Stefania Consigliere, la natura e la cultura

Stefania Consigliere è una docente di antropologia all’università di Genova, che da anni gira attorno alla domanda più interessante di tutte – che cos’è l’essere umano?

Lentamente, partendo dalla biologia per approdare all’antropologia, o meglio allo sguardo antropologico, è arrivata almeno a porsi i giusti dubbi.

E sa anche scrivere in modo chiaro di cose che sembrano oscure.

In questo lucido saggio, troverete tutti i temi fondamentali di cui parliamo in questo blog.

2009 Molti Corpi Molte Menti

 

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30 Responses to Stefania Consigliere, la natura e la cultura

  1. izzaldin says:

    Ottimo.
    Anche io ho sempre pensato che il “narcisismo delle piccole differenze” sia il motore di ogni conflitto (dal più piccolo conflitto emozionale privato fino alle guerre nucleari) del genere umano “civilizzato” moderno.
    Il buon vecchio Sigmund ha fatto centro con questo concetto, è la chiave di volta per spiegare ogni cosa umana, e la professoressa Consigliere lo ha capito dimostrando sensibilità e intelligenza.

    saluti
    Izzaldin.

  2. Tortuga says:

    C’è qualcosa che non mi trova d’accordo nei presupposti, nello svolgimento di questo testo, nei propositi e nelle conclusioni.

    Ma è interessante, soprattuto per il tentativo di definire un punto di vista dal quale decodificare la definizione “cultura occidentale”.

  3. p says:

    ottima teoria per giustificare le riserve indiane o di qualunque altro tipo.p

    • PinoMamet says:

      Questa mi sfugge completamente… io dal testo ho ricavato l’impressione opposta.
      Se mettiamo anche la cultura “occidentale” nell’ottica relativista, cosa che fa ogni antropologo, cadono i presupposti stessi delle riserve indiane, cioè il fatto che la loro cultura sia appunto quei “barbari” che dice il testo, quelli che, per essere noi totalmente “civili”, dobbiamo smettere di individuare come barbari e accettare semplicemente come altri.
      Le riserve indiane invece accettavano i barbari come barbari, nel senso che gli dicevano “ok mantenete i vostri usi ma non rompete troppo le balle”, nel migliore dei casi; nel peggiore, c’era tutto un sistemavolto a distruggere la individuata barbarie attraverso l’indottrinamento scolastico e religioso…

      in generale, ci sono anche riusciti, direi. Bisognerebbe chiedere a un antropologo o a un sociologo che se ne occupa, ma nella maggioranza dei casi dubito che i nativi americani, tutto sommato, aderiscano a una visione del mondo molto diversa da quella USA standard, fatti salvi alcuni usi e credenze ormai accettabilissimi come folklore quando non sputtanati…
      naturalmente ci saranno anche le eccezioni.

      Proprio come i neri americani, che non potendo essere (non sempre eh? ma in generale) nient’altro che americani di colore un po’ scuro, sono in effetti l’apoteosi dell’americanità USA.

  4. p says:

    certo che basterebbe riascoltare “buffalo bill” di de gregori per capire la faccenda. Stabilito che ogni società è a sé e ha bisogno dei suoi spazi, chi decide quanti e quali spazi spetti a ogni società. Un consesso di illuminati antropologi?p

    • PinoMamet says:

      Eh ma io Buffalo Bill di De Gregori non l’ho sentito! :)

      però non ci capisco niente lo stesso: dov’è che ci vedi, nel testo linkato, la pretesa degli antropologi di definire gli spazi delle società?

      e poi, ti dirò: tutto sommato preferirei comunque che fossero degli illuminati antropologi, che dei non illuminati colonialisti (anche “colonialisti culturali”…)

      non so, mi sa proprio che ci leggiamo delle cose diverse…

      ciao!

  5. p says:

    È che nessuno impone il proprio pensiero all’altro. Questa strana cosa che si crede. Si impone invece il proprio modo di manipolare la natura. E spesso non sono modi compatibili tra loro. Appunto la lezioncina che si può trarre da de gregorip

    • Tortuga says:

      Esiste una terza possibilità e cioè che ciò che si impone non sia solo e soltanto un modo ma un grado di manipolazione della natura.
      Da questo punto di vista possiamo immaginare due categorie di, diciamo così, pensiero:
      – manipolare il più possibile
      – manipolare il meno possibile

      Da questo punto di vista non so quali possano essere culture meno manipolatorie di altre.
      Mi basta pensare ai giapponesi che fasciano i piedi delle bambine perché restino piccoli, alla circoncisione, o ad altre abitudini che denunciano una mentalità interventiva e manipolatoria.
      Se poi la manipolazione è più fisica o più mentale non cambia la sostanza.
      Solo che mentre è più facile vedere e rendersi conto di quanto una manipolazione fisica sia superflua, è molto più difficile acquisire una consapevolezza di quella mentale.
      Che esista e che sia nociva è riconosciuto però in molte culture.
      Un esempio per tutti – tanto per cambiare – il buddhismo quando si riferisce allo “stato naturale della mente” o alla “mente originaria” (ci sono non so quante espressioni per riferirsi alla medesima cosa).
      Numerose sono quindi le vie, le comunità, gli stili di vita, che accomunano persone che rifiutano le manipolazioni ricevute ed ulteriori, richiamandosi all’esistenza di questo stato naturale, che è possibile recuperare, nella quale io personalmente credo.

      • roberto says:

        non sono i giapponesi ma i cinesi a fasciare i piedi delle bambine (e nella cina comunista non si fa più)

        • Tortuga says:

          Per tutta la mia vita erano stati i cinesi e poi un attimo prima di postare non so cosa mi abbia detto il cervello e ho cambiato cinesi in giapponesi.
          Si vede che oggi mi stavano antipatici i giapponesi :D

  6. Tortuga says:

    Stavo studiando il testo per capire meglio la definizione di occidente che intende e notavo questo.

    Il testo parte da un assioma a priori, inficiando il quale si perderebbe già una parte del suo significato.

    “I diversi modi dell’umanità non sono accomunati da nessun particolare contenuto culturale, da nessuna natura umana specifica che ne predetermini le forme, da nessuna costante culturale; da niente che non sia la necessità di diventare umani lungo forme storiche specifiche. Questo significa che l'”uomodi natura”, l’“uomo in generale”, il mero esito del programma biologico, non esiste.

    Per produrre un adulto è strettamente necessario che un piccolo di Homo sapiens venga accolto e plasmato da una cultura.”

    Il presupposto è: bisogna manipolare.
    Manipoliamo in modo diverso, perché non c’è una base comune sulla quale potremmo accordarci per manipolare tutti allo stesso modo e nella stessa direzione.
    Siccome non c’è modo di stabilire quale sia la manipolazione migliore, perché se tentassimo di dire che il nostro modo è il migliore il resto del mondo ci mangerebbe vivi, resteremo inguaribilmente ed inquietamente diversi.

    Ma…

    A me pare che in conclusione di testo ci sia un “ma” pericolosissimo, per cui in realtà vince chi dispone della manipolazione più forte, “malattia-medicina”.

    Per me alla fine del testo, dietro alla manifestazione di tanti buoni propositi ed intenzioni, già si intravvede la fregatura.

    Però è impressione di prima lettura e quindi può pure darsi che mi sbaglio.

  7. Tortuga says:

    Anche questa mi pare una visione pericolosissima e per giunta falsa:

    “In questa ipotesi, le diverse culture non sono rivestimenti estrinseci di una medesima natura soggiacente, ma modi differenti di plasmare un vivente altamente potenziale, declinazioni diverse di una medesima apertura esistenziale, di una biologia che resta, per così dire, in sospeso e che, in quanto tale, espone continuamente al rischio e all’inedito.”

  8. Per Tortuga

    “Da questo punto di vista possiamo immaginare due categorie di, diciamo così, pensiero:
    – manipolare il più possibile
    – manipolare il meno possibile”

    Non credo che esista un più o un meno di manipolazione.

    Ciò che tu chiami – anche a ragione – manipolazione, è l’insieme delle relazioni che intratteniamo, a partire dal linguaggio.

    La “manipolazione” è quindi totale, ovunque.

    In un secondo momento, non dubito che ci siano minoranze che possano distaccarsene, come auspichi tu, e che a me va benissimo.

    Ma questo non c’entra nulla con il fatto che ogni società, trovandosi come un pesce nell’acqua, non riesca a vedere la manipolazione di cui essa stessa è oggetto.

    E che, alla fine, è l’unica manipolazione che la riguardi direttamente: delle altre manipolazioni, può avere solo una percezione vaga e confusa.

    • Tortuga says:

      “La “manipolazione” è quindi totale, ovunque.” – Miki –

      Dice così anche un mio amico.

      “vedere la manipolazione di cui essa stessa è oggetto” – Miki –

      Quando però viene a contatto con modi diversi di concepire l’esistenza (anche all’interno della stessa propria società) e viverla ci si accorge.

      “manipolazione, è l’insieme delle relazioni che intratteniamo, a partire dal linguaggio.” – Miki –

      Probabilmente io sogno l’isola che non c’è, ma per il momento credo ancora che possa esistere un modo di relazionarsi non manipolatorio (che definisco più “corretto”) o almeno non altamente manipolatorio.

      Poi, magari, invece mi sbaglio.

  9. onemuslim says:

    secondo me, dà troppa importanza alla “cultura” nello “sfornare” l’uomo, sembra, a questo punto, che le culture siano “specie” distinte e non più “categorie” sotto un’unica specie..

    • Tortuga says:

      Si, l’uomo che sforna diversi tipi di se stesso, si autocrea a fantasia, così, a seconda di come vuole concepirsi. Temo che sia così per l’occidente, non sono sicura che lo sia ugualmente per le altre culture. In ogni caso mi sembra un delirio.

      Mi ricordo una lezione alle elementari in cui ci veniva detto che le religioni politeiste orientali hanno una idea dell’uomo innaturale, un modello perfetto immaginato e preconfezionato cui propongono l’adeguamento (questa era la visione che avevano alcuni occidentali di allora, evidentemente, dell’India e dell’oriente) mentre nelle religioni monoteistiche si è liberi da un idea dell’uomo a cui doversi conformare perché dio ci accetta così come siamo.

  10. Z. says:

    Saggi come questo, e altre opere analoghe, sono molto utili per ricordarci cosa significa – in Italia, beninteso – il termine “ricerca”.

    E di conseguenza, ci ricorda cosa significa la frase “lottare contro i tagli alla ricerca”.

    Z.

  11. Moi says:

    @ ANDREA BOARI

    Visto che si parla(va) di “Nuovi Italiani” (come dice Livia Turco, insindacabilmente previa futura Tessera del PD : -) da parte dei Diretti Interessati) nel Mare Magnum di tutti i topic lo metto qui :

    ** PREMESSA **

    “Se le donne di lì mi schifano perché mi considerano uno sporco maruchein dla maruconia, peggiore (solo quando non te li trovi davanti eh!) dei maruchein du maroc !” [cit.]

    MIRKHOND

    *** Al ché rispondevo ***

    Strano, di solito _ al contrario !_ il Migrante sviluppa una “Retorica della Sindrome di Fonzie”, per la quale ho la mia teoria ” antifemminista ” : -)

    **** Andrea Boari dice che non la coglie … gli rispondo ora riciclando, in parte, una vecchia discussione … ****

    Cmq è giustissima l’ osservazione di Guido: fra gli “Islamici InKazzati” [in piazza a Parigi contro Bacile e Charb, ndr] ci sono frotte di Giovani “Tamarri Beurs” che l’ Imam in moschea non vede mai perché preferiscono andare in discoteca, che preferiscono di gran lunga una Frangistana Succinta _ con il vantaggio sui “Souchiens” di NON avere inibizioni da Mamma Femminista ergo rimorchiano /”ils draguent” meglio * _ a una Correligionaria Imbacuccata … MA trovano in queste occasioni la valvola di sfogo alle frustrazioni sociali con la Religione come Feticcio Identitario !

    Nota

    Sarebbe davvero molto interessante una seria statistica su quanti Giovani di Estrema Destra Islamofoba sono diventati tali perché, ti confesserebbero : “A Fàiga [cit.] gli Extra ci sanno fare meglio … boh, sarà l’ Islam: noi invece siamo troppo Cristiani, Porco D** !” [sic. ]
    … un po’ come se in “Happy Days” i Giovani WASP anziché diventare amici di Arthur Fonzarelli detto “Fonzie” (Quando l’ Italiano era per davvero come lo stereotipano i Nordici !) e proclamarlo CapoBallotta : -) per indiscussi e indiscutibili meriti … si fossero organizzati politicamente (!) contro di lui.

    ***** Aggiungo ora *****

    Senza arrivare all’ eccesso sociologico del Puccioni _ che un po’, almeno, non è colpa sua se ha uno stile di espressione tanto aggressivo… è Toscano ! _ma, comunque, sospetto che Mario Puccioni conosca il Mondo Reale assai meglio di Umberto Galimberti … direi che una grande verità sistematicamente negata dal Femminismo è il “fatto naturale” che la donna in uomo cerca un senso di protezione.

    Praticamente tutti i mammiferi _ interessante eccezion fatta per la Jena, specie naturaliter “matriarcale”, più l’ Eterocefalo Glabro che ha parametri addirittura “entomologici” di società … _ è così: un dimorfismo sessuale della fisicità corporea e della forza a favore del maschio. Nel caso della specie umana, poi, il dimorfismo sessuale è particolarmente marcato da caratteri sessuali secondari, stazza media più che compresa, almeno ai livelli della specie “panthera leo”. Anche secondo Desmond Morris, difatti, è difficile vedere, soprattutto fra giovani che “ascoltano solo gli ormoni”, la coppia formata da “Tappetto + Stangona” … perché altrimenti lei andrebbe in modalità “Istinto Materno” anziché andare in modalità “Accoppiamento”.

    Ovvio che se il Tappetto si chiama Silvio : -) trasmette però anche il senso della sicurezza più importante di tutte, almeno in società civili : quella economica !

    Con la cosiddetta “Conquista della Civiltà” nella specie umana sono entrati in gioco, quindi, anche altri aspetti … tutti comunque che esprimano sicurezza di sé e atteggiamento volitivo, ripeto: “volitivo”, NON “violento”.

    Il Femminismo nega sistematicamente _ non di rado fino al parossismo_ l’“istinto naturale” femminile della ricerca di protezione presso un uomo, ma, appunto in quanto “in-stinctum”, esso inconfessabil(!)mente resta “non spento”, l’etimo canta chiaro. Al massimo, il Femminismo può riconoscere l’“istinto naturale” della protezione della madre nei confronti del bambino, ma l’“istinto naturale” della protezione della donna da parte dell’uomo è il (!) Tabù Assoluto; da distruggere così come Enver Hoxha voleva distruggere la Religione. Ora, il Cattolicesimo _ almeno da questo (!) punto di vista_ si è autodistrutto con il Concilio Vaticano II, lasciando _almeno per l’Italia, con il Tabù AntiFascista !_ tutta quanta la “Nicchia Ecologica dell’Uomo Volitivo” del tutto vuota per decenni, finché non è sbarcato l’Islam … che ha potuto riempirsela praticamente senza rivali !

    Ne consegue che la cosiddetta “Islamofobia” [termine che accolgo sempre con perplessità], l’ossessione di Miguel, in realtà è soltanto la punta emersa di un iceberg sommerso molto più grande e interessante.

    I Migranti _ciascuno a suo turno_ sono notoriamente “arretrati” (in ottica liberale nonché politically correct) rispetto agli “Autoctoni” perché provengono da società “arcaizzanti “ (se non proprio “arcaiche”) che NON demonizzano la “virilità comportamentale”, ove per redimere questioni private si preferisce difendersi da sé anziché rivolgersi allo Stato-Mammina come Cittadini Cinni-Mai-Cresciuti.

    Religione e Origine Etnica sono aspetti secondari, anche se credo che la severità del Monoteismo Desertico unita alla vitalità del Mediterraneo Temperato (e infatti l’ Islam Balcanico, con le sue peculiari caratteristiche di “Islam dal Volto Umano” : -) è proprio nei Balcani :- ) ) costituisca quanto di più efficace, senza esasperare la sicurezza di sé; senza eccedere nella “neotenia” (cioè il persistere di caratteristiche del cucciolo nell’adulto di una specie … tipo l’“axolotl”, detto anche popolarmente “Salamandra di Peter Pan” ), nel caso umano comportamentale.

    In un tipo di società così, Cappuccioni & Grembiulini non li vede soltanto chi vederli non vuole.

    • Z. says:

      Moi, tu quoque? Ma che sei, Neffa? sei di Bologna o di LECCE, porcaccia la miseria?

      Balotta con UNA elle, per l’amor di Dio!

      :D

      Z.

  12. Guido says:

    //E così l’imperatore aprì il corteo sotto il bel baldacchino e la gente che era per strada o alla finestra diceva: «Che meraviglia i nuovi vestiti dell’imperatore! Che splendido strascico porta! Come gli stanno bene!». Nessuno voleva far capire che non vedeva niente, perché altrimenti avrebbe dimostrato di essere stupido o di non essere all’altezza del suo incarico. Nessuno dei vestiti dell’imperatore aveva mai avuto una tale successo.
    «Ma non ha niente addosso!» disse un bambino. «Signore sentite la voce dell’innocenza!» replicò il padre, e ognuno sussurrava all’altro quel che il bambino aveva detto.

    «Non ha niente addosso! C’è un bambino che dice che non ha niente addosso!»
    «Non ha proprio niente addosso!» gridava alla fine tutta la gente. E l’imperatore, rabbrividì perché sapeva che avevano ragione, ma pensò: “Ormai devo restare fino alla fine”. E così si raddrizzò ancora più fiero e i ciambellani lo seguirono reggendo lo strascico che non c’era.//

    La fiaba di Hans Christian Andersen “I vestiti nuovi dell’imperatore”, come ogni tipo di narrazione, si presta a più di un livello d’interpretazione e potremmo scorgervi, come qualcuno avrà sicuramente già fatto, diversi elementi d’ispirazione illuminista. Vi si accenna l’avventura di uno sguardo che “vede” le cose che altri non vogliono vedere, occupati come sono a puntellare un sistema che si regge sul tacito consenso a valori indiscutibili… “naturali”.
    Aggiungerei che questi “ciechi” volontari, vale a dire i pavidi e gli ipocriti, sono tutto sommato una minoranza. Molto più folta è la massa costituita da coloro che NON POSSONO vedere la nudità dell’imperatore, esattamente come i pesci che non possono vedere l’acqua in cui nuotano.

    C’è bisogno della presenza dell’“altro”, spesso conflittuale, per poter vedere i parametri che delimitano ciò che può essere pensato, e il bambino della fiaba è indubbiamente questo “altro”.

    Ecco: questo è lo sguardo antropologico.

    • Tortuga says:

      Grazie di aver ricordato questa bella narrazione.

      Se non vedo la nudità, se “non posso” vederla, allora perché non tacere?!
      Non vedo l’imperatore, quindi non posso sapere se è vestito o nudo :-)

      Mi hai ri-ricordato il famoso pretazzo che ad un convegno disse:
      non possiamo più nascondere che esistono altre religioni (parola intercambiabile con culture, società, modi di vivere e concepire la vita diversi).

      C’è un re nudo, c’è chi lo vede, chi vede bene e che è nudo e tace, chi vede che è nudo ma mente, fra chi tace e che mente vi è chi tace e mente per diversi motivi, e poi vi è chi vede che è nudo e dice il vero. Ma tutte queste persone almeno lo vedono.
      Fra quelli che non lo vedono vi è anche la categoria di quelli cui viene in vario modo impedito di vederlo (ma se lo vedessero sarebbero anche in grado di vedere la nudità?)

      Ciò che mi domando sempre è: ma se non lo vedi, ma p.p., perché fai credere ad altri di sapere che è vestito?!

      Tanto per dire la mia:
      l’imperatore non è nè nudo nè vestito: non esiste alcun imperatore.

      ;-)

      (Felice giornata a a tutti!)

  13. Per Guido

    “Aggiungerei che questi “ciechi” volontari, vale a dire i pavidi e gli ipocriti, sono tutto sommato una minoranza. Molto più folta è la massa costituita da coloro che NON POSSONO vedere la nudità dell’imperatore, esattamente come i pesci che non possono vedere l’acqua in cui nuotano.”

    Infatti.

    Credo che il Moralista Interiore che ci portiamo dietro ci complichi sempre riflessioni di questo tipo.

    Cioè, ci chiediamo subito se:

    1) questa analisi sia buona o cattiva

    2) se la “civiltà occidentale” sia buona o cattiva

    3) se sia bene o male il fatto che una cultura ci plasmi.

    Ancora prima di giudicare la realtà in cui viviamo, c’è da rendersene conto.

    Non è mica detto che sia male che un imperatore giri nudo, e nemmeno che una società finga che sia vestito: l’importante è cogliere semplicemente questa doppia verità.

    • Tortuga says:

      Non ti avevo letto prima di postare il mio commento:
      “l’imperatore non è nè nudo nè vestito: non esiste alcun imperatore.”

  14. Lo sguardo antropologico non si sviluppa solo confrontando i milanesi con gli yanomami.

    Si sviluppa anche confrontando i milanesi di oggi con quelli di qualche decennio fa.

    Per questo, in post recenti parlavo delle diverse antropologie: quella cristiana, quella dell’Uomo d’Acciaio e quella dell’Uomo di Plastica.

    Il Metallurgo Americano e i Combattenti Sovietici sono oggi incomprensibili quanto gli indios dell’Amazzonia, eppure erano i nostri nonni.

  15. Sul rapporto tra cultura, materia e vita umana… anni fa, parlai sul treno con una ragazza coreana, turista. Una ragazza molto intelligente, ma incredibilmente ignara del paese che stava visitando.

    Mi disse che era stata in un posto in campagna, da qualche parte in Italia, dove c’erano dei contadini. E aveva riconosciuto subito che erano proprio come il nonno di lei, contadino anche lui.

    Anch’io una volta, a Shanghai, avevo visto una comitiva di contadini in visita alla grande città: ed erano inconfondibili, e totalmente diversi dai cittadini, di cui erano magari parenti di sangue.

    La “contadinità” plasma il modo di camminare, lo sguardo, i tempi e i modi di parlare, in maniera evidentissima.

    • Tortuga says:

      Secondo il mio, senz’altro sbagliatissimo punto di vista, che neppure so bene come verbalizzare, a dir la verità, riguardo al fatto che:
      — la “contadinità” plasma il modo di camminare, lo sguardo, i tempi e i modi di parlare, in maniera evidentissima. —

      Si, ma è il mio diretto contatto con la realtà che mi plasma secondo le necessità della mia sopravvivenza.
      Quando pianto un seme nella terra e lo vedo crescere non c’è fra me e la realtà alcuna “mediazione”, soprattutto umana e ancor più soprattutto intellettuale. C’è il mio corpo e ci sono la terra, il cielo, il sole, l’aria, il giorno e la notte, le stagioni.
      La sola cosa che mi plasma è la realtà.
      Mi verrebbe quasi da dire in pratica che ci sono io e c’è Allah.
      Allah e Accah ;-)
      Non c’è neppure nessuno che parla e che comunica pensieri.
      Non c’è bisogno di qualcuno che parla, nulla sarebbe più inutile dei pensieri, soprattutto altrui.
      Io vedo benissimo da sola ciò che avviene in natura.
      Le mie emozioni ed i miei pensieri sono perfettamente funzionali ad armonizzare il mio corpo con l’ambiente che vive. Fuori e dentro, corpo, emozioni e pensieri sono una cosa sola un tutto unico inseparabile.
      Tutto funziona di per sé stesso già al meglio così, non c’è bisogno di niente, non c’è altro da fare e pensare se non essere dove si è e come si è.

      La realtà certamente mi condiziona e mi plasma. Ma non mi manipola.

      Un’ideologia – per esempio – che invece dice che tutti dobbiamo essere contadini perché la contadinità è il miglior modo di essere uomini, oppure l’opposto, o ancora che crea artificiosamente delle condizioni per farmi diventare contadino o “non” farmi essere contadino, mi sta manipolando.

      Per esempio: ho una mente contadina o perlomeno campagnola perché dopo la nascita e fino all’età di due anni ho vissuto in campagna con una persona che viveva in campagna, mi voleva bene e mi faceva stare bene. Ero felice.

      Ora si potrebbe avere un motivo per prendere centomila bambini e trasferirli con le loro nonne, a vivere dove ho vissuto io, ma questo non servirà a riprodurre il fenomeno (tanto per incominciare perchè mia nonna era speciale ;-) )
      Non si può riprodurre in laboratorio può e deve avvenire solo spontaneamente perché si verifichi la mia indelebile mente contadina o campagnola felice di esserlo.

      Tutte le volte che qualcuno si mette in testa di pilotare la realtà, a mio avviso si trova sempre innanzi a conseguenze “sconcertanti” cui poi diventa molto difficile far fronte.

      L’approccio più pericoloso alla relatà è quello occidentale nel senso di “intellettivo”, intellettuale, che parte da quella parte della mente che è pensiero, pensiero senza emozioni, e quindi pensiero senza corpo perché “le emozioni sono del corpo”, i “pensieri del corpo” sono diversi dai pensieri dell’intelletto, i “pensieri del cuore” sono diversi dai pensieri dell’intelletto, e non per questo sono meno validi, al contrario.

      La scrittrice di questo testo identifica molto blandamente ciò che a dir la verità molti orientalisti stanno gridando da almeno e forse più di 100 anni:
      l’occidente procede con una forma di pensiero dualistico (bene/male, inferno/regno dei cieli, vita/morte, peccato/santità, colpevole/innocente etc.) alla base del quale troviamo non solo, ahimé, la dicotomia mente-corpo, ma un concetto di “mente” diverso da quello orientale e cioè una mente=intelletto, per sostituire con un dualismo un altro dualismo, quello che era stato il dualismo di corpo-anima e che poi è diventato corpo-intelletto-anima, ed ora è corpo-intelletto. L’anima apparteneva ad una altra sfera che non poteva avere a che fare con il reale, con questa vita, con la materia, e l’anima conteneva la sfera emotiva. L’occidente si è liberato dell’anima manipolata dalla religione (anche il buddha lo fece) senza aver ancora recuperato la sfera emotiva, i sentimenti e gli affetti, senza ancora averli rivendicati secondo la reale dignità che anno.
      Emozioni, affetti e sentimenti, sono discussi nelle discipline che si occupano di malattia mentale. Inconsciamente l’occidente si porta dietro l’idea che l’uomo sano non prova emozioni, sentimenti, affetti, è una specie di androide, ovvero uno zombie (ho potuto vedere – per esempio – che esistono serissimi problemi con la visione del buddhismo da parte degli occidentali riscontrando che il loro ideale di essere umano è un omino di gomma, che io chiamo l’omino della michelin, nel senso – come diciamo a roma- “che je rimbarza tutto” e scambiano la figura di un buddha per questo, e l’equanimità, l’aver caro e a cuore tutto, per menefregnismo).

      Diversi orientalisti quindi segnalano un dualismo ancora più profondo, non quello mente-corpo ma quello di mente-cuore/cuore-intelletto, sfera emotiva ed intelletto raziocinante, che allontana ancor di più l’intelletto dal corpo. E se è vero che qualche dualismo può declinarsi in lingua sanscrita è però anche vero che si può declinare altrettanto bene il non-dualismo. Ma l’occidente che definirei post-conflitto-cattolico-illuminsta, proietta su qualunque cosa guardi il suo dualismo, cerca altrove solo ciò che gli somiglia, e non vuole guardare e vedere dove non è così, ovvero rimuove continuamente il diverso.
      Noi occientali, si voleva combattere un dualismo balzano forse, quello anima-corpo che prevede la mortificazione del prima in favore della seconda, una autentica airesis fonte di malattia, ma non si è combattuto un dualismo con una riunificazione, bensì semplicemente spostando i termini del dualismo da corpo-anima, a corpo-intelletto, ragione-cuore, anima-psiche, e moltiplicando uleriormente i dualismi e i conflitti. Questo “occidente” ha creato un uomo schizofrenico, fatto a pezzi, fatto di pezzi, e che fa a pezzi la realtà.
      Poi gli psichiatri restano sconvolti quando non riescono a trovare altrove qualcosa che sia identificabile come schizofrenia.

      La sfera emotiva è stata di volta in volta, trascurata, abbandonata, negata, ubicata al di fuori della realtà (nell’anima), fatta in mille pezzi arrivando a distinguire emozioni che sono appannaggio della religione e quindi buone ed altre che provengono da altre fonti e quindi indegne e basse, diagnosticata …

      L’intelletto ha preso il posto dell’anima come “capo” della situazione, ovvero parte dell’uomo più degna di dirigere le altre, ma l’intelletto in verità è qualcosa che ha estraniato se stesso dalla realtà, cio che “immagina” di fatto non si adatta alla realtà e non funziona, le emozioni che pur avendo tentato di negare si ripresentano, si ripresentano però stavolta ed ormai non più suscitate dalla realtà, ma dalle cose immaginate a priori (quelle categorie di ragionamento a priorio che in filosofia dovevano o riuscire a giustificare intellettualmente e con la ragione quel dio assurdo prodotto dal cattolicesimo o negarlo), e quindi non sono più adattive ma distruttive, si cerca di aggiustare qualcosa senza capire mai cosa si è guastato e come si è guastato.

      Improvvisamente scopriamo che se le emozioni si “rompono” bisogna aggiustarle perché influenzano la sfera materiale e conducono alla morte, per aggiutarle inventiamo psichiatria e psicofarmaci.
      Uno psicofarmaco è qualcosa in grado di agire si, sulla materia, i neurotrasmettitori e le sinapsi, ma provocare emozioni non consone alla realtà, che non ti armonizzano affatto con essa, ma ti armonizzano con le sue alterazioni, quelle che ti hanno fatto stare male.

      Anche di fronte al problema, anzi, all’infinità di problemi, continuiamo ad affrontarlo con la nostra malattia, “l’intelletto” avulso dal reale, viviamo sempre meno con il corpo e non coltiviamo più la nostra affettività.

      In pratica affrontiamo la nostra malattia con le nostri parti e condizioni malate, continuando a “pensare” la vita anziché viverla.

      Credo che sia questo che ho dipinto l’ occidente, che sia un occidente “mentale” più e prima che fisico, un luogo della mente, ovvero un luogo dove la mente si è alienata, luogo intellettivo, raziocinante, zombie, vampiro, androide, cannibale, drone e schizofrenico, separato ed avulso dalla realtà, che non ci piace e che non ci piace che contamini altre culture, quelle a contatto con le quali molti di noi stanno trovando le loro vie di fuga, le loro guargioni, la scoperta di non essere affatto malati e che le loro malattie non esistono più altrove.

      La situazione mi ricorda il gatto di mia nonna, che colto da raptus saliva sull’albero davanti casa, ma poi non riusciva più a scendere, non si sa perché, non era capace, aveva paura, iniziava a miagolare rompendo le balle a tutti il vicinato e quindi bisognava andarlo a riprende con la scala. Questo occidente mentalintellettualizzato mi pare così, infatti trovo che miagola come il gatto di mia nonna.

      Mi scuso se ho annoiato, non so neanche se sono riuscita a spiegarmi, ma – comunque – l’occidente che mi sta antipatico è questo, e non è – per esempio – geografico o etnico, sono sicura che si trova ovunque.

      L’oriente è dove sorge il sole, l’occidente è dove la luce tramonta.

  16. mirkhond says:

    “La “contadinità” plasma il modo di camminare, lo sguardo, i tempi e i modi di parlare, in maniera evidentissima.”

    Si è più figli del proprio tempo che dei propri genitori.
    Ciò che ho sempre cercato di far comprendere a tanti miei concittadini, schifati quando parlo delle radici illiriche della Puglia preromana, e ovviamente faccio il confronto con gli Albanesi…
    Loro, avendo presente gli immigrati “gommonisti” degli anni ’90, non riuscivano ad accettare in quei volti sofferti e provati, dei propri simili, ma piuttosto un inconscio incubo, che ricordava ciò che eravamo noi una volta e come eravamo visti noi all’estero, sia nel Nord Italia, che in Austria, Svizzera, Germania, Francia, Inghilterra, Usa e Canada….
    Non c’è razzismo peggiore dell’ex povero verso il nuovo povero….

  17. jam says:

    ….si potrebbe anche considerare che i pesci vedano benissimo l’acqua nella quale nuotano, x’ la sentono, e sono essi stessi una parte di acqua. lo sguardo “altro”, é l’alter ego e tutte le possibilità individuali dell’anima di ogni singola persona, il bambino della fiaba non é necessariamente un’altra persona, ma semplicemente l’alter ego, il mondo interiore, di ogni persona. noi stessi possiamo vedere noi stessi attraverso noi stessi: e quindi, fra l’altro, penso che anche il momento narcisistico sia importante..
    ciao

  18. Tortuga says:

    una banalità carina x Miguel
    Tzigani rumeni a Firenze
    http://www.youtube.com/watch?v=a_k5m9w0glY&feature=related

  19. Tortuga says:

    Invece questa perché è troppo bella anche se non so cosa sia e l’ho trovata per puro caso
    http://www.youtube.com/watch?v=7CfUq_STx1c&feature=related

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