Nei panni di Mamur

L’altro giorno ho raccontato la storia di Jacopo e Mamur, il senegalese che sta per tornare in patria…

Antonino Bonan, il nostro amico meteorologo che da Padova ci segnala nebbia, smog e diserbanti, conosce molto da vicino il mondo della diaspora senegalese; e si è divertito a fantasticare le tappe per cui Mamur è arrivato lla decisione di tornare a casa.

Di Antonino Bonan

Prima fase

Che schifo stare qua in Senegal. Non vedo come potrei migliorare la mia speranza di futuro. Potrei accontentarmi come fanno in tanti, in primis i miei genitori, ma poi scopro che anche loro se avessero potuto… avrebbero preso l’aereo per la Francia.

A me, che sono fortunato, mi han fatto studiare nelle finte scuole alte francofone, sborsando tangenti quasi quotidiane che forse a diploma ottenuto aiuterebbero a farsi una “posizione” in patria, poi darebbero qualche speranza di essere parzialmente riconosciute in Francia.

Ma mica tutti possiamo andare in Francia. Qualche possibilità c’è anche in Italia. L’importante è che lì io trovi qualche aggancio compaesano. Già lo conosco (andavamo a scuola insieme da piccoli), e se è ancora lì malgrado non abbia studiato come me… allora posso farmi anch’io, da quelle parti, un minimo di sicurezza di vita.

Parlano tutti del razzismo. Ma in fondo che cos’è? Una roba che fa incomparabilmente più schifo di quanto non ci faccia il nostro paese? Sì, vabbè, ma che c’entra? Facciamoci le spalle larghe, e ce ne faremo una ragione. Farsi una vita conta ben di più che resistere al vento. Ti fai un riparo, e si campa.

Ho paura che conterà ben di più la nostalgia, che avrà sempre le sue buone ragioni e sotto quel riparo verrà pure lei a tormentarmi. Vabbè, si conviverà.

Mi consolo pensando a quelli che magari non prenderanno l’aereo ma le carovane dei trafficanti usurai. Anzi, è meglio non pensarci. Oppure disprezzarli: vi date in mano alla mala e rischiate la vita!

Ma come si fa?

Siete scemi o criminali da sbattere in prigione, come dice in tv il nostro Primo Ministro dopo la visita del Ministro italiano col suo codazzo di imprenditori della pasta (perchè voi portate via la generazione più attiva del Senegal, mentre l’investitore qualcuno di voi lo farebbe pure lavorare in un pastificio)?

Seconda fase

Mamma che fatica.

Non pensavo fosse così difficile districarsi da questa parte del mondo.

Tutti chiamavano i genitori in patria dipingendo per loro rispetto una situazione migliore, almeno finchè i parenti stessi non chiedevano un aumento delle rimesse… visto che ci si stava sistemando in Europa. Da quei dialoghi, dal Senegal si vedeva poco delle difficoltà. Si riusciva solo a immaginare, cosa fossero il razzismo e le difficoltà “burocratiche”.

Il primo grazie ai racconti degli immigrati in Francia, dove però le tradizioni postcoloniali hanno pur sempre anche un risvolto positivo per noi. Il secondo lo vedevamo come notoriamente assai astruso ma perciò stesso affrontabile: c’è pure in Senegal, in certi casi anche peggiore, e spesso aggirabile con una mazzetta. Dicono che pure in Italia le cose andavano così, almeno fino a quando si stava peggio di oggi, e forse anche dopo…

La fatica l’ho dovuta affrontare inventandomi ambulante abusivo, perchè così fanno vari miei connazionali qui in Italia.

E’ una cosa in un qualche modo sicura, anche se in molti la consideriamo di passaggio prima di un lavoro più pagato e tutelato. La rete dei connazionali è qua pronta, quella dei fornitori cinesi pure. Non è neanche una mafia cattiva, come sarebbe invece quella dei nigeriani (che noi difatti consideriamo un popolo di m…, salvo eccezioni che nemmeno andiamo a cercare). Dobbiamo solo sapere dove andare a vendere e come sfuggire dai vigili.

E poi, ho cominciato a parlare con tutta la varia umanità degli italiani. E’ un mondo. Ognuno ha le sue ragioni, perfino chi ci bestemmia dietro tutte le possibili divinità e tutte le possibili stupidaggini. Perfino chi lo fa per semplice completa ignoranza.

Di fronte a tutti, ho imparato ad essere cortese comunque.

Non solo per vendere. Anche per capire davvero con chi ho a che fare. Fatica immane, pure questa: ogni persona è diversa, anche se i luoghi comuni magari sono sempre i soliti… Ho capito che non la posso affrontare, derubricando tutto a odio insensato o ignoranza. Solo che… ancora non ce l’ho fatta, a capire il perchè ce l’abbiano con noi.

Terza fase

Più di qualcuno sta iniziando a cogliere la mia cortesia, e anche il mio desiderio di trovare una sistemazione più canonica per la vita qui in Italia.

Stanno pensando a me, finalmente, come a una persona che cerca di campare onestamente. Lo vedo perchè, tra i luoghi comuni che sento, ce n’è uno che mi garba almeno un po’: mi dicono “ma tu non sei come gli altri tuoi simili, quindi ti posso anche apprezzare”. Taluni ci aggiungono anche roba tipo “ma perchè non torni al tuo paese, per dire anche agli altri che non si deve venir qua a delinquere?”

A questi ultimi, mi pare quasi di dover spiegare il mio percorso, ma vedo che è meglio lasciar perdere: non capirebbero. Tantomeno capirebbero, che di percorsi come il mio (o magari anche molto diversi, con vari gradi non disprezzabili di dignità) ce ne sono talmente tanti… da smontare ogni assurda generalizzazione.

In questo contesto morale, vedo formarsi anche un mio gruzzoletto con le rimesse e i risparmi. Mettendoli insieme, ricostruisco economicamente un contesto familiare. In Senegal, che culturalmente e soprattutto per gli affetti considero ancora oggi più mio dell’Italia.

Ma per oggi è solo un progetto. Intanto, un lavoro fisso non lo trovo facilmente. Ancor più, per il fatto che a cercarlo bene… dovrei lasciare la vendita come ambulante. Oppure entrare nella lotteria di chi prova ad ottenere una licenza, che chi vince poi deve pagarci una caterva di tasse…

Quarta fase

Ormai non sento più quasi nessun italiano, che mi parli come ad una persona e non come ad un immigrato. Ma se mi vedete qui da parecchi anni! Chi mi tratta bene, dice che capisce tutto. Ma va! Chi mi tratta male, è meglio fingere di non curarsene. Chi mi tratta “medio”, insiste a dire che non sono come gli altri immigrati.

Quest’ultima voce è tanto maggioritaria (o come tale rintrona ormai nella mia testa), che comincio a pensare sia la più fondata. E mi chiedo il perchè.

Fatico a trovare i motivi, ma qualcosa riesco a raggranellare anche da questo punto di vista. Basta fare nella propria testa un collage di quel che la gente e i media di vario tipo dicono.

Sarà una mia autodifesa psicologica, ma quel collage… prende la forma di una spirale, che si centra sulla mia persona. Vi trovo anche delle giustificazioni per le mie scelte di vita. Giustificazioni che nemmeno pensavo di avere. Me ne sento gratificato. Sì, sono migliore. Sì, molti degli altri (tutti? non me la sento di dirlo, ma non lo escludo, almeno per quelli che non sono miei amici) non sono sulla retta via. Non lo dico in giro, perchè la modestia la insegna pure il Corano. Ma dentro di me ho cominciato a pensare così.

Ho pure scoperto che altri come me pensano allo stesso modo.

Sono quelli che si sono sistemati qui in Italia, o quelli che almeno han cominciato a vedere la luce in fondo al tunnel psicologico della condizione di immigrato. I primi sono anche quelli che meglio sanno spiegare le cose, magari perchè hanno accesso alla cultura (mandano i figli a scuola e parlano abitualmente con gli altri genitori, ad esempio). I secondi (e io sono nella categoria) vedono i primi come una fonte attendibile.

E’ così che ho interiorizzato un’idea: siamo veramente troppi, immigrati, in Italia.

E’ ora di mettere un freno. Se arriva il mondo (e arriva, lo dicono tutti), cade qualsiasi sogno. Anche quello di chi, essendo arrivato prima, aveva pure iniziato a intravederne la realizzazione.

E’ il momento per me di farmi una domanda: sto qui a rischiar di veder cadere il mio sogno, o senza aspettare oltre vado dove pensavo a realizzare la parte che finora mi sono costruito? Mi sono dato una risposta, e mi accingo a intraprendere la mia quinta fase, sperabilmente da “ex immigrato”.

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28 Responses to Nei panni di Mamur

  1. Moi says:

    Be’, interessante ma … secondo me, Mamur con il suo semplice :

    ““Ho messo da parte un po’ di soldi, adesso posso tornare in Senegal. Ma è il momento giusto, perché io e te non potremo più essere amici.

    Stanno per arrivare in tanti, tanti dall’Africa, e nulla sarà come prima”.”

    comunica molto di più, seppur con moltissime parole in meno.

  2. Pierluigi Vernetto says:

    gran pezzo di bravura di Antonino… comunque concordo con Moi

  3. Moi says:

    A proposito di Senegal …

    https://www.youtube.com/watch?v=FWCaUl6x2Ts

    … in originale è “bounty”(in senso merendinico 🙂 NON letterario), in Italiano “cremino” : nero fuori, bianco dentro : nel senso di identità culturale per un Senegalese-Francese per Ius Soli !

    • Moi says:

      _ “Hei … ma quand’è che parte, il bus ?!”
      _ “… Quand’è pieno, Cremino !”
      [cit.]

      😉

  4. PinoMamet says:

    Cose che c’entrano poco:
    su una pubblicazione periodica locale, c’è un’intervista alla sorella della mia amica.
    La sorella della mia amica fa il medico in Africa; ha girato in vari paesi, e ora è in Repubblica Centrafricana.

    Dice che: la terra è poco sfruttata; in città ci sono funzionari, avvocati ecc., ma quanto a negozietti e vita varia, poca roba, tra cui tre supermercati gestiti da albanesi (!)

    i bambini soffrono di vermi al culo, per cui gli anziani diffidenti dei medici, o privi di medici, li curano ustionandoglielo…

    i bambini orfani sono spesso considerati stregoni e maltrattati o isolati.

    Lei ci si incazza ma c’è poco da fare…

  5. Moi says:

    … Ripetete con me il Sacro Mantra dell’ Intellettuale di Sx :

    “Pensioni e Pomodori … Pensioni e Pomodori … Pensioni e Pomodori … “

  6. Messaggio di oggi dagli Illuminati:

    QUESTO È UN MESSAGGIO UFFICIALE ILLUMINATO PER IL MONDO
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  7. Andrea Di Vita says:

    Ad esperienze personali si può rispondere solo con esperienze personali.

    A cinquantanove anni, vivo da venticinque anni in quello che probabilmente è il quartiere a più alta concentrazione di immigrati africani islamici d’Italia (quasi 1 immigrato per 1 autoctono, in certe strade). Vado a fare la spesa, con buon rapporto prezzo/qualità, nelle loro botteghe, e non ho mai dovuto litigare per lo scontrino. Mia figlia, che è il ritratto della giovane ariana come se l’immaginavano le SS, cammina per strada da sola senza essere importunata (cosa che le capitò invece tre volte di fila nella cattolicissima e sovranista Polonia). Ho avuto un tentativo (fallito) di furto da parte di un tossico, cioè esattamente tanti quanti ne ho subito quando abitavo in un altro quartiere, all’epoca privo di migranti. Insomma, sono la negazione vivente delle fuffe sovraniste propalateci dalle destre nostrane identitarie oggi tanto di moda e pompate dalla televisione. E dico ‘pompate dalla televisione’ perchè l’unica persona che conosco che davvero ha paura ‘che i negri le entrino in casa’ è mia madre novantunenne che per problemi di salute non esce di casa e si informa solo tramite la televisione.

    Poi guardo le statistiche sulla natalità e scopro che sono anni che l’Italia ha una natalità di 1.29 figli per coppia. Faccio un rapido conto e scopro che di questo passo se non ci fossero i migranti dal Senegal e affini perderemmo un terzo della popolazione in una generazione, e metà della popolazione in due generazioni. Altro che pagare le pensioni e raccogliere pomodori. In altri paesi europei il valore è di 1.4; gli xenofobi di Varsavia – quelli che ‘il miracolo della Vistola è la ripetizione di quello di Vienna e di Poitiers’ – scassano le finanze statali mantenute dai fondi di quella UE che svillaneggiano regalando 120 euro ad ogni coppia per ogni figlio messo al mondo, col risultato che le scuole scoppiano. Parlo coi colleghi francesi e scopro che la Francia, che quando andavo a scuola aveva meno abitanti dell’Italia, oggi ci supera di misura ma solo dopo un cinquantennio di massicci investimenti sugli asili nido (altro che le buffonate nostrane sulla ‘difesa della famiglia’) e comunque con una percentuale di popolazione nata all’estero che è più del doppio della nostra.

    Da noi vedo criminalizzare chi si adopera per facilitare l’integrazione dell’immensa maggioranza dei migranti che non delinque e vedo approvare decreti che criminalizzano il clandestino a prescindere, col risultato di buttarlo nelle braccia della manovalanza criminale a tutto vantaggio dei bottegai evasori che vogliono manovalanza in nero e senza diritti per poter tenere sotto schiaffo anche i dipendenti italiani (‘prima gli italiani’, appunto). Vedo misure di ovvio buon senso come lo ius soli e lo ius culturae svillaneggiate da demagoghi un tanto al chilo che esaltano i pestaggi impuniti delle forze dell’ordine e candidano chi spara per strada.

    Così, più che con le (pur benemerite) Sardine mi consolo con la termodinamica e con Eduardo. La prima dice che l’entropia aumenta sempre e che ogni mescolamento è irreversibile, hai voglia a metter muri. Il secondo mi ricorda che ‘ha da passa’ a’ nuttata’.

    Ciao!

    Andrea Di Vita

    • Per Adv

      testimonianza molto interessante (e che per molti versi mi trova anche d’accordo).

      Ma ancora non usciamo dalla dicotomia iniziale “questi immigrati sono delinquenti/questi immigrati vanno aiutati”.

      Cerchiamo di capire quindi se è possibile trarre qualche lezione politica più grande.

      ADV ci descrive una situazione positiva, che fa pensare che – almeno a Genova – siano all’opera fattori positivi.

      Innanzitutto, in tempi di abolizione del lavoro, quali sono i lavori che trovano gli “stranieri” a Genova? Sono solo i famosi “lavori che gli italiani non vogliono fare”? Sono piccoli commercianti? In quest’ultimo caso, quali sono le norme (italiane o comunali) che li favoriscono? Altro?

      Quanto è vario il quadro etnico: sei in un quartiere tutto di cinesi oppure tutto di marocchini, o sei in un quartiere misto, e in tal caso qual è il fattore che impedisce la creazione di una comunità monoetnica?

      I figli come crescono? E che lavori faranno? E come si identificano?

      Poi dal commento di ADV, sembra che la “velocità di flusso”, almeno a Genova, sia quello ideale. Quindi ritieni che la politica dell’immigrazione seguita dagli ultimi governi (quali poi?) sia corretta, in che cosa andrebbe cambiata?

      • Andrea Di Vita says:

        @ Martinez

        Sconcertero’ forse alcuni frequentatori del blog, ma dico di dubitare fortemente che la politica possa fare alcunchè (ecco perchè affermo che quella dei ‘porti chiusi’ è una macroscopica balla).

        In modo sostanzialmente fuori da ogni regola, con le forze dell’ordine saggiamente impegnate a reprimere le manifestazioni più spudorate di sfruttamento criminale (dirò di più qui sotto) e non sguinzagliate dietro ai clandestini perché semplicemente insufficienti alla bisogna da un punto di vista schiettamente numerico, progressivamente ci si è avviati a una divisione del lavoro fra le varie comunità.

        Gli albanesi, dapprima magnaccia e farabutti di ogni tipo (Tirana aveva svuotato di colpo le carceri, a nostro danno) ora sono idraulici e muratori; da quando uno di loro è morto nel cantiere del Museo del Mare (a proposito, visitatelo) col contratto di assunzione arrivato il giorno del funerale nessuno ne parla più male.

        I sudamericani sono venuti al seguito delle loro parenti badanti, e quando non si ubriacano fanno coi rumeni gli elettricisti e i manovali per i mobilieri. Dal panettiere (commessa ecuadoriana) ho sentito una cliente (peruviana) lamentarsi in spagnolo (lentamente, così che ho potuto capire anch’io) che ‘signora mia, in Peru’ con tutti questi migranti non si puo’ più vivere, rubano il lavoro a noi Peruviani per mandare 100 dollari al mese alla famiglia in Venezuela’.

        Gli europei dell’Est sono spesso badanti, infermieri e c’è pure qualche medico.

        I nigeriani e i maghrebini sono passati dalla prostituzione e lo spaccio all’attività di parrucchiere (inizialmente per le sole mignotte, ora per tutte/i) , dimezzando le tariffe per un taglio di capelli – una delle poche cose per cui si paga oggi quasi la metà di quello che si pagava dieci anni fa.

        Gli onnipresenti cinesi vendono capi di abbigliamento e accessori di vestiario a basso costo per tutti gli altri migranti senza soldi e per gli autoctoni, tradizionalmente sensibili al risparmio (io sono da decenni il felice proprietario di un borsello di stoffa non griffato, sempre rigorosamente dello stesso tipo, che cambio ogni due anni per la modica cifra di cinque euro).

        I pakistani e i bengalesi sono fruttivendoli e macellai. Faccio io la spesa in casa: in alcune delle strade principali della città (fra cui quelle del famigerato Ponte Morandi, la cui ricostruzione vedo dalle finestre del mio ufficio) ci sono fino a cinque negozi di ortofrutta in trecento metri di strada, per cui la concorrenza è vivacissima. Saranno anni che agli hard discount mi rivolgo solo per le offerte speciali sui prodotti dalla casa, e che nei negozi ‘normali’ metto piede solo per gli acquisti dei regali di Natale.
        L’unico negoziante autoctono di cui sono cliente abituale è il pescivendolo: il legame diretto coi pescatori lascia agli autoctoni il monopolio della categoria, e anche qui la concorrenza ha fatto crollare i prezzi a tutto vantaggio della clientela.

        Insomma, la situazione si evolve da sé senza che nessuno sembri poterci fare nulla. Ci sono molte e lodevoli iniziative per l’integrazione (ad esempio: alla Biblioteca De Amicis per l’infanzia si organizzano corsi di cinese per i figli di immigrati cinesi analfabeti che si affiancano a quelli di lingua italiana della scuola dell’obbligo), ma sembrano riguardare solo una minoranza.

        Sarà l’eredità di Don Gallo, ma certamente manca quella atmosfera di paura diffusa che a sentire certi notiziari sembra pervadere l’Italia. L’unica volta che si è avuto sentore di qualcosa del genere è stato quando si è attrezzato un palazzo abbandonato per l’accoglienza dei naufraghi di Lampedusa vicino al Ponte Morandi: ma lì la paura era rivolta al fatto che ci fosse una concentrazione elevata di giovani maschi forzatamente nullafacenti senza la corrispondente garanzia di mantenimento dell’ordine pubblico.

        Quanto a quest’ultimo, appunto, è vero che Genova è la città di Carlo Giuliani (assassinato sotto le finestre di mia madre) e del G8. Ma è anche vero che per quelle violenze si sono dovute chiamare apposta truppe da fuori (ad esempio: Placanica era un Carabiniere calabrese di stanza a Roma, a Genova non c’era mai stato prima). E’ solo di recente che con l’avallo e la solidarietà ‘senza se e senza ma’ ai picchiatori da parte di un ‘ministro’ che non si è vergognato di commentare come ha commentato la sentenza sul caso Cucchi ci sono stati pestaggi ingiustificati da parte delle forze dell’ordine che hanno raggiunto le pagine dei quotidiani. Per il resto, Questura e malavita vivono in una sorte di equilibrio per cui certe zone ristrette sono off limits H24 mentre altre lo sono solo a certe ore della notte, un po’ come dovunque. A Genova l’ultimo caso di omicidio rimasto irrisolto risale al 1982. C’è personale di prim’ordine (mia moglie, traduttrice per il tribunale, parla benissimo delle persone delle forze dell’ordine per cui lavora). Il più grosso successo, non debitamente pubblicizzato, è stato l’aver sgominato una banda di feroci magnaccia albanesi che dominava la prostituzione nel ponente, con un’indagine sotto copertura durata tre anni. Le forze dell’ordine fanno il loro lavoro, ma sono nettamente sottofinanziate e sottodimensionate (dove lavoro io per fare una caserma dei Carabinieri nuova ci hanno messo quasi vent’anni, altro che Stato di polizia).

        Il vero pericolo per l’ordine pubblico Genovese, se c’è, viene da certe decisioni politiche nazionali del passato recente, dalla gestione del G8 ai ‘decreti sicurezza’.

        Concludo dicendo che qualunque cosa faciliti la regolarizzazione della stragrande maggioranza dei migranti che non arrivano qui con l’intenzione di delinquere rende meno difficoltosa e più vivibile una realtà che comunque c’è e ci sarà sempre più. In certi giorni sull’autobus sono circondato da gente di cui non capisco una sola sillaba. Una volta ho visto parlare in purissimo Genovese una bambina col poncho e il cappello col naso e le orecchie che sembravano usciti da un glifo incaico. Sempre mi diverto a cercare di capire in che lingua parli la persona a fianco a me per strada.

        E va bene così.

        Ciao!

        Andrea Di Vita

        • Z. says:

          Bentornato compagno, e grazie della tua testimonianza 🙂

        • mirkhond says:

          Nel 2008 l’ex ministro berlusconiano Giuseppe Pisanu, intervistato da Fabio Fazio, disse che per mantenere l’attuale tenore di vita italiano, sarebbero necessari 300.000 immigrati ALL’ANNO.

        • habsburgicus says:

          ora sono idraulici e muratori

          a corollario di ciò, va notata la quasi completa scomparsa delle prostitute albanesi, almeno in molte aree di Ausonia..ormai, fra le “lucciole”, le albanesi sono poche, diciamo una quota “normale”, ineliminabile, come fra qualsivoglia nazionalità incluse quelle “ricche”….eppure ci fu un tempo in cui le albanesi rappresentavano una cospicua parte delle prostitute bianche tanto che il basso popolo -sbagliando gravemente- avrebbe potuto pensare (e pensò :D) che il 90 % delle albanesi fossero sacerdotesse di Afrodite 😀

        • Per ADV

          “E va bene così. ”

          Fermo un attimo, perché queste splendide riflessioni non riguardano “italiani e stranieri”.

          Riguardano l’urbanistica.

          Tu stai parlando, immagino, del centro storico di Genova: uno dei pochi centri storici d’Italia che è riuscito a tenere abbastanza alla larga il turismo.

          E che è proprio strutturalmente “inclusivo”, nel senso migliore di una parola abusata.

          Stai raccontando di come avrebbe potuto essere l’Oltrarno, se non avesse addosso l’aura di “Firenze”.

          E stai parlando anche di una sorta di economia circolare, dove io fruttivendolo vendo al muratore la cui moglie va dal parrucchiere, cioè esattamente la dimensione di mestieri che la contemporaneità altrove stronca.

          E che non avrebbero alcuno spazio fisico in un quartiere-dormitorio, fatto di palazzoni e parcheggi.

          E’ per questo che insisto da tempo che il cuore della questione è sempre l’urbanistica.

          • Moi says:

            In realtà, ch’ io sappia, “la Madda” 😉 in quel di “Zena” 🙂 ha nomea di “postaccio turistico, labirintico con battone, travoni, papponi, spacciatori, ecc .. ” ad ogni crocicchio !

            • Andrea Di Vita says:

              @ Moi & Martinez

              La Maddalena è tuttora zona di prostituzione, ma limitatamente a certe zone, dove fino a pochi anni fa la ‘ndragheta controllava completamente i bassi in cui esercitavano nigeriane ed ecuadoriane (che hanno sostituito siciliane e napoletane).

              Oggi persino lì coesistono fianco a fianco vicoli dove ci sono ancora prostitute nei bassi, vicoli con ristorantini etnici alla moda, vicoli con viados – rigorosamente separati da quelli con le prostitute femmine secondo un criterio geografico – vicoli con bottegucce artigiane per turisti e vicoli con negozi di alimentari per i residenti. Un turista può girare tutta la Maddalena senza incontrare mai una sola prostituta; d’altro canto i magnaccia e gli spacciatori non hanno alcun interesse nè a spaventare eventuali clienti nè a intimorire i turisti che vengono a vedere i palazzi dei Rolli e i musei, perchè violerebbero il tacito accordo con le forze dell’ordine. Chi vuole andare a mignotte può farlo discretamente senza mai interagire col flusso dei turisti e con le massaie che vanno a fare la spesa.

              La cosa buffa è che vedi Alpini in mimetica e manganello accompagnare pomposamente Carabinieri e agenti di P.S. in giro per i vicoli, in omaggio all’idea dell’ex ministro la Russa di affiancare l’esercito alle forze dell’ordine per garantire l’ordine pubblico. Ma in pratica finiscono col fare i selfie con le turiste, perchè quelle rare volte che c’è da inseguire un borseggiatore mia figlia corre più veloce di loro 🙂

              Ma non è questione di Maddalena, nè – credo – di una particolare configurazione urbanistica. In una zona residenziale, lontana dal centro storico, per decenni una delle principali zone di spaccio è stata la scalinata monumentale prospiciente un monumento di inizio Novecento esattamente di fronte al comando provinciale della Polizia stradale.

              Ciao!

              Andrea Di Vita

          • Z. says:

            È uno dei posti che, da turista, ho frequentato di più. Forse il posto che ho frequentato di più in assoluto.

            Vado molto d’accordo coi genovesi, autoctoni e non.

          • Francesco says:

            mi perdoni, Miguel, se ho parecchi dubbi sull’economia circolare cui accenni?

            che io sappia, nessuna economia FUNZIONA così

            alcune riescono a morire così, certamente

            ciao

            • Per Francesco

              “mi perdoni, Miguel, se ho parecchi dubbi sull’economia circolare cui accenni?

              che io sappia, nessuna economia FUNZIONA così”

              Certo, ho semplificato.

              Ms mi sembra che le persone che Andrea descrive facciano piccoli lavori puttosto autonomi, e spesso in relazione tra di loro (il cibo “etnico” e per i compagni di etnia); e lo facciano in un distretto in cui per motivi storici “casa e bottega” fanno fisicamente tutt’uno, in un’area accessibile a piedi, e dove c’è contatto tra persone per strada.

              A questo punto, come ADV stesso dice, non c’è bisogno di alcuna particolare “politica” di inclusione (certo, la politica di chiusura delle frontiere dell’Italia ha comunque un effetto di rallentamento, che dà il tempo ai migranti di costruirsi degi spazi).

              Infine (ma è un discorso diverso da quello dell’economia) la migrazione che lui descrive è plurale: non c’è una comunità singola che prevale e che impone le proprie regole.

    • habsburgicus says:

      @Andrea Di Vita
      OT
      hai visto -in altro post- almeno tu, che in Tagikistan sei stato :D, il link da me postato e sul visto elettronico tagico e sulla frontiera tagico-cinese ?, passato inosservato nel più completo disinteresse ? 😀
      dai, non deludermi almeno tu 😀 😀 😀

      • Andrea Di Vita says:

        @ habsburgicus

        Spiacente, il Tagikistan mi manca! In Asia, mai stato più a oriente di Gonen, sulla strada tra Istanbul e Ankara…

        Ciao!

        Andrea Di Vita

        • habsburgicus says:

          @ADV
          mi confondevo allora..mi sembrava di aver letto, tempo fa, che eri stato in URSS a fine perestrojka fin verso Asia Centrale, ma evidentemente lo scrivente era un altro (o forse era un “relata refero”..boh..non ha alcuna importanza :D)….
          ciao !

  8. Josemar says:

    Mi piacerebbe segnalare agli interessati un libro recente, scritto da un amico Sergio Bontempelli (per chi conosceva il padre, Sergio è figlio di Massimo Bontempelli, che collaborò con Preve).
    Il libro di Sergio è:
    Sergio Bontempelli, Un rifugio precario. Breve storia del diritto di asilo in Europa, Edizioni Helicon, Arezzo 2018

    questo il suo blog

    http://bonte.altervista.org/blog/

  9. Z. says:

    Riflessione a puntate sull’universo, seconda puntata. Trovate la prima all’indirizzo:

    http://kelebeklerblog.com/2019/12/05/quando-non-potremo-piu-essere-amici/#comment-682600

    Di nuovo, non lasciatevi ingannare dall’argomento che può apparire tecnico. E’ poco più di un pretesto per una riflessione sull’universo, appunto.

    Come osservato da un sito specializzato, “[l]a legge n. 3 del 2019 preannuncia, a decorrere dal 1° gennaio 2020, una soluzione (…) radicale: il blocco del corso della prescrizione del reato dopo la sentenza di primo grado (o il decreto di condanna), indipendente dall’esito, di condanna o di assoluzione.”

    Si tratta dell’esito prevedibile di una sorta di politica dei due tempi. L’idea annunciata, infatti, prevedeva che la nuova disciplina della prescrizione sarebbe stata accompagnata da non meglio precisate riforme che avrebbero abbreviato i tempi dei processi. Le riforme tuttavia non ci sono state.

    Ad oggi solo il M5S si batte perché la nuova prescrizione entri in vigore così com’è. LeU e FdI non appaiono particolarmente interessate; tutte le altre forze, di maggioranza come di opposizione, sono contrarie.

    Il mio amico Travaglio, come ama chiamarlo Peucezio, sostiene quanto segue:

    La prescrizione non solo agevola i più ricchi, ma anche i più furbi – spiega il direttore de Il Fatto Quotidiano, che già il 23 novembre si era espresso sull’argomento – La prescrizione decorre non dal momento in cui il reato viene scoperto, ma dal momento in cui il reato viene commesso. Quindi è un premio ai più furbi, quindi ai criminali più strutturati, più matricolati e anche ai più ricchi perché per tirare in lungo un processo e mandarlo in prescrizione devo avere un sacco di soldi per pagare l’avvocato per un sacco di anni”. Per il giornalista è chiaro che “se io non ho i soldi e ho l’avvocato d’ufficio, con il cavolo che con quello che prende dallo Stato, porterà avanti il processo per duemila anni”. Quindi, bloccare la riforma equivale ad accettare “un’amnistia selettiva e razziale nel senso che uno straniero ha molte meno possibilità di permettersi un avvocato che fa scattare la prescrizione. E censitaria perché riguarda soltanto i ricchi e i potenti”.

    Quanto c’è di vero in questa analisi? La prescrizione interessa i reati in modo effettivamente diseguale? Solo i ricchi e i potenti possono permettersi “un avvocato che fa scattare la prescrizione”?

    Lo scopriremo assieme, domani, durante la terza puntata.

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