l’Inculator, nel quartiere in Cool al pianeta

Ieri si parlava dellincubatore che si intende impiantare in quello che tempo fa, sarebbe stato dichiarato il quartiere più in cool al pianeta.

Che poi era solo una simpatica ragazzina texana che sbarca il lunario  scrivendo che le piace mangiare fuori la sera nel quartiere in cui abita (ci auguriamo che i localari la  ospitino a sbafo).

Però  sapete come sono fatti gli italiani, appena uno che viene da un Paese Serio fa loro un complimento, diventano scemi per l’esaltazione.

Così, per il giornale di proprietà del comproprietario dell’Aeroporto,

“San Frediano sbaraglia tutti: New York, Seoul, Lisbona, Dubai. È il «quartiere più cool», ovvero più fico, di tutto il pianeta. Sembra un’esagerazione, ma è la Lonely Planet a sostenerlo.”

Ora, un incubatore è, a rigore, un produttore di incubi, parola latina che a quanto ci spiega Wikipedia, significava

” una sorta di geni malefici, opprimevano la persona nel sonno, soprattutto se in uno stato febbrile e venivano reputati la causa degli incubi, del pavor nocturnus e della paralisi ipnagogica.”

Il signore sovrastante sta cercando con gran furia un aeroporto su cui atterrare, ma trova troppo piccolo quello di Firenze

L’altro giorno, la Marzia – che di questo piccolo luogo conosce ogni sasso – ci raccontava di come la sua bisnonna si raccomandasse, “abbi furia coll’agio!” (che da noi, la furia è la fretta – insomma, festina lente).

Invece, questi qui hanno furia in tutti i sensi, toscano e non, come abbiamo avuto occasione di documentare a suo tempo, con lo Zangzang Tumbtumb, l’Acceleratore cosmico che l’agio non sa cosa sia.

Invece di coniugare la furia con l’agio, la coniugano con l’incubus.

Così nasce l’Inculatore, che non è affatto ciò che pensate voi (un sentito ringraziamento al commentatore Rutt1, che ce ne ha fatto scoprire l’esistenza).

La fuzione dell’Inculatore, ce lo spiega un articolo di Qui Finanza, di cui citiamo un bel pezzo:

“Cos’è un inculator e come riconoscerne uno di successo

Qual è il significato del termine inculator? In occasione della conferenza annuale Social Capital Markets gli imprenditori, gli investitori, e altri funzionari nel campo del business hanno probabilmente coniato una nuova parola del loro vocabolario.

La parola inculator nasce dai due termini incubators e accelerators, che tradotti in lingua italiana significano rispettivamente incubatori e acceleratori. Il nuovo termine appare per la prima volta in un resoconto rilasciato dal Unitus Seed Fund, chiamato The 2015 Global Best Practices Report on Incubation and Acceleration.”

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31 Responses to l’Inculator, nel quartiere in Cool al pianeta

  1. Moi says:

    We deserve … inculators ! 😉

  2. Moi says:

    Poi c’era anche il “Succubus” , ma mi sa che le Femministe l’ han fatto diventare sessista ! 😉

    https://en.wikipedia.org/wiki/Succubus

  3. Z. says:

    Il termine “inculator”, si apprende, indica una pratica ben precisa.

    https://quifinanza.it/lavoro/inculator-quando-il-gergo-delle-startup-ci-fa-sorridere/65367/

    Ora, quale sia la pratica, non è difficile da immaginare. Quello che non sapevo è che fosse tipicamente praticata “dai popoli arabi, come i turchi, gli egizi o anche i tartari<".

    Cool.

    • PinoMamet says:

      Pensa quanto sono indietro i turchi e i tartari (che poi sarebbero tatari…),non sanno neanche di essere arabi!
      😀

      mi ricorda due cose:
      -uno scrittore italo-africano, visto tanti anni fa credo da Maurizio Costanzo, che raccontava che un vecchietto gli chiese “da dove viene?” e lui “dal Togo”, e quello, paziente: “Si dice Congo…”

      -un ragazzo tataro che ho conosciuto, che poi è un russo un po’ più scuretto (sembra italiano) e teoricamente musulmano, e ora credo viva in Spagna.

  4. Francesco says:

    Che posso dire? applauso a scena aperta!

    Certo che pensare che in Italia le cose di facciano troppo in fretta fa un pò sorridere e un pò piangere. Molto piangere.

    Ciao

  5. Sull’Inculator, un simpatico post

    dove tra l’altro si trova una splendida spiegazione di cosa si faccia in un Inculator:

    http://raffaespo.blogspot.it/2016/04/lo-smarrimento-linguistico-esistenziale.html

    “Una job interview alla ricerca di un dreamer con un forte commitment che abbia il giusto mindset per mettere le sue skills a disposizione di un team young in un open space per lo sviluppo di un minimum viable product la cui mission è rivoluzionare il settore.”

    • Francesco says:

      che tradotto dalla cazzonese è una roba praticamente impossibile, un tizio con un’idea per “rivoluzionare il settore” e capace di lavorare con altre persone … ma chi lo ha mai visto un genio socievole?

      😀

  6. Francesco says:

    “The 2015 Global Best Practices Report on Incubation and Acceleration”

    autore Rocco Siffredi? o ha solo scritto la premessa?

  7. mirkhond says:

    L’ultima lettera di Ermanno Olmi

    “Caro Massimo,

    ho cercato tra i volti delle tue età e subito ti ho riconosciuto e ricordato in una mattina del ’78, presso la redazione dell’Europeo su cui scrivevi Motivo: il confronto con un Camon arrabbiatissimo che ce l’aveva con l’’Albero degli zoccoli’.

    Da quella volta, siamo diventati amici e in tutti questi anni non è mai venuta meno la salda stima delle ‘affinità elettive’.

    Grazie dunque di non avermi dimenticato anche in questa occasione: un nuovo libro è un po’ come un nuovo bambino che c’è in noi e vuole essere riconosciuto. Mi terrà buona compagnia.

    Specialmente adesso, che per me sono cominciati i tempi della sofferenza senza ritorno. Malattie subdole, diaboliche che cercano le loro vittime ignare e sprovvedute d’ogni difesa.

    Così è andata e così sarà per i prossimi giorni.

    Ti abbraccio

    Ermanno”

    (Asiago, 16 febbraio 2015)

    Questa è l’ultima lettera che ho ricevuto da Ermanno Olmi. Seguiva un lunghissimo silenzio. Gli avevo mandato la mia autobiografia che in copertina ha le immagini delle varie fasi della mia vita, da me piccolissimo all’atras senectus che lui, ormai più che ottantenne, stava vivendo nelle condizioni più difficili e direi atroci. E’ da quelle fotografie che Olmi mi aveva “riconosciuto”, come scrive nella lettera, non in un senso banalmente fisico, da uomo anche d’immagine, ma spirituale.

    Ero andato a vedere Il posto, il suo primo, vero film (in seguito sarebbero arrivati i due grandi capolavori, L’albero degli zoccoli e Il mestiere delle armi) in un cine di ‘terza’ a Milano. Era il 1961. Avevo 17 anni. L’atmosfera del film, ambientato in un grande luogo di lavoro abitato da impiegati, è di una malinconia dolce, delicata (come delicato è il rapporto tra i due ragazzi) e insieme dolorosa che culmina nella festa aziendale “con ricchi premi e cotillon”. Quell’atmosfera l’avrei ritrovata otto anni dopo, nel 1969, quando entrai come impiegato di seconda alla Pirelli. Ma nella realtà l’atmosfera aziendale era molto più vicina alla crudeltà dei film di Paolo Villaggio. Mi ricordo la scena della festa per gli “anziani Pirelli”, gente che aveva lavorato in azienda per quarant’anni e che si faceva docilmente seppellire.

    Il primo incontro con Ermanno Olmi, come lui ricorda, avvenne all’Europeo in un confronto con un altro cattolico, sia pur a sua volta molto singolare, Ferdinando Camon. Ma mi riesce difficile definire Olmi ‘cattolico’. Dei cattolici non ha la crudeltà, che è di un altro regista, anch’egli mio amico, Pupi Avati o, per salire ai piani più alti, del Manzoni (il lettore ricorderà forse la lunga agonia di Don Rodrigo da quando esce dalla festa con i suoi pari, premonendo, nella sua mente alterata dall’ubriachezza, i sintomi della peste e finisce nel modo più miserabile al lazzaretto). Olmi lo assimilo molto di più all’Idiota di Dostoevskij o ad Alioscia uno dei fratelli Karamazov. Ermanno non è cattolico e forse nemmeno religioso, è qualcosa di molto di più: è spirituale.

    Dopo quell’incontro all’Europeo divenimmo amici. Andavo a trovarlo ad Asiago dove viveva con la moglie Loredana Detto, incontrata sul set de Il posto, e il figlio allora poco più che adolescente. Ma la cosa durò pochi anni. Nel 1981 Olmi fu colpito da una malattia cui oggi si saprebbe probabilmente dare un nome ma che allora appariva misteriosa: la pellicola che ricopre i nervi si ritirava gradualmente scoprendoli e paralizzandolo. Si arrestò, alla fine, prima di attaccare i centri nervosi nevralgici ma lui ne uscì gravemente menomato. La malattia per lui non era un cattolico ‘dono di Dio’ per espiare e riscattare chissà quale colpa o un terreno esistenziale fecondo come per Nietzsche. Era sofferenza e basta, “diabolica” come la chiama nella lettera. Da allora non lo cercai più. Mi pareva una indelicatezza vederlo in quelle condizioni. Ma evidentemente un filo sottile mi legava a lui. Lo seguivo attraverso i suoi film. Olmi aveva sicuramente nostalgia del mondo contadino o, per essere più precisi, di un mondo più semplice. Lo conferma una cartolina che mi inviò pochi giorni dopo quella lettera. Dice: “Giuseppe Verdi raccomandava: ‘torniamo all’antico sarà un vero progresso’”. Ma Olmi non era nel suo essere un radicale e tantomeno un intellettuale, nulla di più lontano da lui. Conosceva o riconosceva le durezze del mondo contadino. Nell’Albero degli zoccoli c’è una scena estremamente significativa quando si ammala la mucca e il contadino entra in uno stato di disperazione, come e forse più se si trattasse di un figlio, perché la morte della mucca vuol dire la rovina.

    Nel Mestiere delle armi la scena cruciale, almeno secondo me, è quando Giovanni delle Bande Nere, un uomo coraggioso, forte, con un grande senso della propria dignità, si cala la celata e a cavallo si avventa contro i nemici. Ma è stato inventato il fucile, Giovanni è ferito gravemente, gli si dovrà amputare una gamba. E’ finito. Come finisce in quel momento, simbolicamente e concretamente, un’epoca, l’epoca della cavalleria per avventurarsi in un’altra, la nostra, dove coraggio, forza, fisica e morale, dignità, i valori preideologici, prepolitici, prereligiosi non contano più nulla sostituiti da droni e, più in generale nella vita civile, dalle macchine.

    Io non riesco a considerare Ermanno Olmi semplicemente un regista anche se era quel grande regista di cui oggi tutti van scrivendo. Era qualcosa di più, di molto di più. Era un uomo.

    Massimo Fini

    Il Fatto Quotidiano, 9 maggio 2018

    http://www.massimofini.it/articoli/l-ultima-lettera-di-ermanno-olmi

    • PinoMamet says:

      Come mai Camon (scrittore di impronta cattolica che descrive, in un suo libro, un Veneto contadino abbastanza feroce) ce l’aveva con L’albero degli zoccoli?

      Mi interesserebbe saperlo, perché Camon è uno scrittore che trovo molto intelligente e con un pensiero indipendente, poco scontato. Ho letto due suoi libri in cui raccontava le sue vicende con gli psicologi/psicanalisti (lo ho trovato anche divertente, seppure non sia affatto un libro comico nè leggero) e uno che tratta di certe figure femminili, molto realistico nel loro sviluppo dalla università alla vita coniugale (ed extraconiugale).

      Un cattolico decisamente pensante.

    • Francesco says:

      Non è che Fini esagera un pò, con l’idea che a cavallo del ‘500 si passi dai valori preistorici a quelli elettronico-informatici?

      E non è stato già seppellito da quel gran genio di Ludovico Ariosto, che lo sfotteva secoli fa parlando della gran bontà de’ cavalieri antiqui?

      🙂

      • PinoMamet says:

        OMDAF

      • mirkhond says:

        Ariosto sfotteva Fini?

        • Francesco says:

          e in anticipo di vari secoli! non per niente è un vero genio

          • Francesco says:

            >>> Ma è stato inventato il fucile, Giovanni è ferito gravemente, gli si dovrà amputare una gamba. E’ finito. Come finisce in quel momento, simbolicamente e concretamente, un’epoca, l’epoca della cavalleria per avventurarsi in un’altra, la nostra, dove coraggio, forza, fisica e morale, dignità, i valori preideologici, prepolitici, prereligiosi non contano più nulla sostituiti da droni e, più in generale nella vita civile, dalle macchine.

            Questa posizione era bolsa retorica già nel 1500, quando non si parlava di droni ma solo di armi da fuoco. E l’Ariosto, con intelligente perfidia, la smonta nel suo poema.

            Ciao!

  8. I signori di Nana Bianca, che dovrebbero trasformare l’Oltrarno in un “quartiere digitale” spiegano con grande chiarezza e concretezza COSA FANNO.

    https://startupstudio.nanabianca.it/?lang=en

    (notare che “lang=en” ti dà il testo in lingua italiana).

    Tra l’altro, “non siamo un VC”… in realtà, noi non lo sospettavamo affatto.

    “Nana Bianca è una stella di piccole dimensioni ma con un altissima densità. Utilizziamo questa definizione come metafora per la nostra mission: creare aziende con una grande densità tecnologica ed una grande vision dove nuovi imprenditori possano trovare tutte le risorse di cui hanno bisogno per lanciare grandi aziende. Con oltre 20 anni di esperienza sulla rete e 5 aziende create con il modello startup studio negli ultimi 4 anni con operatività in Europa, America e Asia identifichiamo opportunità di mercato, scegliamo team motivati e ambiziosi e li supportiamo nella nascita e nella crescita di progetti scalabili, internazionali e che abbiano un impatto concreto sulla vita delle persone. Non siamo né un VC né una consultancy firm, siamo il miglior partner di lungo periodo possibile per lanciare un nuovo progetto in settori ad alta crescita ed alto interesse tecnologico con un focus particolare verso il mondo Ad-Tech. “

    • Mauricius Tarvisii says:

      La Nana Bianca è la carcassa in decomposizione di una stella…

    • paniscus says:

      “Nana Bianca è una stella di piccole dimensioni ma con un altissima densità.
      ———————————–

      Il Buco Nero è un corpo celeste di ancor più piccole dimensioni e ancora maggiore densità, ma quel nome faceva meno figo.

      • Per Paniscus

        “Il Buco Nero è un corpo celeste di ancor più piccole dimensioni e ancora maggiore densità, ma quel nome faceva meno figo.”

        Ma Buco Nero sarebbe un nome molto figo per un Inculator.

        Uno di quegli uffici di nerd dove non batte mai il sole, essendoci solo la luce al neon.

  9. Mario says:

    Di Camon ricordiamo “Occidente”, con protagonista il da noi più volte ossequiato Editore, F.G. Freda: autentico uomo tra le rovine, miliziano, soldato politico di coerenza tremenda. Terribile un dialogo raccolto nel “Cattiverio”, ove Freda sovrasta lo scriba di regime con le sue stilettate e citazioni da una silloge di autori occidentali, affilate e colte.
    Per quanto riguarda Olmi, l’abbiamo avuto sempre in simpatia, nonostante evidenti cadute nel donchisciottesco, oltre che nel modernismo senza nerbo. V’è una scena de “L’albero degli zoccoli”, ce ne ricorderemo a lungo, in cui nella campagna comincia a piovere, e si manifesta quasi l’unità della natura tutta, come trasfigurata, che sente e attende la caparra di resurrezione, promessa dal Re dei Re.
    Amen.

    • Francesco says:

      Scopro su Internet la storia di Occidente e il suo uso come “manuale di etica stragista” da parte di un gruppo di neri.

      A me pare un caso di gran cretinismo, misto alla malsana voglia di dare realtà alla propria demenza con il sangue altrui. In parte, l’ammissione che solo la violenza farà spazio alle proprie idee nelle coscienze altrui … il che è un punto debole per dei “profeti”.

      Mi chiedo vieppiù cosa fosse l’Italia dei DC per partorire simili creature.

    • PinoMamet says:

      Non ne sapevo niente, da quello che ho capito da breve ricerca è un caso di libro denuncia delle idee dei neofascisti che poi gli stessi hanno applicato come manuale, o sbaglio?

      • Francesco says:

        Da quello che ho capito, Camon ha scritto un libro sulla malattia mentale di un capetto neonazista e questi lo hanno preso per un manuale motivazionale e un trattato di etica.

        Un pò come se dopo aver visto Il silenzio degli innocenti uno iniziasse a mangiare la gente.

        Devono avere dei pesanti problemi in Veneto.

      • PinoMamet says:

        Comunque ho apprezzato quello sulla sua psicanalisi e quello successivo (il canto delle balene dev’essere il titolo) che comincia con una lettera cattivissima che gli scrive una tizia citata nel libro precedente, in cui lo accusa di essere un maschilista (basta respirare) e di non essere stato abbastanza cattivo nel descrivere i pazienti uomini degli psicanalisti.
        Basta a rendermelo simpatico 😉

        • roberto says:

          interessante!
          lo leggerò

        • Francesco says:

          adesso fa l’editorialista per Avvenire e mi pare un generalista che ama prendere lucciole per lanterne e scrivere delle gran banalità

          ma potrebbe essere tutta colpa mia che leggo male

          ciao

          • PinoMamet says:

            Ma no, secondo me è che ognuno deve fare il suo lavoro, uno scrittore deve fare lo scrittore, non il giornalista, altrimenti si esaurisce e forse non ha tanto da dire.
            Un po’ come i comici televisivi che fanno i film e così via.

  10. Mario says:

    Franco Freda non ha mai fatto politica. Egli, come il Maestro Evola, può essere veracemente considerato un antifascista.

    • Francesco says:

      mai capito perchè non usino le ville confiscate per far esercitare i piloti dei Tornado

      credo che gioverebbe anche al turismo, oltre che alla Legalità ™ e alla programmazione TV

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