La storia che vuol farsi raccontare

In questo periodo, vivo una frustrazione tutta particolare, opposta a quella dell’autore medio. Cioè della persona che vive una vita relativamente banale, ma ha una splendida fantasia in testa e cerca a tutti i costi di farla pubblicare.

Non so se ho molta fantasia, ma vivo una storia meravigliosa e per molti versi assurda, che è quella di San Frediano: qualunque cosa che vada dalla vita dei mobilieri dell’Ottocento a Raumer, che ieri chiedeva un euro a poesia, e poi ci regalò un pasticcino, o il musicista classico che  svegliò tutto Borgo San Frediano, camminando piano, all’aurora, al centro della strada e suonando delicatamente il flauto.

Però è una storia anche sensibile, fatta di gente che magari ha i propri segreti, ed è anche una storia sottilmente violenta, perché alla fine c’è gente malvagia che vorrebbe spolpare il rione, e i malvagi sono tutt’altro che stupidi.

Certo, ci sono le cose che possiamo dire, e da ieri abbiamo un sito dove raccontarle, http://www.nidiaci.com.

Ma le storie più belle e strane, non le posso raccontare, o le posso raccontare solo in parte e a poche persone.

Posso però pubblicare i commenti di due di queste persone alle storie raccontate in privato.

Rossana scrive:

Storia affascinante.

Fossi te, lo scriverei prima o poi il romanzo.

In pratica è già  tutto scritto, e secondo me lo è perché una storia che sta tentando disperatamente di farsi raccontare.

Forse sei capitato sulla storia del Nidiaci solo per poter arrivare a quest’altra storia, che secondo me non è finita: Manca qualcosa, un piccolo tassello finale con sorpresona.

Tortuga scrive:

Temono solo che gli si tolga, da un giorno all’altro,
qualcosa per cui ha lavorato tutta la vita
di nascosto
dittatura
paura
controllo
silenzio
fare qualcosa
tagliato teste…

centocinquanta
bambini
mamma pakistana
violinista americana,
calcianti Bianchi
nonna anziana
restauratrice di statue
legno del Cinquecento
violinista zingara
non annoiarti

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53 Responses to La storia che vuol farsi raccontare

  1. Z. says:

    Che importa se ti pubblicano o no? Tu scrivilo il romanzo. Noi lo leggeremmo volentieri!

  2. PinoMamet says:

    Concordo con Z.!

    (che brava Tortuga!)

  3. gbs says:

    Invece penso che non dovresti scrivere un cazzo e goderti la tua avventura. Lascia che qualcun altro scriva il romanzo. I romanzi sono per noi guardoni intellettuali.

    Poi ovviamente se pensi che possa esserti d’aiuto dal punto di vista economico allora sì, dovresti scriverlo.

  4. rossana says:

    In una delle belle lettere che scrive all’aspirante poeta Kappus (nel libro che sto leggendo in questi giorni, Lettere a un giovane Poeta, appunto), Rainer Maria Rilke insiste sul fatto che uno è scrittore perché non può fare a meno di scrivere qualcosa che deve assolutamente mettere fuori di sé, per liberarsene.
    Ora, che tu scriva è un fatto noto, che tu abbia una storia da raccontare pure, che la storia del Nidiaci ti stia e ci stia appassionando pur avendo noi in pasto per ora solo dettagli sparsi è testimoniato in questo tuo blog.
    Metti insieme tutto questo e aggiungi ciò che solo tu puoi aggiungere perché è a te che il Nidiaci sta parlando fitto da tempo.
    Ripeto: questa storia voleva essere raccontata e ha trovato te.
    Non puoi esimerti.
    Non importa quanto ci metterai né è importante il suo destino una volta scritta: conta che qualcuno (tu) la scriva e la renda nota.
    E questo è quanto…

    • izzaldin says:

      Sono totalmente d’accordo con Rossana.
      Molta gente, giornalisti o scrittori professionisti, deride chi scrive “gratis”, come se fosse scontato che l’unico stimolo a scrivere è il denaro.
      Se fosse così, Kafka e Tomasi di Lampedusa non avrebbero mai scritto i loro capolavori visto che furono pubblicati soltanto dopo la loro morte. E questo vale anche per molti altri grandissimi autori.
      Quindi ha ragione Rossana (e con lei Rilke :) ), uno deve scrivere perché ne sente profondamente il bisogno e senza secondi fini.
      Se Miguel sente il bisogno di “liberarsi” di questa storia, allora che non abbia esitazioni.

      saluti,
      Izzaldin

  5. mirkhond says:

    Da quel che mi è sembrato di capire, per Martinez il problema non è tanto di carattere finanziario-editoriale, quanto di render pubbliche tematiche riservate.
    Da qui il suo esitare se dar sfogo o meno a ciò che vorrebbe raccontare.
    Non importa se su carta stampata o in internet!

  6. mirkhond says:

    “Molta gente, giornalisti o scrittori professionisti, deride chi scrive “gratis”, come se fosse scontato che l’unico stimolo a scrivere è il denaro.”

    Chi scrive, lo fa (o dovrebbe farlo) innanzitutto per se stesso, per dar sfogo, liberare dei pensieri, sensazioni, emozioni, suggestioni, argomentazioni che si porta dentro.
    Poi, se decide di pubblicare quanto scrive, lo fa appunto perché tale scritto sia condiviso da più gente possibile.
    Però non sempre lo scrivere puo’ essere alieno dal bisogno economico, ed oggi con la scusa di internet, molti editori NON sono disposti a pagarti, al massimo anzi, pretendono che sia TU a dargli i soldi chessò, per 100, 200 o 500 copie!
    Per cui se la propria creatività è purtroppo accompagnata dal bisogno, finisce che ciò che si scrive resti chiuso nel cassetto o al massimo fatto circolare privatamente tra pochi amici!
    Ed è un peccato!

    • rossana says:

      @mirkond
      “…non sempre lo scrivere puo’ essere alieno dal bisogno economico…”
      Il bisogno economico, cioè la necessità di avere almeno di che sopravvivere per poter scrivere, che è ciò che da senso all’esistenza dell’autore, è stato sempre il demone che ha perseguitato ogni artista, fosse questo uno scrittore, un pittore, uno scultore, ogni musicista, etc.
      Come ricorda Izzaldin qui sopra, immenso è lo stuolo di coloro le cui opere letterarie immortali continuiamo a leggere a distanza di anni, o che hanno scritto, scolpito, dipinto perseguitati dalla fame e dai debiti per poter comprare carta da musica, candele, legna o carbone con cui scaldarsi d’inverno.
      Senza contare i grandi che magari hanno lavorato anni come impiegatucci per aver quel bisogno di pane soddisfatto dedicando alla loro opera ore notturne o fredde mattine.
      Rari gli immortali che hanno potuto dedicarsi all’arte loro senza dover patire per campare, eppure oggi non c’è penna che non pretenda di essere pubblicata fosse anche solo per pochi denari, spesso buttandosi via, cioè sprecandosi per bisogno quando potrebbero far ben altro conservando intatto il dono dell’arte che possiedono.
      Il bisogno e l’arte sono da sempre fratelli siamesi, l’uno e l’altro sempre a farsi la guerra pur sapendo entrambi di essere fratelli inseparabili: spesso è proprio da quei bisogni che si fatica a soddisfare, dalla sofferta necessità di dover provvedere al pane togliendo tempo all’unica cosa per cui si darebbe la vita, a produrre gli autori più intensi e apprezzabili.
      O almeno così mi pare sia spesso ancora oggi: raramente nasce un grande artista da una vita pasciuta.
      Molti autori passabili, magari dotti e pieni di dotte citazioni, ma non grandi.
      Se uno scrive (o scolpisce, pittura, fa musica) per vendere si condanna alla mediocrità. E non ci mancano gli esempi: un instant book non si nega a nessuno e se poi fai pure un mestiere altro che ti ha reso noto la via del successo editoriale e della pancia piena è tutta in facile discesa.
      Ma una storia, una magica storia che ti bussa alla porta e insiste affinché tu la insegua fino a farsi sempre più fitta la trama e intrigante l’origine della storia non capita tutti i giorni.
      Credo che Miguel, almeno questa è la storia come la percepisco io, sia incappato in una di queste storie. E credo lo stia sfidando a scriverla.
      Sa farlo, e chissenefrega se sarà o no un successo editoriale: magari postuma (ma non è per definizione postuma, la storia del Nidiaci?), o la scrive lui o qualcun altro finirà per scriverla.
      E non è detto che un altro avrà quel rispetto e quella sensibilità (profondità) che Miguel oggi ha al punto da tenrla in parte per sé, come se sapesse che non può darla in pasto prima di averla fatta sua fino in fondo.

  7. mirkhond says:

    Sono d’accordo con ciò che dici, ma riguardo all’aspetto economico non mi riferivo a Martinez, che, ripeto, se ho capito bene, avrebbe problemi a pubblicare ciò che ha in mente più per questioni di riservatezza che, evidentemente, coinvolgono persone e situazioni a lui vicine, che, appunto per questioni economiche personali….
    Poi, non sapendo esattamente di cosa vuol parlare, non aggiungo altro….
    ciao!

    • Z. says:

      Devo ammettere che a quest’aspetto, che è molto importante, non avevo proprio pensato. Però, siccome si tratta di persone a lui vicine, potrebbe anche valutare insieme a loro se e di quali storie raccontare.

    • rossana says:

      @mirkhond
      Hai ragione, la questione riservatezza è così dannatamente centrale che l’avevo rimossa, tanto mi ingombrava…Bisognerà trovare un qualche modo per raccontare questa storia senza trovarsela fra i piedi, prima o poi. Chissà…Ciao!

  8. Per Mirkhond

    Non avevo proprio pensato a un aspetto economico; anzi, secondo me, se non si è dei geni, è bene separare sempre scrittura e guadagno, in modo che il secondo non condizioni la prima.

    Poi da quel poco che so, il mondo degli scrittori “professionisti” è un ghetto piuttosto angosciante.

    No, il problema è nei rapporti.

    Certo, c’è la questione della riservatezza, spesso imprevedibile; c’è la questione della neutralità di ciò che facciamo, che verrebbe meno se volessi raccontare gli episodi più bizzarri e divertenti riguardanti, ad esempio, politici locali; c’è il pericolo di denuncia se si raccontano cose magari vere ma difficili da dimostrare su certi imprenditori…

    Però è un peccato :-)

    • Francesco says:

      Non basta ambientare la storia nella città di …?

      Tanto in Italia 9 città su 10 sono antiche e ricche di storia

      e traslitterare i nomi dei protagonisti, modificando quel minimo da scoraggiare il ricorso agli avvocati?

      il tesoro dei tuoi racconti sono le persone e questo rende meno rilevante che queste persone vivano in un quartiere di Firenze invece che altrove

      ciao

    • habsburgicus says:

      @Miguel
      e mettere nomi di fantasia ? o magari solo le iniziali ? (per giunta cambiate :D)

  9. Per Francesco

    “Non basta ambientare la storia nella città di …?

    Tanto in Italia 9 città su 10 sono antiche e ricche di storia”

    E’ vero, e qualcuno me lo ha anche consigliato, ma la cosa meravigliosa di quelle 9 città su 10 è che ciascuna è unica e inconfondibile. Ed è anche l’ottimo motivo per cui il nazionalismo italiano è ridicolo.

    • PinoMamet says:

      … io sono d’accordo con Miguel 99 volte su 100, ma questa è una di quelle “non proprio, dai”.
      In realtà ogni città è sì unica, ma, mutatis mutandis, confondibilissima. A meno che non si voglia proprio parlare di specificità cittadine (il calcio “storico” fiorentino, per esempio) e non le si vuole sostituire con qualcos’altro che ne tiene il posto altrove (che non è detto ci sia; ma in tanti posti c’è);

      ma come carattere e persino architetture, tutta l’area perlomeno che va da Sud del Po a Nord del Volturno (più sopra e più sotto sono meno pratico e non saprei) mi pare largamente confondibile.
      Naturalmente la cosa non farà piacere ai fiorentini, come non fa piacere a nessun abitante di città storica; e credo sia questo il motivo per cui il nazionalismo italiano non può funzionare.

      Ridicoli, lo sono tutti i nazionalismi.

      • Peucezio says:

        Mah, non lo so, Firenze (e forse la Toscana in genere) ha delle architetture caratteristiche, che non sono affatto le stesse che si trvano, per esempio, a Roma, oppure nelle Marche.
        E il carattere toscano è del tutto peculiare e quasi un’anomalia in Italia (pur essendo al tempo stesso profondamente italiano, nel suo cinismo e nel suo spirito ipercritico e disfattista).

      • Peucezio says:

        Ciò non toglie che la peculiarità unica di ogni realtà locale italiana non solo non toglie nulla all’italianità, ma ne è l’essenza stessa.
        Appena superi le Alpi, cominci a fare chilometri e chilometri e non cambia mai nulla.
        Questo fa capire in modo nettissimo che prima eri in Italia e ora sei altrove e che l’Italia è qualcosa di caratterizzatissimo.

        • PinoMamet says:

          Sì e no:
          architettonicamente, vedo le foto dell’Oltrarno e mi sembra identico a centinaia di altri quartieri che ho visto, la parte storica-ma-non-fighetta che molte città e cittadine ancora conservano.
          Ma proprio identico.

          Vero che il carattere toscano ha la sue peculiarità, ma anche qui, è una questione di gradazioni:
          non so se la stessa storia ptrebbe essere ambientata “caratterialmente” in Brianza o nella Locride, ma nella maggior parte d’Italia, tutto sommato, credo di sì.

          Anche il mix etnico del quartiere, di cui Miguel ci ha parlato diverse volte, è lo stesso dell’Oltre- di qua, come credo di tutti i quartieri simili ovunque in Italia.

          idem gli artigiani, la vita di quartiere ecc.

  10. mirkhond says:

    “Ed è anche l’ottimo motivo per cui il nazionalismo italiano è ridicolo.”

    Condivido al 100% L’Italia NON esiste come UNICA nazione!

    • Francesco says:

      non di più, nè di meno, del resto delle nazioni

      rassegnati ai fatti, carissimo Mirkhond

      e lotta per l’indipendenza del Regno, anche perchè una volta restaurati sul trono i Borbone, il passo successivo è prendere Parigi!

      • mirkhond says:

        Fai l’italiano e il leghista a targhe alterne, a seconda di quello che ti conviene. :)

        • Francesco says:

          ma no, dai, l’Italia è una nazione, la Padania un’entità economica ottimale, l’Europa un mercato comune e un’entità militare rilevante, la Chiesa è universale

          la patria è il Milan

          :D

        • PinoMamet says:

          ” l’Europa [… ] un’entità militare rilevante”

          Magari, France’! Qua “rilevano” solo gli americani e i russi, me sa!

        • mirkhond says:

          Che l’Italia sia una “nazione” è alquanto discutibile! :)

        • PinoMamet says:

          Dai Mi’…
          non mi ci tirare in questa discussione, su!
          ;)

        • mirkhond says:

          Cosa ne penso al proposito è ormai arcinoto! :)

        • Francesco says:

          Che l’Italia sia una nazione, in senso culturale, è del tutto evidente dai dotti della penisola da almeno 2.000 anni. E pure a quelli di oltre le Alpi e oltre il Mare, che pure il loro giudizio conta.

          E’ doloroso ammetterlo? pensa che io devo vedere Pirlo che gioca bene anni dopo che il Milan lo ha lasciato andare GRATIS perché “era bollito” …

          Essendo una nazione, ha da essere uno Stato? non vedo perché!

        • Francesco says:

          x Pino

          hai ragi0ne, parlavo in termini di “potenziale”, non certo di effettività

          ciao

        • mirkhond says:

          Sulla “nazione” culturale posso essere in parte d’accordo!

        • Francesco says:

          Mirkhond

          come solo in parte d’accordo? non siamo più diversi tra noi italiani che i tedeschi o gli spagnoli o i britannici

          :)

          ciao

  11. mirkhond says:

    Infatti provo disagio quando Pino ;) parla di “noi italiani” come se fossimo un unico popolo, cosa non vera per gran parte della storia d’Italia! :)

    • PinoMamet says:

      Dovresti provare altrettanto o più disagio quando qualcuno parla di “francesi”, di “spagnoli”, allora ;)
      (per non parlare di “inglesi” nel senso comune di “britannici”).

      Ma ne abbiamo già parlato e non voglio rivangare, dai.

      Oh, io mi sento italiano, rassegnatevi!

      • PinoMamet says:

        E poi c’è anche la comodità:

        tanti eventi dal 1860, per non parlare di quelli di oggi, riguardano, in effetti, tutti gli abitanti della Repubblica Italiana, e se ci sono divisioni, raramente o mai ricalcano quelle degli stati pre-unitari (che a loro volta…);

        per cui, se devo parlare di Grillo o di un programma della Rai anni Settanta o della Cinquecento, viene un po’ scomodo dire ogni volta “gli abitanti del Piemonte ex sabaudo, e quelli dell’ex Regno delle Due Sicilie, e quelli dell’ex Stato Pontificio, e del Ducato di Modena e Vattelapesca…”
        ;)

  12. Per PinoMamet

    “ma come carattere e persino architetture, tutta l’area perlomeno che va da Sud del Po a Nord del Volturno (più sopra e più sotto sono meno pratico e non saprei) mi pare largamente confondibile.”

    Profondamente affine sì, confondibile mai… e non lo dico per esaltare una di queste diversità rispetto a tutte le altre.

    Una piccola sfida… trovami un’altra città che sia invasa dai turisti (15 milioni l’anno, contro 350.000 abitanti), che sia divisa nettamente in due (una periferia di cui nessuno sa nulla, e un centro che costituisce un’ossessione secolare del mondo intero), dove anche il centro si divide in due (una parte ormai ammazzata, e una parte che sopravvive ai colpi paurosi dell’attenzione mondiale), dove ci sono aristocratici discendenti di pescivendoli arricchiti che si dividono equamente tra mostri sfruttatori e sognanti idealisti in bicicletta, dove nei vicoli incroci il falegname che mette per strada le sue imposte e porte…

    • PinoMamet says:

      Il mio non-capoluogo non è un’ossessione del mondo intero, e perciò e molto meno invaso dai turisti, ma per il resto corrisponde alla descrizione; c’è persino un torrente a dividere le due parti, con l’Oltre- nella parte esatta (e anche fisicamente gli somiglia, a quanto vedo nelle foto) dell’Oltre- fiorentino.

    • PinoMamet says:

      Ma per onestà intellettuale, non raccomanderei a nessuno di abitare una storia nel mio non-capoluogo.

      Si vende malissimo!

    • roberto says:

      venezia?

  13. Per Mirkhond

    “Infatti provo disagio quando Pino ;) parla di “noi italiani” come se fossimo un unico popolo, cosa non vera per gran parte della storia d’Italia! :)

    Credo che la chiave stia nel capire la meraviglia dell’infinita diversità da una parte – contro ogni tentativo “nazionale” di inquadrare le vite singole – e dall’altra cogliere pazientemente come ci somigliamo tutti, afghani, statunitensi, pugliesi, greci, turchi, lombardi e persino Bianchi e Azzurri.

  14. mirkhond says:

    Perché siamo tutti esseri umani.

  15. Tortuga says:

    Tutte presa nelle mie beghe mi ero persa questo post! Sono imperdonabile.

    Un abbraccissimo

  16. maria says:

    Ciao a tutti, come state? dal numero dei commenti direi bene:-) è un sacco di tempo che non passavo di qui, Miguel lo vedo però quasi ogni giorno, abbiamo le nostre gatte da pelare:-)
    besos
    maria

  17. mirkhond says:

    Ciao Maria!
    In effetti me lo stavo chiedendo da tempo che fine avessi fatto!
    Come stai?

  18. maria says:

    Sto bene Mirk, grazie, sono andata a finire su facebook, prima per ragioni oltrarnine e poi mi sono lasciata catturare e ho fatto una mia pagina, ho ritrovato anche due amici che prima scrivevano qui, A e p…ma mi rifarò viva, leggervi mi piace :-) Ma voi poi vi siete incontrati?
    maria

  19. mirkhond says:

    No Maria!
    Almeno per quel che mi riguarda conosco solo Peucezio di persona, e Pino solo per telefono!
    ciao!

  20. Tortuga says:

    Ciao Maria!
    Bacion anche da parte mia!

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