Nur e la miniera

So che in questi giorni, quando si pensa al Medio Oriente, si pensa all’immane onda di violenza che è partita dall’invasione dell’Iraq nel 2003 e che oggi sta sommergendo la Siria e la Libia e sta smantellando anche l’Europa.

Bene, è importante, ma ricordiamoci che in guerra, il più pulito c’ha la rogna. Che ci dovrebbe frenare ogni volta che ci sentiamo presi dalla voglia di tifare.

In questi giorni, io in tutto il Medio Oriente tifo solo per lei: Nur Neşe Karahan, che guida le proteste per impedire che uno dei luoghi più straordinari del mondo, le foreste e i villaggi di Artvin, vengano saccheggiati dalla Quantum Minerals canadese e dal signor Mehmet Cengiz, il loro agente sul posto e grande finanziatore del partito al governo in Turchia.

Tre foto sono sufficienti per capire perché.

La prima è di Nur Neşe Karahan, assieme al miglior amico dei turchi.

Nur Neşe Karahan vuol dire Luce emozione di gioia nera casa.

nurnesekarahanLa seconda è del signor Cengiz in persona.

Il cognome è di quelli scelti quando il Padre dei Turchi ordinò, nominatevi. E la sua famiglia scelse il nome del devastatore dei mondi.

Solo che oggi, i Devastatori dei Mondi si riconoscono dalla meschinità dei loro sguardi. Qui lo vedete (cerchietto rosso) accanto al suo riconoscibilissimo alleato:

mehmet-cengiz_592806Nella terza immagine, vediamo la miniera di  Eti Bakır, dove il signor Cengiz ricava il suo rame:

altin-madeniLo so che spesso pensiamo che le stragi siano più importanti. Ma quando io e tu che mi leggi saremo del tutto dimenticati, comunque moriremo, quel buco ci sarà ancora.

Vorrei poter fare di più.

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68 Responses to Nur e la miniera

  1. Peucezio says:

    Splendido post!

  2. Dif says:

    Al di là della vicenda, riguardo la quale la faccia da nano malefico del signor Cengiz dice tutto, sono incuriosito da una cosa: che intendi con “quando il Padre dei Turchi (Ataturk, questo l’ho capito) ordinò “nominatevi”? Dopo la rivoluzione molte famiglie adottarono cognomi più “turanici”?

    • mirkhond says:

      Sì Dif.
      A compimento del panturanesimo dei Giovani Turchi, e portato avanti dal fondatore della Repubblica di Turchia.
      Avrei preferito che la definisse Rum Cumhuriyeti. ;)

    • habsburgicus says:

      ordinò “nominatevi”?

      a fine 1934, ordinò a tutti i turchi di prendere un cognome (a lui fu riservato per voto unanime della Grande Assemblea Nazionale quello di Atatürk “padre dei turchi”)..
      sino ad allora, e all’estero financo nelle riviste scientifiche ancora per un po’, i turchi erano noti solo da nome e titolo..il Supremo era in genere noto come Ğazi Mustafa Kemal..in “Oriente Moderno” del gen 1935 ancora lo si chiama costantemente “il Ghazi”, “Ghazi Mustafa Kemal” et cetera..Nu’man Bey era quello che sarà noto come Numan Menemencioğlu, segr-gen Min Esteri sino al 1942, Min Esteri 1942-1944 e Amb mella Parigi golòlista da fine 1944..ecc

  3. PinoMamet says:

    Comunque questa cosa del “nominatevi” è affascinante.
    I turchi so’ strani.

    Studiacchiavo il canale youtube di un ragazzo Navajo che insegna la sua lingua; nei commenti, capita di leggere roba tipo “salute da un fratello turco!” con l’immagine di un tizio coi capelli lunghi, penna tra i capelli ecc.

    Sicuramente (ma chissà) il collegamento semi-mitico con i nativi americani
    (sì, vabbè, per li rami dell’Asia e degli sciamani….) sarà successivo al Padre dei Turchi;

    ma con l’immaginario che si ritrovano, chissà che nomi che hanno scodellato!

    Poi gli originali non mancano in nessun popolo; ma non i tutti i popoli hanno avuto mano libera nel darsi i nomi.

    L’avessero avuta in Italia, mi immagino però delle masse di molto più banali Cesari, Barbarossa o Carlimagni…

  4. mirkhond says:

    Proprio oggi in libreria stavo sfogliando un libro in cui si parla dell’Anabasi di Senofonte, e della parte a mio giudizio più interessante del racconto autobiografico del generale e scrittore greco, e cioè l’attraversamento dell’Armenia e delle aree caucasiche abitate dai Taochi, Mossineci, Tibareni, Caldei e Macroni, corrispondenti agli splendidi luoghi degli articoli di Miguel.
    Senofonte ci parla della sostanziale diffidenza e ostilità che i 10.000 mercenari greci già al soldo di un pretendente al trono persiano achemenide, devono affrontare nella loro lunga marcia di ritorno in Grecia (401-400 a.C.), da parte di un clima rigido, di montagne elevate, delle difficoltà viarie e dell’ostilità delle popolazioni, non quelle armene, quanto proprio dei montanari caucasici della valle del Çoruh, e delle Alpi Pontiche a sud di Trebisonda.
    La fama sinistra di questi luoghi continuò nel Medioevo.
    Penso a San Massimo il Confessore (580 c.- 662 d.C.) deportato nel castello di Muri nella Lazica (la terra dei Lazi, ma in quella parte che oggi è in Georgia), dopo avergli amputato la mano destra e tagliato la lingua, per ordine dell’imperatore romano Costante II (641-668 d.C.).
    O ancora le difficoltà prima delle stesse autorità romane per cristianizzare questi luoghi all’epoca di Giustiniano I (527-565 d.C.) e poi degli stessi Ottomani, che dopo la conquista dell’impero romeo di Trebisonda nel 1461, ci misero almeno altri due secoli per piegare questi fieri montanari, che, già cristiani ortodossi in gran parte, tra XVI e XVIII secolo vennero islamizzati forzatamente.
    Un angolo di frontiera remoto con un paesaggio e una storia affascinante.

  5. mirkhond says:

    Ancora riguardo al terrore che il Ponto suscitava nei Turchi, vi è nella ballata di Dede Korkut, un poema osmanico del XV secolo, l’ammonimento angosciato di un padre per il figlio, spintosi con i suoi armenti, fino agli alti pascoli alpestri del “mare di alberi” pontico. Questo padre implora il figlio di scendere subito da quegli yayla (pascoli) tra le fitte foreste nere, dove tra gli alberi sono appostati uomini armati ed ostili. Il testo dice:

    Figlio, nel luogo dove vuoi andare, contorte e tortuose sono le vie;
    Paludi là vi sono, dove il cavaliere deve scendere e mai emerge;
    Foreste là vi sono, dove il rosso serpente non può trovare il sentiero;
    Fortezze là vi sono, le cui spalle si sfregano con il cielo……
    La tua destinazione è un luogo spaventoso. Torna indietro!

  6. mirkhond says:

    I turchi so’ strani.

    Certamente nel considerarsi i discendenti dei Gokturk, i Turchi Celesti o Fabbri degli Altai, fondatori del primo grande impero turco delle Steppe, dopo quello degli Unni, nel VI-VIII secolo dopo Cristo, devono fare dei grossi sforzi per NON guardarsi allo specchio! ;)
    Con quei volti e quell’aspetto che di mongolico non hanno proprio niente! :)

    • PinoMamet says:

      Sì ma io non credo che le lingue c’entrino qualcosa con le facce…

      e le identità forse sono un’altra cosa ancora.

      • mirkhond says:

        A me quello che stupisce sempre è come intere popolazioni, possano cambiare lingua e senso identitario, dopo essere state invase e sottomesse da altre popolazioni, magari minoritarie per numero rispetto agli invasi……

  7. mirkhond says:

    “ricordiamoci che in guerra, il più pulito c’ha la rogna. Che ci dovrebbe frenare ogni volta che ci sentiamo presi dalla voglia di tifare.”

    Per questo motivo sono contrario alle giornate della memoria o del ricordo, che sono sempre memorie e ricordi selezionati ad arte e più utili a confermare posizioni di potere del momento che a rendere giustizia davvero a quei martiri.
    E dimenticando appunto che le sofferenze non sono solo da una parte……

  8. mirkhond says:

    Erdogan, originario di Rize e dell’attuale Agiaristan georgiano, dovrebbe avere una maggiore sensibilità verso le sue terre d’origine (che mi risulta votino AKP, ovviamente le province turche di Rize e Artvin).
    E invece, il denaro…….

  9. mirkhond says:

    Miguel

    Sei mai stato ad Artvin, a Rize e a Trebisonda?
    E nell’Agiaristan?

    Peucezio

    Batumi, la capitale dell’Agiaristan georgiano ed ex sovietico, è gemellata con Bari dal 1987.

  10. Grog says:

    REPETITA JUVANT

    Il problema vero è che la TURCHIA DEVE ESSERE DISTRUTTA ed un moderato numero di TURCHI DEVE SPARIRE.
    Sono da salvare solo le antiche città di origine greca come SMIRNE e ovviamente COSTANTINOPOLI, ideale un’arma nucleare almeno su ANKARA un 20 MT e non di più, i turchi rimanenti diventeranno MORBIDONI.
    I simpatici montanari potranno FARSI UN LORO STATO con sbocco sul Mar Nero ed allevare le loro bellissime mucche e figlie per i fatti loro, una parte del territorio andrà ceduto all’ARMENIA compreso il monte ARARAT per compensazione degli omicidi di massa che hanno subito.
    I Curdi si faranno un loro stato all’interno dei confini attuali senza rompere le palle a Siria, Iraq ed Iran previo DEMOLIZIONE DELLE DIGHE che limitano la portata di TIGRI ed EUFRATE.
    Ovviamente i turchi dal Mediterraneo devono SPARIRE e ridursi al centro dell’Anatolia dove possano essere controllati e bombardati periodicamente a partire da CIPRO dove i turchi presenti vanno AMMAZZATI A BASTONATE.
    Grog! Grog! Grog! Grog! Grog! Grog! Grog! Grog! Grog! Grog! Grog! Grog! Grog!

    • Moi says:

      @ GROG

      O El Golpe Fàiga Power dE Adnan Oktar alias Harun Yahya … in colaborasión con Silvio e Lele ;) !

      El omo xè mato para el buso da che xè nà ;)

    • Moi says:

      allevare le loro bellissime […] e figlie per i fatti loro

      [cit.]

      ———

      Che la piasa, che la tasa, che la staga en casa ;) [cit.]

      • Grog says:

        Si i turchi devono prendere un COGNOME potrebbe essere FIGLI DI TROIA che ha la sua dignità storica!
        I mercenari genovesi che si battevano con i troiani il grido di guerra AVANTI FIGLI DI TROIA lo avevano tradotto correttamente AVANT FIJEU DE BAGASSA!
        Grog! Grog! Grog! Grog! Grog! Grog! Grog! Grog! Grog!

        • Grog says:

          Che differenza passa tra un turco ed un genovese?
          Il genovese vende le sigarette ed il turco fuma.
          Grog! Grog! Grog! Grog! Grog! Grog! Grog! Grog! Grog!

        • “Si i turchi devono prendere un COGNOME potrebbe essere FIGLI DI TROIA”

          Truva oğlu… sono andato a vedere se esiste come cognome, ma temo di no.

          • Grog says:

            Grazie Miguel!
            Lo sapevo che sei il Miguel più veloce del Messico oltre che un raffinato linguista ed io ho tutto da imparare leggendoti.
            Andalé! Andalé! Andalé! Andalé! Andalé!
            DUNQUE
            Se il cognome di cui si discuteva dovrebbe essere “Truva oğlu” devo dedurre che la Turchia sta andando letteralmente a “TRUVA(E) plurale” il che è una buona notizia.
            Se i Turchi si ammazzassero fra di loro su scala industriale non sarebbe male, un poco di lavoro risparmiato ad Aleviti, Cristiani di varie confessioni, Armeni, Curdi, Greci, Bulgari, Ciprioti e Russi.
            Grog! Grog! Grog! Grog! Grog! Grog! Grog!

  11. Lanzo says:

    La storia del “cognome” spero Miguel la sviluppi visto che una certa esperienza c’e’ l’ha.. Vissuto professionalmente per anni in Bangladesh, paese islamico – mi resi conto che il concetto di cognome non esiste proprio.
    Esiste solo il nome: tipo – passaporto: nome mohammed ali – non significa che ali sia il cognome, per cui un tipo puo’ avere 5 figli con nomi diversi, credo ci sia nei passaporti, figlio di… o moglie di…. Ma nome e cognome proprio non esistono, il che dimostra che sono ancora al medioevo mentalmente e di fatto. I cognomi in europa sono una cosa “recente” e si riferiscono a caratteristiche fisiche: Grassi, Rossi, Magri o ad attivita’ svolte. I nomi inglesi o francesi, idem: Mason, Fournier e via dicendo.

    • Mauricius Tarvisii says:

      Sì, anche in India mi pare che sia così. Infatti il codice fiscale degli indiani in Italia contiene spesso la terzina XXX.

      • PinoMamet says:

        Non ho capito bene come funzioni in India. Credo che la cosa cambi enormemente da una comunità all’altra.

        Il cognome dovrebbe esistere ufficialmente, ma mica tutti quindi hanno un appellativo tradizionale da utilizzare all’uopo; oppure ce l’hanno ma non gli piace e alla prima occasione
        (tipo, il trasferimento all’estero e il passaggio a un’anagrafe diversa, per così dire) lo cambiano.

        Per esempio, so di mlte persone che hanno cambiato un cognome che suonava “da intoccabile”, con uno “neutro” (ottenendo immediatamente la fine della discriminazione nella ricerca di posti di lavoro…)

        so anche di militari indiani che, non avendo un cognome, hanno adottato il grado o la qualifica, tipo “pilota” o “sergente”, passandolo poi ai proprio figli (sì, credo esista una famiglia “Pilot” in India).

        I Sikh che vivono in Italia hanno (ictu oculi) le figlie che qualche volta di cognome si chiamano Kaur (quindi diversamente dal padre, che si chiama Singh), qualche volta invece registrate all’anagrafe italiana si chiamano Singh (con stupore dei parenti indiani);
        oppure non si chiamano né in un modo né nell’altro, ma adottano un altro cognome ancora perché boh…

      • izzaldin says:

        su codici fiscali e cognomi migranti
        quando, soprattutto in passato, arrivavano dalla Libia in Sicilia coi barconi molti immigrati del Bangladesh, spesso, se sprovvisti di documenti, veniva loro fatto scegliere un cognome che spesso era Md , che starebbe per Muhammad.
        Nei codici fiscali immagino spunti MDX, come per cognomi di due lettere come Fo ad esempio.
        Che i migranti spesso si ritrovino all’arrivo con cognomi diversi da quelli con sui sono partiti è una costante delle migrazioni, e in ambito cinematografico i più attenti sanno che don Vito Corleone in realtà a Ellis Island si presentò col suo vero nome e cognome, Vito Andolini, solo che il funzionario americano vide il luogo di nascita e glielo appioppò come cognome :)

  12. Comunicazione di servizio.

    Ha salutato Ida Magli, un’altra di quelle figure che la marmaglia delle gazzette cerca di rendere presentabili definendole “voci fuori dal coro”.
    Nel corso degli ultimi trent’anni, grazie proprio a mezzibusti ben nutriti, politici ben nutriti e buoni a nulla ben nutriti ma con accesso illimitato a microfoni e tastiere si è andato formando un coro di voci fuori dal coro cui è stato delegato il preciso compito di insegnare a tutti come la dovevano pensare, pena -come minimo- l’accusa di coltivare nostalgie inconfessabili.
    Una specie di “soft power” che perde uno dei suoi elementi meno rilevanti.

    • Mauricius Tarvisii says:

      Ah, sì, una volta un tizio mi ha sventolato in faccia un video di lei a mo’ di Auctoritas mentre mi diceva che ero un agente del mondialismo.

    • Peucezio says:

      Ma così non rischiamo che l’unico parametro sia l’antiislamismo?
      Per cui se uno passa dalla parte degli islamofobi, qualunque cosa dica, è un conformista o un finto anticonformista?

      Lo dico da “neutrale”, che ha forte simpatia per gli sciiti, fortissima antipatia per il sunnismo letteralista wahabita e salafita e forte simpatia per il nazionalismo arabo alla Nasser e il baathismo alla Saddam e Assad e che quindi non condivide le forme di antiislamismo generalizzato, perché alla fine servono a fare il gioco degli americani (e quindi proprio di wahabiti e salafiti).

  13. “Ha salutato Ida Magli, un’altra di quelle figure che la marmaglia delle gazzette cerca di rendere presentabili definendole “voci fuori dal coro”.”

    Poretta.

    Che poi decenni fa, scriveva cose anche interessanti sulla religiosità italiana e sul femminismo.

  14. mirkhond says:

    Per restare in tema:

    L’estinzione del popolo italiano. Meritata.
    Maurizio Blondet 21 febbraio 2016

    di Roberto Pecchioli

    La demografia è una scienza assai impopolare in Italia: ha il difetto imperdonabile di essere stata utilizzata dal regime fascista per alimentare il mito secondo cui il numero è potenza. Se il numero non è potenza, certamente la diminuzione di popolazione è il segnale della sfiducia di un popolo in se stesso, ed è un sicuro indizio di impotenza, decadenza, malattia collettiva.

    I dati dell’Istat sono drammatici da anni, ma quello diffuso il 20 febbraio , relativo al 2015, è tragico.

    Sono nati soltanto 488.000 bambini, il dato più basso dall’unità d’Italia, quando la popolazione era meno della metà dell’attuale, 15.000 in meno dell’anno precedente, che deteneva il precedente primato negativo. Le morti, oltre 650.000, sono aumentate del dieci per cento , e l’indice relativo, superiore al 10, 2 per cento, è tra i più elevati al mondo. Purtroppo, non è dovuto solo all’invecchiamento , ma anche all’aumento della povertà , che non consente a troppi di curarsi adeguatamente.

    L’indice di natalità è sceso sotto il 10 per mille, addirittura attorno all’8 per mille, e la demografia sa da tempo che per mantenere almeno inalterata la popolazione, la natalità deve essere almeno di 2,1 figli per donna in età fertile.

    L’estinzione del popolo italiano si avvicina a grandi passi, tenuto conto anche dell’elevata percentuale di nascite – tra le poche culle del 2015 – di bimbi stranieri. Numerosi studi situano attorno al 2045-2050 il momento in cui gli italiani, semplicemente non riproducendosi , saranno in minoranza nel loro territorio.

    Tra circa un secolo, non esisteranno più italiani “etnici”. Madamina, il catalogo è questo, diceva Leporello delle conquiste di Don Giovanni. Evitiamo per una volta i toni apocalittici che pure il problema meriterebbe e guardiamo ai fatti ed alle conseguenze di questi dati aritmetici, nudi, crudi e più eloquenti di qualunque trattato.

    Primo: gli italiani, più degli altri europei e degli altri popoli bianchi, non “vogliono” più vivere come tali, all’interno di una qualsiasi identità collettiva : anzi, sono del tutto indifferenti al problema. Un intellettuale campione del progressismo borghese, come Vladimiro Zagrebelsky, ha scritto un breve saggio intitolato Senza adulti, in cui osserva che si è interrotto il rapporto tra passato e presente, e che la maggioranza dei cosiddetti giovani ( fino a quando, infatti, si è tali ?) è infastidita da ogni relazione con il passato, ed aspira a rimanere nella giovinezza- una giovinezza artificiosa alla Peter Pan – il più a lungo possibile.

    Vivendo in un presente fissato ed eternizzato, non si affrontano le responsabilità, si scansano i doveri – infatti si dilata il ventaglio dei “diritti” – si campa il più possibile alle spalle altrui, in una vacanza permanente; e vacanza, infine, vuol dire assenza, mancanza.

    Si è ucciso il padre da tempo , dal 1968, salvo pretenderne l’eredità economica per mantenersi tra settimane bianche, nuovi tatuaggi, abiti firmati, parcheggi del centro commerciale e sballi . Non c’è posto per quell’ingombro che sono i figli. Già ci vogliono nove mesi d’inferno perché nascano – meglio l’utero in affitto- , poi occorre accudirli, lavarli, vivere, almeno in buona parte, in funzione loro.

    Non ci si può realizzare, difficilmente si può volare a Sharm el Sheik o passare la notte nei locali. Poi, è un fatto, c’è la precarietà in cui vivono milioni di persone, specie i giovani. Si lavora per tre mesi, sei, un anno, poi chissà. Si è pagati poco, addirittura con i voucher: come si può chiedere un mutuo per una casa, e, se si è donne, l’imperativo di molti datori di lavoro è che non si deve rimanere incinte !

    Non hanno tutti i torti, in fondo, ad avere paura di avere figli. Inoltre, sono stati cresciuti nell’irresponsabilità e nel disprezzo dei normali ritmi e doveri della vita. Conosciamo tutti dei quarantenni, maschi e femmine, che vivono come ventenni della precedente generazione.

    Anni fa, Giuliano Amato, uno degli oligarchi peggiori che l’Italia abbia avuto, sbottò, in un dibattito, chiedendo agli italiani perché non accettino gli immigrati, se non vogliono fare figli. Aveva ragione, aritmeticamente, ma che cosa ha fatto lui, e la classe dirigente di lungo corso di cui è membro, per cambiare le cose? Ha forse previsto una cospicua diminuzione di tasse per le famiglie , ha aperto asili nei quartieri centrali dove si lavora, ha operato per legislazioni flessibili negli orari di lavoro, ha in qualsiasi modo cercato di aiutare la natalità ?

    Al contrario, quella classe dirigente ha operato attivamente a favore di una società individualista e consumista, ha svalutato principi morali e distrutto sicurezze sociali, ha creduto ciecamente nel vietato vietare che, dal maggio francese, ha distrutto ogni tessuto comunitario, ha promosso legislazioni che considerano l’aborto un diritto della donna e non , eventualmente, una triste necessità da valutare caso per caso, ha banalizzato la sessualità , ha spazzato via ogni dimensione comunitaria e morale .

    Una generazione senza padri è, inevitabilmente, anche senza figli.

    E allora, come possiamo dire no all’immigrazione massiccia, se vogliamo mantenere il nostro tenore di vita , perché abbiamo studiato e siamo titolari di innumerevoli diritti, se vogliamo pensioni dignitose, sanità efficiente, città ordinate e sicure, pochi problemi e lasciateci in pace, come proclamano i cartelli dell’ideologia arcobaleno.

    In Liguria , un proverbio dialettale proclama che non si può soffiare e sorbire. Non è elegante, ma rende l’idea. Proprio la Liguria, con una natalità del 6,5 per mille, ha il record negativo italiano – e presumibilmente mondiale – delle culle vuote, mentre solo il Trentino Alto Adige è attorno ad un pur modesto 10 per mille, e sopravanza in fertilità le regioni meridionali. Segno che le provvidenze economiche e sociali, e governi locali attenti possono aiutare ad invertire la rotta.

    Ma non si cambierà nulla se i valori di riferimento della maggioranza, quella dei superficiali e dei conformisti, non cambieranno radicalmente. Basta con il denaro misura di tutte le cose, non più l’ideale delle vacanze, dell’eterna giovinezza, di una libertà astratta, da riempire con sensazioni sempre più forti, farla finita con il consumo compulsivo, l’egoismo di chi compete per tutto e sa pronunciare solo la parola io. Basta soprattutto, con un narcisismo che uccide e che non permette di fare qualcosa per l’altro, figurarsi metterlo al mondo.

    Scriveva Oriana Fallaci, nella “Lettera ad un bambino mai nato”, che non c’è nulla di più bello di una giovane donna incinta, fecondità, futuro, speranza ed amore tutto insieme.

    Ma lorsignori non vogliono, meglio dei servi lobotomizzati da condurre per mano nel labirinto di esistenze a credito; popoli vitali ed omogenei sono i nemici naturali della globalizzazione, della società multirazziale e multirazzista, fatta di mille ghetti etnici reciprocamente ostili , in cui, paradossalmente, si torna al sangue . Loro si stanno scegliendo il gregge, aiutati da servi pastori ed utili idioti.

    Sta a noi, alla gente comune, cambiare rotta e, letteralmente, ri-nascere.

    Magari cominciando a togliere dagli altari i nuovi eroi sterili ed omosessuali.

    ROBERTO PECCHIOLI

    http://www.maurizioblondet.it/lestinzione-del-popolo-italiano-meritata/

    • PinoMamet says:

      Beh…
      i dati demografici sono interessanti;
      le considerazioni che ci fa, alcune sì e altre no.

      Insomma, va bene gli asili, le tasse ecc., tutte cose che davvero incidono nella decisione di fare figli.

      Invece la cosa dell’aver “ucciso il padre” già c’entra e non c’entra (è vero che le generazioni italiane si riproducono tardi rispetto ad altri popoli, ma non c’entra mica solo il ’68).

      La cosa degli eroi sterili e omosessuali invece mi pare proprio tirata per i capelli.

      • Francesco says:

        E chi sono questi eroi sterili?

        Di certo un bruttissimo segnale ma a chi si riferisce?

        Che una volta gli eroi di figli se ne lasciavano alle spalle un buon numero, alla faccia del matrimonio ma almeno la pulsione umana alla riproduzione era salva.

        • Francesco says:

          Homer Simpson: tre figli, non c’è
          Francesco d’Assisi: zero figli, c’è

          Batman: una figlia con Catwoman, non c’è
          Benito Mussolini: vari figli con varie donne, non c’è
          Marco Pannella: zero figli, c’è

          insomma, ho capito chi piace a Blondet o no?

    • Z. says:

      Questo Roberto Pecchioli non mi pare scriva cose molto intelligenti, in effetti. Ma da qui a dire che meritiamo l’estinzione a causa sua, beh, non esageriamo!

  15. mirkhond says:

    E’ l’amara constatazione di chi vede crollare il mondo in cui crede, e non ha la capacità di opporvisi…..

  16. mirkhond says:

    “Insomma, va bene gli asili, le tasse ecc., tutte cose che davvero incidono nella decisione di fare figli.”

    Nella decisione di una società passata attraverso lo sviluppo industriale, l’istruzione di massa e lo stato sociale.
    Perché i figli si sono sempre fatti nelle società povere e preindustriali.
    Ecco perché siamo molto più da compiangere noi che i popoli del terzo mondo.
    Chi è nato, vissuto e morto SEMPRE povero, è anche più forte nell’affrontare le sfide durissime della vita.
    Mentre per chi è stato cresciuto come un principe fino a 40, ritrovarsi col BARATRO in cui si rischia di cadere, è una vera tragedia.
    Ci mancano gli anticorpi.
    E’ questo ciò che vuol dirci l’articolo.

    • Mauricius Tarvisii says:

      Sì, perché il bambino è diventato un essere umano in tutto e per tutto: non puoi più mettergli una zappa in mano a 6 anni, lasciarlo morire di fame se di figli ne hai fatti troppi, frustarlo se ti disubbidisce. Che secolo, signora! Invece ora devi farlo stare bene, nutrirlo bene, mandarlo a scuola, mantenerlo fino a non si sa che età.
      Prima era un paio di braccia, oggi è una bocca. E visto che l’essere umano per propria natura è gretto, stronzo ed egoista, una volta di schiavetti ne sfornava a frotte, mentre ora di bocche ne vuole poche.

      E comunque, non credo che nessuno rimpiangerà il popolo italiano.

      • PinoMamet says:

        “E comunque, non credo che nessuno rimpiangerà il popolo italiano.”

        Se intendevi la frase con un “non” di meno, sono assolutamente d’accordo con te…
        :D

        a parte tutto, non facciamoci del male:
        gli italiani sono stronzi, ma anche gli altri popoli.

      • PinoMamet says:

        Che poi non credo che il popolo italiano sparirà per motivi demografici.

        L’ho già detto e lo ripeto: marocchino e slavo fanno media, e il risultato sarà all’incirca il solito risultato che abbiamo da millenni del solito incrocio che abbiamo da millenni, cioè l’italianozzo medio.

        Ma non è questo il punto; il fatto è che gli italiani non spariranno se avranno un nipotino nero e uno giallo, no;

        spariranno se non sapranno renderli italiani. E non mi pare che stiano facendo molto in questo senso.

        La sinistra non vuole (e questa è materia di Moi, direi) e la destra neanche (perché “siamo diversi, Eurabia, Orianafallaci” e compagnia cantante…)

      • Peucezio says:

        “Sì, perché il bambino è diventato un essere umano in tutto e per tutto: non puoi più mettergli una zappa in mano a 6 anni, lasciarlo morire di fame se di figli ne hai fatti troppi, frustarlo se ti disubbidisce.”

        Sì, perché con gli adulti queste cose non si sono mai potute fare…
        A me sembra il contrario: era un essere umano, adesso non lo è più, è una reliquia da mettere sotto una campana di vetro.
        Poi è opinabile che essere un essere umano debba significare potersi prendere le frustate e la merda in faccia, ma questo è un altro discorso. Diciamo che una società che alleva solo delle amebe e degli inetti integrali non è il massimo. Poi possiamo anche dire che se l’umanità si estingue (perché il benessere piano piano arriva dappertutto) chissenefrega, anche se contravverremmo all’unica vera legge biologica esistente.

        • Mauricius Tarvisii says:

          perché con gli adulti queste cose non si sono mai potute fare

          Sì, ma a farle era il superiore contro l’inferiore. Coi bambini la cosa avveniva nella stessa classe sociale.

        • Z. says:

          Secondo me in parte avete ragione entrambi. Che certe cose non si possano più fare ai bambini mi sembra cosa buona; che talvolta vengano protetti eccessivamente – anche da adolescenti – però mi sembra altrettanto vero.

          Il che si può capire, perché essere bambini e adolescenti oggi è probabilmente più difficile di quanto non lo fosse qualche decennio fa, ma temo sortisca effetti contrari a quelli voluti.

    • ““Insomma, va bene gli asili, le tasse ecc., tutte cose che davvero incidono nella decisione di fare figli.””

      Credo che la faccenda sia enormemente complessa.

      Intanto perché siamo già troppi di numero, e questo ovviamente un cattolico non può dirlo. O meglio, siamo di un numero adatto alla temporanea bolla energivora che ha inglobato il pianeta e che ovviamente dovrà scoppiare.

      Eppure abbiamo troppo pochi figli.

      In termini puramente logici, quindi, l’unica soluzione è obbligare tutti a fare almeno tre figli e rendere altrettanto obbligatoria l’eutanasia per tutti, appena compiono – diciamo – i cinquant’anni.

      Siccome questa soluzione è di difficile attuazione, non possiamo che tenerci il problema, che sarà risolto (temporaneamente) dall’esterno, in qualche modo.

      • Detto questo, sono in parte d’accordo con Mirkhond.

        Un governo dovrebbe certamente incoraggiare la famiglia dando la priorità agli asili e così via.

        Ma in realtà i figli si fanno in un contesto più ampio, fatto dei propri genitori, dei propri coetanei e della prospettiva futura.

        In questo senso, la vita comunitaria incoraggia ad avere figli.

        Sabato c’è stata la festa in piazza Tasso organizzata dai ragazzi di Via del Leone, e mi sono sorpreso ad augurarmi, senza dirglielo, che abbiano presto dei figli. Che poi sarebbero figli in qualche modo di tutto il quartiere e dei suoi luoghi.

        • “Si è pagati poco, addirittura con i voucher: come si può chiedere un mutuo per una casa, e, se si è donne, l’imperativo di molti datori di lavoro è che non si deve rimanere incinte !”

          Infatti, il problema non sta nella povertà in sé: non è che i ricchi facciano più figli. Sta nell’insicurezza persino dei luoghi.

          Se una persona sa che può comunque restare in questa casa, senza trovarsi domani sfrattata perché ha perso un lavoro precario, allora può fare dei figli, condividendo i disagi con parenti, amici chiacchieroni, gli altri genitori del quartiere.

          Un elemento poi che va contro la filosofia dei Blondet – i figli si fanno meglio quando c’è una corresponsabilità dei genitori, quando cioè entrambi se ne occupano il più possibile alla pari.

          Molto meglio la complicità che il co-martirio di lui che si sacrifica tornando a casa alle nove di sera e slacciandosi la cravatta, mentre lei si sacrifica pulendo fino in fondo la casa per farlo felice :-)

  17. mirkhond says:

    40 anni

  18. mirkhond says:

    Massimo Fini su Umberto Eco:

    DILEMMA: ESSERE O BENESSERE ?
    Postato il Domenica, 21 febbraio

    DI MASSIMO FINI

    IlConformista

    Quand’ero ragazzo, e avevo appena letto Opera aperta, pensavo che Umberto Eco, nello stagnante panorama intellettuale italiano, fosse un geniale eversore culturale. Negli anni ho dovuto rendermi conto, un poco a malincuore per la verità, che anche Umberto Eco è una vecchia zia del conformismo, del logo comune, dell’ottimismo obbligatorio, non diversamente da quel Mike Bongiorno (l'”everyman”) che egli sbertucciò selvaggiamente in uno dei suoi più famosi Diari minimi. Solo che mentre Mike è una vecchia zia del conservatorismo, Eco lo è, meno innocentemente, del progressismo. Non c’è infatti “communis opinio” o filosofia a “everyman” che gli sfugga o gli ripugni quando si tratta di mettere al riparo dalle critiche quel dogma assoluto del progressismo che è la modernizzazione. Il metodo è quello collaudato e di sicura efficacia: demonizzare il passato, opportunamente caricato dei più triti luoghi comuni, a maggior gloria del presente.

    È quanto Eco ha fatto nel bell’inserto dell’Espresso (“La nuova civiltà”, con interventi anche di Ivan Illich e Ilya Prigogine) dove è stato chiamato a dare un giudizio sul Novecento, cioè sulla società tecnologico-industriale, cioè sulla modernizzazione. Il concetto di Eco, non originalissimo, è che, anche ammesso che oggi non si stia granché bene, prima, naturalmente, si stava peggio. E poco importa se, per suffragare questa ipotesi, l’autore è costretto a far torto a qualche realtà e, a volte, anche alla sua intelligenza.

    Per segnalare l’immane violenza che caratterizzò la società preindustriale, Eco ricorda i progrom dei Crociati, la strage degli albigesi, la guerra dei Trent’anni e invita a fare la conta. Ma, a parte il fatto che mette insieme avvenimenti appartenuti a secoli diversi (la strage degli albigesi è del 1200, la guerra dei Trent’anni del 1600), Eco sembra dimenticare che solo i due conflitti mondiali del 1900 hanno fatto, fra gli europei, rispettivamente 10 e 38 milioni di morti.

    Se si tratta di far di conto non c’è dubbio che il Novecento abbia il record assoluto della violenza. Scrive ancora Eco: “Il nostro secolo è stato meno ipocrita degli altri: ha enunciato delle regole di convivenza… non conta che si continui a uccidere, a violentare, a prevaricare, a negare l’esistenza,: tutte queste cose per la coscienza comune sono diventate delitti, e certamente le si fanno con minor protervia”. A me parrebbe l’esatto contrario. Mi sembra molto più ipocrita e proterva una società che continua a fare il male sotto le bandiere del bene di altre che facevano il male senza considerarlo tale.

    Eco evoca l’orrore per “il numero di persone che morivano di fame il secolo scorso”e sembra ignorare quello che Van Illich scrive due pagine più avanti: “Se credete alle statistiche, oggi ci sono più persone denutrite di tutte quelle del passato messe insieme”.

    Naturalmente Eco non rinuncia all’argomento di cui tutti i fautori delle “magnifiche sorti e progressive” sogliono servirsi per tappare la bocca ai critici della modernità: nella società preindustriale la vita media era di trent’anni. E gioca volutamente sull’equivoco, fingendo di non sapere che la vita media dell’uomo preindustriale non ha nulla a che vedere (poiché sconta l’alta mortalità perinatale) con la durata effettiva della sua esistenza. Un uomo dell’ancient regime, che si sposava di solito proprio sui trent’anni, viveva mediamente un poco oltre la sessantina. Ciò che abbiamo guadagnato sono quindi una decina d’anni. Ma in conto bisognerebbe anche mettere come era vissuta la vecchiaia allora e come lo è oggi. Ha scritto lo storico C. M. Cipolla: “Il vecchio nella società agricola è il saggio; in quella industriale è un relitto”.

    Eco ammette che la modernizzazione ha portato l’angoscia. E non potrebbe fare diversamente perché tutti gli indicatori sono lì a confermarlo. A cominciare dal suicidio. Nella Londra della metà del Seicento, quando la rivoluzione industriale non si era ancora messa in marcia, la percentuale dei suicidi era di 2,5 per centomila abitanti. Nel 1850 i suicidi, nel mondo industrializzato, si erano già triplicati: 6,8 per centomila abitanti. Oggi sono 19,4. In quanto alle malattie mentali hanno avuto un’impennata con la rivoluzione industriale, sono diventate un problema sociale nell’800 e nella prima metà del 900, per esplodere come segno di disagio acutissimo ne secondo dopoguerra. Anche l’alcolismo di massa nasce con l’avvento della società industriale. Infine l’enorme espansione del fenomeno droga è sotto gli occhi di tutti.

    In realtà è un’armonia complessiva, dove ogni uomo, per povero che fosse, aveva un posto, un ruolo e un senso (o credeva di averlo, il che fa lo stesso), che è stata irrimediabilmente spezzata dalla modernizzazione. Eppure, nel suo scritto Eco sembra considerare l’angoscia come un prezzo necessario da pagare a quel “benessere” che ripugna a tutti ridurre”. Ma perché? Che società del benessere è mai quella che conosce il più diffuso malessere che sia stato registrato nella storia dell’uomo?

    Perché è così difficile riconoscere che il benessere fa male? L’impressione è che uomini come Umberto Eco rinuncino a guardare in faccia la realtà della modernizzazione per il conformistico timore, tipico d’una certa generazione, di non apparire progressisti. Ma progresso non è un ottuso andare avanti. Può essere anche fare qualche passo indietro, o perlomeno di lato, quando ci si accorge di aver imbroccato una strada sbagliata. È preoccupante che “maître à penser” del valore di Umberto Eco non vogliano capirlo e si riducano a livello di “everyman”, imbozzolati, mentre la barca sta già facendo acqua da tutte le parti, in un ottimismo insensato alla Mike Bongiorno. Ancora un passo e li sentiremo gridare: “Allegria!”.

    Massimo Fini

    L’Europeo 13 – Il Conformista 31 marzo 1990

    Fonte: http://www.ilribelle.com

    Link: http://www.ilribelle.com/archivio-editoriali-fini/2010/12/16/dilemma-essere-o-benessere.html

    6.12.2010

    • Mauricius Tarvisii says:

      L’articolo se non sbaglio è del ’90. Negli ultimi 25 anni il pensiero di Eco si è fatto molto più raffinato sotto quel punto di vista, però.

    • PinoMamet says:

      A parte il riferimento al pensiero di Eco, direi che l’articolo potrebbe averlo scritto il nostro Mirkhond!

    • Mauricius Tarvisii says:

      Diciamo poi che non è l’epitaffio più fantasioso che abbia letto

      http://xmau.com/wp/notiziole/2016/02/20/umberto-eco/

      Qui è dipinto come uno che ha fatto del male alla cultura scientifica. Il motivo è che era troppo colto, a quanto pare :D

    • Francesco says:

      >> In realtà è un’armonia complessiva, dove ogni uomo, per povero che fosse, aveva un posto, un ruolo e un senso (o credeva di averlo, il che fa lo stesso)

      col cavolo che lo è! verità o menzogna fa tutta la differenza

      >> Perché è così difficile riconoscere che il benessere fa male?

      perchè come fai ad alzarti la mattina con la coscienza di un tale fallimento ontologico?

      l’unica cosa fattibile è costruire un “benessere altro” che non sia nè una menzogna ai danni dei più poveri nè soprattutto una fonte di alienazione

      sennò schiacciate il bottone rosso

      PS questo fingendo che Fini sia serio, ma i problemi lo sono di certo

  19. Francesco says:

    mah, tra la tipa col cane e il bassetto con Erdogan faccio fatica a scegliere

    sulla miniera, per me senza manutenzione quel buco si chiude in pochi decenni :D

    fa più danni quel buco lì o una miniera sotterranea tradizionale o la miseria semplice senza miniera? boh

    saluti

    • Mauricius Tarvisii says:

      quel buco si chiude in pochi decenni

      Domenica prossima vai in gita ad uno dei tanti laghi che avete in Lombardia. Quelli sono buchi scavati da ghiacciai una cosa come 12.000 anni fa. Ti sembrano richiusi? :D

      • Francesco says:

        hai più fiducia nei ghiacciai o negli ingegneri minerari? e soprattutto, se il problema sono i laghi, non vedo il problema

        ciao

  20. Pingback: Nur e la miniera | cogito ergo sum…penso dunque sono

  21. Francesco says:

    OT

    il Sultano di Istanbul era anche il Califfo? o dopo la distruzione di Bagdad a opera dei mongoli non ci sono più stati Califfi?

    gli sciiti tra loro sono divisi come i protestanti o sono (abbastanza) omogenei? esiste una riconosciuta guida spirituale iraniana o appena potessero inizierebbero a litigare tra iraniani e arabi?

    come mai la Giordania è in pace? dove hanno sbagliato?

    ciao

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