Empatia

Ormai probabilmente conoscerete Guido, che con le sue riflessioni, ha dato molti contributi a questo blog.

L’altro giorno, mi ha segnalato uno scritto di Ilan Pappé, in cui il noto israeliano antisionista esprime la propria empatia verso diverse categorie di persone che sono comunque i suoi avversari politici. Al di là dello spunto specifico, mi è sembrato un approccio che mi è congeniale; come lo è il commento che poi ha scritto Guido, e che riporto qui per intero. 

Mi piacerebbe che gli eventuali commenti si concentrassero, non sulla questione israelo-palestinese da cui parte il discorso, ma su questo più ampio concetto.

Si tratta dell’empatia, cioé di quella cosa particolare che ci permette di indossare i panni degli altri, di “metterci nelle loro scarpe”. Di quella cosa che ci permette di capire che la “coscienza” di un individuo ha una storia, che è fatta di affetti e di continui slittamenti semantici e comportamentali, di aggiustamenti progressivi con quello che si crede faccia più comodo: alludo a quelle inconfessate piccole vigliaccherie che progressivamente ci portano a rinchiuderci in fantasmatiche identità, costruite pezzo dopo pezzo come una piccola fortezza.

Un modo di sentire completamente diverso da quello dell’uomo monolitico, tutto d’un pezzo, assolutamente certo della sua “presenza” nel mondo, preso da un inconsapevole delirio d’immortalità, che si autopercepisce come un’anima individuale sempre identica a sé stessa, prigioniera in un corpo, ecc. ecc.

E’ questa sensibilità che, se coltivata, mi permette di capire chi è un amico, e chi potrebbe esserlo se solo fosse possibile stabilire un contatto da cuore a cuore.

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50 Responses to Empatia

  1. L’unico appunto che muovo è sul concetto dell’uomo monolitico; non è l’unico ad evitare l’empatia; e non è certo quello più pericoloso.
    I frustrati sono la grande maggioranza, e aspettano sempre il monolitico a guidarli; incapaci di accettare il dubbio (perché almeno qualche volta si lasciano sfiorare), si trovano nella situazione peggiore.
    Tanto ho ritrovato nell’articolo di Pappe.

    I cosiddetti forti non lo sono mai in assoluto: si avvalgono di una pletora di schiavi attivi e passivi.

  2. mirkhond says:

    “Si tratta dell’empatia, cioé di quella cosa particolare che ci permette di indossare i panni degli altri, di “metterci nelle loro scarpe”. Di quella cosa che ci permette di capire che la “coscienza” di un individuo ha una storia, che è fatta di affetti e di continui slittamenti semantici e comportamentali, di aggiustamenti progressivi con quello che si crede faccia più comodo: alludo a quelle inconfessate piccole vigliaccherie che progressivamente ci portano a rinchiuderci in fantasmatiche identità, costruite pezzo dopo pezzo come una piccola fortezza.”

    E questo è in fondo il mistero dell’animo umano. Il mistero del perché si diventa cattivi di fronte alla vita…
    E’ qualcosa su cui mi interrogo da tempo, anche per questioni personali….
    Pare che uno dei più grandi misteri dell’uomo sia l’incapacità di comprendersi, di capirsi. Questo accade tra parenti stretti, figuriamoci poi tra popoli e culture estranee…
    Proprio ieri sera mi sono visto il film di Elem Klimov citato da Qur, sulle atrocità naziste nella Bielorussia del 1943.
    Ora, se ciò che il film narra è realmente accaduto, così come i 628 villaggi bruciati con dentro tutti i loro abitanti sempre nella sola Bielorussia occupata dai Krukki, diventa naturalmente MOLTO COMPRENSIBILE la vendetta sovietica contro i Tedeschi di Prussia, Slesia e Germania orientale nel 1944-45.
    Ma c’è un punto nel film, in cui ritroviamo gli stessi argomenti citati dal professor Pappé riguardo al sionismo più fascistoide.
    Quando un ufficiale tedesco, catturato dai partigiani bielorussi, prima di essere giustiziato per i crimini di cui si è macchiato, confessa spudoratamente che l’obiettivo nazista era quello innanzitutto di eliminare i bambini, onde evitare la riproduzione di una “razza debosciata e degenerata” come quella russa, portatrice del virus komunista nel mondo.
    E vediamo la reazione liberatoria di un giovane partigiano a cui i Nazisti hanno sterminato la famiglia, sparare raffiche di mitra liberatorie sul ritratto di Hitler, ritratto che sembra riprodursi come in un fotogramma all’indietro di tutta la vita del Fuhrer…
    Il ragazzo però si FERMA di fronte al ritratto di Hitler neonato in braccio alla sua mamma….

    • Roberto says:

      A me viene da chiedermi il contrario, cioè per quale mistero gli uomini si capiscono (rarissimamente ed entrò certi limiti, ma innegabilmente ogni tanto succede)

    • Furio Detti says:

      Con l’avvertenza che i Bielorussi non erano i Russi, e i secondi hanno fatto peggio dei Nazisti nelle altre repubbliche satellite. Però concordo con Mirkhond sulla generale tendenza alla crudeltà che cancella ogni cosa.

      • mirkhond says:

        Il film riflette il punto di vista sovietico.
        E nel 1985 credo che nell’Urss, e non solo, si pensava che le Fosse di Katyn fossero state “opera” dei Nazisti…..
        Poi, non saprei se, a differenza degli Ucraini, i Nazisti nel 1941-1944 facessero distinzioni tra Russi e Bielorussi….
        Stando al trattamento riservato a questi ultimi sempre dai sovracitati Krukki, almeno da quel che appare nel film, semprerebbe proprio di no….

        • Andrea Di Vita says:

          Per mirkhond

          Posso aggiungere una testimonianza personale al riguardo. Quattro anni fa ero a Varsavia, dove ho fatto la conoscenza fi un fisico Estone. Mi ha raccontato che per lui e la sua famiglia la Liberazione l’hanno fatta i Tedeschi, che per qualche tempo hanno liberato la sua patria dall’incubo Sovietico.

          Peraltro in Polonia gli ausiliari Baltici delle SS erano noti per la loro furia contro Ebrei e Sovietici. E infine, mi sono sentito raccontare da dei Polacchi di Bialystok che all’arrivo dei Sovietici nel 1939 gli Ebrei li avevano accolti con pane e sale, in segno di ospitalità.

          Ciao!

          Andrea Di Vita

  3. Pierluigi says:

    e daje con il buonismo

    uno puo’ entrare in comunicazione con un essere umano, un poveraccio come me che si guadagna da mangiare col sudore della fronte…

    ma con degli spietati banchieri che spostano migliaia di miliardi e annientano intere popolazioni, che comunicazione vuoi avere, per lui tu sei solo un numero, una statistica, una risorsa da sfruttare ed eventualmente eliminare.

    • Peucezio says:

      Sì, ma l’empatia può essere disgiunta da qualsiasi giudizio morale.
      Io non sono più indulgente di te verso banchieri e affini, minimamente. Però è utile ricordare che non c’è un’irriducibile alterità antropologica con i potenti (e a maggior ragione con i piccoli sfigati che proteggono tenacemente i loro meschini privilegi), non per una sorta di sentimento irenista di solidarietà universale, ma proprio per capire le cose e le persone.

  4. ma con degli spietati banchieri che spostano migliaia di miliardi e annientano intere popolazioni, che comunicazione vuoi avere
    Sono i monolitici (per giunta vincenti).
    Vorresti assomigliare a loro?

    Il tema qui non è quello di chiudere gli occhi; semmai il contrario.

  5. Rock & Troll says:

    Traduzione: “Noi siamo empatici, loro no. Che bravi che siamo, che superiori che siamo”.
    Seguono pacche sulle spalle reciproche.

  6. Per R&T

    È un aspetto da non sottovalutare.
    Dovremmo ricordarcene tutti quando discutiamo del comportamento di quel terzomondista di Gesù Cristo.

  7. Furio Detti says:

    L’articolo di Pappe è complesso, profondo, interessante e proprio per questo risulta difficile accettarlo o rifiutarlo in blocco come se fosse una posizione semplice e non equivocabile. In linea generale non mi convince molto l’attitudine alla compassione che rischia sempre di annullare e annebbiare le responsabilità trasformando tutti gli attori in vittime passive di meccanismi esterni, cosa che non è.

    Ma non è questo il punto su cui volevo intervenire qui.

    Ho appena finito di mostrare ai miei studenti il primo di un ciclo di film dedicati all’antisemitismo. Li ho scelti nella convinzione che si potesse descrivere la shoah partendo alla lontana e con un metodo “diverso” un punto di vista altro da quello consueto.

    Ho mostrato loro il primo film del ciclo: “Il Mercante di Venezia”, girato dall’ebreo Michael Radford (2004) e interpretato da Al Pacino – secondo me meravigliosamente – nei panni di Shylock. La cosa non è stata casuale poiché interpreterò io stesso Shylock nella compagnia di teatro in lingua inglese di cui faccio parte.

    Durante la proiezione ho avuto la sensazione che quasi tutti avessero “naturalmente” preso le difese di Antonio e due o tre alunni – in genere proprio quelli meno amanti della riflessione – hanno esultato alla conclusione, che ha visto l’ebreo sconfitto e umiliato.

    Naturalmente mi sono premurato di informare loro sul contesto, sulle ragioni di Shylock (qui potete leggere il mio personale punto di vista sulla commedia), sulla condizione ebraica e di altri reietti o cittadini di serie B, C…. nel Medioevo occidentale.

    Una delle conclusioni che ho presentato ai miei ragazzi, come sempre tutte senza l’obbligo di aderire, ma almeno di pensarci sù, è stata che quest’opera, come tutte quelle di Shakespeare ci mette di fronte a domande spiacevoli e ci obbliga a provare disagio per le nostre scelte, qualsiasi esse siano, in quanto essere umani significa essere contraddittori e quindi scoprirsi fallibili o discutibili spesso qualsiasi sia la parte che scegliamo di prendere. Nessuno ama scoprirsi razzista a sua insaputa, o ingiusto suo malgrado, ma il teatro di Shakespeare è geniale proprio perché ci mette di fronte all’insondabile complessità della morale umana e del pensiero.

    Il personaggio di Shylock mette a dura prova la nostra nozione di empatia. Il centro della commedia è proprio la compassione: quella a cui Shylock – per ottime e giustificatissime ragioni – è assolutamente sordo; e quella (pessima) compassione di cui Antonio si compiace per essere cristiano, altro vicolo cieco della sua inconsapevole tartuferia.

    Ho detto ai ragazzi che è facile essere filosemiti oggi, lo è nello stesso modo in cui era facile e socialmente approvato essere antisemiti nel Medioevo europeo e nell’Epoca Moderna a cui Shakespeare appartiene. Essere filosemiti e antisemiti sono posizioni che sono cambiate radicalmente di segno nella storia, sulla bilancia dell’approvazione sociale! E allora che senso hanno se non quello di un paradossale mistero i monologhi sull’identità fra cristiani e ebrei (“Non ha un ebreo occhi?” di Shylock), o quelli sulla liceità della schiavitù (sempre di Shylock come difesa del proprio buon diritto a chiedere il dovuto acquisto), se non quello di una difesa dell’ebreo “malvagio” per il pubblico, ma profondamente umano per il commediografo che pare – sembra fare persino il tifo per lui sotto sotto?

    Shakespeare è stato antisemita per convenzione o filosemita per sostanza? Difficile concludere e pervenire a una risposta chiara.

    Altra cosa su cui ho insistito, con i miei allievi, è sul fatto che è “facile” tifare per l’ebreo vittima in-quanto-ebreo, caricato sui vagoni di Schindler List’s! Ma provate a avere empatia, pietà per i dolori di Shylock, personaggio decisamente odioso e crudele per quanto secondo me nel suo pieno diritto a esserlo? Non è forse migliore la pietà per un malvagio o un crudele, rispetto alla pietà dovuta a chi ovviamente è solo vittima al 100%? Che merito abbiamo se proviamo empatia per motivi scontati o facili, e che merito invece abbiamo a provare pietà anche per chi pietà non l’ha mai avuta?

    Domande scomode, ma sono un disagio che penso ci renda migliori.

    • Andrea Di Vita says:

      Per Fabio Detti

      Innanzitutto mi permetto di fare i complimenti per il coraggio dimostrato nell’affrontare il ruolo di Shylock. Indipendentemente dalla bravura dell’interprete, è un personaggio dall’ambiguità disturbante.

      Quanto all’empatia, l’ambivalenza di Shylock mi ricorda un altro genere di empatia, che ho visto descritta in un bel film che ho visto da ragazzo, ‘Il principio superiore’.

      Questo è un film Cecoslovacco degli anni Sessanta, in cui nella Praga occupata oggetto della furiosa rappresaglia nazista dopo l’attentato a Heydrich l’unica preoccupazione di un gruppo di alunni ginnasiali di buona famiglia è l’imminente compito scritto di greco. Il burbero professore di lettere classiche sarà alla fine l’unico a esporsi in prima persona per salvare (invano) alcuni alunni dalla fucilazione ordinata per rappresaglia: va dal colonnello delle SS e perora la causa dei ragazzi, ma di fronte all’educato diniego del nazista gli grida il verso virgilinao ‘Parcere victis’. Al che il nazista, già sul predellino della macchina che lo porta a comandare il plotone d’esecuzione si gira, sorride gentilmente al professore e risponde ‘…et debellare superbos’ completando il verso.

      Il nazista e il professore condividono la stessa esperienza, la stessa istruzione, la stesa cultura. Sono irrimediabilmente avversari, uno ha devoluto la propria vita alla distruzione radicale del mondo dell’altro. Uno non ascolterà la supplica dell’altro, e di lì a pochi anni il mondo di ferro e sangue verrà schiacciato dagli stessi sotto i quali il professore andrà serenamente in pensione.

      Ma nel momento in cui citano lo stesso verso, invocano lo stesso poeta, parlano la stessa lingua, il nazista e il professore sono uno, o quantomeno sono incomparabilmente più vicini fra loro di quanto lo siano il nazista e i suoi camerati o -se per questo- il professore e i suoi studenti, ai quali non è riuscito nè a trasmettere l’amore per i classici nè a salvare la vita. Questa è una empatia che non porta a nulla, la sentenza è stata emessa e verrà eseguita. Ma indubbiamente nè il nazista nè il professore dimenticheranno quel breve momento finchè avranno vita.

      Jorge Luis Borges scrive in parecchie sue opere che l’empatia accomuna le persone con le stesse esperienze. E’ questo il desiderio di trasmettere tali esperienze la molla di molti dei suoi personaggi, e, almeno stando a certi saggi di critica letteraria di George Orwell, dell’intera letteratura. Rappresentare le proprie esperienze agli altri diventa allora compito da eseguirsi con lo stesso scrupolo con cui un cronista coscienzioso cerca di raccontare un fatto fino allora sconosciuto ai propri lettori.

      Cercare questa empatia è cercare questa identità con altri, e, tramite questa, un modo per restare immortali. In questo senso, si possono capire anche alcuni sforzi di scrittori e artisti Israeliani e Palestinesi di comunicare tra loro, e l’opinione di Dostojevskii secondo cui ‘la bellezza salverà il mondo’.

      Ciao!

      Andrea Di Vita

  8. nic says:

    Ma cos’è il Mercerianesimo?
    Si tratta di una sorta di pratica mistica, attuata mediante l’interfacciamento ad un dispositivo chiamato scatola empatica* . Nella San Francisco descritta da Dick*, non possedere una scatola empatica nel proprio appartamento, cosi come non possedere un animale di cui prendersi cura, è sinonimo di immoralità e anti-empatia. Tale considerazione è in primis una reazione alla dis-umanizzazione dilagante in una società costretta a respirare aria radioattiva, ad emigrare su Marte condividendo la vita con androidi-amici o restare a morire sulla Terra a causa di alterazioni genetiche.
    La scatola empatica é composta da un dispositivo con due maniglie prensili e uno schermo di visualizzazione (semplice Tv a tubo catodico, come specifica Dick): tecnologia barocca quindi, ma non per questo poco funzionale.
    Protagonista assoluto è Wilbur Mercer, il personaggio proiettato dalla empathy-box.
    Stringendo le maniglie e osservando le immagini sullo schermo, questo grigio e lacero vecchio, una sorta di Gesù Cristo per antonomasia, inizia la sua performance con una scalata dal regno della Tomba nel quale si trova, composto di ossa e polvere, verso gli irti pendii di un monte che, secondo le aspirazioni dei “connessi”, trasformerebbe l’esperienza della fatica di salire in estasi mistica, sublimazione del proprio potenziale ascetico ed infine realizzazione individuale e collettiva.

    http://www.whipart.it/archivio2004/4-10-04-blrunner-lizacameli.html

    *Philip K. Dick: “Ma gli androidi sognano con pecore elettriche ?” più conosciuto, purtroppo, come Cacciatori di androidi” o peggio ancora come “Blade runner” per colpa del film del 82. In realtà fu scritto nel 1968 quando internet, le reti “acchiappa sociali” e la play station non c’erano ancora e la tv era solo unidirezionale.

  9. Moi says:

    Per provare empatia credo che si debba superare il livello estetico, ad esempio: nell’ Occidente Secolarizzato è “da fuori di testa” affezionarsi a gente vissuta in tempi remotissimi, soprattutto se predicava della morale religiosa … eppure un sentimento di affezione anche chi è secolarizzato lo prova ugualmente, spesso inaspettatamente fragilissimo.

    Mi viene l’esempio della cosiddette “Strage di Duisburg” … quella del Rave Party o Rave Parade o quel che l’era.

    … gente che ostenta di odiare tutto e tutti, di non rispettare nulla e nessuno poi ha preteso il Politically Correct per “rispetto ai suoi amici che non ci sono più” contro chi cinicamente diceva sostanzialmente se la sono cercata con quello stile di vita.

  10. nic says:

    Mi dimenticavo di aggiungere, il finale del romanzo:

    un presentatore televisivo* sconfessa Mercer, egli sarebbe solo un attore che recita in un set, come fanno notare le riprese delle esperienze dispensate dalla scatola, da cui emergerebbe chiaramente come la Luna** sia finta. Ma non solo, il presentatore mostra un’intervista in cui Mercer stesso afferma di aver solo recitato, essendo stato assunto da un committente a lui ignoto***.
    Venuta meno anche la prova della scatola empatica come è possibile avere la conferma certa dell’esistenza di un discriminante ontologico che non sia basato sulla sostanza di cui si è fatti? La risposta è semplice: abbandonare la nozione classica di essere umano, cioè quella legata alla biologia e abbracciare una prospettiva del tutto nuova, postmoderna, secondo cui umano è colui-che-si-comporta-in-un-determinato-modo e non colui-che-è-costituito-da-una-determinata-sostanza****
    .

    da cui ne traggo che, anche quando soffre di emorroidi e mangia pastasciutta, Benjamín Netanyahu non è un umano e non merita nessuna empatia.

    *Una specie di Pippo Baudo 70′ Omnipresente, leader del culto antagonista al Mercerianesimo negli ultimi giorni del pianeta terra.
    ** Lo scenario virtuale dove si partecipa dell’esperienza di ascensione empatica.
    ***Dio o il gruppo Bilderberg :-)

  11. nic

    hai anche dimenticato di inserire la quarta nota. :)

    In generale mi pare di capire che tanta è la paura del giustificazionismo da non riesce più a prendere l’empatia per ciò che è: il “sentirsi dentro” l’altra persona, indipendentemente dai fatti di quel momento.
    L’empatia è una rischiosa scommessa sul futuro, piaccia o non piaccia; è il primo passo che una persona deve fare per tentare di capire l’altra che ha di fronte a sé.

    Se la si vuole usare per cambiare gli altri si rischia di cadere nella trappola sinteticamente descritta da R&T; se la si vuole usare per scoprire se stessi, il tempo speso non sarà mai stato sprecato.

    • nic says:

      Per Riccardo,

      Per me empatia è un sinonimo un po’ scic e postmoderno -un po’ new age, un po’ parapsicologia, telepatia, ecc.- di “pietà” o “compassione”, termini ormai venuti meno per un’automatica associazione al cattolicesimo, mistica per fortuna passata ormai di moda.

      Empatia non è solo capire le ragioni o motivazioni dell’altro: è sentire “nella pelle” come proprio quello che presumiamo che l’altro senta. (“presumiamo” perchè se ne fossimo convinti o abbiamo esagerato con l’extasi o crediamo nella telepatia)

      Personalmente non sono neppure così convito che un altro esista.
      Difficilmente saprei descrivere cosa sento e sempre più raramente “sento” qualcosa a parte pruriti, fame, sete, il tempo che passa, ecc.

      Ma pur ammettendo che l’altro esista e che esistano persone molto più sensibili e ricettive di me, concretamente, su ‘sto pianeta di persone -per non parlare degli animali- c’è ne sono tante, milioni di milioni.

      Mettersi “dentro tutte” è praticamente impossibile: così c’è chi sceglie la ragazza abbandonata della telenovela faorita, chi preferisce “mettersi”nei bambini con la leucemia, chi nelle foche monache e chi nel carnefice altrui (molto più facile e politicamente corretto) oppure, in casi estremi, nel proprio (molto più difficile, tanto che anche Pappé nella sua “chorrada” esime pietosamente i palestinesi dal farlo).

      Un’eventuale empatia della vittima verso il proprio boia credo che in psichiatria sia catalogata come “sindrome di Stoccolma”.

  12. daouda says:

    Non capisco il senso di questo scritto. Può anche bastare l’infrangere i principi per avere simpatia od antipatia ( la mia nel caso ).

    Un “palestinese” che non ha empatia con un “israeliano” che subisce ingiustizia o viene ucciso ingiustamente è , nel sacro Vangelo, come il Pubblicano. Ma allora perché non esaltare lo stato israeliano ed il suo “razzismo” se è solo questione di tifo…anzi, sò pure pochi e riescono a condizionà parecchio sto monno, sò gajardi ( od infami che è uguale gne gne ). Ed io intanto me ne sbatto, che io sò io…
    Quindi SI DEVE PRETENDERE dal “palestinese” come dal “giudaico” empatia contro l’ingiustizia.Ovviamente lo si deve pretendere NOI dal di fuori, sia chiaro, se solo non fossi pecore e menefreghisti quali in realtà siamo.

    “sono ebreo, non arabo, anche se ci assomiglio”. Basta con le fandonie, dovremmo smetterla di poter accostare un termine etnico ad uno religioso.
    Sennò non si vince. E se non si vince, lottare per deteriorarsi è da merde e traditori, robba di cui il mondo islamico è attualmente pullulante.

    “la loro patetica condizione umana muove a compassione.”

    E NUN S’ERA CAPITO ahahah. Questa è la compassione ahahah.

    p.s. la palestina non esiste. Quella terra si chiama e sempre si chiamerà Canaan, fanculo agli ebrei tou court ed ai fondamentalisti eretici islamici.

  13. Moi says:

    Premesso che sono il primo a “perplettersi”* su quanto sia “logico e debito” assimilare un Militante della Freedom Flotilla ad un Partigiano dell’ Appennino ToscoEmilianoRomagnolo del 1945 come ha fatto la regia di chi ce lo ripropne; ciò premesso, dicevo, Vittorio Arrigoni ha cercato in tutti i modi di mostrare “empatia”:

    http://www.youtube.com/watch?v=kY0yobjA–o

    In fondo “Restiamo Umani” dice tutto in due parole :

    http://www.youtube.com/watch?v=lPeeHqVodHI

    ** Ovviamente NON è un discorso da circoscrivere alla sola Gaza, e lui era il primo a dirlo ! **

  14. Moi says:

    *

    “Perplesso” è un aggettivo sostantivato difettivo, il famoso “perplimersi” era una battuta di Corrado Guzzanti … divenuta poi parola di massa, ma il verbo latino era “perplectere”.

  15. per peucezio

    “Sì, ma l’empatia può essere disgiunta da qualsiasi giudizio morale.
    Io non sono più indulgente di te verso banchieri e affini, minimamente. Però è utile ricordare che non c’è un’irriducibile alterità antropologica con i potenti (e a maggior ragione con i piccoli sfigati che proteggono tenacemente i loro meschini privilegi), non per una sorta di sentimento irenista di solidarietà universale, ma proprio per capire le cose e le persone.”

    Sottoscrivo tre volte.

    • Francesco says:

      >> non c’è un’irriducibile alterità antropologica con i potenti

      nè con nessun altro essere umano

      ecco, forse resto affezionato a questo blog per questa considerazione (o speranza? o illusione?)

      ciao

  16. mirkhond says:

    “Quattro anni fa ero a Varsavia, dove ho fatto la conoscenza fi un fisico Estone. Mi ha raccontato che per lui e la sua famiglia la Liberazione l’hanno fatta i Tedeschi, che per qualche tempo hanno liberato la sua patria dall’incubo Sovietico.”

    Andrea è sempre un piacere discutere con te di simili argomenti….
    Il Baltico, lo sai meglio di me, fin dal XII-XIII secolo, fu un lago TEDESCO, e a parte i Prussi, totalmente GERMANIZZATI tra XIII e XVIII secolo, anche Lettoni ed Estoni, seppur in maggioranza rimasti NON germanofoni, culturalmente però lo erano.
    Tu che conosci il Baltico come le tue tasche, lo constati personalmente.
    Basta osservare l’architettura, la religione cristiana cattolica e poi luterana; insomma sta gente di russo non c’ha proprio niente e il Lago Peipus o Lago dei Ciudi, non fu solo il punto più orientale fin dove si spinse l’Ordine Teutonico quando fu sconfitto da Sant’Alessandro Nevskij nel 1242.
    Il Peipus è proprio un confine NETTO tra due mondi diversi. E’ il vero LIMITE ORIENTALE del Frangistan, dell’Occidente!
    Ora, una delle più grandi minchiate di Hitler, anzi la MINKIATA SIDERALE che gli costò cara (a lui e soprattutto alla cara Germania), fu quella di aver voluto valicare QUEL LIMITE, fissato dalla battaglia del 1242.
    Nel Baltico (a parte ovviamente gli Ebrei e i komunisten), i Tedeschi potevano (e furono) visti come dei liberatori nel 1941-1944 (alcune piazzaforti resistettero accanitamente fino al 12-14 maggio 1945!), sia per il “meraviglioso” biennio kompagnesco-sovietico del 1939-1941, e sia per quei più ANTICHI legami sovracitati.
    Per quanto riguarda la Polonia, e credo (ma qui mi baso solo sul film di Klimov) la Bielorussia, così come la Russia okkupata propriamente detta, le cose, lo sappiamo, andarono molto diversamente. TRAGICAMENTE diversamente.
    Lo storico di destra Adriano Bolzoni (lui stesso repubblichino di Salò), in un suo libro sul generale Vlasov (1900-1946) e i “Cosacchi” anticomunisti che servirono Hitler, ammette che le dissennate atrocità compiute dai Tedeschi tra i Grandi Russi nel 1941-1943, alienarono al Fuhrer, la simpatia di 60.000.000 di persone nei territori conquistati! E tutto ciò nonostante parte dell’alto comando tedesco fosse favorevole ad un trattamento UMANO e NON razzista verso i Russi, proprio per conquistarli alla causa dell’antikomunismo e del Reich!
    Ma il fuhrer solo nel 1944, finalmente dette retta a tali consigli e al generale Vlasov, ma ormai ERA TROPPO TARDI, e i Russi (e Bielorussi, stando sempre al film di Klimov), di fronte alle ATROCITA’ del tiranno STRANIERO, preferirono tenersi quello DI CASA, ormai “rodato”.
    Un pò come nella parte continentale del Regno di Sicilia, fecero le nostre popolazioni nei confronti degli Aragonesi. I quali sbarcati a Reggio Calabria nel 1283, ed inizialmente accolti come liberatori ed eredi della Casa di Svevia, grazie alle atrocità compiute dagli Almogaveri, truppe di mercenari catalani ferocissimi, nel risalire la Penisola, restarono bloccati sul Pollino, e città come Taranto che erano pronte a passare a Pietro III d’Aragona (1276-1285), preferirono restare fedeli a Carlo I d’Angiò (1266-1285), pur memori delle repressioni antihohenstaufen di quest’ultimo nel 1267-1271!
    Hitler doveva fermarsi al Peipus ed esercitare solo un’ALTA SOVRANITA’ su Polonia e Finlandia, e senza stolide stragi genocidarie di Ebrei.
    Questo almeno, il povero parere di chi scrive….
    ciao!

    • Andrea Di Vita says:

      Per mirkhond

      Posso parlare con un minimo di cognizione di causa solo dei Polacchi. Hitler non mi sembra inizialmente fosse troppo maldisposto verso la Polonia, con la quale condivise sia l’indubbio atteggiamento antiSovietico sia le spoglie della Cecoslovacchia. Dopo la morte del fondatore della Patria, Pilsudski, nel 1935, la Polonia cadde in una profonda crisi da cui cominciò ad uscire sotto la dittatura militare della Sanacjia, che fra le altre cose si distinse per la persecuzione di Lituani come Milosc e dei Testimoni di Geova. (Erroneamente qui uso la lettera ‘l’ anche dove ci vorrebbe la ‘l tagliata’ Polacca) Dopo la conferenza di Monaco, è noto, i Tedeschi si presero i Sudeti. E’ meno noto che nella stessa occasione i Polacchi si presero un non piccolissimo pezzo di territorio Cecoslovacco a Oriente dei Sudeti, fino alla città di Olomouc compresa (città che i Polacchi chiamano ancora oggi Olomouniec). A casa di mia moglie c’e’ un libro di dipinti patriottici fra cui spicca un ritratto di cavalleggeri con bandiere biancorosse che ‘libera’ Olomouc.

      Il punto è che Varsavia si oppose a far passare i nazisti da Danzica, i cui Tedeschi invocavano invece il Fuehrer come garante della ‘germanicità’ della città. Dal canto suo, Hitler pensava di fare come Gengis Khan: risparmiare soltanto quel nemico che si fosse arreso subito o quasi, schiacciando invece senza pietà chi lo avesse combattuto. Ciò spiega la differenza di trattamento riservata a Polacchi da un lato e Cechi e Francesi, e in particolare a Varsavia da un lato e dall’altro Praga e Parigi. Il rapporto dieci a uno nei mezzi corazzati e aerei, il Blitzkrieg e i clamorosi errori strategici di Ridz-Smigly fecero il resto.

      Quanto alla natura germanica dei territori Baltici, ho parecchio da testimoniare. I Prussiani originari (i Pellerossa dell’Est, come li chiama Milosc) furono letteralmente bruciati vivi tutti nelle loro capanne dai Cavalieri Teutonici, chiamati a tal fine dal Duca di Mazovia prima che i Piast venissero conosciuti come Re di Polonia. I Teutonici furono ripagati con alcuni castelli, un po’ come i Normanni quando in Italia meridionale furono chiamati contro i Longobardi, e non se ne vollero più andare. Germanizzarono con sistemi simili la costa fino al Golfo di Finlandia. Uno dei loro castelli, Marlbork, è quello che ha dato il nome a un ramo cadetto che trapiantato in Inghilterra fondo’ la casata dei Marlborough (= ‘borghetto della piccola Maria’) donde il noto marchio di sigarette Marlboro. La loro espansione a Est fu fermata solo da una coalizione di Lituani, Polacchi e Russi nella battaglia dei Laghi Mazuri alla fine del tredicesimo secolo. All’epoca risale la leggenda del comandante Teutonico che prima della battaglia invio’ per sfregio due spade ai Polacchi perchè non morissero disarmati: oggi le Due Spade segnano l’ingresso di tutti i villaggi che durante l’ultima guerra furono rasi al suolo dai nazisti. Negli stessi luoghi, in una battaglia della Prima Guerra Mondiale i Tedeschi presero ai Russi un milione di prigionieri, tanto che quella battaglia i Tedeschi la chiamano la Seconda Battaglia dei Laghi Mazuri (come a dire, la rivincita). Sono stato lì e ho visitato il raccolto cimitero di guerra tedesco, con le lapidi decorate con la croce di ferro stilizzata in mezzo ai laghi e alle foreste. Un luogo tipo il quadro dell’Isola dei Morti di Boecklin. Dopo la battaglia del Trecento i Teutonici diventarono col tempo Junkers, proprietari terrieri, e in parte finirono con l’essere assorbiti dalla lega Anseatica. E’ l’ambiente del romanzo ‘La Signora’, di Wiechert, romanziere carissimo a Enzo Biagi e coraggioso antinazista in tempi non sospetti. La Lituania, ancora pagana fino alla fine del Trecento, si cristianizzo’ coi sistemi noti e finì per unirsi per via dinastica alla Polonia così come secoli dopo la Scozia all’Inghilterra. Questa unione finì col subordinare del tutto la Lituania alla Polonia, così come in seguito la sarebbe stata la Scozia all’Inghilterra. Cio’ fu la base degli odi che durano fino ad oggi, dato che la Lituania si portava dietro metà dell’attuale Ucraina ortodossa che finì sotto la cattolica corona Polacca. Ben prima di Stalin, l’infinita querelle degli Uniati inizia allora: e così pure le lotte antiPolacche dei vari Chelmnicki e Taras Bulba, foraggiati rispettivamente dal Sultano e dallo Zar, cui Varsavia avrebbe risposto finanziando Dracula (e ancora oggi in Polacco ‘italiano’ si dive ‘wloch’, ‘valacco’) e saccheggiando la stessa Mosca. Le battaglie intorno a Vilnius fra Polacchi e Lituani del 1919-1920 e il successivo Miracolo della Vistola dei Polacchi contro i Sovietici hanno la loro radice allora. Il periodo immediatamente successivi agli scontri fra Polacchi e Lituani, che costarono Vilnius a questi ultimi, sono lo sfondo del romanzo ‘Le stelle dell’Orsa Maggiore’. Le successive atrocità dell’UPA contro i Polacchi e dei Polacchi contro i Lemki, cui debolmente l’Europa ha cercato di rimediare concedendo l’organizzazione dei campionati Europei in tandem a Polonia e Ucraina, hanno le loro radici allora.

      Per finire: ho visto la meravigliosa collana delle grandi cattedrali anseatiche e barocche nei villaggi della Warmia, l’odierna parte Polacca della Prussia; ho percorso la Strada dell’America, la strada militare zarista che taglia a metà la più grande torbiera d’Europa cheè anche il più lungo rettilineo Europeo, e che si chiama così perchè qualche anno fa non c’era famiglia nei villaggi attraversati dalla strada che non avesse un parente emigrato in America; ho visto il castello di Marlbork e quello di Litzbar Barminski, lo Heilstadt del ‘Colonnello Chabert’ di Stendhal; ho aspettato alla radio le notizie sul golpe contro Gorbaciov in una barca a vela alla fonda nel lago davanti al confine di Kaliningrad; ho visto il centro geografico d’Europa, non lontano dall’attuale confine Bielorusso; lì vicino ho visto un antico monastero ortodosso trasformato in un museo che ospita migliaia di icone sequestrate ai contrabbandieri, alcune vecchie di dieci secoli; sono stato punto sulle rovine della Tana del Lupo dalle discendenti di quelle zanzare che punsero il Fuehrer prima del fallito attentato del ’44.

      In una capanna di raccoglitori di torba fra Bialystok (snodo ferroviario di Treblinka e patria di Rabin e dell’inventore dell’esperanto) e Jedwabne (dove il nonno di mia moglie da ragazzo rifiuto’ di salutare uno dei colpevoli del più feroce pogrom antisemita che si ricordi) ho sentito un vecchio fonografo a tuba d’anteguerra suonare il carillon che la contraerea tedesca usava per dare l’allarme, e che mia madre da bambino mi fischiettava avendolo memorizzato da giovane sui cieli di Napoli.

      Ciao!

      Andrea Di Vita

      • PinoMamet says:

        Grazie!!
        anche se non sono Mirkhond, ho molto apprezzato i tuoi ricordi e le tue conoscenze!
        :)

    • roberto says:

      interessantissimo

      nei pochi giorni da turista in estonia, due cose mi hanno colpito (a parte la natura meravigliosa, il wi-fi in mezzo alle foreste, una generale simpatia delle persone e l’avvenenza delle indigene :-) ).

      – agli estoni non piacciono i russi (anche se ce ne sono una marea)
      – gli estoni parlano dei nobili tedeschi proprietari dei vari “manor” come degli orrendi schiavisti (e questo in tutti i castelli che abbiamo visitato)
      – infine non amano nemmeno i turisti finlandesi accusati di fare troppo casino (e vorrei vederli alle prese con una scolaresca romana :-) )

      Mirkhond,
      il lago peipus è un posto affascinante, e sono sicuro che la tranquillità e la maestosità dei luoghi ti piacerebbero.
      mettilo nella lista delle cose da visitare :-)

  17. Pingback: Animalisti con gli stivali di pelle e la menzogna fondante d’Italia | Kelebek Blog

  18. Tortuga says:

    - se solo fosse possibile stabilire un contatto da cuore a cuore –

    Il primo commento che mi viene è ironico:
    Si, si :-) come quello fra me e Rivan :D

    I shin den shin, dicono gli zen, che vuol dire – appunto – da cuore a cuore.

    Sarebbe interessante capire a cosa darebbe “concretamente” luogo questo contatto da cuore a cuore.

    Concretamente, cioè al di là di fantasiosi appagamenti emotivi (premesso che è qualcosa in cui personalmente ho cessato di credere).

    Anche quando mi illudo di avere oppure ho realmente 5 minuti di “empatia” (un evento emotivo) con qualcuno … e poi?

  19. mirkhond says:

    “I Prussiani originari (i Pellerossa dell’Est, come li chiama Milosc) furono letteralmente bruciati vivi tutti nelle loro capanne dai Cavalieri Teutonici, chiamati a tal fine dal Duca di Mazovia prima che i Piast venissero conosciuti come Re di Polonia.”

    Andrea, grazie come sempre per le tue testimonianze famigliari e derivate dai tuoi viaggi e dall’amore per quei luoghi.
    Un piccolo cenno sui Prussi.
    I cavalieri teutonici NON avevano l’intenzione di sterminarli, ma di convertirli al Cristianesimo Cattolico, certamente attraverso il “filtro” tedesco, cioè alla CULTURA di quegli stessi cavalieri.
    La lotta per la conquista-evangelizzazione della Prussia, durò 53 anni (1230-1283), sollecitata come hai ricordato proprio dal duca POLACCO di Mazovia, i cui avi dal X secolo tentavano INUTILMENTE di convertire questa popolazione baltica affine ai contigui Lituani, e come questi ultimi, costituenti un tenace focolaio di paganesimo.
    Paganesimo che tra le altre cose, contemplava i sacrifici umani dei prigionieri di guerra.
    Come sperimentato dai cavalieri e dai fanti e ausiliari teutonici caduti in mano prussica durante quel tremendo cinquantennio del XIII secolo.
    Mi viene in mente quella singolare e da noi poco o nulla conosciuta figura di Herkus Mantas (c.1225-1230-1274), già ostaggio bambino prelevato dall’Ordine Teutonico ed educato al Cattolicesimo e battezzato col nome di Heinrich (Henricus), ed educato lui stesso come frate-cavaliere teutonico.
    Enrico che si fece chiamare Herkus e appartenente ad uno dei più nobili casati prussici, fu reinviato in Prussia colla speranza di farne un catalizzatore cattolico presso il suo popolo.
    Ma il giovane cavaliere, nel settembre 1260 si rivoltò contro i suoi confratelli teutonici e dette vita ad una guerra di “briganti” ferocissima, eroica e disperata nello stesso tempo, e durata a fasi alterne per ben 14 anni, fino alla sua cattura e morte nel 1274.
    L’Ordine si macchiò di crimini contro i Prussi, soprattutto dopo le continue e tenaci loro rivolte con conseguenti “ricadute” nell’ancestrale paganesimo e nella pratica dei sacrifici umani sovracitati, che, avvennero anche in violazione degli accordi del 1249 sul rilascio dei prigionieri.
    Certamente ogni popolo, anche il più barbaro e selvaggio ha il SACROSANTO diritto a difendersi. Ne abbiamo discusso tante volte.
    Ma, ripeto, NON ci fu nessuna guerra di sterminio razziale, anche se molti Prussi furono mandati al Creatore e come hai ricordato, non certo con i guanti di velluto.
    Nel 1283 la Prussia era ormai sottomessa e cristianizzata A FORZA, e le rivolte del 1286 e 1295 non poterono cambiare le cose.
    Certamente i Cavalieri, inizialmente poche centinaia, chiamarono coloni dalla Germania del Nord, nella spinta secolare del Drangh nach Osten, che dava sfogo agli esuberi di popolazione, e consentiva a molti contadini di avere terre e privilegi fiscali per colonizzarle.
    Ma i Tedeschi non si insediarono in un deserto genocidato, ma in città, cittadine presso le fortezze erette dall’Ordine, con lo scopo di catalizzare gli indigeni.
    Un po’ come era avvenuto dal XII secolo con le popolazioni slave tra Elba, Oder e Pomerania.
    L’Ordine, nel XIII secolo aveva ancora le sue basi in Terrasanta e nell’Armenia cilicia, e qui dedicava i suoi sforzi maggiori.
    Soltanto con la caduta di San Giovanni d’Acri (1291), ultima piazzaforte franca in Terrasanta, che l’Ordine spostò il suo centro prima a Venezia, poi (dal 1309) in Prussia a Marienburg (la Malbork che hai citato).
    Che i Prussi ci fossero lo dimostra la TENACE PERSISTENZA della loro lingua, che fece in tempo ad essere scritta dopo il passaggio dei Teutonici di Prussia al Luteranesimo (1525), e con la conseguente produzione di messali e vangeli in Prussico.
    Che si estinse solo intorno al 1710, dopo un LUNGO PROCESSO di germanizzazione.
    In Lettonia, pure baltofona, e nell’Estonia finnica, i Tedeschi, costituirono solo lo STRATO DOMINANTE delle città come Riga e dell’aristocrazia, ma la MAGGIORANZA della popolazione RESTO’ baltica e finnica, seppur fortemente germanizzata nella civiltà cattolica e poi anche qui luterana (dal 1561) con la conversione al protestantesimo della branca livone dell’Ordine Teutonico.
    Per cui, pur nella dura, durissima conquista-conversione di questi paesi, non si puo’ proprio parlare di genocidio, così come per gli Slavi tra Elba, Oder e Pomerania.
    Casomai di violenta conquista-assimilazione.
    Furono le storiografie nazionaliste otto-novecentesche lituane, lettoni, polacca e russa pre e comunista a creare il mito romantico del Baltico cimitero di Slavi e Baltici, onde avallare le COEVE politiche russe zarista e sovietica e nazionaliste polacca, lituana e lettone in funzione antitedesca.
    Penso al film sovietico su Sant’Alessandro Nevskij (1220-1263) di Eizenstein del 1938, un film polacco sulla battaglia di Tannenberg del 1410, realizzato negli anni ’60 nella Polonia comunista, ed infine il kolossal lituano-sovietico su Herkus Mantas del 1972.
    ciao!

    • Andrea Di Vita says:

      Per mirkhond

      Prussiani e altri Baltici furono per secoli ai margini dell’ecumene, e non in senso geografico. Tacito dice che la Germania è separata dall’Italia dalle Alpi, dalla Gallia dai fiumi, e dall’Oriente …dalla paura. Dice anche che sulle coste del mare ad est della Germania vivono popoli talmente barbari che non rendono conto del valore assurdo che l’ambra raggiunge sui mercati di Roma. Milosc, il Nobel ‘Lituano di lingua Polacca’, chiama i Baltici ‘Pellerossa d’Europa’. La pratica del sacrificio umano dei prigionieri di guerra ce l’avevano anche i Germani, che l’applicarono fra mille tormenti ai prigioneri Romani dopo la battaglia della selva di Teutoburgo. I Baltici vennero colonizzati dai Teutonici in modo simile a quanto avvenne ai Pellerossa d’America: potevano controbattere con la guerriglia nei boschi alle campagne militari e alla superiorità tecnologica e militare dei Teutonici, ma non poterono fare altro che rallentare col terrore la progressiva colonizzazione dei contadini Tedeschi. In un certo senso la sconfitta dei Baltici ad opera dei Teutonici e dei loro contadini fu un episodio della progressiva erosione dell’ecosistema dei nomadi ad opera dei sedentari, iniziata in Eurasia secondo Toynbee con la rivoluzione agricola del Neolitico e conclusa solo con il completamento della Transiberiana all’inizio del Novecento. E’ significativo che i Lituani siano stati l’ultimo popolo d’Europa ad abbandonare ufficialmente il paganesimo, e che appena la Lituania ha avuto l’unione dinastica con la Polonia l’aristocrazia Lituana ha cominciato a ‘polonizzarsi’. In poco tempo il ‘Commonwealth’ Lituano-Polacco si ridusse ad un’estensione del regno di Varsavia. Del paganesimo non resto’ nulla, tanto che oggi se vai nella zona di Bialystok trovi solamente in certi punti riproduzioni degli idoli in legno adorati dagli antichi Prussiani e ricostruiti dagli appassionati di storia locale. La lingua Lituana la parlavano solo i contadini, per la gioia dei linguisti Tedeschi che dalla campagna Lituana scrivevano ai loro colleghi universitari in patria di ‘venire a sentire come parlavano gli antichi Arii’. A Vilnius nel 1900 c’erano duecentomila abitanti e si parlavano otto lingue: Russo i burocrati e i militari dell’Impero Zarista, Yddish gli Ebrei laici , Ebraico i Rabbini in sinagoga, Tedesco i mercanti, Polacco gli aristocratici, e i contadini di varie etnie Lituano, Bielorusso e Ucraino. Dopo la prima guerra mondiale, al crollo della Germania l’ufficiale Tedesco Pilsudski, di lingua Polacca e nato a Vilnius, unì i reparti Polacchi dell’esercito Russo, Austriaco e Tedesco e creo’ l’Armata Polacca. Armata che per prima cosa occupo’ le caserme abbandonate dai Russi tornati a casa ad ammazzarsi nella Rivoluzione e dai Tedeschi in ritirata. Naturalmente occupo’ anche la sua città natale Vilnius, dove tra l’altro sta il santuario controriformista barocco dell’Ostra Brama costruito dai Polacchi e secondo nella devozione Polacca solo a Czestochowa. I Lituani non erano d’accordo, e una breve guerriglia li vide rapidamente sconfitti. Dei due Stati Lituani che nacquero, sopravvisse solo la Lituania con capitale a Kaunas, da cui venne rapidamente cancellata ogni traccia di cultura Polacca. Il che era ridicolo, perchè lo stesso Mickiewicz, il Manzoni Polacco, è nato in Lituania: il suo poema patriottico, studiato a memoria in tutte le scuole Polacche ancora oggi, ‘Il signor Taddeo’, comincia con l’invocazione…alla Lituania! Famiglie miste che vivevano in Polonia ma avevano le proprietà in Lituania dovevano fare viaggi di una settimana via mare per raggiungerle, dato che la frontiera rimase chiusa per anni. Dopo, nel 1920, quando Trotskij e Budjenny -boicottato da un invidioso Stalin, almeno stando a Medvedev- sfondarono la linee Polacche e raggiunsero i sobborgi di Varsavia, i Lituani rimasero a guardare finchè i Polacchi rovesciarono la situazione e inflissero ai Sovietici la clamorosa sconfitta nota come Miracolo della Vistola. Due decenni più tardi Stalin si prese seicento chilometri di Polonia orientale e occupo’ la Lituania ‘liberandole’ e deportando un sesto della popolazione in Siberia; assegno’ allora Vilnius alla Lituania. Ma ancora oggi in tutta la Lituania non trovi una scritta in Polacco, Mickiewicz è diventato Mickievicius e …il noto giocatore Stankievicius in origine era Stankiewicz. Durante le inondazioni di qualche anno fa in Lituania i soldi alle famiglie Polacche rimaste lì arrivarono dalle sottoscrizioni di Varsavia, e ancora oggi sono i Polacchi a pagare alcuni degli insegnanti di lingua Polacca in Lituania. In un monastero Polacco vicino al confine Bielorusso ho visto un’unica volta una scritta liturgica trilingue, in Glagolitico, Polacco e Lituano.

      E rispetto a quello che è successo con gli Ucraini tutte queste sono bazzecole.

      Ciao!

      Andrea Di Vita

  20. mirkhond says:

    errata corrige: Marienburg

  21. mirkhond says:

    Avevo scritto bene e ho pensato ad un refuso!

  22. Per roberto

    “- infine non amano nemmeno i turisti finlandesi accusati di fare troppo casino (e vorrei vederli alle prese con una scolaresca romana :-) )”

    Una volta ho accompagnato una gita di insegnanti di istituto tecnico finlandesi, che avevano scroccato un viaggio a spese della scuola per andare a vedere la pista della Formula Uno a Rimini e la fabbrica della Ferrari… le differenze principali con una scolaresca romana:

    1) l’età media

    2) il volume di voce (più alto nel caso dei finlandesi)

    3) il consumo di alcol (indovinate chi vince la gara)

    4) la passione per i Motori (indovinate…)

  23. mirkhond says:

    Caro Andrea

    Sempre interessanti i tuoi racconti su questa bella e interessante area d’Europa.
    Ora io non so chi sia questo Milosc, ma sui Prussi credo che ragioni più come uno slavista-balticista romantico otto-novecentesco di cui si è parlato.
    Perché i frati-cavalieri dell’Ordine Teutonico, pur nella ferocia e in una rigidità “fanatica” NON sono gli avi ideologici nè di Hitler, ma nemmeno del generale Custer…
    Ripeto ancora: l’obiettivo dell’Ordine era di ASSIMILARE i Prussi, i Lettoni e gli Estoni al Cattolicesimo TEDESCO, e la germanizzazione avvenne anche con i matrimoni misti, come già nelle aree slave tra Elba, Oder e Pomerania.
    Germanizzazione che fu un processo LUNGO, durato dei SECOLI dopo la pur violenta e FORZATA cristianizzazione.
    Il Prussico si estinse intorno al 1710, ma il Lettone e l’Estone sono ancora DOVE il trovarono i Portaspada e poi i Teutonici. In Lettonia ed Estonia, i Tedeschi erano maggioritari solo nelle città da ESSI STESSI FONDATE come appunto Riga, e nello strato dominante feudale, pur come già ripetuto influenzando, caratterizzando FORTEMENTE il carattere culturale di questi paesi.
    Ed infatti il Lago Peipus o lago dei Ciudi, è IL VERO CONFINE ORIENTALE tra Frangistan e Russia, fin dal 1242, nonostante i ripetuti e SEMPRE FALLITI tentativi dell’Ordine Teutonico prima, del secondo e del terzo reich nei due conflitti mondiali del 1914-18 e 1941-45, di infrangere quel suddetto confine.
    In Lituania, come hai ricordato benissimo, fu la POLONIZZAZIONE a vincere e a caratterizzare il Cattolicesimo di questo grande popolo.
    Devo dire, che trovando ridicoli prima che feroci, i nazionalrisorgimentalismi otto-novecnteschi, con la “riscoperta”-MISTIFICAZIONE di antiche e “purissime” identità rovinate da questo o quel dominatore straniero, trovo ancor più ridicoli i CONTEMPORANEI tentativi di far rinascere l’antico e ormai dissolto paganesimo baltico, vedi il Romuva o come cappero si chiama.
    Frutto appunto del RECENTE e ridicolo nazionalrisorgimentalismo baltico che nega ciò che E’, per “ritornare” a qualcosa che, nel migliore dei casi è solo una MISTIFICAZIONE!
    ciao!

  24. mirkhond says:

    Per Roberto

    Se Dio vorrà, un viaggetto tra Prussia e Peipus me lo farei volentieri…
    Sull’avvenenza delle indigene, a me lo sai, non piacciono le magre, ma le matrone, anche bionde, non fa niente…. ;)
    ciao!

    • Andrea Di Vita says:

      Per mirkhond

      In realtà concordiamo, come spesso succede.

      Probabilmente ti sarebbe piaciuto, Czeslaw Milosc. (Va pronunciato pressapoco Césuav Mìuoshch, ho omesso i segni diacritici per disperazione). E’ un premio Nobel per la letteratura, che Wikipedia e i Polacchi dicono Polacco ma l’eccellente sito del Consolato Lituano di Firenze tempo fa diceva Lituano. Lui si definiva ‘Lituano di lingua Polacca’. Rimase in territorio Polacco dopo la prima guerra mondiale, pur essendo nato in quello che adesso è Lituania, da madre Polacca e padre ingegnere Russo benestante sparito in guerra. Per la sua eccellente preparazione umanistica trovo’ lavoro alla radio di Lublino, donde fu scacciato perchè sospetto di scarsa fedeltà patriottica (date le sue origini) a opera dei Francescani che influenzavano la politica editoriale dell’emittente. Nella sua autobiografia scrive ‘i miei lettori Italiani mi perdoneranno se in tutte le mie visite al loro meraviglioso Paese mi sono sempre rifiutato di mettere piede ad Assisi’. Sotto la Sanacija divento’ Comunista per disgusto verso tutti i nazionalismi, che percepiva fondamentalmente falsi, e perchè non vedeva nemmeno nel Cattolicesimo quell’afflato universale (Lituani e Polacchi sono entrambi popoli Cattolici, eppure…). La cosa gli torno’ utile quando arrivarono i Sovietici, cui non parve vero di mettere quello che già era un affermato letterato dal limpido passato di perseguitato DAI Cattolici a capo dei loro servizi culturali alla radio. Da lì passo’ al ruolo di addetto culturale dell’ambasciata della Polonia filoSovietica negli USA, donde defeziono’ e ando’ a insegnare letteratura nei campus USA. Dopo la caduta del Muro torno’ a morire nell’amata Cracovia.

      Lui per primo sottolineava come i Lituani del suo tempo nulla avessero a che fare con gli antichi Baltici, a parte l’eredità linguistica. Se il caso avesse voluto che la guerra bloccasse il giovane Czeslaw dal lato che poi sarebbe diventato Lituano, lui si sarebbe messo a scrivere nell’altra sua lingua madre, il Lituano. O magari nel Russo del padre.

      Ma il nazionalismo malato di tardo Ottocento e inizio Novecento, che alla gente affamata di pane dà da mangiare i colori di una bandiera, è una vera piaga da quelle parti. Con la Lituania la cosa è ridicola, tanto che le origini Lituane di uno degli attuali governanti Polacchi hanno fortunatamente suscitato poco scalpore. Ancora due mesi fa i miei amici Polacchi mi garantivano che sono i Lituani a mantenere vivo il livore antiPolacco ‘per via del loro senso di inferiorità’. L’autorevole bisettimanale ‘Polytika’ attribuisce alla fobia antiPolacca il recente successo di formazioni di sinistra nel vicino Paese. Non avendo ancora mai visitato la Lituania, non sono in grado di fornire ragguagli sull’altro lato della medaglia.

      Con la Bielorussia stiamo fra il tragico e il grottesco. Linguisticamente, il Bielorusso è un dialetto Polacco antico scritto in cirillico, tanto che persino io riesco a capire alcune semplici frasi (mentre un mio conoscente Russo non ci riesce). Pure, la cultura ufficialmente permessa nell’ultimo governo apertamente dittatoriale in Europa proclama l’esistenza da sempre di un popolo, una lingua e una cultura specificamente Bielorusse, a scorno della massa di Polacchi che abbandonarono volenti o nolenti Grodno e dintorni per andare a illuminare con il loro splendido accento quella che all’epoca era la Polonia occidentale. I pochissimi Polacchi che hanno potuto rivisitare le loro antiche città tornano in lacrime. Pure i bisonti, si dice, abbandonano per quello Polacco il lato Bielorusso della gigantesca riserva forestale di Bialoweza: come per molti degli immigrati clandestini dal’Est in UE, certo più per fame che per nazionalismo. Magra consolazione sono le Mercedes con targa Tedesca sulla quale è stata montata in tutta fretta una targa Bielorussa che riempiono i parcheggi degli outlet nella Polonia Orientale e che tornano in patria rimpinzati di biancheria, dolciumi, alcool.

      Con l’Ucraina, infine, ci sono stati tanti e tali pogrom da entrambe le parti fino al 1945 che è un miracolo che la frontiera sia aperta. Ma la cosa richiede un lungo post a parte.

      La cosa triste è che ai nostri occhi si tratta di lingue e popoli in massima parte indistinguibili fra loro (alfabeto a parte). Per esempio, la gastronomia è quasi la stessa). L’artificiosità delle differenze non le ha rese meno feroci.

      Altro che empatia.

      Ciao!

      Andrea Di Vita

  25. mirkhond says:

    Andrea sono d’accordo al 100% con te!
    Sui Francescani e Assisi, FINALMENTE un cristiano che NON LI AMA!
    Cardini da una vita si chiede il PERCHE’ San Francesco d’Assisi piaccia a tutti, a destra e a manca.
    Cosa che non accade nemmeno per Gesù pur con tutte le melensaggini zuccherose, soprattutto cinematografiche che ben conosciamo….
    Cardini, giunse alla conclusione che piacere a tutti NON sia un buon segno per un Santo.
    Per cui San Francesco doveva essere per forza stato frainteso…
    Ora questo Milosc sarebbe il PRIMO ed UNICO (almeno da quel che apprendo) a non provare NESSUNA (motivatissima) simpatia se non per il Poverello di Assisi, per i suoi INDEGNI seguaci….
    ciao!

  26. mirkhond says:

    Proprio riguardo ai nazionalrisorgimentalismi e alle loro artificiosità e mistificazioni di ieri e di oggi, ieri in tivvù ho sentito l’intervento di Massimo D’Alema riguardo alla attuale campagna elettorale.
    D’Alema ha espresso preoccupazione comprensibile dal suo punto di vista politico per un ‘eventuale vittoria di Berlusca.
    Ma il punto più importante del suo discorso è stato incentrato sulla Lega di Maroni, sul rischio di un 5% che ottenga il controllo di Veneto, Lombardia e Piemonte, per dar vita a quella macroregione neoidentitaria soltanto per tenersi, almeno il 75% dei propri quattrini.
    Ora, e qui concordo con D’Alema, se questa soluzione dovesse realizzarsi, per noi del fu Regno, sarebbe IL DISASTRO, data l’insussistenza, la debolezza, la nullità e la corruzione delle nostre classi dirigenti, formate da baroni paraculi e quaqqaraqquà alla guido tersilli, sempre pronti a schiacciare e a soffocare le menti migliori, più creative e più volenterose, e a finire col consegnare definitivamente la nostra patria alla Camorra, la più forte ed efficiente associazione imprenditoriale che esista da noi….
    E lo dice uno che odia il risorgimento, l’unità d’Italia e le MODALITA’ in cui fu fatta.
    Ma che pur con tutte le sue simpatie ed antipatie, non è cieco da non vedere il BARATRO a cui ci porterebbe il trionfo di una lega che sotto maroni, non fa più buffonate celto-celoduriste, ma VA’ AL SODO, ripescando il programma del gelido e sprezzante Gianfranco Miglio, l’ideologo della MAI ESISTITA Padania….
    ciao!

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  29. Moi says:

    La metto qui perché voglio essere Em-Patico:

    @ MAURICIUS

    Se usi la funzione “trova nella pagina” dal menù opzioni della stessa … io non ho scritto neppure una sola volta “biondo” , ma “biondiccio”, “giallastro”, addirittura “rossiccio”. O comunque “non moro”

    Al massimo “biondofobia”, che NON è un aggettivo cromatico.

    Ho parlato (per le raffigurazioni Gesù) di aspetto “apollineo” espressamente non (!) Norreno, ma neppure Levantino come si penserebbe.

    NON mi sembra una logica contorta “alla Odifreddi” ! ; -)

    Non mi pare neppure richiesta chissà che ermeneutica … direi che, anzi, si tratta di banale “comprensione del testo”, ma sospetto che ti piaccia mettere in bocca agli interlocutori ciò che essi NON dicono, anche se ispirandoti a quel che dicono, e poi rispondere a quello che hai in mente ma essi non dicono.

    C’è chi usa l’espressione “Uomo di Paglia”, io la evito come tutte le altre scimmiottature gratuite della cultura statunitense, per quanto possibile.

    Il mio Italiano sarà senz’altro migliorabile (per inciso, ritengo che qui il migliore “italoscrivente” sia Ritvan)… ma mi pareva di essere stato chiaro.

    @ PINO

    Premesso che “fulvus” e “flavus” sono “sfumature”, il testo riportato da Ritvan, dice “flavus” che è più sul giallastro, mentre “fulvus” è più sul rossiccio, no ? Infondo poiché il sole assume un po’ entrambi i colori nel corso della giornata un colore indistinto è l’ ideale.

    In Italiano “fulvo” è un aggettivo usato quasi solo a indicare il manto del leone …

    In ogni caso, ne facevo una banale questione di “Physique du Rôle”, e su quello non credo ci sia da fare tanto relativismo culturale … non credo che Dolph Lundgren* possa mettere soggezione soltanto dentro all’Ikea, anch’essa Svedese ! ; -)

    * Cito proprio lui perché in passato v’è stato un film RAI Movie “L’ Inchiesta”, sul “Dopo Gesù” : -) in Palestina , in cui interpretava l’ imponente e possente Schiavo (Liberato) Germanico Brixos, guardia del corpo di Tito Valerio Tauro … nel film, gli salverà eroicamente e oramai disinteressatamente (difatti non gli apparteneva già più come schiavo) la vita a prezzo della propria: per questo battezzato Cristiano in extremis da chi di dovere. Episodio “inventato ma ben trovato” [cit.], direi.

    http://it.wikipedia.org/wiki/L%27inchiesta_(miniserie_televisiva)

    • Moi says:

      Riferimenti di cui sopra relativi al Post sull’ Invettiva di Don Giorgio De Capitani che maledice Silvio Berlusconi [NdR].

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