Agricoltura e allevamento, un saggio di Jacopo Simonetta

Ci sono temi che vengono trattati in genere in modo molto superficiale; diciamo pure, isterico, fanatico e imbecille: uno di questi è certamente il rapporto tra vita umana e animali da allevamento.

Le due rette parallele che non si incontreranno mai in questo caso sono:

“la crisi ambientale non esiste, perché a me piace mangiare la carne e le vegane sono radicalchic con la erre moscia!”

“le persone buone non fanno mai male a nessuno!”

Il primo ragionamento non sta in piedi, al secondo ha risposto Lierre Keith con un saggio molto profondo, The Vegetarian Myth (l’autrice è stata immancabilmente anche impeperoncinata da un gruppo di vegani particolarmenti cannibali, che l’hanno chiamata “Animal Holocaust Denier”).

Rubo da Apocalottismo un  saggio di Jacopo Simonetta, sul tema allevamento e agricoltura.

Jacopo Simonetta è molte cose: toscano fino in fondo, avventuriero in Afghanistan, autore di Picco per capre, contadino-allevatore nella Francia profonda dove odiano Parigi, pessimista sempre sorridente e amico e babbo di una figliola che è tra i massimi esperti mondiali dell’uso militare dei cavalli in Giappone nell’undicesimo secolo.

Nonché compagno della fantastica Angela, con le sue storie gioiose di una Calabria irriducibile alla modernità.

Jacopo Simonetta, Agricoltura ieri ed oggi, ma domani?

Il tema è sterminato, qui vorrei solamente far presente un dettaglio, spesso trascurato nelle discussioni su questo argomento.

Uno dei segni che i tempi stanno cambiando è che sempre più persone cominciano a porsi il problema del cibo, una cosa che per decenni abbiamo dato per scontata.

In effetti, l’agricoltura industriale, figlia della “rivoluzione verde”,  sembra aver raggiunto il suo “picco”; ce lo dice il forte rallentamento o stagnazione della crescita a fronte di uno sforzo produttivo che accelera.  Nel frattempo, la popolazione continua ad aumentare, così come la voglia di mangiare di più e meglio da parte di chi sta mangiando poco e male.

Una vera carestia, di quelle che spazzano via milioni di persone, non è una prospettiva realistica a breve e medio termine, soprattutto non in Europa, ma a lungo termine può accadere di tutto e, comunque, come si suol dire in Toscana: “E’ meglio aver paura che buscarne”.

A maggior ragione se, con l’occasione, si riesce anche a mettere in tavola roba più saporita e genuina di quella che si compra al supermercato.

Di qui la repentina trasformazione dell’antico orticello dietro casa da attività residuale per vecchietti arzilli a settore economico in crescita esponenziale: libri, riviste, convegni, attrezzi, sementi, corsi, siti internet e chi più ne ha più ne metta offrono di tutto a chi fosse interessato.  Perfino troppo, tanto che è oramai difficile orientarsi in questo mare magno.

Bene, ma se è vero che gli orti possono aiutare molto l’economia domestica in campagna e, entro certi limiti, nelle periferie urbane, non sarà così che si sfameranno i miliardi di persone che si ammassano nelle megalopoli.   Per questo, è necessario un salto di scala di parecchi ordini di grandezza e questo cambia la prospettiva.

Un’opinione molto diffusa è che la dieta di domani sarà vegetariana o quasi e che ciò sarà sufficiente a tenere in equilibrio il sistema.   Ci sono diverse buone ragioni per pensarlo:

  • Una percentuale consistente della produzione agricola è destinata alla produzione di alimenti per il bestiame; soprattutto vacche, ma non solo.   La trasformazione delle granaglie e della soia in alimenti e di questi in carne o latte comporta però una forte dissipazione di energia.  Se mangiassimo direttamente i semi  avremmo quindi molte più calorie a disposizione.
  • Gli allevamenti intensivi consumano grandi quantità di acqua, non solo per far bere il bestiame (specialmente i bovini), ma anche per mantenere un minimo di igiene nelle stabulazioni.
  • Il cereale più produttivo e quindi più utilizzato per i mangimi è il mais che, però, è anche quello che ha più bisogno di acqua e, nelle varietà ad altissima resa odierne, anche di diserbanti, concimi sintetici ecc.  Segue la soia (una leguminosa) per coltivare la quale stiamo distruggendo buona parte della foresta amazzonica.
  • Gli allevamenti intensivi sono estremamente inquinanti, sia per l’abnorme e concentratissima produzione di letame e liquami, sia per la produzione di metano che mangimi ricchi di carboidrati e poveri di fibre incrementano considerevolmente.
  • Una dieta ricca di carne e latticini non è necessaria, anzi può essere perfino nociva per persone che fanno una vita sedentaria come la maggior parte di noi.
  • Negli allevamenti intensivi gli animali sono trattati malissimo, ai limiti della tortura o anche oltre.
  • Negli allevamenti intensivi si fa necessariamente un largo uso di farmaci sui cui residui non c’è controllo possibile. In particolare, l’uso di antibiotici di copertura è una misura di profilassi necessaria in condizioni di sovraffollamento e scarsa igiene, ma contribuisce a selezionare patogeni particolarmente pericolosi.

Tutto corretto e, oggi come oggi, ridurre drasticamente il numero e la dimensione degli allevamenti intensivi sarebbe una misura lodevole, specie se il conseguente aumento dei prezzi riportasse un poco di bestiame sui pascoli e nelle fattorie dove, invece, ce ne è oggi troppo poco.

Ma che ci dobbiamo aspettare dal futuro?

La peculiarità della fluttuazione climatica in corso è di essere caldo-secca sulla maggior parte delle terre emerse.   Un’anomalia questa che non è il caso di discutere qui; il punto che ci interessa è che la disponibilità di acqua continuerà presumibilmente a diminuire ed i suoli ad inaridire.   Per farsi quindi un’idea di come potrebbe essere l’agricoltura europea del futuro proviamo a dare un’occhiata a cosa succede nei paesi che oggi hanno situazioni climatiche ed edafiche simili a quelle che presumiamo di avere noi fra un paio di decenni.  Per esempio in nord Africa e in buona parte della Spagna.

In primo piano troviamo zone irrigue con buoni livelli di produzione, ma solo grazie ad una disponibilità di energia, concimi e fitofarmaci che difficilmente avremo in futuro.   Inoltre, l’emungimento delle falde freatiche e dei fiumi è una delle concause dell’inaridimento del territorio, in misura anche maggiore del Global Warming.  Si veda per tutti, l’esempio del Lago Aral, prosciugato per irrigare i campi di cotone.  In pratica, le colture irrigue dovrebbero essere abbandonate subito e molte lo saranno comunque.  Alcune, anzi, lo sono già state, proprio per esaurimento dell’acqua e/o per accumulo di sale nel suolo (frequente conseguenza dell’irrigazione in zone aride).

Dove ci si deve accontentare di piogge scarse e irregolari non c’è spazio per ortaggi, mais e meloni. Troviamo quindi magri campi di cereali resistenti all’aridità, ma scarsamente produttivi come il miglio, il sorgo ed alcune varietà di frumento.  Anche questi ricorrono a concimi “chimici” e fitofarmaci, ma per l’acqua dipendono invece dai capricci del clima.  Di conseguenza, i rendimenti sono scarsi e molto variabili, complessivamente in diminuzione a causa del peggioramento del clima e del degrado dei suoli così sfruttati.

Infine, l’unica cosa che cresce sulla maggior parte del territorio di molte regioni è una vegetazione ruvida e tenace, fatta perlopiù di arbusti ed erbe perenni che possiamo mangiare solo usando del bestiame per trasformarla in carne e latte.  Dirò di più:  anche laddove il clima ed i suoli sono ancora propizi all’agricoltura, una popolazione rurale che disponga di poca energia esogena (elettricità e gasolio) ha tutto l’interesse a basarsi in buona misura sull’allevamento.  Non a caso è quello che è sempre accaduto e che continua ad accadere.   Il bestiame ha infatti alcuni vantaggi strategici che è bene ricordare:

  • Utilizza risorse che noi non possiamo usare direttamente.
  • Non fornisce solo cibo, ma spesso anche servizi (trasporti, forza motrice, ecc.)
  • Fornisce concimi ed ammendanti di qualità.
  • Incrementa sensibilmente la biodiversità locale.
  • Il corpo degli animali è anche un contenitore di cibo che si conserva da solo, senza bisogno di protesi tecnologiche ed energetiche.

Per questo, i popoli che vivono in aree semi-aride hanno ed hanno sempre avuto una dieta a base di carne e latticini, integrati da quel poco di verdure e cereali che riescono a produrre e/o importare.

In passato, i popoli che avevano del buon bestiame, specialmente buoni cavalli, hanno soverchiato quelli che non li avevano.   Poi la palma del dominio è passato a coloro che, invece, hanno il controllo dei combustibili fossili, ma anche questo sta passando.

Non possiamo sapere come sarà il mondo fra cinquanta o cento anni, ma io credo che sarebbe una cosa prudente tornare a diffondere capillarmente il bestiame più vario nelle campagne, eliminando invece gli allevamenti industriali.  Cosa facile a dirsi, ma difficile a farsi.

Credo inoltre che sarebbe prudente usare il residuo potere economico e tecnologico che abbiamo per importare e/o selezionare razze più idonee al clima ed alla vegetazione che si presume avremo in futuro.  Ricordo che selezionare e stabilizzare una razza animale è un affare che prende decenni; tempi cioè dello stesso ordine di grandezza di quelli con cui il nostro territorio si sta inaridendo.

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26 Responses to Agricoltura e allevamento, un saggio di Jacopo Simonetta

  1. mirkhond says:

    “Tutto corretto e, oggi come oggi, ridurre drasticamente il numero e la dimensione degli allevamenti intensivi sarebbe una misura lodevole, specie se il conseguente aumento dei prezzi riportasse un poco di bestiame sui pascoli e nelle fattorie dove, invece, ce ne è oggi troppo poco.”

    C’è chi non ha mai abbandonato le pratiche tradizionali dell’allevamento:

    https://youtu.be/_nNdRokTg9g

    https://scontent-mxp1-1.xx.fbcdn.net/v/t1.0-9/13166041_595253417301140_2462735573548957193_n.jpg?_nc_cat=103&_nc_oc=AQkkLpLUpIaE5YB6U9rh9odMcrR2izoJJwJUjpZfZfX5RFw5S5iLPhWy_tag9_AsSBc&_nc_ht=scontent-mxp1-1.xx&oh=664638d2330046292b1e0aa579e9c4ea&oe=5E18295B

  2. Peucezio says:

    Molto interessante.

  3. Moi says:

    la Natura è ambivalente : spietata nella sopravvivenza delle specie (… per non parlar dei singoli esemplari d’una specie ! , ma … una volta “innescata” la Vita, la conserva finché ne sussistono le condzioni minime necessarie.

    Ad esempio, durante la Guerra Fredda era popolare l’ idea “antispecista a manetta” 😀 che in caso di Guerra Atomica Totale … “beghe e burdigoni” 😉 avrebbero ereditato da noi Umani la Terra come nuova Specie Dominante !

  4. Intanto, lo spirito imprenditoriale italiano, alle prese con le sfide ambientali, dà il meglio di sé.

    Leggo il titolo su Repubblica:


    Bio-on nella bufera, un manager arrestato e 150 milioni sequestrati all’azienda gioiello delle bioplastiche

    Accuse di falso in bilancio e manipolazione del mercato. Altre due misure interdittive”

  5. Francesco says:

    Visto che ho una certa negazione totale all’agricoltura e all’allevamento, non mi aspetto di avere buone probabilità di sopravvivere nel Nuovo Mondo. E pazienza.

    Quindi mi limito a chiedere se ci sono studi sulla riduzione della produzione di carne per l’alimentazione umana se sostituissimo gli allevamenti intensivi con altri allevamenti “tradizionali” o “ecologici” e sull’aumento del prezzo della carne stessa.

    Sarebbero interessanti da leggere.

    E buone cavallette arrosto a tutti!

    🙂

    • paniscus says:

      “E buone cavallette arrosto a tutti!”
      ———-

      Ma dove starebbe scritto che se si riduce la produzione industriale di carne, l’unica alternativa possibile sarebbe quella di nutrirsi di insetti?

      Io sto benissimo senza bistecche, ma non è che le sostituisco con le cavallette, semplicemente non mangio né le une né le altre!

      • Z. says:

        Io invece senza bistecche nzomm…

      • roberto says:

        “Ma dove starebbe scritto che se si riduce la produzione industriale di carne l’unica alternativa possibile sarebbe quella di nutrirsi di insetti?”

        ma infatti se io ho un budget carne di 100x, invece che comprare 25x bistecche industriali a 4x, posso benissimo comprarne 4x a 25x.

        io sto benissimo con meno bistecche ma migliori

        • Francesco says:

          Beh, insomma, tra 25 bistecche e 4 bistecche c’è una certa differenza quanto ad apporto proteico e tutto il resto.

          Mi pare evidente che dovremmo mangiare meno e cercare dei sostituti della carne.

          E’ una prospettiva tutt’altro che esaltante, li avete mai visti in faccia i vegetariani? Non dico che non sia una condanna che ci toccherà ma è una condanna.

          Saluti

          • PinoMamet says:

            Mah…
            ho amici vegetariani e persino vegani, tranquillissimi e in ottima salute.

            Ho un’amica che era vegetariana da ragazza, poi ha preferito a tornare a mangiare di tutto, dice che sta meglio.

            Ho avuto una collega vegana convintissima, che non mangiava neppure le cose che “assomigliavano alla carne” (tipo polpette vegane ecc.), si vedeva occhio nudo che non stava troppo bene, e poi è finita ricoverata in ospedale.

            Ho un’amica vegana abbastanza convinta, che sta bene cucina ottime polpette che sembrano di carne…

            non riesco a trarne una regola.

          • Roberto says:

            Ma infatti mica suggerisco il vegetarianismo, giusto mangiare un po’ meno carne.
            Io adoro la carne, ma stasera pasta e lenticchie, ieri minestrone, martedì frittatona di cipolla (peroni e rutto libero, cit.), e così via.
            Poi domenica si accende il BBQ, ovvio

      • PinoMamet says:

        Naturalmente non sta scritto da nessuna parte che dovremo mangiare bacherozzi.

        Però Roberto, che si intende di carne, sa bene che il suo ragionamento è molto semplificato…
        (un bovino non è fatto interamente di bistecche ecc. ecc.)

  6. Ugo Bardi says:

    Il libro di Lierre Keith, “Il Mito Vegetariano” è veramente molto bello e ben fatto. Non c’è da stupirsi che l’abbiano trattata a torte al peperoncino in faccia.

  7. Moi says:

    come si suol dire in Toscana: “E’ meglio aver paura che buscarne”.

    ———

    I Calcianti avrebbero da ridire … 😉

  8. Che coincidenza, ne ragionavo nel mio ultimo post: https://mammiferobipede.wordpress.com/2019/10/23/la-questione-ambientale-settima-parte/

    La parte interessante è il commento a questo grafico: https://imgur.com/WQE4j6g

    Cit: Nella preistoria (colonna a sinistra) esseri umani ed animali d’allevamento occupavano una dimensione molto piccola nel complesso delle forme viventi. Nel 1900 (colonna centrale) eravamo già i quattro quinti del totale, a spese dell’80% della fauna selvatica annientata nel frattempo. La colonna di destra, relativa al 2015, è impressionante perché il totale della biomassa, costante nei millenni precedenti, appare moltiplicato per sei volte. Come può essere successo?

    Semplicemente l’effetto dell’impennata esponenziale generata dalla disponibilità e messa a regime di energia fossile derivante dal petrolio. Fino al 1900 (circa) l’umanità aveva avuto a disposizione la sola energia radiante proveniente dal sole, ed aveva dovuto fare i conti con quel limite. Con lo sfruttamento delle risorse petrolifere quel limite è saltato, e si è potuto produrre quantità via via crescenti di cibo per alimentare una popolazione anch’essa in crescita.

    Tuttavia sappiamo bene che le risorse di petrolio non sono inesauribili (e nonostante ciò continuiamo a sprecarle per attività sostanzialmente inutili, come lo spostare tonnellate di ferro e gomma, le automobili, solo per muoverci individualmente da un posto all’altro). Cosa accadrà quando questa risorsa comincerà a declinare?

    Il grafico ci da una risposta abbastanza tragica circa il livello di sostenibilità che il pianeta è in grado di supportare: anche rinunciando ad un’alimentazione basata sulla carne, e quindi azzerando la componente relativa agli animali d’allevamento, la popolazione attuale eccede largamente le capacità del pianeta.

    • Per Mammifero Bipede

      “https://mammiferobipede.wordpress.com/2019/10/23/la-questione-ambientale-settima-parte/”

      Impressionante, il grafico… invito tutti a dare un’occhiata.

      Queste cose, che ci raccontano come STIAMO ADESSO, mi colpiscono molto più delle affermazioni profetiche (tipo “gli scienziati ci dicono che tra 22 anni, il 98,4% dell’Italia sarà inabitabile”).

    • Francesco says:

      veramente se guardo il grafico vedo che la biomassa eccedente è data proprio dagli animali d’allevamento

      parrebbe che eliminando questi si torni alla biomassa “di equilibrio”

      anche se noto che 1) mancano gli insetti e 2) dalla biomassa sono escluse le piante

      • Concordo che l’analisi andrebbe approfondita, ma penso anche che le conclusioni non siano troppo lontane dalla realtà dei fatti. Il processo di antropizzazione del pianeta è consistito, fin qui, nella distruzione di foreste primarie e nel riutilizzo del suolo sottostante a fini agricoli (ne ho trattato nel primo della serie di post: https://mammiferobipede.wordpress.com/2019/06/08/la-questione-ambientale-prima-parte/ )
        Questo pone due problemi:
        1) il suolo viene consumato dall’uso agricolo, perde sostanze nutritive che devono essere integrate con fertilizzanti (non ricordo dove l’ho letto, ma il rapporto tra fertilizzanti utilizzati e quantità di cibo prodotto è aumentato di c.a 50 volte tra gli anni ’60 ed oggi)
        2) il ciclo dell’acqua alimentato dalla foresta viene danneggiato e si rende necessario attingere a riserve idriche (fiumi e laghi), col risultato di danneggiare gli habitat che da queste riserve venivano alimentati (e di aumentare l’evaporazione, quindi in assoluto di ridurre le riserve idriche).
        Quindi, ok, molta dell’attuale biomassa animale deriva dalla conversione di biomassa vegetale che non viene conteggiata, ma al tempo stesso questa conversione è resa possibile dall’uso intensivo di fonti fossili che alimentano l’agricoltura meccanizzata.
        In aggiunta a ciò è un processo che non può andare avanti indefinitamente (la famosa ‘non sostenibilità’) perché basato sul consumo, di suolo, di energia e di materie prime non rinnovabili.

  9. Moi says:

    Probabilmente sarà sopravalutato, ma mi pare che fu Umberto Eco uno fra i primi a mischiare “Sacro e Profano” … in senso laico, o meglio “Cultico-Accademico ” 😉 !

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