Vacanze esotiche

Eccomi, di ritorno da un viaggio in terre lontane.

Luoghi immensi e silenziosi, sorvolati sempre da poiane che non battono le ali, ma si fanno trasportare dal vento.

blog-aspromonteI forestieri sono così pochi, che la gente ti chiede se sei lì perché sei parente di qualcuno del posto, e vuole sapere cosa ti ha portato a visitare luoghi così remoti.

In mezzo alla strada, un cane si stiracchia, tanto sa che di lì non passa mai nessuno.

Insomma, un viaggio attraverso una terra in cui gli italiani non si fermano mai, anche se tanti loro antenati ci sono nati.

Parliamo infatti del Meridione: Abruzzo, Molise, Basilicata, Puglia, Calabria, visti sempre attraverso vie interne.

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62 Responses to Vacanze esotiche

  1. mirkhond says:

    Hai dimenticato la Puglia! 🙂
    Bentornato!

  2. mirkhond says:

    “I forestieri sono così pochi, che la gente ti chiede se sei lì perché sei parente di qualcuno del posto, e vuole sapere cosa ti ha portato a visitare luoghi così remoti.”

    La stessa domanda la fecero a me, quando andai ad Ascoli Piceno e provincia…….

  3. mirkhond says:

    “Insomma, un viaggio attraverso una terra in cui gli italiani non si fermano mai, anche se tanti loro antenati ci sono nati.”

    Nel nostro immaginario “meridionale”, amiamo vederci come quelli che abitano la terra del Sole e del Mare.
    Dimenticandoci che il 70% della fu Napolitania è fatta di montagne e colline……

    • Mauricius Tarvisii says:

      ” montagne e colline”

      Ma qualche decennio fa nemmeno quelli della pianura a 15 km dalla costa potevano passare la vita senza aver mai visto il mare.

      • PinoMamet says:

        Ma sono vere queste cose?

        Non so, non conosco la situazione di quei luoghi, ma per tanti motivi mi sembrano un’esagerazione, una leggenda nera.

        (insomma, per fare 15 km a piedi, andando piano, cosa ci vuole, un paio d’ore? e non c’erano, che ne so, merciai ambulanti, parroci, fabbri ferrai, manovali, braccianti, “famigli”… insomma tutte le categorie di persone, anche umilissime, che avevano la necessità di spostarsi per campare? dall’Emilia occidentale i poveracci si spingevano fino a Brescia e in Corsica, per dire… per non parlare di “orsanti” e simili che finivano fino in Polonia e in Russia…)

        • Mauricius Tarvisii says:

          Così mi racconta mia nonna. Ovviamente parliamo di popolazione stabile con il “posto fisso” (mezzadri, ecc.), non di emigranti che sono sempre esistiti e che per definizione sono morti in posti lontani da quelli di nascita.

        • PinoMamet says:

          Capisco però in effetti non credo sia mai esistito nessuno, da queste parti, che non abbia mai visto il paese vicino 15 km.

          In realtà non credo che sia mai esisito nessuno che non si sia mai spostato di 15 km (anche di più, eh?) per i motivi più vari, dal cambiare podere allo spostarsi ad andare alla festa del patrono del paese vicino e così via, mezzadro o meno.

          In realtà in tutti i paesini e frazioni in cui sono stato e di cui so qualcosa, anche le più isolate nella montagna, non si sente altro che storie di famiglie che da un paese si sono trasferite nell’altro, la moglie che viene da un altro ancora, il tale che che alla festa del paese vicino ha avuto da dire e si sono sparati e così via…

          • Mauricius Tarvisii says:

            Ma infatti non è questo che ho scritto. Il paese di origine di mia nonna è a pochi chilometri dal mare, ma su quel tratto di costa non c’era nessun insediamento rilevante che potesse giustificare il viaggio di un contadino.
            Questo perché il rapporto tra il mare e i salentini è stato storicamente diverso da quello immaginato dalle pro loco.

          • PinoMamet says:

            Mmm vabbè ma non gli veniva la curiosità di andare a darci un’occhiata, così, tanto per sapere?

            Può essere che ci sia veramente una qualche differenza di mentalità, ma, avendo conosciuto moltissimi vecchi agricoltori emiliani, non riesco a immaginarmene uno che non vada a vedere qualcosa di notevole (che ne so, una chiesa, una casa particolarmente bella, un bosco… ) solo perché non ci aveva interessi particolari.

            La vita non è mica fatta solo di lavoro, no?

            (può anche essere- e io in realtà lo penso- che fossero i meridionali, e non i settentrionali, ad avere l’ossessione del lavoro. Non voglio entrare nei luoghi comuni, ma in effetti- attenzione, è un altro argomento- i meridionali in ER erano gente che si era fatta centinaia di chilometri per venie a fare un lavoro duro rimboccandosi le maniche, mentre moltissimi emilianiromagnoli erano grandissimi fancazzisti: magari dotati di poderino o minifabbrica, lavorati senza particolare impegno ma con la gioia di fare piccole invenzioni, migliorie, sparare cazzate in compagnia ecc. …)

          • PinoMamet says:

            Interessante comunque la cosa del rapporto con il mare, aldilà delle possibili esagerazioni
            (mi permetto, senza voler contraddire tua mamma;
            a volte la singola persona che “non ha mai visto il mare”, che può benissimo esserci, finisce per diventare proverbiale)

            si sa che le ProLoco non c’azzeccano mai!

            lo dico seriamente, la realtà che vendono di solito è lontana anni luce- e molto meno interessante- di quella vera.

            • Mauricius Tarvisii says:

              La cosa che mi sorprende di più di quel racconto di mia nonna è che si riferisce ad un paese che oggi condivide con il comune confinante una marina.

      • Peucezio says:

        “Ma qualche decennio fa nemmeno quelli della pianura a 15 km dalla costa potevano passare la vita senza aver mai visto il mare.”

        Tempo fa raccontai l’episodio del giovane coratino che non aveva mai visto il mare di Trani.

        • PinoMamet says:

          Immagino che una persona così possa esserci stata benissimo…

          nel corso dei secoli esageriamo, e diciamo un paio di centinaia 😉

          • Peucezio says:

            Pino,
            era la regola.
            Semmai sarebbe interessante fare la storia del mare, della spiaggia, come svago, piacere.
            Non credo risalga a più di un secolo e mezzo fa. Certo è che i romani, che pure goderecci lo erano, parlano tanto di terme, ma mai di bagni a mare.
            I bagni a mare li hanno sempre fatti i bambini, i figli dei pescatori, così come quelli dei contadini scorrazzavano per i campi. Ma per l’adulto l’uno e gli altri erano luoghi di lavoro e mezzi di sostentamento.

          • PinoMamet says:

            Peucè, io non parlo di vacanze al mare.

            Io dico che trovo strano che una persona non abbia mai visto cosa c’è a 15 km di distanza da casa sua.

            Questo lo trovo assolutamente improbabile, per non dire quasi impossibile, in ogni epoca e condizione storica e sociale.

          • Peucezio says:

            Anche il criterio di curiosità, di interesse per i luoghi all’in fuori della loro utilità per il sostentamento credo fosse estraneo alla mentalità, almeno dei ceti bassi.
            Quanto a quelli alti, che in sostanza si identificano con quelli che fanno la guerra (vs i produttori di beni), il mare era il luogo che si attraversava per andare ad aggredire altri popoli o luoghi o per combatterci sopra.
            In generale comunque il mare è il luogo dell’insicurezza e della precarietà, ben lungi dal soddisfare curiosità estetiche o naturalistiche.

            U marenàre tène u core amàre.

            E, nel dialetto di Torre a Mare, versione arcaica, a sua volta quasi estinta credo, del noiano:
            U pène d’i pescatàure iè ssènza meddàiche.

            D’altronde basta leggere i Malavoglia.

          • PinoMamet says:

            Boh, continuo a non capire cosa c’entri.

            Io so che dei contadini emiliani (che per inciso, facevano la guerra: come soldati italiani, come soldati napoleonici, come soldati dei “Terzi” farnesiani…. fino ad arrivare alla X Legio di Cesare…)
            so che non esiste che il signor Tizio, che abita a Fornovo, non abbia mai visto Fidenza, e il signor Caio, che abita Pontetaro, ha la moglie che viene da Pellegrino Parmense (e il nonno di lei dalla provincia di Genova).

            Insomma, che a uno non gliene freghi un cazzo del mare lo capisco, che non si sia mai mosso per nessun motivo più di 10 km non lo credo e non lo crederò mai.

            • Peucezio says:

              Figuriamoci, so di donne anziane ancora viventi che non sanno nulla degli altri quartieri del paese in cui vivono, né dei loro abitanti, quindi si va molto sotto i 10 km.
              La mobilità degli esseri umani è davvero variabilissima con le epoche, cambiano gli ordini di grandezza. E cambia anche secondo il ceto e il sesso.

            • PinoMamet says:

              Mah.. e arimah.

              Forse la Puglia è diversa; non credo, ma chissà, mi fido.
              Non voglio mettere in discussione le vostre esperienze di persone conosciute, ma le mie sono radicalmente diverse.

              Posso metterle di fila e dire di (tutte cse vere):
              -migliaia di famiglie che hanno origini liguri, lunigiane o maremmane;
              -molti contadini con mogli napoletane o calabresi, “importate” decenni e decenni fa;
              -migliaia di bambini dati in affido a famiglie contadine o poverissime, provenienti dalle parte più disparate d’Italia;
              -e dall’estero a volte (per esempio so di un gruppo di donne indie della Colombia- !- stanziate nel preappennino salsese negli anni Cinquanta, tutte regolarmente ammogliate a locali a quanto so)
              -mio nonno che “andava a morosa” di mia nonna che abitava a 40 km da casa sua, in bicicletta;
              -i “famigli da fagotto” che ain età infantile andavano in cerca di fortuna a grandi distanze da casa;
              -migranti stagionali o meno in località anche parecchio lontane (vedi sopra);
              -poveracci che vagavano in cerca di accoglienza temporanea per aree molte vaste, facendosi capire con un italiano dialettale (i “vaghi” una categoria ancora esistente quando ero piccolo, nelle campagne, piuttosto distinta dai barboni urbani);
              -gente umilissima che si spostava per divertimento (fiere, feste, belle ragazze…) o per religione (pellegrinaggi) o entrambi in luoghi anche piuttosto fuori mano…

              insomma, tutt’un altro mondo da quello che dici tu.

            • paniscus says:

              -migliaia di bambini dati in affido a famiglie contadine o poverissime, provenienti dalle parte più disparate d’Italia;
              —————-

              Hai conosciuto qualcuno dei ragazzi (di allora) che nell’immediato dopoguerra avevano partecipato al progetto dei “treni della felicità”?

              Per la maggior parte erano stati ospitati da famiglie dell’Emilia-Romagna, della Toscana o della Liguria, ma non famiglie ricche, bensì operaie o contadine che stavano messe solo “appena un po’ meglio” delle loro famiglie di origine nelle province più arretrate del meridione.

              Poi, per la maggior parte, sono rientrati ai loro paesi, ma ce ne sono stati anche parecchi che in seguito hanno deciso di tornare a cercare lavoro al nord, e che sono stati di fatto adottati dalla vecchia famiglia ospitante, che li considerava come dei nipoti o dei figliocci.

              Una mia studentessa di quest’anno ha fatto la tesina per la maturità su questo argomento: una delle pochissime ricerche personali interessanti e originali che hanno colpito tutti, in mezzo alla banalità deprimente della maggioranza delle altre…

            • PinoMamet says:

              Non ne ho conosciuti personalmente ma ne ho sentito parlare.

              Ho anche linkato la storia a Mirkhond, qualche post più giù, per smentirgli che gli emiliani (pardon, lombardi cispadani come dice il caro Mirkhond) siano tutti freddi e inospitali e odino i meridionali 😉

              In compenso parte del mio lato famigliare più “strano”, quello materno (non che quello paterno sia tanto meglio…) ha origine proprio da due “affidati”: i genitori di mia nonna (lei scurissima, di origine boh, molto religiosa, aveva superstizioni di cui poi ho letto tra gli zingari; lui di cognome campano e nome meridionale).

            • PinoMamet says:

              Comunque voglio spezzare una lancia per la categoria dei “vaghi”.

              Da piccolo ricordo che l’arrivo di un “vago” (si chiamvano così, il nome rimaneva identico anche in dialetto, “l’è rivè un vago”) era accolto con un misto di paura e rispetto: al poveretto non si poteva negare l’ospitalità, perlomeno in qualche stalla o “barchessa” o rimessa, e qualcosa da mangiare.
              Era inteso che il vago ricambiasse l’ospitalità… andandosene presto 😉

              ma so anche di un tizio, non proprio un vago ma perlomeno un originale (per inciso, omosessuale) che si rifiutò per tutta la vita di lavorare, e visse in una scuola abbandonata, indisturbato, fino alla fine dei suoi giorni.

            • Peucezio says:

              Pino,
              “insomma, tutt’un altro mondo da quello che dici tu.”

              Ma infatti esisteva l’uno e l’altro, non parlo di un mondo in contrapposizione al tuo.
              Basta leggere quella che racconta Carlo Levi sul rapporto degli Alianesi con l’America.
              Poteva essere normale non aver mai visto il paese vicino e un bel giorno prendere ed emigrare oltreoceano, a migliaia di chilometri di distanza.

  4. habsburgicus says:

    bentornato, Miguel !

  5. mirkhond says:

    “visti sempre attraverso vie interne.”

    Come hai fatto a muoverti in zone, con servizi ferroviari spesso carenti?

  6. Grog says:

    Miguel reduce da un viaggio IN TERRONILAND!
    E’ vero ti chiedono sempre chi sei, da dove vieni, se sei parente di qualcuno del posto e magari ti offrono anche il gelato come a me nella zona delle faide calabresi ad Oppido Mamertino, sono gentili e curiosi come scimmie, passano il giorno di ferragosto in montagna perché dicono che il mare porta sfiga.
    Garibaldi, Mazzini e Savoia che disastro! Impiccati in effige insieme ai loro manutengoli culattoni britannici!
    Grog! Grog! Grog!

  7. Abd al-Jabbar Ibn Hamdis (già "Andrea") says:

    “… Se mai qualcuno capirà,
    sarà senz’altro un altro come me… “.

    (da “Ad esempio a me piace il Sud”, Rino Gaetano).

    https://www.youtube.com/watch?v=2mrQJhRU8Ss

    • “Ad esempio a me piace il Sud”

      🙂

    • PinoMamet says:

      Molto bella!

    • Z. says:

      Sud? Quale sud?

      Oramai Rino Gaetano ce lo propinano alla grande anche al nord 😀

      • PinoMamet says:

        Beh il povero Rino Gaetano ha avuto un deciso momento di riscoperta e di rilancio negli anni Novanta-Duemila, anche prima della fiction Rai che ne ha cavalcato l’onda.

        Ma non credo sia mai stato percepito o si sia mai proposto come “cantante del Sud”, è sempre stato famoso a livello nazionale.

        “Ad esempio a me piace il Sud”, con ritornello un po’ cambiato per renderla più melanconica/d’amore, l’ha cantata anche Nicola di Bari.

      • Z. says:

        Mah, a Bologna l’ho visto ballato soprattutto nelle feste per studenti fuorisede e compagnia cantante. A Ravenna n.p.

        Poi, per carità, i gusti sono gusti. Anche i (vostri) cattivi gusti 😛

      • PinoMamet says:

        Più che per studenti fuori sede, Rino Gaetano mi sembra un must delle feste per studenti .

        Sei tu che ascolti solo rumore industriale e non te ne accorgi 😀

  8. PinoMamet says:

    PS
    da quelle parti oltre alle poiane ci dovrebbe essere ancora l’avvoltoio capovaccaio, qui, ahimè, scomparso.
    In compenso dalle mie parti c’abbiamo pure num. 1 (o una coppia, forse) aquila reale, mica cazzi.

    • mirkhond says:

      Dalle parti di Borgo San Donnino, e verso l’Appennino vi sono greggi di pecore?
      Oppure prevale l’allevamento bovino e suino?
      Stessa domanda a Zanardo per la Romagna.

      • PinoMamet says:

        Verso l’Appennino prevaleva nettamente l’allevamento ovino.
        Anche adesso capita non di rado di vedere greggi di pecore.

        In generale l’allevamento bovino intensivo è una “novità” del primo dopoguerra 😉 anche in Pianura:
        produzione intensiva di latte, con vacche di razze straniere ad elevata produttività, finalizzata allo smerciamento di “parmigiano reggiano” (di fatto parecchio diverso da quello veramente tradizionale);
        i sottoprodotti, riutilizzati nell’allevamento intensivo suino, di razze, di nuovo, straniere molto grandi, finalizzato alla realizzazione di “prosciutti di Parma” (anche questi diversi da quelli originali…)

        solo ultimamente c’è una rinascita delle vere tradizioni, con ripresa delle razze locali quasi scomparse

        (che poi erano varietà locali delle solite razze italiche: mucche grigie o brune, maialetti neri…)

      • Z. says:

        Non conosco bene la materia ma credo che anche nell’Appennino tosco-romagnolo prevalesse l’allevamento ovino.

  9. habsburgicus says:

    O.T
    per i cinefili, in primis Pino ma anche Mirkhond
    http://roncea.ro/2014/08/08/maria-cebotari-niciodata-si-in-nici-o-imprejurare-nu-mi-a-trecut-prin-cap-sa-spun-altceva-decat-ca-sunt-romanca-din-basarabia-sau-pur-si-simplu-romanca-odessa-in-flacari-video/
    a circa metà trovate il raro film Odesa in flacari (di Carmine Gallone), 1942, guardatelo !..rarissimo film italo-romeno (premiato a Venezia 1942), in italiano con sottotitoli ….da vedere, esempio quasi unico della cinematografia romena pre-marxista -(fu distrutto e ritenuto introvabile sin dopo la caduta del comunismo)
    descrive la bolscevizzazione della Bessarabia nel 1940 e quella che allora si credeva la riconquista nel 1941..sino ad Odessa (presa il 16/10/1941…i rossi vi torneranno il 13/4/1944)
    si noti che fra i comunisti la più cattiva è la donna, Ruba..e non il maschio, Smirnov
    lì coglie un punto essenziale che non piacerà alle femministe 😀 il maggior fanatismo e spietatezza della donna, contro la maggior moderazione tipica di molti (non tutti) uomini..e fra poco lo vedremo con Hillary 😀

    • PinoMamet says:

      Grazie! Molto interessante, specialmente per me che ho lavorato in Romania…
      credevamo di essere stati i primi a fare una collaborazione cinematografica, illusi!

      • habsburgicus says:

        forse i primi del post-comunismo
        i 45 anni di comunismo hanno ibernato in un certo senso tutto..
        anche come mentalità, poiché si ripartì da quella dei ’40 😀

  10. mirkhond says:

    Interessante!

  11. mirkhond says:

    Sul rapporto tra mare e interno a cui accennava Maurizio, devo dire che, per quanto riguarda la Napolitania, è in gran parte vero.
    Cioé il mare è stato riscoperto praticamente nel XX secolo, mentre prima era temuto, per via delle incursioni piratesche, musulmane e non.
    Leggevo anni fa, su di un libro sulla storia delle marinerie italiane, che i Napoletani e i Siciliani, tra XVI e XIX secolo, erano piuttosto restii ad aruolarsi in marina, per timore di finire schiavi nelle mani dei Barbareschi nordafricani e degli Ottomani.
    Pirateria che cessò solo nel 1830-1835, con la conquista francese dell’Algeria e le spedizioni navali piemontesi e napoletane contro Tripoli.
    Nel caso citato da Maurizio, c’è da considerare l’occupazione ottomana di Otranto nel 1480-1481, che su una popolazione di circa 22.000 abitanti, tra morti e schiavizzati, ne lasciò liberi e superstiti solo 17.
    Quando Alfonso d’Aragona, duca di Calabria (titolo portato dall’erede al trono di Napoli), riprese Otranto, la fece fortificare con i possenti bastioni (eretti nel 1483-1498), che vediamo ancora oggi se ci rechiamo nella cittadina salentina.
    Ma quando re Ferdinando I (1458-1494), ordinò agli abitanti delle terre (paesi) e cittadine vicine, di ripopolare Otranto, ebbe molte difficoltà, in quanto i Salentini erano TERRORIZZATI per il ricordo fresco della tragedia idruntina.
    E questo TERRORE, alimentato dalle scorrerie piratesche continue (durate fino alla prima metà del XIX secolo, come abbiamo visto), può aver contribuito ad alimentare un distacco dal mare, anche presso comunità non distanti dal mare, o addirittura affacciate sul mare.
    In quest’ultimo caso, mi riferisco proprio a Bari, i cui abitanti, anche se amano vedersi e improvvisarsi marinai e pescatori della domenica, col mito della pesca delle cozze, delle pelose e dei ricci d mare, in realtà conservano la mentalità di persone dell’interno, chiuse, diffidenti e ignoranti verso realtà provenienti da oltremare………

    • Lanzo says:

      Infatti ci sono tanti punti di contatto con le popolazioni della Sardegna, stessa storia, pare (me l’ha detto mi cuggino) che i sardi che sappiano nuotare non siano tanti. Alla fine: Chi pecora si fa, il lupo se la mangia, prendere forconi e spadoni no ? Ma ci vuole fegato.

    • Mauricius Tarvisii says:

      Probabilmente nel leccese c’era anche un problema di inospitalità delle coste. Tra Otranto e Taranto le uniche città degne di nota sul mare sono state Castro e Gallipoli (Leuca è piccola, mentre Ugento ebbe il proprio periodo di splendore in epoche molto risalenti).

  12. mirkhond says:

    Su Rino Gaetano

    Nel 2007, mi trovano in edicola (si era nei giorni della miniserie con Claudio Santamaria).
    Ad un certo punto, un amico del giornalaio disse:

    – Ma ci è stu’ Rin’Gaetan’? Min’Reitan’?

    E il giornalaio:

    – Rin’Gaetan’, cudd d’ Gianna Gianna Gianna.

    🙂

    • PinoMamet says:

      😀

      in effetti è lui!

      PS
      ho rivisto per passare il tempo con mio fratello, che non l’aveva mai visto, La Capagira. Il dialetto barese è fantastico!!

      • PinoMamet says:

        PS
        L’attore coi baffoni che interpreta il camionista ha una perfetta R di Fidenza. Uvulare ma arrotatissima.

        • mirkhond says:

          Si chiama Nicola Pignataro, e fa soprattutto commedie teatrali! 🙂

          • PinoMamet says:

            Bravo!!

            • Peucezio says:

              E’ anche proprietario di un pub (o lo era) sull’Estramurale Capruzzi, dove io andavo spesso coi miei amici.
              Lui si faceva vedere spesso, ogni tanto scambiavamo qualche battuta con lui.

            • Peucezio says:

              Irresistibili alcuni suoi monologhi.
              In uno, in cui stigmatizzava scherzosamente la fretta dei tempi moderni, riferendosi in particolare al costume molto barese di suonare il clacson a quello davanti una frazione infinitesimale di secondo dopo che scatta il verde, immaginava un dialogo di questo tipo:

              mùuvete, ca vogghe de fodde!
              – Addò à da scì?
              – non u sacce, ma vogghe de fodde!

            • PinoMamet says:

              😀

  13. mirkhond says:

    Una nota sull’ultimo post di Peucezio

    Non sono un linguista, però l’abitudine di far terminare in vocale e, i termini dialettali baresi, non è corretta a mio avviso.
    Perché nel dialetto barese parlato, le parole terminano spesso in consonante.
    Almeno nel Barese dei bassifondi ;), parlato da molta gente del quartiere popolare dove vivo….. 🙂

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