Quanto ti devo per la scarpa?

L’altro giorni, affido una scarpa scollata a Gioacchino i’Calzolaio.

In bottega (che è un buchino talmente piccolo da essere sfuggito a tutti gli speculatori), non lo trovi sempre: molto spesso è in giro con Tempra, un gran cane bianco dal pelo corto.

Ma non è difficile capire dove sta: dove vedi un raggio di sole d’inverno, lì c’è Tempra e quindi anche Gioacchino. Così lo rintraccio, andiamo assieme alla bottega, e mi racconta che adesso ha un discepolo, un artista siciliano con tanti titoli di studio, che a quarant’anni ha capito che serve imparare un mestiere.

“E’ importante, perché così si trasmette un’identità.

Mi colpisce l’uso della parola: l’identità di solito una fisima nuvolosa, una bandiera dietro ci può essere qualunque cosa. Gioacchino parla di un mestiere, un’intera impostazione della vita e del corpo, che si dà in mano a un altro; e quell’altro, anche se viene da lontano e se sa farlo suo, si identifica con lui.

Proprio di fronte alla bottega di Gioacchino, c’è quella del sarto, e anche il sarto ha un discepolo, in questo caso giapponese.

Anche noi si faceva così…. da ragazzo, noi si bussava alla porta, e ci prendevano a bottega. Non ci pagavano niente, ma ci davano una canna da pesca, mentre la gente oggi vuole avere solo il pesce, e si lamenta pure se non è cotto bene.

Fare il calzolaio è un mestiere umile, tocchi le scarpe della gente, ma impari tante cose: guarda questa scarpa chi mi hanno portato, sembra quasi nuova, ma hanno studiato come farla logorare sotto, le scarpe le fanno sempre bucare in questo punto”

e indica sotto la suola:

“Poi fa male a tutti, tua moglie ti dice, dammi cento euro che mi compro le scarpe, e si rovinano subito, e poi devi comprare un altro paio, e piano piano la gente sta sempre peggio.

Perché quelli devono guadagnare sempre di più, per far girare l’economia, e tutti vivono sempre più soli e arrabbiati. Ho letto il libro di uno, che dice che è possibile immaginare la fine del mondo, ma non la fine del capitalismo: finiremo tutti sepolti sotto i rifiuti.

Vedi, quello lì di fronte mi ha dato le chiavi della sua stanzina”.

Quello lì di fronte è Massimo, che è uno psichiatra, ma nell’animo è sano come un contadino (e infatti i suoi genitori lo erano), ha preso in affitto un piccolo locale per cercare di fare qualcosa per la strada.

“Mi ha detto, se ti scappa la pipì, puoi andare al bagno, ci puoi appoggiare le cose che ti servono, ma farai altre cose per il quartiere.”

Gioacchino disegna un cerchio sulle sue grosse mani:

“E’ così, facciamo tutti qualche cosa per gli altri che conosciamo, qui nel quartiere, poi alla fine tutto torna”.

“Gioacchino, scusami, devo scappare… quanto ti devo per la scarpa?”

Niente!”

Bisogna pensare velocemente in questi casi, e anche porsi problemi fondamentali sul senso della vita.

Devo insistere, per dire che bastano dieci euro per sciogliere i legami che ci sono tra di noi? Non debiti, non è che un giorno gli devo dare dieci euro: però voglio regalargli qualcosa che gli possa essere utile davvero, in un altro momento.

Visto che legge e riflette, gli regalerò una copia di Picco per capre.

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37 Responses to Quanto ti devo per la scarpa?

  1. Francesco says:

    era meglio se ci davi i dieci euri

    F o’ scettico

    PS pure il mio taglia barba e capelli mi ha detto che una volta era così ma ora non sa come fare

  2. PinoMamet says:

    Di’ la verità, eri già stato da lui un’altra volta e gli hai regalato anche l’altro libro, quello sul capitalismo e i rifiuti 😉

    a parte tutto: verissimo, un mestiere è una vera identità; la puoi toccare, per così dire, la puoi fare , ti dà una visione del mondo concreta (non nel senso di “senza fronzoli” ma nel senso di “basata su dati concreti”).

    Invece dell’Alternanza Scuola Lavoro, o meglio, come vera alternanza scuola lavoro, suggerirei che alcuni studenti “andassero a bottega”.

    • Per Pino Mamet

      “a parte tutto: verissimo, un mestiere è una vera identità; la puoi toccare, per così dire, la puoi fare , ti dà una visione del mondo concreta (non nel senso di “senza fronzoli” ma nel senso di “basata su dati concreti”).

      Invece dell’Alternanza Scuola Lavoro, o meglio, come vera alternanza scuola lavoro, suggerirei che alcuni studenti “andassero a bottega”.”

      Al contrario del solito, cito ben due paragrafi, perché hai colto i punti essenziali.

      Noi facciamo. E questo crea a volte incomprensioni con chi magari pensa profondamente, ma non si trova a fare. Noi facciamo, il calzolaio fa, l’ortolano fa, noi ci capiamo.

      Sull’Alternanza, proprio in questi giorni stiamo iniziando ad applicarla, e sarebbe interessante anche avere il tuo parere.

      Che io sappia, il 90% degli imprenditori non vuole avere venti adolescenti incapaci tra i piedi; il 10% li manda a pulire i cessi o distribuire volantini pubblicitari.

      Quindi, abbbiamo pensato di fare così…

      1) prendiamo un numero illimitato di ragazzi

      2) offriamo loro una serie di lezioni con gente esperta sulla gestione dei beni comuni, sull’ambiente ecc.

      3) dopo, loro ci aiutano sia nella gestione dell’area (anche aggiungendo idee loro), sia inventando loro stessi attività con i bambini.

    • Per PinoMamet

      “Di’ la verità, eri già stato da lui un’altra volta e gli hai regalato anche l’altro libro, quello sul capitalismo e i rifiuti ?”

      Capisco la tua battuta.

      Ma credo che l’insegnamento in questi anni sia stato piuttosto unilaterale: artigiani in cattedra, io sui banchi a prendere appunti e raccontarli a voi.

    • Francesco says:

      Ecco, però non esagerate, sennò poi vi trovate con quello che sa fare i cappelli benissimo ma nessuno porta più il cappello.

      Anche se la carenza di artigiani al momento rende la situazione molto favorevole per chi volesse imparare un mestiere: e qui torna l’utilità delle classi sociali, che è esattamente la sua ingiustizia che Pino odia e io ogni giorno di più apprezzo.

      Ha ragione il Duca, in certi casi l’alfabetizzazione è un veleno.

      • PinoMamet says:

        Io non ho niente contro le classi sociali.

        Ho qualcosa contro le classi sociali ingiustificate.

        Tipo: sei un pirlone che non sa fare una O con un bicchiere, e vieni considerato un grand’uomo perché papà t’ha lasciato una barca di soldi.
        Classe sociale ingiustificata: calci in culo.

        Sei un bravissimo falegname, che si è fatto il culo per imparare il mestiere: mi tolgo il cappello quando entro in bottega da te, ti do del lei e ti pago il dovuto.
        Questa è classe! 😉

        Io poi dal Giappone diviso in classi (non caste), cioè l’ultimo, paradossalmente, prima dell’epoca moderna, copierei un paio di leggine.

        Tipo: leggi suntuarie sulla classe più elevata socialmente.
        Sei un giudice, un magistrato, un commissario, un rettore, un primario: ti devi vestire bene ma sobriamente, ti sono proibiti gli spettacolini sconci o i cinepattoni (a meno che non vai travestito).
        Sei un arricchito: puoi vestirti da truzzone, così tutti si accorgono che sei un arricchito.

        Legge numero due: la classe sociale più elevata socialmente, che ha dimostrato di poterne far parte in modo serio, con adeguata preparazione e rigoroso stile di vita, ha diritto di girare armata e far fuori chi gli pare senza giustificazione.

        Altro che ceto intellettuale subalterno! 😀

        • PinoMamet says:

          Esempio: sei almeno laureato (tranne Scienze della Comunicazione e Marketing :D, e solo lauree magistrali o vecchio ordinamento): puoi far fuori tutti i tamarri e gli arricchiti che vuoi.

        • PinoMamet says:

          Si scherza eh? 😉

          Ma neanche poi tanto! 😀

        • Per Pino Mamet

          “Tipo: leggi suntuarie sulla classe più elevata socialmente”

          le vedo un po’ male di questi tempi.

          Come avrai capito, io frequento un discreto numero di clochard. Non ce n’è nemmeno uno di loro che sia un “pezzente”, cioè che indossi “pezze”, si vesta “male”.

          L’abbondanza soffocante di merci è tale che non riescono nemmeno loro a sfuggire a capi di apparente buona qualità.

          E non saprei darti nessun elemento concreto per distinguere la nostra amica la Contessa Buona dalla nostra amica con tre figli licenziata da poco dal supermercato e appena piantata dal marito. A parte che la prima usa più facilmente le parolacce e la seconda è più diplomatica, ma è un fatto caratteriale.

          La differenza di reddito che immagino ci sia tra le due donne non mi turba più di tanto: la mia amica licenziata dal supermercato avrebbe sicuramente bisogno di alcune centinaia di euro in più al mese per essere sicuro, però è proprietaria della propria casa, che oggi è il 90% di ciò che fa la differenza tra vita e morte.

          • Peucezio says:

            Io comunque propongo l’abolizione dell’istituzione del condominio e la sua sostituzione con un contributo volontario.
            Chi vuole manutenere le parti comuni, lo paga e se nessuno lo vuole, che vadano in malora, tanto mica crolla il palazzo se le scale rimangono sporche o l’ascensore non funziona.
            Se poi si rompe il tetto, dovrebbe intervenire l’assicurazione (è l’unico contributo obbligatorio che ammetterei, come quella per la macchina per chi ce l’ha).
            Io ho spese di condominio non trascurabili, ma posso pagarle (a fatica), ma un povero cristo senza lavoro, che ha solo la casa, con che cazzo le paga??
            Tra l’altro qua a Milano ancora ancora ci difendiamo, ma in Puglia, dove gli stipendi sono più bassi, gli amministratori sono una manica di ladri e sento che la gente paga cifre astronomiche.

            • Per Peucezio

              “Tra l’altro qua a Milano ancora ancora ci difendiamo, ma in Puglia, dove gli stipendi sono più bassi, gli amministratori sono una manica di ladri e sento che la gente paga cifre astronomiche”

              Su questo ti do ragione. Il problema infatti è quando lo Stato ti obbliga a pagare un privato.

              Se tre disoccupate vogliono formare una cooperativa per fare piccoli lavori di sartoria, devono subito pagare 1800 euro a un notaio.

            • Lucia says:

              Non so, in tempi “gentrificati” se sei un privato povero e il tuo degrado fa sì che la proprietà altrui perda di valore, è già successo che lo stato possa intervenire per sloggiarti, in casi estremi con un esproprio per “riqualificazione sociale” (vedi il caso di Zingonia a Bergamo). La proprietà privata fra l’altro non è poi così privata, se si pensa che il decisore pubblico può togliere valore alla tua area, investendo im altre, o viceversa. Ed è un bel casino, in tempi in cui bisogna poter essere mobili per trovare lavoro, se puoi rivendere o affittare solo a prezzo minore di quanto ti è costata la proprietà. Di solito ci si rifà sui più poveracci (immigrati se possibile, che spesso sono anche legalmente precari) che devono accettare luoghi orrendi in cui vivere. Poi si può persino dar loro la colpa del degrado, olé!
              Ma sono d’accordo con Miguel che, spesso, il possesso di una casa faccia una grande differenza tra lo stare benino ed essere in guai seri.

      • Per Francesco

        “e qui torna l’utilità delle classi sociali”

        Credo che quello delle classi sociali sia l’ultimo dei nostri problemi, almeno nel senso in cui probabilmente lo intendi tu.

        A me interessa chi ha un tetto e chi sta per strada.

        In questo senso, io appartengo al ceto di quelli con la puzza sotto il naso.

        In secondo luogo, mi interessa la bella distinzione che ha fatto Ruskin, tra la “working class” e il suo contrario.

        Secondo voi, che termine ha scelto per definire, con un solo participio aggettivale, l’altra classe?

        • PinoMamet says:

          Idling class?

          • Per Pino Mamet

            “Idling class?”

            Bravo, è esatttamente la prima definizione che lui propone, ma che boccia.

            E qui stronca la critica da marxisti-della-domenica: alcuni “non working class” sono effettivamente degli oziosi. Invece, molti altri si fanno il famoso mazzo, lavorano quasi più dei loro operai (e oggi certamente molto di più). Il contrario del lavoro non è la pigrizia.

            • Francesco says:

              il contrario del lavoro non può essere “farsi un mazzo così”

              a meno di non avere definito in astratto dei lavori inutili, esponendosi così a figuracce memorabili

              ho indovinato?

              • Per Francesco

                “ho indovinato?”

                No, non ancora.

                Infatti, Ruskin analizza anche questo aspetto: ci sono dei “non lavoratori” che oziano, altri che si fanno un mazzo così.

                Di quelli che si fanno un mazzo così, alcuni fanno lavori inutili, altri lavori utili.

              • Francesco says:

                allora come ò#??&% fa a definirli non lavoratori???

            • PinoMamet says:

              Guarda, la butto proprio lì a naso, da robe tipo Orgoglio e Pregiudizio e le Bronte:
              Dancing class.

              Anche la vita di società può essere una versione di “farsi un mazzo così”

              • Per Francesco e Pino

                Ruskin divide così (illustrando il tutto con tanti esempi, una lieve ironia e altre cose che non sono in grado di ripetere):

                – working class. Quelli che faticano perché devono faticare, altrimenti non campano.

                – playing class. Quelli che si possono permettere di fare cose che trovano divertenti: scrivere un saggio di economia, andare a ballare la sera e alzarsi tardi la mattina dopo, lavorare quattordici ore al giorno a tenere in piedi una fabbrica, fare una speculazione complessa in borsa rischiando tutto oppure farla al casinò, dipingere ecc. Sono comunque persone libere dai bisogni fondamentali, che si divertono a fare ciò che fanno o non fanno.

                Senza alcun giudizio morale: questo è un punto importante.

              • Francesco says:

                Ci devo pensare ma mi sembra una distinzione da giornalista di Repubblica anni ’80 … diciamo tipicamente playing class

                ciao

        • Francesco says:

          >> A me interessa chi ha un tetto e chi sta per strada.

          la mia tesi è che se fosse più socialmente accettabile fare l’idraulico, ci sarebbero più idraulici con la casa e meno disoccupati senza casa

          • Per Francesco

            “la mia tesi è che se fosse più socialmente accettabile fare l’idraulico, ci sarebbero più idraulici con la casa e meno disoccupati senza casa”

            Non so se ci sarebbero “meno disoccupati senza casa”. Qui vicino c’è in vendita una stanzina di 13 metri quadri, senza finestra, ma con bagno e ingresso sulla strada. Prezzo, 920.000 euro.

            A voglia a sturare cessi.

            • roberto says:

              scusa ma a questo punto abbandonate firenze e venite a vivere nel granducato vero….qui con 900.000 euro ci compri una casa con giardino e ti avanzano i soldi per gli ombrelli e un idraulico campa senz’altro decentemente.

              • Francesco says:

                a Milano ci compri uno dei nuovi grattacieli

                e poi un idraulico mica è scemo, si fa fare una villetta fuori e ci sta da re

            • Francesco says:

              PS Miguel

              seriamente, a parte tirare calci a un pallone, come si fa a fare 920K euri?

              • Per FM

                “come si fa a fare 920K euri?”

                Beh, conosco alcuni modi.

                Vendendo:

                donne
                cocaina
                proprietà immobiliari
                bitcoin agli ingenui
                corsi motivazionali per aziende

              • Francesco says:

                1) non ho le donne
                2) non ho la coca – e poi mica la venderei
                3) ho una soffitta che cerco di vendere da anni
                4) bitcoin … non ho ancora capito cosa sono
                5) su quello la mia educazione cattolica mi frega ma … si fanno così tanti soldi? mi tenti

                ciao

  3. Francesco says:

    Costa il doppio

  4. Mario says:

    Dopo esser rimasto stordito in seguito ad un concerto di Garbo-Chimenti-Sassolini et alii –presi, la domenica seguente, la colazione su un prezioso balconcino di un bnb sanfredianico, come l’ultimo dei radical chic– ed aver portato, in Romagna, la devozione dei miei omaggi all’europeo più grande del ‘900 intiero, una congiuntivite principiale ma malevola come la deiezione antropoide che risponde al nome del malnato Gene (nomen non omen) Gnocchi e un’astenia forse indotta dai riti spurii che Liliana Segre officia dal ghetto –ed ora dal senato: “il fascismo non ha meriti”, disse il mafioso imbalsamato il cui corpo è ormai del tutto avvizzito dal verme antifascista che lo divora e si è identificato con lo spregevole nume che lo occupa da quando è stato espulso dalle viscere della terra– mi resero inoperante, anche sul blog. Oggi, facendo ritorno all’avita magione, mi son per un attimo eterno soffermato alla Stazione Tuscolana: torme di nomadi e di sfaccendati, slavi senza arte nè parte e giuggioloni dei centri sociali complottavano pasteggiando a caviale e pajata contro il nostro popolo, nel frattempo ridotto dai radicali ad un ammasso di degenerati. La battaglia, cosmica e metapolitica, è completamente perduta, mi duole ammetterlo; ma cavalcare la tigre è sempre possibile, come pure trasformare il veleno in farmaco.

    • Per Mario

      “. Oggi, facendo ritorno all’avita magione, mi son per un attimo eterno soffermato alla Stazione Tuscolana: ”

      Mi sembra la descrizione di un allegro paesaggio urbano medievale, ben lontano dall’asettico mondo in cui Marchionne (rinchiuso dentro chissa quale non-luogo) annuncia che la Fiat-Chrysler sta per produrre migliaia di taxi senza conducente umano per Google.

      Questo sì fa temere che la battaglia cosmica e metapolitica sia completamente perduta.

      • Z. says:

        Sempre di un non luogo si tratta, Miguel: il cortile dietro la torre di Marchionne, parafrasando Calvino.

    • Z. says:

      Mario,

      — ed aver portato, in Romagna, la devozione dei miei omaggi all’europeo più grande del ‘900 intiero —

      Grazie per aver reso omaggio a Stecchetti. Tutti i romagnoli – in ispecie i romagnoli della Diaspora, come me – debbono essertene riconoscenti.

      • Francesco says:

        toh, stavo giusto pensando di andare a vedere “Darkest hour”, giusto omaggio all’ultimo europeo che fece qualcosa di Grande con la G maiuscola

        insieme a George Best

      • PinoMamet says:

        Mi dicono che sia un onesto film ma senza particolari idee nuove.
        Curiosa la quasi coincidenza con Dunkirk.

        • Francesco says:

          “idee nuove” is the new “film demmerda”

          PS ho visto “The good kill” e mi sono annoiato a morte.

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