“I gialli gilets della Francia cattolica”

Tra le persone interessanti che mi capita di conoscere, c’è Osvaldo Pesce, una vita decisamente avventurosa, è stato anche uno dei pochi italiani ad essere stati ricevuti da Mao Zedong.

Chi pensa che il mondo dei marxisti-leninisti italiani di quegli anni fosse una buffa congrega di settari resterà sorpreso a sapere che Osvaldo è capace di fare riflessioni originali e profonde senza pregiudizi e senza retorica. Poi ovviamente mi sento lontano dalla sua visione fortemente novecentesca.

Ogni tanto segnala articoli interessanti come questo, che proviene da un sito che non conosco.

L’intervistatore, Giancarlo Infante, è un giornalista cattolico, Giuseppe Sacco è un esperto della Francia.

Vale la pena riproporre qui l’articolo, perché offre alcuni spunti di riflessione  interessanti e originali sulla Francia.

I gialli gilets della Francia cattolica

E’ necessario “ rileggere” la narrazione delle proteste dei cosiddetti “ gilets” gialli che hanno tanto richiamato l’attenzione del mondo? A sentire il professor Giuseppe Sacco sì. Per pura combinazione egli si trovava a Parigi nel momento più acuto delle manifestazioni di strada e di piazza che hanno interessato anche la capitale francese. E’ interessante la definizione dei partecipanti a questo fenomeno che fa parlare di un “ grillismo” d’oltralpe o di strumentalizzazione da parte dell’ultra destra lepeniana. Invece, c’è qualcosa d’altro che non è stato colto dalla vulgata corrente e che chiama in ballo anche settori consistenti della realtà cattolica francese.

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Giancarlo Infante – Professore, lei è appena rientrato da Parigi, ci può dire qualcosa che non abbiamo già letto sui giornali o visto in tv sul clima politico in queste giornate in cui la presidenza  Macron sembra aver subito un nuovo colpo?

Giuseppe Sacco – Vi posso dire nel clima che regnava alla riunione del Comitato direttivo di un’importante rivista liberale, e fortemente europeista: un senso di preoccupazione, in parte di delusione, ma anche di aspettativa di nuovi sviluppi politici.  E poi vi posso riferire quel che ho visto e sentito alla manifestazione dei gilets jaunes, sabato sugli Champs Elysées. Sono ovviamente due esperienze molto diverse tra di loro, ma secondo me entrambe piuttosto istruttive.

Inutile dire che il Comitato di redazione era un gruppo di intellettuali molto raffinati, e refrattari ai luoghi comuni; anzi, intellettualmente abituati a andare in controtendenza rispetto le mode. Basta ricordare che fondatore della rivista in questione è stato Raymond Aron,  che per un quarto di secolo è stato l’anti-Sartre per eccellenza. E’ cioè andato controcorrente rispetto alla schiacciante maggioranza dei radical chic di Francia e d’Europa.  Negli ultimi tempi, questo gruppo intellettuale molto autorevole aveva visto con grande interesse e simpatia la candidatura di Francois Fillon,  aveva considerato spregevole il modo in cui egli era stato eliminato dalla scena elettorale, e solo molto a malincuore aveva accettato l’idea che per i prossimi cinque anni la Francia si sarebbe identificata con Macron. Ma non aveva per niente gioito dell’affaire Benallah, che ha finito per danneggiare l’immagine del Presidente e quella delle stesse istituzioni repubblicane.

Giancarlo Infante – E di fronte alla rivolta dei gilets jaunes?

Giuseppe Sacco – Oggi come qualche mese fa, di fronte alla brusca caduta della fiducia della società francese nel suo Presidente, questo gruppo di intellettuali ha soprattutto cercato di riflettere, e di capire il senso profondo degli avvenimenti. E non si è nascosta la profondità del fenomeno e la gravità dell’ora. Né l’ipotesi che, per deviare da se la collera dei Francesi, Macron possa sciogliere l’Assemblea Nazionale.

La collera – ha scritto un settimanale assai poco critico degli errori di Macron – è la parola di cui più si parla in questo momento. Ma la collera è un “sentimento parossistico che può crescere molto, ma anche  diminuire, entrare in sonno, quando” – passato il week end delle manifestazioni di piazza – nelle civili e tranquille famiglie che costituiscono la Francia profonda “arriva il lunedì mattina, e bisogna riprendere la via del lavoro, portare i bambini a scuola, e riempire il frigo”.

Giancarlo Infante – Quale analisi emerge dalle riflessioni di questo gruppo? In  definitiva, si tratta di una rivolta che viene molto dal basso, da strati sociali molto diversi dagli accademici, alti funzionari, ed uomini politici che si raccolgono attorno in un gruppo come quello.

Giuseppe Sacco – Non c’è stato dubbio sul fatto che si trattasse di un fenomeno serio e fortemente insolito. La sollevazione popolare che si è vista in queste ultime settimana è radicalmente diversa dai fenomeni con cui i media hanno cercato di fare confronti.  Non si tratta di niente di simile alla rivolta delle banlieues dove vivono gli immigrati,  che nel 2005 si sollevarono contro de Villepins, e in definitiva provocarono l’eclissi di quest’uomo politico colto, raffinato, e dalle notevoli capacità. E non c’è stato dubbio sul fatto che, con i gilets jaunes, siamo addirittura all’opposto rispetto al maggio ‘68, di cui l’intera élite radical chic celebra ormai addirittura il cinquantenario.

Giancarlo Infante – E da un punto di vista politico?

Giuseppe Sacco – I gilets jaunes sono Francesi  di norma poco visibili, ma  autentici; portatori di valori e di un’identità collettiva di tipo tradizionale, che si riaffacciano periodicamente ad una ribalta  politica dominata da un’élite internazionalista e laicista. Ma soprattutto sono gli stessi – o meglio una parte di quelli – che scesero nelle piazze contro il “matrimonio per tutti” (cioè contro la concessione ai gay di  sposarsi e di adottare bambini) in quella che si autodefinì una “manifestazione per tutti”. In altri termini sono la Francia profonda, maggioritariamente cattolica. Una Francia politicamente messa a tacere.

Giancarlo Infante – Ma quella fu a suo tempo una rivolta squisitamente politica, e che coinvolse molte più persone. Oggi, le fonti ufficiali – ed i media pro governativi – tendono piuttosto a fare un confronto con la crisi dei bonnets rouges, nell’autunno di cinque anni fa, più che con la “Manif pour tous”.

Giuseppe Sacco –  Perché quella dei bonnets rouges fu una protesta innescata da un aumento della fiscalità sulle macchine agricole e sui mezzi pesanti, e perché coinvolse molte meno persone che non la rivolta cattolica . Rivolta quest’ultima che è stata vittima – come ha scritto la rivista Société –  “di un vero delirio negazionista”. Un delirio che continua ancora oggi, quando il Ministero dell’Interno che aveva valutato ad oltre 300.000 persone i gilets jaunes  scesi in piazza lo scorso week-end, ora parla di poco più di 100.000.  E quando l’oscuro personaggio che lo regge dopo che il Ministro se ne andato sbattendo la porta, tenta di fare una pietosa speculazione politica dicendo che si tratta di una manifestazione organizzata dall’ex-Front National, oggi ribattezzato Rassemblement National.

Certo, non è quantitativamente comparabile al milione di manifestanti di allora, ma ha molti tratti in comune con quella protesta che vide scendere in piazza centinaia di migliaia di famiglie al completo, contro lo sconvolgimento dei valori cristiani implicito nel matrimonio gay, a seguito della legge cosiddetta “Mariage pour tous”. Ma la composizione della folla apparsa Sabato sugli Champs Elysées era molto simile. E del resto la Polizia lo sapeva benissimo, tanto è vero che ha evitato ogni scontro diretto.

Giancarlo Infante – E perché? La polizia francese non ha la fama di andarci piano con le manifestazioni non autorizzate, come era quella degli Champs Elysées.

Giuseppe Sacco – La polizia antisommossa, pur essendo presente in forze (3.000 uomini) aveva avuto ordine di non fare provocare feriti perché, una volta che i “violenti” mandati all’ospedale fossero risultati essere tranquilli lavoratori senza precedenti penali e madri di famiglia, Macron non avrebbe più potuto pretendere – come invece ha cominciato a fare personalmente – che non si trattava di una vera protesta, ma di una provocazione organizzata da “forze oscure”, come già aveva detto a proposito dei Cattolici di “Manif pour tous”, l’allora Primo Ministro Manuel Valls, personaggio oggi riciclato come spagnolo, e candidato alla carica di Sindaco separatista di Barcellona.

Giancarlo Infante – Quelle stesse famiglie si sono dunque oggi rivoltate per un aumento del prezzo del gasolio?  O si tratta di un pretesto? Ci sarebbe da crederlo, tanto più visto che – come ha fatto notare persino la televisione italiana –  il nuovo prezzo rimarrebbe comunque al di sotto di quanto noi accettiamo di pagare senza molti mugugni.

Giuseppe Sacco – Ripeto, sono Francesi autentici, ma estremamente marginalizzati. Solo che stavolta non si sollevano solo più in nome del loro codice etico ignorato e vilipeso. Sono famiglie francesi che vivono nelle campagne, nei piccoli centri, o alla periferia estrema della mostruosa agglomerazione suburbana di Parigi.

Sono famiglie che dipendono dall’automobile per sopravvivere, in una Francia semi-spopolata, in aree dove i servizi e i trasporti pubblici sono pressoché inesistenti, in un isolamento che noi Italiani neanche possiamo immaginare. In inverno, specialmente, le strade sono ridotte in pessimo stato e diventano pericolosissime a causa del verglas, un fenomeno che consiste nella formazione di cristalli di ghiaccio direttamente dalla nebbia sulle superfici solide, e che noi in Italia neanche conosciamo, tanto che non abbiamo neanche una parola per descriverlo, se non con il dialettale galaverna.

E da questa dipendenza dai vicoli a motore vengono sia il nome dei gilets jaunes che la loro uniforme, che è la giacchetta gialla più o meno catarifrangente che ogni automobilista deve – per disposizione UE – tenere in macchina.

Giancarlo Infante – E’ vero quel che ha scritto un settimanale francese? E cioè che si tratta di un movimento populistico « che va designato come tale”. E che “attualmente alla ricerca di un capo dalla mano ferma potrebbe ben presto essere comparato a quelli che hanno portato al potere Trump, Orban o Salvini ».

Giuseppe Sacco – Il Nouvel Obs’, settimanale che finge di essere “di sinistra”, è una delle più tipiche espressioni degli ambienti radical-chic parigini, proprio quelli che più disprezzano ed ignorano la “France périphérique” di cui sono espressione i gilets jaunes. Ed è per questo che fa finta di non capire la natura etica e spirituale della loro  contestazione. E scrive che i gilets jaunes  sono degli UFO sociali, cioè degli “oggetti sociali non identificati”, e in realtà impossibili da identificare. E che bisognerebbe essere assai astuti per prevedere quali saranno le conseguenze sociali e politiche delle loro azioni.

Poi tira in mezzo Salvini. Ma in realtà, in questo caso, nessun paragone con l’Italia è possibile. L’Italia è una nazione estremamente diversificata,  con molte importanti e civilissime città che offrono servizi e occasioni culturali e politiche. Mentre il millenario centralismo francese ha fatto sì che in Francia non ci sia, su una superficie nazionale doppia di quella italiana, nessuna città che arriva ad un milione di abitanti, esclusa Parigi, che continua a crescere e va verso i quindici milioni. Già cinquant’anni fa un celebre libro, “Parigi e il deserto francese” denunciò le gravissime conseguenze sociali di questo assurdo squilibrio tra centro e periferia , che oggi si ancora aggravato a causa del fatto che ci sono ampie parti del territorio suburbano, quelle dove sono accatastati gli immigrati, che di fatto neanche la polizia paramilitare, i cosiddetti CRS riescono a controllare.

Giancarlo Infante – Si tratta quindi di una rivolta della periferia fisica, così come della periferia culturale, contro il centro?

Giuseppe Sacco – Esattamente! Solo che l’aggettivo “periferia” va inteso anche in senso culturale, civile e politico. Questa Francia arretrata si sente dimenticata anche sia politicamente, che economicamente e per le occasioni offerte alla sua popolazione. Ed è per far notare che anch’essi esistono che il week-end precedente, 17-18 Novembre più di 300.000 gilets jaunes hanno occupato un gran numero di nodi stradali in tutto il paese, creando una situazione che è costata un morto e 400 feriti. Ed è per farsi ricordare che Sabato scorso hanno  voluto portare la loro protesta nel cuore più arrogante e opulento della capitale, a due passi dal Palazzo presidenziale e dall’ufficio del Primo Ministro.

L’obiettivo era chiaramente quello di segnalare alla “France d’en haut”, (la “Francia dei piani alti”, per così dire) che non può continuare a disprezzare ed ignorare la “France d’en bas”. E il rifiuto della nuova tassa sul gasolio sta a significare che gli strati più marginali della società non sono “taillables et corvéables à merci”, come si diceva nella Francia pre-rivoluzionaria per indicare quelli che dovevano solo pagare perché i nobili potessero continuare indisturbati a ballare il minuetto. E quando non potevano più pagare dovevano dare gratuitamente il loro corpo e il loro tempo, col lavoro forzato sulla terra dei nobili, per curare il fossato dei castelli, per costruire e mantenere le strade.

Giancarlo Infante – Ma davvero in Francia il distacco tra le classi sociali è così profondo?

Giuseppe Sacco – Per capire quanto sia largo il divario psicologico tra l’élite radical chic e l’insieme della popolazione, basta pensare che nei giorni immediatamente precedenti l’arrivo dei gilets jaunes a Parigi, il grado di approvazione di cui questi godevano era del 77 %, il che vuol dire che il consenso investiva anche le classi medie. Evidentemente, anche queste si sono stancate dal teatrino del potere. Evidentemente, per sedurle non basta più che la sindachessa della capitale si occupi del caso Riace e del suo Sindaco, celebrato come una specie di martire della causa umanitaria. Evidentemente, non basta più che, nella convinzione che ciò servisse a distrarre l’attenzione dei Francesi, la Sindachessa di Parigi, abbia organizzato in contemporanea una grande manifestazione contro la violenza sulle donne. Anzi, è balzato agli occhi il contrasto tra come sono andate le cose nelle due manifestazioni: una aveva un chiaro elemento di dramma, che ha finito per far apparire l’altra come poco più che una carnevalata di regime. Temo fortemente che si sia fatto così un serio danno alle pur giuste rivendicazioni femminili.

A farle apparire come strumentalizzate, viziate e persino ridicole, erano schierati soprattutto gli strati più popolari. Ma che pure riuscivano a presentare elementi polemici molto efficaci. “Ci dicono che l’aumento del gasolio è necessario per salvare il Pianeta, che altrimenti si arriva alla fine del mondo. ….. Ma questo non è problema che posso risolvere io. Il mio problema è arrivare alla fine del mese….”

Giancarlo Infante – E’ questa rabbia degli strati più marginali della popolazione che – secondo lei – spiega le violenze commesse sugli Champs Elysées?

Giuseppe Sacco – Io sono stato sugli Champs Elysées tutta la giornata di Sabato, e non ho visto nessuna violenza. L’intera giornata è stata pacifica. E’ vero che mai, dopo gli anni 30, neanche nel 1968, si erano viste barricate in fiamme che dividevano gli Champs Elysées in tre tronconi, ma si trattava di falò puramente dimostrativi. I pompieri li hanno spenti tra gli applausi della folla, che li invitava – così come faceva anche con la polizia – ad unirsi alla protesta contro il carovita. E la stessa polizia, che ha fatto largo uso di lacrimogeni, ha potuto constatare che i manifestanti evitavano lo scontro e si disperdevano, al suo avvicinarsi, nelle strade laterali, per poi tornare in massa dietro le spalle degli agenti. Cosicché al calare della notte l’Avenue splendeva nell’intatta bellezza dei suoi addobbi natalizi.

Macron sa benissimo che i gilets jaunes godono del consenso dei Francesi moderati e tradizionalisti, che mai commetterebbero né approverebbero atti vandalici. Ed è per screditarli agli occhi del loro stesso strato sociale che le fake news delle violenze sono state ossessivamente diffuse a partire dalla domenica mattina. Ovviamente sulla TV pubblica, ma anche e soprattutto – con un brusco capovolgimento di fronte – sul canale controllato dal gruppo tedesco Bertelesmann, che pure durante la giornata di sabato aveva testimoniato fedelmente del carattere pacifico della manifestazione.

Le violenze nascono in effetti nel momento in cui Macron invia un tweet di congratulazioni alle forze dell’ordine. A beneficio degli Italiani, esse si moltiplicano il giorno dopo nella penna del corrispondente del Corriere della Sera. Ma ben hanno fatto i giovani giornalisti televisivi, spediti l’indomani sul “luogo degli scontri” con l’ordine di mostrare i danni e le devastazioni dei gilets jaunes, a mandare le immagini vere di ciò che deturpava la cosiddetta “avenue più bella del mondo”, le montagne di bossoli di gas lacrimogeni sparati dalla polizia.

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26 Responses to “I gialli gilets della Francia cattolica”

  1. Roberto says:

    “Sono famiglie che dipendono dall’automobile per sopravvivere, in una Francia semi-spopolata, in aree dove i servizi e i trasporti pubblici sono pressoché inesistenti, in un isolamento che noi Italiani neanche possiamo immaginare.”

    Potete ridurre l’articolo a questo, il resto è un po’ inutile. Aggiungo solo che non è affatto vero che i trasporti pubblici siano inesistenti, anzi mi sembrano infinitamente meglio di quelli italiani. Per dire, a Parigi vivevo in estrema periferia e non ho mai avuto bisogno della macchina. Stanno con il tempo peggiorando, questo è vero, e francamente (diciamolo sottovoce per non passare per fascio antisindacale), il clima sociale di scioperi perpetui non aiuta affatto.

    Diciamo che “dipendere dall’automobile” deve essere preso un po’ con le pinze. È vero in certi posti, per gli spostamenti provincia-provincia, ma più che altro direi che la macchina è molto più comoda

  2. Roberto says:

    Quando c’è verglas poi, giustamente non prendi la macchina!

  3. mirkhond says:

    Roberto e Miguel

    Esiste ancora una Francia cattolica e tradizionalista di un certo spessore popolare?

  4. PinoMamet says:

    Al netto di una certa esagerazione, credo che in effetti nell’articolo sia citato il motivo che, ehm, avevo già indicato io nei commenti tempo fa, riguardo alla popolarità della protesta gilettistica in Francia, cioè il fatto mezza Francia- quella che vive fuori da Parigi, sostanzialmente- trova, se non indispensabile stricto sensu, perlomeno molto molto molto utile l’automobile…

    • PinoMamet says:

      La galaverna da queste parti si chiama anche galabruza (l’etimo mi è ignoto), è un fenomeno molto raro ma qualche volta negli inverni più rigidi capita; raramente arriva al punto di rendere difficoltoso l’utilizzo delle strade, di solito si limita a dare una specie di contorno bianco-lucente ad alberi, pali, campi… un effetto piuttosto poetico.

      • Roberto says:

        Da me c’è per una decina di giorni all’anno (anzi notti, di giorno è abbastanza raro), non ho ben capito quando si forma ma ci devono essere condizioni un po’ particolari.
        Abbiamo più spesso una cosa che si chiama “pluie verglaçante” che pure crea il verglas ed è abbastanza pericolosa

        • ndr60 says:

          Il verglas l’ho provato due volte: una, in Belgio, ho pattinato sul marciapiede e miracolosamente non sono scivolato (al contrario di molti, specie anziani); l’altra, vicino a Vercelli, la mia auto è diventata una motoslitta e anziché girare ad una rotonda sono andato dritto. Per fortuna non c’era nessuno.

  5. Francesco says:

    Se Parigi vale 15 milioni di persona, il resto della Francia ne fa 45.

    Ci sono molte città, anche se piccole.

    Questi gilet gialli, se sono gli stessi dalla Manif pour touts, sono la gente dei paesi? Al voto è mai esistita?

    Il tono dell’intervista è simile a molti miei amici internettiani “cattolici tradizionalisti”, comprese certe generalizzazioni sospette.

    E di solito mette insieme Soros, gli immigrati, il libero mercato, il commercio, le elites, le città, i giornali, gli intellettuali e tutto un confuso pout pourri molto fascistoide come impianto ideale. Troppo per i miei gusti

    • PinoMamet says:

      “Ci sono molte città, anche se piccole.”

      grazie al cazzo…

      davvero, Francè, quando si vuole aver ragione per forza, non c’è niente di più facile che sparare sulle semplificazioni dicendo che sono semplificazioni.

      Allora uno scrive un articolo lunghissimo e ultradettagliato, e ci si spara sopra dicendo che è illeggibile e tutto da vagliare punto per punto, quindi passi in cavalleria.

      • Francesco says:

        le città piccole francesi non mi paiono il nulla cosmico descritto nell’intervista

        di certo non lo sono economicamente: Parigi sarà il centro culturale, politico, finanziario ma non lo è dell’industria

        gli Airbus non lo fanno a Parigi, per farti un esempio

        e ciascuna di queste città dovrebbe essere Bergamo o Parma, non Catanzaro: la rivolta può avere ottimi motivi politici e culturali ma non economici, non nei termini detti dall’articolo

        o i bus di Tolosa li decidono a Parigi?

        ciao

  6. Francesco says:

    E l’ecologia! e le pretese LGBT con i loro osceni alfieri

    ma è come un puzzle di pezzi che non collimano, alla fine

  7. Z. says:

    Nel 2005 gli intellettuali da web si emozionavano quando i giovani delle periferie sfasciavano le auto dei loro vicini di casa, e spiegavano che era una svolta epocale: il capitalismo, il proletariato, il razzismo.

    Nel 2015 gli intellettuali da web si emozionavano per gli attentati a Parigi, e spiegavano che era una svolta epocale: il capitalismo, il proletariato, l’Islam.

    Oggi gli intellettuali da web si emozionano per le pacifiche barricate incendiarie dei manifestanti con le pettorine gialle, e spiegano che è una svolta epocale: il capitalismo, il proletariato, l’ambiente.

    E domani si vedrà…

    • PinoMamet says:

      Dalle mie rivelazioni spannometriche, gli intellettuali da web sono tutti contro i gillet gialli, retrogradi, antiecologisti, disinformati, e quindi da assimilare senz’altro a salvinidimaiosciechimicheterrapiattisti…

    • PinoMamet says:

      Comunque in politica le profezie si autoavverano, o forse ognuno si crea il suo avversario come vuole, e questi prende vita davvero, proprio con i peggiori difetti desiderati.

      in Italia attualmente gli schieramenti sono “intelligentoni da web” vs “webeti”.

      I primi sono odiosi, i secondi deficienti. Poi dice che uno si butta a sinistra… 😉

      • Z. says:

        Non saprei, io non frequento spazi web oltre a questo. E se nemmeno gli altri lo facessero, il mondo sarebbe un posto meglio 🙂

        (ma poi verrebbero tutti qui, e questo diventerebbe un posto peggio!)

    • PinoMamet says:

      Proprio ieri sera un amico- caro amico, ma ha davvero tutte le carte in regola della prima categoria: liberal, colto, un po’ saccente, corretto, è pure gay- mi spiegava quanto è stronza la May a non far rivotare gli inglesi nel modo “giusto”, cioè per restare dentro l’UE, mentre un altro amico inutilmente tentava di dirgli che la democrazia non funziona mica che vale solo il risultato che ti piace…

      esito della discussione, come prevedibile, l’allineatissimo primo amico dichiarava di essere a favore della limitazione del diritto di voto. come migliaia di “intelligentoni da web”.

  8. Z. says:

    Miguel,

    in effetti sfido chiunque a leggere questa biografia

    http://www.osvaldopesce.it

    senza immaginare, precisamente, una “buffa congrega di settari”…

    Il che peraltro non significa non essere capaci di riflessioni profonde. Immagino che non manchino neppure tra i cosplayer delle mie parti.

    • Per Z

      “sfido chiunque a leggere questa biografia ”

      E infatti è quello che ha colpito anche me.

      Credo che i comunisti del suo stampo siano un po’ come i gesuiti di un tempo: da una parte, hanno sicuramente dei principi teologici rigorosi e una causa di fondo molto forte; dall’altra, però non permettono alle emozioni di prendere il sopravvento: quindi sono più liberi di altri da emozioni identitarie (amore/odio) o da narcisismo. E in questo sono certamente superiori a molti che si piccano di non essere “dogmatici”.

      • Z. says:

        Mah.

        Per me, in Italia, “comunista” non significa “curioso personaggio pittoresco e settario che fonda club unipersonali”.

        Per me comunista (1945-1990) significa militante che fa parte di una comunità organizzata, che dà il suo contributo a farla crescere, a trasformare la società.

        Riconosco che chiamare “comunista” il secondo è probabilmente improprio, e che il comunismo, quello reale, era esattamente come lo descriveva Reagan.

        Ma “comunista” significava ciò che ho descritto, dalle mie parti, non altro.

        I personaggioni, invece, alla lunga sono un po’ tutti uguali.

  9. MOI says:

    Una volta si diceva che il Borghesotto-Tipo avesse la mano sx sul cuore e la mano dx sul portafoglio … adesso ha ancora entrambe le mani lì, ma sono entrambe anatomicamente mani sx : ci dev’esserestata una mutazione genetico-culturale !

    Il popolino invece, che subisce tutto da tutti o è “populista” … si ritrova invece due mani dx suo malgrado !

  10. MOI says:

    In ogni caso, adesso la notizia che ha fagocitato tutto è stato il Caso Fredy [sic] Pacini: con tanto di Fiaccolata Solidarietà … una delle forme più politico-mistiche di Magia Deambulatoria !

    https://tg24.sky.it/cronaca/photogallery/2018/11/30/fiaccolata-fredy-pacini-monte-savino-ladro-ucciso.html

    … Una legge sulla proporzione difesa-offesa che neppure menzioni i livelli di combattimento è semplicemente assurda : è ora di basta [cit.] !

  11. MOI says:

    Lo metto qui per comodità anti-dispersività … visto che da qualche parte parlavate di effettivo potere della Massoneria : mi sa che la Massoneria _ almeno nell’ Internettocene 😉 _ determina o fa di tutto perdeterminare cosa NON debba succedere e/o continuare nella società ! … Mi piacerebbe “sentire” come la vede Habs ! 😉

    • Per Moi

      … segreto… massoneria… Internet…

      Disse Guénon:

      “Questo spirito moderno, in verità, per tutti coloro che ad un grado qualsiasi ne sono contaminati, implica un vero e proprio odio per il segreto e per tutto ciò che da vicino o da lontano gli assomiglia, in qualsivoglia campo; e già che l’occasione si presta ne approfittiamo per esprimere nettamente il nostro parere in merito. A rigore, non è che si possa dire che la «volgarizzazione» delle dottrine sia pericolosa, almeno finché si tratta soltanto del loro aspetto teorico: semplicemente sarebbe inutile, quand’anche fosse possibile. Ma, in realtà, le verità di un certo ordine resistono per la loro stessa natura a ogni «volgarizzazione»: per quanto le si esponga con chiarezza (a condizione beninteso di esporle tali e quali nel loro vero significato e senza far loro subire alcuna deformazione), esse sono comprensibili soltanto per chi è qualificato per capirle, mentre, per gli altri, è come se non esistessero. Qui non ci riferiamo alla «realizzazione» ed ai metodi che le sono propri, poiché, a questo riguardo, assolutamente niente può avere un valore effettivo se non all’interno di un’organizzazione iniziatica regolare; ciò nonostante, da un punto di vista teorico, una riserva può essere giustificata da considerazioni di semplice opportunità, quindi da ragioni prettamente contingenti, il che non significa che esse siano, di fatto, forzatamente trascurabili.

      In fondo, il vero segreto, il solo a non poter essere tradito in alcuna maniera, risiede unicamente nell’inesprimibile, che come tale è incomunicabile, ed una parte di inesprimibile si trova necessariamente in qualsiasi verità di ordine trascendente; è questo essenzialmente il senso profondo del segreto iniziatico. Un qualsiasi segreto esteriore potrà avere, al più, valore di immagine o di simbolo di esso. O altrimenti, talvolta, avrà il valore di una «disciplina» che comunque darà un suo profitto. Ma, beninteso, si tratta di cose il cui significato e la cui portata sfuggono interamente alla mentalità moderna, la cui incomprensione al riguardo genera naturalmente l’ostilità.

      Il volgo prova sempre una paura istintiva per tutto ciò che non capisce, e la paura crea assai facilmente l’odio, anche quando ci si sforza di sfuggirvi mediante la pura e semplice negazione della verità non compresa; vi sono del resto negazioni che assomigliano a vere e proprie crisi di rabbia, come, per esempio, quelle dei sedicenti «liberi pensatori» verso tutte le cose che si riferiscono alla religione.

      La mentalità moderna, quindi, è tale da non poter sopportare alcun segreto e nemmeno delle riserve; cose del genere, poiché ne ignora le ragioni, le appaiono soltanto come «privilegi» istituiti a vantaggio di qualcuno, ed essa non può più soffrire alcuna superiorità; se si volesse tentare di spiegarle che i cosiddetti «privilegi» hanno un loro reale fondamento nella natura stessa degli esseri sarebbe fatica sprecata, poiché è proprio questo che il suo «egualitarismo» ostinatamente nega. Non soltanto essa si vanta, naturalmente a torto, di sopprimere ogni «mistero» con la sua scienza e la sua filosofia esclusivamente «razionali» ed «alla portata di tutti», ma per di più, questo orrore del «mistero» si estende talmente, a tutti i campi, da coinvolgere perfino quella che si è convenuto chiamare «vita ordinaria». Eppure, un mondo in cui tutto fosse diventato «pubblico» avrebbe un carattere veramente mostruoso; diciamo «fosse», perché di fatto, e nonostante tutto, non siamo ancora giunti a questo punto e forse non ci si potrà mai arrivare, trattandosi evidentemente di un «limite»; ma è incontestabile che da ogni parte si mira attualmente ad ottenere tale risultato, e, a questo proposito, si può osservare come numerosi apparenti avversari della «democrazia» non facciano in definitiva che spingerne ancor più lontano le conseguenze, ammesso che sia possibile, perché in fondo sono altrettanto compenetrati dello spirito moderno quanto quegli stessi a cui vogliono opporsi. Per condurre gli uomini a vivere interamente «in pubblico» non ci si accontenta più di riunirli in «massa» ad ogni occasione e con qualsiasi pretesto; si vuole anche alloggiarli, non soltanto in «alveari» come dicevamo in precedenza, ma letteralmente in «alveari di vetro», disposti per giunta in modo tale che non sarà loro possibile prendere i pasti se non «in comune»; gli uomini capaci di sottomettersi ad un’esistenza del genere sono veramente caduti ad un livello «infra-umano», al livello, se si vuole, di insetti quali le api e le formiche; e del resto ci si sforza, con tutti i mezzi, di «addestrarli» a non essere più diversi l’uno dall’altro di quanto non lo siano gli individui di coteste specie animali, se non forse meno ancora.”

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