Storie e archetipi

Grazie a Guido (cui siamo debitori per più di un articolo), scopro una riflessione di Fabrizio Luisi che è insieme originale, brillante e offre una chiave per capire moltissime cose: quella di storie e archetipi.

Luisi analizza con scientifica oggettività, cosa rarissima negli studi sulla politica; eppure riesce a rendersi comprensibile a chiunque.

Non so nulla né dell’autore, né del sito su cui pubblica.

Trovo convincenti le riflessioni di fondo, rispetto ai modi in cui tende a funzionare il mondo immaginale umano: per esperienza, direi che è proprio così.

Poi l’articolo è interessantissimo per i bachi che svela in ogni discussione tra fazioni (comprese quelle sul nostro blog): non è possibile discutere tra “storie”.

Solo che faccio fatica ad applicare queste riflessioni a quella cosa particolarissima che in Italia chiamiamo “politica”.

Vivendo qui, la politica infatti assume innanzitutto la forma della Fondazione Bancaria, attorno a cui ruota tutto.

Poi, più in basso, c’è il potere di concedere o negare campi sportivi a squadre, squadrette e gruppi atletico-ginnici che mobilitano migliaia di famiglie; le associazioni dei commercianti e dei ristoratori, che decidono a chi dare il voto dopo una serie di cene riservate (e coinvolgono quindi innumerevoli piccoli esercenti e i loro dipendenti); i marchesi e i conti che possiedono palazzi e vigne.

Insomma, tutto si riassume nel commerciante che nel 2009 fondò il Comitato elettorale per il candidato a sindaco del centrodestra.

Nel 2014, lo stesso commerciante formò il comitato di quartiere per l’elezioni del  candidato di centrosinistra: “sappiamo tutti che vincerà lui, quindi inutile perdere tempo con gli altri”, era la sua lucida spiegazione.

l’ultima cosa che mi verrebbe in mente, pensando alla “politica”, è il mondo immaginale delle persone, a parte i quattro gatti di pittoreschi irriducibili di estrema sinistra e il quarto di gatto (zampetta destra) neofascista, che ogni volta che starnutisce gli fanno il corteo contro.

Infatti, da noi, la coalizione del PD e Forza Italia, cioè gli unici partiti che mi sembrano “politici”,  insieme hanno superato il 50% dei voti.

Eppure, Luisi ha ragione: a livello nazionale, alle ultime elezioni, il 67% degli italiani ha votato contro PD e Forza Italia.

Calcolate che io sono cresciuto in tempi lontani: nel 1987, ad esempio, solo il 10% ha votato MSI, Verdi o Democrazia Proletaria, i tre partiti che non potevano decidere di appalti, permessi e altre cose pratiche.

Ma anche quei tre partiti si fondavano su identità storiche o su progetti, non semplicemente su storie e archetipi: non è che l’elettore medio di DP passava al MSI perché Fini gli sembrava più interessante di Capanna.

Quindi evidentemente ci sarebbe da aggiungere alle riflessioni di Luisi anche una riflessione su cosa sia cambiato (in Italia, nei media, nella vita di relazione, nell’economia, nel mondo?) rendendo possibile lo scatenamento di storie e archetipi.

 Infine, manca nella riflessione di Luisi qualsiasi riferimento alla questione centrale dei nostri tempi, quella che chiamiamo eufemisticamente “ambientale“.

Ma non è colpa di Luisi, lui descrive semplicemente i motori psicologici degli elettori.

E nessuno ci vuole pensare alla questione “ambientale”, perché qualunque progetto politico moderno oggi deve basarsi sulla fantasia che esistano risorse infinite su un pianeta infinito e che i rifiuti siano cose che si dematerializzano appena li metti nel cestino.

 

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57 Responses to Storie e archetipi

  1. PinoMamet says:

    Non ho anxcora finito di leggere. perché ho avuto poco tempo ed è lunghetto, mi manca la parte finale; ma direi che è un’analisi ottima e molto convincente.

    Invece non sono sicuro che nel 1987, o nel 1967, le cose funzionassero diversamente, cioè che gli elettori votassero in base a qualcosa di diverso dalla narrazione di storie e di archetipi.
    Sicuramente gli archetipi dominanti (lo dice anche l’articolo) erano altri, che oggi sembrano in ribasso.

    • Per PinoMamet

      “Invece non sono sicuro che nel 1987, o nel 1967, le cose funzionassero diversamente, cioè che gli elettori votassero in base a qualcosa di diverso dalla narrazione di storie e di archetipi.”

      L’articolo che ho citato mi ha fatto cambiare idea su molte cose, diciamo che al momento sono in fase di trasloco intellettuale 🙂

      Forse la differenza profonda è di tipo temporale: nel 1987, gli elettori si basavano su storie e archetipi radicati, costruiti durante l’infanzia, con profonde radici, dove il passaggio da un racconto a un altro era difficilissimo.

      Diciamo che si votava per DP perché si aveva il padre partigiano, o magari perché si aveva il padre reazionario e antipaticissimo.

      Oggi, si vota per Salvini o per Di Maio perché è il primo personaggio che ti convince alla televisione: non a caso, Lega Nord e M5S sono formazioni nuove (almeno nei tempi delle lunghe sedimentazioni delle generazioni), che non toccano identità formate durante l’infanzia.

      • Z. says:

        Non capisco – perché nel 1987 si sarebbe votato in base a ricordi infantili più o meno di oggi? La società era cambiata molto negli ultimi quaranta anni così come negli ultimi venti o dieci anni.

        Oltre tutto, la Lega è il partito più longevo tra quelli oggi esistenti in Parlamento, unico ad aver portato pressoché lo stesso nome sin dai primi anni Novanta, unico ad avere ancora le “sezioni”. Buona parte dell’elettorato ci ha già “avuto a che fare” da allora.

        Boh, non mi avete convinto 🙂

        • Per Z

          “Oltre tutto, la Lega è il partito più longevo tra quelli oggi esistenti in Parlamento, ”

          Su questo hai ragione, e separere l’Italia a nord del Po dal resto.

          Per noi terroni, la Lega è una vaga cosa buffa di luoghi esotici, ritenuta piuttosto reazionaria (e quindi antitoscana), ma non legata all’unica cosa che conta come Memoria Storica, il fascismo.

          Invece per chi guarda la televisione, Salvini è un fenomeno a parte, un uomo nuovo, che non c’entra molto con i sindaci dei paesini veneti.

        • Per Z

          “Non capisco – perché nel 1987 si sarebbe votato in base a ricordi infantili più o meno di oggi? ”

          Penso che ci sia un’enorme differenza tra il 1987 (tra l’altro, ho scelto l’ultima elezione prima del crollo del sistema, avrei potuto scegliere anche elezioni precedenti) e il mondo di oggi.

          Allora la gente comunicava quasi esclusivamente all’interno di schieramenti definiti sin dall’infanzia (“io sono comunista”, “cattolico”, “fascista” e frequento comunisti/cattolici/fascisti).

          Oggi c’è un corto circuito, perché a causa dei social media, la gente si trova continuamente a stretto contatto di insulto con gente che appartiene ad altri schieramenti; e comunque tutte le identità storiche sono sossopra.

          • Peucezio says:

            E inoltre possono cambiare repentinamente.
            I miei nonni erano fascisti nel ’45 e lo erano ancora nell”89; la sorella di mia nonna era comunista da giovane e ci è morta.
            I miei amici sono passati da Forza Italia o dalla sinistra al M5S, da lì magari alla Lega, qualcuno addirittura passò dal centro-destra al centro-sinistra, il tutto in pochi anni.

  2. Z. says:

    Miguel,

    che a Firenze la Lega sia un partito marginale ci credo, ma in buona parte del Nord governa province e comuni da un quarto di secolo…

  3. Peucezio says:

    Miguel,
    notevole in effetti. L’ho letto tutto d’un fiato.

    Resta da chiarire il rapporto fra narrazione e realtà (è una mia vecchia discussione con Z.):
    il narratore (chiamiamolo così, quale che sia l’archetipo che incarna)
    1) vorrebbe rendere reale la narrazione, ma è materialmente impossibile o, quantomeno, lui non ne ha i mezzi e le capacità;
    2) non ha nessuna intenzione di realizzare la sua narrazione, che gli serve solo per vincere (ma allora viende da chiedersi a che gli serve vincere);
    3) realizza in parte o in tutto la sua narrazione.
    Quale delle tre?

    No, perché la realtà non è un dettaglio secondario: la narrazione fa vincere le elezioni, ma poi il mondo è il risultato di ciò che la gente fa, non di ciò che narra.
    Questa prospettiva andrebbe approfondita.

  4. Mauricius Tarvisii says:

    Ci sono due tipi di elettorato diversi:
    1) gli stakholer: possono essere imprenditori, lobbisti o promotori dell’associazione del Nidiaci, allo stesso modo. Queste persone hanno un proprio progetto politico e cercano nelle tornate elettorali qualcuno da utilizzare come propria interfaccia nelle istituzioni. Questi non votano perché credono in un’ideologia o in una narrazione, ma perché vogliono uno o più specifici provvedimenti che solo i propri uomini nelle istituzioni possono garantirgli.
    2) tutti gli altri. Queste persone non sono portatrici di un interesse particolare e quindi non sono realmente interessati a particolari provvedimenti specifici. Le narrazioni e le ideologie sono per loro.

    • Mauricius Tarvisii says:

      “stakeholder”, naturalmente

    • Peucezio says:

      Vabbè, ma i primi elettoralmente contano pochissimo. La loro forza non si esprime attraverso il voto.

      • Mauricius Tarvisii says:

        No, si esprime tramite tutti i mezzi che influenzano il voto: dalla propaganda attiva al finanziamento al controllo della stampa.
        Sono i soggetti ai quali si rivolge la famosa “campagna porta a porta” di cui andava fiera la Lega pre-scandali: ci si presenta alla porta che conta.

    • Per MT

      “Ci sono due tipi di elettorato diversi:”

      Giustissimo.

      Domanda cattiva: capisco gli stakeholder di ogni sorta, “buoni” o “cattivi” che siano.

      Quello che da anni si batte per la difesa dell’Identità Italiana, o quello che si batte perché venga riconosciuto lo ius soli, o quello che si batte per i crocifissi nelle classi, o viceversa quello che vuole abolire l’ora di religione.

      Ma esattamente per quale motivo devono dire la loro anche quelli che vogliono solo sentire raccontare una storia?

      • Z. says:

        Ehm… perché no?

        Peraltro, a ben vedere, quelle del crocefisso e dello ius soli sono due storie tra le storie.

        • Per Z

          “Peraltro, a ben vedere, quelle del crocefisso e dello ius soli sono due storie tra le storie.”

          Certo.

          Ma intendo che trovo sempre discutibile l’equivalenza nel voto tra la persona che si impegna da una vita per qualcosa (storia o no) e quella che guarda distrattamente la TV e dice, “ah, quel Salvini sì che ha carattere!”

          • werner says:

            1- Tra l’impegno e il menefreghismo ci sono anche vie di mezzo. Un osservatore attento ma non impegnato perché non dovrebbe dire la sua?

            2- Coloro che portano avanti interessi specifici spesso perdono di vista il quadro d’insieme con risultati che possono essere anche controproducenti.

            • Per Werner

              “1- Tra l’impegno e il menefreghismo”

              La mia è sostanzialmente una battuta, ovviamente. Ma ho sempre la sensazione che la cittadinanza politica sia qualcosa che si dovrebbe in qualche modo guadagnare e non semplicemente qualcosa che si possiede per diritto di sangue.

              Poi è chiaro che è difficile pensare a un sistema concreto e non ingiusto per attuare una tale sensazione.

              • werner says:

                Ok su questo sono pienamente d’accordo. E direi che la tua sensazione inizia ad essere parecchio diffusa.

              • Z. says:

                Si può ragionare al contrario.

                La Costituzione fissa alcuni doveri: si può decidere che chi non li rispetta non vota.

                Sarebbe un criterio meno arbitrario del lavoro imposto, e facilmente regolabile dalla stessa Costituzione e dalla legge.

                Ma siete sicuri che vi piacerebbe?

              • werner says:

                Il “guadagnare” di Miguel l’avevo interpretato in senso lato. Non nel senso di lavoro in cambio di diritto di voto, ma nel senso che almeno un pochino te lo devi meritare.

                Trovare la formula giusta è certamente complesso e quelle di cui ho sentito parlare (esami di accesso, limiti d’età, servizio civile…) hanno tutte dei grossi limiti.

                L’idea inversa non viene già applicata? Chi compie certi resti non può votare… O sbaglio?

              • Peucezio says:

                Io condivido la vecchia idea anglosassone: si ha diritto di decidere su tutto ciò che ci influenza, che ci riguarda.

              • Z. says:

                L’idea inversa viene applicata in misura minima, e sempre più restrittiva.

                Se vogliamo applicarla in misura più estensiva immagino sia possibile. Condannati, evasori, disertori: via il diritto di voto per cinque o dieci anni.

                Più difficile imporre condotte positive, ma chissà, intanto si inizia con quelle negative e poi si vedrà.

                Solo, siamo sicuri di volerlo veramente?

      • Mauricius Tarvisii says:

        Quello che da anni si batte per la difesa dell’Identità Italiana, o quello che si batte perché venga riconosciuto lo ius soli, o quello che si batte per i crocifissi nelle classi, o viceversa quello che vuole abolire l’ora di religione.

        Questi io li colloco nella seconda categoria, però: quelli che elenchi non sono interessi individuali o di gruppo, ma sono posizioni ideologiche. Cioè, a mio modesto avviso, la parte non patologica del sistema.

        • Per MT

          “quelli che elenchi non sono interessi individuali o di gruppo, ma sono posizioni ideologiche.”

          Certo. Ma volere il crocifisso nelle classi non è la stessa cosa che votare Berlusconi perché quando sorride in televisione trasuda Sovranità, o Di Maio perché ha una bella grinta da Ribelle.

          • Z. says:

            Mig, capisco il punto, ma chi lo traccia il confine? Come, dove?

            • Per Z

              “Mig, capisco il punto, ma chi lo traccia il confine? Come, dove?”

              Ma certo, è vero.

              Se fossi il Dittatore Democratico del pianeta, istituirei il Servizio Civile Volontario: se accetti per due mesi ogni anno di fare una serie di attività toste al servizio della comunità, puoi votare, se no no 🙂

              Ma siccome i dittatori finiscono male, so benissimo che andrebbe a finire con finte associazioni che vendono il diritto di voto in cambio di finto servizio civile, quindi il mio è solo un bonfonchiamento vano.

              • Z. says:

                Ma perché questo volontariato coatto? Se Tizio – che magari ha poco tempo – contribuisce col denaro o col sangue non è altrettanto meritevole?

                E se anche non fa nessuna delle cose, il suo parere su ius soli e crocefisso perché dovrebbe valere meno?

                Infine, il senso del voto è proprio far esprimere tutti, non solo i più bravi o meritevoli…

              • Per Z

                “Ma perché questo volontariato coatto?”

                Mica coatto.

                Non contribuisci a pulire le strade?

                Liberissimo… ma non voti!

                🙂

              • Mauricius Tarvisii says:

                I due mesi me li scalate dall’orario di lavoro? Oppure entreremo nel regno delle casalinghe sfaccendate con molto tempo libero?

              • Per MT

                “I due mesi me li scalate dall’orario di lavoro? ”

                Certo, parola di Dittatore Democratico 🙂

                Comunque in Svizzera ci riescono!

              • Mauricius Tarvisii says:

                Non due mesi all’anno.

              • Z. says:

                Miguel,

                certo che contribuisco: pago l’Irpef, e col gettito lo Stato ci
                paga i netturbini. È una delle forme di manifestazione della divisione del lavoro.

                Se io evadessi il fisco e pulissi le strade qualche ora al mese, a conti fatti le pulirei di meno di adesso (i netturbini sono più capaci e attrezzati di me).

                Vorrai mica privare gli evasori del diritto di voto? Nel caso, PaP e LeU potrebbero appoggiarti… finché restano sotto il 5% sommati tra loro, poi ti scaricano 🙂

              • Per Z

                “certo che contribuisco: pago l’Irpef, e col gettito lo Stato ci
                paga i netturbini. ”

                Ma tu contribuisci scrivendo sul blog 🙂

                Capisco la tua logica: lo Stato mi estorce le tasse e fa sparire i soldi da qualche parte. Poi mi dà un numerino per fare la fila alla cabina elettorale.

                Niente di male, ma non è quello che intendo io per partecipazione.

              • Z. says:

                MT,

                — Capisco la tua logica: lo Stato mi estorce le tasse e fa sparire i soldi da qualche parte. Poi mi dà un numerino per fare la fila alla cabina elettorale. —

                …mentre tu vorresti “estorcermi” un pagamento in natura (ad es., pulizia strade) per poi darmi lo stesso numerino di cui sopra, giusto?

                Ecco, atteso che abbiamo scoperto i pregi della divisione del lavoro, preferisco pagare in denaro – secondo la mia capacità contributiva – e non in natura 😉

                C’è di più.

                Se non spendo energie per la tua comunità, è comprensibile che non abbia voce in capitolo nella tua comunità: è una comunità su base volontaria, dopotutto. Se non mi sta bene, non debbo farne parte per forza.

                Ma allo Stato si appartiene in quanto che sì, non su base volontaria, sicché è ragionevole che ti assegni diritti e doveri in quanto che sì.

                Così hai il dovere di rispettare la legge, anche se non la condividi; allo stesso modo hai il diritto di ricevere cure mediche, anche se non rispetti la legge.

                PS: c’è chi è davvero convinto di contribuire alla società perché scrive sul web! Non sono così presuntuoso, naturalmente. Mi basterebbe di non nuocerle troppo con le mie sciocchezze 😛

  5. carlo says:

    In quanto alla riflessione ambientale, credo che si inclusa, anche se in maniera non esplicita, nell’ostilità agli sbarchi di nuovi clandestini dal nord-africa e più in generale all’immigrazione. La gente comune più o meno sente che le risorse stanno cominciando a scarseggiare, e appoggia i leader che, nella distribuzione di queste risorse, danno una priorità agli abitanti autoctoni, a prescindere dalla motivazione ufficiale che ne danno. Questo spiega non solo la popolarità di Salvini, ma ancor più il totale di eventi creati dalla sinistra come le magliette rosse.

    • Per Carlo

      “In quanto alla riflessione ambientale, credo che si inclusa, anche se in maniera non esplicita, nell’ostilità agli sbarchi di nuovi clandestini dal nord-africa e più in generale all’immigrazione. ”

      Verissimo.

      Cosa sono le magliette rosse?

      • Peucezio says:

        Miguel,
        d’accordo che non hai la tv, ma davvero non hai sentito niente delle magliette rosse?
        Niente, a un certo punto un po’ di uomini pubblici di sinistra (i solito: Saviano, ecc. ecc.) si sono fotografati in maglietta rossa per solidarietà con gli immigrati e per andare in quel posto a Salvini.

        Poi dice che non sono più comunisti 😀

        • PinoMamet says:

          In effetti mi ha colpito che abbiano scelto proprio il rosso.
          Non me lo sarei aspettato, in genere il “mondo Piddì” era tutto blu, azzurro, al limite tricolore, ma niente di così distintivo come il rosso.
          Ne stavano alla larga.
          E infatti, puttane a parte, era difficile distinguerli da FI, negli ultimi tempi.

        • Mauricius Tarvisii says:

          Il rosso è un colore diffuso tra chi deve essere soccorso per la sua elevata visibilità in contesti “naturali”. Non a caso boe, canotti e giubotti di salvataggio sono rossi (e la famosa tenda rossa di Nobile…). Da qui deriva il colore della manifestazione.

          • PinoMamet says:

            Mm non lo sapevo. Devo dire che nessuno si era premurato di farmelo sapere, e l’associazione più naturale non è certo con i salvagenti e i giubbotti riflettenti..

            • Per PinoMamet

              “Mm non lo sapevo. Devo dire che nessuno si era premurato di farmelo sapere, e l’associazione più naturale non è certo con i salvagenti e i giubbotti riflettenti..”

              Ho l’impressione che il Partito Unico, che rappresenta l’eredità dei partiti che insieme prendevano il 95% del voto nazionale, stia vivendo un periodo di choc.

              Una delle reazioni è la fuga identitaria: il Partito che qualche mese si fa si vantava di aver fermato con metodi diciamo non proprio umanitari di aver fermato l’arrivo degli immigrati in Italia, da maggio non fa altro che Manifestazioni Antirazziste.

              E quindi un po’ di rosso ci sta.

        • Z. says:

          I semafori, poi, sono tutti comunisti…

  6. Un punto importante: le Storie non sono intercambiabili.

    Cioè, non si può passare facilmente dalla modalità Guerriero a quella Saggio, o simili.

    Infatti, un certo tipo di storia raccoglie narratori di un certo tipo.

    Per questo, non è facile cambiare storia: il PD, almeno da noi, incarna una generazione di persone fatte con lo stampino.

    L’archetipo di tutti i piddini che conosco è il sindaco di Mantova, coinvolto (del tutto innocente) in una storia picaresca alcuni mesi fa: invito piuttosto a guardare il tipo, dal punto di vista psico-fisio-politicognomico:

    (notate il cinturino dell’orologio).

    Uno così non è che possa fare una narrazione diversa da quella che fa già (il Giovane Lustrabacchetta del Mago?).

    • Z. says:

      Assomiglia molto al sindaco di Civitavecchia: persona molto diversa, militante di altro partito 🙂

    • Peucezio says:

      Comunque avete notato che i politici hanno un tipo di espressività tipica secondo i partiti?
      C’è un modo di parlare (tono di voce, pause, stile, lessico, mimica facciale, gesti…) tipico di quelli di sinistra, un altro dei pentastellati, un altro ancora (caratterizzato anche come accento, ma non è un comune accento settentrionale, è un particolare tipo di accento settentrionale, legato a certe categorie sociali) dei leghisti, un altro ancora di quelli di FI (poi ci sono le donne di FI, che hanno tutte una voce piuttosto acuta, un atteggiamento un po’ manierato, un lessico non ricco, ma un linguaggio piuttosto chiaro, anche se con una vena di retorica; è un’espressività tipico di un mondo privato, in cui si devono attirare clienti, quindi si deve essere un po’ accattivanti; nulla a che fare con l’espressività un po’ grigia e con l’argomentare più riflessivo e al tempo stesso moralistico e serioso delle politiche di sinistra, cresciute in collettivi e sezioni).

      • Mauricius Tarvisii says:

        Per FI è presto spiegato: è un partito nato usando come base di reclutamento Publitalia, quindi il mondo della pubblicità.

        • Peucezio says:

          Sì, però io a Milano ho conosciuto tipi umani simili anche in altri contesti. E’ proprio un’antropologia.
          Tieni conto che a Milano non si è mai radicato il mito del posto statale, perché le occasioni di lavoro in ambito privato, facendo anche molti più soldi, abbondavano.

          • Z. says:

            Se aggiungi che a Milano lo stipendio di un dipendente pubblico è lo stesso che ad Agrigento, mi sembra ragionevole che a Milano le aspirazioni siano differenti…

      • Per Peucezio

        “Comunque avete notato che i politici hanno un tipo di espressività tipica secondo i partiti?”

        Sono assolutamente convinto che tu abbia ragione.

        Siccome non vedo la televisione, riesco a visualizzare praticamente soltanto dei piddini, e qualche raro “estremista di sinistra”.

      • PinoMamet says:

        Hai ragione, Peucè!
        Deve essere un po’ come certi vecchi preti, che imparavano in seminario la “voce da prete”.

        • Peucezio says:

          Che orrore.
          Meno male che i miei sedevacantisti parlano in modo normale, fanno prediche col tono di chiunque stia facendo una normale conferenza o intervento pubblico su un tema.
          Loro, che pure sono dei puristi estremi, sono del tutto estranei da quegli aspetti melensi e di maniera del clero.

          Comunque il peggio del peggio sono quelli che dicono le letture nelle messe montiniane, con quella cantilena oscena.
          E’ curioso come, quando la gente vuole fare cose volendo fare della maniera, aderendo a dei canoni, credendo quindi di fare bene, il risultato è orribile.
          Come il doppiaggio spagnolo dei film, con un modo di parlare tremendo (mi riferisco alla tonalità) che non corrisponde in nulla al modo di parlare degli spagnoli, in nessun contesto, in nessun ceto, ecc.

  7. Ugo Bardi says:

    Interessante articolo quello di Luisi, anche se un pochino si perde nei dettagli – comunque sostanzialmente corretto. Anche perché non dice cose che non siano note da tempo. Tutta la politica americana è gestita da “spin doctors” che pensano in termini di archetipi e storie. Curioso che il PD non l’abbia capito e nemmeno Renzi, che completamente fesso non è. Ma, del resto, non l’aveva capito nemmeno Hillary Clinton che si è fatta battere da un tizio ridicolo che, però, è stato più bravo di lei a incarnare l’archetipo del guerriero.

    A proposito degli archetipi, avevo scritto anch’io una noterella breve, esaminandoli anche al di fuori della politica.

    https://ugobardi.blogspot.com/2018/03/le-maestre-cattive-di-pomezia-contro.html

    Incidentalmente, si è saputo più nulla delle maestre cattive di Pomezia che, a Marzo, avevano incarnato brevemente l’archetipo della strega cattiva?

  8. OT

    Per chi fosse interessato all’Iran, segnalo una cosa che abbiamo fatto:

    http://www.nidiaci.com/2018/08/14/creative-mornings-al-nidiaci/

  9. OT

    Sul crollo del ponte a Genova… tutti stanno cercando un capro espiatorio…

    Repubblica titola:

    “Tante paure e gli allarmi inascoltati: “Prima o poi verrà giù tutto”

    E ci credo che prima o poi verrà giù tutto: una roba fatta così deve crollare “prima o poi”: che ciò sia nel 2018 o nel 2108.

    Se poi pensiamo all’esplosione surreale di utilizzo del ponte… Autostrade per l’Italia qualche anno fa scriveva: https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/08/14/genova-crollo-ponte-morandi-nel-2006-calatrava-si-offri-di-rifarlo-ma-si-decise-di-non-demolirlo-per-non-bloccare-il-traffico/4559312/

    “Il tratto più trafficato è il viadotto Polcevera (Ponte Morandi) con 25,5 milioni di transiti l’anno, caratterizzato da un quadruplicamento del traffico negli ultimi 30 anni e destinato a crescere, anche in assenza di intervento, di un ulteriore 30% nei prossimi 30 anni”.

    • Sempre sul viadotto crollato…

      Voglio partire dall’idea che negli Anni Sessanta, tutti abbiano fatto i calcoli al meglio e che nessuno abbia barato sui materiali o altro; oppure che tutti abbiano barato quel pochino che fanno tutti gli imprenditori, ma senza esagerare.

      Sarebbe interessante leggere le previsioni che facevano allora, sulla durata del ponte se avesse avuto la dovuta manutenzione, e immagino che in questi decenni, di manutenzione ne abbia avuta molta.

      Semplicemente, le previsioni sono sempre sbagliate. Mancherà sempre un elemento imprevedibile nel calcolo, come quando l’Europa decise di promuovere in tutti i modi il diesel perché era più efficiente della benzina… solo dopo vieni a scoprire i costi che non ti aspettavi.

      Se invece di cercare il colpevole (il governo, l’opposizione, Benetton, qualche tecnico…) si cominciasse a ragionare così…

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