Acqua indiana

Il mondo funziona così.

Tutte le economie devono crescere sempre più velocemente e per sempre.

Il modo migliore per crescere è avere ogni parte del mondo che si dedica a produrre qualcosa, e trasporti sempre più veloci ed efficienti che facciano girare le merci da un capo all’altro del pianeta.

Ebenezer Elliott, anno 1833:

Free trade and no favour is all that we ask!
Fair play, and the world for a stage!

Il risultato sarà sempre più benessere per tutti, cioè la possibilità di acquistare più merci:

“Then, hey, mechanics, for free trade,
And cheaper ale”

Adesso passiamo in India, che sta subendo in questo periodo una situazione che su La Stampa viene descritta così (grazie a Marco S. per la segnalazione!):

“CHENNAI. A rischiare la vita sono sempre i più poveri. Che si prendono gastrite o diarrea, costretti a bere acqua inquinata per non morire disidratati. Perché, quando non piove da 200 giorni, quando i salvifici acquazzoni monsonici non arrivano e i pozzi si svuotano, mentre laghi e paludi si prosciugano, se non hai i soldi per pagare l’autocisterna come fai?”

Il resto dell’articolo, come l’autocisterna, è a pagamento, per cui non so se l’autore abbia colto l’essenziale.

Il problema non è semplicemente il fatto che non piove da 200 giorni.

Per mettere al negativo un vecchio detto, il problema è che non piove, sull’asciutto.

Come sapete, l’India è un paese felice, che esporta in tutto il mondo, ed esporta soprattutto prodotti agricoli: dal 2000 al 2014, il PIL agricolo indiano è salito da 101 miliardi di dollari a 367, trasformandolo nel secondo paese produttore del mondo.

L’India esporta soprattutto riso e cotone, che sono prodotti che consumano quantità immense di acqua.

L’agricoltura in India consuma il 90% dell’acqua disponibile; e una parte sempre crescente del prodotto agricolo viene esportata. Così, l’anno scorso, l’India ha esportato 95,4 miliardi di metri cubi di acqua incorporati nei prodotti agricoli.

Tutte le famiglie e le industrie dell’India hanno consumato appena un quarto di questa cifra, 25 miliardi di litri.

Di conseguenza – ma si sapeva già da anni – la falda acquifera è scesa drammaticamente in tutta l’India, restando accessibile solo a quelle imprese che avevano i mezzi per scavare pozzi molto profondi molto profondi con pompe a motore.

Vandana Shiva ci raccontava dei contadini senz’acqua del Punjab, che si lamentavano che il nome stesso della loro regione – panc âb – significa “cinque fiumi”.

I piccoli contadini si sono trovati a gareggiare con i grandi latifondisti e con le multinazionali e quindi hanno contratto debiti che sono tra le principali cause della famosa ondata di suicidi tra gli agricoltori.

Una  buona occasione per riflettere sulla solita differenza tra prezzi e costi.

Aurangabad è una cittadina nel Maharashtra, che nel 2010 ha segnato un record mondiale: la consegna, in un unico blocco, di ben 150 Mercedes di lusso a un gruppo di imprenditori.

Noi europei gli prendiamo l’acqua, agli indiani, ma almeno condividiamo con loro un po’ del nostro NOx.

Ora, apprendiamo dal Hindustan Times, che lo stesso distrettoAurangabad ha vinto un altro record: quello nazionale per l’acquisto di autocisterne per portare acqua nei villaggi assetati. Almeno ai ricchi.

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63 Responses to Acqua indiana

  1. Mauricius Tarvisii says:

    Adesso volete toglierci anche riso e cotone? Senza di quelli è meglio la morte!
    Di quei selvaggi straccioni indiani, intendo: li ammazzerei tutti per una bottiglia di Prosecco…

  2. Marcosclarandis says:

    Miguel, non litri ma metri cubi!
    Mille volte tanto!
    Quindi in chilometri cubi:novantacinque chilometri cubi, quasi il doppio del lago di Garda (http://www.ise.cnr.it/crypta/limnol/cicloac/lagit.htm)

    Marco Sclarandis.

  3. Francesco says:

    Mi pare che tutto il problema sia il totale menefreghismo delle classi superiori e, quindi, dello stato indiano per i pezzenti. Non gli hanno costruito acquedotti, non si sono interessati della disponibilità di acqua.

    Apprendo che l’India esporta cibo, ero assai convinto del contrario, mi era nota come paese che primeggiasse nell’informatica.

    Però Miguel, alla fine, hai ragione nella tua seconda frase. Ma solo alla fine, che potrebbe non essere così vicina.

  4. Marcosclarandis says:

    Finora tre commenti a questo post, quattro con quest’ultimo.
    Magari è un segnale incoraggiante, dato che del prosecco, affini ,succedanei e surrogati possiamo farne a meno nove volte su dieci che abbiamo sete, anche più di novantanove su cento, ma restare senz’acqua per un giorno solo può diventare un incubo per chiunque, in giorni come questi sopratutto.
    Ho definito questo silenzio incoraggiante perchè forse al riguardo c’è ben poco dire.
    Da fare, invece ci sarebbe molto, anzi un’enormità di cose.
    A partire dallo stroncare lo spreco di cibo, di abiti, e di merce che di quell’acqua è inzuppata.
    E’ inevitabile che questa stroncatura sia di per sè un anatema per gli “Affari Come Al Solito”, ma non passerà una generazione, quella di Greta Thunberg per intenderci, che saremo costretti comunque a decurtare decisamente la lista d’insane abitudini, che da almeno mezzo secolo ci stanno portando alla fossa dove i fessi fermano la caduta dal dirupo.

    Il progetto Apollo è costato centocinquanta miliardi di dollari, la guerra del Vietnam seicentocinquanta.Non so se al valore del tempo o attuale, ma la proporzione non cambia.

    Forse avremmo fatto meglio a proseguirlo, quel progetto, e mandare sulla Luna qualcuno in più che provasse quella “magnifica desolazione” e così tornando sulla Terra si accorgesse verso quale “desolante magnificenza” la stavamo portando.

    Marco sclarandis.

    • supervice says:

      Grossi sprechi sono anche un sistema di caste dove gli ultimi devono rimanere sempre miserabili e ben visibili (e i suicidi sono dovuti soprattutto a questo e ai debiti che i miserabili devono contrarre per poter coltivare , e non ai semi della Monsanto, come sostiene Panzana Shiva) e 1.350 milioni di persone, con un aumento del 180% in 60 anni.

  5. Peucezio says:

    Miguel,
    ti sottopongo questo:
    https://www.maurizioblondet.it/sappiamo-fare-la-manutenzione-della-civilta/?fbclid=IwAR1JsJj2DUNICGnbS8moV8Bd-QVGUIiySp7iAn8GR31CHQL1YoVJOEEUyGE

    Non dico di aderire in tutto (a volte c’è un eccesso di entusiasmo verso il progresso e il mondo tecnologico) ma un paio di frasi mi paiono lucide e profonde:

    “Questi neobarbari tendono a ritenere che le infrastrutture “vecchie” – strade, ponti, ferrovie, reti elettriche – non servano più dato che ora avanzano quelle “nuove”, digitali, immateriali pulite, “sostenibili”.
    Non sanno, non avendo mai studiato il problema, che la civiltà tecnica avanza per stratificazione e complessificazione: che le infrastrutture “antiche” sono un patrimonio necessario, che non smette di esserlo, che loro hanno il dovere di mantenere. ”

    “Evochiamo qui la figura del “barbaro verticale” : i figli nostri che non abbiamo civilizzato e, cresciuto negli agi di un mondo tecnicamente avanzatissimo e socialmente provvidente, “credono che tale mondo dov’è facile vivere sia la Natura stessa, e non il risultato degli sforzi geniali di generazioni di padri e antenati” che l’hanno costruita con fatica, sacrificio, pezzo per pezzo.
    L’uomo-massa vive nella civiltà come il selvaggio vive nella foresta primigenia, godendone i frutti – artificialissimi – come fossero manghi e banane pendenti dagli alberi, e che lui nemmeno deve coltivare, perché tutto è a sua portata di mano senza sforzo.”

    (Corsivi e grassetti sono dell’originale, non miei)

    Ma ti consiglio tutto il pezzo, comunque. E’ un punto di vista lontanissimo dal tuo, ma che proprio per questo penso troverai stimolante.

    • Per Peucezio

      “Articolo di Blondet”

      Un pezzo scritto molto bene, che dice diverse cose giuste.

      Poi ti lascia di stucco, per la totale incomprensione del proprio avversario.

      L’ecologista reale dice: “guardate che questi supermercati tanto comodi hanno un costo terribile, anzi insostenibile”.

      Arriva Blondet e dice, “gli ecologisti non si rendono conto che questi supermercati tanto comodi hanno uno costo terribile. Abbasso gli ecologisti!”

      Se ho capito bene, Blondet dice, viviamo in una società di petrodipendenza, tipo tossicodipendenza; a un certo punto il tossico è insoddisfatto, e quindi la soluzione che propone lui non è una bella crisi di astinenza. No, è “proviamo a raddoppiargli la dose di eroina.”

      Che dovrebbe consistere nell’uso del nucleare, e qui il discorso si chiude presto: i rischi a lungo termine sono molto maggiori dei problemi che pretende di risolvere; la fusione nucleare è fuori dalla portata della tecnologia attuale. E comunque anche se fosse miracolosamente innocua, l’energia nucleare non farebbe altro che portare all’estremo tutti quei processi energetici e distruttivi che Blondet stesso denuncia.

      O forse vuole gli aerei nucleari che scaricano in aria il merluzzo presumibilmente inesauribile dell’Alaska su droni che servono Blondet direttamente a tavola?

      Se Blondet cambiasse bersaglio, l’articolo potrebbe essere interessante:

      1) descrive molto bene la maniera in cui l’uomo-risultato-della-tecnologia ha perso totalmente il contatto con la tecnologia stessa e dà tutto per scontato

      2) sarebbe una bella critica alle organizzazioni industriali che dicono “faremo uno sviluppo sostenibile con tanti aeroporti verdi con ristoranti vegani che vi serviranno il cabbabù organico appena colto nei boschi brasiliani”

      3) descrive anche la confusione dei politici più intelligenti, che sanno che la coperta si sta accorciando da tutte le parti, ma non osano farlo notare al popolo che li vota (e che effettivamente dà per scontati i supermercati e tutto il resto).

      • Peucezio says:

        Miguel,
        sì, infatti condivido con te: è molto lucido per un verso e sembra fraitendere completamente il problema per l’altro verso.

        Io credo che la sua idea sia che solo la tecnologia possa risolvere il problema, il che in linea teorica è possibile: nella materia possono esserci risorse inimmaginabili. Il problema è che finché non troviamo il modo, dobbiamo pur pensare a evitare la catastrofe.
        L’esempio della fusione nucleare è perfetto in questo senso: risolverebbe tantissimo, ma è lontana.
        Ecco, Blondet ti direbbe che si deve investire nella ricerca su quella anziché nel ridurre le emissioni, ecc. Il problema è che così rischiamo un danno certo nella speranza di una soluzione futura possibile.

        Come sai io credo in una terza via, che vedo come l’unica realistica, anche perché non dipende da noi (e io non credo in noi, credo in “loro”).
        Secondo me l’attivismo ecologista, con le varie Grete, serve a pochissimo, serve a produrre icone.
        Mentre saranno le classi dirigenti e i tecnici delle nazioni di recente sviluppo a dover contenere il problema, perché ne stanno avendo un impatto talmente distruttivo che lì è questione di sopravvivenza, altro che icone!

      • Francesco says:

        Miguel

        come mio solito commento senza avere letto … la crisi di astinenza di cui parli tu sarebbe letale, per cui ha ragione Blondet a dire che serve un’altra via di uscita

        e anche l’idea che la tecnologia sarà parte della soluzione mi vede d’accordo: è dal Neolitico che funzioniamo così e non mi mettere a fare il bonobo proprio adesso

        del resto siamo lì lì’ per accedere alle risorse dello spazio … basta tenere duro pochi decenni e potremo quasi scordarci quella storia noiosa dell’entropia!

        😉

    • Francesco says:

      Trovo un pò difficile mettere nello stesso mazzo i 5 Stelle e gli ingegneri tedeschi, però.

      Può darsi che i politici crucchi si siano fissati con i bilanci dello Stato in pareggio MA questo contrasta con l’estremo pragmatismo di Lady Merkel e con la coscienza degli investimenti pubblici necessari per Industrie 4.0 (che hanno inventato loro e i cui “pezzi materiali” sono prodotti da imprese tedesche).

      La fa un pò facile il Nostro ipotizzando semplicemente che siano dei giovani cretini (di nuovo, lui pensa a Di Maio ma in Germania non ne hanno, di gente così, al governo).

      Poi si è bloccata la pagina Internet!

    • Andrea Di Vita says:

      @ Peucezio

      Lo leggo solo ora.

      Ci ho lavorato, sulla fusione nucleare.

      Non credevo sarei mai arrivato a questo punto.

      E’ la prima volta in vita mia che sono d’accordo al 100% con Blondet!

      Ciao!

      Andrea Di Vita

  6. Peucezio says:

    In effetti andrebbe studiata questa figura del fisiolatra tecnologico, del naturalista con lo smartphone, perché non è banalmente l’uomo civilizzato e represso di una volta, quello che cerca nella natura una fuga dall’alienazione tecnologica.
    E’ davvero l’uomo che è cresciuto in un sistema che è riuscito (apparentemente e facendo danni altrove che non ci saranno abbonati: come dici tu, il prezzo non è il costo) a minimizzare la percezione e l’impatto dell’alienazione della tecnica.
    Milano quando io ero bambino era una città grigia dei fumi delle industrie, cupa, oggi è ridente, il clima è cambiato, il cielo è azzurro, le case sono più colorate. Le industrie le abbiamo spostate in Cina e producono non per milioni di lombardi o italiani, ma per miliardi di terrestri.
    E così per tutto: città con meno macchine, specialmente nei centri storici, sempre più bici e piste ciclabili, e così via. Una mia amica russa che ha vissuto a lungo ad Amburgo mi diceva che lì l’aria era pulitissima tanto tutto era organizzato in modo ecologico.
    E soprattutto c’è il fatto che i progressi che più hanno impattato sulla nostra quotidianità negli ultimi decenni non riguardano tanto il nostro rapporto con la fisicità, la materia e lo spazio (le automobili sono sempre quelle – magari un po’ più comode e sicure -, il riscaldamento, l’acqua, l’elettricità, ecc., pure), ma la comunicazione, la trasmissione e lo scambio di dati, per cui i giovani si sono convinti di vivere ormai in un mondo etereo, fatto di informazioni impalpabili che viaggiano in modo invisibile e innocuo: credono che ormai l’uomo abbia trasceso la materia.
    E quindi sono ecologisti perché pensano di vivere in un mondo di biciclette, energia pulita e informazioni impalpabili che viaggiano e temono che qualcuno glie lo voglia togliere.

    • Per Peucezio

      “E quindi sono ecologisti perché pensano di vivere in un mondo di biciclette, energia pulita e informazioni impalpabili che viaggiano e temono che qualcuno glie lo voglia togliere.”

      In questo, qualcosa di vero c’è. Solo che il prezzo chiaramente è aver trasformato la Cina/India/Amazzonia insieme in discarica e zona di saccheggio.

      E’ interessante il caso di Roma: cosa succede non appena ci troviamo a confronto con i nostri rifiuti. E’ bastato che si restringesse per un momento l’imbuto lungo il quale si scaricano, perché ci si trovi davanti a tutta l’insostenibilità del sistema produttivo.

      Oltre tutto, proprio quando Cina, Tailandia, Filippine iniziano a dire “basta usarci come discariche”.

      A questo punto resterà il mare, ovviamente.

      • Sempre per Peucezio

        ““E quindi sono ecologisti perché pensano di vivere in un mondo di biciclette, energia pulita e informazioni impalpabili che viaggiano e temono che qualcuno glie lo voglia togliere.””

        Ma forse sarebbe proprio una forza, in tempi di collasso: gente cui basta una bicicletta, che produce pochi rifiuti e piuttosto che dover andare nei Caraibi, si accontenta della baita in montagna e di vedere video sui luoghi lontani e che ha un’idea abbastanza chiara (a differenza di quelli “dei centri commerciali”) dei processi produttivi/distruttivi.

        Basta farli scendere dai voli Ryanair/Erasmus :-), ma almeno con loro non è difficile spiegargli perché.

        • Con questa storia di quelli che “sono ecologisti perché vanno in bicicletta” (che rovescia un po’ la sequenza comune) mi hai fatto pensare.

          Blondet è uno che vuol vedere sempre il peggio attorno a sé.

          Ma le cose funzionano in maniera dialettica.

          Grazie al consumismo e all’outsourcing e all’economia dei servizi, la gente perde il senso di “cosa sia una fabbrica”. In questo ha ragione Blondet.

          Ma esistono due esiti possibili.

          1) Vivere nell’incoscienza che descrive lui (e che è tipica di chi NON è ecologista); ma anche l’operaio in fabbrica viveva in uno stato di incoscienza, dando per scontato tutto tranne il giorno della paga.

          2) Provare un senso di sconvolgimento quando si scopre cosa “è la fabbrica”, proprio perché è altro da noi. Pensa alla famiglia Nahua che dava per scontato il pranzo a base di prigionieri. Oggi, avremmo difficoltà a sederci a tavola con loro, perché non ci siamo abituati. Un po’ siamo infiacchiti e teneri, un po’ però cogliamo delle cose che sfuggivano ai Nahua stessi.

          Proprio questa generazione abituata ai cieli più puliti (da noi) può capire meglio cosa significhi.

          In ogni tempo, occorre cercare le forze che ci sono, e i tempi cambiano.

          • Peucezio says:

            Ti dirò: non condivido il tuo, peraltro moderato e prudente, ottimismo.

            Secondo me, come ho detto più su, il problema lo risolveranno i cinesi e gli indiani che vivono in una nuvola di fumo che la Milano degli anni ’70 gli fa un baffo e la nebbia mischiata allo smog di Sesto San Giovanni è aria salubre d’alta montagna in confronto.
            (a proposito: hai mai visto “Delitto d’amore”? Film con Giuliano Gemma e Stefania Sandrelli, mediocre nella trama, ma splendido nell’ambientazione).

            Ma, a parte la divagazione su Sesto San Giovanni negli anni ’70, io credo che ‘sti ragazzini in bicicletta vivano in una bolla immaginaria tutta loro e francamente non mi aspetto nulla di buono da quel tipo di umanità.
            A me pare gente completamente fuori dal mondo reale, che vive in un universo autoreferenziale e al tempo stesso rivendicativo (come tutti i mondi irreali e infantili, che sono pulsionali, non realistici).
            Quando gli si toglierà una millesima parte del loro mondo bucolico virtuale, impazziranno, non certo cercando una soluzione, ma strillando e rivendicando ancora di più e cercando un colpevole.

        • Simone B. says:

          Per farsi bastare la bicicletta, la baita e far pochi rifiuti ci sono due strade:
          1) vincere una cifra esagerata al Superenalotto e continua re a baloccarsi nelle illusioni.
          2) Essere già allevatori/ contadini. In questo caso hai un idea chiara dei processi produttivi e di cosa sia veramente a fabbrica o simili.

          Non credo che siano le attuali più o meno giovani generazioni quelle più pronte ad abbandonare gran parte del loro stile di vita per un mondo (dice) migliore. In questo la penso come Peucezio nel paragrafo finale di due post più giù.

          Infine noto una idea un po’ distorta dell’operaio. In genere è proprio lo stipendio la cosa non scontata.

          • Simone B. says:

            Aggiungo un bel video di gente che viveva senza bicicletta, non producendo rifiuti o quasi, ed i Caraibi manco sapeva esistessero.

            Volevano crescere perché sapevano bene cosa fosse la mancata crescita:

            https://www.raiplay.it/video/2017/07/Viaggio-nellItalia-che-cambia—Puntata-del-18031963-ff93ab19-646e-407e-8698-135c830156be.html

          • Per Simone B

            “Non credo che siano le attuali più o meno giovani generazioni quelle più pronte ad abbandonare gran parte del loro stile di vita per un mondo (dice) migliore.”

            no, certo… e qui stiamo parlando probabilmente di cose diverse.

            1) il 90% dei giovani sono come il 90% dei giovani in tutta la storia umana: non ci pensano proprio né alla politica, né alla natura. Pensano a divertirsi, a rimorchiare, a essere benvoluti dagli amici, a cavarsela nella vita in qualche modo. Questa peraltro è la fauna che vota, che frequenta gli shopping center, i concertoni, le discoteche, ecc. E che non vorranno certamente che gli si decurti nulla – se votano, voteranno subito contro chi impone il minimo taglio.

            2) Poi c’è una minoranza di giovani che effettivamente apprezza la bicicletta, è disposta a sacrifici di vari tipi – magari troppo piccoli – , ci tiene in maniera certo ingenua all’ambiente. Bene, questi giovani, che magari fanno un passo in più per produrrre meno rifiuti, che forse hanno lo smartphone (e qualcuno non ce l’ha) ma cercano di non esserne dipendenti e comunque non cercano quello di ultimo modello… Bene, io posso immaginarmi tanti limiti in queste persone, ma non vedo perché disprezzarle.

            3) Hai ragione sul discorso “operai”, la questione è ben più complessa: intendo dire che quando sei dentro un processo fino al collo, spesso ti sfuggono molte implicazioni che capisci solo quando sei fuori; poi è chiaro che se sei fuori, ci sono altre cose che non capisci.

            • Simone B. says:

              “ma non vedo perché disprezzarle“

              Non mi permetterei mai di disprezzarli anzi ben vengano e siano di stimolo per tutti.

              È che io sono un po’ carogna di natura e quando qualcuno compie buone azioni cerco sempre il lato oscuro. Un po’ anche per invidia di chi riesce a non far prevalere la parte peggiore di sé.

            • supervice says:

              Per me se fai attenzione all’ambiente dimenticando tutto il resto (macroeconomia, demografia, psicologia sociale), fai più danni della grandine.
              In Italia per ora la nostra “attenzione” all’ambiente ha portato alla desertificazione industriale (anche per i controlli ambientali troppo rigidi), ai centri storici vuoti di residenti (per i divieti alla circolazione), alla redistribuzione delle risorse dai poveri ai ricchi (con le agevolazioni per le rinnovabili e gli ecobonus), alla costrizione – dannosa per l’ambiente – del cambio delle auto ogni 3×2, mentre le emissioni calano solo perché siamo in crisi dal 2008.
              E, pur non volendo sparare sui poveri ragazzi, io a Firenze da giugno in poi non li vedo più da 20 anni: dopo la fine delle scuole spariscono insieme ai nonni, presumo a non fare politica al circolo.

              • Francesco says:

                ma … non credo che i centri storici dei centri medio-piccoli siano vuoti di residenti

                di solito le zone pedonali sono state accettate molto bene dalla popolazione e infatti hanno resistito alle nuove amministrazioni leghiste

                sulla desertificazione la verità credo stia nel mezzo, cioè norme troppo rigide e astratte e imprese troppo furbe

              • Per Supervice

                “Per me se fai attenzione all’ambiente dimenticando tutto il resto (macroeconomia, demografia, psicologia sociale), fai più danni della grandine.”

                In teoria, hai ovviamente ragione.

                C’è poco tempo per affrontare la situazione.

                Non si sa esattamente cosa fare.

                Non si sa chi dovrebbero farlo.

                E ogni cosa che si fa, incontra opposizioni tremende, che possono contare su un sistema giuridico studiato per il periodo espansivo della storia umana.

                E spesso le cose che si fanno sono controproducenti.

                Ma non è un motivo per prendersela pure con i pochi che vorrebbero, per quanto imperfettamente, fare qualcosa.

              • Per Supervice

                “lla costrizione – dannosa per l’ambiente – del cambio delle auto ogni 3×2”

                Ma infatti, bisognerebbe ridurre proprio il numero delle auto, senza infierire sui catorci – il danno fatto da una rottamazione/sostituzione non credo che sia minore di quello fatto da un tubo di scappamento un po’ vecchio.

                Però è ovvio che il politico che non può vietare le auto e deve accontentare l’industria automobilistica può fare solo questo.

            • Peucezio says:

              Miguel,
              posso permettermi di correggere la tua classificazione sociologica?

              Secondo me ci sono due categorie principali di giovani e una terza marginale.
              Le due categorie principali sono
              1) Quelli che “non ci pensano proprio né alla politica, né alla natura. Pensano a divertirsi, a rimorchiare, a essere benvoluti dagli amici, a cavarsela nella vita in qualche modo. Questa peraltro è la fauna che vota, che frequenta gli shopping center, i concertoni, le discoteche, ecc. E che non vorranno certamente che gli si decurti nulla – se votano, voteranno subito contro chi impone il minimo taglio.”
              Che sono la parte meno politicizzata e secondo me più sana e innocua (nei limiti in cui può essere innocuo un consumatore occidentale contemporaneo, ma da quel punto di vista siamo più o meno tutti uguali, tranne gli Amish, qualche eremita e pochissimi altri che non usano elettrcità, riscaldamento a gas, plastica, ecc. ecc.) e sono anche la parte mediamente meno socialmente elevata;
              2) una parte non molto minore, come entità numerica, rispetto all’altra, di politicizzati, più all’avanguardia, interpreti dello spirito del tempo, con idee di moda, che rompono l’anima con l’ecologismo, il non mangiare carne, le biciclette ecc., ma non fanno nulla che serva veramente, mentre contribuiscono a inquinare l’ambiente umano col loro moralismo arrogante;
              3) poi c’è una terza categoria, molto minoritaria, di cani sciolti, poco inquadrabili, che comprendono: antiecologisti fanatici; ecologisti che fanno scelte coraggiose e radicali; ecologisti consapevoli e non di bandiera, che fanno una vita come tutti, ma hanno capito il problema; mille altre tipologie umane più o meno eccentriche.
              Va da sé che i confini fra queste tre tipologie umane non sono netti.

      • supervice says:

        L’imbuto di Roma è un tantinello stretto: non hanno niente, né discariche, né inceneritori.
        Hanno sempre buttato tutto a Malagrotta, al TMB sulla Salaria e fuori provincia.
        Ora Malagrotta l’hanno chiusa, il TMB in piena città ha preso fuoco, gli rimane solo mandare la monnezza in tutt’Europa.
        Ma per rimediare la Raggi vuole riaprire 5 discarìche.
        Il problema, tra i tanti, è causa di quello di cui parla Peucezio, ossia della convinzione – che anche io avevo tempo fa- che il mondo sarebbe tanto bello e giusto, ma che c’è qualche multinazionale lurida, guidati da extraterrestri, che lo sporca.
        E dell’idolatria di una natura pacifica e perfetta, che è invece perfida e bellicosa, con risorse ormai molto limitate che tutti (batteri, piante, animali e uomini) vogliono arraffare prima degli altri.

        • Per Supervice

          “Il problema, tra i tanti, è causa di quello di cui parla Peucezio, ossia della convinzione – che anche io avevo tempo fa- che il mondo sarebbe tanto bello e giusto, ma che c’è qualche multinazionale lurida, guidati da extraterrestri, che lo sporca.”

          Infatti, è qui che ecologisti e sinistra si distinguono.

          Esiste sicuramente un meccanismo del profitto che sta alla base dell’impresa capitalista (“io investo soldi in cambio di più soldi”). Ma i soldi si fanno su ciò che la gente vuole, e se la gente vuole il merluzzo dell’Alaska ripulito in Cina e spedito in Europa, e pure a poco prezzo, il costo immane deve pagarlo qualcuno/qualcosa.

          • supervice says:

            Mi dà l’idea che, all’interno dei una società capitalistica, possa funzionare – ed essere diffuso, veicolato, pubblicizzato, finanziato, consentito – solo ciò che può essere funzionale al suo equilibrio provvisorio e super-instabile.
            E per me destra e sinistra sono uguali in questo approccio, vedendo i risultati. Anzi, la destra è molto più resiliente.
            La destra dice :”La natura è a disposizione di chi se la prende, che vinca il più forte”: c’è il senso del limite che si fa avanti, che il morto di fame non può vivere come il ricco.
            La sinistra invece pensa che la natura sia bellissima, infinita, gaudente e lussuriosa: “Tutti possono consumare il giusto, basta limitare gli eccessi”.

            • supervice says:

              Tanto per dire, negli ecobonus sono stati spesi dal 2007 oltre 29 miliardi di euro.
              Per i giornalisti che ne parlano, è un gran successo perché ha fatto risparmiare – forse – 100 milioni di MWh che, al costo media di 50€ al MWh, fanno 5 miliardi di risparmio: un successone sì, per le imprese edili (al 90% gestite da non italiani).

            • paniscus says:

              Allora, facciamo a capirsi:

              “la sinistra”, qualsiasi cosa voglia dire, viene accusata di essere bacchettona, austera, contraria alle frivolezze e ai piaceri della vita, e moralisticamente incline a censurare qualsiasi sfizio…

              …e contemporaneamente viene accusata di caldeggiare una visione della natura in cui tutti possono mollemente e lussuriosamente godere di benessere indefinito, basta “evitare gli eccessi”.

              Come dice la massima evangelica, “che non sappia l’emisfero destro cosa fa il sinistro”.

              • supervice says:

                No, la sinistra propone cose che sono antieconomiche, infattibili, inutili o che ottengono risultati opposti agli sperati: vedi rinnovabili, economia circolare, ecobonus per le case, eccetera.
                Se poi, in un periodo di crisi che non finirà mai, continui a reiterare che basta aggiungere un posto a tavola, che il diverso è bello un monte, che la colpa è sempre dei buzzurri che non hanno studiato e che soprattutto non mi votano, ti sei condannato alla sparizione.

              • Francesco says:

                è colpa dei rossi che hanno occupato tutto l’ecosistema politico e culturale!

                ci trovi le psico-zitelle che non si può neppure guardare una donna, figurati provarci, e quelli che tutti devono poter andare a Venezia e mangiare caviale e leggere Machiavelli e andare a teatro

                in comune hanno il fatto che chi disobbedisce (perchè ha voglia di scopare o perchè Brecht gli ha schifo) è un sub-umano da eliminare o rieducare

                🙂

  7. Regalino regalò…

    L’Indonesia restituisce alla Francia 49 container di rifiuti “da riciclare”, che non rispettavano gli standard qualitativi promessi dai francesi.

    https://www.aljazeera.com/news/2019/07/indonesia-return-210-tonnes-waste-australia-190709085650395.html

    • Per roberto

      “A proposito dei cugini d’oltralpe ”

      Visto!

      Certo, la tassa di 1,50 euro sul biglietto non è esattamente il 64% di tasse che pagano gli automobilisti sul carburante, ma è già qualcosa 🙂

      • Roberto says:

        Certo

        Comunque non saprei fare il calcolo, immagino che se dividi il numero di litri utilizzati per il numero dei passeggeri e paghi l’IVA su quello non avrai numeri enormi, il che corrisponde all’aumento minimo dei prezzi preconizzato dalla petizione che ci hai segnalato

        Certo preferirei un sistema legato al consumo invece che un numero fisso a caso

  8. Marcosclarandis says:

    Miguel, per favore correggi…………………..

    95.4 billion cubic meters a year = 95,4 miliardi di metri cubi all’anno (NON litri)

    L’agricoltura in India consuma il 90% dell’acqua disponibile; e una parte sempre crescente del prodotto agricolo viene esportata. Così, l’anno scorso, l’India ha esportato 95,4 miliardi di litri di acqua incorporati nei prodotti agricoli.

    So-called virtual water exports – the molecules of H20 embedded in exported goods, alongside those rendered unusable by the production of those goods – amount to a net 95.4 billion cubic meters a year, according to data collected by the Water Footprint Network, a group that encourages thriftier usage. This makes India a bigger exporter of water than far better-endowed countries such as Brazil, Russia, the U.S. and Canada, and represents nearly four times the 25 billion cubic meters consumed by India’s households and industrial enterprises.

    Visto che tutta quest’acqua corrisponde a circa al doppio del lago di Garda (http://www.ise.cnr.it/crypta/limnol/cicloac/lagit.htm) ecco come tutta la presunta dematerializzazione dell’antropocene contemporaneo è nella percezione di molti di noi solo un tragico inganno.
    Ma la risposta degli irridicibili illusionisti, come questo:

    https://www.codiceedizioni.it/libri/un-ottimista-razionale/
    «Nessun altro libro ha smontato con tale acume il pessimismo dilagante dei nostri tempi.»
    Ian McEwan.
    «Le idee di Charles Darwin unite a quelle di Adam Smith hanno dato vita a una meravigliosa discendenza:
    l’ottimismo razionale di Matt Ridley.»
    “The Economist”

    è simile a quella dei giocatori incalliti e perdenti dei casinò: “allla prossima puntata mi rifaccio di tutto”.
    Preconizzo che presto salirà all’auge una parola:
    asintoto
    che per combinazione è assonante con sintomo.
    A troppe cose stiamo cercando di far oltrepassare il loro asintoto, vanamente.
    Che siano turisti a Venezia, pranzi con salmone grigliato o affumicato, ore perse a imbambolarsi con serie e fiction, speranza malriposta in una democrazia
    fondata su equazioni intrinsecamente irrisolvibili.
    Come “uno vale uno, ma io sono arrivato prima di te”

    Marco Sclarandis

  9. Marcosclarandis says:

    Appena ricevuto un danno da mille euro dalla grandine sulla Panda, che ne vale seimila.

    Marco Sclarandis

    • Francesco says:

      condoglianze per il tuo fegato! è una delle cose peggiori che possono capitare, come conseguenze sulla salute

  10. Marcosclarandis says:

    Più altri cinquecento per la rottura di un piccolo, per fortuna, Velux in camera da letto……………………..
    Ma poteva andare peggio, quindi
    Ottimismo! Ottimismo! Allegria! Allegria!
    Marco Sclarandis

    • Per Marco

      “Più altri cinquecento per la rottura di un piccolo, per fortuna, Velux in camera da letto……………………..”

      Caspita!

      • Marcosclarandis says:

        ……E, sempre ringraziando la Dea bendata, il vetro del velux s’è frantumato solo in un angolo, con un buco grande come un piattino da thé, altrimenti si sarebbe allagata la stanza con il parquet, senza darmi alcuna possibilità di porvi un rimedio, mancandovi proprio il tempo.Due teglie da pizza sul materasso, e via, come in campeggio.
        Ora vediamo se la giunta comunale e regionale di queste dannunziane città e regione riescono ad accettare che “il Clima”,
        non il meteo, è davvero cambiato.
        Non mi aspetto nulla, così che se faranno qualcosa di utile sarà tutto grasso che sfrigola e che cola.

        Marco Sclarandis.

  11. Segnalo per gli interessati questo nuovo libro…

    L’ASSE ROMA – BERLINO – TEL AVIV.
    I rapporti internazionali delle organizzazioni ebraiche e sionistiche con l’Italia fascista e la Germania nazionalsocialista.

    Autore: Giacobazzi A. – Collana: Gli Archi – Pagine: 248 – € 22.00

    Acquisizione diretta: http://www.ilcerchio.it/l-asse-roma-berlino-tel-aviv-i-rappoorti-internazionali-delle-organizzazioni-ebraiche-e-sionistiche-con-l-italia-fascista-e-la-germania-nazionalsocialista.html

    Questo libro fornisce fatti, dati e documenti tanto importanti quanto ignorati nello studio della seconda guerra mondiale e, in particolare, nell’analisi degli intensi rapporti che hanno coinvolto diverse organizzazioni ebraiche (religiose, non religiose, socialiste, nazionaliste, sioniste, sioniste-revisioniste) e le gerarchie politiche dell’Italia di Mussolini e della Germania di Hitler: la presenza massiccia di ebrei tra i dirigenti dello stato fascista, il caso del giornale ebraico-fascista La Nostra Bandiera, gli intensi scambi tra i dirigenti sionisti e l’Italia di quegli anni in campo economico e politico, il rapporto privilegiato dei sionisti-revisionisti di Jabotinsky considerati i “fascisti del sionismo” e le organizzazioni di regime, l’esistenza di gruppi organizzati di ebrei “assimilati” favorevoli all’instaurazione del nazionalsocialismo, la consistente presenza di esponenti di origine ebraica nelle forze armate e negli apparati di potere tedeschi, le fonti finanziarie del regime hitleriano, i forti legami e gli importanti accordi “nazi-sionisti” tra cui l’Haavara (per il trasferimento delle proprietà ebraiche in Palestina) e gli Umschulungsläger (campi di addestramento per i pionieri sionisti presenti in Germania), le collaborazioni con i sionisti-revisionisti e in particolare la proposta di alleanza di guerra avanzata dal Lehi al Terzo Reich in cambio di aiuto per la creazione dello stato ebraico. Questo lavoro è il risultato di quasi due anni di studi. In esso sono riportate decine di estratti di giornali dell’epoca e diversi documenti inediti trovati dall’autore nelle sue ricerche in archivi storici italiani e israeliani. I testi citati nella bibliografia sono in larga parte di autori di origine ebraica.

  12. mirkhond says:

    Mi chiedo come facesse Hitler a conciliare i rapporti con i sionisti con quelli con i leader musulmani come il Gran Muftì di Gerusalemme.

    • Francesco says:

      i primi gli servivano a liberarsi degli ebrei europei, i secondi a combattere gli inglesi

      di entrambi non gliene fregava un tubo!

      😀

    • habsburgicus says:

      vi è una differenza cronologica che spesso molti studi in diversi campi sottovalutano (ah, la cronologia, vera regina delle scienze e così ingiustamente sottovalutata !)
      i rapporti, invero abbastanza limitati, fra il governo NS e ALCUNI (non tutti) fra gli esponenti della dx sionista sono tipici della metà dei ’30’/tardi ’30 (anteriori a Monaco e alla guerra), i rapporti con il Gran Muftì sono posteriori al 1939 (guerra) e soprattutto al 1940/1941
      l’Italia ebbe rapporti molto, molto più intensi con la dx sionista (il floruit è da porre nel 1934-1935, allorché Roma e Berlino non erano assolutamente amiche a prescindere e in cui tutto avrebbe potuto andare diversamente da come andò) ma, con poche eccezioni, non superarono il 1938…
      qualcosa forse ci fu anche dopo, ma molto poco
      verò è che Shamir e altri (Lehi, estremisti della banda Stern ecc) pensarono di avvicinarsi all’Asse dopo il 1940 (attraverso l’Italia come mediatrice ? sarebbes stato “razionale”)…ma si ottenne poco (o comunque ne so poco io) e dal giugno 1941 di nuovo cambiò tutto–con l’intervento esplicito USA ancor di più

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