“Se hai i soldi, voti per restare… se non ne hai , voti per uscire”

“Z” è un instancabile commentatore di questo blog, che da anni esprime con pacata ironia il suo totale disaccordo su qualunque cosa io scriva.

E siccome è anche una persona gentile, ha tradotto dall’inglese questo articolo di John Harris, uscito su The Guardian. Un articolo con cui io mi trovo largamente d’accordo, per cui lo sforzo di Z diventa ancora più encomiabile.

“Se hai i soldi, voti per restare” disse con sicurezza “se non ne hai, voti per uscire”. Venerdì scorso eravamo a Collyhurst, quartiere povero al confine nord del centro di Manchester, e ancora non avevo trovato un elettore che avrebbe votato Remain. La donna con cui stavo parlando mi spiegava che nel quartiere non c’erano parchi né aree gioco per bambini: sospettava che tutti i soldini fossero stati destinati al centro di Manchester, Paese delle Meraviglie rimesso a nuovo, a dieci minuti di strada.

Solo un ora prima mi trovavo ad un evento per il reclutamento di personale laureato, a Manchester, dove nove intervistati su dieci erano schierati per Remain. Alcuni parlavano dei votanti per il Leave con freddezza e supponenza: “Alla fine, siamo nel ventunesimo secolo”, diceva un ragazzo tra i venti e i trent’anni “Se ne facciano una ragione”. Non era la prima volta che sentivo l’atmosfera intorno al referendum puzzare di zolfo – non solo di disuguaglianza sociale, ma anche di una malintesa guerra tra classi.

Ed eccoci qui, dopo la decisione terrificante di andarcene. Gran parte degli elementi politici di primo piano sono stati ormai spazzati via. Cameron e Osborne. Il partito laburista così come lo conosciamo, che si rivela ancora una volta un fantasma ambulante, i cui precetti non riescono più a raggiungere le sue supposte roccaforti. La Scozia – che mentre scrivo ha votato per restare nella UE per 62% contro 38% – è già essenzialmente indipendente da numerosi punti di vista politici e culturali, e presumibilmente prenderà presto la sua strada.

Il Sinn Féin afferma che il governo britannico “ha rinunciato ad ogni mandato a rappresentare gli interessi politici ed economici della gente dell’Irlanda del Nord”. Questo è un terremoto politico in tempo di pace, ed è un momento drammatico per il Regno Unito al pari di quanto accadde… quando? Tutte le date del dopoguerra che ci rimbalzano in mente – 1979, 1997, 2010 – non ci si avvicinano neanche.

E questo perché, naturalmente, tutto ciò ha a che fare con l’Unione Europea solo fino a un certo punto. Ha a che fare anche e soprattutto con le classi sociali, con le disuguaglianze sociali, e con una politica così professionalizzata da far sì che molte persone siano state lasciate a guardare i rituali di Westminster con un misto di perplessità e rabbia. In questo momento si intrecciano fallimenti politici terribili che hanno solo aggravato il problema. L’Iraq, lo scandalo sulle spese dei parlamentari, il modo con cui Cameron è passato dalla retorica del tipo “siamo tutti sulla stessa barca” all’austerity dal volto truce hanno contribuito a mischiare tutti i cliché sui politici di cui non ti puoi fidare, che rispondono solo a loro stessi (qualcosa di applicabile anche alla prima vittima della nostra nuova politica, i Liberaldemocratici).

Più di ogni altra cosa, la Brexit è la conseguenza dell’affarone che abbiamo fatto nei primi anni Ottanta, quando abbiamo detto ciao ciao alla certezza e alla stabilità degli accordi postbellici in cambio di un modello economico che ha fatto solo l’interesse delle regioni più popolate del Paese, abbandonando il resto ad un nevrotico declino. Guardate alla mappa dei risultati, a quell’enorme isola di Remain a Londra e nel sud-est, a quei risultati scioccanti ottenuti dal Remain nel centro della capitale – 69% a Tory Kensington e Chelsea, 75% a Camden, 78% a Hackney – e paragonateli a risultati analoghi in favore del Leave in luoghi come Great Yarmouth (71%) o Castle Point nell’Essex (73%), Redcar e Cleveland (66%). Questo è un Paese così sbilanciato che ha finito per cadere davvero a terra.

Negli ultimi sei anni, spesso assieme al collega John Domokos, ho viaggiato per il RU per la nostra video serie Anywhere but Wenstminster [Dovunque tranne Westminster, ndt], che in teoria si occupava di politica ma di fatto tentava di cogliere il sentimento nazionale, ammesso che esista. Se mi volto indietro riesco a vedere tutti i presagi di ciò che è appena successo. Il primo segnale di allarme fu il piazzamento temporaneo del British National party alle elezioni politiche dal 2006 in avanti, ottenuto sfruttando sia la crescente rabbia popolare contro l’immigrazione dai nuovi Paesi membri della UE nel mercato del lavoro “flessibile” di Gordon Brown sia la crescente crisi degli alloggi.

Pochi anni più tardi, abbiamo conosciuto muratori a South Shields che ci hanno detto che la loro paga oraria era calata a 3 sterline l’ora a causa dei nuovi arrivi dall’est Europa; la madre a Stourbridge che voleva una scuola nuova per “i nostri ragazzi”; l’ex portuale di Liverpool che guardava alle file di magazzini vuoti ed esclamava: “Dov’è il lavoro?”

A Peterborough, nel 2013, abbiamo trovato una città spaccata in due da scontento e rancori, dove la gente dichiarava che le agenzie assumevano solo stranieri disposti a lavorare per turni disumani in cambio di salari risibili. Nella roccaforte Ukipe del Lincolnishire, abbiamo raccontato comunità organizzate intorno all’agricoltura e alla lavorazione del cibo che erano spaccate a metà tra l’ottimismo dei nuovi arrivati e la rabbia dei poveri indigeni – dove Nigel Farage poteva presentarsi e tenere un comizio dopo l’altro davanti a folle in delirio. Anche nelle città che si presumeva avrebbero respinto con sdegno unanime la stessa idea della Brexit, le cose sono sempre state complicate. Manchester si è divisa 60 a 40 per il Remain; a Birmingham, nell’ultima settimana, ho incontrato anglo-asiatici che parlavano dell’uscita dall’UE con la stessa passione e con la stessa frustrazione di tanti bianchi che la pensavano allo stesso modo.

In molti luoghi c’è stata a lungo la stessa miscela di preoccupazione profonda e talvolta di rabbia fremente. Talvolta, di rado, è degenerata in odio vero e proprio (a tal proposito, mi ricordo del quartiere di Southway, a Plymouth, e della rumorosa carica di islamofobia che echeggiava attorno ad una zona commerciale abbandonata; ricordo le donne a Merthyr Tydfil che giravano per il centro strillando “Cacciateli via!”), ma ancora oggi sembra qualcosa di inusitato nella situazione nazionale. “La delicatezza della cultura inglese è forse la sua caratteristica più marcata. Lo noti nel momento stesso in cui metti piede sul suolo inglese”, scriveva George Orwell nel 1941″. E oggi?

Le circostanze di questa furia sono spesso abbastanza chiare: una terribile carenza di alloggi, un mercato del lavoro eccessivamente precario, l’aver trascurato il fatto che gli uomini – e sotto questo aspetto gli uomini sono molto importanti – che una volta avrebbero avuto una chiara identità quali minatori od operai siderurgici, ora si sentono ignorati e umiliati. Il tentativo della politica mainstream di calmare la loro rabbia probabilmente non ha che peggiorato le cose: concessioni pelose alle “famiglie che lavorano sodo”. O il luogo comune – gradevole come un’unghia che striscia sulla lavagna – della “mobilità sociale”, che suggerisce che l’unica cosa che Westminster può offrire alla classe operaia è l’opportunità falsa e ingannevole di non essere più classe operaia.

Per tutto questo tempo, la storia che ora ha raggiunto il suo spettacolare epilogo ha continuato a ribollire. Lo scorso anno 3,8 milioni di persone hanno votato Ukip. Il consenso per il partito laburista attraversa un declino che sembra inarrestabile: i suoi militanti sono sempre più composti da abitanti delle metropoli e membri del ceto medio, e a quanto pare l’ascesa di Jeremy Corbyn ha peggiorato le cose. E in effetti, se la storia degli ultimi mesi è la storia di politici che conoscono troppo poco quello che si presume sia nucleo dei loro elettori, il leader dei laburisti sembra l’incarnazione vivente di questo problema. I sindacati sembrano scomparsi, e l’abilità dell’ideologia conservatrice – tipica dell’era Thatcher – di parlare in modo energico alle aspirazioni della classe operaia si è rivelata un’illusione. Per farla breve, Inghilterra e Galles erano caratterizzati da un vuoto sempre più ampio, finché David Cameron – che ora si è indubbiamente rilevato essere il primo ministro più disastroso della nostra storia democratica – ha preso la decisione che potrebbe aver cambiato del tutto i termini della nostra politica.

Il primo ministro evidentemente pensava che tutta la questione poteva essere tranquillamente aperta e chiusa in pochi mesi. Boris Johnson, che assieme a lui frequentava Eton nello stesso periodo – davvero, riuscite a immaginare che la storia politica degli ultimi mesi non è stata altro che una sfida catastrofica tra due signori che hanno frequentato la stessa scuola esclusiva – ha abbracciato opportunisticamente la causa del Brexit, più o meno con lo stesso spirito.

Ciò di cui non si erano resi conto era che la rabbia popolare, diffusa e profusa nella società, non aveva ancora trovato una valvola di sfogo efficace a sufficienza: e così l’ha trovata nell’indizione del referendum e nell’adesione alla causa della Brexit. Il successo dell’Ukip era stato ostacolato da un lato dal sistema elettorale maggioritario e dall’altro dall’estremismo di Farage, ma la coalizione per la Brexit ha neutralizzato entrambi gli ostacoli. E così è andata: la causa dell’abbandono della UE, fino ad allora argomento di nicchia per svitati e improbabili profittatori, ha attratto un’ampia porzione dell’elettorato popolare, così ampia che qualsiasi partito moderno darebbe un occhio della testa per averla.

Naturalmente la gran parte dei media – che sono ormai in larga misura parte della stessa distaccata entità che il grande patriota londinese William Cobbet chiamava “la cosa” – non si è accorta di quello che sarebbe successo. Il loro mondo consiste di servizi fotografici, di quel gran non-evento che sono le interrogazioni al primo ministro e di assurdi dibattiti tra personaggi che al pubblico non interessano più. La distanza tra le persone latrici del sentimento nazionale e coloro che avrebbero dovuto dar conto di questo sentimento è una delle fratture che ci ha portato dove siamo ora: di certo, dovunque vado, la stampa e la televisione sono oggetto di risentimento tanto quanto la politica. E già che ci siamo, dovremmo anche sbarazzarci di quell’arte penosa che sono i sondaggi di opinione, che di certo, da ora, sarebbe bene riservare ai prodotti commerciali e a cose del genere. La comprensione profonda del Paese è stata troppo a lungo incasellata tra percentuali e domande prestampate: è ora che la gente inizi ad addentrarsi nel Paese, e ad ascoltare soltanto.

Tutti noi siamo consci della crudele ironia che troneggia in mezzo a tutta questa storia: che la Gran Bretagna – o ciò che ne resta – ora farà una brusca svolta a destra, e che i problemi che l’hanno portata sin qui non faranno che peggiorare. Beh, eccoci qui. Di rado la storia segue le strade della logica: la specie di super-thatcherismo a cui saremo soggetti, e che a molti non piacerà, sarà supportato da molti altri finché la realtà non arriverà a svegliarli. Per essere più precisi, se Inghilterra e Galles hanno sterzato con vigore verso l’incertezza e il malfunzionamento, non sarà certo la prima volta. E’ un discorso difficile da farsi in un momento come questo, ma la politica andrà avanti. Deve farlo. Se il nostro timore non riguarda solo ciò che questa decisione comporta per il nostro Paese, ma anche ciò che essa rivela in merito alla condizioni sociali alla base della medesima, dobbiamo combattere. Ma prima di tutto dobbiamo pensare, probabilmente più profondamente di quanto non abbiamo mai fatto prima.

Orwell scrisse il suo capolavoro Il leone e l’unicorno mentre l’Europa si stava facendo a pezzi da sola, e l’isolamento del RU era conseguenza di nobili principi e non del caos politico. L’inghilterra, diceva: “somiglia a una famiglia, una famiglia vittoriana di quelle un po’ pretenziose, con poche pecore nere ma tutti gli armadi pieni fino a scoppiare di scheletri. Ci sono parenti ricchi a cui bisogno fare i salamelecchi e parenti poveri che vengono schiacciati spietatamente, e c’è una profonda congiura del silenzio a proposito delle fonti del reddito familiare.”

Oggi, con gli under-25 che hanno supportato in massa uno dei due fronti, mentre le persone anziane il fronte opposto, la frase che segue appare presaga più di quanto non si riesca a esprimere in parole. “E’ una famiglia in cui i giovani vengono regolarmente sabotati e gran parte del potere è in mano di zii irresponsabili e zie allettate”. E altrettanto valida è l’ultima riga: “Una famiglia dove a comandare sono i membri sbagliati – questa è forse il modo migliore per descrivere l’Inghilterra in una frase”.

Con l’apoteosi di Farage e Johnson e Gove esultanti, queste parole si rivestono di un nuovo potere. E per quanti di noi hanno ricevuto al risveglio le peggiori notizie che potessero immaginare, esse sottendono una domanda che probabilmente avremmo dovuto farci molto prima che tutto questo succedesse: come possiamo fare per cominciare a rimettere in piedi l’Inghilterra – e il Galles – nel modo giusto? Pensate a quella donna a Collyhurst: “Se non hai i soldi, voti per uscire”. In queste parole non leggiamo solo il successo del Brexit, ottenuto contro ogni pronostico, ma anche la prova di un enorme fallimento che la politica mainstream, tramortita, non ha ancora compreso per intero, né tanto meno si è mossa per rimediarvi.

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55 Responses to “Se hai i soldi, voti per restare… se non ne hai , voti per uscire”

  1. Francesco says:

    qualche perplessità

    1) Maggie è uscita di scena da alcuni anni … come mai le sue vittime sono ancora in giro come se fossimo negli anni ’80? credevo che minatori e operai inglesi fossero stati “sterminati”, sociologicamente, prima che la Iron Lady cadesse.

    2) nel RU ci sono moltissimi parlamentari e circoscrizioni piccole … come mai fino a ieri era tutto normale? anche in quelle realtà che hanno votato per l’Exit con percentuali bulgare?

    3) ho scoperto che è vero che i giovani che hanno votato hanno votato Remain ma che moltissimi giovani non hanno votato. chi sono questi ultimi?

    4) qualche dato sulla distribuzione del reddito negli ultimi decenni per sapere se la storia giornalistica della disuguaglianza è vera?

    5) “certezza e alla stabilità degli accordi postbellici” cosa sarebbero stati? quali erano gli accordi post-bellici nella società inglese pre-thatcheriana (che per inciso era una ritenuta una società morente)?

    6) la terribile carenza di alloggi cosa è? perchè in altri paesi c’è stata una terribile bolla finanziaria sulla costruzione eccessiva di alloggi …

    ciao

    PS grazie a Miguel e a Z

    • roberto says:

      1. ottimista

      3. quelli che dicono “è inutile votare tanto non cambia nulla”

      ciao

    • werner says:

      6) Amici ivi residenti confermano prezzi esorbitanti per che acquistare o affittare case o appartamenti a Londra e dintorni

      • Francesco says:

        Appunto!

        A Londra hanno votato Remain e non ci sono case a prezzi umani … in provincia dove hanno votato Exit?

        Non mi sembra sensato

        Poi, scusate, qualcuno vuole sostenere per gli inglesi la colpa dell’eccessiva distanza tra le classi sociali inglesi è della UE? Mi manca qualche passaggio

        Ciao

    • Z. says:

      2) hai presente quanti voti e quanti seggi ha preso Farage?

      4) l’enorme divario tra classi sociali è uno dei pochi elementi della vicenda che nessuno mette in discussione. Del resto, tutti i racconti che abbia sentito o letto di chi ha viaggiato a lungo nel RU sono concordi al riguardo. A quanto ho capito, peraltro, non si tratta solo di sperequazione di redditi.

      6) sul punto confermo quanto dice werner.

      Z.

      PS: cioè, fammi capire, tu hai letto la mia discutibile traduzione anziché l’articolo originale? ma vergognati, che razza di atlantista sei 😀

  2. mirkhond says:

    Io invece vorrei capire, da dove saltano fuori quei 3.000.000 della petizione pro-ue, visti i risultati del referendum britannico.
    Sono gli stessi che avevano votato per restare nell’unione europea?

    • PinoMamet says:

      Il Giornale, linkato da un contatto su FB, dice che si tratta in massima parte di voti fasulli.
      Relata refero.

    • roberto says:

      “Sono gli stessi che avevano votato per restare nell’unione europea”

      beh immagino di si, ma pure se arrivano a 17 milioni di votoi reali (e non farlocchi come giustamente segnala pino) saranno sempre meno dei brexit….che si mettano l’anima in pace

    • “Io invece vorrei capire, da dove saltano fuori quei 3.000.000 della petizione pro-ue, visti i risultati del referendum britannico.”

      39.000 di loro saltano fuori… dal Vaticano (che in realtà ha 800 residenti, di cui pochi immagino siano inglesi).

      http://www.theguardian.com/politics/2016/jun/26/petition-for-second-eu-referendum-may-have-been-manipulated

      Puoi votare anche tu se vuoi, e tutte le volte che vuoi.

      Basta dichiararti cittadino inglese e mettere un codice postale.

      • roberto says:

        finché è uno scherzo (come quello della petizione su londra fuori dal regno unito) vabbé, se presa sul serio è patetica….

        il popolo sovrano ha deciso, punto e basta. anche le dichiarazioni dei brexit britannici del tipo “ci vorranno 10 anni”, “ce ne andiamo quando siamo pronti” sono patetiche e pericolose (rischiano seriamente una guerra civile). avete deciso di divorziare? benissimo, prendete le vostre cose e uscite (spegnete la luce, grazie)

        • Z. says:

          Non essere così severo, Robbè. Se anche lasciano la luce accesa, il cestino pieno e qualche cartaccia a terra è lo stesso. Di passare la scopa, svuotare il cestino e spegnere la luce ce ne occupiamo noi: anzi, me ne occupo volentieri io 🙂

    • Z. says:

      Immagino che il Giornale abbia ragione. Se anche così non fosse – ma quasi certamente è così – la considerazione di Roberto resterebbe comunque valida.

      E in ogni caso, se anche metà dei votanti Leave avessero davvero cambiato idea, il referendum si è già tenuto. Mica si può votare a oltranza perché alcuni hanno cambiato idea e altri non accettano la sconfitta.

      • Francesco says:

        pare ci sia un appiglio legale per farlo

        anche se non vedo il motivo

        diamo ai vecchietti inglesi le pensioni che possono permettersi da soli nel RU e vediamo quanto durano

        🙂

  3. Pietro says:

    @Miguel: una noiosa nota tecnica. Se metti le foto agli articoli viene meglio la condivisione in rete.

  4. Mauricius Tarvisii says:

    La risposta dell’Inghilterra ricca però è costruttiva e inclusiva: proposta (credo ironica) di secessione di Londra da quei buzzurri dei campi!

  5. Grog says:

    Grog ha un PROBLEMINO, il suo animo VANDEANO xè uscito fuori e ora reclama SODISFAZIONE, vuole veder apesi ai lampion un buon numero di sinistri inteligenti e figli de troia.
    Grog avrebe voluto eser un GUARDIA SVIZERA e copar rivolusionari a colpi di alabarda con gran piaser de copar il frances!
    Grog! Grog! Grog!

    • Francesco says:

      Grog

      lassia stare la labarda che pesa troppo e ciapa su un machete, quei van benisimo allo scopo

  6. Z. says:

    Miguel,

    sei sempre troppo buono con me!

    Comunque anch’io mi trovo largamente d’accordo con Harris. Anzi, devo dire che questo articolo trovo sia in larga misura condivisibile da parte di quasi tutti noi, incluso Mirkhond e forse anche Peucezio. Certo, alcuni non condivideranno le conclusioni dell’autore – “una famiglia dove a comandare sono i membri sbagliati” – ma questo dopotutto è il bello del giornalismo inglese.

    Devo fare una confessione: ieri sera sono stato vittima di un attacco di sentimentalismo borghese, cosa che il compagno Togliatti non avrebbe apprezzato (e men che meno apprezzerebbe, per dirla con Peucezio, il fatto che io ne parli in pubblico).

    Ho visitato il sito web di una community online internazionale che frequentavo alla fine degli anni Novanta. Molti membri sono cambiati, e poi nemmeno allora eravamo davvero amici. Tuttavia ho sofferto nel pensare che la storia ci ha divisi, che le istituzioni comunitarie – che ora mostrano i primi segni di un timido risveglio politico – ora hanno tutto l’interesse a far sì che il percorso seguito dal RU sia un esempio da non seguire.

    • Andrea Di Vita says:

      @ Z e Roberto

      Ho vissuto in Inghilterra per quindici mesi fra il 1992 e il 1993, prima a Berinsfield, un paesino dell’Abingdonshire, poi nella periferia di Oxford, con qualche puntata a Londra, Bath e Newmarket.

      Sulle prime la mia reazione al Brexit è stata: “affari loro”.

      Poi, col passare delle ore, ho sentito un crescendo. Un’orchestra ha cominciato a suonare un motivetto allegro giù, giù, nelle profondità del mio cuore.

      Non credevo che mi sarei sentito così.

      Inaspettatamente, il fatto che gli Inglesi non pretendano più di essere Europei mi sta facendo sentire euforico.

      Ciao!

      Andrea Di Vita

      • Z. says:

        ADV,

        beh, ti capisco. Del resto la mia euforia nel giorno della Brexit direi che era più che visibile, e in più questo voto mi ha reso molto più ottimista per il futuro dell’Italia e dell’Unione Europea.

        Però, via, proprio perché siamo persone e non macchine, concedimi un po’ di sentimentalismo borghese 🙂

  7. Zhong says:

    Da quanto ho letto in giro credo che la GB si avviera’ verso una situazione tipo quella della Norvegia, che pero’ non conosco.

    Qualcuno sa che vantaggi/svantaggi ci sono ad essere come la Norvegia??

    Zhong

    • Francesco says:

      tra gli svantaggi metterei il cibo

      tra i vantaggi, quelli che non dipendono dall’essere la Norvegia e sono quindi replicabili … mi sfuggono

      ciao

    • Pietro says:

      Se spulci sul Sole24ore trovi molti articoli interessanti. I due modelli di cui si parla molto sono Norvegia e Canada, quest’ultimo viene dato come il piu’ adatto a regolare i rapporti UE/GB, mentre quello norvegese sarebbe molto costoso visto che prevede molti oneri economici e poco o nullo potere decisionale.

    • roberto says:

      Zhong
      vedi qui (domanda numero 6)

      http://eulawanalysis.blogspot.lu/2016/06/what-next-after-uk-vote-to-leave-eu.html

      lo svantaggio principale (e mi metto nel campo brexit e semplifico al massimo) è che con la situazione “norvegia” in molte materie applichi delle regole EU, ovviamente senza aver partecipato alla formazione delle regole
      (viene definita “democrazia via fax” nel senso che la norvegia aspetta il fax di bruxelles per sapere cosa deve fare)

  8. Francesco says:

    PS a me gli inglesi, quelli tipo Churchill, Tolkien, Orwell e un paio di altri tizi, mi piacevano, però

    • PinoMamet says:

      Perché, si sono estinti?
      😉

    • Andrea Di Vita says:

      @ Francesco

      Persino n ‘1984’ Orwell mette l’Inghilterra (‘Airstrip One’) in Oceania con gli USA e il Comnonwealth, mentre il ‘mainland’ d’Europa sta con la Russia in Eurasia.

      Lo stesso avviene nella serie a fumetti Inglese ‘Judge Dredd’ degli anni ’70 (quella ignominiosamente rovinata dall’omonimo film con Stallone), dove il protagonista opera nella megalopoli ‘Britcity’.

      Ciao!

      Andrea Di Vita

      • Airstrip one:

        https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=46262&lang=en

        “Scritta la mattina del primo gennaio 1984, dopo molte birre bevute al pub King’s Head di Shoreham, West Sussex, vicino a dove sono cresciuto, tornando a casa lungo la strada del porto, pensando all’imminente installazione dei missili di Reagan e alla predizione di Orwell che la Gran Bretagna sarebbe diventata ‘Airstrip One’, una provincia dell’ ‘Oceania’, inaffondabile portaerei di una potenza straniera… Il pub ogg non c’è più ed al suo posto sorge il Ropetackle Centre, il centro culturale della nostra ridente comunità…
        ‘Airstrip One’ naturalmente viene da ‘1984’ di Orwell…
        ‘Sutcliffe’ è Peter Sutcliffe, assasino seriale noto come ‘The Yorkshire Ripper’…
        Il ‘cowboy’ è, ovviamente, Ronald Reagan!
        Ma Reagan e la Thatcher non possono nemmeno competere con le carneficine perpetrate da Bush e Blair!” (Attila the Stockbroker)

        Another new year and too much beer and a puke into the sea
        Though the lights of Shoreham Harbour still look the same to me
        And some bloke on the radio is saying things that I’ve heard before
        And he’s going on about Orwell and it’s getting rather a bore
        And out there in the darkness there’s a yankee with a gun
        But we’re too wrecked to care right now ‘cos the new year’s just begun
        We’re having fun down on Airstrip One

        The Harlow lights shine brightly as the wheels eat up the road
        But the motorways are runways now and they’re carrying a deadly load
        ‘Cos the monsters are all mobile and there’s anarchy in the air
        And the driver’s name is Sutcliffe and he’s too far gone to care
        And if you think you’re Kentish prayers are mightier than the gun
        I’ll tell you that you’re dreaming ‘cos the countdown’s just begun
        But we’ll still have fun down on Airstrip One

        Some folks are anxious and some folks are cool
        Read all the newspapers, don’t be a fool
        Video nasties and sugary tea
        that’s the way to get away scot free
        On Airstrip One

        There’s some choose civilisation and a promise unfulfilled
        And there’s some choose extermination – when it’s someone else who gets killed
        A gesture of insanity and a world left to the crabs
        Five thousand years of history and now they’re up for grabs
        So send that fucking cowboy riding off into the sun
        And send with him the culture of the dollar and the gun
        Then we’ll have fun
        Down on Airstrip One

        • Z. says:

          Miguel,

          — Scritta la mattina del primo gennaio 1984, dopo molte birre bevute al pub (…) —

          Uhm.

          😀

        • Francesco says:

          Miguel

          uno dei grandi meriti di Craxi e Andreotti, aver fatto da apripista all’installazione degli euromissili nell’Europa continentale, vincendo una sfida politica di primo livello contro il BVPV!

          grazie per i ricordi

      • Francesco says:

        Beh, siete voi rosso-bruni a sognare un’Europa coi baffi!

        io mi tengo la NATO come nuovi confini dell’Impero e dentro ci metto tutto, dalla California alla Puglia (Balcani e Anatolia anche no)

        voglio Kant, Hegel, Stallone, Piero della Francesca, Dante, Shakespeare, Depardieu, Schwarzenegger, Kennedy, Milla Jovovic, Sophie Marceau, insomma avete capito

        🙂

        • “voglio Kant, Hegel, Stallone, Piero della Francesca, Dante, Shakespeare, Depardieu, Schwarzenegger, Kennedy, Milla Jovovic, Sophie Marceau,”

          e dietro schiere infinite di burocrati, funzionari, politici, mediatori, bancari, militari e affini 🙂

          • Francesco says:

            è la civilizzazione, bellezza, fin dai tempi dei Romani (non so per gli Etruschi, devo chiedere?)

            viene in un pacco unico, pieno di roba di ogni genere, e ogni generazione mette, toglie, mischia, cambia, impreca e adora

            ciao

            • Peucezio says:

              “viene in un pacco unico”

              Cacchio, ho sempre pensato che “venire” in quell’accezione (“essere venduto, distrubuito insieme a”) fosse un iberismo che qualche volta ero tentato di usare, influenzato dalla mia dimestichezza con la Spagna, invece mi sa proprio che è un uso italiano.

            • Mauricius Tarvisii says:

              Credo che sia una forma ellittica per “viene venduta”: viene a 10 euro al chilo, ecc…

            • Z. says:

              Hmm, però si dice anche in inglese e lì “it comes” non regge una forma passiva…

            • Francesco says:

              mi piaceva l’idea della civilizzazione che viene, tipo bella ragazza in tunica bianca non troppo larga

              😉

            • Peucezio says:

              Ma “viene” nel senso di “costa” tot l’avevo già sentita.
              E’ diverso invece usarlo volendo fare riferimento a come si presenta il prodotto.

          • Pietro says:

            Bisogna avere delle scale di valori precise e chiare. Costituzioni per il gusto e la morale! Un paio di tette famose quanti burocrati di medio livello valgono? Non so se avete visto il film Ali G. ma forse quella e’ l’unica soluzione. Ogni tre cozze e due grigi burocrati che entrano nella UE si devono importare anche dieci party girls… Sei brutta o sei noioso e vuoi entrare in Europa e farla opaca? Trovati due persone diverse da te e sei il benvenuto! 😀 (In quest’ottica il Regno Unito sarebbe tipo un magazzino di riserva).

        • Carlo says:

          Depardieu mi pare sia diventato cittadino russo, quindi ora è fuori dalla NATO

        • Carlo says:

          Comunque se i confini della NATO coincidono con quelli della civiltà allora ti tieni Kant e Hegel, ma non Wittgenstein (austriaco), Joyce (irlandese) Philippa Lagerback (svedese) e tanta altra bella gente che sta nell’UE senza stare nella NATO

          • Andrea Di Vita says:

            @ Carlo

            Veramente Kant è nato a Koenigsberg, odierna Kaliningrad, territorio Russo. Così come Hannah Arendt, del resto. mentre Borromini e Giacometti sono Ticinesi, Ungaretti è nato ad Alessandria d’Egitto, e di Tunisi sono Claudia Cardinale e Edvige Fenech (scusate se è poco). Preferisco la nozione di “Paesi amici” cara a Prodi (così come anche a Pratica di Mare qualche ideuzza buona c’era, va riconosciuto).

            Ciao!

            Andrea Di Vita

          • Francesco says:

            Pippa e James li perdo senza rimpianti.

            Ma se vogliamo fare un insieme congiunto, che prenda i membri dell’uno e/o dell’altro, con poche sentite eccezioni verso sud-est … non starò a lamentarmi

            ecco, sul Canada attuale ho qualche riserva

            🙂

  9. roberto says:

    why britain joined the european union?

    https://www.youtube.com/watch?v=37iHSwA1SwE

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