Perché abbiamo qualcosa da dire

“I poeti ne hanno parlato prima, e ne parlano ora, e ne parleranno ancora.

Ciò che si trova qui si trova anche altrove, ma ciò che non si trova qui, non si trova da nessun’altra parte”.

Così ci si presenta il Mahabharata.

Due cose da sempre mi meravigliano.

La difficoltà che ho nel capire tanti contemporanei, nei loro mondi per me incomprensibili, e che mi fa sentire sempre piccolo e insensibile;

e il senso di intimità con voci che arrivano, mediate, da lingue e luoghi lontani.

Prendiamo la premessa al Mahabharata, scritto in un paese in cui non sono mai stato, imprecisati secoli prima di Cristo, in tempi di cui non sappiamo nulla, in una lingua che non conosco, in una scrittura che decifro a fatica.

Leggo nella versione in inglese di Carole Satyamurti, ma chi ne sa più di me dice che è molto fedele al testo originale.

Finalmente trovo qualcuno che sa spiegare la forza che spinge a raccontare piccole storie, sentendo confusamente che abbiano un significato che vada oltre.

Infatti, tutto il Mahabharata è il contorno alla descrizione di una battaglia.

Che poi si riassume nel conflitto interiore di un essere umano che si rende conto che non esistono le figure consolatorie di quella che chiameremmo oggi la propaganda politica.

Dobbiamo combattere e agire in questo mondo, non perché noi siamo buoni e quelli sono cattivi e se li ammazziamo tutti vivranno in pace. Dobbiamo combattere e agire in questo mondo, perché è un elemento determinante della nostra stessa natura.

Leggendo il Mahabharata, mi trovo come la commessa precaria del supermercato, che ascoltando il racconto di Tristano e Isotta, capisce improvvisamente perché si è innamorata del ragazzo che scarica le casse. E il bello è che si tratta di una comprensione vera.

La grandezza del Mahabharata sta nel fatto che narra storie piccole e universali insieme.

E comprendiamo come il senso delle “grandi storie” che la scuola fa finta sia “la storia”, si colga unicamente se hanno qualcosa da dire alle piccole storie:

“Sebbene il poema narri di grandi eventi,
battaglie, eserciti di milioni di uomini,
sebbene parli di dei e di demoni che operano
direttamente nel mondo umano, l’essenza —
i conflitti e i dilemmi, i dispiaceri,
il modo in cui il bene e il male, la saggezza, l’illusione,
si contendono il dominio su ciascuno di noi –
si svolge ancora in ogni cuore umano
e sarà sempre così”.

Innumerevoli minuscole vite, accese da passioni, trasformano il mondo:

“Questa è la storia di una dinastia tragica;
una narrazione di odio, onore, coraggio,
di virtù, amore, ideali e malvagità,
e di una guerra così terribile da segnare
la soglia tra un’era e un’altra.”

Le opere, in fondo, sono tutte anonime: Vyasa, l’asceta magrissimo, vestito di stracci, che crea il poema più lungo del mondo, è anche l’autore dei Veda, è anche Dio stesso ed è nessuno, sono tutte le persone che incontri e ti raccontano attimi e scintille della Grande Storia.

Tutto nasce, non si sa dove, in una storia di cui siamo parte noi stessi che la raccontiamo:

“Presto sentirete il racconto che Ugrashravas
fece ai bramini del bosco. Ma prima, imparate
come l’antico veggente Krishna Dvaipayana,
noto come Vyasa, maestro di sapienza cosmica,
compose questo poema, il più lungo del mondo,
un compendio di ogni cosa. Prese forma innanzitutto,
in silenzio, nella sua mente, un panorama
che gli si apriva davanti. Lui stesso
era sia autore che attore della propria storia –
come siamo noi nelle nostre vite e poi
tutto è permesso al contastorie.”

Ma il racconto, a chi è rivolto?

“Il saggio Vyasa aveva già messo in ordine
i Veda, ma concepì questo capolavoro
non solo per quelli nati di alto lignaggio, ma per tutti.

Quelli di nascita umile, i lavoratori, le donne
avrebbero udito il suo poema, e ne sarebbero stati arricchiti.

Come l’aveva narrato ai suoi discepoli,
come l’aveva sentito raccontare da Vaishampayana
a una folla in silenzioso ascolto, vide con chiarezza
come poteva illuminare tutti coloro che lo udivano.

Il poema era la mappa di un labirinto,
il labirinto morale che è la nostra vita in terra.

Ma la nostra vita in terra, è appunto un labirinto, non ci sono affatto le facili scelte tra eletti e dannati che a noi sembrano così ovvie.

Chiediamoci chi oggi, in epoche di isteriche passioni, sarebbe in grado di scrivere, come Vyasa, dell’oggetto del poema:

Parlava delle scelte e degli sbagli mortali,
di come anche i santi cadano in errore,
mentre anche nei peggiori, un luccichio d’oro
si riveli all’occhio compassionevole.”

E chi è l’autore di tutto questo, ricordato, cantato, da tre millenni mentre tutti i re sono stati dimenticati?

“Immaginatevelo, in piedi
barbuto, magrissimo, gli occhi chiusi,
la testa e il corpo cosparsi di cenere e ocra,
ricoperto di stracci, un visionario,
l’intera epica cullata dentro la sua testa.”

Ma forse non è nemmeno lui l’autore, perché ogni cosa scorre da un’altra cosa:

“Vyasa si avvicinò a Brahma, il signore della creazione,
che in tutto questo tempo lo aveva ispirato,
e che in quel momento lo stava visitando. Vyasa disse:

“Signore, ho composto un poema possente.
La mia opera aprirà occhi oscurati dall’ignoranza
alla maniera in cui il sole scaccia le tenebre,
come i sottili raggi della luna illuminano i fiori di loto.
Vi è racchiusa tutta la saggezza del mondo.
Ma chi la trascriverà, in modo che persone
in un lontano futuro possano leggere e impararne?”

E si trova anche quello, le parole è il piccolo elefante Ganesha:

“Quasi senza fermarsi per respirare, Vyasa parlava;
Ganesha scriveva con la stessa energia.
E quando la sua penna non funzionava più, si spezzava la punta della zanna
per scrivere, e scrivere ancora.”

Alla fine noi scriviamo quello che ci scorre dentro, e talvolta ci spezziamo anche noi una punta di zanna, tanto ricrescerà.

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37 Responses to Perché abbiamo qualcosa da dire

  1. MOI says:

    “Una poesia, non è di chi la scrive … ma di chi ne ha bisogno !”

    [cit.]

    ————————————

    https://it.wikipedia.org/wiki/Il_postino

  2. MOI says:

    Ganesha era un Ibrido InterSpecie: mezzo Elefante e mezzo “Deva” … che poi son sempre Loro 😉 !

  3. Z. says:

    Anch’io ho qualcosa da dire.

    Il governo inglese fa mostra di scandalizzarsi per un affare di spionaggio. Niente da dire al riguardo, salvo una cosa: spero che questo non muova a compassione chi conduce i negoziati per parte UE.

    Ecco, l’ho detto.

    Scusate l’OT!

  4. MOI says:

    … ma si godessero la ritrovata Sovranità, anche se a quelle condizioni vien da chiedersi se siano mai entrati !

  5. rossana says:

    Grazie per la bella lettura…

  6. OT

    Un’affascinante mappa:

    http://bigthink.com/philip-perry/the-downside-to-greater-gender-equality-fewer-girls-go-after-stem-degrees

    La pereentuale di donne che scelgono studi di tipo STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica): più c’è parità dei sessi, meno donne li scelgono

    • Z. says:

      A quanto pare, la conclusione che i ricercatori traggono è questa:

      Wealthier nations tend to have greater economic opportunities, allowing women to make choices based on factors beyond mere economics. In poorer and less gender-equal countries, however, women find that employment opportunities aren’t so easy to come by, and so the security and good pay that comes with a STEM career attracts more women.

      ossia, per i nostri lettori che fanno finta di non capire l’inglese:

      Le nazioni più ricche tendono ad offrire maggiori opportunità sotto il profilo economico, e questo permette alle donne di prendere decisioni basate su fattori che non siano il mero dato economico. In nazioni più povere e meno egalitarie sotto il profilo del genere, invece, le donne si rendono conto che le opportunità in materia di impiego non sono così abbondanti, e così la sicurezza del lavoro e la buona retribuzione offerta delle carriere STEM attraggono più donne.

      Ora, a me la discriminante qui appare non tanto la maggiore o minore uguaglianza di genere quanto la maggiore o minore ricchezza del Paese di residenza…

      • Peucezio says:

        Z.,
        interessante.

        “ossia, per i nostri lettori che fanno finta di non capire l’inglese:”

        Velato riferimento….? 🙂

      • PinoMamet says:

        Beh, però la maggiore o minore ricchezza si riflette sulle scelte “di genere”, e quindi torniamo lì…

        sarebbe interessante vedere, a partià di condizioni, anche quante sceglierebbero la vita militare
        (passato l’effetto boom della novità ambita e richiesta da anni; che in Italia peraltro mi pare sia già passato).

        • Per PinoMamet

          “sarebbe interessante vedere, a partià di condizioni, anche quante sceglierebbero la vita militare”

          Immagino che nel patriarcale Aspromonte, le aspiranti soldatesse sarebbero più numerose che in un quartiere radical-chic (cit. Moi) di Milano.

      • Per Z

        “Ora, a me la discriminante qui appare non tanto la maggiore o minore uguaglianza di genere quanto la maggiore o minore ricchezza del Paese di residenza…”

        Infatti, solo che le due cose vanno (abbastanza) di pari passo (magari in Arabia Saudita no).

        E’interessante anche perché la relativa scarsità di donne nelle scienze dure in Europa (e in particolare nei paesi nordici) è considerata, a torto o a ragione, un problema, che richiede interventi statali; ed è considerata, a torto, un residuo della miseria passata.

        • Z. says:

          Mig, pure la presenza di accendini e di sigarette in una casa vanno abbastanza di pari passo, ma gli accendini non provocano cancro, enfisema o fiato corto 🙂

      • rutt1 says:

        Vorrei aggiungere che secondo la mia umile esperienza i paesi non occidentali producono una grande quantità di incapaci laureati.

        al contrario di quanto le narrative da serial televisivo o da bbc vogliono farci credere

        Vedere una col zinale col fazzoletto legato è un ingrediente dellla narrativa dell’ #empowering

        Nei paesi occidentali studiare, PER FORTUNA, non è più un requisito sufficiente per trattare di merda lo spazzino o la cassiera.

        Mentre invece lo è in paesi cacatoio come l’arabia saudita.

        Per quanto riguarda i paesi dell’europa orientale, beh, succedeva lo stesso sotto i comunisti e il risultato era che le sciacquaportoni pettegole e gli ubriaconi livorosi facevano pure gli ingegneri o medici.

        scienza, tecnica e progresso possono essere spinti dalla necessità, ma la necessità di questa gente è principalmente raggiungere il grado di benessere degli occidentali, e cercano di ottenerla mimandone l’aspetto esteriore. cargo cult at its best.

        Il risultato sono dei caproni che reclamano il telefonino, l’automobile e il rispetto incondizionato. Come l’ingegnere del condominio negli anni 50, mutatis mutandis.

        • PinoMamet says:

          Credo che ci sia del vero, con l’aggiunta che questo tipo di caproni convinti di poter maltrattare il cameriere, lo spazzino o la cassiera (o il bidello…) si sta diffondendo sempre di più anche tra gli italiani .

          • Francesco says:

            no dai, stai dicendo che un 40enne appena laureato in scienze della comunicazione e naturalmente disoccupato pretende anche di maltrattare i bidelli?

            a me pare che il problema sia ANCORA che i bidelli sindacalizzati possono e vogliono maltrattare chiunque, in special modo chi pensasse di farli lavorare

            non vale per le cassiere, che sono una categoria che lavora durissimamente mentre la posizione tende a estinguersi

            • roberto says:

              “stai dicendo che un 40enne appena laureato in scienze della comunicazione e naturalmente disoccupato pretende anche di maltrattare i bidelli?”

              io lo vedo in continuazione…..vabbé i miei maltrattatori sono in generale laureati in giurisprudenza e avvocati

              • Francesco says:

                ma un neolaureato in giurisprudenza non è uno appena promosso a schiavo dello studio legale? dove resterà prigioniero per anni in attesa di un’occasione per diventare avvocato affamato alle prime armi?
                rispetto a lui un bidello con 3 anni di esperienza dovrebbe essere un mammasantissima

            • PinoMamet says:

              Niente di così grave;
              o forse:
              qualcosa di ancora più grave

              sto dicendo che alcuni studentelli credono di poter maltrattare i bidelli perché “tanto sono pagati per fare un lavoro schifoso”, quindi indegni della loro considerazione.

              Studentelli, beninteso, che una scuola come si deve prima riempirebbe di schiaffi, poi li manderebbe a pulire, infine tornerebbe a riempirli di schiaffi.

              • PinoMamet says:

                Invece ho visto davvero dei tizi neolaureati- o neppure laureati;
                o ricchi d ifamiglia- o neppure così ricchi;
                trattare malissimo camerieri, impiegati, commesse ecc.

                sarò retrogrado io, ma di nuovo:
                riempirli di schiaffi.

              • Francesco says:

                Pino

                ma tu dove vivi? perchè o sei negli anni ’50 e comunichi tramite un worm spazio-temporale, oppure sei un personaggio di un film progressista ambientato negli anni ’50

                terza ipotesi: vivi in provincia ma così in provincia ma così tanto in provincia che gli anni ’50 sono ancora lì. prova a controllare i nomi dei partiti della giunta comunale, tanto per verificare

                🙂

              • Z. says:

                Difficile riempirli di schiaffi quando gli insegnanti si comportano più o meno allo stesso modo.

                Senza contare, poi, che “bidello” nella lingua corrente è usato solo in accezioni derisorie, come sinonimo di “imbecille”, di “buono a nulla”, di “scansafatiche”.

                Siate sinceri: l’ultima volta che avete usato il termine bidello, voi che siete persone per bene, in che contesto lo avete fatto?

                Possiamo decidere di far pagare la cosa ai ragazzi, ma io comincerei dagli adulti. Non a sberle, a parole.

              • PinoMamet says:

                Francesco: perché, a Milano è peggio?

                Z.: a me risulta che bidello lo si dica quotidianamente, senza alcun intento derisorio. “Personale ATA’ solo nelle comunicazioni ufficiali.
                Esattamente come il preside e l’esame di maturità, che tutti continuano a chiamare così.

              • roberto says:

                “Siate sinceri: l’ultima volta che avete usato il termine bidello, voi che siete persone per bene, in che contesto lo avete fatto?”

                semplicemente e noiosamente per indicare una persona che fa il bidello

              • Z. says:

                Mi hai preso per il bidello? Questo lo sa fare anche un bidello. Non fa un tubo, è tipo un bidello.

                E così via.

                Piuttosto diffusi anche “guadagno meno di un bidello” e “non lo assumerei manco come bidello”.

                Poi a scuola lo si usa anche pet indicare i CC.SS., certo.

              • roberto says:

                non posso giurarci, ma non credo di aver mai usato nessuna di queste espressioni che trovo effettivamente antipatiche

              • Francesco says:

                i miei figli hanno sempre usato “bidello” senza nessuna connotazione.
                è persona che svolge un certo lavoro nella scuola, punto.

                a Milano quello che fa il grande trattando male il prossimo c’è ma è ritenuto un pirla … basta vedere la fine che fa nei cinepanettoni.

                di solito ha i soldi e null’altro.

                prendi Berlusconi: tutti i dipendenti ne parlano benissimo, come di uno che si occupa dei casi personali dei suoi. non come uno che da del “bidello” a destra e a manca

              • PinoMamet says:

                “a Milano quello che fa il grande trattando male il prossimo c’è ma è ritenuto un pirla”

                Mi sfugge la differenza col resto del mondo…

              • Peucezio says:

                Aridaje…
                Pino, non dar retta: se Francesco dice Milano=nero, sappi che Milano=bianco! Non ho ancora capito come mai…

                A Milano tutti fanno i grandi trattando male il prossimo, soprattutto quelli della nostra generazione.

              • Francesco says:

                “a Milano tutti” … mi consenta di dissentire.

            • Z. says:

              Francesco,

              eccome se lo pretende.

              • Francesco says:

                e hanno già ritrovato il corpo nello stanzino delle scope o è ancora lì a mummificarsi?

        • Peucezio says:

          rutt1

          Non vedo però un nesso inevitabile fra competenze e arroganza.
          Cioè non è che siccome vogliono il telefonino di marca e sono stronzi, devono essere anche incapaci.
          A parte che la categoria degli arricchiti raramente coincide con quella degli istruiti (e credo che in nessuna epoca l’istruzione in sé abbia dato ricchezza, ma solo un piccolo innalzamento di status).
          In Turchia, in Russia, nei paesi arabi, in Persia, ecc. gli arricchiti ci sono eccome. Così come crescono pure i laureati. Ma non sono sempre le stesse figure.
          Da noi l’arricchito era quello che metteva in piedi il negozio di elettrodomestici o la priccola impresa familiare e spesso ci aveva la terza media; il laureato era il figlio di contadini che si sacrificavano per farlo studiare, diventava un dignitoso professionista o un funzionario, ma non certo uno sfondato di soldi.
          Anche perché per essere il tipo con l’ultimo iPhone e il suv e fare l’arrogante non puoi essere così istruito, perché sono comportamenti da burino.
          Non sto dando un giudizio, trovo l’arricchito spesso molto più simpatico e ruspante del laureato, che ha un’arroganza più sottile e in fondo più profonda.

          • Francesco says:

            sennò che studieremmo a fare?

            🙂

          • Z. says:

            Per esperienza personale, direi che l’arroganza tende a essere una funzione inversa della competenza.

            • roberto says:

              stessa identica esperienza

              • Peucezio says:

                In generale è abbastanza vero, ma dipende, ci sono varie possibili combinazioni.
                C’è l’ignorante umile, quello coi soldi e arrogante, poi c’è il sottobosco degli pseudocolti, laureati, magari non spocchiosi sul piano personale, ma con una sorta di coscienza di casta fondata sul nulla, ma che li fa guardare dall’alto in basso gli altri ceti, poi ci sono quelli preparatissimi e capaci umili, ma anche quelli preparatissimi e capaci molto sicuri di sé e a volte un po’ sprezzanti…

              • roberto says:

                è ovvio che ci sono tutti i tipi, ma in genere se sento uno arrogante e aggressivo parto con il pregiudizio che sia uno che vuole nascondere la propria ignoranza

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