La vita criminale di Miguel Martinez

L’altro giorno, io e un mio amico, entrambi residenti a Firenze, andiamo a visitare un certo monumento, dove possono entrare gratuitamente solo i residenti di Firenze, dopo aver esibito la carta d’identità.

Per prendere i biglietti (gratuiti), bisogna firmare un foglio, e io distrattamente firmo per tutti e due. Con la mia firma/scarabocchio, uguale per entrambi.

In altre parole, ho fatto una firma falsa per ottenere un privilegio da un ente pubblico, rispetto alla folla di cinesi alle mie spalle che stavano tirando fuori i loro bravi eurini.

Lascio agli avvocati districarsi su quanti e quali reati io abbia commesso in quel momento; o su quanti ne abbia commesso il funzionario che mentre ci dava i biglietti borbottava qualcosa come “ma così non è legale“, dimostrando quindi di essere anche lui cosciente della situazione e complice del reato.

Ora, immagino che dopo anni di processi, un magistrato troverebbe il modo di non farmi punire troppo, visto che mancava ogni intenzione dolosa, e che nessuno ci ha guadagnato: se il mio amico avesse firmato per sé, avrebbe ottenuto ugualmente il privilegio.

Ma questo è quanto immagino io, magari un avvocato che mi volesse fare la pelle immaginerebbe altre cose.

Mi ha fatto riflettere su come ciascuno di noi in ogni momento viva ai limiti della legalità.

E come basterebbe un attimo di visibilità pubblica polemica, per distruggere una persona: Tizio fa le firme false per entrare gratis ai musei. Anche senza processi, che a quel punto sarebbero il meno delle mie preoccupazioni.

E’ proprio la meschinità della cosa – fare carte false per risparmiare una cifra irrisoria e fare qualcosa di così futile come visitare un museo, facendo ricadere i costi su Pantalone – che farebbe infuriare l’italiano medio, che non sa cosa sia un milione di euro, ma sa benissimo cosa siano dieci.

Per smentire, avrei due alternative.

La prima, confessare: “sì, ho fatto una firma falsa per far entrare un amico a un museo”. Sarei un reo confesso, a quel punto, con una frase che si potrebbe citare contro di me da allora in poi.

La seconda, mentire: “No, non ho mai falsificato firme!” arrampicandomi su scivolosissimi specchi, quando qualcuno pubblica il documento originale con le due firme palesemente identiche.

Immaginatevi se questa storia fosse venuta fuori, dopo che mi fossi candidato alle elezioni, con qualunque schieramento.

Poi immaginatevela ‘sta storia, appiccicata su Google, per il resto della storia prevedibile del pianeta.

Disclamatore: ovviamente questa storia è totalmente inventata, e non ho mai commesso nulla di illegale dal giorno in cui sono nato, giuro.

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17 Responses to La vita criminale di Miguel Martinez

  1. mirkhond says:

    “Disclamatore: ovviamente questa storia è totalmente inventata, e non ho mai commesso nulla di illegale dal giorno in cui sono nato, giuro.”

    Precisazione opportuna, dati i tempi. 🙂

  2. roberto says:

    in un paese normale (cioè tutti tranne l’italia, anzi firenze):
    1. dopo che hai fatto vedere la tua carta d’identità, non c’è bisogno di firmare nulla (ma che diceva quel documento?)
    2. il tizio alla cassa nota l’errore e ti dice “hahaha, si è sbagliato, barri la sua firma e faccia firmare il suo amico” e tu rispondi “hahaha, è vero mi scusi, ecco qui” e tutto finisce li

    ma il tema non è, immagino, la furia legalista che c’è oggi da voi, ma
    – l’incapacità della gente di distinguere pinzillacchere da problemi seri (giustamente scrivi “non sa cosa sia un milione di euro, ma sa benissimo cosa siano dieci”),
    – l’incredibile, vomitevole stampa che non sa spiegare la differenza fra pinzillacchere e problemi seri, anzi che sguazza nelle pinzillacchere per pigrizia ed ignoranza nei casi migliori, mala fede in quelli peggiori
    – la disgustosa vita politica che si è trasformata dalla nobile arte della gestione della cosa pubblica in una indecente lotta nel fango (con il fango che viene sostituito dalla merda d’asino)

    e tutto ciò è molto deprimente

    • Peucezio says:

      Roberto,
      ecco, ma dal tuo osservatorio lussemburghese quanto diresti a spanne che c’è di specificamente italiano (dell’Italia d’oggi almeno) in tutto ciò e quanto invece è un problema più generale.

      • Roberto says:

        La furia legalista mi sembra una cosa che non ha riscontro altrove, tranne negli USA (per furia legalista non intendo il fatto che improvvisamente tutti rispettino la legge, ma questa cosa di minacciare e attivare processi per la minima cazzata).

        Il resto sono meno sicuro. Per l’Italia mi colpisce di più ma forse semplicemente perché ci sono, nonostante tutto, affezionato

        • Peucezio says:

          Certo che è strano…
          In certe cose siamo l’esatto opposto degli USA, ma in altre siamo più simili a loro che al resto d’Europa.
          Questa cosa di fare questioni di principio anziché essere pratici…

          • Francesco says:

            che poi, se vedi come guidano a Napoli, non parrebbe una caratteristica connaturale alla cultura meridionale!

            per l’intanto, non si potrebbe applicare una veloce ma dolorosa pena capitale a quelli che piantano l’auto in doppia fila per andare al bar? me ne fotto della loro vita sociale, quella è una strada!

            non so se la differenza sia tra fare questioni di principio e essere pratici, temo sai più tra “essere pratici simulando di fare questioni di principio” e “rispettare le regole, vivendo meglio”

            ciao

  3. PinoMamet says:

    “2. il tizio alla cassa nota l’errore e ti dice “hahaha, si è sbagliato, barri la sua firma e faccia firmare il suo amico” e tu rispondi “hahaha, è vero mi scusi, ecco qui” e tutto finisce li”

    in effetti credo che normalmente succeda così.
    Si vede che a Firenze sono molto rigidi (già notato per altre cose).

    • Z. says:

      Ma non è nemmeno questione di rigidità: se tu sbagli a compilare un modulo l’addetto lo straccia e te ne dà un altro. Che deve fare?

      Al più, se proprio è scortese, ti maledice perché gli fai perdere tempo 🙂

      • Per Z

        “Ma non è nemmeno questione di rigidità: se tu sbagli a compilare un modulo l’addetto lo straccia e te ne dà un altro. Che deve fare?”

        Il modulo conteneva tantissime firme, quelle di tutti i fiorentini che mi avevano preceduto durante la giornata, quindi non si poteva stracciare.

        Roberto ha capito il problema: la soluzione del funzionario, borbottare ma lasciar correre, non era particolarmente rigida.

        E’che in quel momento ho pensato a tante pinzillacchere su cui si impicca la gente, e che sono la carne quotidiana dei siti di notizie.

        Casi in cui la gente spesso NON è innocente: ammettiamo (e non concediamo) che il racconto fatto in questo post sia vero – bene, io non sarei innocente. E quindi qualunque giustificazione che potrei invitarmi finirebbe solo per peggiorare la mia situazione, nell’eventualità che i media decidessero di prendersela con me.

        E potrebbero prendersela con me per mille motivi – pensa se io facessi l’insegnante che mette una nota all’alunno i cui genitori chiamano l’avvocato, e ci fosse pure l’accusa di mettere la firma falsa su un documento pubblico.

        • Z. says:

          E vabbè, non bastava interlineare la firma e al più siglare la correzione?

          Non è una critica all’addetto. Probabilmente non lo hanno istruito su come procedere in caso di errore: perché di errore stiamo parlando, mica di altro…

        • Roberto says:

          Stavo pensando a moduli numerati, per questo dicevo barri e riscrivi

          Incidentalmente, registri in cui si tiene conto dell’attività fatta ne uso quotidianamente. Fai un errore? E vabbè cancelli e rifai, e ti parlo di cose un filo più rilevanti del registro dei non paganti di un museo

  4. Stai invecchiando malissimo.
    Ma dove sono finite le bande paramilitari con cui dovevi assaltare gli Uffizi e decapitare il David?

  5. Moi says:

    Toscanaccio Spaghettofagofobico ch’ an tì ètar … trìggherati e crìngia 😀 immantinente, SE sei di SX : “grasso” è “bòdi scéimingh” 😉 !

    https://pasionaria.it/enciclopedia-femminista/

    Body-shaming – “Che grassa”, “troppo magra”, “troppi tatuaggi”, “quanto trucco!”, “troppo mascolina”, “ma quella non si è depilata?”, “dovrebbe togliersi qualche piercing”… potremmo continuare per ore: chi di voi non ha mai fatto commenti simili sull’aspetto di qualcun’altra? Ognuno ha le sue opinioni, ma insultare o etichettare negativamente una persona in base a come appare non è altro che body-shaming. Dalle frecciatine più velate agli insulti diretti, il risultato è uno solo: far vergognare del proprio corpo o di come ha deciso di mostrarlo la vittima delle nostre battutine velenose (qua vi diamo 5 consigli per smettere di criticare il prossimo).

    Ci sono molte varianti di questo antipatico passatempo, tra cui le più note sono il fat-shaming e il thin-shaming, ma in ogni caso la nostra reazione ai pregiudizi dovrebbe essere sempre la stessa.

    • Moi says:

      Anche delle battutine Sanremesi sulla pelata di Bisio le Intellighenzie han detto che era “Body Shaming” in generale e “Bald Shaming” in particolare !

      In realtà la pelata lucida è apprezzata almeno in due casi,meglio se entrambi in contemporanea : calotta cranica (pressocché) semisferica e stazza imponente.

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