Al Cimitero degli Allori

Ieri faceva un gran freddo, e a camminare, si aveva paura che la bora ti facesse cadere in testa i cipressi.

Il vento di nordest suona forte tra i rami degli alberi, ma alle Càmpora, sento improvvisamente un suono completamente diverso, come un immenso sciame di api: è il vento tra le foglie degli ulivi.

E’ la prima volta che visito il Cimitero Evangelico agli Allori, da non confondere con un altro luogo di cui vi avevo già parlato, l’Isola dei Morti all’altro capo di Firenze, a Piazzale Donatello, dove tra lapidi e bambini Rom regna sorridente la santa Julia Bolton.

L’Isola dei Morti è uno dei quadri più famosi dell’Ottocento, e fu dipinto da Arnold Böcklin ispirandosi proprio al cimitero di Piazzale Donatello (ho al momento come desktop un altro quadro di Böcklin); e Böcklin è sepolto, accanto alla moglie, proprio agli Allori:

Agli Allori, vedo nomi inglesi, russi, tedeschi e anche un gran numero di nomi italiani.

E’ un mondo lontano, di aristocratici, di gente che leggeva il latino e il greco senza difficoltà, che campava probabilmente spesso di rendita, ma che ha fatto anche cose di straordinaria bellezza.

C’è anche un’Italia scomparsa, di scarni riferimenti alla GRANDE GUERRA 15 – 18 – GUERRE COLONIALI – MEDAGLIE AL VALORE

A volte, storie molto piccole, come quella dei gatti in ceramica di Elisabeth June Adams:

Ma io sono soprattutto qui perché cerco la tomba di Vernon Lee, di cui vi ho parlato molte volte.

In un piccolo lotto, trovo sua madre, suo padre, suo fratello.

Ma non trovo lei, finché non riesco a decifrare ciò che tra il muschio ancora si intravede su una piccola pietra.

VIOLET PAGET

1865-1935

VERNON LEE

WRITER

SHE HONOURED ITALY

AND LOVED FLORENCE

Tra pochi anni, non si leggerà più nulla.

E poi mi ricordo improvvisamente che lei era morta il 13 febbraio.

E ieri era proprio il 13 febbraio.

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7 Responses to Al Cimitero degli Allori

  1. Andrea Di Vita says:

    @ Martinez

    Di Vernon Lee ho letto qui, cosa di cui sarò’ sempre grato.

    Quanto a Böcklin, nei laghi Mazuri esiste un posto molto simile all'”Isola dei morti”, Serwy.

    Ironicamente, è vicino a Gyziczko, i cui dintorni ospitano le rovine della Tana del Lupo dove sopravvisse all’attentato del 1944 quello stesso pittore fallito che considerava (come me) l'”Isola dei morti” un capolavoro immortale.

    Un po’ più distante, in mezzo a un’isola veramente “dei morti” in mezzo agli alti alberi al centro di un altro lago nella pianura, è il cimitero tedesco della battaglia dei Laghi Mazuri nella Grande Guerra. La zona è ben descritta da Hans Wiechert lo scrittore preferito da Enzo Biagi, nel suo romanzo “La signora”;

    E tornando verso la capitale si incontra quella Jedwabne dalla triplice storia di morti:

    a) i morti sul lavoro cantati in “Ziemia obiecana” =”La terra promessa” di Andzej Wajda, quelli della prima, selvaggia fase della rivoluzione industriale (“Jedwabne” vuol dire “serico”, dalla materia prima delle industrie tessili che una volta pullulavano);

    b) gli ebrei bruciati nel fienile del pogrom polacco del 1942, che stupì i nazisti. Feci in tempo a vedere lapidi ebraiche spezzate buttate fra i rovi, prima che il luogo venisse rripulito e ornato di una stele con la stella di Davide;

    c) il cimitero diviso in due, fra le tombe dei fucilati dai nazisti e quelle, vuote, dei deportati dai Sovietici e mai più tornati.

    Ciao!

    Andrea Di Vita

    • Francesco says:

      allegra, la tua Polonia!

      PS mi ero dimenticato del tuo candidato ideale a PdC italiano per tornare ottimista. Riesco a pensare solo al Dottor Stranamore, perfetta sintesi di fanatismo scientifico e amoralità politica. Mi sbaglio?

    • Per ADV

      “Di Vernon Lee ho letto qui, cosa di cui sarò’ sempre grato.

      Quanto a Böcklin, nei laghi Mazuri esiste un posto molto simile all’”Isola dei morti”, Serwy.”

      Poi l’Italia si lamenta…

  2. Ros says:

    @ Miguel Martinez: ”Agli Allori, vedo nomi inglesi, russi, tedeschi e anche un gran numero di nomi italiani.
    E’ un mondo lontano, di aristocratici, di gente che leggeva il latino e il greco senza difficoltà, che campava probabilmente spesso di rendita, ma che ha fatto anche cose di straordinaria bellezza”

    C’erano viaggi in Italia, i Grand Tour, prodromi d’un turismo culturale Radical chic; pellegrinaggi laici, tappe obbligate di un’iniziazione alla culla e fonte (per paradosso negli autoctoni esoticamente sentita) della ”mitica” Madre-civiltà umanistica.

    Molti di questi pellegrini culturali piantavano le tende nel bel paese.

    Cesare de Seta ha scritto molti libri al riguardo, uno per tutti:
    https://www.ibs.it/italia-nello-specchio-del-grand-libro-cesare-de-seta/e/9788817078184

    L’agognata classicità della Magna Grecia, idealizzata e purgata, o finanche demonizzata dall’Animus pedagogicamente luterano, calvinista, puritano.

    Classicità sovente, e come giusto che sia, equivocata, immaginata in un inconscio fenomeno di specchio e di identificazione proiettiva che poteva riflettere le fisime dell’autore ancor più del posto visitato.

    Il (Neo)classicismo algido, frigido, esclusivamente bianco e apollineo di Winckelmann (che assurgerà ad essere monumentale e privilegiata fonte d’ispirazione per l’architettura del Potere totalitario a venire, causa capacità d’annichilire l’umano e il quotidiano).

    Neoclassicismo che poco aveva da spartire con le acide, isteriche e urlanti policromie kitsch ante litteram (vedi Michel Pastoureau, o Lia Luzzatto, Renata Pompas ne ”Il significato dei colori nelle civiltà antiche”) della reale vita ed Arte Greca del tempo, vita ed Arte più vicina alla visione sanguigna, orfica e sciamanica della ”Medea” di Pasolini, a un film di Almodóvar, che a quel raziocinante obitorio sterilizzato e nitore teutonico di Winckelmann;

    Estranea e lontana da quella realtà concreta e vissuta del Mito ipotizzata da Julian Jaynes ne ”Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza”, da Eric Robertson Dodds ne ”I greci e l’irrazionale”, Dario Sabbatucci ”Il misticismo greco”, Paolo Scarpi ”Le religioni dei Misteri. Eleusi, Dionisismo, Orfismo”, Erwin Rohde, con il fondamentale ”Psiche, culto delle anime e fede nell’immortalità presso i Greci ”;

    realtà dove era piuttosto il Mythos a prevalere sul Logos che viceversa.

    Si deve, pur anche, all’ossessivo passatempo di supremi ”dilettanti” come Bernard Berenson i fondamenti dello studio della pittura rinascimentale toscana, al tempo pressoché ignorata e dimenticata in loco.

    Di Vernon Lee non ho mai letto e saputo nulla (inizierò a incuriosirmi con i tuoi articoli), vedo che era amica del Berenson, e apprezzata da Mario Praz che apprezzo (non ”La carne, la morte, e il Diavolo”, ma piuttosto ”La casa della vita” , libro che ho letto e riletto – e rileggerò – un’infinità di volte volte, inspiegabilmente, ma tant’è!

    M’intriga la curiosa figura del sensitivo-introverso, collezionista ed esteta, esiliatosi dal sociale che snobba e autorecluso in una monacale celletta-balena di Giona e Geppetto (disegnata come un Mandala teso svelare i meandri del proprio divenire inconscio, del proprio mistero).
    Patologicamente, Des Esseintesemente, decadente;
    in pratica un accumulatore compulsivo di porcate, boiate e carabattole pisciose, polverose in salsa upper class)

    Grandi personaggi, molti, che hanno amato e riscoperto – reinventato – l’idea di Italia come fosse la Madre loro ritrovata, e chissà che non siano riusciti – vedi mai – ad amare anche gli italiani, che, si sa, il posto è una cosa e la gente un’altra; la gente è qui come è a casa; tutta ‘na roba; è gente!

    Ma anche viaggi di colonizzazione culturale delle volte; o peggio, di pregiudiziali convinzioni da autenticare alla fonte; di nordiche, protestanti e paternalistiche attestazioni genetico-caratteriali, lombrosiane, per i sopravvissuti autoctoni del ”Mito” che non meritano;

    decaduti alla parte in commedia del ”buon selvaggio”, del Fauno-bifolco e Silvanus-pastorello primitiveggiante, naïf , col zufolo orfico di Pan nella bucolica cornice da ”Et in Arcadia ego” e teschio del memento mori fra l’erba annesso.

    Innocenti e modaioli tòpoi; arcaismi da ”Sud e magia” di Ernesto De Martino;
    o anche proiettive reminiscenze d’ombre represse, rimosse (di barbare, kurganiche, oscure e nebbiose torbiere d’origine?), di complessi irrisolti da tardi parvenu della civilizzazione?
    Voci di Animus sul presbiterio?

    Ma d’altronde fa tutto parte di quel vezzo provincialista e provincialotto del nemo propheta in patria l’ospitalità allogena cui demandare civettuolamente un’identità, e tocca po’ a tutti i popoli la cosa. Son sempre gli ”altri” a doverci descrivere chiarificando così anche in se stessi.

    E, a proposito della calata di Goethe uno stralcio dello spassoso ”La Sicilia spiegata agli eschimesi. E a tutti gli altri” (2019, Società Editrice Milanese) di Ottavio Cappellani, dal capitolo dedicato ai Grand Tour:
    https://www.lafeltrinelli.it/libri/ottavio-cappellani/sicilia-spiegata-agli-eschimesi-e/9788893901178

    ”…….quando qualche esaltato nordico, cultore soprattutto della lingua tedesca, decise che la cultura classica andava riscoperta.

    Wiederentdeckung!

    Così i teutonici iniziarono a planare in quest’isola, abitata dalla Storia e dagli dèi stessi, con la convinzione di spiegare loro la cultura a noi.

    Era nato il Grand Tour.

    La cultura! Questi parvenu del sapere!

    Li lasciammo dire. Cosa avremmo dovuto fare altrimenti?

    Ma sentiamolo, Johann Wolfgang von Goethe, mentre si avvicinava alla Sicilia: “Ci mostrarono una grossa tartaruga che nuotava in distanza; coi cannocchiali potevamo distinguerla, come un punto in movimento”.

    Interessante, non c’è che dire. Non si sa nemmeno esattamente se sia una tartaruga. Probabilmente i marinai lo stavano semplicemente perculando, questo tedesco che voleva vedere le cose esotiche del Sudeuropa.

    («C’è uno stronzo che galleggia. Chi ha svuotato il secchio di giorno? Che figura facciamo con i turisti?»

    «Digli che è una tartaruga.»

    «Taliàssi che bella tartaruga!»

    «Beliffima. Sempra un punto che calleggia!»

    «Esatto. Galleggia. Ma non aveva da fare lei con il coso? Col… dramma?»

    «Ah, ciusto! Il tramma. Cuasi me ne dimenticafo a causa di quella belliffima tartaruca.»)

    “Nel sonno e nel dormiveglia” racconta infatti “io portai innanzi il progetto del dramma, mentre una grande agitazione regnava sul ponte” (stavano ancora litigando per il secchio)…”

    ”…Questi tedeschi, compreso Goethe, partivano da una qualche parte della Germania.

    La formazione standard per questo genere di viaggi era: un intellettuale in voga (come si usava, l’intellettuale era scrittore e poeta e studioso e matematico e astronomo e frequentatore di salotti), un pittore (il tizio al quale spettava il compito di fare i selfie dell’epoca), e un… precettore, proprio così (di solito un prete, o un erudito di qualche specie – ma povero – che doveva, avvicinandosi al Sud Italia, insegnare allo scrittore e al pittore la bellezza delle antichità, le meraviglie del linguaggio greco e latino, nonché nozioni varie e assortite di scienze naturali).

    I tre si stipavano in una carrozza.
    Acconciati come cicisbei avventurosi, i nostri si mettevano in viaggio.

    Vi prego di immaginare le strade sterrate dell’epoca. Al contempo vi invito a considerare le ruote di legno, lo stato della tecnica delle sospensioni delle carrozze e gli standard igienici del diciottesimo secolo. Infine, immaginate un viaggio che poteva durare dai sei mesi ai quattro anni. Dormendo… be’, dormendo nelle stazioni di posta o nelle locande, se ci arrivavi. Altrimenti dovevi arrangiarti come potevi: accostavi la carrozza, accendevi un fuoco, tiravi fuori il plaid molto caldo di una qualche lana tedesca o le pelli pelose di qualche animale montano, andavi in bagno all’aria aperta, im Freien, e questo per qualche mese se non per qualche anno.

    Date queste condizioni, non è difficile intuire una serie di conseguenze per il viaggiatore da Grand Tour, dalle più semplici dermatiti ai morsi degli insetti (pidocchi, pulci, zecche comprese), e quindi irritazioni inguinali, cisti sebacee nell’interno coscia, reumatismi, piede da trincea, aerofagia, intossicazione da abuso di alcol, reflusso gastrico, funghi, emorroidi, molte emorroidi, mentre il lussuoso abitacolo della carrozza, che immaginiamo abbondante di velluto bordeaux e passamaneria, si impregnava sempre più di un agrodolce aroma, come dire, di sottopalle.

    Insomma, ora che arrivati a Napoli stavano per imbarcarsi per la Sicilia, erano oramai ridotti a purulenti esseri umani senza dignità in preda a quella che potremmo chiamare meningite da Grand Tour, ossia una violenta infiammazione delle meningi e del midollo spinale causata dai numerosi agenti patogeni, ma soprattutto dall’encefalo e dalla spina dorsale sballottati per mesi su quella carrozza.

    C’era una signora inglese talmente infatuata del Grand Tour che non solo se ne fece più d’uno, ma inventò la guida turistica per chi voleva affrontare questo viaggio “culturale”, una sorta di Lonely Planet dell’epoca (citata anche ne La Certosa di Parma di Stendhal). Supponiamo dopo numerosi anni passati in viaggio, la nobildonna era arrivata alla conclusione che per affrontare i pericoli del Grand Tour bisognava procurarsi un “ampio camicione da notte da indossare sui vestiti”.

    Da cosa dovesse proteggere l’ampio camicione non si capisce bene, ma è proprio così che troviamo vestito Goethe al suo arrivo nella Magna Grecia. Come si può notare in un famoso quadro che lo ritrae, appena sbarcato era già uno straccio d’uomo. Soffriva di una evidente lussazione all’anca (la gamba sinistra risulta molto più lunga della destra: se la portava in giro a penzoloni insomma), nonché di una qualche forma di furiosa e virulenta purulenza alla coscia sinistra (zecca, probabilmente), che risulta abnormemente ingrossata. Non si conoscono invece i motivi psichiatrici del cappellone alla messicana.

    Per cui, date le condizioni generali dell’altrimenti passabile intellettuale per signorine aspiranti acculturate, non dobbiamo sorprenderci se, arrivando in Sicilia, il poverino non abbia trovato nulla di più intelligente da dire che: “La terra dove fioriscono i limoni”.

    D’altronde lo stato confusionario e delirante del tedesco in esame può essere confermato dalla semplice osservazione del seguente dettaglio: l’“Olimpico” indossava la scarpa sinistra al piede destro…”

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