Integrati ai Nostri Valori

Non tutti quelli che gli eletti hanno sbattuto nelle banlieue scelgono l’Islam, in una delle sue opposte vesti: quella dell’Isis o quella di Kery James.

Alcuni hanno interiorizzato i valori non negoziabili della nostra civiltà e li sanno cantare in maniera davvero sentita, come questo bellissimo coro multietnico.

Significativi e commoventi, nel video che vedrete, i riferimenti simbolici: la Torre Eiffel, il crocifisso, gli oggetti d’oro che il fanatismo islamico vorrebbe vietare agli uomini, come anche la comparsa di una bottiglia contenente una sostanza alcolica; e infine le donne felicemente libere dal fardello del velo.

Manca solo il Porco, ma la coraggiosa sfida multietnica all’integralismo è già chiaro così.

E’ una questione di lifestyle, come scrive Sergio Fintoni, autore di No limits. Presente e futuro del fashion marketing:

“Uno dei principali obiettivi del marketing di oggi è proprio quello di creare un lifestyle nel quale si possano identificare un numero sempre maggiore di persone, ovvero di clienti”.

Un filmato educativo, che ci auguriamo verrà proiettato nelle scuole, anche per il suo potenziale di stimolo all’economia.

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77 Responses to Integrati ai Nostri Valori

  1. Z. says:

    Dubito che i Club Dogo possano qualificarsi come “quelli che gli eletti hanno sbattuto nelle banlieue”. Comunque la produzione rap degli ultimi vent’anni è in larga misura roba di questo tipo.

    • “Dubito che i Club Dogo possano qualificarsi come “quelli che gli eletti hanno sbattuto nelle banlieue”.”

      Ma rispecchiano il modo di sentire di una grandissima parte di banlieue. Altrimenti, non li ascolterebbe nessuno, visto che probabilmente non piacciono a nessuno dei lettori abituali di questo blog.

      • Z. says:

        Miguel, miseriaccia…

        non puoi prendere i tuoi lettori come campione statistico della popolazione italiana!

        Diversamente, metà degli italiani frequenterebbe la messa e avrebbe simpatie catto-monarchico-conservatrici, il PD e Salvini prenderebbero voti a una cifra alle elezioni e pressoché nessuno ascolterebbe musica. In compenso circa un italiano su cinque sarebbe un appassionato dei Kyuss, nove italiani su dieci sarebbero dotati di una cultura storica degna dei migliori concorrenti del Rischiatutto, uno su dieci avrebbe assistenti al suo servizio – gratuito – ventiquattr’ore su ventiquattro e due su dieci sarebbero appassionati di un wargame ambientato durante la Guerra Fredda.

        Ora, forse sarebbe pure un’Italia migliore, se non fosse per il fatto che nessuno sarebbe in grado di progettare nessuno degli elettrodomestici che abbiamo in casa. Ma di certo sarebbe un’Italia molto diversa 🙂

        Quanto ai Club Dogo, ripetono semplicemente gli stessi testi che si ripetono precisi, identici & uguali dalla prima metà degli anni Novanta negli Stati Uniti. Così come hanno fatto generazioni di rapper prima di loro in tutto il mondo…

        • PinoMamet says:

          Però è vero che il loro gusto è il gusto della banlieue, o della periferia, o del quartiere Montanara a Parma
          (di Gucci Boy alias Bello Figo Gu, insomma, che infatti si fa chiamare Gucci Boy, celebra Berlusconi e Renzi e fa video con i simboli del lusso che può permettersi…)

          • Z. says:

            Pino, quel tipo di rap funziona così da quando esiste. E modestamente, se proprio dobbiamo parlarne, anche in quel settore Bologna è da sempre un passo avanti:

            https://www.youtube.com/watch?v=em2SushnrFg

          • daouda says:

            Joe Cassano era forte ma è morto troppo presto per dirlo.

            Ti scordi Kaos One anche se non è di li, o comunque Deda che è di Ravenna

          • Z. says:

            Dau, ma come mai su questo tema scrivi cose condivisibili e soprattutto comprensibili? sono stupefatto, anzi, putrefatto 😀

            Ho citato JC e non Deda per restare sul genere gangsta, più che per preferenze personali. Comunque a tutt’oggi Deda fa musica in città, anche se sotto altro nome. Come molti ravennati è stato acquisito alla Capitale!

            Oggi i giovani ascoltano i Club Dogo e non hanno sentito parlare di SxM. O temporali, o more. Ma poi chissene, a me piacciono Dylan, Hendrix e i Led Zeppelin, mica il rap 😛

          • daouda says:

            Si è Katzuma o cos’altro.

            Se sapessi i presupposti scriveresti cose argomentativamente più dettagliate delle mie, ricalcandole, e sicuramente più chiare.

            Che i pischelletti si ascoltino i CB dipende dove, qua no, né al sud, per dirla così. E non mi parono così scemi.

            Poi io pure ascolto rocche e vari altri generi però col rap ce sò cresciuto

          • Z. says:

            La cosa che mi ha stupito è che i gusti musicali mi sembrano molto uniformi tra i giovanissimi. Quando parlano di giovani rapper che passano all’ ISIS penso: e grazie tante, ascoltano tutti rap! Se un fan di Brahms o di Vivaldi passasse all’ ISIS sarebbe una notizia 😀

            • ” Quando parlano di giovani rapper che passano all’ ISIS penso: e grazie tante, ascoltano tutti rap! ”

              Esatto, era questo che volevo sottolineare.

              L’Isis è molte cose; ma il “pericolo per noi” è costituito ovviamente da chi può fare attentati in Europa.

              E questi sono tutti quei giovani, cittadini europei, di lontane origini mediorientali (ma non è indispensabile), che oscillano tra “Gucci-Vuitton” – il sogno dello spacciatore medio – e momenti di maggiore idealismo.

              A cui si prospetta una fama eroica in una causa nobile, facendo però proprio le cose cantate dal rap.

              Le cause sono molte: carattere adolescenziale, l’ostilità interetnica, la paranoia antiislamica, un’urbanizzazione disumana, la crisi economica, la cultura mediatica di massa, la delinquenza come normalità, la fantastica immagine dell’Isis che (ci piaccia o no) ha creato attorno a sé un’aura di essere l’unico movimento di opposizione al mondo, fatto da giovani senza arte né parte che stanno conquistando il pianeta con allegria e ferocia e che muoiono giovani.

              E più se ne parla male, più si diffonde quest’aura.

              Basta una scintilla, una cosa vista un attimo su Youtube ad esempio, che fa scattare un’identificazione profonda con un movimento che non esclude nessuno (ecco perché insisto sull’immagine antirazzista e multietnica dell’Isis) e che è in grado di vendicare tutti i torti.

              Se le cose stanno così, tutte le chiacchiere su sconosciuti versetti “violenti” del Corano o sui pericoli dell’islamizzazione stanno a zero; anzi, come dimostra Kery James, la scoperta di una dignità islamica collettiva è una potente arma contro gli sbandamenti irrazionali.

          • Z. says:

            Cioè quasi tutti i giovanissimi ascoltano rap, mica solo gli isissini

          • Francesco says:

            >> Poi io pure ascolto rocche e vari altri generi però col rap ce sò cresciuto

            adesso si capiscono molte cose, il rappe fa più danni al cervello dei discorsi di Bersani

            povero d!

          • Francesco says:

            Miguel

            stai parlando dell’Islam moderato che Alfano cerca da anni e anni?

            😀

            • “stai parlando dell’Islam moderato che Alfano cerca da anni e anni?”

              Io non penso che nessuno debba cercare di modellare l’Islam (o altro) a propria imamgine e somiglianza.

              Qui è ormai da qualche decennio (diciamo dal 1979, ma con un’accelerazione mostruosa dopo il 2001) che si prende di petto incessantemente un’intera comunità, che prima non aveva nemmeno particolare coscienza di essere tale.

              Questo attacco incessante, prima o poi, provoca in tanti uno spirito di gruppo che prima mancava e in alcuni anche reazioni esplosive.

              In una cultura in cui i simboli mediatici hanno importanza enorme, pensa alla doppia botta che hanno preso milioni di musulmani in Francia, quando hanno visto che:

              – tua figlia non può andare a scuola se si veste da “musulmana”. Che magari non ci andava nemmeno, però l’offesa personale/collettiva è evidente

              – un gruppo di intellettuali “bianchi”, che mantengono una rivista grazie (peraltro) ai soldi sauditi, può permettere di insultare, giorno dopo giorno, le cose che ti sono più care

              Attenzione, non sto dicendo che nessuno doveva censurare Charlie Hebdo; sto solo dicendo che un dispositivo congiunto di questo tipo è assolutamente micidiale e non poteva che ottenere gli effetti che ha ottenuto.

              In questo, almeno, i politici italiani e statunitensi sono stati più cauti.

        • PinoMamet says:

          Sempre sul tema Gucci:

          “Le scarpe col tacco scopami-scopami”, della povera Amy Winehouse:

          https://www.youtube.com/watch?v=iVaqQe3V498

        • ruttone says:

          >due su dieci sarebbero appassionati di un wargame
          >ambientato durante la Guerra Fredda.

          parli di twilight struggle?

  2. Pierluigi Vernetto says:

    ma perche’ vuoi farci del male cosi’ ? dai per favore , non sono andato oltre al 30esimo secondo, troppo ripugnante

  3. izzaldin says:

    l’ostentazione di oro da parte dei rapper nacque con un significato politico ben preciso.
    I rapper afroamericani si riempivano di *catene* d’oro in una forma di volontario ribaltamento delle catene arrugginite che tenevano schiavi i loro antenati. Era un ribaltamento, una sfida all’uomo bianco. in questo senso vanno intese anche le passioni per le “snow bunnies”, le ragazze bianche amate dai rapper proprio come contrappasso verso i padri bianchi razzisti.
    (a tal proposito ti segnalo questo pezzo, in cui Ice T si diverte ad accoppiarsi con la figlia di un Grand Wizard del KKK https://www.youtube.com/watch?v=FIGAZnk5Iwo – il pezzo è un ibrido rock’n’roll – rap, ma il cantante è Ice T uno dei campioni del rap old school).

    Miguel ha ragione, nelle banlieu italiane vanno fortissimo i Club Dogo, ma come fa notare Z., i tipi umani non lo sono affatto: il ciccione che apre il video credo sia figlio di un magistrato milanese o qualcosa del genere.

    Una cultura di rivolta, nata sulle ceneri del movimento delle Black Panthers decimato da omicidi politici e repressione poliziesca, arriva in Italia tramite Mtc e viene recepita dai grassi figli dell’Occidente; poi viene declinata alla Kery James o alla Club Dogo, con migliaia di sfumature.

    A Palermo come artisti abbiamo un sacco di rockers ma pure qualche rapper. Segnalo questo pezzo che secondo me ha un testo molto bello.

    https://www.youtube.com/watch?v=Qb_0DcqcQ1c

    (quello che apre il video ora “ce l’ha fatta” ed è in finale di X Factor, televotato dalle masse palermitane)

    • izzaldin says:

      Mtc leggasi MTV

    • daouda says:

      Me sembrate scemi, i club dogo non se li incula nessuno.

      Mettete n po del Lou X , così fate sballà quelli un po’ più arcaici ed un po’ più gretti come a mme

    • PinoMamet says:

      “Una cultura di rivolta…”

      ricordo che questo era uno dei cavalli di battaglia del manifesto quotidiano comunista e dei suoi vari inserti, ma non mi ha mai convinto troppo.

      Non sono un esegeta della “cultura hip hop” né ci tengo a esserlo (mi sembra una roba così…. veeeeeeecchiaaaaa) ma, quali che siano le sue origini, il rap mi sembra sia passato in fretta dalla condanna della società che crea le disparità, al semplice desiderio di impadronirsi dei simboli del potere;
      quasi completamente riassorbito all’interno del sistema, fino a diventarne anzi una colonna portante
      (il quasi è riferito a dissidenti e pensanti, che naturalmente come eccezioni ci saranno sempre in qualunque contesto).

      L’Italia poi non sono gli USA, e possibile che tra tanti usi di quello che è, dopo tutto, un genere musicale, ci sia anche qualcuno che fa sul serio
      (oltre ai troppi che si prendono sul serio) e forse anche qualcuno che ha qualcosa da dire, ma la maggior parte… mah… stendiamo un velo.

      • daouda says:

        PEr ogni cosa è così, non c’è nulla di strano, il rap è denuncia MAI rivoluzione

      • Z. says:

        Da seguace di Togliatti e appassionato di rock classico non condivido l’accezione negativa di “vecchio”. Vecchio è bello!

      • izzaldin says:

        @Pino
        abbastanza d’accordo su tutto tranne che sugli inserti del manifesto, erano molto ben fatti, proprio su rap/rivolte di L.A. ce n’è uno bello con musiche di Bacalov 🙂

        @daouda
        i club dogo a me hanno sempre fatto schifo ma fra gli adolescenti hanno ancora seguito. leggo ora che gue pequeno ha una data il 28 gennaio a Milano già sold out
        😮

    • Pietro says:

      I Club Dogo vanno forti a Milano, non nelle Banlieue. Li’ piace molto di piu’ gente come Lou X. Purtroppo sono cose che se non si toccano con mano non si capiscono per via della loro marginalita’.

      • izzaldin says:

        Non so dove abiti ma allo Zen saranno in pochissimi a conoscere Lou x. Le tamarrate tipo Dogo Fibra o J Ax vanno molto perché i media bombardano il pubblico con questa munnizza

        • Pietro says:

          Forse frequentavo ambienti piu’ militanti. Di quelle parti conoscevo Stokka e MadBuddy. Il resto rientra nel mio discorso della mutazione antropologica delle periferie. Quelli che ascoltano Dogo ecc ecc sono come quelli che a Milano vanno in centro per sentirsi milanesi. Dalla rivendicazione d’identita’ all’imitazione. Nelle periferie francesi questo e’ completamente fallito portando ai fatti recenti, ma l’Italia e’ sempre piu’ indietro… In ogni caso Milano e’ sempre stata piu’ politicizzata di altri posti… Tra i grandi nomi non puo’ mancare Danno, Artificial Kid e’ un capolavoro mentre come CD collettivo Ministero dell’Inferno e’ da brividi. Segnalo il video del barese Il nano in duetto con il neomelodico napoletano Tommy Parisi, figlio di un boss….

  4. Roberto says:

    Ma quando dici nostri valori o nostra società, “noi” chi sarebbe?

    Questi post mi fanno l’effetto di uno che posta una lapidazione pubblica allo stadio di Kabul e dice “questi sono i loro valori” (fermo restando che orologi e sgallettate mi piacciono di più che le lapidazioni, ma son gusti)…..effetto che riassumo con la domanda “Uh? Ma di che parla?”

  5. Roberto says:

    Sul rap credo che z abbia ragione

  6. Francesco says:

    lessi tempo fa che i veri consumatori del rap, quelli che pagano e arricchiscono i rapper, sono ragazzi della borghesia bianca

    altro che inni identitari delle periferie, sono sottofondi per drammi dei brufoli nei sobborghi

    😀

    • Pietro says:

      Vero. A Milano e’ esattamente cosi’. A Roma no perche’ Roma ha il sottoproletariato che a Milano non esiste.

      • Moi says:

        “sottoproletariato” è un termine da Anni Cinquanta in giù … 😉

      • Francesco says:

        per me i ragazzini che facevano le penne con i motorini truccati nel quartiere di periferia dove io facevo volontariato erano molto sottoproletariato

        e anche quelli che vedo ora in giro alla mattina quando vado al lavoro (lavoro nell’hinterland e uso il metrò), fumatori incalliti e vestiti come piace al Duca …

        😀

  7. Moi says:

    Mi dite i minuti islamofobici del video, che non li ho colti ? … Ormai, scusa Miguel, ma con ‘sta islamofobia mi sembri in fissa come la Boldrini con il Maschilismo 😉 😀 ..

  8. Moi says:

    Cmq ammetto che il rap mi annoia in tempi rapidissimi, se poi è in una lingua come il Francese o l’ Italiano mi diventa una cantilena noiosissima peggio delle “zirudelle” da zdàura di un secolo fa 😉 … in AngloAmericano, almeno, il rap lo trovo più sopportabile.

  9. Moi says:

    Questa, ad esempio, è “Black Music” che mi piace :

    http://www.youtube.com/watch?v=HoIfB4J3sqU

    SAM COOKE – DON’T KNOW MUCH ABOUT HISTORY

    ———————————

    James Brown – Living in America

    http://www.youtube.com/watch?v=UzDDJm27vmc

    —————————————

  10. Moi says:

    http://www.youtube.com/watch?v=9gvCCWcR5dM

    Preacher’s Delight- 1st First Rap Song (1937)

    Possibly the first recorded rap song, done in 1937 by the Gospel Golden Gate Jubilee Quartet, and the Jubaliares. The preacher and the bear sound just like rappers delight done by the sugar hill gang in 1979.

    ———-

    Direi molto più “catchy” della roba di adesso 😉

  11. Moi says:

    Il gruppo di Black Music degli Anni ’70

    http://www.youtube.com/watch?v=9A6BYKQHAQo

    Boney M – Brown Girl in the Ring

    … che secondo alcuni sarebbe stato plagiato dalla sigla Italiana dell’ Anime isiprato al romanzo Sans Famille (1878) di Hector Malot

    http://www.youtube.com/watch?v=iRYkKVgdqkc

  12. Pietro says:

    Visto che si parla di Rap, una roba che ho scritto in quanto mi interessava molto il tema: https://farfalleetrincee.wordpress.com/2015/05/20/khmer-djs-vite-violente-sospese-tra-stati-uniti-e-cambogia/

  13. Moi says:

    http://www.lanuovabq.it/it/articoli-quei-noiosi-rapper-milionari-che-si-fingono-nel-ghetto-14303.htm

    Quei noiosi rapper milionari che si fingono nel ghetto
    di Rino Cammilleri
    05-11-2015

    Ora, poiché il famoso sogno americano non è altro che fare un sacco di soldi, possibilmente subito […] c’è il ragazzo che non vuol mica fare la vita di sua madre, che l’ha tirato su a sacrifici. Così, se ne va. Sì, perché col duro lavoro i soldi non si fanno, come sua madre ha dimostrato. E se i soldi non li fai mentre sei ancora giovane per poter goderteli, è inutile affaticarsi.

    [cit.]

    Fa riflettere che i neri americani, grazie all’affermative act, è dagli anni Sessanta che hanno ogni strada aperta fino alle più alte cariche e posizioni sociali. Addirittura, un grottesco film degli anni Settanta, Soul man, narrava di un ragazzo bianco che si truccava da negro per lucrare un posto nelle quote riservate e poter iscriversi all’università. I sociologi, certo, avranno una spiegazione per questo fenomeno di autosegregazione a tutti gli effetti da parte di una buona fetta di negritudine statunitense che delle opportunità offerte dal sistema non intende giovarsi. Forse, più semplicemente, non le fa bene il vittimismo a cui l’ideologia radical-chic la incoraggia.
    [cit.]

    • Pietro says:

      Come detto sopra ci sono rapper e rapper. Purtroppo non conoscendo queste realta’ e’ molto facile generalizzare. Lou X non e’ Jack la Furia, Er Gitano e’ morto e Fibra e’ vivo. A Milano c’e’ stata una scena “pesa” negli anni dell’eroina, quando i Club Dogo giocavano con le figurine nei quartieri “poveri” del centro che non sono i quartieri “poveri” della periferia. I romani fanno un cd tra un arresto e l’altro, i milanesi invece rilasciano interviste. Soprattutto su ambienti underground e’ facile parlare del tutto a sproposito.

      • interessante quello che dici sui rapper, e che modifica certamente quello che ho scritto.

        Cosa intendi per quartieri poveri del centro, contrapposto a quartieri poveri della periferia?

        • Pietro says:

          Ciao Miguel, che secondo me un quartiere povero del centro ti permette spazialmente di uscirne. Quello di periferia no, quello te lo devi vivere e prendere dei mezzi pubblici per uscirne, passando una vera e propria linea di confine. A Milano di fianco all’isola c’e’ corso Como, via Anfossi e’ a due passi da San Babila. Quarto Oggiaro, Comasina, Opera o Rozzano sono raggiungibili con almeno mezz’ora di mezzo pubblico, e sempre quello. Mentre in centro hai una scelta nella mobilita’ in periferia no, se usi la 70 o il 3 sei inquadrato come uno che va in periferia. Ovviamente generalizzo, sono pensieri sparsi.

      • izzaldin says:

        Sulla differenza abissale di stile, contenuti e autenticità tra Roma e Milano sobo totalmente d’accordo.
        Però i ragazzini ‘bianchi’ milanesi per fare i duri ascoltano i ‘neri’ romani.
        Come ha scritto credo Francesco o Z, i primi acquirenti del gangsta rap dwl ghetto erano i ragazzini bianchi dei suburbs..

  14. Moi says:

    Insomma … Italianizzando : o diventano come Fedez o tanto vale che si trovino il Remo Gaspari di fiducia 😉 !

  15. Pietro says:

    @Francesco: periferici in cerca di integrazione. Spesso meridionali vittime del “sogno milanese” che devono passare ogni momento di non lavoro in centro per dirsi di essere milanesi. Non vorrei sembrare arcaico citando Pasolini, ma non ci sono piu’ (a Milano) le periferie di una volta 😀

    • Z. says:

      Il tuo avatar è bellissimo… lo voglio io 😛

    • Francesco says:

      lo diceva anche Celentano

      dimostrando di essere rimasto indietro, che nel frattempo che lui rimpiangeva i campi e gli alberi è successo di tutto

      se vuoi attacco un lamento perchè non ci sono più i monasteri di una volta! che ad Aosta ci stava Sant’Anselmo invece del casinò!

      😀

  16. mirkhond says:

    Dieci anni fa, volevo andare a Milano per cercare lavoro.
    Fui praticamente dissuaso dai parenti e da un conoscente che mi disse che, se non avevo un incarico ben remunerato, sarei andato solo ad ingrossare l’esercito di mendicanti già numeroso nella Milano da bere……

    • Francesco says:

      ma che gente ascolti? è da secoli che si viene a Milano a cercare lavoro!

      certo, il 2005 non era la fine del mondo come situazione economica ma forse, rispetto a Bari …

      ciao quasi compaesano

  17. mirkhond says:

    Certamente.
    E ne conosco u paio, tra cui il nostro Peucezio! 😉
    Ma questa persona di cho parlato, accennava a coloro che vi sono andati in quel periodo, senza un buon stipendio….

    • Francesco says:

      ma uno va a Milano a cercarlo, lo stipendio!

      se ce l’ha a casa sua, a Milano ci va per fare il turista

      😉

  18. Z. says:

    Questi sono i nostri valori, miseriaccia:

    http://bologna.repubblica.it/cronaca/2015/12/10/news/lonely_planet_l_emilia-romagna_e_il_paradiso_gastronomico_italiano_-129185119/?ref=nrct-4#gallery-slider=129169203

    E sono valori in cui crediamo così tanto che Pino ha dovuto convertirsi all’ebraismo perché lo lasciassero in pace. Altrimenti non smettevano più di dirgli “su, mangia il cotechino” o “mmm senti che buono questo Parma mangiato assieme al formaggio di fossa”!

    😀

    • Francesco says:

      il cotechino ha un precipuo valore teologico

      e ci mancherebbe che fosse considerato solo cibo

    • PinoMamet says:

      Confrmo la versione di Z.!

    • Lanzo says:

      Persiste il mito che gli ebrei “normali” mangino solo kosher… Come se i cattolici, il venerdi’ di fronte ad una fiorentina si tirassero indietro dicendo vade retro satana!
      Kosher significa che anche il pollo o l’abbacchio dovrebbero essere scannati da un rabbino, altrimenti e’ impuro, quindi non e’ una questione di cibo “per se” .
      Poi i musulmani hanno copiato col cibo halal. Di ebrei che si spazzolano aragoste od ostriche senza problemi ne e’ pieno il mondo…

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