Il capitalismo come sport estremo

L’altro giorno, Renato Pagliaro di Mediobanca, un signore che guadagna 2.5 milioni di euro (l’anno, presumiamo), si è esibito in una conferenza al Liceo Carducci di Milano, dove ha spiegato ai giovani alcuni concetti fondamentali:

«Non avrete mai la certezza del posto fisso, nessuno al mondo ha il dovere di assumervi». Tra gli astanti serpeggia qualche brusio, ma il banchiere ha rincarato la dose: «Se in questa sala c’è un giovane che dice “Io non voglio lavorare la domenica”, vi dico che siete fuori dal mondo» […]

Poi ha spiazzato tutti invitando i giovani a pianificare famiglie numerose: «Non abbiate paura di fare figli», perché lo sviluppo «ha molto a che fare con la demografia, più un Paese è giovane e più cresce».”

Pagliaro non ha spiegato dove bisogna scaricare i Figli-per-lo-sviluppo la domenica.

Leggo invece le parole di un imprenditore italiano, che scrive felice dagli Stati Uniti:

“Io in Silicon Valley sono un “employee at-will”, cosi’ come tutti i miei colleghi (e tutti quelli che vivono qui). Vuol dire che devo dare ZERO giorni di preavviso se me ne voglio andare, ma anche che l’azienda mi puo’ segare dall’oggi al domani. E capita, spesso. Si arriva in ufficio al venerdi’, si scopre che il badge non funziona piu’, si firma un foglio e via, senza passare manco dall’ufficio perche’ il computer e’ dell’azienda. Se va bene, ci sono due settimane di severance (no, il TFR non esiste, l’unica cosa garantita sono le ferie non pagate, che qui sono due settimane all’anno per i neo-assunti…).

Io sono un precario. Questa sera potrei non avere piu’ il lavoro, essere buttato in mezzo alla strada, senza protezione alcuna. Eppure dormo bene la notte. E sono felice.”

L’autore ha evidentemente un animo sportivo.

Quante volte abbiamo visto certe pubblicazioni patinate per imprenditori solitari, con immagini di corridori, nuotatori, alpinisti o praticanti del bungee jumping al culmine della loro attività?

Sono l’improbabile metafora di persone che passano in realtà il loro tempo chini su computer o in riunioni di consigli di amministrazione, ma che si sentono sudate e tese quanto gli sportivi in cui si immedesimano. Anzi, fare impresa, per loro, è una forma di sport estremo, solo praticato al chiuso. Come le scommesse sui cavalli.[1]

L’imprenditore italiano  che scrive dalla Silicon Valley è felice così, e non abbiamo ragione di dubitarne.

Nel suo particolare sport estremo, ci mette di sicuro l’anima, o meglio quel poco che gliene rimane. Dorme bene la notte, probabilmente perché anche nei sogni continua a giocare.

C’è una differenza fondamentale, però, tra i normali sport estremi e quelli praticati da questa gente qui.

Noi abbiamo conosciuto diversi appassionati di paracadutismo, alcuni simpatici e altri antipatici.

Ma non abbiamo conosciuto nessun paracadutista convinto che l’intera specie umana dovesse buttarsi giù dall’aereo assieme a lui oppure crepare.

P.S. Potete farvi un quadro clinico piuttosto preciso della sottospecie umana che si illude di dominarci, cercando su Google (immagini) le parole businessman jumping.

PP.SS. Gli anglofoni possono leggere qui una descrizione un po’ meno romantica della Silicon Valley, da parte di qualcuno che ci è nato. Le foto danno un’idea un po’ più realistica dello sfondo contro cui i businessmen fanno i loro  saltelli.

Nota:

[1] Un secolo fa, il  sociologo tedesco Werner Sombart dedicò all’aspetto ludico/psicopatico del capitalismo un intero e scorrevole libro, Der Bourgeois: zur Geistesgeschichte des modernen Wirtschaftsmenschen, che si trova liberamente in rete in tedesco e in francese. Di eccezionale interesse, il terzo capitolo del primo libro, sulla mania dei tulipani in Olanda nel Seicento.

Print Friendly
This entry was posted in imprenditori, riflessioni sul dominio and tagged , , , , , , , , . Bookmark the permalink.

98 Responses to Il capitalismo come sport estremo

  1. A proposito di sport estremi, apprendiamo da Rossland che:
    http://rossland.blogspot.it/2012/03/senza-speranza.html

    Dal 2008 al 9 marzo 2012, gli imprenditori che si sono tolti la vita in Italia sono stati oltre 2.500.
    Solo nel Veneto sono più di 50 gli imprenditori che negli ultimi 3 anni si sono suicidati.

    Non saprei dire se la cifra è vera (la fonte è un’associazione di Empoli), però dà un’idea di un problema reale.

    Nel novembre del 2009, qualcuno ha calcolato che il bungy jumping aveva fatto, in 30 anni, 422 morti.
    http://wiki.answers.com/Q/How_many_deaths_world_wide_have_been_recorded_in_bungee_jumping

  2. roberto says:

    sull’imprenditore, è esattamente la vita di mio fratello (a parte che le due settimane sono pagate)!
    lui è negli states da ormai dieci anni, è ritornato con sua moglie per due anni in europa e poi sono ripartiti visto che non si sono trovati bene.
    ne abbiamo spesso dicusso (per me è follia pura…) e nel piatto della bilancia devi aggiungere (senza generalizzare, parlo solo del caso che conosco che manifestamente non è quello di un operaio a 8 dollari l’ora):
    1. il fatto che negli states per lo stesso lavoro guadagna più o meno il doppio che in europa (fra stipendio più alto e meno tasse, compreso la questione dell’assicurazione)
    2. la cifra che guadagna gli permette ampiamente di risparmiare e di restare per un po’ discoccupato (credo che veda la disoccupazione come una vacanza non pagata)
    3. nel suo settore trovare lavoro è facilissimo
    4. il nuovo lavoro può essere ovunque (se non ho perso qualcosa ha già fatto tre traslochi coast to coast)…cosa pazzesca per un pigro burocrate come me, esaltante per chi si diverte a cambiare casa e panorama ogni tanto

  3. Francesco says:

    >> nessuno al mondo ha il dovere di assumervi
    ecco, questa frase la metterei come incipit della Costituzione, soprattutto in Italia

    >> Non avrete mai la certezza del posto fisso
    già Lorenzo il Magnifico, non uno dei ciompi, lo diceva

    >> Io non voglio lavorare la domenica
    ecco, su questo sono in disaccordo. nel senso che sono disposto a pagare il prezzo di non lavorare la domenica, non nel senso che sia possibile mantenerlo come diritto. certo, il mondo sarebbe un posto migliore se avesse ancora il senso medievale del tempo del lavoro e del tempo della vita ma non ce l’ha più.

    >> invitando i giovani a pianificare famiglie numerose
    questo punto è decisivo, nel senso che o ci si adatta alle cose di cui sopra e quindi si fanno figli come se si vivesse nel mondo normale, oppure si sarà sostituiti da quelli che lo sanno fare

    estremizzando, il futuro appartiene a chi vive bene nella alienazione, non a chi frigna

    ciao

    • PinoMamet says:

      Pensa, caro Francesco, quanto siamo diversi;

      visto che l’obbligo di assumere non è scritto da nessuna parte, ritengo che la sparata del trombone milionario sia da leggersi come “scordatevi i (pochi) ultimi diritti che avete, in modo che altri tromboni milionari come me possano sfruttarvi meglio”, e la cosa, vedi, non mi trova molto d’accordo.

      Per lavorare la domenica, io la vedo così: liberissimo tu di riposare la domenica, ma deve essere libero chi vuole di riposare il sabato, il venerdì o quando gli pare, secondo i gusti.

      infine, permettimi di esprimere il mio sincero disgusto per la parola “medievale”.
      :)

      ciao!

      • Francesco says:

        1) nella testa di decine di milioni di europei è scritto, e a lettere cubitali. è per quello che sono in piazza a manifestare invece che a casa a tradurre manuali tecnici

        2) secondo i gusti? ORRORE, questo è parlare da liberisti (o da liberali classici). il riposo settimanale è un avvenimento sociale, non un ticchio individuale

        3) se devo lamentarmi del “panta rei”, fammi stare in un mondo ben saldo nei principi metafisici e teologici!

        :D

      • Peucezio says:

        “il riposo settimanale è un avvenimento sociale, non un ticchio individuale”

        Questa è l’unica cosa su cui sono d’accordo di quello che dici.
        Per il resto l’impressione è di uno che vede che lui e tutto il resto della società stanno affogando nella merda e dice che è buona.

      • Francesco says:

        x Peucezio

        una sola piccolissma postilla: “lui e tutto il resto della società stanno affogando nella merda e dice che è ” ME

      • Francesco says:

        p- prosegue

        che è meno peggio dei sistemi che sono stati pensati e realizzati al suo posto

        ciao

      • PinoMamet says:

        ” ) secondo i gusti? ORRORE, questo è parlare da liberisti (o da liberali classici). il riposo settimanale è un avvenimento sociale, non un ticchio individuale”

        infatti io sono “liberal”, mi sa.

        I ticchi individuali, quando sono di massa, sono appuntamento avvenimenti sociali.
        In Italia, ovvero in Emiliaromagna, esiste, ti informo, una massa di persone per le quali la domenica è un giorno come gli altri (di solito più noioso), e che potendo scambierebbero volentieri con altro giorno di riposo intra-settimanale.

      • Francesco says:

        Anatema sull’Emilia e sulla Romagna!

    • paniscus says:

      >>> Non avrete mai la certezza del posto fisso
      >già Lorenzo il Magnifico, non uno dei ciompi, lo diceva

      Lorenzo il Magnifico parlava di posto di lavoro fisso?

      Figuriamoci che avevo sempre pensato che quella poesia fosse una sorta di commemorazione dolorosa del fratello perduto (nell’attentato in cui se l’era vista brutta anche lui in persona), e di vari altri giovani amici che erano morti prematuramente nello stesso periodo…

      Lisa

      • Francesco says:

        mi pare una interpretazione sentimentale e riduttiva

      • PinoMamet says:

        Non sono d’accordo con Francesco, e concordo invece con Lisa, per lo stesso motivo per cui non vedo niente di particolarmente iniziatico e mysterioso in Pinocchio, cioè il buon vecchio rasoio di Occam.

      • Francesco says:

        x Pino

        se fosse SOLO una commemorazione dolorosa di un lutto privato, tale brutta poesia non direbbe nulla a nessun altro e sarebbe stata dimenticata

        invece da quell’avvenimento Lorenzo ha tratto spunto per una riflessione ontologica sulla condizione umana, espressa in forma lieve, e questo tocca ogni uomo di ogni tempo

      • PinoMamet says:

        Sì, ma cosa c’entra col posto fisso??

      • Francesco says:

        il “posto fisso” è un mito, un idolo, che incarna l’aspirazione (blasfema) ad avere altre certezze in questo mondo che non siano la Fede in Dio (scusa la teologia)

        e nella misura in cui è una menzogna che delude, il suo valore viene rilanciato all’infinito. con esiti pessimi in termini economici e politici.

      • PinoMamet says:

        Volevo dire cosa c’entra con la poesia!

  4. per roberto

    “cosa pazzesca per un pigro burocrate come me, esaltante per chi si diverte a cambiare casa e panorama ogni tanto”

    Ma infatti il punto che pongo io qui è che tuo fratello può pure divertirsi così se vuole (e io ho avuto un’infanzia ben più traslocata); ma perché lo stesso modello deve diventare obbligatorio per l’intera specie umana, che non si diverte necessariamente così?

    • mirkhond says:

      ma perché lo stesso modello deve diventare obbligatorio per l’intera specie umana, che non si diverte necessariamente così?

      Infatti….

    • Francesco says:

      Marx, Karl

      evoluzione dei modi di produzione

      giusto?

      • Peucezio says:

        Lo dico sempre che sei un marxista :-P

      • Francesco says:

        o anche solo un modesto economista

        ci sono cose che dipendono dallo sviluppo delle forme di produzione e della tecnologia, anche se a dirlo era il Gran Barbuto

    • roberto says:

      io sarei anche d’accordo con te sulla questione ognuno sceglie il suo divertimento, solo che temo che sia necessario prendere atto della realtà, prima di pensare di cambiarla (non fosse altro che per il fatto che anche il rivoluzionario deve portare a casa il pane per se e la famiglia)

  5. per Francesco

    “>> invitando i giovani a pianificare famiglie numerose
    questo punto è decisivo, nel senso che o ci si adatta alle cose di cui sopra e quindi si fanno figli come se si vivesse nel mondo normale, oppure si sarà sostituiti da quelli che lo sanno fare”

    Beh, non lo sa fare nessuno, conciliare il lavoro la domenica con la disoccupazione con tanti figli. Almeno da quando scoprono che esistono gli anticoncezionali.

    Non lo so se la cosa ti può consolare.

    • Francesco says:

      questo dimostrerebbe che gli anticoncezionale fanno parte di un Piano Malvagio per sterminare l’umanità!

      come ho detto, sono contrario al lavoro la domenica

      potrei anche valutare il rapporto costi-benefici di interrompere i rapporti commerciali con paesi che non praticano il riposo settimanale

      certo, essendo l’Italia un paese di santi, guerrieri, navigatori e alberghieri mi parrebbe un poco ipocrita: sono tutte categorie che la domenica devono lavorare!

    • Peucezio says:

      Su questo non sono d’accordo. Più c’è la miseria nera e la fame, più figli si fanno. E’ una correlazione strettissima, che vige praticamente sempre.

      • paniscus says:

        >Su questo non sono d’accordo. Più c’è la miseria nera e la fame,
        >più figli si fanno. E’ una correlazione strettissima, che vige
        >praticamente sempre.

        Il fatto che la miseria nera e la fame siano spesso associate all’avere molti figli, mentre le società del benessere abbiano natalità bassa, non vuol dire che la correlazione sia sempre lineare e univoca in tutte le situazioni.

        Perché laddove c’è la miseria nera e la fame, innanzi tutto i figli muoiono in massa nell’infanzia e nell’adolescenza, e quindi bisogna farne tanti per avere la speranza che qualcuno arrivi all’età adulta… e poi, soprattutto, i figli vengono ampiamente sfruttati come manodopera produttiva fin da giovanissimi, e quindi rappresentano un vantaggio economico invece che un costo.

        Nelle società in cui, i figli, li si manda a pascolare le capre a sei anni, o a lavorare in fabbrica a dodici (intascandosi direttamente in famiglia il loro compenso), o semplicemente li si fa lavorare a tempo pieno come babysitter dei fratelli più piccoli, più c’è misteria e più CONVIENE avere molti figli.

        Nelle società in cui, invece, bisogna provvedere abbondantemente a tutte le loro necessità almeno fino a vent’anni e spesso anche molto oltre, e poi non appena iniziano a lavorare bisogna lasciare che si tengano per sé i propri guadagni invece di consegnarli ai genitori… più c’è difficoltà economica e meno figli ci si possono permettere, mi sembra abbastanza ovvio.

        Per cui, in popolazioni di livello socioeconomico generale molto diverso, la correlazione tra risorse e natalità è opposta.

        Nei paesi mediamente sfigati, le classi sociali eccezionalmente più sfigate delle altre fanno un sacco di figli, mentre quelli che stanno un po’ meglio ne fanno pochi; nei paesi benestanti (in cui, anche chi è povero deve comunque mantenere i figli a lungo, farli studiare, eccetera) i poveri fanno MENO figli dei ricchi, perché non possono permetterseli.

        In Italia, qui e ora… è più probabile che faccia quattro figli la coppia di professionisti laureati benestanti con casa di proprietà ereditata, o la coppia di commessi precari da cooperativa interinale, strozzati da un mutuo trentennale per una casa di due stanze e mezza?

        Lisa

      • Peucezio says:

        Lisa,
        in effetti io ho parlato di miseria nera, però c’è anche tutto un livello intermedio. Ciò vale per gli italiani di qualche decennio fa, ma anche, per esempio, per gli immigrati di oggi: sono più poveri di noi, nessuno di loro muore di fame e fanno più figli di noi.
        Ciò che dici è vero probabilmente per gli italiani poveri di oggi, i poveri “di ritorno”, soprattutto delle regioni del centro-nord (il sud continua ad essere meno ricco e a conoscere più natalità) che, essendo comunque il prodotto antropologico di una società benestante e imborghesita, ma vedendosi senza mezzi, hanno un motivo in più per non fare figli, rispetto ai ricchi. Sarebbe comunque interessante vedere delle statistiche: può essere che questo fattore sia compensato da maggiore trascuratezza nell’uso dei mezzi di contraccezione, maggiore promiscuità o altro.

      • Francesco says:

        >> Sarebbe comunque interessante vedere delle statistiche:

        concordo, abbiamo qui qualche esperto del ramo demografia?

  6. Marcello Teofilatto says:

    «Se in questa sala c’è un giovane che dice “Io non voglio lavorare la domenica”, vi dico che siete fuori dal mondo» .
    Ok, dottor Pagliaro. Però se mai dovessi vedere il suo nome in qualche manifesto a difesa dei Valori della nostra Civiltà Cristiana, vengo a trovarla sul suo posto di lavoro. Si faccia trovare in piedi, per cortesia, perché dovrò somministrarle una buona dose di calci nel sedere.
    Un saluto dal peccatore Marcello Teofilatto (che, per il bene dei suoi studenti, lavora non poche volte anche di domenica)

  7. mirkhond says:

    «Non avrete mai la certezza del posto fisso, nessuno al mondo ha il dovere di assumervi». Tra gli astanti serpeggia qualche brusio, ma il banchiere ha rincarato la dose: «Se in questa sala c’è un giovane che dice “Io non voglio lavorare la domenica”, vi dico che siete fuori dal mondo»

    Quante canne si spara questo qui al giorno, per dire certe stronzate?

  8. paniscus says:

    Be’, io, invece, da solita deplorevole insegnante statale fancazzista improduttiva e sinistroide, mi chiedo sostanzialmente:

    – chi è che ha invitato questo soggetto a parlare in una scuola pubblica statale, e in che modo è stata approvata e autorizzata l’iniziativa;

    – se nessuno degli insegnanti che hanno assistito all’esibizione abbia avuto qualcosa da ridire;

    – se nessuno degli studenti che hanno assistito all’esibizione, o relativi genitori, abbia avuto qualcosa da ridire.

    La scuola dove lavoro io, qualche anno fa, finì in una bufera insostenibile di proteste indignate dei genitori, interpellanze formali, ricorsi, convocazione degli ispettori, e titoloni scandalizzati sui giornali, per MOLTO meno.

    Ossia, perché un conferenziere esterno (nell’ambito di un progetto di educazione alla salute) si era permesso di pronunciare la parola “preservativo”.

    Lisa

    • Peucezio says:

      Si sa che le tematiche sessuali in Italia sono una cosa molto delicata. Lo dico limitandomi a constatarlo, indipendentemente da qualunque giudizio.

      Comunque il problema non è tanto il fatto che ci sia un pirla che certe cose le dice compiaciuto (per inciso, che nessuno abbia il dovere di assumere chicchessia mi pare ovvio, che si debba lavorare la domenica molto meno, ma è tutta la concezione di fondo sottesa a questi discorsi che è criticabile, perché è la logica di chi te lo mette nel culo e pretende di convincerti del fatto che è cosrtetto a farlo per una legge metafisica superiore a cui egli stesso s’inchina), ma il fatto che la realtà si va conformando a queste concezioni, cioè che c’è chi queste cose non si limita a proclamarle a parole.

    • Moi says:

      Scusate, ma che episodio è questo del preservativo ? Riferimenti ? Link ?

  9. dora says:

    una quarantina di anni fa un pagliaro del genere si sarebbe come minimo preso una pallottola in una gamba, ma per aver detto cose anche molto meno gravi. Ma dove la trovano tutta quella tracotanza per irridere coloro che il bungee jumping lo fanno quotidianamente per sopravvivere. Ecco, la tracotanza è proprio una cosa insopportabile e non puo non provocare reazioni violente.

  10. Per Francesco

    “mi pare una interpretazione sentimentale e riduttiva”

    Beh, credo che all’epoca di Lorenzo il Magnifico, l’unica cosa garantita fosse proprio il posto fisso.

    • Francesco says:

      ma quanto pesava nella psicologia delle persone, essendo così più facile che “domani” la peste, la carestia, una banale infezione, una guerricciola tra Comuni, una scorreria di briganti o di saraceni, un litigio tra il Papa e l’Imperatore o il Re di Francia ti costassero la pelle?

      il posto fisso vale perchè ti da l’illusione della stabilità e della sicurezza (da noi) ma per loro quanto valeva?

      ciao

  11. Peucezio says:

    Quello che non mi è chiaro però è se il cosiddetto imprenditore italiano che sta a Silicon Valley è per l’appunto un imprenditore o un lavoratore dipendente.

  12. dora says:

    un pagliaro del genere, una quarantina di anni orsono non si sarebbe neppune azzardato a presentarsi di fronte agli studenti di una scuola superiore e, anche senza uscire con cotali provocazioni, a stretto giro di posta sarebbe finito come minimo con una pallottola in una gamba per affermazioni anche molto meno gravi.

    Questi personaggi sono insopportabilmente tracotanti, perché irridono a chi il bungee jumping lo fa ogni giorno semplicemente per sopravvivere molto al di sotto di un livello dignitoso.

    La loro arroganza è l’arroganza di coloro ai quali la vita non ha mai presentato il conto. Mi stupisce che la reazione degli studenti sia stata un semplice brusio.

    • Peucezio says:

      Mah, non conosco l’età del personaggio, ma per come vanno le cose non mi stupirei che quello lì fosse invece proprio uno di quelli che quarant’anni fa sparava le pallottole e adesso pontifica sul mercato.

    • Francesco says:

      grazie Dora

      invecchiando, ogni tanto dimentico perchè periodicamente perdo tempo ad andare a votare

  13. mirko says:

    Quando sento che queste merde vengono chiamate per plagiare la mente dei giovani mi incazzo davvero. Il lavoro è la triste condanna dei nullatenenti, una servitù allo stato di necessità che ti mangia tutta la tua unica vita…questo è il lavoro per sei miliardi e mezzo di umani.
    Certo, per il 2% sarà anche figo comandare e fare soldi, ma per gli altri è solo merda a cui si sono dovuti adattare: i ricchi non lavorano, non sono mica stupidi, al massimo fanno affari, che è un’ altra cosa.
    Ma come cazzo si permettono i ricchi anche solo di toccare l’ argomento?
    Poteva anche dire loro: “se qualcuno pensa di volere la pensione è fuori dal mondo”, e questo sarebbe stato più vero della faccenda della domenica, però non l’ha detto. Come mai? avrebbe forse fatto capire che non c’è nessun premio in fondo alla via dello sfruttamento entusiaticamente subito?

    http://www.locomotiva.eu/?p=1606

    • Moi says:

      Mi sa che anche il PD va “in quella direzione” … considerarlo “Sinistra” in senso storico del termine è un’ immensa impostura intellettuale, politica e umana !

  14. Per Mirko

    “Il lavoro è la triste condanna dei nullatenenti, una servitù allo stato di necessità che ti mangia tutta la tua unica vita”

    Infatti, mi sembra una riflessione molto importante, che inquadra tutta la faccenda.

    Bello il brano che hai linkato, grazie.

    • Roberto says:

      Suvvia non esageriamo ci sarà pure qualcuno che ama il lavoro che fa e che non lo cambierebbe con una nullafacenza pagata!

      • Francesco says:

        l’uomo è stato creato da Dio per lavorare – anche se potremmo dibattere se il lavoro salariato nella società capitalistica sia quel lavorare lì

        pensare sia una condanna per nullatenenti è una delle fesserie che sottostanno al “comunismo eterno”

      • PinoMamet says:

        “l’uomo è stato creato da Dio per lavorare ”

        Non proprio, l’uomo (stando alla Bibbia, oh, non a Topolino) è stato creato da Dio a sua immagine, e messo nel paradiso terrestre; solo dopo aver peccato è stato condannato a guadagnarsi il pane “col sudore della fronte” (e la donna a “partorire con dolore”).
        Mi sa che gli antichi estensori della Bibbia avessero chiaro che il lavoro è una condanna!

      • Francesco says:

        ma quella è una cattiva comprensione del testo sacro!

        l’uomo aveva un compito anche nell’Eden, quindi “lavorava”
        dopo aver fatto la cazzata, il compito è diventato più faticoso ma non ha mutato natura, è sempre un compito affidato all’uomo da Dio.

        e per fortuna

      • PinoMamet says:

        Francesco

        tu sei ufficialmente protestante. Rasségnati.
        Dire che il paradiso terrestre corrisponde a un “lavoro” nun se po’ sentì.
        ma magari negli USA funziona, dove ci stanno quei tizi che credono che Gesù era ricco e indossava abiti di alta moda… ;)

      • Francesco says:

        beh, no, a meno che anche San Benedetto fosse un protestante.

        l’uomo dava il nome a tutti gli animali e questa “alta direzione” del creato era simbolo del suo compito e lavoro. parola che va ricondotta al suo significato vero, e non a quello di mera merce a cui è ridotto

      • roberto says:

        “alta direzione”

        siamo d’accordo che dio a creato l’uomo per fare il manager, è il lavoro da operaio che è una punizione
        :-)

      • Peucezio says:

        “l’uomo aveva un compito anche nell’Eden, quindi “lavorava”
        dopo aver fatto la cazzata, il compito è diventato più faticoso ma non ha mutato natura, è sempre un compito affidato all’uomo da Dio.

        e per fortuna”

        Esegesi biblica creativa.

  15. Per Mirkhond

    “Quante canne si spara questo qui al giorno, per dire certe stronzate?”

    Bastano i cocktail in business class (notate quanto inglese) sui voli transatlantici, seguiti dai cocktail negli alberghi a cinque stelle.

    Qualche esperienza personale: http://kelebeklerblog.com/2005/07/10/il-servo-di-scena-va-a-singapore-i/

  16. nic says:

    in vena di precisazioni:
    – Ma non abbiamo conosciuto nessun paracadutista convinto che l’intera specie umana dovesse buttarsi giù dall’aereo assieme a lui – …pur non possedendo nessun paracadute

  17. Pingback: IL CAPITALISMO COME SPORT ESTREMO di Miguel Martinez « Doctor Blue and Sister Robinia

  18. broncobilly says:

    Porto tre argomenti a favore (credo) dello “sport estremo”.

    Innanzitutto mi chiedo se la società dei nostri nonni fosse così meno rischiosa di quella americana di oggi, o del “capitalismo spericolato”. La mia sensazione è che lo fosse molto molto di più, anche per questo ci possiamo permettere oggi il lusso di tante “assicurazioni” (e forse abbiamo esagerato).

    Mi chiedo poi che relazione ci sia tra “rischiosità sociale” e “religiosità”: ho l’ impressione che l’ ateismo galoppante dell’ Europa sia anche il portato di sicurezze artificiose e sclerotizzanti accumulatesi nel tempo.

    C’ è infine da ribadire quanto ci dice la psicologia: non siamo dei buoni predittori emotivi in materia di rischio. Pensiamo magari che tra vincere il primo premio alla lotteria e fare un incidente che ci lasci in carrozzella ci sia un abisso in termini di felicità nella vita futura, lo pensiamo istintivamente prendendo un abbaglio clamoroso; quello stesso istinto ci svia facendoci drammatizzare la perdita di alcune sicurezze dando la stura alle lamentele (e questo senza contare che vivendo nella “società del piagnisteo” il potere tende ad andare verso chi alza il laio più creativo e chiassoso).

    p.s. ultima cosa: società del rischio = brain society. Bene, quando gli uomini sono cervelli e non stomaci vale il motto di Baxter: voglio mettere al mondo almeno sei figli nella speranza che almeno uno risolva i grandi problemi dell’ umanità.

    • PinoMamet says:

      Tento di rispondere in breve;

      società dei nonni: non so se fosse più o meno rischiosa, non mi interessa particolarmente saperlo, non essendo interessato a “passi indietro”. Le tutele che ho le voglio tutte, magari qualcuna in più.

      religiosità: non pervenuta, nel senso che per limiti miei non capisco bene cosa c’entri nel discorso. credo che la religiosità “italica” e quella “statunitense” ci sia una certa differenza di fondo, che influisce evidentemente sulla percezione di quanto sia buono o utile lo “sport estremo”, ma aldilà di questo non mi spingo;

      psicologia: se non vinco alla lotteria perdo 5 euro, se mi va male attraversando la strada passo la vita su una carrozzina; una differenza c’è; poi magari in carrozzina trovo l’amore e via discorrendo (o magari no!), ma continuo a preferirimi single e deambulante.
      Sicuramente ci sono persone che adorano lo sport del capitalismo estremo, e ne conosco qualcuno personalmente; fatti loro, io non sono così.

      ciao!

      • Francesco says:

        x Pino

        1) Le tutele che ho le voglio tutte, magari qualcuna in più.

        benissimo, basta che capisci come fare a pagartele.

        2) Se un uomo ragionevole fondasse la sua vità sulle probabilità di cavarsela e sulle tutele, si darebbe fuoco il giorno stesso. Invece confida nella Provvidenza del buon Dio e tira avanti.
        E gli atei? o mentono o stanno bruciando.

        3) clamorosamente sbagliato, però confermi che le conquiste della saggezza valgono individualmente e devono venire riconquistate da ogni generazione e ogni uomo

        ciao

      • PinoMamet says:

        Ma il 3 a cosa si riferisce?

      • PinoMamet says:

        E poi, Francesco, ti sfugge che tra “credere nella provvidenza del buon Dio” e “ateo”, ci sono tutta una serie di altre opzioni;
        ti elenco quelle che conosco personalmente (nel senso di persone fisiche):
        -agnostici;
        -induisti che credono alla reincarnazione;
        -buddhisti zen che credono al darsi da fare da soli, se c’è un Dio vedremo;
        -sikh che (a quanto ho capito), credono a tutto, contemporaneamente (come me, in fondo);
        -superstiziosi che ricevono i numeri in sogno e li giocano (miei famigliari stretti; e vincono pure!);
        -ebrei che NON seguono la Torah;
        -ebrei (vabbè, due) che credono a teorie strane riguardanti la provenienza aliena della razza terrestre;
        -musulmani poco praticanti sunniti, shiiti e sufi (immagino per correttezza che vadano nel numero dei credenti nella Provvidenza del buon Dio, ma li elenco lo stesso per non lasciarti la soddisfazione di credere che il mondo sia formato da cattolici).

        Poi conosco anche un matematico/statistico ateo che crede solo alle cose dimostrabili scientificamente, e attualmente non mi pare abbia in atto fenomeni di combustione ;)
        (nell’aldilà, staremo a vedere).

        ciao! ;)

      • Francesco says:

        facile

        tutti quelli in mezzo sono uomini religiosi, più o meno ragionevoli

        in cima e in fondo ci stanno dei vili irragionevoli, che non hanno abbastanza fiducia nelle proprie idee da farsi combustibile, come dovrebbero

      • PinoMamet says:

        vabbè,
        ma ‘sto 3 a cosa si riferisce si può sapere?

      • Francesco says:

        >> Pensiamo magari che tra vincere il primo premio alla lotteria e fare un incidente che ci lasci in carrozzella ci sia un abisso in termini di felicità nella vita futura, lo pensiamo istintivamente prendendo un abbaglio clamoroso;

        ecco, concordo pienamente con questa frase: il giudizio preventivo ed esterno sull’impatto delle circostanze nella nostra vita e nella sua felicità è una fesseria, anche quello che pare dettato dal più banale buon senso

        che per inciso è impermeabile a un milione di smentite

        ciao

      • PinoMamet says:

        Ok Francesco

        allora sii coerente: datti una martellata su un coglione, vedrai come starai bene poi!
        ;)

      • Francesco says:

        “non tentare il Signore Dio tuo”

        tiè

        ;)

  19. jam says:

    …canne non deriva solo dall’erba, ma anche da uno dei nostri sistemi neurochimici (l’altro é il sistema oppioide), il sistema cannabinoide correlato alla ghiandola pineale o epifisi, che produce gioia, idee positive…idee positive, essendo l’idea del tipo non proprio positiva e nemmeno portatrice di gioia e piacere, possiamo dedurre un tilt del sistema cannabinoide e quindi anch’io concordo con la versione cocktail…
    ciao

  20. broncobilly says:

    Grazie Pino, concedimi una replica.

    1. non si tratta di fare “passi indietro”: come società siamo mediamente molto più ricchi dei nostri avi e lo rimarremo (il rischio è la distribuzione probabilistica di un valore, mica la sua erosione); si tratta piuttosto di contribuire a farne qualcuno in avanti una volta appurato che una società rischiosa è anche una società più innovativa. Oltretutto, una volta appurato che i nonni vivevano in una società molto rischiosa (salute, lavoro, reddito, vecchiaia…) ci si puo’ sempre chiedere se fossero molto più infelici di noi. E se poi non è così? Ecco perché la curiosità di partenza è rilevante.

    2. un temperamento religioso sopporta meglio il rischio; non mi meraviglierebbe che la differenza tra europa e usa, in termini di religiosità, sia tanto marcata anche a causa del modello sociale.

    3. non mi sono spiegato bene; la tesi degli psicologi (es. Jonathan Hadt): il nostro cervello non è un pessimo predittore emotivo! Se chiamato a giudicare la differenza in termini di felicità tra la vita di un tale che vince tutte le lotterie a cui partecipa rispetto a quella di uno costretto in carrozzella da un incidente, toppa clamorosamente. Quindi, facciamo bene la tara a tutti questi bias cognitivi quando equipariamo il libero mercato al bunging jumping.

    p.s. non trovo comunque molto pertinente il “fatti loro!”: non si parla in termini di semplici preferenze visto che quando si pretende che il costo della mia assicurazione sia sostenuto da terzi esprimo un’ idea di società e non una preferenza personale per cui “io ho la mia e tu hai la tua”. Il “fatti tuoi” è coerente in bocca al difensore del capitalismo e si traduce in un “preferisci stare al sicuro? fatti tuoi, pagati l’assicurazione”.

    • PinoMamet says:

      ma figurati, ti concedo tutte le repliche che vuoi! ci mancherebbe :)

      Però:
      1- non so sia appurato che i “nonni” (poi bisognerebbe anche capire i nonni di chi! in senso cronologico, geografico e di strato sociale, sennò è un modo di dire) vivessero con più o meno rischi; tantomeno reputo sia possibile appurare se fossero più o meno felici. la felicità mi sembra un concetto altamente elusivo e basata su troppi fattori per poter essere presa come termine di paragone.
      Posso incontrare anche un barbone di Calcutta felicissimo, e allora?

      2-può essere (dipende da persona a persona, ma la ritengo un’affermazione probabile) e che vuol dire, dobbiamo diventare tutti credenti al solo scopo di rischiare meglio? Non mi convince.

      3-scusami, e mi scusasse il dottor Hadt, ma detta così mi pare una cazzata. Predirà anche male, il mio cervello, ma, non avendone altri (magari il dottor Hadt ne ha una vasta collezione, come Frankestein junior… ;) ) devo comunque stare a quello che mi dice lui (alias il cervello). Il mio cervello mi dice che vincere alla lotteria è, comunque, meglio che stare in carrozzina. Avrò toppato? e tu lasciami toppare.

      4- le preferenze di tutti diventano un fatto sociale. Non voglio che mi vengano imposte le preferenze di chi vuole rischiare: posso usare il loro culo quando gli pare, il mio no, grazie.
      Perciò mi oppongo a chi vuole trasformare la società in maniera a me non gradita, ovvio, no? ;)

      ciao! :)

      • PinoMamet says:

        errata corrige:
        “possono usare il loro culo”

      • Peucezio says:

        Forse il punto è un altro.
        E cioè che per arrivare al livello di ricchezza in cui siamo (o in cui eravamo fino a poco tempo fa) ci è voluto il coraggio, l’energia e le difficili condizioni di partenza dei nostri nonni: un’umanità come quella italiana di oggi non avrebbe fatto il boom degli anni ’60.
        Effettivamente il benessere tende ad ammazzare le condizioni che lo generano.

  21. Per la prima volta, il debito contratto dagli studenti americani con le finanziarie per poter andare all’università arriva a pareggiare la spesa militare nazionale: mille miliardi di dollari.

    http://wsws.org/articles/2012/mar2012/debt-m24.shtml

    US student debt surpasses $1 trillion
    By David Walsh
    24 March 2012

    According to a federal government agency, student loan debt in the US surpassed 1 trillion dollars “several months ago.” The finding, reported by a spokesman for the Consumer Financial Protection Bureau (CFPB) to a banking conference in Austin, Texas on Wednesday, is “much larger” (in his words) than other recent estimates.

    The Federal Reserve Bank of New York issued a study in early March suggesting that the total student debt had reached $870 billion. The new figure is 16 percent higher than that estimate. This staggering amount is greater than the total owed by Americans on their credit cards or auto loans.

    The CFPB announcement, which signifies that a considerable portion of the younger generation will be condemned to decades of debt, will not create a ripple within the American political and media establishment.

    Leading newspaper editors and television pundits, as well as Democratic and Republican politicians, are universally agreed that the full cost of the economic crisis must be borne by the working population, whatever the consequences. Neither Barack Obama nor any of his Republican rivals will do anything about the deepening scandal of student debt.

    The CFPB’s Rohit Chopra, in his comments March 21 to the Austin gathering, noted that the agency’s initial findings on the size of the private student loan debt had been “sobering,” and that when researchers added in the outstanding debt in the federal student loan program, they came up with the figure of $1 trillion. Chopra noted that, unlike other consumer credit products, “student debt keeps growing at a steady clip. Students borrowed $117 billion in just federal student loans last year. … If current trends continue, there will be consequences not just for young people, but for all of us.”

    Chopra pointed out that federal student loan debt isn’t increasing simply because of individuals taking out new loans. “With so many borrowers unable to keep up with interest payments, debt is growing even for many who have left school.”

    The CFPB student loan ombudsman added, “The lines of job-seekers are long, states are reducing their higher education budgets, and household budgets are straining. Young consumers are shouldering much of the punishment in the form of substantial student loan bills for doing exactly what they were told would be the key to a better life.”

    The comment and findings, although couched in the usual understated language of such reports, are an indictment of a social order quite content—deliberately and on principle—to sacrifice the hopes and well-being of generations to defend the wealth of the ruling elite.

    In the final analysis, the vast indebtedness of students and former students is one feature of the transfer of trillions from the working population to the super-rich. The slashing of budgets for higher education, the dramatic increases in college tuition, the emergence of a predatory student loan industry, the relentless hounding of those in debt, the enrichment of a handful of university administrators—all of these phenomena have taken place within the same social context, the unprecedented polarization of American society along class lines.

    The various figures and processes are almost overwhelming to contemplate:

    Total student loan debt has grown by 511 percent, or more, over the past dozen years. In the first quarter of 1999, a mere $90 billion in student loans were outstanding. That figure had soared to $550 billion in the second quarter of 2011, which may turn out to have been an underestimation. Between 1999-2000 and 2007-2008, private student loan borrowing grew four times, from $4.5 billion to $21.8 billion per year. The College Board reports that, adjusted for inflation, students are borrowing twice what they did a decade ago.

    According to the Project on Student Debt, some two-thirds of college seniors graduated with loans in 2010. Those graduates also faced the highest official unemployment rate for young college graduates in recent history, 9.1 percent. The Economic Policy Institute estimates that between 2000 and 2011, college-educated men and women entering the workforce saw their inflation-adjusted earnings fall 5.2 percent and 4.4 percent, respectively.

    A recent study by NERA Economic Consulting points out that the 37 million people in the US currently holding student debt are “concentrated in the younger segment of the population, as more than 60 percent of the total is between the ages of 18 and 39.”

    The consulting firm adds, “One of the most worrisome student borrowing trends is the increase in the number of high-debt borrowers who carry debt loads far above $25,000, the national average amongst undergraduate student borrowers. Student debt loads of $50,000, $100,000, and $200,000 are still the minority, but those high figures are becoming more common, and with unknown consequences for the individual debtors or the economy as a whole.”

    Moreover, private and public lenders have “broad collection powers, far greater than those of mortgage or credit card lenders. The debt can’t be shed in bankruptcy” (USA Today).

    The New York Federal Reserve estimates that as many as one in four borrowers who have begun repaying their student debts are already behind on payments. The situation means, for many, postponing moving out from their parents’ residence (some 6 million people between the ages of 25 and 34 are still living at home), buying a house, marrying or having children.

    Meanwhile, the cost of a college education has skyrocketed. The US Department of Education pointed out in August 2009 that while inflation had increased two and a half times over the previous 30 years, and medical costs six times, the cost of a college education had risen tenfold.

    Average annual tuition at private universities in the United States is now more than $27,000 (room and board adds tens of thousands of dollars more). Harvard University charged students $600 a year in 1952 for tuition, or some $5,100 in 2012 dollars—the university’s tuition is presently $35,000. Although it may seem unbelievable to those of a certain generation, students attended the City University of New York for free until 1975.

    Of course, for wealthy families, none of this is a problem. The Princeton Review observes that of the students admitted by 10 highly competitive colleges in the US in 2011, 48.8 percent were able to pay the full bill, which averaged $53,158.

    As part of this overall process, a new species of multi-millionaire college presidents has also come into being. The New York Times reports that in the decade from 1999-2000 to 2009-10, “average presidential pay at the 50 wealthiest universities increased by 75 percent, to $876,792, while professorial pay increased 14 percent, to $179, 970.” Presidents at 36 private colleges earned more than $1 million in 2009, up from 33 the previous year.

    The picture that emerges is of a society uninterested in the education and intellectual progress of the vast majority, except insofar as it profits rapacious corporate interests. There is nothing “democratic” about such a society in any meaningful sense.

    The US population at present is prey for financial vultures, whose practices are facilitated by every level of government and the two major political parties. Indeed, America’s politicians see their central role as helping to fill the pockets of ruthless “entrepreneurs,” while enriching themselves in the process.

    Many parents and students are outraged by the debt calamity, including the open criminality of many of the private lenders. However, opposition to the crisis, if it is serious, will have to address the underlying social and political questions: above all, the problem of social inequality and the incompatibility of the right to a decent education with the continued existence of the profit system.

    The Socialist Equality Party stands for the immediate abolition of all student loan debt. Education is a basic social right and everyone is entitled to receive a quality education, at every level, free of charge. Taking the banks and giant corporations out of private hands and making them public institutions, democratically controlled by the population, will both create the framework for a rational economic order and provide the resources necessary to satisfy every social need.

    • Francesco says:

      Miguel

      ma la scelta è davvero tra gli avvoltoi e i socialisti? perchè allora io vado a fare un giro e buona notte ai suonatori!

      Ciao

      :(

      • Ritvan says:

        —-…ma la scelta è davvero tra gli avvoltoi e i socialisti? perchè allora io vado a fare un giro e buona notte ai suonatori! Francesco—-

        No, ci sarebbe anche la classica “via di mezzo”, ovvero quella socialdemocratica…quella dei Paesi scandinavi, per intenderci, e da me preferita. Che ne dici?

      • Francesco says:

        che io sappia, è andata in vacca da un paio di decenni

        oggi mi sento rivoluzionario e proclamo che solo una ridefinizione dell’economia, e del suo ruolo nella società, può permettere di uscire dalla crisi economica e più generale che stiamo attraversando

        non so come sarebbe la nuova società, quasi di sicuro meno liberista (o forse veramente liberista e non prona agli interessi di poche imprese)

        però mi pare che il sistema attuale sia agli sgoccioli, sopravvive per la qualità delle opposizioni

      • Ritvan says:

        —che io sappia, è andata in vacca da un paio di decenni. Francesco—-

        Ti riferisci al modello economico socialdemocratico scandinavo? In tal caso non mi pare proprio, anzi la cosiddetta ” flexicurity”, ovvero “combinazione di flessibilità e sicurezza” di alcuni Pesi scandinavi funziona benissimo tuttora e viene oggi invocata perfino come modello per gli altri Paesi UE. Fai una ricerchina-ina-ina in rete e poi magari ne riparliamo.

        P.S. E non ci provare a dare anche a me dell’ignorante dell’economia che chiedo una deroga ai Sacri Custodi Del Kanun Albanese:-) e poi vengo lì in Padania e ti sparo!:-):-)

      • Moi says:

        @ RITVAN E FRANCESCO

        Affinché quel Modello Scandinavo funzioni ci vuole imprescindibilmente (!) una roba che in Italia è sempre stata merce assai rara: Senso Civico ! … L’ EmiliaRomagna grazie al “Partitone” , almeno dal Quartiere alla Regione :-) ; ce lo ebbe (!) nettamente di più che altre zone in Italia !

      • Francesco says:

        o Temibile Veterinario Albanese!

        oserei correggerti: la sicurezza flessibile è assai lontana dal modello “dalla culla alla tomba” della socialdemocrazia nordica fino agli anni ’70.

        come lo sono imprese in grado di esportare nel mondo prodotti (Nokia) o modelli di business (IKEA)

        ciao

  22. pococurante says:

    Esatto Francesco, tertium non datur. Sarebbe anche ora di cominciare a fare delle scelte…

    • Francesco says:

      sbagliato, sbagliato, sbagliato

      quando hai di fronte due diavoli, hai di fronte un solo diavolo e sta pure cercando di fregarti

      è il momento di uno scatto di reni e di fantasia per capire dove sta l’altra scelta, e cosa ti zavorra in una posizione perdente

  23. per pococurante

    “30/03/2012 at 1:15 pm (Edit)

    Esatto Francesco, tertium non datur.”

    Fosse così semplice… direi che il problema è che secundum non datur.

    Almeno adesso – poi la storia cambia – c’è solo l’onnidovorante primum.

  24. Moi says:

    @ LISA

    La faccenda che dici tu sui preservativi menzionati in una scuola a Firenze NON la rinvengo da alcuna parte … tuttavia ho trovato che in una scuola di Milano e in un’altra a San Donà di Piave metteranno un distributore di preservativi tipo quelli delle merendine.

  25. mirkhond says:

    il benessere tende ad ammazzare le condizioni che lo generano.

    Infatti è più facile passare da uno stato di povertà ad uno di ricchezza che il contrario…
    Non c’è peggior povero del benestante decaduto, e questa in fondo è la nostra paura, la paura di tutti noi, quella di perdere quel benessere, variabile economicamente per censo, ma comunque diffuso nelle nostre società d’occidente…
    Mi viene in mente la fine dell’aristocrazia russa dopo la rivoluzione del 1917 o il romanzo visionario di Massimo Fini, Il dio Thoth….
    ciao!

  26. per Peucezio

    “Effettivamente il benessere tende ad ammazzare le condizioni che lo generano.”

    Questo non spiega ovviamente tutta la mitica “Crisi”. Però condivido in pieno, per esperienza.

    Ovunque, vedo padri con la terza media, che si sono buttati a “costruire l’impresa”. Ora, il giudizio su questa gente non è necessariamente positivo: molti erano ossessionati, gente con ottomila anni di fame arretrati nei geni :-) , che sapevano solo, unicamente lavorare, e non avevano la pur minima capacità di educare i figli o altro.

    E questi hanno ovunque avuto figli che si sono trovati con i problemi fondamentali della vita (tetto, cibo, e simili) risolti allegramente, e non avevano affatto la cattiveria e la violenza dei loro padri, ma non avevano ricevuto nient’altro dai loro padri.

    Ma è un tema che già affrontammo qui, secoli fa:

    http://kelebeklerblog.com/2006/03/21/padri-e-figli/

  27. C’è un’azienda che conosco bene, con un padre che ha messo in piedi un piccolo mondo.

    Lui ha due eredi, un figlio e un ragioniere.

    Cioè, il figlio erediterà la ditta. E il ragioniere, persona cupa, un p0′ viscida, ma fatta secondo il vecchio stampo, deve vegliare per conto del padre, affinché il figlio righi dritto.

    Ora, il figlio ha una faccia un po’ da deficiente, ma non è per nulla cattivo. Anzi, è sensibile; e se tace quando gli parli di soldi, ditta, economia, si eccita tutto quando parla di:

    1) maratona di New York, per cui si sta allenando ormai da anni, giorno dopo giorno, facendo corse attorno alla fabbrica costruita dal padre

    2) 11 settembre 2001, che lui – che di politica non se ne intende – è convinto sia colpa di Bush.

    Un giorno il padre morirà; e il fedele servitore, il Ragioniere, diventerà nessuno.

    La ditta sarà del figlio. E fallirà.

    E allora?

  28. mirko says:

    la metafora del capitalismo come sport estremo è molto penetrante non solo perchè esemplifica con immediatezza il tipo di vita che ci aspetterebbe nella società prefigurata dalla propaganda liberista contro le tutele sociali, ma anche perchè illumina la subdola mistificazione implicita: il lavoro non è uno sport, che -rischioso o no- è frutto di libera scelta individuale, ma l’obbligo imposto dalla necessità di sopravvivere e di farlo in una società strutturata. Le modalità di questo obbligo dipendono al 90% dalla struttura (economica politica sociale e culturale) della società e solo al 10% da vincoli naturali grazie alla tecnologia : ad esmpio io lavoro al pc, in base alle leggi italiane e alla struttura aziendale, non mi cambia nulla che ci sia siccità o alluvioni, e col mio stipendio devo vivere in un mercato che in realtà è più funzione dei suoi regolatori e attori che della natura o anche della domanda e offerta. Quindi in base ad un principio democratico posso richiedere che la società liberata dallo stato di natura e con un’elevato know how di ingenieria sociale possa creare delle condizioni favorevoli o protettive nei miei confronti, invece che espormi al rischio e allo sfruttamento ancor più dello stato di natura (un barbone in città sta peggio che un campesino autosussistente), oppure devo credere alla propaganda plutocratica che contrabbanda i propri interessi e il proprio sistema per legge naturale o divina?

  29. jam says:

    documento storico
    copio-incollo da digilander la lettera che Gandhi invio’ a Hitler e Mussolini
    il 24 dicembre 1941 (vigilia di Natale):
    Caro amico
    se vi chiamo amico, non è per formalismo. Io non ho nemici. Il lavoro della mia vita da più di trentacinque anni è stato quello di assicurarmi l’amicizia di tutta l’umanità, senza distinzione di razza, di colore o di credo. Spero che avrete il tempo e la voglia di sapere come una parte importante dell’umanità che vive sotto l’influenza di questa dottrina di amicizia universale considera le vostre azioni. Non dubitiamo della vostra bravura e dell’amore che nutrite per la vostra patria e non crediamo che siate il mostro descritto dai vostri avversari. Ma i vostri scritti e le vostre dichiarazioni, come quelli dei vostri amici e ammiratori, non permettono di dubitare che molti dei vostri atti siano mostruosi e che attentino alla dignità umana, soprattutto nel giudizio di chi, come me, crede all’amicizia universale.È stato così con la vostra umiliazione della Cecoslovacchia, col rapimento della Polonia e l’assorbimento della Danimarca. Sono consapevole del fatto che, secondo la vostra concezione della vita, quelle spoliazioni sono atti lodevoli.Ma noi abbiamo imparato sin dall’infanzia a considerarli come atti che degradano l’umanità. In tal modo non possiamo augurarci il successo delle vostre armi. Ma la nostra posizione è unica.Noi resistiamo all’imperialismo britannico quanto al nazismo.Se vi è una differenza, è una differenza di grado. Un quinto della razza umana è stato posto sotto lo stivale britannico con mezzi inaccettabili. La nostra resistenza a questa oppressione non significa che noi vogliamo del male al popolo britannico. Noi cerchiamo di convertirlo, non di batterlo sul campo di battaglia. La nostra rivolta contro il dominio britannico è fatta senza armi. Ma che noi si riesca a convertire o meno i britannici, siamo comunque decisi a rendere rendere il loro dominio impossibile con la non cooperazione non violenta. Si tratta di un metodo invincibile per sua natura. Si basa sul fatto che nessun sfruttatore potrà mai raggiungere il suo scopo senza un minimo di collaborazione,volontaria o forzata, da parte della vittima, I nostri padroni possono possedere le nostre terre e i nostri corpi, ma non le nostre anime. Essi non possono possedere queste ultime che sterminando tutti gli indiani, uomini, donne e bambini.E’ vero che tutti non possono elevarsi a tale grado di eroismo e che la foza può disperdere la rivolta, ma non è questa la questione.Perché se sarà posibile trovare in India un numero conveniente di uomini e di donne pronti, senza alcuna animosità verso gli sfruttatori a sacrificare la loro vita piuttosto che piegare il ginocchio di fronte a loro, queste persone avranno mostrato il cammino che porta alla liberazione dalla tirannia violenta. Vi prego di credermi quando affermo che in India trovereste un numero inaspettato di uomini e donne simili. Essi hanno ricevuto questa formazione da più di vent’ anni. Con la tecnica della non violenza, comé ho detto, la sconfitta non esiste. Si tratta di un «agire o morire senza uccidere nè ferire. Essa può essere utilizzata praticamente senza denaro e senza l’aiuto di quella scienza della distruzione che voi avete portato a un tale grado di perfezione.Io sono stupito dal fatto che voi non vediate come questa non sia monopolio di nessuno. Se non saranno i britannici, sarà qualche altra potenza a migliorare il vostro metodo e a battervi con le vostre stesse armi. Non lascerete al vostro popolo un’eredità di cui potrà andare fiero. Non potrà andare orgoglioso raccontando atti crudeli, anche se abilmente preparati. Vi chiedo dunque in nome dell’umanità di cessare la guerra. In questa stagione in cui i cuori dei popoli d’Europa implorano la pace,noi abbiamo sospeso anche la nostra stessa lotta pacifica. Non è troppo chiedervi di fare uno sforzo per la pace in un momento che forse non significherà nulla per voi, ma che deve significare molto per i milioni di europei di cui io sento il muto clamore per la pace, perché le mie orecchie sono abituate a sentire le masse silenziose. Avevo intenzione d’indirizzare un appello congiunto a voi e al signor Mussolini, che ho avuto l’onore di incontrare all’epoca del mio viaggio in Inghilterra come delegato alla Conferenza della tavola rotonda. Spero che egli vorrà considerare questo scritto, come se gli fosse stato indirizzato, con i necessari mutamenti.

    ciao

    • habsburgicus says:

      non vorrei apparire come il “San Tommaso” della situazione, ma la lettera di Gandhi ai Capi dell’Asse mi suona apocrifa…fra l’altro, per quanto antinazista, dubito che Gandhi abbia avuto l’impudenza di chiedere a Hitler di “cessare la guerra” (scilicet, contro i britannici), quando é ben noto che Hitler l’avrebbe cessata subito, se avesse potuto, anzi non l’avrebbe mai incominciata (Hitler decise di muovere guerra alla Polonia per varie ragioni ma sempre nell’illusione che i britannici bluffassero—certo era disposto a correre il rischio ma in cuor suo era terrorizzato, tanto che l’intervento britannico il 3/9/1939 lo prostrò, seppur solo momentaneamente)…Hitler offrì la pace il 6/10/1939, di nuovo il 19/7/1940 e, implicitamente (non fece alcuna offerta di pace) a fine giugno 1941 quando tutti i giornali ufficiali e ufficiosi, senza alcuna eccezione, lamentano e stigmatizzano il “mostruoso” connubio anglosassone con il bolscevismo quasi a voler dire “facciamo pace, si può trattare su tutto !”)…inoltre Gandhi non menziona l’URSS e neppure Pearl Harbor (7/12/1941), molto strano per una lettera di 15 giorni dopo…l’inclusione della Danimzrca é strana, é noto che i danesi, saggiamente, si piegarono a Hitler senza resistenza il 9/4/1940 e se le cavarono con perdite quasi nulle e senza perdità di sovranità interna, almeno sino al 29/8/1943 (ad inizio 1943 si tennero addirittura le elezioni sotto la cosiddetta “occupazione” dei biechissimi tedeschi che notoriamente si cibano di carne umana il che scandalizza gli angelici, puri e disinteressati angloamericani…ebbene, le vinsero gli antinazisti più accesi ! uno si immagina “elezioni” nella Lituania occupata dai Sovieti in cui vincono gli anticiomunisti ?)…ci sono pochi dubbi, é un falso dell’Intelligence Service per influire sugli indù (l’India era in pericolo dopo l’intervento nipponico !) ad maiorem Britanniae gloriam !
      ciao a tutti

      • Francesco says:

        >> anzi non l’avrebbe mai incominciata

        mi pare una affermazione bisognosa di qualche pezza d’appoggio, per non apparire un nazista pure fessacchiotto che cerca di angelicare il caro Baffetto Austriaco, moh pure pacifista

  30. mirkhond says:

    “Se non saranno i britannici, sarà qualche altra potenza a migliorare il vostro metodo e a battervi con le vostre stesse armi. Non lascerete al vostro popolo un’eredità di cui potrà andare fiero. Non potrà andare orgoglioso raccontando atti crudeli, anche se abilmente preparati.”

    Parole profetiche……

  31. Moi says:

    @ DORA

    Forse i giovanotti di ‘sto Pagliaro si vendicheranno “a modo generazionale” loro: passandone la “cartolina” (Emilianismo vagamente sprezzante per “volto”) al programmino Hilterizer e ridoppiandone il comizietto a bestemmie del compianto Mosconi …

  32. Per Habsburgicus

    “non vorrei apparire come il “San Tommaso” della situazione, ma la lettera di Gandhi ai Capi dell’Asse mi suona apocrifa”

    Anche a me, però sono andato a vedere in giro, cercando cose come gandhi letter hitler hoax, vedo che qualcuno pone gli stessi dubbi http://www.buzzfeed.com/burnred/a-letter-from-gandhi-to-hitler-281t (lascio a te sbrogliare questa pagina difficilissima da consultare, a un certo punto mi è apparsa persino la lettera dattiloscritta di Gandhi ,poi è scomparsa :-) ), ma qui c’è una difesa di Gandhi da parte di un apologeta filo-induista, costretto a difendere Gandhi dall’accusa di essere stato gentile in queste lettere:

    http://koenraadelst.bharatvani.org/articles/fascism/gandhihitler.html

    e non fa ricorso all’ipotesi che la lettera fosse un falso. Cita inoltre loci precisi negli opera omnia di Gandhi.

    A proposito dei rapporti tra Germania e Inghilterra, invece, ti consiglio un affascinante libro di Richard Milton, Best of Enemies Britain and Germany: Truth and Lies in Two World Wars, che ho trovato su Abebooks.uk.co al modico prezzo di 2 euro pù spese di spedizione :-)

    Dove si scopre che il famoso Monocolo Prussiano era un tentativo tedesco di imitare i tanto invidiati inglesi… e molto altro.

    • PinoMamet says:

      Al primo link,
      mi appare la fotografia di una lettera scritta a macchina e datata 23. 7. 39, indirizzata a Herr Hitler, firmata a penna da M. K. Gandhi, ma di contenuto assai più breve e sintetico di quella riportata da Jam.

      Boh!

    • PinoMamet says:

      In ogni caso le date sono diverse e possono benissimo essere due lettere diverse
      (anche quella breve apostrofa Hitler come “friend”)

  33. Pingback: Il capitalismo come sport estremo | cogito ergo sum…penso dunque sono

  34. Pingback: Salvatore Leggiero, la Holding Amore e Psiche e il Muro di San Frediano

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>