‘If you’ve got money, you vote in … if you haven’t got money, you vote out’

Per gli anglofoni, e con l’immenso dispiacere di non avere il tempo per tradurlo.

Un articolo di John Harris su The Guardian – quotidiano decisamente “filo-europeo” per semplificare – che spiega molto bene quello che è successo in Inghilterra. Ma anche, come avevamo suggerito, in Italia e in tutto l’Occidente, in questo straordinario momento di rovesciamento, terrore e opportunità.

Traduco solo un brano, che poi è una citazione di Orwell, il quale diceva che l’Inghilterra

somiglia a una famiglia, una famiglia vittoriana di quelle un po’ pretenziose, con poche pecore nere ma tutti gli armadi pieni fino a scoppiare di scheletri. Ci sono parenti ricchi a cui bisogno fare i salamelecchi e parenti poveri che vengono schiacciati spietatamente, e c’è una profonda congiura del silenzio a proposito delle fonti del reddito familiare.

Ma l’Inghilterra – non dimentichiamolo mai – è anche, appunto, John Harris che sa scrivere riflessioni come queste, e due secoli di parenti poveri schacciati che pure resistono ancora.

Un commosso riconoscimento all’autore, per aver citato William Cobbett.

Grazie al commentatore Zhong che ci ha segnalato l’articolo.

manchester-children

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61 Responses to ‘If you’ve got money, you vote in … if you haven’t got money, you vote out’

  1. izzaldin says:

    conferma quello che è successo a Roma: nel centro di Londra il remain vince con oltre il 70% e nei distretti poveri stravince il leave.
    evidentemente i Leader boriosi come Renzi e Cameron sfidano il pubblico e vengono puniti, il voto è sempre più emotivo e se può servire a “dare una lezione” all’arrogante potente di turno allora si vota qualsiasi cosa.
    i leader europei non si rendono conto di essere invotabili e danno la colpa agli elettori diniformati, al populismo etc ma mai a loro stessi e alla loro hubris

    • izzaldin says:

      detto questo, io avrei votato remain.
      è una uscita ‘da destra’ dalla UE, di un paese ricco che vuole essere più ricco.
      l’eventuale uscita della Grecia sarebbe stata una uscita “da sinistra” di un paese povero realmente oppresso dalla UE.
      hanno già calcolati che per i gruppi inglesi sarà praticamente impossibile andare in tour in Europa visto il crollo del pound e i visti difficili da ottenere.
      tutti i pensionati inglesi che svernano a Marbella o a Ibiza potranno farsi le vacanze a Brighton o a Cheltenham.
      queste sono solo alcune piccolissime conseguenze ma secondo me significativi.
      poi i poveri hanno votato leave, ma non si arricchiranno, i ricchissimi come Boris Johnson a Rupert Murdoch rimarranno ricchissimi.
      io non amo l’Europa, credo abbia tanti problemi che devono essere risolti, ma in questo modo il Regno Unito rinuncia alle poche cose estremamente positive della UE

    • Z. says:

      Su Renzi può essere, ma riguardo a giovedì non sono mica sicuro che l’intenzione fosse punire Cameron.

  2. Abd al-Jabbar Ibn Hamdis (già "Andrea") says:

    L’articolo mi fa tornare in mente i ricordi di un mio breve soggiorno a Southampton di qualche anno fa, in cui ho avuto modo di conoscere un’Inghilterra completamente diversa da quella che immaginavo: la città mi appariva trascurata e dimessa (alcune casette unifamiliari – secondo lo standard inglese – nei pressi del Campus universitario erano poco più che baracche), al punto che faticavo ad associarla a quel grande centro portuale e industriale che pure un tempo era stata (lo stesso porto da cui era iniziata la traversata del Titanic, se non sbaglio).
    Non ho i dati alla mano, ma ricordo di avere letto che la Gran Bretagna è in assoluto il Paese più ingiusto d’Europa, con una disparità tra classi persino superiore a quella dell’Italia.

    • Abd al-Jabbar Ibn Hamdis (già "Andrea") says:

      Credo che proprio la situazione di questa (ex) città industriale sia uno spunto significativo per le conseguenze della finanziarizzazione spinta dell’economia…

      • Abd al-Jabbar Ibn Hamdis (già "Andrea") says:

        “Uno spunto significativo di riflessione sulle conseguenze…”, intendevo.

  3. va fangul says:

    si poteva fare a scampia quella foto (lo so perché vivo a qualche chilometro di distanza)

  4. mirkhond says:

    La sensazione che provo guardando questa foto, è quanto sia davvero dura la vita degli Inglesi che non hanno i soldi……

    • MOI says:

      Chavs, dovrebbero chiamarsi … gente che “si consola” con sbronza e rissa in discoteca.

      • MOI says:

        Mentre i Figli-di-Papà sono Cosmopoliti & Politicamente Corretti …ma digià quando i nostri “Sbarbi” 😉 Maury, Izzy & Dif emettevano i primi vagiti, il Mondo era irreversibilmente cambiato; la Sx già aveva inesorabilmente tradito sé stessa.

  5. roberto says:

    articolo interessante

    per gli storici, c’è mai stato un periodo della storia inglese in cui quella foto non sarebbe stata rappresentativa della vita del proletariato inglese?
    ogni volta che ci sono stato mi è sembrato di vedere delle differenze pazzesche tra dominati e dominanti

    • Zhong says:

      In Inghilterra c’e’ un’intera classe sociale che vive di “benefits” dello stato. Esiste quasi una “cultura” del vivere di benefits. In Italia non credo che ci sia niente di paragonabile, quindi credo che sia molto difficile fare confronti.

      • MOI says:

        Be’, in Italia c’è (stato ?) _ soprattutto nei Feudi Democristiani_ Assistenzialimo e Familismo Amorale : lo Stato Sociale NON offre (od offriva) , quindi, servizi a chi ne avesse bisogno, ma bazze per abusarne: e chi NON lo fa, è un fesso.

        … la differenza è che di solito il Povero AngloSassone ha vergogna di esserlo, ed è molto orgoglioso di fare per quanto più possibile da sé per sopravvivere.

        O almeno questa è la vulgata dei suddetti Severgnini & Affini.

  6. MOI says:

    Pochi “Italians” [cit.] l’han presa “in strina” come Beppe Severgnini … più che ai “poveri” ha dato la colpa ai vecchi, ai provincialotti e agli incolti; insomma : se vinceva il “remain” era “Democracy” … ma visto che ha vinto il “leave” è “Ochlocracy” !

  7. Interessante intervista con Veltroni, che dice in buona parte le stesse cose che diciamo noi (e che pochi hanno il coraggio di dire)

    http://www.repubblica.it/politica/2016/06/26/news/walter_veltroni_bisogna_farsi_carico_d_el_disagio_sociale_e_riuscire_a_progettare_una_societa_nuova_dal_governo_cose_im-142827182/?ref=HREC1-1

    ma scegliendo attentamente di vedere tutto al negativo e chiedersi la domanda fondamentale della sua casta:

    “Ci hanno disarcionati, come possiamo risaltargli in groppa?”

    Notare infatti la frase, “”Bisogna farsi carico del disagio sociale e riuscire a progettare una società nuova.” Ma è esattamente la società che non vuole essere “progettata” e non vuole più pagare altri per “farsi carico” del suo disagio, il famoso Fardello dell’Uomo Politico.

    Sembra di sentire certi lucidi preti che descrivono correttamente i processi della società attorno a loro, all’unico scopo di dire, “come facciamo a riportare i giovani all’oratorio?”

    • PinoMamet says:

      Ieri sera ero in giro con un amico, prof di Economia all’università. Dice che un collega ha perso dei soldi, facendo una scommessa (o degli investimenti, non ho capito… c’è una differenza, poi?) legata al “Remain”, perché, diceva questo suo collega, “se solo gli inglesi sono un po’ intelligenti, non possono che scegliere di rimanere”.
      Il mio amico gli faceva notare che esistono anche cose diverse dai soldi, per esempio le dichiarazioni di Juncker pre voto non sono state esattamente di quelle che servono a convincere gli euroscettici…
      ma niente, secondo il collega tutto è retto dalla razionalità economica, e così ha perso dei soldi.

      Il fatto è che il voto è stato proprio contro quelli come lui.

      Veltroni dice che l’Unione Europea è stata un antidoto alla guerra. Che “popoli che prima si facevano la guerra si sono dati la mano”.

      Solo che non è vero: non i popoli, ma i governanti si sono dati la mano. I popoli sono venuti dopo. Peggio, questi governanti non perdono occasione per dire che i popoli è meglio che stiano zitti, che loro la sanno più lunga, che se il tal Stato farà così, allora verrà punito con misure ancora più severe (lo hanno detto sia per la Grecia che per la Gran Bretagna).

      • Roberto says:

        Fessacchiotto il tipo!
        Io dieci pounds li ho scommessi sul brexit (era dato 1 a 4, ne ho vinti 40)
        🙂

      • Roberto says:

        Per scommettere sul brexit, bastava gironzolare un po’ sul libri dei ceffi (in alternativa ad un giretto nella perfida Albione)…mica tutto è scritto sui libri di carta…,

    • MOI says:

      ” Fardello dell’Uomo Politico ”

      [cit.]

      —————-

      Bellissima ! In effeti se senti un’intervista a Mario Monti da parte di uno Zerbino Umano (quale si dimostra regolarmente “il Giova” [cit.] Foris) 😉 … quando MM discetta d’ “Italiani” (sempre in terza, distaccatissima persona … ) sembra proprio di udire un Lettore Vittoriano di Kipling che parlasse tipo di Aborigeni Australiani ! 🙂

  8. Grog says:

    HA STATO PUTIN!
    Grog! Grog! Grog!

  9. MOI says:

    Meanwhile, workers here rejecting low wages are told they are lazy, chavvy and feckless when they refuse to be part of the so-called “jobs factory of Europe.

    [quot.]

    ————————-

    https://www.theguardian.com/money/blog/2016/jun/18/eu-vote-brexit-working-people-rents-wages

  10. MOI says:

    Brexit : evidentemente ai Chavs NON dispiacerà “Il Trono di Spade” (e qui vi lascio immaginare, in termini di Realismo Grogghiano 😉 ) … mica è un Campionato di Calcio ! 😉

    ————————-

    http://winteriscoming.net/2016/06/23/game-of-thrones-season-7-filming-could-be-upset-by-brexit/

    Game of Thrones Season 7 Filming Could Be Upset By Brexit

    • MOI says:

      aggiungere “:” dopo “dispacerà … poi c’è chi dice che l’interpunzione è inutile. 😉

  11. Z. says:

    Segue la traduzione dell’articolo di Harris come promesso. Eventuali errori, ovviamente, sono riconducibili esclusivamente al programma di videoscrittura 😀

    Il vostro affezionatissimo Zeta, nell’inedita e indegna veste di Vice-Miguel!

    “Se hai i soldi, voti per restare” disse con sicurezza “se non ne hai, voti per uscire”. Venerdì scorso eravamo a Collyhurst, quartiere povero al confine nord del centro di Manchester, e ancora non avevo trovato un elettore che avrebbe votato Remain. La donna con cui stavo parlando mi spiegava che nel quartiere non c’erano parchi né aree gioco per bambini: sospettava che tutti i soldini fossero stati destinati al centro di Manchester, Paese delle Meraviglie rimesso a nuovo, a dieci minuti di strada.

    Solo un ora prima mi trovavo ad un evento per il reclutamento di personale laureato, a Manchester, dove nove intervistati su dieci erano schierati per Remain. Alcuni parlavano dei votanti per il Leave con freddezza e supponenza: “Alla fine, siamo nel ventunesimo secolo”, diceva un ragazzo tra i venti e i trent’anni “Se ne facciano una ragione”. Non era la prima volta che sentivo l’atmosfera intorno al referendum puzzare di zolfo – non solo di disuguaglianza sociale, ma anche di una malintesa guerra tra classi.

    Ed eccoci qui, dopo la decisione terrificante di andarcene. Gran parte degli elementi politici di primo piano sono stati ormai spazzati via. Cameron e Osborne. Il partito laburista così come lo conosciamo, che si rivela ancora una volta un fantasma ambulante, i cui precetti non riescono più a raggiungere le sue supposte roccaforti. La Scozia – che mentre scrivo ha votato per restare nella UE per 62% contro 38% – è già essenzialmente indipendente da numerosi punti di vista politici e culturali, e presumibilmente prenderà presto la sua strada.

    Il Sinn Féin afferma che il governo britannico “ha rinunciato ad ogni mandato a rappresentare gli interessi politici ed economici della gente dell’Irlanda del Nord”. Questo è un terremoto politico in tempo di pace, ed è un momento drammatico per il Regno Unito al pari di quanto accadde… quando? Tutte le date del dopoguerra che ci rimbalzano in mente – 1979, 1997, 2010 – non ci si avvicinano neanche.

    E questo perché, naturalmente, tutto ciò ha a che fare con l’Unione Europea solo fino a un certo punto. Ha a che fare anche e soprattutto con le classi sociali, con le disuguaglianze sociali, e con una politica così professionalizzata da far sì che molte persone siano state lasciate a guardare i rituali di Westminster con un misto di perplessità e rabbia. In questo momento si intrecciano fallimenti politici terribili che hanno solo aggravato il problema. L’Iraq, lo scandalo sulle spese dei parlamentari, il modo con cui Cameron è passato dalla retorica del tipo “siamo tutti sulla stessa barca” all’austerity dal volto truce hanno contribuito a mischiare tutti i cliché sui politici di cui non ti puoi fidare, che rispondono solo a loro stessi (qualcosa di applicabile anche alla prima vittima della nostra nuova politica, i Liberaldemocratici).

    Più di ogni altra cosa, la Brexit è la conseguenza dell’affarone che abbiamo fatto nei primi anni Ottanta, quando abbiamo detto ciao ciao alla certezza e alla stabilità degli accordi postbellici in cambio di un modello economico che ha fatto solo l’interesse delle regioni più popolate del Paese, abbandonando il resto ad un nevrotico declino. Guardate alla mappa dei risultati, a quell’enorme isola di Remain a Londra e nel sud-est, a quei risultati scioccanti ottenuti dal Remain nel centro della capitale – 69% a Tory Kensington e Chelsea, 75% a Camden, 78% a Hackney – e paragonateli a risultati analoghi in favore del Leave in luoghi come Great Yarmouth (71%) o Castle Point nell’Essex (73%), Redcar e Cleveland (66%). Questo è un Paese così sbilanciato che ha finito per cadere davvero a terra.

    Negli ultimi sei anni, spesso assieme al collega John Domokos, ho viaggiato per il RU per la nostra video serie Anywhere but Wenstminster [Dovunque tranne Westminster, ndt], che in teoria si occupava di politica ma di fatto tentava di cogliere il sentimento nazionale, ammesso che esista. Se mi volto indietro riesco a vedere tutti i presagi di ciò che è appena successo. Il primo segnale di allarme fu il piazzamento temporaneo del British National party alle elezioni politiche dal 2006 in avanti, ottenuto sfruttando sia la crescente rabbia popolare contro l’immigrazione dai nuovi Paesi membri della UE nel mercato del lavoro “flessibile” di Gordon Brown sia la crescente crisi degli alloggi.

    Pochi anni più tardi, abbiamo conosciuto muratori a South Shields che ci hanno detto che la loro paga oraria era calata a 3 sterline l’ora a causa dei nuovi arrivi dall’est Europa; la madre a Stourbridge che voleva una scuola nuova per “i nostri ragazzi”; l’ex portuale di Liverpool che guardava alle file di magazzini vuoti ed esclamava: “Dov’è il lavoro?”

    A Peterborough, nel 2013, abbiamo trovato una città spaccata in due da scontento e rancori, dove la gente dichiarava che le agenzie assumevano solo stranieri disposti a lavorare per turni disumani in cambio di salari risibili. Nella roccaforte Ukipe del Lincolnishire, abbiamo raccontato comunità organizzate intorno all’agricoltura e alla lavorazione del cibo che erano spaccate a metà tra l’ottimismo dei nuovi arrivati e la rabbia dei poveri indigeni – dove Nigel Farage poteva presentarsi e tenere un comizio dopo l’altro davanti a folle in delirio. Anche nelle città che si presumeva avrebbero respinto con sdegno unanime la stessa idea della Brexit, le cose sono sempre state complicate. Manchester si è divisa 60 a 40 per il Remain; a Birmingham, nell’ultima settimana, ho incontrato anglo-asiatici che parlavano dell’uscita dall’UE con la stessa passione e con la stessa frustrazione di tanti bianchi che la pensavano allo stesso modo.

    In molti luoghi c’è stata a lungo la stessa miscela di preoccupazione profonda e talvolta di rabbia fremente. Talvolta, di rado, è degenerata in odio vero e proprio (a tal proposito, mi ricordo del quartiere di Southway, a Plymouth, e della rumorosa carica di islamofobia che echeggiava attorno ad una zona commerciale abbandonata; ricordo le donne a Merthyr Tydfil che giravano per il centro strillando “Cacciateli via!”), ma ancora oggi sembra qualcosa di inusitato nella situazione nazionale. “La delicatezza della cultura inglese è forse la sua caratteristica più marcata. Lo noti nel momento stesso in cui metti piede sul suolo inglese”, scriveva George Orwell nel 1941″. E oggi?

    Le circostanze di questa furia sono spesso abbastanza chiare: una terribile carenza di alloggi, un mercato del lavoro eccessivamente precario, l’aver trascurato il fatto che gli uomini – e sotto questo aspetto gli uomini sono molto importanti – che una volta avrebbero avuto una chiara identità quali minatori od operai siderurgici, ora si sentono ignorati e umiliati. Il tentativo della politica mainstream di calmare la loro rabbia probabilmente non ha che peggiorato le cose: concessioni pelose alle “famiglie che lavorano sodo”. O il luogo comune – gradevole come un’unghia che striscia sulla lavagna – della “mobilità sociale”, che suggerisce che l’unica cosa che Westminster può offrire alla classe operaia è l’opportunità falsa e ingannevole di non essere più classe operaia.

    Per tutto questo tempo, la storia che ora ha raggiunto il suo spettacolare epilogo ha continuato a ribollire. Lo scorso anno 3,8 milioni di persone hanno votato Ukip. Il consenso per il partito laburista attraversa un declino che sembra inarrestabile: i suoi militanti sono sempre più composti da abitanti delle metropoli e membri del ceto medio, e a quanto pare l’ascesa di Jeremy Corbyn ha peggiorato le cose. E in effetti, se la storia degli ultimi mesi è la storia di politici che conoscono troppo poco quello che si presume sia nucleo dei loro elettori, il leader dei laburisti sembra l’incarnazione vivente di questo problema. I sindacati sembrano scomparsi, e l’abilità dell’ideologia conservatrice – tipica dell’era Thatcher – di parlare in modo energico alle aspirazioni della classe operaia si è rivelata un’illusione. Per farla breve, Inghilterra e Galles erano caratterizzati da un vuoto sempre più ampio, finché David Cameron – che ora si è indubbiamente rilevato essere il primo ministro più disastroso della nostra storia democratica – ha preso la decisione che potrebbe aver cambiato del tutto i termini della nostra politica.

    Il primo ministro evidentemente pensava che tutta la questione poteva essere tranquillamente aperta e chiusa in pochi mesi. Boris Johnson, che assieme a lui frequentava Eton nello stesso periodo – davvero, riuscite a immaginare che la storia politica degli ultimi mesi non è stata altro che una sfida catastrofica tra due signori che hanno frequentato la stessa scuola esclusiva – ha abbracciato opportunisticamente la causa del Brexit, più o meno con lo stesso spirito.

    Ciò di cui non si erano resi conto era che la rabbia popolare, diffusa e profusa nella società, non aveva ancora trovato una valvola di sfogo efficace a sufficienza: e così l’ha trovata nell’indizione del referendum e nell’adesione alla causa della Brexit. Il successo dell’Ukip era stato ostacolato da un lato dal sistema elettorale maggioritario e dall’altro dall’estremismo di Farage, ma la coalizione per la Brexit ha neutralizzato entrambi gli ostacoli. E così è andata: la causa dell’abbandono della UE, fino ad allora argomento di nicchia per svitati e improbabili profittatori, ha attratto un’ampia porzione dell’elettorato popolare, così ampia che qualsiasi partito moderno darebbe un occhio della testa per averla.

    Naturalmente la gran parte dei media – che sono ormai in larga misura parte della stessa distaccata entità che il grande patriota londinese William Cobbet chiamava “la cosa” – non si è accorta di quello che sarebbe successo. Il loro mondo consiste di servizi fotografici, di quel gran non-evento che sono le interrogazioni al primo ministro e di assurdi dibattiti tra personaggi che al pubblico non interessano più. La distanza tra le persone latrici del sentimento nazionale e coloro che avrebbero dovuto dar conto di questo sentimento è una delle fratture che ci ha portato dove siamo ora: di certo, dovunque vado, la stampa e la televisione sono oggetto di risentimento tanto quanto la politica. E già che ci siamo, dovremmo anche sbarazzarci di quell’arte penosa che sono i sondaggi di opinione, che di certo, da ora, sarebbe bene riservare ai prodotti commerciali e a cose del genere. La comprensione profonda del Paese è stata troppo a lungo incasellata tra percentuali e domande prestampate: è ora che la gente inizi ad addentrarsi nel Paese, e ad ascoltare soltanto.

    Tutti noi siamo consci della crudele ironia che troneggia in mezzo a tutta questa storia: che la Gran Bretagna – o ciò che ne resta – ora farà una brusca svolta a destra, e che i problemi che l’hanno portata sin qui non faranno che peggiorare. Beh, eccoci qui. Di rado la storia segue le strade della logica: la specie di super-thatcherismo a cui saremo soggetti, e che a molti non piacerà, sarà supportato da molti altri finché la realtà non arriverà a svegliarli. Per essere più precisi, se Inghilterra e Galles hanno sterzato con vigore verso l’incertezza e il malfunzionamento, non sarà certo la prima volta. E’ un discorso difficile da farsi in un momento come questo, ma la politica andrà avanti. Deve farlo. Se il nostro timore non riguarda solo ciò che questa decisione comporta per il nostro Paese, ma anche ciò che essa rivela in merito alla condizioni sociali alla base della medesima, dobbiamo combattere. Ma prima di tutto dobbiamo pensare, probabilmente più profondamente di quanto non abbiamo mai fatto prima.

    Orwell scrisse il suo capolavoro Il leone e l’unicorno mentre l’Europa si stava facendo a pezzi da sola, e l’isolamento del RU era conseguenza di nobili principi e non del caos politico. L’inghilterra, diceva: “somiglia a una famiglia, una famiglia vittoriana di quelle un po’ pretenziose, con poche pecore nere ma tutti gli armadi pieni fino a scoppiare di scheletri. Ci sono parenti ricchi a cui bisogno fare i salamelecchi e parenti poveri che vengono schiacciati spietatamente, e c’è una profonda congiura del silenzio a proposito delle fonti del reddito familiare.”

    Oggi, con gli under-25 che hanno supportato in massa uno dei due fronti, mentre le persone anziane il fronte opposto, la frase che segue appare presaga più di quanto non si riesca a esprimere in parole. “E’ una famiglia in cui i giovani vengono regolarmente sabotati e gran parte del potere è in mano di zii irresponsabili e zie allettate”. E altrettanto valida è l’ultima riga: “Una famiglia dove a comandare sono i membri sbagliati – questa è forse il modo migliore per descrivere l’Inghilterra in una frase”.

    Con l’apoteosi di Farage e Johnson e Gove esultanti, queste parole si rivestono di un nuovo potere. E per quanti di noi hanno ricevuto al risveglio le peggiori notizie che potessero immaginare, esse sottendono una domanda che probabilmente avremmo dovuto farci molto prima che tutto questo succedesse: come possiamo fare per cominciare a rimettere in piedi l’Inghilterra – e il Galles – nel modo giusto? Pensate a quella donna a Collyhurst: “Se non hai i soldi, voti per uscire”. In queste parole non leggiamo solo il successo del Brexit, ottenuto contro ogni pronostico, ma anche la prova di un enorme fallimento che la politica mainstream, tramortita, non ha ancora compreso per intero, né tanto meno si è mossa per rimediarvi.

      • Z. says:

        Figurati, quel poco che posso fare lo faccio volentieri. Quando ho letto quel’articolo ho pensato che sarebbe stato un peccato se Mirkhond e Peucezio se lo fossero perso.

        Però mi accorgo che mi è scappato qualche taipo e qualche minuscola fuori luogo…

  12. MOI says:

    Analisi senz’altro meno raffinata, di un certo Gianmarco Landi

    http://www.imolaoggi.it/2016/06/24/brexit-la-follia-di-essere-se-stessi-booom/

    …che interpreta a modo suo l’ aforisma di Oscar Wilde “be yourself; everyone else is already taken” …

    • Z. says:

      Più che meno raffinato l’autore – che dallo stile presumo sia sedicenne – non mi sembra molto informato.

      Ad esempio, il Regno Unito è stato uno dei Paesi che più si è opposto a inserire riferimenti alla religione cristiana nel progetto per la costituzione europea…

    • Roberto says:

      Io capisco che l’UE sia odiata per motivi che ovviamente non condivido ma comprensibili. Capisco pure che sia odiata per motivi totalmente irrazionali, semplice perché “non mi piace”
      Quello che non capisco è perché debba attirare questa folla di scribacchini che si divertono a scrivere delle cazzate atroci e vengono pure applauditi, anzi diventano persone di cui fidarsi
      Se io adesso intervengo su Imola oggi per dire che quella del pizzaiolo è una pura fantasia dovuta da cattiva digestione dello scribacchino, quante persone crederanno (perché di questo si tratta, credere) a me? Zero….è terribilmente frustrante

      • Z. says:

        Come dicevo qualche settimana fa, ho scoperto che tutto questo ha un nome:

        https://en.wikipedia.org/wiki/Dunning%E2%80%93Kruger_effect

        e credo che non ci sia niente che si possa fare, sarebbe uno spreco inutile di fiato e di energie.

        Detto questo, se è cosi facile rivendere al cittadino comune le bufale sulla UE, se è così facile convincere il cittadino comune che la UE è una cospirazione ai suoi danni, se è così difficile per il cittadino comune comprendere addirittura cos’è l’UE e come funziona, vogliamo dirlo che le istituzioni UE qualche responsabilità ce l’hanno pure loro?

        E sai che non sono esattamente antieuropeista, anzi!

        • Roberto says:

          Certo, ma quando leggi “l’Europa ci dice come fare le pizze” che fai? E se poi lo leggi 1000 volte per 15 anni di seguito?

          • Francesco says:

            x Roberto

            ti chiedi come mai la UE sia diventata il capro espiratorio delle sofferenze di milioni e milioni di sofferenti ignorantissimi e creduloni, desiderosi di bersi qualsiasi accusa contro la UE per quanto palesemente ridicola

            manco le banche sono così odiate per motivi così assurdi, falsi, strumentali a far esprimere un odio che c’era già prima

            forse dobbiamo tornare agli ebrei nell’Europa pre-nazista

            ciao

        • Z. says:

          Tu personalmente? Niente, presumo…

      • Mauricius Tarvisii says:

        Imola oggi è una miniera di cazzate di estrema destra e in questo fa il paio con Losai.

        • Carlo says:

          Oltretutto il direttore del sito è sprovvisto dell’iscrizione all’albo dei giornalisti nonostante il sito abbia una veste giornalistica

      • Per Roberto

        “Quello che non capisco è perché debba attirare questa folla di scribacchini che si divertono a scrivere delle cazzate atroci e vengono pure applauditi, anzi diventano persone di cui fidarsi”

        Concordo in pieno con te.

        Ho lo stesso problema con gli antieuropeisti (magari cultori di Carlo Magno) che ho con quelli che ce l’hanno con il PD e hanno sempre militato a sinistra.

        Io non credo al Comune di Firenze, alla Regione Toscana, all’Italia, all’Unione Europea o alle Nazioni Unite, e non credo a nessuno dei loro rappresentanti che mi chiede il suo voto.

        Proprio per questo, non soffro della sindrome dell’amante tradito quando ciascuno di loro fa il suo mestiere, che è quello di fregarmi.

        Posso essere contento che gli inglesi abbiano mandato a quel paese un livello di persone che pretendono di rappresentarli, ma non ho nulla contro l’Unione Europea.

    • Citazione says:

      Ho letto per caso questa critica solo ora. Ma tu 1984 lo hai letto? Il giornalista del Guardian, sicuramente prezzolato da qualche banchiere, secondo me non lo ho ha letto, altrimenti non avrebbe citato Orwell a sproposito. Mi spiace non aver visto questa critica prima altrimenti mi sarei divertito, pensando che 11 giorni prima della elezione di Trump, avevo pronosticato l’accaduto su Imola Oggi, quando al Guardian si facevano seghe mentali.

  13. MOI says:

    Credo che per la Costituzione USA sia giuridicamente impossibile … ma ora ci provano i Texani :

    https://www.theguardian.com/us-news/2016/jun/19/texas-secession-movement-brexit-eu-referendum

    Why not Texit ?’: Texas nationalists look to the Brexit vote for inspiration
    Daniel Miller and others draw parallels with what they call Britain’s ill-suited relationship with Europe and frustration in Lone Star state with US government.

    • MOI says:

      Trump però NON approva il fantomatico “Texit” :

      https://www.texastribune.org/2016/06/25/trump-texit-texas-will-never-secede/

      Trump: Texas Won’t Secede “Because Texas Loves Me”

    • habsburgicus says:

      Credo che per la Costituzione USA sia giuridicamente impossibile

      non è che sia impossibile
      sino al 1814 lo si riteneva possibile per tutti, anche e soprattutto al Nord (Congresso di Hartford dei federalisti)
      sino al 1861 lo si riteneva possibile, soprattutto al Sud
      poi Lincoln manu militari tranciò la questione
      ma la Costituzione tace su questo, e Miguel mi correggerà, fra i molti emendamenti non ve ne è uno che vieti espressamente la secessione, per il poco che ne so
      essa è vietata perché Lincoln disse NO (una pura prepotenza illis temporibus, probabilmente), vinse e risolse la questione in saecula saeculorum 😀
      classico pragmatismo anglosassone 😀

  14. MOI says:

    Gibilterra … dopo il Brexit :

    http://www.actuall.com/democracia/gibraltar-espanol-brexit-abre-la-puerta-una-reivindicacion-historica-espana/

    ¿Gibraltar, español? El ‘brexit’ abre la puerta a una reivindicación histórica de España

  15. Pingback: “Se hai i soldi, voti per restare… se non ne hai , voti per uscire” | Kelebek Blog

  16. Per Citazione

    “Ho letto per caso questa critica solo ora.”

    Non sono un amante del Guardian, ma mi sembra che Harris dipinga bene una situazione in cui una storica casta dominante deve fare i conti con una spaccatura sociale enorme.

    Non capisco bene la tua critica, se ti va di spiegarla meglio…

    • Francesco says:

      Mi associo alla richiesta di Miguel. Ritengo il voto pro-Brexit una terribile cazzata (è vero che non ci sono solo i soldi ma questo non significa che tutte le idee anti-economiche sono giuste).

      E direi che oggi appaia evidente, che lo riconoscano i bau-bau anti-europeisti con le loro patetiche ritirate e i problemi enormi lasciati da una decisione stupida.

      In termini degli anni ’70, la soluzione è la GrandeRivoluzioneProletaria, mica uscire dalla UE o dall’Euro o da quello che vuoi. Con meno della GRP non si ottiene nulla.

      PS non ditegli che anche con la GRP non si ottiene nulla, poverelli, al massimo l’uguaglianza di fatto che vige in Venezuela oggi.

      • Per Francesco

        “Brexit”

        qui c’è un commento abbastanza pacato sulla situazione inglese post-Brexit http://www.bbc.com/news/business-36956418

        Nessun miracolo e nessun disastro, per ora.

        L’autore è ovviamente un Economista Credente 🙂 , ma qui non si giudica nessuno in base alla sua fede religiosa.

        • Francesco says:

          beh, Miguel, il questo caso la spiegazione è abbastanza semplice: il Regno Unito fa ancora parte della UE, per cui gli effetti della sua uscita non si sono ancora visti 🙂

          le previsioni sono negative, in termini di vil denaro, non so quanto quelle perdite saranno bilanciate da beni non di mercato (la soddisfazione? il passaporto blu? boh)

      • Per Francesco

        “PS non ditegli che anche con la GRP non si ottiene nulla, poverelli, al massimo l’uguaglianza di fatto che vige in Venezuela oggi.”

        Non mi risulta alcuna GRP in Venezuela, dove la proprietà privata esiste come prima.

        C’è stato un tentativo di ridistribuire un po’ meglio le risorse petrolifere, senza pensare minimamente a uscire dal mercato mondiale o diversificare. Chi di petrolio campa, di petrolio muore, sempre.

        • Francesco says:

          beh, non esagerei fino a dire che nel Venezuela di Chavez e Maduro la proprietà privata esista per davvero e non solo in teoria

          ma quello che pensavo era: non è che adesso i borghesi venezuelani stanno male quanto sono sempre stati male i proletari venezuelani?

          sai, ho un momento maoista ma spero mi passi presto

          • Per Francesco

            “ma quello che pensavo era: non è che adesso i borghesi venezuelani stanno male quanto sono sempre stati male i proletari venezuelani?”

            Temo che tu non abbia un’idea di come campino i proletari venezuelani. Dove “proletario” significa proprio qualcuno che non ha altro che la prole da vendere.

            Non so quanto tu abbia esperienza della borghesia latino americana.

            Mi viene in mente una giornata a Città del Messico, dove ogni fermata della metropolitana è diventata un immenso mercato del tutto fuorilegge… e poi arrivi nella Zona Bene, dove ci sono i giardinieri (privati) che curano le aiuole delle strade e dietro impenetrabili e altissime muraglie di ville private con guardie armate che fanno la ronda delle mura, in mano il mitra pronte a sparare.

            Non confondiamo Caracas con Milano 🙂

            (e poi io a Caracas ho visto il mio primo omicidio, avrò avuto cinque o sei anni).

            • Mi ricordo – è vero che sono storie di trent’anni fa – del fastidio con cui gli automobilisti colombiani raccontavano di quelli che si buttavano per terra davanti alle macchine.

              Se gli andava male, crepavano.

              Se gli andava bene, tu ti fermavi e loro ti rapinavano.

              Di solito gli andava male, ma qualche anima buona si trova persino in America Latina.

              Di buono, c’era il fatto se tiravi dritto e li mettevi sotto, non ti succedeva niente.

    • Francesco says:

      Mig

      puoi mica controllare se sono in castigo? i miei profondissimi commenti non appaiono!

      🙁

      • Per Francesco

        “puoi mica controllare se sono in castigo? i miei profondissimi commenti non appaiono!”

        E’ cambiato l’IP.

        Infatti, credo che i requisiti per passare sempre siano:

        1) stesso user name (Francesco)
        2) stessa email (…….com)
        3) stesso ip (adesso sono approvati entrambi)
        4) non più di un certo numero di link, credo 5 se ben ricordo

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