Collettivo Tiqqun

Ogni tanto, mi capita di parlare di alcune riflessioni, provenienti dalla Francia, firmata dal Collettivo Tiqqun, o comunque da un ambiente vicino al Collettivo Tiqqun.

Adesso la Maldoror Press, una  benemerita iniziativa di area anarchica, ha curato un’edizione elettronica di un loro testo, l’Ipotesi cibernetica, liberamente scaricabile in rete.

Vi presento qui l’introduzione al testo scritto dal nostro amico (e spesso ispiratore), Guido.

Nota introduttiva

 Gli amici di Maldoror Press mi hanno chiesto di scrivere una nota introduttiva a L’ipotesi cibernetica. Ci ho riflettuto sopra e – posto che sarebbe disonesto spacciarmi per  un “esperto”, come se le conoscenze sedimentate nel tempo non riflettessero un piano assolutamente provvisorio e intriso di coinvolgimento personale – più che compilare un’algida introduzione, compiuta, coerente e “professionale”, preferisco tentare di descrivere quanto ho sin qui elaborato, cominciando col raccontare cosa è avvenuto a me prima che decidessi di tradurre questo testo.

Quando mi imbarcai in questa impresa mi sembrava che l’assenza di questo lungo articolo per un pubblico italiano costituisse una grande lacuna che andava colmata e che, visto che nessuno l’aveva ancora tradotto, toccava a me farmi avanti. Ma per spiegare perché mi sentissi impegnato in questo compito devo partire da un antefatto dell’ormai lontano 2003 quando, poggiato su un bancone di libreria, un libricino dalla confezione sobria ma allo stesso tempo provocante richiamò la mia attenzione. Venni catturato dal titolo stravagante, dal nome curioso dell’autore, dalla grafica austera e dall’immagine della levigata teenager inginocchiata, ritagliata in un’inquadratura che ne lasciava scorgere metà viso. Questo spudorato adescamento, con il suo carico di fascino costruito a tavolino da tecnici che ben conoscono la pavloviana arte della pubblicità, con me funzionò egregiamente, inducendomi a compiere il poco oneroso acquisto. A dispetto dell’iniziale rapporto mercenario cominciò così una storia d’amore che dura tutt’ora e che, diversamente da quanto spesso capita, non ha mai conosciuto cali di intensità o tradimenti. Tutt’altro…

Il titolo della brochure era Elementi per una teoria della Jeune-Fille e recava la firma di Tiqqun, lo stesso nome, scoprii subito, che identificava una rivista francese pubblicata in due soli numeri nel 1999 e nel 2001.

Il libro rivelò il possesso di misteriose e terapeutiche virtù, come ricordavo a proposito di oggetti descritti in alcuni racconti che hanno accompagnato la mia infanzia: un anello, una lampada, una spada… Ancora adesso mi succede di riconoscere nel mio rapporto con le cose la persistenza di un desiderio inespresso di qualcosa che deve avvenire in questa lunga attesa che mi sembra caratterizzare il tempo presente. L’aspettativa, è superfluo dirlo, è destinata a restare quasi sempre tradita. L’oggetto dell’occasionale incontro sembrava alludere esattamente a questo qualcosa.

Dal 2003, nel giro di un paio d’anni, vennero pubblicati in italiano anche La comunità terribile (composto da tre articoli estratti da Tiqqun 2) e Teoria del Bloom (rielaborazione di un articolo uscito su Tiqqun 1). Altri scritti più o meno corposi apparvero in rete, resi disponibili dalla buona volontà di alcuni divulgatori e improvvisati traduttori. I testi di Tiqqun in italiano a tutt’oggi reperibili sul web sono: Introduzione alla guerra civile, Ecografia d’una potenzialità, Una metafisica critica potrebbe nascere come scienza dei dispositivi, Il giochino dell’Uomo di Antico Regime, Il problema della testa. La stessa Maldoror Press ha pubblicato in e-book l’importante articolo Come fare? in una nuova traduzione rispetto al testo contenuto nella raccolta La comunità terribile edita da Derive Approdi.

A cominciare dal primo adescamento non ho più potuto fare a meno di “divorare” tutto ciò che ho trovato recante la firma dello stesso “autore”. Leggendo e rileggendo, sono tornato più volte sulle stesse tracce, scoprendo corrispondenze che rivelavano una inconsueta coerenza in questo insieme, celata in ciascuna delle sue parti. La cosa che più mi viene in mente per descrivere la produzione di Tiqqun è una meravigliosa sinfonia composta di tante sequenze, ciascuna ugualmente essenziale alla fruizione dell’opera, ciascuna contenente virtualmente l’interezza dell’opera stessa.

Sempre più, insomma, mi sentivo coinvolto da un’elaborazione concettuale, talvolta difficoltosa, lo ammetto, ma che mostrava l’inconsueta virtù di dare voce a sensazioni e pensieri che non trovavano il modo di esprimersi, coperti dal rumore di fondo in cui erano confusi, sospesi, destinati a non prendere forma o, peggio ancora, a non venire nemmeno nominati. Era qualcosa di veramente unico e quasi inedito nel campo della cosiddetta saggistica, ma ben presente in certa letteratura, da Kafka a Musil, da Walser a Pessoa passando per Joyce, senza dimenticare il singolare precedente di Bartleby di Melville.

Dopo il primo fatale incontro, avrei scoperto che Tiqqun, quello che io reputavo un nome d’autore nascosto sotto uno pseudonimo stravagante,era un termine ebraico-cabalistico significante riparazione, redenzione, restaurazione. Attraverso questo nome compresi che si voleva mettere in risalto la visione messianica, presupposto e caratteristica comune a tutti gli articoli della rivista in cui lo scritto era in origine contenuto. Si trattava certamente di un messianismo profano, non religioso, del tutto immanente, nella linea già tracciata e percorsa da Benjamin.

La visione da cui scaturisce l’idea di Tiqqun fa sì che chi volesse accostare questi scritti cercandovi elementi di teoria critica, rimarrebbe deluso o sconcertato. Ciò che viene richiesto al lettore è innanzi tutto una certa disposizione, una certa apertura che significa sensibilità nei confronti dei mondi che costituiscono noi e l’universo in cui nuotiamo, un’attenzione al ritmo che compone la musica su cui si ordisce il gioco delle forme-di-vita, sia esso amorevole o conflittuale. Si tratta, attraverso l’esercizio di quella che viene definita una metafisica critica, di vedere i meccanismi che ci rendono soggetti, la rete di dispositivi con cui siamo agìti, pensati, parlati attraverso un vero e proprio ventriloquismo. La classica ragionevole domanda “che fare?” viene sistematicamente respinta: non aspettatevi ricette per una nuova governamentalità.

“Separ/azione significa: non abbiamo niente a che vedere con questo mondo. Non abbiamo niente da dirgli, né niente da fargli capire. Le nostre azioni di distruzione, di sabotaggio, non abbiamo bisogno di farle seguire da una mirata spiegazione della Ragione umana. Non agiamo in virtù di un mondo migliore, alternativo, a venire, ma di ciò che fin d’ora sperimentiamo, della radicale inconciliabilità tra l’Impero e questa sperimentazione, di cui fa parte la guerra. E quando a questa specie di critica di massa, le persone ragionevoli, i legislatori, i tecnocrati, i governanti chiedono: «Ma cosa volete?», la nostra risposta è: «Noi non siamo cittadini. Mai adotteremo il vostro punto di vista della totalità, il vostro punto di vista della gestione. Rifiuteremo di stare al gioco, e basta. Non sta a noi dirvi con quale salsa vogliamo farci mangiare».

Come fare, in “La comunità terribile” Ed. Derive e Approdi

La metafisica critica, scienza dei dispositivi, prende le mosse dalla questione dirimente: “Come fare?”.  Come risalire la china di quel progressivo abbassamento d’intensità, della mutilazione della presenza che è all’origine della nostra impotenza? La questione del come

Ma qual è il punto, l’aspetto inaggirabile di questi testi, quello che li rende così distanti da qualsiasi saggio politico o sociologico e da qualsiasi precedente prodotto da avanguardie artistiche e politiche?

In Teoria del Bloom, una breve lettera all’editore firmata Junius Frey riporta queste interessanti puntualizzazioni:

Nonostante l’apparenza non si tratta di un libro, ma di un virus editoriale.

Il Libro, che si presentava al lettore in una finta compiutezza e in una chiusa autosufficienza analoghe a quelle esibite dal Soggetto classico di fronte ai suoi simili, è una forma ormai morta, proprio come la figura classica dell’“Uomo”.

[…]

Il virus editoriale esibisceil principio di incompiutezza e l’insufficienza costitutiva che sono alla base dell’oggetto pubblicato. […] esso si pone stabilmente nella prospettiva di realizzare la comunità che gli manca: la comunità ancora virtuale dei suoi veri lettori. Il virus editoriale pone così il lettore in una posizione tale da non potersi più tirare indietro, o almeno fa sì che questo tirarsi indietro non possa più essere neutrale.

La visionedissolve la rassicurante costruzione dell’Uomo Classico, incarnazione dell’Uno che è stato da sempre l’assillo del pensiero occidentale. Essa ha il potere di scuotere e risvegliare dall’anestesia in cui siamo sospesi e condannati a permanere nell’illusione che possano esistere zone neutrali in quel conflitto che molti non riescono nemmeno a percepire. E’ semplicemente impossibile qualsiasi forma di neutralità: ci troviamo gettati nel mezzo di in una guerra civile traforme-di-vitae il non prendere posizione è già una posizione, forse proprio quella in cui si trova immobilizzato il bravo cittadino che crede alle moderne favole sulla partecipazione democratica.

La trappola che ci paralizza non consiste in un potere trascendente e tirannico, come semplicisticamente ci aveva abituato a pensare un certo freudomarxismo, ma s’impone a noi dandoci forma, linguaggio, cura, cibo, convinzioni, relazioni, affetti ecc. La parabola cristiana del buon pastore potrebbe esserne una eccellente metafora.

Gli strumenti che Tiqqun utilizza in quest’opera di svelamento sono concetti fabbricati per rendere efficace l’esercizio della metafisica critica. Il Bloom è senza dubbio il concetto chiave: singolarità qualunque svuotata di ciascuno dei contenuti che un tempo identificavano l’“Uomo”, oggetto di Spettacolo e Biopotere, contemporaneamente servo volontario e dividuosu cui i dispositivi si applicano ciberneticamente nel perseguimento di una tracciabilità e di una trasparenza assolute. Il nichilismo intrinseco alla forma-capitale ha prodotto il Bloom, e questo verrà trattato come il nemico interno, come la minaccia invisibile pronta ad esplodere in ogni momento. Il Bloom è dunque il proletario per il quale gli aspetti sociologici hanno perduto quasi del tutto quell’importanza che potevano ancora vantare nell’epoca del dominio formale del capitale.

La civiltà occidentale ha vinto ovunque;  ha fatto il vuoto intorno a sé e questo vuoto che l’assedia dall’interno è il Bloom.

Teoria del Bloom, quarta di copertina.

L’ambiente ostile formato dal reticolato che tutto avvolge affinché nulla accada è denominato Impero, in un’accezione del tutto differente da quella di Toni Negri. L’Impero opera attraverso processi di soggettivazione con cui fabbrica le identità necessarie alla sua sopravvivenza. Il fatto di aderire all’ingiunzione di essere qualcuno, cioè un soggetto identificabile, vestisse pure i panni del ribelle, è la forma principale di collaborazione con l’Impero. Attraverso la prevedibilità e la tracciabilità di tutte le identitàconsentite viene scongiurato l’evento.

L’ipotesi cibernetica, negli ultimi capitoli, suggerisce strategie di fuga, tecniche d’invisibilità, costituzione o scoperta di Zone di Opacità Offensive che rendano possibile sottrarsi all’occhio onnipresente del buon pastore, da cui si viene “benevolmente” identificati e presi in carico. In questo universo claustrofobico, equamente ripartito tra polizia e cittadini, è necessario non partecipare, disaffiliarsi senza gesti plateali, senza dichiarazioni tonitruanti. Ciò che l’Impero teme maggiormente è l’invisibilità, lo stato gassoso… E, sia detto una volta per tutte ai tanti cittadini connessi, impegnati a costruirsi e a divulgare profili: l’elemento che inceppa la macchina, che ci rende ingovernabili, è la nostra illeggibilità.

Concludo questo tentativo d’introduzione con una breve e incisiva dichiarazione tratta dalla postfazione all’edizione italiana di Teoria del Bloom.

Il nostro unico interesse è il comunismo. Non ci sono preliminarial comunismo. Chi la pensava così ha finito per naufragare nell’accumulazione di mezzi, a furia di perseguire il comunismo come fine. Il comunismo non è un altro modo di distribuire le ricchezze, di organizzare la produzione o di gestire la società. Il comunismo è una disposizione etica.

Disposizione a lasciarci toccare, nel contatto con gli altri esseri, da ciò che vi è di comune. Disposizione a condividere ciò che è comune.

Non si può essere più chiari di così…

G.

Print Friendly
This entry was posted in riflessioni sul dominio, società dello spettacolo and tagged , , , , , , , , , , . Bookmark the permalink.

59 Responses to Collettivo Tiqqun

  1. Francesco says:

    Mi sa che hai dimenticato di tradurre dall’arabo …

    Francesco il tetragono

    • Ritvan says:

      —Mi sa che hai dimenticato di tradurre dall’arabo …Francesco il tetragono—
      Non è arabo, è un linguaggio apposito per non “épater le bourgeois” prematuramente, cribbio (e magari nell’immediato evitare fastidiose accuse leguleie di “apologia di reato”)…poi, una volta che il Caro Collettivo Tiqqun andrà al potere ti sarà tutto chiaro come la luce del sole, pertanto, abbi fede, fratello e aspetta pazientemente il Sorgere Del Sol Dell’Avvenir per avere la tua “traduzione”:-):-)

      • Ritvan
        sono stati chiari: vogliono condividere ciò che è condivisibile, dunque non aspirano al potere.
        Piuttosto voglio proprio vedere cosa farebbero se la gestione del potere ricadesse su di loro.

        Se si fossero nominati “Collettivo La volpe e L’Uva” avrei accettato di buon grado le loro parole (su questo punto: magari per altri sarei d’accordo).

        • Ritvan says:

          x Riccardo
          Condivido le tue riflessioni.

        • daouda says:

          Come fai a dire che non condividono il potere. Chiunque combatte vuole potere per definizione.
          Possibile che non notiate il sottile trucco? Possibile che crediate a quello che vogliono tramite gli agenti rivoluzionari?

    • Moi says:

      In realtà “Tiqqun”è Ebraico …

  2. Francesco says:

    PS non ho mai gestito un Impero ma immagino che per grandi numeri non si ricorra ad un controllo puntuale ma a sistemi statistici

    quindi l’illeggibilità o l’invisibilità individuale è irrilevante, si viene individuati e controllati grazie a indicatori indiretti, magari i consumi elettrici

  3. nic says:

    Il nostro unico interesse è il comunismo. Non ci sono preliminarial comunismo. Chi la pensava così ha finito per naufragare nell’accumulazione di mezzi, a furia di perseguire il comunismo come fine. Il comunismo non è un altro modo di distribuire le ricchezze, di organizzare la produzione o di gestire la società. Il comunismo è una disposizione etica.

    Bellissimo anche se mi suona un po’ a toni negri e l’autonomia operaia senza piú operai. Ma: in buona sostanza? O non c’é piú neppure la sostanza?
    La new age comunista?

    • Andrea Di Vita says:

      Per nic

      ‘Il comunismo è una disposizione etica.’

      Mah.

      Mi ricorda il Borges di ‘Deutsches Requiem': ‘il nazismo è intrinsecamente un fatto morale. Spogliarsi dell’uomo vecchio, che è decadente’. Questi di Tiqqun sembra si siano imparati a memoria ‘Il mio nome è legione’ di Zelazny, dove il tecnico che ha creato il supercomputer che controlla tutto e tutti si dota di infinite identità fittizie per mantenere, unico fra tutti gli umani, la propria libertà.

      E’ vero che non vi sono ‘preliminari’ al Comunismo. Il Comunismo è un modo diverso (AKA ‘ controllo sociale dei mezzi di produzione’) di gestire l’accumulazione di mezzi prodotta dalla macchina, e come tale ogni tentativo ‘riformista’ di trovare una ‘terza via’ fra Comunismo e capitalismo è destinato a soccombere. Ma la Comunismo NON è un fatto di morale, bensì è una faccenda politica. La separazione fra politica e morale è il capisaldo centrale della difesa contro il totalitarismo, che invece tratta le due cose come se fossero una sola.

      Ciao!

      Andrea Di Vita

      • nic says:

        Per Andrea

        “La separazione fra politica e morale è il capisaldo centrale della difesa contro il totalitarismo, che invece tratta le due cose come se fossero una sola”.

        Personalmente non ho nulla in contro del comunismo totalitario, anzi non posso neppure immaginare una forma di comunismo che non sia totalitaria. Tu si?

      • Francesco says:

        sembri Formigoni, direbbero alla Repubblica

        ma io ti chiedo: separata dalla morale, la politica di cosa si occupa?

        • Andrea Boari says:

          Da ragazzino, si parlava dei condizionamenti del sistema.

          L’ingiunzione adolescenziale era: cerca di essere alternativo ed esterno al sistema.
          Ma il sistema aveva previsto ogni alternatività.
          Ti precedeva sempre.

          Oggi dal sistema non esci.

          Ieri invece si entrava e si usciva dal sistema come da una porta girevole e si coltivava una profonda vita interiore. Il cielo era stellato, acqua pura, il cibo sano…
          ecc…

          La figura dello schiavo fuori, ma libero dentro è particolarmente attraente, per gli annoiati detrattori del presente.
          Mi ricordano quei soggetti, che attendevano con ansia la guerra per sfuggire al grigiore borghese.

          Come scrisse Voltaire a Rousseau in una lettera:
          “la ringrazio signore del suo libro nel quale si invita l’umanità a ricamminare a quattro zampe.”

          Farsi segare una gamba senza anestesia o farsi sventrare in una qualche antica battaglia con tanto di ansiosi minuti di l’attesa prima della mischia
          sembra più autentico e preferibile rispetto a vacanze a Sharm, o panini Mc Donald o primarie democratiche in Nebraska.

          Lo sguardo vuoto e vacuo del moderno e lo sguardo autentico dell’uomo di un tempo.

          Sulla tenuta e sulla determinazione del sistema non mi preoccuperei molto.
          Non sono eroici i servi del sistema, figuriamoci le occulte elite.

          Non ha un’ idea di se stessa, non ha un esercito, non ha carri armati, non ha nessuno che vorrà difenderla, perchè non ha di sè nemmeno l’idea di qualcosa che possa essere difeso.

          Il sistema prevede, traccia, annota, orienta, lusinga, abita e conforma le menti.
          E’ mite, non comanda.
          Funziona e controlla finchè la massa si “lascia” controllare.
          Fornisce un tornaconto molto apprezzato. Il consumo di massa, il benessere, la vita normale, la sua legittimazione.

          Ma se il carburante del corrispettivo viene a mancare …
          che ne è del sistema….

        • Andrea Di Vita says:

          Per tutti

          Come al solito, e’ una questione di lessico :-) . La morale si occupa di come comportarsi col prossimo, inteso proprio nel senso della parabola del buon samaritano. La politica si occupa del rapporto fra esseri umani, anche non prossimi l’un l’altro. Insomma, e’ un po’ come la fisica nucleare e la chimica: la prima si occupa di quello che avviene nel nucleo, fra particelle assai vicine, la chimica di quello che avviene fra atomi su distanze molto maggiori del raggio di un nucleo. Pretendere l’unione di morale e politica e’ tipico degli Stati etici , dei totalitarismi e delle religioni. Il Comunismo e il liberismo proclamano di voler mettere le persone precisamente nella condizione di poter praticare la propria morale in modo il piu’ possibile indipendente dalla politica. Che poi ci riescano, e’ un’altra faccenda.

          Ciao!

          Andrea Di Vita

  4. Ad un primo approccio il collettivo Tiqqun sembra animato dal vecchio ideale di abolire l’avidità umana in nome del paradiso terrestre.

    • daouda says:

      eh eh eh, bingo. Capito questo capirai anche che Tiqqun è direttamente stipendiato dal sistema, prima di tutto in senso lato ( ossia metaforico, quello che reputo più importante) e poi anche letteralmente, ma non nel senso immediato che verrebbe in mente in relazione a quest’ultima cosa, anche se è una cosa scontata.

    • Tortuga says:

      avidità, ira, ignoranza ;-) per essere proprio precisi e buddhisti :D

      • daouda says:

        più o meno ehheh

      • Andrea Boari says:

        Per Andrea De Vita

        io rovescerei il rapporto morale/prossimità, politica/non prossimità.

        In senso stretto la politica gestisce un interesse di parte che va conciliato con l’interesse di altre parti.
        Alla fine la scelta politica è un medio fra gli interssi delle parti che compongono una società.

        La morale attiene all’universale.
        Azione è morale quando si assume che l’interesse agito coincida con l’interese universale dell’umanità.
        Almeno nell’intenzione e nella prospettazione dell’agente morale.

        a presto

        Andrea B.

        • Andrea Di Vita says:

          Per Andrea Boari

          La morale dice di attenersi a un precetto universale (‘agisci in modo che la legge che regola le tue azioni possa essere intesa come legge universale’, diceva all’incirca Kant) ma in pratica opera sempre nei confronti del ‘prossimo’, termine inteso qui nel senso usato della parabola del buon samaritano. Se non lo fa non è morale.

          La politica dice di agire nel concreto della vita individuale di relazione con il prossimo, ma in pratica parte sempre da una qualche visione del mondo universale (che privilegia ad esempio ‘libertà’ e/o la ‘uguaglianza’).

          Ciao!

          Andrea Di Vita

  5. Tortuga says:

    - Non sta a noi dirvi con quale salsa vogliamo farci mangiare –

    Ho trovato interessante questo, fra qualche altra cosa ancora.

  6. Z. says:

    Ancora col “comunismo”?

    Essù, andiamo, ché manco Cossutta ci crede più :D

    Z.

    • Ritvan says:

      —Ancora col “comunismo”?Essù, andiamo, ché manco Cossutta ci crede più Z.—

      Sì, ma solo da quando non c’erano più valigie con rubli convertiti in dollari, eh!:-)

  7. Tortuga says:

    per Andrea

    Mi colpisce del tuo scritto non tanto una parola quanto la entità che sottende:
    il sistema.

    Anche:

    “Il Sistema”.

    Quale sistema?

    • Francesco says:

      Non si uccide così il Sessantotto!

      Se avessero definito il sistema, sarebbe crollato tutto prima della fine di Maggio.

    • Tortuga says:

      Poi, “uscire dal sistema” non significa nulla.
      Fuori da un sistema vi è un altro sistema.
      I sistemi, si affiancano l’un l’altro e si contengono l’un l’altro essendo estremamente interconnessi fra loro.
      Il mondo dei sistemi è un mondo affascinante, d’altronde noi stessi lo siamo (un sistema).
      E’ buffo, la parola dharma ha molte accezioni, una delle quali è “sistema”.

      Si al liceo mi ricordo di una gnappetta che organizzava collettivi nei quali urlava, piangeva e gridava spesso “non capite?! la colpa è del sistema, bisogna uscire dal sistema”, andava anche l’espressione “ucciso dal sistema”.

      Io penso che non si è più liberi di quando si diventa in grado di ottemperare a tutte le regole del sistema: il problema è capire di quale sistema.

      • Francesco says:

        “Fuori da un sistema vi è un altro sistema.”

        per una volta, sono d’accordo. anche se credo che l’unica soluzione sia capire COME stare nel sistema, che in termini cristiani esprimerei con “siamo nel mondo ma non siamo del mondo”

        agitarsi contro il sistema è sommamente faticoso e inutile, come mio figlio ieri che si agitava contro le barbabietole

        • Tortuga says:

          Si, l’immagine evangelica è molto bella.
          Però sei già tornato al singolare (monosistemismo): il sistema.
          Non credo che sia del tutto inutile agitarsi contro un sistema, credo, anzi che un buon sistema debba essere non troppo rigido ma fluttuante, aperto ed interconnesso, in modo che si possa migrare facilmente da un sistema ad un altro.
          Io credo che il nostro problema è che concepiamo i sistemi come omnipervasivi e totalizzanti, ma un sistema invece vive proprio grazie alla relativizzazione degli elementi che lo compongono.
          Ovviamente sto pensando a sistemi sociali, politici, religiosi ed altri (penso anche al sistema famiglia, ad esempio): non alle tue e ben più interessanti barbabietole :D

        • Z. says:

          Da come la racconti, tuo figlio ieri si è divertito molto ad agitarsi contro le barbabietole.

          E se così è andata, forse è stato faticoso, ma niente affatto inutile :D

          Z.

        • Francesco says:

          x Z

          non so quanto si sia divertito, alla fine però ha ceduto e ha dovuto mangiare il suo boccone, di quella robaccia disgustosa

          il Sistema vince sempre, contro la Ribellione

          :D

        • daouda says:

          Sistema è un termine neutro che dà l’idea di insieme ed organizzazione.
          L’unica vera libertà, l’unica vera salvezza, spiritualmente , non è né dentro( ma da dove raggiungerla allora? ) né fuori ( ma perché allora non si trova mai qui? ) perché prevede la cessazione di entrambe le categorie che, và però scritto, sono ovviamente orientate e quindi gerarchicamente disposte.
          Con ciò è implicito che ogni sistema ha la sua legittimità ma, essendo nel divenire, può perderla. E’ evidente che è questa la nostra condizione in quasi tutti i campi dell’umano e non ancora a fondo completo.
          Quando divverrà saremo all’apice dell’Illusione ed ogni religione dà descrizioni adeguate di una tale situazione.
          In questo caso Tiqqun non fà che alimentare astio e confusione e quindi lavora per l’Avversario.

          “Si è dentro, poi fuori , ciò che si fù dentro.
          Ci si sente vuoti perché non c’è più nulla all’interno di sé.
          Si cerca quindi di crear un dentro di sé all’interno del fuori come un tempo quando stava all’interno.
          Si cerca di entrar lì dentro per mangiare e essere mangiati, perché così il fuori abbia un dentro e per essere dentro l’esterno.
          Ma ciò non basta.
          Si cerca allora di portar dentro l’interno di ciò che si è fuori.
          Ma non si porta dentro il fuori col portar il fuori dentro
          perché, sebbene si sia colmi dentro dell’interno del fuori,
          si è comunque all’esterno del proprio dentro e si rimane vuoti.Non c’è mai stato né ci sarà mai nient’altro.”

        • Tortuga says:

          Mi si è intorcinato il cervello però alla fine il tuo discorso del fuori e dentro mi è piaciuto.

          Lei a lui durante un amplesso:
          “dentro, fuori, fuori, dentro: cerca di prendere una decisione perché così non si può mica andare avanti” :D

        • Tortuga says:

          x Francesco

          Però condivido con tuo figlio: le barbabietole … proprio … blèeeah … :D

        • Z. says:

          Azzo Francè,

          allora ho frainteso del tuttto il tuo commento, ma proprio del tutto!

          Certo però che pure tu sei sempre ermetico :D

          Z.

        • daouda says:

          Tortuga ho ripreso un nodo scritto dal dottor Laing e l’ho un po’ rielaborato, mi sembrava in qualche modo pertinente.
          Simpatica la tua battuta e fà capire come dentro e fuori siano la stessa medaglia, davvero.
          Ogni organizzazione ed ogni giudizio possono essere buoni se rimangono nei loro ambiti e sono usati per quello per cui esistono, altrimenti si sfora nell’illegittimo e ci ritroviamo Sistemi e pregiudizi. Ed anche l’interiorità può essere traviata da questa nefanda concezione…

          Scrivo a Francesco questo: il combattimento è parte necessaria della vita. Bisogna stare attenti a non sfociare, per pigrizia o codardia od egocentrismo, dall’altra parte e quindi non prendere posizione.
          I tiepidi , è scritto, verranno vomitati dalla bocca dell’Agnello. Altrimenti un discorso come quello di Bernardo per i cavalieri del Tempio non avrebbe mai potuto aver senso…

      • Z. says:

        Anche quando ero ragazzo io andava di moda il termine “sistèèma”. Specie tra le ragazzine.

        Non so bene perché, ma un giorno mi venne in mente una canzone di Dylan, che parlava di criminali che bevevano Martini in accappatoio all’alba.

        Mi immaginavo che quella gente ridesse di noi scuotendo la testa e pensando “poveri fessi”, mentre le ragazzine sbraitavano “il sistèèèma, il sistèèèma”.

        Detto questo, si è detto giustamente che la riflessione che parte dal “sistema” è mille volte meglio delle grillate che parlano del “palazzo”. Perché nel sistema ci siamo noi, tutti noi, e ne siamo tutti corresponsabili. Parlare di palazzo, come se fosse qualcosa di diverso dal resto del paese – e non il suo specchio più fedele – è decisamente più mistificatorio.

        Z.

        • PinoMamet says:

          “…che parlava di criminali che bevevano Martini in accappatoio all’alba.”

          Non ce l’ho presente, ma non è che la confondi con un verso tipo- vado a memoria:
          “and now all the criminals in their coats and their ties/ are free to drink martinis and watch the sunrise”?
          (Hurricane)

        • Z. says:

          Il verso era quello, naturalmente.

          Solo che anziché in cappotto e cravatta io me li immaginavo su uno yacht in accappatoio o in vestaglia…

          Miguel! Tu che ascolti solo dark folk non sai cosa ti perdi, non sai :D :D :D

          Z.

        • Z. says:

          Comunque,

          ancora una volta non mi hai fatto la domanda.

          E ancora una volta la risposta a quella domanda è “no, manco per ridere”.

          :lol:

          Z.

        • PinoMamet says:

          ” ancora una volta non mi hai fatto la domanda. ”

          Te la farei volentieri ma… qual è??

        • Z. says:

          “Ma a parte il sistema, te la davano?”

          Z.

        • Andrea Boari says:

          Z.

          Nel dire che il palazzo corrisponde alla città circostante
          hai purtroppo ragione.

          A volte però è il palazzo che è inadeguato alla città, a volte è la città che è inadeguata al palazzo.
          Non è la regola.
          E’ l’eccezione.

          PS
          Mi sembra di aver letto che sei di Bologna…

    • Andrea Boari says:

      Tortuga

      il sistema, afferisce a tutti agli apparati che regolano il consumo e la produzione simbolica.

      Tutte le epoche hanno un sistema. Hegel lo chiamava lo spirito oggettivo.
      Quando si esce da un sistema si entra in un altro sistema.

      In una società ad altro tasso di istruzione e molto individualista, il sistema è mite.

      Può offrire solo denaro e consumo, per farti essere in certo modo.

      Non può ne ucciderti nè minacciarti.

      • Tortuga says:

        io penso però che il sistema in cui viviamo in italia in questo momento uccida eccome.

        il trucco sta nel farlo lentamente, molto, molto lentamente, talchè non risulti agli atti.

        è sufficiente trovarsi davanti ad un medico che vuole a tutti i costi farti prendere un farmaco antitumorale perché lui lo deve sperimentare, e vedere come si comporta pur di forzarsi sottilmente.

        il sistema ha trovato nuovi mezzi, apparentemente, ma solo apparentemente non violenti e non minatori.

        è sufficiente aver bisogno di uscire da questo sistema perché ti sta uccidento e provare, non tanto ad opporsi, quanto a cercare anche solamente una alternativa, per accorgesi di quanto è capace di nuocere.

        questo sistema, in cui viviamo – non so dargli un nome – è cannibale.

        • Andrea Boari says:

          A Tortuga

          Le tue parole esprimono infelicità e scontentezza.
          Mi dispiace.

          Prova tuttavia a pensare.

          Sei nata, presumo, negli ultimi decenni, del ventesimo secolo.
          Non sei nata 6/7 secoli fa.
          Sei a nata in Europa.
          Non in Cambogia o nel Ciad.

          La vita è un dono.
          Poteva non essere ed invece è stata.

          Hai avuto l’occasione di venire all’essere.

          Sempre meglio che non essere.

          Quando ci sei, c’è sempre un sistema che ti attende.

        • Tortuga says:

          Eh, lo so, lo so che poteva andare di sfiga ancora peggio :D

        • Tortuga says:

          - la vita è un dono – Andrea B.

          Su questo refrain, molto cattolico, però non sono d’accordo.

  8. Per Andrea Boari

    “La figura dello schiavo fuori, ma libero dentro è particolarmente attraente”

    Ma non so quanto sia attraente.

    Più che altro, anche per i motivi che lucidamente esponi, l’unica alternativa è la figura dello schiavo fuori, e pure schiavo dentro.

    • Andrea Boari says:

      Coloro i quali hanno ispirato il post sembrano alludere ad un passato in cui alla coazione esterna si contrapponeva la libertà interiore.

      Mentre la nostra epoca, nonostante l’alto grado di istruzione, sarebbe connotata da una sorta di schiavitù interiore.

      Permettimi, ma viviamo in mondo molto mite, nel quale, io credo, al contrario, alla libertà esterna si accompagni una libertà di pensiero e di espressione, incomparabile.

      • daouda says:

        Anche perché chi è schiavo fuori è schiavo anche dentro, e chi è libero fuori è libero anche dentro.
        Tutto sta a capirsi su come si relazionare la libertà al fuori ed al dentro, che non sono scissi.

        Nel senso che sui tu Andrea, non siamo certo in libertà. Siamo sempre all’interno del dualismo rigorismo vs lassismo, conservatorismo vs progressismo, fariseismo vs sadduceismo. Chi è sbrindellato non ha alcun io che possa decidere essendo nella vampa dell’uniformità, così come quello a cui je la si appioppa ed impone che ha semmai un io eroso dall’invidia o dall’ira.

        Per sommi capi.

    • Andrea Boari says:

      a Tortuga

      Allora diciamo che è un “dono” del caso

  9. Per Z

    “Anche quando ero ragazzo io andava di moda il termine “sistèèma”. “

    Credo che fosse un calco sull’inglese, The System, in uso negli anni Sessanta.

    Dai sessantottini, l’hanno ricopiato, con varie accezioni, i neofascisti, e credo che si sia lentamente estinto dopo, anche perché a partire dallo stesso autunno del ’68, l’estrema sinistra ha conosciuto l’infatuazione maoista, e quindi ha rigettato termini del genere.

    Infatti, il termine non credo sia stato molto usato dai marxisti.

    Poi certi termini hanno una vita riflessa, nel senso che magari in un film cretino sul Sessantotto, qualcuno lo usa, e così ritorna in uso proprio tra chi ha simpatie sessantottine.

    • Z. says:

      Da articoli riletti di recente credo che il termine sia stato usato anche dai marxisti – non so con che frequenza – e a dire il vero direi che in certi ambienti è tuttora in uso.

      Anche se forse non col medesimo significato.

      Z.

    • Moi says:

      A proposito di Sessantottini, c’è chi li definisce “Generazione di Caini” … bah, mi sembra già meno improprio “Generazione di Efialti” : -)

  10. Andrea Di Vita says:

    Per tutti

    Come al solito, e\’ una questione di lessico :-) . La morale si occupa di come comportarsi col prossimo, inteso proprio nel senso della parabola del buon samaritano. La politica si occupa del rapporto fra esseri umani, anche non prossimi l\’un l\’altro. Insomma, e\’ un po\’ come la fisica nucleare e la chimica: la prima si occupa di quello che avviene nel nucleo, fra particelle assai vicine, la chimica di quello che avviene fra atomi su distanze molto maggiori del raggio di un nucleo. Pretendere l\’unione di morale e politica e\’ tipico degli Stati etici , dei totalitarismi e delle religioni. Il Comunismo e il liberismo proclamano di voler mettere le persone precisamente nella condizione di poter praticare la propria morale in modo il piu\’ possibile indipendente dalla politica. Che poi ci riescano, e\’ un\’altra faccenda.

    Ciao!

    Andrea Di Vita

    • nic says:

      Per Andrea

      “Il Comunismo proclama di voler mettere le persone precisamente nella condizione di poter praticare la propria morale in modo il piu\’ possibile indipendente dalla politica”.

      E ‘sta cazzata galattica chi te l’ha detta?

      D’Alema dal suo Ikarus II acquistato con un leasing acceso alla Banca Popolare di Fiorani, Gheddafi, lo stupratore socialista, oppure il tizio di Lotta Comunista che vende il giornaletto leninista il venerdì sera, veste firmato, di lavoro fa l’assicuratore e dopo la dovuta e sofferta vucumprá-militanza va alla disco a beccar fica perchè “anche Noi ci abbiamo il diritto a divertirci”?

  11. maria says:

    La figura dello schiavo fuori, ma libero dentro è particolarmente attraente”

    maria
    eh certo, chissà come si sente libero dentro e fuori quel tipo che ogni sera dorme su una panchina sotto casa mia, sarà fuori o dentro al sistema?

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>