Astronaut Farmer

Ieri sera, ho visto  The Astronaut Farmer, un film di qualche anno fa che dubito sia mai stato tradotto in italiano.

Le cose più profonde non si devono teorizzare, perché già farlo, le renderebbe discutibili, cioè suscettibili di discussione. In questo senso, ogni grande dispositivo deve avere un segreto non razionalizzabile.

Ecco perché il grande monologo implicito degli Stati Uniti si esprime molto meglio attraverso un’esperienza, una visione, come il cinema, che attraverso discorsi astratti. Anzi, l’esistenza di un discorso astratto, di un dogma, renderebbe impossibile esigere il consenso totale che nasce dall’apparente libertà di pensiero.

The Astronaut Farmer ci presenta innanzitutto uno spazio, una fattoria nel Texas.

Dove “fattoria” significa un uomo a cavallo, costruzioni di legno (con la bandiera americana piantata davanti), spazi immensi, orizzonti, insegne cascanti, vecchie automobili e una minuscola vita comunitaria raccolta attorno a prodotti di plastica.

Il cognome del protagonista è Farmer, che però significa anche “contadino“: in fondo, ancora alla vigilia della Seconda guerra mondiale, la maggioranza degli statunitensi si dedicava all’agricoltura, ed è facile sottovalutare l’importanza dell’immaginario contadino nella cultura statunitense.

Un ex-ingegnere della NASA vive con la sua famiglia – moglie, un figlio quindicenne e due bambine – in questa fattoria.

E si dedica a costruire a mano un gigantesco razzo, del tutto simile al Mercury-Atlas, il primo con cui gli Stati Uniti lanciarono un uomo nello spazio.

Con questo razzo costruito in casa, intende andare in orbita e girare il pianeta.

E’ una determinazione totale e assoluta, espressa (dall’attore Billy Bob Thornton) con una calma monotonia profondamente americana.

Per farsi assistere, Farmer spende tutti i risparmi della famiglia e si indebita, togliendo poi i figli da scuola per trasformarli in assistenti nella sua impresa: “a scuola studiano la storia, qui la faranno!”.

La banca quindi minaccia di sequestrargli casa e terreni; l’FBI lo sospetta di essere un terrorista; un’assistente sociale minaccia di togliergli i figli, accusandolo di aver fondato una setta che li isola dal mondo; NASA, Homeland Security e militari lo sottopongono a un interrogatorio, a minacce e mentono pubblicamente per nascondere la sua impresa.

Il razzo, non a caso, si chiama The Dreamer, il sognatore. Non cogliamo forse abbastanza il senso letterale del concetto di “Sogno americano”, con ciò che implica in termini di rapporti tra mente e corpo.

Il sogno, che è una delle particolari modulazioni dell’invisibile in noi, è la vera realtà, che ha solo bisogno dei gesti giusti per affermarsi come potenza infinita nel mondo. Alan Watts aveva già notato acutamente come un paese in grado di produrre il pane peggiore del mondo, non può essere certo definito “materialista”.

I gesti giusti sono quelli che fanno di noi un winner, quelli errati ci fanno ricadere nell’inferno dei loser; un inferno meritato, perché dentro di noi sappiamo già quali sono i gesti giusti, solo che non abbiamo il coraggio di ascoltare noi stessi.

Il “noi stessi” può essere la fede del cristiano evangelico (dove Dio non “è” noi, ma parla incessantemente “con” noi), la “idea” dell’imprenditore oppure il “dio interiore” della New Age, le tre grandi manifestazioni dello spirito americano; e i gesti giusti possono essere la lettura della Bibbia (che come ogni manuale, non può contenere il minimo errore), il disegno tecnico, la pratica di respirazione…

Tra l’individuo e il suo sogno, si pongono le Istituzioni. Ecco l’antistatalismo così radicato e incomprensibile per gli europei, che produce i cattivi del film.

Nelle categorie europee, le Istituzioni sono sempre bipolari: pensiamo tipicamente a una certa sinistra che condanna i poliziotti violenti ed esalta i magistrati coraggiosi. Qui invece costituiscono un unico complesso: gli agenti dell’FBI, la psicosi della Sicurezza che permette allo Stato di entrare nella vita dei cittadini, la sempre presente minaccia delle banche, i servizi sociali pronti a rapire i figli per mandarli a scuola, la psicologa che cerca di dimostrare la pazzia di Farmer…

Farmer non è solo un individuo. L’anziano suocero dice all’aspirante astronauta, “nella maggior parte dei casi, i padri cenano insieme alla famiglia, qui tu sei riuscito a far sognare insieme la famiglia!” Nell’agitato mare della storia statunitense, la piccola zattera della famiglia nucleare, nella sua fragile impermanenza, costituisce l’unica salvezza.

Alla violenza delle Istituzioni, si risponde dimostrando la propria libertà creativa individuale/familiare, e lasciando quindi intatta la violenza delle istituzioni: ecco perché il socialismo non potrà mai attecchire.

Attraverso la Tecnica dei gesti giusti, il Sognatore agisce sulla Materia.

Di armi da fuoco non se ne parla, ma è evidentemente come il razzo sia, magari involontariamente, anche la metafora di tutti i fucili d’America. Ma su che Materia agisce il Sogno, e quali ne sono le conseguenze?

Il Sogno non può riconoscere la dialettica: perfettamente realizzato, il Sogno non può che portare alla perfezione, e non può diventare, come in realtà diventa, un incubo.

Così sfugge l’incredibile contraddizione tra il paesaggio ampio e aperto e il razzo. Basterebbe pensare come sarebbe un mondo in cui milioni di persone costruiscono razzi privati… siamo già entrati nell’era dei droni onnipresenti.

Ma il segreto della potenza americana sta proprio nella dialettica: ogni nuova creazione che alimenta il mostro, viene vissuta come rivolta contro il mostro stesso.

Proprio questa dialettica permette però allo spirito americano di apprezzare la diversità, in maniera inconcepibile per gli europei. Esiste una vasta letteratura (anche cinematografica) che sa porsi con empatia distaccata nei confronti di personaggi che gli europei saprebbero, normalmente, solo demonizzare.

Furono due giornalisti mainstream, Lou Michel e Dan Herbeck, a scrivere una splendida biografia di Timothy McVeigh, che con una visione del mondo molto simile a quella di Farmer compì il più grande attentato nella storia degli Stati Uniti, a Oklahoma City. Un libro i cui autori non sentono il bisogno, che conosciamo così bene in Italia, di deridere e di prendere le distanze per dimostrare in ogni momento di trovarsi dalla parte giusta della società.

E in questo c’è una grande e autentica ricchezza.

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22 Responses to Astronaut Farmer

  1. Valerio says:

    “The wrong man can do more harm than the right man can do good”, dicono i sostenitori della strategia “light footprint”, aggirando e contaminando il dispositivo binario right/wrong… Ancora: “We don’t just want an officer that can carry a hundred-pound rucksack on his back. We need someone who can think and improvise”… O addirittura, spingendosi anche più in là, con una punta di strategia schizo: “We’ve met the enemy, and he is us”…

    Andavo facendo considerazioni simili a quelle di questo post dopo aver visto un filmaccio come “World War Z”… camuffamenti, virus camuffati (anche nell’attuale medicina vengono utilizzati con successo… l’opposizione binaria da aggirare in questo caso non è right/wrong, ma, biopoliticamente, sano/malato, non contagiato/contagiato…), sono l’idea tattica che viene in mente all’individuo Brad Pitt costretto ad una missione disperata (ma lui accetta solo per salvare la sua fragile famiglia nucleare borghese, tipicamente e banalmente biondo-rossiccia, ma potrebbe anche essere gay, lesbo, nera… e il senso non cambierebbe) dalla strapotenza pienamente dispiegata del complesso militare industriale, grazie anche all’incredibile e delirante stato d’eccezione costituito dalla massa crescente e incontrollata degli zombie… metafora dei consumatori affamati di un surplus da distribuire per la “pace sociale” che non c’è più… e che si trasforma dunque, come d’incanto, in una guerra permanente in cui, dal punto di vista militare (che sembra essere il più semplice, lineare e il solo che conti durante un assedio o agli occhi di certi soggetti paranoidi in costante sindrome d’assedio del loro castello di carte false, del loro sistema di simulacri) tutti i dominati sono sospetti…

    • PinoMamet says:

      ” “We don’t just want an officer that can carry a hundred-pound rucksack on his back. We need someone who can think and improvise””

      Però a dire il vero le stesse cose le diceva un mio conoscente militare italiano (anzi romano, anzi de Ostia) anni fa. Rimproverando agli americani di non saperle fare, e agli italiani di stare perdendo la capacità di farlo nella fretta di “americanizzarsi”.
      Ho leggiucchiato il link, un pezzettino. Quando parla di come una valle che non è mai stata “secured” per più di una settimana di fila, nonostante tutte le truppe che ci sono passate; e di come questa sia stata “secured” poi per vari mesi da pochi statunitensi specializzati, vestiti come locali, che parlano un po’ di lingua locale, aiutati dalla polizia locale scelta in quel posto lì (tra cui alcuni ex talebani): beh, non è proprio quello che hanno sempre rimproverato all’esercito italiano? “non si tratta con i nemici” ecc.

      Prima ci rimproverano, poi ci copiano e dicono “ammazza quanto siamo fighi”. Devo dire, abbastanza tipico ;) (è capitato anche ad amici che lavorano all’estero in tutt’altri settori…)

  2. Leo says:

    Una considerazione : ma al tizio del film non gli è venuto in mente che poteva emigrare in maniera più tranquilla ? Pare che per spostarsi dalla “Terra Promessa” uno debba portarsi dietro qualche armamentario che lo protegga dagli “amaleciti”.

  3. Per Leo

    “ma al tizio del film non gli è venuto in mente che poteva emigrare in maniera più tranquilla ?”

    Nel caso specifico, il suo scopo era quello di fare il giro del mondo e tornare a casa.

    Comunque, su un piano più generale, è vero che c’è quel bisogno di armamentario e di protezione: il Sogno in qualche modo è sempre una guerra contro il Mondo.

  4. Per Valerio

    ““We don’t just want an officer that can carry a hundred-pound rucksack on his back. We need someone who can think and improvise””

    Qui hai colto tutta la potenza degli Stati Uniti (e l’impotenza dell’Italia).

    Che poi è quello che la nostra splendida amica violista americana http://www.wendyyates.it ha colto, quando ha fatto delle audizioni in Italia.

    Dove ciò che contava non era affatto la bravura tecnica, ma l’abbigliamento, il comportamento, le amicizie.

    Mentre altrove, si suona dietro una tenda, dove non si vede né l’abbigliamento, né il volto.

    Però anche l’esigenza totale di conformismo che esige, a tutti i livelli, la società italiana (compresi conformisti gay e immigrati), con la sua incredibile soppressione delle competenze, è funzionale a un disegno di sopravvivenza. E forse non è del tutto un male. Almeno ritarda il progresso :-)

    Però è anche grazie alla nostra violista e la sua americanità, che abbiamo fatto qualcosa per il nostro italianissimo, toscanissimo, fiorentinissimo, oltrarnissimo e sanfredianissimo rione.

    Grazie, Valerio, come sempre.

  5. mirkhond says:

    “Alla violenza delle Istituzioni, si risponde dimostrando la propria libertà creativa individuale/familiare, e lasciando quindi intatta la violenza delle istituzioni: ecco perché il socialismo non potrà mai attecchire.”

    In sostanza se c’ho un clan/tribù che mi sorregge, bene.
    Se no, cazzi mia…..

    • PinoMamet says:

      Sì, però gli americani mi sembrano molto bravi nel crearsi tribù specifiche per ogni tendenza umana, anche la più isolata o assurda.
      Internet poi aiuta molto…
      (questo di internet come aiuto per mantenere i contatti con altri “pazzoidi”- chi non lo è- e sentirsi meno soli, è un aspetto di americanizzazione che mi pare importato con successo anche in Italia, a differenza di altri).

  6. Per Mirkhond

    “In sostanza se c’ho un clan/tribù che mi sorregge, bene.
    Se no, cazzi mia…..”

    Esatto. Ed è pure colpa mia. A differenza della società italiana, dove il colpevole è sempre un altro, negli Stati Uniti, il colpevole sono sempre io. Anche quando sono innocente.

    • habsburgicus says:

      Gli americani esagerano da un lato, noi dall’altro :D
      Però il sistema americano, per quanto spietato, ha pure dei lati positivi, almeno una volta
      Leggevo ieri il racconto di Stanley Payne, un ispanista abbastanza famoso nato nel 1934 (centrista, è contro Franco ma pure contro i rossi) sul suo ingresso nel mondo accademico negli anni ’50 e sul percorso che lo portò a divenire ispanista..beh, se è ancora così, mi spiace dirlo (rischio di diventare più filo-americano di Francesco :D e mirkhond mi scomunica :D) rispetto a noi (già allora, e soprattutto oggi) è il paradiso ! descrive un mondo di professori accessibili, di grandi offerte (per chi merita, non lo dice, ma lo ritengo sottinteso), di sostanziale auto-inserimento nelle vstrutture accademiche (sempre se SAI), insomma un mondo in cui un giovane che SA è praticamente certo di ritagliarsi un posto più o meno importante in Accademia, qualora decida di seguire quella strada….da noi, lassamo perde :D ci sono certi tipi che occupano cariche importanti e retribuite !!!! negli USA, per dire (se le cose sono rimaste così), un mirkhond sarebbe con poco sforzo divenuto un affermato bizantinista, al 99, 99 %
      Certo, vi è il duro dato di partenza inziale…
      Devi avere i soldi per studiare ALMENO fin quando ti fai notare da qualcuno (da allora in poi provvederanno altri), altrimenti nisba
      È l’americanismo allo stato puro, che non conosce pietà per i not have (e questo è male) !

      • maria says:

        Certo, vi è il duro dato di partenza inziale…
        Devi avere i soldi per studiare ALMENO fin quando ti fai notare da qualcuno (da allora in poi provvederanno altri), altrimenti nisba
        È l’americanismo allo stato puro, che non conosce pietà per i not have (e questo è male) !

        maria
        appunto, io preferisco l’europa

  7. mirkhond says:

    Avendo lo svantaggio di non conoscere le lingue, dubito fortemente che sarei divenuto bizantinista negli U$A.
    Però certamente là vi è una meritocrazia sconosciuta nelle università italiane, ove vige un ferreo baronaggio accademico poco incline a far posto agli ultimi arrivati non raccomandati…..
    Detto questo, gli U$A mi fanno sempre schifo per le ragioni più volte indicate…
    ciao!

  8. Va Fangul says:

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/07/20/firenze-ecco-tariffario-per-noleggiare-uffizi-o-ponte-vecchio-e-bere-cocktail/662134/

    “Ora tocca alla soprintendente Cristina Acidini, la quale ha convocato una riunione per il prossimo 23 luglio nella quale presentare il tariffario per la “concessione in uso dei beni culturali per eventi”.

    Azz, di male in peggio. :-) Ma è vera questa cosa?

  9. Per Habsburgicus

    “Però il sistema americano, per quanto spietato, ha pure dei lati positivi, almeno una volta”

    Io, non avendo alcuna voglia di fare carriera da nessuna parte, noto però soprattutto l’altro aspetto cui accennavo nel post.

    Cioè la tendenza italiana a correre a trasformare ogni notizia in un dramma, in cui il giudizio morale sovrasta il fatto, e che serve soprattutto per instillare solidarietà tra i “buoni” nei confronti del “cattivo”.

    Ecco la stessa (immaginaria notizia) su un giornale italiano:

    L’innocenza ferita

    Come in un film dell’orrore, la brutalità deturpa ancora la società, che si chiede angosciata, come andrà a finire? Il dolore di Linda e la commossa solidarietà del vescovo.

    Con inaudita crudeltà, un ghigno cinico sulla faccia, la bestia umana ha infierito sulla giovane donna, picchiandola a sangue…

    e su uno americano:

    Giovane accusato di aver preso a pugni la fidanzata.

    La polizia di Winstonville informa che ieri pomeriggio verso le 4, un giovane di cui sono state fornite solo le iniziali, R.P., è stato arrestato con l’accusa di aver dato un pugno alla propria fidanzata, L.C.

    Le indagini sulla presunta aggressione sono ancora in corso”.

  10. Tra l’individuo e il suo sogno, si pongono le Istituzioni. Ecco l’antistatalismo così radicato e incomprensibile per gli europei, che produce i cattivi del film.
    Io leggo i cattivi dei film come figure che una certa elite, che per comodità possiamo chiamare Hollywood, vuole che io avverta appunto tali.
    Potrei considerare Hollywood come una gigantesca istituzione, e di conseguenza me quale un tipico americano.
    Il paragone può reggere o meno, tutto sta a capire cosa intendere con istituzione.

    A parte questo aspetto che non riesco ad approfondire, avverto un’incongruenza: senza alcuna istituzione frapponentesi tra l’individuo ed il suo sogno, non avrebbe senso sognare.
    Il sogno serve a forgiare la volontà oltre l’ostacolo, plasmandone un’immagine che si ingigantisce proporzionalmente all’ingiustizia avvertita.
    Il male diventa necessario ed il sogno, gemello solitario della salvezza, impedisce di riconoscere ciò: pena il fallimento ancor prima di cominciare.

    Noi europei abbiamo incanalato il tutto nelle istituzioni; più che non essere capaci di capire l’antistatalismo americano credo che lo guardiamo con sufficienza come fosse una risposta rozza ad un problema che abbiamo già dialetticamente risolto.

    La dialettica relativizza laddove la scure manicheizza, ma in realtà sono due dialettiche di diverso grado.
    Fatto è che implicitamente entrambi gli approcci accettano le ingiustizie come cosa di valore, vuoi panteisticamente vuoi trascendentalmente.
    D’altronde un problema non si risolve necessariamente in bene per tutti.

    Finché la trasmissione del sapere e delle informazioni comportava tempi necessariamente lunghi, la complessa struttura simbolico/informativa era appannaggio dell’Europa garantendole uno storico dominio; l’accelerazione di ogni cosa ha contratto la forma stessa del simbolo, e il linguaggio del nodo gordiano ha mostrato tutta la propria inadeguatezza.

    Ecco perché ci meravigliamo sia in positivo sia in negativo dell’immediatezza dello statunitense: sembra assurdo, ma pur disponendo delle parole giuste per descriverlo a vari livelli, non le abbiamo interiorizzate e dunque possiamo limitarci solamente a dire che o è un popolo grande o è un popolo stupido.

    Senza volerlo (noi o loro?!), ci stiamo facendo trasformare in manichei, proprio come accadrebbe ad un nodo che volesse esplorare una lama.

  11. Moi says:

    @ PINO / MIRKHOND

    Ma qual è quel film (va be’, ce n’è più di uno …) della famiglia USA che rimane in un Bunker AntiAtomico credendo che i Sovietici abbiano scatenato la Terza Guerra Mondiale e poi i bambini, una volta adulti, tornano fuori scambiando gli USA del Dopo )(!) Contestazione Giovanile per una Colonizzazione Sovietica di un’ URSS che ha vinto la guerra, in realtà ovviamente mai avvenuta ?

    Credo che sia un lasso di tempo narerativo dagli Anni ’50 agli Anni ’80 …

  12. mirkhond says:

    Mai visto un film del genere.
    Mi ricorda Underground del serbo Kusturica del 1995 e ambientato nella Belgrado 1941-1991, e allegoria del fallimento jugoslavo….

  13. Pingback: Il lavoro “sommerso” e la concorrenza “sleale” | Valerio Mele

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