anni fa il prima, l’impressione di un vero tracollo è molto forte

          vero che i vigili urbani devono essere stati una specie dei dinosauri, essendosi estinti in era coeva

      • Miguel Martinez scrive:

        Per Francesco

        “ha creato un composto esplosivo e quasi immobile.”

        Definizione geniale!

  9. Miguel Martinez scrive:

    Anche stamattina c’era una rosa rossa e una bianca sulla lapide di Sandro Botticelli.

  10. Francesco scrive:

    ero lì … ho ben poco merito

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *