Gli otto punti dei Commons

Tanti anni fa, all’interno di un articolo, un certo Garrett Hardin pubblicò una sorta di favoletta, che iniziava con queste parole (assaporate l’allitterazione):

“Picture a pasture open to all…”

in cui narrava come, in un pascolo aperto a tutti, un contadino furbo che cercava il proprio vantaggio, portandoci una mucca in più, finì per distruggere il pascolo stesso.

L’articolo si intitolava, The Tragedy of the Commons, ed ebbe una tale diffusione che molti vennero a conoscenza dell’antica parola commons solo per questo racconto. Anche se “a pasture open to allnon è affatto il senso che, nella vecchia Inghilterra, aveva la parola commons; e lo stesso Hardin non voleva esaltare la superiorità della proprietà privata, ma piuttosto richiamare l’attenzione sui pericoli della sovrappopolazione e dello sfruttamento delle risorse naturali.

Anni dopo, la ricercatrice Elin Ostrom, si guadagnò il Premio Nobel, studiando direttamente i commons realmente esistenti: che non erano i pascoli “aperti a tutti” della parabola di Hardin. Scoprì che ovunque nel mondo, innumerevoli milioni di persone praticavano concretamente una gran  varietà di sistemi di utilizzo condiviso di risorse.

Ostrom estrapolò otto punti che sembravano accomunare gli esempi riusciti di commoning, che  dimostravano che la presunta “tragedia” si poteva evitare, senza bisogno di una regolamentazione dall’alto, con alcune regole ricorrenti, che lei chiamava design principles, potremmo dire “principi che sottostanno a dei modelli”.

A questa scoperta, si sono aggiunte recentemente alcune ricerche del biologo americano David Sloan Wilson, che ha studiato l’importanza evolutiva dei gruppi: un gruppo che sa tenere a freno comportamenti egoistici ha un evidente vantaggio sui gruppi che non vi riescono. Tra parentesi, vale la pena di dare un’occhiata al sito su cui Wilson pubblica alcune riflessioni, Evonomics, che mette insieme una squadra di economisti, psicologi, antropologi e imprenditori, alla ricerca di una radicale revisione di ciò che chiamiamo economia.

Tutto questo, per presentare una mia bozza di traduzione di un documento interessante: il tentativo di tradurre gli otto “design principles” della Ostrom in un linguaggio pratico e accessibile a tutti noi che facciamo commons nella vita concreta.

Un documento redatto (in inglese) dalla Scuola estiva tedesca dei Commons, nel 2012. Ecco la mia bozza, sono graditi suggerimenti e correzioni.

⇔⇔⇔⇔⇔⇔⇔⇔⇔⇔⇔⇔⇔⇔⇔⇔

La terminologia che Ostrom adopera per descrivere i principi sottostanti ai modelli di commoning è rivolta agli studiosi di scienze sociali che si occupano della gestione di risorse condivise da un punto di vista neutrale, non partecipe e scientifico. Di conseguenza, i principi non sono accessibili al pubblico generale e non riflettono l’esperienza in prima persona dei commoner.

La prima Scuola Estiva Tedesca dei Commons, svoltasi a Bechstedt in Turingia nel giugno del 2012, decise di porre rimedio a questo problema. I partecipanti discussero intensamente, cercando di capire che aspetto avrebbe avuto una nuova serie di principi – fondati su quelli di Ostrom – in grado di riflettere la prospettiva personale dei commoner stessi. Sono nati così gli “Otto punti di orientamento per il Commoning,” che possiamo vedere come una rilettura, o forse un rimescolamento, dei principi di Ostrom.


Gli otto principi formulati da Elinor Ostrom e altri sono la distillazione dello studio di un immenso numero di casi provenienti da tutto il mondo. Sono scritti da un punto di vista scientifico e continuano a essere di grande significato per il movimento dei commons. Noi ci avviciniamo ai commons dal punto di vista invece di commoner attivi, cioè delle persone che creano e mantengono commons operanti. Siamo più interessati alla creazione di spazi per la comunità e per la cooperazione che alle istituzioni. Per quanto riguarda le risorse stesse, siamo più interessati a come preservarle e usarle che a distinguere tra commons materiali e immateriali, tradizionali o nuovi. Ci riferiamo quindi a ogni tipo di commons.

Per noi, i principi di Ostrom offrono una matrice per i seguenti punti di orientamento. Ci auguriamo che i commoner li possano trovare utili alle riflessioni sulle proprie pratiche. I commons non esistono in un mondo perfetto, ma piuttosto in un mondo ostile ai commons. E’ quindi importante che i commoner abbiano coscienza del tesoro che hanno tra le mani, per conservarlo e aiutarlo a fiorire.

1.  Come commoner, capisco chiaramente le risorse di cui mi devo prendere cura e con chi condivido tale responsabilità. Le risorse dei commons sono quelle che creiamo insieme, che manteniamo come doni della natura o il cui utilizzo è stato garantito a tutti.

2.  Noi usiamo le risorse dei commons che creiamo, di cui ci prendiamo cura e che manteniamo. Adoperiamo i mezzi (tempo, spazio, tecnologia e quantità di una risorsa) disponibili in un dato contesto. In quanto commoner, riconosco che esiste un rapporto equo tra il mio contributo e i benefici che ricevo.

3.  Noi stabiliamo o modifichiamo le nostre regole e i nostri impegni, e tutti i commoner possono partecipare al processo. I nostri impegni servono a creare, mantenere e conservare i commons in modo da soddisfare i nostri bisogni.

4.  Noi stessi vigiliamo sul rispetto degli impegni e talvolta deleghiamo altri di cui ci fidiamo per tale scopo. Rivalutiamo continuamente se i nostri impegni sono ancora utili agli scopi per cui furono presi.

5.  Elaboriamo regole appropriate per affrontare le violazioni dei nostri impegni. Determiniamo se e quali sanzioni saranno utilizzate, secondo il contesto e la gravità della violazione.

6.  Ciascun commoner dispone di uno spazio e dei mezzi per risolvere i conflitti. Cerchiamo di risolvere i conflitti tra di noi in una maniera accessibile e semplice.

7.  Regoliamo da noi le nostre faccende e le autorità esterne rispettano questo fatto.

8.  Riconosciamo che ogni commons fa parte di un insieme più grande. Quindi, occorrono diverse istituzioni operanti su scala diversa per coordinare l’amministrazione e permettere la cooperazione degli uni con gli altri.

Una traduzione in tedesco degli Otti Punti di Orientamento per il Commoning si trova qui:

http://commons-sommerschule.webcoach.at/index.php/Acht_Punkte

Qui si trova una traduzione in francese:

http://www.savoirscom1.info/2012/11/huit-points-de-reference-pour-la-mise-en-commun-des-biens-2.


Nota del traduttore. Abbiamo scelto di lasciare in inglese alcuni termini, di valore universale eppure di difficile traduzione.

Commons, in origine i campi, pascoli e risorse naturali comuni dei contadini inglesi: oggi, i beni materiali e immateriali di cui una comunità si assume attivamente la cura, qualunque sia la formula giuridica (“beni comuni”, frequentemente usato in italiano, si confonde facilmente con la nozione giuridica di “beni pubblici”)

Commoning, la “comunanza”, l’attività di cura comune di tali beni, come in Italia gli usi civici storici

Commoners, i “comunanti” che si prendono cura di tali beni

Enclosure, un riferimento storico alla “recinzione” dei pascoli e campi comuni nella storia inglese, è quindi non tanto la “privatizzazione” giuridica quanto l’esclusione della comunità dalla gestione dei beni di cui vorrebbe prendersi cura.

pranzo

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52 Responses to Gli otto punti dei Commons

  1. Grog says:

    Lupo scuoiato appeso ad un cartello nel comune di SUVERETO
    http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/chi-vero-animale-provincia-livorno-lupo-viene-ucciso-146767.htm
    La mia proposta è molto modesta anche si di origine CRUCCA
    Per ogni lupo scuoiato
    SCUOIAMO VIVI DIECI SINDACI TOSCANI DEL PD
    a partire da quello di Firenze ovvio.
    Grog! Grog! Grog!

  2. Grog says:

    Grande preoccupazione negli ambienti estremisti islamici!
    Il banana sta per morire e pare che in ARTICULO MORTIS voglia CONVERTIRSI ALL’ISLAM
    per poter
    FARE LE “CENE ELEGANTI” CON LE URI MINORENNI
    Il tutto alla faccia della Procura di Milano che non sarebbe competente territorialmente, i giuristi più sottili e raffinati pare che
    ABBIANO SPEDITO AL CAIRO IL PAPA
    per dei contatti con eminenti giuristi islamici di EL AHZAR per vedere se c’è il modo di perseguire il vecchio maiale POST MORTEM con una rogatoria inter religiosa, niente da fare il vecchio maiale ha già un suo collegio di giuristi islamici prezzolati che per vile pecunia sostengono che sono
    ALLAH SUOI.
    _________________________________________________________________________________
    L BANANA NON SI REGGE PIU’ IN PIEDI: DATEGLI IL GIRELLO! – BERLUSCONI CADE IN CASA A PORTOFINO: E’ INCIAMPATO IN UN TAPPETO E HA BATTUTO LA TESTA – IN VIA PRECAUZIONALE HA DECISO DI RIENTRARE A MILANO SUBITO E DI FARSI MEDICARE ALLA CLINICA MADONNINA, DOVE GLI SONO STATI APPLICATI TRE PUNTI DI SUTURA
    http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/banana-non-si-regge-piu-piedi-dategli-girello-berlusconi-cade-146773.htm

    • per Grog

      “Il banana sta per morire e pare che in ARTICULO MORTIS voglia CONVERTIRSI ALL’ISLAM”

      :-)

      per i germanofoni:

      “Der Papst lebt herrlich in der Welt
      Es fehlt ihm nie an Ablaßgeld
      Er trinkt vom allerbesten Wein
      Drum möcht auch ich der Papst wohl sein
      Doch nein, er ist ein armer Wicht
      Ein holdes Mädchen küßt ihn nicht
      Er schläft in seinem Bett allein
      Drum möcht auch ich der Papst nicht sein
      Der Sultan lebt in Saus und Braus
      Er wohnt in einem Freudenhaus
      Voll wunderschöner Mägdelein
      Drum möcht auch ich der Sultan sein
      Doch nein, er ist ein armer Mann
      Denn er lebt nach seinem Alkoran
      So trinkt er keinen Tropfen Wein
      Drum möcht auch ich nicht Sultan sein
      Geteilt veracht ich beider Glück
      Und kehr in meinen Stand zurück
      Doch das geh ich mit Freuden ein
      Halb Sultan und halb Papst zu sein
      Darum Mädchen, gib mir einen Kuß
      Denn jetzt bin ich der Sultanus
      Ihr trauten Brüder schenket ein
      Damit auch ich der Papst kann sein”

  3. Grog says:

    Grande paura del BANANA convertito in ARTICULO MORTIS ALL’ISLAM,
    Gheddafi INCAZZATISSIMO PER LA PUGNALATA ALLA SCHIENA RICEVUTA lo sta aspettando per fargli ingoiare due tonnellate di MERDA DI CAMMELLO DEL FEZZAN.
    I legali islamici assoldati a suon di PIASTRE OTTOMANE D’ORO hanno un bello spiegare al Colonnello che non è colpa del BANANA ma colpa del fatto che gli Italiani SONO UNA RAZZA DI TRADITORI e che il povero BANANA non poteva fare diversamente!
    Non solo non lo hanno convinto ma ne ha AMMAZZATI UNA DECINA tanto per mettere in chiaro la sua posizione, il BANANA MEDITA DI RICONVERTIRSI AL CRISTIANESIMO ma anche lì ci sono problemi,
    liti furibonde tra DIAVOLACCI che se lo contendono per il proprio girone per farsi pagare una squadretta di CALCIO A 5 INFERNALE.
    Grog! Grog! Grog!

  4. Moi says:

    Invece un certo Silli …

    La provocazione del responsabile nazionale Immigrazione di Forza Italia:

    “Nei decenni scorsi, alcune potenze coloniali sembra avessero adottato l’uso e consuetudine di seppellire la salma di attentatori e terroristi in pelli di animali considerati impuri per l’islam, maiale in primis, ma anche cane, cinghiale e molti altri. Questo forniva un serio deterrente in quanto il proprio sacrificio sarebbe stato vano e non avrebbero raggiunto il Paradiso dopo la morte”.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/islam-provocazione-i-terroristi-vanno-sepolti-pelli-animali-1388284.html

    • Moi says:

      … sarebbero, i molti altri ?

    • Z. says:

      Ecco perché Crudelia De Mon voleva le pellicce di dalmata. Non era per vanità, era per rivenderle ai regimi africani!

    • Francesco says:

      a occhio, è il terzo o quarto giro di questa “notizia”

      Miguel, ma le notizie diventano entità autonome con cicli di emersione tipo i capodogli dopo essere state diffuse la prima volta?

  5. Ritornando in topic (visto che nessuno dei commenti mi pare che lo sia!), interessante articolo su Politico.eu (sito che conosco grazie alla segnalazione di Roberto) sulle diverse posizioni sui temi energetici di Macron e della Le Pen:

    http://www.politico.eu/article/where-macron-and-le-pen-stand-on-five-energy-issues/

    Mi sembra di cogliere un meccanismo interessante: chi ha più mezzi riesce a esternalizzare i costi dell’inquinamento (scaricandoli sulla Cina oppure facendo grandi opere di rinnovamento oppure comprandosi una seconda auto che non vada a diesel); chi ne ha di meno, non può rinunciare all’auto che va a diesel, perché gli serve per andare a lavorare nella fabbrica antiquata che a sua volta non ha i mezzi finanziari per adeguarsi a nuove norme.

    E’ un po’ questo il senso del “nazionalismo difensivo”, e anche la sua vera pericolosità, perché se NON si rinuncia all’auto che a va diesel, creperemo tutti.

    • Z. says:

      Io ho una sola auto e va a GPL!

    • Francesco says:

      quindi anche tu voti Macron alla fine?

      :D

    • Francesco says:

      Miguel

      mentre “far fare le cose in Cina” potrebbe essere considerato esternalizzazione dell’inquinamento (ma credo sia meglio l’inquinamento della fame per i cinesi), fare “grandi opere di rinnovamento” o “rinunciare alle auto inquinanti” è esattamente il contrario: significa proprio smettere di considerare l’inquinamento una “esternalità” (ai conti che fa il soggetto economico) e ridurlo di molto.

      Ciao

      • Per Francesco

        “mentre “far fare le cose in Cina” potrebbe essere considerato esternalizzazione dell’inquinamento”

        Sì, in buona parte concordo.

        Tra l’altro, ho probabilmente esagerato le colpe della Le Pen.

        I punti di dissenso tra Macron e Le Pen sono il nucleare, che la Le Pen difende un po’ più di lui; la transizione alle energie rinnovabili immagino che sarebbe molto pesante per le piccole fabbriche che ce la fanno appena, mentre costano poco al mondo dei “servizi”, e forse per questo la Le Pen insiste ancora sul nucleare invece delle “rinnovabili”, come uscita dai combustibili fossili; il diesel, dove Macron è più “rinnovatore”, bisognerebbe vedere le agevolazioni storiche, i costi di cambiare macchina, ecc.

  6. Roberto says:

    Alla fin fine secondo me “beni comuni” o “risorse comuni”, non è male come traduzione. Certo non è perfetta ma “dice quasi la stessa cosa” e hai il vantaggio di parlare italiano, visto che commons potrebbe sembrare un po’ misterioso, ed è meglio una traduzione imperfetta che un anglicismo misterioso.
    Se usi risorse, eviti anche l’equivoco con beni pubblici.
    Oppure, “beni di tutti” sul calco di “res nullius”? Mah, “comuni” mi suona meglio, ma lì ti allontani nettamente da “beni pubblici”

    Commmoning: gestione dei beni comuni?
    E di conseguenza, commoner= gestore di beni comuni

    • Per Roberto

      “Alla fin fine secondo me “beni comuni” o “risorse comuni”,”

      Infatti, si usa spesso, e più o meno va bene, se però si precisa.

      Il problema è che non si tratta di “beni pubblici” (che può indicare anche un edificio controllato da un assessorato che lo tiene chiuso da vent’anni), ma di “beni” (anche immateriali, esempio wikipedia) di cui si prende realmente cura una precisa comunità, con (punto uno di quelli citati dalla Ostrom) frontiere ben definite (e quindi non sono “di tutti”).

      Esistono anche alcuni beni comuni che sono giuridicamente “privati”.

      • Z. says:

        Wiki ha frontiere ben definite?

        • per Z

          “Wiki ha frontiere ben definite?”

          Caso interessante. Direi che la frontiera viene posta da cosa ci fai: c’è un lungo elenco di cose che non si possono fare su Wikipedia, che stabiliscono una netta frontiera.

      • Roberto says:

        Giusto miguel, quindi beni di tutti non va bene.
        Beni comuni, allora

        • Per Roberto

          “Beni comuni, allora”

          In linea di massima, sono d’accordo; però non sono decisioni che dipendono da me :-) Io provo a fare questa traduzione, poi passo i commenti ad altri.

        • Z. says:

          In economia politica si usa fare questa distinzione:

          https://it.wikipedia.org/wiki/Beni_pubblici

          Di solito le commons sono fatte rientrare tra i beni rivali e non esclusivi, in alto a destra della tabella che ogni giovane studente è tenuto a mandare diligentemente a memoria, talvolta senza capirci granché :)

          • Per Z

            “Di solito le commons sono fatte rientrare tra i beni rivali e non esclusivi,”

            Potresti spiegare meglio, il termine “rivali” mi risulta ostico, per mia ignoranza.

            Mi interessa la questione, anche per capire se stiamo parlando della stessa cosa.

          • Z. says:

            Bene rivale: se tu ne fai uso lo togli a me. Non possiamo mangiare entrambi la stessa mela, pedalare contemporaneamente sulla stessa bicicletta, occupare lo stesso posto sullo stesso tassì.

            Bene esclusivo: puoi escludermi facilmente dall’uso del bene. Non puoi facilmente impedire a me personalmente di guardare uno spettacolo di fuochi artificiali, di nuotare nell’Adriatico, di essere difeso assieme agli altri dalle FF.AA. italiane.

            Se un bene ha entrambe queste caratteristiche, per gli economisti è privato (la casa, la bicicletta, il servizio di pizza a domicilio).

            Se un bene è privo di queste caratteristiche, per gli economisti è pubblico (l’aria che respiriamo, la difesa pubblica, il mare aperto, il sole).

            Se un bene ha una di queste caratteristiche ma non quell’altra lo studente sbaglia la risposta e viene congedato con un diciotto. Nel peggiore dei casi, con un “rivediamoci al prossimo appello” :D

            • Per Z

              “Bene rivale”

              Ottimo. Cerchiamo di applicare a un esempio concreto, che ovviamente è quello che conosco io :-)

              Sul rivale: nel nostro giardino, no. Tu e io coltiviamo lo stesso melo, condividiamo le mele. Anzi, se non ci lavoriamo entrambi, il melo non cresce.

              Sull’esclusivo, è più complesso: noi (non “io”) possiamo stabilire alcuni limiti, in genere legati all’impegno condiviso nel portare sterco di vacca per fertilizzare il melo, al fatto che ci piacciono le mele, al fatto che ci siamo tutti il giorno che bisogna raccogliere le mele (differenza con le regole più generiche stabilite dallo Stato).

              Nel frattempo, poi, la proprietà rimane “pubblica” (non si tratta di una “cooperativa” ad esempio) proprio come succede con la spiaggia o l’autostrada, dove invece non esiste alcuna cura condivisa (nell’autostrada, noi paghiamo un tot e qualcun altro che non conosciamo ripara le buche; nel commons, nessuno paga, ma tutti riparano la buca insieme).

            • Roberto says:

              ” Tu e io coltiviamo lo stesso melo,”

              Si ma:
              1. Se c’è il melo non abbiamo spazio per le zucchine (non prendermi alla lettera, voglio dire che lo spazio non è infinito)
              2. Le mele non sono infinite.

            • Per Roberto

              “1. Se c’è il melo non abbiamo spazio per le zucchine (non prendermi alla lettera, voglio dire che lo spazio non è infinito)
              2. Le mele non sono infinite.”

              Esatto. E’ anche questo che distingue i “commons” dai “beni pubblici”: l’unico limite all’accesso in autostrada è un limite statistico, sul tipo “tutti i posti sono occupati, ripassi più tardi”.

            • Z. says:

              Proviamo a semplificare – del resto, non sta scritto che l’albero si valuta dai frutti?

              Rivale: essì, le mele sono un bene rivale, comunquemente considerate. Se io magno una mela, tu non puoi magnare la medesima mela.

              Esclusivo: a occhio direi di no. Se qualcuno vuole prendere una mela dall’albero, non è facile impedirglielo.

              Sicché effettivamente le mele del vostro orto collettivo non sono beni privati, e neppure beni pubblici, ma anzi rientrano proprio nella categoria che gli economisti mainstream chiamano “beni comuni”.

            • Z. says:

              Quanto all’autostrada, secondo la classificazione quadripartita non è un bene pubblico né un bene comune, bensì il classico esempio di quelli che questa versione della tabella chiama “beni di club”.

              Rivalità: l’autostrada è un bene non rivale, almeno finché non è completamente congestionata.

              Esclusività: l’autostrada è un bene escludibile. Puoi passare solo se paghi il pedaggio; se non vuoi pagare, per escluderti dall’uso dell’autostrada è sufficiente non alzare la sbarra all’ingresso.

              Insomma, è l’esatto contrario del melo del vostro orto rionale.

          • Z. says:

            La tregedia dei beni comuni, secondo l’interpretazione che ne dà l’economista mainstream, sta nel fatto che essi sono:

            – rivali, poiché se tu ne fruisci li sottrai a me;
            – non esclusivi, perché nessuno ha modo di escludere altri dal fruirne…

            e pertanto non consentono un’allocazione ottimale delle risorse, affidata all’incrocio di domanda e offerta.

            • Per Z

              “La tregedia dei beni comuni, secondo l’interpretazione che ne dà l’economista mainstream, sta nel fatto che essi sono:”

              Verissimo, ad esempio nel caso di un giardino pubblico. E infatti, sono un po’ il contrario dei “commons”.

  7. Moi says:

    Be': “di nessuno”, in Italia, implica che appunto nessuno se ne curi … purtroppo.

    :(

    • Roberto says:

      E chi dovrebbe occuparsene essendo appunto “di nessuno”? Non sono beni pubblici

      • Moi says:

        trascurare, ignorare, andrebbe già bene rispetto al deturpare … sia per attività a sé stante, sia per adibimento a discarica dopo altre attività.

  8. Moi says:

    “commons” è una parola in Inglese troppo “culture bound” (come “enclosures”) per una traduzione che renda l’idea in unaparola sola, senza note … come “comunella” (che pure ha lo stesso etimo di “commons” …) e “familismo amorale” (si può “calcare”, ma senza note in traduzione resta incomprensibile …) in Italiano.

  9. Francesco says:

    x Miguel

    visto che commons presuppone una (precisa) comunità, chiamarli “beni della comunità”?

    perchè “beni comuni” nel linguaggio comune mi suona troppo ampio

    ciao

    • Per Francesco

      ” chiamarli “beni della comunità”?”

      Certo… manca un elemento importante.

      Il “bene pubblico” è sempre “destinato a qualcosa”: questa è una scuola elementare, e grasso che cola se una volta ogni quattro anni diventa per un giorno pure un seggio elettorale.

      Il Commons è invece ciò che ne fa appunto la “comunità”: nel caso nostro, la proprietà è pubblica (proprio come la scuola, ecc.), ma l’uso è comunitario, lo spazio diventa ciò che ogni singola persona riesce a crearci anche a beneficio degli altri della comunità; e questi diversi usi possono cambiare in ogni momento.

      Come sottolineano quelli che se ne occupano, è una “pratica” più che un “bene”.

      • Francesco says:

        >> questi diversi usi possono cambiare in ogni momento

        questa è solo una questione tecnica – e di rigidità mentale italiana nell’uso degli spazi pubblici.

        per cui tenere aperte le scuole dopo le lezioni è inconcepibile

        ciao

      • roberto says:

        “Il “bene pubblico” è sempre “destinato a qualcosa”: questa è una scuola elementare, e grasso che cola se una volta ogni quattro anni diventa per un giorno pure un seggio elettorale.”

        peò questo è un problema italiano.
        io il martedì ed il giovedì gioco in una palestra di una scuola, stessa palestra che è affittata per dei corsi di zumba (o qualche cosa del genere) prima di noi, e di ginnastica per bambini (non solo studenti!) ancora prima.

        nella stessa scuola la sala di musica è usata da una associazione (tipo la banda del comune)

        inutile dire che il parco con i giochi è aperto quando la scuola è chiusa, con il risultato che sabato e domenica è sempre pieno di bambini

  10. Fabio G. says:

    Il dibattito tenutosi all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli, al quale è intervenuto Stefano Rodotà, mi sembra in tema con questo articolo:
    https://www.youtube.com/watch?v=weMhWNrl4s4
    https://www.youtube.com/watch?v=EDtJLNOxPjg

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