Vita, morte e comunità ai tempi del Covid

Uno splendido articolo di Armin Rosen sulla rivista ebraica online, The Tablet, che parla della comunità Satmar di New York, demonizzata nei media come novelli untori. Un articolo ricco di riflessioni che vanno molto oltre New York o il mondo degli “ultraortodossi”.

Tradotto al volo con DeepL e qualche veloce correzione a mano. Purtroppo non ho tempo per rimettere i link, che troverete nell’articolo originale.

Il modo di vivere e di morire di Satmar era anche il nostro modo di vivere e di morire
Un funerale illegale di massa per un giudice della comunità di Williamsburg è un promemoria di quanto abbiamo perso della nostra umanità a causa della pandemia
di
Armin Rosen
28 dicembre 2020

Non c’era bisogno di una dritta speciale per avere un preavviso dell’ultimo atto di presunto tradimento sociale e di messa in pericolo di massa commesso dalla comunità ebraica di Williamsburg. Alle 10:40 del 7 dicembre, il feed di Twitter per la fazione Zalman del movimento chassidico Satmar ha annunciato che a mezzogiorno di quel giorno si sarebbe tenuto un importante funerale a Williamsburg, meno di due settimane dopo che una foto di migliaia di persone accalcate a un matrimonio al coperto organizzato in segreto nel quartiere di Brooklyn era stata sparata su due pagine del New York Post. La religione e l’etnia dei malfattori era inconfondibile nella fotografia, che ritraeva un orizzonte affollato di cappelli neri e cappotti neri. Questi Hasid sembravano dimorare in un mondo diverso da tutti noi, in cui sia il coronavirus che i conseguenti obblighi verso i propri simili non avevano alcuna importanza. Chi erano queste persone per credere di essere esenti dalla crisi mortale di tutti gli altri?

L’impulso di una vita pre-pandemica urla all’interno dei Satmar, che non lasceranno la loro esistenza precedente senza combattere. In un anno in cui il tessuto sociale americano si è allungato fino a un terrificante punto di rottura, i quartieri ortodossi di New York presentano spesso un senso di stabilità disorientante (anche se, in tutta onestà, potrebbero essere altrettanto pazzi o addirittura più pazzi del resto del Paese). Lee Avenue è ora un museo della New York pre-pandemica. Poche attività sembrano essere state chiuse definitivamente; i negozi sono spesso pieni di gente. I negozi Sefer fanno un business vivace.

Più di 300.000 persone sembrano aver lasciato New York City da marzo, ma non molte persone hanno lasciato i quartieri di Satmar di Williamsburg-anziil calo degli affitti e degli altri costi della vita dell’era COVID ha rallentato il deflusso pre-pandemica verso città chasidiche più economiche e spaziose in posti come Orange County. il Williamsburg chassidico pre-covid era un luogo in cui le persone vivevano effettivamente, spesso a pochi isolati dalle loro istituzioni religiose e da tutte le loro famiglie allargate, in costante prossimità delle cose che contano davvero. Queste certezze non sono a buon mercato: La maggior parte di noi non è tagliata per essere Hasid, e una vita religiosa di rigore quasi autoritario aggiungerebbe significativamente a qualsiasi angoscia esistenziale già esistente. Eppure, non c’è alcun mistero su come sarà Williamsburg quando tutto questo sarà “finito”. Avrà l’aspetto e la sensazione che ha in questo preciso istante.

Paradossalmente, la forte fiducia sociale nelle comunità religiose potrebbe spiegare perché il Satmar, e le enclavi Hasidiche di Brooklyn in generale, sono tornate alla quasi normalità di loro iniziativa. Hanno deciso che prendersi cura delle altre persone non è sinonimo di isolamento, anche con un virus altamente contagioso e a volte mortale a piede libero. Per alcuni, la solidarietà sociale ha significato vivere come se il virus fosse una minaccia di fondo, piuttosto che vivere come se la priorità più alta nella vita dovesse essere quella di evitare il virus. Questa conclusione trova anche un rafforzamento teologico. In esilio, la cattiva stampa o la peste assassina è forse il minimo che ci si possa aspettare.

Tuttavia, il fatalismo ispirato dal galus (esilio) non spiegava gli eventi della giornata del 7 dicembre. Non si poteva eliminare la possibilità che per i suoi partecipanti il funerale fosse una protesta contro il fatalismo. Il morto, come mi spiegò un membro della comunità qualche giorno dopo, era una delle persone che avevano contribuito a ricostituire la vita di Satmar in America dopo la seconda guerra mondiale – secondo due fonti aveva un tatuaggio sul braccio di Auschwitz. L’ungherese HaGaon HaRav Yisroel Chaim Menashe Friedman, morto a 94 anni, era stato il leader della yeshiva di un precedente rabbino di Satmar nel Borough Park. Negli anni ’70 Friedman è diventato il capo dayan della comunità: una risposta alle domande halachiche, che vanno dalle questioni quotidiane del kashrut a potenziali problemi di vita e di morte che coinvolgono l’assistenza medica o la rottura dell’osservanza dello Shabbat. Le sue decisioni hanno influenzato la vita di ogni membro della comunità.

L’importanza di questo dayan andava però oltre la sua esperienza di vita o la sua padronanza della legge religiosa. Friedman aveva quello che questo membro della comunità chiamava un hadras punim, che si traduce in qualcosa come “un volto maestoso” – si poteva guardare il suo volto e vedere una bellezza spirituale interiore che si rifletteva nelle sue azioni e nel suo trattamento delle altre persone. “Quando qualcosa era complicato, non rispondeva mai sul posto”, ricordava l’uomo. Gli ci sarebbe voluto molto tempo per elaborare le informazioni e trovare le fonti”. Questo era il suo punto di forza: la sua empatia, l’ascolto di una persona, l’onore che mostrava”. Col tempo, Friedman divenne “un quasi-rebbe all’interno della comunità”. La gente andava da lui per le brachas, o per tenere i bambini in braccio. I bar mitzvah andavano da lui a mettere il tefillin per la prima volta. Gli consigliava i nomi dei bambini”.

Fino alla fine degli anni ’80, Friedman ha tenuto una lezione quotidiana di Talmud nella stessa sinagoga di Rodney Street dove si è tenuto il suo funerale. Era una figura di quartiere, qualcuno che la gente conosceva, vedeva e parlava.

Il mio interlocutore si ricordava di aver acceso il suo telefono dopo i primi due giorni di Pesach e di aver ricevuto la notifica che quasi 30 membri della comunità erano morti di COVID. Ma i casi erano ben lontani dal loro orribile picco primaverile, e partecipare al funerale di un’amata figura comunitaria non sembrava un rischio così folle. Forse il vero pericolo consisteva nel non commemorare la vita dell’uomo. “È molto difficile spiegare a un estraneo cosa significhi portare rispetto a una persona di questo calibro e il rispetto che la gente aveva per lui – il rischio che la gente correva per farne parte”, ha detto del funerale. “La gente non riesce a vedere e a capire lo stile di vita di qualcun altro prima di fare una dichiarazione”.

I piangenti erano pazzi o malvagi o nichilisti per aver visto il coronavirus come un unico elemento in una realtà più ampia? La folla riunita non si è preoccupata della peste o si è preoccupata di qualcos’altro oltre alla minaccia della malattia? La cosa di cui si preoccupavano era davvero meno importante di quella di cui avrebbero dovuto preoccuparsi? A queste domande, critiche per il tessuto morale e sociale dell’America pandemica, e forse per la vita del paese in qualsiasi cosa ci sia al di là di tutto questo, si poteva rispondere solo attraversando il divario fisico e psicologico che separa Bushwick da East Williamsburg e vedendo le cose con i miei occhi.

Sono arrivato ai margini della folla in Rodney Street, dove i bambini distribuivano maschere facciali. La presenza della polizia era particolarmente leggera. Un singolo altoparlante che suonava a volume relativamente basso è stato poi allestito in Williamsburg Street, dietro la baracca – si sentivano le lacrime delle voci degli elogiatori, che erano abbastanza dolorose da dare a un non parlante yiddish un’idea di quanto tutto ciò fosse grave.

Entrare nel santuario stesso si è rivelato impossibile, anche se le porte erano aperte a chiunque volesse rendere omaggio. Sono stato seguito nell’atrio da un uomo alto che mi ha messo in guardia contro il rischio di scattare fotografie o di usare qualsiasi tipo di cellulare. Da quel momento in poi la bara è stata una schiacciata di corpi umani; non è stato possibile vederne l’interno per più di un battito di ciglia alla volta. Le maschere erano rare, anche nelle anticamere gremite. “È tutto in yiddish”, disse il mio custode riportandomi fuori dopo un paio di minuti. La sicurezza informale ha fatto il suo lavoro: Non ci sarebbe stata alcuna immagine virale dall’interno della sinagoga nell’articolo del New York Post sul funerale più tardi nel pomeriggio.

Fuori, la gente affollava le gradinate e i tetti; in ogni strada, in un raggio di diversi isolati, erano stati sistemati dei bidoni pieni d’acqua, in modo che chi era in lutto potesse eseguire il necessario lavaggio a mano rituale dopo essere stato in presenza dei morti. Quando il servizio finì, le strade furono improvvisamente inondate da un fiume di cappelli neri a cupola liscia, i cui proprietari erano ordinati, silenziosi persino, che correvano verso Bedford Avenue, dove l’impeto umano portò a un inaspettato arresto del traffico. Un terribile coro di clacson scoppiò in un’armonia demoniaca, uno dei più infernali canti di ambizioni automobilistiche frustrate che abbia mai sentito in oltre un decennio di vita a New York.

Nel mezzo della confusione mi sono reso conto di essere su una strada secondaria che si svuotava direttamente sulla Brooklyn Queens Expressway qualche centinaio di metri più avanti. Ero anche a tre metri di distanza dall’aron, una piccola scatola, drappeggiata di nero, che avanzava sopra le spalle della folla. Conteneva una parte irrecuperabile di noi stessi, un uomo che aveva vissuto il momento più buio della storia del suo popolo e che viveva per ricostruire la vita ebraica in una nuova terra, al sicuro dai più gravi peccati della storia. La gente stava in piedi sulle punte dei piedi per intravedere di sfuggita il prisma di legno che andava alla deriva. Poi, all’improvviso, la bara fu caricata su un furgone e la folla si disperse. L’orribile trincea del corridoio della BQE di Williamsburg divenne il luogo di una potente e vibrante intensità spirituale: un corpo portato ai margini di un’autostrada tra clacson penetranti e un terrore microbico nascosto.

Il funerale non era stato del tutto sicuro, forse neanche un po’. Nella migliore delle ipotesi, non era al di sopra delle valide obiezioni di una persona ragionevole. Ma questo è il punto cruciale di tutta questa vile epoca: Il virus ha provocato una battaglia su diverse filosofie di ciò che la vita è veramente, di cosa è fatta, di quanto vale veramente. Le parti non hanno trovato una vera via di mezzo. Ognuna di esse è una minaccia per l’altra; non può facilmente coesistere una filosofia che non veda la piena sottomissione alla dottrina della peste come un pericolo per tutti e per tutto, e quella che vede un prolungato sfacelo della vita normale come il male maggiore.

Peggio ancora, forse, non c’è un mezzo democratico per affermare le differenze tra questi opposti campi ideologici perché la democrazia è stata abrogata. New York è sotto il mercuriale regime di un solo uomo, i cui editti pseudoscientifici sono presi con gravità variabile quanto più lontano si vive da Albany e Washington, D.C. Così, al funerale è toccato al Dipartimento di Polizia di New York City dividere la differenza tra l’hasidismo e il COVID-ismo, che può essere visto in questo contesto come varianti dell’ebraismo e dell’umanesimo occidentale del XX secolo. I poliziotti hanno scelto di non fermare i lavori, forse immaginando, come hanno fatto durante le proteste di massa molto più grandi dell’estate, la brutta scena che ogni azione contro una folla così numerosa potrebbe produrre.

All’interno di una società tribalizzante, dove la legge è arbitraria e il rapporto tra le azioni del governo, la volontà popolare e le nostre presunte inalienabili libertà civili diventa sempre più fittizio, ogni unità sociale atomizzata decide di farla franca con tutto ciò che può farla franca, al diavolo il blaterare dei funzionari statali e il disprezzo delle altre tribù. A New York, la tribù dei Satmar, la tribù degli hipster, la tribù liberal-tecnocratica, la tribù degli Hamptoniti, la tribù dei poliziotti, varie tribù etniche sottoclasse e innumerevoli altri raggruppamenti hanno affrontato la pandemia, per una combinazione di necessità e valori preesistenti, con un grado di fedeltà al regime della peste molto variabile. Tutti sanno che, dalla primavera, nell’area della metropolitana si sono susseguite, fin dalla primavera, manifestazioni di masse non appartenenti alla comunità ebraica, di cui hanno preso parte sia ricchi che poveri.

All’interno della città, e in tutto il Paese, il virus ha amplificato alcuni Sheva Ben Bichri interni, la cui voce è sempre presente, ma che diventa pericolosamente più forte quando la crisi colpisce: “Non abbiamo nessuna parte in tutto questo. Ogni persona alle proprie tende.”

La tentazione di condannare il bersaglio più vicino e conveniente per fenomeni così massicci da sfidare qualsiasi comprensione logica o morale è sempre stata forte. “Noi perdoniamo i crimini degli individui, ma non la loro partecipazione a un crimine collettivo”, ha giustamente notato Marcel Proust nella Ricerca del tempo perduto. Il crimine in questione era la persecuzione antisemita dell’ufficiale dell’esercito francese Alfred Dreyfus con false accuse di tradimento, cosa che sia Proust che il suo narratore giustamente disapprovavano. Ma anche una crociata giustificata può smascherare le insidie morali dell’istinto crociato, che erode il terreno comune tra le persone e indebolisce la possibilità di un’esistenza condivisa.

“Appena ha saputo che mio padre era un anti-Dreyfusard ha messo i continenti e i secoli tra lei e lui”, continua Proust, scrivendo della intransigente Mademoiselle Sazerat. “Il che spiega perché, attraverso un tale intervallo di tempo e di spazio, il suo saluto era stato impercettibile per mio padre, e perché non le era venuto in mente di stringere la mano o di dire qualche parola che non avrebbe mai portato attraverso i mondi che si trovavano tra di loro”.

Tutti ormai conoscono una Sazerat, e la causa di quella persona probabilmente non è così inequivocabilmente giusta come lo era la sua. Il mese scorso BuzzFeed ha consegnato alcuni dei più deprimenti materiali non correlati al conteggio del corpo della pandemia: centinaia di lettori avevano risposto a una richiesta di storie su come le diverse reazioni al coronavirus avessero ferito o distrutto i rapporti una volta chiusi. Il più straziante era una psichiatra il cui marito aveva tentato il suicidio nel bel mezzo dell’incubo ad occhi aperti del primo isolamento. Da quel momento in poi la coppia ha vissuto la sua vita nel modo più permissivo possibile, ponendosi “su fronti opposti rispetto alla maggior parte dei nostri amici che ci vedono come capsule di Petri che stanno uccidendo la nonna”.

Non so quale sia la risposta giusta o sbagliata a questa domanda, ma abbastanza persone pensano di saperlo. Per alcuni, il COVID è stato infatti vissuto come una sorta di crimine collettivo imperdonabile. Le analisi COVID blu contro rosso (democratici contro repubblicani), un pilastro mediatico che è stato utilizzato in modo crudo da entrambi i principali candidati presidenziali di questo ultimo anno, sono così comuni che siamo insensibili a quanto siano macabre le loro premesse. Forse COVID è una piaga che i cinesi hanno inflitto agli americani, o che i bianchi hanno inflitto ai neri, o che gli ebrei ortodossi hanno inflitto al resto dell’area metropolitana di New York. Ma soprattutto, il virus è qualcosa che l’incurante ha inflitto ai santi. C’è sempre un cattivo nella moralità COVID, e quel cattivo è sempre un altro americano. Quando Paul Krugman ha dichiarato che “il culto dell’egoismo sta uccidendo l’America” lo scorso luglio, non parlava di sé. “Nessun vaccino può porre fine all’epidemia di ignoranza e irrazionalità dell’America”, ha dichiarato Max Boot dei Washington Posts, scuotendo la testa contro l’oscurantista mainstream americano e gli idioti che lui crede la abitino.

Riesci a immaginarti quegli idioti, vero? Senza maschera all’interno di un Chili’s o di una mega-chiesa o di una sinagoga sono persone che non potrebbero mai essere animate dal benessere dei loro figli o dalla necessità di preservare i loro mezzi di sussistenza e la dignità umana, cultori della morte che si preoccupano solo di strane superstizioni o di idee solipsistiche di libertà. Queste persone non sanno che la vera libertà è la sottomissione allo Stato e alla scienza? Sicuramente, parlare di diritti e della costituzione è un blaterare quando è in gioco la vita umana. Eppure la preghiera, l’educazione, l’igiene sociale, la compassione per i malati e i moribondi sono stati considerati aspetti essenziali della “vita”, fino a quando il concetto è stato ridefinito per non significare altro che schiacciare un virus i cui effetti sulla salute e i cui vettori di diffusione non sono ancora pienamente compresi.

La convinzione che il virus si sia diffuso solo a causa dell’ignoranza e dell’avidità degli altri americani è un altro nauseante pilastro psico-retorico dell’era COVID, ovvero l’affermazione che gli americani non hanno sacrificato abbastanza per fermare l’avanzata della peste, e quindi non si preoccupano abbastanza delle loro centinaia di migliaia di connazionali morti. In realtà, intere industrie sono state chiuse per combattere la malattia; molte di esse rimangono chiuse proprio in questo momento. L’istruzione e le imprese sono andate perdute e innumerevoli vite sono state rovinate per rallentare il progresso della malattia; un intero 3,5% della ricchezza del paese, oltre 10 milioni di posti di lavoro, e circa 2,6 mila miliardi di dollari del suo tesoro federale sono scomparsi nella guerra contro il contagio.

Ma nessuna singola metrica, e nessuno studio, ad esempio, sull’effetto a lungo termine di lasciare i bambini piccoli non scolarizzati e non socializzati, cattura l’intera portata della ferita morale e psichica che abbiamo inflitto per ferire questa malattia. A New York, e in molti altri luoghi, il regime del virus ha fatto sì che i membri della famiglia non potessero visitare i loro cari morenti in ospedale o persino partecipare al loro funerale. Il costo per una persona malata di morire nel terrore della solitudine, e per i suoi amici e familiari che li hanno visti sparire in un sinistro mulino della morte, è incalcolabile – come l’impatto di una società che impone crudeltà così gratuite alle persone sofferenti. Ci si chiede anche se una società non possa mai davvero sminuire le sue priorità dopo aver permesso alle scuole di rimanere chiuse per così lunghi periodi di tempo, soprattutto quando quasi ogni altra nazione industrializzata ha deciso che la lotta contro COVID non richiedeva una misura così estrema e quasi abusante.

Da mesi ormai, il governatore di New York, Andrew Cuomo, ha governato lo Stato di New York con una sorta di autorità totale. È comico pensare che un uomo possa definire il significato di “cibo” durante una conferenza stampa televisiva, e che la sua definizione avrebbe poi forza legale tale che la vita delle persone e le imprese potrebbero essere distrutte per la mancata adesione a questa nuova definizione di cibo – o almeno sarebbe comico se vivessimo in qualche altro paese o stato. Nel frattempo, il tentativo di insabbiare il protocollo delle case di cura mortali dello stato e i frequenti e insulsi atti di autocompiacimento del governatore non sono affatto divertenti.

I divieti di visita all’ospedale, l’abbandono totale dell’istruzione, la sospensione della democrazia come la intendevamo noi: Sono queste le cose da cui una società può tornare? Vedremo. O almeno alcuni di noi lo vedranno.

Quest’anno ha visto picchi storici nell’overdose di droga e nell’ideazione suicida tra i giovani. Per fare un esempio, a San Francisco il numero di morti per overdose è passato da 440 nel 2019 a oltre 620, rispetto ai 173 decessi di COVID. Solo a New York rischiano di chiudere circa 240.000 piccole imprese, ognuna delle quali rappresenta un sogno e un’idea.

Forse tutto questo era necessario e ne valeva la pena. Ma non è questo il punto. La società non ha dovuto chiudere in risposta alla pandemia. La pausa nella vita normale è stata una scelta umana, fatta da esseri umani, che per la maggior parte hanno rispettato quello che i governi e gli esperti medici hanno chiesto loro. COVID non ha messo la vita in pausa – noi sì.

Le persone che si trovavano a New York per gli orrori ancora inimmaginabili di marzo e aprile dovrebbero essere le prime a resistere a una visione moralistica del virus, sia perché abbiamo visto quanto insensata e arbitraria potesse essere la sua distruzione, sia perché abbiamo visto quanto velocemente un luogo di queste dimensioni e complessità potesse trasformarsi attorno a un unico, ristretto, obiettivo di salute pubblica. Quando il concetto di distanziamento sociale fu inventato da un quattordicenne alla fine degli anni 2000, gli epidemiologi credevano che anche una breve quarantena nazionale fosse impossibile negli Stati Uniti. Qui e in tutto il Paese gli americani, nella loro compassione e nella loro paura, hanno dimostrato che gli esperti si sbagliavano.

Ma il virus aveva l’ultima parola. A lungo andare, i luoghi con un rigoroso “distanziamentoe sociale” imposto dallo Stato non hanno quasi mai funzionato meglio degli Stati con regimi più indulgenti. La California sta vivendo un’ondata disastrosa di casi nonostante le pesanti restrizioni. I mandati delle maschere, considerati come un proiettile magico COVID e come la soglia più bassa per il governo che si preoccupa della vita dei suoi cittadini, non hanno impedito alla California, al Texas e al Rhode Island di avere tre dei più alti tassi di infezione del Paese. Questo ha perfettamente senso, se si considera che un numero enormemente sproporzionato di infezioni sembra avvenire in spazi privati al coperto tra amici e familiari, dove tali mandati non possono arrivare.

L’idea che i peccati di salute pubblica di qualche altro gruppo di americani siano responsabili della sofferenza di tutti gli altri non è scienza, non è moralmente giusta. Semplicemente non è vero. In realtà, gli Stati Uniti hanno resistito alla peste, o meglio di gran parte del resto del mondo sviluppato – non si sente mai molto parlare dell’egoismo degli inglesi, o dell’arretratezza anti-scienza dei francesi, anche se entrambi i paesi hanno tassi di mortalità all’incirca alla pari con i nostri. La Germania, un Paese poco conosciuto per la sua cultura dell’individualismo, ha sperimentato proteste anti-scienza molto più grandi di quelle che si vedono negli Stati Uniti.

Ma le realtà europee dell’era COVID sono inutili per costruire un atto di accusa contro gli americani. Per molti, il virus è stato l’atto d’accusa definitiva contro chi siamo. Il virus è stato di grande aiuto in questa argomentazione, ed è stato il cattivo successo del virus nell’abbattere qualsiasi senso più ampio di “noi”. La disconnessione dalle altre persone, anche l’assenza di un’esperienza di livellamento così basilare come un pendolarismo quotidiano, significava che la sofferenza di uno sconosciuto era in gran parte qualcosa di teorico. Sia che fossero colpiti da COVID o dalle sfide di perdere un lavoro o un’attività commerciale o di mantenere i bambini in età scolare mentalmente ed emotivamente impegnati, gli afflitti erano di solito in qualche altro condominio, in qualche altro quartiere, in qualche altro mondo.

Con il tempo, una delle divisioni più cruente della pandemia è diventata la più invisibile: l’abisso tra coloro per i quali l’isolamento è stata una tragedia duratura, ovvero le persone non attaccate con lavori portatili di economia della conoscenza, o le persone con una strana resistenza interiore, o le persone che si sono rivelate sorprendentemente non attaccate alla vita reale una volta scomparsa, e quelle per le quali era più vicino alla fine del mondo. Anche dopo nove mesi, può essere impossibile dire chi è chi.

È passato molto tempo dall’apocalisse di primavera di New York; il crudo terrore di quelle settimane in cui la peste ha colpito e portato via decine di migliaia di persone è ormai quasi impossibile da raggiungere. I sacrifici sono stati profondi e immediati e accettati in gran parte senza dubbio. La città è stata immersa in un’oscurità da cui non c’è ancora alcuna garanzia di ritorno.

Eppure, non dovrebbe essere difficile ricordare, per esempio, che quando le cose andavano male, la stessa popolazione religiosa ebraica che oggi è spesso condannata per la presunta inosservanza delle linee guida di allontanamento sociale, manteneva anche una massiccia flotta di ambulanze gratuite, Hatzalah, che aiutava a prevenire il crollo del sistema sanitario pubblico di New York. Non dovrebbe essere difficile ricordare un periodo prima di marzo, prima che la città diventasse un cimitero di luoghi familiari.

I newyorkesi dovrebbero capire l’impulso a tornare alla vita reale che non vivremmo qui se non ci fosse qualcosa della vivacità della città pre-pandemica che valesse la pena di preservare. Se non comprendiamo l’ardente necessità di tornare a ciò che avevamo, è forse un segno che l’impulso verso la vita si è affievolito dentro di noi nei mesi di crisi che sono intercorsi. Sarebbe uno dei retaggi della pandemia se, dopo un anno di sofferenza, decidessimo che ci manca l’energia, il coraggio o l’interesse a tornare alla vita come l’abbiamo capita una volta.

Le folle di Lee Avenue e le migliaia di persone che hanno seguito l’aron del rabbino Friedman fino al bordo dell’autostrada sono espressione di nichilismo epidemiologico? O affermano il contrario, che nella vita è ancora possibile un significato più alto e mondano, anche in mezzo a orrori che difficilmente avremmo potuto immaginare non molto tempo fa, in quell’altro mondo?

Forse entrambe le cose possono essere vere, e ci si può spaventare di fronte a una scelta ancora umanamente comprensibile. E se scegliamo solo di essere inorriditi, sia che si tratti dei Satmar o di quasi chiunque altro colpevole di non giocare secondo le nuove regole, potremmo fermarci e dedicare un momento o due di riflessione alla parte di noi stessi a cui abbiamo rinunciato per fermare una tragedia la cui portata e il cui significato continuano ad espandersi.

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50 Responses to Vita, morte e comunità ai tempi del Covid

  1. Alessandro says:

    Molto bello. Piacerebbe ad Agamben – e si potrebbero dire comunque più o meno le stesse cose per l’asplosione di lutto popolare per Maradona, a Napoli e in Argentina

  2. Mauricius Tarvisii says:

    Dove è finito l’antimoralismo che un tempo si respirava a pieni polmoni da queste parti? La lente della morale non va bene quando si parla di persone (che sono quegli esseri per i quali la morale esiste), mentre se si parla di virus (ai quali della vostra morale non gloiene frega un tubo, come di tutto il resto) improvvisamente ci dobbiamo sciroppare chilometri di moralismo e nostalgismo di bassa lega?

    Tra l’altro, con me non funziona: se un ebreo spara cazzate ed è un coglione, non nasconderò che spara cazzate ed è un coglione solo perché è ebreo e qualche suo antenato forse ha subito qualcosa di brutto. Soprattutto se l’ebreo in questione spara molte cazzate ed è molto coglione.

    • Mauricius Tarvisii says:

      E prima di dire che giudico senza argomentare, facciamo una breve analisi del non breve testo.

      “I piangenti erano pazzi o malvagi o nichilisti per aver visto il coronavirus come un unico elemento in una realtà più ampia? La folla riunita non si è preoccupata della peste o si è preoccupata di qualcos’altro oltre alla minaccia della malattia? La cosa di cui si preoccupavano era davvero meno importante di quella di cui avrebbero dovuto preoccuparsi? A queste domande, critiche per il tessuto morale e sociale dell’America pandemica, e forse per la vita del paese in qualsiasi cosa ci sia al di là di tutto questo, si poteva rispondere solo attraversando il divario fisico e psicologico che separa Bushwick da East Williamsburg e vedendo le cose con i miei occhi.”

      Supercazzola.

      “Il funerale non era stato del tutto sicuro, forse neanche un po’. Nella migliore delle ipotesi, non era al di sopra delle valide obiezioni di una persona ragionevole. Ma questo è il punto cruciale di tutta questa vile epoca: Il virus ha provocato una battaglia su diverse filosofie di ciò che la vita è veramente, di cosa è fatta, di quanto vale veramente”

      Sì! La viltà di quest’epoca degenerata!
      La quarantena fu inventata nel Trecento, tipo.

      “Peggio ancora, forse, non c’è un mezzo democratico per affermare le differenze tra questi opposti campi ideologici perché la democrazia è stata abrogata. New York è sotto il mercuriale regime di un solo uomo, i cui editti pseudoscientifici sono presi con gravità variabile quanto più lontano si vive da Albany e Washington, D.C. ”

      DITTATURA SANITARIAAAH!!1!!1

      “All’interno di una società tribalizzante, dove la legge è arbitraria”

      Variazione sullo stesso tema: la legge è arbitraria, quindi faccio il cazzo che voglio e non ce n’è coviddi.

      “La tentazione di condannare il bersaglio più vicino e conveniente per fenomeni così massicci da sfidare qualsiasi comprensione logica o morale è sempre stata forte.”

      E giù di vittimismo, pane di ogni apologeta da due soldi.

      ” Il più straziante era una psichiatra il cui marito aveva tentato il suicidio nel bel mezzo dell’incubo ad occhi aperti del primo isolamento. Da quel momento in poi la coppia ha vissuto la sua vita nel modo più permissivo possibile, ponendosi “su fronti opposti rispetto alla maggior parte dei nostri amici che ci vedono come capsule di Petri che stanno uccidendo la nonna”.”

      Ah, ecco. Quindi dato che quelli con insufficienza respiratoria non possono portare la mascherina, non la metta nessuno!
      E poi dove è finito il virilismo di prima? Prima le società sane di una volta se ne fregavano se qualcuno moriva, di covid o di altro. Come mai ora dobbiamo tutti commuoverci davanti all’aspirante suicida? Pensavo che dovessimo invece sperare che la facesse ad “andarsene con dignità”, no?

      “Senza maschera all’interno di un Chili’s o di una mega-chiesa o di una sinagoga sono persone che non potrebbero mai essere animate dal benessere dei loro figli o dalla necessità di preservare i loro mezzi di sussistenza e la dignità umana, cultori della morte che si preoccupano solo di strane superstizioni o di idee solipsistiche di libertà.”

      Libbertà di culto in pericolo davantia i razionalismi!!1!!1!!
      Vi svelo un segreto: in chiesa si porta la mascherina.

      “L’istruzione e le imprese sono andate perdute e innumerevoli vite sono state rovinate per rallentare il progresso della malattia; un intero 3,5% della ricchezza del paese, oltre 10 milioni di posti di lavoro, e circa 2,6 mila miliardi di dollari del suo tesoro federale sono scomparsi nella guerra contro il contagio.”

      Quindi andiamo in massa ai funerali in modo da far durare le restrizioni un po’ di più a causa della diffusione del contagio, no?
      Ma ‘sto tizio è subnormale o cosa?

      “I divieti di visita all’ospedale, l’abbandono totale dell’istruzione, la sospensione della democrazia come la intendevamo noi: Sono queste le cose da cui una società può tornare?”

      Qualcuno pensi ai bambini! Sì, lo sappiamo che sono brutte cose. E dovremmo sapere anche che accusare qualcuno della responsabilità morale di tutto questo è da subnormali.

      “Quest’anno ha visto picchi storici nell’overdose di droga e nell’ideazione suicida tra i giovani.”

      Ecco: i probblemi so’ artri!

      “Solo a New York rischiano di chiudere circa 240.000 piccole imprese, ognuna delle quali rappresenta un sogno e un’idea.”

      Che cattiveria! Ora sì che sono molto arrabbiato contro queste brutte cose!

      “Le persone che si trovavano a New York per gli orrori ancora inimmaginabili di marzo e aprile dovrebbero essere le prime a resistere a una visione moralistica del virus”

      😀
      Ah, ok, ci sta prendendo per il culo!

      [salto un pezzo, perché vedo che sono sempre le stesse robe ripetute]

      “nella vita è ancora possibile un significato più alto e mondano”

      Giù di retorica finale…

      • Peucezio says:

        Mauricius,
        “La quarantena fu inventata nel Trecento, tipo.”

        La quarantena nel Medioevo per un virus con letalità intorno allo 0,4% mi mancava…

    • roberto says:

      “ Dove è finito l’antimoralismo che un tempo si respirava a pieni polmoni da queste parti?”

      Non l’ho mai visto questo antimoralismo.
      Fustigare il moralismo a sinistra e del politically correct certamente si, ma un antimoralismo generale, boh? Non pervenuto

      • per roberto

        “Non l’ho mai visto questo antimoralismo.”

        Boh, immagino che MT si riferisca ai commentatori, più che al blog, e i commentatori sono talmente diversi tra di loro…

        Per quanto riguarda me, credo di sentirmi talmente in minoranza da non poter nemmeno immaginarmi di imporre il mio “mos” alla società, è già tanto se qualche parte di me riesce a sfuggire al “mos” che mi viene imposto.

        Poi è vero che combatto la https://en.wikipedia.org/wiki/Chronological_snobbery Chronological Snobbery (c’è un altro termine che non mi ricordo, tipo “cronofobia”, ma è diverso…).

        So benissimo che la società italiana di oggi permette di mangiare la carne di maiale e quella di manzo, quella islamica il manzo sì e il maiale no, quella vegetariana vieta entrambi; so che tizio chiude un occhio sui danni che fa sciando, io chiudo un occhio sul danno che il mio computer fa in termini di bambini schiavi che scavano per il coltan. E che magari mentre li sfrutto, sto facendo pure del bene perché l’alternativa a passare i giorni sottoterra a sei anni sarebbe la morte per fame; o magari faccio male, perché aiuto così ad aumentare la popolazione…

        Poi mi creo una morale tutta mia, arbitraria, che cerco di rispettare con una certa coerenza, e in quel senso forse sono moralista.

        Boh…

      • Peucezio says:

        Roberto,
        beh, no, io sono antimoralista in tutti i sensi.

        Ma non ho ben capito cosa c’entri la questione del moralismo con l’articolo proposto da Miguel, che mi pare descrittivo (racconta un evento), con un po’ di retorica (magari anche più di un po’).

        • roberto says:

          No infatti riflettevo piuttosto sulla nostalgia per L’antimoralismo espressa da mauricius, non tanti sull’articolo in se

    • PinoMamet says:

      Beh, Maurí, il 99 per cento degli ebrei la pensa come te…

      • PinoMamet says:

        Io sono abbastanza indifferente alla questione, non nel senso che non lo reputi importante ma che non è l’argomento che mi tocca di più.

        Faccio notare invece un paio di altre cose, se posso:

        -Armin è un bellissimo nome tedesco che fa pensare a leggendari eroi Germani, non è la prima scelta che verrebbe in mente pensando a un autore ebreo… (e ho visto la foto dell’autore: diciamo che Arminio me lo figuravo un filo diverso 😉 )

        -Galus, Punim ecc. sono rigorosamente versioni yiddish delle parole ebraiche

        -Dayan è un rabbino che ha l’autorità di giudicare, di emettere sentenze su questioni halachiche (cioè di regole di vita)

        -I Satmar sono, in effetti, tra i gruppi ebraici meno vittimistici che ci siano. Non sono certo quelli che tirano fuori l’Olocausto come “scudo”. Sono noti alle cronache per essere antisionisti.

        -La maggioranza degli “ultra ortodossi” presenti in Italia sono ChaBaD (è un acronimo) Lubavtich, o lubavitcher… sono sionisti e il rapporto con i Satmar è, diciamo… non idilliaco.

        • Peucezio says:

          L’impressione che ho è che la realtà descritta da questo signore sia un esempio di comunità con un identitarismo fortissimo e praticamente impermeabile a tutto il resto del mondo e i suoi valori, come se ne trovano solo negli Stati Uniti.
          La cosa su di me esercita una certa suggestione, ma vista da lontano: quasi certamente mi sentirei oppresso in un contesto del genere (anche se mi sento ESTREMAMENTE oppresso dal non potermi fare i cazzi miei, le mie serate, andare dove cazzo voglio quando voglio).
          Non ho capito che c’entra in tutto ciò il moralismo evocato da Mauricius.

        • daouda says:

          ultimamente scopro ed ho visto due trasmissioni Rai sul Gaon di Vilna.
          MAI UN ACCENNO SULLA GRANDE POLEMICA ANTI CHASSIDIM.

      • PinoMamet says:

        Questo per chi potrebbe essere tentato di pensare a un insieme uniforme, coeso, granitico, di persone tutte uguali… e un po’ permalose 😉

        invece spaziano da chi chiama il figlio Arminio a chi si rifiuta di usare altra lingua che l’yiddish, spaziando per tutti i gradi intermedi e litigando su tutto 😉

        il rischio che un ebreo se l’abbia a male, insomma, perché hai definito cretini i Satmar, è praticamente nullo.

        • daouda says:

          riformati e conservatori non sono ebrei. I zoharisti e gli hasidim anche.
          Come anche quelli che credono esista chissà quale matrilinearietà che li fa considerare tali anche se non praticano e professano la Torah ed Ha Shem.
          Vedrei che gli ortodossi ( sinistra, centromoderni, destra ) sono alquanto pochi…poi possiamo anche sostenere che i sionisti siano scismatici ed eretici.

          Compreso ciò, gli ebrei veri pagano quel che i falsi ebrei compiono.
          SOlo nella Chiesa è possibile notare il medesimo procedimento.

        • PinoMamet says:

          In Italia reform e conservative praticamente non esistono.

          • daouda says:

            appunto, in Italia, dove anche hasidim e zoharisti sono inesistenti anch’essi.

            Ora aldilà di dubbi epigoni italiani fra politici e portavoce la comunità ebraica italiana è una di quelle messa meglio.

          • daouda says:

            https://www.ildialogo.org/EbraismoMessianico/Approfondimenti_1338994438.htm

            articolo che accenna alla piena unità di intenti fra Paolo e Giacomo il giusto e nega la teologia della sostituzione.
            A ben guardare come il rabbinismo, reattivo ai nazareni, si esacerbò in paturnie futili rinnegando il Messia, così il cristianesimo affrontò l’ellenizzazione. Questo è il mirabile segno della provvidenza di DIO laddove l’apostasia corrisponde alla conclamata anomia ossia a-Torah degli ultimi cristiani.

            Cò per ribadire che l’Israele è la Via, il nazarenismo , le cui uniche rinnovazioni sono nel culto ( conclamatosi con la distruzione del Tempio ) e sulle prescrizioni alimentari considerando che praticamente tutte le altre norme divengono in realtà ben più stringenti.
            C’è da dire che tutto quel che riguarda la Terra Promessa è universalizzato ed è rimandato a DIO in attesa della Gerusalemme Celeste.

            p.s. Roma Eterna è da Giuda, anche questo riguarda l’altro aspetto delle punizioni che con la sua caduta sono rimandata anch’esse a DIO stesso

  3. Visto che molti sembrano vederla come una guerra, in cui occorre starsene rintanati nei rifugi antiatomici finché i Nostri non annienteranno il nemico (e la Vittoria è dietro l’angolo) ecco un po’ di sano buon senso dalle più alte sfere:

    Dunque, pare che andremo avanti così per sempre, prepariamoci a vivere sottoterra e crepare da soli.

    > Source : https://www.theguardian.com/world/2020/dec/29/who-warns-covid-19-pandemic-is-not-necessarily-the-big-one
    > WHO warns Covid-19 pandemic is ‘not necessarily the big one’
    >
    > Experts tell end of year media briefing that virus is likely to become endemic and the world will have to learn to live with it
    > Tue 29 Dec 2020 06.19 GMT
    >
    > Last modified on Tue 29 Dec 2020 06.56 GMT
    >
    > World Health Organization experts have warned that even though the coronavirus pandemic has been very severe, it is “not necessarily the big one”, and that the world will have to learn to live with Covid-19.
    >
    > The “destiny” of the virus is to become endemic, even as vaccines begin to be rolled out in the US and UK, says Professor David Heymann, the chair of the WHO’s strategic and technical advisory group for infectious hazards.
    >
    > “The world has hoped for herd immunity, that somehow transmission would be decreased if enough persons were immune,” he told the WHO’s final media briefing for 2020.
    >
    > But Heymann, who is also an epidemiologist with the London School of Hygiene and Tropical Medicine, said the concept of herd immunity was misunderstood.
    >
    > “It appears the destiny of SARS-CoV-2 [Covid-19] is to become endemic, as have four other human coronaviruses, and that it will continue to mutate as it reproduces in human cells, especially in areas of more intense admission.
    >
    > “Fortunately, we have tools to save lives, and these in combination with good public health will permit us to learn to live with Covid-19.”
    >
    > The head of the WHO emergencies program, Dr Mark Ryan, said: “The likely scenario is the virus will become another endemic virus that will remain somewhat of a threat, but a very low-level threat in the context of an effective global vaccination program.
    >
    > “It remains to be seen how well the vaccines are taken up, how close we get to a coverage level that might allow us the opportunity to go for elimination,” he said. “The existence of a vaccine, even at high efficacy, is no guarantee of eliminating or eradicating an infectious disease. That is a very high bar for us to be able to get over.”
    >
    > That was why the first goal of the vaccine was to save lives and protect the vulnerable, Ryan said. “And then we will deal with the moonshot of potentially being able to eliminate or eradicate this virus.”
    >
    > Ryan warned that the next pandemic may be more severe. “This pandemic has been very severe … it has affected every corner of this planet. But this is not necessarily the big one,” he said.
    >
    > “This is a wake-up call. We are learning, now, how to do things better: science, logistics, training and governance, how to communicate better. But the planet is fragile.
    >
    > “We live in an increasingly complex global society. These threats will continue. If there is one thing we need to take from this pandemic, with all of the tragedy and loss, is we need to get our act together. We need to honour those we’ve lost by getting better at what we do every day.”
    >
    > WHO chief scientist Dr Soumya Swaminathan told the briefing that being vaccinated against the virus did not mean public health measures such as social distancing would be able to be stopped in future.
    >
    > The first role of the vaccine would be to prevent symptomatic disease, severe disease and deaths, she said. But whether the vaccines would also reduce the number of infections or prevent people from passing on the virus remains to be seen.
    >
    > “I don’t believe we have the evidence on any of the vaccines to be confident that it’s going to prevent people from actually getting the infection and therefore being able to pass it on,” Swaminathan said. “So I think we need to assume that people who have been vaccinated also need to take the same precautions.”
    >
    > The WHO director general, Tedros Adhanom Ghebreyesus, said the end of the year was a time to reflect on the toll the pandemic had taken, but also the progress made. He said the year ahead would see new setbacks and new challenges.
    >
    > “For example, new variants of Covid-19, and helping people who are tired of the pandemic continue to combat it,” he said.
    >
    > “New ground has been broken, not least with the extraordinary cooperation between the private and public sector in this pandemic. And in recent weeks, safe and effective vaccine rollout has started in a number countries, which is an incredible scientific achievement.
    > “This is fantastic, but WHO will not rest until those in need everywhere have access to the new vaccines and are protected.”

    • roberto says:

      Prendila con filosofia, non vedrai mai più turisti a Firenze

      (A me dispiace perché prima o poi ci sarei passato per Firenze)

    • roberto says:

      Ps gli scienziati, i medici, i virologi NON devono parlare al pubblico, lo ribadisco

    • Peucezio says:

      Miguel,
      a me sembra la solita accozzaglia di stupidaggini contraddittorie.
      A parte che ormai non mi fido più di nulla che venga dall’Occidente: troppo decerebrato, formatosi in scuole e università permissive e non selettive.

      Ma al di là di questo:
      1) al di là che la possibilità che il vaccino protegga la malattia ma consenta che il vaccinato possa trasmetterla è un’ipotesi, non una certezza, ma se la gente si vaccina e può continuare a contagiare altri, chi contagia se tutti si vaccinano (e chi sceglie di non farlo alla fin fine sono cavoli suoi)?
      2) E se le cure faranno sì che il virus diventi un problema banale (ti prendi la pillolina al primo sintomo e sei a posto) non vedo a che pro distanziamenti, mascherine e altre cazzate.
      3) Se il virus muta, alla lunga muta per essere meno letale (banale micro-evoluzionismo: se uccidi l’ospite muori anche tu) e diventa endemico come lo è il raffreddore.

      L’unico allarme un po’ serio è quello sulla possibilità di altri virus più letali.
      Ma bisogna sempre tenere presente che quelli molto letali si estinguono subito, per forza di cose (vedi Sars, Mers, ecc.).
      Inoltre l’intero mondo della ricerca medica planetaria concentrato sul covid sta producendo conoscenze che probabilmente metteranno in grado di trattare molto meglio e combattere molto più velocemente futuri virus.
      In ogni caso il rischio esiste e non è da trascurare e l’ideale (che non viene fatto) sarebbe eliminare alla radice il problema eliminando tutte quelle pratiche che creano contiguità con gli animali (leggevo un articolo che non saprei recuperare che lanciava l’allarme, ma spiegava anche come, organizzandosi nel modo giusto, la cosa sia fattibilissima senza grosse ricadute sull’economia e sullo stile di vita contemporaneo).

  4. roberto says:

    Più o meno la vedo come mauricius su questo tipo…

    Vorrei aggiungere che si tratta della stessa pazzia ma speculare di quelli che “se esci di casa sei fottuto”

    Non so, per dire, fare dei funerali all’aria aperta mettendosi le mascherine sarebbe stato meno bello rispetto ad accalcarsi in uno spazio chiuso?

    • Peucezio says:

      D’accordo sul giusto mezzo.

      Ma devo dire che questo perbenismo su comportamenti, mascherine e tutto il resto mi ha talmente rotto il cazzo che fra i due estremi, se proprio devo scegliere, preferisco quello di questo correligionario di Pino.

  5. Sempre sul “moralismo” denunciato da MT.

    Qui ho sentito a volte accusare gli ambientalisti di essere dei “moralisti”.

    Esempio: io critico la costruzione di un megaparcheggio davanti a un centro commerciale.

    Accusa: “sei un moralista che vuole privare la gente di un comodo parcheggio”.

    No.

    Io constato che la cementificazione, almeno in Toscana, impedisce alla pioggia di penetrare nel terreno, l’acqua si scarica direttamente nei fiumi, che quindi diventano più turbolenti, per poi magari prosciugarsi; che questo porta a un ciclo delle piogge sempre più erratico, con temporali distruttivi e prolungata siccità, mentre la falda acquifera viene saccheggiata; e si riscalda la temperatura.

    E’ solo un esempio di ciò che a me viene in testa, quando penso a “megaparcheggio”: non penso a “punire i consumatori per i loro piaceri”.

    • Z. says:

      E’ un peccato che tanta attitudine a constatare vada sprecata. Avresti potuto tentare la carriera nella Guardia di Finanza, dove – peraltro – spesso rimpiango di non aver prestato il servizio militare!

      A parte questo, sì, credo che quello che hai descritto sia un esempio di ciò che ti viene in testa quando pensi a “megaparcheggio”. Però secondo me pensi anche ai punire i consumatori per i loro piaceri 🙂

    • roberto says:

      Infatti non sei moralista quando ti opponi al mega-parcheggio

      Sei moralista quando inizi una frase con “i peggiori criminali sono” e poi ci aggiungi, per fare un esempio “i ricconi che vanno a sciare” (chissà perché poi una famiglia normale che va a sciare va meno male)

      Ma in fin dei conti abbiamo tutti una morale e siamo tutti a modo nostro un po’ moralisti.
      È la pretesa di non esserlo che è un po’ buffa

      • Per roberto

        “sei moralista quando inizi una frase con “i peggiori criminali sono” e poi ci aggiungi, per fare un esempio “i ricconi che vanno a sciare” ”

        riconosco un po’ lo stile, nel senso che a volte dico cose del genere quando magari vedo che si sta linciando qualcuno che ha detto una scemenza su Facebook, e nessuno si occupa di chi fa davvero danni.

        Però in questo caso hai anche tu delle parzialità, che non ti fanno ricordare cosa ho detto.

        Ho detto che gli sciatori inglesi fanno davvero danni, quindi non ricadono nella giustificazione “finché non fanno male a nessuno”.

        E ho parlato dei danni che fanno, magari anche senza rendersene conto – ma chi è al mondo che fa il male sapendo di farlo?

        Ecco cosa avevo scritto:

        “ma come dice sotto il buon pino, ognuno ha i suoi gusti, e finché non fai male a nessuno….”

        e invece fanno male, molto male.

        Per farli venire, hanno devastato per sempre uno degli ecosistemi piu straordinari d’Europa. Hanno organizzato migliaia di voli low price/high cost, con un impatto irreversibile sul clima (è dell’altro giorno uno studio che mostra che l’impatto dell’industria aeronautica è tre volte maggiore di quanto si pensasse)” ecc

        • roberto says:

          Nota lo switch

          Parli di john, mary, pat e Fiona

          Mi dici
          1. John mary pat e Fiona fanno del male

          E cosa fanno?

          2. Qualcuno per farli venire ha devastato l’ambiente

        • roberto says:

          Oltretutto non capisco perché prendersela con i turisti inglesi quando i veri colpevoli sono gli svizzeri che guadagnano sulla pelle dei turisti inglesi e delle l’iro montagne

          Bastava che continuassero ad occuparsi di pastorizia e di riciclaggio di denaro di dubbia provenienza e le montagne sarebbero ancora come 50 anni fa

          • Per roberto

            “Oltretutto non capisco perché prendersela con i turisti inglesi quando i veri colpevoli sono gli svizzeri che guadagnano sulla pelle dei turisti inglesi e delle l’iro montagne”

            Ma vedi, il mio amoralismo consiste proprio in questo: guardare con discreta curiosità la maniera in cui ciascuno di noi, a partire da me, sta distruggendo l’unico ecosistema che conosciamo in tutto l’universo, e come la cosa non abbia dei veri colpevoli.

            L’unica cosa a cui ci tengo è che non siamo ipocriti. Senza moralismi, ciascuno di noi, a partire da me, sta distruggendo le possibilità di sopravvivenza dei nostri figli.

            A partire da me, che ogni giorno butto una quantità enorme di plastica, divisa ovviamente con puritana cura ma sapendo perfettamente che il riciclaggio è in massima parte una presa in giro.

            • Z. says:

              Credevo che il termine “puritano” fosse proibito. Ma soprattutto, Miguel, non capisco con chi ce l’hai.

              Siamo tutti colpevoli? Ottimo, quindi siamo tutti uguali e possiamo evitare di puntare il dito. Essù 🙂

              • per zeta

                “Siamo tutti colpevoli? Ottimo, quindi siamo tutti uguali e possiamo evitare di puntare il dito.”

                io il dito lo punto dritto solo contro me stesso, che di colpe ne ho tante.

                Poi, siccome sono umano, mi autoassolvo, trovo delle scuse, mi arrampico sugli specchi.

                E non ho il coraggio di cambiare davvero stile di vita (nonostante una sedicenne che con la massima gentilezza mi ricorda i miei errori).

                Però ciò che facciamo ha comunque degli effetti concreti, reali. A prescindere dal fatto che ce ne assumiamo o meno le colpe.

              • Z. says:

                Miguel,

                — io il dito lo punto dritto solo contro me stesso —

                Uhm, no, questo non è proprio vero, dai 🙂

              • Per Zeta

                “Uhm, no, questo non è proprio vero, dai ”

                si certo, mi arrabbio per tante cose.

                Però quando lo faccio, non mi sento mai del tutto apposto con me stesso.

            • roberto says:

              “ L’unica cosa a cui ci tengo è che non siamo ipocriti. Senza moralismi, ciascuno di noi, a partire da me, sta distruggendo le possibilità di sopravvivenza dei nostri figli.”

              Questo l’ho capito, ma noto appunto che il contributo alla distruzione di alcuni lo trovi più antipatici di quello di altri.

      • Peucezio says:

        Roberto,
        però il moralismo è una cosa diversa.
        Il moralista è uno che dice che bisogna fare o non fare (di solito la seconda) le cose non per le loro conseguenze esterne, ma per sé stessi, per essere “morali” appunto.

        Uno può anche indgnarsi per le conseguenze dannose di certi comportamenti umani, ma questo non è moralismo: ognuno di noi ha sue attenzioni e sensibilità e lo toccano di più certe cose rispetto ad altre. Io m’incazzo se chiude una trattroria tipica o una bottega artigiana, Miguel per queste due cose, ma anche per un ecosistema compromesso (cosa che dispiace molto anche a me, ma tocca meno le mie corde profonde).

        Ma non abbiamo l’idea che ci siano cose che non vanno fatte perché non vanno fatte, perché sono intrinsecamente immorali o di cattivo gusto o sporche o cattive.

        L’esempio tipico è il sesso (escluso ovviamente il caso della costrizione violenta): per me non esiste sesso malvagio: dovunque l’essere umano trovi piacere non ci vedo assolutamente nulla di male.
        Se uno poi, per suoi tabù religiosi, si pone delle limitazioni, non mi dà soverchio fastidio, basta che non rompe il cazzo a me.
        Invece il moralista comincia a dire: no alla prostituzione, non devi tradire tua moglie se no sei una merda, se sei ricchione non devi andare con le donne se no non sei serio, anzi, devi sposarti, e via discorrendo.

        • daouda says:

          il discorso è diverso Peucé. Il moralista vuole imporre la Legge divina come se fosse essa e la legge naturale fossero un tutt’uno.

          Uno stato confessionale è la forza del moralista

        • firmato winston diaz says:

          A mio avviso il moralista e’ colui che vuole imporre le sue convinzioni, invece di limitarsi a conformarsi ad esse lui stesso, come gli imporrebbe la sua morale.
          La morale attiene al comportamento personale, non alla legge impositiva dello Stato, anzi la morale, di suo, obbliga a disattendere leggi positive ritenute sbagliate o ingiuste. Il moralismo si preoccupa invece del comportamento altrui prima che del proprio, e vuole imporlo con la forza della legge im-positiva dello Stato (o del suo gruppo di appartenenza sociale).

          Tale e’ il moralista.

          Poi, giustificazioni razional-scientifiche a posteriori per i propri imperativi morali se ne trovano sempre e comunque, dato che la scienza e’ aperta a nuove e varie interpretazioni, ma appunto la morale e’ altro e puo’ benissimo essere in conflitto con la logica e la ragione, per non parlare del calcolo economico onnipresente, il flagello del nostro tempo.

          Anzi, si vede se il giusto (e il vero) e’ tale, proprio quando non conviene (quando conviene siamo capaci tutti…).

          Ma c’e’ di peggio: purtroppo il moralista, molto spesso, pretende che tutti gli altri si uniformino con la forza alle sue convinzioni, mentre lui stesso, di conformarsi ad esse, se ne frega: per lui non valgono, lui non fa testo.

          E’ noto il detto, attibuito a vari personaggi, “ho conosciuto molti delinquenti che non erano moralisti, ma mai un moralista che non fosse un delinquente”.
          La mia esperienza di vita conferma.

          Se lo trovassi, proverei volentieri a leggere il libro di un certo Lachs, “Lasciare in pace gli altri”, forse attiene al tema. 😉

          En passant, molto bello l’articolo con la citazione di Jung – Lago-di-montagna circa la capacita’ di concentrarsi sull’obiettivo dell'”uomo bianco”, ignorando tutto il resto (la pattumiera con il cuoricino – 3). In effetti la nostra civilta’ sovrappopolata e ipercomplessa premia, a partire dalla pervadente e interminabile scuola, l’eccellenza su qualcosa di specialistico: puoi essere un perfetto cretino e un completo ignorante, ma se eccelli in una singola abilita’ avrai una vita di onori e di successi: e’ il trionfo degli asperger, dei testardi, che non escluderei abbiano una prevalenza maggiore della media nelle nostre popolazioni occidentali. Non so se sia noto, ma nella silicon valley dove ci sono concentrazioni elevate di asperger fra i concentratissimi programmatori, nascono piu’ autistici: non “per i vaccini che inducono l’autismo”, bensi’ perche’ due asperger e’ piu’ probabile che figlino un autistico, che ne e’ la forma estrema. Mi pare che ci fosse un articolo in proposito su “le scienze” svariati anni fa, quando ancora compravo la rivista, oggi probabilmente verrebbe censurato in quanto argomento moralisticamente disdicevole.

          Tutte considerazioni inutili, comunque, quasi tutti e quasi sempre credono cio’ che pensano gli convenga: il moralismo impera, ci siamo immersi come i pesci nell’acqua, cio’ che c’e’ sempre e dappertutto non si nota e non si vede.

  6. Moi says:

    Sull’ estetica del sito …

    Si noti la finezza di un’ icona a ספר תורה / ” Sefer Torah ” e poi le pagine elettroniche si scorrono in orizzontale, come a srotolarlo, appunto !

  7. Moi says:

    Proprio vero che il Peggio NON ha mai limite … come se NON bastasse il Covid, prima un Sisma fortissimo in Croazia , con forse (!) “strascichi” sismici successivi fino in Veneto !

  8. mirko says:

    L’hanno sentito perfino a Napoli, ma da noi no.

  9. habsburgicus says:

    è interessante che il nome venga da una cittadina dell’Ungheria storica (romena dal 1918/1920 e di nuovo dal 1944/1945) ovvero Szatmár (in ungherese, pronunciato Satmar, la “sz” rende in ungherese /s/), in tedesco Sathmar (molto simile al nome della comunità) e in romeno Satu Mare “grande villaggio”

  10. Moi says:

    E come c’insegna lo Scandalo della Banca Romana (1892-1894) …

    “Tutti Colpevoli, Nessun Colpevole” 😉

  11. roberto says:

    Piccola curiosità sul brexit

    Un po’ mi dispiace perché tre-quattro volte all’anno ci piace fare una bella colazione inglese e le salsiccette non mancano mai, ma trovo sempre buffo come i britannici si accorgano che brexit is brexit

    https://www.bbc.com/news/business-55479354

    Ps. Qui abbiamo un negozio di specialità irlandesi, sostituirò le salsiccette inglesi con quelle irlandesi e saremo tutti contenti, io, il negozio irlandese, il produttore irlandese e gli inglesi che sono finalmente liberi

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