Veneto City, ritorno al mostro

L’altro giorno, parlando di Veneto City, o Veneto Green City, Nic ha posto tra i commenti una domanda non da poco.

“Miguel, ma davvero pensi che tra Cazzago e Cacco ci sia qualcosa o qualcuno da “preservare”? Visto che all’orizzonte non si avvistano bombardieri, mi accontento del vuoto spinto di un bel centro di concentrazione commerciale.”

A Nic risponde indirettamente Rossana sul blog Rossland: lei non solo sa ragionare bene, ma da quelle parti ci è cresciuta. Credo che sia una risposta da leggere attentamente.

Una risposta diversa, la dà Oberon, che tira in ballo la dimensione del tempo, di cui è facile dimenticarsi:

“la cosa da preservare è il suolo fertile pianeggiante, che è ciò che ci nutre e sempre più dovrà farlo via via che le risorse del pianeta si impoveriscono. Una volta distrutto lo strato fertile, questo richiede secoli per ricostituirsi. È un patrimonio da preservare per i nostri discendenti, come si fa per i gioielli di famiglia.”

Commentando sul nostro blog, è sempre Rossana di Rossland a scrivere:

“chiederei, nel commentare l’imbecillità leghista, di non comprendere nel mazzo ogni veneto (o ogni altro abitante del nord).

I leghisti rappresentano solo se stessi, non il Veneto e non il Nord.”

C’è “qualcosa o qualcuno da preservare”?

Io conosco piuttosto bene sia la città di Venezia, dove ho vissuto brevemente da piccolo e dove mi sono laureato, che l’entroterra veneziano: Mestre, Noale, Mirano, Spinea, Mira, Zelarino, Trivignano, Maerne, Marocco (sì, si chiama proprio così)…

La prima impressione che ho, è che Venezia e l’entroterra siano due mondi diversi.

Persino un forestiero come me si rende conto che il modo di parlare è diverso, e certamente è diversissima la cultura. Non ho mai letto uno studio approfondito di storia sociale veneta, ma l’impressione che ho è di una città cosmopolita, gemella di Costantinopoli, che per creare la propria splendida civiltà deve aver succhiato il sangue al mondo retrostante. Per questo, faccio fatica a dare retta ai discorsi sulla “rinascita della Serenissima“, visto che a chiederla sono sempre i discendenti di quei contadini. Sono comunque impressioni, e sono pronto a farmi correggere da chi ne sa più di me.

Secondo, certo che c’è qualcosa/qualcuno da preservare. Sono poche le parti d’Italia in cui io abbia visto un senso autentico di essere qualcuno/qualcosa, come nella fascia dietro Mestre. Non è detto che agli altri debbano piacere tutti gli elementi di tale, diciamo identità, per usare una parola di moda, ma quella cosa c’è.

Uno spirito di attaccamento alla lingua, ai luoghi e ai rapporti. Il tutto confuso con il peggio della cultura televisiva e imprenditoriale. Come se quel mondo oscillasse tra dialetto e anglobale, senza passare per l’italiano. E quell’attaccamento produce sia la Lega, sia chi si è ribellato contro Veneto City.

Terzo, io non condivido la spocchiosa polemica in stile Repubblica contro la Lega e i leghisti. Ho conosciuto diversi ottimi militanti leghisti di base. Persone talvolta ben più autentiche e umanamente aperte dei loro critici.

Il problema è che l’identità, per la Lega, è in positivo una recita: le chiacchiere sui Celti o sulle glorie marinare di Venezia, ad esempio.

In negativo, quella leghista è una guerra spietata alle identità altrui, una brutta copia del laicismo francese.

 Ma non dobbiamo dimenticare il fatto più importante di tutti, nascosto da  nuvole di retorica, pro e contro: la famigerata impalcatura del Gioco Destrasinistra.

Il gruppo dirigente della Lega fa politica. E la politica oggi consiste nell’arte di adattarsi in maniera vincente a una nicchia concessa dal dominio.

Perciò la Lega Nord firma per Veneto City; i suoi soldi li manda senza problemi in Tanzania, mentre sul piano umano (se lo vogliamo definire così) Renzo Bossi si è pienamente integrato al giro spettacolare-festaiolo e la sua fidanzata Eliana Cartella passa da Miss Padania all’Isola dei Famosi. La critica alla Lega, accusata di essere eversiva e tutto il resto è un’immane sciocchezza e parte del gioco spettacolare. Sono i ragionieri della Lega e non le sue ronde a mettere paura.

Quarto, chi segue questo blog sa che la questione delle “tradizioni” è molto ambigua. Tempo fa il commentatore che si firma fp40 ci ha segnalato un caso straordinario di tradizioni inventate in Sardegna e immediatamente accolte dall’industria turistica.

Ora, l’industria turistica è una delle forze livellatrici più tremende del pianeta, che si alimenta proprio di diversità e di autenticità. E proprio per questo ha bisogno di inventare incessantemente”tradizioni“  e “identità”: il curatore del blog Io Non Sto Con Oriana  mi disse tempo fa che secondo lui gran parte delle “antiche tradizioni culinarie italiane” sarebbero state inventate negli Anni Venti dai curatori della Guida del Touring Club.

Una volta che un luogo, grazie alla sua “diversità” reale, è diventato interessante,quella “diversità” viene pompata con gli stessi strumenti con cui si pompano tutte le altre, e quindi a mano a mano che diventa più marcata, diventa più falsa.

E così cessa di essere diverso, come può constatare chiunque abbia avuto la sventura di salire in cima a una montagna su una funivia, trovandovi il classico negozietto di oggettini kitsch Made in China. Tanto valeva non spostarsi, e infatti non è un caso che si diffondano sempre di più divertimentifici in cui ti puoi rinchiudere, da Gardaland alle crociere Costa.

Ma smitizzare le “radici” non vuol dire negarle. Comunque si sia costituita la comunità e il paesaggio di cui ci sentiamo parte, abbiamo tutto il diritto di difenderli. Basta darsi le priorità. E oggi il primo nemico che ci minaccia tutti è la Nuova Urbanistica, la ricostruzione del mondo da parte dei grandi flussi di capitali, che ovunque costruiscono i loro feudi privati. Senza nemmeno i “variopinti legami” di cui parlava Marx quando contemplava la fine del vecchio feudalesimo.

Ci aspetta un pianeta di isole fortificate per ricchi, di Torri vere e immaginarie, di enormi macchine campi di concentramento per il consumo – già ne abbiamo parlato nel contesto delle Crociere Costa – e di vasti slum per la grande maggioranza della specie umana, a servizio o più semplicemente superflua, con relativi sistemi di controllo totale su ciò che chiamano urban clutter.

Per tutti questi motivi, la vicenda di Veneto City, come sottolinea Rossland, non è un fatto locale.

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22 Responses to Veneto City, ritorno al mostro

  1. Francesco says:

    Miguel

    so che non è il tuo nè il mio campo ma questa tesi urbanistica è verificata o solo una sparata da sociologo in cerca dei suoi 5 minuti di gloria televisiva e di pubblicità per i suoi libri?

    e soprattutto come funziona lo “Sviluppo” nel centro del mondo, in Asia Orientale?

    so che negli USA il fenomeno delle città chiuse è importante ma lo è da tempo, per cui si potrebbe iniziare a vederne i dettagli e i mutamenti.

    non so nulla del resto del mondo – indovino che in America Latina è una realtà consolidata

    mi viene da chiedertelo perchè qui a Milano l’Area C – se vuoi entrare paga – è una iniziativa di “destra reaganiana”, che oltre a ridurre il traffico e arricchire il comune potrebbe avere conseguenze sociali

    ciao

  2. Pingback: Veneto City, ritorno al mostro - Kelebek - Webpedia

  3. Per Francesco

    “so che non è il tuo nè il mio campo ma questa tesi urbanistica è verificata o solo una sparata da sociologo in cerca dei suoi 5 minuti di gloria televisiva e di pubblicità per i suoi libri?”

    Non ho mai pensato a Mike Davis come a qualcuno in cerca di gloria televisiva. Comunque, se ti interessa un sito interessante, purtroppo non aggiornato da tempo, è questo:

    http://subtopia.blogspot.com/

    in italiano, non è male nemmeno questo:

    http://eddyburg.it/

    e poi:

    http://the-arch-of-fear.blogspot.com/

    Poi credo che siano cose che andrebbero sempre viste insieme: architettura, migrazioni, sistema carcerario, sistemi di videocontrollo, Libro dei Ceffi, liquefazione del lavoro, trasporti aerei, “sicurezza”, panico sociale, crisi della scuola, impoverimento degli enti locali…

  4. Francesco says:

    OT segnalo un articolo interessante su un tema che abbiamo toccato di straforo qualche volta

    http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/gesu-domande-e-punti-fermi-della-ricerca-storica.aspx

    PS x ADV: chi è questo Doria?

    ciao

    • PinoMamet says:

      Molto interessante, grazie!

      PS
      Da girare immediatamente a quanti sono rimasti alla “Chiesa retriva che spaccia un mito astrologico…”
      (per sottolineare quale sia la “novità dirompente” di questa posizione filoUAARista, faccio notare che Bulgakov la prende già in giro nell’incipit de Il Maestro e Margherita)

      • Alessandro says:

        Sì, ma credo che in quel testo Ruini illustri la ricca storia della ricerca sul Gesù storico appiattendola e adattandola alla ortodossia. Basta notare come riduca la differenza tra la figura storica di Gesù e la tradizione religiosa e dogmatica successiva. E poi “la Chiesa”, almeno la cattolica italiana, sia fra i fedeli che fra i sacerdoti, ha dato scarsissimo peso e spazio alla ricerca storica. Il modernismo di primo ’900 fu stroncato e i teologi o storici cattolici che sono riusciti a lavorarci sono pochissimi, e in genere sono stati osteggiati.

      • PinoMamet says:

        Sono d’accordo con entrambe le affermazioni;
        ma è appunto questo il punto, cioé, la distanza tra una critica intelligente e informata come la tua, e una “alla cieca” e per partito preso, che non può che fallire il bersaglio.

        Comunque sì, i cattolici italiani nella forma “popolare” sono dei grandissimi ignoranti (come la maggioranza dei loro critici, del resto), nella forma “ufficiale” sono dei sottili “normalizzatori”.

  5. maura says:

    A proposito di destrasinistra, che dire del PAt?

  6. PinoMamet says:

    Sulle “antiche tradizioni culinarie”, a naso, direi che ha ragione Io Non Sto con Oriana!

    • Peucezio says:

      Sarebbe un’altra questione da approfondire.
      La poca esperienza che ho in merito però non va molto in questo senso, almeno per zone non di grande flusso turistico.
      La cucina pugliese viene identificata con dei piatti che, sia pure talvolta con qualche variazione, sono quelli tradizionali, che fino a un paio di generazioni fa erano dei cafoni, dei cozzali.
      Su Milano non conosco il passato per tradizione diretta famigliare, ma farei fatica a credere che l’òss bus cont el risòtt, la cazzoeula, el minestron, i fasoeu de Spagna, la busecca siano invenzioni turistiche, perché, tolto forse il risòtt giald con lo zafferano, sono piatti davvero di scarso “appeal” turistico, sono cose pesanti, non certo raffinate, che non piacciono a molti, che vanno in controtendenza totale rispetto alla sensibilità attuale.

      • PinoMamet says:

        Non credo che siano invenzioni turistiche i piatti (almeno la maggioranza!) ma che sia un’invenzione la tipizzazione estrema e l’identificazione estrema con un territorio.

        tipo le dispute sul ripieno degli “anolini” parmigiani vs piacentini (balle, ogni famiglia lo faceva a modo suo, e poi c’erano le famiglie che non erano propriamente nè parmensi né piacentine), o, da un altro punto di vista, l’identificazione Nord Italia- burro e carni pesanti, Sud Italia- olio e pesce…

        (come il fatto che al Nord non si consumasse pasta asciutta…)

        Io ho avuto una professoressa siciliana che si stupiva che da noi crescesse il grano!
        (Dopo anni e anni in cui hanno raccontato che al Nord non cresce il grano duro adatto alla pasta… ovviamente è una palla).
        Qua coltivavano anche gli olivi, per dire, hanno smesso nell’Ottocento, sospetto perchè con l’unità d’Italia risultava più conveniente importarlo da altre parti del paese.

      • Peucezio says:

        “che sia un’invenzione la tipizzazione estrema e l’identificazione estrema con un territorio.”

        Questo senz’altro. Ma il fatto della pasta nel nord a me risulta vero. E’ che probabilmente tu hai presente l’area emiliana, dove la pasta c’era eccome, ma al di là del Po le cose erano diverse.
        Mia madre è vissuta a Milano nei secondi anni ’40, subito dopo la guerra, a Milano la pasta si cominciava a mangiare, ma raramente. Avevano dei vicini veneti, che non la mangiavano mai, mangiavano sempre molto minestrone.
        Ricordo un mio professore di greco di liceo, per un anno, un vecchio piemontese, che aveva in odio la pasta, sentendola come qualcosa di esotico, di importato, estraneo al suo gusto e alle sue costumanze alimentari.

      • mirkhond says:

        Concordo con Peucezio. In Piemonte non solo la pasta, ma anche il sugo non piace molto, e parlo dei Piemontesi doc parenti e conoscenti, non dei “terroni” e dei loro discendenti!
        ciao

    • renna says:

      Pino, mia nonna, veneta nata al confine con l’allora Austria e adesso Trentino, ha continuato a usare il burro e a non usare l’olio fino alla sua morte (ed è entrata, pur con difficoltà, del terzo millennio); il suo piatto preferito era a base di latte; chiamava il Parmigiano “piasentin”; considerava la pizza un esotismo sopravvalutato; per lei la pasta cotta giusta era pasta molto scotta; quindi sono d’accordo, la cucina “italiana” è in larga parte cucina neo-italiana (comunque il libro dell’Artusi è interessantissimo anche da un punto di vista politico, lui era figlio di un mazziniano e l’intenzione era di costruire una lingua culinaria italiana che valorizzasse le diversità territoriali poggiando sui gusti diffusi e quotidiani della media borghesia, in contrapposizione alla tradizione “centralistica” e aristocratica francese).
      Miguel, Milos, figlio di una coppia di architetti di Belgrado, frequentante l’Accademia a Venezia durante la “loro” guerra, rispose alla mia domanda su come fosse, questa Accademia (di cui non sapevo nulla, e avevo già vent’anni): “Beh, c’è l’avanguardia della campagna veneta”. Cresciuto a pasta scotta, mi sono sentito molto retroguardia, e ovviamente leggendo il post, a un certo punto, essendo io molto pallido e apparentemente esangue, mi sono sentito chiamato in causa… Venessia ne ciucia el sangue! Col tempo ho imparato a farmene una ragione, della campagna, della retroguardia e del sangue acquoso. Magari non è che avesse torto, Milos, su quelli che mi stavano davanti e su di me, il punto è che, alla fin fine, le altre avanguardie, le vere avanguardie, non mi si sono mai appalesate. Sarà perché appunto sono sparite anche le città. Devo dire che in questo, cioè sul sospetto verso le élite auto-nominate, capisco l’atteggiamento leghista (che io peraltro ho sempre subito sulla mia pelle, essendo scambiato, o riconosciuto chissà, come parte dell’élite auto-nominata). Invece che avanguardie, ho trovato qualche rarissima, anche se magari solo parziale, eccezione. Una è questa (copio e incollo, spero chi ha scritto non abbia fatto errori, non ho qui l’originale):

      FUSSE UN POETA…

      Fusse un poeta…
      Ermetico,
      Parlarìa de l’Eterno:
      De la coscienza in mi,
      De le stele su mi,
      E del mar che voleva e nò voleva
      (Ah, canagia d’un mar!)
      Darme le so parole.

      Ma son…
      (Parché nò dirlo?)
      Son un poeta.

      E ti ghe géri tì ne la me barca.

      E le stele su nù ghe sarà stàe,
      E la coscienza in nù,
      E le onde se sarà messe a parlar,
      Ma ti-ghe-gerì tì ne la me barca,
      (E gèra fermi i remi).
      In mezzo al mar.

      Giacomo Noventa – Versi e Poesie – 1956

      Ecco, al netto della miniera di informazioni e spunti, a volte ho l’impressione che il tuo “flusso globale” corrisponda all’Eterno degli ermetici. Non posso dire che sia “falso”, ma… xè fermi i remi, in mezzo al mar.

      Duri banchi

      • PinoMamet says:

        Sopra al Po, siete tutti un po’ strani ;)

        comunque mi risulta, da casi di cronaca locale dell’epoca che fu riportati (per una volta, lodevolmente) dal quotidiano cittadino, che da ‘ste parti (parmense) nel secolo XIX i carcerati protestarono per la qualità scadente degli spaghetti loro serviti;

        segno evidente che erano già in uso in tutto gli strati popolari, e che si richiedeva anche la buona qualità! ;)

        Io comunque aborro i latticini di mio, non “culturalmente”
        (faccio un’eccezione per lo yogurt greco)

  7. Per Maura

    “A proposito di destrasinistra, che dire del PAt?”

    Che roba è?

  8. Peucezio says:

    Splendido post, Miguel.
    Bella la parola “anglobale”! ma l’hai inventata tu oggi o si usa?

    “oggi il primo nemico che ci minaccia tutti è la Nuova Urbanistica”

    Considerazione lucidissima.
    Su questo tema sarebbe interessante aprire un dibattito.
    Sicuramente c’è anche il “feudo”, anche se in Italia non ha ancora attecchito molto per fortuna, ma a me saltano all’occhio altre cose, a dire il vero.

  9. Severino Boetii says:

    Addì 29 Piovoso, non nevoso.

  10. fp40 says:

    È un vero rebus questo dell’identità, Miguel. Interessante il discorso sul ruolo svolto dalla Serenissima ai danni del suo entroterra, piacerebbe anche a me avere maggiori riferimenti sulla questione. Sapevo qualcosa riguardo la distruzione dei boschi, ma niente riguardo la cultura (posto che ci siano differenze).

    Nel frattempo noi festeggiamo il carnevale, e forse qualcosa di interessante rimane. Vi propongo un video sul carnevale di Lula, paese che per un breve sprazzo ha avuto il suo momento di notorietà nel flusso mediatico globale (venne addirittura la BBC).

    http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&id=195128

    Loro la maschera l’avevano persa negli anni ’50, con il balzo nella cosiddetta modernità, ma e stata ritrovata. Al mio paese la maschera è ancora perduta. Ma non dispero che il pungolo dell’industria turistica riesca a farla ritrovare anche a noi, più autentica e tradizionale che pria! Anche perché, in mancanza di quella ufficiale, si è costretti a indossare le maschere degli altri.

    Vi propongo anche l’interpretazione artistica dello stesso evento:

    http://www.youtube.com/watch?v=Ht_sb6BUsmk

    non vi sembra che in questa maniera diventi anglobale?

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