Veneto City, l’urbanistica ai tempi del leghismo reale

“Dovere, dignità, lavoro e responsabilità personale sono i valori che ha sempre sostenuto, fortemente radicati nelle tradizioni brianzole di profonda matrice cristiana.

L’obiettivo che si prefigge, come leghista e come brianzola, è contribuire a difendere il territorio brianzolo già tremendamente ferito dalla cementificazione irresponsabile e di salvaguardare la cultura e la comunità brianzola minacciata dalla globalizzazione.”

Così si presenta la signora Donatella Galli, sposata con due figli, artigiana del legno e consigliera della Lega Nord nel consiglio provinciale di Monza/Brianza.

Ci sta, no?

Infatti, l’Italia ama i Valori Assoluti.

Anzi, due sistemi di valori assoluti, perfettamente inconciliabili e in eterna lotta tra di loro, due rette parallele che non si incontreranno mai, sebbene – con qualche strappo alle regole della geometria – riescano sempre a scontrarsi.

Come definire le due rette dipende da quella per cui tifi.

Se appartieni alla retta A, dirai, “c’è chi cerca di fabbricare un melting pot di sradicati, e chi difende le nostre radici”.

Se appartieni alla retta B, dirai, “ci sono quelli che sono aperti al mondo, e quelli che si chiudono nella loro gretta nicchia identitaria”.

Si chiama il Gioco del Destrasinistra, ed è fondamentale per la mobilitazione emotiva.

Il problema è che quando giochi solo con i simboli e le astrazioni, vince sempre il banco.

Prendiamo un esempio.

Dolo è una cittadina lungo le rive del Brenta, a metà strada tra Cazzago e Cacco. Un tempo luogo in cui i signori di Venezia se la spassavano in splendide ville mentre i contadini mangiavano polenta a giorni alterni, Dolo è nel bel mezzo del Triangolo della Grappa, dove si sogna la Fabbrica dello Zucchero Filato  e dove nuota lo Squalo di Pozzanghera.

E’ terra ricca di fermenti, come dicono, se pensiamo che da quelle parti opera Mario Attombri, “guru unico al mondo”; e proprio a Dolo è nata una nostra vecchia conoscenza, il tele-esoterista Giorgio Medail.

Dolo del Brenta non va confuso con un altro Dolo, un polveroso villaggio etiope che attualmente ospita qualcosa come duecentomila profughi dalla Somalia; però anche il Dolo veneto si è trovato infilato nel Flusso Globale.

Infatti, Dolo sta per diventare la sede di qualcosa che si chiamerà Veneto City, grandiosa colata di cemento su terreno attualmente agricolo: ovviamente il vero nome del progetto è Veneto Green City, che fonde prevedibilmente l’anglo con l’eco.

Veneto Green City, un nome un programma, sarà il più grande centro polifunzionale d’Europa, che è un eufemismo per una città privata, una sorta di feudo post-moderno. Uno di quei non luoghi planetari, che ogni  giorno sarà frequentato – prevedono entusiasti i costruttori – da 70.000 macchine, e ogni sera si svuoterà.

Per quel che vale, ecco come si sognano il Veneto Green City, in una di quelle improbabili giornate primaverili in cui vivono gli architetti

Ci saranno un centro commerciale, banche, cinema, palestre, “servizi alle imprese”. E siccome Veneto City è Verde e Sociale, ci saranno anche una serie di “università degli studi”. Sentite bene in cosa: scienze gastronomiche, hospitality management, odontoiatra e chirurgia estetica, moda e design. E ci sarà persino un “incubatore di talenti”. Ci sarà pure un museo, che non interesserà a nessuno, ma fa da universale lapide tombale a ciò che i capitali divorano.

Insomma, tutto ciò che serve per fabbricare l’umanaio globale, su una superficie grande come “140 campi da calcio di serie A“. Senza calcolare l’enorme lavoro di viabilità che si dovrà fare per alimentarlo.

Dentro, i muratori albanesi a costruire torri alte 80 metri che faranno sparire gli aguzzi campanili veneti; facchini marocchini a scaricare sotto la nebbia camion croati pieni di merci cinesi; riparati in cellule dove la temperatura non cambia mai, invece, chirurghi estetici brasiliani (come il noto proprietario dell’Ilha dos Porcos Grande) a spiegare le regole per trasformare commercialiste venete in copie botuliniche di attrici globali.

E fuori, i contadini che se ne vanno (intascati i soldi per la vendita dei terreni), i piccoli negozi rimasti che chiudono.

La popolazione della zona è, comprensibilmente, insorta.

In un simile caso, i compiti di una buona ronda padana preoccupata delle proprie radici dovrebbero essere piuttosto chiari. Non li spiego per non cadere in apologia di reato, ma ci siamo capiti.

Invece, le ronde padane si sono impegnate in ben altro modo.

Infatti, l’approvazione del progetto dipende dal sindaco di Dolo, la commercialista Maddalena Gottardo.

Ora, la signora Maddalena Gottardo (commercialista) è della Lega Nord, una formazione di cui abbiamo già discusso in passato, raccontando anche di un nostro incontro con Umberto Bossi.

Della Lega è anche Giuliano Zilio, il Candidato Numero Uno della lista con cui la commercialista è stata eletta. Zilo, sulla propria pagina web, spiega:

“La famiglia, la solidarietà e l’ambiente sono i cardini della mia vita e i punti su cui non faccio sconti.”

Il candidato Numero Cinque, tale Marco Cagnin, si impegna:

“Il mio impegno per un territorio ed una società di cui essere orgogliosi, le cose che ci circondano sono le nostre cose ed è nostro dovere e nostro diritto averne cura.”

La commercialista-sindaco comunque si assume un impegno:

“credo fermamente nella democrazia partecipata, nel senso che il Comune è la casa di tutti e tutti i cittadini hanno il diritto di essere ascoltati e coinvolti nella gestione del loro paese. Per questo istituirò da subito le Consulte, intese come luogo di confronto aperto a tutti.”

I Comitati Ambiente e Territorio  hanno raccolto 11.000 firme – il Comune di Dolo ha appena 15.000 abitanti – per chiedere al sindaco-commercialista di fermare il progetto di Veneto City.

La signora Gottardo, commercialista e leghista, ha riposto:

  • dicendo che «Per quelli di sotto [che manifestavano contro Veneto City] ci vorrebbe l’olio di ricino»
  •  convocando il consiglio comunale alla vigilia e – alla faccia delle radici cristiane – lo stesso giorno di Natale, perché approvasse il progetto entro la scadenza legale del 31 dicembre
  • denunciando per  interruzione di pubblico servizio, offese, minacce,e atti di violenza i cittadini di Dolo che avevano osato fischiare durante la votazione in sala comunale
  •  permettendo solo a 40 persone di entrare nell’aula del Consiglio comunale il giorno della votazione, in modo da impedire ogni protesta.

Ora, le 40 persone ammesse erano tutte militanti della Lega Nord. Ecco in cosa erano impegnate le mitiche Ronde Padane.

A questo punto, la palla è passata al Presidente della Regione.

Che, con una semplice firma, può dire di sì o di no.

Il governatore del Veneto è Luca Zaia,un signore eletto in quota viticoltori della notevole cittadina di Conegliano.

I lettori ricorderanno Luca Zaia come autore della prefazione del libro di Nello Rega,  un signore attualmente indagato per simulazione di reato.

Luca Zaia stesso è autore di un libro intitolato Adottare la terra. Per non morire di fame. Con prefazione di Padre Enzo Fortunato, Direttore della Sala Stampa del Sacro Convento di Assisi, che commosso scrive:

“Ci unisce all’autore un amore incondizionato per le nostre tradizioni culturali, secolari […] Vogliamo imparare a stupirci dinanzi alla bellezza della natura, come ci insegna san Francesco, uno stupore che non è disincarnato, ma conduce a un’azione concreta, al rispetto per l’ambiente dove viviamo, che presuppone, inevitabilmente,il rispetto per ogni uomo,per gli uomini che vivono e amano la nostra «madre terra».

Se vi siete asciugati le lacrime, permettetemi di proseguire.

Luca Zaia è un abile giocatore a Simulazioni Identitarie.

Ha fatto una campagna elettorale gridando che avrebbe introdotto “le radici cristiane” nel nuovo statuto della Regione (“invito anche il centrosinistra ad un confronto serrato che ci porti a definire nel nostro statuto, in modo condiviso, le origini giudaico cristiane del popolo veneto“).

Una mossa che ha eccitato gli animi di entrambe le parti. In pratica, dopo aver raccolto urla di “finalmente!” e di “fermiamo questo pazzo che vuole distruggere l’Italia!“, il signor Zaia ha partorito uno statuto che dice tra l’altro che:

“Il Veneto è costituito dal popolo veneto”

“La Regione, ispirandosi ai principi di civiltà cristiana e alle tradizioni di laicità e di libertà di scienza e pensiero, informa la propria azione ai principi di eguaglianza e di solidarietà nei confronti di ogni persona di qualunque provenienza, cultura e religione; promuove la partecipazione e l’integrazione di ogni persona nei diritti e nei doveri, contrastando pregiudizi e discriminazioni; opera per la realizzazione di una comunità accogliente e solidale.”

Ci sembra il più fantastico esempio di cerchiobottismo linguistico prodotto in anni recenti. Mentre l’accenno a scienza e Veneto meriterebbe una digressione a parte, per mano di qualcuno più competente di me.

Comunque, la regione del signor Zaia ci tiene all’ambiente, quello è sicuro:

“La Regione tutela il paesaggio e riconosce l’importanza delle attività rurali e forestali ai fini del miglioramento della qualità della vita, della tutela della biodiversità, della sicurezza alimentare e della salvaguardia del territorio.

L’autogoverno del popolo veneto si attua in forme rispondenti alle caratteristiche e tradizioni della sua storia.La Regione concorre alla valorizzazione del patrimonio culturale e linguistico delle singole comunità.”

Il signor Luca Zaia, fiero difensore dell’Identità Veneta nonché francescano amante della Madre Terra, ha preso in mano la penna, guardando la delibera forzata del Comune di Dolo.

Pensando alle parole del suo libro

“la ricchezza vera non è speculativa, e nasce,oggi come sempre, dal lavoro delle mani dell’uomo e non  dai futures che si vendono nelle vetrine dei maggiori centri  finanziari. Come si direbbe dalle mie parti, «scheo non fa scheo»”

vi chiederete se quest’uomo ha firmato o no per creare Veneto City.

Beh, ha firmato.

«Una firma da notaio – va ripetendo Zaia – io firmo se me lo chiedono i territori, gli enti locali»

Gli abitanti di Dolo non si preoccupino, comunque.

Luca Zaia promette infatti di fare ciò che può rendere spinosa la vita ai pur indispensabili muratori albanesi, facchini marocchini e posteggiatori peruviani che arriveranno a frotte per fare Veneto City, o almeno ai loro figli.

Infatti, commentando la proposta di concedere la cittadinanza a chi nasce in Italia, Luca Zaia dice:

“Di sicuro, l’attuale regime, legato al diritto di sangue, preserva la necessità che abbiamo e che vogliamo conservare di mantenere integra la nostra identità e di salvaguardare la continuità culturale con le nostre radici».

Dal Collettivo Tiqqun:

“Non venite a parlarci di «città» e «campagna», né della loro ormai antiquata opposizione. Quel che ci circonda non vi assomiglia affatto: è una coltre urbana unica, senza forma né ordine, una zona desolata, indefinita e illimitata, un continuum mondiale di centri storici museificati e parchi naturali, di grandi conglomerati e immense aziende agricole, di zone industriali e lotti abitativi, di agriturismi e bar fighetti: la metropoli. E’ esistita la città antica, quella medievale e quella moderna. Non esiste una città  metropolitana. La metropoli esige la sintesi del territorio nel suo complesso. Tutto vi coabita, non tanto in senso geografico quanto attraverso le maglie delle sue reti.”

P.S.

Un ringraziamento per l’ispirazione a Rossland  (da cui ho appreso dell’esistenza di Veneto City) e a Guido per i sempre azzeccati riferimenti a Tiqqun.

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118 Responses to Veneto City, l’urbanistica ai tempi del leghismo reale

  1. PinoMamet says:

    Luca Zaia mi pare fosse quello che voleva proibire il consumo della carne di cavallo
    (“spoiler”, come dicono i nerds: sto parlando di cose che non c’entrano con il post)
    ma poi fece marcia indietro perché da più parti d’Italia, compreso il Nord e il Veneto, gli ricordarono che mangiare i cavalli era più tradizionale di “amarli”.
    Anch’io ricordai, qua su, la tradizione parmense del consumo di carne equina.

    Bene, ma nessuno è infallibile, neanche il sottoscritto: e leggo un libro di cucina locale (per disgustarmi con la descrizione dei piatti che non mangio) e ci trovo scritto che la carne di cavallo, perlomeno a Torino (non so perchè citata, forse perchè era ancora la capitale?) e nel parmense, è stata in realtà imposta dalle autorità a metà-fine Ottocento.
    Ci stanno anche date e tutto quanto, solo non ho voglia di andare a ripescare il libro.

    imposta nel senso che costava poco e perciò offriva anche ai poveri la possibilità di mangiare carne più spesso (in realtà in montagna e in collina i poveracci mangiavano già carne abbastanza frequentemente, in pianura no), solo che i poveri non si fidavano e prendevano a sassate o peggio le macellerie specializzati e i carretti che le rifornivano, tanto che dovevano essere presidiati dalla forza pubblica.

    Giusto un secolo dopo, nessuno se ne ricorda già più ed è diventata “tradizionale”.

    Poi uno dice.

    • Roberto says:

      Pino, però il tuo commento ripropone un tema che mi interessa. Quando una cosa diventa tradizionale? Avrei detto che cent’anni di consumo di carne equina siano sufficienti per parlare di tradizione. Sennò direi che di tradizionale nella cucina italiana c’è solo la polenta e la colatura di acciughe. Insomma quali sono i parametri per poter dire che siamo in presenza di una Tradizione? Suggerimenti bibliografici sono ben accetti (ma cose semplici che anche un modesto giurista possa capire)

    • PinoMamet says:

      Non lo so, Roberto, è una cosa interessa anche a me.
      Tradizione è una cosa tramandata, e il “pesto di cavallo” è sicuramente stato tramandato.
      E per me, visto che uso la parola nel suo senso etimologico senza traslati sentimentali o ideologici, va benissimo dire che il “cavàll pist” è una tradizione; come lo sono anche, che ne so, i Mondiali di calcio o Sanremo, per dire due cose anche più recenti.

      Però appunto usato così, coscientemente, il termine si svuota automaticamente di tutta la fuffa ideologica, pro-lochistica e razzistelluccia di cui è di solito rivestito: basta rendersene conto, però.

      Il tal piatto locale (visto che noi italiani, a quanto pare, troviamo la nostra identità soprattutto in cucina! ma vale per tutti i campi) è sì “tradizionale”, ma solo perchè il nonno lo ha imparato dal bisnonno, al quale piaceva anche poco;
      altro che i Celti, i Sanniti, la dominazione Vaffanculiana del Cazzinculesimo secolo e tutte le robe che di solito eccitano le Pro Loco!
      (o il leghisti contro il kebab).

      Dici la polenta, beh, il nome si trova attestato per la prima volta in uno scrittore nord-africano di nazionalità romana (ma che dice chiaramente di essere getulo e numida, con qualche antenato greco, forse), e per quanto riguarda la sua forma più diffusa, quella col mais, bisogna aspettare gli antenati di Miguel…

      è tradizionale? sì, certamente
      (infatti fa schifo)

      significa quel magggico legame tra uomo, antenati, territorio, “radici giudaico-cristiane”, “noialtrisiamodiqui” e tutte le altre cazzate di cui si è nutrita (senza peraltro averle create) la Lega Nord?
      Assolutamente no.

      ciao!

      • paniscus says:

        Per quanto riguarda la storia dei semolini e delle polente romane (ovviamente non di mais), e della complicata invenzione della pastasciutta, rimando al pregevolissimo libretto di Chiara Frugoni intitolato “Medioevo sul naso”.

        Il quale è dedicato, oltre che a una serie di conquiste famose, come i numeri posizionali, la bussola o il timone, anche a tante innovazioni tecnologiche della vita quotidiana che nessuno si aspetterebbe, quali gli occhiali, i bottoni, le mutande, i calzini, la carriola, oltre che appunto la pastasciutta :)

        Lisa

      • Peucezio says:

        Mi ha colpito poco tempo fa una cosa che ho letto casualmente, sfogliando in libreria un libro della Laterza sulla storia dell’alimentazione.
        Parlando della pasta e di Roma antica, diceva che si usava stendere su una tavola una sorta di velo di pasta, chiamato “lagana”, che poi veniva tagliato a strisce sottili, formando delle specie di tagliatelle. Chiunque sia delle mie parti, crederebbe di stare leggendo un libro di cucina pugliese: la “lagana” (làghene in dialetto) attuale, nota a qualunque massaia pugliese, è esattamente questo.

        Mi viene anche in mente la famosa montagna di parmigiano grattugiato del paese di Bengodi, dalla cui sommità ci sono persone che dalla mattina alla sera fanno maccheroni e ravioli e li cuociono nel brodo di capponi, descritta da Boccaccio in una notissima novella di Calandrino.

        In certe cose l’alimentazione è ambiata molto anche in tempi abbastanza recenti, però ci sono delle continuità che colpiscono.

    • PinoMamet says:

      Poi mi stupisce la brevità della memoria storica popolare, da un lato
      (fa un sondaggio e chiedi quante persone conoscono nome e professione del trisavolo; naturalmente tutti sono convinti che “la mia famiglia è sempre stata qui”, semplicemente perchè non sanno altro)

      e dall’altro la sua supponentissima presunzione di conoscenza
      (“è sempre stato così”).

      • Peucezio says:

        Io credo che ci sia un discrimine, una distinzione fondamentale fra il mondo contemporaneo e tutte le epoce precedenti, dal neolitico fino a poche generazioni fa.
        In questo le comunicazioni, sia nel senso dello spostamento fisico degli uomini e delle cose che della trasmissione di informazioni, è rapidissimo ed economico; in quelle ogni elemento trasmesso, umano o culturale, aveva tutto il tempo e l’agio di acclimatarsi e assumere insomma una coloritura e un’impronta locale.
        Non è mai esistita nessuna cultura pura e ancestrale, se non forse in qualche isola remota o in qualche area completamente isolata e inaccessibile; ciò che è sempre esistito è un’articolazione locale e una specificità dei territori, più o meno marcata secondo le epoche e le aree, forse in nessun luogo ricca e variegata come in Italia. Ciò che succede oggi invece è un inedito e direi che il vero stacco, almeno da noi, più che la Rivoluzione Industriale, le ferrovie, la leva, la scuola di massa o la radio, è statala televisione e, più in generale, la diffusione del consumismo di massa a partire dagli anni ’50 – ’60.

        Chi arrivava a Milano negli anni ’50, quale che fosse la sua provenienza, imparava il dialetto e, se era abbastanza giovane da riuscire ad assimilare un modello, diventava di fatto un milanese; tanto che la maggior parte dei personaggi oggi rappresentativi della milanesità nel teatro, nella musica, nel cabaret ecc., non sono di famiglia milanese (Nanni Svampa, Jannacci, Mazzarella…). Oggi invece, fra quelli con meno di cinquant’anni, quelli (non molti) che hanno genitori, nonni ecc. milanesi, capiscono il dialetto ma non lo parlano e, se mai capita che cerchino di biascicare qualche frase, lo scimmiottano e lo storpiano in modo caricaturale; quelli invece di famiglia non milanese, anche se nati e vissuti qui, nemmeno lo capiscono.

        Per questo c’è una sostanziale differenza fra l’epoca della carne di cavallo e quella del kebab. Il kebab si inserisce in un fenomeno di migrazioni di massa dovuto a stravolgimenti economici mondiali e a capacità di spostamento inedite, per entità, velocità e diffusione, inedite nella storia mondiale. Ma ciò vale a maggior ragione per i fast-food e per la produzione alimentare industriale spazzatura, le merendine ecc.

        Per inciso, la Puglia è un’altra delle regioni con un consumo radicatissimo della carne di cavallo. Anche in Puglia è legato in origine alla povertà, al fatto che era una carne economica. Io l’ho presente come un uso tradizionale, allo stesso modo dei pomodori (che si sono diffusi sul serio solo nel ‘700, quindi pochissimo tempo fa).

        Mi chiedo se si possa porre una soglia all’idea di tradizione più risalente di generazioni con cui c’è un rapporto diretto. Un nonno o, al limite, un bisnonno, può tramandarmi delle cose, un antenato no. L’idea della tradizione come dato ancestrale è pur sempre un’astrazione della cultura illustre, libresca, che è in grado, attraverso la scrittura, di scavalcare le generazioni. Ma questa non è tradizione, è accesso diretto, non mediato, discontinuo al sapere. La tradizione non è interesse antiquario o, peggio, archeologico; nel mondo della tradizione e dell’oralità i tempi sono appiattiti, due secoli sono la stessa cosa di due millenni, non esiste prospettiva storica.

        • Moi says:

          Un altro rapporto di “incontro-scontro” è Pizza-Kebab:

          entrambi sono diventati, in epoche molto diverse, dei piatti-simbolo del Migrante; magari in Meridione vengono usati l’uno contro l’altro, tipo la Lega con polenta e cous-cous … ma già a Bologna sono moltissimi i locali dove essi piatt i coesistono, aiutati anche dal becero distinguo dialettofono, che però appare confermato dagli “Extra” stessi di “Maruchéin dal Maròch” (In realtà dal Sahara Occidentale al Pakistan tranne gli Iraniani che spessissimo “de visu” non si distinguono, se vestiti “normali” :-) senza chador o turbanti) e “Maruchéin dla Marucònia” (Ex Regno delle Due Sicilie, controverso se metterci dentro anche i Sardi … ma tendenzialmente sì !)

          In realtà mi sembra che almeno a Bologna i Maruchéin-dla-Marucònia gestiscano “Pizzerie Pure” mentre la totalità delle “Pizzerie-Kebabberie” è gestita da Maruchéin-dal-Maròch … sì insomma, quelli che “i s’arvìṡen mo briṡa tròp” / “ci somigliano ma non troppo” …

        • PinoMamet says:

          Però marocchini nel senso di meridionali da noi non s’è mai detto…
          in compenso moltissimi kebabbari fanno anche la pizza.

          Poi c’è anche da dire che mi sa che molti kebbabari considerino il kebab (perlomeno la sua versione “da italiani”, che poi è la versione “da tedeschi”) un piatto altrettanto straniero della pizza.

          per esempio tra i moltissimi della mia città ce n’è uno pakistano con moglie o convivente moldava:
          probabile che uno dei due, o entrambi, abbia nella sua cucina nazionale qualcosa di simile al kebab, assolutamente improbabile che sia la stessa cosa che vende nel suo negozio.

        • Moi says:

          @ PINO

          Come già detto altre volte, pare che l’ espressione de “I Nostri Marochini” derivi dalla volontà dei Savoia di “gemellarsi” con la Francia … il che la dice lunga su quanto fossero dei “Liberatori” dei DuoSiciliani avendo preso come modello il Colonialismo Francese :-) ;-)

          Non so perché dalle tue “bande” non si dica … ma in Romagna (anche in senso extraterritoriale) e fino a Modena e provincia si dice così. Probabilmente la terra di passaggio sarà il Reggiano.

          In Germania “e più su” credo che il kebab lo identifichino segnatamente con gli “Immigrati Turchi” e la Pizza con gli “Immigrati Italiani”; tuttavia c’è qualche Leghista che sostiene che il Nord Europa_ almeno da quando ci sarebbe la Lega a rendere “Giustizia Identitaria”_ distinguerebbe tra “Obenitalien” e “Untenitalien” … bah !

        • Moi says:

          Anni prima (!) che il kebab arrivasse in Italia, tuttavia, un ragazzo di Nocera Inferiore (SA) mi spiegò che da loro è usanza popolare la pizza piegata in 4* detta “o’ portafogli’e” … e che dà alla pizza _ col senno di poi_ un aspetto “kebbabbesco” ;-)

          _____
          * prima si piega lungo un diametro, poi si piega lungo l’ asse di simmetria della semicorconferenza testé ottenuta … ci si ritrova,quindi, a tenere in mano un settore circolare di superficie 1/4 della pizza ma di spessore quadruplo.

        • Peucezio says:

          Che poi anche nella pizza cosa mai ci troverà la gente… A me non dispiace, ma sembra che se si va fuori, non si può risparmiare se non mangiando una pizza, ma io vedo che spesso nelle pizzerie, fra una cosa e l’altra spendi come niente più di venti euro a cranio, mentre conosco diverse vecchie trattorie milanesi ancora attive, dove con una dozzina di euro ti fai primo, secondo (di carne), contorno, vino, dessert e pure un amaro o una grappa per digerire.

        • Moi says:

          @ PEUCEZIO

          Ma infatti, con “La Crisi” è diventato di moda, almeno a Bologna, che la pizza si mangia a casa … recapitata a domicilio.

      • PinoMamet says:

        Sì, ma è proprio la mancanza di prospettiva storica che un po’ mi spaventa, un po’ mi infastidisce.

        Quelle persone che a tutti i costi vogliono essere legate al loro territorio da millenni di storia (chissà poi perchè!!) e se si prendessero la briga di consultare un archivio parrochiale scoprirebbero cose magari molto più interessanti sulla propria famiglia.
        Fa conto uno che si chiami Stradiotti e ce l’abbia con gli albanesi, tanto per fare un esempio (non credo lontano dalla realtà).
        O un “giovane” della mia città (d’importazione meridionale), che intervistato dal quotidiano locale in un servizio sui cognomi, disse di odiare il suo perchè “brutto” e troppo meridionale e non sapeva che significava, e si chiamava Paleocastro…
        (questo è un esempio vero)

        è giusto appiattire anni, secoli e millenni?

        Quando si parla di “tradizioni”, io ho sempre l’impressione (come ti dissi riguardo al cattolicesimo tradizionalista) che si voglia a tutti costi buttare il bambino e tenere l’acqua sporca.

        • Peucezio says:

          In effetti in molti casi, forse nella maggior parte, è così. basti pensare al celtismo: si “recuperano” cose mai esistite, da film fantasy americano di serie B e si trascurano tradizioni famigliari e locali vere.
          Ma questo è legato al solito semi-acculturamento di larghissime fasce della popolazione, che non hanno più la loro tradizione, hanno fatto un po’ di storia alla scuola media o alle superiori, ci hanno capito poco e farfugliano di Celti da una parte e di “cultura giudaico-cristiana” dall’altra. Parafrasando don Curzio Nitoglia (visto che hai citato i cattolici tradizionalisti), che lo disse riferendosi in particolare a Fini, chi parla di “cultura giudaico-cristiana” non ha la più pallida idea né di cosa sia il giudaismo, né il cristianesimo, né tantomeno la cultura.
          Ricordo la moglie italo-inglese di un mio parente di Bari, una brava ragazza con una tipica faccia da inglesina, che pensava che gli inglesi fossero celti e le dovetti spiegare che invece sono germani.

          Ciò di cui parlavo sono cose più simpatiche, sicuramente note agli antropologi e che ovviamente non hanno nulla a che fare con queste riappropriazioni fasulle da semi-alfabetizzati, ma con una genuina percezione popolare della realtà: ricordo per esempio a Casamassima, in provincia di Bari, un paesano a cui, vedendo una chiesa parzialmente coperta da impalcature perché in corso di restauro, domandai a che epoca risalisse e che mi rispose: “Eh, chi si ricorda, io l’ho sempre vista qui…”, oppure un altamurano (o irsinese, non sono sicuro) che, in una registrazione di indagini sul campo, raccontava uno di quegli aneddoti popolari riferiti a Gesù, San Pietro e ovviamente privi di qualsiasi riferimento scritturale e alla fine aggiungeva che quando erano successe queste cose lui non era nemmeno nato.

        • PinoMamet says:

          ” “Eh, chi si ricorda, io l’ho sempre vista qui…”

          Beh, questa è fantastica!
          Sembra la barzelletta sul milanese che si vanta con l’americano della rispettiva velocità a costruire (tanto per restare in tema col post!) e mostrando il Duomo dice “visto? sono passato ieri sera e non c’era niente…”

        • paniscus says:

          “Fa conto uno che si chiami Stradiotti e ce l’abbia con gli albanesi, tanto per fare un esempio (non credo lontano dalla realtà).
          O un “giovane” della mia città (d’importazione meridionale), che intervistato dal quotidiano locale in un servizio sui cognomi, disse di odiare il suo perchè “brutto” e troppo meridionale e non sapeva che significava, e si chiamava Paleocastro…”

          ————

          Personalmente posso contare tra le mie dirette conoscenze personali un signore che si chiama SINGALI e che sbraitava contro i rom, e una che si chiama PALMISANO e che si lamentava che gli insegnanti meridionali arrivano a fregare il posto di lavoro a quelli nativi del luogo. :)

          Lisa

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  3. che se la costruiscano la loro ‘veneto green city’ e possibilmente ci crepino anche!

  4. nic says:

    Miguel, ma davvero pensi che tra Cazzago e Cacco ci sia qualcosa o qualcuno da “preservare”? Visto che all’orizzonte non si avvistano bombardieri, mi accontento del vuoto spinto di un bel centro di concentrazione commerciale.

    • oberon says:

      la cosa da preservare è il suolo fertile pianeggiante, che è ciò che ci nutre e sempre più dovrà farlo via via che le risorse del pianeta si impoveriscono. Una volta distrutto lo strato fertile, questo richiede secoli per ricostituirsi. È un patrimonio da preservare per i nostri discendenti, come si fa per i gioielli di famiglia. Grazie miguel per questo post.

      • Francesco says:

        Stranissimo, allora, che il mercato delle proprietà immobiliari non sconti questo fatto

        Di solito sono bravissimi a mettere i loro soldi dove frutteranno di più

        E in tempi di carestia il prezzo del grano vola alle stelle

      • PinoMamet says:

        Francesco

        l’erosione del suolo agricolo a favore dell’urbanizzazione è un dato di fatto in Italia, con cifre assai preoccupanti che mi erano state fornite quando scrissi un documentario.

        Non capisco il tuo ragionamento “di solito sono assai bravi a mettere i soldi dove fruttano di più”, di chi parli? E a cosa ti riferisci?

        per un palazzinaro “frutta di più” poter costruire, per il singolo agricoltore (come ne ho sentiti intervistati nel documentario medesimo) “frutta di più” poter vendere il terreno come suolo edificabile, mentre per la collettività, a lungo termine, si tratta di una scelta perdente e con alti costi
        (non solo per la produzione agricola, che in realtà è per ora il minore dei problemi- almeno in Italia, visto che la maggioranza dei prodotti sono comunque importati- ma per la gestione del suolo: dissesti idrogeologici e così via, da cui succede che appena piove si allaga un intero paese e franano le strade, con alti costi sociali ed economici…)

        PS
        Certo che deve essere consolante avere un religione dove c’è una divinità che pensa a tutto: nella tua, si chiama Mercato ;)

  5. Moi says:

    “origini giudaico cristiane del popolo veneto”

    ————————
    Ma infatti, nello stesso araldo di questo agiotoponimo dedicato a un santo cristiano coesistono una Croce Norrena e ben due Maghen David

    http://it.wikipedia.org/wiki/File:Coat_of_arms_of_San_Bonifacio_(municipality).svg

    Inoltre l’etnografia del parlare quotidiano ci ricorda costantemente che il Cattolicesimo, a differenza dell l’ Islam … “accetta le critiche”.

    ;-) :-) ;-) :-)

    • PinoMamet says:

      Radici giudaico-cristiane:

      nell’uso del politico italiano, ci si ricorda esclusivamente della parte “cristiana”, in funzione “basta marocchini, negri e comunisti”;
      della parte “giudaico” ci si ricorda giusto per fare la faccia compunta il 27 Gennaio e dire che Israele fa bene a tenere gli arabi dietro un muro
      (per entrambe le semplificazioni, il responsabile è il politicante medio italiano, non il sottoscritto).

      però Conegliano Veneto ha avuto davvero una consistente comunità ebraica, trattata con alti e numerosi bassi quando il “popolo veneto” era “libero” (cioè sottoposto a Venezia), e poi liberata da Napoleone, che in Veneto però mi sembra poco popolare.
      Adesso la sinagoga di Conegliano è a Gerusalemme:
      http://it.wikipedia.org/wiki/Conegliano#La_comunit.C3.A0_ebraica

      • Peucezio says:

        Certo, ma infatti è l’abbinamento che è una contraddizione in termini.
        I giudei in Italia ci sono da duemila anni (nelle città greche dell’Italia Meridionale forse anche da prima, già dall’epoca ellenistica), gli zingari da circa cinquecento.
        Ma se i secondi, sia pure superficialmente e formalmente, hanno in genere accettato il cristianesimo, i primi davvero non si capisce quale relazione abbiano con esso (a parte l’odio, gli insulti talmudici a Cristo e alla Madonna, le maledizioni contro i cristiani che sovente pronunciano, per secoli ricambiati peraltro con moneta non molto diversa).

      • Moi says:

        @ PEUCEZIO

        […] “insulti TALMUDICI” (sic) […]

        —————————-

        Cioè, rititeni che i Goyim Italici abbiano appreso la propria peculiare blasfemolalìa dagli Ebrei ?! Potrei capire per il Sud (anche se il Sud generalmente è più “devoto” limitandosi ai santi) e il Centro SubAppenninico a rigorosa (!) eccezione della Toscana …

        Ma allora perché più su, invece, non si risparmia neanche Dio ? … Anzi, i santi neppure vengono bestemmiati probabilmente (!) perché si ritiene tanto senza Dio ad ascoltarli o meno non contano nulla !

      • mirkhond says:

        Conegliano Veneto è la patria di origine della famiglia ebraica dei Pincherle, da cui discende il famoso Alberto Moravia.
        ciao

  6. Moi says:

    “Non venite a parlarci di «città» e «campagna», né della loro ormai antiquata opposizione.

    —-

    Mi viene in mente un vecchio documentario che vidi sugli “Inglesi Brava Gente” che in Australia e Nuova Zelanda sottraevano i bambini “selvaggi” alle famiglie Mahori e Aborigene perché altrimenti non avrebbero mai accettato l’ idea “contronatura” di praticare l’ agricoltura …

  7. p says:

    È che zaia e tanto più il prete dovrebbero sapere, avendo cotali radici, che l’unico amore incondizionato è quello di dio.
    Come volevasi dimostrare.p
    Ps: comunque esistono ancora, come incubo, città e campagna. Non è di questo tempo farle sparire.

  8. Mondo cane says:

    Ma zaia e i suoi omologhi di varia stazza (politica), affini o contigui, non erano quelli che si espressero contro l’installazione dei campi fotovoltaici per preservare i terreni agricoli di pregio? Sorvolando l’idea dei grandi campi fotovoltaici.

  9. Per Peucezio

    “Ricordo la moglie italo-inglese di un mio parente di Bari, una brava ragazza con una tipica faccia da inglesina, che pensava che gli inglesi fossero celti e le dovetti spiegare che invece sono germani.”

    In realtà, le origini genetiche degli inglesi sono tutt’altro che chiare.

    Culturalmente e linguisticamente, c’è una rottura totale tra il periodo celto-romano (importante anche il secondo aggettivo) e quello anglosassone. Ma geneticamente?

    E poi, chi erano “i celti”? Con ogni probabilità erano “celti” quanto gli anatolici oggi sono “turchi”. E magari hanno ragione quei genetisti che segnalano parentele tra inglesi e baschi.

    • Peucezio says:

      Sì, beh, lì ci si riferiva alla stirpe come fatto linguistico.
      Geneticamente qualcosa dei Celti sarà forse rimasto nell’Europa centrale, fra Germania del sud, Boemia, area peri-alpina…
      Su inglesi e baschi, direi che è ai limiti dell’ovvio. Una volta si diceva che i popoli preindoeuropei delle Isole Britanniche erano venuti dalla Penisola Iberica, non so bene basandosi su cosa. Oggi sappiamo che esiste una sorta di sostrato genetico europeo-occidentale, sovrapponibile alla la razza atlanto-mediterranea o litoranea dell’antropologia fisica classica, che è legato probabilmente all’Uomo di Cro-Magnon o comunque all’Homo Sapiens più antico in Europa, presente dal Paleolitico e precedente alla rivoluzione agricola e alla diffusione in Europa di elementi genetici vicinorientali.

  10. Per Nic

    “Miguel, ma davvero pensi che tra Cazzago e Cacco ci sia qualcosa o qualcuno da “preservare”? Visto che all’orizzonte non si avvistano bombardieri, mi accontento del vuoto spinto di un bel centro di concentrazione commerciale.”

    :-) Conosco abbastanza bene la zona, da non farmi troppe illusioni… ma la domanda non va posta a me, bensì ai leghisti, che a parole dicono che c’è sì qualcosa da preservare.

    La Donatella Galli, che non so perché ma mi sta simpatica, a questo punto dovrebbe restituire la tessera della Lega.

    E in ogni caso, l’episodio ci insegna qualcosa sulla natura artificiosa dello spettacolo “destra retriva contro sinistra progressista”, e questo per me è un punto fondamentale.

    Comunque, per me, non è un problema di conservare qualcosa, ma di guardare ciò che avanza: ossia, la costruzione di immensi feudi privati, che sono l’elemento cardine della nuova urbanistica.

  11. Tra le cose fondamentali che esulano del tutto allo spettacolare scontro “destra contro sinistra”, c’è la questione della nuova urbanistica.

    Cioè la divisione del pianeta in una minoranza di centri sempre più privatizzati – fortezze, centri “polivalenti”, megaresidenze – e le vaste distese esterne degli slum, che servono sia per i servitori dei suddetti centri privatizzati, che per le grandi masse semplicemente escluse.

    Questo è un discorso di un’importanza cruciale, ma non rientra nei temi di discussione tra Berlusconi e Travaglio, o – per scendere di livello – tra i CARC e Forza Nuova.

    • nic says:

      Miguel:
      – Cioè la divisione del pianeta in una minoranza di centri sempre più privatizzati – fortezze, centri “polivalenti”, megaresidenze – e le vaste distese esterne degli slum, che servono sia per i servitori dei suddetti centri privatizzati, che per le grandi masse semplicemente escluse —

      E questo è un male?

      Io adoro i mega centri commerciali (scandalo! salgo del closet ;-)

      Esteticamente rappresentano la razionalizzazione estrema del consumo per il consumo in una sorta di perfetto vuoto architettonico minimalista e funzionale esclusivamente alla glorificazione della merce esposta tra percorsi obbligati di deambulazione volontaria. Come tali sono le uniche opere d’arte originali (e oneste) dell’architettura di questa epoca e società. L’equivalente contemporaneo delle cattedrali o delle piramidi. Ma soprattutto hanno effetti indiscutibilmente positivi ed immediati sul territorio limitrofo. Il primo e più evidente è la chiusura di tutti i negozi superflui del quartiere: le boutiques, i “negozietti”, i baretti simpatici, i parrucchieri alla moda ed i posticini carini con la conseguente riduzione dei consumatori in circolazione e del traffico di macchine e pedoni, a cui segue l’inevitabile fuga delle banche, dei “servizi”, dei metronotte, delle camere di vigilanza, dell’illuminazione notturna, dei parcheggi a pagamento, dei semafori, della “sicurezza”, delle immobiliari, dei piani di ristrutturazione, ecc. Restano solo i panettieri, il minisupesfigato, il kebabbaro, la pizzeria malfamata e molti spazi finalmente vuoti di merci. In sintesi: la liberazione del territorio sociale dall’oppressione del libero mercato, evento che nella neolingua si suole chiamare “degrado urbanistico” o “slum”. Dove ci si vede in una piazza, sugli scalini, senza poter consumare merci e immagini (eccetto qualche birra o sostanza proibita).

      Anche a livello sociale – di “classe” si diceva un tempo – l’estinzione del piccolo commerciante (bottegaio rivendidore evasore), sostituito per il commesso operaio precario mi sembra un buon passo avanti verso la chiarezza dei ruoli.

      E per ultimo, l’effetto di extraterritorialità totale che provo ad entrare (rarissimamente, li adoro sì, ma da distante… :-) in questi campi di concentrazione del consumo, identici in tutto il mondo più che gli aeroporti, è più che positivo per il mio equilibrio psichico ricordandomi che fuori c’è la vita e che se invece sto lì è solo per futile necessità indotta di consumo. Non si mescolano affetti, amicizie, conoscenze o abitudini.
      Solo il mercato, duro e puro.

      • Francesco says:

        c’è qualcosa che mi piace im questo post

        dovrò rifletterci

        :O

      • Peucezio says:

        Ma perché il territorio sociale dev’essere liberato dal mercato?
        E se ci togli il mercato cosa ci rimane? Nelle interazioni umane tutto è mercato, e questo dall’alba dei tempi. Anche in famiglia, persono nella coppia, con i figli, i genitori… Anche il lattante che viene saziato e cullato ricambia addormentandosi e dando tregua e tranquillità ai genitori per qualche ora.
        Persino la religione è mercato, è fatta di scambio, di do tu des.

      • Francesco says:

        Peucezio

        prenderò questa tuo orrendo intervento come un segno, che devo proprio leggermi l’Enciclica del Papa Deus Caritas Est dove parla anche dell’economia del dono.

        E a quanto pare non hai mai sentito parlare di coliche …

        Ciao

        :)

      • nic says:

        Peucezio:

        Il “libero mercato” di cui parlo richiama un sistema socioeconomico storicamente determinato e relativamente nuovo per l’umanità. Un modello assoluto dove tutto si monetarizza e si intercambia in base all’unica regola del profitto monetario.

        Tu invece giochi con le parole, a meno che per esempio – ipotizzando che sia sposato – tua moglie organizzi ogni notte un’asta aperta tra gli inquilini per offrirsi al miglior offerente. :-) Il tuo stesso esempio del lattante non regge. Nel libero mercato, puro e duro, il genitore, dopo aver calcolato tempi e costi, vantaggi e svantaggi, benefici, investimenti e ricavi, apre immediatamente la finestra ed il lattante fa un ultimo volo.

        Nelle notti insonni, non posso negare d’averlo pensato :-)
        Ma fuori dal libero mercato, e dalla brianza :-), esiste l’Empatia. Anche per gli atei. Con Dio non faccio affari, se poi è a nostra immagine e somiglianza, mi fido poco.

      • Peucezio says:

        Certo che giocavo con le parole, nick, perché tu secondo me giochi coi concetti :P
        Scherzi a parte, non capisco perché le forme di economia e di commercio meno avanzate ti danno più fastidio, mentre quelle estreme le preferisci.
        E, al di là del mercato, che c’è di male che ci sia tanta gente e tante macchine (che è la stessa cosa, perché la macchina è un’estensione fisica dell’uomo contemporaneo) in giro? Non è meglio?

      • nic says:

        peucezio:
        sarà forse perché nutro ancora la vaga speranza che “quelle estreme”, in quanto tali, siano destinate a implodere -e qualche segnale s’intravvede – o perché disprezzo l’ipocrisia delle vie di mezzo, o perché, da generazioni stirpe d’impiegato fantozziano, detesto al bottegaio ignorante, felice ed arricchito o perché istintivamente non sopporto le città, le folle ed il traffico mi danno agorafobia ed in mancanza di khmers rouges che escono dalla selva mi accontento degli effetti da centro commerciale o sarà che mi affascinò fin da piccolo l’estetica decadente alla blade runner, i centri industriali dismessi, gli edifici abbandonati e l’edilizia popolare o perché ho avuto un’infanzia triste e conflittuale e se continui con ‘ste domande mi sembra di andare dallo psicanalista :-)

  12. Tra l’altro, la democrazia borghese (distinta dalla democrazia comunitaria dei contadini di tutto il mondo) nasce nel borgo, cioè nella città…

    ora quando lo spazio diventa privato, cessa di essere “di tutti”, e quindi la gestione non può essere democratica.

    Nella Veneto City, voglio vedere se qualcuno potrà organizzare una manifestazione per qualcosa, o volantinare, senza essere buttato fuori dalle guardie private.

    • mirkhond says:

      Questo perchè l’aria della città renderebbe liberi….liberi di opprimere tutti gli altri!

      • Francesco says:

        Caro Mirkhond

        questa tua riflessione ti vale il titolo di Reazionario del Millennio con ampio distacco, davanti a Tolstoj e Pol Pot.

        :)

        Francesco che da Milano andò al paesello e (Deo Gratia) tornò a Milano.

    • nic says:

      -Nella Veneto City, voglio vedere se qualcuno potrà organizzare una manifestazione per qualcosa, o volantinare, senza essere buttato fuori dalle guardie private.

      Per lo meno da “sinistra” non si criticheranno i black block se riusciranno a frantumare qualche vetrina.

    • Francesco says:

      credo basti chiedere il permesso ai padroni del centro commerciale

      che da decenni si arricchisce di iniziative “culturali” e altri elementi non strettamente di mercato perchè così al gente ci passa più volentieri il tempo (e spende di più)

      da notare come i primi frequentatori dei centri commerciali di periferia siano gli immigrati e i poveri autoctoni, che il riscaldamento o l’aria condizionata non si pagano

      come diceva uno, il volontariato insegna un sacco di cose utili

  13. mirkhond says:

    A proposito di tradizioni antiche

    “Reminiscenze della religione etrusca possono trovarsi in credenze popolari, tramandate di generazione in generazione fino ai giorni nostri. Nelle formule magiche, nelle dichiarazioni di vegliardi, nei versi e canti folcloristici, nei racconti, che Charles Godfrey Leland dichiara di aver raccolto nella zona dell’Appennino Tosco-Romagnolo e che pubblicò alla fine del secolo XIX, ricorrono, sotto forma di folletti o spiriti protettori di eventi quotidiani, vecchie divinità etrusche con il nome leggermente deformato.
    A mo’ di esempio si riporta un inno a Faflon:

    Faflon, Faflon, Faflon!
    A voi mi raccomando!
    Che l’uva nella mia vigna
    è multa scarsa, a voi mi raccomando,
    che mi fate avere buona vendemmia!

    Faflon, Faflon, Faflon!
    A voi mi raccomando!
    Che il vino della mia cantina
    me lo fate venire fondante,
    e molto buono,
    Faflon, Faflon, Faflon!

    La connessione di Faflon con l’etrusco Fufluns, il dio del vino corrispondente al greco Dioniso e al romano Bacco, è fin troppo evidente.”

    Giovannangelo Camporeale, Gli Etruschi, editore Utet 2011, p.216

    • mirkhond says:

      Pino, Moi, questa storia di Faflon vi risulta, o è solo una belinata inventata dal Leland?

  14. rossana says:

    Miguel, solo una precisazione sull’area: Cacco è una frazione (43 abitanti) che sta sull’altra sponda della Riviera del Brenta.
    Non viene quindi coinvolta dal progetto, che si sviluppa sull’area Dolo-Cazzago di Pianiga-Mirano, cioè strettamente a ridosso del lato opposto della Riviera del Brenta e dell’autostrada A4, non a caso già modificata provvedendo a un fantomatico casello a Dolo che, nonostante sia stato presentato come necessario ad allegerire il traffico in previsione di un’area metropolitana che dovrebbe inglobare tutti i comuni fra Padova e Venezia, ha in realtà la funzione strategica di servire appunto Veneto Green City.

    La storia del progetto parte da lontano e nasce dalla mente di certo Endrizzi, lo stesso che ha fatto costruire l’Ikea di Padova esattamente a fianco dell’uscita di Pd Est, creando problemi di congestionamento del traffico su uno snodo -PdEst-importante senza prevedere svincoli per far fluire il traffico in uscita, sbucando le auto direttamente su una rotatoria dove finiscono imbottigliate.
    La storia del progetto Veneto Green City, di quali società vi entrano e con quali capitali, di chi finanzia e chi sono i nomi che ruotano intorno alle varie società, alcune nate ben prima che ilprogetto fosse presentato, è tutto un programma (di malaffare).
    Per capirne bene la dimensione, credo sia utile leggerne la storia sul sito dei Cat, i comitati che – nel silenzio stampa generale, si stanno battendo per salvare gli ultimi scampoli di verde di una zona più che massacrata dall’edilizia selvaggia (e in sospetto di capitali mafiosi).
    Qui il link
    http://www.infocat.it/?page_id=29

    Un’ultima cortesia:
    chiederei, nel commentare l’imbecillità leghista, di non comprendere nel mazzo ogni veneto (o ogni altro abitante del nord).
    I leghsiti rappresentano solo se stessi, non il Veneto e non il Nord.
    Ricordo a Nic. che scrive che “non c’è nulla da salvare”, facendo di ogni veneto un leghista, che proprio sulla Riviera del Brenta di cui stiamo parlando, nel tratto fra Dolo e Mira, esiste una Località “Cesare Musatti”, nato a Dolo, il quale ebbe a dire che:” Per garantirsi una vita lunga, sana e dignitosa, non c’è che scegliersi con cura i genitori da cui farsi mettere al mondo”.
    L’applicherei pari pari anche all’intelligenza.
    Cosa di cui i leghsiti sono sprovvisti, ma non i veneti i quali, come ogni altra parte d’Italia, hanno dato i natali al Palladio, al Canova, a Vivaldi e a molti altri artisti, letterati, scultori, architetti, musicisti.
    Giusto per dire che il razzismo non nasce in queste terre, a Venezia, quella dove i leghisti duri e puri vanno all’assalto del Campanile di San Marco e sbarcano in Piazza con un carrarmato, è nato Marco Polo.
    I leghsiti sono solo se stessi, cioè quella fetta di imbecilli che purtroppo troviamo disseminata, magari con nomi e aggettivi diversi, lungo tutta la penisola.
    Dateci una mano a spazzarli via, invece di liquidare ogni veneto con un’etichetta che non ci fa onore.

    • nic says:

      – facendo di ogni veneto un leghista?
      Io faccio di ogni veneto (che si senta “veneto”) un veneto :-)
      Che sia poi leghista o progre per me è solo un dettaglio.
      Molto più grave è che sia brianzolo!

      — Per garantirsi una vita lunga, sana e dignitosa, non c’è che scegliersi con cura i genitori da cui farsi mettere al mondo”.

      Ma visto che non si può – almeno io non ci sono riuscito – limitandosi alla “dignità”, si può prendere un aereo ed andare a vivere a 15.000 km di distanza.

  15. Moi says:

    ***** “Il Medioevo sul Naso”

    ” Un medioevo INASPETTATO dalle mille invenzioni: occhiali e bottoni, ma anche forchetta e spaghetti, note musicali e polvere da sparo. Un racconto affascinante, una storia documentata di sorridente ironia e di immagini colorate. Il narratore è Chiara Frugoni, uno dei maggiori medievisti italiani, che crea un dizionario ideale del Medioevo con lievità e humour rispondendo a tante curiosità implicite o esplicite poste dalle nostre esperienze quotidiane di oggetti, usanze e modi di dire. ” [cit.] *******

    In questo ” inaspettato ” è racchiusa l’ essenza dell’ Immaginario Storico IperSemplificato da Scuola Pubblica … ma spesso anche Privata. Cioè l’ idea, sostenutissima dalla UAAR, che “durante il Medioevo a causa della Chiesa Cattolica il mondo regredisce, o comunque rallenta pesantissimamente il progresso … finché con il “Rinascimento”, appunto, non si “rinasce” riscoprendo il Paganesimo ergo si ricomincia finalmente a progredire. Tra “EuPaganesimo” della Nascita della Civiltà e “NeoPaganesimo” della Ri-Nascita stanno undici secoli in cui “si era stati morti”, un “periodo di mezzo”, “Medio Evo”.

    Il tutto per dimostrare OGGI che Concordato e Ottopermille sono da abolire ! :-)

    ——-
    PS

    Nulla di personale contro l’ autrice, era solo un commento all’ uso dell’ aggettivo “inaspettato”.

    • Moi says:

      D’altronde anche Napoleone Bonaparte dichiarava di avere liberato l’ Italia dai Quattordici Secoli di Cristianesimo Papista per ridare in futuro a Roma lo splendore preduto.

    • PinoMamet says:

      Naturalmente Moi c’è anche il mito uguale e contrario, spacciato in lungo e largo dai cattolici (specie “ciellosi”) per il quale il Medioevo era l’epoca in cui si era tutti “vicini a Dio”, si costruivano bellissime cattedrali e il servo della gleba voleva tanto bene al nobile che gli rubava il pane, perché li metteva d’accordo il prete fregandosene un altro pezzetto e raccontando l’apologo di Menenio Agrippa in salsa cristiana.

      Il mito UAARista è anche imparentato a quello di matrice statunitense (visto che ovviamente, se gli USA devono essere la terra promessa, l’Europa deve necessariamente fare schifo) per cui nel Medioevo si era tutti brutti sporchi e cattivi, non si sapeva far di conto e si viveva fino a trent’anni, oppressi da cattivissimi vescovi.
      Però gli USA, che sono più trash e in fondo che ne sanno, corredano sempre di particolari splatter
      (tipici i film americani dove tutti sono stracciati e pare che nessuno conosca l’uso di ago e filo, finchè improvvisamente nel Settecento è tutto un tripudio di ricami…).

      In tutto questo, il Medioevo sono forse i mille anni più fraintesi della storia europea.

      • Francesco says:

        vorrei difendere la storiografia “ciellina” sul Medioevo, periodo già bistrattato nel nome, che indica qualcosa di secondario/trascurabile/insignificante tra l’Età Antica e il Rinascimento :(

        non è esatto dire che viene descritto come un’Età dell’Oro, però è giusto rilevare che tutti (o quasi) erano “vicini a Dio” molto più di quanto oggi si riesca a capire :)
        e quanto a cattedrali, abbazie, università, santi e teologia non c’era carenza alcuna

        poi si menavano di brutto e scopavano anche ma questo è scandalo per le anime belle :(

      • PinoMamet says:

        Francesco

        io ti parlo di un “professore di religione” (ovvero prete inviato su indicazione della Curia, lo virgoletto perchè non mi risulta abbia mai superato un concorso o altra forma di abilitazione all’insegnamento).

        Un giorno poi mi spiegherete cosa vuol dire “vicini a Dio”. Una volta venni in università e, dietro domanda, dissi di aver parcheggiato “a casa di Dio” (notissima e comunissima espressione locale, tranquillamente usata anche dai sacerdoti) e il ragazzo “cattolico” di turno (un faccia di culo, per inciso, anche a livello fisico) volle mostrarsi gravemente scandalizzato.
        Quindi escludo si tratti di una vicinanza fisica o geografica.
        Visto che, come mi insegni, ci si ammazza di botte e si scopava, escluderei anche una qualche vicinanza etica.
        L’espressione mi rimane perciò misteriosa! ;)

        Sono il primo a essere pronto a “spezzare una lancia” sul Medioevo, anche se non è l’epoca in cui sono specializzato e neanche quella che trovo più affascinante.

        Però rilevo che il mito (che tale è) del “povero servo della gleba”, pur declinato in salse diverse, fa comodo a tutti (cattolici, anticattolici, comunisti, ammeregani…), tranne che alla verità, ovviamente.

        Ciao!!

      • Ritvan says:

        —-Però rilevo che il mito (che tale è) del “povero servo della gleba”, pur declinato in salse diverse, fa comodo a tutti (cattolici, anticattolici, comunisti, ammeregani…), tranne che alla verità, ovviamente. Pino Mamet—
        Scusa, caro Pino, ma perché “povero servo della gleba”sarebbe un “mito”? O che era forse ricco il servo della gleba? O non era forse “legato” alla gleba (zolla) della terra che coltivava e se tentava di allontanarsi veniva ripreso e riportato indietro? E non era forse obbligato a fare delle corvees per il padrone feudale della terra? A me risulta che l’unico “mito” sia stato il cosiddetto jus primae noctis..oddio, non è che il padrone feudale non potesse trombarsi – in un modo o in un altro – la contadinotta serva della gleba, ci mancherebbe altro:-), però “codificarlo” fra i privilegi feudali riconosciuti sarebbe stato un pugno in un occhio per la Santa Romana Chiesa, pertanto, magari si faceva aumma-aumma, altro che “jus”….

      • PinoMamet says:

        Ripeto, non sono uno specialista, ma a quello che so nei documenti perlomeno italiani (e immagino che in Europa la situazione fosse poco diversa) si parla di una varietà di figure “contrattuali” con diritti e doveri assai diversificati (casati, manenti e una dozzina di altri che non ricordo), che non necessariamente erano miseri e straccioni (non è detto che anzi in qualche caso non fossero relativamente benestanti), e almeno in teoria non erano affatto lasciati all’arbitrio del più potente.
        Poi c’era tutta la serie di quelli che in Inghilterra chiamavano “yeomen” e qui da noi non so, ma erano piuttosto numerosi.
        Entrambe le categorie erano soggette a vari tipi di servizio, anche militare, di nuovo non necessariamente come “peoni” carna da macello
        (anzi, lessi non so più dove che le schiere dei cavallieri tali anche per ordine sociale erano poi spesso integrate da cavallieri di fatto reclutati tra questi ultimi ecc. ecc.)

        anche la popolazione studentesca universitaria e i famosi clerici (vagantes o meno) sapevo che era prevalentemente di origine contadina: evidentemente, se un buon numero poteva permettersi di studiare alle università europee (o bighellonare bevendo e scopando) non se la dovevano passare sempre così male!

        Poi oltre al lato geografico, c’è da considerare anche quello temporale: mille anni non sono pochi, e la situazione sociale del Trecento in Puglia, per dirne una a caso, poteva essere completamente diversa da quella dell’anno 850 in Provenza…

        insomma, sono le generalizzazioni che mi stanno sulle balle, specie quando sono utilizzate per qualche “agenda” :)

      • Ritvan says:

        A proposito di servi della gleba versus comunisti…forse i compagni di qui dovrebbero sapere che nel Paradiso Socialista di Enver Hoxha la situazione dei contadini non era tanto dissimile da quella dei servi della gleba medievali. Compreso l’obbligo di non allontanarsi dalla “cooperativa” (per magari scendere in città dove la vita era un po’ più sopportabile). Ed era lo Stato (il Grande Feudatario proprietario di tutte le terre) che stabiliva le tariffe dei servizi agricoli (aratura con trattori e altro, le cooperative non potevano disporre di trattori o altri macchinari, i quali venivano forniti dallo Stato attraverso apposite agenzie, definite SMT-Stazione Macchine e Trattori), tariffe ovviamente da strozzini, nonché i prezzi dei prodotti agricoli che le suddette cooperative dovevano per forza consegnare allo Stato nelle quantità e qualità stabilite…sempre dallo Stato. Prezzi, naturalmente:-) ridicoli. Così, nella stragrande maggioranza dei casi (e nella quasi totalità nei casi di cooperative situate in terreni collinari-montuosi, ovvero, dato il rilevo del Paese, nel 70-80% di esse) finiva che la cosiddetta “giornata di lavoro” del contadino (che non era una sorta di “stipendio fisso”, bensì la differenza annuale fra gli introiti della cooperativa e le spese, divisa per i giorni lavorativi effettuati dai contadini) risultava di circa 10-15 lek. E se i kompagni obiettassero che con 10-15 lek chissà quante meraviglie ci si comprava nel Paradiso di Hoxha…beh, sappiano che 1 kg di pane (nero e schifoso, ma pur sempre pane) costava ben 20 lek! Idem 1 kg di pasta o di riso. E un kg di zucchero…ben 80 lek! Basta, kompagni, o devo continuare?
        Ah, poi, dimenticavo, il pane consentito ai contadini delle cooperative era esclusivamente quello di granturco, infinitamente peggiore del pur schifosissimo pane nero di grano sopramenzionato, riservato alle città. Ma costava uguale al chilo, eh!
        P.S. Naturalmente c’era anche lo ius primae noctis in versione aumma-aumma. I caporioni, scelti dal Capo della cooperativa (il quale, a sua volta, era nominato dallo Stato, mica eletto dai contadini) e comandanti una “brigata” (ossia un’unità produttiva) e chiamati pertanto “brigadieri”, si trombavano le donne più appetibili, in cambio di assegnazione di un lavoro meno faticoso e bestiale. Tanto diffusa era la pratica che a quel tempo per dare del “bastardo” a qualcuno fu coniata l’espressione “figlio di un brigadiere”……
        P.S.2 Ecco leggendo il P.S.1 forse qualcuno capirà il perché dall’Albania – Paese che come già detto non aveva mai conosciuto la prostituzione prima della IIGM -si siano riversati in Italia tanti lenoni, puttane e simili….brigadieri o loro figli, lo splendido risultato della Creazione Dell’Uomo Nuovo Socialista.
        P.S.3 Ah, dimenticavo, il solito kompagno magari mi chiederà come facesse a campare con 10-15 lek al giorno (lavorativo) e col pane a 20 lek il chilo chi non aveva una “tessera” da “jus primae noctis” da offrire al brigadiere. Elementare Watson. Rubava. Di notte. Il frutto del proprio lavoro nei campi, appena maturato. E questo vi spiega il perché dall’Albania vi sono arrivati pure un sacco di rapinatori di ville e quant’altro di delinquenziale…perché il vizio, una volta inculcato è difficile da perdere.

      • Roberto says:

        Ritvan, però un albanesofilo come me non può trasecolare leggendo il tuo post che non spiega da dove saltano fuori gli albanesi colti, simpatici e per bene che ho conosciuto :-)

      • Francesco says:

        >> Un giorno poi mi spiegherete cosa vuol dire “vicini a Dio”.

        non credo proprio sia una questione di “spiegazioni”. quando inizieremo a concordare su questo, si potrà iniziare :)

        ciao

        PS “a casa di Dio” è espressione abbastanza accettabile, però povero ragazzotto, che poi aveva già il carico di una gran bruttezza!

      • PinoMamet says:

        Ritvan

        grazie per l’intervento sulla realtà albanese del tempo di Hoxha, ma.. che c’azzecca? ;)

        voglio dire, me chiedi come stavano i servi della gleba, ti rispondo “non così male”, mi ri-rispondi “comunque in Albania i contadini stavano male quanto i servi della gleba”…
        dai Ritvan, è un po’ quello che dicevo, cioè stiracchiare l’immaginario medievale per sostenere tesi tutte diverse
        (non che non creda alla tua descrizione, che c’entra, ci credo eccome).

        Francesco
        Mamma mia, c’ha ragione mio padre “troppa amicizia col prete e il medico, vivi sempre ammalato e muori eretico!”

        a voi cattolici non va proprio mai bene niente!

        Comunque, se le cose stanno così, ti dirò che la persona più “vicina a Dio” che conosco è quel senegalese “baay fall” o “amico dei sufi” che ti dicevo… anche se per un periodo ho sospettato seriamente che fosse il demonio (e ancora non mi sono fatto del tutto convinto…)!

      • Ritvan says:

        —Ritvan grazie per l’intervento sulla realtà albanese del tempo di Hoxha, ma.. che c’azzecca? voglio dire, me chiedi come stavano i servi della gleba, ti rispondo “non così male”, mi ri-rispondi “comunque in Albania i contadini stavano male quanto i servi della gleba”…Pino Mamet—
        O Glorioso emulo di Di Pietro:-), c’azzecca eccome. Ti ricordo DI NUOVO che hai scritto in fondo al tuo commento del 13/02/2012 at 5:53 pm ” Però rilevo che il mito…del “povero servo della gleba”…. fa comodo a tutti (cattolici, anticattolici, comunisti, ammeregani…)…”. I COMUNISTI li hai tirati in ballo tu e poi ti lamenti se ti descrivo la “servitù della gleba” dei comunisti??!! Dimmi almeno che quelli di Hoxha non erano “veri” comunisti, cribbio!:-)

      • Francesco says:

        Caro Pino

        non ho ben capito se mi hai dato del cattolico noioso o dell’eretico rompiballe

        puoi chiarire?

        :D

        ciao

      • Ritvan says:

        —-Ritvan, però un albanesofilo come me non può trasecolare leggendo il tuo post che non spiega da dove saltano fuori gli albanesi colti, simpatici e per bene che ho conosciuto:-) Roberto—
        Volevi dire “non può NON trasecolare”, vero?:-). Sicuramente non da cooperative in cui si distribuiva ai “servi della gleba socialista” 10 lek per giornata di lavoro, con 1 kg di pane che costava 20 lek. Però – come i tuoi amici albanesi “colti, simpatici e per bene” ti potranno confermare – solo una parte della popolazione rurale albanese lavorava nelle sullodate cooperative. Le aziende agricole statali, invece, erogavano “normali” salari, equivalenti a quelli degli operai di città, che consentivano di sopravvivere in una dignitosa…miseria, senza dover rubare, né prostituirsi. Il salario medio di un operaio era di 4500-5000 lek al mese (170-190 lek per giornata di lavoro, ovvero 17-19 VOLTE quello del “servo della gleba socialista”!!), quello di un impiegato 6-7 000 (sempre mensili) e quello di un alto dirigente 9-10 000. Non vi erano in Albania stipendi superiori a 12 000 lek mensili, tetto che solo i membri del CC del Partito (Enver Hoxha compreso) raggiungevano (ma naturalmente:-), loro avevano altri “benefits” in natura). Per farti un esempio, mio padre, medico e direttore del Dispensario antiTBC di Valona guadagnava 10 000 lek al mese e mia madre, insegnante delle medie, 6 500.
        P.S. A mio immodesto:-) avviso i tuoi cari amici albanesi “colti, simpatici e per bene” probabilmente non ti hanno informato di queste cosette o per un certo senso di “pudore patriottico” oppure perché erano rampolli della nomenclatura comunista.

      • roberto says:

        certo “non puo’ non trasecolare”

        invece storie come le tue le ho sentite un po’ da tutti, ma spesso raccontate in modo molto più emotivo.

        le persone che frequentavo in italia erano alcuni studenti in italia con una borsa di studio (quindi immagino di famiglia “giusta”), altri studenti arrivati a vario titolo in italia con storie abbastanza complicate (quindi immagino non di famiglia “giusta”) più un gruppetto di giudici, giovani e ferocissimamente anticomunisti (siamo tra il 2000 ed il 2003).

        devo dire che l’unica persona che mi ha mai parlato bene del regime albanese era uno zio (pace all’anima, che se ne è andato da un po’) filohoxiano. zio era predsidente di una mini associazione di “amici dell’albania” ed in quanto tale era regolarmente invitato a fare le vacanze in camper e gommone in albania (ti parlo della fine degli anni settanta), paese che descriveva come l’arcadia.
        ho sempre avuto la sensazione che zio facesse, come diresti tu, giochi erotici con i culetti altrui, però sicuramente mi viene da lui e dalle foto che ci mostrava una certa fascinazione per il tuo paese.

      • Ritvan says:

        —-invece storie come le tue le ho sentite un po’ da tutti, ma spesso raccontate in modo molto più emotivo. Roberto—
        E allora, caro robby, perché non ti fidavi dei miei racconti sui “servi della gleba socialista” e mi scrivevi “il tuo post che non spiega da dove saltano fuori gli albanesi colti, simpatici e per bene che ho conosciuto”? La verità va detta, anche se spiacevole….

        —-le persone che frequentavo in italia erano alcuni studenti in italia con una borsa di studio (quindi immagino di famiglia “giusta”)—-
        Se arrivati prima del 1990, sì.
        —altri studenti arrivati a vario titolo in italia con storie abbastanza complicate (quindi immagino non di famiglia “giusta”)—
        Immagini bene.
        —più un gruppetto di giudici, giovani e ferocissimamente anticomunisti (siamo tra il 2000 ed il 2003).—
        Immagino siano stati in gran parte il “prodotto” della “decomunistizazzione veloce” della magistratura operata da Berisha, il quale istituì negli anni ’90 una specie di “laurea brevissima” (mi pare 1 anno o poco più) in Giurisprudenza, riservata a ex-perseguitati politici e/o loro rampolli (e, ovviamente, anche ad amici ed amici degli amici di Berisha e della sua “corte”), subito nominati giudici appena “laureati”, per sostituire quelli – tutti – provenienti da famiglie fedelissime al passato regime. Poi, con tutto il rispetto per i tuoi amici giudici albanesi, io non mi fido molto dei “ferocissimamente anticomunisti”…sai, ricordo la fulminante battuta (a volte attribuita a Maccari e a volte a Flaiano) sugli antifascisti “In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti propriamente detti e gli antifascisti”:-)

        —-devo dire che l’unica persona che mi ha mai parlato bene del regime albanese era uno zio (pace all’anima, che se ne è andato da un po’) filohoxiano. zio era predsidente di una mini associazione di “amici dell’albania” ed in quanto tale era regolarmente invitato a fare le vacanze in camper e gommone in albania (ti parlo della fine degli anni settanta), paese che descriveva come l’arcadia. ho sempre avuto la sensazione che zio facesse, come diresti tu, giochi erotici con i culetti altrui, però sicuramente mi viene da lui e dalle foto che ci mostrava una certa fascinazione per il tuo paese.—
        No, io credo proprio che tuo zio fosse in buona fede. Vedi, io conosco abbastanza bene il modo in cui il regime trattava i “turisti sul gommone” marxisti e membri di associazioni d’amicizia con l’Albania. Erano sempre accompagnati da un addetto della Sigurimi (la polizia politica) con la scusa della traduzione e della sicurezza e i loro itinerari erano rigidamente pianificati in anticipo e non ammettevano deroghe di sorta. Insomma, c’erano in Albania anche alcune “isole felici” dove i contadini non versavano nella miseria più nera e lì il regime mandava quelli come tuo zio.

      • PinoMamet says:

        Ritvan

        io tiravo in ballo i comunisti (e anche gli anticomunisti) per dire che il mito dei servi della gleba sempre e comunque morti di fame serve un po’ a tutti;
        tu mi rispondi citando la situazione dei contadini albanesi “hoxhiani” e usando come paragone… proprio il mito dei servi della gleba sempre e comunque morti di fame;
        me so’ spiegato? ;)
        voglio dire, il tuo esempio sarà senz’altro no vero, VERISSIMO, io però contesto l’uso del mito come termine di paragone.
        :)

        Francesco
        tu sei il cattolico rompiballe, io sono l’eretico noioso! ;)

      • Roberto says:

        “e allora, caro robby, perché non ti fidavi dei miei racconti sui “servi della gleba socialista” e mi scrivevi “il tuo post che non spiega da dove saltano fuori gli albanesi colti, simpatici e per bene che ho conosciuto”? La verità va detta, anche se spiacevole….”

        Ritvan non è che non mi fidavo, è che semplicemente mi sembrava un po’ cupo il tuo messaggio. Mica gli albanesi sono tutti papponi ladri e zoccole, non ti pare? :-)

      • Roberto says:

        “Erano sempre accompagnati da un addetto della Sigurimi (la polizia politica) con la scusa della traduzione”

        Confermo, ma non erano della sigurimi erano “guide” :-)

      • Ritvan says:

        —-…il tuo esempio sarà senz’altro no vero, VERISSIMO, io però contesto l’uso del mito come termine di paragone. Pino Mamet—
        Ah, beh, se mi vuoi dire che la servitù della gleba medievale era meno pesante di quella di Hoxha, niente da obiettare. Comunque, entrambe servitù della gleba rimangono…..

      • Ritvan says:

        —-Ritvan non è che non mi fidavo, è che semplicemente mi sembrava un po’ cupo il tuo messaggio. Roberto—
        Beh, caro mio, era semplicemente REALISTICO. Nel mondo contadino albanese (a cui apparteneva a quel tempo più del 60% della popolazione) la distruzione della famiglia patriarcale (e della morale ad essa annessa), della religione e il feroce sfruttamento da parte dello Stato non potevano non produrre mostri. Del resto, la stessa saggezza popolare millenaria albanese ha coniato il detto “fukarallek-maskarallek”(povertà-mascalzonagine). Vorresti forse opporti alla millenaria saggezza del Glorioso Popolo Albanese?!:-)

        —-Mica gli albanesi sono tutti papponi ladri e zoccole, non ti pare?—
        Non ho mai detto e né pensato questo, caro il mio leghista alla rovescia:-), però non posso far lo struzzo buonista e sostenere – con grande sprezzo della Scienza Statistica – che le suddette attività criminali abbiano la stessa incidenza sulla popolazione come in Svezia, eh!:-) E ti ho dato una spiegazione del fenomeno…se non ti piace, pazienza….non mi vorrai mica dire che noialtri albanesi siamo GENETICAMENTE più predisposti a ladrocinio, papponaggio et similia??!!:-):-)

        —-Confermo, ma non erano della sigurimi erano “guide”:-)—
        Gia, ed Enver Hoxha era solo un umile segretario del Comitato Centrale del Glorioso Partito, mica un dittatore onnipotente, cribbio!:-)

      • roberto says:

        “non mi vorrai mica dire che noialtri albanesi siamo GENETICAMENTE più predisposti a ladrocinio, papponaggio et similia??!!:-):-)”

        certo che no, tengo famiglia e voglio vivere ;-)

        pero’ posso dire che avete geneticamente la predisposizione a voler l’ultima parola su tutto :-)

        PS questa ovviamente era una battuta, ma al contrario ero rimasto molto colpito dal rispetto degli studenti albanesi per la mia misera persona che in quel momento rappresentava “l’autorità”…rispetto a serbi e croati che facevano a gara per cercare di dimostrare che non avevano nessun bisogno di un professore. Il numero di studenti era troppo piccolo per farne una statistica, ovvio, ma la cosa era evidente

        PPS. insegnavo in un master i cui studenti venivano tutti dai balcani, e tra croati, serbi bosniaci c’era un’atmosfera terrificante…

  16. Una notizia interessante, giratami da un amico che ha il vizio di non citare in maniera chiara le fonti:

    N.80 – 2 Febbraio 2012

    MADE IN ITALY: IN MANI STRANIERE MARCHI STORICI PER 5 MLD/ANNO

    Sono passati in mani straniere marchi storici dell’agroalimentare italiano per un fatturato di oltre 5 miliardi di euro nell’ultimo anno, anche per effetto della crisi che ha reso piu’ facili le operazioni di acquisizione nel nostro Paese. E’ l’allarme lanciato dal presidente della Coldiretti Sergio Marini in occasione dell’inaugurazione della Fieragricola di Verona, dove al padiglione 3 stand C2 è stato allestito “lo scaffale del Made in Italy che non c’è piu’”. Ad essere presi di mira sono sopratutto i prodotti simbolo dell’Italia e della dieta mediterranea, dall’olio al vino fino alle conserve di pomodoro. “Nello spazio di dodici mesi – sottolinea Marini – sono stati ceduti all’estero tre pezzi importanti del Made in Italy alimentare che sta diventando un appetibile terra di conquista per gli stranieri con la tutela dei marchi nazionali che è diventata una priorità per il Paese, da attuare anche con una apposita task force. Si è iniziato con l’importare materie prime dall’estero per produrre prodotti tricolori. Poi si è passati ad acquisire direttamente marchi storici e il prossimo passo rischia di essere la chiusura degli stabilimenti italiani per trasferirli all’estero. Un processo – continua il presidente di Coldiretti – favorito dalla crisi di fronte al quale occorre accelerare nella costruzione di una filiera agricola tutta italiana che veda direttamente protagonisti gli agricoltori per garantire quel legame con il territorio che ha consentito ai grandi marchi di raggiungere traguardi prestigiosi”. Ed è per questo che all’interno della Fieragricola la Coldiretti ha aperto la Bottega di Campagna Amica che si affianca alla grande distribuzione e ai negozi di prossimità e che va ad integrare la rete già attiva delle oltre cinquemila aziende agricole trasformate in punti vendita e dei mille mercati degli agricoltori già presenti su tutto il territorio nazionale. Si tratta della prima catena di vendita diretta organizzata degli agricoltori italiani che offre esclusivamente Made in Italy garantito dalla Fondazione Campagna Amica

    L’ultimo “pezzo da novanta” del Made in Italy a tavola a passare in mani straniere è stata – ricorda la Coldiretti – la Ar Pelati, acquisita dalla società Princes controllata dalla Giapponese Mitsubishi. Poche settimane prima era toccato alla Gancia, casa storica per la produzione di spumante, essere acquistata dall’oligarca Rustam Tariko, proprietario della banca e della vokda Russki Standard. La francese Lactalis è stata, invece protagonista – sottolinea la Coldiretti – dell’operazione che ha portato la Parmalat finire sotto controllo transalpino. Ma andando indietro negli anni non mancano altri casi importanti, dalla Bertolli, acquisita nel 2008 dal gruppo spagnolo SOS, alla Galbani, anche questa entrata in orbita Lactalis, nel 2006. Lo stesso anno gli spagnoli hanno messo le mani pure sulla Carapelli, dopo aver incamerato anche la Sasso appena dodici mesi prima. Nel 2005 – continua la Coldiretti – la francese Andros aveva acquisito le Fattorie Scaldasole, che in realtà parlavano straniero già dal 1985, con la vendita alla Heinz. Nel 2003 hanno cambiato bandiera anche la birra Peroni, passata all’azienda sudafricana SABMiller, e Invernizzi, di proprietà da vent’ani della Kraft e ora finita alla Lactalis. Negli anni Novanta erano state Locatelli e San Pellegrino ad entrare nel gruppo Nestlè, anche se poi la prima era stata “girata” alla solita Lactalis (1998). La stessa Nestlè – conclude la Coldiretti – possedeva già dal 1995 il marchio Antica gelateria del corso e addirittura dal 1988 la Buitoni e la Perugina.

    Secondo uno studio Coldiretti/Eurispes, il risultato è stato che oggi circa un terzo (33 per cento) della produzione complessiva dei prodotti agroalimentari venduti in Italia ed esportati deriva da materie prime agricole straniere, trasformate e vendute con il marchio Made in Italy, per un fatturato stimato in 51 miliardi. Da qui la necessità per la Coldiretti di applicare con trasparenza la legge nazionale sull’obbligo di indicare la provenienza in etichetta su tutti gli alimenti approvata dal Parlamento all’unanimità lo scorso anno.

    MARCHI DEL MADE IN ITALY CHE NON C’E’ PIU’

    2012
    PELATI AR – ANTONINO RUSSO – Acquisito nel 2012 dalla società Princes controllata dalla Giapponese Mitsubishi

    2011
    PARMALAT – Acquisita dalla francese Lactalis

    GANCIA – Acquisito dell’oligarca Rustam Tariko, proprietario della banca e della vokda Russki Standard

    2008
    BERTOLLI – Venduta a Unilever e quindi acquisita dal gruppo spagnolo SOS

    2006
    GALBANI – Acquisita dalla francese Lactalis

    CARAPELLI – Acquisita dal gruppo spagnolo SOS

    2005
    SASSO – Acquisita dal gruppo spagnolo SOS

    FATTORIE SCALDASOLE – Venduta a Heinz nel 1995 e quindi acquisita dalla francese Andros

    2003
    PERONI – Acquisita dall’azienda sudafricana SABMiller

    INVERNIZZI – Venduta a Kraft nel 1985 e quindi acquisita dalla francese Lactalis

    1998
    LOCATELLI – Venduta a Nestlè e quindi acquisita dalla francese Lactalis

    SAN PELLEGRINO – Acquisito nel 1998 dalla svizzera Nestle’

    1993
    ANTICA GELATERIA DEL CORSO – Acquista dalla svizzera Nestlè

    1988
    BUITONI – Acquisito dalla svizzera Nestlè

    PERUGINA – Acquisito dalla svizzera Nestlè

    Fonte: Coldiretti

    • Francesco says:

      embè? al massimo il danno di questi fatti è se li scopre la Camusso e li usa per difendere l’articolo 18

      per me l’olio fatto con olive palestinesi è potenzialmente buono quanto quello fatto con olive calabresi …

      saluti gastronomici

  17. Moi says:

    A proposito di “Identità” : nella foto si vede un’ allegra tavolata all’ aperto, verosimilmente di ristorante da non pochi “schei”, o “sghei”; stando al giornalista-scrittore Aldo Cazzullo, “sopra al Po”, mangiare all’ aperto lungo la strada era ritenuto un’ ignominiosa “terronata” … ancora fino ai primissimi Anni ’50

  18. Miguel
    uno dei link (http://kelebeklerblog.com/2005/12/20/il-mistero-dei-leghisti-i/ sotto la frase discusso in passato) porta a una pagina che ha ancora un link – l’unico – a splinder.

  19. jam says:

    ..nel mondo della Tradizione, non della tradizione, i tempi più che essere appiattiti girano in tondo ed in questa giravolta assorbono la prospettiva. Prospettiva assorbita, fagocitata , mangiata dal rigirare. Da questo volteggiare emerge una sorta di visuale piana, una piattaforma, un tappeto infinito, una steppa, un mare immenso, un cielo dilatatissimo, dei personaggi senza prospettiva, sospesi nell’aria pur essendo seduti sul prato. Ma in effetti il prato é un pezzo di tappeto volante che stà passeggiando nel cielo. Infatti nella pittura persiana non c’é prospettiva e le immagini e i paesaggi sono simultaneamente in due tempi differenti, quindi in realtà sono in terzo tempo neutro, un barzakh, solo luogo dove la realtà é Reale. Stessa prassi nei disegni e quadri degli aborigeni australiani dove un’infinità di puntini, cioé un’infinità di giravolte, compongono il paesaggio della tela, ma anche “il paesaggio” dei singoli animali totemici o uomini o creature fantastiche. Questo dream time, fuori dal tempo, ma tempo per eccellenza: il mito. Senza il tempo del mito, quindi senza mito, quindi senza dream time, non c’é vita, ma aridità, il mito racchiude le parole creative degli universi ed é la memoria del clan. Il mito abita nel barzakh, il barzak contiene anche il dream time. Quindi che importanza puo’ avere se qualcuno vorrebbe che città e campagna non esistessero più, quando sia città che campagna hanno un’anima inalienabile nel barzakh o dream time…?
    ciao

  20. Per Peucezio

    “Ma se i secondi, sia pure superficialmente e formalmente, hanno in genere accettato il cristianesimo, i primi davvero non si capisce quale relazione abbiano con essi”

    Il punto è che il contributo ebraico in quanto tale alla cultura non solo veneta, ma anche europea, è stato minimo. Casomai, il giudaismo – per forza numerica delle cose – è stato più influenzato dal mondo circostante, ellenistico, gnostico, romano e cristiano.

    Mentre il contributo di singole persone di origine ebraica, formatesi nel solco della cultura non ebraica (illuminismo, scienze, ecc.) è stato davvero notevole, ma tutto in tempi moderni e a un livello inizialmente non popolare.

    • PinoMamet says:

      Noto che ultimamente i fan filo-israeliani duri e puri (quelli che odiano Moni Ovadia in quanto “antisemita”, per intenderci sul livello) la raccontano al contrario, cioé, sarebbe esistito un “genio ebraico”, non si sa per quale ragione (la genetica la escludono, perché “Israele non è un paese razzista”; da notare che per loro l’identificazione tra Israele moderno e storia ebraica è ormai totale e completamente acritica) che ha “fecondato”- a costo di far violenza alla realtà- le varie culture greca, romana, medievale ecc., fino al nucleare e alla fisica quantistica (con la cultura araba non ci sarebbero riusciti, per colpa dell’ “Islam retrivo”).
      Da cui lo spazio alla querelle post-Gershon Scholem su quale sia il contributo della Gnosi alla Qabbalah ecc.

      Possono girarla come gli pare, per gli scopi che credono, ma sta di fatto che la parte interessante (non puramente a livello archeologico, cioè) della cultura ebraica nasce dopo il contatto con la cultura ellenistica; tra l’altro, da principiante assoluto della materia, mi sembra di notare che nel Talmud ci siano termini greci
      (come sicuramente sono citati personaggi di origine greca, convertiti ecc.) e usati in un modo “popolareggiante” e impreciso che dà l’idea che quella ebraica fosse, nei primi secoli dell’era volgare, una cultura marginale che cominciava a formarsi con gli “scarti” (per così dire) della cultura ufficiale di matrice greca.
      C’è insomma lo stesso “sapore” che si trova leggendo parole greche nel mezzo di una preghiera copta, o magari adesso quando si sentono i marocchini in stazione che parlano in arabo, inframezzato di termini italiani, per usare un esempio “basso”.

  21. Per Mirkhond

    Su Charles Godfrey Leland, avevamo scritto qualcosa a suo tempo qui:

    http://kelebeklerblog.com/2008/09/10/meriben-pa-kammoben/

    • PinoMamet says:

      Piacerebbe sapere di più anche a me sulla faccenda di Aradia (così rispondo anche a Mirkhond).

      del tutto a naso, io sospetto che la parte d’invenzione sia molto alta, ma non escluderei che il Leland abbia davvero recepito un certo numero di tradizioni magiche popolaresche, scongiuri, filastrocche ecc. e abbia inventato poi la cornice, o le abbia unite ad altre di derivazione colta o ai suoi tempi già estinta.

      Nel caso specifico di Faflon, ho visto che in rete quasi tutto (ma non tutto) quello che si trova fa riferimento a lui;
      ma se fosse all’interno di una filastrocca in qualche dialetto emiliano-romagnolo, lo troverei un nome del tutto foneticamente credibile
      (che poi “viene nel mio carrugio”, come direbbe Andrea De Vita ;) , riguardo ai legami di sostrato tra fonetica etrusca e fonetica emiliana :) )

      Io ricordo una filastrocca dialettale (a sfondo vagamente erotico spinto, e insegnata ai bambini!) dove si parlava di un “mago dalla b’rètta rossa”;
      e posso testimoniare che nell’immaginario ancora non standardizzato delle campagne di qualche decennio fa, insomma se chiedevi a un “contadino”, ti avrebbe detto che un mago indossava un berretto rosso, come i Cureti e i Dattili Idei;
      altre cose in proposito ci saranno certamente, anzi ne sono certo, ma di Faflon non mi pare di aver mai sentito parlare (peccato!).

      Bisognerebbe consultare qualche repertorio di folklore locale ben fatto, però.

  22. mirkhond says:

    La cosa che mi ha colpito è trovare questa filastrocca di un testo del Leland (1824-1903), all’interno di un ‘opera sugli Etruschi di taglio accademico, come quella del professor Camporeale, docente emerito di Etruscologia e Antichità italiche all’Università di Firenze.
    La filastrocca su Faflon/Fufluns compare nel capitolo sulle sopravvivenze etrusche.
    Camporeale, come già citato sopra, sostiene la persistenza di tradizioni etrusche in aree remote come l’Appennino tosco-romagnolo (non utilizza il più comune termine tosco-emiliano), tradizioni ancora presenti in queste aree contadine nel XIX secolo.
    ciao

  23. mirkhond says:

    Sempre riguardo agli Etruschi

    Ho da poco finito di leggermi un saggio di Robert Stephen Paul Beekes, anche lui professore emerito di linguistica comparata indoeuropea all’Università di Leiden, saggi, scaricato da internet sull’origine degli Etruschi.
    In questo saggio molto accurato e in lingua inglese, il professor Beekes supporta la tesi dell’origine anatolica degli Etruschi, rifacendosi ad Erodoto (484-425 a.C.) e ad Ellanico di Lesbo (490-405 a.C.), oltre ad Omero.
    In sintesi Beekes associando gli Etruschi ai Tirseni/Tirreni e ai Pelasgi (termine greco utilizzato per indicare le stirpi pregreche abitanti sulle sponde dell’Egeo), sostiene che fossero parte del mondo anatolico occidentale dei Masas/Meoni/Lidi-Misi, e imparentati con i Troiani, in quanto abitanti sulla sponda asiatica del Mar di Marmara in un area approssimativa tra il fiume Sangario/Sakarya, i Dardanelli e il Golfo di Adramitto/Edremit.
    In un ragionamento un pò capzioso e cavilloso per un non linguista come il sottoscritto, il professor Beekes troverebbe alcuni riscontri tra l’Etrusco e le lingue anatoliche indoeuropee come il Luvio, da cui probabilmente deriva il Lidio e l’onomastica di persone e località, menzionate nei registri assiri della colonia di Nesha/Kanesh in Cappadocia.
    Quel che non mi è ben chiaro è se il docente olandese ritiene gli Etruschi un gruppo preindoeuropeo indigeno dell’Anatolia, oppure imparentato con quello indoeuropeo ittito-luvita, visto che nel suo studio afferma che il Lidio potrebbe essere una variante arcaica della famiglia indoeuropea anatolica ittito-luvita!
    A complicare la storia, sulla sacra wiki leggo che l’Etrusco (e quindi l’affine lingua pregreca di Lemno) era una lingua agglutinante, caratteristica che non mi sembra appaia in lingue indoeuropee, ma su questo mi piacerebbe sentire il parere di esperti come Peucezio, Pino, Miguel Martinez ecc. ecc.
    Il saggio di Beekes si intitola The Origins of Etruscans, ed è corredato da una mappa delle località egeo-anatoliche che ritiene essere la patria originaria degli Etruschi.

    • PinoMamet says:

      Io la mia l’ho già detta (e penso di trovarmi un po’ in disaccordo con Peucezio su questo punto, ma non del tutto):
      nella teoria antica dell’origine anatolica degli Etruschi qualcosa di vero secondo me c’è.
      Tarconte-Tarhunta (il Manapa Tarhunta ricordato in una lettera ad Alaksandu di Wilusa, cioè “Alessandro di Ilio”…)ecc., la presenza di una lingua affine o variante dell’etrusco nell’isola di Lemno, forse anche l’assonanza TRoade- eTRuschi…
      sospetto che anche il mito di Enea, peraltro molto più antico di Virgilio, e di altre origini troiane di città italiane possa essere legato (con le inevitabili confusioni di tutti i miti) a quello dell’origine orientale degli Etruschi.

      Come nessuno mette in dubbio la colonizzazione micenea in Italia (e chissà quante altre cose non sappiamo!), così non vedrei niente di strano nell’immaginarmi una colonizzazione parallela dei loro dirimpettai anatolici.

      Però linguisticamente, visto che si tratta di una lingua agglutinante, gli Etruschi mi fanno pensare più a qualche parentela con le lingue caucasiche, o con gli Hurriti…

      insomma, si licet, io mi immagino (ma è un’opinione personalissima mia) un gruppo di anatolici di qualche dimenticato popolo affine agli Hurriti, e ormai da tempo assimilato culturalmente tra i popoli anatolici indo-europei, che emigri (se non in massa, in numero consistente) verso occidente, spinto da qualche necessità politico-sociale; non escludendo un qualche legame con le vicende di Wilusa-Ilio e la sua caduta a opera dei Greco-Micenei.

      E una parte consistente (tale almeno da influenzare il linguaggio ufficiale e la cultura e il ricordo mitico) finisca sui lidi italici…

      • Peucezio says:

        Perché saremmo in disaccordo?
        Un’origine autoctona, della penisola italica, della lingua etrusca direi che si può sostenere con estrema difficoltà, non foss’altro perché non ha affinità con nessun’altra lingua dell’area, se non per imprestiti e scambi posteriori e superficiali.
        Ciò ovviamente non significa che qualcuno è emigrato in massa popolando una zona prima disabitata o quasi, ma solo che a un certo punto, su un fondo villanoviano, forse indoeuropeo, comunque legato a uno sviluppo locale (anche se probabilmente di origine centro-europea, almeno culturalmente, come sono in genere le culture dell’età del ferro) si è innestata un’élite più evoluta, di origine esterna, numericamente forse anche consistente, ma comunque minoritaria, che col suo prestigio politico, culturale, forse anche militare (non lo sappiamo), ha anche imposto la lingua alla popolazione maggioritaria, come accade spessissimo.
        Ma ne so poco.
        Sarebbe molto interessante sapere qualcosa sulla parentela fra il lemnio (e più in generale le lingue pre-indoeuropee dell’Anatolia centrale e occidentale) e appunto l’Urrita, le antenate delle lingue caucasiche e magari potrebbe esserci qualche legame col sumero e con le lingue preindoeuropee dell’Altopiano Iranico (e quindi, spostandoci più a est, con la famiglia dravidica).
        Ma, ripeto, di ‘ste cose non si parla mai ed è difficile trovare studi in merito.

      • PinoMamet says:

        Scusami evidentemente ricordavo male!
        ciao!! :)

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  25. mirkhond says:

    Per Pino

    Sostanzialmente concordi col professor Beekes.
    Del resto Wilusa/Wilios/Ilios/Ilio era chiamata anche Taruisa/Tarhuisa/Troia, e se non la città, almeno la regione intorno a Wilusa (secondo Beekes).
    In Anatolia centrale, le fonti ittite menzionano la città di Tarhuntassa e Tarhun era uno degli dei ittiti.
    Quanto al sostrato preindoeuropeo, gli Ittiti, giunti in Anatolia intorno al 2300-2000 a,C., si insediarono in Cappadocia, nelle città di Kussara e Nesha/Kanesh (oggi Kultepe a 20 km ad est di Kayseri), da cui il nome Neshiti per Ittiti e Neshili per la loro lingua indoeuropea.
    Intorno al 1800-1600 a.C., circa i re neshiti/ittiti espugnarono Hattush, la capitale del regno di Hatti, nell’Anatolia centrale, nella valle del Maraššantia/Halys/Kizil Irmak, nel luogo dell’attuale villaggio turco di Boğazkale, ad est di Ankara, dopo qualche tempo la ricostruirono facendone la loro capitale col nome di Hattusha e chiamarono il loro impero Hatti, da cui Ittiti!
    Hatti era un regno indigeno preindoeuropeo, e la cui lingua il Hattico (Hattili nelle fonti ittite), ci è nota attraverso le coeve e successive fonti ittite. Alcuni linguisti sostengono appunto che il Hattico fosse una lingua caucasica imparentata con l’odierno Abcaso e col Circasso!
    Inoltre Beekes ritiene che Pithana di Kussara, il fondatore dell’Impero Ittita, avesse un nome preindoeuropeo e presente anche in forma femminile (Pitane) nell’Anatolia occidentale, mentre i registri della colonia assira di Nesha/Kanesh (XX-XVIII sec. a.C.), tra i nomi indigeni menzionino un Tarchula, nome che si ritrova tra gli Etruschi!
    Da qui Beekes sostiene che in Cappadocia ancora in epoca ittita (1800-1190 a.C.) si parlasse un ancestrale lingua indigena preindoeuropea collegata a quelle anatoliche occidentali e imparentata con l’Etrusco e il Lemnio pregreco!

  26. mirkhond says:

    errata corrige: un’ancestrale lingua indigena

  27. jam says:

    …forse il verbo farfugliare deriva proprio da quel faflon/fufluns
    ed anche il diavoletto che Dante chiama farfarello…ma non tocchiamo le farfalle incomprensibili nella loro leggerezza
    ciao

  28. mirkhond says:

    Per Peucezio e Pino

    in pdf potete trovare questo :

    Etruscans’ genealogical linguistic relationship with nakh-daghestanian:
    a preliminary evaluation

  29. mirkhond says:

    Nella fretta, ho dato il via al commento.

    in internet, potete scaricarvi in pdf questo:

    “Etruscan’s genealogical linguistic relationship with nakh-daghestanian:
    a preliminary evaluation

    by Ed Robertson”

    Oppure se avete la pazienza, gli articoli di Michael Witzel sugli Indoarii in Iran e India e i sostrati prearii.
    ciao

  30. Moi says:

    “Fanflòn” è una parola che, qualunque cosa significhi o non (!) significhi, in GalloItalicofonìa non può suscitare che il ridere … altro che il timor d’ un dio !

  31. mirkhond says:

    Faflon non Fanflòn
    ciao

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  33. Ritvan says:

    Poteva Ritvan esimersi dal riportare la teoria della parentela fra etruschi ed albanesi? No che non poteva, cribbio!:-)
    http://www.bardieditore.com/book/763.html

    • PinoMamet says:

      La stavo aspettando da un momento all’altro!! :)

      • Ritvan says:

        —La stavo aspettando da un momento all’altro!!:-) Pino Mamet—
        Non avevo il minimo dubbio:-)

        P.S. C’è pure la cara Afrodite:-) nel libro…. e a proposito di strane coincidenze verbali:-), anche il fatto che il sud dell’Albania si chiama “Toskeria” e la regione italica degli etruschi “Toscana” è banalmente dovuto alla scarsezza di lettere dell’alfabeto, vero? (come diceva qualcuno accusato di plagio musicale: “Ma che volete, le note sono solo sette!”:-))
        P.S.2 Non sto dicendo che le teorie della signora Vlora-Falaschi siano il Vangelo, sto solo osservando che nel cosiddetto Mondo Accademico nessuno (o quasi) le fila. Sarò anch’io un biekissimo komplottista:-) per il quale Il Mondo Accademico Del Glorioso Occidente Dalle Gloriosissime Radici Greco-Romano-Etrusche non può prendere seriamente in considerazione l’ipotesi che i Gloriosi Etruschi abbiano avuto qualcosa in comune con quei trogloditi:-) di albanesi?

  34. mirkhond says:

    Ritvan forse la sa già, ma la cosa più originale che abbia letto sull’Albanese, la trovai in un libro sulla Dalmazia del 1993, di Renzo De Vidovich, in cui si affermava che l’Albanese fosse una lingua….ugrofinnica! (mentre si riconosceva il sostrato illirico al Dalmatico neolatino….)
    ciao

    • Ritvan says:

      No, caro Mirkhond, Ritvan non la sapeva questa chicca, però trova del tutto naturale:-) che un tipo come l’ex onorevole(?) Vidovich neghi l’autoctonia degli albanesi nei Balcani e specialmente nella “sua” amata Dalmazia, cribbio!:-)

      P.S. Ma tu che hai letto il suo papiro, diceva solo quello o spiegava anche come e quando noialtri albanesi “ugro-finnici”:-) saremmo arrivati nei Balcani all’insaputa del mondo intero? Comunque, spero almeno non sia arrivato al livello del suo “collega” serbo Djordjevic ed averci attribuito – oltre alla parlata ugro-finnica – anche una lunga coda pelosa, eh?:-)

      • mirkhond says:

        Per Ritvan

        Ho consultato il papiro De Vidovich “Dalmazia regione d’Europa” del 1993, negli ormai lontani anni della tesi di laurea sulla Dalmazia veneta, e questa “chicca” sulle vostre origini, mi è rimasta impressa, così come la marginalizzazione della componente albanese nella civiltà dalmata ( l’onorevole e ministro del Regno d’Italia, Federico Seismit Doda da Ragusa/Dubrovnik, 1825-1893, era di origine ALBANESE).
        De Vidovich cita i Dalmati “italiani” di origine illirica latinizzata, Serbi, Croati, Veneziani, Morlacchi che chiama “Romeni slavizzati”, come fecondo crogiuolo dell’identità dalmata, e gli Albanesi invece li trascura, se non per la belinata sulle origini ugrofinniche suddette…
        Poco fa in internet, in una rivista di esuli dalmati, ho letto che Tito conquistata Zara il 31 ottobre 1944, avrebbe risparmiato la popolazione di Borgo Erizzo, sobborgo cittadino, in quanto la suddetta popolazione era “ritenuta di origine albanese”!
        Ritenuta, capisci? Quando in realtà Borgo Erizzo, fu fondata da coloni ALBANESI scutarini cattolici giunti a Zara nel 1726, 1727 e 1733, e sistemati nel nuovo borgo dal governatore veneziano Niccolò Erizzo, da cui il nuovo insediamento ALBANESE prende nome (in Croato Arbanasi)….
        Questo per far capire in quale considerazione è tenuta la componente INDIGENA e ILLIRICA del Balcano adriatico, componente nelle cui parlate arcaiche del nord, conserva nella parola dëlme=pecora, l’origine ILLIRICA del nome Delmatia, poi Dalmatia e infine Dalmazia!
        Il colmo dei colmi, da gente che considera con orgoglio il proprio sostrato illirico prelatino e preslavo…..
        ciao

      • Ritvan says:

        Grazie delle interessanti informazioni, caro Mirkhond!

        P.S. Ripeto, non mi meraviglia affatto la grossolana falsificazione e l’omertà riguardanti gli albanesi della Dalmazia da parte di certi esuli dalmati italici. Per essi gli unici discendenti degli Illiri autoctoni devono rimanere loro, cribbio!:-)

  35. Per Ritvan

    “—-Mica gli albanesi sono tutti papponi ladri e zoccole, non ti pare?—”

    Devo dire che nella mia limitata esperienza – soprattutto qui nel centro storico di Firenze – tutti gli albanesi che ho conosciuto, ma proprio tutti, sono persone che hanno le qualità che in genere si ammirano: grandi lavoratori, onestissimi, cortesi, affidabili, ottimi genitori e sicuramente non papponi, ladri o zoccole :-)

    Comunque è la mia esperienza, ognuno ha la sua.

    • Ritvan says:

      —-Devo dire che nella mia limitata esperienza – soprattutto qui nel centro storico di Firenze – tutti gli albanesi che ho conosciuto, ma proprio tutti, sono persone che hanno le qualità che in genere si ammirano: grandi lavoratori, onestissimi, cortesi, affidabili, ottimi genitori e sicuramente non papponi, ladri o zoccole.MM—-

      Lo so, caro Miguel, che tu conosci solo albanesi onestissimi, rom idem e magari anche polacchi, bulgari, romeni, moldavi, marocchini, egiziani, ecuadoregni, peruviani, ecc., ecc. integerrimi come sopra. Neanch’io, del resto, pur essendo albanese, ho mai conosciuto di persona un pappone mio connazionale (anche perché non credo che i suddetti abbiano l’abitudine di presentarsi con un bel “Salve, caro compatriota, io faccio il “mediatore sessuale”, ha per caso bisogno dei miei servigi?”:-) ), però, ripeto per l’ennesima volta, questo non mi autorizza a negare l’esistenza del fenomeno, anche se negli ultimi anni è notevolmente diminuito d’intensità.

      —-Comunque è la mia esperienza, ognuno ha la sua.—
      Sì, Miguel, come diceva l’ispettore Callaghan:-). Comunque, un aforisma recita così:”L’intelligente impara anche dall’ esperienza altrui, il mediocre solo dalla propria e l’imbecille da nessuna delle due”…..

  36. Moi says:

    @ RITVAN

    I Papponi Albanesi (non voglio mettere anche le Prostitute Albanesi sullo stesso piano, criminalizzandole !) hanno avuto purtroppo “terreno fertile” con l’ ipocrita pruderia della Legge Merlin ! C’è, insomma, “Concorso di Colpa” fra Italia e Albania.

    • Ritvan says:

      —@ RITVAN I Papponi Albanesi (non voglio mettere anche le Prostitute Albanesi sullo stesso piano, criminalizzandole !) hanno avuto purtroppo “terreno fertile” con l’ ipocrita pruderia della Legge Merlin ! C’è, insomma, “Concorso di Colpa” fra Italia e Albania. Moi—

      Come ti permetti di ipotizzare l’esistenza dei suddetti, se il nostro Miguel non ne ha incontrato nemmeno uno nel Centro Storico di Firenze??!! RAZZISTAAAAAAAAA!!!!!:-):-)

      P.S.(serio): La legge Merlin c’entra…un belin (tanto per far rima), visto che considera il papponaggio un reato perseguibile d’ufficio. Però, come ben saprai, le leggi mica si applicano da sole, le deve applicare chi di dovere. E un immigrato albanese (o rumeno o sarkazzo d’altro), registrato all’immigrazione come muratore e che va in giro con una Jaguar (o Porsche o sarkazzo d’altro) fiammante a portare avanti-indre’ alcune signorine su certi viali di periferia darebbe nell’occhio anche a un cieco con gli occhiali da sole:-)….. Invece, a me risulta – dalle cronache giornalistiche – che l’unico albanese processato (anche) per papponaggio è stato un certo Panajot Bita, ma solo perché ha avuto la disgrazia di metter sotto con la sua fiammante BMV un ragazzino italico, altrimenti con tutta probabilità avrebbe continuato indisturbato la sua attività. E non farmi dire di più, per favore….

  37. mirkhond says:

    Il pezzo dell’articolo su Borgo Erizzo è questo:

    “Restarono solo coloro che erano indispensabili all’economia jugoslava: lavoratori, operatori, artigiani, professionisti e tecnici che si vedono respinta la richiesta di opzione per l’Italia, nonché le persone con coniuge slavo, gli zaratini di Borgo Erizzo CONSIDERATI Albanesi e le famiglie italiane isolate che si ritiene di poter slavizzare….”

    da:
    “L’identità italiana e i luoghi della memoria” reperibile in internet e leggibili in formato pdf

    • PinoMamet says:

      Beh, ti dirò, onestamente non ci vedo niente di così scandaloso nei confronti degli abitanti di Borgo Erizzo:
      sono stati salvati perchè li considerava non italiani, ma di discendenza albanese… come in effetti erano!
      Forse c’è qualcosa che mi sfugge, non so, ma non vedo niente di così turpe nei loro confronti.

      Casomai sarebbe stato da segnalare negativamente se NON li avessero considerati albanesi, tantopiù che si parla con disinvoltura di “slavizzare” chi slavo non era…

      • mirkhond says:

        Non mi sono spiegato bene.
        L’articolo, ovviamente anti-titino e anti-jugoslavo, non accetta che gli abitanti di Borgo Erizzo venissero considerati Albanesi da Tito…
        Questa è a mio avviso “la pietra di scandalo” dell’articolo, e cioè che gli abitanti del sobborgo zaratino NON venissero considerati italiani….
        Poi, sulla sacra wiki leggo che oggi la popolazione “italiana” supersitite di Zara è costituita per la stragrande maggioranza dagli Albanesi di Borgo Erizzo….
        ciao

      • mirkhond says:

        Mi spiego meglio

        Lo scandalo sull’identità albanese di Borgo Erizzo è di alcuni esuli dalmati italiani, non di Tito…
        E questo forse, in virtù del discorso precedente sulla marginalizzazione della componente albanese nell’identità dalmata, secondo il punto di vista di certi esuli….
        ciao

      • PinoMamet says:

        Ahh ok adesso chiaro, scusami.
        :)

  38. mirkhond says:

    Il brano relativo a Borgo Erizzo si riferisce alla conquista di Zara da parte di Tito, il 30-31 ottobre 1944.

  39. Moi says:

    A proposito di “Robe Identitarie” … è iniziato Sanremo 2012 !
    Voi direte: “Kissenefrega !”
    Già, ma non sapete come è iniziato : il conduttore Adriano Celentano ha attaccato l’ ultimo, duplice tabù rimasto in Italia: Dio e la Chiesa !
    No, non ha tirato una scarica di bestemmie … ha articolato un pensiero ! Ed è proprio per questo che il Vaticano e la CEI si sentono tanto piccati !

    • Francesco says:

      Ho solo letto qualche cronaca.

      Quando inizio a leggere “bisogna chiudere Famiglia Cristiana perchè parla di politica e non di Dio” mi stavo spellando le mani dall’applauso, poi continuo e salta fuori che “parlare di Dio” significherebbe accettare le belinate di Don Gallo, quindi ho smesso di applaudire e ho ripreso la divisa “legge & ordine”.

      Come diceva Catone, “semel in anno licet insanire” ma di più fa male.

      PS devo essere un pò anti-italiano, a me Sanremo provoca allergia …

  40. mirkhond says:

    Lo abbiamo visto sul tubo, Moi.
    Ci mancava solo Germano da San Bonifacio…..
    ciao

    Tra celentano e benigni, non è che la vittoria della costosissima ipocrisia nazionale, e in tempi di vacche magre….

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