Vital fruit

Nel 1866, John Ruskin scrisse The Crown of Wild Olive. Three Lectures on Work, Traffic and War.

Il testo inizia descrivendo un piccolo angolo del sud dell’Inghilterra, la cui bellezza gli era rimasta incisa nel cuore, e dove ora vede che

“i cialtroni umani del luogo gettano i loro rifiuti domestici e stradali; mucchi di polvere e appiccicume, rottami di vecchio metallo e stracci di abiti putridi; non avendo né l’energia di portarli via, né la decenza di seppellirli nel terreno, vengono riversati nel fiume, per diffondere quella parte di veleno che galleggerà nelle acque e si scioglierà, lontano, in tutti quei posti dove Dio aveva voluto che quelle acque portassero gioia e salute”.

A distanza di tanti anni, il primo pensiero è, ma cosa mai avranno avuto da buttare quei poveri vittoriani?

Ma poi, uno resta colpito da come Ruskin abbia colto in quegli “stracci di abiti putridi” – tanto da usarli come avvio della sua prima grande opera – il minuscolo germe di un terrificante futuro (proprio come quando presentì nelle nuvole che cambiavano nel cielo, l’Antropocene imminente).

Ruskin era così. Poetico e confusionario, capace di errare spesso, fragile e intenso e un po’ strano, in grado come solo chi si trova nell’occhio del ciclone – l’Inghilterra dell’Ottocento – di intuire le cose fondamentali, mentre tutti si perdevano dietro i dettagli.

In un’epoca di demenziale polarizzazione, suggerì quella che mi sembra l’unica speranza possibile per tutti noi.

“Perché io non parlo, né ho mai parlato sin dai tempi della prima supponente giovinezza, con spirito di proselitismo, con il desiderio di convincere qualcuno di  ciò che pensavo io stesso, ma a chiunque mi rivolga, do per scontato il suo credo così come lo trovo, e cerco di spingerlo verso quei frutti vitali di cui sembra capace“.

Il tenutario di questo blog non arriverà mai a tanta equanimità.

Però, ciascuno di noi ha la propria storia, vede il mondo da un proprio angolo che altri non conoscono, e che anzi sembrerà in conflitto violento con la prospettiva di altri.

Chi soffoca, deride o vuole spegnere voci diverse (che poi è il principale passatempo delle discussioni politiche ai nostri tempi), uccide l’unica possibilità che nasca vital fruit.

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3 Responses to Vital fruit

  1. izzaldin says:

    bellissimo il link a Ruskin, grazie!
    leggendo la prima citazione, sono andato a cercarlo nel testo inglese sperando di trovare la parola ‘slag’, un termine che veniva usato per identificare un cumulo di rifiuti scarto delle miniere, e che adesso che le miniere sono chiuse viene usato come sinonimo di “donna di facilissimi costumi” dagli inglesi giovani.
    Invece Ruskin non usa questo termine ma il più appropriato “heap”. La mia ipotesi filologica è che il termine slag ancora non si fosse diffuso visto che si era agli inizi della Rivoluzione Industriale, ma si accettano scommesse.
    Le ‘cose fondamentali’ credo le abbiano intese tutti coloro che partecipano a questo blog tra i commenti, che riescono ad avere un dialogo nonostante le identità molto diverse, credo Mirkhond abbia detto che una cosa del genere non è facile su internet!

  2. Francesco says:

    >> do per scontato il suo credo così come lo trovo, e cerco di spingerlo verso quei frutti vitali di cui sembra capace

    per una rara volta, concordo con te nel ritenere assai bella una idea, e fruttuosa.

    grazie

  3. Z. says:

    Miguel,

    — Il tenutario di questo blog non arriverà mai a tanta equanimità. —

    Oddio… la perfezione dicono che non sia di questo mondo (anche perché non mi conoscono). Ma tutto sommato, tra le persone con cui ho avuto a che fare, sei uno di quelli che ci va più vicino.

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