A Firenze, un invito reazionario

Quest’estate, intendo muovermi piuttosto poco.

Io abito a Firenze, che è una cittadina comunista dell’Italia centrale.

Per “comunista” intendo che normalmente la maggior parte degli esseri umani che percorrono le sue strade, alla disperata ricerca di prodotti di Gucci e Ferragamo, sono dei milionari appartenenti a uno degli ultimi regimi comunisti/marxisti/leninisti del pianeta, la Repubblica Popolare Cinese.

Quest’estate, grazie all’amico Covid-19 scappato proprio dal loro laboratorio, avremo una città molto meno comunista.

Poi torneranno, la Classe Operaia è destinata scientificamente a trionfare, ma godiamoci quest’ultima estate di reazione.

Mi sembra una buona occasione per invitare tutti i lettori di questo blog che non credono al Pensiero Unico dei Maestri Mao Ze-Dong e Roberto Cavalli, a fare un salto a Firenze.

L’agenzia Kelebek vi organizza volentieri l’ospitalità (se vi va bene, presso i calcianti Bianchi) e una visita a non pochi luoghi sconosciuti della città.

Siccome non voglio far sentire in debito nessuno, chi volesse approfittare di questa offerta, dovrà versarmi l’importo di centesimi cinquanta, al nostro primo incontro.

Senza ricevuta, sia chiaro.

Se qualcuno è interessato, mi scriva a udra, che sarebbe la radice indoeuropea di lontra e di idra, poi ci disegni un buffo cosino @, e dopo scriva pm.me.

Giusto per aggirare gli spammer…

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96 risposte a A Firenze, un invito reazionario

  1. maria d scrive:

    Bella idea
    I Calcianti non credo

  2. habsburgicus scrive:

    sono dei milionari appartenenti a uno degli ultimi regimi comunisti/marxisti/leninisti del pianeta, la Repubblica Popolare Cinese.

    “con la nuova linea tutto potrà essere messo in discussione, tranne
    1.marxismo-leninismo
    2.Mao Zedong-pensiero
    3.ruolo dirigente del Partito
    4.dittatura del proletariato”
    (Deng Xiaoping, c.a 1979, in una seduta dell’Ufficio Politico del CC del PCC; il discorso de “non importa che il gatto sia bianco o nero, purché prenda topi” venne fatto un po’ prima, nel dicembre 1978 al plenum del CC del PCC)
    😀

    • habsburgicus scrive:

      ringraziandoti per l’invito rivolto a tutti noi,
      ti dico coram populo che se Peucezio verrà (tornerà, nel caso suo) in qualunque data posteriore al 20 luglio, sarà un piacere per me aggregarmi a lui 😀 per date precedenti, c’è qualche problema in più ma non è da escludere, anzi….

  3. PinoMamet scrive:

    Ci sto pensando assai seriamente…

  4. roberto scrive:

    Io forse a fine agosto un giro me lo faccio 😊

  5. Alessandro scrive:

    Oh, sono tentato. E’ da tanto che non vengo a Firenze e, a parte i luoghi poco conosciuti dove mi porteresti, ne approfitterei per visitare gli Uffizi (che, vergogna vergogna! non ho mai visitato).
    Se potessi venire anche con figlia qundicenne a seguito ancora meglio 🙂

  6. Francesco scrive:

    Sono molto tentato anche io, soprattutto perchè l’idea dei giri nei posti poco noti mi piace moltissimo.

    Mentre l’idea di conoscervi dal vero mi intimidisce peggio che avessi 12 anni … tranne il caso di Roberto: lì sono proprio terrorizzato!

    😀

    • roberto scrive:

      Io sono buonissimo finché non entri palla in mano nel mio pitturato
      🙂

    • Peucezio scrive:

      Francesco,
      “Mentre l’idea di conoscervi dal vero mi intimidisce peggio che avessi 12 anni … tranne il caso di Roberto: lì sono proprio terrorizzato!”

      Per quanto riguarda me fai bene: sono terribile, incuto una paura tremenda!
      Brutto misantropo milanese, è possibile che stiamo nella stessa città (o immediati dintorni) e non ci siamo mai visti??

      • Francesco scrive:

        Tu non hai idea di come renda timidi essere un bambino milanese alto e grosso (con un terribile senso di colpa all’idea di fare male a qualcuno) in una serie di paesini orobici.

        Ci ho messo ANNI per menare qualcuno sotto canestro … ed è l’essenza di quello sport.

        🙂

  7. Andrea Di Vita scrive:

    @ Martinez

    Sono tentato. Se riesco, ti faccio sapere.

    Ciao!

    Andrea Di Vita

  8. Miguel Martinez scrive:

    L’invito è ovviamente esteso anche ai lettori non abituati a commentare.

    Che può essere per molti motivi: personalmente non commento sul blog dell’amico Ugo Bardi, che leggo regolarmente, perché ho problemi proprio ad accedere, e immagino che anche qui non manchino.

  9. Miguel Martinez scrive:

    Per Peucezio

    “Secondo me noi commentatori siamo al punta dell’iceberg.
    Migliaia di occhi invisibili ci leggono e ci scrutano a nostra insaputa! ”

    Sieeeh, come dicono qui…

    Finché nessuno di noi si candida nemmeno al Consiglio di Quartiere, saranno in pochi a filarci; e anche in quel caso sarà solo per spalar m..!

    • Peucezio scrive:

      Miguel,
      sei più famoso di quanto non pensi.

      D’altronde se conosco già due persone che ti leggevano l’una indipendentemente dall’altra e da me (e che presto conoscerai)…

      • daouda scrive:

        credo che sfortunatamente il blog sia molto seguito e credo anche che proprio questo sia il motivo per cui MM è diventato un cretino ambientalista per poter fare l’imparziale fra questo aggiungendovi l’antimodernismo.

        Se fosse seguito da gente seria, capirebbe subito che Roma antica era della stirpe di Giuda detenendone lo scettro potendo condannare regolarmente il Verbo incarnato assieme ai sacerdoti àbbrei, e capirebbe che il comunismo non è morto, e capirebbe che troppo si ciancia di dietrologie e non si cita mai Edom.
        Ovviamente lo avrebbe capito grazie a me e calcolando che non mji ringrazzieno , o sono scemi o sono ingrati.

  10. Miguel Martinez scrive:

    Per chi avesse dimenticato che il Sole Rosso Sorge a Oriente (anche se piglia l’aereo per venire in Occidente e comprare da Prada)…

    Mi arriva questa mail (sì, è un evento Fessbuc):

    100 Anni. I comunisti italiani, la fondazione del PCC e la Nuova Era

    Forum online | Evento Facebook
    Sabato 19 giugno 2021 | Ore 10:00

    intervengono

    GONG YUN, Vice Direttore dell’Accademia cinese del Marxismo della CASS (da Pechino)

    I segretari nazionali dei partiti comunisti in Italia aderenti alla rete internazionalista Solidnet

    MAURIZIO ACERBO, Partito della Rifondazione Comunista

    MAURO ALBORESI, Partito Comunista Italiano

    MARCO RIZZO, Partito Comunista

    LI JUNHUA, Ambasciatore della RPC in Italia

    Coordina

    FRANCESCO MARINGIÒ, Associazione Marx21

    Dettagli su marx21books.com

    Evento Facebook https://www.facebook.com/events/224766229178390

    Diretta Youtube MarxVentuno Edizioni: https://www.youtube.com/c/marxventunoedizioni

    Diretta Facebook Marx21.it

    Il PCC celebra quest’anno il centenario della sua fondazione a Shanghai nel luglio 1921. Il PCC ha guidato il popolo cinese in uno straordinario percorso di liberazione nazionale dalle catene dell’oppressione imperialista e feudale, e di modernizzazione socialista, liberando il Paese più popoloso del mondo dalla miseria e dalla povertà e trasformandolo nella seconda economia mondiale.

    Orientandosi con la bussola del marxismo, innestato nella storia e cultura tradizionale e calato nelle condizioni concrete della società cinese, il PCC è oggi il principale promotore e animatore di un grande lavoro di studio e ricerca marxista per la Cina e il mondo intero.

    Nato – come gli altri partiti comunisti – dalla spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre e del Comintern, il PCC oggi conferma e rafforza il suo spirito internazionalista, impegnandosi a costruire una comunità di destino condiviso per tutta l’umanità, di cui la Belt and Road Initiative è un primo importante passaggio. La Cina della “Nuova era” sotto la guida del PCC contribuisce significativamente al progresso e all’emancipazione di tutti i popoli della Terra.

    Contro questa politica di pace, sviluppo e relazioni internazionali reciprocamente vantaggiose, i fautori del vecchio ordine imperialista e neocolonialista stanno promuovendo una feroce guerra mediatica volta a denigrare e infangare con ogni mezzo (è di questi giorni la nuova campagna mediatica sul “virus cinese del laboratorio di Wuhan”) la RPC e il PCC, cercando di precipitare il mondo in una “nuova guerra fredda”.

    I comunisti italiani – che dopo lo scioglimento del PCI nel 1991 attraversano una fase di notevole difficoltà – hanno celebrato il centenario della fondazione a Livorno del Partito comunista. Esso, grazie alla corretta azione dei suoi dirigenti e all’eroico sacrificio dei suoi militanti, non si fece spazzare via dalla feroce repressione fascista e seppe organizzare e guidare la Resistenza e la Lotta partigiana. Dopo la guerra, il PCI dette un contributo determinante alla stesura della Costituzione e fu il protagonista di grandi lotte operaie e popolari, mantenendo una notevole forza organizzata e lasciando un segno profondo nella società, nella storia e nella cultura italiane fino agli anni 80.

    L’Associazione politico-culturale Marx21 e le Edizioni MarxVentuno – nate per rilanciare e sviluppare la cultura marxista e comunista e recuperare, nelle nuove condizioni, il ruolo importante che ebbe il PCI nella storia e cultura del nostro Paese – consapevoli del ruolo fondamentale e imprescindibile che la RPC svolge nel mondo e nel movimento comunista e operaio mondiale, hanno dedicato e dedicano grande attenzione e studio alla RPC e al PCC, instaurando una proficua collaborazione culturale ed editoriale (con la pubblicazione di diversi libri) con la CASS (Accademia e Istituto di marxismo, World Socialism Center) e con diverse altre riviste (Marxism and Reality), centri studi e scuole di marxismo (delle Università di Pechino e di Tianjin).

    L’Associazione politico-culturale Marx21 e le edizioni MarxVentuno intendono fare di questo duplice centenario – fondazione del PCI e del PCC – l’occasione per promuovere un dialogo tra i comunisti italiani insieme con i comunisti cinesi. A tale scopo abbiamo invitato al forum i segretari dei Partiti Comunisti italiani afferenti alla rete internazionale Solidnet, che hanno volentieri accettato, insieme a Gong Yun, Vice Direttore dell’Accademia cinese del Marxismo della CASS e all’Ambasciatore della RPC in Italia, S.E. Li Junhua.

    Invitiamo tutti coloro che sono interessati ad inviare note, osservazioni, domande, proposte, suggerimenti a info@marx21books.com o a intervenire sulle pagine FB di marx21.it e di MarxVentuno Edizioni
    ***

    Monografie sulla Cina d’oggi

    AA.VV., Marx in Cina. Appunti sulla Repubblica Popolare Cinese oggi

    (2015, ISBN: 978-88-909-183-0-8, pp. 208, € 12,00) con testi di
    Andrea Catone: Marx nella Cina d’oggi

    Cheng Enfu, Li Wei: Il marxismo-leninismo è il metodo scientifico e la guida per conoscere e trasformare il mondo

    Diego Angelo Bertozzi: La Cina della riforma

    Ma Xueke: Dieci questioni ideologiche spinose del 2014

    Francesco Maringiò: Cinque punti sul dibattito politico cinese

    Fausto Sorini: Note sulla politica internazionale della Cina

    Domenico Losurdo: Controrivoluzione neocoloniale e «pivot» anticinese

    Pasquale Cicalese: 7 anni di politica economica cinese

    Marco Pondrelli: Conoscere la Cina. Percorsi di lettura

    AA.VV., La “Via cinese”. Realizzazioni, cause, problemi, soluzioni. Atti del “II Forum europeo” promosso dall’Accademia marxista della Chinese Academy of Social Sciences

    (2016, ISBN: 978-88-909-183-1-5, pp. 255, € 18,00)

    Francesco Maringiò (a cura di)
    Interviste ai marxisti cinesi – Interviews with Chinese Marxists Cheng Enfu, Deng Chundong, Lv Weizhou

    (2017, ISBN: 978-88-909-183-3-9, pp. 96, € 8,00)

    Zhang Boying
    Il socialismo con caratteristiche cinesi. Perché funziona?

    (2019, ISBN: 978-88-944721-0-3, pp. 500, € 20,00)

    Rémy Herrera, Zhiming Long,
    La Cina è capitalista?

    (2020, ISBN 978-88-944721-2-7, pp. 156, € 16,00)

    Articoli pubblicati nella rivista MarxVentuno

    MarxVentuno, n. 3-4/2014

    Liu Changchun: Il corso del socialismo mondiale nel XXI secolo

    Diego Angelo Bertozzi: Né partito padre né egemonia: la Cina socialista e la lunga marcia verso un mondo multipolare

    Domenico Losurdo: Imperialismo e controllo della memoria storica

    MarxVentuno, n. 1/2015

    Li Shenming: Valutare correttamente i due periodi storici prima e dopo la “riforma e apertura

    Francesco Maringiò: La via cinese e la lotta per il socialismo

    MarxVentuno n. 1/2016

    (numero monografico su Imperialismo e guerre nel XXI secolo)

    Diego Angelo Bertozzi: Il pivot to China

    Francesco Maringiò: La politica estera cinese dopo il 18° Congresso

    F. William Engdahl e Wang Zhen: L’ascesa della Cina e l’ordine mondiale

    Li Shenming: Rivoluzioni colorate ed egemonia culturale

    Primo Forum Culturale Mondiale di Pechino

    MarxVentuno, n. 1-2/2018

    Samir Amin: Riflessioni sulla Cina dopo il 19° Congresso del Pcc

    Francesco Maringiò: Il socialismo cinese entra in una nuova era. Appunti sugli insegnamenti marxisti nel rapporto politico di Xi Jinping al 19° Congresso del Pcc

    Gaio Doria: Il socialismo cinese nella Nuova Era e la sua contraddizione principale

    Zhang Boying: Centralità della popolarizzazione nel marxismo con caratteristiche cinesi

    MarxVentuno, n. 1-2/2019

    Xi Jinping: Lavorare insieme per costruire una comunità umana con un futuro condiviso

    Andrea Catone: La comunità di destino condiviso per l’umanità e l’internazionalismo marxista

    MarxVentuno, n. 1/2021

    Gruppo di ricerca dell’Accademia cinese del Marxismo, Rapporto sullo sviluppo del Movimento Comunista Internazionale dal 2019 al 2020

    Lei Ming, Zou Pei, La strategia di riduzione della povertà in Cina

    Ai Silin, Qu Weijie, La dottrina occidentale della superiorità dei diritti umani sulla sovranità nazionale: limiti e problemi

    Wu Xiaoming, Il materialismo storico come fondamento della filosofia politica di Marx

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  11. Miguel Martinez scrive:

    Per i linguisti (traduzione DeepL):

    Fonte: https://www.theguardian.com/world/2021/jun/09/healing-words-taiwans-tribes-fight-to-save-their-disappearing-languages

    Parole che guariscono: Le tribù di Taiwan lottano per salvare le loro lingue che stanno scomparendo

    Gli indigeni dell’isola sono in una corsa contro il tempo per salvare le loro lingue native prima che vadano perse per sempre
    Helen Davidson
    mer 9 giu 2021 00.54 BST

    Ultima modifica il mer 9 giu 2021 02.21 BST

    In una modesta sala conferenze vicino al bordo del lago Sun Moon di Taiwan, Panu Kapamumu tiene in mano un ingombrante libretto A3. Il documento stampato a mano contiene ogni parola conosciuta di Thao, la lingua della sua tribù indigena. Kapamumu scorre il dito lungo la lista, leggendo una selezione di parole Thao, significati e traduzioni. Legge lentamente e con determinazione, un uomo sulla sessantina ma ancora solo uno studente della sua lingua madre.

    “Pastay piakolingkin piakaimahan. Ito Thao Panu Kapamumu”, dice. In inglese si traduce in: “Tutti sono al sicuro e stanno bene. Io sono del popolo Thao, Panu Kapamumu”.

    Normalmente, Kapamumu parla in un mix delle due lingue che conosce meglio della sua, il cinese e l’inglese.

    “Noi crediamo negli spiriti dei nostri antenati, quindi facciamo tesoro della nostra lingua e la consideriamo più importante della nostra vita … Abbiamo il diritto di sopravvivere”, dice.

    Le tribù indigene di Taiwan sono in una corsa contro il tempo per salvare le loro lingue prima che siano perse per sempre. Si stima che il 35% dei 400.000 indigeni di Taiwan parli correntemente la propria lingua madre, ma in alcune comunità è molto meno.

    Il governo di Taiwan riconosce formalmente 16 tribù che hanno abitato l’isola per millenni prima dell’arrivo degli Han. I Thao, le cui terre tradizionali circondano il lago Sun Moon, sono i più piccoli, con meno di 800 membri. Il thao fa parte della famiglia delle lingue austronesiane, che sono parlate in tutta l’Indonesia, la Malesia, le Filippine e gran parte del Pacifico. È tra quattro delle 16 lingue di Taiwan considerate dall’Unesco come criticamente in pericolo.

    Sotto il dominio autoritario e assimilazionista del Giappone e poi del regime nazionalista del Kuomintang (KMT), le lingue native furono criminalizzate. Le perdite dei Thao si sono estese alla terra, alle vite e alla cultura.

    “Con i giapponesi, non puoi parlare la tua lingua. Con il KMT, non puoi parlare la tua lingua, c’erano punizioni nelle scuole. Così la nostra lingua si è fermata 75 anni fa”, dice.

    Una perdita di lingua è una perdita di pratiche tradizionali e culturali, dice Dremedreman a lja Tjuveleljem, consulente e insegnante professionista della sua lingua, il Paiwan.

    “La conoscenza tradizionale è sempre stata trasmessa dalla lingua madre”, dice Tjuveleljem. La perdita è più pronunciata tra le comunità urbane, dove le persone sono state spostate con la forza, per disastri naturali o per motivi economici, dice.

    Kapamumu, presidente dell’associazione di sviluppo culturale Thao, stima che i loro sforzi hanno registrato circa il 90% della lingua Thao. Ci sono ora cinque insegnanti dedicati alla lingua a Taiwan, ma è uno sforzo informale della comunità, con risorse minime – uno scenario che si ripete in tutta l’isola.
    Orgoglio e scopo

    Il governo di Taiwan sta cercando di affrontare l’oppressione inflitta agli indigeni dell’isola, in particolare la perdita della lingua, e nel 2016 il presidente Tsai Ing-wen ha chiesto scusa per i “secoli di dolore e maltrattamento”.

    Nel 2017 il parlamento ha approvato una legge per promuovere e preservare le lingue indigene. Ha designato le 16 come lingue nazionali di Taiwan, quintuplicando il budget per le lingue del Consiglio dei Popoli Indigeni (CIP), e ha previsto una maggiore consultazione degli indigeni nello sviluppo delle politiche, la creazione di una fondazione per la ricerca e lo sviluppo delle lingue e l’offerta di corsi di lingua nelle scuole e nei college (che gli attivisti hanno chiesto di rendere obbligatori per gli studenti indigeni delle scuole superiori). A partire dalla scorsa settimana ci sono ora tre lingue incluse come opzioni su Wikipedia.

    Ting-chung Chen, assistente professore di linguistica alla National Tsing Hua University, dice che il governo ha buone intenzioni ma la fondazione, che è responsabile della conservazione della lingua e delle misure educative, era a corto di personale e incapace di soddisfare le esigenze dei 42 dialetti all’interno delle 16 lingue.

    “Molte comunità stanno cercando di creare i propri libri di testo … ma non sanno davvero come farlo. Gli insegnanti non sono formati come insegnanti”, ha detto, aggiungendo che sono necessarie maggiori competenze linguistiche per garantire la qualità e la consultazione con le comunità.

    In risposta alle preoccupazioni, Sayun Tosu, responsabile esecutivo degli affari internazionali al CIP, dice che il consiglio ha sviluppato materiali didattici per tutti i livelli di apprendimento e l’apprendimento online per gli studenti remoti, come lei, una donna Tayal che vive in un’area urbana. Stava anche cooperando con gli anziani locali, le scuole e le organizzazioni per sviluppare dizionari e lezioni.

    “Le lingue che una volta erano considerate dialetti e bandite dall’uso nelle scuole ora hanno una base legale come lingue nazionali”, dice Tosu.

    “La conservazione della lingua ha una priorità più alta nella promozione della politica del CIP perché è il nucleo della nostra cultura”.

    Tjuveleljem dice che i progetti a livello comunitario rischiano di “sviluppare un sistema di romanizzazione che non può essere compreso al di fuori della loro cerchia immediata”, e hanno bisogno di competenze esterne.

    Un maggior numero di madrelingua sono in fase di accelerazione come insegnanti, in un contesto di crescente accettazione dell’insegnamento delle lingue indigene come professione.

    “C’è stato un tempo abbastanza recente in cui sarebbe stato considerato fantasioso guadagnarsi da vivere insegnando la lingua madre, ma ora c’è un numero significativo che lo fa”, ha detto.

    Le comunità dovrebbero concentrarsi sul parlare regolarmente le loro lingue, specialmente con i bambini, dice.

    “Ci sono tutte le sfide del finanziamento governativo e del tempo a scuola ecc, ma se gli indigeni stessi non possono portare quella bandiera, allora diventa ancora più una sfida”.

    I benefici delle comunità indigene che mantengono la loro lingua sono ben documentati oltreoceano. In Australia, che condivide somiglianze storiche con gli indigeni, gli sforzi per salvare le lingue sono stati collegati al miglioramento della salute mentale, dei risultati sociali e della gestione del territorio.

    Sembra esserci meno letteratura sull’impatto a Taiwan, ma uno studio su un programma di immersione nella lingua nativa di una scuola elementare Atayal nel 2017 ha scoperto che ha “arricchito notevolmente” l’entusiasmo degli studenti e i risultati educativi. Il punteggio medio di matematica della scuola è diventato significativamente più alto della media nazionale, e anche i punteggi di cinese sono aumentati.

    Chen ha detto che la sua esperienza di lavoro con decine di consulenti linguistici è stata di vedere un crescente entusiasmo per la rivitalizzazione della lingua e l’educazione.

    “La maggior parte di loro non erano insegnanti all’inizio – erano casalinghe o contadini o camionisti, il che è tipico perché quelli che hanno ricevuto un’istruzione migliore tendono a non parlare la loro lingua tradizionale. Questi sono quelli che sono rimasti nella loro tribù e ora sono ricercati dal governo e dalle scuole. Dà loro un senso di orgoglio e uno scopo”.

    A Nantou, Kapamumu progetta un campo linguistico in estate. Autocosciente in posa per le foto, guarda attraverso il lago e indica l’orizzonte. “Sto guardando il futuro dei nostri giovani”, scherza.

    Ma è chiaro che la questione pesa molto. Hanno poco tempo.

    “Questo è il nostro diritto di imparare la nostra cultura e la nostra lingua, e nessuno ce lo può togliere, ma abbiamo bisogno di amici che ci diano una mano”, dice. “Non abbiamo terra e abbiamo una vita dura. Ma se impariamo la nostra lingua saremo la tribù più felice”.

    Questa storia è stata riportata prima dell’implementazione delle restrizioni pandemiche di livello 3 a Taiwan.

    • PinoMamet scrive:

      Mi chiedo se dietro questa meritoria riscoperta dell’importanza delle lingue locali non ci sia in parte anche la volontà di Taiwan di differenziarsi dalla Repubblica Popolare Cinese creandosi un’identità propria.

      Ho già sentito diversi casi di cinesi taiwanesi che, presentandosi ad amici e conoscenti (miei), puntualizzano di non essere semplicemente cinesi, ma appunto cinesi di Taiwan, o anche semplicemente taiwanesi.

      E avevo letto qualcosa sul tema, qualche anno fa, inserito nello scenario delle relazioni tra Cina Popolare, Taiwan, Giappone e USA.

      Del resto le lingue sono da sempre materia molto “politica”.

      • izzaldin scrive:

        d’accordo con Pino. è la versione asiatica del catalanismo, nel senso, la riscoperta di una lingua a fini identitari.
        penso che qui in molti conoscano i cosiddetti ‘3 stadi di Hroch’ (a parte Habsburgicus che come minimo è amico personale di Miroslav Hroch 🙂 )

    • PinoMamet scrive:

      Il nostro Habs postava giorni addietro, su altri lidi, un articolo sulla Francia, che dopo essere stata per decenni e decenni fieramente avversa agli idiomi locali, improvvisamente l’anno scorso (mi corregga Habs) ha deciso di ergersi a protettrice ufficiale di tutte le minoranze.

      Addirittura senza distinguere, a differenza dell’Italia, tra “lingue” e “dialetti”.
      Ora, sono d’accordo che si tratti di una differenza sfumata e discutibile, però…

      a me pare che la Francia voglia “vincere facile”.

      Prima di tutto, promette la salvaguardia dei dialetti francesi, che non sono più parlati punto e basta.
      Poi, astutamente, mette sullo stesso piano il bretone, che è una lingua del tutto a parte, e il dialetto di Orléans, il corso (anzi, diverse varietà di corso…) e il dialetto di Bordeaux…

      il che non farà certo tornare in vita questi dialetti, ma ha sicuramente l’effetto di mettere sul loro stesso piano vernacolare e privo di reale importanza le vere lingue locali.

      alla faccia dell’Italia, ovviamente, la lingua di Nizza è dichiarata “dialetto ligure”, che è tecnicamente vero, ma è anche un modo per non dire “varietà dell’italiano”…

      • Mauricius Tarvisii scrive:

        Il corso è una variante dell’italiano, il ligure (come la quasi totalità dei dialetti italiani) invece no.
        Noi chiamiamo “dialetto” l’idioma che fai la figura dello Zaia ad usare in contesti ufficiali.

        • PinoMamet scrive:

          Mmm

          io sapevo che il corso è una parlata centro-italica, mentre il ligure una parlata del gruppo gallo-italico;
          secondo una classificazione;

          ma si può anche fare gli originali (mi perdonerà Peucezio 😉 ) e forse, a stretto rigore linguistico, i più corretti, e dire che il ligure fa parte del gruppo romanzo occidentale, mentre il corso del gruppo orientale o italo-dalmatico…

          o altre classificazioni ancora

          https://en.wikipedia.org/wiki/Romance_languages#/media/File:Romance-lg-classification-en.svg

          fatto sta che, in soldoni, il ligure è sempre stato usato come un dialetto dell’italiano (non mi risulta sia mai stato utilizzato per scrivere leggi, per fare la predica nella messa, o per commerciare con qualcuno al di fuori dell’area ligure linguisticamente).

          Ma mi va benissimo anche quello che dici tu;

          resta il fatto che lo scopo della delibera francese mi sembra sempre quello di far bella figura a costo zero.

          Pochissimi-barra-nessun nizzardo si iscriverà ai corsi di “lingua ligure”, mentre certamente nessunissimo nizzardo oserà avanzare pretese di italianità: “ma come, i miei nonni parlavano la lingua ligure, mica l’italiana…”
          Obiettivo raggiunto.

          Poi magari sono cattivo io… 😉

          • Andrea Di Vita scrive:

            @ PinoMamet

            Anche perchè a rigore Nizza non è mai stata italiana, ma sabauda e ceduta dai Savoia prima dell’unità d’Italia. Sarebbe come considerare italiana Chambéry. Se uno gira il centro storico sembra di stare a Cuneo o ad Asti. A Nizza combatterono ferocemente contro gli assedianti turchi nel cinquecento che erano de facto alleati dei francesi contro i Savoia, con tanto di scorticatura dei prigionieri che si scopriva essere nati in città e poi finiti ‘rinnegati’ a militare per il Sultano. Le tombe dei nizzardi caduti per i Savoia sono state correttamente ribattezzati ‘morts pour la Patrie’, senza bisogno di specificare quale.

            Ciao!

            Andrea Di Vita

            • Moi scrive:

              Sarebbe interessante se rivalutassero anche la “Scrittura Femminile” :

              L’antica scrittura segreta delle donne cinesi

              Si chiama Nüshu, era stata creata per non farsi capire dagli uomini e ora si torna a parlarne

              https://www.ilpost.it/2020/10/11/nushu-antica-lingua-segreta-donne-cinesi/

              ——————————-

              https://en.wikipedia.org/wiki/N%C3%BCshu

              Nüshu (simplified Chinese: 女书; traditional Chinese: 女書; pinyin: Nǚshū [nỳʂú]; lit. ‘women’s script’) is a syllabic script derived from Chinese characters that was used exclusively among women in Jiangyong County in Hunan province of southern China.

            • habsburgicus scrive:

              Nizza era peraltro di certo non francese…vi era un R. Senato di Nizza, che si aggiungeva ai RR. Senati di Savoia, Piemonte, Genova (e da Carlo Alberto financo Casale)
              l’infausto trattato del 24/3/1860, con relativo plebiscito farlocco (non più dei nostri coevi, siamo onesti !), venne “interpretato” grazie all’astuzia di Cavour [o a una performance straordinaria della contessa di Castiglione rimasta ignota alla cronache ? 😀 :D], come escludente Briga, Tenda e le “Terres de chasse”, in cambio del saliente di Saorgio; ciò fu ratificato con la convenzione di frontiera del 16/3/1861 che fu buona per noi perché ci lasciò tutto il Piccolo San Bernardo (dal lato della Savoia) e il Moncenisio (idem)
              manco da dire, TUTTO andrà perso nel 1947 ! allora la Francia completò il furto di terre piemontesi iniziato nel 1860…
              vi sono indizi (ma un giorno forse scriverò più a lungo) che la caduta della Monarchia nel giugno 1946, indebolendo provvisoriamente il prestigio d’Italia (pochi credevano ai Savoia e avevano fiducia in loro ma -vi parrà strano però è così- ancora meno credevano ad una Repubblica italiana !) abbia reso più facile il compito ai transalpini..quel che è certo è che la decisione di mutilarci ANCHE A OVEST fu presa, sembra, il 13 o 14 giugno e confermata il 27 giugno 1946 (vedi DDI, Serie X, vol. III)…probabilmente fu un errore non sfruttare Molotov (unico che mostrò SINO AD ALLORA OVVERO SINO A QUALCHE ACCORDO DI MOSCA CON I GALLI, un appoggio alla nostra integrità territoriale a ovest); e perdemmo quindi Briga, Tenda, il Moncenisio e pezzi di Piccolo San Bernardo e Rocciamelone, oltre alle “Terres de chasse” e alla “valle stretta” presso Bardonecchia (infrangendo quindi i sacrosanti confini del 1713, quelli di Utrecht, che mai nessuno avrebbe potuto sognare di veder violati neppure in un incubo !) derrota total, scrisse, parlando d’altro un “destro” compatriota di Miguel 😀
              ciò porta, en passant, alla questione degli errori diplomatici dell’Italia nel 1946;
              noi sbagliammo perché attaccammo su tutto e perdemmo su tutto (tranne sull’Alto Adige)
              invece avremmo dovuto attaccare per fronti usando “campioni diversi”
              i.per salvare la frontiera occidentale, puntare su Molotov, ignorando l’ostilità naturale di Molotov per la nostra frontiera orientale (e invece Quaroni, nostro Amb a Mosca, lamenta spesso, inascoltato, che la nostra stampa non ringraziava i sovietici quando l’URSS ci aiutava e invece li criticava spesso e volentieri quando appoggiava Tito, notando che era pericoloso perché i sovietici erano suscettibili e ci tenevano moltissimo alla stampa !)
              ii.per la frontiera orientale, usare il sudafricano Smuts (e i suoi canali massonici) affinché intervenisse su chi contava a Londra, spiegando ai britannici -sempre tardi di comprendonio 😀 – che più lontano era Tito ad est, più lontano sarebbe stato il Cremlino (il 1948 allora non era ipotizzabile o, comunque, non pubblicizzabile :D).. e invece noi irritammo Smuts chiedendogli le colonie, che ci fece capire non avremmo mai più avuto !
              iii.per la frontiera settentrionale, usare URSS e USA e giocare sul filo-nazismo di molti altoatesini
              iv.sulle colonie, usare l’URSS
              unica cosa certa: unici nemici sicuri, perché invidiosi, erano i francesi, dunque non regalare loro in anticipo i nostri diritti sulla Tunisia (facemmo pure questo !), sperando gratitudini ! ma fare il contrario…far capire loro che se insistevano per Briga magari ce la paapavano pure (in quanto eravamo a terra), però noi ci saremmo ricordati di algerini e tunisini e avremmo finanziato chi di dovere, decidessero loro se conveniva alla République perdere la nostra amicizia per Briga, Tenda e pezzi di montagne..la Francia avrebbe riso..e sia..noi avremmo potuto fare notare che presto non avrebbe riso più e il giorno in cui avesse perso Algeria e Tunisia avremmo riso noi 😀
              non ne azzeccammo una !
              e l’Italia fu mutilata….per sempre

              • Andrea Di Vita scrive:

                @ habsburgicus

                Tutto certamente vero. Del resto, nell’incasinatissima Italia d’allora difficile aspettarsi di meglio. Ma tenuto conto dei decenni di crimini e di come sono finite le altre potenze dell’Asse, direi che abbiamo da baciarci i gomiti.

                Ciao!

                Andrea Di Vita

      • Moi scrive:

        C’è anche una sparuta minoranza Basca, in Francia … da schiaffar nel calderone ! 😉

      • Peucezio scrive:

        Pino,
        “alla faccia dell’Italia, ovviamente, la lingua di Nizza è dichiarata “dialetto ligure”, che è tecnicamente vero, ma è anche un modo per non dire “varietà dell’italiano”…”

        Non è tecnicamente vero, è falso.
        Il nizzardo è un dialetto occitanico, di tipo provenzale, in qualche misura influenzato dal ligure o con caratteristiche un po’ di passaggio, ma non tali da ascriverlo al ligure.

        • Moi scrive:

          … e il “Monegasco” ?

        • PinoMamet scrive:

          Mah, il link che ho visto parlava di ligure.

          Leggo che lo status del nizzardo è conteso tra chi lo descrive come occitano con influenze liguri, e chi il contrario…
          immagino che da qualche parte si debba sempre tirare una riga, e Nizza doveva essere in mezzo 😉

          ovviamente, come succede in questi casi, scegliere una variante più italiana o più francese doveva probabilmente essere identificativo della relativa simpatia nazionale, forse più che della storia famigliare o linguistica
          (hai presente i tanti italianissimi di Trieste, con cognome slavo o tedesco?)

          comunque dialetti liguri veri e propri dovevano essere parlati nelle vicinanze.

          non che la cosa abbia importanza: tolta la Corsica, mezza Bretagna e poco altro, la Francia attuale mi sembra un deserto linguistico…

          • PinoMamet scrive:

            …e i baschi!

          • roberto scrive:

            Aggiungerei il catalano, bello vivo, l’Alsaziano (che però mi sembra piuttosto limitato ai vecchietti) ed il Picard nel nord est

            • Peucezio scrive:

              Ma il piccardo è un dialetto d’oïl, non è una lingua.

              Circa la querelle sui dialetti italiani:

              Mauricius in teoria ha ragione.
              Sì e no.
              Cioè è vero che il corso è legato al toscano, mentre il ligure non c’entra nulla se non per il fatto di essere romanzo.

              Il fatto è che quando si parla di “dialetti italiani” non si intende “dialetti affini strutturalmente”, ma dialetti che hanno l’italiano come lingua tetto.
              Dice: ma allora il sardo e il friulano sono dialetti italiani?
              No, perché questa classificazione non ha base scientifica, pur essendo adottata convenzionalmente dai linguisti come classificazione di comodo, tanto per dare delle etichette.
              Cioè è puramente appunto convenzionale.
              Sul piano intrinseco Mauricius ha ragione.

              Però fino a un certo punto, perché qual è la distanza in base alla quale un idioma è una varietà, dopo la quale diventa una lingua diversa? e chi stabilisce tale distanza?

              Il problema è che anche il concetto di “varietà” è molto debole e dai fondamenti scientifici traballanti e ambigui.
              I linguisti e molti cultori lo usano informalmente e comunemente per indicare dialetti dello stesso gruppo o sottogruppo.
              Il bitontino diverrrebbe una varietà del barese, cosa che è una mostruosità: sono sistemi strutturalmente diversi, almeno sul piano fonologico (ma non solo).

              Un modo per definire una varietà in modo un po’ meno labile (ma comunque non c’è mai un discrimine nettissimo) potrebbe essere questo:
              – si parla di varietà quando si tratta della stessa comunità di parlanti e si individuano varianti in base all’età, al ceto, al sesso, ecc.
              E allora nello stesso paese il dialetto ha la varietà dei signori, quella dei contadini, quella dei pescatori, se è sul mare, quella delle donne, quella giovanile, quella arcaizzante dei vecchi, ecc.
              Inoltre potrebbe valere, ma qui siamo su un terreno scivolosissimo, quando in comunità contigue le differenze sono minime. E allora si potrebbe dire che in tanti territori intorno a Roma si parla il romanesco; che nei dintorni di Firenze si parla il fiorentino, ecc.
              Ma di questa accezione si abusa fino all’inverosimile.
              Infine si possono definire varietà le differenze regionali, di ceto, età, ecc., di una lingua da tutti riconosciuta e percepita come tale.
              E quindi abbiamo l’italiano di Milano, di Roma, di Napoli, ecc., l’inglese britannico, americano, australiano, ecc., con le varianti locali di ciascuno di questi.
              In quest’ultima accezione gli stessi anglosassoni parlano però di dialetti, quindi ci stiamo riferendo a usci scientifici non condivisi internazionalmente, ma legati alla cultura scientifica italiana: avendo noi i dialetti veri, ci parrebbe folle definire l’italiano di Milano un dialetto locale.

              • daouda scrive:

                a rigore dunque l’italico è solo il toscano, il mediano ed il meridionale?
                Ci si può aggiungere il meridionale estremo?

              • Peucezio scrive:

                Che intendi con “italico”?

                Tutt’al più si possono considerare varietà di italiano i vernacoli toscani, ma io non sono d’accordo. Troppo diversi ormai dall’italiano standard.
                Semmai sono varietà di italiano quelle usate dai toscani quando non indulgono al vernacolo, ma parlano in italiano standard con inflessione e qualche elemento toscano.

                Tieni conto che l’italiano standard non è parlato nativamente in nessun luogo d’Italia (riguarda solo i doppiatori, gli attori, alcune poche persone colte, ecc.), perché è basato sul fiorentino trecentesco con alcune modifiche.

              • daouda scrive:

                quindi se io dicessi che il meridionale/napoletano/enotrio è una lingua sbaglierei comunque?

              • PinoMamet scrive:

                “Tieni conto che l’italiano standard non è parlato nativamente in nessun luogo d’Italia (riguarda solo i doppiatori, gli attori, alcune poche persone colte, ecc.), perché è basato sul fiorentino trecentesco con alcune modifiche.”

                Voialtri linguisti, come vi ponete neii confronti dell’italiano regionale (o insomma locale)?

                Ha a tutti gli effetti soppiantato i “dialetti” come lingua nativa di almeno tre quarti d’Italia, almeno sotto i 60 anni…

                e faticherei però a definirlo altro che italiano.

              • Peucezio scrive:

                Pino,
                ma non è italiano standard.
                È italiano locale.

                Dove si parla l’italiano standard?
                Dov’è che la gente “non ha accento”?

                In altre nazioni c’è il posto dove si parla senza accento, dove si parla il -ese o quello che sia “pulito”.

              • Peucezio scrive:

                Daouda,
                “quindi se io dicessi che il meridionale/napoletano/enotrio è una lingua sbaglierei comunque?2

                Il meridionale non esiste: è come dire l’europeo o, come diceva Gramsci, il negro.
                Il napoletano è una lingua o un dialetto secondo come si voglia definire l’una o l’altra cosa.
                Io direi che è un dialetto, perché non è mai stata una lingua nazionale e comunque è un idioma locale (già a Pozzuoli e alle Isole Flegree si parla diversamente).

                L’enotrio cosa sarebbe?
                Gli enotri in teoria sarebbero un popolo del primo strato italico, occidentale, quello cui appartiene anche il latino, prima dell’arrivo degli osco-umbri.
                Ma credo che sulla loro lingua non si sappia praticamente nulla.

              • PinoMamet scrive:

                “In altre nazioni c’è il posto dove si parla senza accento, dove si parla il -ese o quello che sia “pulito”.”

                Non saprei. Sulla Spagna mi rimetto a te.

                In Inghilterra, il “posto” dove si parla giusto è una classe sociale (il ceto medio-intellettuale).

                In Grecia ho notato una notevole varietà di pronuncia, considerando la piccolezza del paese. Non saprei- e non credo- se gli ateniesi parlino il greco corretto.

                L’hindi corretto… credo che sia l’urdu 😉 ma come pronuncia è probabilmente quello dei film di Bollywood. Dovrei chiedere alla mia collega indiana.

                Persino in Israele, con una lingua parlata da pochi milioni di persone in un paese molto piccolo, alla fine ognuno parla come gli pare, per svariati motivi, e faticherei a dire quale sia la pronuncia corretta dell’ebraico (ce ne sono almeno tre o quattro storiche, che è un’altra cosa, da quella ashkenazita orientale che sostuituisce le T con le S, a quella italiana che pronuncia la Ayn come -ng o -gn…)

                a parte questo, la mia domanda era:
                l’italiano locale, d’accordo, è locale, ma… di fatto è italiano.

                Forse dovremmo renderci conto che, contrariamente a quanto si continua a ripetere ormai per abitudine, la lingua madre della maggioranza degli italiani, al giorno d’oggi.. è proprio l’italiano!

          • Peucezio scrive:

            Pino,
            “immagino che da qualche parte si debba sempre tirare una riga, e Nizza doveva essere in mezzo ”

            Credo di aver capito che in passato aveva caratteristiche più liguri.
            Oggi è a ovest di quella linea, sia pure di poco.

    • Andrea Di Vita scrive:

      @ Martinez

      Mezzo secolo fa consultavo religiosamente quasi ogni giorno una splendida enciclopedia per ragazzi, “Conoscere”, della Fabbri, che conservo tuttora fra i ricordi più cari: molto più che la solita fabbrica per ricerche scolastiche. Il capitolo su Taiwan indicava il governo dell’isola come seriamente impegnato, con tanto di militari e filo spinato, ad arginare le tribù indigene che nel cuore dell’isola praticavano ancora il cannibalismo.

      Molti anni dopo lessi (mi pare in Jared Diamond) che è da Taiwan che sono partire molte delle ondate migratorie che hanno colonizzato la Polinesia, e che nel coacervo delle lingue polinesiane è comune trovare punti di contatto con le lingue degli aborigeni taiwanesi.

      Ciao!

      Andrea Di Vita

      • paniscus scrive:

        “Mezzo secolo fa consultavo religiosamente quasi ogni giorno una splendida enciclopedia per ragazzi, “Conoscere”, della Fabbri, che conservo tuttora fra i ricordi più cari: ”
        ——

        QUALE, esattamente?????

        Quella gialla, quella rossa, quella arancione? ^_^

        • Moi scrive:

          gialla, rossa, arancione … icché cambia ? 😉

        • Andrea Di Vita scrive:

          @ paniscus

          Nera con bordo rosso e copertina illustrata. Fino al liceo compreso fu la base della mia cultura. Ogni capitolo di un paio di pagine, illustratissime solo con disegni a colori stile quelli della edizioni DAMI dei classico tipo Iliade ridotti per ragazzi, e zeppe di informazioni in carattere piccolissimo. Per dire, è lì che ho imparato l”esistenza della separazione fra lingue in di europee e lingue semitiche e la differenza fra fissione e fusione nucleare. Ricordo ancora il mio primo approccio, sulle chiuse del canale di Panama: avevo nove anni non compiuti.

          Il mio scrigno del tesoro. È lì che ho capito che l’ignoranza è un male e la conoscenza un bene, senza che me li dicesse nessuno e molto prima di leggere Dante (“fatti non foste a viver come bruti…”). Mi commuovo a pensarci ancora oggi.

          Ciao!

          Andrea Di Vita

  12. Miguel Martinez scrive:

    notevole…

    Fonte: https://www.theguardian.com/us-news/2021/jun/09/retired-nun-embezzles-gambling-habit-california

    Suora in pensione ammette di aver sottratto più di 800.000 dollari per finanziare il gioco d’azzardo

    Suor Mary Margaret Kreuper ha usato le tasse scolastiche e le donazioni a una scuola cattolica della California per sovvenzionare le sue spese del casinò
    mer 9 giu 2021 18.44 BST

    Ultima modifica il mer 9 giu 2021 18.59 BST

    Una suora in pensione ha ammesso di aver sottratto 835.000 dollari in 10 anni da una scuola cattolica in California per finanziare la sua abitudine al gioco, secondo i procuratori federali.

    Suor Mary Margaret Kreuper, 79 anni, ex preside della St James Catholic School di Torrance, California, ha usato le tasse scolastiche e le donazioni per sovvenzionare le spese di gioco al casinò e i pagamenti con carta di credito, hanno detto le autorità.

    Kreuper, che ha preso i voti di povertà all’età di 18 anni e ha trascorso 59 anni nell’ordine religioso, ha detto nel suo accordo di patteggiamento che aveva iniziato a deviare il denaro dal conto delle tasse scolastiche e delle donazioni della scuola a un conto di risparmio che finanziava le spese di vita delle suore che lavoravano nella scuola – e poi usava parte del denaro lei stessa.

    Secondo l’accusa, Kreuper ha ammesso di aver falsificato i rapporti mensili e annuali all’amministrazione della scuola per coprire la sua condotta fraudolenta e “ha fatto credere alla St James School e all’amministrazione che le finanze della scuola erano state adeguatamente contabilizzate e i suoi beni finanziari adeguatamente salvaguardati, il che, a sua volta, ha permesso all’imputata Kreuper di mantenere il suo accesso e controllo delle finanze e dei conti della scuola e, quindi, di continuare a operare lo schema fraudolento”.

    In una dichiarazione al Washington Post, gli avvocati di Kreuper hanno detto che lei è “molto pentita” e “dispiaciuta per qualsiasi danno che ha causato”.

    “Non appena è stata affrontata, ha accettato la piena responsabilità per quello che aveva fatto e ha collaborato completamente con le forze dell’ordine e l’arcidiocesi”, ha detto la dichiarazione, aggiungendo che “ha sofferto di una malattia mentale che ha offuscato il suo giudizio”.

    Lo schema è stato scoperto durante un controllo dopo che Kreuper è andata in pensione nel 2018. I procuratori hanno detto che aveva anche istruito i dipendenti della scuola ad “alterare e distruggere i registri finanziari”.

    Kreuper è attesa in tribunale il 1° luglio e rischia fino a 40 anni di prigione federale.

    L’arcidiocesi di Los Angeles ha dichiarato che “la comunità di fede della St. James è rimasta scioccata e rattristata da queste azioni” e ha espresso gratitudine “alle forze dell’ordine locali e federali per il loro lavoro nelle indagini su questa vicenda”.

    • izzaldin scrive:

      lavorava per conto di Dio 🙂
      a parte gli scherzi, una cosa che mi ha sempre colpito è il fatto che il servizio civile in Italia è spesso utilizzato per far lavorare la gente nelle strutture turistiche di proprietà della Chiesa. Custodi, biglietteria, cuochi, guide, tutte a carico dello stato italiano che utilizza le risorse del servizio civile per trovare cassieri a basso costo così la Chiesa risparmia e le suore possono giocarsi tutto al casinò 🙂

      • Andrea Di Vita scrive:

        @ izzaldin

        È tristemente vero. Però è anche vero che la chiesa cattolica ha ottantamila luoghi di culto (fra chiese, oratori, monasteri) in Italia e che una buona parte hanno rilievo artistico, per cui la conservazione del patrimonio artistico senza la collaborazione del clero cattolico è impossibile. Bisogna fare buon viso a cattivo gioco.

        Ciao!

        Andrea Di Vita

        • firmato winston scrive:

          @izzaldin
          “far lavorare la gente nelle strutture turistiche di proprietà della Chiesa”
          @ADV
          ” e che una buona parte hanno rilievo artistico”

          Pero’ siamo onesti: lo stato italiano, anzi il regno d’italia, a suo tempo ha derubato con la forza, con lo scasso, lo stato pontificio (nonche’ il regno del sud) ai suoi legittimi governanti, peraltro con grande costernazione di cavour che dava per scontato il casino immane che ne sarebbe risultato (e credo pure d’azeglio).

          Per il resto, @izzaldin, a suo tempo non solo il servizio civile, ma persino il servizio di leva era a carico delle famiglie dei “prestatori d’opera”, piu’ che dello Stato. Non veniva fornito neppure cibo a sufficienza, e i soldati si rubavano le divise che poi dovevano riacquistare a spese loro e delle rispettive famiglie negli spacci esterni per lo stesso motivo, il braccino corto con cui venivano fornite. Praticamente un’educazione allo stile di vita mafioso. La diaria era simile a quella dei carcerati, l’equivalente di dieci sigarette. Se non fosse stato per i noti, giustificati e ricorrenti motivi di paura di rivolta**, ti avrebbero fatto portare da casa anche il fucile, che invece veniva tenuto ben sotto chiave in armeria e consegnato al soldato, costantemente sospettato di possibile “infedelta’” e/o “tradimento”, completo di pallottole solo nei casi di particolare necessita’. Lo smarrimento di una sola pallottola (in quanto possibile furto) comportava un processo e una severa punizione.

          Per non essere solo pessimisti, bisogna aggiungere che almeno viviamo in un posto e un’epoca dove queste cose si possono dire, che non e’ poco, ma si possono dire solo per il momento, perche’ se andiamo avanti cosi’ non saprei, la liberta’ di espressione mi pare che non sia piu’ considerata una priorita’ e un valore in se’ dalle ultime mode.

          **lo stato italiano ha sempre avuto una tale fiducia nei suoi cittadini che ha sempre preferito, e gli e’ sempre convenuto, che fossero il piu’ possibile disarmati.

      • Miguel Martinez scrive:

        Per Izzaldin

        “Custodi, biglietteria, cuochi, guide, tutte a carico dello stato italiano che utilizza le risorse del servizio civile per trovare cassieri a basso costo così la Chiesa risparmia e le suore possono giocarsi tutto al casinò ”

        La cosa curiosa è che non ci sia la corsa al posto fisso assicurato a vita, contro la prestazione di qualche ora di preghiera la settimana.

        • Andrea Di Vita scrive:

          @ Martinez

          Perché comunque pagherebbe lo Stato, ossia le tasse di chi le paga.

          Ciao!

          Andrea Di Vita

        • Mauricius Tarvisii scrive:

          “La cosa curiosa è che non ci sia la corsa al posto fisso assicurato a vita, contro la prestazione di qualche ora di preghiera la settimana.”

          1) non è che non è figo, è proprio antisociale, nel senso che diventare un religioso nell’Italia di oggi è visto molto male;
          2) hai tante limitazioni alla libertà e le trasgressioni, che per tutte le altre categorie sociali sono perdonatissime, ti fanno etichettare come un ipocrita e finire sui giornali

    • Andrea Di Vita scrive:

      @ Martinez

      Da agnostico, posso dire che quella suorina mi fa un poco pena? Specie se la confronto con capi di movimenti ecclesiali che si fanno pagare le vacanze da titolari di cliniche private convenzionate con le Regioni di cui quei capi sono governatori, coi papi che eleggono faccendieri e pedofili al rango di titolari di prelature personali, o con cardinali con ottocento metri quadri di attico vista centro di Roma e restaurato coi soldi degli orfanelli. Non so, mi sa di quel frate di “Fantasmi a Roma” interpretato da Tino Buazzelli che si mangiava di straforo le polpette del confratelli Diciamo che la vergogna per quella suorina può farle risparmiare un poco di purgatorio. Mi fa quasi tenerezza. “When the Saints go marching ‘in” ce la vedo risorgere a capo chino col manto un po’ bruciacchiato dalle fiamme e col rosario in mano, ma fra gli eletti.

      Ciao!

      Andrea Di Vita

      • daouda scrive:

        perché ti fa pena un complice?

        • Andrea Di Vita scrive:

          @ daouda

          Perché la mia stima del clero e’ così bassa che chi ruba meno in proporzione mi fa pena. Scoperta, diventerà capro espiatorio di tutto, prima di essere sepolta dall’oblio. E tutto ricomincerà.

          Ciao!

          Andrea Di Vita

          • firmato winston scrive:

            @miguel
            “traffico illecito di rifiuti tessili”
            “soggetti privi di autorizzazioni, i mezzi utilizzati per il trasporto erano spesso privi di Iscrizione all’albo Nazionale Gestori Ambientali e venivano utilizzati timbri di ditte fittizie”
            “l’evasione fiscale derivante dal metodo di pagamento previamente concordato”
            “all’autista veniva fornito sia in un DDT (genericamente utilizzato nel caso di merce) che un formulario (documento previsto per il trasporto dei rifiuti)”

            E cosa aspettiamo a dichiarare guerra alla cina, anzi al mezzo mondo che, “rovinando il pianeta” con questi comportamenti, riempie le nostre botteghe di merce da rivendere a caro prezzo, su cui campa alla grande l’invadente e ormai preponderante “terziario”, fra cui TUTTI coloro che contribuiscono a creare il clima quello si’ avvelenato che porta alla redazione e alla diffusione degli articoli scandalizzati di cui sopra? E tutto l’apparato di “normazione creativa”, sanzione, repressione?
            E questa sarebbe la delinquenza?
            C’e’ da sbellicarsi dalle risate.
            Siamo proprio alla follia collettiva.
            Come possano in questo paese esserci ancora dei coglioni, anzi dei delinquenti che si mettono a lavorare lo capisco sempre meno.
            Non si fa prima a chiudere tutto e importare dall’estero? Che problemi vuoi che ci siano? Tanto e’ solo un problema di redistribuzione, lo dicono tutti…

      • Francesco scrive:

        scusa ma l’attacco a Roberto Formigoni mi è chiaro – peccato non fosse il capo di nulla ma va bè, con voi anticlericali occorre manica molto larga – non capisco invece a quali prelature personali tu faccia allusione

        tralascio la scorrettezza statistica di giudicare un fenomeno in base a una quota irrisoria dei dati

        😉

        • Andrea Di Vita scrive:

          @ Francesco

          Maciel dei “legionari di Cristo” e Marcinkus non dicono nulla?

          Poi non conta il numero, ma la posizione e gli ossequi loro riservati per tutto il tempo.

          Diciamo che c’è un problema di selezione e dei vertici, dalle parti della Mater et Magistra… 🙂

          Ciao!

          Andrea Di Vita

          • Mauricius Tarvisii scrive:

            I vertici sono selezionati in tutte le organizzazioni (il tuo amato PD incluso) in modo molto simile.
            Il problema della Chiesa è principalmente di governance.

          • Francesco scrive:

            ah, stavi spacciando il passato come fosse un problema del presente!

            😀

            beh, il primo mi pare sia stato pubblicamente condannato dalla Chiesa ufficiale, sia pure post mortem grazie alla sua abilità a mentire

            il secondo non so se fosse un abile uomo d’affari in clergyman o un criminale in clergyman. so che è stato sostituito da perfetti imbecilli, ahimè

            di solito sono i peggiori

  13. Miguel Martinez scrive:

    Affascinante:

    https://www.theguardian.com/news/2021/jun/10/floredelis-did-brazil-evangelical-superstar-have-her-husband-killed

    Did Brazil’s evangelical superstar have her husband killed?

    Flordelis grew up in a Rio favela, but rose to fame after adopting more than 50 children, becoming a hugely successful gospel singer and winning a seat in congress. And now she is on trial for murder

  14. daouda scrive:

    A Firenze non ci sono mai stato. Serve la zaccagna in giro? Ovviamente a casa tua non verrei mai, e se venissi te lo scriverei tramite terzi, sennò m’ammazzi pé strada…

  15. Miguel Martinez scrive:

    Duro colpo all’economia toscana, al Made in Italy e all’amicizia italo-cinese:

    https://www.nove.firenze.it/operazione-tex-majhong-arresti-perquisizioni-e-sequestri.htm

  16. roberto scrive:

    Visto che è un argomento che interessa molto su questi canali, vi informo che da ieri in Belgio si è riaperta la prostituzione (professione regolamentata) che deve però essere esercitata seguendo questo agile protocollo di 12 pagine.
    Per i più curiosi, si è necessario tenere una mascherina tranne in caso di rapporti oroboccali, per i quali, chissà perché, è consigliato un preservativo
    Le cose a tre sono proibite
    I clienti devono rimanere il meno possibile

    https://d34j62pglfm3rr.cloudfront.net/downloads/Protocole+Travail+du+Sexe+2021_V3+-+FR.pdf

    È il paese del surrealismo

    • Mauricius Tarvisii scrive:

      “tranne in caso di rapporti oroboccali”
      E’ come per i ristoranti: altrimenti la prestazione è impossibile.

      “per i quali, chissà perché, è consigliato un preservativo”
      Dovrebbe essere raccomandato a prescindere dalla pandemia.

      “Le cose a tre sono proibite”
      In tre è assembramento, no? 😀

  17. roberto scrive:

    “ “per i quali, chissà perché, è consigliato un preservativo”
    Dovrebbe essere raccomandato a prescindere dalla pandemia.”

    Certo, ma è in un protocollo sulla pandemia. Tu ci vedi una logica?
    Beato te

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