Serenate in San Frediano

Una ragazza fruga nella stanza della nonna, e trova una raccolta di fogli.

Che appartengono a un’amica della nonna, ora defunta, la quale cantava in un coro.

Uno dei fogli, di cui non sapremo probabilmente mai la provenienza o la musica, contiene un testo a prima vista fin troppo sentimentale, diciamo italico in quel senso particolare di settanta, ottanta, cent’anni fa.

Solo che il contenuto è affascinante: descrive il nostro come un quartiere, “dove van gli stornelli, van le serenate”. Che a parte il contorno sdolcinato, è un’affermazione di fatto.

Ne parlo con Giacomo dell’Osteria del Paradiso, e mi conferma: era normale cantare per strada quando lui era ragazzo.

E la cosa è ovviamente totalmente inimmaginabile oggi.

Qui si alimentano a vicenda due fattori diversi.

Il primo è l’automobile.

Immaginiamo una serie di missili potenzialmente omicidi, lanciati ininterrottamente per decenni, giorno e notte, su ogni luogo in cui gli esseri umani potrebbero incontrarsi; che ricacciano i cantanti su stretti e pericolosi marciapiedi, in mezzo a un rumore assordante che non permette certo di comunicare con nessuno.

Questa è la vita normale della città, a meno che tu non prenda rifugio in un locale a pagamento, dove probabilmente verrai assordato da musica prodotta elettronicamente.

E l’effetto viene moltiplicato in un quartiere in cui i marciapiedi ancora lasciati per la sopravvivenza pedonale spesso non superano i venti centimetri di larghezza.

Insomma, non regge la famosa scusa di tutti i mali, “gli strumenti sono neutrali, dipende solo dall’uso che ne fai”. Con il corollario, “io sono bravo e buono, se ci sono problemi la colpa è degli altri.”

Questo ci riporta proprio alla questione degli strumenti.

I nostri corpi, con incredibile intelligenza ma anche grande fatica, possono realizzare cose notevoli, ma sempre un po’ imperfette.

Abbiamo imparato a sostituire ciascuna nostra capacità con una protesi tecnologica: la zappa e  l’automobile ad esempio sostituiscono la mano e il piede. Ci sono mille motivi per preferire andare in automobile da Firenze a Bologna, piuttosto che farlo a piedi; ma resta il fatto che i piedi li uso di meno.

Però ci sono protesi che sostituiscono anche il cervello: la prima fu la scrittura, che ha il vantaggio di permettermi di leggere che anche Socrate aveva colto il problema della scrittura. Che abolisce la necessità di avere memoria.

Poi si va avanti, ad esempio con il computer che permette all’essere umano di lasciare in placido riposo la maggior parte delle funzioni cerebrali.

Oppure la riproduzione della musica, che ci permette di riposare corde vocali e dita: la musica la possiamo comprare in qualunque momento.

Non a caso, il sogno del futuro è l’automobile a guida automatica.

Ma leggiamo le Serenate in San Frediano:

Quanto fa bene al cuore questa voce popolana
che ai bei sogni s’abbandona stornellando “amore, amor”.
Sembrano quelle note fontanelle d’acqua chaira,
un mattin di primavera lo sbocciare dei primi fior.

Di là dall’Arno in borgo San Frediano,
van gli stornelli, van le serenate,
il fiume gli accompagna piano piano,
sembra venir dall’acque un sospirar  d’amor;
son tante le finestre illuminate,
son belle le madonne innamorate,
un menestrello canta “O fior di grano”,
madonna sei di Borgo San Frediano.

In Borgo San Frediano, nelle case, nelle cose,
tutto è fatto senza pose, ma con gran sincerità.
Tutti così, alla buona, con il filo dei poeti,
fanno sogni ricamati solo, di felicità.

Di là dall’Arno in borgo San Frediano,
van gli stornelli, van le serenate,
il fiume gli accompagna piano piano,
sembra venir dall’acque un sospirar d’amor;
son tante le finestre illuminate,
son belle le madone innamorate,
un menestrello canta “O fior di grano”,
madonna sei di Borgo San Frediano.

Se vuoi sentir stornelli e serenate,
caldo respir di bocche innamorate,
a fil di voce e con il cuore in mano
valli a sentire di Borgo San Frediano.

Print Friendly, PDF & Email
This entry was posted in esperienze di Miguel Martinez, Il clan dei fiorentini, riflessioni sul dominio, urbanistica and tagged , , , , . Bookmark the permalink.

14 Responses to Serenate in San Frediano

  1. Mauricius Tarvisii says:

    In effetti quando i vecchi si ubriacano cantano, quando i giovani si ubriacano no (a meno che non siano proprio ragazzini). Sarebbe interessante studiare questo allontanamento dalla musica di una società dove la musica viene infilata proprio ovunque.
    Lo dico da stonato che è contentissimo di non essere mai costretto a cantare.

  2. Z. says:

    Miguel,

    sono d’accordo con te su un punto che ritengo molto importante: non credo esistano strumenti neutrali. Anche perché tutto ciò con cui abbiamo a che fare ci influenza e ci cambia.

    • Peucezio says:

      OMDAZ.

      Poi dipende, ma in generale non c’è un cavolo da fare: è verissimo!

    • Per Z

      “non credo esistano strumenti neutrali”

      Non è solo questo: è anche che quasi sempre, chi ritiene che lo strumento tal dei tali sia neutrale, nasconde un elemento di malafede.

      Un caso estremo, i tossici degli anni Settanta che mi dicevano, “la droga è una tigre che devi saper cavalcare”. Trasformando così il 90% di tossici a cui la droga aveva invece rovinato la vita in imbecilli colpevoli, che non sapevano come fare. E giustificando il proprio uso della droga, garantito dalla loro superiorità morale.

      Invece, dovremmo avere il coraggio di ammettere che gli strumenti che usiamo spesso producono risultati disastrosi, soprattutto a lungo termine; e assumerci la responsabilità dell’uso che ne facciamo.

      Avrei preferito, insomma, il drogato anni Settanta che mi avesse detto, “mi piace troppo, pazienza se tra quindici anni sarò sdentato e mezzo scemo e in carcere, se mi va bene”.

      • Z. says:

        Miguel,

        non credo che serva essere in mala fede, specie se si parla di strumenti di uso comune, non particolarmente distruttivi.

        Anzi tutto, è una riflessione che non tutti hanno fatto, quella sulla non neutralità. Molti probabilmente non ci hanno pensato.

        E poi me l’hai insegnato tu: ognuno di noi, in ogni epoca, ama raccontarsi storie.

  3. PinoMamet says:

    Mi ricorda i testi delle cose che cantava mio padre… e mio zio, che furono tra l’altro anche registrati da un antropologo canoro o qualcosa del genere. Purtroppo non ho la registrazione.
    Il canto era un segno distintivo della cultura italiana di un tempo, da nord a sud; confermo quanto già scrissi in proposito anni fa, cioè l’enorme popolarità ovunque della canzone napoletana. Ma anche di altro genere: stornelli, cantamaggio, arie operistiche ecc.
    Interessante la cosa della memoria (che metterei nel discorso sul tabù sulla scrittura che avevano i druidi e altre civiltà antiche).

    Mi pare che nel canto sia successa un po’ la stessa cosa del calcio, e in parte (in parte sottolineo) per le stesse cause:
    la sostituzione del gioco e del ritrovo spontaneo con la “scuola”, al coperto e a pagamento e standardizzata su un unico modello internazionale
    (ho un’amica che insegna canto- bravissima; però che palle sorbirsi gli “esiti” e i “saggi” di fine corso, e l’ennesimo Sitting on the dock of the bay…)

    • Per PinoMamet

      “Mi pare che nel canto sia successa un po’ la stessa cosa del calcio, e in parte (in parte sottolineo) per le stesse cause:”

      Infatti, il meccanismo è identico, con la differenza che ci sono ancora milioni di bambini che pur di tirare pallonate, sono disposti a subire la “scuola”. Che non solo è disciplina, e fin qui andrebbe bene, ma è anche una burocrazia paurosa e costosa: lo vedo con i nostri amici del Lebowski, che fanno del loro meglio, ma sono pur sempre rotelle di un ingranaggio organizzativo rigorosissimo.

      Invece, con musica e canto, la scuola – che è meno burocratizzata di quella calcistica – è pur sempre una “specializzazione” estrema e rara.

      Così abbiamo il 99% di consumatori passivi e l’1% di produttori bravissimi, che fanno solo quello.

      Non è un discorso “egalitario”, non ho nulla contro che si dedica anima e corpo a diventare un vero artista: il problema sono tutti gli altri che sono stati espropriati di una fondamentale capacità umana.

  4. Peucezio says:

    In effetti raramente si pensa a quanto sia profonda la mutazione per cui dalla musica continuamente prodotta dalle persone hic et nunc si sia passati dalla musica ossessivamente riprodotta ovunque.

    Almeno la macchina (ancora non per molto) non è passivizzante (non voglio difenderla ora: capisco benissimo le ragioni di Miguel): la musica riprodotta lo è completamente (se non al massimo per la scelta dei brani).

  5. MOI says:

    Una cosa che sento ancora abbastanza per strada o in loco pubblico (l’ alternativa è un frenetico “sditazzìo” 😉 sugli smartphones …), specie da parte di non più giovanissimi, è il fischiettare (un surrogato vestigiale del cantare ?)… che però può essere fastidioso anche se nessuno che fischietti se ne renda conto.

  6. MOI says:

    Cmq riconosco di avere una sensibilità un po’ particolare per le cose fastidiose e non: ad esempio trovo molto più “triggherante” la gente che si soffia il naso a tavola ( Dài mò 🙂 : alzati, girati ! ) che non invece di quella che vi rutta … anche perché il rutto, per quanto imbarazzante, fa ridere: è quindi ipocrita demonizzarlo !

  7. Proprio per questo, stiamo costituendo in questi giorni l’Orchestra Trasversale delle Genti di San Frediano e Santo Spirito.

    Dove “trasversale” sta per molte cose:

    ogni tipo di strumento, dal violino alle maracas;

    persone di ogni età ed etnia;

    bambini piccoli assieme a mamme, fratelli maggiori, amici.

    Senza fini competitivi, proprio per coinvolgere tutti.

    Una cosa simile ovviamente è possibile solo in uno spazio come il nostro, perché non c’è né la supervisione burocratica, né il disperato bisogno di pagare un affitto.

    Insomma, la speranza del mondo risiede nelle crepe nel cemento…

    E ovviamente, ci vuole la persona giusta: abbiamo la fortuna di avere un musicista che ho visto entusiasmare e coinvolgere oltre cento tra bambini, genitori e insegnanti per quasi due ore di seguito.

    Il nostro sogno poi è di uscire fuori nel quartiere anche fisicamente.

  8. Moi says:

    Fronte Animalari : Apocalisse Brexit …

    https://www.newsweek.com/million-penguins-under-threat-because-brexit-1102395

    … per i pinguini ?! … Una milionata, poi, sarebbe !

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *